Europa

  • In Italia il turismo va su due ruote

    Negli ultimi anni si è nuovamente diffusa la voglia di viaggiare su due ruote: che si tratti del weekend in zone limitrofe o delle lunghe ferie estive, la sensazione è che in tanti scelgano la moto come mezzo per trascorrere del tempo libero a contatto con la natura.

    L’impressione positiva è confermata da una recente indagine condotta dalla società di ricerche JFC, pubblicata da Il Sole 24 Ore, sul mercato generato dal turismo in moto.

    La ricerca ha restituito un quadro molto interessante, con numeri di tutto rispetto: si parla di un fatturato, per l’Italia, di circa due miliardi di euro, di cui più della metà generato dagli stranieri in visita nel nostro Paese, per un totale di circa 12 milioni di presenze.

    Dati molto eloquenti che confermano l’importanza economica di una categoria ben disposta a spendere nel territorio di cui fruisce: contrariamente al turista “mordi e fuggi”, il mototurista ama assaporare le prelibatezze locali e, necessariamente, soggiorna lungo il suo itinerario. La spesa media si attesta intorno ai 1.500 euro per una vacanza in Italia, arrivando a 4.000 per un viaggio all’estero.

    Se i produttori di motociclette e accessori hanno compreso da tempo la portata del fenomeno, non altrettanto è successo per molte amministrazioni locali che tendono a considerare il mototurista un ospite di serie B. In pochi, infatti, riescono a capire quanto ormai il mototurismo sia sempre più un capitolo importante del business turistico. Un solo esempio: a Misano per il World Ducati Week a luglio sono arrivati in quasi centomila da ben 73 Paesi.

    In questi giorni la Eaglerider (tour operator mondiale collegato alla Harley Davidson) sta rilanciando le offerte speciali per i pacchetti di mototurismo in giro per il mondo, giusto per capire le dimensioni del business.

    Altri esempi abbastanza eloquenti sono il centro storico di Modena, gioiello Patrimonio Unesco, riempitosi di appassionati di Honda Gold Wing nell’ultimo weekend di settembre, ma anche il Lago di Como recentemente preso d’assalto dai fan della Moto Guzzi.

    Come afferma Massimo Feruzzi, top manager della società di ricerca Jfc, “il mototurismo oggi produce per l’economia turistica italiana, almeno due miliardi circa di fatturato, di cui ben 1,4 miliardi grazie agli stranieri. Il settore è in grado di generare circa 12 milioni di presenze. Il mototurismo coinvolge 1, 5 milioni di italiani, con un’età media di 48 anni”.

    Inoltre sono oltre 3 milioni le presenze dei mototuristi italiani che effettuano la propria vacanza in moto dentro i confini nazionali, per un valore complessivo di fatturato generato pari a 318 milioni, mentre – sempre secondo le stime Jfc – sono circa 6 milioni le presenze dei mototuristi italiani che effettuano la propria vacanza in moto al di fuori dei confini italiani, per un valore complessivo di fatturato generato all’estero pari a 900 milioni.

    La quota dei mototuristi italiani all’estero è pari al 46,4%. Tra le destinazioni estere, gli Stati Uniti raccolgono la maggior quota di viaggi in moto (20,1%), seguiti dai Paesi del Nord Africa con il 12,2% (Tunisia e Marocco su tutti), dal Sud America (7,9%), dalla Nuova Zelanda (6,8%), dall’Irlanda e dal Medio Oriente (ambedue con il 6,2%).

    Importante notare l’interesse per la Via della Seta, l’Albania ed il tour dell’Himalaya. Il mercato ha importanti potenzialità. I mototuristi italiani rappresentano una quota contenuta del potenziale mercato internazionale, che per l’ Europa è calcolato in 10,5 milioni di persone, mentre a livello mondiale i mototuristi sono stimati in circa 117 milioni.

    Tra le destinazioni italiane vince la Toscana (22,2% delle preferenze), seguita da Alpi e passi dolomitici (10,5%), Sardegna (8%), Sicilia (6,1%) e la Costiera amalfitana (5,1%).

  • Bono calls on artists to celebrate ‘romance’ of Europe

    U2 singer says supportive voices needed at time when ‘people are questioning Europe’.

    Bono has called on artists to celebrate the “romance” of Europe at a time when the value of the EU has come under question.

    Visiting the European Parliament in Brussels, the U2 singer hailed the European institutions as both a “brain that is strategically working to improve the lives of Europeans, so we do largely live better lives than anyone else in the world”, and a “loudly beating heart”. “I’m not sure it is heard by enough people, and I want to be a part of that romantic idea that is Europe,” he added.

    The Irish rock star and anti-poverty campaigner did not mention Brexit in his comments alongside the parliament’s president, Antonio Tajani, but said that pro-European voices were needed at a time when “people are questioning Europe”. “As an artist I think I probably have a role to play in romancing the idea of Europe and seeing it as something warm-blooded,” said Bono. “Europe is a thought that needs to become a feeling, and I am, as an artist, in service of that.”

    If you think  about how Hollywood perpetuated the idea of the American dream, when you think about artists involved in the project that is Europe, it’s not that many.

    Describing himself as “European as well as Irish”, Bono suggested that Europe had lost out from the lack of the kind of positive artistic treatment given to the United States in movies and songs. “If you think about the mythology of America and you think about Hollywood and how Hollywood perpetuated the idea of the American dream… when you think about artists involved in the project that is Europe, it’s not that many,” he said. “I think we need more as people are questioning Europe.”

    Tajani thanked the singer for his engagement in the European project, adding: “If we want to protect our citizens we need the European umbrella. It’s impossible to compete during globalisation as Italy, as France, as Ireland, as Germany, with China, Russia, India or the USA. We need to be united all together as friends with a common history, a common identity and common values – first of all, freedom.”

    Bono was in Brussels for talks about improving the partnership between Europe and Africa, which he characterised as “an incredible opportunity”. “While America is on its holidays from big ideas, we should sit across the table with our African partners as equals and take over the world,” he said. – PA

     

  • FROM WEST TO EAST, nuovo appuntamento del Parlamento europeo a Milano per incontrare i sostenitori, e non solo, della campagna #stavoltavoto

    Il Parlamento Europeo ha realizzato una piattaforma online dove si sta sviluppando una campagna, Ground Game, con moltissime adesioni: si tratta di un’opportunità in più di partecipazione al processo democratico in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Partecipare alla campagna è facile, basta cliccare il link https://www.stavoltavoto.eu/it?recruiter_id=14441, una volta iscritti si riceve un link personale che si può condividere con altri amici sui social media. I sostenitori più attivi saranno coinvolti successivamente, sulla base della loro disponibilità.

    Per valutare insieme l’avvio di questa prima sarà organizzato un evento streaming con gli amici degli Europe Direct del Nord Itali che operano come sportelli aperti alla cittadinanza in moltissime realtà. L’appuntamento è per martedì 16 ottobre dalle 10.30 alle12.30 con FROM WEST TO EAST e l’Ufficio di Milano del Parlamento europeo trasmetterà dalla sede di AVANZI , in via Ampère a Milano. Ci saranno testimonial già coinvolti e, in particolare, alcuni dei Ground Gamers che hanno invitato un buon numero di persone sulla piattaforma #STAVOLTAVOTO. Chi vuole può partecipare registrandosi, entro il 12 ottobre, all’indirizzo EPmilano@europarl.europa.eu, chi non potrà avrà l’opportunità di seguire la diretta streaming sul sito: https://www.facebook.com/parlamento.europeo.italia/ a partire dalle ore 10.30.

  • L’Italia torna leader mondiale per la produzione di vino

    Dopo il testa a testa con la Francia degli ultimi anni, l’Italia è pronta a riconquistare il proprio primato. La vendemmia 2018 non lascerà dubbi: in Italia si produrranno 55,8 milioni di ettolitri (+21% rispetto al difficile 2017) e verrà così staccata in maniera decisa la Francia che, pur in recupero rispetto allo scorso anno, si fermerà a quota 46 milioni.

    Basti pensare che per trovare una produzione made in Italy superiore ai 55 milioni di ettolitri bisogna risalire al 1999.

    Il terzo paese in Europa sarà la Spagna, in crescita del 20%, che però non andrà oltre i 42 milioni. Distanziati gli altri produttori extra Ue per i quali ancora non sono noti i dati 2018 ma che nel 2017, secondo l’Oiv, hanno prodotto 23 milioni di ettolitri negli Usa, 13 in Australia e 12 in Argentina.

    Le stime di Assoenologi sulla vendemmia 2018 sono effettuate sulla base di un primo 15% di uve già in cantina che possono essere confermate solo se non ci saranno stravolgimenti nelle condizioni meteo di settembre e ottobre quando le operazioni di raccolta conosceranno il proprio momento clou.

    Il sostanziale rimbalzo produttivo rispetto al 2017 non può far passare in secondo piano le difficoltà che pur ci sono state perché dalla siccità e dal forte caldo del 2017 si è passati all’opposto con abbondanti piogge e fenomeni estremi durante l’estate appena trascorsa. Motivo per il quale ad Assoenologi non si sbilanciano sulla qualità che appare molto differenziata da regione a regione. D’altro canto le precipitazioni abbondanti hanno portato, sia in Italia che in Francia, a condizioni di umidità diffusa che hanno favorito il ritorno degli attacchi di parassiti, spingendo i viticoltori a massicci trattamenti in vigneto.

    “Difficoltà più complesse rispetto allo scorso anno – ha dichiarato Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi – perché è più semplice affrontare la siccità che l’eccesso di piogge e di umidità. Contro la prima si può infatti ricorrere all’irrigazione mentre contro le bombe d’acqua si può fare poco”.

    Anche nelle cantine, dopo la vendemmia, non ci sono molti margini per poter recuperare ai danni fatti in precedenza: “La tecnologia di certo ci aiuta – spiega Cotarella -. In annate come queste i possibili rimedi sono più alla portata per i vini bianchi che per i rossi. Perché con l’abbondanza di acqua e di umidità ad essere danneggiate sono le bucce degli acini che per i bianchi vengono eliminate prima delle fermentazioni mentre per i rossi restano l’elemento dal quale dipendono molte delle qualità organolettiche dei vini. Per i rossi quindi se la buccia è danneggiata è dura”.

    Tornando ai dati la leadership produttiva regionale dovrebbe tornare alla Puglia con 11,9 milioni di ettolitri, anche se l’ultima parte dell’estate è stata alquanto turbolenta con forti grandinate che hanno penalizzato i vigneti di Negramaro nel Salento.  Subito dopo ci dovrebbe essere il Veneto (con 10,1 milioni), ma in molte altre regioni si registra una crescita a doppia cifra. Si va infatti dal +35% di Lazio e Umbria al +30% dell’Emilia Romagna ai progressi di Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Campania, Puglia e Sardegna tutte con crescite superiori al 20%. Piogge e grandinate hanno invece penalizzato i raccolti in Sicilia dove non si andrà oltre un +8%.

    Alla crescita dei volumi di produzione deve ora seguire un rinnovato impegno sui mercati.

    A giugno, dopo mesi di stallo, il ministro delle Politiche agricole, Centinaio, ha finalmente sbloccato i finanziamenti Ue (circa 102 milioni di euro l’anno) per la promozione all’estero del vino rimasti incagliati da un’ondata di ricorsi amministrativi nella campagna 2016-17. Nelle settimane successive molte regioni hanno provveduto ad emanare i bandi per la presentazione dei progetti.

    “La priorità era far ripartire le iniziative – commenta Cotarella -. Resto convito che anche le altre problematiche sul tavolo verranno presto affrontate e risolte”.

     

  • Il Parlamento europeo costa 3,6 euro al giorno ai cittadini della Ue

    «Il Parlamento europeo ti costa come un panino: 3,96 euro l’anno»: è il primo di una serie di tweet pubblicati dalla rappresentanza italiana del Parlamento europeo per smontare i ‘falsi miti’ che circolano sulle spese dell’Eurocamera. L’iniziativa (#facciamochiarezza #bilancioPE) punta a sgombrare il campo dagli equivoci sui costi dell’Assemblea, calando cifre e percentuali nella realtà con esempi concreti.

    Con un budget di 1,999 miliardi e una popolazione comunitaria di circa 504 milioni di abitanti l’Eurocamera costa meno di 4 euro a ogni cittadino europeo. Molto poco: quanto un panino, come quattro caffè, meno della metà del costo medio di una pizza. Togliendo i britannici dal conto in vista della Brexit l’Europarlamento arriverà a costare 60 centesimi di più a testa. I dati propongono anche un parallelo con la Camera dei Deputati – che per il 2018 prevede un bilancio di 1,054 miliardi di euro a lordo delle restituzioni – e che costerà più di 17 euro a ogni contribuente italiano. E anche con i tagli ai costi della politica previsti per il 2019, secondo l’elaborazione della rappresentanza italiana, con una sforbiciata dell’8,43% al budget di Montecitorio, la spesa sarà di gran lunga superiore a quella del Parlamento europeo (quasi 16 euro a testa). Senza contare le spese per il Senato.

  • Giovani che amano l’Europa

    L’entusiasmo è quello della prima volta in cui ci si sente protagonisti di un progetto importante e nel quale il proprio contributo non solo è richiesto ma è fondamentale. E con questo spirito che si sono ritrovati venerdì cinque ottobre, all’Ufficio del Parlamento europeo a Milano un gruppo di giovani e giovanissimi coinvolti nell’iniziativa Stavolta Voto (This time I’m voting), la piattaforma di mobilitazione per le Europee 2019. Alcuni giovani, tra le decine che avevano già aderito al sito, si sono confrontati per la prima volta dal vivo insieme a cittadini e associazioni. L’evento è servito a lanciare ufficialmente la campagna istituzionale in città ed è avvenuto nell’ambito di Caffè Europa, ciclo di incontri organizzati dall’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, con personalità, docenti e cittadini sui temi prioritari per l’Unione europea. “Stavolta voto” (stavoltavoto.eu) è un sito a cui ogni cittadino europeo si può iscrivere per moltiplicare l’impatto della propria mobilitazione. Il progetto è volto a incoraggiare un dibattito pubblico aperto che motivi più persone a partecipare, informarsi e far sentire la propria voce nelle elezioni europee del maggio 2019. Già nelle prime settimane è stata forte l’adesione in tutta Italia e in particolare a Milano, tra le città più attive d’Europa. Proprio per sottolineare lo spirito europeista del capoluogo lombardo, il lancio sui social voluto dagli organizzatori è #MilanoAmalEuropa.

    A questo Caffè Europa è stato invitato a presentare motivazioni e storie chi già si era iscritto a “Stavolta voto”. Il direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, Bruno Marasà, ha spiegato: «Quando abbiamo contattato gli attivisti, non solo la disponibilità a un incontro dal vivo è stata estesa e entusiasta, ma abbiamo anche scoperto che la maggioranza è fatta di giovani». Durante l’evento sono infatti intervenuti studenti e lavoratori tra i 19 e i 24 anni: Enzo Floris, Carola Gritella e Antonio De Cesare. I tre, che in pochi giorni hanno coinvolto decine di amici, parenti e conoscenti, hanno raccontato perché hanno deciso di aderire, tra opportunità e cambiamenti positivi, che l’Unione europea ha portato nelle vite dei cittadini. Dalla pace alla mobilità, passando per il timore dell’ascesa dell’euroscetticismo, all’incontro sono emerse visioni precise intorno alla necessità di votare e difendere il progetto europeo.

    Link:
    https://www.stavoltavoto.eu/it?recruiter_id=14441
    http://www.europarl.europa.eu/italy/it/

  • Le dimissioni in Francia del ministro degli interni

    Della Francia, della sua scristianizzazione e dell’avanzata del radicalismo islamico abbiamo parlato a più riprese negli ultimi due anni, sempre per denunciare un arretramento e per sottolineare le omissioni dei dirigenti politici e degli uomini di cultura nei confronti di una situazione di declino rispetto ai traguardi tradizionali della civiltà francese, che poi era la civiltà occidentale. Ora, quasi a confermare la decadenza denunciata, ci troviamo di fronte alle dimissioni del ministro degli Interni, Gerard Collomb, sindaco di Lione per 17 anni, riconosciuto come un socialista saggio e moderato, coi piedi ben piantati per terra e poco incline ai richiami dell’ideologia. E’ stato un paladino della riuscita di Macron, l’ha immaginata e realizzata ed ora se ne è andato sbattendo la porta. La stampa, come al solito, ha voluto vedere in questo gesto la velleità di una nuova carriera, ma la scelta di Collomb è legata alla riconosciuta impossibilità da parte sua di lavorare come la situazione drammatica dell’ordine pubblico e della sicurezza richiederebbero, come egli vorrebbe per far fronte ai disastri dell’immigrazione e delle famose no go zones, nella quali di fatto non vigono più le leggi della Repubblica, ma quelle del più forte, dell’estremismo islamico, dei trafficanti di droga, della criminalità organizzata. Nel suo discorso d’addio, il ministro ha definitivamente squarciato il velo d’ipocrisia sulla faccenda. Finora non se ne era parlato e quando uno scrittore, Michel Houellebecq,  l’ha fatto con un romanzo è stato condannato dall’opinione imperante e dai gestori del pensiero “politicamente corretto”. Era da tempo che denunciava al governo a al Presidente la gravità della situazione e la necessità di interventi urgenti per garantire la sicurezza di interi quartieri e di intere aree del Paese abbandonate a islamici, spacciatori e criminali. E’ rimasto inascoltato e si è continuata la politica del silenzio e del lasciar fare. La situazione delle enormi aree degradate ed abbandonate alla “giurisdizione” islamica, però, gli è scoppiata tra le mani. E si è rivolto a Macron: “Signor Primo Ministro, ho un messaggio da trasmettere – sono andato in tutti questi quartieri], da quelli settentrionali di Marsiglia, da Mirail a Tolosa, fino Corbeil, Aulnay, Sevran (la cintura parigina) – la situazione è eccessivamente degradata e l’espressione “riconquista repubblicana” è particolarmente esemplificativa, perché oggi, in queste aree, è la legge del più forte che si è imposta: quella dei narcotrafficanti e degli islamici che ha preso il posto di quella della Repubblica. Dobbiamo ancora dare sicurezza a questi quartieri, ma credo che sia essenziale cambiarli radicalmente. Sono dei ghetti». Sono dichiarazioni del ministro, rimasto inascoltato. Ha squarciato il silenzio, è venuto meno al politicamente corretto. E’ stato onesto con la Repubblica e con sé stesso. Ed ha portato allo scoperto una situazione insostenibile. Il diritto d’asilo e l’immigrazione vanno fermati, “la situazione è già ingestibile”. Collomb ha parlato di “riconquista”; ha ammesso che la Francia è stata colonizzata, in parte, dall’islam. La legge francese è stata soppiantata dalla Shari’ah in un processo che è durato trent’anni. “Perché le autorità si sono arrese? – si domanda il ministro dimissionario. “Perché il contesto ideologico ha prevalso per troppo tempo, soprattutto nella scuola postmoderna, che ha fatto sì che la cultura delle scuse ai nuovi arrivati diventasse una procedura ufficiosa, La scuola francese è almeno dagli anni ’80 che si è fatta maestra di comprensione verso l’islam. Pensando in questo modo di comprare la pace sociale, s’è fatta complice della catastrofe attuale, da un lato non difendendo i principi della propria civiltà, dall’altro accettando vicende come, per esempio, quella di Creil. Dove nel 1989 le associazioni islamiche si misero a pagare le famiglie islamiche in Francia perché le loro figlie indossassero il velo in classe, allo scopo di tracciare una linea di demarcazione tra due culture che non possono interagire. Il suprematismo islamico è così iniziato con la colonizzazione anzitutto della scuola. Lo dice Collomb e comincia a dirlo, finalmente, anche la stampa, una certa parte della stampa. La “società inclusiva”, tanto propagandata dagli intellettuali e da una maggioranza politica, ha finito con espellere la civiltà occidentale dalla Francia. A farne le spese saranno i diritti delle donne. La stampa intanto comincia a raccontare la Francia a partire dall’immagine dei “territori perduti”, senza lasciarsi scappare l’occasione di dire tutto sull’affanno di un governo che ha perso il controllo in casa propria. Già, e dov’era la stampa quando tutto questo stava per accadere? Non ha visto? Non se n’è accorta? Ecco perché queste dimissioni di Collomb sono importanti e travalicano il puro gesto di uscire dal governo. Sono la denuncia ufficiale di una tragica e desolata situazione, sono un velo squarciato sull’ipocrisia ufficiale.

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • En vue des Elections europeennes de 2019

    Irnerio Seminatore

    L’évolution de la conjoncture européenne en vue des élections parlementaires de 2019 résulte d’une opposition entre dirigeants européens et américains à propos des deux notions, du “peuple” et du “gouvernement”, se présentant comme une opposition entre populistes et élitistes, ou encore entre ” nationalistes” et “progressistes”, “souverainistes illibéraux” (Orban, Salvini et autres) et “libéraux anti-démocratiques”, tels Macron, Merkel et Sanchez. Cette opposition reprend la classification de Yascha MounK, Professeur à Harvard,dans son essai, “Le peuple contre la Démocratie”, qui explique pourquoi le libéralisme et la démocratie sont aujourd’hui en plein divorce et pourquoi on assiste à la montée des populismes.La crise de la démocratie libérale s’explique, selon Mounk, par la conjonction de plusieurs tendances, la dérive technocratique du fait politique, dont le paroxisme est représenté par l’Union Européenne, la manipulation à grande échelle des médias et une immigration sans repères qui détruit les cohésions nationales.

    Ainsi l’atonie des démocraties exalte les nationalismes et les formes de “patriotisme inclusif”, qui creusent un fossé entre deux conceptions du “peuple”, celle défendue par Trump, Orban et les souverainistes européens, classifiés comme “illibéraux démocratiques” et celle des “libéraux anti-démocratiques”, pour qui les processus électoraux sont contournés par les bureaucraties, la magistrature (en particulier la Cour Suprême aux États-Unis) et les médias, dans le buts de disqualifier leurs adversaires et éviter les choix incertains des électeurs. Ce type de libéralisme permet d’atteindre des objectifs antipopulaires par des méthodes détournées.

    Or, dans la phase actuelle, la politique est de retour en Europe, après une longue dépolitisation de celle-ci, témoignée par le livre de F. Fukuyama, qui vient de paraître aux États-Unis, au titre: “Identité: la demande de dignité et la politique du ressentiment”. Fukuyama nous expliquait en 1992, que “la fin de l’histoire” était la fin du débat politique, comme achèvement du débat entre projets antagonistes, libéralisme et socialisme, désormais sans objet. Au crépuscule de la guerre froide, il reprenait au fond la thèse de Jean Monnet du début de la construction européenne sur la “stratégie de substitution” de la politique pour atteindre l’objectif de l’unité européenne. Une stratégie qui s’est révélée une “stratégie d’occultation” des enjeux du processus unitaire et de lente dérive des nouveaux détenteurs du pouvoir, les “élites technocratiques”, éloignées des demandes sociales et indifférentes, voire opposées au “peuple”. Pour Fukuyama l’approfondissement de sa thèse sur la démocratie libérale comme aboutissement du libéralisme économique, implique encore davantage aujourd’hui, après trente ans de globalisation, un choix identitaire et un image du modèle de société, conçue en termes individualistes, d’appartenance sexuelle, religieuse et ethnique. Le contre choc de la globalisation entraîne un besoin d’appartenance et une politique des identités, qui montrent très clairement les limites de la dépolitisation. Les identités de Fukuyama sont “inclusives”, car elles réclament l’attachement des individus aux valeurs et institutions communes de l’Occident, à caractère universel.

    Face à l’essor des mouvements populistes, se réclamant d’appartenances nationales tenaces, les vieilles illusions des fonctionnalistes, pères théoriques des institutions européennes, tels Haas, Deutsch et autres, selon lesquelles la gestion conciliatrice des désaccords remplacerait les conflits politiques et l’efficacité des normes et de la structure normative se substitueraient aux oppositions d’intérêts nationaux, sont remises radicalement en cause, à l’échelle européenne et internationale, par les crises récentes de l’Union. En effet, la fragilité de l’euro-zone, les politiques migratoires, les relations euro-américaines et euro-russes révèlent une liaison profonde, conceptuelle et stratégique, entre politique interne et politique étrangère.

    Elles révèlent l’existence de deux champs politiques, qui traversent les différences nationales et opposent deux conceptions de la démocratie et deux modèles de société, celle des “progressistes (autoproclamés)” et celle des souverainistes (vulgairement appelés populistes).

    “L’illibéralisme” d’Orban contre “le libéralisme anti-démocratique” de Macron

    Ainsi l’enjeu des élections européennes de mai 2019 implique une lecture appropriée des variables d’opinions ,le rejet ou l’acquiescence pour la question migratoire, l’anti-mondialisme et le contrôle des frontières. Cet enjeu traduit politiquement une émergence conservatrice, qui fait du débat politique un choix passionnel, délivré de tout corset gestionnaire ou rationnel Ce même enjeu est susceptible de transformer les élections de 2019 en un référendum populaire sur l’immigration et le multiculturalisme, car ce nouveau conservatisme, débarrassé du chantage humanitaire, a comme fondement l’insécurité, le terrorisme et le trafic de drogue,  qui se sont  installés partout sur le vieux continent.  Il a pour raison d’être l’intérêt du peuple à demeurer lui même et pousse les dirigeants européens à promouvoir une politique de civilisation. Il n’est pas qui ne voit que le phénomène migratoire pose ouvertement la question de la transformation démographique du continent et, plus en profondeur, la survie de l’homme blanc, En perspective et par manque d’alternatives, l’instinct de conservation pourra mobiliser tôt ou tard les peuples européens vers un affrontement radical et vers la pente fatale de la guerre civile et de la révolte armée contre l’Islam et le radicalisme islamique Ainsi autour de ces enjeux, le débat entre les deux camps, de “l’illibéralisme” ou de l’État illibéral à la Orban et du “libéralisme sans démocratie” à la Macron, creuse un fossé sociétal dans nos pays, détruit les fondements de la construction européenne et remet à l’ordre du jour le mot d’ordre de révolution ou d’insurrection. Il en résulte une définition de l’Europe qui, au delà du Brexit, n’a plus rien à voir avec le marché unique ou avec ses institutions sclérosées et désincarnées, mais avec  des réalités vivantes, ayant une relation organique avec ses nations.

    Les élections parlementaires de 2019 constitueront non seulement un tournant, mais aussi une rupture avec soixante ans d’illusions européistes et mettront en cause le primat de la Cour européenne des droits de l’homme, censée ériger le droit et le gouvernement des juges au dessus de la politique. Ainsi le principe de l’équilibre des pouvoirs devra être redéfini et le rapport entre formes d’État et formes de régimes, revu dans la pratique, car mesuré aux impératifs d’une conjoncture inédite. Le fossé entre élites et peuple doit être réévalué à la mesure des pratiques des libertés et à l’ostracisassions  du discours des oppositions, classé “ad libitum” comme phobique ou haineux, ignorant les limites constitutionnelles du pouvoir et de l’État de droit classiques.

    Or la conception illibérale de l’État, dont s’est réclamé Orban en 2014, apparaît comme une alternative interne à l’équilibre traditionnel des pouvoirs et , à l’extérieur, comme une révision de la politique étrangère et donc comme la chance d’une “autre gouvernance” de l’Union, dont le pivot serait désormais la nation, seul juge du bien commun.  Cette conception de” l’État non libéral, ne fait pas de l’idéologie l’élément central de l’organisation de l’État, mais ne nie pas les valeurs fondamentales du libéralisme comme la liberté”. En conclusion “l’illibéralisme d’Orban “résulte d’une culture politique qui disqualifie, en son principe, la vision du libéralisme constitutionnel à base individualiste et fait du “demos” l’axe portant de toute politique du pouvoir. Le débat entre “souverainistes” et “progressistes” est une preuve de la prise de conscience collective de la gravité de la conjoncture et de l’urgence de trancher dans le vif et avec cohérence sur l’ensemble de ces questions vitales. En France le bonapartisme est la quintessence et la clef de compréhension de l’illibéralisme français, qui repose sur “le culte de l’État rationalisateur et la mise en scène du peuple un”. Orban réalise ainsi la synthèse politique de Poutine et de Carl Schmitt, une étrangeté constitutive entre “la verticale du pouvoir” du premier et du concept de souveraineté du second, qui s’exprime dans la nation et la tradition et guère dans l’individu.

    Cette synthèse fait tomber “un rideau du doute” entre les deux Europes, de l’Est et de l’Ouest, tout au long de la ligne du vieux “rideau de fer”, allant désormais de Stettin à Varsovie, puis de Bratislava à Budapest et, in fine de Vienne à Rome. D’un côté nous avons le libre-échange sauvage, la morale libertine et une islamisation croissante de la société, sous protection normative de l’U.E et de certains États-membres, de l’autre les “illibéraux” de l’Est, qui se battent pour préserver l’héritage de l’Église et de la chrétienneté. L’espace passionnel de l’Europe centrale, avec, en fers de lance la Pologne et la Hongrie puise dans des “gisements mémoriels”, riches en histoire, les sources d’un combat souverainiste et conservateur, qui oppose à l’Ouest deux résistances fortes, culturelles et politiques.

    Sur le plan culturel une résistance déclarée à toutes les doctrines aboutissant à la dissolution de la famille, de la morale et des mœurs traditionnelles (avortement et théorie du genre).

    Sur le plan politique, la remise en question du clivage droite-gauche, la limitation des contre-pouvoirs, affaiblissant l’autorité de l’exécutif et au plan général, la préservation des deux héritages, la tradition et l’histoire, qui protègent l’individu de la contrainte, quelle qu’en soit la source, l’État, la société ou l’Église; protection garantie par une Loi fondamentale à l’image de la Magna Carta en Grand Bretagne (1215), ou de la Constitution américaine de 1787.

    Cette opposition de conceptions, de principes et de mœurs, aiguisés par la mondialisation et la question migratoire, constitueront le terrain de combat et de conflit des élections européennes du mois de mai 2019 et feront de l’incertitude la reine de toutes les batailles, car elles seront un moment important pour la création d’un nouvel ordre en Europe et, indirectement, dans le monde.

     

    Bruxelles 27 septembre 2018

  • La Commissione Ue lancia una piattaforma web per le elezioni europee

    Colmare il divario tra cittadini, membri dell’Europarlamento e organizzazioni della società civile, con uno scambio su temi centrali per il futuro dell’Ue in vista delle elezioni europee di maggio. E’ lo scopo del portale lanciato a Bruxelles “Your vote matters” (‘Il tuo voto conta’), disponibile in più lingue tra cui l’italiano.

    Sulla piattaforma cofinanziata dalla Commissione europea, presentata nel corso dello Stato dell’Unione dei diritti dei cittadini dell’ong European Citizen Action Service (Ecas), si potranno consultare il profilo di tutti i membri dell’Eurocamera, dei candidati alle elezioni europee, delle ong interessate e le loro proposte sul futuro dell’Ue, che i cittadini potranno votare stimolando uno scambio sui temi per loro più importanti. Sul sito del portale (https://yourvotematters.eu/it/) si può anche partecipare a un test per scoprire quali candidati o gruppi politici rappresentano meglio le posizioni dell’utente su venti temi essenziali. «La piattaforma renderà più semplice per i cittadini europei partecipare a tutte le discussioni sui temi in gioco nelle elezioni europee in modo interattivo», spiega il direttore esecutivo dell’Ecas Assya Kavrakova. «Internet è uno strumento potente nelle democrazie avanzate, e l’Unione europea deve impegnarsi a usare il web in modo saggio e per una vera partecipazione democratica», aggiunge Priscilla Robledo di ‘Riparte il Futuro’. Il progetto sarà attuato dalle organizzazioni non profit Ecas, VoteWatch, Greek Vouliwatch, Polish Collegium Civitas e dall’italiana Riparte il Futuro.

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