UE

  • Al via la campagna informativa “Siamo Europei e votiamo a Milano”

    Ha preso il via la campagna informativa “Siamo Europei e Votiamo a Milano”, un’iniziativa lanciata all’interno di APProach, progetto finanziato dalla Commissione europea ed organizzata dal Comune di Milano, in partnership con Csv Milano e garagErasmus, per permettere a tutti i cittadini UE residenti a Milano di venire a conoscenza delle procedure da seguire per partecipare alle prossime elezioni amministrative. Il voto è un diritto che dev’essere proprio di ciascun cittadino.

    Tra pochi mesi si svolgerà l’elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale, dei Presidenti dei Municipi e dei Consigli Municipali. Le prossime elezioni amministrative sono l’occasione per una maggiore integrazione dei cittadini europei che vivono in città. Durante i mesi di luglio e agosto 2021, al fine di sostenere e diffondere la campagna informativa per promuovere il diritto di voto dei cittadini e delle cittadine europee a Milano e far loro conoscere le procedure, saranno proposti alcuni eventi in ambito culturale, artistico e sportivo e alcune attività di disseminazione e informazione (in presenza e online), che accenderanno gli interessi dei cittadini milanesi ed internazionali. Il reclutamento dei volontari sarà realizzato dal Comune di Milano, con il supporto organizzativo di garagErasmus e CSV Milano, con l’obiettivo di informare sul diritto di voto dei cittadini europei alle elezioni amministrative e facilitare l’iscrizione alle liste elettorali.

    Di seguito il kit informativo: kit elezioni

  • La Commissione destina alla ricerca 120 milioni di euro per 11 nuovi progetti volti a contrastare il coronavirus e le sue varianti

    Nell’ambito di Orizzonte Europa, il più grande programma europeo di ricerca e innovazione (2021-2027), la Commissione ha selezionato 11 nuovi progetti del valore di 120 milioni di euro per sostenere e consentire attività di ricerca urgenti sul coronavirus e le sue varianti. Questo finanziamento rientra fra le numerose azioni di ricerca e innovazione intraprese per combattere il coronavirus e contribuisce all’azione globale della Commissione volta a prevenire e mitigare l’impatto del coronavirus e delle sue varianti e darvi un’adeguata risposta, in linea con il nuovo piano europeo di preparazione alla difesa biologica denominato HERA Incubator.

    Agli 11 progetti selezionati partecipano 312 équipe di ricerca di 40 paesi, di cui 38 provenienti da 23 paesi al di fuori dell’UE.

    La maggior parte dei progetti si incentrerà su sperimentazioni cliniche per nuovi trattamenti e vaccini e sullo sviluppo di coorti e reti COVID-19 su vasta scala al di là delle frontiere dell’Europa, istituendo collegamenti con le iniziative europee. Altri progetti rafforzeranno e amplieranno l’accesso alle infrastrutture di ricerca che forniscono servizi o sono necessarie per condividere dati, competenze e risorse di ricerca tra i ricercatori, al fine di consentire ricerche sul coronavirus e le sue varianti. Le infrastrutture in questione includono quelle già attive, come la piattaforma europea di dati sulla COVID-19, e le pertinenti infrastrutture europee di ricerca sulle scienze della vita.

    I consorzi selezionati collaboreranno con altri progetti e iniziative pertinenti a livello nazionale, regionale e internazionale per ottimizzare le sinergie e la complementarità ed evitare la duplicazione delle attività di ricerca. Contribuiranno alla costituzione dell’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA), che permetterà all’UE di anticipare e affrontare meglio le pandemie future.

    Nel febbraio scorso la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato l’avvio di un piano europeo di preparazione alla difesa biologica denominato HERA Incubator, volto a preparare l’Europa alla crescente minaccia delle varianti del coronavirus. L’HERA Incubator riunirà scienziati, settore industriale e autorità pubbliche e mobiliterà tutte le risorse disponibili per consentire all’Europa di affrontare questa sfida.

    In aprile la Commissione ha annunciato alcuni nuovi inviti per attività di ricerca urgenti sulle varianti del coronavirus, con una dotazione iniziale di 123 milioni di euro mobilitati nell’ambito del primo finanziamento di emergenza nel quadro di Orizzonte Europa. Sebbene il finanziamento di questi 11 progetti sia subordinato a una decisione finale della Commissione e alla firma nei prossimi mesi delle convenzioni di sovvenzione di Orizzonte Europa, i gruppi di ricerca possono già iniziare i loro lavori.

    La Commissione ha impegnato 1,4 miliardi di euro a favore della risposta globale al coronavirus, di cui 1 miliardo di euro nel quadro di Orizzonte 2020, il precedente programma di ricerca e innovazione dell’UE (2014-2020). I nuovi progetti integreranno quelli precedentemente finanziati nell’ambito di Orizzonte 2020 per combattere la pandemia.

    Fonte: Commissione europea

  • Bruxelles prova a debellare il denaro sporco, che vale l’1% del Pil europeo

    Rappresenta circa l’1% del prodotto interno lordo annuo della Ue. Macchia la reputazione delle istituzioni, erode la fiducia nelle banche e nelle autorità e provoca danni difficili anche da quantificare. Per questo in Europa è venuto il momento di un’azione comune anti-riciclaggio capace di chiudere la porta ai flussi sospetti di denaro sporco che circolano invisibili da un lato all’altro dell’economia europea. “Stiamo parlando di molti miliardi di euro collegati ad attività illecite” che “hanno un impatto su tutta la società” e “ogni scandalo del riciclaggio è uno scandalo di troppo” perciò “il lavoro per chiudere le lacune del nostro sistema finanziario non è ancora finito”, hanno spiegato il vicepresidente dell’esecutivo Ue Valdis Dombrovskis e la commissaria per i Servizi finanziari Mairead McGuinnes presentando alle agenzie di stampa il nuovo pacchetto legislativo.

    Il primo passo è quello di creare una nuova autorità europea (Amla) che rileverà i poteri attualmente detenuti dall’Autorità bancaria europea e supervisionerà direttamente le istituzioni finanziarie transfrontaliere più rischiose. Per le entità non finanziarie ci penseranno invece le autorità nazionali. Che nella nuova agenzia troveranno un centro di coordinamento. Con uno staff di 250 funzionari, l’Amla si occuperà dei proventi del crimine e del traffico di droga, ma anche di elusione, finanziamento del terrorismo, tratta di esseri umani e corruzione. Per la scelta della sede, l’associazione bancaria italiana Abi lo scorso 10 giugno con una lettera del presidente Antonio Patuelli e del direttore generale Sabatini, aveva sollecitato il governo ad assumere l’iniziativa presso l’Unione Europea affinché l’Autorità sia posta in Italia. I vertici Abi sottolineavano che in Germania ha sede la Bce, in Francia l’Autorità bancaria europea, mentre l’Italia finora non ospita alcuna autorità finanziaria europea.

    Nel frattempo, le norme anti-riciclaggio saranno raccolte in un codice unico vincolante sfidando la riluttanza mostrata da alcune capitali in questi anni. “In passato abbiamo avuto una serie di casi di altissimo profilo” e “il problema non è stato risolto”, ha ammesso McGuinness, ricordando gli oltre 200 miliardi di fondi sospetti che tre anni fa transitarono dalle filiali estoni della Danske Bank senza che nessuno se ne accorgesse. E mettendo tutti in guardia che adesso l’Ue intende “assicurarsi che le regole vengano seguite”. Anche nel tech, dove le criptovalute sono sempre più usate per il riciclaggio di denaro virtuale. Per questo tutti i trasferimenti in Bitcoin o simili all’interno dell’Ue dovranno essere tracciabili al pari del denaro reale. Per i pagamenti in contanti invece Bruxelles propone di introdurre un tetto a 10mila euro, pur rispettando i limiti inferiori già presenti in circa 2 terzi degli Stati membri (si va da una soglia di 500 euro in Grecia ai 10mila euro in Repubblica Ceca, passando per i 2mila dell’Italia). Se tutto questo vale all’interno dell’Ue, il resto del mondo comunque non è salvo: dopo le liste nere e grigie dei paradisi fiscali, Bruxelles propone anche nuovi elenchi dei Paesi terzi che non hanno norme adeguate contro il riciclaggio. Con la possibilità di sanzionarli.

  • La Ue va alla resa dei conti con Polonia e Ungheria

    Il tempo degli avvertimenti per Polonia e Ungheria è finito. L’Unione europea ha assestato i suoi colpi in un’offensiva a tutto campo su valori e stato di diritto, la cui estrema conseguenza potrebbe anche portare alla chiusura dei rubinetti dei fondi strutturali del bilancio Ue, di cui Varsavia, con oltre 66 miliardi, è primo beneficiario. Mentre c’è già chi, nel Ppe, evoca lo spettro di una Polexit.

    Nell’incalzare di un clima da resa dei conti finale, si allarga la faglia tra l’Unione ed i due Paesi guidati da regimi populisti di destra, il Pis polacco di Jarosław Kaczyński e l’ungherese Fidesz di Viktor Orban, corteggiati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni all’Eurocamera.

    La sentenza definitiva della Corte europea, che ha bocciato in pieno il sistema disciplinare della giustizia polacca; l’apertura di una procedura d’infrazione contro Polonia e Ungheria per le discriminazioni delle comunità arcobaleno; ed il deferimento di Budapest ai togati del Lussemburgo per violazioni alle norme dei richiedenti asilo sono gli ultimi capitoli dello scontro per il rispetto dello stato di diritto, che dopo anni di sonnolenza si è fatto ormai esplosivo.

    Le lettere di messa in mora inviate alle due capitali per le discriminazioni contro la comunità arcobaleno riguardano la legge che vieta l’accesso a contenuti che promuovono la “divergenza dall’identità del sesso alla nascita, al cambiamento di sesso o all’omosessualità” per i minori di 18 anni nel caso dell’Ungheria, e per le “zone franche Lgbt” in varie regioni e comuni polacchi.

    La mossa, accolta con favore dai capidelegazione all’Eurocamera di Pd, Brando Benifei, e M5S, Tiziana Beghin, dimostra che sui valori Bruxelles non ha intenzione di arretrare di un millimetro. Ma la vera partita si gioca sulla sentenza della Corte Ue che ha sancito come il sistema disciplinare della giustizia polacca “non fornisca tutte le garanzie di imparzialità e indipendenza ed, in particolare, non sia protetto dall’influenza dell’esecutivo”. La questione è molto seria. La Corte costituzionale di Varsavia mercoledì ha provato ad alzare la testa, respingendo le deliberazioni dei togati del Lussemburgo. Ma la risposta di Bruxelles è arrivata a stretto giro: “La legge dell’Unione ha la primazia su quella nazionale. Tutte le decisioni della Corte Ue sono vincolanti”. E ci si aspetta che tutte le decisioni siano applicate”, ha avvertito il portavoce Eric Mamer. In caso contrario l’Esecutivo “non esiterà ad usare i suoi poteri”.

    Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha protestato per il “trattamento” riservato al suo Paese, “peggiore” rispetto ad altri, come Spagna e Germania, e si è unito al suo guardasigilli Zbigniew Ziobro nel definire la sentenza “politica”. Ma se si ostinerà nella ribellione Varsavia potrebbe andare incontro a scenari cupi: da una multa salata all’attivazione del meccanismo dello stato di diritto che blocca l’erogazione dei fondi strutturali europei. E c’è anche di più. Il piano per il Recovery della Polonia, per una dote da 23,9 miliardi di euro, come quello ungherese è ancora in fase di scrutinio. Il periodo di estensione di un mese, richiesto da Varsavia alla sua presentazione, scadrà il 3 agosto. Forse è solo un caso, ma la Corte costituzionale polacca ha fatto slittare la sua risposta al governo di Morawiecki sulla primazia della legge Ue proprio nella stessa data. Da qui ad allora, c’è da scommetterci, impazzeranno i negoziati.

  • Bruxelles chiede all’Italia maggior cooperazione nella lotta alla criminalità

    La lotta alla criminalità e al terrorismo in Europa è una questione delicata interamente basata sulla cooperazione giudiziaria e di polizia dei 27 Stati membri. Uno sforzo comune che di fatto l’Italia ‘ostacola’ fin dal 2011, perché non ha mai aperto le sue banche dati come chiedevano le norme Ue entrate in vigore quell’anno proprio per facilitare le indagini a livello europeo. Per questo motivo la Commissione Ue ha deciso di andare avanti con la procedura d’infrazione già aperta da anni, e ha deferito l’Italia alla Corte Ue. Un passaggio che potrebbe portare a una condanna e a sanzioni pecuniarie se il Governo non si dovesse mettere in regola a breve.

    La Commissione contesta all’Italia di non essersi adeguata alle cosiddette “decisioni di Prum”, cioè quell’insieme di norme fissate dal Consiglio dei ministri dell’Interno della Ue nel 2008, allo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri. Per Bruxelles si tratta di “uno strumento fondamentale nella lotta al terrorismo e alla criminalità”. Esse consentono agli Stati membri di scambiarsi rapidamente informazioni su Dna, impronte digitali e dati nazionali di immatricolazione dei veicoli, permettendo a procura e polizia di identificare i sospetti e di stabilire collegamenti tra i casi penali in tutta l’Unione. Tutte possibilità che l’Italia non ha ancora concesso ai suoi partner europei.

    La Commissione aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia già nel 2011, quando lo scambio di informazioni diventava operativo, e non ricevendo alcuna risposta nel 2017 è passata al secondo passo, inviando un parere motivato, ed esortando l’Italia a rispettare pienamente gli obblighi giuridici. Ma dopo ripetute indagini sui progressi compiuti dal Paese nell’adempimento dei suoi obblighi, “si constata che a tutt’oggi l’Italia ancora non consente agli altri Stati membri di accedere ai propri dati relativi al Dna, alle impronte digitali e all’immatricolazione dei veicoli”, fa sapere la Commissione europea. Ora sarà la Corte a doversi esprimere, ed eventualmente ad imporre sanzioni se il Governo non agirà in fretta.

    Ma la cooperazione giudiziaria non è l’unico fronte aperto per l’Italia nel settore della giustizia. Bruxelles ha aperto anche una nuova procedura d’infrazione perché la legislazione nazionale applicabile ai magistrati onorari “non è pienamente conforme al diritto del lavoro dell’Ue”. La Commissione ricorda che diverse categorie di magistrati onorari, quali i giudici onorari di pace, i viceprocuratori onorari (Vpo) e i giudici onorari di tribunale (Got), non godono dello status di “lavoratore” in base al diritto nazionale italiano, ma sono considerati volontari che prestano servizi a titolo “onorario”. Non avendo lo status di lavoratore, “non godono della protezione offerta dal diritto del lavoro dell’Ue e risultano penalizzati dal mancato accesso all’indennità in caso di malattia, infortunio e gravidanza, dall’obbligo di iscriversi presso il fondo nazionale di previdenza sociale per i lavoratori autonomi, nonché da divari retributivi, dalla discriminazione fiscale e dal mancato accesso al rimborso delle spese legali sostenute durante procedimenti disciplinari e al congedo di maternità retribuito”. L’Italia ha 2 mesi per adottare le misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato.

  • L’inquinamento ideologico

    Il terzo millennio ha assistito al trasferimento del furore ideologico e rivoluzionario dalle tematiche politiche a quelle etiche ed ambientaliste. Dal crollo del muro di Berlino agli ultimi disordini di Cuba la volontà politica rivoluzionaria ha perso ogni riferimento istituzionale e politico reale (rimane solo la Corea del Nord) e come logica conseguenza per la propria stessa sopravvivenza ed esistenza “in vita” ha dirottato il proprio furore verso scenari etici ed ambientalisti. Dimostrando, comunque, anche in questi casi la assoluta intransigenza classica delle forze rivoluzionarie e sovversive che non intendono mediare minimamente alla ricerca di un consenso democratico ma semplicemente imporre le proprie idee sic et nunc.

    La vicenda del decreto Zan dimostra essenzialmente quanto granitico contemporaneamente antidemocratico possa risultare l’atteggiamento di chi intenda imporre una legge nella medesima forma in cui è stata ideata invece di cercare una mediazione democratica.

    In ambito ambientalista, tuttavia, lo spirito rivoluzionario sia in Italia che in Europa trova uno nuovo spazio tanto ampio quanto inversamente proporzionale alla competenza espressa. La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha indicato nel 2035 il “traguardo” per imporre il divieto di vendita di autovetture endotermiche al fine di abbassare del 50% (?) le emissioni di CO2. Francamente si ignora ancora oggi per quale sconosciuta proprietà transitiva le competenze in ambito delle politiche familiari (maturate come ministro in Germania) possano essersi trasformate in pochi anni in quelle relative alla sostenibilità. Tant’è, una dichiarazione che ha trovato ovviamente il consenso di tutti gli schieramenti politici i quali, come scritto prima, orfani di modelli istituzionali e politici di riferimento ora si gettano anima e corpo in quelle ambientaliste per combattere l’ultima battaglia “rivoluzionaria” possibile e contemporaneamente giustificare la propria esistenza.

    All’interno della complessa tematica ambientalista, tuttavia, risulterebbe opportuno che tanto la presidente della Commissione europea quanto i dotti leader politici ora novelli ecologisti cominciassero ad abbandonare la deriva ideologica legata all’ambientalismo talebano per entrare finalmente nell’ambito della conoscenza e dell’approfondimento. Solo in questo caso, infatti, questi potrebbero apprendere come da un rapporto pubblicato da “Transport & Environment” (*) [sintesi delle principali associazioni europee per la lotta all’inquinamento] nel 2017 le 203 navi da crociera abbiano consumato 2.367 chilotonnellate di carburante (1 chilotonnellata uguale 1.000 tonnellate) emettendo 10.286 chilotonnellate di CO2 unite a 10 chilotonnellate di zolfo (SOx) e 10 chilotonnellate di particolato (PM) (*). Quindi, ai vettori navali croceristici vengono attribuite oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 pari alla quantità emessa dagli stati di Lussemburgo, Lettonia e Cipro uniti e soprattutto pari a 20 volte le emissioni dei 260 milioni di auto circolanti in Europa. Inoltre, sempre in rapporto alla rilevazione del 2017 delle 203 navi da crociera si ricorda come il settore marittimo utilizzi un carburante marino con una percentuale di zolfo pari allo 0,1% per litro: 100 volte superiore a quello utilizzato dalle autovetture che per legge risulta pari allo 0,001% per litro. Questo limite può arrivare fino al 1,5% se si naviga al di fuori delle aree marine protette ma addirittura al 3,5% per le navi cargo, quindi 3.500 volte superiore al limite imposto per autovetture (*).

    Questo strabismo, espressione di un approccio squisitamente ideologico, viene confermato anche quando vengono analizzate le emissioni del settore aeronautico. Anche in questo caso alcuni dati possono risultare oltre che chiarificatori anche preziosi. Va ricordato, per cominciare, come una giornata di lavoro di un aeroporto equivalga all’emissione di oltre 350.000 autovetture, mentre gli aerei commerciali generano all’anno oltre 600 milioni di tonnellate di CO2 con la particolarità del settore aereo di scaricare direttamente anche l’ossido di azoto direttamente nella stratosfera.

    Il settore aeronautico privato usufruisce, inoltre, dell’assoluta esenzione di accise ed inoltre le sue dinamiche delle emissioni non rientrano nel protocollo di Kyoto tra quelle da ridurre, al contrario del settore automobilistico (*). In questo senso, allora, basti ricordare come per ogni passeggero il trasporto aereo emetta 285 mg di CO2 mentre risultano 42 mg per il trasporto su ruota (**).

    Ovviamente, per continuare, tanto alla presidente della Commissione europea quanto ai burocrati che la sostengono risulterà, inoltre, assolutamente sconosciuto il rapporto della divisione motori del CNR (****), il massimo istituto di ricerca italiano, il quale, confrontando i diversi parametri di compatibilità ambientale applicati tanto al ciclo di produzione (1)  quanto alle emissioni (2) ed al ciclo di smaltimento (3),  è arrivato alla conclusione di come il motore diesel risulti meno impattante nell’ambiente rispetto ad un auto elettrica

    (https://valori.it/il-diesel-inquina-meno-dellelettrico-una-sorprendente-analisi-del-cnr-spiega-perche/) (***).

    Questi pochi dati dimostrano essenzialmente come da una parte l’azione di lobbysmo esercitata dal settore aereonautico, non solo dalle compagnie aeree ma soprattutto dalle aziende produttrici di aeromobili che spesso vedono impegnato anche capitale pubblico, abbia ottenuto una “tutela politica” il cui costo risulta interamente a carico del settore automobilistico. Inoltre la scellerata dichiarazione del Presidente della Commissione europea dimostra l’assoluta irresponsabilità in quanto, di fatto, bloccherà o quantomeno condizionerà ogni investimento e miglioramento tecnologico dei motori endotermici con conseguenti disastrose ricadute occupazionali per l’intera e complessa filiera produttiva

    A questi costi economici e sociali diretti si dovranno aggiungere anche i vantaggi competitivi per le altre aree macroeconomiche le quali si guardano bene dall’applicare dei protocolli così granitici anche per le terribili conseguenze economiche e sociali. In molti di questi, infatti, non viene negato il valore della movimentazione elettrica, specialmente in ambito urbano e quindi il valore di un nuovo impulso all’auto elettrica, ma contemporaneamente non vengono di certo penalizzate assolutamente le automobili endotermiche. Una valutazione totalmente corretta se considerato il difficile momento dell’economia mondiale legato agli effetti della pandemia da covid-19.

    Nella vecchia Europa, invece, e nel nostro Paese l’ideologia ecologista rappresenta la nuova versione 4.0 di uno schieramento politico ben identificato, già sconfitto dalla storia, come la vicenda di Cuba dimostra in questi giorni.

    Tuttavia, la traslazione dei medesimi ed obsoleti principi politici ed ideologici, i quali nulla hanno a che fare con la “transizione ecologica”, produrrà in questo caso degli effetti disastrosi da qui al 2035 lasciando completamente invariato il problema dell’inquinamento espressione, come ampiamente dimostrato, di cause diverse dall’auto privata. In questo senso, quindi, ci si trova di fronte non tanto ad una forma di classica ignoranza della relazione causa-effetto quanto alla sua stessa negazione come evidente espressione di un approccio assolutamente ideologico privo di contenuti e conoscenza e magari probabilmente condizionato anche da interessi corporativi.

    Un comportamento di una classe politica e burocratica europea e italiana supportato da schieramenti politici assolutamente pericolosi in quanto non in grado, forse anche per una propria disonestà intellettuale, di entrare nelle logiche complesse e soprattutto nelle cause articolate di un fenomeno mondiale come quello dell’inquinamento.

    In questo contesto caratterizzato da problematiche complesse legate anche alle conseguenze economiche e sociali della pandemia l’approccio ideologico alle tematiche di sostenibilità rappresenta la peggiore forma di inquinamento con effetti disastrosi di gran lunga superiori a quelli dei carburanti fossili.

    (*) fonti: www.lescienze.it, www.rinnovabili.it, www.noGeoingegnerie.com, www.TransportEnvironment.org

    (**)   www.infodata.ilsole24ore..com

    (***) www.im.cnr.it

    (****) www.cnr.it

  • Azione dell’UE sui diritti dei bambini: un investimento per il futuro

    Il 31 maggio il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha tenuto un’audizione sul tema La strategia dell’UE sui diritti dell’infanzia e lgaranzia europea per l’infanzia, per esaminare le due iniziative della Commissione europea volte a proteggere meglio tutti i bambini.

    Al centro della strategia dell’UE sui diritti del bambino ci sono varie priorità, quali la partecipazione alla vita politica e democratica, la giustizia a misura di bambino, la lotta alla violenza, la società digitale e dell’informazione e l’inclusione socioeconomica. Sebbene il 18,3% della popolazione totale dell’UE e un terzo della popolazione mondiale sia costituito da bambini, i loro diritti sono spesso trascurati. Oltre il 22% dei bambini nell’UE è a rischio di povertà ed esclusione sociale, nel mondo, il 9,6% di loro è costretto al lavoro minorile. Sono spesso vittime di violenza, sia offline che online, come dimostrano le statistiche: metà di tutti i bambini nel mondo subiscono violenza ogni anno. Nel 2020, il 33% delle ragazze e il 20% dei ragazzi ha riscontrato contenuti inquietanti online una volta al mese.
    La pandemia ha speso reso più difficoltosa la vita dei bambini ed è sempre più provabile che i problemi si acuiranno per i piccolo che provengono da famiglie a basso reddito e da ambienti svantaggiati. La crisi ha anche messo a dura prova la loro salute mentale, con 1 bambino su 5 che dichiara di sentirsi sempre triste.

    Per rispondere alle esigenze dei bambini svantaggiati e vulnerabili, la strategia dell’UE sui diritti del bambino sarà integrata dalla garanzia per l’infanzia: un’iniziativa faro del pilastro europeo dei diritti sociali.
    La garanzia per l’infanzia obbliga gli Stati membri a elaborare piani d’azione nazionali per il periodo fino al 2030. Essi dovranno proporre misure specifiche per i bambini bisognosi, compresi i bambini senzatetto, quelli con disabilità o migranti o appartenenti a minoranze razziali come i rom, e i bambini in accoglienza eterofamiliare o in una situazione familiare precaria.
    Le misure dovrebbero essere orientate a garantire il loro libero accesso all’educazione e cura della prima infanzia, all’istruzione e alle attività scolastiche, almeno un pasto sano ogni giorno di scuola, assistenza sanitaria, alimentazione sana e alloggi adeguati.

  • Gli animali da compagnia provenienti da Paesi Terzi soppressi? L’UE non conosce i dati esatti

    Gli eurodeputati Olivier Chastel e Frédérique Ries hanno chiesto alla Commissione Europea i dati sul numero di animali da compagnia provenienti da Paesi Terzi soppressi ai sensi del Regolamento europeo sui movimenti a carattere non commerciale degli animali da compagnia (articolo 35 del Reg CE n.576/2013).
    Il regolamento prevede che siano eseguiti controlli documentali sui movimenti di pets da un paese extra UE. I controlli devono accertare la conformità della movimentazione alle regole dell’UE, anche mettendo l’animale da compagnia a disposizione delle autorità compenti qualora richiesto.  In caso di non conformità, l’animale in questione può essere rispedito nel Paese di provenienza, oppure isolato per accertamenti sanitari o di identificazione, oppure essere soppresso.
    Il regolamento infatti stabilisce che “in ultima istanza, qualora non sia possibile rispedirlo o l’iso­lamento non sia praticabile” il veterinario ufficiale, previa consultazione con il proprietario e se necessario può “sopprimere l’animale da compa­gnia in conformità delle norme nazionali applicabili in ma­teria di protezione degli animali da compagnia durante l’ab­battimento”.
    I due deputati belgi hanno anche chiesto in che misura venga consultato il proprietario dell’animale e in che modo la Commissione garantisca che la soppressione sia davvero l’ultima opzione.
    La Commissaria europea alla salute Stella Kyriakides, nella sua risposta, ha fatto sapere che la Commissione non dispone di dati in proposito e che gli Stati Membri non sono tenuti a trasmetterli. Il diritto europeo prevede che “ove necessario, l’autorità competente si consulti con il proprietario o con la persona autorizzata sulle misure da adottare quando dai controlli emergono non conformità” (articolo 35 del regolamento (CE) n. 576/2013). Anche “la portata di questa consultazione dipende dall’autorità competente”, alla quale spetta” decidere quando l’opzione di sopprimere l’animale è l’estrema misura applicabile”.

    Fonte: @anmvioggi

  • Washington esorta la Ue a spendere di più per la ripresa

    Il Next Generation EU, con le sue sovvenzioni a fondo perduto, è un passo storico per l’Unione europea ma potrebbe non bastare a mettere il turbo alla ripresa, quindi l’Europa deve prepararsi a spendere di più. L’invito a tenere ancora alti gli stimoli e gli aiuti all’economia arriva dagli Usa, ed è la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, a consegnarlo direttamente nelle mani dei responsabili delle economie della zona euro, o nel giorno in cui hanno valutato se e quando mettere fine agli aiuti a pioggia e passare a sostegni più mirati, proprio per tornare progressivamente a politiche di bilancio prudenti.

    “Siamo tutti d’accordo che l’incertezza rimane alta. In questo contesto, è importante che l’orientamento di bilancio rimanga di sostegno fino al 2022. In futuro, è importante che gli Stati membri prendano seriamente in considerazione ulteriori misure di bilancio per garantire una solida ripresa nazionale e globale”, ha detto Yellen partecipando alla riunione dell’Eurogruppo. La segretaria al Tesoro si è spinta oltre, invitando la zona euro, che in autunno riavvierà la discussione sulla revisione del Patto di Stabilità, a creare “un quadro Ue di bilancio con flessibilità sufficiente per consentire ai Paesi di rispondere con forza alle crisi e di investire”, e che non porti “a risultati economici pro-ciclici”.

    L’Eurogruppo non si è scomposto di fronte alle sollecitazioni del ritrovato alleato americano, e conferma la strada intrapresa da mesi: serve “un orientamento di bilancio che sostiene l’economia, e il sostegno pianificato è considerato sufficiente per ora”, ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe al termine della riunione. I ministri si sono confrontati già da qualche tempo sul passaggio dalle misure d’emergenza a quelle più mirate che è già “gradualmente in corso”. Il presidente ha fatto solo riferimento alla necessità di avere “la giusta flessibilità per adattare le politiche” qualora dovessero esserci ricadute dovute ad esempio a nuove varianti che tengono tutti con il fiato sospeso. “Ma su questo torneremo dopo l’estate”, ha assicurato. Anche perché in autunno, ha ricordato il commissario all’economia Paolo Gentiloni, ripartirà ufficialmente la discussione sulla revisione del Patto, che terrà impegnata la zona euro nel 2022, prima che torni in vigore il vecchio quadro di bilancio. L’obiettivo è proprio adattare le regole alla nuova situazione, per evitare che pesino come un macigno su bilanci già provati dalla crisi

    La visita della Yellen all’Eurogruppo è stata anche l’occasione per l’Ue per ‘accontentare’ gli Usa sulla digital tax.: Bruxelles sospende il lavoro per una web tax europea, che avrebbe dovuto aumentare le risorse proprie del bilancio comune, per favorire il lavoro in corso all’Ocse e al G20 per una riforma globale della tassazione delle imprese, cercando un accordo entro ottobre. Nonostante l’intesa al G20 di Venezia, i dettagli non saranno facili da definire, anche perché alcuni Paesi europei, come Irlanda, Ungheria ed Estonia, sono ancora contrari.

  • L’UE lancia il progetto pilota “Women TechEU”: portare le donne in prima linea nel settore delle tecnologie superavanzate

    La Commissione europea ha lanciato “Women TechEU“, un nuovo programma dell’UE che sostiene le start-up a guida femminile “superavanzate” dal punto di vista tecnologico per aiutarle a diventare futuri campioni di tecnologia. Il sostegno rientra nel nuovo programma sugli ecosistemi dell’innovazione di Orizzonte Europa ed è stato ulteriormente incentivato dal Consiglio europeo per l’innovazione (CEI).

    Le statistiche evidenziano che attualmente solo il 15 % delle start-up innovative è fondato o cofinanziato da donne, mentre appena il 6% ha gruppi fondatori composti da sole donne. Queste imprese guidate da donne raccolgono meno capitale di rischio rispetto alle loro controparti composte da soli uomini, compresi gli investimenti essenziali nella fase iniziale; anche i loro introiti tendono ad essere inferiori. In tutta Europa solo il 5 % circa del capitale di rischio è destinato a gruppi composti da giovani imprenditrici e imprenditori, e appena il 2 % a gruppi composti solo da donne.

    Women TechEU punta a combattere tale divario di genere in materia di innovazione sostenendo le start-up a guida femminile durante le fasi iniziali e più rischiose. Il sostegno finanziario per le start-up guidate da donne prevede sovvenzioni pari a 75.000 euro nonché l’offerta di coaching e tutoraggi di eccellenza attraverso il programma EIC Women Leadership. Anche il programma EIC Accelerator è rivolto anche alle start-up guidate da donne, ma il nuovo regime “Women TechEU” si contraddistingue perché offre sostegni nella fase iniziale e formativa delle imprese, puntando ad aumentare il numero di donne che lanciano una propria start-up.

    Saranno fino a 50 le start-up a tecnologia avanzata più promettenti (sia negli Stati membri dell’UE che nei paesi associati) a ricevere finanziamenti nell’ambito del primo invito pilota “Women TechEU” che si concluderà il 10 novembre 2021.

    Fonte: Commissione europea

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