Europa

  • Secondo uno studio della Commissione europea alcuni prodotti alimentari prodotti nell’UE hanno marchi simili ma composizioni diverse

    La Commissione ha pubblicato i risultati di una campagna di prova paneuropea sui prodotti alimentari da cui emerge che alcuni prodotti, pur avendo una diversa composizione, recano un marchio identico o simile. Lo studio parte dall’impegno del Presidente Junker, sin dal suo discorso sullo stato dell’Unione nel 2017, ad affrontare il problema delle differenze di qualità dei prodotti. La Commissione europea ha promosso così diverse iniziative e ha pubblicato il 24 giugno uno studio basato sull’analisi di prodotti alimentari secondo una stessa metodologia in tutta l’UE, per meglio comprendere il fenomeno delle differenze di qualità dei prodotti. Dall’analisi condotta dal Centro comune di ricerca (JRC, il servizio interno della Commissione europea per la scienza e la conoscenza) su 1.400 prodotti alimentari in 19 paesi dell’UE è risultato che il 9% dei prodotti messi a confronto differiva per composizione sebbene la parte anteriore della confezione fosse identica. Per un altro 22% dei prodotti, per i quali sono state rilevate differenze di composizione, la parte anteriore della confezione era simile. Lo studio non ha messo in evidenza un modello geografico coerente. In base alla nuova metodologia messa a punto, le autorità nazionali competenti saranno ora in grado di effettuare caso per caso l’analisi necessaria a individuare le pratiche ingannevoli vietate dal diritto dei consumatori dell’UE.
    Lo studio ha analizzato 1.380 esemplari di 128 diversi prodotti alimentari di 19 Stati membri. Tuttavia si tratta di un campione non rappresentativo della grande varietà di prodotti alimentari disponibili sul mercato dell’UE. Dallo studio è emerso che nella maggioranza dei casi la composizione dei prodotti coincideva con il modo in cui erano presentati: per il 23% dei prodotti quanto indicato sulla parte anteriore della confezione e la composizione coincidevano, mentre per il 27% dei prodotti a una diversa composizione corrispondeva una diversa parte anteriore della confezione; il 9% dei prodotti presentati come identici nei diversi paesi dell’UE aveva una composizione diversa: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione identica ma una composizione differente. Un altro 22% dei prodotti presentati in modo simile aveva una composizione differente: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione simile ma una composizione differente; non è stato rilevato alcun modello geografico coerente per quanto riguarda l’uso di imballaggi identici o simili per prodotti con una composizione differente. Inoltre le differenze di composizione rilevate nei prodotti analizzati non implicano necessariamente una differenza di qualità.

  • Il dramma dei cristiani perseguitati al centro di un convegno a Milano

    Venerdì 28 giugno, alle 18:30 a Milano, a Palazzo delle Stelline (Corso Magenta, 61) si svolgerà il convegno La tragedia dei cristiani perseguitati nel mondo con l’eurodeputato Stefano Maullo, Gian Micalessin, autore del libro “Fratelli traditi”, e Fulvio Scaglione, autore del libro “Siria: i Cristiani nella guerra”. Moderatore Matteo Carnieletto.Il convegno sarà un’occasione per accendere i riflettori su un tema molto importante, cioè la persecuzione dei cristiani nel mondo, vera tragedia, a dir poco quotidiana, troppo spesso sottovalutata e sottaciuta dai mezzi di informazione.

  • Johnson e Hunt: i due candidati finali alla leadership del Regno Unito

    Dei dieci candidati che si erano proposti per la leadership nel partito conservatore britannico oggi ne restano due: l’ex sindaco di Londra e hard Brexiter Boris Johnson e l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt. La procedura delle elezioni per giungere ai due nomi del ballottaggio finale è terminata venerdì scorso, con un colpo disonesto e sleale che ha messo fuori gioco per un paio di voti Michael Gove, considerato fino a quel momento il candidato numero due. Gli amici di Johnson infatti avrebbero portato qualche voto a Hunt, facendolo prevalere su Gove, ritenendo quest’ultimo poco malleabile e non coincidente con la politica di Johnson. Gove, infatti, che è un ex suo grande amico, ha già fatto capire a tutti che se Boris verrà eletto primo ministro sarà sua compito perseguitarlo. Se questi sono gli obiettivi dei colleghi del futuro primo ministro non c’è da meravigliarsi che il partito conservatore sia sceso alla soglia del 9% dei voti e non ci si dovrà meravigliare neppure se il popolo britannico continuerà a dimenticarsi di lui. Il nome del vincitore si conoscerà soltanto dopo il 22 luglio, quando i 140 mila (alcuni giornali dicono 160 mila) iscritti al partito conservatore avranno votato. Gli osservatori puntano su Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ex ministro del Esteri, tra i maggiori oppositori di Theresa May, uno dei personaggi più controversi della politica inglese. Chi lo ammira, apprezza il suo humour dissacrante, il suo carisma e le sue conoscenze ottenute anche studiando nelle migliori scuole dei Regno Unito. Chi lo disprezza, condanna le sue gaffe, il suo atteggiamento elitario, i suoi commenti razzisti e le sue bugie, come quando, durante la campagna elettorale del 2016 ha ripetuto che il Regno Unito inviava ogni settimana all’Unione europea 350 milioni di sterline, un’affermazione falsa per la quale è stato costretto a presentarsi in tribunale con l’accusa di cattiva condotta. Ma per molti ammiratori queste tendenze negative sono bazzecole, se continuano a votarlo, come lo ha votato fino ad ora anche la maggioranza dei parlamentari del suo partito. Non si lasciano impressionare nemmeno dalla notizia circolata sabato, di suoi vicini di casa che hanno chiamato la polizia perché sentivano urla provenire dal suo appartamento e rumore di stoviglie rotte. Un candidato alla guida del governo che malmena la donna con la quale convive non è una notizia di tutti i giorni, così come non è normale che lo stesso candidato non faccia sapere quanti figli ha. Quattro sono nati dal primo matrimonio, ma ne circolano altri due, non confermati dall’interessato, che si giustifica con il diritto alla privacy, nati al di fuori del matrimonio. Diciamo che è un personaggio un po’ chiacchierato, insomma! Nato a New York nel giugno del 1964 da genitori inglesi, trascorre l’infanzia negli Usa e si trasferisce in seguito, prima a Bruxelles e poi in Inghilterra a Eton, uno dei college più rinomati al mondo, frequentato anche dai membri della famiglia reale e dall’aristocrazia. Si laurea a Oxford e inizia a lavorare al Times. Fu licenziato nel 1988 perché redasse una notizia scorretta e assunto al Daily Telegraph, divenendone corrispondente da Bruxelles, dove si face notare per i suoi articoli fortemente euroscettici e critici nei confronti dell’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors. Iniziò la carriera politica nel 2001, nel 2008 divenne sindaco di Londra e nel 2016 ministro degli Esteri tra le perplessità degli osservatori e degli stessi suoi colleghi di partito. Si è dimesso nel 2018 in segno di protesta contro il piano della Brexit presentato da Theresa May. Da allora è diventato uno degli esponenti più accaniti della hard Brexit, continuando ad attaccare le premier e collezionando figuracce. L’ultima si riferisce a qualche giorno fa, quando su internet è circolata la foto della sua automobile piena di cartoni di cibo vuoti, abiti sporchi, briciole di cibo e fogli sparsi. Ciò nonostante, nelle votazioni per la leadership ha sempre avuto la maggioranza dei voti rispetto ai suoi colleghi, non chiacchierati, senza scandali.

    Il secondo candidato, Jeremy Hunt, attuale ministro degli Affari Esteri, che ha sostituito il dimissionario Boris Johnson, è nato nel 1966. Sa parlare giapponese, ha una moglie cinese di dieci anni più giovane, una laurea a Oxford e prima di entrare in politica, nel 2005, ha fatto l’imprenditore e l’insegnante di lingua inglese all’estero. Nel 2001 venne nominato ministro della Cultura, dello Sport e dei Media, dopo essere stato ministro ombra per la disabilità. Divenne famoso tra gli sportivi perché raddoppiò il budget per la Olimpiadi di Londra del 2012, passando da 40 a 81 milioni di sterline. Nel settembre dello stesso anno venne nominato ministro della Sanità e rimase in carica fino al 2018, quando successe a Johnson agli Esteri. Non ha mai avuto grandi scandali, ma nel 2009 fu costretto restituire 9500 sterline dopo essere stato accusato di aver violato alcune norme sulle spese e i fondi dei politici. Fu in seguito coinvolto nell’inchiesta sulle pratiche scorrette adottate da alcuni media, per i suoi contatti troppo ravvicinati con la famiglia Murdoch. Infine venne molto criticato quando disse che i turni serali e di sabato dei giovani medici non sarebbero più stati considerati straordinari. E i medici scioperarono contro questa decisione. Hunt è considerato più moderato di Johnson, ma ha avuto una espressione molto infelice quando ha dichiarato che l’UE ha adottato tattiche simili a quelle della Russia sovietica durante i negoziati sulla Brexit. Molti politici si sono infuriati e Hunt fu costretto a ritrattare e a scusarsi. Vorrebbe una soft Brexit, ma importante per lui sarebbe il raggiungimento di un buon accordo, piuttosto che uscire il prima possibile, come invece vorrebbe Johnson, che si dice pronto a un no deal. Sarà che la politica europea è un po’ in crisi dappertutto, sarà che anche la democrazia britannica, madre di tutte le democrazie dopo la Grecia, è in crisi, sarà che l’attualità non offre più leader “come quelli di una volta”, sarà come voi giudicate i politici di oggi, ma a noi sembra che le due candidature suscettibili di offrire una leadership al Regno Unito siano molto al di sotto di ciò che il Regno Unito meriterebbe per il contributo da lui offerto alla civiltà occidentale. Ma forse ciò si spiega anche con il declino di quest’ultima.

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • Le prime nomine al Parlamento europeo

    Le riunioni dei nuovi gruppi politici eletti al Parlamento europeo cominciano a dare  i primi frutti. Quello che era il gruppo liberale ALDE, ora trasformatosi in gruppo “Renew Europe” con l’arrivo dei macroniani francesi, ha eletto il suo nuovo presidente nella persona del rumeno Dacian Ciolos, già premier a Bucarest e commissario europeo all’agricoltura. La sua nomina ha però diviso il gruppo. Da un lato i suoi sostenitori, tra cui Macron, dall’altro tutti coloro che non dimenticano le sue vecchie posizioni del 2016 contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e a sostegno della famiglia tradizionale. I malumori riguardanti la nomina del rumeno si concentrerebbero soprattutto nell’ala più legata ai valori liberali dell’ex ALDE, che avrebbero preferito la nomina dello svedese Frederick Federley o dell’olandese Sophie in’t Veld. Che la preferenza per la famiglia tradizionale rappresenti un discrimine, e sostanzialmente un ostacolo per la nomina a responsabilità politiche europee, la dice lunga sulla deriva culturale a cui si è giunti in Europa e addirittura in seno ad un gruppo politico detto liberale fino a ieri, se i suoi dirigenti non possono essere liberi di pensarla come vogliono a proposito di famiglia. Oggi quell’aggettivo qualificativo è stato tolto dalla denominazione del gruppo, pare per decisione di Macron, ma quell’eliminazione potrebbe voler dire “o la pensate così, o potete rinunciare a stare con noi”. Con buona pace della libertà di pensiero!

    Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, secondo gruppo con 153 seggi, ha un nuovo presidente. Si tratta dell’eurodeputata spagnola Iratxe Garcia Perez, che dirigerà il gruppo S&D nella prossima legislatura. E’ la seconda donna a presiederlo in 20 anni, dopo l’ex eurodeputata Pauline Green. E’ stata eletta per acclamazione su proposta del capo delegazione italiano David Sassoli. “Siamo tutti d’accordo – ha dichiarato la nuova presidente  nel suo discorso inaugurale – che dobbiamo fornire ai cittadini risposte solide e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea”. Per la nuova eletta, l’Europa deve riacquistare la sua anima sociale e porre le persone e la lotta contro le disuguaglianze al centro della sua azione politica, “basata su standard sociali che ci portano avanti. Siamo in grado di guidare i cambiamenti necessari – ha continuato la Garcia Perez – per continuare a servire i nostri cittadini, garantire standard sociali equi, guidare la lotta contro il cambiamento climatico, migliorare i diritti del lavoro in un’economia sostenibile e essere un faro di libertà e democrazia nel mondo”.

    Ieri sera intanto, Boris Johnson, favorito nella corsa per diventare premier britannico e leader del partito conservatore, ha partecipato per la prima volta ad un dibattito con i suoi quattro contendenti conservatori. L’ex sindaco di Londra, in grande vantaggio nelle “primarie” dei Tory, non ha commesso gaffe, come gli succede spesso, ma nello stesso tempo non ha brillato per le sue idee e per le convinzioni espresse. L’ultima trovata di Johnson è che l’accordo sulla Brexit di Theresa May con l’UE (respinto per ben tre volte dal Parlamento) in realtà, secondo lui, può essere rinegoziato spostando le discussioni sull’annoso confine irlandese nel periodo di transizione, cioè nelle trattative sulle future relazioni che si dovrebbero tenere dopo l’uscita di Londra dall’UE. Forse Johnson dimentica, o fa finta di dimenticare, che Bruxelles e i 27 Paesi membri dell’UE, non accetteranno mai questo punto, come hanno già detto e fatto capire molte volte in passato. Il futuro dell’Irlanda va negoziato prima, non dopo. Secondo Johnson, poi, c’è un margine di manovra con l’UE prima del 31ottobre, la nuova data limite della Brexit. Ma anche questo è un wishful thinking: pare davvero improbabile che dopo due anni di trattative a vuoto, ora improvvisamente si trovi una soluzione, soprattutto con un euroscettico come Johnson, soluzione mai trovata con una May abbastanza moderata. Tutti pensano però che la sua strategia porti ad un’uscita no deal, con tutte le conseguenze che si temono, soprattutto sull’economia e sul confine irlandese. Il dibattito non è stato chiaro e non ha presentato proposte di soluzioni convincenti, diverse da quelle conosciute all’epoca della May. Pare insomma che i politici conservatori non abbiano fatto una gran bella figura. La novità è rappresentata da Rory Stewart, il più europeista di tutti, che al secondo turno a Westminster è balzato al quarto posto con 37 voti, dietro ai 41 di Gove, ai 46 di Hunt e agli inarrivabili 126 di Johnson. Stewart è però sembrato un candidato che difficilmente arriverà in fondo. Johnson insomma pare non avere rivali e ciò per il futuro del Regno Unito e dell’Europa potrebbe essere una cattiva notizia: con lui il NO DEAL è sempre più probabile.

  • Scarseggiano i leader e la politica è in declino

    Era Macron che si lamentava recentemente della scarsezza di leader in Europa, tanto da creare difficoltà a scegliere candidati per le nomine alle istituzioni europee. Quelli di cui si parla non sarebbero all’altezza e non avrebbero quella caratura d’esperienza e di preparazione che sarebbero necessarie per gestire la politica europea in un mondo globalizzato ed in continuo movimento. Forse la preoccupazione di Macron è eccessiva, forse si manifesta solo perché i candidati di cui si conosce il nome, come quello di Manfred Weber, non sono uomini a lui vicino. Il fatto è che si semina sfiducia nei confronti dei leader che sono su piazza e che potrebbero assolvere degnamente le funzioni richieste per la guida delle istituzioni europee dopo le elezioni del 26 maggio. Se l’Unione europea si trova in questa situazione – secondo Macron – altrettanto si potrebbe dire del Regno Unito, che da tre anni a questa parte ci offre un quadro non certamente idilliaco delle sue leadership: David Cameron nel 2016 con il referendum, perso, sulla Brexit, Theresa May, che lo ha sostituito, senza riuscire a portare a termine l’uscita del Regno Unito dalla Unione europea, Jeremy Corbyn, il capo dei Laburisti e dell’opposizione, che con le sue ambiguità non ha minimamente contribuito a risolvere la stasi della politica britannica e la confusione del Parlamento, incapace fino ad ora di darsi una maggioranza in grado di risolvere la Brexit. Crisi della democrazia britannica – si è detto. Può darsi, ma la democrazia è retta dagli uomini ed il suo cattivo funzionamento dipende dalla incapacità dei politici di governarla. Non è un buon segno, e i mali britannici non possono scagionare o legittimare quelli europei. In questo caso, mal comune non è mezzo gaudio, ma tristezza e afflizione unica, tanto più che – come nel caso del Regno Unito – i rimedi, vale a dire i probabili successori, si presentano enormemente peggiori dei mali che abbiamo conosciuto. Possibile sostituto della May alla presidenza del partito conservatore, e quindi capo del governo, potrebbe essere Boris Jonhson, già sindaco di Londra e ministro degli  Affari Esteri, molto discusso per i suoi atteggiamenti da bohemien e per le sue uscite poco ortodosse. Basterebbe la sua capigliatura a porre degli interrogativi, o la sua ultima uscita sulla Brexit, da fare subito, anche senza accordo e senza pagare i contributi dovuti al bilancio dell’UE. Come prossimo Primo ministro che non rispetta i patti non lo si può certo paragonare ad un leader responsabile ed accorto. Più che una politica in declino, la sua sarebbe certamente una politica sbagliata. Non parliamo poi di Corbyn, che, come suo padre, è sempre stato dalla parte sbagliata della storia. Le sue ambiguità sulla Brexit non sono niente rispetto alle sue scelte e alla sue preferenze politiche. E’ un comunista. E’ stato staliniano e si è circondato di nostalgici dell’Unione sovietica. Nelle elezioni del 2017 il partito comunista britannico non ha presentato nessun candidato, dichiarando che Corbyn era il loro uomo. Il 6 giugno, anniversario del “D day” e dello sbarco degli alleati anglo-americani in Normandia è considerato da Corbyn e dai suoi stretti collaboratori nostalgici, come è stato annunciato da un tweet della scorsa settimana del ministero degli Esteri russo: “Lo sbarco degli Alleati in Normandia non ha cambiato il corso della Seconda guerra mondiale. L’esito è stato determinato dalla vittoria dell’Armata rossa”. Accettare questa linea significa non riconoscere il destino diverso delle due Germanie e pensare che quella dell’Est, sotto il controllo militare sovietico, che ha subito per oltre mezzo secolo la dittatura e la repressione con l’egemonia della polizia politica, sia stata la migliore. Non a caso Corbyn le sue vacanze le trascorreva nella parte più illiberale della Germania, sotto il controllo apparentemente benigno dell’onnipresente polizia segreta, la Stasi. Che Corbyn credesse al comunismo sovietico, che migliaia di cittadini britannici considerassero l’URSS il paradiso dei lavoratori, non ci meraviglia più di tanto, dopo la lettura de “La trahison des clercs” di Julien Benda. Ma ciò che meraviglia, ciò che impressiona in modo macabro, è che uno di questi clerici, fanatico ed attempato stalinista, fervente antisemita ancora oggi, abbia delle possibilità di diventare il prossimo leader della Gran Bretagna, dentro o fuori l’UE, come si vedrà. Altro che declino della politica. Sarebbe il suo totale fallimento. Ciò nonostante, non crediamo che l’Europa si trovi di fronte a questa lugubre sorte.

    PS – I dati su Corbyn li abbiamo ricavati da un articolo del “Sunday Times” del 6 giugno, ripreso da “Il Foglio” del 17 giugno.

  • A Washington un congresso mondiale nel 2020 in difesa dei diritti umani violati

    Si svolgerà a Washington, ad aprile 2020, il Congresso Mondiale sui diritti umani per accendere i riflettori su quelle numerose storie di abusi ed ingiustizie che i media troppo spesso tacciono. Nella sede della OEA (Organizzazione degli Stati Americani), si ritroveranno esperti di diritti umani, attivisti, diplomatici, relatori e relatrici di altissimo profilo provenienti da tutto il mondo con, a raccontare e a raccontarsi, la società civile, vera protagonista della problematiche legate alla violazione dei diritti umani. Un traguardo importante quello di Washington se si pensa che a volerlo è una donna, Alicia Erazo, che da anni si batte per la tutela e la difesa dei più deboli, a partire dalla storia, nota  a pochissimi, di alcune donne ecuadoregne a Genova che hanno perso la patria potestà sui loro figli piccoli. La Erazo, Ambasciatrice dei Diritti Umani per l’Europa, Asia e Oceania in Italia, nella capitale statunitense ha incontrato il Segretario Generale della OEA, Luis Almagro, con il quale ha discusso, oltre che della vicenda italiana, della nascita di una commissione internazionale dei diritti umani in Ecuador, sotto la direzione di Amalia Insuasti e di uno staff specializzato nella tutela dei più deboli. Proposta fatta anche ad Esmeralda Arosemena, Presidente della CIDH, alla quale ha chiesto il patrocinio per la nascita della commissione in Ecuador, e a Carlos Sànchez Berzaìn, quest’ultimo incontrato a Miami, nella sede dell’Istituto Interamericano della Democrazia. L’obiettivo era, ed è, ottenere tutto l’appoggio possibile da parte del più importante organo mondiale per la difesa dei diritti umani per poter organizzare il Congresso del 2020 perché l’attenzione al problema sia forte e concreta e non ci sia più spazio per il silenzio che troppo spesso offende più della violenza stessa.

     

  • Macron il perdente, potrebbe vincere in Europa

    Macron ha perso, sia pure di poco, le elezioni europee in casa, superato di un punto addirittura da Marin Le Pen. Per non darsi vinto, per non soccombere al colpo ricevuto e per indorare la sua immagine, risultata sbiadita in Francia, si dà un gran da fare in Europa, mettendo scompiglio nel tentativo di riformare gli usi in vigore e nel presentarsi come il deus ex machina della situazione, tutto intento, da solo, a risolvere  lo stallo in cui si trova l’Unione europea. Due, in particolare, i suoi punti d’attacco. Il primo si riferisce al rifiuto d’accettare il principio del “candidato di punta”, (lo spitzenkabdidat) per la nomina del presidente della Commissione europea in sostituzione del lussemburghese  Jean-Claude Juncker. Tale principio affida la presidenza al candidato del gruppo politico che ha ricevuto più voti. Nel nostro caso, avendo il PPE raggiunto il primo posto, al suo candidato, il cristiano-sociale bavarese Manfred Weber, spetterebbe la presidenza della Commissione.  No, – dice Macron, –  queste sono regole ormai superate. La tradizione ha fatto il suo tempo. L’Europa ha bisogno di volti nuovi e di persone che contano per l’esperienza acquisita e per i risultati ottenuti. E tanto per non irritare troppo i tedeschi per il rifiuto della candidature Weber, si permette di tirare in ballo Angela Merkel. “Io la voterei se fosse candidata” afferma, sapendo bene che lei non ha nessuna intenzione di dedicarsi interamente all’Europa, come ha ripetuto in più di un’occasione, dopo 14 anni di cancellierato. Ma Macron non molla, nonostante l’insuccesso della sua candidata, la danese Margrethe Vestager, commissaria europea alla Concorrenza in scadenza. Non vuole Weber e va alla ricerca di alleati per mettere il PPE in minoranza, malgrado la sua vittoria elettorale.

    Il secondo punto d’attacco lo ha riservato al gruppo liberale ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), il terzo arrivato, al quale ha aderito con i suoi 21 deputati su 101. A lui non va bene il nome, che contiene l’aggettivo liberale, e si è dato subito da fare per cambiarlo, riuscendoci. Il gruppo, d’ora in poi si chiamerà “Renew Europe”. Rinnovare l’Europa, con buona pace del liberale belga Guy Verhostadt, già prima ministro in tre governi  e presidente dell’ALDE dal 2009. Bisognava eliminare il termine “liberale” – avrebbe dichiarato Macron – perché nell’opinione corrente, liberale è sinonimo di capitalismo selvaggio, senza regole, perciò un termine negativo. Di fronte a simili dichiarazioni non inorridiamo più. Se Macron non si considera liberale, è affar suo, e dei francesi. Ma allora, perché i suoi deputati al Parlamento europeo si sono iscritti al gruppo tradizionalmente liberale? Se invece si considerasse liberale, ci chiediamo esterrefatti perché si sottomette al “pensiero unico”, al “politicamente corretto” che, come sappiamo, è una specie di “polizia del pensiero”, come l’ha chiamata una copertina di Newsweek del dicembre 1990. Perché non si batte per spiegare il significato vero di “liberale” e per giustificare con orgoglio la sua appartenenza ad un movimento politico che ha avuto ed ha ancora molti meriti nella tutela della democrazia e della dignità delle persone? E’ un andazzo deleterio questo accettare acriticamente e senza batter ciglio le opinioni sostanzialmente sbagliate e non vere. E’ un contributo passivo e irresponsabile alla diffusione di panzane e di favole alle politiche della disinformazione. A vantaggio di chi? Se lo chiede Macron? Tanto più che, per fare la politica europea che ha in testa e che ha dichiarato in più occasioni, avrà bisogno di alleati, dei democratici cristiani del PPE, dei socialisti del S&D, dei Verdi e di quanti credono che il progresso dell’integrazione, iniziata con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman, sia anche il progresso delle nostre patrie nazionali. Non ci sembra una buona politica quella divisiva iniziata da Macron. Il suo muoversi solitario per ora non ha portato frutti, se non risentimenti nemmeno apertamente manifestati, tra l’altro, a dimostrazione che l’azione diplomatica e non chiassosa è in genere più produttiva del movimento scomposto e leggermente fanfarone.

  • Aung San Suu Kyi and Orbán find common ground in anti-Muslim stance

    In a rare trip to Europe, state counsellor Aung San Suu Kyi, a Nobel Peace Prize winner who was once a symbol of the fight for democracy in Myanmar, visited Hungarian Prime Minister Viktor Orbán at his home in Budapest where the two leaders managed to find that they were kindred spirits when it comes to policy.

    The two leaders highlighted that one of the greatest challenges at present for both countries and their respective regions – south-east Asia and Europe – is migration.

    They noted that both regions have seen the emergence of a continuously growing Muslim population whom they identified as being a threat and main contributors to the migration crisis. Orban’s government has used anti-migrant rhetoric and nationalism to fuel xenophobic attitudes for some time, a tactic also used by Aung San Suu Kyi, who was elected as civilian leader in 2015 after living under house arrest by the military for 15 years.

    Previously seen as a beacon of democratic hope, she has repeatedly failed to condemn or even acknowledge that Myanmar’s military has carried out an ethnic cleansing campaign against the Muslim Rohingya minority for years. Thousands of Rohingya have been raped and killed in the brutal campaign in what the UN has described as one of the world’s worst humanitarian crises.

  • L’isolamento dell’Italia nelle nomine importanti dell’UE

    E’ opinione comune che l’Italia non riuscirà ad avere nomine importanti nelle istituzioni dell’UE, che devono essere rinnovate a seguito delle elezioni del 26 maggio scorso. Il sovranismo populista, che ha vinto in Italia con la Lega al 34,3 per cento, ha perso in Europa rimanendo minoritario di parecchio, rispetto ai democratici cristiani del PPE, ai socialisti dell’S&D, ai liberali dell’ALDE e ai VERDI. Nella legislatura appena scaduta, l’allora Presidente del Consiglio Renzi, aveva raggiunto il 40 per cento con il suo partito, il PD, ed era riuscito ad ottenere per l’Italia,  due presidenze di grande prestigio: la BCE con Mario Draghi e la Vice presidenza della Commissione e Alto Rappresentante per la politica estera con Federica Mogherini. Tramite il PPE, un altro italiano, Antonio Tajani, era riuscito ad avere la presidenza del Parlamento europeo. E’ inimmaginabile che oggi l’Italia possa recuperare posti di così alto prestigio. E la ragione è che la Lega in Europa conta molto poco e che il governo italiano non ha la forza per imporre suoi candidati. Di candidature, tra l’altro, nel governo non si parla nemmeno e non si è ancora deciso chi proporre per la funzione di commissario europeo. Ogni Stato membro ne avrà uno. Chi sarà il nostro? E’ vero che non bisogna avere fretta per le scelte importanti, ma è altrettanto vero che il silenzio del governo non sia tanto dovuto alla saggezza dell’attesa, quanto piuttosto alle divergenze che – come per qualsiasi altra decisione – esistono tra i due maggiori partiti della maggioranza parlamentare, la Lega e i Grillini. Abbiamo notato con disappunto, che a Bruxelles nessun membro del governo si dà da fare per negoziare le nomine e stabilire alleanze, vuoi per il rispetto di un equilibrio nazionale, vuoi per quello di partito. Già, con quali partiti negoziare? Quello di Marine Le Pen per la Lega? Quello di Farage per i Grillini? E chi li ascolta, al di fuori dei loro elettori? In occasione della riunione del Consiglio europeo, abbiamo letto degli incontro di Macron e della Merkel con i loro colleghi tanto del Nord, quanto del Sud Europa. Ma per l’Italia non c’era nessuno. Il Presidente Conte è arrivato a Bruxelles qualche minuto prima dell’inizio dei lavori del Consiglio. L’Italia vive questi momenti d’attesa in un deserto di proposte e in un vuoto di contatti. La sua posizione negoziale, tra l’altro, si è ulteriormente indebolita con la notizia della procedura d’infrazione che ci pende sul capo e che potrebbe tramutarsi in una sanzione di qualche miliardo. Chi mai vorrebbe allearsi con un Paese che punta all’aumento del debito, facendo male a sé e agli altri Paesi della zona euro? Siamo malmessi, non c’è che dire. Di chi la responsabilità di questa situazione? In primo luogo del governo, che sbatte pugni sul tavolo per imporre una sua visione delle cose, contrastante con le norme in vigore. In secondo luogo del popolo italiano, che ha votato in maggioranza questi partiti. E’ masochista fino a questo punto il popolo italiano? Se oggi soffriamo di questa solitudine a livello europeo e internazionale la responsabilità è anche del popolo italiano che credendo di far bene ha applicato i “vaffan..” suggeriti dall’attore comico Grillo e dal giovane fondatore del partito “del comunismo padano”, Matteo Salvini, poi convertitosi al partito di Bossi, ben lontano oggi dal federalismo del prof. Miglio e di Carlo Cattaneo. L’autolesionismo del popolo italiano è palese ed è frammischiato ad una disinformazione diffusa sulle politiche dell’Unione europea  e sui risultati conseguiti dall’Euro per il benessere comune. Anche a proposito della procedura d’infrazione leggiamo sul web che l’Italia sarebbe penalizzata da burocrati senza scrupoli, che non sono mai stati eletti da nessuno. Il che significa che la giornalista che afferma questa versione non sa, se è in buona fede, che queste misure non sono decise da funzionari apolidi residenti a Bruxelles, ma dal Consiglio dell’Unione europea, cioè dai governi degli Stati membri riuniti in questa istituzione. Anche l’eventuale decisione sulla sanzione pecuniaria è decisa dal Consiglio e non dai Commissari denominati volgarmente burocrati, o dai funzionari non eletti. I Commissari, tra l’altro, sono proposti dai governi ed eletti alle loro funzioni dal Parlamento europeo. Mentre i membri del Consiglio sono Ministri e quindi eletti nei loro Paesi d’origine. I critici ad oltranza dell’Europa dovrebbero sapere che tanto la procedura d’infrazione, quanto l’eventuale sanzione, procedono da una norma che porta la firma anche del governo italiano. Non sono quindi i burocrati di Bruxelles che impongono sanzioni dopo aver gestito una procedura normativa, ma all’origine di tutto c’è la norma approvata dai Governi insieme al Parlamento europeo, e non da funzionari non eletti da nessuno. Se in questo errore incorrono i giornalisti, che per professione dovrebbero essere informati, immaginiamoci la preparazione del cittadino comune, che beve queste panzane come se fossero acqua fresca e manda i suoi “vaffan…” con sommo piacere. L’Europa è il male del mondo e bisogna votare chi non la vuole, per redimerci dalle imposizioni che giungono da Bruxelles da gente non eletta. Questa mastodontica panzana circola indisturbata e distrugge d’un colpo la meraviglia della più bella utopia del diciannovesimo secolo che consiste nel far vivere insieme, in pace, in libertà e nel benessere, i popoli europei che in settant’anni  si erano combattuti  in  tre guerre fratricide.  Come meravigliarci se il popolo poi sceglie i falsi profeti nelle urne? Come prendersela con lui, quando intellettuali del calibro di Ernesto Galli Della Loggia dichiarano, pentiti, di aver votato per i Grillini? Ma il male è fatto e quei voti ci hanno cacciato in quel solitario ginepraio in cui ci troviamo. Vedremo, a nomine concluse, che cosa il deserto intorno a noi ci ha riservato. Ma non prendiamocela con i governanti. Se sono lì, è perché qualcuno ce li ha mandati, diamoci da fare, piuttosto, per far circolare un’informazione corretta sulle competenze e le funzioni delle varie istituzioni, che sono complesse, ma regolate chiaramente dai trattati e dalle norme che ne sono conseguite. Diamo del cretino a chi continua a confondere il Consiglio europeo con il Consiglio d’Europa e mandiamo a quel  paese chi continua a diffondere panzane sulle competenze delle istituzioni e sul loro ruolo. Un paese non può vivere continuamente  nella disinformazione e nell’ignoranza. Non può rimanere solo a lenirsi  le ferite, Deve vivere insieme per costruire insieme il proprio ed il comune avvenire. L’isolamento non giova, anzi, pregiudica il nostro futuro.

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