UE

  • “Minority SafePack”: la Commissione risponde all’iniziativa dei cittadini europei

    La Commissione europea ha risposto all’iniziativa dei cittadini europei “Minority SafePack – un milione di firme per la diversità in Europa”, la quinta iniziativa dei cittadini andata a buon fine che ha ottenuto il sostegno di oltre un milione di persone in tutta l’UE.

    L’iniziativa mira a migliorare la protezione delle persone appartenenti a minoranze nazionali e linguistiche. La risposta della Commissione valuta attentamente le proposte avanzate dagli organizzatori, illustrando in che modo la legislazione dell’UE vigente e recentemente adottata sostiene i diversi aspetti di questa iniziativa. La risposta delinea ulteriori azioni di follow-up.

    L’inclusione e il rispetto dell’ampia diversità culturale dell’Europa sono una delle priorità e degli obiettivi della Commissione europea. Negli ultimi anni, da quando l’iniziativa è stata inizialmente presentata nel 2013, è stata adottata un’ampia gamma di misure riguardanti diversi aspetti delle proposte in essa contenute. La comunicazione valuta ciascuna delle nove proposte sulla base dei suoi meriti, tenendo conto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. Non vengono proposti altri atti giuridici, ma la piena attuazione della legislazione e delle politiche già in vigore costituisce un potente arsenale per sostenere gli obiettivi dell’iniziativa.

    L’iniziativa dei cittadini europei Minority SafePack chiede l’adozione di una serie di atti giuridici per migliorare la protezione delle persone appartenenti a minoranze nazionali e linguistiche e rafforzare la diversità culturale e linguistica nell’Unione.

    Gli organizzatori, il 10 gennaio 2020, hanno ufficialmente presentato alla Commissione la loro iniziativa che è riuscita a raccogliere 1 128 422 dichiarazioni di sostegno valide e ha raggiunto le soglie necessarie in 11 Stati membri. Il 5 febbraio 2020 la Commissione ha incontrato gli organizzatori.

    Il 15 ottobre 2020 gli organizzatori hanno presentato la loro iniziativa e le relative proposte nel corso di un’audizione pubblica organizzata presso il Parlamento europeo. La Commissione disponeva quindi di 3 mesi per adottare una comunicazione in cui esporre le sue conclusioni giuridiche e politiche sull’iniziativa.

    L’iniziativa Minority SafePack è stata discussa nella sessione plenaria del Parlamento europeo del 14 dicembre 2020. Nella risoluzione adottata il 17 dicembre 2020, il Parlamento europeo ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa.

  • La Commissione avvia la fase di progettazione del Nuovo Bauhaus europeo

    La Commissione ha avviato la fase di progettazione dell’iniziativa Nuovo Bauhaus europeo annunciata dalla Presidente von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione 2020. Il Nuovo Bauhaus europeo è un progetto ambientale, economico e culturale che mira a combinare design, sostenibilità, accessibilità, anche sotto il profilo economico, e investimenti per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo. I valori fondamentali del Nuovo Bauhaus europeo sono quindi sostenibilità, estetica e inclusività. La fase di progettazione intende sfruttare un processo di cocreazione per plasmare il concetto esaminando le idee, individuando le esigenze e le sfide più urgenti, e collegare tra loro i portatori d’interessi. Come elemento della fase di progettazione, questa primavera la Commissione avvierà la prima edizione del premio Nuovo Bauhaus europeo.

    La fase di progettazione sfocerà nell’apertura degli inviti a presentare proposte nell’autunno prossimo per dare vita alle idee del Nuovo Bauhaus europeo in almeno cinque sedi negli Stati membri dell’UE, grazie all’impiego di fondi dell’UE a livello nazionale e regionale.

    Il nuovo Bauhaus europeo è un’iniziativa creativa che abbatte i confini tra scienza e tecnologia, arte, cultura e inclusione sociale, per consentire al design di trovare soluzioni ai problemi quotidiani.

    Sul sito web dedicato lanciato oggi, artisti, designer, ingegneri, scienziati, imprenditori, architetti, studenti e chiunque sia interessato possono mettere in comune esempi di iniziative stimolanti per il Nuovo Bauhaus europeo, idee su come configurarlo e sui futuri sviluppi, e anche le difficoltà, i dubbi, le sfide.

    Comincia qui un processo innovativo di coprogettazione. Le organizzazioni che desiderano rafforzare il proprio impegno in questo processo possono diventare “partner del Nuovo Bauhaus europeo” rispondendo all’invito sul sito web.

    Nei prossimi mesi la Commissione assegnerà premi agli esempi proposti che rappresentano l’integrazione dei valori fondamentali dell’iniziativa e che possono animare il dibattito sui luoghi in cui viviamo e la loro trasformazione.

    Nella prossima fase dell’iniziativa, quella di “realizzazione”, saranno avviati cinque progetti pilota per coprogettare nuove soluzioni che siano sostenibili, inclusive e abbinate allo stile. La terza fase sarà quella di “diffusione” delle idee e dei concetti che definiscono il nuovo Bauhaus europeo attraverso nuovi progetti, la creazione di reti e la condivisione delle conoscenze, in Europa e altrove.

     

  • La Ue introduce pedaggi autostradali più cari per veicoli più datati e inquinanti

    La Commissione europea vuole legare i pedaggi autostradali alle emissioni di CO2 dei veicoli, così da premiare chi inquina meno, incoraggiare l’uso di motori elettrici o ibridi e promuovere l’ammodernamento dei veicoli in circolazione (nel 2018 l’età media nell’Ue andava dai 10,8 anni delle autovetture ai 12,4 dei camion; in Italia siamo più o meno sul valore medio).

    L’idea stuzzicava i vertici dell’Unione già da tre anni (concepita all’inizio solo per i mezzi pesanti, si è estesa gradualmente alle automobili) e ha appena avuto il via libera dalla Commissione La normativa approvata dovrà essere recepita entro il 2022 dagli Stati dell’Ue. Ogni Paese per proprio conto potrà decidere quali dovranno essere i parametri con cui applicare la sovrattassa, tenendo conto della regola generale. Nel 2018 il Parlamento europeo aveva avviato una modifica dei pedaggi per camion e pullman, incoraggiando l’adozione della tariffa autostradale a chilometro, nell’Ue già in vigore da tempo in Italia, Francia, Croazia, Polonia, Spagna, Portogallo e Grecia, mentre in altri Paesi si usano le cosiddette vignette a prezzo fisso (Austria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) e in altri ancora non si paga nulla (Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca).

    La Commissione europea ha deciso di accelerare i tempi, che in precedenza prevedevano nell’Unione la riforma dei pedaggi per i mezzi pesanti dal 2023, per le auto dal 2026 e per i veicoli commerciali leggeri dal 2027. Le indicazioni della stessa Commissione prevedono uno sconto fino al 75% per i veicoli che inquinano meno.

  • 300 milioni di euro di investimenti UE per promuovere l’innovazione nel settore spaziale

    La Commissione e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) annunciano un investimento di 300 milioni di euro nel settore spaziale, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, a sostegno dell’innovazione nel settore. La partecipazione del FEI è sostenuta dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), il pilastro principale del piano di investimenti per l’Europa. Questo investimento riguarda due fondi incentrati sulla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equità sostenuto dall’UE nel settore spaziale, InnovFin Space Equity Pilot. Orbital Ventures, un fondo paneuropeo seed e early stage, si concentra sulle tecnologie spaziali tra cui downstream (comunicazioni, crittografia, archiviazione ed elaborazione dei dati, geolocalizzazione, osservazione della terra) e upstream (hardware spaziale, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Primo Space, un investitore italiano che si occupa di trasferimento di tecnologia in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito di questo progetto pilota. Il FEI sta ora aumentando il proprio sostegno. Il fondo è uno dei primi per il trasferimento tecnologico focalizzato solo sulle tecnologie spaziali in Europa e il primo in Italia. Investe in progetti o aziende proof-of-concept, seed e early stage, e promuoverà la commercializzazione di innovazioni rivoluzionarie nell’industria spaziale in Europa.

  • La Commissione approva il regime italiano modificato per sostenere le aziende colpite dall’epidemia di coronavirus

    La Commissione europea ha riscontrato che la modifica dell’attuale regime italiano di sovvenzioni dirette per supportare le aziende attive a livello internazionale colpite dall’epidemia di coronavirus è in linea con il quadro temporaneo. Il regime originale è stato approvato dalla Commissione il 31 luglio 2020. Il 10 dicembre 2020 la Commissione ha approvato la proroga del regime fino al 30 giugno 2021. L’Italia ha notificato un aumento del bilancio totale stimato del regime di 828 milioni di euro, il che significa un aumento del bilancio totale da 300 milioni di euro a 1,128 milioni di euro. Analogamente al regime originale, il regime modificato continuerà a sostenere le società ammissibili facilitando il loro accesso alla liquidità e non assumerà la forma di aiuti all’esportazione condizionati alle attività di esportazione in quanto non è vincolato a contratti di esportazione concreti. La Commissione ha concluso che il regime, così come modificato, resta necessario, appropriato e proporzionato per porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro, in linea con l’articolo 107 e le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare, il sostegno continuerà a non superare gli 800.000 euro per impresa e il regime è limitato nel tempo fino al 30 giugno 2021. Su questa base, la Commissione ha approvato la misura ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato.

  • COVID-19: la Commissione sostiene i servizi trasfusionali per aumentare la raccolta di plasma da convalescenti

    La Commissione europea ha selezionato 24 progetti che svilupperanno nuovi programmi, o amplieranno quelli esistenti, per la raccolta di plasma da donatori guariti dalla COVID-19. Le donazioni di plasma saranno utilizzate per la cura dei pazienti affetti dalla malattia. Queste sovvenzioni sono il risultato di un invito, rivolto lo scorso luglio a tutti i servizi trasfusionali pubblici e senza scopo di lucro dell’UE e del Regno Unito, a richiedere finanziamenti per l’acquisto di attrezzature per la raccolta del plasma. L’azione è finanziata attraverso lo strumento per il sostegno di emergenza, per un totale di 36 milioni di €. I progetti, che saranno realizzati in 14 Stati membri* e nel Regno Unito, hanno carattere nazionale o regionale e, nella maggior parte dei casi, comporteranno la distribuzione di fondi a un gran numero di centri locali di raccolta del sangue o del plasma (oltre 150 in totale).

    Le sovvenzioni sosterranno l’acquisto di apparecchi per la plasmaferesi e relative attrezzature, compresi kit per la raccolta e attrezzature di stoccaggio, e contribuiranno alle spese per i test di laboratorio e la caratterizzazione del plasma e per i cambiamenti organizzativi all’interno dei centri trasfusionali. Sono pervenute richieste da 14 Stati membri e dal Regno Unito e in tutti questi paesi sono stati selezionati progetti che riceveranno finanziamenti.

    Il trattamento consiste nella trasfusione a pazienti malati di plasma da convalescenti per aumentarne l’immunità e la capacità di combattere il virus. Il plasma può inoltre essere fornito all’industria per la purificazione degli anticorpi al fine di produrre un medicinale contro la COVID-19 (immunoglobulina).

    L’efficacia di entrambi questi approcci è oggetto di studio a livello mondiale, anche nell’ambito di progetti di ricerca dell’UE finanziati da Orizzonte 2020, Questi due potenziali trattamenti si basano sulla raccolta di grandi quantitativi di plasma da convalescenti donato da pazienti guariti.

    I risultati preliminari sono promettenti: le prove mostrano segni di efficacia e un’incidenza molto bassa di reazioni avverse. Altri risultati delle sperimentazioni cliniche complete arriveranno a breve, ma quelli disponibili finora suggeriscono che la trasfusione precoce di plasma contenente elevate concentrazioni di anticorpi è estremamente efficace nel ridurre la mortalità dei pazienti. È dunque opportuno raccogliere il maggior numero possibile di donazioni di plasma da convalescenti per garantire che quello più ricco di anticorpi possa essere somministrato ai pazienti. Le donazioni non adatte a questo scopo possono essere utilizzate per altre terapie trasfusionali e per la fabbricazione di altri medicinali essenziali.

    Attualmente i servizi trasfusionali pubblici e la Croce Rossa raccolgono per lo più donazioni di sangue intero da cui il plasma viene poi separato. Questo sistema di raccolta è molto meno efficiente della plasmaferesi, un processo in cui il plasma è prelevato dal donatore mentre gli altri componenti del sangue gli sono restituiti. Con la plasmaferesi, un singolo prelievo consente di ottenere dai donatori volumi di plasma più elevati; inoltre la donazione di plasma può essere effettuata ogni 2 settimane, mentre quella di sangue intero ogni 3-4 mesi.

    Lo strumento per il sostegno di emergenza (Emergency Support Instrument, ESI), adottato dal Consiglio nell’aprile 2020, consente al bilancio dell’UE di intervenire per fornire un sostegno di emergenza: in tal modo l’Unione nel suo complesso è posta nelle condizioni di affrontare le conseguenze umane ed economiche di una crisi come la pandemia in corso.

    L’ESI dota l’UE di un’ampia gamma di strumenti per sostenere gli sforzi degli Stati membri tesi ad affrontare la pandemia di COVID-19, rispondendo a esigenze che possono essere meglio affrontate in modo strategico e coordinato a livello europeo.

  • Accordo “di principio” tra Ue e Cina sugli investimenti

    Cina e Unione Europea hanno raggiunto un accordo “di principio” sugli investimenti, che pone fine a 7 anni di negoziati tra Pechino e Bruxelles. L’accordo raggiunto ha “un grande significato economico”, recita una nota dell’Unione Europea e “lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”. L’intesa servirà a “riequilibrare” il commercio e gli investimenti tra Cina e Unione Europea e prevede una “piena attuazione” degli accordi di Parigi in materia di clima e ambiente: ci saranno, poi, un “robusto meccanismo” di applicazione e monitoraggio, garanzie nei campi del trasferimento di tecnologia contro “pratiche distorcenti”, e “chiari obblighi” per le imprese statali cinesi. Per Pechino, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante” e “stimolerà con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”, ha dichiarato il presidente cinese, Xi Jinping.

    L’intesa è stata siglata in un incontro in video collegamento tra il presidente cinese e i vertici Ue, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la cancelliera tedesca Angela Merkel, in qualità di presidente di turno; all’incontro c’era però anche il presidente francese, Emmanuel Macron e proprio la partecipazione del capo dell’Eliseo, la cui presenza non era giustificata dal formato dell’evento, è stata accolta con “sorpresa” dall’Italia, che “era a conoscenza della volontà di Macron di inserirsi” ma sperava che questo scenario venisse evitato.

    L’Accordo Complessivo sugli Investimenti (Cai) è “un grande passo avanti” che “ristabilisce l’equilibrio” nei rapporti tra Ue e Cina, dando alle imprese europee “un forte impulso” sul mercato cinese, ha commentato il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. Il risultato di oggi, ha aggiunto, non risolve tutte le difficoltà nel rapporto con la Cina – che Bruxelles considera un “rivale sistemico”- anche se “lega Pechino a impegni significativi nella giusta direzione, più di quanto si sia mai detta d’accordo a fare prima”. La Cina assicura che l’intesa si applicherà a tutti i campi, ha dichiarato il portavoce del Ministero del commercio di Pechino, Gao Feng, con nuove opportunità soprattutto nei settori del manifatturiero avanzato, dello sviluppo verde e dei servizi. Lanciati ufficialmente nel novembre 2013, i negoziati tra Cina e Ue sono cominciati ufficialmente a gennaio 2014 e si sono protratti per 36 round di colloqui. L’ultimo scoglio riguardava il rispetto degli standard internazionali in materia di diritto del lavoro, che Pechino promette di osservare, nonostante permangano ancora molti dubbi da parte dell’Ue (e degli Usa).

    La Cina è oggi il principale partner commerciale dell’Unione europea e l’accordo giunge a poche settimane dall’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, che ha promesso un maggiore coinvolgimento degli alleati internazionali per esercitare pressioni sulla Cina. Il suo team aveva espresso preoccupazione in vista dell’accordo e il consigliere per la sicurezza nazionale scelto dal presidente eletto, Jake Sullivan, aveva chiesto preventive “consultazioni” con i partner europei sulle pratiche economiche di Pechino: un richiamo rivolto soprattutto alle accuse di sfruttamento del lavoro forzato nella regione autonoma dello Xinjiang, nel mirino dei sospetti internazionali di violazioni dei diritti umani e detenzioni di massa. Per Pechino, però, l’accordo – che dovrà essere tradotto, ratificato dai 27 membri dell’Unione e approvato dal Parlamento europeo – manda un messaggio di vittoria del multilateralismo all’amministrazione Usa entrante. La Cina, ha detto Gao, “rimane impegnata nel nuovo paradigma di sviluppo e nell’espansione delle aperture. Vogliamo cooperare con tutte le parti, inclusi gli Stati Uniti, per uno scenario di benefici reciproci”.

  • L’Onu vuole schierare gli osservatori in Libia

    Una missione internazionale di osservatori in Libia per spingere al rispetto di un cessate il fuoco ad alto rischio di essere spazzato via da nuovi venti di una guerra. E’ l’iniziativa senza precedenti che ha preso il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, inviando una lettera ai Paesi membri dell’organizzazione mondiale per chiedere di nominare loro osservatori da inviare, ma senza armi, nel Paese nordafricano in preda a un caos intermittente ormai da un decennio.

    Secondo informazioni rilanciate da media internazionali, tra cui il Guardian, la missione dovrebbe controllare il rispetto sia della tregua concordata a ottobre, sia del quasi ignorato embargo sulle armi. La presenza degli osservatori punta anche a spingere i leader politici del Paese a mettere a punto un meccanismo per eleggere un nuovo governo.

    E’ la prima volta che l’Onu intraprende la via di iniziative ‘sul terreno’ per garantire il rispetto della tregua concordata dopo il fallito assalto del generale Khalifa Haftar a Tripoli, la capitale libica dove è insediato il premier dimissionario ma sempre in sella Fayez al-Sarraj. Attualmente in Libia le Nazioni Unite hanno solo una piccola missione ‘politica’ con 230 rappresentanti, l’Unsmil.

    Tenendo conto degli appoggi soprattutto di Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto ad Haftar, e di quelli della Turchia e del Qatar a Sarraj, l’invito di Guterres a nominare osservatori disarmati è rivolto a “blocchi regionali” oltre che ad altre organizzazioni internazionali come Unione africana, Ue e Lega araba.

    Il tempo in Libia, come sempre, stringe: il cessate il fuoco del 23 ottobre include una clausola che impone a tutte le forze straniere di lasciare il Paese entro tre mesi, quindi già non oltre il 23 gennaio, ma finora non vi è alcun segnale che ciò stia avvenendo.

    L’Onu stima infatti che attualmente sono sul terreno circa 20.000 militari o mercenari, fra l’altro ufficiali turchi e professionisti russi del gruppo privato “Wagner”. E ancora a fine dicembre, ad esempio, Tripoli ha rifiutato di aprire la strada costiera che va da Sirte a Misurata, come invece previsto dagli accordi, perché Haftar sta ammassando truppe nell’area.

    Il fronte che dopo la ritirata del generale spacca in due la Libia corre da Sirte verso sud. Ed è proprio da questa città sull’omonimo golfo che cominciano i tre settori – per un totale di 564 km quadrati di terreno – da affidare alla missione di monitoraggio.

  • Accordo sulla Brexit, ecco cosa cambia per gli italiani

    Dall’Erasmus al roaming, per le centinaia di migliaia di italiani ed europei, che guardano al Regno Unito come una meta turistica, lavorativa, di studio e di avventura dal primo gennaio, con l’entrata in vigore della Brexit, cambieranno molte cose.

    La svolta più immediata riguarderà, in senso più severo e restrittivo, le regole sugli spostamenti: uno dei fattori determinanti che hanno portato alla scelta del divorzio da Bruxelles nel referendum del 2016. Dal nuovo anno la libertà di movimento come intesa sino a oggi cessa di esistere. Sarà necessario il passaporto (senza visto) per viaggiare nel Regno Unito e restarci fino a tre mesi. Per un periodo più lungo, nel caso in cui si intenda soggiornare per ragioni di lavoro o di studio, occorreranno invece visti analoghi a quelli richiesti attualmente agli stranieri non comunitari.

    Ma non finisce qui. Per limitare gli ingressi, anche dall’Ue, vengono introdotte liste di priorità legate al possesso di un contratto di lavoro già garantito, con un salario minimo annuo lordo da 25.600 sterline (oltre 28.000 euro). Il tutto all’interno di un sistema di filtro degli ingressi a punti in cui si valuterà fra l’altro il livello delle proprie specializzazioni e la padronanza della lingua inglese.

    Quanto a coloro che sono già residenti sull’isola (circa 4 milioni di europei, di cui oltre 700.000 italiani), il mantenimento dei diritti pre Brexit resta soggetto, all’iscrizione, al più tardi entro giugno 2021, nel registro del cosiddetto ‘Eu Settlement Scheme’, istituito in forma digitale presso l’Home Office a tutela di un trattamento equiparato a quello dei cittadini britannici. Ma per i nuovi venuti, giovani in primis, la musica avrà un altro spartito. E i cambiamenti sono destinati a coinvolgere chi sogna Oxford e Cambridge o una delle tante altre università britanniche dove le presenze italiane sono una costante consolidata. Chi vi s’iscriverà dal 2021 pagherà una retta piena, al pari degli extracomunitari, che a seconda degli atenei può arrivare fino all’equivalente di oltre 30.000 euro per anno accademico.

    Inoltre la Gran Bretagna esce dal programma Erasmus di scambi fra studenti europei, considerato troppo oneroso dal governo Tory di Boris Johnson e utilizzato finora più dai ragazzi continentali per periodi di studio sull’isola che non dai giovani britannici attratti dagli atenei dei Paesi Ue. Un programma che Londra ha annunciato di voler sostituire con un nuovo schema di scambi globali, allargato agli atenei americani o asiatici, e intitolato al matematico inglese Alan Turing (colui che svelò i segreti dei cifrari tedeschi di Enigma durante la Seconda Guerra Mondiale): programma per il quale il ministro dell’Istruzione, Gavin Williamson, ha promesso uno stanziamento iniziale da 100 milioni di sterline, in grado di coprire dall’anno prossimo i costi di soggiorni di studio globali a 35.000 studenti isolani contro i 15.000 circa dell’ultimo Erasmus.

    Infine c’è la questione del roaming telefonico che riguarda soprattutto chi vorrà recarsi nel Regno Unito per turismo. Fino a oggi infatti i cittadini italiani hanno potuto usare i loro piani tariffari come se fossero in Italia grazie ad una legge europea entrata in vigore tre anni fa. Con la Brexit le cose cambieranno, a meno di accordi nei prossimi mesi, e chi possiede sim italiane dovrà fare riferimento al proprio operatore telefonico circa gli addebiti roaming.

  • Il Parlamento inglese ratifica l’intesa Johnson-von der Leyen sull’addio alla Ue

    Partita chiusa e vittoria netta per il premier britannico Boris Johnson. Mercoledì 30 dicembre la Camera dei Comuni ha infatti approvato l’accordo commerciale post-Brexit tra Regno Unito e Ue con 521 voti favorevoli e 73 contrari. A sostenere il ‘deal’ una maggioranza schiacciante di 448 deputati, in modo compatto il partito conservatore del primo ministro, e i laburisti di Keir Starmer, con una pattuglia di ‘ribelli’ che non si sono allineati. Contrari, per ragioni diverse, gli indipendentisti scozzesi, i libdem, i partiti nordirlandesi e il gallese Plaid Cymru. Il provvedimento è stato così indirizzato, già in giornata, verso la promulgazione reale (royal assent) dopo un passaggio procedurale alla Camera dei Lord. E BoJo esulta, parlando di “nuovo capitolo” nella storia del Paese.

    L’estenuante maratona negoziale e politica (interna ed esterna al Regno) apertasi dopo il referendum del 2016 sull’addio all’Ue si è quindi conclusa con un accordo raggiunto in extremis e che riceve i fondamentali via libera, britannico ed europeo, a poche ore dalla fine del periodo di transizione post-Brexit. Se Westminster chiude in giornata i suoi lavori sul complesso dossier europeo, da Bruxelles arriva la firma al ‘deal’ dei presidenti del Consiglio Ue e della Commissione, Charles Michel e Ursula von der Leyen, per conto dei 27 leader europei. Lo stesso ha fatto Johnson a Downing Street, commentando così su Twitter: “Firmando questo accordo, soddisfiamo il desiderio sovrano del popolo britannico di vivere secondo le proprie leggi, stabilite dal proprio Parlamento eletto”. Mentre il Parlamento dell’Unione deve ancora ratificare il trattato ma il passaggio appare piuttosto scontato e non ci dovrebbero essere insidie lungo il cammino finale.

    Dal primo gennaio, quando la Brexit entrerà nella sua piena fase, la Gran Bretagna lavorerà a stretto contatto con l’Ue all’insegna di una “nuova relazione tra eguali”, ha assicurato il premier Tory, spiegando che si andrà avanti “mano nella mano ogni volta che i nostri valori e interessi coincideranno”. Ai parlamentari Johnson ha ricordato che l’accordo di libero scambio con Bruxelles è stato negoziato a una “velocità sorprendente”. In meno di un anno, in piena pandemia, “perché creare certezza sul nostro futuro offre le migliori possibilità di battere il Covid e di riprendersi in modo ancora più forte l’anno prossimo”, ha aggiunto il primo ministro. In termini politici, il premier Tory può vantare di aver mantenuto le promesse, arrivando a una intesa con l’Ue entro la fine del periodo di transizione. Intesa che trova se non il plauso almeno il sostegno dell’opposizione laburista, finita col dividersi (ancora una volta) in materia di Brexit. Il loro leader Starmer ha parlato di un accordo “con molti difetti” ma l’alternativa sarebbe stata quella di lasciare il mercato unico e l’unione doganale senza alcun ‘deal’, facendo salire i prezzi e mettendo a rischio le imprese. La ribellione interna al Labour ha proporzioni comunque limitate: 36 deputati astenuti e uno solo contrario. Di avviso opposto, invece, gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, la seconda forza di opposizione ai Comuni, e da sempre su posizioni anti-Brexit. Il loro leader a Westminster, Ian Blackford, ha condannato l’accordo come “un atto di vandalismo economico” e ha attaccato i laburisti per non essersi opposti.

    I giochi comunque sono fatti e, come ha ricordato lo stesso Johnson nel suo intervento, è giunto il tempo della libertà, da un controllo legislativo esterno al Regno, ma anche della responsabilità, per quello che Londra potrà fare contando solo sulle sue forze.

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