Europa

  • La Commissione Ue programma 144 audizioni per garantire la sicurezza delle forniture alimentari

    La Commissione europea ha pubblicato il suo programma di audit per il 2027 nei settori della sicurezza degli alimenti e dei mangimi, della salute e del benessere degli animali, della salute delle piante e dei controlli sulle importazioni. L’obiettivo di tali audit è garantire la costante protezione della salute dei cittadini dell’UE attraverso l’attuazione e l’applicazione efficaci delle norme dell’UE in materia di sicurezza alimentare, che sono tra le più rigorose al mondo.

    Il prossimo anno la Commissione prevede di effettuare 144 audit e 8 missioni di accertamento dei fatti per rafforzare i controlli sui prodotti importati nell’UE.

    Tali audit e visite riguarderanno gli Stati membri dell’UE, i paesi terzi che esportano o intendono esportare nell’UE e i paesi candidati nel contesto del sostegno preadesione.

    La Commissione aveva già aumentato il numero di audit previsti sui paesi terzi per il 2026, aumento che verrà attuato nel 2027. Il programma del prossimo anno pone un forte accento sugli audit in loco relativi al commercio nei paesi terzi – con un aumento previsto del 107 % rispetto al 2025 – e sugli audit ai posti di controllo frontalieri dell’UE – con un aumento previsto del 60 % rispetto al 2025. Sono previsti 12 audit nei paesi candidati per aderire all’UE. Quattro missioni conoscitive saranno dedicate invece alla promozione dell’approccio “One Health”, secondo il quale, ora più che mai, vi è una stretta interconnessione tra la salute degli esseri umani, degli animali, delle piante e dell’ambiente.

    Le priorità per il 2027 sono state stabilite sulla base di requisiti giuridici, rischi per la salute e la sicurezza alimentare, volumi commerciali, prove di non conformità e risultati di precedenti attività di audit. Il programma può essere adattato nel corso dell’anno in risposta a questioni o preoccupazioni emergenti.

  • 705 milioni di euro assegnati alla prossima generazione di ricercatori in Europa

    Il Consiglio europeo della ricerca (CER) ha annunciato i vincitori dell’ultimo concorso per sovvenzioni di avviamento, che ha assegnato 705 milioni di euro a 421 ricercatori all’inizio della carriera in tutta Europa. Le sovvenzioni sosterranno i giovani scienziati durante una fase cruciale della loro carriera, aiutandoli a perseguire idee ambiziose e a costruire le proprie equipe di lavoro. 21 ricercatori di successo attualmente stabiliti al di fuori dell’Europa si trasferiranno nell’UE e nei paesi associati a Orizzonte Europa (in aumento rispetto ai 11 dell’anno scorso) per realizzare i loro progetti.

    Il concorso di quest’anno ha raccolto un numero record di 4.807 proposte, pari a un aumento del 22% rispetto alle 3.928 dello scorso anno. A causa della forte concorrenza, solo l’8,8 % delle proposte ha potuto essere finanziato. L’interesse è aumentato anche tra i ricercatori con sede al di fuori dell’Europa. In particolare, quest’anno hanno presentato domanda 169 ricercatori con sede negli Stati Uniti, rispetto ai 116 dell’invito precedente. I progetti selezionati coprono un’ampia gamma di settori di ricerca, dalle scienze della vita e dall’ingegneria alle scienze sociali e umane. I nuovi beneficiari saranno ospitati da università e centri di ricerca di 25 Stati membri dell’UE e paesi associati, in particolare Germania (89 sovvenzioni), Francia (38), Svizzera (36) e Paesi Bassi (33). Tra i vincitori figurano 84 tedeschi, 50 italiani, 30 francesi e 24 spagnoli, nonché ricercatori di altre 48 nazionalità. Le sovvenzioni dovrebbero creare più di 3.000 posti di lavoro nelle equipe di lavoro dei nuovi beneficiari.

  • Gli ultimi dati sugli investimenti nel settore dell’istruzione in Europa evidenziano come rendere più attrattiva la professione docente

    Con il ritorno a scuola di alunni e insegnanti, la Commissione europea ha pubblicato una nuova relazione che offre una panoramica dei recenti sviluppi della spesa per l’istruzione in Europa, aggiornata agli ultimi dati disponibili, relativi al 2024.

    La relazione «Investire nell’istruzione 2026» mostra che nel 2024 i paesi dell’UE hanno destinato all’istruzione il 4,8% del prodotto interno lordo (PIL), pari al 9,7% della spesa pubblica complessiva, sebbene permangano differenze significative tra gli Stati membri. Sebbene gli investimenti nell’istruzione nell’UE si stiano stabilizzando, la loro quota sulla spesa pubblica rimane leggermente inferiore ai livelli pre-pandemia (10% nel 2019, 9,3% nel 2020 e 2021, 9,4% nel 2022 e 9,6% nel 2023).

    La relazione sottolinea l’importanza di investire negli insegnanti, che sono al centro dei nostri sistemi di istruzione. I dati mostrano che oltre tre insegnanti su quattro (76,5%), se avessero la possibilità di scegliere una nuova professione, sceglierebbero di continuare a insegnare. I risultati indicano che diversi fattori, tra cui la retribuzione e il riconoscimento professionale, svolgono un ruolo importante nel determinare l’attrattiva della professione docente.

    Gli insegnanti soddisfatti della propria retribuzione sono più propensi a scegliere nuovamente la professione docente, ma anche altri fattori, come un ambiente di lavoro favorevole, una percezione positiva della professione e le opportunità di collaborazione professionale, svolgono un ruolo importante. Al contrario, lo stress sul luogo di lavoro riduce significativamente la volontà degli insegnanti di rimanere nella professione.

  • Il maltempo estremo incide su colture e foraggio in Europa, Bruxelles lavora per adattare l’agricoltura

    Il caldo persistente e la scarsità di precipitazioni registrati negli ultimi due mesi stanno incidendo sulle colture estive e sulla disponibilità di foraggio nell’Europa occidentale e centrale, secondo l’ultimo bollettino MARS del Centro comune di ricerca (CCR) della Commissione europea.

    Le conseguenze più significative sono segnalate in Francia, nella Germania meridionale, nell’Italia settentrionale e centrale, in Austria, Cechia, Slovacchia, Ungheria e Romania occidentale. Le alte temperature, associate alla scarsità di piogge, hanno inciso sulle colture e sulla disponibilità di foraggio, mentre la limitata disponibilità di acqua per l’irrigazione ha ulteriormente aggravato lo stress in diverse regioni.

    Nei Paesi del Benelux, in Slovenia e in Croazia, le condizioni calde e siccitose hanno ridotto le previsioni di resa delle colture estive, in particolare del mais. La disponibilità di foraggio desta invece preoccupazione in ampie zone dell’Europa occidentale e centrale, dove il caldo e la siccità persistenti hanno ridotto la disponibilità di pascoli e l’accumulo di biomassa.

    Pubblicato ogni mese, il bollettino MARS del CCR aiuta la Commissione a monitorare le condizioni dell’agricoltura e a rispondere alle difficoltà che gli agricoltori si trovano ad affrontare. La Commissione resta impegnata a sostenere gli agricoltori affinché possano continuare a fornire alimenti di qualità a prezzi accessibili. In questo contesto, la politica agricola comune (PAC) svolge un ruolo fondamentale nel rendere l’agricoltura più resiliente e meglio adattata ai cambiamenti climatici, sostenendo pratiche agricole che rafforzano la resilienza e metodi più sostenibili. La PAC sostiene gli investimenti nell’irrigazione efficiente, nelle infrastrutture resilienti ai cambiamenti climatici, nelle tecnologie per il risparmio idrico e in una migliore gestione delle risorse idriche, nonché la transizione verso colture più resilienti ai cambiamenti climatici. Maggiori informazioni sulle modalità con cui la Commissione sostiene gli agricoltori sono disponibili online.

    Il Commissario per l’Agricoltura e l’alimentazione, Christophe Hansen, ha dichiarato: «Questa estate è stata particolarmente difficile per gli agricoltori di tutta l’UE. La siccità e il caldo estremo stanno mettendo sotto pressione crescente le colture, il foraggio, il bestiame e i redditi degli agricoltori. Monitoriamo attentamente e attivamente gli sviluppi, acquisendo informazioni sugli effetti direttamente sul campo. Questi eventi ci ricordano che dobbiamo prepararci a un futuro in cui gli eventi meteorologici estremi saranno più frequenti. Dobbiamo sostenere gli agricoltori oggi, rendendo al contempo l’agricoltura europea più resiliente per il futuro».

  • Dovute riflessioni su alcune alleanze e promesse

    Non c’è mai alleanza con chi è potente.

    Fedro

    Dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, ebbe inizio anche il processo dello sgretolamento della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, comunemente nota come Unione Sovietica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta tra il 19 gennaio 1990 e il 31 dicembre 1991. Tutte le quindici repubbliche socialiste che allora componevano l’Unione Sovietica dichiararono la loro indipendenza.

    Una di quelle repubbliche era anche l’Ucraina, la cui indipendenza è stata proclamata proprio il 24 agosto 1991, in seguito alla sua approvazione dal parlamento. Una decisione, quella, confermata in seguito anche dal referendum popolare, svoltosi il 1º dicembre 1991.

    Bisogna però evidenziare che nel frattempo in Ucraina sono accaduti degli sviluppi politici che poi hanno permesso di nuovo alla Russia di essere attiva e presente. Nel novembre 2013, in seguito alla decisione del governo di allora di sospendere le trattative in corso per la conclusione di un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea per raggiungere un’intesa sul libero scambio globale tra l’Ucraina e l’Unione europea, i cittadini sono scesi in piazza. Delle proteste massicce iniziarono nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013 nella principale piazza Maidan a Kiev, subito dopo alla sopracitata decisione del governo.

    Quelle proteste, note come la rivoluzione ucraina o la rivoluzione di Maidan, continuarono anche all’inizio del 2014. I manifestanti si sono affrontati con la violenza delle forze speciali della polizia, fedeli dell’allora presidente ucraino. Durante le manifestazioni svolte tra il 18 e il 20 febbraio 2014 purtroppo hanno perso la vita decine di cittadini. Il 22 febbraio 2014, dopo la fuga in Russia del presidente ucraino, finirono anche le proteste della piazza Maidan a Kiev.

    Bisogna però evidenziare che la Russia, in seguito a quelle proteste, preparò ed attuò nel marzo 2014 l’annessione della Crimea, la più grande penisola appartenente all’Ucraina, affacciata sul Mal Nero. E, guarda caso, il presidente che ordinò l’invasione della Crimea era proprio l’attuale dittatore russo, Vladimir Putin, che il 24 febbraio 2022 ordinò l’occupazione dell’Ucraina, tramite una cosiddetta “operazione militare speciale”. Tra il 20 ed il 27 febbraio 2014 la Russia inviò in Crimea a prendere il controllo del governo locale dei militari senza simboli di riconoscimento, comunemente noti come “omini verdi”, che indossavano uniformi verdi anonime per nascondere la loro vera identità. Accusata di queste spedizioni, la Russia ha negato tutto.

    L’11 marzo 2014 un nuovo governo filorusso di Crimea, dichiarò l’indipendenza della Crimea dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia in caso di consenso dal referendum popolare appositamente indetto. Solo cinque giorni dopo, il 16 marzo 2014 si tenne il referendum per decidere sull’autodeterminazione della Crimea. Ebbene quel referendum, con un’affluenza dichiarata dell’84,2% degli aventi diritto al voto, ha proclamato, con il 95,32% dei voti, la vittoria dell’opzione che proponeva l’annessione della Crimea alla Russia.

    In seguito le nuove autorità della Crimea, il 18 marzo 2014, firmarono l’adesione formale alla Russia. Lo stesso 18 marzo 2014 il presidente russo ha firmato il trattato di annessione della Crimea alla Russia. Un’annessione che però è stata fortemente contestata dall’Ucraina. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha altresì contestato l’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Il 27 marzo 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che considerava non valido il referendum del 16 marzo 2014.

    Nel frattempo sono passati più di quattro anni dall’invasione russa avviata il 24 febbraio 2022. Da allora decine di migliaia di cittadini inermi, compresi bambini e anziani, hanno perso la vita nei bombardamenti dei centri abitati ucraini e nei combattimenti sul fronte. Anche durante questi ultimi giorni in Ucraina ci sono registrate diverse vittime civili causate dagli attacchi con droni e missili lanciati dalla Russia contro la capitale ed altre città ucraine.

    E proprio oggi in Ucraina si celebra il 35° anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica. Sono arrivati a Kiev diversi dirigenti dei Paesi nordici, baltici e dei Paesi della coalizione dei volonterosi, nonché alti rappresentanti dell’Unione europea. Non sono stati presenti invece i rappresentanti ufficiali statunitensi, come avevano confermato in precedenza.

    Mentre alla vigilia delle celebrazioni del giorno dell’indipendenza, la Commissione europea ha ribadito il proprio sostegno alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, affermando: “Continuiamo a sostenere l’Ucraina nel perseguimento di una pace globale, giusta e duratura e nel suo percorso verso l’Europa”. A fine dello scorso luglio l’Unione europea ha annunciato altre restrizioni, approvando il 21o pacchetto di sanzioni contro la Russia.

    Oggi, durante le celebrazioni del 35° anniversario dell’indipendenza, è intervenuto anche il nuovo premier britannico che, tra l’altro, ha dichiarato, riferendosi all’Ucraina: “Avete supportato 12 anni di aggressione, l’occupazione della Crimea e ora quattro anni e mezzo di invasione, su vasta scala, della Russia. Tutto con l’obiettivo di schiacciare l’indipendenza, che siamo qui a celebrare e spezzare la vostra volontà. Ma oggi, come ogni giorno, dimostrate che [i russi] hanno fallito.”. E sempre oggi l’Unione europea ha annunciato un altro supporto finanziario di 6,1 miliardi di Euro, destinato, tra l’altro, “…a rafforzare la difesa aerea e le capacità ucraina in missili e munizioni”. Il presidente del Consiglio europeo, presente alla celebrazione, ha dichiarato: “Quest’estate, più che mai, possiamo vedere che la guerra sta prosciugando le risorse della Russia. Anche le nostre sanzioni, senza precedenti, stanno avendo un impatto”.

    Durante questi mesi invece il presidente statunitense ha generato non poche preoccupazioni al suo omologo ucraino, non mantenendo determinate promesse per la fornitura di materiali e missili, come era stato ufficialmente concordato. Nel frattempo però il presidente statunitense ha spesso strizzato l’occhio al dittatore russo, con il quale mantiene sempre rapporti di collaborazione.

    E, come sempre, anche l’Ucraina ha attaccato con successo diversi centri produttivi, raffinerie e depositi di carburante in varie aree della Russia. Attacchi che hanno messo in difficoltà il governo russo. In questi ultimi giorni la Russia, noto produttore di greggio, deve comprare carburanti in Paesi come Bielorussia, Kazakhstan ed altri per far fronte alle sue emergenze. Una situazione, quella, che ha costretto alcuni giorni fa il dittatore russo ad accettare una simile situazione. Proprio intervenendo al Consiglio per lo Sviluppo strategico e i Progetti nazionali, lui ha riconosciuto che “le incursioni ucraine contro i siti industriali, le infrastrutture e i centri logistici stanno arrecando un danno effettivo all’economia russa”, pur escludendo delle conseguenze “critiche”.

    Ma durante la scorsa settimana, però, il governo ucraino ha licenziato, nell’ambito della nuova operazione anticorruzione chiamata “Forrest Gump”, la presidente del consiglio di sorveglianza della banca statale Sense Bank. Ragion per cui l’ex ministro della Difesa, destituito più di un mese fa, ha chiesto pubblicamente al presidente ucraino, se avesse delle domande sulla corruzione nel suo governo. Una domanda rimasta però senza risposta.

    Chi scrive queste righe considera che bisogno fare simili riflessioni su alcune alleanze e promesse, riferendosi soprattutto agli accordi fatti e poi disdetti dal presidente statunitense. E aveva ragione Fedro, il noto scrittore della Roma antica, che affermava: “Non c’è mai alleanza con chi è potente”.

  • La Ue obbliga i produttori a fare le riparazioni anche dopo il periodo di garanzia, ma l’Italia tarda a recepire la novità

    Dal 31 luglio gli Stati membri dell’Unione europea avrebbero dovuto recepire la direttiva sul diritto alla riparazione, una delle misure chiave del Green Deal per contrastare l’obsolescenza programmata, allungare la vita dei prodotti e ridurre i rifiuti. Ma in Italia il governo non è infatti riuscito ad approvare entro la scadenza il decreto legislativo necessario per recepire la direttiva. Il testo, depositato in Parlamento il 9 luglio, è ancora fermo al Senato e non è stato integrato nel Codice del consumo.

    Le nuove regole riguardano numerosi prodotti di uso quotidiano, tra cui smartphone, tablet, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, televisori, monitor, aspirapolvere, biciclette e monopattini elettrici, con un elenco destinato ad ampliarsi nel tempo.

    La novità principale è l’obbligo, per i produttori, di offrire la riparazione anche dopo la scadenza della garanzia legale quando il prodotto è tecnicamente riparabile. Prima dell’intervento dovrà essere fornito gratuitamente un preventivo standard con costi, tempi e condizioni della riparazione.

    La direttiva punta inoltre a rendere la riparazione una scelta più conveniente: se un bene ancora in garanzia viene riparato invece di essere sostituito, la garanzia potrà essere estesa di altri dodici mesi. I produttori dovranno inoltre garantire la disponibilità dei pezzi di ricambio a prezzi accessibili e, quando la riparazione non sarà possibile, potranno proporre prodotti ricondizionati o affidarsi a riparatori indipendenti.

    Tra le novità è prevista anche una piattaforma europea, operativa entro il 2027, che metterà in contatto cittadini, riparatori e centri specializzati per facilitare l’accesso ai servizi di riparazione.

    Obiettivo della normativa è ridurre i rifiuti elettronici, limitare il consumo di materie prime e superare il modello del “si rompe, si compra”, favorendo prodotti più durevoli e riparabili. Un cambiamento che punta a tutelare sia i consumatori sia l’ambiente.

    La Commissione europea stima che lo smaltimento di prodotti guasti produca ogni anno 35 milioni di tonnellate di rifiuti, con costi per le famiglie di 12 miliardi di euro, e per il 31 luglio 0227 punta a realizzare una piattaforma online europea che consenta ai consumatori di trovare facilmente chi possa riparare il prodotto guasto.

  • L’UE mobilita aiuti mentre gli incendi si propagano in Europa

    L’UE ha inviato assistenza al Belgio e alla Spagna dopo che i due Paesi hanno attivato il meccanismo unionale di protezione civile (UCPM), mentre gli incendi continuano a colpire diverse zone d’Europa.

    In Belgio, due aerei della flotta antincendio dell’UE, rescEU, sono stati inviati dalla Svezia, insieme a due elicotteri dai Paesi Bassi, due dalla Norvegia e due dalla Germania, per sostenere i vigili del fuoco locali impegnati a fronteggiare le fiamme nell’area delle Hautes Fagnes. Finora sono andari in fumo oltre 3 000 ettari.

    In Spagna, 104 vigili del fuoco francesi con 36 veicoli sono intervenuti in aiuto dei colleghi spagnoli nella regione dell’Aragona, dove sono già andati distrutti quasi 16 000 ettari.

    L’UE sostiene inoltre i servizi di emergenza attraverso la mappatura satellitare. Il servizio di gestione delle emergenze di Copernicus è attivo per gli incendi in Belgio, Spagna, Grecia, Germania, Montenegro, Albania, Francia e Italia e fornisce mappe rapide per aiutare le autorità a valutare le aree colpite e organizzare gli interventi.

    La stagione degli incendi del 2026 è già eccezionalmente grave. Alla fine di luglio, la superficie bruciata in Europa era già pari a due volte e mezza il livello abituale.

    Attraverso l’UCPM, i Paesi possono attingere rapidamente a un bacino molto più ampio di vigili del fuoco, aerei e altre capacità di emergenza quando le risorse nazionali sono sottoposte a forte pressione. La Commissione cofinanzia gli interventi.

  • L’UE stanzia 2,3 milioni di euro in aiuti umanitari di emergenza per contrastare l’epidemia di colera nell’Africa occidentale e centrale

    La Commissione europea ha stanziato 2,3 milioni di euro in aiuti umanitari di emergenza a favore di Nigeria, Camerun, Repubblica centrafricana e Ciad per sostenere questi Paesi nell’affrontare l’attuale epidemia di colera. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nei primi cinque mesi del 2026 sono stati segnalati oltre 61 000 casi di colera nella regione africana.

    In Nigeria1,5 milioni di euro contribuiranno ad aumentare il numero delle équipe di intervento, a fornire beni essenziali come i kit per il colera e a sostenere gli interventi volti a garantire l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene, compreso il trattamento dell’acqua nei punti di approvvigionamento pubblico e nelle abitazioni.

    In Camerun100 000 euro sosterranno il contenimento dell’epidemia e la gestione dei casi, anche attraverso personale aggiuntivo per i partner umanitari presenti sul campo, medicinali essenziali, ulteriori unità di trattamento del colera e punti per la somministrazione di soluzioni reidratanti orali nei villaggi più colpiti.

    Nella Repubblica centrafricana500 000 euro serviranno a potenziare la gestione dei casi e le attività di vaccinazione, nonché gli interventi volti a garantire l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene. I fondi contribuiranno inoltre a rafforzare la comunicazione dei rischi e il coinvolgimento delle comunità, a intensificare la sorveglianza e l’individuazione dei casi e a garantire sepolture dignitose e sicure.

    In Ciad200 000 euro contribuiranno a interrompere la catena di trasmissione del colera migliorando l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene e sostenendo le comunità nelle attività di sorveglianza e gestione dei casi.

  • Difesa comune?

    Molto spesso si parla del distacco tra il mondo della politica intesa nella definizione più ampia e la vita reale, e quindi le legittime aspettative dei cittadini.

    Troppo spesso anche di fronte a questo evidente distacco, la politica crede di poter imporre vincoli e schemi culturali lontani anni luce dal sentire della popolazione che stanno amministrando solo in nome dei principi istituzionali interpretati invece con l’evidente intenzione di raggiungere obiettivi particolari. Paradossalmente la politica percepisce sé stessa sempre più come élite culturale per quanto distante si dimostra nella realizzazione di modelli culturali che da decenni continua ad imporre a quello che considera il “popolino”.

    Poi esistono i bagni di umiltà o meglio il ritorno alla realtà dettato dall’esito delle iniziative politiche di chi governa le quali dovrebbero imporre una revisione delle priorità che la politica si è posta.

    In questo contesto l’esito dell’arruolamento volontario in Germania, che ha visto 300 volontari sui 20.000 ipotizzati, dimostra quanto velleitario il progetto di una difesa comune europea possa essere ancora oggi considerato ed interpretato. Questo risultato fornisce l’idea del delirio delle classi politiche e governative sia tedesca che  europee in generale tanto in ambito militare che economico le quali non condividono la realtà economica, sociale e politica dei diversi paesi che formano l’Unione Europea, non sanno più interpretare le aspettative di pace dell’intera popolazione europea .Tantomeno possiedono  nel proprio bagaglio gli strumenti culturali per imporre priorità necessarie alla  salvaguardia delle “garanzie democratiche ” .

    Solo quando la politica, abbandonando la centralità dei temi “etici” minoritari ma ad alto impatto di immagine e comunicazione, tornerà finalmente a parlare di lavoro, sviluppo, occupazione ed introdurrà nuovamente negli scenari di guerra la parola diplomazia, solo allora la politica si dimostrerà in grado di tornare ad essere la legittima interprete delle aspettative dei cittadini.

  • Gli scandali albanesi

    I lettori de Il Patto Sociale – Informazione Europa ogni settimana trovano un articolo che dall’Albania ci testimonia alcune situazioni di un Paese che è in via di adesione all’Unione europea ed al quale come Italia siamo fraternamente legati. Purtroppo da questi articoli, per chi ha la pazienza di leggerli, si evincono una serie di gravissimi problemi legati alla criminalità organizzata ed alla corruzione. Auspicando che l’Albania diventi membro della Ue riteniamo che per il suo ingresso debbano, prima, essere chiariti e risolti quei problemi legati alla corruzione e alla criminalità che ha anche diramazioni sia in Italia che nel mondo.

    Gli articoli pubblicati su Il Patto Sociale – Informazione Europa, così come vari reportage, usciti non solo in Italia, e le pubblicazioni sul tema, tra cui ‘Invincibili’ di Nello Trocchia e le interviste del procuratore Nicola Gratteri, non sono mai stati seguiti da querele il che dimostra come non si tratti di fantasiose preoccupazioni ma di scottanti realtà.

    A beneficio non solo dei nostri lettori ma anche delle forze politiche italiane ed europee, riportiamo alcuni stralci degli articoli che abbiamo pubblicato nel 2025.

    In Albania opera una Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità che è in funzione dal 25 novembre 2019. Sulla base di denunce a questa autorità, che riguardavano sia il diretto coinvolgimento del sindaco della capitale, sia del primo ministro albanese e di alcuni suoi stretti collaboratori, tra i quali il Segretario generale del Consiglio dei ministri, è stato arrestato il sindaco. A Tirana doveva essere costruito un inceneritore e altri due in altre località che non sono mai entrati in funzione, benché, i cittadini della capitale e delle altre due città pagassero salate tasse. Come se gli inceneritori funzionassero regolarmente. Il sindaco, nel frattempo, è stato arrestato per corruzione passiva, in almeno nove casi, e per riciclaggio di denaro, insieme con altre persone, tra cui sua moglie.

    Secondo i procuratori della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata il sindaco avrebbe approvato molti permessi di costruzione edilizia, nella capitale, a degli imprenditori coi quali poi divideva i guadagni ed è stato accusato di condivisione di ingenti fondi pubblici con varie imprese e organizzazioni non governative, tra cui alcune di sua moglie controllate direttamente con persone collegate. Il sindaco della capitale non è stato però accusato per il clamoroso scandalo degli inceneritori. E neanche per lo scandalo, reso noto quasi un anno prima, nel quale era coinvolto direttamente e/o tramite alcuni suoi stretti collaboratori e dirigenti del comune della capitale. Uno scandalo legato a molti appalti truccati e a finanziamenti per delle società che esistevano solo sulla carta.

    Il fatto che il sindaco della capitale non sia stato accusato per lo scandalo degli inceneritori, in cui sembra siano coinvolti anche il primo ministro ed altri suoi stretti collaboratori, attesta i limiti ai quali la giustizia albanese è sottoposta nello svolgere il suo ruolo istituzionale.

    Il 15 aprile la rete televisiva ARTE ha trasmesso in prima serata un lungo documentari: “Droga, dollari, diplomazia/L’Albania e l’Unione europea”.  Gli autori del documentario hanno trattato anche del traffico di droghe che entrano in Albania dal porto di Durazzo sottolineando che “la porta d’ingresso è il porto più grande dell’Albania. Esattamente qui a Durazzo entra una grande quantità di droga, generando così una grande quantità di denaro sporco”. Ed ancora “i cartelli della droga sono strettamente legati alla politica. Loro finanziano le campagne elettorali, assicurano fondi pubblici e sostengono i politici. Due ex ministri degli Interni di Edi Rama sono stati legati al traffico della droga e hanno dato le loro dimissioni soltanto dopo le pressioni pubbliche”. Gli autori del documentario evidenziano che anche il fratello minore del primo ministro “è coinvolto nel traffico delle droghe ed è stato accusato [dall’opposizione] perché, insieme con una banda di trafficanti, ha portato grandi quantità di cocaina nei Paesi dell’Unione europea nel 2014”.

    Il nesso tra criminalità organizzata e corruzione è stato evidenziato nel libro ‘Invincibili’ del giornalista investigativo Nello Trocchia. Trocchia nelle pagine del suo libro riferisce anche di un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba (piccola isola, parte integrante del Regno dei Paesi Bassi, nel Mare caraibico, a nord del Venezuela) tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari. I partecipanti all’incontro, dice Trocchia, hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    In visita nella zona di pregio turistico di Theth nel 2024, il primo ministro albanese aveva rassicurato gli abitanti della zona che il governo stava risolvendo il noto problema del riconoscimento legale, finora mancato, delle loro proprietà ereditate dai loro avi. Un problema diffuso in tutta l’Albania dovuto anche alle falsificazioni “legalizzate” dalle istituzioni, che penalizzano i veri proprietari a beneficio di persone vicine ai politici, loro “amici e clienti”. Sono diventati abusivamente “proprietari” anche dei prestanome, sempre legati ai rappresentanti politici e agli oligarchi, che sempre vanno “d’accodo” con chi governa.

    Ma il 7 luglio 2025 in quella bellissima area turistica, su ordine proprio dello stesso primo ministro, le ruspe hanno cominciato a fare tabula rasa. Si è parlato di una vendetta del primo ministro nei confronti degli abitanti della zona che alle elezioni dell’11 maggio 2025 non lo avevano votato. Ma anche di un diabolico piano del primo ministro per offrire quel territorio agli “investitori strategici”, con i quali ha rapporti consolidati, come è avvenuto in altre aree di alto valore turistico, soprattutto sulle coste dello Ionio.

    La presenza, sia in Italia, come in altri Paesi europei e del Sud America, della criminalità organizzata albanese da anni è stata evidenziata da diversi rapporti delle strutture specializzate, sia dell’Unione europea e di alcuni Paesi membri dell’Unione, sia da quelle d’oltreoceano. La pericolosità della criminalità organizzata albanese da anni è stata evidenziata con preoccupazione da diversi alti rappresentanti delle strutture specializzate antimafia italiane. Un’operazione contro il traffico internazionale di droga, avviata dal 2020, e condotta dalle strutture antimafia di Bari, ha evidenziato la partecipazione attiva della criminalità organizzata albanese nel traffico di droga.

    Alcuni dirigenti di questi gruppi criminali avevano appoggiato, attivamente e finanziariamente, alcuni candidati “vincenti” nelle liste del partito del primo ministro nelle “elezioni” dell’11 maggio 2025. Candidati che erano sconosciuti al vasto pubblico e che hanno avuto, invece, molti più voti degli altri candidati conosciuti. La pericolosità della criminalità organizzata albanese è stata evidenziata anche nell’ultimo rapporto ufficiale della DIA italiana (Direzione Investigativa Antimafia). Si tratta di un rapporto lungo e ben dettagliato, presentato al Parlamento italiano il 27 maggio 2025.

    Anche la Ue, chiamata a valutare l’idoneità dell’Albania e divenire membro dell’Unione, ha raccolto elementi che destano preoccupazione. In occasione del rapporto del 4 giugno 2025 della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo sull’Albania, il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo per le “elezioni” dell’11 maggio 2025, si è fermato anche sull’influenza della criminalità organizzata prima e durante il giorno delle “elezioni”. Ha dichiarato che “la criminalità organizzata, che ricicla il denaro proveniente dal traffico delle droghe, influisce durante le elezioni, per mantenere invariata la situazione [politica] e per continuare indisturbata l’attività [criminale]”. Sempre riferendosi alla collaborazione del potere politico con la criminalità organizzata, il dirigente della missione degli osservatori ha dichiarato: “Penso che questa sia una questione importante per l’Unione europea. Non possiamo permettere, quando si tratta di riciclaggio del denaro sporco, oppure di traffico delle droghe, che queste organizzazioni continuino a funzionare indisturbate”. Una realtà questa che non è stata però evidenziata nel sopracitato rapporto della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, redatto in modo “diplomaticamente corretto”.

    Tra gli stessi diplomatici del resto sono emersi episodi che ingenerano dubbi. L’ex ambasciatrice degli Usa a Tirana ha lasciato l’incarico per andare a lavorare in ExxonMobil, uno dei maggiori gruppi petroliferi mondiali che, proprio grazie alla sua opera quale ambasciatrice americana in Albania, aveva vinto un appalto milionario per produrre elettricità dal petrolio tramite due navi nel porto di Valona. Le navi tuttavia non si sono viste, anche se i vincitori dell’appalto hanno ricevuto il compenso pattuito per svolgere l’incarico loro appaltato.

    La ministra dell’Energia e delle Infrastrutture (nonché vice primo ministro) peraltro è stata indagata a fine 2025 per la gestione di alcuni appalti relativi alla costruzione di una galleria e due ponti (questi ultimi pagati ma mai costruiti) e ai relativi lavori di supervisione. Secondo gli inquirenti, la ministra “ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore”.

    La vicenda prende le mosse nel 2021, quando un’impresa albanese vince l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si svolge un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra e due rappresentanti di una ditta turca.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto, alcuni mesi dopo, proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta più costosa, di circa 50 milioni di euro, rispetto a quello della ditta albanese che aveva vinto il primo appalto, poi annullato. La ditta albanese ha avuto in seguito, dal vincitore turco, il subappalto dello stesso progetto, per la stessa somma che aveva offerto al primo appalto.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto per i tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta che vi sono state le stesse “ irregolarità” anche per il progetto dello stesso tunnel, per un valore di 7.4 milioni di euro, e per l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. Ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito, mentre le indagini evidenziano che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge e arrivato soltanto il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo.

    La stessa ministra infine, secondo quanto reso noto lo scorso 20 novembre dalla procura, è stata indagata anche per un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana.

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