Europa

  • Il rogo di Notre Dame anche un segnale per cambiare passo

    Mentre quasi tutto il mondo partecipa al dolore ed allo sgomento dei francesi per la distruzione di gran parte di Notre Dame, simbolo della cultura e della storia, il presidente della Libia al Assaj lancia un allarme sostenendo che 800.000 migranti, tra i quali diversi terroristi, sono pronti a partire per rifugiarsi in Italia e in Europa.

    Mentre è sempre più forte l’allarme per l’inquinamento e le modifiche del clima, che hanno portato negli ultimi anni ad autentiche distruzioni di parti del pianeta con decine di migliaia di vittime, i problemi legati all’ambiente hanno portato diversi scienziati a lanciare un SOS per il futuro del pianeta, il Corriere della Sera riporta una nuova documentazione della NASA che, dopo aver studiato due gemelli astronauti, evidenzia come gli astronauti siano a rischio di tumore, di modifiche del DNA e di ridotte capacità cognitive. Gli stessi esperti della NASA sostengono che “prima di affrontare le prossime spedizioni nello spazio la tecnologia dovrà offrire soluzioni capaci di eliminare queste minacce altrimenti l’esplorazione non potrà continuare”.

    Quanto sta accadendo dall’inizio del terzo millennio, dagli attacchi terroristici alle catastrofi naturali, dalle ripetute crisi economiche a quelle morali e sociali, dimostra come la politica sia uscita di scena per lasciare posto all’improvvisazione che dà vita a proposte che riguardano interessi specifici e non sono in grado di dare risposte alle esigenze comuni presenti e future.

    Morte le ideologie e le idee e seppellite anche la cultura e la conoscenza, che dovrebbero essere motore per la coscienza di chi governa, troviamo, quasi ovunque nel mondo, che le classi che hanno governato e governano sono riuscite a creare consenso distruggendo, però contestualmente, la stima e la fiducia nelle istituzioni. Il consenso è ormai legato ad alcuni leader ed alle loro affermazioni contingenti e non ad un progetto che dall’oggi si sviluppa verso il domani, capaci di tener conto delle realtà oggettive interne ed esterne. Anche le dichiarazioni che leggiamo ed ascoltiamo in vista delle prossime elezioni europee, sono l’esempio della mancanza di visione e di coraggio di forze partitiche che, siano al governo o all’opposizione, non hanno percezione della gravità del momento e dei pericoli incombenti. Nelle elezioni si fronteggeranno da un lato gli oscurantisti, che trovano naturali alleati all’interno dei sovranisti illusi che, in un mondo nel bene e nel male globalizzato, gli stati possano da soli confrontarsi col terrorismo, l’immigrazione, i cambiamenti climatici, le sfide tecnologiche e le turbolenze dei mercati, sottoposti alle scelte finanziarie del ristretto numero di coloro che manovrano il mondo, dai derivati alle bolle speculative, dall’altro lato i modernisti ad oltranza, coloro che in modo acritico sposano qualunque novità senza domandarsi le conseguenze che le stesse avranno sulla vita dei singoli e degli stati, sulla vita ed il futuro di tutti.

    Entrambi, sovranisti e modernisti, ci diranno che vogliono un’altra Europa ma non vi sarà mai un’Europa migliore se non si creeranno le condizioni per una politica comune e la politica comune non vi potrà mai essere fino a che gli interessi di uno stato, supportato dalla sua forza, preparazione e capacità di alleanze, prevarranno all’interno del Consiglio. E’ infatti nel Consiglio europeo, non nella Commissione che è un organo esecutivo, che le logiche nazionali hanno fino ad ora prevalso e se qualche paese, come l’Italia, non ha avuto tutto quello che ha voluto, ed è da dimostrare, lo si deve alla debolezza politica, che continua da molti anni, dei nostri governi. Non saranno gli Junker  di turno a poter proporre un passo diverso all’Unione, non solo perché questo non è nel potere del Presidente della Commissione ma soprattutto perché il Presidente, benché inserito nelle liste elettorali, è indicato, scelto, dai governi, dai partiti che sono in maggioranza o che tentano di diventarlo ed e perciò di fatto sempre il Consiglio che controlla la Commissione. Di questo le firme politiche non parlano, questo i cittadini non lo sanno perché è comunque interesse di chi governa un paese scaricare sull’Europa le responsabilità di quanto che non sono in grado di fare sono sempre i governi a voler tenere il Consiglio europeo così com’è, con i veti incrociati, piuttosto che aprire la strada al metodo comunitario.

    Intanto bruciano le chiese, i profughi o muoiono  in mare o ci invadono, cambiando e turbando la nostra vita, regole assurde ci impediscono, per migliorare l’inquinamento, di accendere il camino ma intanto si lascia che l’atmosfera sia stravolta con continui esperimenti nello spazio, intanto le povertà e le disperazioni aumentano ed i derivati continuano ad avvelenare l’economia.

     

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • I soldi del Qatar ai centri islamici in Italia e in Europa

    Il settimanale TEMPI, nel suo numero del 3 aprile scorso, annuncia che in Francia esce Qatar Papers con la presentazione di 45 progetti finanziati con 22 milioni di euro dall’emirato islamico in Italia. Nel 2014, inoltre, il Qatar – annuncia la pubblicazione francese – ha finanziato con 71 milioni di euro 113 moschee e centri islamici in tutta Europa, di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria con il sovvenzionamento dei 45 progetti sopra indicati. Gli autori dei Papers sono due giornalisti francesi che hanno avuto accesso a migliaia di documenti interni della “Qatar Charity”, la fondazione controllata dall’emiro del Qatar. TEMPI cita inoltre l’esperto internazionale di terrorismo, Lorenzo Vidino, che su La Stampa scrive che “analizzare cosa fa il Qatar è fondamentale perché l’emirato, pur non essendo l’unico del Golfo Arabo a farlo, negli ultimi anni è diventato il principale finanziatore di moschee e centri islamici in Europa, perlopiù istituzioni legate ai Fratelli Musulmani”, che sono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Ismailia, poco più d’un decennio dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un’organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar.

    Dove sono finiti in Italia tutti questi soldi arabi? Soprattutto al Nord (Saronno, Piacenza, Brescia, Alessandria), anche se la Regione dove il Qatar ha finanziato più progetti è la Sicilia (ben 11). Vidino riferisce che i beneficiari sono in larga misura organizzazioni legate all’Ucoi (Unione delle comunità islamiche d’Italia). Tra i documenti originali pubblicati nel libro, però, si trova anche una lettera di raccomandazione del 27 gennaio 2015 e firmata da Yussuf al Qaradawi, in cui lo sceicco elogia il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza (Caim) ed esorta i destinatari a donare generosamente ai suoi rappresentanti Yassine Baradei e Davide Piccardo, noti esponenti dell’islam lombardo, per sostenere il loro progetto di costruire “un nuovo grande centro islamico a Milano, con una moschea e vari centri educativi, un progetto che ha bisogna di sostegno”.

    Al Qaradawi – scrive TEMPI – non è un religioso islamico qualunque. Egiziano di nascita, voce onnipresente sull’emittente del Qatar Al Jazeera, è il leader spirituale dei Fratelli Musulmani e si è distinto per le sue posizioni altamente controverse. Approva la pena di morte per gli apostati che abbandonano l’islam, ha elogiato Hitler ed esaltato l’uccisione degli israeliani da parte dei palestinesi, è convinto che i musulmani conquisteranno Roma e l’Europa attraverso il proselitismo.

    Queste identiche idee estremiste, anticamera del terrorismo islamico, vengono insegnate in molti centri islamici in tutta Europa e – continua Vidino – “vengono regolarmente promosse dai network legati ai Fratelli Musulmani e amplificate attraverso i massicci finanziamenti del Qatar”. Ecco perché – secondo l’esperto di terrorismo – bisogna cominciare a riflettere se approvare una legge che vieti “ogni finanziamento estero” delle moschee, soprattutto se proveniente dal Qatar. “Visto il flusso di fondi del Qatar diretto nella nostra penisola, sarebbe opportuno che anche la nostra classe politica affrontasse la questione”.

    Già, la nostra classe politica! Nel mese d’ottobre dell’anno scorso il nostro ministro degli Interni e vice presidente del Consiglio si è recato nel Qatar per firmare alcuni importanti accordi di collaborazione tra l’Italia e l’emirato del golfo Persico. Da un punto di vista economico, le cose stanno andando molto bene tra noi e il Qatar. Come ricorda La Verità, i dati sull’interscambio commerciale sono molto interessanti e il volume d’affari ha raggiunto 2,35 miliardi di euro nel 2017, “con un aumento dell’ 8,7% rispetto all’anno precedente e che nuove partnership tra aziende italiane e realtà qatariote si sono sviluppate in vista della Coppa del mondo del 2022”. Non va dimenticato il ruolo fondamentale del settore della Difesa: nel 2016, il Qatar ha firmato un accordo con Fincantieri per la consegna di sette unità navali per un costo complessivo di cinque miliardi di euro. E anche i nostri produttori agricoli hanno registrato un aumento dell’export, con un volume di esportazioni quadruplicato negli ultimi 10 anni e certificato dall’ultimo accordo siglato da Coldiretti con l’emirato per la distribuzione dei prodotti italiani.

    Su che cosa dovrebbe riflettere la classe politica italiana? Sugli affari o sui finanziamenti del Qatar agli islamisti italiani? Voi lettori che risposta date? Io l’ho già data, dentro di me, e sono certo che non coincide con quella della classe politica. Di fronte al proselitismo dei musulmani in Italia,  finanziato in abbondanza dal Qatar, nessuno muoverà un dito. Non potendo contare sulle riflessioni dei politici,  prego solo che sia S. Pietro a non permettere l’invasione della sua basilica!

  • Brexit: nuova proroga al 31 ottobre

    L’Unione europea, dopo una riunione notturna di sette ore, ha accettato una nuova proroga della data d’uscita del RU, che è stata rinviata al 31 ottobre. E’ scongiurato, per ora, io spettro del drammatico no deal. Il Consiglio europeo straordinario ha dato anche via libera alla clausola di flessibilità, che prevede l’uscita immediatamente dopo l’eventuale approvazione dell’accordo di divorzio. Il Consiglio è stato diviso a lungo tra chi voleva un periodo di proroga breve (come Macron) e chi invece voleva un’estensione più lunga (come Merkel e Tusk). Il compromesso (“il miglior compromesso possibile” – ha detto Macron) è stato trovato sulla data del 31 ottobre, con l’impegno di rivedere la situazione a giugno, subito dopo le elezioni europee. Il 1° novembre entrerà in funzione la nuova Commissione e l’uscita prevista entro il 31 ottobre è stata scelta proprio per evitare che nella nuova Commissione possa entrare un rappresentante britannico. La May ha un compito duro da assolvere: trovare una soluzione con la maggioranza del Parlamento su un nuovo accordo prima delle elezioni, oppure partecipare alle elezioni e uscire prima della fine d’ottobre. Non è un compito facile, dopo le sbandate offerte fino ad ora dai parlamentari. Hanno sempre detto no ad ogni proposta, ma se il no continuerà, nessuno sarà in grado di evitare l’uscita no deal, paventata dai più. Anche in questo summit è stata preziosa l’attività della Merkel che ha saputo con convinzione e molta pazienza, condurre il Consiglio europeo all’accettazione di un compromesso tra la posizione rigida di Macron e la disponibilità di Juncker e di Tusk. Una non comune responsabilità pesa anche sulle spalle del leader dei Laburisti Jeremy Corbyn, che dovrebbe consentire la formazione di una maggioranza parlamentare per la definizione dell’accordo finale. Sono finiti i giochetti politicanti contro la May, tanto da parte dei suoi che degli oppositori. In gioco non c’è solo un governo, ma l’avvenire del Regno Unito, con o senza un accordo con l’UE. I britannici parteciperebbero alle elezioni europee, ma gli eurodeputati eletti si ritirerebbero al momento della Brexit. Se il Regno Unito decidesse di non partecipare al voto Ue, la Brexit scatterà il primo giugno.

    l problema delle elezioni può complicare le procedure, anche per questo la May, al termine del lungo Consiglio europeo, non ha escluso la possibilità di una fine anticipata del periodo transitorio se il parlamento inglese trovasse un accordo su una soluzione prima del 31 ottobre. “Non faccio finta che i prossimi giorni siano facili – ha detto la May – Abbiamo un dovere come politici: adempiere alla decisione democratica del referendum, portare a compimento la Brexit”. E’ l’ennesima volta che lo dice. Ci crede davvero. Ma la politica talvolta percorre strade che non portano direttamente al traguardo.

  • Questa sera summit europeo sulla Brexit

    Theresa May, la premier britannica, è stata ieri a Berlino e a Parigi, in preparazione del Consiglio europeo straordinario, la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo, che avrà luogo a Bruxelles questa sera, per decidere se concedere o meno una seconda proroga in meno di un mese, al fine di evitare che Londra sia costretta, venerdì prossimo, a uscire dall’UE senza un accordo. Dopo gli incontri si è fatta strada l’idea di una proroga lunga e flessibile che arrivi fino alla fine del 2019 o all’inizio del 2020. La decisione impone l’unanimità dei consensi; tutti i 27 governi dovranno trovarsi d’accordo. E se così non fosse? In questo caso il Regno Unito sarebbe costretto ad uscire dall’Unione europea senza un accordo (ipotesi no deal) alle ore 23 di venerdì 12 aprile. Si tratta però di un’ipotesi remota, che tra l’altro avrebbe la conseguenza di creare forte incertezza sui mercati e di danneggiare gravemente vari Paesi europei, primo fra tutti l’Irlanda. Non a caso il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha dichiarato sabato scorso che un Paese UE che ponesse il veto su una proroga di Brexit “non sarebbe mai perdonato” dal governo e dai cittadini irlandesi. Nell’ipotesi in cui si vada invece nella direzione di una proroga, il problema sarebbe quello della sua durata: proroga breve o proroga lunga? Nel primo caso la proroga arriverebbe fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee che si dovrebbero tenere nel Regno Unito, o al massimo, fino al 30 giugno, poiché il 2 luglio il Parlamento europeo eletto terrà la sua prima seduta. Una minoranza di Paesi UE, tuttavia, sembra favorevole a una proroga breve, con il rischio di convocare ripetutamente dei Consigli straordinari per dei rinvii di breve durata, essendo evidente che la May avrebbe grosse difficoltà a trovare un accordo con i laburisti per avere una maggioranza in seno al Parlamento in meno di tre mesi. Tanto più che per Bruxelles l’accordo sottoscritto a fine 2018 non può essere rimesso in discussione. Il compromesso tra conservatori e laburisti, dunque, dovrebbe riguardare soltanto la dichiarazione politica che regola i futuri rapporti tra Londra e Bruxelles. Pare perciò che il Regno Unito sia costretto a rimanere nell’UE a pieno titolo ancora per un periodo di tempo significativo. Da ciò l’ipotesi di una proroga lunga, che richiederebbe però la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Ma quale impatto la partecipazione britannica alle elezioni di fine maggio potrebbe avere sugli equilibri politici del prossimo Parlamento europeo? Il rafforzamento dei gruppi politici euroscettici potrebbe disturbare la formazione di una grande coalizione che potrebbe comprendere i popolari, i socialdemocratici, i liberali dell’Alde e i deputati del partito di Macron, che però non hanno ancora deciso. La presenza dei deputati del RU inciderebbe senza dubbio sull’equilibrio previsto dei gruppi politici e ridurrebbe ulteriormente la già frammentata maggioranza europeista. In più, inciderebbe sugli equilibri interni ai due più grandi schieramenti, quello europeista e quello euroscettico. Nel primo aumenterebbero i socialdemocratici con la presenza dei laburisti, mentre i popolari ridurrebbero percentualmente i loro seggi, dal momento che i conservatori britannici non appartengono al PPE. Nel secondo, il gruppo ECR risulterebbe il più grande avendo con sé i conservatori britannici. Che diranno quelli della Lega e del Movimento 5 stelle, che potrebbero essere svantaggiati percentualmente dalla presenza dei conservatori?  Una proroga lunga potrebbe dunque scontentare molti, ma sembra che la maggioranza del Consiglio vi sia favorevole. Come andrà a finire questa sera lo sapremo durante la notte, che dovrebbe portare buon consiglio, con la lettera minuscola. Speriamo che anche quello con la lettera maiuscola sia saggio e ragionevole.

  • Spazio e democrazia

    Gli Archivi Storici dell’Unione europea, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA), organizzano la conferenza “Spazio e democrazia”, giovedì 2 maggio, nella Sala Alcide De Gasperi di Villa Salviati (h. 14,30 -16,00). L’evento si svolgerà in occasione della nona edizione dello ‘Stato dell’Unione’, nell’ambito del Festival d’Europa, e segna 30 anni di cooperazione tra l’Agenzia spaziale europea e l’Istituto universitario europeo. Sin dalla loro nascita, alla metà del XX secolo, le attività spaziali hanno svolto un ruolo chiave nel bilanciamento delle potenze politiche e tecnologiche tra i paesi leader a livello mondiale e spaziale. Questo ruolo e gli attori chiave nello spazio sono gradualmente cambiati e cresciuti nel corso dei decenni al punto che oggi si potrebbe sostenere che le attività spaziali sono diventate un driver essenziale e un attore nel processo democratico.
    L’incontro fornirà una panoramica delle attività spaziali e del loro ruolo nella promozione della democrazia, con particolare attenzione all’Europa, e presenterà le nuove collezioni digitalizzate degli archivi storici dell’Organizzazione europea per lo sviluppo del lancio (ELDO) e dell’Organizzazione europea per la ricerca spaziale (ESRO), precursori congiunti dell’Agenzia spaziale europea.

  • Stagione di proteste e farse internazionali

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò, da “I Tartassati”

    Tempo di proteste in alcuni paesi dei Balcani. I cittadini sono scesi nelle piazze in Serbia, in Montenegro e in Albania. Si protesta contro i politici autocrati e corrotti. Politici che con la loro arroganza stanno creando tanti seri problemi, mettendo a repentaglio le sorti delle fragili democrazie in quei paesi. E non a caso c’è un denominatore comune in tutte queste proteste: i cittadini delusi e arrabbiati protestano contro i politici corrotti e i sistemi totalitari che loro hanno costituito.

    Le proteste in Serbia sono cominciate dall’inizio dello scorso dicembre e da allora continuano senza sosta, ogni settimana con il motto “Uno in 5 milioni”. Numerosi e determinati i cittadini stanno protestando contro le massime autorità dello Stato. I contestatori riconoscendo in loro i diretti responsabili della preoccupante situazione creata, chiedono le loro dimissioni. Nonostante il presidente serbo abbia promesso il 26 marzo scorso nuove e anticipate elezioni politiche, le proteste continuano. Il 13 aprile prossimo dovrebbe scadere l’ultimatum posto dai contestatori al presidente, per adempiere le loro richieste. Rimane tutto da seguire.

    Anche in Montenegro si sta protestando da ormai otto settimane contro il malgoverno. Anche lì si chiedono le dimissioni del presidente, del primo ministro e di alcuni massimi dirigenti del sistema della giustizia. Tutto cominciò con la pubblicazione di un video nelle reti sociali che dimostrerebbe il coinvolgimento del presidente della Repubblica in uno scandalo corruttivo nel 2016. Accuse che il diretto interessato ha cercato di respingere durante un’intervista rilasciata ad una nota agenzia mediatica internazionale. Il presidente, negando le accuse, ha parlato di “fattori stranieri” e di “partiti pro russi” che fomentano le proteste. Frasi e insinuazioni che convincono poco, anzi! E sono, guarda caso, le stesse frasi e insinuazioni che sta usando anche il primo ministro albanese di fronte alle continue proteste che si stanno svolgendo in Albania.

    Le proteste in Albania sono diverse. Da più di un anno ormai continua la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una protesta pacifica e ben motivata cominciata nel febbraio 2018 e che, dal 15 giugno 2018, si svolge ogni sera nella piazzola accanto al Teatro, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica non solo in Albania. Una protesta che ha fatto fronte, ad oggi, ai progetti corruttivi e speculativi del primo ministro e di alcuni suoi leccapiedi senza scrupoli (Patto Sociale n.316, 325 ecc.).

    Per più di un mese, dal 5 dicembre 2018, gli studenti di tutte le università in Albania sono scesi in piazza per protestare contro le proibitive tariffe e altre spese che devono affrontare. Spese che rappresentano un serio problema per tanti studenti e per le loro famiglie, tenendo presente la sempre più diffusa povertà a livello nazionale (Patto Sociale n.336). Messo alle strette e di fronte a serie e vistose difficoltà, il primo ministro ha fatto l’unica cosa che sa fare. E cioè ha promesso per guadagnare tempo, consapevole di non dover mantenere quelle promesse. E così è veramente accaduto. Ragion per cui, dalla scorsa settimana, gli studenti, delusi, hanno fatto pubblicamente sapere che si stanno organizzando e che scenderanno di nuovo nelle piazze, più determinati di prima.

    Da più di cinque mesi, ogni sera, stanno protestando anche gli abitanti di un quartiere a Tirana. Protestano contro un progetto di edilizia abusiva fortemente voluto dal primo ministro e dai suoi. Spesso la polizia arresta dei manifestanti, in palese violazione della legge, con un unico scopo: intimorirli e dissuaderli. Ma proprio grazie a questa protesta, però, è stato scoperto uno scandalo abusivo milionario, sul quale la procura, controllata dal primo ministro, ha steso un velo pietoso.

    Dal 16 febbraio scorso in Albania sono cominciate anche le proteste chiamate dall’opposizione. Un giorno dopo il capo dell’opposizione ha dichiarato la rassegnazione, da parte dei deputati, dei mandati da parlamentari. Una scelta politica estrema, condizionata dalla realtà. Una scelta che ha sorpreso non poco e ha preso tutti alla sprovvista, compreso il primo ministro. Perché quella di rassegnare i mandati era una proposta fatta già dal dicembre del 2017 dall’ex primo ministro e capo storico del partito democratico, il maggior partito dell’attuale opposizione. Ma che è stata sempre rimandata e spesso anche ignorata dall’opposizione, mentre le ragioni per cui si poteva pensare seriamente e agire di conseguenza, nel frattempo, non sono mancate. Attualmente le proteste continuano. Oltre a due massicce proteste del 16 febbraio e del 16 marzo, ci sono state anche altre di fronte al parlamento e in varie città (Patto Sociale n.344, 348 ecc.). La prossima protesta massiccia è stata annunciata per sabato prossimo, 13 aprile.

    Il primo ministro albanese si trova in grosse difficoltà e sta cercando una disperata soluzione per uscire da questa grave crisi istituzionale e personale. Dopo la rassegna dei mandati da parte dei deputati dell’opposizione, a fine febbraio scorso, il primo ministro e i suoi si sono attivati per sostituire l’opposizione in parlamento con una “nuova opposizione”. Una “strana opposizione” quest’ultima, composta da alcune “strane” persone registrate nelle ultime file delle liste depositate dai partiti dell’attuale opposizione durante le elezioni politiche del 2017. Questa iniziativa si sta dimostrando già come una grande buffonata. Parte di questa “nuova opposizione” sono anche due o tre deputati dell’opposizione istituzionale che non hanno rassegnato i mandati. Una di loro, guarda caso, proprio nel dicembre scorso, in pieno svolgimento della protesta degli studenti, aveva pubblicamente dichiarato che poteva lasciare il mandato. Mentre adesso, per una causa ben più importante politicamente, ha fatto il contrario. Questo per capire l’integrità morale e politica dei deputati della “nuova opposizione”.

    Subito dopo la protesta del 16 febbraio scorso, alcuni “rappresentanti internazionali” hanno accusato l’opposizione che, con la sua uscita dal parlamento, stava “ostacolando il percorso europeo dell’Albania” (Patto Sociale n.346 ecc.). Se almeno avessero prestato più attenzione a quello che dichiarava il primo ministro sarebbero stati più credibili. Sì, perché il primo ministro stava e sta cercando di convincere tutti che con la “nuova opposizione” si faranno le riforme e tutto il resto. Le cattive lingue dicono che la “nuova opposizione” è una sua creatura, tagliata a misura e profumatamente pagata, sia in denaro che in altri modi. Perché il primo ministro albanese può. Ed è con questa “opposizione” che il primo ministro continuerà a fare le riforme. Le sue riforme e come vuole lui, però!

    Chi scrive queste righe è convinto che la “nuova opposizione” sia semplicemente una grottesca e misera creatura del primo ministro. Un’opposizione alla quale, però, credono e la sostengono anche i “rappresentanti internazionali”. Ma siccome con la “nuova opposizione” tutto andrà per il meglio, processo europeo dell’Albania compreso, allora chi scrive queste righe non può non fare una semplice domanda. Qual è la vera verità, ci si dovrebbe preoccupare o no, tra l’altro, anche per il percorso europeo dell’Albania? La possono dire chiaramente e almeno per una sola volta i “rappresentanti internazionali”? Oppure, come diceva Totò, ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

  • Brexit: un altro passo avanti ma non definitivo

    E’ accaduto tra la notte di mercoledì e giovedì, durante una lunga votazione alla Camera dei Comuni, che si è espressa contro un’uscita dura del Regno Unito dall’Unione europea, cioè contro un’uscita no deal, vale a dire senza accordo. Uno stop al no deal era già stato votato altre volte, ma il voto era soltanto indicativo. Ora invece si tratta di una legge vincolante, approvata con un solo voto di maggioranza (313 a 312) ed ottenuta con un appoggio trasversale. Questa legge, che deve passare anche alla Camera dei Lord, impone alla premier Theresa May di chiedere un altro rinvio all’UE, nel caso in cui il 12 aprile si prospettasse l’incubo del no deal. E questo incubo diventerebbe reale se prima del Consiglio europeo straordinario del 10 aprile non si raggiungesse un accordo. Il nuovo rinvio, tuttavia, sarà accettato dall’UE solo in cambio di un’estensione lunga (almeno 9 mesi come ha fatto capire il presidente della Commissione Juncker) che preveda per il Regno Unito nuove elezioni generali o un secondo referendum sulla Brexit, oltre alle sempre più probabili elezioni europee di fine maggio. Con il voto di ieri notte e le prospettive che ne scaturiscono i fautori della Brexit sono ridotti in un angolo, con poche possibilità di risalire la china e di imporre le loro vedute. A meno che il Consiglio europeo non accetti la nuova proposta di rinvio, aprendo le porte alla sola soluzione no deal. E’ uno scenario che ci sembra irrealistico, ma in politica … mai dire mai! Il no deal, auspicato dai Brexiters, è temuto invece da tanti altri personaggi britannici. Tra questi, ancora ieri, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, aveva dichiarato che il rischio no deal era ancora molto alto e che sarebbe stato impossibile riuscire a controllarne le conseguenze. Con il nuovo voto questo rischio è scomparso e lo scenario è cambiato radicalmente, poiché acquistano importanza i negoziati bipartisan iniziati ieri con un colloquio tra i due leader della maggioranza e dell’opposizione.  May e Corbyn si sono detti soddisfatti del primo incontro, anche se il leader laburista ha aggiunto che è stato inconcludente. Il che vuol dire che le distanze tra i due sono ancora notevoli e che quindi non c’è da essere ottimisti sulla brevità dei negoziati stessi e sulla condivisione dei risultati. Del contenuto del negoziato non è filtrato nulla, ma gli orientamenti per una eventuale intesa potrebbero essere quelli già dichiarati pubblicamente nel dibattito parlamentare di queste due ultime settimane: l’unione doganale citata da Corbyn e l’allineamento al mercato unico come vuole il Labour; no, invece, come vuole la May, alla libera circolazione delle persone e a un secondo referendum. Questo auspicato accordo bipartisan, ammesso che si realizzi, sembra la via d’uscita più concreta per attuare una Brexit ordinata.  Il governo non ha accolto con favore il risultato del voto di ieri notte, perché, essendo vincolante, limiterebbe la sua capacità di negoziare l’estensione prima del 12 aprile. Ma i più delusi sono i Brexiters, che hanno parlato di scandalo costituzionale. Le tensioni sono ancora molte, i ripicchi non si faranno attendere, ma aver fissato un punto fermo legale e vincolante ci sembra un passaggio dal quale non si può più recedere, a meno che, come dicevamo senza crederci, sia l’Europa ora a rifiutare una nuova estensione. Da Bruxelles intanto fanno sapere che lavoreranno sino all’ultimo minuto per evitare il no deal. Che sia la volta buona?

  • “New deal” per i consumatori: Commissione europea e Consiglio accolgono con favore l’accordo provvisorio sul rafforzamento delle norme UE a tutela dei consumatori

    Raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio un accordo provvisorio su un rafforzamento e una migliore applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori.

    Questi i principali miglioramenti: maggiore trasparenza per i consumatori che effettuano acquisti online, sanzioni efficaci e norme chiare per contrastare il problema del doppio standard qualitativo dei prodotti nell’UE. Le nuove norme sono state proposte dalla Commissione europea nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito del “new deal” per i consumatori. Le misure adottate apporteranno benefici tangibili per i consumatori.

    Nel dettaglio: saranno introdotte sanzioni efficaci per le violazioni del diritto del consumo dell’UE, cioè  le autorità nazionali di tutela dei consumatori potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive in modo coordinato. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri e che sono soggette a un’esecuzione coordinata a livello UE, la sanzione massima applicabile in ciascuno Stato membro sarà pari a non meno del 4% del volume d’affari annuo del professionista.  Saranno contrastate le differenze di qualità nei beni di consumo,  nel senso che le nuove regole qualificano come pratica ingannevole la commercializzazione di un prodotto come identico a uno stesso prodotto in altri Stati membri, se tali beni presentano in realtà, ingiustificatamente, composizioni o caratteristiche molto diverse.

    I diritti dei consumatori online sanno rafforzati e perciò, in caso di acquisti online, ai consumatori dovrà essere chiaramente comunicato se stanno comprando prodotti o servizi da un professionista o da un privato, in modo da sapere di quale tutela godono in caso di problemi. In caso di ricerche online, ai consumatori sarà chiaramente comunicato se il risultato della ricerca è sponsorizzato da un professionista. I consumatori saranno inoltre informati in merito ai principali parametri che determinano la classificazione dei risultati della ricerca.

    L’accordo provvisorio deve ora essere adottato formalmente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

  • Per la Brexit ancora pazienza

    La scadenza del 12 aprile, data fissata dalla prima proroga per evitare le elezioni di fine maggio, si avvicina rapidamente e porta con sé l’incubo dell’uscita no deal, cioè senza accordo, del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma la May si dà da fare e non perde un attimo senza pensare all’uscita che si deve fare. Lo ha ripetuto anche ieri, dopo una riunione del Consiglio del ministri durata sette ore. “Il mio obiettivo – ha ribadito nel corso di una conferenza stampa – è far uscire il Regno Unito dall’Unione europea in modo ordinato – La Brexit si deve fare”. Già, ma come? – Dopo tutti i tentativi andati a vuoto in queste ultime settimane. Il margine delle possibilità si riduce sempre di più. Oggi la May avrà un’altra riunione del Consiglio dei Ministri per tentare ogni via d’uscita dall’impasse in cui il parlamento ha cacciato la Brexit, oltre che il governo tutto intero. Un’ipotesi da tentare sarebbe la richiesta di una proroga limitata nel tempo e la collaborazione del leader laburista Jeremy Corbyn. Per proporre che cosa di nuovo all’Unione Europea? La permanenza nell’Unione doganale? Un secondo referendum? Ma non sono tutte ipotesi già valutate e respinte più di una volta dal parlamento? Indifferente alle richieste delle sue dimissioni, la May probabilmente vorrà riportare in parlamento il suo piano. Il ministro per la Brexit, Stephen Barclay, ha dichiarato che la Camera potrebbe ancora approvare il piano May in questa settimana. Giovedì 4 aprile sarebbe la data più probabile per una nuova votazione sul testo. Il 10 aprile, mercoledì prossimo, il Consiglio europeo straordinario valuterà una possibile richiesta di un ulteriore rinvio della Brexit, che potrebbe essere concesso solo se si troverà un accordo su una prospettiva che sia chiara, nel caso di nuove elezioni, ad esempio, o di un secondo referendum. “Se ci sarà una maggioranza sostenibile del Parlamento sull’accordo di ritiro entro il 12 aprile, allora la UE è pronta ad accettare una proroga di Brexit. Se la Camera dei Comuni non si pronuncerà, nessuna proroga breve sarà possibile, perché questo minaccia il buon funzionamento dell’Unione e le stesse elezioni europee”. Questa la risposta del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, data ieri al Parlamento europeo, alla proposta della premier britannica di ieri dopo la riunione del Consiglio dei Ministri. Oggi la May dovrebbe incontrare Corbyn, che nel corso del question time alla Camera dei Comuni ha giudicato come benvenuta la volontà della May di scendere a compromessi. Sarà possibile dunque un accordo trasversale per una Brexit meno dura? Il ministro Barclay, un brexiteer pragmatico, ha aggiunto che l’obiettivo è ora un compromesso che possa permettere al RU di uscire dall’UE il 22 maggio e che la richiesta di ulteriore rinvio sarà presentata a Bruxelles la settimana prossima, dopo i colloqui May-Corbyn ed eventuali nuovi voti indicativi ai Comuni. Il ministro ha poi precisato cha la premier non pone precondizioni sulle richieste chiave di Corbyn (unione doganale e rispetto degli standard europei sui diritti dei lavoratori), ma ha ribadito d’essere personalmente contrario a un secondo referendum confermativo sulla possibile intesa. Oggi la May dovrebbe anche incontrare la leader scozzese Nicola Sturgeon, disponibile a recarsi immediatamente a Londra. Il Partito Nazionale Scozzese ha costantemente cercato un accordo trasversale per mettere fine al caos della Brexit, appoggiando anche l’dea di un secondo refrendum. Il ministro degli Esteri irlandese, Simon Coveney, intervenendo a sostegno della May, ha detto che l’Irlanda sosterrà la probabile richiesta della May di una proroga breve della Brexit al vertice del Consiglio europeo del 10 aprile. Tutto è ancora in alto mare, dunque, ma almeno ci sono “svolte” che fanno bene sperare e che potrebbero rimediare all’incapacità del parlamento di darsi una maggioranza su qualsiasi soluzione. Il suo narcisismo politico non ha dato frutti e ha messo in forse la sua credibilità. La “testardaggine” della May invece potrebbe – ce lo auguriamo – risolvere la questione Brexit senza i danni paventati e con accordi ragionevoli.

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