Europa

  • L’Ue rafforza il suo sistema di protezione civile per combattere gli incendi estivi

    I Paesi della Ue colpiti da incendi di vaste proporzioni possono chiedere di attivare il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, che garantisce un intervento coordinato sotto forma di aerei antincendio, elicotteri, attrezzature e personale addetto. Oltre ai Paesi dell’Unione, al meccanismo partecipano anche l’Islanda, la Norvegia, la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la Turchia.

    L’Unione europea (insieme agli altri Paesi che hanno aderito all’iniziativa) si è infatti dotata di un Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) preposto a coordinare l’assistenza a livello europeo e a garantire che gli aiuti forniti siano efficienti ed efficaci. Attraverso l’ERCC la Commissione europea facilita e cofinanzia l’assistenza fornita alle zone colpite.

    Negli ultimi anni molti incendi hanno colpito gli Stati membri dell’Unione europea, causando centinaia di morti e danni per miliardi di euro. Nel 2017 il meccanismo è stato attivato 18 volte per le emergenze provocate dagli incendi boschivi in Portogallo, Italia, Montenegro, Francia e Albania hanno ricevuto assistenza attraverso il meccanismo. In un’occasione, il meccanismo di protezione civile dell’UE è stato attivato su richiesta del governo del Cile. Nel 2018 il meccanismo è stato attivato cinque volte per contrastare gli incendi boschivi in Europa: due volte per la Svezia e una volta per Portogallo, Grecia e Lettonia. Nel complesso, gli interventi dell’UE si sono concretizzati con la mobilitazione di 15 aerei, 6 elicotteri, più di 400 persone tra vigili del fuoco e personale addetto e 69 veicoli.

    Esiste poi anche il servizio di gestione delle emergenze Copernicus, il servizio di mappatura satellitare dell’Ue, ed anch’esso è stato ripetutamente utilizzato in occasione delle emergenze connesse agli incendi boschivi. Solo nel 2018, 139 mappe satellitari hanno aiutato l’Ue e le autorità degli Stati membri a individuare e valutare i luoghi più colpiti, a valutare l’estensione geografica degli incendi e a calcolarne l’intensità e l’entità dei danni.

    Il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) dell’UE, è operativo 24 ore su 24, sarà rafforzato con squadre di sostegno alla lotta agli incendi boschivi e con la presenza di esperti degli Stati membri nel periodo estivo. Lo scorso marzo, l’Ue ha inoltre rafforzato la gestione del rischio di catastrofi istituendo una nuova riserva europea di capacità (la “riserva rescEU”) che inizialmente comprende aerei e elicotteri antincendio. Per garantire che l’Europa arrivi preparata al periodo degli incendi boschivi la nuova normativa prevede una fase di transizione durante la quale gli Stati partecipanti possono ottenere fondi in cambio della messa a disposizione dell’Ue dei propri mezzi antincendio. L’obiettivo ultimo rimane quello di aggiungere ulteriori capacità e si attivi a costituire così una riserva rescEU ancora più ingente per il futuro.

  • La Ue vuole interrompere le relazioni diplomatiche con la Turchia

    Il Consiglio dell’UE ha votato il 15 luglio la sospensione delle attività diplomatiche tra UE e Turchia in risposta a «nuove e continue» attività sulla costa di Cipro da parte del Paese asiatico. Almeno due navi turche hanno trivellato petrolio e gas nelle acque territoriali cipriote; il governo turco rivendica diritti di esplorazione sulla regione mentre l’Ue ha più volte invitato Ankara a non proseguire tali attività.

    A seguito della decisione europea, il ministero degli Esteri turco ha rilasciato una dichiarazione in cui ha respinto le conclusioni del Consiglio e lo ha accusato di mostrare pregiudizi ingiustificati a favore di Cipro. «Non dovremmo prendere sul serio le decisioni dell’Ue» ha dichiarato il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu al sito di notizie turco Habertürk: «Abbiamo già tre navi lì e ne stiamo inviando una quarta» ha aggiunto.

  • Boris Johnson verso il “no deal”

    Boris Johnson, il nuovo premier del Regno Unito, ne spara una al giorno. Probabilmente sa che le sue sparate non vengono accolte, ma non rinuncia a lanciarle. La stampa ne parla e il suo nome figura in prima pagina dei giornali. Ieri ha ancora attaccato la May, dicendo per l’ennesima volta che l’accordo per l’uscita dall’Unione europea da lei sottoscritto è il peggiore che si potesse immaginare. Sarebbe facile ricordargli che Bruxelles, invece, con il suo capo negoziatore in testa, Mchel Barnier, continua a dichiarare che l’accordo non sarà rivisto e che, dato il contesto ed i problemi ad esso collegati, l’accordo risulta quanto di meglio è stato possibile convenire. E’ la stessa opinione più volte espressa dalla May. Sarebbe veramente un’ironia atroce se, a seguito della politica fallimentare di Johnson, fondata sulle proposte irrealizzabili di un premier che le spara grosse, col tempo si giungesse a riconoscere che effettivamente l’accordo May ora respinto, risultasse il minor male per l’uscita, molto minor male rispetto a quello che potrebbe provocare al Regno Unito un’uscita senza accordo. Nella proposta di ieri Johnson rifiuta per l’ennesima volta il cosiddetto backstop sui confini irlandesi, senza suggerirne un altro. Anche il ritardo del pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra all’UE contribuisce a creare nervosismo e a rendere il premierato un’occasione di ulteriore contrasto all’interno dei Conservatori e in generale nella politica britannica, perché questi atteggiamenti non meditati e queste proposte che non saranno accettate portano direttamente ad un’uscita “no deal”, non voluta da larga parte dei Conservatori e rifiutata anche dall’opposizione laburista. Il 31 ottobre si avvicina celermente ed è ancor più vicino se si considera che la politica inglese s’arresta un mese per le ferie estive. A ciò si deve aggiungere che sono pochi quelli che credono all’età dell’oro preannunciata da Johnson con l’uscita dall’UE e alla realizzazione di una nuova politica commerciale favorevole al Regno Unito dopo l’uscita dall’Unione doganale con l’Europa. Le sparate, le battute, le promesse dorate del nuovo premier non incantano nessuno, probabilmente nemmeno quelli che lo hanno scelto come leader dei Tory. Ma è brillante, dicono molti osservatori, e la sua estrosità verbale, oltre che comportamentale, riesce ad affascinare molti elettori. Dopo aver annunciato che in caso di nuove elezioni interne riuscirebbe a battere Corbyn, i sondaggi gli hanno conferito dieci punti in più. E un leader che riesce a far risalire i sondaggi in casa Tory, dopo la batosta elettorale delle elezioni europee, non è da disprezzare. Sembra che i voti in più gli siano venuti dal partito Brexit di Nigel Farage, che ha raccolto, non dimentichiamolo, 29 seggi al Parlamento Europeo. Intanto il premier sta preparando una campagna pubblicitaria di 100 milioni di sterline, probabilmente per abituare gli inglesi all’idea del “no deal”. Il ministro degli Esteri pensa che poi sarà più facile trattare con gli europei. Molti conservatori invece ritengono che il caos non potrà portare buoni frutti e che bisognerebbe fare quanto è possibile proprio per evitare il “no deal”. Nessuno però dice in che cosa consisterebbe questo “quanto è possibile”. Mentre gli amici della May ritengono che esso consiste nell’accordo da lei sottoscritto. Andremo incontro a mesi difficili, anche dopo aver risolto definitivamente, entro il 31 ottobre, le procedure previste per l’entrata in funzione ufficiale della nuova Commissione europea. L’Unione non potrà prorogare ulteriormente le sue riforme in attesa che Johnson compia i suoi miracoli. E se Johnson uscirà, come ha promesso, entro il 31 ottobre, i parlamentari europei del Regno unito dovranno abbandonare l’aula di Strasburgo e i loro 73 seggi verranno distribuiti fra gli aventi diritto. Ma sarà così? C’è chi scommette su altri avvenimenti che dovrebbero animare la politica inglese con le elezioni anticipate e con lo scontro definitivo tra Johnson e Corbyn. Ne sapremo di più dopo le vacanze.

  • In arrivo 3 miliardi di euro di garanzie a supporto delle PMI italiane

    Cassa Depositi e Prestiti ha sottoscritto con il Fondo Europeo per gli Investimenti un accordo finalizzato a potenziare notevolmente la capacità operativa del Fondo di Garanzia per le PMI (Fondo) a supporto del tessuto produttivo italiano. Grazie all’intesa, CDP concederà in favore del Fondo 3 miliardi di euro di contro-garanzie su un portafoglio del valore complessivo di 3,75 miliardi. Le risorse finanziarie che CDP veicolerà – ottenute attraverso il Programma europeo COSME (Competitiveness of Small and Medium-Sized Enterprises) gestito dal FEI – permetteranno di erogare fino a 5,8 miliardi di finanziamenti in favore di 65 mila piccole e medie imprese operanti in quasi tutti i settori merceologici, e attiveranno nuovi investimenti per un totale stimato in circa €8 miliardi.

    Si tratta della seconda operazione realizzata da CDP in favore del Fondo PMI attraverso il Programma COSME e, insieme alla precedente, rappresenta l’intervento d’importo più rilevante realizzato in un singolo Paese europeo. Infatti, grazie alla prima operazione attivata da CDP nel 2017, oltre 47 mila PMI italiane hanno ricevuto, in poco più di 18 mesi, nuovi finanziamenti per circa €4,1 miliardi, che hanno attivato investimenti per un ammontare stimato di circa €5,7 miliardi.

    Per accedere ai finanziamenti – importo massimo €150 mila e durata non inferiore ai 12 mesi – le imprese interessate potranno rivolgersi direttamente alla propria banca o al proprio Confidi. L’esito della domanda sarà comunicato nell’arco di 7 giorni lavorativi. Tutte le informazioni sono disponibili alla seguente pagina web:www.fondidigaranzia.it .

    L’accordo si inserisce nel perimetro della “Piattaforma di risk-sharing per le PMI” strutturata da CDP in cooperazione con il FEI, nell’ambito delle iniziative sviluppate attraverso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici del Piano di Investimenti per l’Europa.

    Il Piano di Investimenti per l’Europa, noto come “Piano Juncker”, è uno dei più importanti strumenti europei per incentivare nuovi investimenti e creare occupazione e crescita, rimuovendo gli ostacoli agli investimenti, fornendo visibilità e assistenza tecnica ai progetti e assicurando un uso più efficiente delle risorse finanziarie esistenti e future. Con la garanzia dell’EFSI, la BEI e il FEI sono in grado di assumere una maggiore quota di rischio, incoraggiando gli investitori privati a partecipare ai progetti. Il Parlamento Europeo e gli Stati Membri hanno convenuto a dicembre 2017 di estendere la durata dell’EFSI e aumentare la sua dotazione finanziaria. Ad oggi, il Piano Juncker ha attivato investimenti per oltre €424 miliardi in Europa, di cui €66.6 miliardi soltanto in Italia, sostenendo così oltre 967.000 PMI.

  • Pragmatismo ed idealismo insieme per un’Europa democratica

    La nuova legislatura europea è iniziata con una scelta difficile per chi lotta per un’Europa sociale: alla presidenza della Commissione europea è stata nominata la tedesca conservatrice Ursula von der Leyen e noi eurodeputati siamo stati chiamati a ratificare la decisione dei Governi. Può essere lei a incarnare quel radicale cambiamento democratico dell’Unione europea che abbiamo promesso ai nostri elettori? E’ lei la persona che sognavamo alla guida dell’esecutivo comunitario?
    No, non ci sono dubbi: non è lei la persona che sognavamo. Ma il Ppe è il gruppo arrivato primo alle elezioni europee e il nostro dovere non è quello di sognare, ma di provare a cambiare la realtà. L’Unione europea che ci ha regalato settant’anni di pace e di benessere economico è stata costruita grazie al coraggio di chi ha saputo coniugare idealismo e pragmatismo, non grazie a chi vuole vendere agli elettori la propria immacolata purezza politica.
    E’ stato proprio grazie al mix di idealismo e pragmatismo che la nostra delegazione di eurodeputati Pd è stata determinante nel negoziare con Ursula von der Leyen i punti chiave di un programma politico così spostato a sinistra da provocare delle defezioni tra gli stessi conservatori del Ppe.
    All’interno del Gruppo S&D noi eurodeputati Pd siamo la seconda delegazione, dopo quella spagnola. Con i socialisti spagnoli schiacciati sul “Sì” a prescindere, per ragioni di politica interna, e la Spd tedesca sul “No” a prescindere, ugualmente per ragioni di politica interna, siamo stati noi eurodeputati Pd a condurre il negoziato con Von der Leyen, dimostrandoci esigenti e puntuali nelle richieste, ma allo stesso tempo aperti al confronto. Una linea riformista e costruttiva che ha portato a impegni scritti nero su bianco su flessibilità, investimenti, clima, sostenibilità e stato di diritto. Questo risultato, sottolineato dal discorso in aula della candidata alla presidenza, significativamente differente dalle prime audizioni al Parlamento europeo, è quello che ha fatto cambiare opinione anche a molti altri componenti del Gruppo S&D.
    Alla fine hanno prevalso i voti favorevoli, anche se con solo nove voti di scarto. Abbiamo scongiurato una crisi istituzionale europea ed eletto la prima donna a capo della Commissione. I tentativi della Lega di condizionare il nuovo esecutivo comunitario sono stati mandati in fumo dal nostro protagonismo e alla fine i leghisti hanno scelto di arroccarsi in un voto contrario che nuocerà al nostro Paese. I grillini hanno votato a favore, spaccando la maggioranza di governo italiana e contraddicendo anni di propaganda euroscettica e di alleanza con Farage. In altre parole sovranisti e populisti sono allo sbando e l’Unione europea si è spostata in senso progressista. È questo il mandato che ci è stato affidato dai nostri elettori e che continueremo a svolgere vigilando attentamente sugli impegni presi. E’ così che nella scorsa legislatura abbiamo portato a casa, tra le altre cose, il piano Ue per gli investimenti e che in questa vogliamo concretizzare l’assicurazione europea per la disoccupazione, chiesta da noi e promessa da Ursula von der Leyen.

    *Deputato europeo, PD – S&D, vicepresidente  ITRE (Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del PE)

  • Sassoli rilancia la riforma dell’accordo di Dublino votata nel 2017 dal Parlamento europeo

    «La voce del Parlamento e le decisioni del Parlamento, specie quando sono così a grande maggioranza devono essere rispettate di più». Così, in una conferenza stampa, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha rivendicato un ruolo più incisivo per lo stesso Parlamento in merito alla gestione dei flussi dei migranti e alla riforma dell’accordo di Dublino (riforma che l’assemblea ha votato il 16 dicembre del 2017 ma che è stata poi «messa in un cassetto», come ha ricordato lo stesso Sassoli).

    «Su Dublino il Parlamento ha indicato delle linee di riforma per consentire all’Europa di avere strumenti per intervenire», ha ricordato il presidente invitando il Consiglio a riprenderla, argomentando che «se si dice che chi arriva in Italia, in Grecia, in Spagna, a Malta, a Cipro, arriva in Europa, è evidente che l’Europa ha la possibilità di organizzare la propria presenza e il proprio intervento».

    Bisogna riprendere quelle «linee di riforma», ha insistito Sassoli. Sotto la sua presidenza il Parlamento europeo intanto ha già ospitato un dibattito sull’assistenza umanitaria nel Mediterraneo, per discutere con il Consiglio e la Commissione «le operazione delle Ong nel Mediterraneo e le posizioni divergenti degli Stati membri».

  • L’Africa sarà liberata dai dazi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘Italia Oggi’ il 16 luglio 2019.

    Domenica 7 luglio, a Niamey in Niger, il vertice straordinario dei capi di Stato dei paesi dell’Unione Africana ha sancito l’inizio della fase attuativa dell’Accordo continentale africano di libero scambio (Affcta è l’acronimo in inglese) che mira ad abbattere progressivamente tutti i dazi e le altre barriere doganali all’interno dell’intero continente. Esattamente il contrario della politica delle barriere e dei dazi di Trump. È un evento di portata epocale, che potrebbe presto incidere sugli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. La visione e lo spirito che muovono l’Accordo hanno radici profonde e prospettive di lungo periodo: il rinascimento dell’Africa e il panafricanismo.

    Hanno firmato 54 dei 55 membri dell’Unione africana, fatta eccezione per l’Eritrea per le tensioni con l’Etiopia. Ha sottoscritto anche la Nigeria, che rappresenta il Paese più popoloso e potente dell’Africa. L’Affcta darà il contributo più forte per il superamento di 84 mila km di frontiere interne ereditate dal colonialismo. Lo scopo è l’integrazione, senza ridisegnare nuove frontiere. Eliminando i dazi sul commercio infra-africano, si crea un mercato di 1,2 miliardi di cittadini e di consumatori che potrebbe raddoppiare entro il 2050. Il commercio interno all’Africa rappresenta meno del 15% del totale delle esportazioni. Quello interno all’Unione europea è il 70% del totale e quello infra-asiatico è già del 50%. Perciò si prevede di portare il commercio fra i paesi africani almeno al 25% entro il 2023.

    La creazione della Zona di libero scambio e dell’unione doganale è il primo passo di un percorso ben programmato che prevede la realizzazione del mercato comune africano nel 2025 e l’unione monetaria nel 2030. I paesi africani si sono chiaramente ispirati all’esperienza dell’Unione europea, facendo tesoro delle difficoltà e degli errori commessi in Europa. Infatti, hanno messo l’unione monetaria alla fine del percorso.

    Indubbiamente si è tenuto conto anche dell’esistenza dei paesi Brics, che hanno saputo costruire nuove alleanze e istituzioni indipendenti, capaci di giocare un ruolo incisivo sullo scacchiere economico e politico globale. È un disegno ambizioso.

    L’Italia e l’Unione europea non possono limitarsi a guardare per vedere se l’Africa riuscirà o no a realizzarlo. Sarebbe grave, a nostro avviso, se ci si soffermasse a valutare i comportamenti presenti e passati dei governi e delle leadership africane. C’è un Grand Design da realizzare. È una sfida anche per la cooperazione internazionale ed europea.

    Il tutto inizia, nel maggio 2013 ad Addis Abeba in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione dell’Unione Africana, quando si definì il programma Agenda 2063 per «un’Africa integrata, prospera e pacifica guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica sulla scena internazionale». L’Agenda 2063 dettaglia, infatti, una serie d’iniziative da realizzare in tutti i campi per trasformare l’Africa in un moderno continente sovrano, che prenda in mano il proprio destino.

    In primo luogo vi è la realizzazione di una rete integrata continentale di treni ad alta velocità. Le infrastrutture occupano un posto prioritario nella lista dei progetti, come già evidenziato nel Piano di Sviluppo delle Infrastrutture in Africa (Pida). Senza infrastrutture stradali, ferroviarie, fluviali, portuali, aeroportuali, energetiche e della comunicazione, la Zona di libero scambio resterebbe una scatola «paralizzata» che bloccherebbe qualsiasi piano di sviluppo industriale, economico e civile.

    Si prevede la formulazione di una «strategia africana sulle commodity» per rendere il continente più forte nella definizione dei contratti di sfruttamento delle materie prime con i partner internazionali, per evitare che rimanga solo una grande miniera a cielo aperto e un semplice fornitore di minerali per il resto del mondo. L’Africa legittimamente vuole promuovere l’industrializzazione e la creazione di manifatture per garantire lavoro e reddito per i propri cittadini.

    L’Africa, purtroppo, finora è stata oggetto di un crescente land grabbing: vasti territori accaparrati da grandi interessi privati, da società internazionali e anche da altri Stati. Il fine è lo sfruttamento agricolo e minerario intensivo per fornire prodotti per destinazioni fuori dal continente africano. Spesso la mano d’opera locale è sfruttata al massimo e pagata al minimo, minando anche il tessuto sociale tradizionale, stravolgendo l’ambiente e lasciando, poi,sacche di povertà e di abbandono.

    Purtroppo, com’è noto, la regione sub-sahariana è il bersaglio principale di tali spregiudicate operazioni, che si giovano anche della corruzione di potentati locali e dell’ignoranza di molti. Si stima che, di tutti i territori acquisiti attraverso il land grabbing a livello mondiale, oltre il 40% sia in questa regione. Per esempio, una ricerca di alcuni anni fa quantificava l’acquisizione di terreni nella sola Repubblica Democratica del Congo in 7,2 milioni di ettari. Un terzo dell’Italia!

    9 su 10 paesi dell’Africa sub-sahariana sono «dipendenti dalle commodity», perché oltre il 60% di tutto il loro export è dato dalle commodity. Ed è una tendenza in crescita anche a livello globale. La Banca Mondiale conferma, infatti, l’aumento del rapporto debito/export nella regione sub-sahariana che è passato dal 65% del 2011 al 136% del 2017.

    L’Agenda 2063 è ricca di altri progetti relativi alle nuove tecnologie, alla finanza e anche alla ricerca spaziale. Fondamentale è la previsione di costruire un «grande museo africano» per promuovere la cultura africana in linea con gli ideali del pan-africanismo. Si vuole preservare il patrimonio culturale, stimolare gli africani a scrivere la vera storia dell’Africa e mostrare la sua influenza artistica, scientifica e letteraria sulle varie culture del mondo.

    Il summit di Niamey ha dovuto comunque riconoscere che l’impegno assunto nel 2013 di far tacere tutte le armi entro il 2020 non è stato ancora realizzato. La pacificazione e il superamento degli attuali conflitti in alcuni paesi sono, però, la condizione per l’effettiva operatività della Zona continentale africana di libero scambio senza dazi e barriere. E’ una grande sfida. Così come lo è il superamento delle frontiere e l’emissione di un unico passaporto africano per il libero movimento delle persone, che dovrebbe essere operante già dal prossimo anno.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Pietro Fiocchi: in Europa per difendere il Made in Italy e dialogare con tutti

    Difesa del made in Italy, delle PMI e dialogo con tutti i Gruppi politici. Pietro Fiocchi, eletto per la prima volta al Parlamento europeo lo scorso 26 maggio nella Circoscrizione Nord ovest con Fratelli d’Italia, ha le idee chiare e tanto entusiasmo. A Bruxelles siede tra i banchi dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei) e sa che non sarà facile affrontare questa legislatura in cui forte è la spinta ad isolare i partiti di centro destra tacciati di antieuropeismo.

    On. Fiocchi nella sua prima esperienza al Parlamento europeo ha già posto l’attenzione su uno dei problemi più importanti per i Paesi del Sud Europa, e cioè i problemi legati alle PMI (un concetto molto diverso, per dimensioni e strutture organizzative assai diverso da quello che hanno i Paesi del Nord Europa). Quale pensa potrebbe essere il progetto da perseguire?
    Mi sono appena insediato e ho partecipato, martedì 16 luglio, alla votazione per la Presidenza della Commissione Europea,tuttavia ho le idee chiare sui problemi di cui vorrei occuparmi,tra questi vi sono sicuramente quelli legati alle PMI. Percepisco un approccio potenzialmente pesante e integralista sulle questioni ambientali con obiettivi, secondo me esagerati, di riduzione di CO2. E’ ancora presto per esporre un progetto al riguardo, quello che posso anticipare è che intendo muovermi, facendo squadra con gli altri eurodeputati per riuscire a migliorare la situazione

    L’Italia ha delle particolari specificità nel manifatturiero, ritiene che potrebbe essere ancora interessante riproporre al Parlamento ed alla Commissione la famosa norma sulla denominazione d’origine dei prodotti extra UE, meglio nota come Made In, sulla quale il Parlamento ha lavorato per otto anni, con la Commissione, e nonostante abbia raggiunto un voto positivo, a larghissima maggioranza, il Consiglio ha ignorato?
    L’Italia ha delle eccellenze in molti settori ed esse vanno tutelate come “Made in Italy”. Questo è uno dei punti del mio programma che mi sono impegnato a portare avanti, il prodotto nazionale va difeso anche attraverso la sua tracciabilità rispetto ai prodotti extra UE, ciò al fine di evitare ulteriori e gravi danni economici e di immagine. Ritengo quindi utile riproporre il tema.

    Viste le peculiarità del sistema Italia sarebbe opportuno avere un Commissario europeo al Commercio, all’Economia o alla Concorrenza, tutti ruoli occupati da rappresentanti dei Paesi del Nord Europa nella precedente legislatura… Ci sono finalmente le condizioni e soprattutto la volontà per ottenere uno dei ruoli in questione?
    Questa è una domanda delicatissima, alla luce di come sono andate le elezioni per la Presidenza della Commissione e di come si sono schierati alcuni movimenti politici italiani. Io tifo Italia e gradirei che uno dei Commissari che contano in Europa fosse un italiano competente, ma non so se ne sussista l’effettiva possibilità.

    Come certamente Lei sa, uno dei problemi con il quale il mondo dell’impresa deve confrontarsi è quello della contraffazione e del commercio illegale. Ormai tutto si contraffa, dall’accendino usa e getta alle gomme delle macchine, dai vestiti alle componenti metal meccaniche. Nel vostro settore (munizioni per armi) avete potuto notare se esiste questo problema e che conseguenze comporta?
    Quello della contraffazione è un serio problema, crea enormi danni ai produttori e ai nostri unici prodotti. Tuttavia ritengo che il livello della nostra qualità e del nostro design sia difficilmente imitabile, tanto da far riconoscere l’originale dal contraffatto (fake). Vi sono stati timidi tentativi anche nel mio settore, ma il tutto si è rivelato ininfluente per i livelli qualitativi raggiunti dalla Fiocchi munizioni e da altri produttori italiani. Si tenga presente inoltre che il nostro è uno dei settori tra i più regolati e controllati, rendendo la vita dei potenziali contraffattori ulteriormente difficile.

    Lo sviluppo di un sistema aziendale oggi passa anche attraverso la tutela dell’ambiente. Come ci si sta muovendo nel suo settore e cosa pensa di proporre al Parlamento europeo in materia di questioni ambientali?
    Ormai tutte le Aziende devono avere tra le loro policy la responsabilità sociale d’Impresa che vede la sicurezza, la tutela della salute e dell’ambiente come priorità. La drastica diminuzione degli insetti “impollinatori”, in particolare del calo delle api, è un preciso segno ed  allarme per cui vi è, a mio avviso, da indagarne  le cause, di questo vorrei investire il Parlamento Europeo.

    Come eletto di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo siederà tra i banchi dell’ECR (European Conservatives and Reformists), un gruppo che potrebbe subire ridimensionamenti quando la Brexit avrà luogo, che non è riuscito ad esprimere un candidato per le più importanti cariche europee e che per alcuni aspetti è lontano dagli interessi che l’Italia porta a Bruxelles. Come pensa di riuscire a collaborare e che sostegno si aspetta?
    Nel Gruppo ECR mi trovo bene, in particolare con Raffaele Fitto, ma voglio creare un buon  rapporto con europarlamentari di altri Gruppi, senza  barriere e steccati ideologici precostituiti. Il pensiero europeo dovrebbe affrontare i vari problemi in maniera comune e condivisa, nello spirito dei Padri fondatori,non lasciando soli i singoli Stati membri, come ad esempio per la  questione dei migranti. Nella realtà con la Brexit perderemo 4 inglesi  che saranno integrati  da 4  nuovi eurodeputati, di cui 1 di FDI, per cui il numero totale rimarrà invariato. Abbiamo  uno dei cinque Questori e siamo ben posizionati nelle commissioni, ove avviene il grosso dell’attività legislativa e normativa. Vi è una grossa spinta ambientalista e potenzialmente una spinta volta ad isolare la destra, in particolar modo i partiti percepiti come anti Europa.Vedremo come la situazione si evolverà, ora è di difficile lettura.

  • Amazon finisce nel mirino dell’Antitrust europeo

    La Commissione europea ha aperto un’indagine per verificare se l’utilizzo, da parte di Amazon, dai dati dei dettaglianti indipendenti che vendono i loro prodotti attraverso la piattaforma del gigante dell’e-commerce viola le regole sulla concorrenza. “Dobbiamo assicurare che le piattaforme online – ha detto la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager – non elimini i benefici che il commercio elettronico offre ai consumatori attraverso comportamenti anti-competitivi”.

    “Il commercio elettronico – ha osservato ancora Vestager – ha stimolato la concorrenza nelle vendite al dettaglio, ha ampliato le possibilità di scelta e ha fatto scendere i prezzi”. Per garantire che i consumatori possano usufruire correttamente di questi vantaggi “ho deciso – ha aggiunto la commissaria – di esaminare molto attentamente le pratiche commerciali seguite da Amazon, e il suo doppio ruolo nelle vendite all’ingrosso e al dettaglio, al fine di verificare se la società stia rispettando le regole Ue sulla concorrenza”.

    Secondo i primi accertamenti condotti in una fase preliminare, osserva la Commissione in una nota, Amazon utilizzerebbe informazioni ‘sensibili’ dal punto di vista della concorrenza, in particolare sui venditori all’ingrosso, i loro prodotti e le transazioni effettuate. E questo, secondo Bruxelles, potrebbe portare a comportamenti non corretti visto che Amazon opera attraverso il suo sito web come dettagliante ma allo stesso tempo mette anche a disposizione la sua piattaforma per operatori indipendenti in modo tale che anch’essi possano vendere direttamente i loro prodotti ai clienti.

    Amazon sta “offrendo la massima collaborazione alla Commissione europea e continueremo a lavorare intensamente per sostenere le aziende di tutte le dimensioni e per aiutarle a crescere”. E’ quanto precisa Amazon in una nota in relazione all’indagine antitrust annunciata da Bruxelles. La società segnala inoltre che l’Antitrust tedesco ha chiuso l’inchiesta relativa al Marketplace di Amazon senza sanzioni anche grazie alla decisione di adottare alcuni interventi che cambieranno diritti e responsabilità dei suoi partner commerciali. “Stiamo apportando diverse modifiche al Business Solutions Agreement di Amazon Services per chiarire i diritti e le responsabilità dei partner commerciali. Tali modifiche – si legge nella nota – saranno efficaci dal 16 agosto. Il 58% del fatturato lordo su Amazon proviene da venditori terzi e continueremo a lavorare intensamente, investire e inventare nuovi strumenti e servizi per aiutare i nostri partner commerciali in tutto il mondo a raggiungere nuovi clienti e far crescere il loro business”.

  • Ursula von der Leyen nuova presidente della Commissione europea

    Ursula von der Leyen, 60 anni, tedesca, protestante luterana, 7 figli, della CDU di Angela Merkel, già ministro della Difesa, sarà la nuova presidente della Commissione europea, in sostituzione di Jean-Claude Juncker, cristiano-sociale lussemburghese. È stata eletta martedì sera, 16 luglio, dal Parlamento europeo con 383 voti a favore, con un scarto di soli 9 voti sui 374 necessari per avere la maggioranza. I voti contrari sono stati 327 e gli astenuti 22. I timori della vigilia su di una possibile bocciatura sono svaniti, ma il risultato finale dimostra una spaccatura anche all’interno dei gruppi politici.  Dei socialisti mancano almeno 40 voti e non tutti i liberali hanno votato a favore. Il Ppe ha votato compatto per Ursula, pare con qualche leggera sbavatura individuale. La Lega ha votato contro, come i Fratelli d’Italia, mentre i Grillini hanno votato a favore, insieme al Pd e a Forza Italia. Tra il gruppo dei Conservatori e Riformisti solo i polacchi hanno votato a favore.  L’elezione comunque conferma l’esistenza di una maggioranza anti sovranista centrata sui tre gruppi politici maggiori. I Verdi, non avendo ottenuto dalla candidata l’impegno per ridurre del 55% le emissioni di gas serra (lei si è limitata al 50%), le hanno votato contro e hanno criticato in aula l’insufficiente – a loro dire –  politica ambientalista. Per avere un’idea del fenomeno dei “franchi tiratori” è sufficiente constatare il divario fra la somma dei seggi dei gruppi Ppe, S&D socialisti e Renew europe liberali, che si sono dichiarati a favore della candidata tedesca (444 deputati) e i voti realmente ottenuti: 383. E’ presto per dire che quella appena apertasi sarà una legislatura debole, vista la scarsa maggioranza ottenuta con la scelta della presidenza. Bisognerà attendere l’elezione dei Commissari e verificare il loro spessore di competenze e di  personalità prima di pronunciarci sulle possibili qualità dell’esecutivo, ma è indubbio che un segno di debolezza, più che dalla composizione della stessa Commissione, è rappresentato dalle striature divisorie esistenti all’interno dei gruppi politici. L’esempio fornito dal gruppo socialista nel corso della votazione non è consolante. A nulla è servita l’azione del presidente Davide Sassoli per riportare il gruppo all’unità prima del voto. D’altro canto anche la sua elezione, avvenuta al secondo scrutinio, dimostra una certa assonanza con quella della Von der Leyen. E’ riuscito con 345 voti, undici in più rispetto alla maggioranza di 334 voti richiesti. La votazione della Presidente della Commissione  ha ripetuto la debolezza della maggioranza che si era già presentata con la votazione del presidente del Parlamento. Se molti commentatori continuano ad affermare che la situazione è tranquilla perché i sovranisti sono stati battuti, c’è legittimamente da chiedersi, tuttavia, se questa tranquillità in realtà non sia che un puro auspicio. Il discrimine non è rappresentato soltanto dal populismo sovranista contro una certa visione del processo europeo di integrazione, ma può manifestarsi su tutta una serie di problemi di gestione delle istituzioni e di scelte programmatiche importanti,  come una politica estera, di difesa e di sicurezza comuni, che segnerebbe una svolta politica qualitativamente molto importante per l’avvenire dell’UE e dei suoi Stati membri. Non sarà una legislatura tranquilla. Vorremmo che non fosse una legislatura che si perde in una dialettica politica inconsistente, che si divide su tanti argomenti e sulle numerose scelte, che invece richiedono unità di visione e maggioranze consistenti. Indicazioni più certe arriveranno nei prossimi giorni, quando i governi dei Paesi membri presenteranno le candidature dei Commissari. Prima di metà settembre Von der Leyen dovrà assegnare i portafogli. E tra metà settembre e metà ottobre avranno luogo a Bruxelles le audizioni dei candidati commissari da parte delle competenti commissioni parlamentari. Si prevede che tra il 21 e il 23 ottobre il Parlamento si riunisca a Strasburgo per la votazione definitiva dell’insieme della nuova Commissione europea. Il Consiglio, invece, darà il via libera il 17 ottobre e la nuova Commissione di Von der Leyen si insedierà ufficialmente tra il 1° e il 4 novembre. Si concluderanno così le molteplici procedure scaturite dalle elezioni del 26 maggio per consentire al nuovo esecutivo ed alle altre istituzioni dell’Unione (Presidenza dell’UE, Alto Rappresentante per la politica estera e Vice Presidente della Commissione, Banca Centrale europea) di iniziare una nuova fase politica, caratterizzata, senza alcun dubbio, dai marcati risultati elettorali: sovranisti, nazionalisti, europeisti, di destra, di sinistra, ambientalisti, globalisti, antiglobalisti, ecc. Risultati spesso contradditori e in ogni caso, tendenti a non rispettare la tradizione – come il rifiuto del principio dello “spitzenkandidat”- e a giocare in proprio su ogni argomento. La nuova presidente, per fortuna nostra, ha le idee molto chiare sull’avvenire nostro e dell’Unione. Essere uniti, accettare il dialogo ed i compromessi che ne derivano, considerare l’Europa una società aperta e fondata su regole e sulla democrazia, aprirsi al nuovo senza essere sottomessi alle tecnologie, ma usarle per la maggiore libertà di tutti e per far emergere quanto di buono l’umanità sa esprimere, nel rispetto della sua dignità di persona e nella consapevolezza che il benessere va condiviso con chi ne ha meno o non ne ha affatto. L’Italia non ha ancora scelto il suo candidato Commissario, pur pretendendo il settore della Concorrenza. Il ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi, ha una grande e lunga esperienza del settore, avendo svolto la funzione di membro del gabinetto prima, e di Capo gabinetto poi, del Commissario italiano alla Concorrenza. Ha anche scritto un libro che rappresenta un punto di riferimento specifico per i cultori della materia. Ma ha il demerito di non essere iscritto alla Lega o al partito dei Grillini. Vedremo come andrà a finire, con il governo che si è spaccato anche sul nome della Presidente Ursula von der Leyen. Italia debole, in un’Europa meno solida e coesa.!

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