Politica

  • Arginare la radicalizzazione e il potere di pochi

    C’era un tempo, non troppo lontano, nel quale, pur con i suoi difetti ed errori, la politica doveva rendere conto, almeno in parte, ai cittadini.

    Era il tempo delle tribune elettorali nelle quali i leader si sottoponevano alle domande dei  giornalisti e davano  risposte, era  il tempo delle sfide tra i programmi elettorali, degli incontri pubblici, dei comizi in piazza, del confronto tra elettori ed eletti od aspiranti tali, il tempo delle scelte dei cittadini che, con il voto di preferenza, impedivano che i segretari di partito, o i loro colonnelli locali, avessero il potere assoluto nominando parlamentari amici al di là delle effettive capacità.

    Era il tempo nel quale, pur con i loro difetti, le formazioni politiche si confrontavano al loro interno e con l’opinione pubblica, vi erano sedi, circoli, sezioni dove simpatizzanti, iscritti e dirigenti si misuravano, dialogavano anche per far crescere una più giovane classe dirigente.

    Ora, alla vigilia di nuove elezioni, la realtà è ben diversa ed in gioco non vi è soltanto la vittoria di questo o quello schieramento ma la stessa stabilità della democrazia e dei valori occidentali che sempre più sono calpestati, anche in Occidente.

    Eliminati i luoghi di confronto, salvo kermesse celebrative nelle quali si ascoltano e applaudono i big e non si interloquisce, la rete, i social di varia natura, hanno sostituito, nell’anonimato di troppi e nelle finte presenze di altri, il rapporto che esisteva tra eletti ed elettori.

    I nostri dati sensibili sono in mano a società private e non allo Stato che ha appaltato la loro gestione e la burocrazia digitale ai colossi del tech, AWS, Microsoft, Google ed altri gestiscono i flussi informativi, estraggono dati per i loro interessi, creano dipendenza.

    Intanto hacker di varia natura ci imbottiscono di false notizie, distorcono la realtà, rendono sistema la contro informazione, forze interne e straniere si impossessano di ogni strumento possibile per raggiungere e indirizzare le nostre scelte, dai consumi alimentari agli aiuti all’Ucraina, dal modo di vestirci a come dovremmo votare.

    Siamo in un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale si confronta con la stupidità naturale, dove in modo palese, come ha fatto Musk, si può costruire la vittoria di un candidato finanziando spot televisivi, campagne social, assumendo migliaia di persone per raggiungere ogni possibile elettore e farlo registrare, quel Musk che con Starlink può accendere o spegnere la connettività Internet nei terreni di guerra e condizionare i destini di intere nazioni e popoli.

    Chi detiene il flusso dei dati, chi ha ricchezze superiori anche a quelle degli Stati, chi ha il monopolio di certe funzioni vitali di fatto ha in mano la politica, che sia democratica o repubblicana, che sia di destra o di sinistra, la politica non è più libera e la democrazia è sempre più a rischio, al di là dell’apparente libertà della quale ci convincono di godere mentre gran parte delle infrastrutture del commercio globale sono in mano ad Amazon, o a suoi equipollenti cinesi e russi, condizionando le nostre scelte ed i nostri acquisti.

    Tornare indietro forse è impossibile ma arginare la deriva pericolosa che ci sta portando a preoccupanti radicalizzazioni da un lato e dall’altro, al potere sempre più assoluto di poche persone che detengono gli strumenti di controllo di massa, è una necessità e se i partiti non lo comprendono devono essere i cittadini a trovare la forza e la voce per fermare il declino non solo della democrazia e dell’occidente ma della stessa dignità e libertà.

  • In attesa di Giustizia: quelli della superiorità morale

    I numeri sono impietosi: due maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri quando guidava la Direzione Antimafia di Catanzaro sono arrivate a sentenza proprio mentre si discute alla Camera di istituire una Giornata della memoria dedicata alle vittime di errori giudiziari. La prima, “Maestrale-Olimpo-Imperium”, del 2023 descriveva non solo le cosche ma una vasta “zona grigia” di imprenditori, professionisti, funzionari e dirigenti pubblici ritenuti collegati alla ‘ndrangheta: il primo grado si è chiuso con 79 condanne ma anche 99 assoluzioni (più della metà degli imputati) e 3 proscioglimenti per prescrizione. La seconda inchiesta è del 2022 ed ipotizzava infiltrazioni mafiose nella filiera del legname e l’impiego illecito di rifiuti.

    Furono arrestate 31 persone: la sentenza di primo grado, pronunciata anch’essa da poche settimane, è di condanna solo per otto imputati su 61, gli altri 53 sono stati assolti.

    Si tratta solo di due esempi, molto recenti e ravvicinati tra di loro, che rendono più che mai incomprensibile la scelta di astensione della sinistra sulla proposta di istituire una Giornata dedicata agli errori giudiziari: è davvero difficile commentare quando si tratta di affermare un principio elementare – ricordare chi ha pagato con la libertà, la reputazione e la vita errori dello Stato – prevale da un lato la logica politica dall’altro la sudditanza culturale nei confronti di una parte della magistratura.

    Come se riconoscere che la giustizia possa sbagliare significhi indebolirla, anziché renderla più credibile.

    Il garantismo è un principio che vale sempre, soprattutto quando è scomodo.

    Non avere il coraggio di difenderlo davanti agli errori giudiziari dimostra di considerarlo un bene negoziabile e l’appartenenza al campo largo della gogna e delle manette facili che, peraltro, ultimamente perde colpi con imbarazzanti

    inchieste costruite facendo leva sul moralismo, che presentano il conto: dal caso di Ranucci – il moralizzatore moralizzato dalle sue amicizie esplosive – che si è ritrovato a dover condannare la stessa cultura del sospetto che per anni ha alimentato con i metodi del suo “Report”  è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande in cui  si trovano altre storie: per esempio quella delle indagini sull’urbanistica a Milano il cui primo filone arrivato a giudizio ha esitato, il 16 giugno, otto imputati assolti su otto dalle accuse di abuso edilizio e lottizzazione abusiva ed anche la Corte dei Conti ha prosciolto i tre funzionari comunali accusati di danno erariale…e come dimenticare che è stato archiviato l’ennesimo filone su Dell’Utri e Berlusconi  – presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 – ritenendo mancanti elementi concreti sui rapporti diretti con Cosa Nostra per quella specifica ipotesi.

    A tutto questo naturalmente va aggiunto il dramma vissuto dagli indignati in servizio permanente effettivo con la vicenda della grazia a Nicole Minetti con la quale hanno tentato di buttare fango persino sul Quirinale ricevendone in cambio sputtanamento in dosi massicce: basterebbero questi esempi ma se ne potrebbero fare molti altri, più o meno recenti, per ricordare  all’opposizione che non basta un algoritmo, lo stare tutti insieme contro qualcuno, per essere un’alternativa,  alla magistratura che non basta una vittoria del No al referendum per non ragionare sui limiti dell’irresponsabilità di un pubblico ministero ed al partito della gogna che avere una giustizia giusta, con meno cultura del sospetto, con meno indagini trasformate in sentenze, con meno schizzi di fango fatti volteggiare nell’aria, non è un tema legato a chi vuole prendere le parti degli accusati: è un tema che riguarda un bene comune che si chiama giusto processo, Stato di diritto, cultura delle garanzie.

  • Anche sui compensi di Report il campo largo è stretto di contenuti

    Suona veramente ridicola, oltre che pretestuosa, l’indignazione di certa politica e società civile, legate a quella che un tempo si sarebbe chiamata sinistra ed ora è solo un campo largo di farneticazioni, per la pubblicazione dei compensi e delle spese dei collaboratori di Report, trasmissione della tv di Stato.

    Non è forse trasparenza sapere i compensi e gli interessi di deputati, senatori, consiglieri regionali? Per quale motivo non devono invece essere conosciuti i costi di trasmissioni pubbliche, per le quali paghiamo il canone, ed i giornalisti avrebbero diritto ad una privacy che chi fa politica non ha quando sappiamo bene che da tempo l’informazione è in gran parte politicizzata?

    Per alcuni ogni pretesto è buono per dare aria ai denti e fare dichiarazioni che servono solo a dimostrare che sui reali problemi dell’Italia e dell’Europa il campo largo è proprio strettino di idee, contenuti e logica.

  • Difesa comune?

    Molto spesso si parla del distacco tra il mondo della politica intesa nella definizione più ampia e la vita reale, e quindi le legittime aspettative dei cittadini.

    Troppo spesso anche di fronte a questo evidente distacco, la politica crede di poter imporre vincoli e schemi culturali lontani anni luce dal sentire della popolazione che stanno amministrando solo in nome dei principi istituzionali interpretati invece con l’evidente intenzione di raggiungere obiettivi particolari. Paradossalmente la politica percepisce sé stessa sempre più come élite culturale per quanto distante si dimostra nella realizzazione di modelli culturali che da decenni continua ad imporre a quello che considera il “popolino”.

    Poi esistono i bagni di umiltà o meglio il ritorno alla realtà dettato dall’esito delle iniziative politiche di chi governa le quali dovrebbero imporre una revisione delle priorità che la politica si è posta.

    In questo contesto l’esito dell’arruolamento volontario in Germania, che ha visto 300 volontari sui 20.000 ipotizzati, dimostra quanto velleitario il progetto di una difesa comune europea possa essere ancora oggi considerato ed interpretato. Questo risultato fornisce l’idea del delirio delle classi politiche e governative sia tedesca che  europee in generale tanto in ambito militare che economico le quali non condividono la realtà economica, sociale e politica dei diversi paesi che formano l’Unione Europea, non sanno più interpretare le aspettative di pace dell’intera popolazione europea .Tantomeno possiedono  nel proprio bagaglio gli strumenti culturali per imporre priorità necessarie alla  salvaguardia delle “garanzie democratiche ” .

    Solo quando la politica, abbandonando la centralità dei temi “etici” minoritari ma ad alto impatto di immagine e comunicazione, tornerà finalmente a parlare di lavoro, sviluppo, occupazione ed introdurrà nuovamente negli scenari di guerra la parola diplomazia, solo allora la politica si dimostrerà in grado di tornare ad essere la legittima interprete delle aspettative dei cittadini.

  • Gli scandali albanesi

    I lettori de Il Patto Sociale – Informazione Europa ogni settimana trovano un articolo che dall’Albania ci testimonia alcune situazioni di un Paese che è in via di adesione all’Unione europea ed al quale come Italia siamo fraternamente legati. Purtroppo da questi articoli, per chi ha la pazienza di leggerli, si evincono una serie di gravissimi problemi legati alla criminalità organizzata ed alla corruzione. Auspicando che l’Albania diventi membro della Ue riteniamo che per il suo ingresso debbano, prima, essere chiariti e risolti quei problemi legati alla corruzione e alla criminalità che ha anche diramazioni sia in Italia che nel mondo.

    Gli articoli pubblicati su Il Patto Sociale – Informazione Europa, così come vari reportage, usciti non solo in Italia, e le pubblicazioni sul tema, tra cui ‘Invincibili’ di Nello Trocchia e le interviste del procuratore Nicola Gratteri, non sono mai stati seguiti da querele il che dimostra come non si tratti di fantasiose preoccupazioni ma di scottanti realtà.

    A beneficio non solo dei nostri lettori ma anche delle forze politiche italiane ed europee, riportiamo alcuni stralci degli articoli che abbiamo pubblicato nel 2025.

    In Albania opera una Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità che è in funzione dal 25 novembre 2019. Sulla base di denunce a questa autorità, che riguardavano sia il diretto coinvolgimento del sindaco della capitale, sia del primo ministro albanese e di alcuni suoi stretti collaboratori, tra i quali il Segretario generale del Consiglio dei ministri, è stato arrestato il sindaco. A Tirana doveva essere costruito un inceneritore e altri due in altre località che non sono mai entrati in funzione, benché, i cittadini della capitale e delle altre due città pagassero salate tasse. Come se gli inceneritori funzionassero regolarmente. Il sindaco, nel frattempo, è stato arrestato per corruzione passiva, in almeno nove casi, e per riciclaggio di denaro, insieme con altre persone, tra cui sua moglie.

    Secondo i procuratori della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata il sindaco avrebbe approvato molti permessi di costruzione edilizia, nella capitale, a degli imprenditori coi quali poi divideva i guadagni ed è stato accusato di condivisione di ingenti fondi pubblici con varie imprese e organizzazioni non governative, tra cui alcune di sua moglie controllate direttamente con persone collegate. Il sindaco della capitale non è stato però accusato per il clamoroso scandalo degli inceneritori. E neanche per lo scandalo, reso noto quasi un anno prima, nel quale era coinvolto direttamente e/o tramite alcuni suoi stretti collaboratori e dirigenti del comune della capitale. Uno scandalo legato a molti appalti truccati e a finanziamenti per delle società che esistevano solo sulla carta.

    Il fatto che il sindaco della capitale non sia stato accusato per lo scandalo degli inceneritori, in cui sembra siano coinvolti anche il primo ministro ed altri suoi stretti collaboratori, attesta i limiti ai quali la giustizia albanese è sottoposta nello svolgere il suo ruolo istituzionale.

    Il 15 aprile la rete televisiva ARTE ha trasmesso in prima serata un lungo documentari: “Droga, dollari, diplomazia/L’Albania e l’Unione europea”.  Gli autori del documentario hanno trattato anche del traffico di droghe che entrano in Albania dal porto di Durazzo sottolineando che “la porta d’ingresso è il porto più grande dell’Albania. Esattamente qui a Durazzo entra una grande quantità di droga, generando così una grande quantità di denaro sporco”. Ed ancora “i cartelli della droga sono strettamente legati alla politica. Loro finanziano le campagne elettorali, assicurano fondi pubblici e sostengono i politici. Due ex ministri degli Interni di Edi Rama sono stati legati al traffico della droga e hanno dato le loro dimissioni soltanto dopo le pressioni pubbliche”. Gli autori del documentario evidenziano che anche il fratello minore del primo ministro “è coinvolto nel traffico delle droghe ed è stato accusato [dall’opposizione] perché, insieme con una banda di trafficanti, ha portato grandi quantità di cocaina nei Paesi dell’Unione europea nel 2014”.

    Il nesso tra criminalità organizzata e corruzione è stato evidenziato nel libro ‘Invincibili’ del giornalista investigativo Nello Trocchia. Trocchia nelle pagine del suo libro riferisce anche di un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba (piccola isola, parte integrante del Regno dei Paesi Bassi, nel Mare caraibico, a nord del Venezuela) tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari. I partecipanti all’incontro, dice Trocchia, hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    In visita nella zona di pregio turistico di Theth nel 2024, il primo ministro albanese aveva rassicurato gli abitanti della zona che il governo stava risolvendo il noto problema del riconoscimento legale, finora mancato, delle loro proprietà ereditate dai loro avi. Un problema diffuso in tutta l’Albania dovuto anche alle falsificazioni “legalizzate” dalle istituzioni, che penalizzano i veri proprietari a beneficio di persone vicine ai politici, loro “amici e clienti”. Sono diventati abusivamente “proprietari” anche dei prestanome, sempre legati ai rappresentanti politici e agli oligarchi, che sempre vanno “d’accodo” con chi governa.

    Ma il 7 luglio 2025 in quella bellissima area turistica, su ordine proprio dello stesso primo ministro, le ruspe hanno cominciato a fare tabula rasa. Si è parlato di una vendetta del primo ministro nei confronti degli abitanti della zona che alle elezioni dell’11 maggio 2025 non lo avevano votato. Ma anche di un diabolico piano del primo ministro per offrire quel territorio agli “investitori strategici”, con i quali ha rapporti consolidati, come è avvenuto in altre aree di alto valore turistico, soprattutto sulle coste dello Ionio.

    La presenza, sia in Italia, come in altri Paesi europei e del Sud America, della criminalità organizzata albanese da anni è stata evidenziata da diversi rapporti delle strutture specializzate, sia dell’Unione europea e di alcuni Paesi membri dell’Unione, sia da quelle d’oltreoceano. La pericolosità della criminalità organizzata albanese da anni è stata evidenziata con preoccupazione da diversi alti rappresentanti delle strutture specializzate antimafia italiane. Un’operazione contro il traffico internazionale di droga, avviata dal 2020, e condotta dalle strutture antimafia di Bari, ha evidenziato la partecipazione attiva della criminalità organizzata albanese nel traffico di droga.

    Alcuni dirigenti di questi gruppi criminali avevano appoggiato, attivamente e finanziariamente, alcuni candidati “vincenti” nelle liste del partito del primo ministro nelle “elezioni” dell’11 maggio 2025. Candidati che erano sconosciuti al vasto pubblico e che hanno avuto, invece, molti più voti degli altri candidati conosciuti. La pericolosità della criminalità organizzata albanese è stata evidenziata anche nell’ultimo rapporto ufficiale della DIA italiana (Direzione Investigativa Antimafia). Si tratta di un rapporto lungo e ben dettagliato, presentato al Parlamento italiano il 27 maggio 2025.

    Anche la Ue, chiamata a valutare l’idoneità dell’Albania e divenire membro dell’Unione, ha raccolto elementi che destano preoccupazione. In occasione del rapporto del 4 giugno 2025 della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo sull’Albania, il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo per le “elezioni” dell’11 maggio 2025, si è fermato anche sull’influenza della criminalità organizzata prima e durante il giorno delle “elezioni”. Ha dichiarato che “la criminalità organizzata, che ricicla il denaro proveniente dal traffico delle droghe, influisce durante le elezioni, per mantenere invariata la situazione [politica] e per continuare indisturbata l’attività [criminale]”. Sempre riferendosi alla collaborazione del potere politico con la criminalità organizzata, il dirigente della missione degli osservatori ha dichiarato: “Penso che questa sia una questione importante per l’Unione europea. Non possiamo permettere, quando si tratta di riciclaggio del denaro sporco, oppure di traffico delle droghe, che queste organizzazioni continuino a funzionare indisturbate”. Una realtà questa che non è stata però evidenziata nel sopracitato rapporto della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, redatto in modo “diplomaticamente corretto”.

    Tra gli stessi diplomatici del resto sono emersi episodi che ingenerano dubbi. L’ex ambasciatrice degli Usa a Tirana ha lasciato l’incarico per andare a lavorare in ExxonMobil, uno dei maggiori gruppi petroliferi mondiali che, proprio grazie alla sua opera quale ambasciatrice americana in Albania, aveva vinto un appalto milionario per produrre elettricità dal petrolio tramite due navi nel porto di Valona. Le navi tuttavia non si sono viste, anche se i vincitori dell’appalto hanno ricevuto il compenso pattuito per svolgere l’incarico loro appaltato.

    La ministra dell’Energia e delle Infrastrutture (nonché vice primo ministro) peraltro è stata indagata a fine 2025 per la gestione di alcuni appalti relativi alla costruzione di una galleria e due ponti (questi ultimi pagati ma mai costruiti) e ai relativi lavori di supervisione. Secondo gli inquirenti, la ministra “ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore”.

    La vicenda prende le mosse nel 2021, quando un’impresa albanese vince l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si svolge un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra e due rappresentanti di una ditta turca.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto, alcuni mesi dopo, proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta più costosa, di circa 50 milioni di euro, rispetto a quello della ditta albanese che aveva vinto il primo appalto, poi annullato. La ditta albanese ha avuto in seguito, dal vincitore turco, il subappalto dello stesso progetto, per la stessa somma che aveva offerto al primo appalto.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto per i tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta che vi sono state le stesse “ irregolarità” anche per il progetto dello stesso tunnel, per un valore di 7.4 milioni di euro, e per l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. Ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito, mentre le indagini evidenziano che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge e arrivato soltanto il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo.

    La stessa ministra infine, secondo quanto reso noto lo scorso 20 novembre dalla procura, è stata indagata anche per un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana.

  • Qualche esempio di politica da basso impero

    Se qualcuno passa informazioni che consentono, a chi le riceve, di poter fare investimenti fruttuosi in borsa prima degli altri è aggiotaggio ma se Trump offre, previo  oneroso  abbonamento, di sapere, in anteprima, cioè prima che siano rese pubbliche, le sue intenzioni dalle quali si possono dedurre preziose notizie per vendere o comperare azioni od altro, questo come si chiama?

    Ciascuno di noi, comuni mortali, deve stare attento a non lasciarsi scappare un commento sulle doti estetiche o sugli orientamenti sessuali di chicchessia ma il ministro della guerra degli Stati Uniti può impunemente decidere di far fare ai soldati americani le analisi per verificare la percentuale di testosterone di ciascuno ed in caso sia insufficiente quali provvedimenti prenderà, esonerarli dal servizio e fare loro massicce punture per portare i livelli al grado che lui ritiene più consono?

    Se sei una piccola, media impresa italiana con un fatturato adeguato ma in momentanea crisi di liquidità, perché hai fatto investimenti per migliorare l’azienda ed hai  acceso mutui, troppe volte più onerosi del consentito o del ragionevole, avere un prestito, anche di poche decine di migliaia di euro, dando garanzie di altri beni, è impossibile ma se sei uno del giro giusto, della politica in speciale  modo, i prestiti arrivano anche per centinaia di migliaia di euro, non importa se le tue società  sono già pesantemente in crisi, l’importante è avere il nome giusto, il giusto contatto, la giusta arroganza.

    Se commetti un reato la tua pena  spesso non corrisponde al reato ma dipende da chi ti giudica e l’incertezza del diritto, dell’obbiettività, dei tempi, e delle mille varianti che dipendono dal caso, dai tuoi avvocati, da chi svolge le indagini, da chi emette la sentenza, portano ogni giorno a vedere compiere nuovi reati da chi dovrebbe stare in carcere o essere comunque controllato, ogni giorno leggiamo sui giornali le stesse notizie, nomi diversi e reiterazione degli stessi reati e geremiadi di stampa e politica che sostengono che così non va ma tutto resta invece uguale.

    L’opposizione contesta quello che fa la maggioranza invece di presentare programmi, proposte, soluzioni, mentre ad  ogni singolo problema che si ripresenta la maggioranza emette nuove leggi che si assommano, troppo spesso, a quelle già esistenti e non applicate per una serie di motivi che nessuno risolve.
    Intanto troppi comuni mortali non vanno a votare perché ogni nuova  legge elettorale mira solo ad espropriare  gli elettori dai loro diritti di scelta e verifica, mentre il potere politico, sia maggioranza od opposizione, mira solo a non perdere i benefici che derivano dal non doversi confrontare con la gente.
    Ps il basso impeto inizia nel 284 d. C. e finisce nel 476 d.C. con la fine di un ciclo storico e politico.

  • Servono davvero gli Stati Uniti d’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa viene spesso presentato come la soluzione alle difficoltà dell’Unione Europea. In realtà, la vera questione non riguarda la necessità di costruire un unico Stato federale, ma quella di ripensare profondamente il modo in cui l’Europa affronta le grandi trasformazioni economiche, politiche e geopolitiche del XXI secolo.

    L’Europa non ha bisogno di una maggiore centralizzazione del potere, bensì di una diversa e nuova cultura politica. Dovrebbe valorizzare le competenze, la capacità di elaborare strategie comuni e la ricchezza rappresentata dalle singole identità nazionali, trasformando la diversità degli Stati membri in un elemento di forza. Una vera integrazione europea dovrebbe infatti esaltare le peculiarità di ogni nazione, coordinandole all’interno di una visione strategica condivisa.

    Negli ultimi anni, invece, l’Unione Europea ha progressivamente privilegiato la produzione normativa rispetto alla costruzione di una vera unica politica industriale, economica e diplomatica. Questo ha contribuito ad alimentare una crescente perdita di competitività rispetto ai principali attori internazionali.

    Uno degli aspetti più evidenti riguarda il rapporto tra regolazione ambientale e sviluppo economico. La transizione ecologica costituisce un obiettivo anche condivisibile (produrre con minore energia è un valore economico) ma quando viene perseguita attraverso un’impostazione prevalentemente ideologica rischia di trasformarsi in un fattore di svantaggio competitivo.

    Anche il dibattito sulla riforma del sistema ETS evidenzia come il problema non sia la tutela dell’ambiente in sé, bensì il rischio che strumenti pensati per favorire la sostenibilità possano incidere negativamente sulla capacità competitiva dell’industria europea, qualora non vengano accompagnati da adeguate politiche industriali. La inevitabile conseguenza è che molte imprese scelgono di investire fuori dall’Europa, non perché gli Stati Uniti siano uno Stato federale, ma perché offrono condizioni fiscali, energetiche e normative percepite come più favorevoli agli investimenti produttivi.

    Il problema europeo, quindi, non è la mancanza degli Stati Uniti d’Europa, bensì un sistema decisionale che troppo spesso produce regolamentazione senza sviluppare una strategia economica capace di sostenere imprese, lavoro e innovazione.

    Il settore automobilistico rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. L’Europa ha scelto di accelerare la transizione verso l’elettrico imponendo obiettivi molto ambiziosi, mentre la Cina ha costruito negli ultimi vent’anni un enorme vantaggio competitivo nella produzione di batterie, materie prime e veicoli elettrici. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno adottato una politica industriale molto più pragmatica, introducendo consistenti incentivi alla produzione nazionale e misure protezionistiche nei confronti delle importazioni cinesi, oltre a perseguire una crescente autonomia nelle filiere tecnologiche strategiche.

    L’Europa rischia così di trovarsi nella posizione più debole: da un lato impone vincoli crescenti alla propria industria, dall’altro continua a confrontarsi con concorrenti che sostengono attivamente le rispettive imprese nazionali attraverso strumenti economici e geopolitici. A tutto questo si aggiunga la crescente difficoltà sul piano internazionale. L’ordine mondiale dopo la Guerra Fredda sta lasciando spazio ad un sistema multipolare nel quale Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze regionali ridefiniscono continuamente gli equilibri strategici.

    In questo contesto, l’Unione Europea appare spesso priva di una politica estera realmente unitaria e soprattutto di una visione geopolitica capace di trasformare il proprio peso economico in influenza diplomatica.

    Il problema, quindi, non consiste semplicemente nell’assenza di una politica comune, ma nella qualità delle competenze con cui vengono affrontate le sfide internazionali. Una maggiore integrazione istituzionale non risolverebbe automaticamente queste debolezze. Al contrario, esiste il rischio che gli stessi limiti oggi presenti vengano semplicemente trasferiti su una scala ancora più ampia.

    In questo contesto, va anche considerato come negli ultimi anni, sempre in Europa, sia emersa, inoltre  una nuova tendenza strategica economica che si basa sul considerare il riarmo e la riconversione industriale automotive verso il settore della difesa, come possibili motori della ripresa economica europea. Una prospettiva che suscita numerose perplessità. Pensare di compensare il declino della competitività industriale attraverso un’economia sempre più orientata alla produzione militare rischia infatti di rappresentare una risposta emergenziale, ma non una strategia di sviluppo di lungo periodo.

    La competitività di un continente trae la propria origine dalla capacità di investire nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’energia, nella formazione e nella costruzione di relazioni diplomatiche solide.

    L’Europa dovrebbe tornare a essere protagonista proprio in questi terreni, recuperando quella capacità di mediazione politica e diplomatica che per decenni ha rappresentato uno dei suoi principali punti di forza.

    Per queste ragioni, parlare oggi di Stati Uniti d’Europa rischia di rappresentare una scelta fortemente conservativa finalizzata a lasciare inalterato lo status europeo. Prima di discutere della forma istituzionale dell’Unione, sarebbe necessario ridefinirne la cultura politica, le competenze decisionali e la capacità di elaborare una strategia coerente con il nuovo scenario internazionale. Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”.

    Se l’Europa continuerà ad affrontare le sfide del futuro con gli stessi strumenti culturali e politici che hanno contribuito a produrre le attuali difficoltà, nessuna riforma istituzionale, nemmeno la nascita degli Stati Uniti d’Europa, potrà rappresentare una soluzione. In più il rischio è quello di moltiplicare su scala continentale le debolezze istituzionali già esistenti.

    La vera sfida consiste invece nel costruire un’Europa più autorevole, più competitiva e più consapevole del proprio ruolo geopolitico, capace di coordinare gli interessi nazionali senza annullarli e di tornare ad essere una protagonista credibile all’interno del nuovo equilibrio mondiale.

  • Riforma della Politica

    Quanto è avvenuto e sta avendo dimostra, in modo lampante, che a nessuna forza politica interessa avere una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere i loro rappresentanti a Roma ed i partiti a battersi sui programmi, anche attraverso un sistema, proporzionale con le preferenze, che pur mantenendo il diritto o l’obbligo alle coalizioni, prima del voto, garantisca quella trasparenza che da troppi anni rende le elezioni un rito per pochi.

    Da tempo le leggi elettorali nascono per consolidare il potere di chi lo detiene, per poi, spesso, trasformarsi in un boomerang.

    Una legge dovrebbe garantire correttezza democratica e non vi è democrazia con premi di maggioranza eccessivi e cittadini che non possono scegliere, infatti ad ogni elezione si vede come il partito più numeroso sia quello degli astenuti.

    A destra come a sinistra importa avere parlamentari proni al volere delle segreterie, il dibattito è sempre più inesistente come dimostrano i tanti errori, per carenza politica e culturale, sia di tanta parte del governo che delle opposizioni.

    La prima riforma che l’Italia dovrebbe affrontare è la riforma della politica partendo dal ritorno alla democrazia proprio all’interno dei partiti diventati centri magici di potere e di impreparazione sempre tesi a polemiche ed insulti ed incapaci di confronto, sia all’interno che all’esterno.

  • Il gioco sporco sulle preferenze per umiliare gli italiani

    Tutti i partiti, con pochissime eccezioni, hanno turlupinato gli italiani in merito alla restituzione del diritto costituzionale di scegliere liberamente i propri parlamentari.

    Particolarmente elaborata è stata la decisione di FdI che, su indicazione del Premier Meloni, ha avviato un meccanismo di palese manipolazione per convincere gli italiani di avere lottato per i loro diritti, mentre nei fatti li ha ancora una volta umiliati.

    Infatti Meloni dopo settimane di confronto con la Lega e FI, ha raggiunto un accordo con i due vicepremier per presentare un emendamento che bloccava i capilista, e consentiva l’aggiunta di altri tre candidati che potevano finalmente essere scelti dagli elettori. Ma questo accordo era chiaramente farlocco e costituiva piuttosto la prima vergognosa presa in giro degli elettori, che Meloni ha ingiustamente esaltato come la sua volontà di restituire i diritti costituzionali.

    Infatti solo due partiti, FdI e PD, avrebbero in alcuni collegi potuto avere eletti due candidati, mentre tutti gli altri partiti si sarebbero fermati alla elezione dei soli capilista, per cui nel complesso gli eletti con decisione degli elettori sarebbero stati il 15-20% al massimo, e quindi un risultato che non avrebbe restituito il diritto di Rappresentanza.

    Un accordo di Meloni del tutto inutile perché gli italiani non amano essere presi in giro e non hanno bisogno di elemosine, ma del diritto di scelta e della garanzia che tutti i territori del Paese abbiano i propri parlamentari e non sconosciuti amichetti dei capipartito, che a elezioni concluse spariscono definitivamente.

    Non solo, ma qualche scienziato ha perfino abolito nell’emendamento di FdI il principio dell’equilibrio dei due sessi per i capilista, facendo saltare dalla sedia le donne parlamentari, che in buona dose nella maggioranza hanno votato contro l’emendamento, ritenendolo, giustamente, una gravissima violazione del diritto del rispetto di genere.

    Inoltre emergono altri aspetti incomprensibili. Perché Meloni, che sapeva la contrarietà alle preferenze dei suoi alleati, sin dall’inizio non ha pensato di procedere con la legge elettorale al Senato e non alla Camera dei deputati, sapendo che il Senato non prevede il voto a scrutinio segreto? E perché dopo avere raggiunto una intesa con Tajani e Salvini, su un emendamento farlocco che confermava il sostanziale status quo in merito al minimale ottenimento delle preferenze, ci sono stati tanti franchi tiratori? Dopo la bocciatura dell’emendamento, che evidenzia uno scollamento grave della coalizione al potere, come può il Premier continuare ad attribuirsi il merito di avere tentato di restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i loro rappresentanti in Parlamento? E in tal senso, addirittura, arrivare a ordinare a FdI di votare a favore dell’emendamento sulle preferenze presentato dal partito del Generale Vannacci, affrontando una evidente incoerenza politica, pur di rimanere “coerente” sulla inesistente volontà di difesa delle preferenze?

    Ma anche l’opposizione ha gravissime responsabilità in merito e la conferma di avere leader che hanno scarsa capacità di comprensione della politica. Infatti, se l’opposizione fosse stata veramente interessata alle preferenze e avesse proposto un accordo a Meloni per un emendamento che eliminasse i capilista bloccati e ripristinasse il principio dell’equilibrio dei due sessi, garantendo i diritti delle donne, e quindi stringendo, almeno su questo punto, un accordo con FdI, si sarebbe finalmente sanato questo volgare sistema antidemocratico, perché incostituzionale, e restituito insieme il diritto di Rappresentanza a tutti gli italiani.

    Purtroppo non è andata così, perché sia la maggioranza, che buona parte dell’opposizione, non vogliono perdere questo beneficio illegittimo e continuare a nominare il loro fedeli Yes man.

    La verità è che gli italiani sono nelle mani di personaggi senza alcuna etica e rispetto dei diritti costituzionali, che come Trump sono convinti di avere con la prepotenza il diritto al ruolo di “Padroni del Vapore”, a capo di partiti che sono ormai da decenni solo comitati elettorali, senza uno straccio di democrazia interna, privi di idee, strategie, visioni e valori, e che, per mantenere il loro ruolo, maggioranza e opposizione, possono solo nominare, e quindi controllare i loro fedeli parlamentari e nient’altro.

    Una estorsione dei diritti costituzionali intollerabile, che dura da 21 anni, e che non vede futuro per il rispetto dei diritti degli italiani, che, invece di reagire, preferiscono non andare a votare, facendo così un doppio regalo ai capi partito.

    L’ultima speranza che rimane, in assenza di reazioni popolari, è fondata sulla Corte Costituzionale, che questa volta sta attenzionando una legge che non può violare ancora una volta l’assenza di Rappresentanza, che non può presentare il nome del Premier, di competenza esclusiva del Presidente della Repubblica, e non può introdurre l’esagerato premio di maggioranza, argomenti più volte dichiarati incostituzionali con sentenze della Consulta, ma ovviamente ignorate dagli estortori dei diritti altrui.

  • Dovrebbero salvaguardare l’occupazione in Italia

    Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha suscitato un acceso dibattito politico ed economico dichiarando che, di fronte al rischio di una fuga di capitali causata da un’imposta patrimoniale, i ricchi ed i capitali “vadano dove vogliono”.

    La dichiarazione si inserisce nel dibattito economico politico che trae spunto anche dalla proposta del sindacato di introdurre un “contributo di solidarietà” volto a finanziare la spesa pubblica. L’obiettivo finanziario dichiarato dovrebbe essere quello di generare circa 26 miliardi di euro di entrate, le quali si andrebbero ad inserire all’interno di una spesa pubblica che già nel 2026 oltrepassa i 1.100 miliardi. I contribuenti ai quali verrebbe applicato questo contributo di solidarietà sarebbero rappresentati dai 500.000 italiani più ricchi e si baserebbe su di un’aliquota aggiuntiva intorno all’1,2%, -1,3% della ricchezza netta (*). Un parametro il cui calcolo non risulta così immediato e quindi non di rapida ed immediata applicazione. Queste risorse aggiuntive andrebbero investite in “(1) sanità pubblica, (2) istruzione e (3) non autosufficienza”.

    Da questa programma fiscale elaborato dal leader del CGIL si nota che non sia prevista alcuna riduzione della pressione fiscale, la quale anzi rimane assolutamente inalterata, magari a favore proprio di quei ceti che sostengono il sistema fiscale. Una auspicabile riduzione che determinerebbe invece, la possibilità di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e magari sostenere quella domanda interna, erosa proprio dall’inflazione particolarmente alta nel settore alimentare. Viceversa, tale proposta partorisce il solito aumento della dotazione della spesa pubblica la quale, in volumi, già ora risulta al quinto posto in Europa in volumi ma per efficienza si colloca al ventitreesimo posto.

    Andrebbe ricordato, infatti, come la spesa pubblica, o meglio la sua inefficienza, garantisca proprio quella sperequazione sociale della quale si lamenta Landini che, in modo assolutamente imbarazzante per un segretario della maggiore Confederazione dei lavoratori, spera di correggere con 26 miliardi di spese aggiuntive rispetto agli oltre 1.100 miliardi già in bilancio.

    In relazione poi alla infelice frase “ricchi e capitali vadano dove vogliono” emerge come da segretario Landini non conosca l’asset fiscale italiano. Non esiste memoria storica infatti di alcune proteste della CGIL quando il governo Renzi creò le basi normative e fiscali per attirare residenze fiscali di soggetti individuali dando così l’avvio alla disastrosa evoluzione edilizia di Milano.

    Anche se ora l’aliquota fissata per il trasferimento delle residenze fiscali nel nostro Paese è stata alzata a 300.000 euro, non essere a conoscenza che l’Italia rappresenti ancora oggi un Paese che pratica l’elusione fiscale a favore delle persone più abbienti residenti all’estero definisce la competenza del segretario della CGIL. Gli investimenti (una forma di espressione dei capitali) andrebbero, invece, sostenuti in quanto rappresenterebbero la base finanziaria per sostenere la ripresa economiche. Ma sembra che anche il concetto di stabilità fiscale come parametro fondamentale nella valutazione di un investimento in un determinato Paese risulti anche questo sconosciuto al segretario Landini.

    Come inevitabile ed amara considerazione finale emerge evidente come la crisi culturale del nostro Paese non riguardi solo la classe politica, ma investa in modo sempre più evidente anche i vertici delle associazioni di categoria.

    E questi dovrebbero tutelare e salvaguardare l’occupazione in Italia.

    (*) Ricchezza Netta = Attività – Passività. Attività (cosa possiedi): immobili, liquidità sui conti correnti, investimenti (azioni, obbligazioni), fondi pensione e beni di valore – Passività (cosa devi): mutui, prestiti personali, saldi negativi delle carte di credito e qualsiasi altro debito

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