UE

  • Adesso, 62 anni dopo…

    La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

    dal “Manifesto di Ventotene”

    “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Iniziava così quell’importante testo, quel documento storico che è meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Sotto il significativo titolo “Per un’Europa libera e unita; Ventotene, agosto 1941”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, insieme anche con Ursula Hirschmann e altri, in quel documento sviluppavano ed esponevano le loro visioni su come potrebbe e dovrebbe essere la nuova Europa. Spinelli e Rossi in quel periodo, per le loro idee, si trovavano internati al confino nell’isola di Ventotene. Un documento nel quale gli autori argomentavano la necessità di costituire “…una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale”. Tutto scritto mentre la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e le sorti del conflitto erano ancora tutt’altro che previste.

    Circa nove anni dopo, il 9 magio 1950, Robert Schuman, l’allora ministro francese degli Affari Esteri, ha presentato una proposta concreta. Proposta che ormai viene conosciuta come la Dichiarazione Schuman e che prevedeva la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una proposta coraggiosa, tenendo presente la storia dei conflitti europei e, più in particolare, quelli tra la Francia e la Germania. Ma, allo stesso tempo, anche una proposta lungimirante, tramite la quale si definiva un nuovo modello, sovranazionale, di collaborazione tra gli stati sovrani, che apriva nuove e concrete prospettive per i paesi europei. Il perno della proposta di Schuman era un accordo tra i paesi aderenti, per mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio. “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Così dichiarava allora Robert Schuman. Quell’accordo è stato raggiunto circa un anno dopo e i paesi firmatari erano sei: la Francia, la Germania dell’ovest, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il rispettivo trattato è stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951. La lungimiranza della proposta di Schuman andava oltre ad un accordo economico tra paesi sovrani. E non a caso si riferiva al carbone e all’acciaio. Due materie prime che erano alla base della produzione degli armamenti e, perciò, direttamente legati ai conflitti bellici. Il carbone e l’acciaio erano, in quel periodo, due tra i più importanti elementi dell’industria e della potenza politica e militare sia della Francia che della Germania. Accordarsi sulla produzione comune di queste due materie prime, rappresentava una solida base per allontanare il continuo pericolo dei conflitti armati tra paesi e in vasta scala mondiale. Come la storia ha in seguito dimostrato, la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha spianato la strada alla costituzione, sei anni dopo, di quella che adesso è l’Unione europea.

    Costituzione avviata il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio. I rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dell’Olanda hanno firmato i due Trattati di Roma. Il primo era il Trattato che istituiva la Comunità Economica europea. Un trattato che doveva regolamentare e gestire l’integrazione economica dei paesi aderenti e che rappresenta ancora la base legale di diverse decisioni che si prendono nell’ambito dell’ormai Unione europea. Il secondo era il Trattato che istituiva la Comunità europea dell’Energia Atomica, attualmente riconosciuta come Euroatom. Il compito di questo Trattato era quello di regolamentare e gestire gli investimenti sull’energia nucleare, in pieno sviluppo in quel periodo. Jean Monnet, uno dei Padri Fondatori dell’Unione europea dichiarava allora: “Quello che bisogna cercare è una fusione di interessi dei popoli europei e non solamente il ‘mantenimento’ dell’equilibrio di questi interessi”.

    Dal 25 marzo 1957 ad oggi altri paesi hanno aderito all’ormai Unione europea. Nel 1986 i paesi membri erano diventati dodici. Dopo il crollo del muro di Berlino diversi paesi dell’Europa dell’est hanno aderito all’Unione. L’ultimo paese membro, in ordine di tempo, è stato la Croazia nel 2013. Adesione quella che ha fissato il numero complessivo dei paesi membri a 28. Altri paesi, soprattutto quelli balcanici, hanno ufficialmente presentato richiesta e stanno percorrendo il previsto processo dell’adesione nell’Unione europea.

    Ma c’è anche un paese, il Regno Unito, che dal 23 giugno 2016, dopo l’esito del referendum per la permanenza o meno nell’Unione europea, ha avviato le procedure per l’uscita. Circa il 52 % dei suditi della regina Elisabetta hanno votato per il “Brexit”, parola appositamente coniata per indicare l’uscita. Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Gran Bretagna è ormai nota a tutti. Dall’inizio di questo mese sono state tre le votazioni significative con voti trasversali in Parlamento, contro le mozioni presentate sull’accordo dalla premier Theresa May con il capo negoziatore dell’Unione europea Michel Barnier. Accordo che, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, stabiliva le procedure, diritti e obblighi compresi, per l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo 2019. Cioè a fine mese. Da sottolineare che, dal 2009, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di recesso di uno Stato membro dell’Unione europea dalla stessa Unione. In seguito, il Parlamento del Regno Unito ha votato per una proroga di questa data, nonché contro il “No deal”. Un’altro termine questo, coniato appositamente e che si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun ulteriore accordo. Il che, insieme con altre problematiche verificate nel frattempo crea altre incognite ed ulteriori grattacapi. Sabato scorso, il 23 marzo, erano circa un milione per le strade di Londra, secondo fonti mediatiche, a manifestare contro l’uscita e la revoca da parte del Parlamento del sopracitato articolo 50, che stabilisce l’atto di “divorzio” tra il Regno Unito e l’Unione europea. Rimane tutto da vedere e da seguire come andrà a finire questo “matrimonio” celebrato nel 1973.

    Tutto questo e altro ancora, movimenti populisti compresi, sono le realtà europee adesso, 62 anno dopo la firma dei due Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Realtà vissute, mentre soltanto due mesi dopo ci saranno le nuove elezioni per il Parlamento europeo.

    Chi scrive queste righe ha creduto sempre nel lungimirante progetto europeo dei Padri Fondatori, i quali, come ha detto Papa Francesco “hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore”. Egli crede in un’Europa fondata sui valori, sull’uguaglianza e sulla libertà, rispettando tutti i diritti e i doveri sanciti dagli accordi. Egli condivide il pensiero di Monnet secondo il quale “non c’è futuro per i popoli europei se non nell’Unione”. Essendo convinto però che non bisogna mai dimenticare l’ultima frase del “Manifesto di Ventotene”. E cioè che “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”. Anche per l’Albania, nonostante la grave e allarmante situazione in cui si trova.

  • In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

    Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

  • Il Consiglio europeo proroga la Brexit al 22 maggio

    Il Consiglio europeo, cioè la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo dei 27 Paesi dell’Unione europea, ha risposto a Theresa May, primo ministro del Regno Unito, che chiedeva una proroga della data d’uscita dall’UE fissata al 29 marzo. Chi ha seguito le vicende della Brexit, ricorderà che la May ha sottoposto al voto della Camera dei Comuni, per ben due volte, il testo dell’accordo stabilito con l’Unione Europea, e approvato del suo governo, riguardante il periodo successivo all’uscita dall’Europa. E per ben due volte la Camera dei Comuni ha respinto l’accordo con maggioranze molto forti. Avendo fatto votare anche se il parlamento accettava un’uscita senza accordo e mancando ormai il tempo per rinegoziare il tutto, ammesso che l’UE avesse accettato il rinegoziato, i Comuni si sono espressi contro il “no deal”, cioè contro il non accordo. Non hanno accettato l’accordo negoziato dal loro governo, ma non accettavano neppure di uscire senza accordo, per di più non hanno proposto un accordo alternativo, lasciando il governo in balia dell’incertezza e senza sostegno alcuno. Giunti alla vigilia della data d’uscita, la May ha chiesto allora una proroga, per avere il tempo di aprire nuovi negoziati. Il Consiglio europeo di ieri ha risposto favorevolmente, ma la scadenza limite è stata fissata al 22 maggio e condizionata al voto positivo dei Comuni (non solo del governo) sull’accordo d’uscita. In caso di bocciatura Londra dovrà indicare entro il 12 aprile come intende comportarsi con il voto delle elezioni per il Parlamento europeo. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, nel corso della conferenza stampa che ha avuto luogo al termine dei lavori, ha sottolineato che le conclusioni sono state raggiunte all’unanimità e che la Premier britannica Theresa May ha accettato gli scenari di proroga proposti dai 27 leader UE. “Fino al 12 aprile – ha spiegato – rimangono aperti tutti gli scenari. Londra avrà ancora la possibilità di un accordo, di una Brexit senza intesa, di una lunga estensione, o di revocare l’uscita”. Per il presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker, Bruxelles ha fatto tutto il possibile, rassicurando più volte il RU sul “backstop” per il confine interno all’Irlanda. Ha concluso il suo intervento, precisando che l’Unione è pronta ad affrontare qualsiasi scenario che il governo del Regno Unito le presenti. Theresa May ha confermato che Londra uscirà dall’UE e che spetta al Parlamento d’essere all’altezza di questo impegno preso con il popolo britannico. “Ora è giunto il momento delle decisioni” – ha dichiarato – “e la cosa giusta è uscire dall’UE con un accordo, senza revocare l’art. 50” e annullare così la Brexit. La scelta dell’UE – ha detto la May – sottolinea l’importanza che il Parlamento approvi l’accordo sulla Brexit la settimana prossima, in modo da poter mettere fine all’incertezza. In ordine alla decisione di partecipare eventualmente alle elezioni europee, la premier ha spiegato che “sarebbe sbagliato chiedere alla gente di partecipare a queste elezioni tre anni dopo aver votato la decisione di lasciare l’Unione”. E torniamo da capo. Voterà, il Parlamento, l’accordo che ha già respinto due volte? Accetterà di uscire senza accordo, dopo aver votato contro? E’ possibile la richiesta di una lunga estensione, che comprenderebbe la partecipazione alle elezioni europee di fine maggio? E un secondo referendum, nell’ipotesi di una maggioranza che rifiuti la Brexit, è realisticamente proponibile? Sono tutti punti interrogativi, senza risposta, per ora. L’incertezza permane!

  • Finalmente un sì, ma non per la Brexit

    Dopo tre votazioni consecutive, che hanno respinto le mozioni del Primo Ministro Theresa May, il parlamento inglese il 14 marzo scorso ha finalmente espresso una maggioranza per un sì. Non era però un sì a favore della Brexit, ma per chiedere una proroga della data d’uscita dall’Unione europea, prevista per il 29 marzo. Il sì è stato espresso senza incertezze. La proroga tuttavia, non è decisa dal parlamento, ma dall’UE, di comune accordo. E se l’UE non la concedesse, che succederebbe? Si arriverebbe al 29 marzo ed il Regno Unito, così disunito come non lo è mai stato, in questi ultimi due anni che fanno seguito al risultato del referendum favorevole alla Brexit, sarebbe costretto ad abbandonare l’Europa con il “no deal”, cioè senza nessun accordo sul dopo. Il parlamento il 13 marzo ha votato contro il “no deal”, ma se la proroga non venisse concessa quel voto non sarebbe servito a nulla. Pur di fronte a queste palesi eventualità, la Camera dei Comuni non ha mai voluto accettare l’accordo che la May aveva stabilito con l’UE, accordo che era stato approvato dal governo, ma respinto per ben due volte da una grande maggioranza di parlamentari. L’incertezza regna sovrana, abbiamo scritto nell’articolo precedente, e nonostante questo ritardato sì, l’incertezza la fa ancora da padrona, almeno fino al 21 marzo, data in cui l’Unione europea dovrebbe esprimersi sulla proroga. L’incertezza non scompare con l’eventuale accettazione della proroga da parte dell’UE. La proroga, infatti, che durata deve avere? Non dovrebbe superare il mese di giugno, altrimenti il RU sarebbe costretto a partecipare alle elezioni del parlamento europeo della fine maggio. Andare oltre quella data, partecipare alle elezioni per poi uscire sarebbe una presa in giro non solo per gli elettori britannici, ma anche per tutti quelli europei. Molti si chiedono a che cosa dovrebbe servire la proroga: a rinegoziare alcuni punti del precedenti accordo, come quello relativo al confine con l’Irlanda del Nord, ad esempio? Ma l’UE sarebbe disposta a modificare la sua posizione sostenuta fino ad ora con l’accordo del governo inglese? A decidere un secondo referendum, per verificare se di fronte alle difficoltà incontrate fino ad ora gli elettori britannici si esprimessero contro la Brexit, come i sondaggi lascerebbero intendere? I Laburisti, pare, sarebbero favorevoli. Tra i ribelli della sua maggioranza e la May non è ancora stato trovato un accordo. I colloqui con i parlamentari nordirlandesi del Dup non sono mai stati interrotti ed è evidente che un terzo voto sull’accordo potrebbe aver luogo soltanto di fronte ad una realistica prospettiva di successo. Bruxelles lascia trapelare che i 27 Stati dell’Unione sarebbero pronti ad attendere anche la settimana prossima e valutare una richiesta di rinvio fino ad un’ora prima della scadenza d’uscita del 29 marzo. L’Europa non è mai stata dura e rigida nel negoziato con il RU. Certo, con l’uscita non potrebbe accettare la partecipazione del RU all’Unione doganale e al Mercato unico, senza nessun’altra contropartita. Sarebbe troppo comodo partecipare ai vantaggi, senza impegni d’altro tipo, come la condivisione della sovranità e della solidarietà. E’ interessante l’opinione espressa in un’intervista a Gaia Cesare, de Il Giornale, dallo scrittore inglese Anthony Cartwright: “L’addio è sintomo, non causa dei problemi”. Alla domanda su quale è la sua sensazione di fronte al caos britannico, lo scrittore ha così risposto: “E’ chiaro che il governo ha perso il controllo della Brexit. C’è una febbre politica grave, un clima di profonda divisione, che non riguarda però solamente i pro Brexit e gli europeisti Remainers. Vi sono altre divisioni, quelle radicate, sociali ed economiche del nostro Paese. La Brexit è un sintomo, non la causa dei nostri problemi. E da quando si è svolto il referendum  non siamo ancora stati capaci di affrontarli. Il nodo della questione è il collasso dell’industria, che ha provocato una rabbia confluita a sorpresa nel referendum del 23 giugno 2016. Il problema è la disuguaglianza con cui è distribuita la ricchezza, non solo tra gli individui, ma anche tra le regioni, un’ingiustizia economica sistemica”. Se la vera causa delle divisioni, che tra l’altro non hanno permesso sino ad ora di trovare un  punto d’incontro per la Brexit, è evidente allora che non saranno gli incontri di questi ultimi giorni a risolvere il problema Brexit, come non sarà l’uscita dall’Unione europea, con o senza accordo, a ritrovare una giustizia sistemica. Il problema dell’incertezza e del caos britannico sulla Brexit ha radici ben diverse dalla questione della più o meno sovranità. La Brexit, tuttavia, è in dirittura d’arrivo. Come ci si arriverà e con quali altri pretesti, lo sapremo nei prossimi dieci giorni.

  • Direttiva Ue contro le pratiche sleali nell’agroalimentare

    Il Parlamento Europeo ha approvato delle nuove misure per proteggere gli agricoltori dalle pratiche commerciali sleali da parte degli acquirenti e dei distributori. La direttiva anti-UTPs (‘Unfair Trading Practices’) deve essere formalmente approvata dal Consiglio prima di poter entrare in vigore. Gli Stati membri disporranno di 24 mesi per introdurla nelle legislazioni nazionali. Le nuove norme dovrebbero essere applicate 30 mesi dopo l’entrata in vigore.

    Le nuove regole bandiscono le pratiche sleali come i ritardi nei pagamenti per i prodotti consegnati; le cancellazioni unilaterali tardive o modifiche retroattive dell’ordine; il rifiuto dell’acquirente di firmare un contratto scritto con il fornitore; e l’uso improprio di informazioni riservate. «Davide ha finalmente sconfitto Golia – ha dichiarato il relatore Paolo De Castro – equità, cibo più sano e diritti sociali hanno finalmente prevalso sulle pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare. Per la prima volta nella storia dell’UE, gli agricoltori, i produttori alimentari e i consumatori non saranno più vittime di bullismo da parte dei grandi attori». Soddisfatto anche il Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio: «Grazie alle nuove norme il lavoro degli agricoltori italiani e tutto il sistema agricolo avrà maggiore dignità».

    Saranno vietate anche le minacce di ritorsioni contro i fornitori che vogliono presentare reclami, ad esempio la cancellazione degli ordini dei loro prodotti o il ritardo nei pagamenti. Gli acquirenti non potranno più richiedere ai fornitori dei pagamenti per il deterioramento o la perdita dei prodotti avvenuta nella propria sede, a meno che ciò non sia dovuto alla negligenza dei fornitori. Altre pratiche, quali la restituzione dei prodotti invenduti al fornitore senza pagarli, l’obbligo per i fornitori di pagare per la pubblicità dei prodotti, l’addebito ai fornitori per lo stoccaggio o la quotazione dei prodotti, o l’imposizione di costi di sconti al fornitore, saranno anch’esse vietate, a meno di non essere state concordate preventivamente nel contratto di fornitura.

    I fornitori di prodotti alimentari potranno presentare reclami nel luogo in cui si trovano, anche se il commercio sleale si è verificato in altre parti dell’Unione europea. Le autorità nazionali preposte all’applicazione della normativa tratteranno i reclami e condurranno le indagini.

    Le nuove norme proteggeranno i piccoli, medi e medi fornitori con un fatturato annuo inferiore a 350 milioni di euro. Tali fornitori saranno suddivisi in cinque sottocategorie (con un fatturato inferiore a 2 milioni di euro, 10 milioni di euro, 50 milioni di euro, 150 milioni di euro e 350 milioni di euro), con la protezione più ampia per i più piccoli.

  • Bruxelles sollecita il potenziamento dei controlli sulle vendite di alimentari online

    Lo shopping on line di alimenti sta diventando sempre più popolare, e mentre cresce il numero delle aziende alimentari che sfruttano i nuovi modelli del business on line (il web contiene molte offerte di prodotti alimentari, compresi gli integratori) chi vende non sempre è consapevole che le norme europee valgono anche on line. «Tuttavia – fa notare una nuova relazione della Commissione Europea – gli operatori che entrano in questo mercato non sempre sanno che le norme sulla sicurezza alimentare dell’Unione Europea sono applicabili anche alle vendite online».

    La Commissione ha analizzato i controlli ufficiali degli Stati Membri sulle vendite di alimenti via Internet, per verificare se la compravendita on line sia stata inserita nei sistemi di sicurezza alimentare vigenti. Le norme che disciplinano le attività commerciali alimentari tradizionali (ad esempio norme di igiene e etichettatura) devono essere rispettate anche per gli alimenti oggetto di shopping on line. In base a una serie di missioni della DGSANTE condotte nel 2017 in 7 Stati membri dell’UE. La conclusione della Commissione è che i controlli ufficiali per la sicurezza degli alimenti compravenduti on line «sono ancora limitati e dovranno essere ulteriormente potenziati, anche a causa della rapida crescita prevista nei prossimi anni di e-commerce».

  • Terzo no del parlamento britannico alla Brexit del governo May

    Dopo i due no del parlamento all’accordo del governo con l’UE riguardante la Brexit, ieri è arrivato il terzo, che rifiuta un’uscita dall’Unione europea senza un accordo. Il voto è avvenuto su una mozione modificata da un emendamento a cui il governo era contrario. La mozione del governo era contraria al “no deal”, ma in termini meno netti rispetto a quelli posti dall’emendamento. 321 parlamentari hanno votato a favore della mozione emendata e 274 contro. La mozione approvata, che non è vincolante, stabilisce che Londra non lasci in alcun caso l’UE senza un’intesa. Il voto che avrà luogo oggi, 14 marzo, dovrà decidere se chiedere una proroga della scadenza dell’articolo 50 che sancisce l’uscita dall’Unione Europea il 29 marzo. In caso affermativo, il 21 marzo l’UE si esprimerà sulla proroga. Nel caso in cui questa proroga non fosse concessa, il Regno Unito uscirebbe dall’Unione senza nessun accordo, nonostante il voto di ieri. E’ un bel rebus, per non dire un grande caos. Due scenari si presentano ora: o elezioni anticipate, oppure un secondo referendum. La prima opzione sembra quella preferita dalle due fazioni principali, Conservatori e Laburisti. La proroga della scadenza servirà dunque per indire nuove elezioni oppure per indire un secondo referendum? Non è esclusa tuttavia l’ipotesi di aprire nuovi negoziati. La mozione approvata fissa a mercoledì 20 marzo la scadenza per i parlamentari per approvare un’intesa sulla Brexit. Se l’accordo non passasse allora il governo avrà bisogno di una proroga più lunga, che imporrebbe al Regno Unito di prender parte alle elezioni europee di fine maggio. L’incertezza, tuttavia, allo stato attuale, è l’elemento predominante. Per uscire da questa situazione caotica la soluzione più democratica e diretta dovrebbe essere un secondo referendum, che taglierebbe di netto tutte le manovre tattiche usate fino ad ora, da una parte o dall’altra, per non dare soddisfazione all’avversario, più che per dare una risposta certa e concreta all’uscita. Ma dopo le fratture nei gruppi politici durante i voti di questi giorni e dopo i timori apparsi nell’opinione pubblica sulle conseguenze della Brexit, tanto tra i Tory che tra i laburisti si è affacciata l’idea delle elezioni politiche anticipate. I primi sarebbero confortati da alcuni sondaggi favorevoli, i secondi perché le hanno sempre chieste durante tutta questa diatriba, ritenendo la May responsabile del caos in cui naviga da tre mesi la politica britannica. Ma nel caso di elezioni anticipate, che ne sarebbe della Brexit? La proroga dovrebbe essere allungata di molto ed i problemi di oggi si ripresenterebbero tali e quali. Ci sarebbe uno sconquasso probabile nei partiti attuali ed i rapporti con l’UE rimarrebbero probabilmente conflittuali, forse con minore intensità, ma sempre viziati dalla questione della sovranità. La questione della permanenza nell’unione doganale si ripresenterà e in caso di vittoria dei laburisti essa potrebbe rappresentare il bandolo vincente della matassa. Con la vittoria dei Conservatori si potrebbe ripresentare l’ipotesi di un’uscita no deal, con tutte le conseguenze del caso. Ma non ci soffermiamo oltre sulle ipotesi. Il voto di oggi probabilmente non contribuirà ad uscire dall’incertezza, ma potrebbe fornire qualche ulteriore indicazione. Staremo a vedere.

  • Secondo no del parlamento inglese all’accordo sulla Brexit (391 contro e 242 a favore)

    Ieri (12 marzo n.d.r.) si è registrata alla Camera dei Comuni un’altra secca sconfitta della May sull’accordo raggiunto qualche giorno fa con l’UE e modificato sulla questione del confine con l’Irlanda del Nord. Come era prevedibile, i deputati non sono stati convinti dalla nuova versione sull’appartenenza provvisoria dell’Irlanda del Nord all’Unione doganale con l’Europa. Anche il consigliere legale del governo, Geoffrey Cox, ieri mattina, prima del voto, aveva dichiarato che il rischio di restare intrappolati nel “backstop” nordirlandese è in parte ridotto, ma non eliminato del tutto. Il che equivaleva ad affermare che il via vai della May tra Londra e Bruxelles delle ultime settimane per ottenere nuovi vantaggi nel negoziato non era valso a nulla, in quanto l’Europa ci vuole fregare – hanno aggiunto i favorevoli alla Brexit. Secondo loro non era indicata una data per la fine della provvisorietà affermata nel testo. Motivo evidentemente pretestuoso, perché essi stessi non hanno un’alternativa da suggerire. Ma così stanno le cose. Il no del parlamento riporta i giochi alla casella di partenza. Che fare ora? Oggi (13 marzo n.d.r.) vi sarà un nuovo voto. Il parlamento dirà o meno, se è favorevole ad un’uscita senza accordi sul dopo, sul no deal come afferma il linguaggio mediatico. Si presume che il voto sarà contrario a questa ipotesi, poiché si teme che senza regole stabilite l’uscita potrebbe provocare conseguenze deleterie per l’economia del Regno Unito, che si rifletterebbero negativamente anche sull’Europa. Nel frattempo il RU, nell’ipotesi di un’uscita senza accordo, ha tagliato i dazi sulle importazioni. Il regime temporaneo per evitare un balzo nei prezzi per i consumatori, potrebbe durare fino a 12 mesi in attesa di definire un sistema permanente attraverso negoziati. Se il voto sarà negativo, i Comuni affronteranno un altro voto giovedì, probabilmente per decidere se vale la pena di spostare la data dell’uscita dall’UE, che come è noto, è stata fissata per il 29 marzo. Anche questa ipotesi, tuttavia, presenta non pochi inconvenienti. Procrastinare la data per fare che? Per quanto tempo? In vista di quale obiettivo nuovo da raggiungere? L’incognita della durata della proroga comprende la possibilità per il Regno Unito di partecipare alle elezioni del 26 maggio del Parlamento europeo, ha senso eleggere deputati per uscire eventualmente qualche mese dopo? Ma per evitare le elezioni bisognerebbe chiudere la proroga entro la metà di maggio. Per fare che cosa, nel frattempo? Rinegoziare gli accordi respinti ieri? Per sostituirli con che cosa? L’UE probabilmente vorrà conoscere che cosa esattamente vuole il RU prima di aprire nuovi negoziati. Anche ammesso che il governo della May si pronunci su questi nuovi obiettivi, manca il tempo necessario per accordarsi entro la metà di maggio. E quindi le elezioni potrebbero essere obbligate. Non è da scartare, però, un’altra ipotesi, cioè un secondo referendum, che è stato richiesto dai laburisti, dopo ambigui tentennamenti del loro leader, Geremy Corbyn, ed accettato anche da gruppi conservatori. In questo caso si riaprirebbero i giochi e non è escluso che si verifichi quello che la May ha continuato a dichiarare in queste ultime concitate settimane: “Se non approvate l’accordo che ho stabilito con l’UE, c’è il rischio che non si arrivi mai alla Brexit.” Forse potrebbe avere ragione, ancora una volta.

  • Una settimana calda per la Brexit

    E’ una settimana cruciale quella che sta affrontando il parlamento inglese. Oggi vota per la seconda volta l’accordo della May con l’Unione europea. Una prima volta l’accordo era stato bocciato con uno scarto di più di 200 voti. Con il voto odierno si spera che i deputati conservatori che erano contrari ci ripensino, a seguito delle parziali modifiche ottenute dalla May a proposito della frontiera con l’Irlanda del Nord, che con l’uscita dall’UE rimarrebbe ugualmente nell’Unione doganale, senza che ci rimanga il Regno Unito. Se il voto odierno sarà favorevole all’accordo, la Brexit entrerebbe in vigore il 29 marzo come previsto. Ma se il voto sarà contrario, si possono aprire vari scenari. Uno sarebbe un voto sul no deal, cioè un’uscita senza accordi sul dopo, con tutti i rischi che gli esperti temono per l’economia britannica. Un altro potrebbe essere un voto sulla richiesta di un rinvio della data dell’uscita, per consentire eventuali probabili negoziati, non certi, tuttavia, perché l’UE ha dichiarato più volte che il negoziato si è concluso con l’accordo accettato dal governo. Se il parlamento lo respinge, il problema è interno al RU. “Che gli inglesi se la vedano tra di loro”, verrebbe da dire. Uno scenario, infine, che taglierebbe la testa al toro, sarebbe il ritorno alle urne per un nuovo referendum, un referendum di verifica che si sostituirebbe all’incapacità dimostrata fino ad ora dal Parlamento di risolvere la questione. Il parlamento ha dimostrato d’essere diviso e perciò incapace di darsi una maggioranza che risolva la questione Brexit. Ma questa incapacità è causata anche dalla divisione interna ai due partiti: i Conservatori e i Laburisti. I primi sono divisi perché, approfittando della Brexit, alcuni di loro vorrebbero far uscire di scena la May. I secondi perché in parte sono contrari alla Brexit, e perché il loro leader, Jeremy Corbyn, vorrebbe far cadere il governo e giungere ad elezioni anticipate.  Tutte queste contrapposizioni, che non consentono il raggiungimento di una maggioranza per una delle diverse soluzioni, permettono alla May di rimanere in sella e di farle dire, per l’ennesima volta, che l’accordo da lei raggiunto con l’UE è il migliore tra quelli possibili e che se questo accordo sarà oggi respinto per la seconda volta, c’è il rischio che non si faccia nessuna Brexit. L’affermazione è sibillina. Senza accordo ci sarebbe infatti un’uscita no deal, che nessuno vuole, se non una sparuta minoranza di fanatici anti europei. Se un voto però respinge il no deal, la strada potrebbe essere libera per arrivare ad un secondo referendum? Intendeva dire questo la May, presupponendo che una seconda votazione sarebbe favorevole, come i sondaggi lasciano intendere, a rimanere nell’Unione europea?  I suoi avversari l’hanno accusata di ricatto per questa frase. Ma nessuno si azzarda a fare previsioni sul seguito che avrà il corso delle cose. La Commissione europea ieri l’altro ha fatto un gesto di distensione: ha accettato una soluzione sul confine dell’Irlanda del Nord che sarebbe accolto con favore dal partito nordirlandese che garantisce la maggioranza al governo della May. E’ un gesto di buona volontà per non inasprire gli animi e lasciare una porta aperta per l’accettazione dell’accordo da parte del parlamento. Sapremo fra poco come andrà a finire il voto, che se sarà negativo, riporterà tutta la questione in alto mare, dove le tempeste, quasi mai, sono tranquille.

  • Estonia set to have first female prime minister as pro-Western party and women make major gains in election

    Estonia’s opposition centre-right Reform Party smashed the pre-election polling projections to secure a resounding victory over the ruling centre-left government of Prime Minister Juri Ratas, making a major triumph for the victorious party’s pro-Western leader, Kaja Kallas.

    Kallas is now poised to become Estonia’s first female prime minister and a woman is far from unknown in Brussels. The 41-year old previously served as a European Parliamentarian and she is the daughter of former Estonian prime minister and ex-EU commissioner, Siim Kallas.

    The March 3 election was a major triumph for Estonia’s women politicians as the electorate voted in a record 29 women into the 101-seat parliament., Estonia will now have one of the highest percentages of women lawmakers in Europe and by far the country’s highest since it gained its independence following the dissolution of the Soviet Union in 1991.

    The stunning election win for the Reform Party comes after less than a year with Kallas at the helm.  What made her victory even more unlikely was that the current government has led Estonia through a period of rapid economic growth and record-low unemployment.

    The Reform Party will now After having secured 28.8% of the overall vote, the Reform Party will now have 34 seats in the Riigikogu, the country’s 101-seat parliament.

    Following a trend that has been spreading across Europe since the 2016 Brexit referendum, Eurosceptic and nationalist parties also fared well in the election, with the right-wing EKRE party doubling its electoral influence after it secured 17.8% of the vote. The Conservative People’s Party of Estonia (EKRE) secured 43,7% of the Diaspora vote from polling stations opened in 35 countries.

    Estonia’s president is due to nominate Kallas as prime minister, who will, in turn, begin negotiations to form a coalition. She needs to navigate between the Eurosceptic nationalists from EKRE and the ruling pro-Russian Estonia Centre Party.

    On most issues, the Estonia Centre Party is Reform’s natural ally, but the two parties have significant policy differences, particularly on taxation and foreign policy, particularly towards Russia. Centre has been advocating for increasingly progressive taxation following the Finnish model, while Reform has championed a flat tax that would follow the Irish model.

    Reform may look to form a government with smaller parties that align more closely on key policy issues with Kallas saying, “We will keep all the options open for a coalition.”

    Since being the victim of one of the world’s first cyber warfare attacks by Russia in 2007, Estonia has evolved into one of the most technologically advanced countries in the world.

    The Estonian government’s e-Estonia project and its virtual X-Road platform allow its citizens to manage their health care coverage, banking, tax-paying, policing, and education through a broadband or fibre optic networks that connect the whole country.

    Legislators can digitally enact laws through a programme called e-Cabinet, while Estonia’s 1.3 million citizens use e-voting to elect and communicate with the nation’s politicians.

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