Politica

  • 9 maggio 1978…

    L’onorevole Aldo Moro viene trovato ucciso all’interno di una Renault 4 in via Caetani a Roma. Il discendente di De Gasperi era considerato allora come oggi un grande statista perché aveva previsto la possibile deriva autoritaria dei nostri giorni in nome di uno Stato etico e quindi autoritario.

    Il 9 maggio 1978 Aldo Moro viene ucciso da volgari esponenti delle brigate rosse dopo una detenzione inumana durante la quale fu anche sottoposto ad un ridicolo quanto ingiusto processo istituito solo per offrire ai suoi miserabili aguzzini ed assassini la giustificazione per la sua morte.

    Ora tutti questi personaggi sono liberi in nome di quella “ragione di stato” giustamente criticata dal dirigente della Democrazia Cristiana in quanto deriva antidemocratica alla quale il cittadino deve opporsi al fine di tutelare le libertà costituzionali e democratiche.

    Il suo pensiero rimane attuale anche in relazione al percorso successivo dei suoi assassini nel quale emerge chiaramente come la ragione di stato prevalga sulla giusta ambizione ad un vero senso di giustizia e rispetto per le vittime. Vanno ricordati infatti gli agenti della scorta dell’onorevole trucidati in via Fani.

    Proprio ora, in un momento di sospensione delle libertà democratiche e personali, il pensiero di Aldo Moro trova la sua conferma.

  • Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica

    Il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne.
    Charles Péguy, da “Pensieri”

    Domenica scorsa, 29 marzo, è arrivato in Italia un gruppo di 30 medici ed infermieri dall’Albania. Dopo l’arrivo e l’accoglienza ufficiale a Verona, il gruppo è stato trasferito a Brescia, dove era stabilito che gli specialisti albanesi dovevano prestare servizio. Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata. Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese. Diversi i servizi televisivi in tutte le edizioni della domenica e anche del giorno successivo, nonché molte interviste per alcune televisioni e giornali, compreso anche uno sportivo. L’autore di queste righe, però, considera tutto ciò semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio. Riferendosi al sopracitato evento, egli scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020): “Purtroppo, a fatti ormai accaduti e ben evidenziati quotidianamente, risulterebbe che al primo ministro non interessa tanto la salute dei cittadini”. E continuava, sottolineando che “Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici. Sia in Albania che, quando si può e si crea l’opportunità, anche all’estero.”. Era perciò un’altra “ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Apparire, però, non per quello che veramente è e per come ormai lo conoscono bene in patria. No. È apparso senza la mascherina, come “consiglia” i cittadini da “padre degli albanesi”, ma comunque mascherato, recitando il ruolo del dirigente politico “attraente e alla moda”, ma anche “premuroso” per le sofferenze degli altri.

    Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, dalla quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati. Sia sulla realtà vissuta in Albania che, e soprattutto, su quello che realmente rappresenta il primo ministro albanese. Al pubblico italiano lui è stato presentato come un “modello interessante di positività”, mentre in patria la sua irresponsabilità istituzionale e/o personale, nonché il modo abusivo di gestire il potere e la cosa pubblica risultano essere ormai un’opinione sempre più consolidata e diffusa. Durante quella sopracitata buffonata mediatica della settimana scorsa, gli attenti “registi” hanno nascosto però ai cittadini italiani un “dettaglio”. E cioè che ormai in Albania, in seguito ad una ben ideata e attuata strategia, si sta pericolosamente consolidando una nuova dittatura. Una dittatura capeggiata dal primo ministro che ormai controlla quasi tutte le istituzioni statali e governative. Da colui che oltre al potere esecutivo e legislativo, ormai ha sotto controllo quasi tutti i media. Da colui che, per mettere sotto controllo anche quella parte non controllata e non sottomessa dei media, qualche settimana fa ha fatto approvare, dai suoi “eunuchi” deputati, una nuova legge che ha chiamato la “legge anti calunnia”! Niente di tutto ciò ed altro ancora è stato detto ai cittadini italiani durante tutta quella messinscena mediatica della settimana scorsa in Italia. Così facendo, i “registi” e gli attenti “curatori” della buffonata hanno semplicemente ingannato il pubblico italiano, presentandogli il primo ministro albanese come un “santo”, un dirigente “premuroso”, sia per i suoi cittadini che per quegli italiani, in questo grave momento di grande bisogno dovuto alla pandemia. Nascondendo così il suo vero volto e il vero carattere, quello del dittatore imbroglione. Quello del primo ministro albanese non era un atto di solidarietà e di “riconoscimento” nei confronti del popolo italiano, bensì una “trovata pubblicitaria”, una boccata d’aria per un affannato che sta attraversando un periodo molto difficile in patria. A proposito e rimanendo sempre sul tema: la scorsa settimana non è stata riservata la stessa “accoglienza” mediatica ai medici arrivati dalla Polonia. Come non è stato fatto anche con i loro colleghi albanesi. E neanche con i 30 medici e infermieri (sempre lo stesso numero!) arrivati ieri in Italia dall’Ucraina. Come neanche per gli aiuti materiali arrivati, sempre ieri, dall’Egitto. Ci sono stati, sì, dei servizi televisivi all’interno dei telegiornali, ma tutto è finito lì. Nessun spazio televisivo e/o della carta stampata, alle autorità che hanno accompagnato i medici e/o il materiale sanitario. Niente di tutto ciò che è stato riservato al primo ministro albanese. Chissà perché?!

    Ormai tutta l’opinione pubblica è convinta e consapevole che l’Italia, nel frattempo e da più di un mese, sta affrontando una situazione grave, con drammatiche conseguenze in vite umane, dovuta proprio alla pandemia. Da alcune settimane, oltre alla stessa pandemia, coloro che hanno la responsabilità di gestire la cosa pubblica in Italia stanno cercando di trovare nuove ed ulteriori risorse finanziarie, indispensabili per affrontare non tanto la pandemia stessa, ma le sue conseguenze. Ormai è una convinzione comune di tutti gli specialisti e delle istituzioni specializzate in economia e finanza nel mondo che il periodo dopo la pandemia sarà un periodo molto difficile a scala globale. Italia compresa. Ragion per cui i massimi rappresentanti politici e/o quelli delle istituzioni responsabili stanno cercando di garantire un maggiore e concerto sostegno finanziario e/o delle agevolazioni di vario tipo. Da alcune settimane i rappresentanti della maggioranza governativa e delle istituzioni responsabili in Italia stanno trattando sia con le istituzioni specializzate dell’Unione europea che con i massimi rappresentanti politici dei singoli paesi. Sono ormai note a tutti le difficoltà e gli attriti che si stanno verificando e rivelando sia a livello dell’Unione europea che tra i singoli e/o raggruppamenti di paesi membri dell’Unione.

    Da alcune settimane in Italia è stata messa in moto una pungente campagna diplomatica, istituzionale e mediatica che aveva, ed ha, come obiettivo sia le istituzioni dell’Unione europea e i loro dirigenti, che quelli di alcuni Stati membri dell’Unione. Una campagna che mirava e continua a mirare all’ottenimento di supporti e/o agevolazioni finanziarie per affrontare meglio la pandemia, ma soprattutto per affrontare il grave periodo economico e finanziario che si prospetta dopo la pandemia, a livello globale. Il presidente del Consiglio italiano non è stato soddisfatto neanche dalle dichiarazioni della presidente della Commissione europea rilasciate durante un’intervista ad un quotidiano italiano. Tenendo presente tutta quella messinscena, in Albania è ormai opinione diffusa che il sopracitato supporto mediatico offerto al primo ministro faceva parte proprio di quella campagna e serviva, per quello che poteva, a “mettere in imbarazzo” l’Unione europea e i singoli paesi membri. Opinione condivisa anche dagli analisti in Italia.

    Chi scrive queste righe pensa che potrebbe veramente trattarsi di una messinscena mediatica con degli obiettivi diversi da raggiungere. Da tutte e due le parti. Egli però considera comprensibile tutta la preoccupazione dei massimi rappresentanti politici e istituzionali in Italia che stanno cercando finanziamenti ad affrontare la prevista crisi per il bene degli italiani. Mentre condanna l’ennesima buffonata del primo ministro albanese che sta disperatamente cercando “sostegno”, anche tramite messinscene mediatiche, per consolidare la sua dittatura contro il popolo albanese! La differenza è abissale! Chi scrive queste righe condivide il pensiero di Charles Péguy. E cioè che il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne. Perciò gli albanesi non devono permettere ad una persona, afflitta da aberrazioni mentali, di rovinare il loro futuro.

     

  • Ricordare un po’ di quello che accade intorno al nostro isolamento necessario

    Nel ventesimo giorno di chiusura dell’Italia come molti, tra il dolore per le persone scomparse e la partecipazione a quello di quanti stanno combattendo per tornare alla vita un pensiero anche ai tanti che, tra tutte le diverse difficoltà materiali e morali, hanno perso un amico a quattro zampe, un piccolo compagno di vita che ci ha lasciato quando più avevamo bisogno del suo conforto, quando diventa un problema in più anche questo lutto d’amore.

    Consiglio, a chi può, di leggere l’articolo del 27 marzo del Corriere della Sera a firma Stella, in modo molto chiaro, e con significativi riferimenti culturali, il giornalista scrittore sottolinea la babele di documenti che rendono incomprensibili molte leggi e decreti compreso l’ultimo composto da centoventitremila parole… Le notizie si sovrappongono, dall’Italia al mondo, assetati di conoscere seguiamo tutti tutto e qualche volta dimentichiamo la necessità di ricordare, di elaborare e capire veramente quanto ci viene detto. Ieri il consigliere scientifico del presidente Trump, Anthony Fauci, ha previsto che tutte le città degli Stati Uniti saranno colpite e che impedire un numero spropositato di morti dipenderà dalle misure di contenimento e dall’efficacia delle risposte degli ospedali e dalla loro capacità di ricezione.

    In Italia un nuovo problema: traghetti per le isole, della compagnia Tirrenia, ieri sono stati sospesi perché i conti bancari della società erano stati bloccati per un debito che la stessa avrebbe verso lo Stato e che risale a quando avevano acquistato, anni fa, la vecchia Tirrenia che allora era pubblica. Non è pensabile si possa bloccare un servizio vitale specie per il trasporto di viveri e merci e, nel caso delle isole Tremiti, vitale anche per l’energia elettrica e lo smaltimento  dei rifiuti. L’Istituto Einaudi for Economic and Finance prevede la fine dei contagi dal 5 al 16 maggio. Catania è la città con maggior contagi della Sicilia, oggi in Italia i guariti sono 15.729, i contagiati, in totale, 105.792, i deceduti 1.2428, sono diminuiti i ricoveri in rianimazione, calano un po’ i contagi in alcune realtà, si è inaugurato il nuovo ospedale da campo nella fiera di Milano. La rivista dell’Università di Harvard stigmatizza errori come quelli di aver detto all’inizio “Milano non si ferma” e di avere tenuto riunioni, anche con leader politici nazionali, con assembramenti di persone e strette di mano, ovviamente sempre tutti senza mascherine perchè si diceva che non servivano…

    Preoccupa molti oltre l’incapacità europea di trovare un accordo, sia economico che di contrasto al virus, la legge fatta approvare dal presidente Orban in Ungheria, legge che dà al presidente i pieni poteri, condanna anche a cinque anni di carcere chi dovesse dare notizie ed informazioni difformi su quello che il governo deciderà e che sospende l’attività del parlamento. La legge potrà essere un domani abrogata solo con la maggioranza di due terzi dei parlamentari, cioè solo con i parlamentari dei partiti di governo, quello dello stesso Orban e del suo alleato!

    La generosa partecipazione di imprese e singoli cittadini alla raccolta fondi per la protezione civile, ad ieri erano 64 milioni, a queste donazioni si aggiungano le altre, molte e cospicue, fatte direttamente agli ospedali e quelle organizzate da diversi organi di stampa, inoltre molti cittadini, oltre a quelli attivi nel volontariato, hanno fatto donazioni di cibo e generi di conforto sia al personale ospedaliero che a quello dei pronti interventi. Continua anche la solidarietà di chi offre cibo ai meno abbienti ma lo Stato fa ancora troppo poco specie per questi ultimi, i 400 milioni che i sindaci dovranno dividersi e ridistribuire non bastano minimamente neppure per pochi giorni. A Recanati regalano a tutti i cittadini le mascherine ricevute in dono dalla città cinese con la quale Recanati è gemellata. A Napoli uno dei tanti quartieri a rischio, che chiede una sanificazione, è quello di San Giovanni dove vi sono situazioni di degrado e sovraffollamento inaccettabili. Saranno studiati, una volta finita l’epidemia, gli abitanti di Ferrara che, ad oggi, sono stati quasi immuni dal virus, solo 320 contagi in una città e provincia di una regione tra le più colpite, lo studio servirà alla comunità internazionale per capire meglio chi può essere immune o comunque meno attaccato dal virus. La zona del ferrarese, nei secoli, è stata portatrice di patologie croniche come l’anemia mediterranea e la citemia, malattie che potrebbero aver fatto sviluppare alla popolazione speciali anticorpi.

    In Francia dove il virus continua a colpire, è stata organizzata una produzione che sfornerà ogni mese 40 milioni di mascherine, in India si disinfettano con acqua e candeggina i migranti e manca il cibo mentre i senza tetto si rifugiano sugli alberi per non essere colpiti dalle guardie.

    Negli Stati uniti si è arrivati a 170.000 contagiati e l’Africa è sempre più a rischio perché è impossibile mantenere la distanza di sicurezza, non esistono mascherine, presidi sanitari, ospedali attrezzati a sufficienza e le persone devono uscire per forza per attingere acqua- Per cercare di contenere il contagio sono stati isolati molti centri urbani. Nel frattempo a Hong Kong comincia la seconda quarantena, il Paese dopo essere stato chiuso a gennaio e febbraio, evitando tutti i morti e contagiati che si sono invece verificati in Cina, aveva riaperto le attività ma i nuovi 528 casi hanno fatto nuovamente chiudere gli aeroporti e i luoghi pubblici.

    Quanto avvenuto deve far procedere tutti con molta cautela, per riaprire bisogna avere la certezza della gradualità, della funzionalità sanitaria e di una cura valida in attesa del vaccino. Senza uno screening sierologico sulla popolazione, per capire chi è a rischio, chi immune e chi, essendo guarito, ha sviluppato gli anticorpi, ogni apertura sarà a rischio.

  • Regioni: se il pericolo è nazionale vanno accettate le risposte del Governo nazionale

    Caro Direttore

    desidererei esprimere delle considerazioni sulle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio Conte in merito alla Sua avversione alla nomina di un “Commissario super poteri” nell’affrontare la lotta al Corona virus in quanto (per Lui) le Regioni hanno già il potere per risolverla.

    Bene, abbiamo visto e toccato i risultati e le lotte tra Regioni per dimostrare chi è più efficace e brava, pensando solo a se stessa (Almirante parlò, se non ricordo male, per 29 ore alla Camera contro l’istituzione delle Regioni: aveva ragione!). Mi chiedo, quando è scoppiato il caso, si è costituita una commissione tecnica tra tutte le Regioni per scambiarsi conoscenze e proposte per una linea comune di comportamento? Allo stesso modo, si è proposto uguale commissione tra le Nazioni europee? Ed ultimo, non si è imposta alla Cina una commissione che andasse a studiare la situazione con i Cinesi stessi?

    Io credo che le Regioni abbiano sì la libertà di organizzare la propria risposta sanitaria sul proprio territorio, ma quando ci si trova ad affrontare una situazione di pericolo nazionale come questa credo anche che debbano fare un passo indietro ed accettare dal Governo nazionale le risposte più consone.

    Infine, nei confronti degli anziani di fronte alla lettera dell’Associazione degli anestesisti che sottolineava la necessità di curare prima le persone più giovani, ignorandoli, nessuna Regione si è espressa. Ma nel momento in cui qualche anziano si è manifestato favorevole è cominciata la gara a negare che non li si curi. Gli anziani avendo figli e nipoti non hanno bisogno di avere trattamenti speciali, sono già da soli disposti a sacrificarsi.

    Questa è l’immagine dei politici italiani, ma non solo loro…

    *ex Assessore alla Sanità di Regione Lombardia

  • Scandali clamorosi elevati a livello statale

    … È inevitabile che avvengano scandali, ma guai
    all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

    Vangelo secondo Matteo; 18/7

    Così diceva Gesù ai sui discepoli. E come in tutte le sue parabole, usava simbolisimi e allegorie. L’evangelista Matteo testimonia che in quel caso Gesù, riferendosi ad un bambino preso vicino a se, ammonisce tutti coloro che gli faranno del male. “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare”. (Vangelo secondo Matteo; 18/1-6)

    Il nostro lettore ha potuto leggere quanto l’autore di queste righe scriveva la settimana scorsa sulle bugie e gli inganni del primo ministro albanese (Bugie scandalose elevate a livello statale). Ebbene, il primo ministro durante la settimana appena passata ha dato di nuovo sfogo al suo vizio di mentire e di ingannare volutamente e come se niente fosse. Lo ha fatto di nuovo da territori stranieri. Dopo gli Stati Uniti, la Germania e Bruxelles, non poteva mancare la Russia. Il primo ministro albanese, il 26 febbraio scorso, è andato a Mosca in visita ufficiale, in veste di presidente di turno dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Come anche negli Stati Uniti alcune settimane fa. E come negli Stati Uniti con il Segretario di Stato, anche durante la conferenza stampa con il ministro degli Esteri russo ha di nuovo mentito vergognosamente, ma consapevolmente.

    Durante quella conferenza stampa il primo ministro albanese più degli obiettivi dell’OSCE, che coinvolgono anche la crisi in Crimea, ha parlato del ripristino delle relazioni tra l’Albania e la Russia, interrotte nel 1961. Parlando di “telefonate che non sono state fatte dal tempo di Stalin”, lui ha promesso di impegnarsi in futuro per comunicare direttamente con il ministro russo degli Esteri. Poi, rivolgendosi a lui, gli ha ricordato che nel 2004 “C’è stato un accordo firmato da lei e dall’attuale capo dell’opposizione (albanese; n.d.a.)”. Una vera e propria clamorosa e misera bugia! Forse mosso dal suo subconscio e sotto complesso di “flirtare” con la Russia, ha cercato di passare la colpa per le “trascurate” relazioni bilaterali ai suoi avversari politici. Uno che fa una simile affermazione pubblica in una simile occasione o è fuori di testa e privo di memoria, oppure, volutamente, cerca di ingannare. E colui che lo ha fatto è un noto bugiardo e ingannatore. Colui che ha fatto quella dichiarazione sa benissimo che nel 2004 al governo c’era proprio il suo partito! Lo sa benissimo, perché lui, l’attuale primo ministro albanese, in quel periodo era sindaco della capitale, molto attivo politicamente e con dei chiari obiettivi per il futuro. Perciò non poteva dimenticare quel “piccolo particolare”, diventato subito una grande e vergognosa bugia! E anche uno scandalo clamoroso elevato a livello statale.

    Subito dopo però, il ministro russo ha reagito, ricordando al suo ospite che nel 2004, appena nominato ministro degli Esteri della Russia, ‘aveva fatto un incontro a Tirana ed in seguito avevano firmato un accordo di amicizia e collaborazione con il ministro degli Esteri di quel periodo‘ (del partito diretto adesso dal primo ministro albanese; n.d.a.)”. Accordo non ratificato in seguito dalla parte albanese. Ma il ministro russo degli Esteri, da professionista di razza, ha cautamente corretto l’ospite sul suo “lapsus freudiano”, ricordandogli però che quell’accordo “…esiste, è pronto e noi possiamo renderlo effettivo, in modo da avere chiari i principi delle nostre relazioni”. Come per ricordare al primo ministro albanese, nonostante fosse a Mosca in veste di presidente di turno dell’OSCE, che i rapporti tra la Russia e l’Albania dovrebbero cambiare, migliorare e diventare più stretti. Come al “tempo di Stalin”! Un invito che l’ospite ha colto al volo. Soprattutto in un simile e difficile periodo, quando lui sta cercando di fare un doppio gioco, sia con gli Stati Uniti e l’Unione europea, che con la Russia. Come sta facendo da anni ormai anche il suo amico, il presidente turco Erdogan.

    In più, nel sopracitato articolo della scorsa settimana, l’autore di queste righe informava il nostro lettore di un nuovo scandalo in corso. Scandalo che coinvolgeva il Parlamento albanese e la Commissione di Venezia. Ebbene, dati e fatti alla mano, risulta essere veramente uno scandalo clamoroso. Tutto cominciò il 30 dicembre scorso, quando il presidente del Parlamento, con una lettera, chiedeva ufficialmente sia l’assistenza specializzata, che l’opinione della Commissione di Venezia (Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto), sulla procedura del giuramento dei giudici della Corte Costituzionale davanti al Presidente della Repubblica. Bisogna ricordare e attirare l’attenzione di nuovo del nostro lettore, che la Corte Costituzionale in Albania non funziona da più di due anni! Da sottolineare che, sempre dati e fatti alla mano, sembrerebbe che ci sia una ben ideata e attuata strategia per controllare anche la Corte Costituzionale da parte del primo ministro. Strategia che sta denunciando pubblicamente durante questi giorni il Presidente della Repubblica, dimostrando dei documenti ufficiali che coinvolgono diverse importanti istituzioni in Albania. Tornando allo scandalo in corso, il 30 dicembre scorso il presidente del Parlamento scriveva alla Commissione di Venezia, chiedendo l’opinione su quanto sopracitato e, soprattutto, aspettando un’esplicita risposta, convinto che l’esperienza della Commissione è stata e rimane per l’Albania “molto importante per mettere nel quadro dei migliori standard il funzionamento dello Stato legale”. La Commissione risponde ufficialmente al presidente del Parlamento dopo le festività di fine anno, informandolo dell’arrivo a Tirana dei suoi esperti i prossimi 13 e 14 febbraio. Nel frattempo però sono stati resi pubblici fatti tramite i quali si documentava l’attuazione della strategia del primo ministro per controllare anche la Corte Costituzionale. E siccome gli “strateghi” del primo ministro, consapevoli dell’invalidità giuridica delle loro proposte, temevano che l’opinione della Commissione di Venezia sarebbe stata non gradita e si sono affrettati ad intervenire a modo loro. Hanno radunato frettolosamente il Parlamento in seduta plenaria proprio il 12 febbraio scorso, un giorno prima che arrivassero i rappresentanti della Commissione di Venezia! Durante una seduta notturna hanno approvato degli emendamenti che toglievano al presidente della Repubblica i diritti conferitigli dalla Costituzione riguardo al giuramento dei giudici della Corte Costituzionale. Andando fino al ridicolo e permettendo il giuramento dei giudici semplicemente davanti… ad un notaio! Così facendo hanno ignorato spudoratamente e clamorosamente la richiesta ufficiale fatta alla Commissione di Venezia il 30 dicembre scorso! Hanno, altresì, reso inutile anche la missione dei rappresentanti della Commissione a Tirana. Un clamoroso scandalo istituzionale, ma anche un pericoloso atto quello, che testimonia ulteriormente la cattura delle istituzioni dello Stato da parte del primo ministro e la restaurazione della dittatura in Albania. Per impedire tutto ciò il presidente della Repubblica si è rivolto ai cittadini, chiamandoli oggi (lunedì 2 marzo 2020) ad una manifestazione pacifica in piazza. Il nostro lettore sarà, come sempre, informato in seguito.

    Chi scrive queste righe non può non esprimere rammarico e disdegno riguardo a tutti questi clamorosi scandali in corso in Albania. Egli comunque pensa ed è fiducioso che, prima o poi, saranno guai per coloro che li attuano. Tutti quelli che abusano del potere conferito dai cittadini, rappresentando anche i bambini che sono il futuro, saranno puniti. A loro verrà appesa al collo una macina da mulino e saranno gettati nel profondo del mare. Come diceva San Matteo.

     

  • Benetton e Toscani: la sintesi del deserto valoriale e culturale

    Successivamente alla tragedia del Ponte Morandi sembrava scontato, come espressione di rispetto da parte del principale azionista della società autostrade, la famiglia Benetton, mantenere un low profile una volta testimoniato il proprio dolore anche se con colpevole ritardo.

    Questo basso profilo avrebbe dovuto esprimere e rappresentare la politica, come la comunicazione istituzionale di una società e di  una famiglia seria e consapevole in attesa della chiusura delle indagini e soprattutto della revoca o meno della concessione autostradale in via di definizione con il governo in carica.

    Ma soprattutto questo low profile sarebbe stato percepito come una ulteriore espressione di  rispetto verso i familiari delle quarantatré (43) vittime per le quali non viene in nessun modo prevista una prescrizione del dolore per il loro terribile lutto.

    Viceversa, dopo un silenzio assordante durato  quasi un mese  ed infranto da un’intervista al Corriere della Sera, a cui ha fatto seguito una patetica lettera aperta ai media firmata dalla stesso fondatore del gruppo nella quale si lamentava degli attacchi alla propria famiglia, la linea di comportamento si arricchisce di un ulteriore capitolo. Ecco allora ancora il fondatore gettarsi nell’arena politica ispirato da una mente elementare,  come tale Toscani Oliviero,  accogliendo all’interno della propria Fabrica  le “sardine”. Un essere questo Toscani che ad una trasmissione radiofonica ha avuto l’ardire di affermare “… ma a chi vuoi che interessa che caschi  un ponte…”.

    Di fronte ad una simile dichiarazione il silenzio dell’azienda come della famiglia assume i termini della condivisione di simili opinioni espresse dal responsabile della comunicazione complessiva del gruppo di Ponzano.

    Tra l’altro, la stessa definizione ed intitolazione “Fabrica” si dimostra irridente considerando come la Benetton commissioni nei paesi in via di sviluppo la propria produzione come la strage (questa sì) nella fabbrica  tessile di Dacca, dove persero la vita  1.129 operai in Bangladesh, amaramente testimonia.

    In un periodo  così controverso, quindi, sotto il profilo  giudiziario ed economico per il gruppo di Ponzano questa strategia di comunicazione dimostra una regressione culturale, etica e valoriale che non ha precedenti nel declino delle famiglie imprenditoriali italiane.

    Sembra incredibile come queste banali considerazioni non trovino alcun riscontro tra i responsabili della  comunicazione della società Benetton la quale continua, anche attraverso le gesta  del proprio fondatore, a dimostrare una vera e propria imbarazzante mancanza di una elementare sensibilità umana, definendo cosi in modo sempre più netto come l’ azienda e la Famiglia esprimano la propria regressione culturale ed etica supportati ed ispirati  da tale Toscani Oliviero.

    La sintesi di un vero e proprio deserto valoriale e culturale.

  • La riforma elettorale che i partiti non vogliono

    Ancora una volta, mentre continuano le dichiarazioni ed i commenti sulle recenti elezioni amministrative nelle quali, come sempre, più o meno tutti hanno vinto, si riaccende il dibattito tra “non udenti” sulla riforma della  legge elettorale e, come dice un vecchio detto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e nessuna forza politica sembra voler ascoltare i sentimenti di disaffezione e sfiducia degli  elettori. Come  sempre per i capi partito il problema non è cercare una legge che garantisca al massimo livello la libertà di scelta degli elettori e, di conseguenza, sia garanzia di democrazia e partecipazione, ma  l’obiettivo è individuare il sistema più garantista per le loro forze politiche. Ciascuno propone quello che ritiene sia il sistema elettorale più confacente ai suoi interessi, a prescindere dall’interesse dei cittadini.

    La democrazia per vivere ha bisogno di regole certe e rispettate e di cittadini che abbiano garantito il diritto-dovere di manifestare il loro consenso in libertà e con la conoscenza effettiva dei programmi di governo e delle capacità e competenze dei parlamentari e senatori che devono eleggere. Siamo da sempre dell’avviso che solo un sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento, un contenuto premio di maggioranza e la scelta preferenziale dei candidati, togliendo così ai capi partito il diritto di scegliere per noi chi ci deve rappresentare, farà ritornare gli elettori ad una maggior affezione al voto e gli eletti ad occuparsi del territorio e della gente invece che cercare di accattivarsi la benevolenza dei loro maggiorenti per garantirsi il posto sicuro in lista.

    Certo un sistema proporzionale preferenziale deve avere regole ferree che controllino le spese di partiti e candidati e regolamentino la presenza in lista di personaggi televisivi, infatti vi devono essere il più possibile pari opportunità per tutti coloro che sono in lista ed i cittadini dovrebbero poter valutare su curricula oggettivi e su programmi trasparenti ed avere la possibilità di controllare l’operato di coloro che hanno eletto. Inoltre nel dibattito sulla futura legge elettorale andrebbe anche affrontato il tema della personalità giuridica dei partiti, della loro democrazia interna, del rispetto degli statuti, dei diritti degli iscritti e del controllo dei bilanci da parte della Corte dei Conti. In sintesi dovremmo riformare tutto il sistema di rappresentanza  partitica ma nessuno né 5Stelle, Lega o Pd vogliono quella trasparenza della quale parlano per conquistare consensi.

     

  • Relazione della Dia al Parlamento: la criminalità organizzata dietro il gioco d’azzardo

    Con il gioco d’azzardo la criminalità organizzata dimostra tutta la sua abilità nel saper gestire attività lecite e illecite e nel far sembrare legale ciò che è in realtà illegale. E dimostra, ancora, tutta la sua abilità nel creare “relazioni internazionali” e nel sapersi muovere tra legislazioni di Paesi diversi, sapendo sfruttare le falle di ognuna. E’ quanto emerge dall’ultima relazione sull’attività della Direzione Investigativa Antimafia (Dia), presentata dal Ministro dell’Interno al Parlamento e relativa al periodo gennaio-giugno 2019.

    Le indagini della Dia hanno confermato che mafia, camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita e i clan della mafie straniere (cinese e romena in particolare) sono coinvolte sia nel settore illegale delle scommesse, del gioco on line e delle slot machine, sia nella gestione legale di sale da gioco o punti di raccolta scommesse. Quando l’attività è legale serve soprattutto per riciclare denaro sporco.

    Diverse indagine hanno anche evidenziato che mafia, camorra e Sacra Corona collaborano tra loro per mettere in piedi sistemi di gioco illegale. “Un ambito in cui le cosche pugliesi continuano a dimostrare elevate competenze tecniche e capacità di interazione con le mafie tradizionali è quello del riciclaggio nei settori del gioco d’azzardo e delle scommesse on-line – si legge nel rapporto della Dia – . L’illecita raccolta delle puntate su giochi e scommesse, posta in essere sul territorio italiano attraverso società ubicate all’estero (al fine di aggirare la più rigida normativa sul sistema concessorio-autorizzatorio del nostro Paese), costituisce un indotto di portata strategica, come dimostrato dalle inchieste parallelamente condotte, a novembre del 2018, dalle Dda di Bari (operazione “Scommessa”), Reggio Calabria (operazione “Galassia”) e Catania (operazione “Gaming offline”) che hanno ricostruito una rete tra criminalità organizzata barese, ‘ndrangheta e  mafia siciliana. L’attività, svolta in modo pressoché sovrapponibile dalle tre consorterie criminali, ha consentito una capillare infiltrazione dell’intero settore della raccolta del gioco, assicurando di fatto una posizione di predominio alle famiglie mafiose rispetto agli operatori del circuito legale e contribuendo in maniera determinante a rendere difficoltosa l’attività di controllo da parte degli organi istituzionali preposti, favorendo così il reimpiego di capitali illeciti”.

    La criminalità organizzata inoltre sta puntando molto sul gioco d’azzardo on line, in particolare le scommesse sportive. L’online, tra l’altro, permette ai clan di mettere in piedi vere e proprie truffe, sempre legate al gioco d’azzardo, con il metodo del match fixing, ossia truccando e manipolando i risultati di incontri sportivi. Le indagini della Dia hanno così documentato “come anche le tecnologie offrano opportunità di infiltrazione, soprattutto in ambito transnazionale attraverso il sistematico ricorso a piattaforme di gioco predisposte per frodi informatiche, spesso allocate all’estero, che consentono l’evasione fiscale di consistenti somme di denaro”. Vengono aperte società di gaming e di betting in altri Paesi dell’Unione europea (soprattutto a Malta), che poi di fatto raccolgono scommesse o offrono giochi on line anche sul territorio italiano.

    E se non sono direttamente i clan a gestire il traffico, ci sono comunque imprenditori che, dietro una facciata di legalità, si appoggiano ai boss mafiosi per fare affari. “Recenti indagini di polizia giudiziaria hanno dimostrato che, non di rado, concessionari di siti legali (sovente proprietari anche di siti illegali) ed i loro ‘master’, per garantire la diffusione del proprio circuito di centri scommesse nel territorio, si sono rivolti direttamente ai vertici delle varie articolazioni territoriali di Cosa nostra, stringendo accordi illeciti”. Grazie all’operazione Game Over, è emerso, per esempio, che un imprenditore del settore, con l’appoggio della famiglia mafiosa di Partinico, riusciva a imporre il proprio circuito illegale di raccolta scommesse sportive in una vasta area anche di Palermo.

    Nelle 700 pagine della relazione della Dia (dedicata ovviamente a tutte le attività della criminalità organizzata) il gioco d’azzardo, legale o illegale, compare ormai come attività scelta dai clan a fianco ad altri settori più “classici” come il traffico di stupefacenti, le estorsioni o l’usura. E il fenomeno non riguarda solo le regioni del Sud Italia. Arresti e sequestri sono stati eseguiti un po’ in tutte le regioni, sia nelle grandi città come in piccoli comuni. A Roma e provincia “la vastità del territorio della città e la presenza di numerose attività commerciali fanno della Capitale un luogo favorevole per una silente infiltrazione delle organizzazioni mafiose del sud – scrive la Dia – . L’area metropolitana viene considerata un mercato su cui svolgere affari, piuttosto che un territorio da controllare. Pertanto, le presenze criminali autoctone sono diventate per le mafie tradizionali il volano per intessere relazioni e rapporti affaristici di reciproca convenienza. Rapporti che non possono prescindere da una rete di professionisti e di pubblici funzionari compiacenti e necessari per la gestione e il reinvestimento dei capitali mafiosi. Questo approccio ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una ‘criminalità dei colletti bianchi’ che, attraverso prestanome e società fittizie, sfrutta il contesto per riciclare e reinvestire capitali illeciti”.

    La più attiva nel settore del gioco d’azzardo a Roma è la camorra, “attraverso la gestione diretta di attività imprenditoriali correlate al settore dei giochi e delle scommesse, costituite o rilevate con il reinvestimento di attività illecite, ma a propria volta produttrici di ulteriore ricchezza in favore della consorteria criminale”. Le indagini hanno fatto emergere anche il coinvolgimento dei Casamonica e del clan Spada nella gestione del gioco illecito.

  • Il Paese reale e l’assenza di cultura politica

    Un’inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera, il 20 gennaio, evidenzia come, a un anno e mezzo dal crollo del viadotto a Genova, in Italia vi sono ancora 3500 ponti fuori controllo, nel 2019 sono state eseguite solo il 28% delle ispezioni obbligatorie, 763 viadotti non sono stati controllati mentre il budget dell’Anas è salito a 29,9 miliardi.

    Il prof Rainero Fassati, in un’intervista sullo stesso giornale e lo stesso giorno, dichiara come gli alcolici siano la prima causa di morte dai 16 ai 22 anni, dato in continuo aumento mentre, quasi ormai  ogni giorno, ubriachi e drogati lasciano sull’asfalto morti e feriti.

    Sempre del 20 gennaio la notizia, per altro purtroppo nota, che la ricostruzione, dopo i terremoti nel centro Italia, è ferma così come il piano, autorizzato dall’Unione Europea come spesa eccezionale, per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio ed architettonico è fallito. Sono stati spesi solo 15  milioni su un budget di 2 miliardi autorizzato dall’Europa, e ancora  nonostante i mille morti e gli ultimi tre terremoti, non esiste ancora una strategia per la prevenzione del rischio sismico né un piano di pronto intervento per la messa in sicurezza e la ricostruzione dopo il sisma. Lo stesso ovviamente vale anche per le catastrofi idrogeologiche.  Mentre queste notizie finiscono di togliere quel po’ di fiducia che ancora i cittadini avevano sulle istituzioni e rappresentanze politiche le stesse si accapigliano, giorno e notte, sui loro problemi interni e sulle rivalità elettorali come se non fosse, purtroppo, ormai chiaro che gli uni valgono gli altri per incapacità a risolvere i problemi, per ignoranza, spesso non sanno quali sono i problemi reali, per indifferenza verso la cosa pubblica e cioè verso il Paese, lo Stato, la Nazione, i cittadini che dovrebbero rappresentare.

    I mezzi di informazioni sono zeppi di notizie sconfortanti, di problemi che dovrebbero vedere tutta la classe politica e culturale tesa a cercare di risolverli, non parliamo delle crisi internazionali ma di quello che avviene qui in Italia, di quei problemi che richiedono decisioni idonee anche a costo di scontentare qualche elettore come quelle, ad esempio, di chiudere prima i locali notturni, di intensificare i controlli all’interno degli stessi, di prendere iniziative educative nelle scuole per contrastare alcolismo, bullismo e l’uso di stupefacenti e droghe, di imporre a province e regioni il controllo di quel territorio e di quelle strutture che amministrano e che spesso non controllano, come risulta evidente dai tanti ponti e scuole a rischio crollo. Ma la cultura politica, il bene comune, l’interesse generale sono lontani dalle ‘intelligenze’cosi discuteremo per giorni sulla ridicola proposta del sindaco Sala di non far fumare alle fermate dei mezzi pubblici come mezzo per contrastare l’inquinamento…o sulla necessità o meno che i 5 Stelle abbiano un tesoriere diverso da Di Maio, osanneremo le Sardine e faremo un eroe di Salvini che vuole, legittimamente, essere giudicato e così continueremo nell’inesorabile declino.

  • 1977: la produttività lineare – 2020: la produttività progressiva e verticale

    Al di là dei dubbi legittimi relativi allo stile espressivo dell’esponente della politica, ancora oggi punto di riferimento per un ampio schieramento politico, sembra incredibile come già nel lontano 1977 la mancata crescita della nostra economia potesse venire semplicemente collegata alla mancanza di manodopera di bassa professionalità come poi avvenuto dagli anni ‘90 in poi fino ai giorni nostri.

    Quest’analisi imbarazzante presenta due errori fondamentali, oltre ad un sottile e sottinteso disprezzo verso persone come i lavoratori e le loro professionalità.

    Il primo certamente è relativo alla mancata valutazione, anche qualitativa, dei flussi migratori provenienti dalle regioni del mezzogiorno verso il nord industriale d’Italia che hanno caratterizzato e contribuito allo sviluppo economico italiano nel suo complesso. Un flusso migratorio sostanzialmente “interregionale” di persone, assieme alle proprie famiglie, professionalmente comunque formate all’interno del sistema d’istruzione italiano.

    Viceversa, ed arriviamo al secondo errore di questa analisi, questi flussi migratori interregionali non hanno portato alla compressione dei costi in quanto rispondevano ad esigenze del mondo industriale di ricerca di personale come espressione della crescita economica.

    I flussi migratori dell’ultimo ventennio provenienti da paesi con ritardi culturali e professionali decennali invece permettono, grazie alla bassa qualifica professionale, proprio l’obiettivo di comprimere il livello medio delle retribuzioni a parità di qualifiche.

    Sembra incredibile come già nel 1977 venisse indicato come inevitabile dal futuro Presidente del Consiglio il nesso tra sviluppo e crescita economica e compressione dei costi e di conseguenza aumento della produttività lineare.

    Un tema ripreso negli ultimi anni da buona parte del mondo politico ed accademico che ancora  considerano la produttività come semplice espressione della riduzione dei costi di produzione all’interno del perimetro aziendale. Un risultato da raggiungere attraverso l’intensificazione dei ritmi di lavoro con inevitabile compressione delle retribuzioni e conseguentemente una riduzione del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto). Un concetto desueto in quanto la produttività emerge come sintesi di un sistema paese nella sua articolata complessità. Il sistema paese influisce in modo pesante con le proprie diseconomie all’interno del ciclo di vita di un prodotto, dalla sua ideazione come espressione di una impresa e si delinea evidente nei suoi effetti quando lo stesso esce dal perimetro aziendale.

    Si pensi al peso dei mancati servizi della pubblica amministrazione fino al raggiungimento del mercato di riferimento attraverso un sistema infrastrutturale fisico e digitale assolutamente non adeguati che si trasformano cosi in costi aggiuntivi che abbassano anche la stessa produttività.

    Quindi il concetto di produttività “progressiva e verticale” si declina come l’espressione di un sistema Italia anche attraverso l’efficienza della pubblica amministrazione nella sua articolata complessità assieme ad un sistema infrastrutturale e anche culturale (l’istruzione dovrebbe rappresentare l’autostrada della conoscenza).

    Considerate le premesse nel 1977 di uno sprezzante Romano Prodi, espressione della nuova classe dirigente italiana, risulta ora molto più chiara la strategia economica perseguita dalla  politica italiana come i risultati ottenuti.

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