Politica

  • I costi occulti della crisi degli istituti bancari italiani

    Desta un sincero sconcerto l’assoluta miopia della compagine governativa, ma anche politica nella sua particolare complessità, in relazione alla gestione complessa della crisi bancaria italiana nella sua articolazione.

    Dopo che il Ministero del Tesoro investì 6,9 miliardi nel Monte di Paschi di Siena, il cui valore ora risulta svalutato di 5,5 miliardi (si ricorda che si tratta  sempre di risorse dei contribuenti ) nella gestione dei crediti inesigibili, la banca senese ha messo all’asta le pugliesi Saline di Margherita di Savoia (per circa 16,2 milioni), che rappresentano comunque un importante tassello della filiera agroalimentare italiana.

    In questo senso va, infatti, ricordato come il costante basso tasso della crescita italiana dipenda solo in parte dallo scarso aumento della produttività (unico mantra del pensiero economico italico), che ovviamente esclude dall’applicazione di tale pensiero la pubblica amministrazione. Esso dipende soprattutto dalla perdita di asset che, inseriti in filiere complesse produttive, diventano fattori non solo di creazione di valore aggiunto ma direttamente esponenti moltiplicatori del valore stesso con creazione di Pil  e successiva  crescita economica consolidata.

    Una moltiplicazione di valore aggiunto  che, viceversa, non può scaturire dalla semplice commercializzazione di “un prodotto turistico”, sempre positivo ma a scarso effetto moltiplicatore, anche sociale, di questa tipologia di economia. Da questo, infatti, la filiera produttiva si distingue proprio per il valore e l’effetto moltiplicatore dei singoli  fattori che partecipano alla filiera stessa e che contribuiscono alla creazione di un prodotto complesso che distribuisce la propria crescita di valore nelle diverse fasi di produzione.

    Ora, invece, esattamente come negli anni ‘90 vennero ceduti  tutti gli asset relativi alla filiera dello zucchero (dalla coltivazione della  barbabietola alla sua raffinazione), ora, nella complessa gestione di una crisi bancaria ancora distante dalla sua definizione, si procede nella scellerata cessione di asset compresi in filiere complesse produttive. Se poi queste determinate operazioni risultano espressione di responsabilità di una banca di fatto pubblica il senso del paradosso diventa insopportabile.

    Il problema della tutela normativa degli asset produttivi e di sostegno con politiche fiscali di  vantaggio”,  già di per sé sottovalutato da vent’anni da ogni governo, trova oggi nella gestione della crisi bancaria un ulteriore scenario sfavorevole che dovrebbe per contro far scaturite una rinnovata attenzione da parte del mondo della politica e del governo. Questi, invece, risultano assolutamente distratti dalle tematiche  di spesa pubblica (una della due forme di potere in Italia assieme alla gestione del credito https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/) contribuendo all’impoverimento progressivo di fattori produttivi che concorrono alla determinazione della crescita economica italiana.

    P.S. Nel frattempo lo stabilimento del caffè Hag e Splendid chiude per delocalizzare la produzione…

  • Sacrosante proteste degli studenti

    Nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di essa.

    Theodore Roosevelt

    Si continua a protestare in Francia. Anche lo scorso sabato, il quarto in seguito, a Parigi sono scesi in piazza i cosiddetti “gilet gialli”. Dalla metà del novembre scorso, in varie città della Francia si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante, l’aumento delle tasse e del costo elevato della vita. Si protesta contro le politiche del presidente Emmanuel Macron, il quale viene considerato come il colpevole principale di tutto ciò. Per il quarto sabato consecutivo a Parigi, e soprattutto nell’area tra Les Champs-Elysees, la Tour Eiffel, la Place de la Concorde e il museo del Louvre sono stati ripetuti gli scontri violenti, con decine di feriti e centinaia di fermati. Purtroppo, anche lo scorso sabato, i famigerati e gli immancabili black block, attivisti dell’estrema sinistra, infiltrati tra i “gilet gialli”, hanno assaltato i negozi, hanno dato alle fiamme le auto e hanno assalito duramente le massicce forze dell’ordine. Da sottolineare, ovviamente, che questi atti vandalici non hanno a che fare con le proteste dei “gilet gialli” e perciò non possono compromettere e infangare le loro giuste cause.

    Giovedì 6 Dicembre 2018, un’altra massiccia protesta ha scosso la Francia. Gli studenti dei licei di tutto il paese sono scesi in piazza per protestare contro la riforma dell’esame di maturità e del sistema di selezione per l’ingresso all’università. Non sono mancati gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine, con decine di arresti e molti feriti. Purtroppo, sono stati evidenziati atti ingiustificati e ingiustificabili da parte della polizia. Scene immortalate da fotografie e video, che mostrano alcune decine di studenti liceali fermati, messi in ginocchio e con le mani in testa, in riga o di fronte a un muro, sorvegliati a vista dagli agenti di polizia in assetto antisommossa. Sono degli atti che hanno messo la polizia francese sotto accusa. La reazione pubblica è stata immediata e forte. Anche quella istituzionale. Tutto ciò accadeva tra i licei Saint-Exupery e Jean-Rostand, a Mantes-la-Jolie, nel nord di Parigi, dopo gli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti. Sono state delle immagini che hanno ricordato all’opinione pubblica, non solo in Francia, altri tempi e altri regimi.

    Dicembre di proteste questo del 2018. Così è cominciato questo mese anche in Albania. Da mercoledì scorso, 5 dicembre, a Tirana gli studenti sono scesi in piazza. E non solo a Tirana, ma anche in altre città, gli studenti protestano contro i costi alti e spesso proibitivi che devono affrontare, sia per l’iscrizione, che per gli esami non superati e/o rimandati e per tante altre pratiche burocratiche. Sono dei costi che, visto il continuo impoverimento della popolazione, diventano insopportabili per le famiglie albanesi. Da sottolineare che ci si riferisce alle università pubbliche.

    Tutta questa situazione è stata creata dopo l’approvazione da parte del Parlamento, nel luglio 2015, della legge dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica. Legge approvata anche con i voti trasversali di una parte dell’attuale opposizione parlamentare. Si tratta di una legge proposta allora dal governo e considerata da molti come una legge sbagliata, ingiusta e clientelistica. Una legge che, fatti alla mano, è stata ideata e portata avanti da lobby vicine ad alcuni proprietari di università private in Albania. Grazie a quella legge hanno beneficiato e continuano a farlo proprio le università private, le quali hanno aumentato le iscrizioni. Ma comunque, e per lo meno, le università private hanno arginato il calo delle iscrizioni, dovuto alle tariffe spesso proibitive per una popolazione sempre più povera.

    Le vere ragioni delle proteste di questi giorni degli studenti delle università pubbliche, dimostrano e mettono in rilievo, tra l’altro, anche l’ingiustizia sociale, causata dalla sopracitata legge. E, allo stesso tempo, dimostrano e mettono in rilievo anche il fallimento totale di una delle riforme volute e portate avanti con tanto clamore dalla propaganda governativa. Quella dell’istruzione. Che poi rappresenta soltanto uno dei tanti, di tutti i fallimenti di altrettante riforme attuate in Albania dal 2013 in poi, e sbandierate come successo dal primo ministro e i suoi.

    Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo.

    Adesso, come 28 anni fa, l’inizio di dicembre è arrivato con proteste massicce degli studenti. E adesso, come 28 anni fa, tra le tante frasi che articolano chiaramente e gridano ad alta voce gli studenti, oltre a quelle economiche e di denuncia, è “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Perciò, anche adesso, come 28 anni fa, la protesta degli studenti è, in principio, una protesta contro il sistema.

    Quanto sta succedendo in questi ultimi giorni a Tirana, ma soprattutto quanto potrebbe eventualmente accadere nel prossimo futuro, ha messo in grande difficoltà il primo ministro. Lui e i suoi stanno cercando a tutti i costi, di soffocare e di isolare la sacrosanta protesta degli studenti. Dal secondo giorno delle proteste, gli “strateghi” del primo ministro hanno messo in moto delle strategie per compromettere e/o manipolare la protesta degli studenti. Oltre all’insidiosa propaganda mediatica, un gruppo di studenti infiltrati sta cercando di “monopolizzare” la protesta. Infiltrati che, ad onor del vero, sono riusciti, fino a sabato scorso, a “isolare” la protesta, proclamando la protesta come “non politica”. Mentre tutto in questa protesta è politica. E questo è un fatto ovvio, lo testimonia chiaramente il concetto stesso della politica, dalle sue origini. Finalmente quel gruppo è stato smascherato e a tutti ormai è chiaro che essi non sono che degli attivisti di un’associazione ultra marxista (Sic!). Tutto ciò ha messo ulteriormente in grosse difficoltà il primo ministro. Difficoltà che non riesce più a controllare e neanche a nascondere. E non si sa cosa accadrà nei prossimi giorni. Perché la protesta degli studenti continua sempre con più vigore e con l’aumentato sostegno anche dei cittadini. Perciò in qualsiasi momento si potrebbero registrare sviluppi importanti. Nel frattempo, i media internazionali stanno seguendo con attenzione questa protesta.

    Chi scrive queste righe da tempo sta evidenziando la diabolica strategia che mira al soffocamento e all’indebolimento del sistema dell’istruzione pubblica. Egli è convinto che com’è il sistema dell’istruzione oggi, così sarà la società domani. Essendo altresì convinto che quando l’ingiustizia e l’arroganza governativa diventano legge, allora la rivolta popolare, massiccia e determinata, diventa un obbligo morale e civico. Perché, come scriveva Theodore Roosevelt, nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di esso.

  • Sovranismo e populismo, ovvero il “Pensiero Unico della Spesa”

    La nascita dell’ennesimo gruppo politico proveniente dall’area della Destra che, dimentico dei suoi valori e della sua storia, come FdI, si appiattisce acriticamente su posizioni sovraniste e sposa in toto la politica della Lega e la leadership di Salvini, costituiscono una grave involuzione della Destra democratica italiana.

    Perché sovranismo e populismo sono la nuova versione dell’unica ideologia imperante nella politica italiana costituita dal PUS, e cioè il “Pensiero Unico della Spesa” e, conseguentemente, del “Partito Unico della Spesa” e fondano le loro tattiche su promesse non mantenibili e bugie che alimentano ad arte il Rancore dei cittadini (il risanamento dei conti è una prepotenza dell’Ue o un dovere dei governi di ogni colore politico, disatteso per decenni unicamente per inseguire il consenso elettorale?).

    Ecco perché nessuno dei partiti italiani parla il linguaggio della verità, perché a cominciare dalla Lega e dal M5S dovrebbero ammettere che la loro strategia è la stessa medesima di quella inventata a partire dal 1977 dagli scellerati protagonisti della I Repubblica, con l’unica differenza che oggi il livello del debito accumulato in 41 anni non consente più di continuare queste politiche suicide.

    Sovranismo e populismo hanno un solo merito, essere riusciti a creare un Corto Circuito nel buon senso comune e cioè: Buona Amministrazione uguale a interferenza dell’Ue alla nostra sovranità. Politiche scialacquatrici uguale a strumenti per la riconquista della sovranità.

    Solo il MSI ha combattuto sin dall’inizio quel sistema clientelare e parassitario ed è con forte rammarico che oggi si debba prendere atto che con l’adesione al sovranismo ciò che resta di quella tradizione abbia saltato il fosso. Sembra di vivere il dramma di Joyce “i Rinoceronti”, di colpo tutti sono diventati cavalieri della spesa e sostenitori di strategie di pura razzia e senza nessuna prospettiva e questo non solo non ha nulla di sociale e meno che mai di Destra, ma addirittura banalizza le storiche battaglie politiche a suo tempo sostenute contro la “mala politica dello sperpero parassitario” e assolve le colpe dei politici della I Repubblica, che cinicamente inventarono questo diabolico sistema di corruzione del consenso.

    Infatti, oltre che l’economia, il Pensiero Unico della Spesa ha disintegrato il senso civico e i valori degli italiani, abituandoli a vedere la politica nella sua forma più deteriore e cioè quale strumento di scambio per soddisfare ogni esigenza da ottenere senza sforzo e senza merito, praticamente la società in cui tutto è dovuto, oggi ribadita non a caso dal contratto di governo.

    In altre parole la politica come magica fonte dei desideri da barattare con gli ideali, da cui la generale omologazione di tutti i partiti al PUS, la trasformazione della lotta politica in perenne ricerca di risorse pubbliche anche a debito, la competizione fondata sul consenso, da ottenersi in una eterna asta di promesse al rialzo di gratificazioni sempre più appetibili, quanto non mantenibili e la micidiale strategia per uscire dall’Ue e dall’euro per continuare, senza controllori, l’allegra sagra dell’indebitamento fine a se stesso.

    La sovranità è quindi la libertà di un gruppo dirigente di continuare ad indebitare lo Stato e quindi il popolo per mantenersi al potere?

    Ma fino a quando si pensa che possano essere sostenute queste politiche suicide, non dire la verità al popolo, illuderlo verso falsi obiettivi? Chi è consapevole di questo e non parla, non si ribella o addirittura se ne rende complice tradisce gli Italiani e compie un attentato mortale alle future generazioni e comunque tutto ciò non è affatto inquadrabile come una politica di Destra né tanto meno di buon senso.

    Inoltre con l’assetto mondiale attuale e il risorgere dei nuovi imperi è davvero patriottico teorizzare o subire l’uscita dall’UE? O è un suicidio sovranista di massa?

    Cosa fare allora? Direi una salutare scossa per “svegliare il SONNANBULO”, che corrisponde in sede politica alla esigenza di contrastare il Partito Unico della Spesa e dare vita ad un nuovo partito che fondi la sua diversità sull’etica della verità in politica e che proponga le giuste politiche economiche e sociali per il rilancio dell’economia, degli investimenti e del lavoro, senza temere l’impopolarità e punti ad essere il referente di quella vastissima parte del Paese rimasta senza riferimenti politici e ideali e alla ricerca di un’offerta politica ragionevole e coerente con il bene comune, che vuole una Europa Unita, forte ed equa, non più di burocrati, mercanti e banchieri, ma di popoli con tanto di costituzione, esercito unico e reali diritti e doveri garantiti e non da negoziare di continuo, e soprattutto un partito alternativo al Partito Unico della Spesa, che non pensi solo alle elezioni e per questo sia pienamente credibile.

    Insomma occorre rimodulare il Sovranismo su base Europea e fare non meno, ma più Europa, essendo l’unica entità statuale in grado di competere con gli Imperi e garantire la vera sovranità dell’Italia all’interno dell’Unica Patria Europea.

    Tutto il resto è sterile velleitarismo e demagogia di bassa cucina, ed è anche l’unico modo per salvare il Paese dal default e non farci maledire dai posteri.

    *già Sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • L’immigrazione globalizzata si affronta con regole e leggi e non con proclami

    In un reportage di novembre il settimanale Sette, del Corriere della Sera, affronta, con articoli e dati, il problema dell’immigrazione in varie aree del Pianeta. Nell’articolo si parla dei 7.000 migranti che dal centro America si affollano presso le frontiere degli Stati Uniti, dei 21.000 entrati in Bosnia da inizio anno, dei 178.000 sfollati maliani e nigeriani ai 164.000 sfollati interni del Niger che hanno lasciato i loro villaggi a causa della violenza, e dei 500 venezuelani che ogni giorno attraversano a piedi i confini per sfuggire alla fame e alla disperazione che ormai da tempo attanaglia un paese che potrebbe ‘essere florido’. A questi dati noi aggiungiamo le decine di migliaia di migranti che hanno già raggiunto il cuore dell’Europa e l’Italia, le migliaia che sono reclusi nei lager libici e le decine di migliaia che vivono in condizioni disumane, da tantissimi anni, nei villaggi e nei campi profughi e pensiamo a coloro che hanno subito e subiscono la guerra in Siria ed il terrorismo islamista in Somalia, solo per fare qualche esempio.

    La situazione è drammatica a livello mondiale e la globalizzazione della disperazione e della paura è ormai evidente, le conseguenze saranno drammatiche: territori spopolati ed altri sovraffollati, famiglie distrutte, intelligenze e forza lavoro perdute, intere generazioni decimate, i superstiti delle quali resteranno segnati per sempre da quanto hanno vissuto.

    Molte volte abbiamo cercato di proporre ipotesi di lavoro, alle autorità europee ed italiane, per evitare l’espandersi di quel terrorismo che ha impedito la costruzione di sistemi più moderni ed umani sia in termini di governo che di economia e che ha portato alla fuga milioni di persone. Ma le cose dette sono dette e gli errori fatti sono fatti ed oggi non sarà con le recriminazioni e neppure con le battute o i proclami che si potrà affrontare il problema di una emigrazione globalizzata che ripropone quanto nella storia si è già più volte verificato modificando, stravolgendo, culture e modi di vita. Dagli esodi biblici alle conquiste militari della Grecia, dell’Egitto e di Roma, da Alessandro a Cesare, dalle invasioni di barbari, di longobardi e visigoti, dagli unni ai tartari, fino al secolo scorso, siamo stati abituati, di generazione in generazione, a vedere l’invasione di nazioni libere da parte di eserciti che cambiavano in parte il loro modo di vita.

    Un detto popolare, e vox  popoli è vox dei, diceva viva la Franza viva la Spagna  basta cas’ magna, ed in Italia spagnoli, francesi, austriaci sono stati in parte i nuovi Attila, in parte i promotori di nuovo sviluppo culturale e sociale. Per molti anni italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi hanno trovato, in altre nazioni lontane, quelle opportunità che in patria erano state negate e ciascuno di quei migranti ha dovuto lottare contro pregiudizi e difficoltà di accoglienza ed integrazione. Il problema che si pone oggi rimane ancora quello di trovare regole che possano essere immediatamente conosciute e rispettate da chi arriva con la necessità di clausole che portino all’espulsione chi non le rispetta. Queste regole se fossero conosciute prima, anche con i mezzi di comunicazione che ormai raggiungono qualunque paese via internet o via televisione, potrebbero dissuadere molti, che non si sentono di condividerle e di accettarle, a cercare di entrare in Italia, in Europa.

    Il divieto alla macellazione rituale, il divieto a coprirsi il volto o ad esercitare per strada le proprie credenze, l’obbligo alla conoscenza della lingua sono solo alcune delle leggi che sarebbe facile promulgare e far applicare ma la verità è, che ancora oggi, manca l’esatta presa di coscienza dell’enormità del problema e la conseguente volontà politica di affrontarlo seriamente.

  • La crescita dei depositi bancari in dieci anni: +75%

    Negli ultimi dieci anni, sicuramente gli anni più difficili dal dopoguerra per la crisi economica originata dalla crisi finanziaria negli Stati Uniti ma arrivata da noi nella sua massima espressione nel novembre 2011 e nella quale ancora il nostro Paese si trova, il sistema bancario ha aumentato i propri depositi del 75%. Un dato sicuramente impressionante se confrontato con altri della economia reale in quanto a tale crescita di risorse depositate non ha fatto riscontro alcun aumento dell’attività bancaria istituzionale. Non da oggi l’accesso al credito, specialmente per le Pmi, vede un forte rallentamento degli investimenti anche nelle zone economiche (distretti industriali) che risultando export oriented e come tali rappresentano il modello vincente di economia (per visone dei dati completi anche riferiti agli ultimi quattro anni, https://www.ilpattosociale.it/2018/10/11/gli-istituti-bancari-abbandonano-i-distretti-industriali-massima-espressione-contemporanea-del-made-in-italy/).

    La crescita dei depositi poi dimostra in modo inequivocabile come l’incertezza, prima legata alla crisi economica internazionale successivamente alla solita politica italiana priva di ogni strategia economica di sviluppo, blocchi la propensione all’acquisto mortificando a sua volta la domanda interna e quindi l’economia stessa. I dati in questo senso sono sconfortanti. A fronte di una crescita del debito come della spesa pubblica, inarrestabili dal 2012 in poi, l’ultima rilevazione statica impietosamente dimostra, ancora una volta, l’assoluto fallimento delle politiche economiche dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte/Salvini/DiMaio.

    La crescita del Pil nell’ultimo trimestre è di + 0%, il che rende un miraggio il raggiungimento del 1,1% (sceso dalla previsione del +1,4% previsto “dall’esperto” Padoan), mentre i consumi risultano arretrati del 2,5%, con un calo allarmante degli acquisti dei beni alimentari dello -0,6% (prima volta dal 2012).

    I dati poi delle crescite precedenti del PIl sono attribuibili solo alla crescita della domanda delle filiere internazionali nelle quali per la grande capacità di innovazione le nostre Pmi vengono inserite assumendo dopo il confronto di quelli attuali e dimostrando la assoluta inconsistenza reale delle politiche dei governi precedenti. Solo un mese addietro il direttore di una società della grande distribuzione affermò come la crisi del consumi fosse da attribuire interamente alla diversità di tipologie di contratti negli ultimi anni. A tal fine, infatti, si ricorda come dal settembre 2017 al 2018 risultino diminuiti di 184.000 unità i contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato siano aumentati di 368.000 unità.

    Il saldo positivo di 184.000 contratti, quindi, sotto il profilo statistico si riverbera come un fattore fortemente negativo se venisse valutato l’effetto economico delle due tipologie di contratto sull’andamento dei consumi. Quindi, in attesa di entrare in una fase di recessione, il nostro paese vive da due trimestri una fase di stagflazione (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/31/lincubo-stagflazione/) nella quale la crescita del Pil rimane abbondantemente al di sotto della crescita del Pil ed il cui differenziale si traduce in una perdita di potere di acquisto dei consumatori.

    In questo contesto economico quindi anche il settore del credito al consumo, ed in particolare quello relativo ai prestiti personali che indica una crescita del+2,7% per l’anno in corso, indica come una parte dei cittadini, sempre più incerti nella propria visione futura, da una parte mantenga liquido in banca parte del proprio reddito (riducendo la domanda interna) mentre l’altra ricorra sempre più al credito al consumo per “finanziare” la gestione quotidiana della propria vita. In questo contesto allora la crescita dei depositi bancari del 75% diventa un insulto alla economia reale.

    Il sistema bancario in altre parole certifica per l’ennesima volta il tradimento della propria funzione istituzionale non finanziando l’economia delle Pmi e dei distretti industriali ma utilizzando le immeritate nuove risorse finanziarie a disposizione per sostenere la deriva finanziaria del sistema nel suo complesso.

    Quando un sistema bancario cresce a discapito e durante una profonda crisi economica e finanziaria come quella italiana (che dura da 10 anni, unico paese del mondo!) dimostra il tradimento della propria funzione economica, come di quella istituzionale, con la complicità di una classe politica che al riparo da qualsiasi ricaduta diretta economica che la possa coinvolgere dimostra la propria incompetenza se non complicità.

  • In attesa di Giustizia: scherzi a parte

    Nicola Morra, chi era costui? Ma come chi era? Chi è: il neo Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Senatore del M5S!

    In carica dal 14 novembre, in un’intervista ha illustrato le sue intenzioni e proposte che ne caratterizzeranno il mandato come successore di Rosy Bindi: tra queste spicca l’istituzione di una sorta di certificato di moralità per gli appartenenti ad alcuni ordini professionali che ne attesti, sembra di capire, l’assenza di contiguità con il crimine organizzato: tra questi, anzi tra i primi, ovviamente vi sono gli avvocati.

    La verifica di tale requisito dovrebbe essere affidato ad un controllo di filiera etica.

    Le domande che sorgono spontanee sono più di una: la prima di queste riguarda proprio il controllo di filiera etica…cosa sarà mai? E se non sappiamo cosa sia (il Senatore non lo spiega, ogni ipotesi è aperta…) appare problematico individuarne la dinamica di funzionamento; e ancora: perché non sono bastevoli i codici deontologici che ogni Ordine Professionale adotta unitamente a un sistema disciplinare il cui rispetto è affidato ad organi istituzionali già costituiti? Già, a proposito: a chi sarebbe affidato il compito di analizzare gli standard morali dei professionisti e su che basi? E poi? Chi supera l’”esame” avrà un attestato come le spiagge con il mare pulito?

    C’è da temere che, per gli avvocati, la circostanza che abbiano accettato incarichi da soggetti sospettati di appartenenza ad una associazione mafiosa possa divenire criterio dirimente in negativo a causa della ormai abusata e fuorviante immagine che si tende a rappresentare dell’avvocato colluso con il proprio assistito.

    Probabilmente siamo al cospetto della ennesima iniziativa di una parte politica che si sente investita di una missione purificatrice da portare a termine anche effondendo il sacro fuoco sugli Ordini Professionali mentre per altro verso si mette mano al diritto penale simbolico con la ideazione di  nuove ipotesi di reato e inasprimento delle pene.

    Forse sarebbe meglio pensare per prima cosa ad un miglioramento del servizio Giustizia e valga un esempio per chi fa della certezza della pena un obiettivo primario di governo: all’ufficio esecuzione sentenze penali della Procura di Milano (vale a dire quello che, in una delle sedi giudiziarie maggiori, si occupa di emettere gli ordini di carcerazione per i condannati con sentenza definitiva) di trenta segretari e cancellieri che dovrebbero essere a ruolo organico – fondamentale supporto dei magistrati addetti – ne sono rimasti in servizio una dozzina e a breve ne andranno in pensione altri quattro; di reclutamento attraverso il necessario concorso si fanno solo chiacchiere perché poi mancano le risorse economiche per gli stipendi e, a supplenza, sono stati inviati alcuni barellieri della Croce Rossa. Se, poi, l’arretrato diventa insostenibile e chi deve scontare una pena resta in libertà è conseguenza ovvia con buona pace degli epigoni della tolleranza zero.

    Invece dobbiamo pensare alla filiera etica e, possibilmente, a qualche nuova Authority – certamente munita di adeguato personale – che ne curerà i risultati distribuendo attestati di legalità  tra i destinatari del controllo tra i quali oltre agli avvocati il Senatore Morra ne ha citati anche altri quali commercialisti, architetti, ingegneri; per non incappare in discriminazioni poco giustificabili bisognerebbe suggerirgli di non dimenticarsi, per esempio, di nutrizionisti e veterinari.

    Il tutto tranne che qualcuno non appaia, garrulo, a dire: sorridete, siamo su Scherzi a Parte!

  • Modelli economici e inversione ideologica

    L’intera schiera dei commentatori politici, al di là dalle posizioni singole, concorda nella perdita del valore fondativo della ideologia all’interno dei diversi schieramenti politici. Risulta tuttavia paradossale come l’ideologia sia invece sempre più viva e deleteria all’interno dei modelli economici sposati non solo dagli schieramenti politici di destra o di sinistra, ma soprattutto adottati dai rispettivi governi durante il periodo di reggenza governativa.

    Quello che emerge ancora più sorprendente, ad un’analisi più approfondita, è come tali ideologie declinate nell’ambito economico, molto spesso, vengano applicate attraverso strategie esattamente nel modo inverso rispetto al territorio di appartenenza politico.

    L’esempio più banale è quello dell’abolizione dell’articolo 18 inserito con il Jobs act approvato dal governo Renzi e dalla maggioranza parlamentare del centro-sinistra e da poco bocciato dalla Corte costituzionale nella parte relativa al calcolo dell’indennizzo, considerato insufficiente per calcolare il semplice coefficiente di anzianità.

    Volendo invece tornare ai nostri giorni con un tema molto sentito dalle nostre Pmi ed aziende artigianali, si riscontra, per esempio, l’introduzione della fatturazione elettronica che penalizza proprio l’elettorato tipico del centro-destra. Una decisione la cui responsabilità va assolutamente attribuita a Tremonti, come al governo Berlusconi, che ha tradito il mandato elettorale.

    In altre parole, l’ideologia che una volta rappresentava l’elemento distintivo dei diversi schieramenti politici ora risulta l’esempio del corto circuito economico del quale i diversi governi ne risultano un esempio lampante.

    La conferma di tale inversione ideologica è anche rappresentata, in questi ultimi giorni, da un governo nato come espressione proprio di quel ceto produttivo tipico delle regioni del nord che in mano ad una banda di analfabeti economici, che hanno sempre negato gli effetti negativi dello spread come della mancanza di effetti nella disobbedienza ai precetti dell’Unione Europea, si trova ora in una posizione insostenibile. Un governo che ora, dopo la bocciatura ampiamente anticipata dell’Unione europea, ci sta portando lentamente verso un baratro economico finanziario simile a quello del novembre 2011, confermato dall’ultima asta di titoli pubblici del debito che, a fronte di una offerta governativa di circa sette miliardi in due giorni, ha trovato finanziamenti per poco più di cinquecento (500) milioni. Un baratro molto più pericoloso rispetto a quello già devastante del novembre 2011 a causa dei 361 miliardi di nuovo debito attribuibili ai governi Monti e Letta ma soprattutto Renzi e Gentiloni, grazie al paracadute del quantitative easing della Bce.

    Gli effetti di tali scelte dei diversi governi che si sono succeduti alla guida al paese dimostrano evidente l’inversione ideologica che in questo caso potremmo definire un vero e proprio tradimento del proprio elettorato, tanto per i governi di centro-sinistra come  del centro-destra.

    Questi diversi governi sono stati e rimangono assolutamente vicini e simili nell’atteggiamento al proprio elettorato ma per loro il corpo elettorale rappresenta semplicemente (esattamente come vengono definiti i del mondo finanziario i risparmiatori) il “parco buoi” da tosare per raggiungere gli obiettivi reali di questa classe politica de-ideologizzata.

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • Il 2019 prossimo futuro

    Al di là delle correzioni relative alla crescita del 2019 attuate dal  governo in complice e speranzoso silenzio (crescita prevista dall’1,6 % ad un 1,5%), emergono evidenti i numeri fantasiosi dello stesso governo rispetto a quelli degli organi internazionali, assolutamente ignorati anche dai maggiori media nazionali.

    Ad un crescendo imbarazzante delle previsioni di crescita del 1,5% presente nel Def e sulla base del quale vengono calcolate sia le uscite a debito che quelle previste come copertura finanziaria per il prossimo anno, fanno riscontro le previsioni dell’Ocse di oltre un mese fa che indicavano nel +1,1% la crescita prevista del Pil per il 2019 per l’Italia. Il differenziale del – 0,4% tra le previsioni risulta per ora assolutamente in linea con la medesima previsione per l’anno in corso del Governo Gentiloni e con la triste realtà economica: da un +1,4% ad un modesto +1% se nel quarto trimestre la crescita subirà una impennata del +0,4%. Nel caso contrario venisse mantenuto il trend dell’ultimo Q3 (crescita +0%) l’obiettivo per la crescita annuale si fermerebbe ad un ben più modesto +0,8/1,0%.

    Tornando al governo in carica, tale sua previsione già di per se viene rivista al ribasso da Goldman Sachs che indica una crescita di +0,4% prevista del PIL italiano per il 2019 a fronte di una crescita europea del +1,6%: cresceremo quindi un quarto della media europea e perciò con un differenziale tra crescita media europea e italiana del -1,2%. Alla Germania, viceversa, viene attribuita una crescita del +1,9% con un differenziale, questa volta positivo del +0,3%, mentre rispetto alla nostra crescita l’economia tedesca ci supera di quasi cinque volte (+1,9% rispetto al nostro +0,4%), mentre la Francia di “sole” oltre quattro volte (+1.7% rispetto al nostro sempre +0,4%). Anche per la Francia il differenziale tra crescita stimata europea e quella nazionale registra un +0,1% essendole attribuita un +1,7 di aumento del Pil.

    In poco più di un mese abbiamo assistito alla riduzione di tre quarti (3/4 dal +% 1.6 al +0,4%) delle previsioni di crescita del Pil italiano per il 2019, dimostrando essenzialmente come risultasse assolutamente arbitrario il livello indicato dal governo e come contemporaneamente risulti assolutamente priva di ogni fondamento economico l’indicazione a 2,4% del deficit previsto per il 2019, destinata a crescere ben oltre il 3% come logica conseguenza della rivisitazione al ribasso di  questi tassi di crescita, per di più con una spesa corrente in costante aumento.

    Contemporaneamente la Spagna, che ha superato in valore il nostro Pil nel giugno del 2018, nell’anno in corso crescerà più del doppio rispetto al Pil del nostro paese (Italia +1.1% /+2,6% Spagna). Passando invece alle previsioni di crescita del 2019, sempre la Spagna presenterà un tasso di crescita quasi sei (6!) volte superiore al nostro tasso di crescita, con un +0,4% del Pil italiano rispetto ad un +2,3% di quello spagnolo.

    Questi numeri dimostrano inequivocabilmente il fallimento di un’intera classe politica la quale è riuscita a portare il nostro paese nelle medesime condizioni del novembre 2011, accusando alternativamente ora l’euro ora la Bce oppure le politiche nazionaliste, infine il mondo ed il mercato globalizzati. Tali dati inesorabilmente dovrebbero finalmente indicare il livello di preparazione della classe dirigente politica ed accademica che ha permesso questo disastroso risultato nella più assoluta irresponsabilità. Tutto questo in un paese normale dovrebbe portare come logica conseguenza ad un azzeramento delle classi dirigenti per avviare un piano a medio e lungo termine elaborato da professionalità indipendenti da volgari interessi elettorali, espressione delle mefitiche ingerenze politiche.

  • Fiscalità e condono: l’effetto beffa

    Ogni governo negli ultimi vent’anni ha elaborato il proprio condono fiscale presentandolo sempre come “l’ultimo, quello definitivo e magari quello tombale”. La titolazione ha visto la fantasia della politica esprimersi ai massimi livelli con proclami del tipo “rottamazione delle cartelle” o “voluntary disclosure” per far rientrare capitali all’estero. L’obiettivo era sempre quello di racimolare un minimo di risorse finanziarie, spesso unite a nuovo deficit che, insieme, dovevano offrire la copertura per nuove spese considerate irrinunciabili per caratterizzare l’azione del governo ed espressione della “rinnovata centralità della politica” rispetto alla bieca e cinica finanza, anche per questo varato dal governo in carica. Tuttavia si pone una questione estremamente importante, soprattutto nell’ottica del rispetto dell’istituzione, che il governo comunque rappresenta, ma anche per  tutte le istituzioni che in nome e per lo Stato operano.

    Al di là della terminologia utilizzata e del peso delle percentuali applicate per “chiudere i contenziosi”, emerge evidente il senso della beffa per chi ha sempre pagato il dovuto allo Stato come per chi, in difficoltà economica, abbia chiesto una rateizzazione rinunciando ad ampie fette del proprio benessere e stile di vita per far fronte a quanto richiesto dal sistema fiscale e dallo Stato.

    Questo senso di forte frustrazione si può ovviamente trasformare in una progressiva perdita di rispetto e considerazione per le istituzioni stesse le quali, ancora una volta, come negli ultimi vent’anni, premiano, e neppure troppo implicitamente, chi abbia deciso di mantenere una posizione debitoria penalizzando parallelamente i “poveri e regolari” contribuenti che invece regolarmente o attraverso un accordo con Equitalia hanno deciso di ottemperare alle proprie incombenze fiscali anche con grandi sacrifici.

    Questo sentimento sempre più radicato nella sempre meno considerata classe dei “contribuenti onesti e tempestivi” dovrebbe invece trovare una approfondita valutazione e non scientemente ignorata da tutto il ceto politico, se non altro per le sue gravissime ripercussioni sotto il profilo anche della tenuta della credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

    Si pone quindi a questo punto la necessità di indicare una soluzione per rendere accettabile o per lo meno non insultante per i contribuenti regolari un qualsiasi tipo di condono fiscale che oltre alla beffa non penalizzi ancora più chi invece ha pagato nei termini stabiliti dalla legge le proprie incombenze fiscali.

    La storia dei governi degli ultimi vent’anni ci insegna come i condoni fiscali rappresentino “l’estrema ratio” con l’obiettivo appunto di reperire le risorse finanziarie aggiuntive, e quindi una tantum finalizzate alla copertura finanziaria di scelte di politica specifiche del governo per l’anno in corso, e probabilmente per quello successivo, che dovrebbero caratterizzare l’unicità come l’espressione della politica del governo in carica regolarmente eletto.

    Quindi, al di là della sterilità di una norma finanziaria una tantum, che successivamente vede poi spesso riaprirsi i termini per l’adesione ai nuovi parametri temporali del condono, l’unica soluzione possibile per evitare che buona parte degli italiani che invece regolarmente paga le incombenze fiscali percepisca il senso della beffa dal condono stesso è semplicemente rappresentata dalla decisione di destinare tutte le risorse reperite attraverso la lotta all’evasione fiscale e la chiusura di posizioni fiscali debitorie dei vari contribuenti interamente destinate alla diminuzione della pressione fiscale complessiva.

    In altre parole l’opportunità di fornire un supporto normativo alle persone che non fossero in grado di pagare le proprie incombenze fiscali dovrebbe rivelarsi un vantaggio o quanto meno non una beffa anche per la maggioranza dei contribuenti che invece hanno sempre rispettato le regole il cui contenuto finanziario si possa tradurre, negli anni a seguire, in un alleggerimento della pressione fiscale stessa. Tale decisione strategica di trasformare una scelta prettamente politica (condono fiscale) in un vantaggio generale per tutti i contribuenti, destinando le risorse all’alleggerimento della pressione fiscale stessa, rappresenterebbe un primo passo verso quella riduzione della pressione fiscale promessa, essa stessa legata a proclami vuoti e privi di copertura finanziaria, ma invece espressione di una strategia di impiego di risorse innovativa.

    Sottovalutare l’aspetto beffardo della lunga serie di condoni fiscali nei confronti di chi ha sempre ottemperato ai propri obblighi rappresenta uno dei più grossi errori dei governi degli ultimi vent’anni come di quello attuale.

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