Europa

  • France looks to push back against surge of anti-Semitism

    Marches against anti-Semitism have been taking place throughout France after 80 Jewish grave were desecrated in the French city of Alsace earlier this month. The demonstrations are part of a growing wider awareness in France about the rise of anti-Semitism in a country with one of the world’s largest Jewish populations.

    The most recent act of vandalism took place in the village of Quatzenheim, close to the border with Germany. The headstones were painted with Nazi symbols and references to the Elsassisches Schwarzen Wolfe (Black Alsacian Wolves), a notorious neo-Nazi separatist group that operated in the Alsace region in the 1970s.

    One of the marches against anti-Semitism that took place in Paris was attended by Prime Minister Edouard Philippe and two former Presidents,  François Hollande and Nicolas Sarkozy, along with a few members from the controversial Yellow Vest movement.

    The Yellow Vest movement has been dogged by accusations of anti-Semitism ever since the group led violent protests in the streets on central Paris late last autumn. Most recently, a video from tied to the Yellow Vest movement featured a character who referred to himself as a  “dirty Zionist” went viral on social media.

    Yellow Vest protesters also launched anti-Semitic abuse at Ingrid Levavasseur, who tried to lead a list of the protest movement in the coming European Parliament elections.

    Recently the headquarters of daily Le Monde was sprayed with graffiti that used anti-Semitic slogans in reference to President Emmanuel Macron‘s former job as a Rothschild investment banker. Other graffiti across Paris called Macron a “Jews’ Bitch” and a “Jewish pig.”

    Last year, French police recorded a 74% surge in anti-Semitic crimes.

  • Elezioni europee 2019: siamo tutti protagonisti!

    C’è chi ha pensato si realizzare un ciclo di incontri a tema, chi ha messo su un gruppo di volontari per fare informazione nelle scuole, chi organizza aperitivi ‘culturali’ perché davanti a un buon bicchiere di vino saltano fuori tante verità, chi propone di far votare i fuorisede nella città in cui si è scelto di studiare o lavorare e chi pensa che a ritmo di sport si possa comunicare meglio. Sono alcune delle proposte fatte, per spronare quante più persone possibile a votare per le prossime Elezioni europee, da attivisti e volontari della piattaforma #stavoltavoto, che il Parlamento europeo ha realizzato in vista delle prossime elezioni europee, in un incontro svoltosi a Milano nell’inconsueto e informale scenario di Cascina Cuccagna.
    Quelle di maggio saranno elezioni ‘strane’ perché si svolgeranno in un contesto inaspettato: per la prima volta uno Stato Membro, la Gran Bretagna, non farà più parte dell’UE (chi l’avrebbe mai detto nel 2014?) e potrebbero aprirsi perciò nuovi scenari in tema di confini e circolazione di persone e merci, l’Europa, suo malgrado, si trova ad interloquire con la Russia di Putin, la Cina è diventata il competitor economico e politico con il quale confrontarsi e tanti movimenti populisti e sovranisti si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa. Per la prima volta, in materia di elezioni europee, non ci si confronterà più con la domanda ‘quanti andranno a votare?’ ma ‘cosa voteranno e soprattutto perché?’.
    Dalle ricerche presentate durante l’incontro milanese sembra che rispetto a cinque anni fa le idee sarebbero più chiare, ma non nell’accezione positiva del termine, purtroppo, e che in molti, di conseguenza, potrebbero affollare i seggi elettorali, grazie ad una campagna mediatica, perpetrata da alcuni politici, e non solo, fortemente denigratoria nei confronti dell’Europa e alla sempre più ridotta informazione in merito al reale svolgimento delle attività di Parlamento, Commissione e Consiglio. Le proiezioni appena diffuse dal Parlamento europeo sui futuri seggi da distribuire agli eletti (705) vedrebbero sì ancora un numero consistente di deputati che occuperebbero gli scranni destinati ai due gruppi principali (PPE e S&D) ma anche un numero più alto, rispetto alle elezioni europee del 2014, di rappresentanti dei gruppi di tendenza conservatrice (e non bisogna dimenticare che una parte consistente di seggi era occupata da deputati britannici che non siederanno più nel prossimo Parlamento).
    Cosa non ha funzionato se c’è tanto scetticismo tra i cittadini europei? Chi e perché non ha saputo comunicare i notevoli passi fatti in tema di pace, cooperazione, scambi commerciali, opportunità per studenti e lavoratori? Perché tutto si è ridotto ad un sbrigativo e immotivato ‘ce lo chiede l’Europa’ facendo crescere sempre più la sfiducia nei confronti delle Istituzioni di Bruxelles? Perché si parla sempre di burocrati, trasformando anni di conquiste e traguardi in meri e prolissi documenti redatti da fantomatici omini in giacca grigia e senza nome, quando la staticità di certe decisioni dipende dai capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione che al momento di discutere su decisioni concrete pensano prima al proprio Stato (o interessi?) e poi ad un bene comune? Ecco, forse tanti populismi e sovranismi forse non esisterebbero, o sarebbero la conseguenza di decisioni prese al meglio per il proprio Paese (e non avrebbero perciò le connotazioni negative che al momento hanno) se davvero ci fosse la dovuta comunicazione la comunicazione, partendo da tutti coloro che in quel progetto dei padri fondatori credono ancora oggi e si andasse oltre l’idea che l’Europa sia un luogo in cui redigere fredde scartoffie ricordando quanto, in 70 anni di pace, la nostra Europa sia stata capace di diventata più bella e più competitiva.

  • Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco la Merkel attacca Trump e difende l’Europa

    Ogni incontro internazionale è un’occasione per conoscere le intenzioni di Trump e per udire le motivazioni di quanti non sono d’accordo con lui. L’ultimo incontro, che ha avuto luogo a Monaco dal 15 al 17 febbraio, ne è stata una conferma ed ha permesso anche di capire le diverse visioni di geopolitica dei protagonisti del dialogo che ne è scaturito. Dialogo? Forse è dire troppo. Interlocuzioni, sarebbe giusto dire, perché ciascuno ha detto quello che voleva dire, senza tener conto del tema all’ordine del giorno e delle tesi che venivano espresse dai vari oratori. Già alla vigilia della conferenza gli organizzatori avevano distribuito un anticipo del rapporto 2019, che sin dall’inizio riconosce che l’ordine mondiale liberista degli ultimi decenni, dominato dal mondo transatlantico, versa in una grave crisi. Cina, Russia e anche Stati Uniti sotto la presidenza di Trump, si oppongono alla tradizionale geopolitica. E questo dato di fatto permette di avvertire che il mondo non stia assistendo a una semplice serie di piccole e grandi crisi, ma piuttosto al disfacimento dell’intero ordine liberista internazionale. Il panorama di sicurezza globale – continua l’anticipato rapporto – non è mai stato così pericoloso. Stiamo assistendo ad un cambiamento epocale: un’era sta per concludersi e per ora si vedono solo i tratti incerti di una nuova era geopolitica. Alcuni Stati – afferma sempre il rapporto –  vorrebbero mantenere l’ordine internazionale liberista, ma è discutibile se essi riusciranno ad assumere questo ruolo, distratti come sono da altre sfide di politica estera. Le democrazie liberali di Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone potrebbero formare da soli un tipo di blocco rivale, contro gli Stati Uniti, Russia e Cina, con capofila la Francia, che ha una capacità militare superiore agli altri? L’ipotesi non regge ad una attenta riflessione, essendo questi Stati impegnati in tutt’altre faccende interne ed internazionali, ma pur non trovando una prospettiva di sicurezza offerta da una nuova geopolitica, che per ora non esiste, si insiste nell’affermare che i tre giorni di conferenza hanno offerto molte indicazioni sul disfacimento dell’ordine liberista mondiale, contravvenendo in questo modo all’impatto offerto dal discorso della Merkel che ha, con brio e convinzione, difeso l’ordine attuale. Certo, ha polemizzato con Trump ed ha difeso l’Unione Europea dai suoi incomprensibili attacchi. Ha affermato anche che il multilateralismo è difficile, ma è meglio che affrontare la strada da soli. Un’America amica dell’Europa ha dato frutti immensi di crescita e sviluppo ed ha garantito un equilibrio mondiale ineccepibile, anche durante tutta la guerra fredda. La cancelliera ha infine aggiunto che abbiamo bisogno della Nato come àncora di stabilità e come comunità di valori, sottolineando che  se l’architettura del mondo viene messa sotto pressione ed è descritta alla stessa conferenza di Monaco come un “great puzzle”, vuol dire che qualcosa si è frammentato. Le strutture internazionali – ha aggiunto – non vanno distrutte. E infine, la Merkel ha polemizzato con il ministro del commercio Usa che ha classificato le auto europee “come pericolo per la sicurezza nazionale”. Questa classificazione, che ci spaventa, sarebbe il presupposto per imporre i dazi, quindi il messaggio degli Usa è una minaccia di guerra commerciale. Il discorso della Merkel è stato subissato dagli applausi dei convegnisti, ma rimane insistente l’idea che l’incontro di Monaco sia stato pilotato proprio da chi è contrario ad un ordine mondiale liberale, senza avere il coraggio di dire apertamente che è per un socialismo mondiale e per uno statalismo sempre più diffuso. Tutto il contrario di quel che, sulla base anche dell’esperienza di quest’ultimo secolo, sarebbe opportuno evitare. La collaborazione va estesa il più possibile, ma senza rinunciare di un pollice ai principi di libertà, compresa quella economica, che hanno fatto fare passi da gigante al mondo intero. Che l’equilibrio mondiale sia scosso da molti nuovi impulsi, non lo si può negare. Che la geopolitica attuale sia incrinata da nuovi avvenimenti, è un dato certo. Le nuove prospettive però non devono negare le realtà esistenti che, per quanto ci riguarda, dalla fine della guerra ad oggi, con la realizzazione delle comunità europee ci hanno garantito pace e sviluppo. Per noi, semmai, il problema è quello di costruire un’Europa unita che sappia muoversi e determinarsi nella politica mondiale, rafforzando le amicizie esistenti, creandone di nuove e garantendo la sicurezza anche sul piano militare. Ma nessuno ne parla. Sono pochissime le voci che riconoscono in questa nostra Europa un valore dal quale non si dovrebbe prescindere, un valore da non buttare alle ortiche. E’ un’Europa incompiuta quella di oggi, e l’Europa politica è tutta da fare; ma è pur sempre  un’Europa con radici e retaggi culturali millenari, che non meritano di essere dispersi. Bene dunque, la Merkel, che la difende e che la considera non perduta in una nuova geopolitica. Sarebbe, tra l’altro, un’ulteriore garanzia di sicurezza in un mondo che evolve, senza attentare alla libertà dei singoli e a quella degli Stati, uniti nella differenza e retti da una struttura federale. Nella geopolitica che immaginiamo, rientra questa visione di un’Europa compiuta.

  • Turismo in Italia: il sorpasso degli stranieri

    Non ci sono più i turisti, italiani, di una volta. Questo è quanto è emerso alla recente Bit di Milano, la Fiera Internazionale sul Turismo presente ogni anno.
    Questi sono i dati del XXII Rapporto sul turismo italiano, curato dall’Istituto di ricerca su innovazione e servizi per lo sviluppo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iriss) presentato alla Bit di Milano: la componente internazionale (210.658.786, +5,6%) ha superato quella nazionale (209.970.369, +3,2%). Complessivamente l’anno 2017 si è chiuso con un incremento pari al 5,3% per gli arrivi ed al 4,4% per le presenze.
    L’incremento dei turisti provenienti dall’estero è dovuto soprattutto alle città d’arte (Roma, Venezia, Milano, Firenze, Torino, Napoli, Bologna, Verona, Genova e Padova) il cui principale punto di forza è rappresentato proprio dalla domanda proveniente dagli stranieri, per i quali gli arrivi sono cresciuti a ritmi elevatissimi tra il 2016-2017.
    Venezia la fa da padrona (86,5%), poi Firenze (73,9%), Roma (70,1%), Milano (64,9%) e Verona (57,5%) sono le cinque città d’arte con la percentuale più elevata di turisti stranieri. Città come Venezia e Firenze presentano un “indice di turisticità” territoriale pari rispettivamente a 45 e 26, il che significa che a Venezia per ogni abitante vi sono 45 turisti, mentre a Firenze ve ne sono 26. Dati incredibili se ci fermiamo a riflettere.
    L’importanza economica di questo comparto va valutata considerando anche la spesa media giornaliera del turista culturale, che secondo i dati della Banca d’Italia (2018), è pari a circa 137 euro contro i 112,9 euro del vacanziere generico. Nel 2017 i turisti culturali stranieri hanno speso in Italia circa 15 miliardi e mezzo di euro, pari al 59,6% della spesa complessiva dei turisti stranieri in Italia.
    Analizzando la spesa complessiva dei turisti in Italia, però, emerge una criticità legata ai territori dove essa avviene. La Lombardia rappresenta la regione che attira il 13,6% (pari a circa 11,0 miliardi di euro) della spesa complessiva effettuata dai turisti non residenti in Italia e di quelli residenti in altre regioni. Seguono il Lazio con l’11,4% (9,2 miliardi), la Toscana con il 11,3% (9,1 miliardi), il Veneto con il 11,3% (8,3 miliardi) e l’Emilia-Romagna con il 10,2% (6,1 miliardi).
    Nel complesso in queste cinque regioni si concentra oltre la metà (54,3%), della spesa di provenienza esterna alle regioni stesse. Non c’è, però, il Mezzogiorno. Incredibile se si pensa alle bellezze del sud Italia.
    Turismo sempre in crescita quindi, ma bisogna tenere d’occhio le nuove realtà che stanno crescendo. Tra il 2016 e il 2017, Spagna e Italia hanno mantenuto le proprie quote di mercato nelle prime due posizioni, ma cominciano a soffrire la concorrenza di paesi come Turchia, la cui quota è passata dal 12,8% al 14,1%, e Portogallo (dal 7,7% al 7,9%).
    Se valutiamo il tipo di vacanza, la Francia è la destinazione preferita per le vacanze brevi all’estero (17,6%), la Spagna per quelle lunghe (12,6%) e per i viaggi di affari (12,4%).
    Tra i viaggi con mete extra-europee, gli Stati Uniti sono la destinazione preferita sia per le vacanze lunghe (2,4%) sia per i viaggi di lavoro (3,9%).
    Per il 2019, anno in cui si stima un ulteriore aumento degli arrivi del 4% in Italia, secondo gli espositori della recente Bit ci sarà un boom del turismo slow e sostenibile, nelle sue diverse declinazioni — dai percorsi religiosi, ai cammini tematici, fino allo slow bike — e, in generale, dell’outdoor e del turismo attivo.

  • Patrizia Toia: secondo Conte ‘attacchi scomposti all’Italia’? No, risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo

    Pubblichiamo, autorizzati dall’On. Patrizia Toia, il suo articolo apparso sul Corriere della Sera.

    Caro direttore,
    non sono stati “attacchi scomposti” all’Italia, ma una risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo. Il problema è che Conte è venuto a Strasburgo a fare retorica europeista e a spacciare per grandi “novità” delle misure che abbiamo proposto e approvato con il voto sempre contrario delle forze che lo sostengono
    Fa un certo effetto sentire Conte definire un “impulso prezioso” il Piano Juncker degli investimenti se sei un eurodeputato che ci ha lavorato per anni e sei già indignato per il voto sempre contrario degli eurodeputati grillini e leghisti.
    E fa effetto sentire Conte che rimprovera noi con tono da mestrino perché non ci sono abbastanza fondi per l’Africa quando abbiamo già approvato il piano di investimenti per l’Africa e ancora brucia la ferita del voto contrario dei leghisti, quelli che vogliono “aiutarli a casa loro”, e l’astensione dei grillini. E fa effetto quando dice che serve “un’Europa forte e coesa” e che bisogna “sfruttare tutte le opportunità di cooperazione” in materia di difesa comune, mentre nell’aula di Strasburgo sanno che è lo stesso governo Conte che non partecipa alla Forza di intervento rapida dell’Ue, avviata da nove Paesi. E che dire quando il capo del Governo, che ha affossato in Consiglio la riforma di Dublino, votata dal Parlamento europeo, rimprovera l’Europa di poca lungimiranza sull’immigrazione perché serve “una soluzione strutturale” fuori dalla logica dell’emergenza? Come non indignarsi quando il premier che rappresenta Lega e Movimento 5 Stelle invita gli eurodeputati a “non cedere a logiche nazionaliste o regionaliste?” O quando spiega che bisogna limitare le “conseguenze negative della Brexit” mentre nella stessa aula gli eurodeputati della sua maggioranza grillina siedono ancora oggi nel gruppo guidato dall’euroscettico Nigel Farage?

    Patrizia Toia
    Capodelegazione degli eurodeputati Pd

  • L’Italia, l’Europa e il silenzio assordante sull’Albania

    Da anni, puntualmente, ogni settimana Il Patto Sociale L’Albania pubblica un articolo sulla situazione albanese. Lo facciamo perché l’Albania è un paese a noi vicino non solo per lo stesso affaccio sull’Adriatico, ma perché le storie dei popoli del mediterraneo sono intrecciate da millenni e quei popoli che hanno subito le tragedie del comunismo hanno necessità di una particolare attenzione che li aiuti a procedere nel cammino della democrazia e della giustizia.

    Nei molti articoli scritti in questi anni da Milosao, il nostro corrispondente in Albania, abbiamo via via conosciuto i gravi problemi che affliggono il paese dove  ancora una parte del mondo politico è adiacente ad attività criminali, e questo, purtroppo non è un problema solo albanese. Abbiamo seguito lo sviluppo economico di una parte dell’Albania, sentito di una forte presenza italiana nel settore imprenditoriale e appreso che molti nostri connazionali vi vivono per le bellezze ambientali e il più conveniente costo  della vita, inoltre alcuni progressi albanesi sono stati apprezzati  dall’Unione europea con la quale i rapporti sono diventati più stretti. Negli articoli di Milosao abbiamo saputo degli scandali, delle ingiustizie, della corruzione e dell’insofferenza che sempre più aumentava nella popolazione. Ora gran parte del popolo è sceso in piazza assediando i palazzi del potere. Questa insofferenza che cresceva di settimana in settimana nel corso di lunghi mesi come è sfuggita agli interlocutori internazionali? Agli osservatori europei? Al governo italiano che sa di avere in Albania suoi militari, specie della finanza di mare, per controllare ed impedire lo spaccio di droga, di carburante e di uomini? L’assordante silenzio di tutti, giornalisti compresi, che sembra abbiano scoperto solo ora una realtà di scontento esasperato, di difficoltà nel processo di legalità e democrazia dopo che le proteste sono esplose così forti in piazza, tutti hanno ignorato le altre manifestazioni e i diversi segnali, dimostrando una totale incapacità di visione geopolitica, incapacità che rafforza i già gravi timori che avevamo ed abbiamo.

    La politica non è Twitter, una frase ad effetto ma conoscenza e perciò studio di quanto avviene, non solo sul suolo nazionale ma anche ai nostri confini e più oltre ancora. Chi non l’ha capito non può governare né in Italia né in Europa. Ovunque stanno esplodendo situazioni difficili e pericolose anche per la nostra stabilità e sicurezza, è ora di comprenderlo e di prendere decisioni consapevoli, non come è stato fatto per il Venezuela.

  • Arrivano le nuove norme dell’UE che ridurranno le lungaggini burocratiche per i cittadini che vivono o lavorano in un altro Stato membro

    Da sabato 16 febbraio cominceranno ad essere applicate, in tutti gli Stati membri, nuove norme dell’UE che ridurranno costi e formalità burocratiche per i cittadini che vivono al di fuori del loro paese d’origine.

    Attualmente i cittadini che si spostano o vivono in un altro paese dell’UE – circa 17 milioni – devono chiedere l’apposizione di un timbro per dimostrare l’autenticità dei propri documenti pubblici (ad esempio, un certificato di nascita, di matrimonio o di morte).

    A norma del nuovo regolamento, quando si presenteranno documenti pubblici rilasciati in uno Stato membro dell’UE alle autorità di un altro Stato membro, non sarà più necessario alcun timbro di autenticazione e, di conseguenza, verranno meno anche le relative procedure burocratiche. In base alle nuove norme, inoltre, i cittadini non saranno più tenuti a fornire in molti casi una traduzione giurata/ufficiale del loro documento pubblico. Il regolamento prevede al tempo stesso solide garanzie per prevenire le frodi.

    Le nuove norme elimineranno una serie di procedure burocratiche:

    i documenti pubblici (certificati di nascita, di matrimonio, del casellario giudiziale, ecc.) rilasciati in un paese dell’UE dovranno essere accettati come autentici dalle autorità di un altro Stato membro senza che sia necessario apporvi alcun timbro di autenticazione;

    il regolamento elimina anche l’obbligo per i cittadini di fornire in tutti i casi una copia autenticata e una traduzione asseverata dei documenti pubblici che li riguardano. Si potrà richiedere un modulo standard multilingue, disponibile in tutte le lingue dell’UE, da presentare come ausilio alla traduzione allegato al documento pubblico per evitare l’obbligo di traduzione;

    il regolamento prevede tutele contro le frodi: in caso di dubbi fondati sull’autenticità di un documento pubblico, l’autorità ricevente potrà verificarla con l’autorità di emissione dell’altro paese dell’UE attraverso una piattaforma informatica già operativa: il sistema di informazione del mercato interno (IMI).

    Il regolamento riguarda soltanto l’autenticità dei documenti pubblici; per il riconoscimento del contenuto e degli effetti dei documenti pubblici rilasciati in un altro paese dell’Unione gli Stati membri continueranno infatti ad applicare le norme nazionali

  • La May sconfitta un’altra volta ai comuni

    Il voto ha avuto luogo giovedì sera ed ha respinto la mozione (303 sì e 258 no) da lei presentata per chiedere al Parlamento di confermare la fiducia al suo accordo sulla Brexit, con alcune modifiche che l’Unione europea aveva sempre rifiutato. Si trattava di confermare un emendamento presentato dal deputato Graham Brady, capogruppo del partito conservatore, riguardante il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese. Il voto non ha alcuna conseguenza pratica, ma indebolisce certamente la posizione della May in vista di nuovi eventuali negoziati con Bruxelles. Intanto il 29 marzo 2019, la data dell’uscita, si avvicina e il rischio della mancanza di un accordo si fa sempre più plausibile. Ma nessuno sembra preoccuparsene più di tanto, anche se larghi settori del mondo produttivo temono le conseguenze che ne potrebbero derivare. I sostenitori di un secondo referendum, addirittura, continuano a pensare che la migliore strategia sia l’attesa. Di che cosa, non si sa bene. Qualcuno pensa che col passar del tempo il Parlamento possa cambiare opinione ed accettare una posizione meno rigida sull’accordo. A mano a mano che ci si avvicina alla data fatidica “i deputati dovranno scegliere tra un secondo referendum e il “no deal”. E sceglieranno la prima opzione” – dice Eloise Todd, direttrice di un Movimento che si batte per un voto popolare sulla Brexit. Col passar del tempo – dicono gli strateghi del People’s Vote – tutte le alternative al secondo referendum, incluso l’accordo raggiunto dalla May con l’UE – verranno bocciate. La May non avrà mai i numeri necessari in Parlamento per approvare la sua intesa con Bruxelles e i suoi tentativi di ricevere dall’UE nuove concessioni, non andranno mai in porto. “A quel punto – dicono sempre quelli del People’s Vote – gli europeisti dei Tory capiranno che la May non potrà ottenere più nulla e allora si schiereranno a favore di un secondo referendum”. Anche la May vuole allungare i tempi, nella speranza che le possibilità di vittoria possano aumentare. Nel frattempo si prepara ad un nuovo incontro con il Parlamento, previsto per il 26 febbraio prossimo. E in vista di nuovi eventi i deputati favorevoli a rimanere in Europa potrebbero mobilitarsi per evitare un’uscita “no deal”. Ma puntando su che cosa?

    All’orizzonte – è Il Guardian che ne parla – s’affaccia il tentativo di Jeremy Corbyn, capo dell’opposizione, di illustrare ai negoziatori europei la sua strategia. Per avvicinarsi all’accordo già stabilito con la May? Non pare proprio. La May non vorrebbe rimanere nell’Unione doganale, mentre Corbyn potrebbe accettare questa ipotesi. Una larga intesa con la May dunque sarebbe da escludere, ma per raggiungere che cosa, allora? Gli osservatori si sbizzarriscono nell’intravvedere varie ipotesi di soluzione, ma un dato è certo: il Parlamento non è in grado di proporre scelte credibili e nello stesso tempo rifiuta quelle fatte dal governo. Cosa tentare ancora? Chi si rimangerà le scelte fatte fino ad ora? Scelte che non hanno fatto fare nessun passo avanti verso una Brexit negoziata? Prendere tempo, come auspicano coloro che sono contrari al “no deal”, e che rimarrebbero volentieri nell’UE, dove potrà portare nei prossimi 40 giorni? Mai il Regno Unito aveva offerto  un’immagine di sé così sbrindellata. Mai la sua democrazia parlamentare era stata così divisa, anche all’interno dei partiti che la strutturano. E la May non molla. Per andare dove? Fra qualche settimana avremo le risposte; rimaniamo in attesa anche noi!

  • Due errori non fanno una ragione

    Negli ultimi mesi molti insulti sono stati indirizzati dai vicepremier e ministri italiani ai rappresentanti delle istituzioni europee, a partire dal Presidente della Commissione, e molti altri insulti sono arrivati ai massimi rappresentanti di alcuni paesi europei. Ieri dal Parlamento europeo sono partiti insulti verso il Presidente del Consiglio italiano ed in molti, certamente non simpatizzanti né di Conte ne dei partiti al governo, si sono sentiti offesi, giustamente, come italiani. Hanno sbagliato i primi ed hanno sbagliato i secondi e il rispetto delle istituzioni,al di là degli uomini che le rappresentano, è andato in soffitta. Lo scadimento della politica, l’incapacità di fronteggiarsi rispettando la forma, pur essendo durissimi nella sostanza, non è nelle capacità di chi ci rappresenta in Italia ed in Europa e questo è molto grave e può portare a pericolose conseguenze.

    Che l’Italia, per colpa dell’atteggiamento dei suoi rappresentanti di governo, non abbia spesso buona stampa in Europa è un fatto antico, almeno a partire dal diverbio Berlusconi Schulz, e che l’Italia non abbia compreso che, per farsi rispettare bisogna conoscere i dossier, e non fare sparate pressappochiste o lanciare insulti, è un fatto grave, come è un fatto grave che noti ed esperti rappresentanti di gruppi politici europei scadano in battute da bar senza rendersi conto delle conseguenze, specie in vista delle prossime elezioni.

    Certo chi la fa l’aspetti e perciò il governo italiano ha avuto indietro quello che si era cercato con gli epiteti dei mesi scorsi, ma alcuni autorevoli rappresentanti del Parlamento europeo hanno dimostrato di ignorare che due errori non fanno mai una ragione e questo è particolarmente grave. Avranno tutte le parti  in causa la capacità, il buon senso, l’avvedutezza di chiedersi reciprocamente scusa e di ripartire, pur da posizioni diverse e spesso antagoniste, per occuparsi seriamente di quanto serve ai cittadini? L’immigrazione, la disoccupazione,la crisi economica, il terrorismo, la criminalità organizzata, molte guerre, più o meno vicine ai nostri confini, il deterioramento dell’ambiente, l’aumento dell’uso criminale delle nuove tecnologie, tanto per fare alcuni esempi, hanno bisogno di un’Europa unita e di una politica comune non di insulti, ripicche ed improvvisazioni.

    Aspettiamo fiduciosi, sperando che, ancora una volta, la nostra fiducia non sia tradita e che la nostra speranza non sia vanificata dai soliti interessi elettorali.

  • Conte e “gli assenti hanno sempre torto”

    Ieri in tanti, soprattutto nei banchi della sinistra, hanno deciso di disertare il discorso e il dibattito con il Presidente del Consiglio Conte a Strasburgo. Non lo hanno ascoltato, non gli hanno parlato, lo hanno ignorato, scegliendo la strada dell’assenza e dunque del non-dialogo istituzionale.
    Sulla base della mia cultura politica lo trovo sbagliato, da molti punti di vista.
    Perché nell’Unione Europea ci si confronta con tutti i governi degli Stati Membri, altrimenti salta tutto; perché non presentandosi si finisce per mancare di rispetto non solo al governo, ma anche al popolo del paese che questo governo ha eletto democraticamente, scegliendolo anche a causa dei tanti errori commessi da altri; e perché la pratica del non-confronto altezzoso rischia di incrementare i consensi di una maggioranza che si fa interprete di un senso di stanchezza, non solo italiana, verso una buona parte del cosiddetto etsablishment.
    Conte non sarebbe nemmeno il bersaglio giusto: il Presidente del Consiglio ha tenuto una posizione corretta con le istituzioni europee, è riuscito a evitare la procedura d’infrazione per eccesso di deficit, ed è in definitiva l’interprete di quella parte che nell’esecutivo tiene botta alle improvvisazioni e alle intemperanze di altri. Una parte che l’Europa ha tutto l’interesse a sostenere, tanto più in certi frangenti, e a non sospingere nel radicalismo di chi si frega le mani all’accendere della rissa.
    Per le stesse ragioni, mentre è stato sacrosanto criticare di petto il capo del governo per il crescente ritardo economico dell’Italia, è stato sbagliato definirlo un “burattino”. Sono definizioni utilissime a fare i titoli dei giornali, ma che non costruiscono niente.
    Da parte di esponenti di questo governo abbiamo sentito, e ne sentiremo ancora, termini ben peggiori. E certi fili che tengono i burattini li vedono tutti. Ma è un errore scendere sullo stesso terreno, peraltro nell’occasione meno adatta. In questo modo non solo si ridicolizza un legittimo governo, che pasticcia parecchio ma si muove anche tra le contraddizioni altrui, ma si finisce per non entrare nel merito di un disagio sociale che c’è (tanto per dirne una: oggi Bruxelles, capitale dell’Europa, ha gli aeroporti chiusi…), di errori commessi da tutti, di un’Europa che non deve essere inter-governativa ma federale – come per la questione del seggio al Consiglio di sicurezza giustamente evocata proprio da Conte.
    Il centro-sinistra italiano, e l’europeismo italiano, non possono permettersi di fare i fighetti sottraendosi al confronto o dileggiando. Perché dietro il presidente Conte (o, ed è certo tutt’altra questione, la parte non violenta dei gilet gialli), c’è nel bene e nel male un pezzo considerevole della nostra società.
    In un certo senso ieri in molti al Parlamento europeo, se avessero potuto, avrebbero ritirato il loro ambasciatore a Roma. Col risultato di fare una bella mossa eclatante che taglia i ponti ma è poi complicato gestire, che non indebolisce l’avversario, e che purtroppo non sono sicuro di chi alla fine isoli di più.

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