Politica

  • La Repubblica delle parole

    Mentre luglio finisce in un calore eccezionale e chi può cerca di fuggire dai cementi arroventati delle città e finisce ad arroventarsi nelle code delle strade stravolte dai lavori in corso, ancora troppi italiani stanno ancora aspettando le liquidità promesse mesi fa dal governo, siano esse prestiti, anticipazioni o sostitutivi dello stipendio. Ancora nessun intervento è partito per snellire e rendere efficiente quella burocrazia responsabile di perdite di tempo e di denaro ma anche di quelle disfunzioni che colpiscono troppi e beneficano pochi. Si sa che fatta la legge è subito trovato l’inganno per poterla aggirare dai soliti evasori a tutto campo, tutti coloro cioè che non evadono solo le tasse ma evadono dal rispetto delle regole di comune convivenza. L’evasore a tutto campo getta i rifiuti per strada, non mette la mascherina, fa lavorare le persone in nero e le paga poco, in sintesi fa come gli pare e resta impunito perché nessuno controlla mai veramente e quando controlla non mette in comunicazione tra loro i vari sistemi informatici così tutto è inutile.

    Mentre il caldo diventa particolarmente insopportabile per gli anziani forse ci diranno ancora, come in passato, di portarli nei centri commerciali ma ora si rischia l’assembramento e il covid è in agguato, perciò anziani e bambini che non possono abbandonare, per motivi economici, le aree urbane saranno di nuovo abbandonati a loro stessi. E ancora nessuno ha fatto iniziare le ristrutturazioni degli edifici scolastici pericolanti né affidato almeno lo studio per il ripristino della rete idrica.

    A Milano si ripropongono gli stessi problemi dei quali si parlava nel lontano 1980 in consiglio comunale, il Lambro e il Seveso, le loro cicliche esondazioni, ogni volta che piove il fango che dilaga nei negozi e nelle strade, la sicurezza dei cittadini che continua a non essere garantita, quarant’anni per essere punto e a capo. Ai cittadini oggi non importa se sei di sinistra, di destra o di centro ma come sei capace di risolvere i problemi, invece abbiamo esponenti politici di ogni colore che parlano dei problemi ma non sono in grado neppure di ipotizzare come affrontarli. E’ la Repubblica delle parole e più parole dicono meno fatti fanno. In un attimo finirà l’estate e poi?

  • La Fondazione Tatarella digitalizza gli archivi della destra italiana

    La Fondazione Tatarella di Bari ha avviato la digitalizzazione dell’archivio raccolto dai fratelli Pinuccio e Salvatore Tatarella sui movimenti politici della destra italiana, con il contributo di un bando della Direzione generale Archivi del Mibact. Lo fa sapere la stessa Fondazione, affidando a una nota il commento dell’archivista Leonardo Musci, che ha già curato archivi importanti (Fondazioni Di Vagno, Craxi, Einaudi). “La Fondazione Tatarella – sottolinea Musci – ha il maggior numero di documenti del Msi e di An. Se c’è un buco archivistico a livello nazionale è a destra, con delle splendide eccezioni come la Fondazione Tatarella”.

    “Era il sogno di mio padre – spiega nella nota Fabrizio Tatarella, vicepresidente della Fondazione – costruire il più importante archivio della destra italiana. Lo stiamo realizzando. Nel panorama archivistico nazionale siamo un unicum per quando riguarda la destra italiana e la sua recente evoluzione storica. Proprio in queste stanze Pinuccio Tatarella ha immaginato il percorso della destra italiana come moderna forza di governo. Tra questi documenti e queste carte che appartengono ai due fratelli è possibile ricostruire non solo la storia e le vicende politiche di due persone, ma l’intera storia di una comunità, quella della destra italiana”.

    Con Musci, collaborano al riordino e digitalizzazione la Dabimus srl, spin off dell’Università di Bari, con il professor Nicola Barbuti. Inoltre, “collaboriamo con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica di Puglia e Basilicata e l’Università di Bari, con la quale abbiamo sottoscritto un Accordo Quadro”, ha aggiunto Fabrizio Tatarella, ringraziando la soprintendente, professoressa Annalisa Rossi, “per aver recentemente visitato la Fondazione e deciso di seguire in prima persona questo percorso”.

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • Ministero dell’Istruzione e azzeramento culturale

    Negli ultimi anni è stato escluso dalle graduatorie il personale docente privo di laurea e con il solo diploma magistrale per le scuole materne ed elementari. La corrente culturale dominante individuava in un corpo docente interamente composto da laureati la chiave di lettura per innalzarne il livello di insegnamento e, di conseguenza, il grado di istruzione.

    Ora, dopo una disastrosa sentenza del tribunale amministrativo del Lazio che ha confermato l’esclusione da questa graduatorie di personale docente con oltre venti o trent’anni di esperienza professionale, vengono inseriti gli studenti privi di ogni competenza, come di esperienza, ma che possono vantare dei crediti qualificanti inseriti proprio con il fine di ottenere un punteggio in graduatoria.

    Da sempre si afferma che l’Italia sia un Paese rivolto al passato e non al futuro, quindi incapace di comprendere ed assimilare l’evoluzione della società, anche nelle espressioni culturali ed economiche sempre più complesse ed articolate. L’l’ultima scelta del peggiore ministro dell’Istruzione, Azzolina, inserisce all’interno delle graduatorie delle “persone a professionalità ed esperienze zero” in quanto prive di qualifica e titoli e, per di più, senza alcuna esperienza per le scuole materne ed elementari.

    Una scelta scellerata che in un colpo solo dimostra come il nostro Paese non rivolga più il proprio sguardo al passato in quanto non riconosce in nessun modo il valore dell’esperienza. Contemporaneamente, “a propria insaputa”, la trovata del ministro “dell’istruzione e della distruzione” pregiudica il futuro di questo Paese in quanto mette in qualità di artifici dello sviluppo futuro una nuova classe di personale docente privo di alcuna qualifica e di esperienza professionale.

    L’estinzione della nostra cultura e del ruolo del nostro Paese nel contesto internazionale rappresenta la naturale evoluzione di tali scellerate scelte politiche espresse da una classe politica che elegge la propria inadeguatezza a propria virtù determinando l’azzeramento culturale italiano.

  • Sine cura

    Far ripartire l’Italia, attuare il decreto semplificazioni in un Paese dove alcune regioni, come la Liguria, sono praticamente isolate per i lavori e le manutenzioni stradali non fatte, sembra più una presa in giro che altro. Ogni giorno nuovi annunci e promesse da parte di una classe politica troppo spesso impudente ed imprudente e troppe delusioni per i cittadini che, dopo aver subito la crisi economica, nata oltre Oceano, il covid, regalatoci dalla via della seta e dal silenzio dell’Oms sulla realtà cinese, oggi quotidianamente vedono frustrata ogni speranza dall’insipienza di coloro che dovrebbero indicare la strada.

    Siamo quasi a metà luglio e non è ancora partito un cantiere, salvo quelli stradali di poco conto ma di grande impiccio per il traffico, quelli che potevano essere aperti proprio nei mesi scorsi quando per le strade non c’erano macchine. Neppure i lavori per mettere in sesto le scuole pericolanti, per renderle idonee, tra due mesi, ad accogliere gli studenti che dovranno stare distanziati. Sono partiti e neppure una voce si è alzata, né dalla maggioranza né dall’opposizione, per indicare come affrontare l’urgenza derivante dalla necessità di ripristino di una rete idrica al collasso in tutta Italia. Perdiamo ogni giorno un’intollerabile quantità d’acqua, bene non rinnovabile, mentre la siccità avanza ed i ghiacciai si sciolgono togliendo preziose riserve.

    La politica si incarta tra picche e ripicche e quello che serve al Paese resta una sine cura.

  • Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte

    Che il governo italiano non abbia una linea univoca su: quali fondi europei utilizzare e come utilizzarli, come affrontare i prossimi mesi, dalla riapertura delle scuole alle decisioni da prendere per far ripartire l’economia, al di là delle tante promesse fatte e non realizzate, su come risolvere il vulnus costituzionale che si creerà se, insieme alle elezioni regionali, ci sarà anche il voto referendario, appare chiaro anche ai più distratti. Parliamo di vulnus alla Costituzione perché nella stessa si vieta di dare corso ai referendum contestualmente ad elezioni che abbiano carattere politico come è per la Camera, il Senato e le Regioni. I motivi di contrasto, nel governo, sono anche molti altri, mentre troppi lavoratori aspettano la cassa integrazione da mesi e ogni giorno chiudono piccole e medie attività, portando nuova disoccupazione e nuovi problemi in molti settori.

    La mancanza di visione comune tra il Pd ed i Cinque Stelle, e all’interno di questi stessi partiti, rende sempre più difficile dare risposte in tempi brevi alle tante urgenze, né renderà facile trovare un accordo per la nuova legge elettorale che dovrebbe comunque essere varata sia per ridare maggior democrazia al voto che per risolvere i problemi conseguenti ai risultati del referendum.

    Come abbiamo più volte detto e scritto una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte e in Italia, da troppo tempo, abbiamo leggi elettorali che espropriano gli elettori di questo diritto imponendo loro le scelte fatte dai capi partito i quali decidono, scelgono chi dovrà essere parlamentare. Altra conseguenza negativa dell’attuale sistema elettorale è quella che porta gli eletti, che di fatto sono dei nominati, a non occuparsi più del territorio, delle reali esigenze dei cittadini, ma a rapportarsi solo con le gerarchie di partito perché le stesse possono garantire loro un nuovo mandato. Si è di fatto tolto al Parlamento il suo ruolo di rappresentante dell’elettorato ed i partiti, contro i quali, a partire dai 5Stelle, si è tanto gridato sono più che mai i veri detentori del potere. Un potere che esercitano senza remore anche perché non si è mai dato corso a quanto la Costituzione chiedeva e cioè che i partiti avessero quella personalità giuridica che li avrebbe costretti a rispettare regole interne di democrazia e a sottoporre il controllo dei loro bilanci alla Corte dei Conti.

    Fino a quando i cittadini non potranno eleggere i propri rappresentanti liberi dalle imposizioni dei segretari e presidenti delle varie formazioni politiche avremo sempre una democrazia incompiuta ed un Parlamento condizionato e, come è avvenuto sempre più anche negli ultimi mesi, esautorato dai suoi compiti e poteri. Uniamo tutti la nostra voce per chiedere che il referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari si svolga in una data diversa dalle elezioni regionali e in un momento nel quale ci si possa confrontare in dibattiti pubblici, cosa che per il Covid non si potrà fare ancora per molto. La diminuzione del numero dei parlamentari comporta una modifica costituzionale importante che non si può realizzare in tempi brevi, con un governo diviso praticamente su tutto e alieno da qualunque dialogo con l’opposizione.

    Il problema resta comunque uno, per una democrazia compiuta i parlamentari devono rispondere ai cittadini che li hanno eletti non ai partiti che li hanno nominati, per una democrazia compiuta non è importante avere qualche parlamentare in più o in meno ma avere la certezza che ogni eletto faccia il lavoro che gli compete, non sia corrotto o corrompibile e sappia quello che sta facendo perché, piaccia o meno, il potere legislativo spetta al Parlamento, onore importante dal quale discende il presente e il futuro di ciascuno di noi.

  • Qual è il senso degli Stati Generali dell’economia?

    In questi giorni quando sento parlare di “Stati generali dell’economia” mi viene la tentazione di fare un atto liberatorio parafrasando il caro rag. Fantozzi e mettermi a urlare: Gli Stati Generali sono… una boiata pazzesca!

    Cosa potrebbero essere altrimenti? Un nuovo e temporaneo organo costituzionale con il compito di esaminare la società italiana e suggerire al Governo e al Parlamento cosa dovrebbero fare? Non si voleva chiudere il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro)? Secondo la sua vocazione dovrebbe essere: “un organo di rilievo costituzionale italiano con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni. Le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale, nell’ambito delle quali ha diritto all’iniziativa legislativa”. Si tratta allora di un doppione?

    E poi: prima di fare una qualsiasi legge, le Commissioni Parlamentari hanno il diritto di “audire” i rappresentanti delle categorie interessate a quella legge e chiunque altro sia in grado di dare un potenziale contributo affinché il Parlamento legiferi a ragion veduta. E anche: tutti gli ultimi Governi non hanno nominato stuoli di consulenti che hanno elaborato corposi studi su cosa si potrebbe fare per affrontare le crisi finanziaria ed economica che soffriamo da diversi anni (l’ultimo il gruppo Colao)? Tutto vano? Tutto inutile? Cosa ne dice la Costituzione?

    Purtroppo, occorre ammettere che non c’è da stupirsi che i politici attuali non sappiano raccapezzarsi e non abbiano alcuna idea su cosa fare. Il vezzo dell’antipolitica sobillata da fuori (e perfino da dentro) il Parlamento non ha lasciato scampo.

    Una volta esistevano i partiti che erano, o almeno si pensava fossero, un raggruppamento di persone che avevano più o meno le stesse idee di come andasse organizzata la società. Chi li sosteneva e chi li votava lo faceva perché, almeno a grandi linee, condivideva le loro proposte. Ogni partito rappresentava un modo di come avrebbe dovuto essere ordinato il vivere comune, l’economia, la politica internazionale. Era naturale che dentro gli stessi partiti ci fossero dibattiti, confronti, magari anche scontri, ma sempre sulle idee, sui progetti, su una visione del mondo. È così che proprio attraverso quei dibattiti interni i politici facevano esperienza, che si rinforzavano nelle loro idee e guadagnavano la capacità di difenderle nelle varie sedi istituzionali. Qualcuno ha perfino dato vita a scuole di formazione interne, utili sia per l’approfondimento delle idee sia per conoscere le tecniche di gestione del bene collettivo.

    Così come accade ad ogni struttura, e già lo scriveva il politologo Robert Michels all’inizio del novecento, ogni organizzazione tende a burocratizzarsi e finisce col privilegiare l’obiettivo della propria stessa sopravvivenza. Nessuno può negare che sia ciò che è successo ai partiti. La loro involuzione in quella direzione è diventata sempre più manifesta e questo spiega perché l’opinione pubblica e vari commentatori siano arrivati a definire il mondo politico come una “casta”. Quegli stessi critici dimenticano però che anche altre consorterie hanno seguito la stessa strada nonostante non se ne parli. Se i politici sono una “casta”, lo sono anche i magistrati (vedi il caso Palamara, che ha portato allo scoperto qualcosa che già tutti sapevano). Lo sono i giornalisti, che hanno goduto grandi privilegi pensionistici nonostante le leggi Dini e Fornero. Lo sono i sindacati, di cui nessuno parla in merito a quanti soldi ricevono continuamente e a vario titolo dallo Stato senza risponderne ad alcuno che a sé stessi. Lo sono tante altre corporazioni, i preti, i professori universitari, ecc. La differenza, importante, è che i politici hanno la responsabilità di gestire TUTTA la cosa pubblica e non solo una parte di essa. All’interno dei vecchi partiti avveniva una selezione naturale che lasciava emergere, verso ruoli istituzionali man mano più importanti, quelli che meglio sapevano difendere le proprie idee e che più erano preparati verso il ruolo che avrebbero assunto.

    Aver distrutto i partiti, ci piaccia o non ci piaccia, ha cancellato sia la “gavetta” sia la competenza. Oggi la maggior parte di coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica sono persone senza arte né parte. Non si sa da dove vengano, né quali esperienze possano aver accumulato.

    Quando nacque Forza Italia sulle rovine della cosiddetta Prima Repubblica, si pensò che occorreva sostituire i politici di professione con persone esperte della vita economica quotidiana. Molti dei primi politici di quel partito venivano dal mondo dell’industria, del commercio, o avevano, comunque, una passata esperienza in associazioni di qualche genere. Si trattò, già allora, di un grave errore perché gestire la cosa pubblica è ben diverso dal gestire una azienda o dallo svolgere una attività commerciale. In questi settori l’obiettivo è, necessariamente, il profitto dell’organizzazione per cui si lavora. Fare politica è, invece, tentare di conciliare per quanto possibile gli interessi di tutti, anche quando tra loro contrapposti.

    Insistere con la retorica antipolitica e antipartitica, come si continua a fare, peggiora soltanto la situazione. Molti degli attuali parlamentari, e addirittura qualche ministro, non solo non aveva mai fatto politica ma nemmeno svolto alcun lavoro. Anche chi lo ha fatto, non ha avuto né il tempo né l’opportunità di un qualunque ruolo minimamente dirigenziale.

    C’è da stupirsi che tutti siano concordi nel definire questo Parlamento e questo Governo come una massa di incompetenti? C’è da stupirsi di questa ridicola trovata del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di voler dar vita ai cosiddetti “Stati Generali”?

    Qual è l’obiettivo cui i fautori di questo pseudo progetto puntano? Farsi dire da qualche professore o, semplicemente, da qualche amico degli amici cosa il Governo dovrà fare? Ha forse quel governo elaborato in precedenza la strada da intraprendere e vuole sentire l’opinione dalla società civile? Se veramente Conte ed i suoi accoliti avessero già una proposta non sarebbe istituzionalmente (e costituzionalmente) più naturale sottoporla al dibattito ed al giudizio del Parlamento?  Questi parlamentari sono stati eletti (anzi, più correttamente dovrei dire “nominati”) attraverso il voto dato a dei partiti. Ma quei partiti hanno cercato il consenso in base a qualche proposta politica oppure hanno solamente sollecitato la pancia dei loro elettori senza dire mai nulla di concreto e operativo?

    Se i nostri rappresentanti alla Camera e al Senato fossero stati eletti per le idee e per le proposte che avanzavano, se esercitassero veramente il loro ruolo di rappresentanti del popolo, allora toccherebbe a loro audire il parere di vari soggetti sulla proposta elaborata dalle Camere o arrivata a loro dal governo.

    Convocare degli Stati Generali dell’economia, riunirli al di fuori del Parlamento, affrontarli alla cieca senza avere precedentemente elaborato una qualunque idea completa, significa veramente essere arrivati al gradino più basso della vita politica e istituzionale. E non si tratta nemmeno di una grande revisione costituzionale che miri a qualche cambiamento radicale della vita collettiva! Farlo per chiedere consigli, non si sa bene a chi, su quali decisioni economiche intraprendere è un’ammissione evidente che chi dovrebbe decidere si trova senza idee. In altre parole: è allo sbando.

    Quasi quasi c’è da sperare che si tratti, come qualcuno ha suggerito, soltanto di una passerella mediatica.

     

  • Nuova gelata tra le due Coree

    La Corea del Nord chiuderà le comunicazioni con la Corea del Sud, un nuovo passo indietro nei rapporti tra i due Paesi divisi dal trentottesimo parallelo. La mossa è scaturita dopo le polemiche per la propaganda anti-nordcoreana, condotta con i volantini, definiti “diffamatori” dal Nord, dei gruppi di dissidenti del regime che si sono rifugiati al Sud: una “marmaglia”, ha tuonato Pyongyang, che con le sue azioni ha causato una “catastrofe”. “Siamo giunti alla conclusione che non c’è bisogno di sedersi faccia a faccia con le autorità sudcoreane e che non ci sono questioni da discutere con loro”, è la secca posizione di Pyongyang, che definisce Seul “un nemico”. I volantini erano trasportati da alcuni palloni fatti volare da disertori e attivisti e accusavano il leader nordcoreano Kim Jong Un per le violazioni dei diritti umani e la politica sul nucleare.

    La Corea del Nord “taglierà completamente e chiuderà la linea di comunicazione con il Sud, che sono state mantenute attraverso l’ufficio di collegamento”, a partire dal 9 giugno, come “primo passo” per porre fine a tutti i contatti, prosegue il comunicato dell’agenzia di stampa del regime Kcna, che cita il vice presidente del Partito dei Lavoratori, Kim Yong-chol, e Kim Yo-jong, la sorella del dittatore Kim Jong-un. La tensione era palpabile già da quando la Corea del Nord non ha risposto ad una chiamata telefonica del Sud, per la prima volta dal 2018, quando venne istituito l’ufficio di collegamento. Pyongyang ha risposto, però, ad una successiva più tardi. Il 9 giugno, invece, ha confermato Seul, non ci sono stati contatti.

    La mossa del regime sembra mettere a repentaglio la fase di “disgelo olimpico”, alla quale seguirono tre summit tra Kim e il presidente Moon Jae-in e due vertici tra il leader nordcoreano e il presidente Usa, Donald Trump, da cui non è però nato un accordo per la denuclearizzazione della penisola: i lanci di materiale propagandistico che “hanno danneggiato la dignità della leadership suprema” nordcoreana sono, per il regime, una violazione degli accordi presi con Seul nell’aprile 2018. “Non baratteremo mai la dignità della nostra leadership suprema per qualsiasi cosa, ma la difenderemo a costo delle nostre vite”, si legge nel comunicato. Una risposta pacata è arrivata da Seul, che non si mostra sorpresa della decisione. Il ministero per l’Unificazione ha promesso di continuare a lavorare per “la pace e la prosperità” della penisola, mentre la Casa Blu, l’ufficio presidenziale, ha scelto di non commentare e di non convocare il Consiglio di sicurezza nazionale. “Il governo ha già espresso la propria posizione tramite il ministero dell’Unificazione”, ha tagliato corto un funzionario, e Seul è in contatto con Washington. Fa da pompiere la Cina, che spera che le due Coree possano “continuare a collaborare attraverso il dialogo.

  • 9 maggio 1978…

    L’onorevole Aldo Moro viene trovato ucciso all’interno di una Renault 4 in via Caetani a Roma. Il discendente di De Gasperi era considerato allora come oggi un grande statista perché aveva previsto la possibile deriva autoritaria dei nostri giorni in nome di uno Stato etico e quindi autoritario.

    Il 9 maggio 1978 Aldo Moro viene ucciso da volgari esponenti delle brigate rosse dopo una detenzione inumana durante la quale fu anche sottoposto ad un ridicolo quanto ingiusto processo istituito solo per offrire ai suoi miserabili aguzzini ed assassini la giustificazione per la sua morte.

    Ora tutti questi personaggi sono liberi in nome di quella “ragione di stato” giustamente criticata dal dirigente della Democrazia Cristiana in quanto deriva antidemocratica alla quale il cittadino deve opporsi al fine di tutelare le libertà costituzionali e democratiche.

    Il suo pensiero rimane attuale anche in relazione al percorso successivo dei suoi assassini nel quale emerge chiaramente come la ragione di stato prevalga sulla giusta ambizione ad un vero senso di giustizia e rispetto per le vittime. Vanno ricordati infatti gli agenti della scorta dell’onorevole trucidati in via Fani.

    Proprio ora, in un momento di sospensione delle libertà democratiche e personali, il pensiero di Aldo Moro trova la sua conferma.

  • Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica

    Il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne.
    Charles Péguy, da “Pensieri”

    Domenica scorsa, 29 marzo, è arrivato in Italia un gruppo di 30 medici ed infermieri dall’Albania. Dopo l’arrivo e l’accoglienza ufficiale a Verona, il gruppo è stato trasferito a Brescia, dove era stabilito che gli specialisti albanesi dovevano prestare servizio. Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata. Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese. Diversi i servizi televisivi in tutte le edizioni della domenica e anche del giorno successivo, nonché molte interviste per alcune televisioni e giornali, compreso anche uno sportivo. L’autore di queste righe, però, considera tutto ciò semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio. Riferendosi al sopracitato evento, egli scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020): “Purtroppo, a fatti ormai accaduti e ben evidenziati quotidianamente, risulterebbe che al primo ministro non interessa tanto la salute dei cittadini”. E continuava, sottolineando che “Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici. Sia in Albania che, quando si può e si crea l’opportunità, anche all’estero.”. Era perciò un’altra “ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Apparire, però, non per quello che veramente è e per come ormai lo conoscono bene in patria. No. È apparso senza la mascherina, come “consiglia” i cittadini da “padre degli albanesi”, ma comunque mascherato, recitando il ruolo del dirigente politico “attraente e alla moda”, ma anche “premuroso” per le sofferenze degli altri.

    Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, dalla quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati. Sia sulla realtà vissuta in Albania che, e soprattutto, su quello che realmente rappresenta il primo ministro albanese. Al pubblico italiano lui è stato presentato come un “modello interessante di positività”, mentre in patria la sua irresponsabilità istituzionale e/o personale, nonché il modo abusivo di gestire il potere e la cosa pubblica risultano essere ormai un’opinione sempre più consolidata e diffusa. Durante quella sopracitata buffonata mediatica della settimana scorsa, gli attenti “registi” hanno nascosto però ai cittadini italiani un “dettaglio”. E cioè che ormai in Albania, in seguito ad una ben ideata e attuata strategia, si sta pericolosamente consolidando una nuova dittatura. Una dittatura capeggiata dal primo ministro che ormai controlla quasi tutte le istituzioni statali e governative. Da colui che oltre al potere esecutivo e legislativo, ormai ha sotto controllo quasi tutti i media. Da colui che, per mettere sotto controllo anche quella parte non controllata e non sottomessa dei media, qualche settimana fa ha fatto approvare, dai suoi “eunuchi” deputati, una nuova legge che ha chiamato la “legge anti calunnia”! Niente di tutto ciò ed altro ancora è stato detto ai cittadini italiani durante tutta quella messinscena mediatica della settimana scorsa in Italia. Così facendo, i “registi” e gli attenti “curatori” della buffonata hanno semplicemente ingannato il pubblico italiano, presentandogli il primo ministro albanese come un “santo”, un dirigente “premuroso”, sia per i suoi cittadini che per quegli italiani, in questo grave momento di grande bisogno dovuto alla pandemia. Nascondendo così il suo vero volto e il vero carattere, quello del dittatore imbroglione. Quello del primo ministro albanese non era un atto di solidarietà e di “riconoscimento” nei confronti del popolo italiano, bensì una “trovata pubblicitaria”, una boccata d’aria per un affannato che sta attraversando un periodo molto difficile in patria. A proposito e rimanendo sempre sul tema: la scorsa settimana non è stata riservata la stessa “accoglienza” mediatica ai medici arrivati dalla Polonia. Come non è stato fatto anche con i loro colleghi albanesi. E neanche con i 30 medici e infermieri (sempre lo stesso numero!) arrivati ieri in Italia dall’Ucraina. Come neanche per gli aiuti materiali arrivati, sempre ieri, dall’Egitto. Ci sono stati, sì, dei servizi televisivi all’interno dei telegiornali, ma tutto è finito lì. Nessun spazio televisivo e/o della carta stampata, alle autorità che hanno accompagnato i medici e/o il materiale sanitario. Niente di tutto ciò che è stato riservato al primo ministro albanese. Chissà perché?!

    Ormai tutta l’opinione pubblica è convinta e consapevole che l’Italia, nel frattempo e da più di un mese, sta affrontando una situazione grave, con drammatiche conseguenze in vite umane, dovuta proprio alla pandemia. Da alcune settimane, oltre alla stessa pandemia, coloro che hanno la responsabilità di gestire la cosa pubblica in Italia stanno cercando di trovare nuove ed ulteriori risorse finanziarie, indispensabili per affrontare non tanto la pandemia stessa, ma le sue conseguenze. Ormai è una convinzione comune di tutti gli specialisti e delle istituzioni specializzate in economia e finanza nel mondo che il periodo dopo la pandemia sarà un periodo molto difficile a scala globale. Italia compresa. Ragion per cui i massimi rappresentanti politici e/o quelli delle istituzioni responsabili stanno cercando di garantire un maggiore e concerto sostegno finanziario e/o delle agevolazioni di vario tipo. Da alcune settimane i rappresentanti della maggioranza governativa e delle istituzioni responsabili in Italia stanno trattando sia con le istituzioni specializzate dell’Unione europea che con i massimi rappresentanti politici dei singoli paesi. Sono ormai note a tutti le difficoltà e gli attriti che si stanno verificando e rivelando sia a livello dell’Unione europea che tra i singoli e/o raggruppamenti di paesi membri dell’Unione.

    Da alcune settimane in Italia è stata messa in moto una pungente campagna diplomatica, istituzionale e mediatica che aveva, ed ha, come obiettivo sia le istituzioni dell’Unione europea e i loro dirigenti, che quelli di alcuni Stati membri dell’Unione. Una campagna che mirava e continua a mirare all’ottenimento di supporti e/o agevolazioni finanziarie per affrontare meglio la pandemia, ma soprattutto per affrontare il grave periodo economico e finanziario che si prospetta dopo la pandemia, a livello globale. Il presidente del Consiglio italiano non è stato soddisfatto neanche dalle dichiarazioni della presidente della Commissione europea rilasciate durante un’intervista ad un quotidiano italiano. Tenendo presente tutta quella messinscena, in Albania è ormai opinione diffusa che il sopracitato supporto mediatico offerto al primo ministro faceva parte proprio di quella campagna e serviva, per quello che poteva, a “mettere in imbarazzo” l’Unione europea e i singoli paesi membri. Opinione condivisa anche dagli analisti in Italia.

    Chi scrive queste righe pensa che potrebbe veramente trattarsi di una messinscena mediatica con degli obiettivi diversi da raggiungere. Da tutte e due le parti. Egli però considera comprensibile tutta la preoccupazione dei massimi rappresentanti politici e istituzionali in Italia che stanno cercando finanziamenti ad affrontare la prevista crisi per il bene degli italiani. Mentre condanna l’ennesima buffonata del primo ministro albanese che sta disperatamente cercando “sostegno”, anche tramite messinscene mediatiche, per consolidare la sua dittatura contro il popolo albanese! La differenza è abissale! Chi scrive queste righe condivide il pensiero di Charles Péguy. E cioè che il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne. Perciò gli albanesi non devono permettere ad una persona, afflitta da aberrazioni mentali, di rovinare il loro futuro.

     

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