Politica

  • Venezia e la strana metamorfosi elettorale

    La reazione dei vertici dello schieramento di centro-sinistra che, a sorpresa, si è visto sconfitto alle elezioni a Venezia dimostra, una volta di più, come, ancora oggi, non venga accettata la inaspettata debacle elettorale.

    Le scomposte reazioni dimostrano inoltre come questa performance negativa non venga compresa e tantomeno elaborata, rendendo quindi impossibile il passaggio dallo sconforto ad una prima analisi nella individuazione delle proprie responsabilità.

    Le teorie giustificazioniste addotte da ogni esponente del centro sinistra sembrano rappresentino la classica espressione di una supremazia politica la quale esprime risentimento e livore tanto per la sconfitta del proprio schieramento quanto personale nei confronti dell’elettorato traditore.

    Il candidato Martella in un modo quanto mai inelegante ha accusato l’elettorato veneziano di non essere in grado di comprendere la proposta del proprio schieramento, dimostrandosi non pronto al “cambiamento”.

    Bersani, probabilmente assieme a Renzi e Conte, una delle cause dell’allontanamento dell’elettorato del centro-sinistra dalla vecchia politica romanocentrica, ha aggiunto, durante un dibattito televisivo, in riferimento all’apertura alla comunità del Bangladesh, che anche se la proposta attuale non sia stata digerita, lo sarà in occasione della prossima elezione.

    Infine il sociologo Bettin trova la ragione della propria sconfitta nel successo di un partito azienda.

    Sembra incredibile come quello stesso elettorato, che solo pochi mesi fa aveva votato No’ al referendum (56,3%), sia diventato ora non disponibile al cambiamento, non in grado di digerirlo e succube di un partito azienda

    Lo stesso elettorato sembra abbia quindi subito, in soli pochi mesi, una metamorfosi elettorale nella direzione opposta rispetto a quella desiderata dallo schieramento perdente.

    L’amara realtà, invece, dimostra come ora più che mai proprio dalle reazioni ad una propria sconfitta emergano le ragioni che l’hanno determinata.

    Continuare quindi ad evitare di individuare le proprie responsabilità in relazione alle tematiche che hanno rappresentato l’elemento distintivo dello schieramento del centro-sinistra, non solo conferma un atteggiamento presuntuoso e sprezzante nei confronti degli elettori ma rappresenta anche la garanzia per la vittoria del centro-destra anche alle prossime elezioni tra cinque anni.

    In altre parole, l’esito elettorale trova ora, proprio nelle analisi successive al risultato elettorale, la conferma delle ragioni della stessa debacle elettorale.

    Il modo in cui il centro-sinistra non ha accettato ancora oggi un semplice esito elettorale certifica una presunzione ideologica che lo rende incapace di individuare le proprie responsabilità.

    E se non on bastasse, ciò dimostra, una volta di più, quanto inadeguata potesse essere  questa coalizione soprattutto nelle figure apicali caratterizzate dall’assoluta mancanza  nel proprio bagaglio culturale di una possibile ammissione di responsabilità e di una anche seppur minima capacità  di autocritica In più, da esponenti politici che da quasi cinquant’anni calcano le scene del teatro della politica francamente ci si sarebbe aspettato un maggiore fair play politico nell’accettazione della sconfitta.

    La rabbia dimostrata in ogni occasione pubblica conferma invece quale sia ancora l’evidente deficit culturale e di signorilità nell’accettazione dell’esito elettorale.

  • Almirante e non solo

    Vi sono molti motivi, ogni giorno, per essere rattristati osservando le tragedie che affliggono ogni lato del pianeta o i problemi di ciascuno, per questo cominciamo a diventare particolarmente stanchi di assistere ad alcune manifestazioni di ignoranza, stupidità e mala fede.

    Con buona pace di tutti, se poi qualcuno non trova Pace non è un problema nostro, tutti coloro che hanno ricordato, pubblicamente e non, la figura di Giorgio Almirante hanno reso un doveroso omaggio ad una persona che ha inciso nella recente storia italiana, per decenni, lasciando un segno tangibile di cosa significhi cercare il dialogo ed il confronto, anche con i più irriducibili avversari.

    Almirante lottò contro gli opposti estremismi, parlò di rispetto e condusse decine di migliaia di giovani sulla strada della democrazia e della ricerca della libertà, insegnò a vivere il presente pensando al domani, a difendere le proprie idee sapendole confrontare con quelle degli altri.

    Partì, per la sua prima campagna elettorale, con uno sgabello sul quale saliva per parlare nelle strade e nelle piazze, fu vittima di ingiustizie e violenze (chi si ricorda oggi il Cantagallo o il palco portato via a Trieste, solo per citare eventi minori), vide uccisi e feriti suoi militanti e dirigenti e sempre pronunciò parole di giustizia e mai di odio e vendetta.

    Era un capo severo e nello stesso tempo umano e comprensivo ma non tollerava che i suoi iscritti dimenticassero il dovere, che come italiani avevano, di rispettare le leggi, la Costituzione, la Repubblica.

    Anche negli anni più violenti girava da solo, in treno, aereo o con l’utilitaria, con il suo sorriso e lo sguardo dei suoi occhi, azzurri, senza paure, senza menzogne.

    Rispondeva, a tutti coloro che gli scrivevano, battendo a macchina le sue lettere ed in ogni parte d’Italia, con una memoria incredibile, riconosceva, ringraziava, anche l’ultimo iscritto che andava a salutarlo.

    Altri tempi, i tempi che ci hanno portato lutti e tragedie ma anche i tempi nei quali i giovani avevano ancora sentimenti e speranze, i tempi nei quali, sia  a destra che a sinistra,  ci si incontrava nelle sedi, nelle sezioni periferiche ed i più giovani potevano confrontarsi con gli adulti e i dirigenti, deputati compresi, che passavano serate e domeniche a parlare con gli iscritti e gli elettori, giravano tra la gente, rispondevano ad uno dei primari compiti della democrazia e cioè conoscere i problemi senza stare arroccati nelle stanze del potere.

    Altri tempi dove la politica si faceva in strada e gli elettori li guardavi in faccia e dovevi rispondere, senza tanti giri di parole, alle loro domande

    Ricordare Almirante è anche ricordare, a chi oggi fa politica, che l’unica legge elettorale che può portare alla partecipazione vera degli elettori, e cioè il ritorno alle urne, è quella che ridà ai cittadini il diritto, con la preferenza, di scegliere, e poi controllare e valutare, i loro rappresentanti.

    Ogni legge, e le attuali sono state già da tempo dichiarate incostituzionali, che toglie il diritto di scelta agli elettori è una legge liberticida, utile solo a riaffermare l’incontrastato potere dei segretari e presidenti di partito i quali mettono in lista, troppe volte, chi è funzionale al loro sistema di potere interno.

    Oggi deputati e senatori vivono a Roma cercando di compiacere i loro leader, per essere certi di essere ripresentati alle prossime elezioni o per guadagnarsi un incarico da qualche parte, spesso sono avulsi dalla realtà, sia territoriale che nazionale, e la gente si allontana sempre più dalla politica e perde fiducia e rispetto verso le istituzioni perché non si sente rappresentata con la necessaria trasparenza.

    Oggi i partiti, almeno quelli che sono, o si candidano a diventare, forze di governo, abbiano il coraggio di ridare agli elettori i loro legittimi diritti di scelta e spendano qualche soldo non per faraoniche celebrazioni e feste ma per riaprire qualche sede locale ricreando, per giovani ed anziani, quei luoghi di incontro senza i quali siamo tutti vittime dei social di turno.

  • La nuova legge elettorale deve restituire agli elettori il diritto di scelta dei parlamentari

    Il vice premier Tajani, leader del principale partito liberale Italiano, ha fatto il punto sulle principali proposte di Forza Italia da ora a fine legislatura e cioè: fine vita, disegno di legge sul nucleare, riforma su Roma Capitale, ed ha spiegato che, oltre i temi dei diritti e delle liberalizzazioni, il partito dovrà concentrarsi anche sui temi economici e sull’energia che “interessano la gente”, senza dimenticare la legge elettorale.

    Ma proprio su questa, la condivisibile e puntuale strategia liberale sbotta in una palese contraddizione, perché ribadisce l’assoluta contrarietà del partito di ispirazione liberale di accettare la restituzione agli italiani del diritto di scelta dei propri parlamentari, arrivando ad alzare i toni e minacciare che voterà contro il ripristino delle preferenze, e la legge orribilmente denominata Stabilicum “verrà Bocciata”.

    E questa è una grave contraddizione, perché essere liberali impone in primo luogo il rispetto della Carta Costituzionale, che da 21 anni è gravemente violata, per il ricorso a tre leggi elettorali, Porcellum, Italicum e l’attuale Rosatellum, che hanno continuato imperterrite a consentire ai capi partito la nomina dei parlamentari per potere avere a disposizione Yes Man, e non parlamentari che rappresentano i cittadini elettori e i territori in cui sono eletti.

    Assumere quindi una postura di assoluta contrarietà, comporta la cancellazione anche per il futuro del diritto di Rappresentanza, che a proposito di diritti liberali, è il diritto più importante unicamente riconosciuto dalla Costituzione agli elettori e non ai capi partito.

    Sarebbe stato molto più trasparente, a questo punto, cambiare la Costituzione e cancellare il diritto di Rappresentanza ai cittadini, attribuendolo unicamente ai capi partito, piuttosto che violare la Costituzione per 21 anni, e atteggiarsi a difensori della democrazia, che però di fatto, così facendo, hanno mortificato poiché hanno rotto il sistema dei tre poteri, che sono rimasti due, l’esecutivo e il giudiziario, nel silenzio di una gravissima violazione dei diritti degli italiani.

    E tutto ciò non riguarda solo F.I., che però ha più responsabilità essendo un partito liberale, ma anche la Lega, e molti partiti della opposizione, che su questo tema hanno assunto la postura dello struzzo, e non si pronunciano perché la pensano allo stesso modo dei due partiti della maggioranza.

    Ora però questa estorsione dei diritti agli elettori non può continuare ad essere praticata.

    I danni sono già stati troppi, in termini soprattutto di crescita progressiva delle astensioni, che ha portato i votanti al di sotto del 50% degli aventi diritto al voto, che ha provocato l’aumento esponenziale della sfiducia per la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica e conseguentemente un progressivo distacco degli italiani dalle istituzioni, oltre che l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, ed il venir meno della tutela dei territori.

    In questi 21 anni di estorsione dei diritti dei cittadini si è costantemente ridotto il ruolo del parlamento, con una sempre crescente invasione dei ruoli istituzionali dell’esecutivo, la crescita abnorme dei decreti legge e la sempre maggiore riduzione dei tempi di esame del parlamento, e il conseguente ricorso del governo al voto di fiducia (che con 108 voti di fiducia ha raggiunto il record storico  rispetto ai precedenti governi), sottraendo ad un parlamento già ridotto a semplice passacarte dell’esecutivo, perfino il diritto di tempi ragionevoli per un  doveroso diritto di dibattito.

    Ma soprattutto ciò che è in evidente ed intollerabile mancanza è l’assenza di libertà e totale autonomia dei parlamentari che, essendo nominati, non hanno margini di reazione alle decisioni sbagliate dei capi partito, che li comandano a bacchetta e possono provvedere a fine legislatura, in caso di contrasto, alla loro sostituzione.

    L’esempio più chiaro di questa gravissima violazione del diritto di totale libertà dei parlamentari, è stata la gestione della legge sull’Autonomia Differenziata, che ha visto silenti per oltre un anno mezzo, ma fortemente preoccupati, i parlamentari della Destra di governo, a votare in silenzio l’approvazione di una legge che avrebbe massacrato, se non ci fosse stato il provvidenziale intervento della Corte Costituzionale, l’intero meridione italiano.

    Con parlamentari liberi e indipendenti, come li garantisce la Carta Costituzionale, la lega non avrebbe mai potuto proporre un provvedimento di tale portata, perché non avrebbe trovato un parlamentare del sud disposto a massacrare il suo territorio.

    Ecco perché oggi più che mai è necessario che la nuova legge elettorale restituisca agli italiani i diritti costituzionali della Rappresentanza, e si ritorni alla libertà di azione degli eletti che, in democrazia, rispondono agli elettori e non ai capi partito, e ciò deve essere chiaro a tutti i partiti, che devono ora dichiarare la oro posizione affinché tutti i cittadini sappiano chi vuole continuare a estorcere i diritti costituzionali e chi invece dopo 21 anni, consente di ritornare al rispetto della Costituzione, per salvare la democrazia.

  • Tutto per la sopravvivenza politica di un innato imbroglione

    Si diventa ridicoli solo quando si vuole apparire ciò che non si è.

    Giacomo Leopardi; da “Pensieri”, 1845

    La saggezza popolare rimane sempre una ricchezza inestimabile del genere umano dalla quale bisogna sempre saper imparare. Saggezza espressa e tramandata, nei secoli, anche dalle fiabe, che spesso sono state condivise, con delle particolarità locali, da diverse popolazioni.

    Una di quelle è la fiaba dei due o tre furfanti, a seconda della versione, che riescono ad ingannare un contadino. Avendo visto che lui aveva comprato un caprone (in altre versioni una pecora o un vitello), decidono di convincerlo che lui stesse portando sulle spalle un cane morto. Ed i furfanti si divisero i loro compiti. Il primo, avvicinandosi al contadino, chiese a lui perché stava portando sulle spalle un cane morto e poi si allontanò. Il contadino scaricò il caprone dalle spalle e lo guardò, per verificare cosa stava portando sulle spalle. Camminando verso casa però i dubbi cominciarono a turbarlo. Poco dopo il secondo furfante, fecce a lui la stessa domanda. Allora il contadino, credendo ai furfanti, scaricò di nuovo il caprone dalle sue spalle e lo gettò sulla strada. E mentre lui si allontanava disperato, i furfanti presero il caprone e se ne andarono contenti.

    La saggezza popolare, tramandata da questa favola, ci insegna due cose. Ci insegna a credere a quello che uno vede, sente ed impara, in prima persona, dalla reale vita vissuta e spesso sofferta. Ci insegna altresì che non ci si dovrebbe fidare mai, ad occhi chiusi, di quello che ci viene detto, soprattutto da persone sconosciute, o che hanno dimostrato di essere degli imbroglioni.

    Quanto sta accadendo in questi ultimi anni in Albania ci fa ricordare proprio la sopracitata fiaba. Ma in questo caso c’è un solo imbroglione, che cerca di inculcare le sue “verità” e le sue “realtà virtuali” nei cervelli degli albanesi e non solo. Si tratta del primo ministro del Paese. Per alcuni anni, con il continuo e potente supporto della sua propaganda e delle attività lobbistiche, è riuscito a raggiungere il suo diabolico obiettivo. Con il passare degli anni però sono state molte le dimostrazioni degli inganni pubblici del primo ministro, a “scopo utilitaristico”, per superare le sue sempre più grandi difficoltà che, a livello locale, sono causate dai continui e clamorosi scandali milionari in cui sono stati coinvolti anche i suoi più stretti collaboratori e famigliari, così come dal continuo e crescente abuso di potere, conferito e/o usurpato, da parte del primo ministro.

    Invece a livello internazionale le difficoltà del primo ministro albanese sono state causate spesso dai rapporti delle strutture specializzate internazionali, mentre alcuni dei “grandi dell’Europa” e delle cancellerie occidentali “non vedevano, non sentivano e non capivano nulla”! Chissà perché?! Forse per delle ragioni “geopolitiche e geostrategiche”, per raggiungere obiettivi di una “politica pragmatica”, o per garantire determinati “interessi strategici” di alcuni Paesi europei. Ultimamente però la maschera del primo ministro, a livello internazionale, è stata strappata dalla mancata e clamorosa revoca dell’immunità, da parte del Parlamento, alla sua stretta collaboratrice, ormai ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e dettagliatamente del caso durante questi ultimi mesi.

    Bisogna evidenziare che da alcuni anni ormai, il primo ministro albanese non organizza più delle conferenze stampa con i giornalisti, evitando così di rispondere a molte domande “fastidiose”. Le sole conferenze stampa del primo ministro sono quelle protocollari, insieme con i suoi omologhi stranieri. Ma anche in queste occasioni lui evita di rispondere e offende alcuni giornalisti che non ubbidiscono a lui e alla sua ben potente struttura di propaganda.

    Bisogna, altresì, evidenziare che, da alcuni mesi, il primo ministro sta rifiutando con arroganza anche le interpellanze parlamentari, chieste dai rappresentanti dell’opposizioni, violando così la Costituzione, le leggi in vigore ed il regolamento del Parlamento. Interpellanze nelle quali il primo ministro dovrebbe rispondere alle domande che riguardano questioni importanti come la sicurezza nazionale, l’abuso di potere, il suo coinvolgimento personale in diversi clamorosi scandali ecc.

    Il primo ministro, duro autocrate in Albania, approfitta però di qualsiasi “ghiotta occasione”, a livello internazionale, per cercare di “rendersi piacevole” con dei “gesti cavallereschi”, delle barzellette, delle battute e con dei vestiti “stravaganti” che attirano l’attenzione dei partecipanti e dei media. Una significativa metamorfosi quella sua. E siccome il primo ministro, da anni ormai, non può presentare una, solo una promessa mantenuta, solo un obiettivo dichiarato e poi raggiunto, allora cerca di “beneficiare” dalle battute e dalle apparenze.

    Il 16 aprile scorso il primo ministro albanese ha incontrato a Roma la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. E, guarda caso, il primo gesto che ha fatto l’ospite era quello di inginocchiarsi di fronte alla padrona di casa. Come aveva fatto anche a Tirana, il 16 maggio 2025, accogliendo la  sua omologa italiana all’inizio del sesto Vertice della Comunità Politica europea e mettendola in difficoltà. Un “gesto cavalleresco” ripetuto però anche il 10 luglio 2025, sempre a Roma, durante la Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina. I media presenti hanno evidenziato il “gesto”, sottolineando che il primo ministro albanese “…si inginocchia in modo teatrale, con le mani giunte, di fronte a fotografi e telecamere pronti a immortalare il suo saluto…”. Ma così facendo il primo ministro albanese ha raggiunto il suo obiettivo anche in quest’occasione.

    Chissà però se, durante il loro incontro, lui abbia informato la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia, dirigente di un partito di destra, della sua partecipazione, il 17 e 18 aprile, al vertice di Global Progressive Mobilisation (Mobilitazione globale progressiva; n.d.a.) svoltosi a Barcellona. Si trattava di un’attività denominata “In difesa della Democrazia” ed ospitata dal primo ministro spagnolo, che ha visto riuniti insieme dirigenti governativi e dei partiti progressisti di sinistra da tutto il mondo, nonché rappresentanti sindacali, attivisti e studiosi progressisti da oltre 40 Paesi del mondo.

    Bisogna evidenziare però che Global Progressive Mobilisation rappresenta “una piattaforma di coordinamento globale per difendere la democrazia, la giustizia sociale e il multilateralismo contro l’avanzata dei movimenti conservatori e di estrema destra”. Un vertice, quello di Barcellona, per contrastare soprattutto le politiche del presidente degli Stati Uniti d’America. Secondo fonti ben informate risulterebbe che il principale finanziatore del vertice del 17 e 18 aprile scorso a Barcellona fosse la Fondazione della Società Aperta. Ragion per cui al vertice era presente, come figura centrale, il figlio del miliardario speculatore di borsa statunitense, George Soros, ormai suo erede.

    Ovviamente il primo ministro albanese si trovava in difficoltà con la sua presenza in quel vertice. Ma non poteva dire di no al suo “caro fratello” Alex Soros. Ragion per cui ha cercato di tenersi un po’ in disparte. Anche perché il primo ministro albanese ha fatto di tutto per essere presente, il 19 febbraio, scorso al primo vertice del Consiglio di Pace (Board of Peace; n.d.a.) organizzato e diretto dal presidente statunitense. Non solo, ma tra il 25 e il 27 gennaio scorso, era presente in una visita ufficiale in Israele, dove ha partecipato ad una sessione del parlamento ed è stato accolto come ospite d’onore dal primo ministro dell’Israele. Ma durante il vertice di Barcellona il presidente statunitense ed il primo ministro israeliano sono stati dichiarati “nemici da combattere”.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, un innato imbroglione, è pronto a fare di tutto per la sua sopravvivenza politica. Anche di diventare ridicolo. Il che ci ricorda quanto affermava Giacomo Leopardi: “Si diventa ridicoli solo quando si vuole apparire ciò che non si è”.

  • In memoria di Carlo Monguzzi

    Nei giorni scorsi Carlo Monguzzi è mancato all’affetto di sua moglie, dei tanti amici e di tutti coloro che, negli anni, avevano potuto apprezzare la sua limpidezza d’animo nell’affrontare battaglie coraggiose e difficili.

    Ironico e gentile, fermo nelle sue idee ma sempre disponibile a confrontarsi con le idee degli altri, senza preconcetti ma ispirato dal desiderio di difendere quello che riteneva giusto e a dare il massimo impegno per l’ambiente e la vita.

    Delle tante persone che ho avuto modo di incontrare nei miei lunghi anni di politica, elettiva e non, Carlo Monguzzi lo ricorderò sempre con affetto e stima ed anche a me mancherà il non saperlo impegnato a difendere quello in cui credeva, con quel suo sorriso che era la rappresentazione visiva di un animo libero, aperto al confronto e determinato.

  • Tristezza…per favore vai via

    Dopo aver ascoltato i “discorsi” in aula a Montecitorio e al Senato, sia della maggioranza che dell’opposizione, a seguito dell’intervento di Giorgia Meloni, dalla quale ci saremmo aspettati un tono diverso più istituzionale, non può che subentrare, in chi crede ancora nel valore e nella missione della Politica, una grande tristezza.

    Metà mondo è in fiamme e diversi leader mondiali si dimostrano inadatti, a volte pericolosi e confusi, mentre un’altra parte del pianeta vive di stenti e soccombe ad ingiustizie e povertà estreme e l’Europa, ancora una volta, non riesce a realizzare quell’unione politica e difesa comune che erano state il pilastro delle speranze dei nostri popoli.

    Per tutti la crisi è evidente, partendo dal fallimento della globalizzazione per arrivare alla morte delle coscienze, per colpa di sistemi tecnologici ed informatici che hanno portato a confondere il reale con il virtuale ed insegnato che non è importante e necessario saper ragionare con la propria testa.

    Nel delirio di onnipotenza, che ormai accomuna chi potente è realmente e chi sogna e crede di esserlo, ascoltare tanti piccoli, inutili, sterili comizi nelle aule del Parlamento non può, che una volta di più, scoraggiare ed allontanare dalla politica e dai partiti, ormai diventati cosa nostra di piccoli cerchi magici.

    Aboliti i comizi nelle piazze, e cioè il diretto confronto con la gente, abolite le sezioni, i circoli, ogni occasione di incontro con i comuni mortali, perché le sedi sono state chiuse e ormai ognuno si confronta solo con se stesso e pochi intimi, in genere disposti a dare ragione a chi comanda, si sono tramutati la Camera ed il Senato in una ridicola arena nella quale ciascuno fa a gara a chi urla di più, spesso tenendo fermamente scollegato il cervello dalla bocca, e rivolti solo ai propri presunti elettori.

    Mentre si apre un nuovo scontro sulla prossima legge elettorale ancora una volta i capi partito non vogliono ridare ai cittadini il diritto di scegliere, attraverso la preferenza, i propri rappresentanti, vogliono continuare ad essere loro a scegliere, decidere chi sarà deputato e senatore, alla faccia della democrazia.

    Un vecchio detto dice “è il tono che fa la musica” e i toni sono ridicoli, la musica cacofonica, i contenuti per la massima parte inesistenti.

    Fate tutti un favore a voi stessi, a noi italiani ed europei, nelle piazze urlatevi pure contro, come negli anni del ‘900, ma prendete atto che siamo in un altro millennio, che il tempo corre troppo veloce, che i problemi da affrontare, ed i modi per affrontarli, sono diversi e correte ai ripari, fatelo subito prima che la tristezza diventi talmente invasiva da minare proprio quella democrazia che spesso citate e non rispettate.

  • E se la storia si stesse ripetendo?

    La storia sembra ripetersi nel XXI secolo esattamente come in quello precedente quando il rapporto tra Adolf Hitler e lo Stato del Vaticano era stato segnato da una profonda distanza ed ambiguità, oscillando tra un formale riconoscimento diplomatico e un’ostilità ideologica radicale. Mentre la Santa Sede (non esente da critiche riguardo alla propria posizione relativa alla Shoah) cercava di proteggere i cattolici tedeschi attraverso accordi legali, il regime nazista vedeva nel cristianesimo un ostacolo al controllo totale della società tedesca.

    Il 20 luglio 1933 fu firmato un concordato tra il Vaticano ed il regime nazista che solo pochi mesi dopo il dittatore tedesco violò tanto da costringere il Papa ad un’enciclica nel 1937, eccezionalmente scritta in tedesco, che denunciava apertamente il comportamento del leader nazista.

    Nel 1938, durante la visita di Hitler a Roma, il Papa si ritirò a Castel Gandolfo per evitare di incontrare il dittatore, definendolo un “portatore di una croce che non è quella di Cristo”.

    La storia sembrerebbe ripetersi forse, e per fortuna, in forme meno drammatiche rispetto a quelle del XX secolo, che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale ed allo sterminio di massa come strumenti per il conseguimento del proprio delirio ideologico.

    Tuttavia, emerge evidente come proprio ora la storia sembra ripetersi, a causa della medesima volontà di assoggettare l’indipendenza istituzionale e diplomatica dello Stato del Vaticano alle volontà di uno stato assolutamente prevaricatore come quello rappresentato da Trump.

    Questo ragionamento certamente potrebbe anche rappresentare un’iperbole, ma è arrivato il momento di fermarsi e prendere le opportune distanze dalla politica di Donald Trump e Netanyahu che risultano completamente sprovvisti di qualsiasi senso di umanità, ed   in questo si dimostrano molto simili al nemico che intendono combattere.

    Il delirio di questi due personaggi sta trascinando l’intero mondo in una crisi economica, politica, umanitaria ed energetica senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

  • In attesa di Giustizia: emblematico

    Hanno guidato la vittoriosa tenzone referendaria giurando di voler solo difendere la Costituzione e l’ indipendenza della magistratura dall’esecutivo, reclamando la estraneità del potere giudiziario a qualsiasi interesse che non sia l’amministrazione della giustizia, e presa di distanza dalla politica eppure…eppure ci sono poltrone e poltroncine, abitualmente occupate proprio da magistrati, che fanno molta gola (non solo per il prestigio) che costituiscono nient’altro che affidamenti da parte del Governo o del Parlamento per ottenere i quali si deve essere messi fuori ruolo con una delibera del C.S.M.: tradotto, si viene sollevati dalla noia di andare in udienza, di scrivere sentenze, di fare indagini, per assumere le vesti del boiardo di Stato con trattamenti economici tutt’altro che disprezzabili allineati con quello del Primo Presidente della Cassazione. In soldoni, nel senso vero della parola, sui 240.000 euro all’anno con qualche eccezione migliorativa: il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per esempio, supera i 300.000.

    Attualmente sono circa duecento i magistrati che si impegnano alacremente per quel datore di lavoro che sostengono di aborrire ma non possono restare fuori ruolo per oltre dieci anni…alla fine dei quali si saranno – comunque – dimenticati come si fa anche una banale udienza di rinvio. Meglio, quindi, il fuori ruolo con tutti i suoi benefits aggiuntivi che l’horror vacui di uffici disadorni che non brulicano di premurosi assistenti, la mancanza di prestigiose auto di servizio e delle frequentazioni del jet set della politica, della imprenditoria, dell’accademia.

    Come rimediare dopo essersi sudati la poltrona dei sogni evitando di perdere quelle future? Emblematica è la mossa che ha fatto il Dott. Roberto Rustichelli, alla vigilia della fine del mandato come Presidente dell’Antitrust. Proveniente dal Tribunale delle Imprese di Napoli, questo magistrato ha già ampiamente superato il limite massimo di dieci anni fuori ruolo avendo assunto l’incarico a maggio 2019,  nominato dagli allora presidenti delle Camere  Roberto Fico ed Elisabetta Casellati: il suo mandato di sette anni quindi scadrà il mese prossimo, precisamente il 6 maggio, stessa data a partire dalla quale ha comunicato di voler lasciare la toga. Il Consiglio Superiore della magistratura voterà l’accettazione delle dimissioni nella seduta di mercoledì 8 aprile.

    Per Rustichelli uscire dall’ordine giudiziario è una strada obbligata per ottenere nuovi incarichi pubblici di rilievo che, sicuramente, gli sono stati proposti se non garantiti: altrimenti non si spiegherebbe la scelta. Prima di guidare l’Antitrust, aveva già lavorato per l’esecutivo per quasi 12 anni (dal 2001 al 2013) come consigliere giuridico della Presidenza del Consiglio e come vice capo di gabinetto del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola nel governo Berlusconi III. Al momento della nomina a presidente dell’Autorità, quindi, aveva già superato il limite massimo di dieci anni.  Il C.S.M. aveva comunque autorizzato l’incarico, sostenendo che quel limite non valesse per i membri delle autorità indipendenti. Ora che il mandato è scaduto, però, il tetto si applicherebbe a qualsiasi altra poltrona, obbligando Rustichelli a tornare in magistratura. Che orrore la politica: viva la Toga, la Costituzione e l’indipendenza.

  • Frane, ponti e poco buon senso

    Italia ormai è divisa dalle frane, frane nuove ma anche tante, troppe frane vecchie di anni e che si sono riattivate senza che nessuno sia mai intervenuto per mettere in sicurezza il territorio ed abbia fatto una mappatura vera e completa di tutte le aree a rischio idrogeologico, la parola prevenzione resta una parola.

    Tanti governi si sono succeduti, tutti indifferenti ai pericoli di tante parti del territorio italiano e, a distanza di 17 anni, la ricostruzione dell’Aquila non è ancora ultimata con i ritardi più evidenti proprio nel settore pubblico.

    Per l’ennesima volta chiediamo al ministro Salvini ed agli amanti del Ponte sullo Stretto se hanno contezza di quanto si poteva fare, e non si è fatto, con lo stanziamento previsto per un ponte che 1) in caso di terremoto, l’aerea è la più sismica d’Italia, basti pensare ai 500.000 morti del terremoto di Messina e Reggio Calabria nel 1908, rischia di non stare su o di diventare inagibile; 2) in caso di guerra sarebbe la prima infrastruttura ad essere colpita; 3) in Sicilia ed in Calabria mancano ancora strade e ferrovie; 4) gli abitanti di Messina hanno l’acqua contingentata per poche ore al giorno mentre le opere per il ponte abbisognano di enormi quantitativi; 5) l’Italia sta franando ovunque ed il primo pensiero dovrebbe essere quello di mettere in sicurezza le zone colpite e di dar corso alle opere necessarie per impedire altri disastri annunciati.

    Ma il buon senso non sempre guida la politica specie di chi parla per cercare voti e non per dare risposte reali.

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

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