Europa

  • UE, Ucraina e Canada co-organizzeranno un incontro di alto livello sul ritorno dei bambini ucraini

    L’UE, insieme all’Ucraina e al Canada, co-organizzerà un incontro di alto livello della Coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini l’11 maggio a Bruxelles.

    L’Alta rappresentante/Vicepresidente Kaja Kallas e la Commissaria per l’Allargamento Marta Kos, a nome dell’UE, il Ministro degli Affari esteri dell’Ucraina Andrii Sybiha e la Ministra degli Affari esteri del Canada Anita Anand co-organizzeranno l’incontro di alto livello per sostenere gli sforzi dell’Ucraina nel rintracciare, riportare e reintegrare i bambini, garantendo al contempo l’assunzione di responsabilità per i crimini commessi dalla Russia.

  • La ricerca: il diverso scenario tra Europa e Cina

    La ricerca con i propri investimenti economici, finanziari e professionali rappresenta il vero fattore di sviluppo di qualsiasi economia, in particolar modo nelle economie occidentali che vengono invece penalizzate da un alto costo del lavoro. Per sua stessa natura questa dovrebbe essere libera ed anche sostenuta da un quadro normativo, ma senza indicarne direzioni o obiettivi da parte delle istituzioni, in particolar modo nel settore industriale, non come è invece avvenuto nell’Unione Europea all’interno della  quale è stato adottato, come elemento caratterizzante della strategia economica, il blocco ai motori endotermici al 2035.

    In altre parole, direttamente da AI Overview: “Le riflessioni di Francesco Pontelli evidenziano le criticità del panorama automotive europeo, in particolare riguardo alle limitazioni imposte ai motori endotermici e all’impatto sulla ricerca e sviluppo.

    Ecco i punti chiave basati sulle considerazioni di F. Pontelli ed il contesto attuale:

    1. Blocco Ricerca ed Efficienza: le normative europee che puntano a vietare la vendita di nuovi motori endotermici (benzina/diesel) dal 2035 stanno portando a una contrazione degli investimenti nella ricerca e sviluppo di queste tecnologie da parte delle principali aziende automobilistiche europee.
    2. Contesto Europeo vs Asia: mentre in Europa la produzione di motori tradizionali è destinata a chiudere (??), con i fornitori che spariscono, in Asia la produzione proprio di motori endotermici e conseguentemente di investimenti in ricerca continua a volumi elevati.
    3. Investimenti ad alto rischio: anche i budget ingenti (come i 60 miliardi di euro citati per VW) rischiano di non risultare sufficienti a garantire la competitività dei motori endotermici fino alla scadenza del 2029-2030 a causa della transizione forzata verso l’elettrico imposta dalle istituzioni europee. Viceversa, in Cina, dove non esiste nessun blocco normativo, e pur favorendo la mobilità elettrica, comunque si stanno ridefinendo gli standard di efficienza dei motori diesel, raggiungendo traguardi tecnologici notevoli che riducono drasticamente i consumi, specialmente nel settore dei veicoli commerciali. In questo contesto allora i principali punti chiave degli ultimi sviluppi tecnologici possono venire indicati con il conseguimento di alcuni traguardi.
    4. Record di Efficienza Termica: Weichai Power ha sviluppato un motore diesel con un’efficienza termica certificata del 53,09%. Questo risultato, ottenuto grazie a oltre 160 innovazioni su aspirazione, turbine e camera di combustione ottimizza appunto la resa termica del motore.
    5. Rivoluzione Yuchai  EREV: il costruttore cinese Yuchai ha presentato un innovativo sistema diesel-elettrico (range extender) con volano. Questa tecnologia promette di dimezzare i consumi (50% di risparmio) nei veicoli commerciali grazie a una gestione ottimizzata dell’energia.
    6. Focus sul Diesel in Cina: nonostante il forte sviluppo delle auto elettriche, la Cina continua a investire massicciamente nel miglioramento dei motori a combustione interna per il trasporto pesante, puntando a costi operativi inferiori.

    All’interno di una visione temporale in grado di andare oltre il prossimo decennio, quindi oltre in 2035, anno della applicazione del divieto di produzione dei motori endotermici in Europa, la Cina si dimostrerà ancora una volta in grado di rispondere a quelle esigenze di trasporto attraverso l’utilizzo dei motori endotermici ad alta efficienza (diesel).

    Questo probabile scenario rappresenta l’ennesima conferma dei diversi esiti della ricerca sviluppatasi in Europa ed in Cina.

    Si dimostra, quindi, quanto possa essere negativo il peso della ideologia politica imposta allo sviluppo ed alla ricerca rispetto ad un pragmatismo cinese in grado di spingere verso una determinata direzione senza per questo escludere tutte le altre.

  • 1935: l’oro per la Patria di Mussolini, 2026: il risparmio per Ursula von der Leyen e Blackrock

    Nel 1935 (dicembre) i cittadini italiani vennero chiamati a portare il proprio “oro alla Patria” per sostenere le spese della guerra in Etiopia e contrastare le sanzioni economiche.

    Nel 2026 la Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha lanciato l’iniziativa “Savings & Investments Union” (SIU), volta a canalizzare parte dei circa 10.000 miliardi di euro di risparmi privati europei “fermi” nei conti correnti per sostenere gli investimenti in economia reale. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità “parcheggiata” presso gli Istituti bancari in investimenti produttivi, startup e progetti strategici ma molto probabilmente soprattutto nel settore della Difesa

    Il progetto prevede la creazione di un patto tra il settore finanziario, investitori istituzionali, i cittadini finalizzato a creare degli strumenti finanziari dedicati, come anticipato prima, anche al settore della Difesa.

    Sembra incredibile come per giustificare una necessità di risorse finanziarie l’Unione Europea, nella persona di Ursula Von del Leyen, arrivi a definire i depositi del risparmio dei cittadini sui conti correnti come risorse “inattive”.

    Andrebbe ricordato ai vertici europei come quasi il 50% della liquidità depositata presso gli Istituti bancari venga utilizzata come finanziamento alle imprese mentre un’altra forte percentuale sia destinata all’acquisto di titoli di stato e prestiti alle famiglie sotto forma di credito al consumo e mutui e solo una minima parte rimanga presso l’Istituto bancario come coefficienti di riserva obbligatoria (1% fissato dalla BCE).

    In più desta qualche sospetto la contemporaneità della iniziativa europea con quella, solo di qualche settimana addietro, del CEO di Blackrock (la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con un patrimonio gestito che ha superato i 14.000 miliardi di dollari) il quale ha lanciato un medesimo appello sull’utilizzo sempre dei depositi presso i conti correnti degli Istituti bancari.

    Larry Fink, Ceo di Blackrock, ha infatto invitato i risparmiatori a spostare i propri risparmi dai conti correnti ai fondi di investimento gestito con l’obiettivo di finanziare la ripresa economica e magari appunto gli investimenti in difesa. La contemporaneità della strategia finanziaria dei vertici istituzionali europei con il più grande fondo di gestione privata risulta assolutamente imbarazzante. E certifica, ancora una volta, come l’obiettivo rimanga quello del risparmio privato come ultima risorsa per accrescere ulteriormente i finanziamenti ad obiettivi altrimenti difficilmente giustificabili e soprattutto condivisibili con i cittadini e gli elettori europei.

    Certamente i termini e le stesse modalità della richiesta di risorse finanziarie da parte delle istituzioni europee come dei vertici finanziari potranno risultare molto lontani da quelli di Mussolini del 1935. Nella sostanza, tuttavia, le differenze svaniscono in quanto nulla è cambiato da quella richiesta di oro per la Patria che l’Unione Europea adesso si appresta a chiedere in forma di gestione dei risparmi.

    Certamente rimane la speranza che questi due iniziative, tra loro molto simili, non siano anche nel secondo caso, come avvenne nel primo, propedeutica ad una guerra mondiale.

  • Adozione dei bimbi ucraini orfani: Cristiana Muscardini scrive alla Presidente del Parlamento Europeo Metsola

    Gentile Presidente,

    la Sua nota e lodevole attenzione ai problemi derivati dalla  tragica guerra in Ucraina, voluta e continuata con estrema ferocia da Vladimir Putin, l’avrà certamente posta a conoscenza di tanti bambini, sia già precedentemente ospiti di orfanotrofi che rimasti privi di parenti.

    L’Ucraina è un Paese candidato all’adesione, la guerra, trascinandosi ormai per il quinto anno, vede molti bambini divenire adolescenti senza la vicinanza di una famiglia mentre vi sono molte persone, nei paesi dell’Unione, sia coppie che single, idonee all’adozione, persone che potrebbero garantire un’educazione e una crescita serene a coloro che sono da tempo vittime della tragica realtà del conflitto.

    Non ritiene che potrebbe essere aperto un canale, con le autorità ucraine, per poter agevolare il percorso adottivo dei bambini ucraini, privi di familiari, da parte di quei cittadini europei che potrebbero garantire loro una vita sicura e serena?

    L’infanzia e l’adolescenza sono, per molti aspetti, difficili per tutti, specie se si è contornati da realtà tragiche e dolorose e credo sarebbe giusto cercare una strada per alleviare le sofferenze e dare nuove opportunità ai bambini soli, attraverso l’affetto, la cura, l’attenzione, la sicurezza che adulti responsabili possono offrire.

    La ringrazio per l’attenzione e in attesa di conoscere il Suo pensiero Le formulo i migliori auguri per il Suo delicato e difficile impegno.

    Cristiana Muscardini

  • A breve l’app Ue per accedere ai social

    Arriva l’app europea per verificare l’età online. Ad annunciarlo è la Presidente della Commissione europea Ursula von der Lyen durante una conferenza stampa a Bruxelles con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

    Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’applicazione sul proprio dispositivo, si configura tramite documento d’identità o passaporto, si utilizza per dimostrare la maggiore età quando si accede a piattaforme online. Secondo von der Leyen, l’app permetterà di verificare l’età senza condividere altri dati sensibili garantendo l’anonimato completo dell’utente e l’impossibilità di tracciamento. Il sistema sarà open source, il codice sarà quindi accessibile e verificabile da chiunque e compatibile con tutti i dispositivi (smartphone, tablet e computer).

    “Questa app – ha spiegato von der Leyen – offre a genitori, insegnanti e tutori un potente strumento per proteggere i bambini, perché non tollereremo in alcun modo le aziende che non rispettano i diritti dei nostri bambini: i diritti dei bambini nell’Unione europea vengono prima degli interessi commerciali, e faremo in modo che sia così. La situazione – continua la Presidente – è estremamente preoccupante: un bambino su sei è vittima di bullismo online e un bambino su otto è un bullo online”.  Un modo per affrontare le modalità con le quali i siti, grazie a design sempre più accattivanti, catturano l’attenzione e la dipendenza dallo schermo. “Più è il tempo che i nostri figli trascorrono online, più è probabile che siano esposti a contenuti dannosi e illegali, nonché al rischio di adescamento da parte di predatori online. Spetta ai genitori educare i propri figli, non alle piattaforme”, ha concluso von der Leyen.

  • Bugie ed insulti per coprire fallimenti in corso

    Al bugiardo non si crede neppure quando dice il vero.

    Marco Tullio Cicerone; da “La divinazione”, 44 a.C.

    Gli sviluppi in varie parti del mondo continuano ad essere molto preoccupanti. Lo testimonia anche quanto è accaduto durante la settimana appena passata nel Golfo Persico, in Medio Oriente ed in Ucraina, ma non solo. Non hanno portato ad un risultato i negoziati tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran avviati l’11 aprile scorso ad Islamabad, capitale del Pakistan. Dopo il fallimento dei negoziati i massimi rappresentanti dei Paesi belligeranti hanno sostenuto determinati i loro obiettivi. Il che significa la ripresa degli scontri con tutte le gravi conseguenze, anche a livello mondiale.

    Quanto sta accadendo nel Golfo Persico ha preoccupato, tra molti altri, anche Papa Leone XIV. Il 5 aprile scorso il Pontefice ha detto: “Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”. Il 7 aprile, sempre riferendosi a quel conflitto, il Pontefice ha dichiarato: “Tutti gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale, ma sono anche un segno dell’odio, della divisione, della distruzione di cui l’essere umano è capace”. Poi sabato scorso Papa Leone ha detto perentorio: “Basta con l’idolatria dell’io e del denaro! Basta con le dimostrazioni di forza! Basta con la guerra!”.

    Affermazioni chiare e dirette quelle di Papa Leone XIV che hanno scatenato, nelle primissime ore di questo lunedì, 13 aprile, la reazione offensiva del presidente statunitense. Secondo lui “…Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”. Aggiungendo poi, sempre riferendosi al Pontefice: “Non credo che stia facendo un gran bel lavoro. Immagino che gli piaccia la criminalità”. E ovviamente, da noto narcisista qual è, il presidente statunitense si è vantato che “….non era in nessuna lista per essere Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che fosse il modo migliore per affrontare il presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.” (Sic!).

    Dopo una breve pausa per la Pasqua ortodossa, sono ripresi i reciproci attacchi anche sul fronte ucraino. Si tratta di una grave, drammatica e preoccupante realtà, che dura ormai da più di quattro anni. E che adesso, in seguito al nuovo conflitto nel Golfo Persico, ha perso purtroppo un po’ anche l’attenzione istituzionale e mediatica. Il che fa comodo al dittatore russo, il quale ieri, la domenica della Pasqua, ha ricevuto la benedizione del Patriarca della Chiesa ortodossa russa nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Chissà perché potrebbe avere meritato una simile benedizione?!

    La storia ci insegna che, nel corso dei secoli, intere popolazioni in diverse parti del mondo hanno sofferto le conseguenze delle decisioni prese da persone irresponsabili, motivate solo da interessi personali ed occulti, oppure da “ostentati patriottismi” per giustificare strategie espansionistiche. Quanto sta accadendo, compresi i sopracitati conflitti, rappresenta un’inconfutabile conferma.

    Dal 28 febbraio scorso, quando cominciò l’attacco congiunto degli Stati Uniti ed Israele contro l’Iran, tutta l’attenzione istituzionale e mediatica a livello internazionale si è focalizzata proprio su quel conflitto. Il che fa “sfuggire” alle dovute istituzioni, alle cancellerie ed all’opinione pubblica  quanto stia accadendo realmente in altre parti dell’Europa e del mondo. Compresa, nel suo piccolo, anche l’Albania. E si tratta di situazioni che meritano di essere monitorate e valutate.

    Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, della grave, drammatica, preoccupante e pericolosa realtà albanese. E si tratta di un Paese che dal 1o aprile 2009 è membro della NATO e poi, dal 27 giugno 2014 è diventato un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. E come tale, l’Albania ha degli inderogabili obblighi da adempiere e rispettare. Ma che, non di rado, non lo ha fatto.

    Il nostro lettore è stato spesso informato, fatti accaduti e documentati alla mano, che durante questi ultimi anni in Albania è stata restaurata e si sta continuamente consolidando una nuova dittatura sui generis. Si tratta di un’alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali.

    Una realtà quella albanese, che sta preoccupando ultimamente anche alcune importanti cancellerie europee e molte istituzioni internazionali specializzate, comprese quelle dell’Unione europea. La realtà albanese sta attirando ormai anche l’attenzione di importanti media europei e di oltreoceano. Noti giornalisti investigativi stanno denunciando la collaborazione del potere politico albanese con la criminalità organizzata locale ed internazionale. I giornalisti dei media internazionali stanno altresì evidenziando, fatti accaduti, pubblicamente noti e documentati alla mano, l’abuso di potere e la galoppante corruzione, partendo dai più alti livelli istituzionali e della politica.

    Durante questi ultimi mesi alcune cancellerie europee hanno presentato, tramite le loro ambasciate, delle richieste concrete al governo albanese. Richieste che riguardano soprattutto il rispetto reale del principio della separazione dei poteri. Il che, nel contesto albanese, significa l’indipendenza del sistema giudiziario dal controllo del potere politico. Richieste che si riferivano concretamente anche alla mancata revoca dell’immunità parlamentare, per ordine del primo ministro, alla sua vice e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia fino al 26 febbraio scorso. Il nostro lettore è stato informato del caso (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi, 1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025; Preoccupanti realtà, 9 febbraio 2026 ecc.).

    E proprio in seguito al rifiuto, il 12 marzo scorso, della revoca dell’immunità parlamentare alla stretta collaboratrice del primo ministro albanese, hanno reagito di nuovo alcune cancellerie europee, partendo da quella della Germania e poi anche di otto altri Paesi membri dell’Unione europea. Ma questa volta a livello delle strutture dell’Unione Europea. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    Da qualche mese ormai si sta opponendo al processo europeo dell’Albania anche COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU – Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea; n.d.a.) un organo preparatorio del Consiglio europeo. Fonti interne del Consiglio europeo dichiarano che ormai sono 9 i Paesi membri che non approvano il rapporto IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report, ossia il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi; n.d.a). Ma senza quell’approvazione non può avanzare il processo dei negoziati. E, guarda caso, il primo ministro albanese, per coprire i continui fallimenti dei suoi governi, dal 2013 ad oggi, non assume nessuna delle sue dirette ed inconfutabili responsabilità e dà la colpa all’opposizione (Sic!).

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro è il diretto responsabile della vera e molto preoccupante realtà albanese. Lui, con le sue “scelte”, è anche il diretto responsabile dei continui fallimenti del processo di adesione all’Unione europea. Chi scrive queste righe pensa che c’è una somiglianza tra il presidente statunitense ed il primo ministro albanese. Loro dicono delle bugie ed insultano altri per coprire i propri fallimenti. E, parafrasando quanto affermava Marco Tullio Cicerone, si potrebbe dire che al bugiardo non ci si dovrebbe credere neppure quando dice il vero.

  • L’ambientalismo della Ue rende l’Europa un habitat ostile per l’intelligenza artificiale

    I chip usati dalle aziende italiane – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – arrivano in larga parte da Taiwan, Corea del Sud, Cina. Sono loro i fornitori degli elementi diventati indispensabili per l’economia attuale, soprattutto con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, la cui produzione è però ad alto impatto ambientale e ora, in vista dell’entrata in vigore due nuove direttive Ue, ad alto impatto anche sui costi per le imprese acquirenti del Vecchio Continente.

    I conti dell’inquinamento li ha fatti Greenpeace Asia nel report appena pubblicato ‘Chip Supply Chain’ che ha misurato l’impronta ambientale reale di dieci giganti americani del settore, considerando sia le emissioni prodotte dal gruppo, sia quelle appannaggio della sua catena di fornitura. Sono finite sotto la lente Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel.

    Lo studio racconta che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia. Il rapporto va da un minimo del 33% per Amazon, la meno dipendente, ai picchi di Amd e Nvidia, le cui catene di forniture asiatiche producono rispettivamente l’84% e il 97% delle emissioni complessive dei due gruppi. La faccenda ha tre ragioni. La prima è che Taiwan, Cina e Corea del Sud sono sedi delle fabbriche di alcuni dei principali produttori al mondo di componenti usati per l’Ia. Il 90% dei server viene costruito a Taiwan. La Corea del Sud ha il 60% del mercato globale dei chip di memoria. Il problema è che queste fabbriche sono alimentate da centrali molto inquinanti, perché in Asia Orientale il 70-75% dell’energia proviene da fonti fossili.

    I vari processi di litografia Euv e incisione (etching) richiedono inoltre un sacco di elettricità. Data la domanda in grande aumento per il settore, Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno. Equivale più o meno all’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda. La terza ragione dipende invece dai colossi americani dell’intelligenza artificiale.

    Dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione europea sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi di intelligenza artificiale. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act.

    L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, dato che la sua “dipendenza da chip asiatici” è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%.

  • Quasi tre medicinali su quattro arrivano in Europa dall’Asia. E ora l’eccesso normativo espone la Ue al rischio di rimanere priva di forniture

    Il 74% dei medicinali utilizzati nell’Unione europea proviene dall’Asia come Roberta Pizzocaro (presidente e azionista di Olon, industria di Rodano, nel Milanese, parte del gruppo della famiglia Pizzocaro) fa presente a Stefano Righi del Corriere della Sera. Vista la situazione internazionale, la Ue è dunque potenzialmente a rischio: le forniture di medicine potrebbero interrompersi. «È una situazione allarmante a livello europeo, ma in verità la criticità supera i confini della Ue: sono moltissime le aree del mondo che sono legate, a livello di medicinali, alle forniture prodotte in Asia, soprattutto in Cina e in India. In Europa, in particolare, il 74 per cento dei principi attivi utilizzati proviene dall’Asia» afferma Pizzocaro, sottolineando che l’outsourcing della produzione di medicinali è dovuto al fatto che «le normative europee impongono costi, penso a sicurezza e smaltimento, che in Asia non sono contemplati. Quindi i produttori asiatici possono entrare nel mercato europeo offrendo livelli di prezzo non sostenibili dalle imprese europee».

    Il problema degli approvvigionamenti era già emerso all’epoca del Covid, ma il Critical Medicines Act con cui dopo quell’evento si è preso atto dell’opportunità di riportare in Europa la produzione di medicinali di primaria importanza è a tutt’oggi in via di elaborazione. E le imprese europee invocano par condicio rispetto ai produttori extra-Ue che intanto possono fare concorrenza sul mercato della Ue senza essere sottoposti a controlli tanto ferrei quanto quelli in vigore per chi produce nella Ue. «Le statine che abbassano il colesterolo vengono prodotte soprattutto in Asia, così come gli antibiotici e diversi anticancro ampiamente utilizzati negli ospedali italiani. Il diffusissimo Ibuprofene arriva dalla Cina».

    Fuori discussione la qualità dei medicinali importati – non si tratta di prodotti di serie B, sono qualitativamente validi ed infatti ne è pienamente consentita la vendita in Europa – il problema tocca da un lato la capacità industriale europea, perché una normativa troppo severa verso chi produce in Europa provoca (in questo come in molti altri campi) la chiusura di aziende europee che non riescono a sopportare oneri a cui i competitors extra-Ue non sono sottoposti, e dall’altro la tutela del consumatore e la salute in generale degli europei perché se è vero che i medicinali prodotti fuori dall’Europa non passano attraverso lo stretto di Hormuz resta comunque il fatto che le crisi internazionali, basti pensare ai potenziali problemi dei collegamenti aerei dovuti al rincaro dei carburanti per via del contesto del Golfo Persico, mettono a rischio la regolarità delle forniture.

  • Nuovo passo in Ungheria

    L’Ungheria ha votato ed ha scelto di essere sempre più Europea e non amica di Putin e di chiunque, con indifferenza e cinismo, ha violato e viola ogni regola internazionale.

    Al nuovo leader ungherese l’augurio di sapere sempre sostenere gli interessi di tutti i suoi cittadini, in quanto ungheresi ed europei, in patria e nel Consiglio europeo per realizzare quelle scelte necessarie alla costruzione dell’unione politica e della difesa comune che da troppo tempo stiamo aspettando.

    L’Unione ha bisogno di scelte coraggiose che non possono più aspettare per l’incombere di guerre, ingiustizie, crisi economiche e sociali e la grande partecipazione al voto degli ungheresi ci fa sperare che, con la elezione di Magyar si possa cominciare un nuovo cammino di democrazia condivisa.

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

Pulsante per tornare all'inizio