Europa

  • La Commissione rafforza la resilienza e le capacità dell’UE in materia di cibersicurezza

    Di fronte all’aumento di attacchi informatici e ibridi contro servizi essenziali e istituzioni democratiche, perpetrati da gruppi statali e criminali che operano con tecniche sofisticate, la Commissione europea ha proposto un nuovo pacchetto sulla cibersicurezza per rafforzare ulteriormente la resilienza e le capacità dell’UE in materia di cibersicurezza.

    Il pacchetto comprende una proposta di revisione del regolamento sulla cibersicurezza che rende più sicure le catene di approvvigionamento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) nell’UE. Il pacchetto prevede la semplificazione del processo di certificazione, garantendo che i prodotti destinati ai cittadini dell’UE siano sicuri dal punto di vista informatico sin dalla loro progettazione. Inoltre, facilita il rispetto delle norme dell’UE vigenti in materia di cibersicurezza e rafforza l’Agenzia dell’UE per la cibersicurezza (ENISA) nella sua attività di sostegno agli Stati membri e all’UE riguardo alla gestione delle minacce alla cibersicurezza.

  • L’UE investe oltre 307 milioni di euro in intelligenza artificiale

    La Commissione europea ha pubblicato due nuovi inviti a presentare proposte nell’ambito del polo tematico “Digitale, industria e spazio” del programma di lavoro di Orizzonte Europa, mettendo a disposizione 307,3 milioni di € per rafforzare l’innovazione e la competitività digitale dell’Unione.

    Di questi, 221,8 milioni di € sono destinati a un’iniziativa focalizzata sullo sviluppo di servizi di intelligenza artificiale (IA) affidabili, di servizi di dati innovativi e sul rafforzamento dell’autonomia strategica dell’UE. Il bando finanzierà progetti a sostegno dello sviluppo dell’IA, alla robotica, alle tecnologie quantistiche, alla fotonica e ai mondi virtuali. In particolare, oltre 40 milioni di € saranno dedicati all’iniziativa “Open Internet Stack”, che punta allo sviluppo di applicazioni per gli utenti finali e di componenti delle tecnologie di base, a sostegno dei beni comuni digitali sovrani europei.

    Un ulteriore stanziamento di 85,5 milioni di € è previsto per il secondo invito, volto a promuovere l’autonomia strategica aperta nelle tecnologie digitali ed emergenti e nelle materie prime correlate, robotica per applicazioni industriali e di servizio e lo sviluppo di nuovi materiali con capacità di rilevamento avanzate.

    La scadenza per la presentazione delle candidature è fissata al 15 aprile 2026.

  • La Commissione presenta un pacchetto di sostegno finanziario per l’Ucraina per il periodo 2026-2027

    La Commissione europea ha adottato una serie di proposte legislative per garantire un sostegno finanziario continuo all’Ucraina nel 2026 e nel 2027. Ciò segna una tappa significativa nel forte sostegno dell’UE alla difesa del paese contro la guerra di aggressione della Russia.

    Il pacchetto legislativo comprende:

    • Una nuova proposta che istituisce un prestito di sostegno per l’Ucraina per un importo di 90 miliardi di €.
    • Una nuova proposta di modifica dello strumento per l’Ucraina, come uno dei mezzi per fornire assistenza finanziaria all’Ucraina.
    • Una nuova proposta di modifica del regolamento sul quadro finanziario pluriennale per consentire la copertura del prestito all’Ucraina a titolo del “margine di manovra” del bilancio dell’UE.

    A dicembre il Consiglio europeo ha convenuto di fornire 90 miliardi di € di sostegno decisivo alle esigenze militari e finanziarie dell’Ucraina nel corso dei prossimi due anni. Tale accordo ribadisce il fermo impegno dell’Unione europea a sostenere l’Ucraina.

  • I sei punti critici del Mercosur

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Ricapitoliamo la vicenda del Mercosur in sei punti e due N.B.

    Punto 1. Quando maggioranza ed opposizione esprimono il medesimo favorevole pensiero nei confronti di un accordo (Mercosur ora come precedentemente l’azzeramento degli sconti delle accise sui carburanti) significa che il piatto servito a tavola sono gli elettori o, nello specifico in questo caso, gli agricoltori.

    Punto 2. L’accordo relativo al libero scambio tra Ue, Brasile ed altri paesi dell’America Latina, utilizza il modello economico dell’Unione Europea già rivelatosi disastroso nel tessile-abbigliamento ed ora nell’automotive. In altre parole, anche in agricoltura si sceglie di privilegiare il modello di un possibile sviluppo economico che sia espressione essenzialmente della logica speculativa, la quale adotta come fattore competitivo il dumping normativo per le produzioni e di salvaguardia dei prodotti e, di conseguenza, dei consumatori, come per la tutela dei lavoratori, ma anche fiscale e di salvaguardia dei prodotti.

    Punto 3. Un mercato libero deve esprimere e reggersi su di un insieme di regole ed un quadro normativo condiviso da tutti i soggetti economici che operano al suo interno e, di conseguenza, dà la possibilità della reciproca verifica dei protocolli adottati.

    Punto 4. (Decisamente il più importante e colpevolmente ignorato dai favorevoli all’accordo). Andrebbe sottolineato a tutela della salute dei consumatori come nel mercato dell’America Latina gli antibiotici come gli ormoni della crescita, vietati in Italia ed Europa sia in agricoltura che per gli allevamenti, siano di libera vendita e difficilmente tracciabili e quindi ampiamente utilizzati proprio negli allevamenti di bestiame!

    Tra queste lìEstradiolo 17-β è tra le più critiche; sebbene ufficialmente bandito per l’esportazione verso l’UE, recenti audit della Commissione Europea hanno evidenziato che il Brasile non può garantire che la carne esportata ne sia priva. Ma anche Erbicidi: l’Amicarbazone, mai autorizzato in Europa, è ampiamente utilizzato nel Mercosur. Fungicidi: il Clorotalonil, vietato in UE dal 2019 per i rischi sulla salute e l’ambiente, è ancora ammesso in Brasile senza dimenticare gli insetticidi: il Novaluron, vietato in Europa dal 2012, è tra i prodotti leciti in Sud America. Circa il 27% dei pesticidi autorizzati in Brasile sono vietati nell’UE.

    Punto 5. Andrebbe inoltre ricordato a chi accusa il settore agricolo di assorbire il 30% del budget europeo che nel 2022, secondo i dati della Commissione Europea, l’intero settore agroalimentare dell’UE (che include l’agricoltura primaria come impiego diretto e le attività collegate come trasformazione, distribuzione e servizi come impiego indiretto) abbia generato circa 30 milioni di posti di lavoro, pari al 15% dell’occupazione totale nell’Unione. Questo valore rappresenta il contributo complessivo dell’agricoltura all’occupazione, considerando sia gli impieghi diretti (circa 8-9 milioni di persone nella produzione agricola primaria, basati su stime Eurostat per gli anni recenti) sia quelli indiretti, cioè trasformazione, logistica e commercio.

    Punto 6. Con il Mercosur viene favorita semplicemente la logica speculativa applicata in questo caso ai flussi commerciali intercontinentali, ma con ricadute disastrose per gli imprenditori agricoli soggetti alle pressanti norme europee e di conseguenza occupazionali.

    Il fatto, quindi, che maggioranza ed opposizione si dichiarino entrambi favorevoli a questo accordo significa semplicemente che come pasto da consumare verranno offerte le imprese dei contadini europei.

    N.B. Viceversa Francia. Austria, Polonia, Ungheria, Irlanda hanno deciso, votando contro di non offrire i propri contadini al banchetto organizzato con l’accordo.

    N.B.1 L’ approvazione e l’imposizione del Mercosur con il principio della approvazione a maggioranza, dimostra quanto sia garanzia di democrazia la tutela del principio della unanimità all’interno di una istituzione così variegata come quella dell’Unione Europea.

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Aperte le candidature per il ‘Premio europeo Carlo Magno per la gioventù’

    Torna il Premio Carlo Magno per la gioventù rivolto ai giovani tra i 16 e i 30 anni che vivono nell’UE e stanno lavorando a un progetto che contribuisce a promuovere la democrazia, la cittadinanza attiva e l’integrazione delle comunità.

    Ogni anno questo premio, organizzato congiuntamente dal Parlamento europeo e dalla Fondazione del Premio internazionale Carlo Magno di Aquisgrana, celebra l’impegno quotidiano dei giovani che contribuiscono a costruire un’identità europea condivisa e a creare un impatto duraturo sul futuro dell’Europa.

    Tutte le candidature presentate saranno prima valutate dalla giuria nazionale dello Stato membro del progetto, che selezionerà un unico vincitore nazionale. I rappresentanti dei 27 progetti vincitori nazionali saranno invitati alla cerimonia di premiazione ad Aquisgrana, in Germania, dove saranno annunciati i tre vincitori europei.

    I premi in palio sono: 7 500 EUR per il primo classificato, 5 000 EUR per il secondo e 2 500 EUR per il terzo. I vincitori avranno anche la possibilità di visitare il Parlamento europeo a Bruxelles o a Strasburgo. Inoltre, un o una rappresentante di ciascun progetto potrà prendere parte a un tirocinio Schuman.

    Dal 2008 sono stati candidati in totale 7.150 progetti.

    Il termine ultimo per candidarsi al premio è il lunedì 2 febbraio a mezzanotte.

    Per consultare il bando ed iscriversi cliccare sul seguente link https://youth.europarl.europa.eu/it/more-information/charlemagne-prize/apply-now.html?utm_source=SONO+APERTE+LE+CANDI%2E%2E%2E+%28Mass+Mailing+created+on+2025-12-19%29&utm_medium=Email

  • Appello agli Stati della Ue per non declassare la tutela del lupo

    Duecentotredici organizzazioni europee hanno firmato l’appello rivolto ai governi degli Stati membri dell’Unione europea per chiedere di non ridurre il livello di protezione del lupo nei rispettivi territori. La richiesta è contenuta in una lettera indirizzata ai ministri dell’Ambiente dell’Ue, inviata il 17 dicembre 2025, in cui associazioni ambientaliste, animaliste e scientifiche mettono in guardia dai rischi legati al recente cambiamento normativo deciso a livello europeo.

    Nel dicembre 2024, su proposta dell’Unione europea, il lupo è stato declassato nella Convenzione di Berna, una scelta che ha poi portato alla modifica della Direttiva Habitat, con il passaggio della specie dall’Allegato IV (specie rigorosamente protetta) all’Allegato V (specie protetta ma gestibile). Gli Stati membri hanno tempo fino al 15 gennaio 2027 per recepire la modifica, ma, come ricordano le organizzazioni firmatarie, non sono obbligati ad abbassare il livello di tutela a livello nazionale.

    Secondo i promotori dell’appello, la decisione europea non è supportata da basi scientifiche solide. I dati ufficiali mostrano infatti che, nonostante una parziale ripresa in alcuni Paesi grazie alla protezione rigorosa, il lupo presenta ancora uno stato di conservazione sfavorevole in sei delle sette regioni biogeografiche europee. Anche la Large Carnivore Initiative for Europe aveva espresso forti perplessità, sottolineando che le decisioni sulla fauna selvatica dovrebbero basarsi su evidenze scientifiche e non su valutazioni politiche.

    Nel documento si richiama inoltre una recente pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea del giugno 2025, che ha ribadito come lo stato di conservazione di una specie debba essere valutato Paese per Paese, e non su scala transfrontaliera. Un principio che rafforza la possibilità, per i singoli Stati, di mantenere una protezione più elevata del lupo.

    Le organizzazioni firmatarie avvertono anche che il declassamento rischia di indebolire le politiche di convivenza tra lupi e comunità rurali, alimentando l’idea che l’abbattimento sia una soluzione efficace ai conflitti con la zootecnia. Al contrario, la lettera ribadisce che prevenzione, corretta gestione del bestiame, misure di protezione e sistemi di compensazione condizionati sono gli strumenti più efficaci e sostenibili per ridurre le predazioni.

    L’appello è stato lanciato mentre sono ancora pendenti due ricorsi davanti alla Corte di giustizia europea che contestano la legittimità del declassamento della specie. Per questo, sottolineano le associazioni, qualsiasi decisione definitiva in termini di regolamentazione normativa dovrebbe attendere l’esito dei procedimenti giudiziari in corso. «Proteggere il lupo non è solo una questione faunistica», si legge nel testo, «ma un indicatore dell’impegno dell’Europa nella tutela della biodiversità». Un messaggio che le organizzazioni chiedono agli Stati membri di tradurre in scelte concrete, mantenendo alti livelli di protezione e investendo su una gestione fondata su dati scientifici e responsabilità condivise.

  • La Commissione invita i ministri dell’Agricoltura a discutere del futuro del settore e della sicurezza alimentare

    Il 7 gennaio, i Commissari Christophe Hansen, Maroš Šefčovič e Olivér Várhelyi hanno accolto a Bruxelles i ministri dell’Agricoltura dell’UE per discutere del futuro dell’agricoltura e della sicurezza alimentare in Europa, delineando al contempo le principali aspettative per l’azione dell’Unione nel 2026.

    L’incontro è servito a fare il punto sulla situazione agricola e alimentare nell’UE a un anno dal lancio della visione per l’agricoltura e l’alimentazione. E’ stato inoltre l’occasione per riflettere congiuntamente sulle principali preoccupazioni recentemente espresse dagli agricoltori, avviando un dialogo sul solido quadro di bilancio concepito a sostegno degli obiettivi della PAC. Sono state evidenziate le diverse opportunità di finanziamento e le possibili sinergie a beneficio dell’agricoltura e delle aree rurali, nonché discusse le azioni già intraprese e le eventuali misure aggiuntive per rafforzare la competitività degli agricoltori europei.

    La discussione ha riguardato anche le future decisioni sul bilancio a lungo termine e sul sistema delle entrate dell’UE, con l’obiettivo di garantire che l’agricoltura rimanga un settore prioritario nelle politiche europee. I ministri hanno preso parte a importanti deliberazioni, contribuendo a definire il percorso da seguire per il settore agricolo europeo.

  • Può toccare a noi

    Come molti, da sempre, auspichiamo per il popolo venezuelano, come per tutti gli altri popoli, di poter vivere in democrazia e libertà, una democrazia e libertà che Maduro aveva da troppo tempo negato.

    Come molti osserviamo che ormai il diritto internazionale sembra diventato un optional, rispettarlo è obbligo solo per i paesi meno forti, se sei la Russia, gli Stati Uniti o la Cina puoi fare come vuoi quando vuoi.

    Non serve essere fini analisti politici o esperti di questioni internazionali per comprendere come siamo tutti di fronte ad un riassetto delle aree di influenza, potere e affari economici nell’intero pianeta.

    L’Europa è chiaro che deve organizzarsi da sola per sopravvivere, non fa parte, perché senza politica estera e di difesa comune, dello scacchiere sul quale giocano i grandi, anzi ha il difetto di essere un’importante realtà economica, in parte priva delle più importanti risorse naturali che deve importare, e un importante mercato per chi deve esportare, essere così forti economicamente e così deboli, militarmente e politicamente, non solo la rende ininfluente ma la tramuta in una preda ambita.

    Alla luce di quanto è avvenuto in Venezuela, dopo i lunghi mesi nei quali Trump ha riallacciato i rapporti con Putin ed ha tenuto una posizione più che ambigua con l’Ucraina e con l’Unione Europea, non siamo certo i soli ad aver compreso che i tempi stanno precipitando, che il denaro e gli affari valgono più del diritto, che l’esercizio della forza  è la nuova legge e non ha più bisogno di giustificazioni di qualunque tipo.
    Unica notizia che ci può far guardare ad un futuro con meno dittature è la ribellione del popolo iraniano, sperando non sia massacrato mentre cerca uno spiraglio di libertà e l’unica opzione per noi europei è che gli ucraini continuino a combattere ed a resistere aiutati, seriamente e decisamente, da un’Europa che diventi, subito, consapevole che dopo l’Ucraina può toccare a noi, presi uno per uno se perdiamo l’unità.

  • Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da “La società aperta e i suoi nemici”, 1945

    Il 17 dicembre scorso a Bruxelles si è tenuto il vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. L’Unione è stata rappresentata dal presidente del Consiglio europeo, dalla presidente della Commissione europea e dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, mentre i Paesi balcanici erano rappresentati dai rispettivi capi di Stato e di governo. Era assente solo il presidente della Serbia, il quale ha “giustificato” la sua assenza come un “atto necessario per proteggere la Serbia e i suoi interessi”. Interessi però legati alla Russia.

    Alla fine del vertice è stata pubblicata una Dichiarazione comune firmata dai massimi dirigenti delle istituzioni dell’Unione europea e dei Paesi membri dell’Unione, dopo essersi consultati anche con i rappresentati dei Paesi balcanici, presenti al vertice. La Dichiarazione, nel suo primo paragrafo, afferma che “….La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e le crescenti sfide geopolitiche sottolineano la necessità di legami sempre più forti tra l’UE e i Balcani occidentali”. I firmatari affermano, altresì, che il vertice riconferma “…il partenariato strategico tra l’Unione europea e i Balcani occidentali”.

    “Riaffermiamo il nostro impegno pieno e inequivocabile a favore della prospettiva di adesione all’Unione europea dei Balcani occidentali. Il futuro dei Balcani occidentali è nella nostra Unione. L’allargamento è una possibilità realistica, che dovremmo cogliere”. Così dichiarano i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei Paesi membri nel secondo paragrafo della Dichiarazione. Si tratta di una strategia ormai nota, che da alcuni anni è stata adottata dall’Unione europea nei confronti dei Paesi balcanici. Una strategia geopolitica per affrontare le influenze, nei Balcani occidentali, della Russia, ma anche di altri Paesi, come la Cina e quelli del Golfo Persico.

    Invece nel quarto paragrafo della Dichiarazione viene sancito che “l’allargamento rappresenta un investimento geostrategico nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità”. Di questo argomento ha parlato anche la presidente della Commissione europea alla fine del vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. Lei ha dichiarato che “…In questi tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta di pace. È una scelta strategica […]. Gli attuali venti geopolitici contrari sono forti e rapidi. E la velocità del processo di adesione deve essere all’altezza dei cambiamenti geopolitici”.

    Bisogna però evidenziare che la scelta delle strategie deve essere molto attenta e responsabile. Si, perché come la storia, ma anche gli sviluppi degli ultimi anni ci insegnano, determinate “strategie” adottate dall’Unione europea in precedenza e riferite ad alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Europa orientale, hanno creato e continuano a creare serie preoccupazioni e problematiche.

    Nel quinto paragrafo della Dichiarazione si esprime il compiacimento dell’Unione europea per l’impegno delle autorità responsabili dei Paesi balcanici “….a difendere i valori e i principi europei, in linea con il diritto internazionale, il primato della democrazia, i diritti e i valori fondamentali e lo Stato di diritto, e si aspetta che dimostrino tale impegno sia a parole che nei fatti, assumendo la titolarità e attuando le riforme necessarie, in particolare sulle questioni fondamentali”.

    Mentre nel diciassettesimo paragrafo della Dichiarazione i firmatari fanno appello alle autorità dei Paesi candidati dei Balcani occidentali di “….proseguire gli sforzi congiunti nella lotta contro la corruzione, il traffico di droga e tutte le forme gravi di criminalità organizzata […] in linea con il nuovo piano d’azione comune firmato di recente e alla luce dell’avvio della coalizione europea contro la droga per affrontare le sfide in questo ambito”.

    Sì, è veramente importante, e la storia ci insegna e ci consiglia, che i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea debbano insistere e chiedere ai massimi rappresentanti di ogni singolo Paese candidato di rispettare i criteri di Copenaghen ed altri documenti fondamentali dell’Unione stessa. E, allo stesso tempo, i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, facendo riferimento anche ai rapporti ufficiali delle strutture specializzate dell’Unione e anche di altre organizzazioni internazionali, debbano chiedere e pretendere che in ogni Paese candidato vengano combattute la corruzione e la criminalità organizzata, nonché i traffici illeciti degli stupefacenti.

    Ogni Paese candidato dovrebbe dimostrare che merita veramente di diventare un Paese membro dell’Unione europea. E per essere tale, prima di tutto, deve rispettare i principi di una funzionante democrazia. Perché fare diventare membro un Paese dove si sta consolidando un regime, una dittatura camuffata da pluripartitismo, solo per delle ragioni “geostrategiche e geopolitiche”, sarà una scelta che, prima o poi, potrebbe diventare problematica e preoccupante. La storia degli ultimi anni ce lo insegna. E nei Balcani occidentali, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti documentati e pubblicamente noti alla mano, ci sono alcuni Paesi dove non si rispettano i principi democratici, dove la corruzione è diventata un male endemico e dove la criminalità organizzata è attiva e spesso convive e collabora con il potere politico. L’Albania, fatti accaduti, pubblicamente ed internazionalmente noti alla mano, è uno di questi Paesi.

    Basterebbe solo lo scandalo milionario dell’appalto per la costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania per dimostrare e testimoniare la vera, vissuta, sofferta e drammatica realtà albanese. Si tratta di uno scandalo in cui sono direttamente e attivamente coinvolti la vice primo ministro, allo stesso tempo ministra delle Infrastrutture e dell’Energia e anche il primo ministro, il quale continua a minacciare i giudici e i procuratori che hanno indagato e deciso sul caso. Il nostro lettore è stato informato, con la dovuta e richiesta oggettività, durante le precedenti settimane di questo nuovo, clamoroso e milionario scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025).

    Ma la scorsa settimana in Albania sono state rese pubblicamente note una vasta documentazione, comprese delle intercettazioni, legate ad un nuovo e clamoroso scandalo milionario in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro. Il nostro lettore sarà informato dettagliatamente di questo scandalo.

    Chi scrive queste righe è convinto che l’Albania, in queste condizioni, non può diventare un Paese membro dell’Unione europea. E se questo accadrebbe, per motivi “geopolitici e geostrategici”, ma anche per degli “interessi” di alcuni dei “grandi dell’Europa”, allora sarebbe un’offesa per i Padri Fondatori dell’allora Comunità Economica Europea, ormai diventata Unione europea. Ma anche per milioni di cittadini dei Paesi membri e per tutti coloro che credono nei valori fondamentali dell’umanità, della democrazia e dello Stato di diritto. Valori che vengono violati quotidianamente e consapevolmente in Albania da chi di dovere, partendo dal primo ministro. Anzi, soprattutto da lui. Aveva ragione il noto filosofo Karl Popper quando affermava che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

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