UE

  • Il Consiglio dell’UE nomina 22 procuratori dell’EPPO

    Il Consiglio dell’UE ha nominato i pubblici ministeri della Procura europea (EPPO) che lavoreranno insieme sotto la guida della nuova responsabile, Laura Codruta Kovesi, entrato in carica in autunno. Nel momento del suo insediamento aveva immediatamente sottolineato che all’EPPO mancava il personale e che tale carenza avrebbe gravemente ostacolato il lavoro della procura.

    La decisione è arrivata con ritardo a causa degli ostacoli che Malta stava affrontando nella nomina di un procuratore europeo poiché aveva un numero limitato di candidati ammissibili. I pubblici ministeri dell’UE avranno una durata non rinnovabile di sei anni, con la possibilità di una proroga di tre anni.

    Nel suo incarico, Kovesi, ex capo dell’unità anticorruzione della Romania, indagherà sui crimini finanziari nell’UE, come la frode IVA transfrontaliera, il riciclaggio di denaro e la corruzione. L’EPPO è stato creato per indagare e perseguire le frodi contro il bilancio dell’UE, al di là dei confini nazionali e delle autorità nazionali, poiché gli organismi dell’UE già esistenti come Eurojust, Europol e l’ufficio antifrode dell’UE (OLAF) non dispongono dei poteri necessari per svolgere attività di indagini criminali e azioni penali.

    L’EPPO dovrebbe diventare operativo entro la fine dell’anno ed è incaricato di indagare, perseguire e assicurare alla giustizia i crimini contro gli interessi finanziari dell’UE.

    22 paesi stanno attualmente partecipando all’EPPO: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Spagna.

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • Oltre il tifo com’è andata a Bruxelles

    Riportiamo di seguito il commento di Carlo Calenda sul vertice straordinario del Consiglio europeo diramato attraverso il sito del suo movimento AZIONE.

    A Bruxelles l’Italia non ha né “vinto” né “perso”. Non è così che si ragiona sull’esito di un vertice internazionale. Ho cercato di spiegare in un video cos’è successo al Consiglio Europeo, per chi vuole capire e non tifare. Gli aspetti positivi e quelli negativi di un accordo importante e, per alcuni versi, rischioso per l’Italia.
    Il nostro Paese riceverà più prestiti del previsto, 38 miliardi di euro in più, e 4 miliardi in meno di sussidi a fondo perduto. L’ammontare complessivo del Recovery Fund è comunque superiore alla proposta iniziale. Attenzione però, i sussidi non sono realmente 80 miliardi perché dal 2028 ne daremo 55 al budget europeo, quindi il saldo netto è di 25 miliardi. Una somma importante, ma non decisiva.
    Ricordiamoci inoltre che questi fondi hanno condizioni stringenti, molto più del MES “sanitario”. Occorrerà presentare entro il 15 ottobre un piano – molto dettagliato – alla Commissione europea, che attribuirà una valutazione basata su sei criteri. È anche giusto che sia così, perché quei soldi non vanno buttati.
    C’è, in questo importante accordo, una sconfitta per l’Europa. Nel corso del Consiglio europeo sono state tolte le risorse che erano destinate a rafforzare gli strumenti comunitari, gestiti dalla Commissione, a favore di strumenti gestiti dai singoli Stati. È un problema per due motivi: primo, i Paesi si indebitano, secondo, rallenta il cammino verso un’Unione più forte.
    Altri due punti critici. Uno, è sparito il vincolo del rispetto dei principi dello Stato di diritto per ricevere i fondi. Sbagliatissimo, chi fa parte di un’Unione e ne trae i benefici deve rispettarne le regole, penso in particolare all’Ungheria. Due, rimane il tema del “freno” che consente a un Paese di richiedere la sospensione dell’erogazione dei fondi a un altro Stato, se ritiene che non stia rispettando il piano previsto.
    Questo piano è un compromesso, importante, ma con qualche rischio per l’Italia. Uno in particolare, che come conseguenza del piano di aiuti la BCE riduca l’intensità del quantitative easing – l’acquisto di titoli di Stato – che è fondamentale per il nostro Paese. Quindi mettiamoci subito al lavoro per scrivere un piano serio. Azione, come sempre, è pronta a dare il suo contributo.

  • Il Regno Unito ha sottovalutato le interferenze russe nei suoi referendum

    I funzionari britannici non hanno agito e hanno sottovalutato la minaccia russa. E’ quanto emerge dal rapporto dell’Intelligence and Security Committee (ISC) del Regno Unito sull’attività russa in UK. L’indagine dell’ISC, iniziata nel 2017 dopo le dichiarazioni sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, fa riferimento a campagne di disinformazione, tattiche informatiche e presenza di espatriati russi nel Regno Unito, concludendo che i ministri avrebbero chiuso un occhio sulle accuse di coinvolgimento russo. Il rapporto critica le agenzie di intelligence per non aver intrapreso alcuna azione durante il referendum sull’uscita dall’UE, nonostante ci fossero voci attendibili che parlavano di “campagne di influenza” da parte dei russi durante il referendum sull’indipendenza scozzese nel 2014. “Il governo del Regno Unito ha attivamente evitato di cercare prove sulle interferenze russe. Ci è stato detto che non avevano visto alcuna prova, ma non ha senso se non ne hanno cercate”, ha dichiarato Stewart Hosie, membro dell’ISC, che ha aggiunto: “Non ci è stata fornita alcuna valutazione post referendum dei tentativi di interferenza da parte della Russia”. Il Cremlino ha respinto le affermazioni definendole ‘russofobia’ in perfetto stile fake news.

  • Accordo sì, ma deplorevole, per Ursula von del Leyen, il taglio a salute, ricerca e clima

    Per raggiungere un compromesso sul bilancio a lungo termine e sul pacchetto di salvataggio causa pandemia da Coronavirus, i leader dei paesi dell’UE a 27 hanno dovuto dare il via libera a importanti tagli ai fondi destinati a settori chiave, tra cui ricerca e innovazione, salute e iniziative climatiche, con un mossa che la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha etichettato come “deplorevole”. Paralizzare i fondi, ha fatto sapere durante la conferenza stampa congiunta con il Presidente del Consiglio dell’Unione, Michel, renderebbe difficile per l’esecutivo dell’UE modernizzare il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027, sebbene quasi la metà di tali fondi e del Next Generation EU siano destinati a politiche di modernizzazione.

    E se molti hanno definito l’accordo “storico”, tanti altri invece hanno fortemente criticato le conclusioni del vertice straordinario, sottolineando che non riflette le priorità della Commissione, e cioè combattere la pandemia e i cambiamenti climatici, la transizione digitale e la costruzione della resilienza.

    “Si tratta di un pacchetto ambizioso e completo che combina il classico bilancio con uno sforzo di recupero straordinario destinato ad affrontare gli effetti di una crisi senza precedenti nel miglior interesse dell’UE”, hanno affermato i leader dell’UE in una dichiarazione congiunta. Il prezzo per raggiungere l’accordo complessivo di 1,82 trilioni di euro dopo quasi cinque giorni di intensi negoziati è stato quello di paralizzare i fondi dedicati al passaggio a un’economia a emissioni zero, attraverso il Just Transition Fund (JTF), che ha visto il suo bilancio diminuire rispetto a quanto inizialmente proposto dalla Commissione, da 40 miliardi di euro a soli 10 miliardi, e il Recovery Fund non è stato così all’altezza dell’obiettivo di rendere l’Europa leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici. Il denaro destinato allo sviluppo rurale è stato ridotto della metà, mentre lo strumento di solvibilità, il finanziamento della politica di vicinato, è stato pressoché annullato. Anche il quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, in particolare Horizon Europe, ha subito gravi perdite, ottenendo solo 81 miliardi di euro anziché 100, mentre EU4Health, creato per far fronte alle conseguenze della pandemia, è stato completamente cancellato.

    Martedì, durante l’incontro con il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, Von der Leyen ha sottolineato che ottenere un ‘cenno’ del legislatore europeo “è fondamentale per attuare riforme e investimenti” in Europa. I risultati del vertice hanno ricevuto aspre critiche da parte dei legislatori dell’UE e in particolare dei Verdi, con il copresidente del partito Ska Keller che, pur plaudendo all’accordo, lo considera comunque una cattiva notizia.
    Il Consiglio europeo della ricerca (CER), davanti ai tagli previsti a Horizon Europe, ha sottolineato il paradosso di contare sui ricercatori europei per combattere la pandemia e paralizzare, al tempo stesso, i loro fondi.

  • L’UE riflette sul futuro della politica artica

    La Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno avviato congiuntamente una consultazione pubblica sulla via da seguire per la politica artica dell’Unione europea in vista delle nuove sfide e opportunità, comprese le ambizioni dell’UE nell’ambito del Green Deal europeo.

    “L’Artico è una frontiera in rapida evoluzione nelle relazioni internazionali”, ha affermato l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione, Josep Borrell, aggiungendo che i cambiamenti climatici stanno trasformando drammaticamente la regione e aumentando la sua importanza geopolitica, con un numero di attori che vedono nuove opportunità strategiche ed economiche nell’estremo nord. “Dobbiamo garantire che l’Artico rimanga una zona di bassa tensione e cooperazione pacifica – continua Borrell – dove le questioni vengano risolte attraverso un dialogo costruttivo. L’Unione europea deve essere fortemente attrezzata per gestire efficacemente le nuove dinamiche, in linea con i nostri interessi e valori”.

    Per il commissario europeo per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius, è fondamentale che ciò che accade nell’Artico non rimanga circoscritto a quell’area perché riguarda tutti. Ed è perciò necessaria una solida politica artica dell’UE che deve essere all’avanguardia, chiara e coerente per affrontare le sfide negli anni a venire.

    Con la consultazione la Commissione cerca input sui punti di forza e sulle carenze della politica esistente al fine di preparare un approccio aggiornato. Il progetto contribuirà a riesaminare il ruolo dell’UE nelle questioni relative all’Artico, rivedere le tre priorità dell’attuale comunicazione congiunta su una politica integrata dell’Unione europea per l’Artico e le relative azioni e identificare possibili nuove aree politiche da sviluppare.

    La lotta al cambiamento climatico e ai suoi impatti e la protezione dell’ambiente sono obiettivi chiave per la regione e contribuire alla promozione dello sviluppo sostenibile nell’Artico a beneficio di coloro che vivono lì, comprese le popolazioni indigene, è un’altra priorità per l’UE. Scienza, innovazione e forte sostegno alla cooperazione multilaterale sono alla base dell’approccio dell’UE nei confronti dell’Artico.

    La politica artica dell’UE è stata regolarmente aggiornata da quando è stata delineata per la prima volta nel 2008.

  • L’accordo sulla Brexit ad ottobre è ancora possibile, lo afferma il ministro degli Esteri tedesco

    “Raggiungere un accordo tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea sui loro futuri legami entro ottobre è ambizioso ma realizzabile”. E’ quanto ha dichiarato il ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, dopo l’inizio dei negoziati Brexit tra l’UE ed il Regno Unito. In precedenza, appena cominciato il semestre di presidenza tedesca dell’UE, Maas considerava la partita sulla Brexit “molto difficile e molto molto lenta” anche perché non c’è ancora certezza sulla direzione che gli inglesi vogliono intraprendere, e cioè, se vogliono o meno un accordo. La cancelliere Angela Merkel aveva già fatto sapere che avrebbe spinto per una “buona soluzione” entro l’autunno, durante la presidenza della Germania, ma che, tuttavia, l’UE deve essere preparata nel caso in cui i colloqui sull’accordo commerciale non andassero a buon fine e non venisse raggiunta un’intesa.

    Il primo ministro britannico Boris Johnson ha ripetutamente sottolineato che il Regno Unito non chiederà una proroga del periodo di transizione, che dovrebbe concludersi il 31 dicembre come è stato anche sancito dalla legge britannica.

  • Recovery Plan: quattro successi e quattro sfide

    Altre volte, in vista di decisioni importanti, c’è voluto molto più tempo per siglare l’accordo. Anche per il Recovery, un rinvio a fine agosto avrebbe potuto starci, data la posta in gioco. Ma il Consiglio e la Commissione devono aver avuto una certa paura: di abbassare le cifre iniziali della proposta, di aspettare ancora, di non controllare la qualità della spesa. Paura di perdere la faccia presso i proprio elettori, con attese diverse in ciascun paese dell’Unione, di far crollare le borse, di farsi ridere da chi, da posizioni certo diverse, nell’Europa non vuole credere – Cina, Erdogan, Putin, e gli stessi Trump e Boris Johnson.

    Intrinsecamente più forte rispetto ad altre aree del mondo, soprattutto se davvero lo volesse, l’Europa ha fatto dei suoi timori la sua arma e ha sfoderato l’accordo. Una perla rara in un mondo dove si prova a uscire dal Covid con un Oriente diviso e spaventato dal crescente ruolo cinese, un mondo arabo in preda a rinnovati egoisti, un’America latina in stato confusionale, e con gli Stati Uniti che ancora devono trovare la propria strada tra problemi interni e la rinuncia al multilateralismo. In questo contesto e seppure con le sue contraddizioni, l’Europa ha sorpreso, si è voluta sorprendere lei stessa per ampiezza della risposta alla crisi innescata dal Covid. Per almeno quattro ragioni.

    1. Mai si è vista in Europa una mobilitazione finanziaria così elevata: 750 miliardi (390 di sovvenzioni e 360 di prestiti di cui 209 destinati all’Italia, il paese che ne ottiene più di altri), più i 1.074 miliardi del bilancio pluriannuale 2021-2027. A queste risorse si aggiungono le altre già stanziate – SURE, la Banca Europea degli Investimenti, le aggiunte ai fondi per la ricerca e la protezione civile – tanto da giungere ai duemila miliardi che molti ritenevano una balla propagandistica.
    2. Cifre così elevate mettono in ombra la rivoluzione più profonda del nuovo Fondo: il ricorso all’emissione di titoli di debito comune per 750 miliardi, con interessi che saranno pagati dal bilancio comunitario. Strumenti di finanza europea che i federalisti hanno chiesto invano per quasi vent’anni. Che ci si arrivi tardi non è una ragione per non festeggiare.
    3. Com’era giusto che fosse, lo scontro non è stato tanto sulle cifre (di fatto inalterate rispetto alla proposta della Commissione), ma sulle condizioni di utilizzo: una preoccupazione non solo di Paesi Bassi e altri “frugali”, ma anche di chi come noi hanno assistito per decenni allo spreco o al mancato utilizzo dei fondi europei destinati all’Italia e hanno già più volte denunciato i sette primati negativi del paese rispetto al resto d’Europa – inefficienza della pubblica amministrazione, corruzione, economia sommersa, evasione e giungla tributaria, crimine organizzato, costo delle istituzioni, moltiplicazione dei centri decisionale e di spesa. La formula finale è tipica di un compromesso che fa contenti tutti: vi sono ottime aree prioritarie di spesa – agenda digitale, sostenibilità ambientale, aggiornamento della burocrazia e della giustizia, e altre priorità europee – e un meccanismo di controllo dell’impiego delle risorse che impegna il governo beneficiario, poi la Commissione e se necessario il Consiglio, a maggioranza qualificata e con tempi certi.

    Se per alcuni aspetti avremmo auspicato un coinvolgimento anche maggiore da parte della Commissione, la combinazione di elevate risorse, programmazione di aree strategiche e procedure di controllo, remano verso la creazione di quel governo economico europeo invocato dai federalisti e osteggiato dai sovranisti, ma che seppure a piccoli passi si sta plasmando come una necessità per gestire la sempre più interdipendente e complessa Europa.

    1. Dal vertice escono vincitori i governi più europeisti: il solito asse franco-tedesco, la Spagna e il Portogallo, il Belgio e il Lussemburgo, e soprattutto l’Italia e in particolare il Presidente del Consiglio. Conte torna a Roma perfino con più risorse di quelle che si potevano prevedere alla vigilia e con condizionalità comunque virtuose: una lezione a chi, nell’opposizione ma anche nella maggioranza, ha gufato contro la scommessa europeista.

    Non sono successi che s’improvvisano: per quanto possa sorprendere, la capacità di intessere relazioni umane dirette, di crearsi una propria credibilità personale, sono elementi cruciali in un negoziato europeo – quasi quanto la forza di cui un paese dispone a monte. Giuseppe Conte, già dal suo primo governo, ha saputo creare questi rapporti e si è districato ammirevolmente tra Rutte e Orban, tra Macron e la Merkel, tra la van der Leyen e Michel, usando a giuste dose i toni forti e la persuasione. Gli italiani che invocano una maggioranza di centro-destra dovrebbero capire che essa non avrebbe mai potuto ottenere 209 miliardi dall’Europa, di cui 81 a fondo perduto. E con i fondi ordinari del periodo 2021-2027 si arriva a 250 miliardi…

    Questa storia però non è un “lieto fine”. Perché è solo l’inizio di quattro partite ben più difficili, tre per il governo e per tutta l’Italia, e una per l’Europa.

    1. La prima è la questione dei 37 miliardi aggiuntivi del MES, su cui maggioranza e opposizione sono divise al loro interno. L’ottimo risultato sul Recovery non dovrebbe far calare l’interesse per il MES. Tenendo conto delle condizioni di controllo previste dal Recovery, il MES offre addirittura margini di autonomia maggiori, seppure indirizzati nel solo, ma vitale, settore della spesa sanitaria. E dopo aver ricevuto oltre 200 miliardi di altri fondi UE non possiamo credere che l’Italia si possa trovare nell’impossibilitò di rimborsare un prestito a tassi zero e lunga scadenza, condizioni mille volte migliori di quelle offerte dal mercato, e dunque di cadere sotto l’amministrazione controllata della troika. Se questo accadesse, vorrebbe dire che il paese sarebbe già al collasso, e la classe politica italiana si meriterebbe di essere messa sotto libertà vigilata.
    2. MES o non MES, resta il nodo del buon utilizzo di questo improvviso patrimonio. I precedenti italiani e anche le esitazioni dell’esecutivo in carica non promettono niente di buono e le preoccupazioni di certi paesi europei sono anche nostre. Con venti regioni, l’unico parlamento al mondo con un bicameralismo perfetto, una confusione normativa e di ruoli sistemica e una cultura nazionale piegata al modello assistenzialistico, Conte e il governo rischiano di trasformare il successo europeo in un fallimento paradossale se non sapranno impiegare presto e bene questi oltre duecento miliardi. Sotto questo profilo, finora non si vedono elementi che possano rassicurare.

    Giorgio La Malfa ha lanciato una proposta forte: creare una sorta di commissario alla gestione di queste risorse, nella persona di Mario Draghi. La garanzia non sta solo nel nome, super-partes e di alta credibilità internazionale, ma anche in un meccanismo che eviti una “spartizione del bottino” con logiche del tanto-a-me-tanto-a-te, tra ministeri e tra regioni, senza una visione di fondo. Draghi saprebbe come fare per il bene del paese.

    1. Tuttavia, il paese non può perversare nell’abitudine di risolvere i suoi problemi con task-force e commissari, e dunque in deroga. Occorre mettere mano alle regole ordinarie e approfittare di questa bizzarra congiuntura – massimo crollo del pil e massimo aiuto europeo – per procedere a riforme che procedano per riduzione e non per aggiunte, attaccando con decisione quei sette vizi che abbiamo già ricordato, riformando le pensioni, giustizia, scuola. Se ne parla da secoli, così come da secoli si era parlato di eurobond – ora non ci sono più scuse. Senza questa svolta avremo perso una delle migliori occasioni per rendere l’Italia un paese più giusto, più coeso più moderno, più prospero; avremo perso solo altro tempo e denaro e li avremo fatti perdere all’Europa. Qualcuno dirà che non sarebbe un dramma: manterremo la nostra “sovranità”, i nostri giovani continueranno a cercare lavoro in Europa e gli europei continueranno a volerci bene e a venire in Italia – ma solo in vacanza.
    2. Se l’Italia deve affrontare senza paura le sue riforme, anche l’Unione Europea deve riscrivere le sue regole. La crisi del Covid non si ripresenterà spesso, ma chissà, e non si possono fare le cinque di mattina ogni volta. In ogni caso c’è qualcosa di folle nello stanziamento di duemila miliardi senza disporre alle spalle di una vera Europa federale. Come gli italiani a casa loro, anche tutta l’Europa non deve trasformare un successo in una perdita di tempo, e deve procedere a un nuovo trattato, con fiscalità comune, difesa comune, politica estera veramente comune, ricerca comune, e anche sanità pubblica comune. Per come vanno le cose altrove, da questa scelta di fondo ne va della prosperità degli europei, ma anche del futuro del mondo libero.

    Niccolò Rinaldi

    Responsabile politiche europee PRI e Presidente di Liberi Cittadini

  • 2500 anni di storia europea raccontati da Roberto Amati in un saggio che riceverà il Premio Casentino

    Una ricerca personale durata oltre 20 anni che ha dato vita al libro “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI. Le antiche origini si rinnovano nelle attuali aeternitas”. Si intitola così il progetto del giornalista torinese Roberto Amati che, per l’approfondimento, l’attenzione, lo studio, ha meritato il Premio Speciale “Letteratura e Geopolitica” dalla Giuria della 45° edizione del Premio Letterario “CASENTINO” per la saggistica edita. La cerimonia di premiazione avverrà sabato 5 settembre a Poppi (AR), presso l’Abbazia di San Fedele.

    Grande l’entusiasmo di Amati per il riconoscimento. “Trattandosi di un concorso prestigioso e di una giuria composta da tutti professori universitari di letteratura, non posso che essere soddisfatto perché oltre al valore di contenuto riconosciuto dai selezionatori, costoro hanno ritenuto la struttura in parti tematiche e in stili letterari differenti meritoria, unitamente alle collezioni in allegato di Cartine storiche De Agostini, di un Glossario sui termini antichi e brocardi citati nel libro e ad un’ampia e variegata bibliografia”.

    Il testo, autoprodotto e vera propria novità nel settore della saggistica storica, presenta un’interpretazione originale dell’intera storia continentale, partendo dalle più antiche civiltà fino ai giorni nostri, per riscoprire quegli elementi eterni che sostengono ogni aspetto della comunità europea.

    Partendo dal confronto fra euroentusiasti ed euroscettici l’autore si chiede se siamo davanti alla fine di un percorso o davanti ad un bivio, se l’idea di Europa unita sia ancora un sogno o può concretizzarsi per i nostri giovani. L’Europa unita è nata molto prima di Maastricht e la riscoperta delle sue radici aiuta a capirlo.

    Gli «Europei» sono diventati un popolo unico col sorgere dell’Impero Romano Cristiano (con Costantino) e dal momento in cui si sono riconosciuti nell’appartenenza alla religione del Cristo (Carlo Magno), soprattutto nei rapporti con altri culti e regioni del mondo e nonostante le innumerevoli divisioni interne e differenziazioni che hanno segnato profondamente la storia continentale.

    Conoscere la storia dei popoli europei, delle diverse integrazioni culturali, i feudi, i regni, i principati, le lotte tra guelfi e ghibellini è fondamentale per comprendere che l’Europa odierna è il prodotto della lotta fra indipendentismi e totalitarismi che ha generato gli stati nazionali attuali.

     

  • L’irlandese Donohoe eletto presidente dell’Eurogruppo

    Paschal Donohoe, ministro delle finanze irlandese, sarà il prossimo presidente dell’Eurogruppo. Il suo nome, un po’ a sorpresa, è scaturito dalla votazione segreta svoltasi on line.

    Donohoe succede al presidente portoghese, Mario Centeno, che ha rassegnato le dimissioni a giugno, dopo aver annunciato che non si sarebbe candidato per un secondo mandato. La scadenza naturale del suo incarico era prevista per il 13 luglio.

    Il ministro irlandese ha prevalso sul candidato spagnolo, Nadia Calviño, e sul lussemburghese Pierre Gramegna che ha abbandonato al primo turno.

    Sebbene le decisioni dell’Eurogruppo non siano giuridicamente vincolanti, l’organismo informale dell’UE è estremamente influente. Il nuovo Presidente, il cui incarico durerà due anni e mezzo, dovrà occuparsi dei principali negoziati di carattere fiscale dei 27 Paesi in seguito alla pandemia di Coronavirus e del bilancio dell’UE per il 2021-2027.

    Parlando in conferenza stampa, Donohoe ha affermato di essere fiducioso che l’Eurogruppo possa svolgere un “ruolo essenziale nel creare un consenso” sulle decisioni politiche dell’UE.

     

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