Politica

  • Che cos’è l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran

    Tra le varie crisi violente attualmente in corso nel mondo voglio mettere la lente di ingrandimento su uno di loro: l’Iran.

    Voglio innanzitutto premettere che ho sempre guardato con disgusto quelle realtà ove chierici di ogni religione o ideologia pretendono di guidare secolarmente la società imponendo a tutti i loro credi e decidendo cosa è giusto e cosa sbagliato. Gli ayatollah iraniani mi ripugnano come gli altri, né più né meno. Più precisamente, li sento pericolosi esattamente come tutti gli invasati, politici o religiosi in buona o cattiva fede che siano, perché non tollerano che possano esistere altre “verità” e usano tutti i mezzi per imporre la loro volontà e mantenere il potere su tutto e su tutti. Fatta questa premessa doverosa, andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran.

    Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione si consideri islamica sciita (circa 90%), sono riconosciute nella locale Costituzione altre religioni quali la cristiana (0,2-0,7), l’ebrea (0,01), la islamico-sunnita (7%), lo zoroastrismo (0,1). I cristiani hanno diritto a tre seggi nel locale parlamento (2 per gli armeni e 1 per gli assiri/caldei) e gli zoroastriani e gli ebrei un seggio ciascuno. Non risultano persecuzioni di carattere religioso e, nonostante la fortissima campagna del Governo contro Israele, gli ebrei locali sono comunemente accettati e possono tranquillamente frequentare le loro sinagoghe e condurre una vita regolarmente integrata nella società. I sunniti non hanno seggi assegnati poiché possono regolarmente essere eletti come gli sciiti in quanto islamici. Uno dei principali medici di Khomeini fu ebreo. Nel paese esiste da sempre una forte corruzione in costante crescita, proporzionale alla crisi economica e all’inflazione in gran parte dovute alle sanzioni e alla cattiva amministrazione. La maggior parte del potere economico è entrato via via sotto il controllo dei Pasdaran (le Guardia Rivoluzionarie) anche se c’è anche una fortissima componente privata. Le aziende indipendenti godono di una relativa libertà d’azione, purché questa non disturbi le volontà del Governo e delle Guardie. Molti iraniani devono le loro entrate direttamente o indirettamente allo Stato e ciò garantisce un certo consenso di base. Anche le numerose Organizzazioni Benefiche sono legate al clero locale e ciò costituisce un’altra forma di controllo sulla società. Tuttavia, il discredito di cui gli Ayatollah e i loro accoliti è molto esteso perché a loro si fa giustamente risalire la responsabilità della corruzione, del malgoverno e delle restrizioni alle libertà individuali. Anche se le donne iraniane non godono delle stesse libertà di cui godono in occidente, a differenza di ciò che succede in Afghanistan o perfino in Arabia Saudita, non si può sottovalutare il fatto che si sono avute donne ministro e che alle università sono iscritte più femmine che maschi. Il livello medio d’istruzione è molto più alto che in ogni altro Stato medio-orientale (salvo Israele) e nelle strade, nella musica, nella letteratura e nelle conversazioni private si sente il respiro di una cultura millenaria ben precedente all’arrivo dell’islamismo. Il malcontento è abbastanza diffuso ma, come spesso succede ovunque, è più forte nelle città che nelle campagne. Ciò che ha spinto e spinge ancora i manifestanti nelle strade è più la crisi economica della volontà di un cambiamento di regime, anche se coloro che auspicherebbero la fine del dominio degli Ayatollah sono sempre più numerosi. Quando mi trovai in Iran durante i pochi anni del funzionamento dello JCPOA notai la grande soddisfazione della gente comune nell’intravedere un nuovo legame di collaborazione con i Paesi Europei e con gli Stati Uniti e, soprattutto i giovani, erano finalmente contenti e orgogliosi di potersi confrontare alla pari con qualche cultura diversa. Mentre guardano con una certa simpatia verso l’Occidente, non dimenticano però un loro forte sentimento patriottico unitario nonostante la presenza nel Paese di varie nazionalità. Queste differenze etniche che altrove potrebbero essere oggetto di rivendicazioni separatiste hanno poco risalto in Iran ove la maggior parte di loro, pur nelle differenze si sente “iraniana”. Tale aspetto non può essere sottovalutato poiché, in caso di un attacco straniero dall’esterno, è molto probabile che anche le minoranze si ricompattino con lo Stato centrale contro un possibile “nemico invasore”. A puri fini di statistica, le etnie sono così suddivise: persiani circa il61%, azeri di lingua turca tra il 16 e il 24%, curdi tra il 7 e il 10%, lurs (nelle regioni occidentali) il 7%, arabi 3%, balushi 2%, turkmeni 2%, Qashqai (ex-nomadi turcofoni presenti soprattutto nella regione di Shiraz) e altri 2%.

    Attualmente gli americani stanno cercando di forzare la mano verso un accordo con il regime usando contemporaneamente il bastone e la carota. Il primo consiste nelle minacce di attacco e lo spiegamento conseguente di grandi forze militari nei mari del Golfo, oltre che un appesantimento delle sanzioni. Il secondo è l’apertura (condivisa) alla possibilità di un’intesa diplomatica. Naturalmente tutti speriamo che sia la “carota” a prevalere ma non ci si può nascondere che la strada di un accordo non sia agevole. Agli americani e ai loro sodali non interessano né l’instaurazione di una qualche democrazia, né, di là dalle dichiarazioni ufficiali, la sorte dei manifestanti rimasti uccisi durante i recenti scontri (mai si è alzata una voce forte del Governo americano contro il massacro dei palestinesi di Gaza). Ciò che a Washington e ai suoi sodali interessa è quanto segue: neutralizzazione totale di ogni velleità atomica di Tehran, eliminazione delle riserve missilistiche, fine del sostegno ai “proxi” in tutto il medio-oriente, diminuzione della vicinanza alla Cina e alla Russia e, possibilmente, crollo del regime immediato o futuro. Ciò che gli iraniani vorrebbero è: fine delle sanzioni o almeno una loro riduzione, certezza che Israele (e gli USA) non attacchino più, libertà di scegliersi gli interlocutori internazionali che preferiscono. Il regime sa bene che il popolo iraniano non riuscirà a resistere al crescente aumento dell’inflazione, alle disparità sociali che aumentano, alla disoccupazione, all’inefficienza delle amministrazioni causate soprattutto da sanzioni economiche paralizzanti. È per questo che ha accettato di provare a negoziare.

    Mentre sull’eliminazione delle velleità nucleari esistono buone possibilità di intendersi (d’altra parte l’Iran, a differenza di Israele, ha firmato da tempo l’accordo per la limitazione delle armi nucleari), rinunciare alle proprie difese missilistiche e abbandonare del tutto la battaglia per i diritti dei palestinesi contro le prepotenze israeliane significherebbe, per Tehran, diventare nel futuro un preda molto più facile da parte di chi è oggi percepito come nemico più o meno mortale quali Israele, l’Arabia Saudita e perfino la Turchia. In altre parole, sarebbe perdere ogni reale sovranità per sottostare ai diktat di chiunque voglia ricattarli con la forza militare. Ovviamente, in diplomazia tutte le strade sono sempre aperte e resta sempre possibile trovare una qualche intesa che salvi a tutti la faccia. Ciò che sarebbe invece, da parte degli americani e dei sodali, un gravissimo errore sarebbe davvero attuare le minacce di guerra perché in questo caso il risultato non sarebbe certo quello ottenuto in Venezuela. Anche l’eliminazione di Khamenei non risolverebbe il problema poiché è già prevista la modalità di una possibile sostituzione e il potere a Tehran è sufficientemente diversificato da sopravvivere a ogni decapitazione. È pur vero che sia possibile che agenti del Mossad, della CIA (o altre agenzie americane) e dei Mujahiddin del Popolo abbiano dei loro infiltrati in alcune strutture istituzionali e tra i protestanti ma questo non basterebbe a impedire una forte reazione dei Pasdaran in tutto il territorio, una reazione avversa della popolazione e il blocco totale dell’economia. L’ipotesi che Reza Pahlevi possa costituire un’alternativa politica viabile è una pura illusione creata soprattutto dagli israeliani perché la sua popolarità in patria è praticamente nulla. Inoltre, gli iraniani, se attaccati, reagirebbero con azioni anche fuori del loro territorio allargando il conflitto almeno su Israele e altrove. Anche durante i recenti bombardamenti israeliani e americani, la reazione di Tehran è stata pronta e molto forte e, nonostante Tel Aviv abbia cercato di minimizzare, i danni subiti da Israele sono stati ingenti. Proprio per l’eventualità giudicata possibile che il conflitto si allarghi, sia la Turchia sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita che il Pakistan stanno premendo sugli americani affinché cerchino soltanto soluzioni negoziali e non commettano l’errore di un attacco.

    Anche la Cina, pur prudente come sempre, non potrebbe restare del tutto silente nel caso gli USA o Israele (o entrambi) mettano completamente a rischio le sue forniture di petrolio (scontato) in arrivo dall’Iran.

    In Venezuela Trump è riuscito, almeno per ora (ma ne parleremo), a ottenere ciò che si era prefissato ma la situazione in Iran è molto più complicata, oltre che geograficamente molto lontana.

    Un accordo darebbe certamente al regime una possibilità maggiore di sopravvivenza ma in Iran ogni possibile cambiamento politico non può che derivare da dentro il Paese. Il regime sa di essere in una posizione di debolezza interna e percepisce il crescente malcontento. Infatti ha allentato alcune norme quali l’obbligo del velo alle donne (qui va comunque ricordato che molte donne, per tradizione, lo mettono volontariamente e che è normalmente indossato lasciando fuori il ciuffo frontale, cosa che non succede in Arabia Saudita e nemmeno tra le nostre suore), ha consentito l’elezione di un Presidente (comunque con poteri limitati) considerato “moderato” e ha richiamato all’ordine la prepotenza dei Basiji intimando maggiore tolleranza. Una diminuzione del numero e del tipo di sanzioni economiche darebbe fiato al regime e contribuirebbe a sedare una parte delle proteste popolari ma, a chi conosce un poco l’Iran, ciò che sembra ineluttabile è che il regime secolare degli Ayatollah è sulla strada del disfacimento ed è solo questione di tempo, magari non brevissimo, prima che possa collare del tutto.

  • In attesa di Giustizia: intelligenza con il nemico

    Confidando di non annoiare i lettori – che, peraltro, saranno chiamati ad esprimere il voto al referendum sulla separazione delle carriere e devono essere informati – è del tutto opportuno ritornare in argomento confutando con termini nuovi la inesistente paura del controllo politico sul Pubblico Ministero impiegata per suggestionare l’elettorato: quello che non ci dicono e di cui non si dolgono i sostenitori del NO è in proposito ad un’anomalia che  si rinviene già ora in quella che può definirsi intelligenza col “nemico politico”. Poiché nessuno neppure vi allude, vediamo di cosa si tratti utilizzando dati empirici per illustrarla e ferma restando l’inesistenza dei diversi timori paventati in virtù dello scudo rappresentato da una Costituzione non toccata dalla riforma sotto il profilo di garanzie di indipendenza della Magistratura.

    Se il Governo, in particolare quello in carica, fosse così ostile e pericoloso da aver osato, attraverso il Ministro della Giustizia, attentare all’autonomia dell’Ordine Giudiziario si dovrebbe dedurre che chi ne fa parte dovrebbe tenersi alla larga da politica ed Esecutivo per non contaminarsi e non dovere un giorno rispondere di collaborazionismo.

    A tacere di analoghe situazioni relative ad altri Dicasteri, il sito istituzionale del Ministero della Giustizia offre la possibilità di verificare il gran numero di magistrati collocati fuori ruolo dal C.S.M. per assumere incarichi alle dipendenze proprio del Potere Esecutivo: molti di questi provengono da Procure della Repubblica. L’elenco – per brevità – sarà incompleto ma sufficientemente esaustivo:

    Dr.ssa Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro, Dr. Vittorio Corasaniti, Vicecapo vicario; Dr.ssa Monica Sarti, Ispettore Capo, Dr. Giancarlo Cirielli Vicecapo; Dr. Antonio Mura, Capo dell’Ufficio Legislativo, Dr.ssa Linda Vaccarella, Vicecapo; Dr. Federico Carrai: Capo dell’Ufficio di Segreteria del Sottosegretario Del Mastro; Dr.ssa Antonia Giammaria: Capo del Dipartimento Affari di Giustizia; Dr.ssa Lina Di Domenico: Capo del Dipartimento Organizzazione Giudiziaria, Dr.ssa Rosa Patrizia Sinisi, Vicecapo; Dr.ssa Antonella Ciriello, Capo del Dipartimento Innovazione Tecnologica; Dr. Stefano Carmine De Michele, Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria; Dr. Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile, Dr.ssa Cristina Rotunno, Vicecapo…e si potrebbe continuare anche con gli apicali delle Direzioni generali ed i semplici addetti ai vari uffici e dipartimenti e può concludersi che l’apparato burocratico del Ministero della Giustizia è in grandissima parte affidato a magistrati e non solo per le postazioni che richiedono competenze specialistiche proprie dei magistrati ma per tutte le altre che potrebbero essere affidate (fors’anche con migliori risultati: pensiamo  a mo’ di esempio, al dipartimento per la innovazione tecnologica) a soggetti di diversa appartenenza e formazione. A ciò si aggiunga che, tra tutti quelli nominati, sono in maggioranza i magistrati impegnati a livello associativo con l’A.N.M. e le correnti contro qualsiasi Esecutivo che ne metta a repentaglio il potere: basti pensare che Romano Prodi ebbe il veto alla nomina di Giuliano Pisapia come Guardasigilli poiché favorevole alla separazione delle carriere e, quindi, temibile nemico delle Toghe e la Giustizia fu affidata a Mastella.

    Come possono, dunque, conciliarsi le proteste contro la riforma a fronte di una disponibilità ed un attaccamento alla mission nemica, quale che sia il colore della coalizione di Governo? Prospettive di carriera, trattamento economico, soddisfazione dell’ego? Poco importa.

    Certo è che tra i tanti gesti simbolici ostentati dei Comitati del NO: dallo sfoggio di coccarde tricolori e copie della Costituzione (forse mai neppure aperta), frasi di Calamandrei, tra una maratona oratoria e l’altra dei tanti oratori che, con variabile efficacia, si stanno spendendo nella campagna referendaria, come mai non si sono mai immaginate come segnale le dimissioni in massa dei magistrati allocati fuori ruolo presso i diversi Ministeri e Authority? Questo sì, costituirebbe una inequivocabile presa di distanza dai luoghi del male.

  • Una società civile si basa su leggi condivise e rispettate o sull’uso della forza?

    È una domanda semplice quella alla quale dobbiamo rispondere, qualunque sia la nostra colorazione politica: una società civile si basa sul rispetto di leggi condivise o sulla capacità di imporsi del più forte?

    Dopo millenni di scontri sanguinari e massacri l’umanità, o almeno quella parte del mondo che ritiene di aver raggiunto un grado di progresso culturale e sociale che consente il rispetto di regole comuni, come pensa di affrontare il presente ed il futuro?

    Nessuno è tanto ingenuo da non capire che il denaro, il potere, la conquista fanno parte della natura umana così come la prevaricazione e la violenza, per questo le leggi, il patto che le stabilisce, affinché il maggior ordine possibile scandisca la reciproca convivenza all’interno di uno Stato e tra Stati diversi, sono l’unica garanzia per i singoli, per i popoli e le nazioni.

    Quando questo ordine è scardinato non c’è più sicurezza per nessuno, e quando il diritto è negato, la legge disattesa, solo la forza diventa il deterrente per non essere conquistati da chi usa la forza per conquistarti.

    Ora la forza delle armi, la forza della tecnologia, la forza della informazione e della controinformazione, la forza che modica i costumi, la cultura, la stessa realtà, la forza che si appropria di ciò che è comune per tramutarlo in un bene proprio sta scardinando la nostra società.

    In questi anni alcuni si sono appropriati dell’etere e dello spazio, non è stata solo un’operazione dovuta a scoperte scientifiche e per arricchimento individuale, attraverso le indubbie capacità di alcuni e l’ignoranza e l’acquiescenza di altri, ma un’operazione ad ampio respiro con un disegno politico specifico.

    Oggi anche i più miopi sono costretti a guardare la realtà: l’uomo più ricco del mondo può dire all’Unione Europea che deve disintegrarsi e che in parte è già morta.

    Il presidente di quella che si credeva essere la più grande democrazia del mondo è un affarista privo di scrupoli che cambia idea ad ogni sua dichiarazione, la cui parola vale meno di quella di un venditore di auto usate dell’ultimo stato del quinto mondo.

    L’autoproclamato zar del costituendo nuovo impero russo, che da sempre mente sapendo di mentire, usa la religione per coprire i suoi delitti e sbeffeggia ogni legge e regola internazionale.

    Il presidente cinese usa la mafia cinese per destabilizzare i paesi ai quali vuole vendere i suoi prodotti ed usa il damping di stato per scardinare definitivamente quell’organo ormai imbelle chiamato Organizzazione Mondiale del Commercio.

    Una parte del mondo musulmano sogna ancora di poter estendere il califfato, se non con le armi con la dissoluzione della cultura occidentale.

    Un’altra parte del mondo vive, anche per nostre responsabilità, nella fame e nella disperazione, sottomessa a bande armate, a dittatori sanguinari ed alla siccità ed alla fame.

    L’Europa dopo decenni di promesse, programmi, parole non è ancora stata in grado di darsi una politica comune né per la difesa né per l’economia e movimenti politici di rilievo ancora si oppongono alla urgentissima necessità di un voto a maggioranza per impedire l’immobilismo del Consiglio bloccato dal voto all’unanimità.

    Torniamo alla nostra domanda, una società civile si basa su leggi condivise e rispettate o sull’uso della forza?

    Se scegliete l’uso della forza Putin, Trump, Musk, Kim Jong-un, Xi Jinping Ping e… hanno vinto.

    Se scegliete le regole e le leggi dovete, dobbiamo armarci per difenderle.

  • La pagliuzza nell’occhio del vicino

    Se quanto i giornali riportano e cioè che Salvini, notoriamente simpatizzante di Putin, alza un grido di protesta ed allarme per gli eventuali cento milioni portati all’estero da persone ucraine corrotte ci viene legittimo chiedere da che pulpito viene la predica visto che la Lega deve ancora risarcire, allo Stato italiano e per parecchi anni a divenire, una rilevante cifra di denaro preso senza titolo.

    Per amor di patria e di governo non aggiungiamo altro se non la considerazione che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro e Salvini, che ogni tanto sgrana in pubblico il Rosario, non dovrebbe dimenticarsi di questo.

  • Ricordando Paolo Pillitteri

    Il tempo vola, diciamo pure che, passati gli anni della giovinezza, il tempo, inesorabile, brucia i tuoi giorni e, all’improvviso non c’è più tempo.

    E già passato un anno dalla scomparsa di Paolo Pillitteri e continua a bruciare il rimpianto perchè tante iniziative delle quali si era parlato e che, sempre immemori della velocità del tempo, avevamo rimandato.

    Conversazioni e condivisione di pensieri che vanno indietro di anni, quando è stato l’unico Sindaco di Milano a guardare ai consiglieri non come esponenti di una parte politica ma come persone, e il suo giudizio era sereno e fermo, vali per quello che sei dentro.

    Paolo era prima di tutto un uomo di cultura e vedeva il mondo, politica compresa, come fosse da un lato il regista, da un altro l’attore di un film, non mai lo spettatore che, riaccese le luci, dimentica il messaggio che lo spettacolo ha dato.

    Pillitteri ha subito molte ingiustizie, forse anche queste hanno in parte leso la sua salute, gli ultimi anni sono stati veramente difficili ma si è sempre battuto come un leone per vincere ingiustizie e malattie, sempre teso a guardare avanti con quel suo sorriso un po’ sardonico ed un po’ triste, con quegli occhi che guardandoti sapevano bene chi gli era amico nel profondo e chi era lì solo per esserci.

    Il suo matrimonio con Cinzia, che gli è stata vicina con particolare capacità d’amore e di comprensione, per tanti, tanti anni, il suo ultimo compleanno, con gli amici più cari, come gli anni in consiglio comunale, con i pensieri e le osservazioni che facevamo fuori dall’aula e gli incontri che abbiamo poi avuto, sono e resteranno nei miei ricordi con l’unico rimpianto per la tirannia del tempo che, reciprocamente, non avevamo voluto accettare.

    Serviva ancor tempo, a lui, a noi, ma la vita va oltre la presenza fisica, la vita di chi ci lascia rimane nei nostri pensieri e nelle azioni che ancora possiamo fare rispettando i messaggi che Paolo ha lasciato sia sul piano culturale e politico che su quello affettivo ed umano.

    Paolo Pillitteri sarà ricordato nel convegno ‘Tutto poteva accadere’ che si svolgerà a Milano, venerdì 5 dicembre, alle ore 17, al Centro Studi Circolo Caldara (Via De Amicis, 12).

  • Quali potranno essere i possibili scenari futuri in ragione delle strategie adottate?

    Mentre la Germania, attraverso una apposita legge, ha abbassato il costo del Megawattore con l’obietto di fornire un sostegno reale all’industria pesante tedesca e, di conseguenza, all’intera filiera dell’automotive, in forte difficoltà a causa del costo dell’energia, in più abbassando anche tutti gli oneri impropri, il governo italiano si preoccupa invece delle riserve auree della Banca d’Italia,
    in primo luogo per poterle utilizzare a garanzia delle proprie future  manovre finanziarie, esattamente come nel passato si era cercato di fare per i risparmi privati.

    Va ricordato, come la Banca d’Italia custodisca circa 2.452 tonnellate d’oro, per un valore attuale che supera i 200 miliardi di euro. Di queste, quasi la metà (circa 1.100 tonnellate) si trovano nella sede della Banca d’Italia, mentre il resto è depositato in diverse località estere, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera e nel Regno Unito.

    Nel frattempo nel contesto mondiale la Cina sta aumentando significativamente il ritmo di stoccaggio del petrolio greggio utilizzando la medesima strategia adottata prima del covid, che venne adottata anche per gli approvvigionamenti delle materie prime. Basti pensare che nel solo mese di ottobre il trend di crescita abbia registrato un valore di circa 690.000 barili al giorno.
    Questa politica energetica tende a fornire delle garanzie allo stato cinese in previsione di qualche crisi internazionale.

    L’Italia, invece, continua ad aumentare il prezzo del gasolio che rappresenta quel fattore inflattivo determinante in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci viaggi su gomma. Il paradosso è rappresentato dal fatto che l’attuale quotazione del petrolio sia di poco superiore ai 64 dollari al barile mentre il prezzo medio del gasolio in Italia risulti di 1,7 euro a fronte della Germania dove è di 1,42 euro, in considerazione del livello retributivo medio in Germania (superiore del +37%) in Italia il costo energetico complessivo si trasforma in un fattore antieconomico determinante.

    La competitività di un sistema economico ed in particolare di un patrimonio industriale come quello italiano va tutelata attraverso una politica energetica adeguata esattamente come il livello di qualità della vita delle famiglie va assicurato attraverso delle bollette sostenibili. Entrambi questi obiettivi non possono essere raggiunti attraverso una politica di bonus relativi agli elettrodomestici o alle autovetture e tantomeno attraverso rimodulazioni delle aliquote fiscali o sconticini risibili del cuneo fiscale.
    Solo una visione strategica può assicurare un futuro ad una economia di trasformazione, basata quindi sul know how industriale e professionale combinato al costo dell’energia il quale  può diventare, se troppo elevato, il fattore decisivo nell’uscita dal mercato dei prodotti proprio a causa dell’effetto moltiplicatore energetico: con questo inaccettabile livello di strategie il nostro Paese si vede relegato ad un ruolo di figura comprimaria nello scenario economico internazionale.

    Esattamente come quello che verrà riconosciuto all’Unione Europea la quale, mentre gli Stati Uniti crescono del 2,8% e stringono accordi per investimenti di oltre 1000 miliardi con l’Arabia Saudita, l’istituzione europea esprime la propria visione strategica fissando al 2040 il limite per ridurre del 90% le emissioni.

    Queste miopi e assolutamente inadeguate strategie energetiche ed economiche assicurano la marginalità politica ed economica dell’Unione Europea e dall’interno della stessa Europa quella italiana.

  • Extra profitti anche fiscali e la credibilità del Paese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Anche questo governo, esattamente come il precedente, segue il rituale della solita spasmodica ricerca, nonostante gli “extraprofitti fiscali” assicurati dal Fiscal Drag, di nuove risorse finanziarie che dimostra ancora una volta come gli anni passino senza lasciare nessuna traccia e fornisce un’ulteriore dimostrazione di come gli ultimi due governi non siamo poi tanto diversi.

    Il governo Draghi cercò inutilmente di tassare gli extra profitti delle aziende energetiche in un periodo di esplosione appunto dei costi dell’energia. Ora il governo Melon, in una medesima situazione, cioè nel pieno di una crisi industriale e sistemica dell’economia reale, di fronte agli imbarazzanti profitti del sistema bancario, adotta la medesima strategia fiscale la quale ovviamente sortirà gli stessi risultati ottenuti dal governo precedente.

    Si dimostra francamente avvilente come la questione decisamente complessa relativa ad una rimodulazione della pressione fiscale, sia diventata una semplice guerra ideologica di posizione tra schieramenti favorevoli al mantenimento dell’attuale asset fiscale ed altri che chiedono l’introduzione di una tassazione aggiuntiva. Una contrapposizione che si manifesta non solo nel classico conflitto tra maggioranza e opposizione, ma che si insinua persino tra gli alleati nella maggioranza di governo.

    Nessuno, tuttavia, in questo supportati dal supino silenzio del mondo accademico incapace di definire una posizione terza rispetto alle strategie economiche governative e delle opposizioni, si dimostra in grado di elaborare un’analisi che tenga nella dovuta considerazione il conseguente danno reputazionale alla credibilità del Paese con la introduzione di una normativa fiscale retroattiva.

    Questa politica fiscale si dimostra Infatti deleteria ed in grado di rivelarsi un fattore disincentivante nella determinazione dei flussi di investimenti, specialmente internazionali, verso il Paese.

    Non è difficile, infatti, adottando una semplice analisi economica, comprendere come una fiscalità retroattiva, ma anche solo l’ipotesi di una sua possibile applicazione, renda problematica, se non addirittura azzardata, qualsiasi possibilità di elaborare un piano strategico di investimenti.

    Un sistema fiscale dovrebbe assicurare un prelievo certo ed equo, e la propria stabilità dovrebbe dimostrarsi come un volano di sviluppo per il paese attirando operatori economici e quindi preziosi investimenti finalizzati alla crescita economica. Quando invece la fiscalità diventa l’Extrema Ratio per trovare quattro spiccioli che permettano un equilibrio di bilancio, diventa un fattore destabilizzante e assolutamente antieconomico per il Paese.

    Sembra incredibile come questo governo e il precedente non abbiano tenuto in alcuna considerazione gli effetti reputazionali devastanti di questa retroattività fiscale nei confronti degli extra profitti delle banche o delle aziende nel settore energetico. Questa infantile politica fiscale paradossalmente si rivela come un fattore determinante al pari dei costi energetici nel favorire concorrenti, in quanto l’incertezza fiscale risulta avere un costo incalcolabile che rende impossibile una qualsiasi progettualità economica.

    Non si intende certamente difendere le banche ora e tantomeno le aziende energetiche allora, ma la fiscalità richiede competenze articolate e non esponenti politici dalla dubbia competenza, incapaci persino di valutare gli effetti reputazioni di una singola norma fiscale.

  • Landini cortigiano sarà lei

    Ci possiamo stupire se i giovani diventano aggressivi e violenti quando gli adulti istigano all’odio ed usano, come strumento politico e di comunicazione, l’insulto?

    Non ci sono scusanti per Landini per quanto ha detto pubblicamente riferendosi al Presidente del Consiglio ed alla donna, non gli è di scusa la presunta ignoranza del vocabolo o quella di aver usato in vocabolo in termini politici, “cortigiana in quanto frequentatrice di corti!”….avrebbe detto il Landini cercando di dare un senso politico all’insulto ma, come diceva il poeta, “voce dal sen fuggita più trattener non vale”.

    Landini sapeva benissimo il peso dell’insulto che ha utilizzato per cercare di accreditarsi verso le frange più estreme di quel che resta della estrema sinistra italiana.

    Mentre il suo sindacato perde peso, perché non rappresenta molte fasce di lavoratori e non tutela a sufficienza gli altri, Landini cerca uno sbocco partitico, un futuro elettorale e cerca di chiamare a sé tutti coloro che non credono nella politica del dialogo, che dello scontro hanno fatto un mestiere o il modo per sfuggire a personali insoddisfazioni.

    Lo sciopero nazionale, e le sue derive anche dopo, hanno trovato la disapprovazione di tutti coloro che non erano in piazza e cioè praticamente di tutta l’Italia che si è vista negare i suoi diritti di muoversi, lavorare, vivere liberamente, in nome di un pretesto per il motivo politico di guerra al governo mentre decine di migliaia di lavoratori, con contratti di pochi giorni, poi reiterati sempre di pochi giorni o addirittura di un giorno, non hanno nessuna tutela o speranza di seppur minima pensione. Questi stessi lavoratori spesso non sono pagati e per poche decine di euro non possono certo adire alle vie legali.

    Landini non rappresenta più, da molto tempo, i lavoratori così come la sinistra italiana, dal Pd ai Cinque Stelle e ai Verdi, è ormai incapace di fare proposte e si limita, con una pervicacia degna di miglior causa, a subissare il Governo, e la Premier, di contumelie e critiche avulse dalla realtà, intanto molti problemi delle persone testano irrisolti.

    Un‘opposizione seria dovrebbe essere anche costruttiva, solo così si rispetterebbe la democrazia, la si consoliderebbe e si creerebbe la strada per un’eventuale alternanza, non certo con gli insulti, l’odio e la violenza.

  • Milano, capitale della sostenibilità a piedi…ammollo

    Nelle notti degli inquilini di Palazzo Marino si agita un sogno bellissimo: slide color pastello, grafici che puntano al cielo, cittadini sorridenti che pedalano in un’arcadia urbana a zero emissioni. È il sogno di una Milano più verde di un mojito, più sostenibile di un sandalo in sughero, più europea delle capitali del Nord Europa messe insieme. Un sogno, diciamolo, nobilissimo.
    Peccato che ogni mattina noi Milanesi ci svegliamo, e il sogno fuori dalla finestra somiglia più a un incubo con l’asfalto dissestato.
    L’Amministrazione, con la foga del neofita che ha appena scoperto il verbo “green”, ha dichiarato guerra. Non alla criminalità, non al caro affitti, non alla burocrazia che impantana ogni iniziativa. La guerra santa è contro l’automobile del cittadino medio, quel rottame fumante (secondo loro) che osa ancora trasportare la spesa del supermercato o il figlio all’asilo.
    Via dunque di Area B, Area C, divieti, ultimatum, incentivi che sembrano più un invito a indebitarsi per i prossimi dieci anni. Il messaggio è chiaro, quasi un imperativo categorico in salsa meneghina: “Giargiana, scendi dall’auto! Cammina! Usa i mezzi!”.
    E il Milanese, che in fondo è un essere ligio e persino un po’ masochista, obbedisce. Parcheggia il suo Euro 4 (ormai cimelio da museo) e si mette in marcia, novello pellegrino sulla via della redenzione ecologica.
    Ed è qui che il volo pindarico dell’ideologia si schianta contro la più banale, e umida, delle realtà: i marciapiedi.
    Proprio quei rettangoli di cemento e sanpietrini su cui dovremmo esercitare la nostra ritrovata virtù pedonale. Peccato che la manutenzione di queste infrastrutture primordiali sia evidentemente finita in fondo alla lista delle priorità, subito dopo “organizzare un campionato mondiale di aquiloni in Piazza Duomo”.
    I nostri marciapiedi sono ormai carte geografiche in rilievo di un territorio martoriato: crepe che diventano canyon, buche che paiono crateri lunari, dislivelli degni di un sentiero di montagna.
    E poi, piove.
    Ah, la pioggia. Non più la dolce, malinconica pioggerellina che ispirava i poeti. Grazie al cambiamento climatico – quello stesso demone che si vuole combattere a colpi di ZTL – ora su Milano si abbattono monsoni tropicali. Le “piogge di Ranchipur” sono la nostra nuova normalità. In dieci minuti, la città si trasforma in una piccola, incasinata Venezia senza gondole.
    E il povero pedone? L’eroe della mobilità dolce? Si ritrova a fronteggiare l’imponderabile. Non semplici pozzanghere, ma laghi effimeri. Specchi d’acqua limacciosa profondi anche venti centimetri che compaiono dal nulla, trasformando l’attraversamento di un incrocio in una prova da “Giochi senza Frontiere”.
    Non solo sulla strada, sia chiaro. I laghi si formano sui marciapiedi, intrappolando il cittadino tra il muro di un palazzo e un “naviglio” estemporaneo color fango.
    E poi, quando, dopo aver calcolato la traiettoria come un campione di biliardo per evitare l’immersione totale, ti senti quasi in salvo, ecco la beffa. Il gran finale. Un SUV (ovviamente elettrico e costosissimo, perché l’ecologia è per chi se la può permettere) che, con la grazia di un ippopotamo in un negozio di cristalli, centra in pieno la mega-pozzanghera ai bordi della strada.
    L’onda anomala che ne consegue non è una semplice doccia: è un battesimo laico, un’umiliazione totale che ti innaffia di acqua sporca dalla testa ai piedi.
    Lì, fradicio e sconsolato, mentre strizzi i pantaloni e maledici l’universo, capisci la sublime ironia di questa città. Un’amministrazione che ti obbliga a camminare, ma non ti dà un posto asciutto e sicuro dove mettere i piedi. Che ti spinge verso un futuro radioso e sostenibile, ma inciampa nella manutenzione del presente più basilare.
    Viene quasi da chiedersi se, prima di progettare avveniristiche funivie urbane e piste ciclabili intergalattiche, non sarebbe il caso di mandare una squadra di operai con un sacco di bitume a tappare due buche e sistemare pendenze. Giusto per permettere ai nuovi, forzati eroi della fede ecologista di arrivare al lavoro senza dover portare con sé un paio di stivali da pescatore.
    Prima la toppa, poi il cosmo. Sembrava una regola di buon senso. Evidentemente, era una regola di un’altra epoca.

  • Un ex eurodeputato inglese ammette di essersi venduto a Putin

    Nathan Gill, ex europarlamentare e capo del partito di destra populista Reform UK (il partito dell’euroscettico Nigel Farage) in Galles, ha ammesso di avere accettato tangenti durante il suo mandato da parlamentare europeo, tra il 2014 e il 2020, per fare alcune dichiarazioni filorusse. Lo ha fatto durante un processo a suo carico in corso a Londra, nel Regno Secondo quanto emerso in tribunale, Gill ha preso soldi da Oleg Voloshyn, ex parlamentare ucraino definito dagli Stati Uniti “pedina” dei servizi segreti russi, in cambio di interventi a Strasburgo, dichiarazioni televisive e l’organizzazione di eventi con politici filorussi. Le autorità britanniche hanno sequestrato messaggi WhatsApp che documentano la collaborazione tra i due, trovati sul telefono di Gill dopo il suo fermo all’aeroporto di Manchester il 13 settembre 2021 in base alle leggi antiterrorismo. Tra le attività contestate, Gill difese in Parlamento i canali televisivi ucraini 112 Ukraine e NewsOne, sostenendo che fossero trattati ingiustamente dallo Stato ucraino. I canali erano legati a Viktor Medvedchuk, politico filorusso con stretti legami con il presidente Vladimir Putin, arrestato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e successivamente scambiato con prigionieri russi. Gill apparve anche sui canali stessi per sostenere Medvedchuk e organizzò incontri tra eurodeputati e rappresentanti filorussi, tutto in cambio di compensi economici.

    L’accusa ha sottolineato come l’ex eurodeputato fosse incaricato di presentare interrogazioni, contattare funzionari della Commissione europea e tenere eventi in favore di interessi russi, come confermano i messaggi WhatsApp intercettati. Dominic Murphy, capo dell’unità antiterrorismo della Metropolitan Police, ha dichiarato che Gill riceveva pagamenti per diffondere narrazioni favorevoli a Mosca. Padre di cinque figli, Gill sarà giudicato a novembre. Il suo avvocato ha anticipato che la condanna comporterà molto probabilmente il carcere. Durante il processo, la giudice Cheema-Grubb ha confermato che Gill ha ammesso di aver presentato interrogazioni, rilasciato dichiarazioni e svolto altre attività in Parlamento a favore di partiti filorussi in Ucraina. Il Labour gallese ha reagito criticando la vicinanza passata di Gill a Farage, sottolineando il rischio che interessi russi venissero anteposti a quelli del Galles. “Pensavamo che Nigel Farage avrebbe anteposto i propri interessi a quelli del Galles, ma ora sembra che anteporrà anche gli interessi della Russia a quelli del Galles”, sono le dichiarazioni riportate dalla BBC. Reform UK ha respinto le accuse: “Un gesto meschino dettato dalla pura disperazione da parte del Partito Laburista gallese, che viene respinto dall’opinione pubblica e sta perdendo terreno nei sondaggi”. Ora Gill non è più membro di Reform UK, ma la sua carriera politica in Galles lo aveva visto protagonista come leader di UKIP tra il 2014 e il 2016 e successivamente di Reform UK nel 2021, guidando la campagna elettorale per il Senedd, il Parlamento gallese.

    La sentenza è prevista a novembre: l’avvocato di Gill, Peter Wright, ha detto che probabilmente Gill passerà almeno un periodo in carcere.

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