UE

  • Molto made in Italy tra i nodi da risolvere per l’accordo di libero scambio Ue-Australia

    Prosecco, grappa e gorgonzola, ma anche i formaggi feta e gruyere figurano nella lista che il ministro australiano del Commercio Simon Birmingham ha diffuso per rendere noti i 172 prodotti alimentari e i 236 vini e alcolici su cui Australia e Ue si stanno confrontando nella discussione di un accordo di libero commercio. L’Unione Europa reclama la protezione di origine di tali prodotti come condizione dell’accordo di libero commercio perché la protezione di indicazione geografica permette a coltivatori e produttori di proteggere nomi basati su una località (se possono provarne la rilevanza). Si tratta di condizioni che l’Ue ha già imposto in simili accordi stipulati con Canada, Giappone e Corea del Sud e che sono sul tavolo da un anno circa, da quando cioè sono iniziate le trattative con Canberra (con cui Bruxelles mira a rafforzare le relazioni dopo la Brexit). 

    Dall’accordo l’Australia conta di ottenere di esportare più prodotti agricoli e di allevamento, come grano, zucchero e carne, verso l’Ue che è già il secondo partner commerciale e la terza destinazione dell’export. Il Governo di Canberra dedicherà i prossimi tre mesi a consultazioni con i settori che con più probabilità subiranno l’impatto delle condizioni richieste. “Vogliamo consultarci direttamente con gli agricoltori e gli imprenditori australiani, in modo da poterli rappresentare pienamente nei negoziati con l’Ue”, ha detto il ministro Birmingham.

  • L’Ue rafforza il suo sistema di protezione civile per combattere gli incendi estivi

    I Paesi della Ue colpiti da incendi di vaste proporzioni possono chiedere di attivare il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, che garantisce un intervento coordinato sotto forma di aerei antincendio, elicotteri, attrezzature e personale addetto. Oltre ai Paesi dell’Unione, al meccanismo partecipano anche l’Islanda, la Norvegia, la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la Turchia.

    L’Unione europea (insieme agli altri Paesi che hanno aderito all’iniziativa) si è infatti dotata di un Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) preposto a coordinare l’assistenza a livello europeo e a garantire che gli aiuti forniti siano efficienti ed efficaci. Attraverso l’ERCC la Commissione europea facilita e cofinanzia l’assistenza fornita alle zone colpite.

    Negli ultimi anni molti incendi hanno colpito gli Stati membri dell’Unione europea, causando centinaia di morti e danni per miliardi di euro. Nel 2017 il meccanismo è stato attivato 18 volte per le emergenze provocate dagli incendi boschivi in Portogallo, Italia, Montenegro, Francia e Albania hanno ricevuto assistenza attraverso il meccanismo. In un’occasione, il meccanismo di protezione civile dell’UE è stato attivato su richiesta del governo del Cile. Nel 2018 il meccanismo è stato attivato cinque volte per contrastare gli incendi boschivi in Europa: due volte per la Svezia e una volta per Portogallo, Grecia e Lettonia. Nel complesso, gli interventi dell’UE si sono concretizzati con la mobilitazione di 15 aerei, 6 elicotteri, più di 400 persone tra vigili del fuoco e personale addetto e 69 veicoli.

    Esiste poi anche il servizio di gestione delle emergenze Copernicus, il servizio di mappatura satellitare dell’Ue, ed anch’esso è stato ripetutamente utilizzato in occasione delle emergenze connesse agli incendi boschivi. Solo nel 2018, 139 mappe satellitari hanno aiutato l’Ue e le autorità degli Stati membri a individuare e valutare i luoghi più colpiti, a valutare l’estensione geografica degli incendi e a calcolarne l’intensità e l’entità dei danni.

    Il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) dell’UE, è operativo 24 ore su 24, sarà rafforzato con squadre di sostegno alla lotta agli incendi boschivi e con la presenza di esperti degli Stati membri nel periodo estivo. Lo scorso marzo, l’Ue ha inoltre rafforzato la gestione del rischio di catastrofi istituendo una nuova riserva europea di capacità (la “riserva rescEU”) che inizialmente comprende aerei e elicotteri antincendio. Per garantire che l’Europa arrivi preparata al periodo degli incendi boschivi la nuova normativa prevede una fase di transizione durante la quale gli Stati partecipanti possono ottenere fondi in cambio della messa a disposizione dell’Ue dei propri mezzi antincendio. L’obiettivo ultimo rimane quello di aggiungere ulteriori capacità e si attivi a costituire così una riserva rescEU ancora più ingente per il futuro.

  • La Ue vuole interrompere le relazioni diplomatiche con la Turchia

    Il Consiglio dell’UE ha votato il 15 luglio la sospensione delle attività diplomatiche tra UE e Turchia in risposta a «nuove e continue» attività sulla costa di Cipro da parte del Paese asiatico. Almeno due navi turche hanno trivellato petrolio e gas nelle acque territoriali cipriote; il governo turco rivendica diritti di esplorazione sulla regione mentre l’Ue ha più volte invitato Ankara a non proseguire tali attività.

    A seguito della decisione europea, il ministero degli Esteri turco ha rilasciato una dichiarazione in cui ha respinto le conclusioni del Consiglio e lo ha accusato di mostrare pregiudizi ingiustificati a favore di Cipro. «Non dovremmo prendere sul serio le decisioni dell’Ue» ha dichiarato il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu al sito di notizie turco Habertürk: «Abbiamo già tre navi lì e ne stiamo inviando una quarta» ha aggiunto.

  • Boris Johnson verso il “no deal”

    Boris Johnson, il nuovo premier del Regno Unito, ne spara una al giorno. Probabilmente sa che le sue sparate non vengono accolte, ma non rinuncia a lanciarle. La stampa ne parla e il suo nome figura in prima pagina dei giornali. Ieri ha ancora attaccato la May, dicendo per l’ennesima volta che l’accordo per l’uscita dall’Unione europea da lei sottoscritto è il peggiore che si potesse immaginare. Sarebbe facile ricordargli che Bruxelles, invece, con il suo capo negoziatore in testa, Mchel Barnier, continua a dichiarare che l’accordo non sarà rivisto e che, dato il contesto ed i problemi ad esso collegati, l’accordo risulta quanto di meglio è stato possibile convenire. E’ la stessa opinione più volte espressa dalla May. Sarebbe veramente un’ironia atroce se, a seguito della politica fallimentare di Johnson, fondata sulle proposte irrealizzabili di un premier che le spara grosse, col tempo si giungesse a riconoscere che effettivamente l’accordo May ora respinto, risultasse il minor male per l’uscita, molto minor male rispetto a quello che potrebbe provocare al Regno Unito un’uscita senza accordo. Nella proposta di ieri Johnson rifiuta per l’ennesima volta il cosiddetto backstop sui confini irlandesi, senza suggerirne un altro. Anche il ritardo del pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra all’UE contribuisce a creare nervosismo e a rendere il premierato un’occasione di ulteriore contrasto all’interno dei Conservatori e in generale nella politica britannica, perché questi atteggiamenti non meditati e queste proposte che non saranno accettate portano direttamente ad un’uscita “no deal”, non voluta da larga parte dei Conservatori e rifiutata anche dall’opposizione laburista. Il 31 ottobre si avvicina celermente ed è ancor più vicino se si considera che la politica inglese s’arresta un mese per le ferie estive. A ciò si deve aggiungere che sono pochi quelli che credono all’età dell’oro preannunciata da Johnson con l’uscita dall’UE e alla realizzazione di una nuova politica commerciale favorevole al Regno Unito dopo l’uscita dall’Unione doganale con l’Europa. Le sparate, le battute, le promesse dorate del nuovo premier non incantano nessuno, probabilmente nemmeno quelli che lo hanno scelto come leader dei Tory. Ma è brillante, dicono molti osservatori, e la sua estrosità verbale, oltre che comportamentale, riesce ad affascinare molti elettori. Dopo aver annunciato che in caso di nuove elezioni interne riuscirebbe a battere Corbyn, i sondaggi gli hanno conferito dieci punti in più. E un leader che riesce a far risalire i sondaggi in casa Tory, dopo la batosta elettorale delle elezioni europee, non è da disprezzare. Sembra che i voti in più gli siano venuti dal partito Brexit di Nigel Farage, che ha raccolto, non dimentichiamolo, 29 seggi al Parlamento Europeo. Intanto il premier sta preparando una campagna pubblicitaria di 100 milioni di sterline, probabilmente per abituare gli inglesi all’idea del “no deal”. Il ministro degli Esteri pensa che poi sarà più facile trattare con gli europei. Molti conservatori invece ritengono che il caos non potrà portare buoni frutti e che bisognerebbe fare quanto è possibile proprio per evitare il “no deal”. Nessuno però dice in che cosa consisterebbe questo “quanto è possibile”. Mentre gli amici della May ritengono che esso consiste nell’accordo da lei sottoscritto. Andremo incontro a mesi difficili, anche dopo aver risolto definitivamente, entro il 31 ottobre, le procedure previste per l’entrata in funzione ufficiale della nuova Commissione europea. L’Unione non potrà prorogare ulteriormente le sue riforme in attesa che Johnson compia i suoi miracoli. E se Johnson uscirà, come ha promesso, entro il 31 ottobre, i parlamentari europei del Regno unito dovranno abbandonare l’aula di Strasburgo e i loro 73 seggi verranno distribuiti fra gli aventi diritto. Ma sarà così? C’è chi scommette su altri avvenimenti che dovrebbero animare la politica inglese con le elezioni anticipate e con lo scontro definitivo tra Johnson e Corbyn. Ne sapremo di più dopo le vacanze.

  • In arrivo 3 miliardi di euro di garanzie a supporto delle PMI italiane

    Cassa Depositi e Prestiti ha sottoscritto con il Fondo Europeo per gli Investimenti un accordo finalizzato a potenziare notevolmente la capacità operativa del Fondo di Garanzia per le PMI (Fondo) a supporto del tessuto produttivo italiano. Grazie all’intesa, CDP concederà in favore del Fondo 3 miliardi di euro di contro-garanzie su un portafoglio del valore complessivo di 3,75 miliardi. Le risorse finanziarie che CDP veicolerà – ottenute attraverso il Programma europeo COSME (Competitiveness of Small and Medium-Sized Enterprises) gestito dal FEI – permetteranno di erogare fino a 5,8 miliardi di finanziamenti in favore di 65 mila piccole e medie imprese operanti in quasi tutti i settori merceologici, e attiveranno nuovi investimenti per un totale stimato in circa €8 miliardi.

    Si tratta della seconda operazione realizzata da CDP in favore del Fondo PMI attraverso il Programma COSME e, insieme alla precedente, rappresenta l’intervento d’importo più rilevante realizzato in un singolo Paese europeo. Infatti, grazie alla prima operazione attivata da CDP nel 2017, oltre 47 mila PMI italiane hanno ricevuto, in poco più di 18 mesi, nuovi finanziamenti per circa €4,1 miliardi, che hanno attivato investimenti per un ammontare stimato di circa €5,7 miliardi.

    Per accedere ai finanziamenti – importo massimo €150 mila e durata non inferiore ai 12 mesi – le imprese interessate potranno rivolgersi direttamente alla propria banca o al proprio Confidi. L’esito della domanda sarà comunicato nell’arco di 7 giorni lavorativi. Tutte le informazioni sono disponibili alla seguente pagina web:www.fondidigaranzia.it .

    L’accordo si inserisce nel perimetro della “Piattaforma di risk-sharing per le PMI” strutturata da CDP in cooperazione con il FEI, nell’ambito delle iniziative sviluppate attraverso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici del Piano di Investimenti per l’Europa.

    Il Piano di Investimenti per l’Europa, noto come “Piano Juncker”, è uno dei più importanti strumenti europei per incentivare nuovi investimenti e creare occupazione e crescita, rimuovendo gli ostacoli agli investimenti, fornendo visibilità e assistenza tecnica ai progetti e assicurando un uso più efficiente delle risorse finanziarie esistenti e future. Con la garanzia dell’EFSI, la BEI e il FEI sono in grado di assumere una maggiore quota di rischio, incoraggiando gli investitori privati a partecipare ai progetti. Il Parlamento Europeo e gli Stati Membri hanno convenuto a dicembre 2017 di estendere la durata dell’EFSI e aumentare la sua dotazione finanziaria. Ad oggi, il Piano Juncker ha attivato investimenti per oltre €424 miliardi in Europa, di cui €66.6 miliardi soltanto in Italia, sostenendo così oltre 967.000 PMI.

  • Pragmatismo ed idealismo insieme per un’Europa democratica

    La nuova legislatura europea è iniziata con una scelta difficile per chi lotta per un’Europa sociale: alla presidenza della Commissione europea è stata nominata la tedesca conservatrice Ursula von der Leyen e noi eurodeputati siamo stati chiamati a ratificare la decisione dei Governi. Può essere lei a incarnare quel radicale cambiamento democratico dell’Unione europea che abbiamo promesso ai nostri elettori? E’ lei la persona che sognavamo alla guida dell’esecutivo comunitario?
    No, non ci sono dubbi: non è lei la persona che sognavamo. Ma il Ppe è il gruppo arrivato primo alle elezioni europee e il nostro dovere non è quello di sognare, ma di provare a cambiare la realtà. L’Unione europea che ci ha regalato settant’anni di pace e di benessere economico è stata costruita grazie al coraggio di chi ha saputo coniugare idealismo e pragmatismo, non grazie a chi vuole vendere agli elettori la propria immacolata purezza politica.
    E’ stato proprio grazie al mix di idealismo e pragmatismo che la nostra delegazione di eurodeputati Pd è stata determinante nel negoziare con Ursula von der Leyen i punti chiave di un programma politico così spostato a sinistra da provocare delle defezioni tra gli stessi conservatori del Ppe.
    All’interno del Gruppo S&D noi eurodeputati Pd siamo la seconda delegazione, dopo quella spagnola. Con i socialisti spagnoli schiacciati sul “Sì” a prescindere, per ragioni di politica interna, e la Spd tedesca sul “No” a prescindere, ugualmente per ragioni di politica interna, siamo stati noi eurodeputati Pd a condurre il negoziato con Von der Leyen, dimostrandoci esigenti e puntuali nelle richieste, ma allo stesso tempo aperti al confronto. Una linea riformista e costruttiva che ha portato a impegni scritti nero su bianco su flessibilità, investimenti, clima, sostenibilità e stato di diritto. Questo risultato, sottolineato dal discorso in aula della candidata alla presidenza, significativamente differente dalle prime audizioni al Parlamento europeo, è quello che ha fatto cambiare opinione anche a molti altri componenti del Gruppo S&D.
    Alla fine hanno prevalso i voti favorevoli, anche se con solo nove voti di scarto. Abbiamo scongiurato una crisi istituzionale europea ed eletto la prima donna a capo della Commissione. I tentativi della Lega di condizionare il nuovo esecutivo comunitario sono stati mandati in fumo dal nostro protagonismo e alla fine i leghisti hanno scelto di arroccarsi in un voto contrario che nuocerà al nostro Paese. I grillini hanno votato a favore, spaccando la maggioranza di governo italiana e contraddicendo anni di propaganda euroscettica e di alleanza con Farage. In altre parole sovranisti e populisti sono allo sbando e l’Unione europea si è spostata in senso progressista. È questo il mandato che ci è stato affidato dai nostri elettori e che continueremo a svolgere vigilando attentamente sugli impegni presi. E’ così che nella scorsa legislatura abbiamo portato a casa, tra le altre cose, il piano Ue per gli investimenti e che in questa vogliamo concretizzare l’assicurazione europea per la disoccupazione, chiesta da noi e promessa da Ursula von der Leyen.

    *Deputato europeo, PD – S&D, vicepresidente  ITRE (Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del PE)

  • Le norme europee sui prodotti con latte si applicheranno dal 2020

    Scaduta il 31 marzo scorso la disciplina sperimentale dell’etichettatura dei prodotti preimballati contenenti latte, l’Italia continuerà ad applicare le norme ‘sperimentali’ sull’origine del latte e prodotti derivati fino al prossimo 1 aprile, secondo quando dispone una proroga contenuta in un decreto del Ministero delle politiche agricole e forestali emanato il 18 marzo scorso (modifica del decreto 9 dicembre 2016, concernente l’indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori).

    Con il silenzio-assenso della Commissione Europea, l’etichettatura riporta l’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, con le diciture «paese di mungitura» (il nome del Paese nel quale è stato munto il latte) e «Paese di condizionamento o di trasformazione» (nome del Paese nel quale il latte e’ stato condizionato o trasformato).

    Dall’1 aprile del 2020 sarà applicabile all’Italia il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 sulle informazioni da fornire ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento.

  • Sassoli rilancia la riforma dell’accordo di Dublino votata nel 2017 dal Parlamento europeo

    «La voce del Parlamento e le decisioni del Parlamento, specie quando sono così a grande maggioranza devono essere rispettate di più». Così, in una conferenza stampa, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha rivendicato un ruolo più incisivo per lo stesso Parlamento in merito alla gestione dei flussi dei migranti e alla riforma dell’accordo di Dublino (riforma che l’assemblea ha votato il 16 dicembre del 2017 ma che è stata poi «messa in un cassetto», come ha ricordato lo stesso Sassoli).

    «Su Dublino il Parlamento ha indicato delle linee di riforma per consentire all’Europa di avere strumenti per intervenire», ha ricordato il presidente invitando il Consiglio a riprenderla, argomentando che «se si dice che chi arriva in Italia, in Grecia, in Spagna, a Malta, a Cipro, arriva in Europa, è evidente che l’Europa ha la possibilità di organizzare la propria presenza e il proprio intervento».

    Bisogna riprendere quelle «linee di riforma», ha insistito Sassoli. Sotto la sua presidenza il Parlamento europeo intanto ha già ospitato un dibattito sull’assistenza umanitaria nel Mediterraneo, per discutere con il Consiglio e la Commissione «le operazione delle Ong nel Mediterraneo e le posizioni divergenti degli Stati membri».

  • Boris Johnson nuovo Premier del Regno Unito

    L’ultra della Brexit – come lo definisce “Il Sole 24 Ore” – ce l’ha fatta. La sua vittoria era prevista e la sua elezione non ha sollevato entusiasmi. E’ riuscito con il doppio dei voti rispetto al suo concorrente, l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt. Boris Johnson, 55 anni, allievo delle migliori scuole britanniche riservate alle élites, storico, giornalista, considerato “un gigante” dai suoi e “un clown” dai suoi detrattori,  sarà il nuovo leader dei Conservatori e il nuovo Primo Ministro britannico. Il suo bacino elettorale era rappresentato dai 160 mila iscritti al partito conservatore. La democrazia britannica! – si dice con ammirazione. Nella realtà, 160 mila Conservatori hanno scelto chi dovrà governare 66 milioni di cittadini. Lo smisurato rapporto dovrebbe far riflettere. Ma la democrazia britannica, altro mito inestinguibile, assicura stabilità al sistema e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. L’elezione di Johnson, tuttavia, qualche perplessità la solleva. La sua vita privata, le acconciature della sua bionda chioma, il suo abbigliamento stravagante, i suoi svarioni ministeriali, le sue gaffe da ministro degli Esteri, hanno disseminato di chiacchiere i salotti londinesi e di gossip i giornali popolari. Anche la sua carriera è stata variegata e zigzagante: dal giornalismo, dove ha conosciuto licenziamenti e critiche feroci per la sua scorrettezza professionale, è passato alla politica. E’ diventato deputato conservatore nel 2001; tre anni dopo è stato licenziato come vicepresidente del partito da Michael Howard, allora leader Tory, per aver mentito su una relazione etra-coniugale e la nascita di una figlia illegittima. La sua disordinata vita personale non lo ha però danneggiato e nel 2008 è stato eletto sindaco di Londra e riconfermato per un secondo mandato nel 2012. Fu in questo periodo che la sua popolarità raggiunse alti livelli. Rieletto deputato nel 2015, è diventato ministro senza portafoglio nel secondo governo Cameron. Nel corso della campagna per il referendum del 2016 si è schierato a favore della Brexit e ha condotto una feroce campagna anti UE, paragonandola addirittura alla Germania nazional-socialista. Ha raccontato menzogne sui versamenti di Londra al bilancio dell’Unione e queste sue false notizie hanno certamente contribuito al successo della Brexit. Non ha dato tregua alla nuova leader Theresa May dopo le dimissioni di Cameron e si è dimesso egli stesso da ministro degli Esteri nel luglio del 2018, perché in disaccordo con il governo in ordine agli accordi negoziati con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’UE. L’accordo fu respinto per ben tre volte dal parlamento e nell’impossibilità di trovare altre soluzioni accettabili, la May è giunta alla sue dimissioni, avendo però sempre respinto l’ipotesi di una uscita no deal, senza accordo, ritenendola disastrosa. Ed è già storia di oggi. Johnson, al posto lasciato libero dalla May, si ritrova con gli stessi problemi e di fronte alle stesse scelte: uscire con o senza accordo? Rinegoziare o no l’accordo raggiunto dalla May? L’Europa non vuole rinegoziare, ma la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato la sua disponibilità a concedere una nuova eventuale proroga al governo britannico, al di là del 31 ottobre, concordato con la May. Johnson dovrà vedersela con la questione che ha già bruciato due capi di governo e 43 fra ministri e sottosegretari. Ha davanti a sé cento giorni per sciogliere il nodo dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ed un primo segnale l’ha dato ieri l’altro il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, in diretta da una rete televisiva, annunciando la sue dimissioni. Domani, mercoledì, egli lascerà l’incarico di ministro delle Finanze, in totale disaccordo con la prospettiva di un’uscita no deal, che a suo parere sarebbe invece accettata dal nuovo premier, il quale ritiene che la scadenza del 31 ottobre è decisiva; ne va della tenuta delle istituzioni e dell’intero sistema politico, se non verrà rispettata – ha dichiarato. Entro quella data, per evitare il peggio, si dovrebbe anche trovare un’intesa sul back-stop, al fine di non creare un confine duro tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, tema questo che non ha trovato d’accordo i negoziatori di Theresa May e quelli europei. Ci sarà il tempo per fare in poco tempo ciò che non è riuscito in tre anni? Anche sul fronte dell’opposizione, nel Labour di Jeremy Corbyn si intravvedono novità. Corbyn, la cui ambiguità con le soluzioni della May sono da considerare magistrali, ha scritto in una lettera indirizzata agli iscritti del suo partito che sarà opportuno sottomettere a referendum i risultati, qualunque essi siano, a cui giungerà il capo del governo Johnson entro il 31 ottobre. E’ normale che sia il popolo a decidere in definitiva! Molti osservatori, però, non sono rimasti convinti da questa progettata iniziativa, Ritengono invece che la proposta serva ancora una volta a mascherare ciò che vuole veramente il partito laburista, ammesso che voglia veramente una soluzione rispetto ad un’altra. La leadership di Corbyn, tra l’altro, è stata scalfita da una lettera firmata da 65 lord laburisti e a lui indirizzata, in cui si denuncia la sua indisponibilità ad esercitare la sua funzione di leadership nei confronti di dirigenti del Labour che praticano l’antisemitismo. Non si dice apertamente che anche Corbyn è un antisemita, ma ci si appella alla sua negligenza nei confronti di chi lo è, per dichiarare menomata la sua leadership. Non è un’accusa da poco, ma temiamo che per il momento nulla verrà a modificare l’equilibrio di potere all’interno del Labour prima che si giunga ad eventuali elezioni anticipate. Noi ci meravigliamo, in negativo, di come le cose politiche vanno in Italia. Certamente non c’è da consolarsi di come le cose vanno anche in Inghilterra, la patria della democrazia per eccellenza, se le eccellenze politiche odierne rispondono al nome di Johnson e di Corbyn.

     

  • Free o Fair Trade? I diversi casi di ceramica, riso e tessile

    Bruxelles ha rinnovato i dazi antidumping applicati alla ceramica da tavola proveniente dalla Cina. Questa scelta politica rappresenta una prova di consapevolezza ma soprattutto di tutela di un settore che ha perso 33.000 posti di lavoro. Una giusta ed oculata decisione che ovviamente stride con la infantile visione di economisti sostenuti da sempre dalle maggiori testate giornalistiche contrari ai dazi in quanto tali. Nella loro visione massimalista, infatti, questi non riescono a cogliere la differenza tra i dazi imposti come strumento politico di una guerra commerciale, come quella tra Stati Uniti e Cina, e i dazi compensativi finalizzati a riequilibrare gli effetti del dumping fiscale retributivo e normativo, per altro con risultati  abbastanza relativi.

    Il mondo politico ed accademico europeo rimane attaccato quindi alla visione del Free Trade “hic et nunc”. Nel mondo del Monopoli, quindi assolutamente illusorio, forse una maggiore concorrenza porterebbe ad una riduzione dei prezzi praticati al consumatore, espressione di una maggiore produttività. Un vantaggio attribuito alla politica commerciale del Free Trade (libero quindi in assenza di ogni tipo di dazio compensativo), ormai ampiamente disattesa dalla realtà, ma ancora oggi sostenuta appunto dal mondo politico ed accademico nella sua articolata complessità. In questo senso un esempio lampante proviene dal mondo della risicoltura, specialmente italiana, per la cui tutela l’Unione Europea ha imposto dazi all’importazione delle produzioni provenienti da Cambogia e Myanmar.

    La visione economica e politica fino ad ora espressione del Free Trade, senza dazi quindi, aveva portato le quotazioni del riso da 700 a 300 euro/tonnellata, senza alcuna minima riduzione sul prezzo finale al pubblico ma azzerando la marginalità degli agricoltori del riso italiano. L’effetto giustificativo, quindi, tanto ricercato, relativo ai positivi effetti della concorrenza legata al calo di oltre il oltre 60% della quotazione del riso, risultava concentrato nelle dinamiche commerciali di grossisti e rete distributiva a scapito di produttori e consumatori. Primo motivo per cui gli immediati vantaggi della concorrenza sono clamorosamente disattesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/17/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    Eppure si continua ancora oggi, come espressione industriale del Free Trade, a professare quella teoria economica dello sviluppo multilaterale attraverso le delocalizzazioni produttive, per esempio nel settore abbigliamento, in paese africani dove un operaio guadagna 26 dollari al mese (23,17 euro).

    Considerando lo stipendio medio di un operaio tessile italiano che si aggira attorno ai 1250 euro, anche aumentando la produttività e raggiungendo un rapporto 10 volte superiore a quello africano (10/1), rimarrebbero sempre 1019 euro di differenziale di costo (appunto l’extra guadagno speculativo sottratto al Pil divenuto così rendita di capitale) che rende ridicola di conseguenza la teoria del ricorso ad una maggior produttività (industria 4.0?) per compensare i bassi costi di produzioni delocalizzate. Per poi rilevare quotidianamente come i vantaggi economici espressione da tali “speculazioni produttive” non trovino alcun riscontro sul prezzo finale praticato al consumatore, esattamente come nel settore della risicoltura. Proprio come per la ceramica da tavola ed il riso la delocalizzazione rappresenta la forma speculativa industriale mediata dal mondo della finanza.

    Tornando alla ceramica da tavola che usufruirà giustamente con la nuova normativa ed il conseguente mantenimento dei dazi una tutela rispetto alla concorrenza, espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo, ancora una volta l’economia reale offre un esempio non viziato da ideologie politiche che per due  volte l’Unione Europea ha dimostrato di comprendere.

    Una riflessione a parte va fatta, invece, per un settore importante, come il tessile-abbigliamento, che ancora oggi non riesce ad ottenere delle tutele, pur rappresentando il secondo settore per occupazione ed export, continuando ad essere in balia delle speculazioni più sordide attraverso delocalizzazioni inaccettabili per le condizioni di vita dei lavoratori e la certificazione del prodotto. Una riflessione che dovrebbe finalmente mettere in discussione l’azione e le politiche poste in campo dalle diverse organizzazioni di categoria, anche loro come il mondo della politica unite in una forte caduta di credibilità.

    Il Free Trade (libero commercio), in ultima analisi ben rappresentato quotidianamente da interventi di politici, economisti ed accademici all’interno delle diverse testate giornalistiche e dei programmi televisivi, si illude ancora oggi che, attraverso il semplice aumento  della produttività (si ricordi il prima citato 10/1), le aziende che operano in Europa potrebbero competere con le imprese concorrenti locate in estremo Oriente, e ora anche in Africa, che godono di un assoluto dumping normativo, fiscale e retributivo e della assoluta mancanza di qualsiasi tipo di normativa a tutela dei prodotti e dei lavoratori. Di contro il Fair Trade (equo commercio) dimostra come la tutela dei vari settori produttivi da azioni di dumping provenienti da paesi assolutamente non comparabili sotto profilo normativo non rappresenti una politica conservatrice ma semplicemente una azione di compensazione a tutela dei consumatori e dei lavoratori.

     

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