UE

  • Il Roadshow della Commissione europea dedicato a innovazione e ricerca fa tappa a Milano

    L’Italia dell’innovazione si dà appuntamento a Milano il prossimo 28 giugno,  all’Auditorium Fondazione Cariplo (Largo Gustav Mahler), per l’EIC Roadshowevento dedicato al sostegno nei confronti dell’innovazione e della ricerca, organizzato dalla Commissione europea in cooperazione con il MIUR e APRE (Agenzia per la promozione della ricerca europea). Durante l’evento informativo a carattere nazionale verrà annunciato il lancio del programma pilota “European Innovation Council – EIC 2019 – 2020”, con un budget stanziato di circa 2,2 miliardi di euro. Avrà lo scopo di sostenere l’innovazione di alto livello, imprenditori, piccole imprese e scienziati con idee brillanti e l’ambizione di crescere a livello internazionale. Nel corso della giornata saranno in particolare presentati i dettagli operativi degli strumenti Pathfinder (FET Open e FET Proactive), a supporto di ambiziosi progetti di ricerca collaborativa focalizzati su tecnologie emergenti, e Accelerator (SME Instrument), dedicato ad aziende e start up a vocazione fortemente innovativa, con l’obiettivo di accelerare i loro processi di crescita sui mercati europei e globali (scaling up). L’evento sarà aperto dagli interventi di Teresio Testa, Executive Director, SME Sales & Marketing di Intesa Sanpaolo, di Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea e di Fabrizio Sala, Vicepresidente e assessore per la Ricerca, Innovazione, Università, Export e Internazionalizzazione della Regione Lombardia. Seguiranno gli interventi dei rappresentanti della DG Ricerca e Innovazione della Commissione europea, del MIUR, del CNR, della Cassa Depositi e Prestiti e di altri enti pubblici e privati. L’evento, organizzato in cooperazione con il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca e APRE (Agenzia per la promozione della ricerca europea), si rivolge principalmente ai ricercatori, alle spin off, start up e PMI innovative, oltre che alle strutture di supporto (grant office e TTO) all’interno delle organizzazioni di ricerca.

    Il pilota “European Innovation Council” ha lo scopo di sostenere l’innovazione di alto livello, imprenditori, piccole imprese e scienziati con idee brillanti e l’ambizione di crescere a livello internazionale. Sarà soprattutto lo strumento che permetterà una transizione tra l’attuale programma Ue dedicato alla ricerca, Horizon 2020, e il futuro programma Horizon Europe.  Nella sua proposta, la Commissione europea ha strutturato Horizon Europe su tre pilastri: scienza aperta, sfide globali e competitività industriali e infine innovazione aperta. Quest’ultimo pilastro, a cui la Commissione propone di assegnare 13,5 miliardi di euro, mira a rendere l’Europa leader nell’innovazione in grado di creare nuovi mercati proprio attraverso il Consiglio europeo per l’innovazione (European Innovation Council).

    Fonte: Commissione europea

  • Il tribunale dell’Ue respinge il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan

    Il Tribunale dell’Ue ha respinto il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan ritenendo che non vi è alcun rischio di confusione tra il marchio della AC Milan e quello AC Hotels by Marriott. Nel 2013 la AC Milan, ha ottenuto, presso l’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), la registrazione del segno figurativo AC MILAN e l’ha notificata all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per farlo valere anche come marchio europeo per tutta una serie di beni e servizi, tra cui i servizi alberghieri. Nel 2014, la Marriott Worldwide Corp. si è opposta alla registrazione di tale segno come marchio dell’Unione europea facendo valere dei suoi propri marchi anteriori. Nel 2017, l’EUIPO ha respinto il ricorso, la Marriott ha impugnato la decisione al Tribunale dell’Unione europea, e oggi il Tribunale Ue respinge l’impugnazione escludendo che vi sia «qualsivoglia rischio di confusione, dal punto di vista visivo, fonetico o concettuale».

  • In Italia il calo maggiore di domande di asilo internazionale rivolte all’Europa nel 2018

    L’Italia è il Paese Ue che ha registrato il calo maggiore di domande di asilo nel 2018 rispetto all’anno precedente: -53%, in cifra assoluta 59.950 contro 128.850. E’ quanto risulta dal rapporto annuale dell’Ufficio europeo di sostegno all’asilo (Easo), che a livello europeo segnala un calo del 10% delle richieste di protezione internazionale. La Germania, che resta il Paese a cui perviene il maggior numero di richieste (184.180), ha fatto registrare un calo del 17%, mentre la Francia ha sostituito l’Italia al secondo posto dell’anno scorso (quest’anno siamo al quarto posto) con 120.425 richieste, pari a un incremento annuo del 21%. Al terzo posto si colloca la Grecia, con 66.965 richieste, pari a un +14% rispetto al 2017. La Spagna è quinta, dietro l’Italia, con 54.050 richieste  (+48%).

    Siriani (14%), afghani e iracheni (7%) i principali richiedenti asilo, Ue, Svizzera, Norvegia e Liechtenstein l’anno scorso anno ricevuto 664.480 domande, contro le 728.470 del 2017. Quasi i tre quarti delle richieste complessive sono state presentate in Germania, Francia, Grecia, Italia e Spagna. Nei primi cinque mesi del 2019 le domande di protezione internazionale registrate in Europa sono state oltre 290mila (in aumento dell’11% rispetto allo stesso periodo nel 2018). Oltre che da Siria, Afghanistan e Iraq, le domande quest’anno arrivano in gran numero dal Venezuela.

    L’Italia si conferma al secondo posto per domande d’asilo pendenti alla fine del 2018 (102.995), preceduta di gran lunga dalla Germania (384.815) e seguita dalla Spagna (78.705) e dalla Grecia (76.330).

  • Il “candidato di punta” Manfred Weber non molla per la presidenza della Commissione europea

    I negoziati tra i governi per la scelta del candidato finale alla carica di presidente della Commissione europea non hanno trovato ancora un accordo, che deve essere raggiunto entro il 30 giugno, data della prossima riunione del Consiglio europeo. Tutto è bloccato da una richiesta di Macron, presidente della repubblica francese, coadiuvato da alcuni altri leader, di cambiare la regola imposta dalla tradizione dello “spitzenkandidat”, il candidato di punta, cioè quello espresso dal gruppo politico che alle elezioni ha ottenuto il maggior numero di voti. Per questa ragione, il gruppo del Partito Popolare Europeo ha presentato la candidatura del suo presidente, il democratico-cristiano bavarese Manfred Weber, che però nel corso dell’ultima riunione del Consiglio europeo non ha trovato un consenso maggioritario. Macron e i leader dei Paesi di Visegrad rifiutano il suo nome proprio perché respingono il sistema dello “spitzenkandidat”. Bisogna guardare avanti e puntare su personalità conosciute e meritevoli per la qualità del loro lavoro e per l’eccellenza della loro esperienza. Macron non ha fatto nomi che corrispondano a questo profilo. Ha anzi ritirato quello della commissaria europea alla concorrenza, la liberale danese Vestager. Che fare allora? Coloro che speravano in un ritiro di Weber si sono sbagliati di grosso. Il PPE resta fermo sulla difesa del metodo del candidato di punta e lo stallo nel Consiglio europeo non gli fa certo cambiare parere. Il PPE vuole difendere il principio democratico (chi vince ha il diritto di pretendere la candidatura) e la funzione primaria del Parlamento in seno all’UE. Così è anche per gli altri grandi gruppi. La diversità di opinioni in ordine alle candidature in seno al Consiglio è un problema del Consiglio, non del Parlamento. E’ vero che il Consiglio propone e il Parlamento decide. C’è quindi il rischio che il Consiglio presenti una candidatura che potrebbe non essere accettata dai parlamentari, aprendo in questo modo una crisi istituzionale dagli esiti per ora imprevedibili, perché il caso, fino ad ora, non si è mai presentato. In una intervista rilasciata a Marco Bresolin de La Stampa di Torino, Manfred Weber ha dichiarato che “il PPE difenderà la democrazia e un sacrosanto principio: se uno vuole fare il presidente della Commissione europea deve dirlo prima del voto. Altrimenti torniamo indietro ai giorni più bui degli accordi presi soltanto a porte chiuse. E’ questo che vogliamo? E’ così che pensiamo di riavvicinarci alla gente?”. Dopo aver dichiarato che il PPE è pronto al compromesso con gli altri Gruppi politici, alla domanda se ciò voleva dire anche essere pronti a cedere la presidenza della Commissione, Weber ha così risposto: “No, io sono il candidato del PPE che è stato il partito più votato con 41 milioni di voti. Sono stato nominato dal congresso e ho un mandato da difendere. In ogni governo di coalizione è il primo partito che ha il diritto di esprimere il candidato: a parte qualche piccola eccezione, è un principio base della democrazia. La nostra apertura al compromesso è sui contenuti del programma”. Ma il giornalista insiste: ma lei sarebbe disposto a farsi da parte per difendere questo metodo? E Weber: “Non è questo il punto, la vera questione oggi è che io sono il candidato del partito che è arrivato primo alle elezioni. E il partito mi sostiene…In parlamento senza il PPE non si va da nessuna parte. Nessuno dei nostri leader ha detto apertamente che gli “spitzenkandidaten” sono ufficialmente fuori dalla corsa. Curiosamente lo hanno fatto altri leader socialisti e liberali”. Il Consiglio si riunirà domenica 30 giugno. La sessione costitutiva del nuovo Parlamento è prevista per martedì 2 luglio. E se entro quella data il Consiglio non troverà un accordo, che cosa potrebbe succedere? “Senza un’intesa sull’intero pacchetto delle nomine il Parlamento si auto-organizzerà e credo sarà in grado di eleggere un proprio presidente” – conclude Weber. Lui comunque è sempre in corsa e le attese di chi lo voleva dimissionario per ora rimangono deluse.

  • Secondo uno studio della Commissione europea alcuni prodotti alimentari prodotti nell’UE hanno marchi simili ma composizioni diverse

    La Commissione ha pubblicato i risultati di una campagna di prova paneuropea sui prodotti alimentari da cui emerge che alcuni prodotti, pur avendo una diversa composizione, recano un marchio identico o simile. Lo studio parte dall’impegno del Presidente Junker, sin dal suo discorso sullo stato dell’Unione nel 2017, ad affrontare il problema delle differenze di qualità dei prodotti. La Commissione europea ha promosso così diverse iniziative e ha pubblicato il 24 giugno uno studio basato sull’analisi di prodotti alimentari secondo una stessa metodologia in tutta l’UE, per meglio comprendere il fenomeno delle differenze di qualità dei prodotti. Dall’analisi condotta dal Centro comune di ricerca (JRC, il servizio interno della Commissione europea per la scienza e la conoscenza) su 1.400 prodotti alimentari in 19 paesi dell’UE è risultato che il 9% dei prodotti messi a confronto differiva per composizione sebbene la parte anteriore della confezione fosse identica. Per un altro 22% dei prodotti, per i quali sono state rilevate differenze di composizione, la parte anteriore della confezione era simile. Lo studio non ha messo in evidenza un modello geografico coerente. In base alla nuova metodologia messa a punto, le autorità nazionali competenti saranno ora in grado di effettuare caso per caso l’analisi necessaria a individuare le pratiche ingannevoli vietate dal diritto dei consumatori dell’UE.
    Lo studio ha analizzato 1.380 esemplari di 128 diversi prodotti alimentari di 19 Stati membri. Tuttavia si tratta di un campione non rappresentativo della grande varietà di prodotti alimentari disponibili sul mercato dell’UE. Dallo studio è emerso che nella maggioranza dei casi la composizione dei prodotti coincideva con il modo in cui erano presentati: per il 23% dei prodotti quanto indicato sulla parte anteriore della confezione e la composizione coincidevano, mentre per il 27% dei prodotti a una diversa composizione corrispondeva una diversa parte anteriore della confezione; il 9% dei prodotti presentati come identici nei diversi paesi dell’UE aveva una composizione diversa: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione identica ma una composizione differente. Un altro 22% dei prodotti presentati in modo simile aveva una composizione differente: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione simile ma una composizione differente; non è stato rilevato alcun modello geografico coerente per quanto riguarda l’uso di imballaggi identici o simili per prodotti con una composizione differente. Inoltre le differenze di composizione rilevate nei prodotti analizzati non implicano necessariamente una differenza di qualità.

  • Johnson e Hunt: i due candidati finali alla leadership del Regno Unito

    Dei dieci candidati che si erano proposti per la leadership nel partito conservatore britannico oggi ne restano due: l’ex sindaco di Londra e hard Brexiter Boris Johnson e l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt. La procedura delle elezioni per giungere ai due nomi del ballottaggio finale è terminata venerdì scorso, con un colpo disonesto e sleale che ha messo fuori gioco per un paio di voti Michael Gove, considerato fino a quel momento il candidato numero due. Gli amici di Johnson infatti avrebbero portato qualche voto a Hunt, facendolo prevalere su Gove, ritenendo quest’ultimo poco malleabile e non coincidente con la politica di Johnson. Gove, infatti, che è un ex suo grande amico, ha già fatto capire a tutti che se Boris verrà eletto primo ministro sarà sua compito perseguitarlo. Se questi sono gli obiettivi dei colleghi del futuro primo ministro non c’è da meravigliarsi che il partito conservatore sia sceso alla soglia del 9% dei voti e non ci si dovrà meravigliare neppure se il popolo britannico continuerà a dimenticarsi di lui. Il nome del vincitore si conoscerà soltanto dopo il 22 luglio, quando i 140 mila (alcuni giornali dicono 160 mila) iscritti al partito conservatore avranno votato. Gli osservatori puntano su Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ex ministro del Esteri, tra i maggiori oppositori di Theresa May, uno dei personaggi più controversi della politica inglese. Chi lo ammira, apprezza il suo humour dissacrante, il suo carisma e le sue conoscenze ottenute anche studiando nelle migliori scuole dei Regno Unito. Chi lo disprezza, condanna le sue gaffe, il suo atteggiamento elitario, i suoi commenti razzisti e le sue bugie, come quando, durante la campagna elettorale del 2016 ha ripetuto che il Regno Unito inviava ogni settimana all’Unione europea 350 milioni di sterline, un’affermazione falsa per la quale è stato costretto a presentarsi in tribunale con l’accusa di cattiva condotta. Ma per molti ammiratori queste tendenze negative sono bazzecole, se continuano a votarlo, come lo ha votato fino ad ora anche la maggioranza dei parlamentari del suo partito. Non si lasciano impressionare nemmeno dalla notizia circolata sabato, di suoi vicini di casa che hanno chiamato la polizia perché sentivano urla provenire dal suo appartamento e rumore di stoviglie rotte. Un candidato alla guida del governo che malmena la donna con la quale convive non è una notizia di tutti i giorni, così come non è normale che lo stesso candidato non faccia sapere quanti figli ha. Quattro sono nati dal primo matrimonio, ma ne circolano altri due, non confermati dall’interessato, che si giustifica con il diritto alla privacy, nati al di fuori del matrimonio. Diciamo che è un personaggio un po’ chiacchierato, insomma! Nato a New York nel giugno del 1964 da genitori inglesi, trascorre l’infanzia negli Usa e si trasferisce in seguito, prima a Bruxelles e poi in Inghilterra a Eton, uno dei college più rinomati al mondo, frequentato anche dai membri della famiglia reale e dall’aristocrazia. Si laurea a Oxford e inizia a lavorare al Times. Fu licenziato nel 1988 perché redasse una notizia scorretta e assunto al Daily Telegraph, divenendone corrispondente da Bruxelles, dove si face notare per i suoi articoli fortemente euroscettici e critici nei confronti dell’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors. Iniziò la carriera politica nel 2001, nel 2008 divenne sindaco di Londra e nel 2016 ministro degli Esteri tra le perplessità degli osservatori e degli stessi suoi colleghi di partito. Si è dimesso nel 2018 in segno di protesta contro il piano della Brexit presentato da Theresa May. Da allora è diventato uno degli esponenti più accaniti della hard Brexit, continuando ad attaccare le premier e collezionando figuracce. L’ultima si riferisce a qualche giorno fa, quando su internet è circolata la foto della sua automobile piena di cartoni di cibo vuoti, abiti sporchi, briciole di cibo e fogli sparsi. Ciò nonostante, nelle votazioni per la leadership ha sempre avuto la maggioranza dei voti rispetto ai suoi colleghi, non chiacchierati, senza scandali.

    Il secondo candidato, Jeremy Hunt, attuale ministro degli Affari Esteri, che ha sostituito il dimissionario Boris Johnson, è nato nel 1966. Sa parlare giapponese, ha una moglie cinese di dieci anni più giovane, una laurea a Oxford e prima di entrare in politica, nel 2005, ha fatto l’imprenditore e l’insegnante di lingua inglese all’estero. Nel 2001 venne nominato ministro della Cultura, dello Sport e dei Media, dopo essere stato ministro ombra per la disabilità. Divenne famoso tra gli sportivi perché raddoppiò il budget per la Olimpiadi di Londra del 2012, passando da 40 a 81 milioni di sterline. Nel settembre dello stesso anno venne nominato ministro della Sanità e rimase in carica fino al 2018, quando successe a Johnson agli Esteri. Non ha mai avuto grandi scandali, ma nel 2009 fu costretto restituire 9500 sterline dopo essere stato accusato di aver violato alcune norme sulle spese e i fondi dei politici. Fu in seguito coinvolto nell’inchiesta sulle pratiche scorrette adottate da alcuni media, per i suoi contatti troppo ravvicinati con la famiglia Murdoch. Infine venne molto criticato quando disse che i turni serali e di sabato dei giovani medici non sarebbero più stati considerati straordinari. E i medici scioperarono contro questa decisione. Hunt è considerato più moderato di Johnson, ma ha avuto una espressione molto infelice quando ha dichiarato che l’UE ha adottato tattiche simili a quelle della Russia sovietica durante i negoziati sulla Brexit. Molti politici si sono infuriati e Hunt fu costretto a ritrattare e a scusarsi. Vorrebbe una soft Brexit, ma importante per lui sarebbe il raggiungimento di un buon accordo, piuttosto che uscire il prima possibile, come invece vorrebbe Johnson, che si dice pronto a un no deal. Sarà che la politica europea è un po’ in crisi dappertutto, sarà che anche la democrazia britannica, madre di tutte le democrazie dopo la Grecia, è in crisi, sarà che l’attualità non offre più leader “come quelli di una volta”, sarà come voi giudicate i politici di oggi, ma a noi sembra che le due candidature suscettibili di offrire una leadership al Regno Unito siano molto al di sotto di ciò che il Regno Unito meriterebbe per il contributo da lui offerto alla civiltà occidentale. Ma forse ciò si spiega anche con il declino di quest’ultima.

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • EU considers freezing Customs Union negotiations with Turkey

    Amid growing concerns about the aggressive offshore drilling activities that are currently being carried out near the Cypriot coast by the Turkish government, the European Union is mulling putting Ankara’s accession chapters under discussion ahead of the European Council meeting in 20-21June,

    Turkey disputes the existence of an Exclusive Economic Zone that belongs to Cyprus. Instead, Turkey’s authoritarian President Recep Tayyip Erdoğan claims he has the legal right to send exploration vessels in the are, a move that EU-member Cyprus says violates its sovereignty.

    According to the draft joint communique, the EU leaders are preparing “to respond appropriately and in full solidarity with Cyprus,” and to reiterate that the bloc condemns “Turkey’s continued illegal actions in the Eastern Mediterranean” while noting that “Turkey continues to move further away from the European Union”.

    The EU’s leaders plan to publicly declare that Turkey’s EU accession negotiations have come to a standstill and no further chapters in the accession process can be considered for opening or closing at this time, including the change of status of the Customs Union with the EU and visa liberalisation for Turkish passport holders.

    “No further work towards the modernisation of the EU-Turkey Customs Union is foreseen,” the leaders are expected to say at the end of the week.

    The EU is also prepared to show Turkey that further escalation is possible if any illegal drilling continues. Greek Prime Minister Alexis Tsipras has already said that he may demand that the EU sanction Turkey because of Ankara’s continued violations of Cyrpus’ territorial waters.

    The dispute adds to a series of disagreements between the EU and Turkey in areas such as the rule of law and democratic standards, especially since a so-called failed coup against Erdoğan’s Islamist government in July 2016.

    Cyprus was split in 1974 into the EU-member Greek Cypriot south and the internationally unrecognised Turkish Cypriot north when Turkey invaded in response to a coup by local supporters of a formal union with Greece.

  • Le prime nomine al Parlamento europeo

    Le riunioni dei nuovi gruppi politici eletti al Parlamento europeo cominciano a dare  i primi frutti. Quello che era il gruppo liberale ALDE, ora trasformatosi in gruppo “Renew Europe” con l’arrivo dei macroniani francesi, ha eletto il suo nuovo presidente nella persona del rumeno Dacian Ciolos, già premier a Bucarest e commissario europeo all’agricoltura. La sua nomina ha però diviso il gruppo. Da un lato i suoi sostenitori, tra cui Macron, dall’altro tutti coloro che non dimenticano le sue vecchie posizioni del 2016 contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e a sostegno della famiglia tradizionale. I malumori riguardanti la nomina del rumeno si concentrerebbero soprattutto nell’ala più legata ai valori liberali dell’ex ALDE, che avrebbero preferito la nomina dello svedese Frederick Federley o dell’olandese Sophie in’t Veld. Che la preferenza per la famiglia tradizionale rappresenti un discrimine, e sostanzialmente un ostacolo per la nomina a responsabilità politiche europee, la dice lunga sulla deriva culturale a cui si è giunti in Europa e addirittura in seno ad un gruppo politico detto liberale fino a ieri, se i suoi dirigenti non possono essere liberi di pensarla come vogliono a proposito di famiglia. Oggi quell’aggettivo qualificativo è stato tolto dalla denominazione del gruppo, pare per decisione di Macron, ma quell’eliminazione potrebbe voler dire “o la pensate così, o potete rinunciare a stare con noi”. Con buona pace della libertà di pensiero!

    Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, secondo gruppo con 153 seggi, ha un nuovo presidente. Si tratta dell’eurodeputata spagnola Iratxe Garcia Perez, che dirigerà il gruppo S&D nella prossima legislatura. E’ la seconda donna a presiederlo in 20 anni, dopo l’ex eurodeputata Pauline Green. E’ stata eletta per acclamazione su proposta del capo delegazione italiano David Sassoli. “Siamo tutti d’accordo – ha dichiarato la nuova presidente  nel suo discorso inaugurale – che dobbiamo fornire ai cittadini risposte solide e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea”. Per la nuova eletta, l’Europa deve riacquistare la sua anima sociale e porre le persone e la lotta contro le disuguaglianze al centro della sua azione politica, “basata su standard sociali che ci portano avanti. Siamo in grado di guidare i cambiamenti necessari – ha continuato la Garcia Perez – per continuare a servire i nostri cittadini, garantire standard sociali equi, guidare la lotta contro il cambiamento climatico, migliorare i diritti del lavoro in un’economia sostenibile e essere un faro di libertà e democrazia nel mondo”.

    Ieri sera intanto, Boris Johnson, favorito nella corsa per diventare premier britannico e leader del partito conservatore, ha partecipato per la prima volta ad un dibattito con i suoi quattro contendenti conservatori. L’ex sindaco di Londra, in grande vantaggio nelle “primarie” dei Tory, non ha commesso gaffe, come gli succede spesso, ma nello stesso tempo non ha brillato per le sue idee e per le convinzioni espresse. L’ultima trovata di Johnson è che l’accordo sulla Brexit di Theresa May con l’UE (respinto per ben tre volte dal Parlamento) in realtà, secondo lui, può essere rinegoziato spostando le discussioni sull’annoso confine irlandese nel periodo di transizione, cioè nelle trattative sulle future relazioni che si dovrebbero tenere dopo l’uscita di Londra dall’UE. Forse Johnson dimentica, o fa finta di dimenticare, che Bruxelles e i 27 Paesi membri dell’UE, non accetteranno mai questo punto, come hanno già detto e fatto capire molte volte in passato. Il futuro dell’Irlanda va negoziato prima, non dopo. Secondo Johnson, poi, c’è un margine di manovra con l’UE prima del 31ottobre, la nuova data limite della Brexit. Ma anche questo è un wishful thinking: pare davvero improbabile che dopo due anni di trattative a vuoto, ora improvvisamente si trovi una soluzione, soprattutto con un euroscettico come Johnson, soluzione mai trovata con una May abbastanza moderata. Tutti pensano però che la sua strategia porti ad un’uscita no deal, con tutte le conseguenze che si temono, soprattutto sull’economia e sul confine irlandese. Il dibattito non è stato chiaro e non ha presentato proposte di soluzioni convincenti, diverse da quelle conosciute all’epoca della May. Pare insomma che i politici conservatori non abbiano fatto una gran bella figura. La novità è rappresentata da Rory Stewart, il più europeista di tutti, che al secondo turno a Westminster è balzato al quarto posto con 37 voti, dietro ai 41 di Gove, ai 46 di Hunt e agli inarrivabili 126 di Johnson. Stewart è però sembrato un candidato che difficilmente arriverà in fondo. Johnson insomma pare non avere rivali e ciò per il futuro del Regno Unito e dell’Europa potrebbe essere una cattiva notizia: con lui il NO DEAL è sempre più probabile.

  • La Svezia deciderà se estradare il funzionario cinese accusato di corruzione

    La corte suprema svedese deciderà sulla richiesta di estradizione, da parte della Cina, di Qiao Jingjun, che secondo il Partito comunista cinese sarebbe responsabile di appropriazione indebita di svariati milioni di dollari durante il periodo in cui è stato direttore di un magazzino di cereali ad Henan. Qiao è stato arrestato nei pressi di Stoccolma a giugno del 2018.

    Il caso è monitorato perché la Cina è stata spesso accusata di violazione dei diritti umani e per questo se da un lato i pubblici ministeri svedesi pare sostengano l’autorizzazione all’estradizione di Qiao la sua difesa si sta  invece battendo per evitarla. Il caso creerebbe un precedente in Europa.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) cerca di garantire la protezione dalla tortura e l’accesso ad un processo equo. I critici sono convinti che il processo di Qiao in Cina sarebbe uno show-trial, probabilmente televisivo, con l’imputato che viene istigato alla confessione. Inoltre, se l’estradizione andasse in porto, sarebbe processato da un tribunale speciale secondo un sistema che supervisiona i membri del partito, i lavoratori dello Stato e i funzionari amministrativi e che è completamente separato dal sistema legale tradizionale.

    Il caso svedese si svolge proprio mentre i manifestanti scendono nelle strade di Hong Kong per opporsi ad una nuova legge di estradizione che richiederebbe alle autorità del territorio di espelle i sospettati inviandoli in Cina.

    Il Paese asiatico sta perseguendo la cosiddetta operazione SkyNet, cercando di catturare i fuggiaschi ricercati per corruzione in tutto il mondo, avendo pubblicato una lista con 100 nomi in cui quello di Qiao è al terzo posto.

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