Europa

  • EIB to announce new initiatives for climate action and inclusive development

    Europe should address today’s global challenges by following policies that respond to the climate emergency while also building a resilient and inclusive society, according to the core initiatives of the European Investment Bank (EIB).

    The bank will meet regional partners from across the globe, as well as fellow International Financial Institutions, to detect new cooperation opportunities that would help move its ambitious proposals forward.

    EIB President Werner Hoyer, speaking ahead of the IMF/World Bank Group annual meetings said, “’The world is in real need of bold multilateral action. From trade policy and development to climate action, Europe can and must itself provide leadership. As the financial arm of the EU and an investor across the globe, we must reaffirm our commitment to play our part. We must act immediately and swiftly if we want to ensure a sustainable transition to a “net-zero” emissions economy. As the recent IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) report warned us, the effects of climate change are hitting us more strongly than ever before. Natural hazards such as droughts, floods, forest fires, food shortages, and disease pandemics will become more frequent in the near future, potentially displacing millions of people. We need to all join forces to build a resilient and inclusive society that leaves no one behind.”

    The EIB also plans to address the issue of gender equality as part of its commitment to deliver its own gender strategy to promote women’s rights both inside and outside Europe. This campaign is part of the run-up to the signing of an important pledge with other financial institutions to economically empower women.

    The Caribbean Development Bank and the EIB will also announce that they will jointly strengthen their cooperation through the implementation of joint projects that include measures to support climate resilience.

    France and Germany’s development banks will, along with the EIB, take stock of the progress that has been made on the Clean Oceans Initiative. The initiative was launched a year ago in Bali, within the framework of the IMF/WB Group meetings, with the goal of providing €2 billion to finance projects that aim to tackle waste and plastic pollution by 2023.

    The EIB is the long-term lending institution of the European Union which is owned by the EU Member States. It works towards implementing EU policy goals and makes long-term finances available for sound investments. The EIB is also one of the largest financiers of climate action globally, with over €90 billion invested in support of the Paris Climate Agreement.

     

  • Il Comitato europeo delle Regioni chiede all’UE una maggiore politica di innovazione sociale

    In occasione della Settimana europea delle Regioni e delle Città di quest’anno, la Piattaforma di Scambio di Conoscenze (Knowledge Exchange Platform)ha riunito esperti a livello locale ed europeo per discutere di come l’innovazione sociale può aiutare le città e le regioni a creare nuovi servizi in grado di rispondere ai bisogni sociali. Il presidente del comitato, Karl-Heinz Lambertz, ha sottolineato come molti progetti di innovazione sociale iniziano con il sostegno delle autorità locali. In questo contesto, il Comitato ha presentato alcuni esempi di successo, come quello della capitale croata, Zagabria, che ha adottato l’inclusività per migliorare l’accessibilità in tutti i settori, dall’assistenza all’infanzia ai trasporti pubblici e ai servizi sociali. Un altro esempio proposto è quello del Friuli Venezia Giulia, che mira a trasformare l’invecchiamento della popolazione in un’opportunità di sviluppo sociale ed economico, introducendo misure contro la solitudine. Il Comitato ha invitato la Commissione a rendere l’innovazione sociale uno dei criteri per le domande di fondi dell’UE e ad aprire i suoi programmi a istituzioni non tradizionali.

  • La Turchia si sta nuovamente macchiando di una infamia

    L’Italia annuncia che non venderà più armi ad Erdogan, la stessa cosa dicono altri Stati! Le domande sono: perché sono state vendute fino ad ora armi ad un dittatore che si è già macchiato di ingiustificate repressioni nel proprio Paese, perché il roboante presidente americano non ha avuto la capacità, o meglio la volontà, di organizzare il ritiro dei suoi militari solo dopo aver chiarito il futuro del popolo curdo?
    La Turchia si sta nuovamente macchiando di una infamia, dopo il genocidio, che ancora oggi rinnega, un nuovo delitto proprio contro coloro che sono stati i più importanti oppositori e combattenti contro l’Isis. Un’infamia che porterà non solo a nuove vittime innocenti, a decine di migliaia di profughi e sfollati curdi ma anche alla recrudescenza dell’offensiva islamista nel mondo ed in Europa. L’Isis si è infiltrato da tempo sia in Siria che in Turchia ed i suoi militanti stanno cercando, nell’infuriare dei bombardamenti, di liberare i prigionieri, più di 11.000, che sono attualmente nelle carceri curde.
    L’Europa pagherà a caro prezzo la sua ignavia, la sua incapacità, dopo tanti anni, di darsi una voce forte ed univoca in politica estera, di non essere stata capace di una visione e una politica comune, pagheranno i singoli Stati che per aver venduto armi a dittatori o a criminali e che per questo sono diventati di fatto complici silenziosi. Trump invita i paesi europei a riprendere i foreign fighters ma insieme ai foreign fighters arriveranno in Europa anche i jihadisti che i curdi avevano combattuto e imprigionato e che ora torneranno liberi.
    Sdegno, rabbia non bastano, dovremmo poter marchiare a fuoco nella nostra memoria i silenzi complici e gli interessi sporchi di tutti quei governi occidentali che parlano di pace sulla pelle di coloro che le guerre ingiuste uccidono. Erdogan e Trump con decisioni diverse hanno simili responsabilità e mentre li condanniamo entrambi diamo onore al presidente etiope Abiy Ahmed Ali, al quale è stato appena assegnato il Nobel, che è stato capace di riportare la pace dove decenni di lotte avevano fatto innumerevoli vittime e tutto il nostro disprezzo per coloro che hanno consegnato i curdi in mani sanguinarie.

  • Una marcia per gli Uiguri in occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese  

    Il primo ottobre, il World Uyghur Congress con l’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non rappresentati (UNPO), la Compagnia Internazionale per il Tibet (TIC), l’Associazione uigura belga e la Comunità tibetana in Belgio ha organizzato una marcia e una manifestazione congiunte a Bruxelles per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani in Cina. La comunità uigura e le comunità tibetane e di Hong Kong si sono unite per solidarizzare e condannare il regime autoritario che vige nella Repubblica Popolare. Alla marcia hanno partecipato oltre 700 persone, tra cui molti membri del Parlamento europeo e alcuni studiosi che hanno tenuto vari discorsi per sollecitare la comunità internazionale, ed in particolare il Parlamento europeo, a denunciare in modo più veemente l’abuso dei diritti umani da parte della Cina e sostenere con più vigore la causa uigura.

    Il presidente del WUC, Dolkun Isa, in vista della marcia, celebrata proprio a ridosso del  70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, in un editoriale aveva denunciato la forte violazione dei diritti umani nel Turkistan orientale da parte di Pechino, dove 1-3 milioni di uiguri sono detenuti nei campi di internamento. Durante la manifestazione di Bruxelles il presidente ha invitato la comunità internazionale a continuare ad esercitare pressioni sulla Cina, esprimendo anche la sua profonda delusione per la scarsa presa di posizione del mondo musulmano, nonostante la Cina abbia definito l’Islam una malattia ideologica che deve essere sradicata. La manifestazione, seguita da molti media, si è conclusa davanti alla Commissione europea.

  • Monito di Bruxelles: l’Italia rischia di vedersi ridurre i fondi strutturali

    Bruxelles ammonisce l’Italia: i fondi strutturali europei destinati al Belpaese potrebbero essere decurtati nel caso non sia mantenuto un adeguato livello d’investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Nei giorni scorsi la Commissione Ue ha inviato una lettera al governo nella quale, come ha riferito il direttore generale per la Politica regionale della Commissione Ue Marc Lemaitre, ha indicato le cifre più che preoccupanti sugli investimenti al Sud, che sono in calo e non rispettano i livelli previsti per non violare la regola Ue dell’addizionalità”. Lo ha detto.

    Per garantire un effettivo impatto economico, il principio di ‘addizionalità’ garantisce che i fondi strutturali non sostituiscano la spesa pubblica, ma che rappresentino un ‘valore aggiunto’. L’impegno contenuto nell’accordo di partenariato siglato dall’Italia e da Bruxelles per il 2014-2016 era d’investire al Sud risorse pubbliche pari allo 0,47% del Pil del Mezzogiorno, mentre – indica la lettera della Commissione – i dati parlano dello 0,40%. Per quanto appaia piccola, la differenza di 0,07 punti percentuali equivale a circa il 20% in meno di risorse pubbliche spese sul territorio. E la tendenza per gli anni successivi non fa ben sperare. Se si guarda al 2014-2017, il tasso d’investimenti scende allo 0,38%. L’impegno italiano è invece quello di garantire un livello di spesa pubblica al Sud pari allo 0,43% del Mezzogiorno per il 2014-2020.

    La Commissione chiede quindi al governo quali misure intende intraprendere per invertire la tendenza e garantire un adeguato livello d’investimenti al Sud. Nel caso in cui non fossero rispettati gli impegni presi con Bruxelles, la Commissione potrebbe anche attuare una «rettifica finanziaria», che significa un taglio dei fondi strutturali. «Non conosco nessun altro Paese che ha una situazione così debole» per quanto riguarda gli investimenti pubblici, ha detto Lemaitre aprendo i lavori della Settimana europea delle città e delle regioni. «Gli sforzi europei fatti attraverso il bilancio comunitario sono stati neutralizzati dai tagli agli investimenti pubblici nel Mezzogiorno – ha continuato il direttore generale – questo è legato anche alla capacità amministrativa, ma siamo certi che con un’attenzione adeguata dedicata a questo campo potrebbero esserci molti investimenti pubblici in più al Sud. E allora, forse, cominceremmo a fare la differenza».

  • Le Regioni italiane sono sempre meno competitive in Europa

    L’Italia è un Paese ‘spaccato’: il Sud arranca per essere competitivo su scala continentale e il Nord continua a indietreggiare rispetto alle altre regioni europee. È la fotografia dell’Italia scattata dall’Indice di competitività regionale 2019, uno strumento realizzato ogni tre anni dalla Commissione Ue che permette di paragonare le regioni europee in termini d’innovazione, governance, trasporti, infrastrutture digitali, sanità e capitale umano. Lo strumento assegna un punteggio a ogni regione in base alle sue performance nei vari ambiti, fino a un massimo di 100 punti.

    La media italiana è di 42,1 punti, ampiamente superata dalla prima della classe, la Lombardia (57,01 punti), che però dal 2010 continua a perdere posizioni e oggi è 145/ma su 268 regioni europee monitorate. Sopra la media del Paese si piazzano tutte le regioni del Nord, eccezion fatta per la Valle d’Aosta (39,36 pt, 200/ma). Sotto i 42 punti è invece l’intero Mezzogiorno e il Centro Italia. Uniche ‘mosche bianche’ sono il Lazio, quarta italiana con 53,09 punti (163/ma in Ue) e l’Umbria (43,49 pt, 184/ma). Chiudono la classifica Puglia (22,72 pt, 235/ma), Sicilia (19,07 pt, 241/ma) e Calabria (18,42), che è in calo rispetto al 2010 ed oggi è 244/ma in Europa.

  • Dalla Ue due milioni di euro alle vittime di violenze sessuali di guerra

    Il 24 settembre, il commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo europeo Neven Mimica, ha annunciato un contributo di 2 milioni di euro da parte dell’Unione Europea al Fondo internazionale per i sopravvissuti alla violenza sessuale legata ai conflitti. La donazione è stata annunciata durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, dove il Commissario Mimica ha incontrato i premi Nobel per la pace, Denis Mukwege e Nadia Murad ai quali è stato dedicato il fondo. Il dottor Denis Mukwege è un ginecologo congolese che ha fondato e lavora nell’Ospedale Panzi a Bukavu, in Congo, specializzato nella cura di donne vittime di violenza sessuale da parte di gruppi di ribelli armati. Nadia Murad, invece, è un membro della minoranza Yazidi nel nord dell’Iraq sopravvissuta a un terribile attacco nel 2014 al suo villaggio da parte dello Stato Islamico. Entrambi sono stati premiati con il Nobel per la Pace per il loro impegno a porre fine a ogni tipo di violenza sessuale.

    Si tratta di una collaborazione tra più partner per fornire ai sopravvissuti l’accesso a cure e ad altre forme di sostegno per aiutarle a reintegrarsi pienamente nelle loro comunità. Nadia Murad ha messo in luce l’importanza e la consapevolezza per le vittime di individuare le responsabilità dei crimini subiti, in quanto ciò può sostenere notevolmente il processo di guarigione. Il dottor Mimica ha invece voluto sottolineare come questo fondo sia un contributo importantissimo per l’umanità, poiché è destinato a dare un sostegno alle donne che hanno dovuto affrontare il dolore indicibile della violenza sessuale in situazioni di guerra e devono ricostruire le loro vite.

    Il lancio ufficiale del fondo avrà luogo il 30 ottobre 2019 alle Nazioni Unite a New York. Anche Paesi come la Francia e la Germania hanno annunciato il loro sostegno al Fondo.

  • Greek government moves to improve management of refugee crisis

    ATHENS – Amidst a major uptick in the number of migrant arrivals landing on Greece’s eastern Aegean Islands, Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis summoned his cabinet on 30 September for talks on how to speed up the asylum process and build new housing facilities, moves that would give the government the ability to transfer several thousand migrants from overcrowded camps to more suitable facilities on the Greek mainland.

    Mitsotakis reportedly opted to call in his closest advisors to discuss the matter Turkey following the death of a woman and a child in a fire at the overcrowded Moria refugee camp on the island of Lesbos. The deaths came at a time when the number of migrants arriving from Turkey has steadily been on the rise in recent weeks.

    The fire at the Moria camp was later extinguished, but the police were later forced to fire tear gas at the angry crowd that had gathered to protest the two deaths. At least 17 people were injured in the ensuing clashes.

    Since coming into office in July, the Mitsotakis’ government has taken the view that solving the ongoing migrant crisis is a top priority for the new administration. Sources close to Mitsotakis told New Europe that the government is trying to take a realistic approach when coming up for solutions to the migrant issue, including using the term “migrant” rather than “refugee” to describe a crisis that first began in the summer of 2015.

    Part of the Mitotakis government’s new approach to the matter includes closely scrutinising the place of origin of those who are now landing on the Greek islands. Very few of the new arrivals are from conflict zones like Syria and Afghanistan, which has helped the Mitsotakis government move away from the poor handling of the migrant crisis by the previous leftist government of Alexis Tsipras, who mostly focused on addressing the humanitarian aspect of the refugee crisis, but did far too little when it came to providing suitable sanitary living conditions for the more than 70,000 migrants that are awaiting their asylum applications to be processed and failed to alleviate the economic burden on the islands who have been hosting the refugees for more than four years.

    The Greek government plans in the coming days to introduce new draft legislation that would reduce the time needed for the asylum processes, which currently can last from several months to years.

    The Mitsotakis government wants to set clear timelines for the country’s primary and secondary administrative asylum committees and streamline the appeals process. According to government officials and lawmakers familiar with the new draft proposal, the goal is to have asylum applications processed within 100 days.

    As part of the overall plan to overhaul the living conditions for the migrants, Greece’s Defence Ministry has presented a list of unused or shuttered military facilities on the Greek mainland which could be transformed into new sites that would be suitable for housing several thousand refugees.

    Some of the sites would be designated as “closed” facilities, or detention centres, where illegal migrants whose asylum applications have been turned down will be transferred before they are repatriated to their country of origin or to Turkey. The broader plan, however, is to move as many people from the islands to the mainland in as little time as possible. Sources within the Civil Protection Ministry have claimed that the Moria refugee camp most of its 13,000 inhabitants transferred from their squalid conditions to new sites on the mainland within the next two months.

    A key component of the Mitsotakis government’s revised approach to the migrant crisis has been their stated readiness to better guard Greece’s national borders as well as those of Europe with more boat patrols by the Hellenic Coast Guard near the maritime territorial boundaries that separate Greece and Turkey.

    Athens has been in close contact with officials from Frontex – the European Border and Coast Guard Agency – in the hope that they can create a wider scope of cooperation between the Greek border services and their EU counterparts when patrolling Greece’s territorial waters and the Turkish coast.

    Greek officials are, however, increasingly in full agreement that their efforts to manage the migrant issues and improve the situation in the country hinges on the Turks’ continued implementation of 2016’s EU-Turkey Statement, whereby Ankara pledged to make greater efforts to limit departures of migrants towards five Greek islands that are closest to the Turkish coast.

    Mitsotakis is said to be ready to broach the particular question about his approach to the refugee crisis at the upcoming European Council meeting scheduled for 17-18 October.

     

  • Le solite bugie in attesa dell’ennesima delusione

    Ai disonesti non è permesso stare nella città di Dio.
    E’ scritto nella Bibbia: “Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori,
    gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna.”

    Libro dell’Apocalisse; 22:15

    Giovedì scorso il Bundestag tedesco, riunito in una seduta speciale, ha votato una Risoluzione sul futuro percorso europeo per l’Albania e la Macedonia del Nord. Un percorso che per l’Albania diventa sempre più difficile, mentre per la Macedonia il parere è ben diverso e positivo, nonostante abbia cominciato il suo percorso europeo dopo l’Albania.

    Nel giugno 2003 nel vertice di Salonicco si discuteva e si decideva sulla prospettiva europea per i paesi dei Balcani occidentali. Esattamente tre anni dopo l’Albania ha firmato l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea. Accordo che è entrato in vigore nell’aprile 2009, dopo che l’Albania ha ufficialmente presentato la sua richiesta per diventare parte integrante dell’Unione. Nel novembre 2010 la Commissione europea pubblicava la sua Opinione positiva su quella richiesta e ufficializzava dodici priorità che l’Albania doveva adempiere prima dell’avvio dei negoziati di adesione. Una prima conferma dei progressi fatti in quel periodo nel percorso europeo del paese è stata la decisione delle Istituzioni dell’Unione europea per il riconoscimento, ai cittadini albanesi, del diritto di viaggiare senza visti d’ingresso in tutti i paesi europei, come previsto dall’Accordo di Schengen. Dopo un ostinato e ingiustificato “condizionamento” del percorso europeo per alcuni anni, da parte dell’opposizione, allora capeggiata dall’attuale primo ministro, finalmente nel giugno 2014 il Consiglio europeo riconosceva all’Albania lo status del paese candidato per l’adesione all’Unione europea. Erano passati circa otto mesi da quando il primo ministro attuale aveva giurato come nuovo capo del governo. Da allora in poi però, e purtroppo, il percorso europeo è diventato sempre più in salita per l’Albania, nonostante l’opposizione non abbia fatto le stesse o simili “manovre di condizionamento” come in passato. Nel maggio 2018, durante il vertice di Sofia tra l’Unione europea e i paesi dei Balcani occidentali, è stata confermata la prospettiva europea per la regione. In quel vertice sono state determinate anche una serie di azioni concrete per rafforzare la collaborazione, soprattutto nell’ambito della sicurezza e della legalità.

    Un anno fa, il 26 giugno 2018, durante la riunione a Lussemburgo del Consiglio dell’Unione europea, i ministri degli Affari esteri non hanno confermato la proposta della Commissione europea per aprire i negoziati con l’Albania senza condizioni. Anzi, essi hanno aumentato le condizioni poste all’Albania. Da cinque che erano prima, sono diventate sette. La condizione riguardante la riforma della giustizia aveva ben sette richieste, ognuna delle quali era una condiziona a parte. Perciò realmente erano tredici le condizioni poste all’Albania, prima dell’apertura dei negoziati! Una testimonianza significativa di come non solo non c’era stato progresso ma, anzi,che la situazione si stava deteriorando. E si trattava di condizioni legate alla corruzione, la criminalità organizzata, il traffico illecito dei stupefacenti ecc. Quella decisione del 26 giugno dei ministri degli Affari esteri è stata adottata, senza essere discussa, dal Consiglio europeo del 28 – 29 giugno 2018 a Bruxelles.

    Trovandosi in grosse difficoltà, perché prima aveva assicurato l’apertura senza condizioni dei negoziati da paese candidato all’adesione dell’Unione europea, il primo ministro ha cercato, come sempre, di mentire e di ingannare. A lui e alla sua propaganda governativa hanno fatto eco, come sempre, i media controllati e i soliti “rappresentanti internazionali”. Il 26 giugno 2018, subito dopo la decisione presa sull’Albania da parte del Consiglio dell’Unione europea, il primo ministro albanese ha cantato vittoria dichiarando fandonie. Poi, il 29 giugno 2018 il primo ministro ha, addirittura, messo in scena un pagliacciata, conferendo a quattro ambasciatori albanesi, quelli in Belgio, in Olanda, in Francia e in Germania, la medaglia di “Gratitudine del primo ministro”. E non a caso ha decorato quegli ambasciatori. Perché a Bruxelles ci sono le Istituzioni dell’Unione europea. Ma anche perché la Francia, l’Olanda e la Germania erano tutt’altro che convinte all’apertura dei negoziati. E lo hanno dimostrato in seguito, non cambiando opinione neanche attualmente. I fatti accaduti da allora in poi hanno clamorosamente smentito le dichiarazioni pubbliche del primo ministro. Ragion per cui anche quelle decorazioni si ricordano adesso come una vera e propria buffonata. Durante quei giorni del giungo 2018 e in seguito il primo ministro ha semplicemente, volutamente e spudoratamente mentito all’opinione pubblica, come suo solito. Lo conferma la sua seguente dichiarazione, riferendosi alla decisione del Consiglio europeo del giugno 2018. “Dopo 72 ore tra le onde interiori all’Unione europea, l’Albania è riuscita ad avere la data per entrare nel porto dell”Unione europea. I risultati delle nostre riforme hanno fatto sì che anche i più scettici riconoscessero il merito dell’Albania…”! Data che, ad ora, non è stata mai assegnata all’Albania. La prossima sfida sarà la riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre di quest’anno. I segnali però sono tutt’altro che rassicuranti. Anzi!

    Tutto ciò è accaduto da giugno 2018 in poi. Ma di nuovo i segnali per l’apertura dei negoziati tra l’Albania e l’Unione europea sono tutt’altro che ottimistici. Lo conferma senza mezzi termini, almeno fino ad ora, la Risoluzione del Bundestag tedesco per l’Albania approvata il 27 settembre scorso. In quella Risoluzione è stata messa chiaramente in evidenza l’esistenza di una grave crisi politica e istituzionale nel paese causata dai preoccupanti problemi legati a corruzione,criminalità e giustizia. La Risoluzione obbliga la cancelliera Merkel a tenere presente, durante il prossimo vertice del Consiglio europeo del 17-18 ottobre, non più sette, ma ben nove condizioni sine qua non prima di consentire l’apertura dei negoziati. Le nuove nove condizioni sono divise in due gruppi. Soltanto dopo l’adempimento delle prime due si potrebbe aprire la prima conferenza ufficiale per l’adesione tra l’Albania e l’Unone europea. Mentre la seconda conferenza non si potrà aprire senza l’adempimento delle rimanenti sette condizioni. Il che significa rimandare tutto di nuovo e per chissà quanto. Le cattive lingue dicono addirittura che al primo ministro non interessa per niente l’apertura dei negoziati, anzi! Chissà perché ha considerato la Risoluzione del Bundestag una “buona notizia”?! Nel frattempo, essendo l’apertura dei negoziati una decisione da prendersi all’unanimità dal Consiglio europeo, basterebbe un solo voto negativo per spostare tutto. E sembrerebbe che lo potrebbe fare l’Olanda. Lo ha confermato nei giorni scorsi il ministro degli esteri olandese, per il quale, riferendosi all’Albania “non c’è nessuna indicazione che qualcosa sia cambiato”. Per non dimenticare poi la refrattaria Francia e qualche altro paese dell’Unione. Chissà che bugie dirà il 18 ottobre prossimo il primo ministro albanese?

    Chi scrive queste righe è da tempo convinto che l’apertura dei negoziati per l’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea significa semplicemente aver adempito tutte le condizioni prima di aprire le negoziazioni. Non il contrario. Né più e né meno! Mentre il primo ministro, mentendo e ingannando, sta cercando di vendere come successo l’ennesimo clamoroso fallimento e l’ennesima delusione. Per lui non ci sarà mai posto nella città di Dio, come è stato scritto nella Bibbia.

     

  • Anche la Commissione UE scende in campo per la Notte europea dei ricercatori

    La Rappresentanza a Milano della Commissione europea partecipa a MEETmeTONIGHT, l’evento dedicato alla notte europea dei ricercatori in Lombardia e in Campania.

    “C’è un’Europa della ricerca che funziona. L’Unione europea ha investito 150 miliardi di euro negli ultimi 35 anni per finanziare la ricerca e l’innovazione. Con le borse Marie Sklodowska-Curie sosteniamo i ricercatori nelle varie fasi della loro carriera. Attraverso lo European Research Council (ERC), una sorta di “Champions League della scienza”, abbiamo premiato circa 9 mila ricercatori di eccellenza, tra cui più di 800 italiani”, ha dichiarato Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea.

    A Milano, dal 27 al 28 settembre, lo stand “EU CORNER” della Commissione europea all’interno dei Giardini Indro Montanelli diffonderà la cultura scientifica e i risultati della ricerca europea attraverso un ricco palinsesto di eventi dedicato ai cittadini di tutte le età:

    –          Venerdì 27 e sabato 28, presso lo stand EU CORNER: laboratori per gli studenti e i curiosi, a cura dell’associazione Leo Scienza sui temi dell’ambiente, della sostenibilità e della scienza.

    –          Venerdì 27 settembre, alle 15.00 e alle 18.30, presso Area Spettacoli: Viaggio nel tempo, pièce teatrale a cura dell’associazione Leo Scienza.

    –          Venerdì 27 settembre, ore 18.30, allo Spazio Talk: “Europa della ricerca: sfide, risultati e opportunità”, dialogo con Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea, e Alessandra Luchetti, Capo dipartimento Agenzia Esecutiva per la Ricerca della Commissione europea. Modera Maurizio Melis, Radio 24.

    –          Sabato 28 settembre, alle 12.00 e alle 16.00, presso Area Spettacoli: Sull’isola deserta, pièce teatrale a cura dell’associazione Leo Scienza.

    Perché l’Europa investe nella ricerca?

    L’Unione europea è sempre più leader mondiale nella ricerca scientifica, anche grazie ai programmi europei che finanziano la ricerca di eccellenza, la mobilità dei ricercatori e le collaborazioni transnazionali. Lo dimostrano lo European Research Council (ERC), e le azioni Marie Sklodowska-Curie per la formazione e la mobilità dei ricercatori.

    Queste iniziative, così come la Notte europea dei ricercatori, fanno parte di Horizon 2020, il noto programma UE attraverso il quale sono stati stanziati 77 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 a favore della ricerca, della crescita e della creazione di posti di lavoro. I fondi europei nel campo della ricerca hanno portato alla scoperta di esopianeti abitabili, a realizzare una mano bionica intelligente, a creare per la prima volta l’immagine di un buco nero e a ricercare nuove terapie contro malattie neuro-degenerative, tumori, epatiti.

    Finanziamenti Ue per la ricerca nel periodo 2021-2027

    La ricerca e l’innovazione restano tra le priorità più importanti della Commissione europea anche nei prossimi anni: sulla base del successo di Horizon 2020, la Commissione europea ha proposto un nuovo programma per il periodo 2021-2027 con il nome di Horizon Europe. Con una dotazione finanziaria, proposta dalla Commissione europea, di 100 miliardi di euro, il nuovo programma sosterrà la scienza aperta, l’innovazione e le risposte europee alle sfide delle nostre società. Sempre nel campo dell’innovazione, la Commissione ha anche proposto il nuovo programma “Digital Europe”, con un bilancio di 9 miliardi di euro dedicato all’intelligenza artificiale, alla cybersicurezza e allo sviluppo delle competenze digitali dei giovani europei.

     

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