UE

  • Dalla Ue altri 100 milioni in aiuto dell’Africa

    Due nuove misure umanitarie sono state finanziate da parte della Commissione europea, per una cifra complessiva di poco inferiore ai 100 milioni di Euro.

    Un primo pacchetto di aiuti, del valore di 60 milioni di euro, è destinato alla Repubblica Centrafricana, che ha visto lo scoppio di due sanguinose guerre civili nel corso degli ultimi 15 anni: la misura, finalizzata a implementare gli accordi di pace dello scorso 6 febbraio, va ad aggiungersi agli 850 milioni stanziati dall’Unione a beneficio del Paese africano negli ultimi 5 anni, dei quali 140 milioni nell’erogazione di aiuti umanitari.

    Il secondo pacchetto di aiuti, dal valore di 34 milioni di euro, sosterrà la realizzazione di iniziative umanitarie nella regione subsahariana dei grandi laghi: in particolare, 29,375 milioni contribuiranno a contrastare la carestia che affligge le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, già interessate da conflitti armati e recentemente colpite da una nuova epidemia del virus ebola; 4,3 milioni  sovvenzioneranno l’erogazione di provviste, assistenza sanitaria ed istruzione ai rifugiati burundesi in Tanzania e Ruanda; infine, 600.000 euro finanzieranno i progetti di assistenza umanitaria rivolti ai rifugiati della Repubblica Democratica del Congo nel vicino Congo.

  • Un progetto italiano tra i premiati dalla Ue con Horizon Impact Award

    C’è anche un progetto italiano tra i quattro ai quali la Commissione europea il 26 settembre ha assegnato il premio ‘Horizon Impact Award’, col quale la stessa Commissione si prefigge di mostrare i benefici socio-economici provenienti dagli investimenti europei in ricerca ed innovazione. Smart-coasts, questo il nome del progetto italiano, ha sviluppato pratiche efficienti per salvaguardare i tratti costieri europei soggetti a erosione e inondazioni.

    Gli altri tre progetti premiati sono stati messi a punto in Germania, Francia e Regno Unito. Sviluppato in Germania, Manno-Cure ha permesso di sviluppare un medicinale in grado di  migliorare notevolmente le condizioni di vita delle persone afflitte da una rara malattia chiamata “Alfa mannosidosi” (il medicinale è già disponibile sul mercato). Crisi-Tls, elaborato in Francia, ha permesso di aumentare la sicurezza dei browser Internet, permettendo agli utenti di effettuare molteplici operazioni, come gli acquisti online, con una connettività più affidabile. Safe, messo a punto in Gran Bretagna, è un programma gratuito per prevenire gli abusi infantili. Il programma è già stato tradotto in 18 lingue e utilizzato in 22 diversi Paesi.

  • Si lotti prima coi grandi elusori. Ue non può fare più finta di guardare altrove

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Maro Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi dell’11 ottobre 2019.

    La legge di bilancio è sempre un momento difficile per il governo, per i cittadini e per lo stato. Soprattutto se l’economia è in profonda stagnazione, a volte dentro, a volte appena fuori da una vera e propria recessione. Quando la crescita non c’è, inevitabilmente c’è scarsità di reddito e, di conseguenza, manca regolare gettito fiscale. Perciò, far quadrare i conti senza un aumento delle tasse, dell’Iva per quanto riguarda il nostro paese, diventa opera di un equilibrista. È una storia vecchia, ma l’Italia non può permettersi un’evasione fiscale ai livelli di una «repubblica delle banane».

    L’ultimo studio del ministero dell’economia riporta che nel 2016 l’evasione fiscale è stata di 107 miliardi di euro. Secondo la società inglese di ricerca, The Tax Research LLP, sarebbe addirittura di 190,9 miliardi di euro. Il totale europeo sarebbe di ben 823,5 miliardi. L’Italia è la prima in Europa, seguita dalla Germania con 125,1 miliardi di evasione. È il caso di ricordare che la nostra spesa pubblica per la sanità è di 115 miliardi e quella per la scuola di 60.

    Un secondo studio, “The European Tax Gap”, misura il rapporto tra tasse evase e il gettito fiscale. In Italia è del 23,29%. Siamo quarti in Europa, dopo la Romania, la Grecia e la Lituania. Nonostante che il denaro recuperato dall’evasione sia quadruplicato in poco più di 10 anni, dai 4,4 miliardi del 2009 ai 19,2 del 2019, il problema resta sostanzialmente irrisolto. Rispetto ai totali di evasione menzionati è davvero parva res, piccola cosa…

    Vi è poi l’elusione fiscale, cioè l’utilizzo di tutte le cosiddette «strade legali» e di alcuni trucchi per sottrarsi al fisco. La praticano in particolare le grandi imprese internazionali. Sfruttano i paradisi fiscali, ancora legalmente irraggiungibili dalle autorità degli stati. Sono noti i casi legali nei confronti, per esempio, di Amazon, Facebook, Google, Apple e di altri giganti del web. Si calcola che l’elusione dei grandi gruppi esteri in Italia potrebbe generare ammanchi di entrate tra i 5 e i 20 miliardi di euro (a secondo delle stime adottate). A tutto ciò si dovrebbero aggiungere le attività illegali (prostituzione, droga, criminalità organizzata, ecc) che nei calcoli stranamente non sono prese in considerazione. Il piano annunciato dal governo italiano per la lotta all’evasione dovrebbe portare nelle casse dello stato 7 miliardi di euro. Ridurre l’uso del contante a favore dei pagamenti elettronici farebbe aumentare il numero delle operazioni tracciate e potenzialmente anche diminuire il numero degli evasori.

    Aumentare la tracciabilità dei pagamenti è sicuramente importante, ma deve essere accompagnata, meglio se preceduta, dal potenziamento e dalla modernizzazione delle agenzie preposte alla lotta all’evasione. Oggi la grande evasione, purtroppo, corre sempre davanti alle regole e agli interventi dello stato. Si creano innegabili distorsioni e disuguaglianze tra coloro che si trovano in una condizione che permette di evadere le imposte e quelli che sempre le pagano. Al riguardo è opportuno ricordare che i 17 milioni di lavoratori dipendenti, pubblici e privati, e di pensionati pagano le imposte fino all’ultimo centesimo, in quanto, com’è noto, trattenute direttamente sulla busta paga e sulla pensione.

    In Italia vi sono poi 5 milioni di lavoratori autonomi, imprenditori, artigiani e partite Iva che potrebbero, se volessero, evadere anche percentuali significative rispetto al dovuto allo stato. Secondo alcune stime circa 33 miliardi di euro di imposte sul reddito (Irpef), pari al 63% del dovuto da parte degli autonomi, non arriverebbe al fisco.

    Ancora più evasa è l’Iva, l’imposta sugli scambi di beni e servizi. Si stima che ogni anno non sarebbe versata per 35 miliardi di euro. La lotta all’evasione ha tentato sempre di ricuperare l’Iva evasa. Esaminando il flusso degli acquisti e delle vendite si è in grado di ricostruire meglio anche il reddito degli operatori. Ci sembra che la strada sia quella giusta. Si stima che nel 2019 la semplice introduzione della fatturazione elettronica sembra possa produrre un gettito aggiuntivo di Iva superiore a 4 miliardi.

    In merito all’uso del contante l’accanimento mediatico ci sembra francamente esagerato e pretestuoso. I pagamenti telematici, bancomat e carte di credito varie, dovrebbero essere introdotti in modo progressivo e accompagnati dalle necessarie semplificazioni degli adempimenti fiscali e, soprattutto, non gravati da alcun costo per gli utenti. Se la lotta all’evasione e all’elusione è prioritaria per il rilancio dell’economia, diventa urgente migliorare le qualificazioni tecnologiche delle varie agenzie preposte e l’aumento dei relativi organici.

    Tutti devono pagare le tasse dovute e contribuire proporzionalmente al bene comune, così come prevede la nostra Carta costituzionale. La lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale deve, però, cominciare veramente con i grandi evasori.

    Si può ulteriormente accettare supinamente che grandi società operanti in Italia spostino la loro sede fiscale in Olanda per pagare meno tasse? O si deve, invece, pretendere che l’Ue adotti norme fiscali omogenee per tutti i paesi dell’Unione? Questo è il salto di qualità che si chiede all’Europa per avere maggiore credibilità.

    * già sottosegretario all’Economia ** economista

     

  • Cybercrime is evolving rapidly, report finds

    According to Europol’s 2019 cybercrime report presented on 9 October, cybercrime is continuing to mature, shifting its focus to larger targets as well as new technologies. Data is the key element in cybercrime, both from a crime and an investigate perspective.

    According to the report, new threats do not only arise from new technologies but often come from known vulnerabilities in existing technologies. Law enforcement must therefore approach cybercrime with prevention and increasing cyber resilience.

    “At Europol, we see that key tools must be developed to keep cybercriminals at bay. This is all the more important, considering that other crime areas are becoming increasingly cyber-facilitated”, said Europol’s Executive Director, Catherine De Bolle.

    Ransomware remains the top cybercrime threat this year, followed by DDoS attacks, child sexual exploitation material, as well as blockchain marketplaces, including the Darknet. The coordinated response to large-scale cyber-attacks remains a key challenge to effective international cooperation, the report concludes.

  • Una marcia per gli Uiguri in occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese  

    Il primo ottobre, il World Uyghur Congress con l’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non rappresentati (UNPO), la Compagnia Internazionale per il Tibet (TIC), l’Associazione uigura belga e la Comunità tibetana in Belgio ha organizzato una marcia e una manifestazione congiunte a Bruxelles per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani in Cina. La comunità uigura e le comunità tibetane e di Hong Kong si sono unite per solidarizzare e condannare il regime autoritario che vige nella Repubblica Popolare. Alla marcia hanno partecipato oltre 700 persone, tra cui molti membri del Parlamento europeo e alcuni studiosi che hanno tenuto vari discorsi per sollecitare la comunità internazionale, ed in particolare il Parlamento europeo, a denunciare in modo più veemente l’abuso dei diritti umani da parte della Cina e sostenere con più vigore la causa uigura.

    Il presidente del WUC, Dolkun Isa, in vista della marcia, celebrata proprio a ridosso del  70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, in un editoriale aveva denunciato la forte violazione dei diritti umani nel Turkistan orientale da parte di Pechino, dove 1-3 milioni di uiguri sono detenuti nei campi di internamento. Durante la manifestazione di Bruxelles il presidente ha invitato la comunità internazionale a continuare ad esercitare pressioni sulla Cina, esprimendo anche la sua profonda delusione per la scarsa presa di posizione del mondo musulmano, nonostante la Cina abbia definito l’Islam una malattia ideologica che deve essere sradicata. La manifestazione, seguita da molti media, si è conclusa davanti alla Commissione europea.

  • Monito di Bruxelles: l’Italia rischia di vedersi ridurre i fondi strutturali

    Bruxelles ammonisce l’Italia: i fondi strutturali europei destinati al Belpaese potrebbero essere decurtati nel caso non sia mantenuto un adeguato livello d’investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Nei giorni scorsi la Commissione Ue ha inviato una lettera al governo nella quale, come ha riferito il direttore generale per la Politica regionale della Commissione Ue Marc Lemaitre, ha indicato le cifre più che preoccupanti sugli investimenti al Sud, che sono in calo e non rispettano i livelli previsti per non violare la regola Ue dell’addizionalità”. Lo ha detto.

    Per garantire un effettivo impatto economico, il principio di ‘addizionalità’ garantisce che i fondi strutturali non sostituiscano la spesa pubblica, ma che rappresentino un ‘valore aggiunto’. L’impegno contenuto nell’accordo di partenariato siglato dall’Italia e da Bruxelles per il 2014-2016 era d’investire al Sud risorse pubbliche pari allo 0,47% del Pil del Mezzogiorno, mentre – indica la lettera della Commissione – i dati parlano dello 0,40%. Per quanto appaia piccola, la differenza di 0,07 punti percentuali equivale a circa il 20% in meno di risorse pubbliche spese sul territorio. E la tendenza per gli anni successivi non fa ben sperare. Se si guarda al 2014-2017, il tasso d’investimenti scende allo 0,38%. L’impegno italiano è invece quello di garantire un livello di spesa pubblica al Sud pari allo 0,43% del Mezzogiorno per il 2014-2020.

    La Commissione chiede quindi al governo quali misure intende intraprendere per invertire la tendenza e garantire un adeguato livello d’investimenti al Sud. Nel caso in cui non fossero rispettati gli impegni presi con Bruxelles, la Commissione potrebbe anche attuare una «rettifica finanziaria», che significa un taglio dei fondi strutturali. «Non conosco nessun altro Paese che ha una situazione così debole» per quanto riguarda gli investimenti pubblici, ha detto Lemaitre aprendo i lavori della Settimana europea delle città e delle regioni. «Gli sforzi europei fatti attraverso il bilancio comunitario sono stati neutralizzati dai tagli agli investimenti pubblici nel Mezzogiorno – ha continuato il direttore generale – questo è legato anche alla capacità amministrativa, ma siamo certi che con un’attenzione adeguata dedicata a questo campo potrebbero esserci molti investimenti pubblici in più al Sud. E allora, forse, cominceremmo a fare la differenza».

  • Dalla Ue due milioni di euro alle vittime di violenze sessuali di guerra

    Il 24 settembre, il commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo europeo Neven Mimica, ha annunciato un contributo di 2 milioni di euro da parte dell’Unione Europea al Fondo internazionale per i sopravvissuti alla violenza sessuale legata ai conflitti. La donazione è stata annunciata durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, dove il Commissario Mimica ha incontrato i premi Nobel per la pace, Denis Mukwege e Nadia Murad ai quali è stato dedicato il fondo. Il dottor Denis Mukwege è un ginecologo congolese che ha fondato e lavora nell’Ospedale Panzi a Bukavu, in Congo, specializzato nella cura di donne vittime di violenza sessuale da parte di gruppi di ribelli armati. Nadia Murad, invece, è un membro della minoranza Yazidi nel nord dell’Iraq sopravvissuta a un terribile attacco nel 2014 al suo villaggio da parte dello Stato Islamico. Entrambi sono stati premiati con il Nobel per la Pace per il loro impegno a porre fine a ogni tipo di violenza sessuale.

    Si tratta di una collaborazione tra più partner per fornire ai sopravvissuti l’accesso a cure e ad altre forme di sostegno per aiutarle a reintegrarsi pienamente nelle loro comunità. Nadia Murad ha messo in luce l’importanza e la consapevolezza per le vittime di individuare le responsabilità dei crimini subiti, in quanto ciò può sostenere notevolmente il processo di guarigione. Il dottor Mimica ha invece voluto sottolineare come questo fondo sia un contributo importantissimo per l’umanità, poiché è destinato a dare un sostegno alle donne che hanno dovuto affrontare il dolore indicibile della violenza sessuale in situazioni di guerra e devono ricostruire le loro vite.

    Il lancio ufficiale del fondo avrà luogo il 30 ottobre 2019 alle Nazioni Unite a New York. Anche Paesi come la Francia e la Germania hanno annunciato il loro sostegno al Fondo.

  • Airbus: il Made in Italy paga ancora per tutti

    Da anni l’intero mondo accademico quanto quello politico continuano ad affermare che il futuro della crescita economica italiana ed europea  risulti  legato allo sviluppo di prodotti ad alta tecnologia dei quali gli aeromobili rappresentano sicuramente un esempio. Viceversa, con distanza e sufficienza vengono considerati strategici settori industriali come l’agroalimentare, espressione del Made in Italy di settori  primari e  secondari. Questi ambiti tanto poco considerati si dovranno far carico anche del costo aggiuntivo dei dazi statunitensi perché con il consenso dei governi europei sono stati concessi degli aiuti di Stato al consorzio Airbus.

    In altre parole, i prodotti ad alta tecnologia hanno goduto di aiuti di stato che il tribunale del Wto ha considerato lesivi della libera concorrenza dando il proprio consenso alla introduzione dei dazi dell’amministrazione statunitense. Sono perciò inutili i piagnistei come le prese di posizione delle autorità politiche europee ed italiane le quali, a loro volta, rappresentano la causa di questa situazione.

    Ancora una volta a pagare il conto sarà il made in Italy.

  • Greek government moves to improve management of refugee crisis

    ATHENS – Amidst a major uptick in the number of migrant arrivals landing on Greece’s eastern Aegean Islands, Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis summoned his cabinet on 30 September for talks on how to speed up the asylum process and build new housing facilities, moves that would give the government the ability to transfer several thousand migrants from overcrowded camps to more suitable facilities on the Greek mainland.

    Mitsotakis reportedly opted to call in his closest advisors to discuss the matter Turkey following the death of a woman and a child in a fire at the overcrowded Moria refugee camp on the island of Lesbos. The deaths came at a time when the number of migrants arriving from Turkey has steadily been on the rise in recent weeks.

    The fire at the Moria camp was later extinguished, but the police were later forced to fire tear gas at the angry crowd that had gathered to protest the two deaths. At least 17 people were injured in the ensuing clashes.

    Since coming into office in July, the Mitsotakis’ government has taken the view that solving the ongoing migrant crisis is a top priority for the new administration. Sources close to Mitsotakis told New Europe that the government is trying to take a realistic approach when coming up for solutions to the migrant issue, including using the term “migrant” rather than “refugee” to describe a crisis that first began in the summer of 2015.

    Part of the Mitotakis government’s new approach to the matter includes closely scrutinising the place of origin of those who are now landing on the Greek islands. Very few of the new arrivals are from conflict zones like Syria and Afghanistan, which has helped the Mitsotakis government move away from the poor handling of the migrant crisis by the previous leftist government of Alexis Tsipras, who mostly focused on addressing the humanitarian aspect of the refugee crisis, but did far too little when it came to providing suitable sanitary living conditions for the more than 70,000 migrants that are awaiting their asylum applications to be processed and failed to alleviate the economic burden on the islands who have been hosting the refugees for more than four years.

    The Greek government plans in the coming days to introduce new draft legislation that would reduce the time needed for the asylum processes, which currently can last from several months to years.

    The Mitsotakis government wants to set clear timelines for the country’s primary and secondary administrative asylum committees and streamline the appeals process. According to government officials and lawmakers familiar with the new draft proposal, the goal is to have asylum applications processed within 100 days.

    As part of the overall plan to overhaul the living conditions for the migrants, Greece’s Defence Ministry has presented a list of unused or shuttered military facilities on the Greek mainland which could be transformed into new sites that would be suitable for housing several thousand refugees.

    Some of the sites would be designated as “closed” facilities, or detention centres, where illegal migrants whose asylum applications have been turned down will be transferred before they are repatriated to their country of origin or to Turkey. The broader plan, however, is to move as many people from the islands to the mainland in as little time as possible. Sources within the Civil Protection Ministry have claimed that the Moria refugee camp most of its 13,000 inhabitants transferred from their squalid conditions to new sites on the mainland within the next two months.

    A key component of the Mitsotakis government’s revised approach to the migrant crisis has been their stated readiness to better guard Greece’s national borders as well as those of Europe with more boat patrols by the Hellenic Coast Guard near the maritime territorial boundaries that separate Greece and Turkey.

    Athens has been in close contact with officials from Frontex – the European Border and Coast Guard Agency – in the hope that they can create a wider scope of cooperation between the Greek border services and their EU counterparts when patrolling Greece’s territorial waters and the Turkish coast.

    Greek officials are, however, increasingly in full agreement that their efforts to manage the migrant issues and improve the situation in the country hinges on the Turks’ continued implementation of 2016’s EU-Turkey Statement, whereby Ankara pledged to make greater efforts to limit departures of migrants towards five Greek islands that are closest to the Turkish coast.

    Mitsotakis is said to be ready to broach the particular question about his approach to the refugee crisis at the upcoming European Council meeting scheduled for 17-18 October.

     

  • Le solite bugie in attesa dell’ennesima delusione

    Ai disonesti non è permesso stare nella città di Dio.
    E’ scritto nella Bibbia: “Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori,
    gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna.”

    Libro dell’Apocalisse; 22:15

    Giovedì scorso il Bundestag tedesco, riunito in una seduta speciale, ha votato una Risoluzione sul futuro percorso europeo per l’Albania e la Macedonia del Nord. Un percorso che per l’Albania diventa sempre più difficile, mentre per la Macedonia il parere è ben diverso e positivo, nonostante abbia cominciato il suo percorso europeo dopo l’Albania.

    Nel giugno 2003 nel vertice di Salonicco si discuteva e si decideva sulla prospettiva europea per i paesi dei Balcani occidentali. Esattamente tre anni dopo l’Albania ha firmato l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea. Accordo che è entrato in vigore nell’aprile 2009, dopo che l’Albania ha ufficialmente presentato la sua richiesta per diventare parte integrante dell’Unione. Nel novembre 2010 la Commissione europea pubblicava la sua Opinione positiva su quella richiesta e ufficializzava dodici priorità che l’Albania doveva adempiere prima dell’avvio dei negoziati di adesione. Una prima conferma dei progressi fatti in quel periodo nel percorso europeo del paese è stata la decisione delle Istituzioni dell’Unione europea per il riconoscimento, ai cittadini albanesi, del diritto di viaggiare senza visti d’ingresso in tutti i paesi europei, come previsto dall’Accordo di Schengen. Dopo un ostinato e ingiustificato “condizionamento” del percorso europeo per alcuni anni, da parte dell’opposizione, allora capeggiata dall’attuale primo ministro, finalmente nel giugno 2014 il Consiglio europeo riconosceva all’Albania lo status del paese candidato per l’adesione all’Unione europea. Erano passati circa otto mesi da quando il primo ministro attuale aveva giurato come nuovo capo del governo. Da allora in poi però, e purtroppo, il percorso europeo è diventato sempre più in salita per l’Albania, nonostante l’opposizione non abbia fatto le stesse o simili “manovre di condizionamento” come in passato. Nel maggio 2018, durante il vertice di Sofia tra l’Unione europea e i paesi dei Balcani occidentali, è stata confermata la prospettiva europea per la regione. In quel vertice sono state determinate anche una serie di azioni concrete per rafforzare la collaborazione, soprattutto nell’ambito della sicurezza e della legalità.

    Un anno fa, il 26 giugno 2018, durante la riunione a Lussemburgo del Consiglio dell’Unione europea, i ministri degli Affari esteri non hanno confermato la proposta della Commissione europea per aprire i negoziati con l’Albania senza condizioni. Anzi, essi hanno aumentato le condizioni poste all’Albania. Da cinque che erano prima, sono diventate sette. La condizione riguardante la riforma della giustizia aveva ben sette richieste, ognuna delle quali era una condiziona a parte. Perciò realmente erano tredici le condizioni poste all’Albania, prima dell’apertura dei negoziati! Una testimonianza significativa di come non solo non c’era stato progresso ma, anzi,che la situazione si stava deteriorando. E si trattava di condizioni legate alla corruzione, la criminalità organizzata, il traffico illecito dei stupefacenti ecc. Quella decisione del 26 giugno dei ministri degli Affari esteri è stata adottata, senza essere discussa, dal Consiglio europeo del 28 – 29 giugno 2018 a Bruxelles.

    Trovandosi in grosse difficoltà, perché prima aveva assicurato l’apertura senza condizioni dei negoziati da paese candidato all’adesione dell’Unione europea, il primo ministro ha cercato, come sempre, di mentire e di ingannare. A lui e alla sua propaganda governativa hanno fatto eco, come sempre, i media controllati e i soliti “rappresentanti internazionali”. Il 26 giugno 2018, subito dopo la decisione presa sull’Albania da parte del Consiglio dell’Unione europea, il primo ministro albanese ha cantato vittoria dichiarando fandonie. Poi, il 29 giugno 2018 il primo ministro ha, addirittura, messo in scena un pagliacciata, conferendo a quattro ambasciatori albanesi, quelli in Belgio, in Olanda, in Francia e in Germania, la medaglia di “Gratitudine del primo ministro”. E non a caso ha decorato quegli ambasciatori. Perché a Bruxelles ci sono le Istituzioni dell’Unione europea. Ma anche perché la Francia, l’Olanda e la Germania erano tutt’altro che convinte all’apertura dei negoziati. E lo hanno dimostrato in seguito, non cambiando opinione neanche attualmente. I fatti accaduti da allora in poi hanno clamorosamente smentito le dichiarazioni pubbliche del primo ministro. Ragion per cui anche quelle decorazioni si ricordano adesso come una vera e propria buffonata. Durante quei giorni del giungo 2018 e in seguito il primo ministro ha semplicemente, volutamente e spudoratamente mentito all’opinione pubblica, come suo solito. Lo conferma la sua seguente dichiarazione, riferendosi alla decisione del Consiglio europeo del giugno 2018. “Dopo 72 ore tra le onde interiori all’Unione europea, l’Albania è riuscita ad avere la data per entrare nel porto dell”Unione europea. I risultati delle nostre riforme hanno fatto sì che anche i più scettici riconoscessero il merito dell’Albania…”! Data che, ad ora, non è stata mai assegnata all’Albania. La prossima sfida sarà la riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre di quest’anno. I segnali però sono tutt’altro che rassicuranti. Anzi!

    Tutto ciò è accaduto da giugno 2018 in poi. Ma di nuovo i segnali per l’apertura dei negoziati tra l’Albania e l’Unione europea sono tutt’altro che ottimistici. Lo conferma senza mezzi termini, almeno fino ad ora, la Risoluzione del Bundestag tedesco per l’Albania approvata il 27 settembre scorso. In quella Risoluzione è stata messa chiaramente in evidenza l’esistenza di una grave crisi politica e istituzionale nel paese causata dai preoccupanti problemi legati a corruzione,criminalità e giustizia. La Risoluzione obbliga la cancelliera Merkel a tenere presente, durante il prossimo vertice del Consiglio europeo del 17-18 ottobre, non più sette, ma ben nove condizioni sine qua non prima di consentire l’apertura dei negoziati. Le nuove nove condizioni sono divise in due gruppi. Soltanto dopo l’adempimento delle prime due si potrebbe aprire la prima conferenza ufficiale per l’adesione tra l’Albania e l’Unone europea. Mentre la seconda conferenza non si potrà aprire senza l’adempimento delle rimanenti sette condizioni. Il che significa rimandare tutto di nuovo e per chissà quanto. Le cattive lingue dicono addirittura che al primo ministro non interessa per niente l’apertura dei negoziati, anzi! Chissà perché ha considerato la Risoluzione del Bundestag una “buona notizia”?! Nel frattempo, essendo l’apertura dei negoziati una decisione da prendersi all’unanimità dal Consiglio europeo, basterebbe un solo voto negativo per spostare tutto. E sembrerebbe che lo potrebbe fare l’Olanda. Lo ha confermato nei giorni scorsi il ministro degli esteri olandese, per il quale, riferendosi all’Albania “non c’è nessuna indicazione che qualcosa sia cambiato”. Per non dimenticare poi la refrattaria Francia e qualche altro paese dell’Unione. Chissà che bugie dirà il 18 ottobre prossimo il primo ministro albanese?

    Chi scrive queste righe è da tempo convinto che l’apertura dei negoziati per l’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea significa semplicemente aver adempito tutte le condizioni prima di aprire le negoziazioni. Non il contrario. Né più e né meno! Mentre il primo ministro, mentendo e ingannando, sta cercando di vendere come successo l’ennesimo clamoroso fallimento e l’ennesima delusione. Per lui non ci sarà mai posto nella città di Dio, come è stato scritto nella Bibbia.

     

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