Europa

  • Gli elettori del Spd prendono le distanze dall’alleanza di governo con la Merkel

    Non c’è pace per i socialdemocratici tedeschi e non c’è pace per la Grosse Koalition. E’ un nuovo tsunami in casa Spd la bocciatura della coppia ‘governativa’ Olaf Scholz e Klara Geywitz come nuovi leader del partito che fu di Brandt e di Schmidt.

    Con il 53% dei voti contro il 45,3%, la base ha preferito i “campioni” della sinistra socialdemocratica, ossia il ticket composto da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans.  Il risultato del referendum su base nazionale tra gli iscritti, arrivato dopo un percorso durato oltre sei mesi, potrebbe avere conseguenze pesanti sul governo in carica guidato da Angela Merkel.

    Non tanto perché indebolisce Scholz che è vicecancelliere e ministro alle Finanze, ma perché l’elezione di Esken e Walter-Borjans rappresenta a sua volta una sorta di referendum tra i socialdemocratici sul futuro della Grosse Koalition, dato che ambedue hanno costruito buona parte della loro campagna in opposizione all’attuale alleanza di governo. Formalmente i due non sono ancora capi dell’Spd: saranno i delegati del congresso convocato per il prossimo 6 dicembre a dire l’ultima parola. Ma, in effetti, loro elezione a questo punto è data per scontata.

    La battaglia per formare il nuovo vertice dell’Spd è partita oltre sei mesi fa, dopo le dimissioni di Andrea Nahles in seguito alla debacle elettorale alle Europee, ed ha conosciuto già diversi passaggi, prima di arrivare al ballottaggio finale. Ora la partita si sposta alla prossima settimana: è qui che i delegati socialdemocratici decideranno se l’alleanza con la Cdu/Csu di Merkel continuerà fino a fine legislatura (ossia fino al 2021) oppure no. Ed è qui che la nuova coppia di vertice farà sentire tutto il suo peso.

    In teoria, Walter-Borjans ed Esken non sono favorevoli ad una fine traumatica della GroKo: il primo passo, secondo loro, è una rinegoziazione del contratto di governo. A quanto affermano le gole profonde nella Spd, il nuovo ticket intende proporre una serie di condizioni da sottoporre agli attuali alleati Cdu e Csu, tra cui ulteriori investimenti miliardari nella lotta contro i cambiamenti climatici ed un reddito minimo di 12 ore.

    Proposte che difficilmente i cristiano-democratici di Annegret Kramp-Karrenbauer e i cristiano-sociali bavaresi di Markus Soeder saranno disposti ad accettare: a quel punto, dato che in caso di un ‘no’ sonante i nuovi vertici consiglieranno al partito di uscire dalla coalizione, rischia di aprirsi la strada delle elezioni anticipate. L’altro scenario è quello di un governo di minoranza, ovviamente sempre targato Merkel, ma comunque a termine.

    Va detto che all’attuale situazione si arriva dopo diversi passaggi elettorali disastrosi per l’Spd, dalle elezioni nazionali del 2017 fino alle Europee di quest’anno passando da vari appuntamenti regionali, mentre anche i sondaggi assegnano all’ex partito di massa socialdemocratico risultati inferiori al 15%. L’Spd appare profondamente lacerata. Da una parte i “governativi” guidati appunto da Scholz, che poteva contare sull’appoggio di vari altri ‘big’ del partito, tra cui il ministro degli Esteri Heiko Maas e l’ex segretario Martin Schulz. Dall’altra, la sinistra interna – che la coppia Walter-Borjans ed Esken è arrivata ad incarnare solo pochi mesi fa – a sua volta sostenuta dalla potente associazione giovanile del partito, gli Jusos, guidati dal carismatico Kevin Kuehnert, che aveva condotto una strenua battaglia contro la GroKo già dopo le elezioni del 2017.

    Ai piani alti della Willy-Brandt-Haus, quartier generale della Spd, la preoccupazione è che la battaglia intorno alla nuova leadership possa indebolire ancora di più il partito, che dalle dimissioni di Nahles viene guidato ad interim dai “commissari” Malu Dreyer, Thorsten Schaefer-Guembel e (fino allo scorso settembre) Manuela Schwesig. “Noi rimarremo coesi, e quello che chiediamo all’esterno vale anche al nostro interno”, ha promesso Dreyer. Anche la ministra alla Famiglia Franziska Giffey e Maas non mancano di lanciare appelli all’unità del partito.

    Le previsioni che fanno le altre forze politiche non sono particolarmente ottimiste: “Sono senza parole. Questo spostamento a sinistra dell’Spd sanciscono la fine della Grosse Koalition”, ha detto il leader dei liberali dell’Fdp, Christian Lindner, secondo cui “la Germania si trova davanti al voto anticipato oppure ad un governo di minoranza. Per quanto ci riguarda siamo pronti ad un’assunzione di responsabilità”.

    Dal canto loro, anche per i vincitori a sorpresa la parola d’ordine ora è “coesione”: “Lo sappiamo tutti, ora dobbiamo stare insieme”, ha detto Esken subito dopo l’annuncio del conteggio finale, effettuato da decine di militanti che hanno scrutinato i voti arrivati per posta da tutto il Paese. “Sappiamo, però, ci si aspetta un lavoro immane”, ha aggiunto. Il tour de force con le 23 conferenze regionali attraverso le quali si è arrivato al ballottaggio finale “era solo l’inizio”.  Signorilmente, il battuto Scholz, nonostante le evidenti differenze, promette di non fare mancare il suo sostegno alla nuova leadership: “Ci metteremo tutti dietro la nuova direzione”.

    Il bello è che fino a poche settimane fa il mantra nella politica tedesca era “Borjan-Esken chi?”. Ambedue vengono da un’intensa attività a livello regionale. Walter-Borjans, 67 anni, è stato segretario di Stato nel Saarland e ministro alle Finanze nel Nordreno-Vestfalia. Esken, deputato dal 2013, alle spalle una laurea in germanistica, eletta nel Baden Wuerttemberg e in questa legislatura membro delle commissioni Interni e Digitale, in passato era nota soprattutto per aver duramente criticato l’Agenda 2010, ossia il pacchetto di riforme sociali ed economiche dell’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, da lei definito “il peccato per il quale paghiamo ancora il conto”.

    Lui, invece, oggi si sente definire “il Bernie Sanders tedesco”: in parte anche grazie al fatto che come titolare delle Finanze del suo Land “era uno che non si tirava indietro di fronte ai potenti dell’economia, perseguendo senza timori i miliardari che sfuggivano al fisco”, come annota la Zeit. Lo chiamavano il “Robin Hood dei contribuenti”: non a caso può contare, nonostante l’età ormai non più verdissima, sull’appoggio convinto dei giovani socialdemocratici.

    Non proprio l’identikit più conforme alla Cdu sempre più post-merkeliana. Per ora il segretario generale dei cristiano-democratici, Paul Ziemiak, si dice “fiducioso” di poter continuare a governare insieme alla Spd: “C’è una buona base, e quello è il contratto di coalizione”. Peccato che sia proprio la prima cosa che la coppia Walter-Borjans ed Esken intendano mettere in discussione. Appuntamento alla settimana prossima, al congresso della Spd: la battaglia è assicurata.

  • Mes e bail-in, quando la confusione regna sovrana

    Valanghe di dichiarazioni stanno ricoprendo da troppe settimane le cronache relativamente alla valutazione dell’impatto del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) provenienti dal settore politico, parlamentare e governativo. Mai come in questo caso la confusione regna sovrana creando a sua volta disorientamento.

    Sostanzialmente, rispetto al precedente Fondo salva-Stati le variazioni sono due nell’immediato. Partendo dal presupposto per cui anche l’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, è comunque soggetto alla legge statunitense non si riesce a capire, invece, per quale motivo chi opera all’interno del Mes come funzionario designato dall’Unione Europea debba godere di una assoluta immunità. L’istituto dell’immunità, va ricordato, viene riconosciuto dalla nostra Costituzione come espressione di garanzia al fine di assicurare l’assoluta libertà politica. Vederlo adesso esteso a dei “semplici” funzionari europei nell’esercizio delle proprie funzioni risulta sicuramente non comprensibile.

    In secondo luogo il Mes, ed arriviamo all’altro elemento di criticità, esprime il proprio giudizio unitamente alla Commissione europea (ed in questo caso risulta vincolante) relativamente alla sostenibilità del debito sovrano di un paese in difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie e che avesse quindi richiesto l’intervento del Mes (questo Istituto infatti è la fotocopia europea del FMI). Una valutazione che deve trovare sempre l’unanimità dei componenti, ma nel caso di una possibile criticità, questa maggioranza assoluta viene abbassata all’85 % degli aventi diritto in quanto il paese oggetto dell’analisi perde il diritto di voto. In questo contesto di straordinarietà relativamente alla maggioranza e considerando che la Germania detiene il 27% di voti risulta evidente come il Mes difficilmente potrà adottare una posizione ma sopratutto una iniziativa contraria all’interesse del gigante tedesco. Per fortuna l’introduzione o la variazione del fondo Salva Stati nel Mes non comporta come naturale conseguente l’utilizzo del bail-in, come in modo alquanto azzardato qualcuno afferma.

    Molto più critica potrebbe essere invece l’adozione di una garanzia europea, come anticipato e richiesto dalla Germania, la quale vedrebbe come fattore caratterizzante la necessità per gli Istituti bancari in possesso di titoli di Stato di una ulteriore garanzia patrimoniale. In questo caso, avendo il sistema bancario italiano investito da molti anni il surplus di liquidità (legato sia al quantitative easing che alla crescita dei depositi) in titoli del debito pubblico e non in finanziamenti alle PMI, le criticità per gli stessi istituti verrebbero sicuramente accresciute (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/). Rilevando tra l’altro come gli stessi titoli del debito sovrano vengano,  in un contesto di valutazione europea, indicati come  titoli a rischio.

    Viceversa se veramente per i politici che sostengono la inevitabilità di questa proprietà transitiva con l’introduzione del Mes fosse molto più opportuno preoccuparsi delle oltre 10 piccole banche, sei delle quali presentano un Cet 4,5 (indice relativo alla sostenibilità patrimoniale dell’Istituto di credito la cui sufficienza viene indicata con il livello 8), per il loro necessario salvataggio si potrebbe utilizzare il bail in. In questo caso mettendo a serio rischio veramente e soprattutto drammaticamente i risparmi depositati presso questi istituti di credito.

    L’introduzione del  bail-in, giova ricordarlo, venne approvata dall’intera componente parlamentare italiana europea completamente all’oscuro, per manifesta propria ignoranza,  del significato ma soprattutto delle conseguenze che questo comportava per quanto riguarda i risparmi italiani. In questo sicuramente in ottima compagnia con il Presidente dell’Associazione bancaria italiana il quale, a distanza di un anno, si accorse di quanto il bail-in potesse essere disastroso per la tenuta e soprattutto per la sicurezza dei risparmi italiani presso questi istituti di credito.

    Quindi il dibattito e la forte contrapposizione tra i sostenitori del Mes ed i suoi strenui oppositori certifica ancora una volta, anche in campo economico, il risibile livello culturale raggiunto dalla nostra classe politica e dirigente, quando poi risulterà sufficiente non ratificare questo accordo come richiesto da tutti i parlamenti dell’Unione Europea per lasciare invariata la normativa precedente.

  • Gli italiani si avviano a grandi passi all’estinzione

    Continuano a diminuire i nati: nel 2018 sono stati iscritti in Anagrafe 439.747 bambini, oltre 18 mila in meno rispetto all’anno precedente e quasi 140 mila in meno nel confronto con il 2008. Lo rileva l’Istat. Il persistente calo della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883,79 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna scende ancora attestandosi a 1,29; nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità, era 1,46. L’età media arriva a 32 anni.

    Quasi un figlio su tre è nato fuori dal matrimonio: secondo i dati Istat, la percentuale di nati fuori dalle nozze è stata nel 2018 del 32,3%; era l’8,1% nel 1995 e il 19,6% nel 2008. La quota di nati con almeno un genitore straniero (96.578, in diminuzione dal 2012) è stata del 22%. I nati da genitori entrambi stranieri sono 65.444 (14,9% del totale dei nati). In totale, lo scorso anno si è avuto un meno 4,0% di nati iscritti in Anagrafe nel 2018 rispetto al 2017. Il calo è attribuibile prevalentemente alla diminuzione dei figli di genitori entrambi italiani (-15.771 unità, l’85,7% del calo dei nati registrato nell’ultimo anno).

    Al Nord più di un nato su cinque ha genitori entrambi stranieri: è quanto emerge dal Report dell’Istat sulla natalità e la fecondità della popolazione nel 2018. Al primo posto tra i nati stranieri iscritti in anagrafe si confermano i bambini rumeni (13.530 nati nel 2018), seguiti da marocchini (9.193), albanesi (6.944) e cinesi (3.362). Queste quattro comunità rappresentano la metà del totale dei nati stranieri. L’incidenza delle nascite da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati è molto più elevata nelle regioni del Nord (20,7% nel Nord-est e 21,0% nel Nord-ovest) dove la presenza straniera è più stabile e radicata e, in misura minore, in quelle del Centro (17,5%); nel Mezzogiorno l’incidenza è molto inferiore rispetto al resto d’Italia (6,0% al Sud e 5,6% nelle Isole). Nel 2018 è di cittadinanza straniera circa un nato su quattro in Emilia-Romagna (24,3%), quasi il 22% in Lombardia, circa un nato su cinque in Veneto, Liguria, Toscana e Piemonte. La percentuale di nati stranieri è decisamente più contenuta in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo (10,5%). In media nel 2018 ha almeno un genitore straniero oltre il 30% dei nati al Nord e il 25,4% al Centro; al Sud e nelle Isole le percentuali scendono a 9,5% e 8,9%. Le regioni del Centro-nord in cui la percentuale di nati da almeno un genitore straniero è più elevata sono Emilia-Romagna (35,0%), Lombardia (30,9%), Liguria (30,1%), Veneto (29,7%) e Toscana (29,1%). Considerando la cittadinanza delle madri, al primo posto si confermano i nati da donne rumene (17.668 nati nel 2018), seguono quelli da donne marocchine (11.774) e albanesi (8.791); queste cittadinanze coprono il 43,1% delle nascite da madri straniere residenti in Italia. La propensione a formare una famiglia con figli tra concittadini (omogamia) è alta nelle comunità asiatiche e africane. All’opposto, le donne polacche, russe e brasiliane hanno più frequentemente figli con partner italiani che con connazionali.

  • Gli italiani lavorano 4 anni in meno della media dei lavoratori della Ue

    Gli italiani hanno la vita lavorativa più breve d’Europa: in media, lavorano quattro anni in meno rispetto agli altri europei. Ma a pesare sull’indicatore sono gli inattivi, che restano una delle emergenze del mercato del lavoro italiano. Lo rileva Eurostat, precisando che, dal 2000 a oggi, la vita lavorativa in Ue e in Italia si è allungata di tre anni.

    Secondo i dati – riferiti al 2018 – a lavorare di più sono gli svedesi (41,9 anni in media), seguiti da olandesi (40,5), britannici (39,2) e finlandesi (38,6). All’estremo opposto ci sono, invece, l’Italia (31,8 anni), la Croazia (32,4) e la Grecia (32,9). In Germania la vita lavorativa media tocca i 38,7 anni, mentre in Francia i 35,4. Pienamente in media Ue, la Spagna con 35,9 anni. Ma, avverte l’istituto di statistica Ue, il dato “è fortemente influenzato” dall’effetto combinato del “numero di persone inattive in un Paese” e dell'”aspettativa di vita”.

    Gli uomini lavorano più a lungo (38,6 anni) delle donne (33,7 anni) in tutti gli Stati membri, salvo Lettonia e Lituania. Malta registra il più grande divario di genere (10,6 anni), seguita dall’Italia (9,4 anni), che è anche il Paese Ue dove le donne lavorano in media meno a lungo (27 anni).

  • Stampelle in sostegno del male

    Non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

    Karl Popper

    Il nostro lettore la settimana scorsa ha avuto modo di informarsi sulle consapevoli, continue e gravi violazioni della Costituzione in Albania. E quelli che lo hanno fatto sono stati e sono tuttora i rappresentanti della maggioranza governativa. Lo hanno fatto ubbidendo agli ordini partiti dai più alti livelli politici. Eseguendo e soddisfacendo così le ambizioni e le volontà del primo ministro per controllare tutto e tutti. Ma quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania evidenzia, tra l’altro, quel male che sta cercando di divorare anche quel poco che potrebbe essere rimasto ancora di sano nella politica e nella società albanese.

    In questi ultimi giorni si sta ulteriormente intensificando lo scontro tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Scontro che sta dimostrando, per quello che realmente è, tutto il marcio che, sempre più pericolosamente, sta soffocando le istituzioni statali e non solo. Il presidente della Repubblica, con il diritto e il dovere del rappresentante della più alta istituzione dello Stato, sta accusando il primo ministro e alcuni dirigenti delle istituzioni del sistema della giustizia. L’accusa è molto grave: violazioni intenzionali e continue della Costituzione albanese con lo scopo di controllare completamente e per lungo tempo tutte le istituzioni del sistema della giustizia. Riferendosi a questa grave e allarmante realtà, il 15 novembre scorso il Presidente della Repubblica ha dichiarato che egli “ha l’obbligo di dire al popolo che qui (in Albania; n.d.a.) è tutto finito con lo Stato del diritto”. Secondo il Presidente, se svanisse anche questo sforzo che lui stia facendo per difendere la Costituzione, e cioè se “il primo ministro e i suoi catturassero e controllassero anche la Corte Costituzionale”, allora al popolo rimangono soltanto tre scelte: “o prendere le armi”, cosa che è inaccettabile per il Presidente, o accettare la situazione e “sottoporsi ad una dittatura”, oppure “andare via dall’Albania”.

    In seguito, il 22 novembre scorso, il Presidente, durante una conferenza stampa, dichiarava che la Costituzione della Repubblica d’Albania “si sta palesemente e violentemente calpestando, con un solo scopo: quello di concentrare tutti i poteri nelle mani del primo ministro attuale”. Secondo il Presidente, in Albania “il governo non rende conto a nessuno” e che “il potere esecutivo è [ormai] unificato con quello legislativo”. E per di più, il Parlamento sta violando palesemente la Costituzione, diventando così lui stesso un’istituzione anticostituzionale, perché da qualche mese non ha più la possibilità di avere 140 deputati, come prevede la Costituzione. Però nel frattempo il Parlamento ha approvato più di venti leggi, non decretate dal Presidente della Repubblica, perché giudicate come anticostituzionali e che impattano vistosamente con l’interesse pubblico. E visto che ormai sta diventando consuetudine che in Parlamento si approvano delle risoluzioni che non hanno potere obbligatorio, ma servono soltanto da facciata per la propaganda governativa, il presidente della Repubblica ammoniva il 22 novembre scorso che “L’Albania non si governa con le risoluzioni, ma soltanto con la Costituzione!”. Durante la stessa conferenza stampa, considerando con la massima responsabilità istituzionale l’allarmante situazione, il presidente della Repubblica ha dichiarato che egli chiederà “l’appoggio di tutto il popolo albanese tramite un Referendum per difendere la Repubblica”! Perché, secondo il Presidente, “sarà il popolo albanese, e soltanto lui, a decidere se accettare di ritornare alla dittatura, oppure di difendere la democrazia”. Il Presidente è convinto che con il Referendum il popolo si può esprimere direttamente e consapevolmente e che la decisione diretta del popolo è al di sopra di ogni altra decisione. Una proposta, quella del Referendum, che il Presidente sta articolando in questi ultimi giorni sempre con più determinazione e forza. Venerdì scorso ha promesso che oggi tratterà dettagliatamente questo argomento, in modo che tutti i cittadini possano capire meglio e rendersi responsabili del loro potere. Di fronte a queste forti e dirette accuse, la reazione del primo ministro e/o dei suoi ubbidienti e sottomessi luogotenenti rimane sempre la solita: battute banali in politichese, cercando, come di consuetudine, di schivare le dirette responsabilità istituzionali e/o personali.

    Durante questi ultimi giorni il Presidente della Repubblica, oltre al primo ministro e alcuni alti dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, ha accusato, senza mezzi termini e come mai era accaduto prima, anche i soliti e ben presenti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli diplomatici che quelli delle istituzioni internazionali, soprattutto le rappresentanze in Albania dell’Unione europea e dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Per il Presidente loro sono diventati degli “stracci nelle mani del primo ministro”. Proprio essi, che con il loro operato, in palese violazione della Convenzione di Vienna, hanno dimostrato di essere semplicemente dei “corrotti”, dei “pagliacci internazionali”, “ridicoli” e “buffoni”. In più il Presidente, con una lettera ufficiale ha informato l’Ufficio dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, dando anche le sue spiegazioni, che dal 18 novembre 2019 il loro rappresentante in Albania “non era più benaccetto presso l’Istituzione del Presidente della Repubblica”.

    Sono stati proprio loro, i soliti “rappresentanti internazionali”, che hanno, in vari modi, aiutato il primo ministro a “personalizzare” la riforma della giustizia, facendola diventare, nolens volens per loro, un’impresa fallita nel suo obbiettivo primario e fondamentale. E cioè una riforma che doveva garantire la divisione definitiva e l’indipendenza del sistema della giustizia dagli altri poteri, nonché a renderlo “insensibile” da qualsiasi influenza e/o ubbidienza politica. Invece e purtroppo è successo proprio il contrario. Grazie anche al sempre presente appoggio pubblico dei soliti “rappresentanti internazionali” al primo ministro, nella sua irresponsabile e pericolosa corsa verso la restaurazione di una nuova dittatura. E grazie anche a loro adesso, fatti alla mano, il primo ministro controlla tutto. L’ultimo baluardo, l’ultima roccaforte da prendere è ormai la Corte Costituzionale. E con essa anche alcune altre istituzioni del sistema della giustizia, ancora da costituire, come previste dalla “Riforma”.

    Nel frattempo, i soliti “rappresentanti internazionali”, per giustificare il loro fallimento totale con la “Riforma” del sistema della giustizia, hanno dichiarato e dichiarano “successi” inesistenti. Loro stanno cercando anche di giustificare i tanti milioni, in Euro e/o dollari statunitensi, che è costata per i cittadini europei e per quelli oltreoceano la “riforma”.  Purtroppo quanto loro stiano facendo, non solo li rende sempre più ridicoli e incredibili, ma grava anche sulla credibilità delle istituzioni che rappresentano, soprattutto quelle europee.

    Chi scrive queste righe, visto anche quanto sta accadendo in queste ultime settimane, valuta che tutte le persone responsabili, non solo in Albania, dovranno, unite, far fronte e bloccare ogni ulteriore tentativo del primo ministro di controllare totalmente il sistema della giustizia. Egli è convinto che bisogna fare tutto il possibile per impedire che ciò possa realmente accadere. Impedire anche ai soliti “rappresentanti internazionali” di diventare delle stampelle in sostegno del male, in cambio di chissà cosa. Aveva ragione Karl Popper: non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

  • L’Europa non può sottovalutare il problema demografico

    La rivitalizzazione demografica deve essere posta in cima alle politiche dell’UE. E’ questo il monito scaturito dalla conferenza del Comitato economico e sociale europeo (CESE), tenutasi a Zagabria il 14 novembre scorso. Nel suo discorso di apertura il ministro croato per la demografia, la famiglia, la gioventù e le questioni sociali, Vesna Bedeković, ha sottolineato come la Croazia si stia muovendo in questa direzione attraverso l’attuazione delle varie misure quali l’aumento dell’indennità per maternità e il prolungamento del congedo per maternità/paternità. Il filo conduttore della conferenza è stato l’analisi della situazione demografica del paese ospitante, così come evidenziato dai diversi relatori presenti. Il fine è quello di proporre suggerimenti sui quali confrontarsi per delineare una politica comune europea. Tema che sarà inserito tra le priorità nell’agenda del primo semestre del 2020 del Consiglio dell’UE, la cui presidenza sarà appunto affidata alla Croazia. Numerose le tematiche affrontate e sviluppate durante il convegno: rapido calo della popolazione europea, tasso di natalità negativo (per metà dei paesi UE), invecchiamento e riduzione della popolazione in età lavorativa e in età riproduttiva, discriminazione basata sull’età sui mercati del lavoro, aumento dell’emigrazione, soprattutto di persone giovani e istruite, nei paesi dell’Europa centrale, meridionale e orientale, in rapporto ad una minore immigrazione nelle stesse nazioni, differenze sociali ed economiche tra i vari stati europei, generale tendenza negativa degli indicatori demografici. Nel suo intervento, il presidente del CESE Luca Jahier ha sottolineato come tutte queste problematiche, se confermate nel lungo periodo, possano influire negativamente sul ruolo dell’Europa all’interno della scacchiera mondiale, in termini sia economici che politici.

  • L’UE e la Serbia rafforzano la cooperazione per il controllo delle frontiere

    L’Unione europea ha firmato il 19 novembre un accordo sulla cooperazione in materia di gestione delle frontiere tra la Serbia e l’Agenzia della guardia costiera e di frontiera dell’UE, Frontex. La cooperazione rafforzata aumenterà la sicurezza alle frontiere esterne dell’UE poiché mira a combattere l’immigrazione clandestina e la criminalità transnazionale. In base all’accordo, che fornirà una maggiore assistenza tecnica e operativa alla frontiera, Frontex e la Serbia effettueranno operazioni congiunte nelle regioni della Serbia che confinano con l’UE. Accordi simili tra l’UE e i paesi partner sono stati firmati con l’Albania nell’ottobre 2018 e il Montenegro nell’ottobre 2019. Gli accordi con la Macedonia settentrionale e la Bosnia ed Erzegovina sono in attesa di completamento.

  • Il Primo Ministro yemenita ritorna ad Aden grazie agli accordi con i separatisti

    Il 18 novembre il primo ministro dello Yemen, Maeen Abdulmalik Saeed, è arrivato nella capitale provvisoria Aden da Ryad in seguito all’accordo di condivisione del potere siglato nella capitale saudita tra il governo dello Yemen e il gruppo separatista Southern Transitional Council (STC), che aveva estromesso il governo dalla capitale. I combattenti dello STC lo scorso agosto hanno preso il controllo di Aden, che era diventata la sede del governo, dopo essere stati cacciati dalla capitale dello Yemen, Sanaa, nel 2014 da ribelli Houthi. Il governo e lo STC sono alleati nella lotta contro gli Houthi. L’Unione europea ha accolto con favore la mossa, definendola un primo passo essenziale nell’attuazione dell’accordo di Riyadh e si aspetta che tutte le parti interessate si attengano ai termini dell’accordo e mostrino una sincera collaborazione sul campo per garantirne la regolare applicazione. Il ritorno del governo ad Aden ha anche gettato le basi per la creazione di un nuovo gabinetto di 24 membri con pari rappresentanza per gli abitanti della parte meridionale del Paese, compreso lo STC.

  • L’Europa è meglio concentrica

    L’Europa è meglio concentrica. E’ questa la conclusione cui l’on. Cristiana Muscardini è pervenuta dialogando con Andrea Mascaretti (capogruppo di FdI in Consiglio comunale a Milano) e Alessandro Da Rold (giornalista de La Verità) alla presentazione del suo saggio ‘Divergenze parallele’ (Ulisse Edizioni), ospite di una delle serata degli ‘Stati generali del Mediterraneo’ che Andrea Vento (Vento & Associati) organizza alla Fabbrica del Vapore di Milano.
    Scontata già prima e a prescindere dalla Brexit Framania, cioè l’asse tra Francia e Germania (basti pensare ai Trattati dell’Eliseo e di Aquisgrana, in virtù dei quali funzionari di ciascuno dei due Paesi sono distaccati in servizio presso il Ministero degli Esteri dell’altro), l’ex eurodeputata (5 legislature dal 1989 al 2014) ritiene che l’Unione europea abbia ecceduto in celerità nell’ampliarsi. L’allargamento ai Paesi dell’ex cortina di ferro nel 2004, mentre ancora la Convenzione europea cercava di dare una Costituzione comune ai Paesi che già erano da tempo componenti della Ue, è la dimostrazione – a detta dell’onorevole – che non si può integrare tutti e subito. Salita all’epoca 28 componenti con l’inclusione dei Paesi dell’Est, la Ue ha visto spostare il proprio baricentro verso Nord, a scapito non solo dei suoi componenti affacciati sul Mediterraneo ma anche delle relazioni con l’Africa. Il risultato lo si è visto nel 2011, quando la Francia trascinò tutti dietro di sé nella destabilizzazione della Libia.
    Meglio allora, questa la tesi illustrata alla platea convenuta alla presentazione del libro, procedere con un’integrazione per gradi e volontaria. Chi ci sta ci sta e condivide con gli altri quel che si sente di condividere in aggiunta a ciò che già oggi è condiviso, gli altri seguiranno se e quando saranno in grado e se la sentiranno. Armonizzazione fiscale e doganale restano peraltro i passi più significativi, come emerso anche da interventi del pubblico, per migliorare e approfondire l’integrazione.
    Quale che sia il percorso ottimale verso l’integrazione europea, la sua percorribilità resta comunque subordinata alla presenza di classi dirigenti preparate, documentate e che non vedano nell’Europa una sinecura o una sorta di esilio lontano dalla visibilità presso l’opinione pubblica italiana, che è effettivamente linfa vitale per chi si nutre di consenso. Una legge elettorale che consenta di essere scelti dagli elettori, un percorso di formazione politica che prenda le mosse dal confronto col territorio (quello fisico, non quello virtuale) sono in tal senso una sorta di pre-requisito per evitare che l’Italia ripeta gli errori compiuti in passato, col risultato di non aver dimostrato la capacità dimostrata invece dalla Germania di tutelare la propria sovranità in sede europea (come nel caso del regolamento sul made in, relativo all’origine dei prodotti extra UE messi in commercio nel mercato unico europeo e alla lotta alla contraffazione).
    Crollato il Muro di Berlino, creato l’euro quasi di conseguenza e debellato il socialismo reale che da Mosca arrivava fino appunto a Potsdamer Platz, l’Europa non deve più temere i cosacchi e neanche chi prova a immigrare. Proprio prendendo spunto dall’89, l’accademico britannico Niall Ferguson ha indicato una decina di motivi per cui aspettarsi che quel che c’è al di là della Grande Muraglia finisca un giorno per cadere, per motivi e sotto impulsi analoghi a quelli che hanno ridotto Die Mauer a memoria storica. Ma intanto, avvisa l’on. Muscardini, la vera minaccia per l’Europa proviene, appunto, da oltre la Grande Muraglia, non dall’altra sponda del Mediterraneo.

  • Scade il 28 novembre il termine per i 18enni per partecipare a DiscoverEU

    Sono state aperte le candidature per accedere ai pass di viaggio di DiscoverEU, il programma proposto dal Parlamento europeo che da giugno 2018 ha permesso a 50.000 giovani provenienti da tutt’Europa di viaggiare e conoscere a fondo il Vecchio continente, il suo patrimonio culturale e la sua comunità. Tutti i diciottenni dell’Unione europea hanno tempo fino al 28 novembre 2019 per candidarsi e avere l’opportunità di scoprire l’Europa tra il 1° aprile e il 31 ottobre 2020.

    I requisiti richiesti per la partecipazione sono ovviamente l’avere 18 anni per il 31 dicembre 2019 ed essere cittadini europei. Chi vorrà partecipare dovrà presentare la propria candidatura sul Portale europeo per i giovani e partecipare alla selezione che consiste in quiz di cultura generale sull’Unione europea.

    I vincitori viaggeranno in tutta Europa per un periodo massimo di 30 giorni, e potranno scegliere se muoversi da soli oppure in gruppo. Il tema di DiscoverEU del 2020 sarà “Europa verde sostenibile”; i partecipanti potranno sviluppare le proprie conoscenze e competenze grazie a diverse riunioni e eventi organizzati durante il viaggio e sarà loro consegnato un diario di viaggio dove annotare le loro esperienze. Il mezzo di trasporto principale sarà il treno, ma ci sarà anche la possibilità di spostarsi in autobus o traghetto o, in via del tutto eccezionale, aereo per poter raggiungere anche le zone più remote del continente.

    La bellezza di questo progetto è messa in luce anche dal fatto che ogni anno i partecipanti, che ovviamente non si conoscono tra loro, entrano in contatto via social e si scambiano consigli e informazioni sui luoghi da visitare, formando gruppi per viaggiare o offrendosi a vicenda ospitalità.

    Il Commissario Tibor Navracsics, responsabile per l’Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport, ha infatti dichiarato la sua gioia nel constatare un forte entusiasmo da parte dei giovani e di come questi abbiano formato una vera comunità con i loro compagni di viaggio. Infine rinnova l’invito ai nuovi diciottenni a partecipare a questa esperienza di formazione umana e culturale.

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