Politica

  • Patrizia Toia: secondo Conte ‘attacchi scomposti all’Italia’? No, risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo

    Pubblichiamo, autorizzati dall’On. Patrizia Toia, il suo articolo apparso sul Corriere della Sera.

    Caro direttore,
    non sono stati “attacchi scomposti” all’Italia, ma una risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo. Il problema è che Conte è venuto a Strasburgo a fare retorica europeista e a spacciare per grandi “novità” delle misure che abbiamo proposto e approvato con il voto sempre contrario delle forze che lo sostengono
    Fa un certo effetto sentire Conte definire un “impulso prezioso” il Piano Juncker degli investimenti se sei un eurodeputato che ci ha lavorato per anni e sei già indignato per il voto sempre contrario degli eurodeputati grillini e leghisti.
    E fa effetto sentire Conte che rimprovera noi con tono da mestrino perché non ci sono abbastanza fondi per l’Africa quando abbiamo già approvato il piano di investimenti per l’Africa e ancora brucia la ferita del voto contrario dei leghisti, quelli che vogliono “aiutarli a casa loro”, e l’astensione dei grillini. E fa effetto quando dice che serve “un’Europa forte e coesa” e che bisogna “sfruttare tutte le opportunità di cooperazione” in materia di difesa comune, mentre nell’aula di Strasburgo sanno che è lo stesso governo Conte che non partecipa alla Forza di intervento rapida dell’Ue, avviata da nove Paesi. E che dire quando il capo del Governo, che ha affossato in Consiglio la riforma di Dublino, votata dal Parlamento europeo, rimprovera l’Europa di poca lungimiranza sull’immigrazione perché serve “una soluzione strutturale” fuori dalla logica dell’emergenza? Come non indignarsi quando il premier che rappresenta Lega e Movimento 5 Stelle invita gli eurodeputati a “non cedere a logiche nazionaliste o regionaliste?” O quando spiega che bisogna limitare le “conseguenze negative della Brexit” mentre nella stessa aula gli eurodeputati della sua maggioranza grillina siedono ancora oggi nel gruppo guidato dall’euroscettico Nigel Farage?

    Patrizia Toia
    Capodelegazione degli eurodeputati Pd

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • Il principio di non retroattività

    La retroattività è il fatto e la condizione di avere effetto anche per il passato. Nel diritto italiano, il principio generale della non r. (o irretroattività) delle leggi, cioè il principio che la legge non dispone che per l’avvenire, è codificato nell’art. 11 disp. prel. c.c. La non retroattività della legge penale, che consiste propriamente nel divieto di applicare sanzioni previste da una legge non entrata in vigore prima che fosse commesso il reato, è un principio fissato dalla Costituzione, all’art. 25. Esso discende come corollario dall’essenza stessa della norma penale, che è comando diretto alla generalità dei cittadini: il delitto è disobbedienza, violazione di questo comando; non può esservi quindi delitto se non sussiste un comando giuridico a cui obbedire e le misure che si applicassero contro chi ha commesso un’azione che non era in contrasto con una legge in vigore al momento del fatto, non potrebbero avere valore di ‘pena’.  Così afferma l’enciclopedia Treccani. La non retroattività è dunque un principio fissato dall’articolo 25 della Costituzione. In Italia se ne è parlato molto con l’entrata in vigore della legge Severino, che ha permesso di condannare Silvio Berlusconi per reati che al momento dei fatti contestati non erano considerati tali. Quindi Silvio Berlusconi, nonostante l’art. 25 della Costituzione,  è stato condannato perché la non retroattività non è stata rispettata. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, alla quale Berlusconi aveva presentato ricorso,  non si è pronunciata sulla legittimità della legge Severino, ma ha permesso al ricorrente di esercitare i suoi diritti politici nonostante la condanna subita. Strani questi misteri delle Corti, nazionali o internazionali che siano. Dopo anni dal ricorso, non sono in grado di affermare se la non retroattività è legittima o meno. Quello che sembra palese per il cittadino comune, diventa una difficoltà, un intoppo per i giuristi esperti. A meno che, come spesso accade, non ci sia di mezzo la politica, anziché il diritto.

    Un altro esempio del non rispetto della non retroattività ci è offerto dalla polemiche e dalle decisioni di questi mesi, riguardanti le cosiddette pensioni d’oro o i vitalizi concessi ai parlamentari. Erano legali e legittime le decisioni prese a suo tempo per concedere questi benefici? Se non lo erano, è corretto porvi rimedio. Ma se lo erano, penalizzare chi ne usufruisce legalmente e legittimamente risulta una prevaricazione dispotica. Perché, oltretutto, applicare a distanza di tempo la retroattività, significa inferire un colpo mortale ad un altro principio sacrosanto: la certezza del diritto. Senza questa certezza tutto diventa casuale e provvisorio. Una società affidata al caso e al provvisorio non va molto lontano. Una società che non rispetta la non retroattività e con ciò, la non certezza del diritto, è destinata al caos, alla precarietà, alle prevaricazioni del più forte. La china del giustizialismo sembra la pista di lancio di queste aberrazioni. La garanzia è offerta dalla maestà della legge, non osservando la quale tutto diventa possibile, talvolta in nome del popolo, tal altra per ignoranza personale, ma sempre contro l’equilibrio e la legittimità del precetto. Si comincia con la retroattività e si finisce, Dio non voglia, con un pensiero unico e con un uomo solo al comando. Guai al venir meno di regole osservate per secoli da popoli e culture diverse. Ciò che ci preoccupa, tuttavia, è il silenzio, se non il tacito consenso, a questo cambiamento di comportamenti. L’uomo solo al comando non ci arriva da solo. L’esperienza del secolo appena trascorso dovrebbe averci insegnato molte cose sul valore e le conseguenze di certi cambiamenti, Si comincia, appunto, con una cosa apparentemente da niente, la retroattività, che dice poco alle moltitudini, per finire con l’incertezza totale sui sacrosanti diritti che danno un senso alla nostra vita, tra i quali poniamo in primis il diritto di poter usufruire della certezza del diritto.

  • La nuova moneta, il Monopoli ed il sottobicchiere

    In previsione di una rallentamento della crescita economica per il 2019 che renderà necessaria una manovra correttiva (o un maggiore ricorso al debito), il delirio della dottrina sovranista/monetarista  degli spin doctor economici appoggiati e condivisi dalla maggioranza di governo sembra non conoscere sosta né orrore di sé.

    Con grande orgoglio gli “economisti” di area 5Stelle – Lega annunciano il progetto pilota di avviare il conio di una moneta per i comuni di Torino e di Roma (a guida Cinque Stelle) con l’obiettivo di aumentare la base circolante e addirittura si afferma di “voler sostenere gli investimenti delle piccole medie imprese”. Il delirio nasce dalla inconsapevolezza o meglio dalla mancanza assoluta di ogni competenza relativa al concetto di come si giunga alla determinazione del valore di una valuta.

    Il 15 agosto del 1971 il Presidente degli Stati Uniti Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro. Successivamente i valori delle valute (allitterazione inevitabile) vennero determinati dalle libere trattazioni degli operatori finanziari in relazione alla valutazione dei parametri economici fondamentali della nazione titolare della valuta. In tal senso si ricorda come il valore della valuta venga modificato in rapporto ai flussi commerciali solo in una percentuale del 2-3%.

    Precedentemente vengono elaborati report che tengono in considerazione il rapporto ma soprattutto l’evoluzione dello stesso tra debito e PIL e la previsione dell’andamento dei parametri economici, quali esportazione, occupazione e consumi assieme ad altri sociali (invecchiamento della popolazione) come l’istruzione universitaria e la considerazione per la classe politica e dirigente (il rischio paese).

    Il solo concetto di inserire in un contesto tanto complesso ed articolato nel quale nessuna autorità politica e finanziaria può esercitare il controllo assoluto (non il Fmi, non la Bce o la Federal Reserve) una moneta priva di qualsiasi requisito economico-finanziario, come quella ideata per i Comuni di Roma e Torino, rappresenta la negazione del principio economico-finanziario che sottende la valutazione stessa delle valute. In altre parole, si torna al concetto infantile di cambio fisso tra le valute, tipico del gioco del Monopoli. In più nella realtà si aggiunga anche l’assoluta non convertibilità della stessa moneta in altre valute.

    Nella complessa realtà finanziaria il valore dell’Euro, come del dollaro o dello Yen, viene modificato in rapporto alle condizioni economico-finanziarie continentali e mondiali del singolo stato o dell’Unione Europea o del Giappone in rapporto al contesto mondiale di crescita economica.

    La moneta coniata nei due comuni viceversa nasce e trae la propria “forza” solo ed esclusivamente dal patto implicito che questa venga sempre accettata per pagare un servizio od un prodotto, con il medesimo supporto finanziario di un pagamento in natura o in noci di cocco.

    In altre parole in questi due comuni si troveranno in circolazione una “valuta forte” (l’euro, la cui forza nasce dalla credibilità della stessa Ue e dell’Italia) assieme ad un’altra “moneta debole” la cui forza verrà meno nel  momento in cui un solo cittadino rifiutasse di accettare il pagamento in questa valuta debole: automaticamente crollerà tutto l’impianto fiduciario legato alla moneta coniata dai comuni.

    Si possono facilmente intuire i risultati nefasti che potrebbe ottenere la medesima moneta nell’ambito del finanziamento delle PMI, che implicherebbe l’allargamento del perimetro di rapporto fiduciario tra operatori economici situati ben oltre i confini urbani: ridicolo il solo pensarlo. In più esiste un aspetto paradossale e che ridicolizza ancora di più tale strategia che con difficoltà si potrebbe definire monetaria, in rapporto, ma soprattutto considerando gli effetti economici per nulla duraturi legati alle ingenti risorse finanziare erogate dalla Bce attraverso il Quantitative Easing che non ha assicurato alcuna ripresa sostanziale, come dimostrano i dati attuali del rallentamento della crescita e della sua previsione.

    Questo dimostra ancora una volta come all’interno di un mercato complesso ed articolato la sola  politica monetaria abbia perso buona parte della propria capacità di fornire un sostegno alle politiche di sviluppo, in particolar modo per i paesi a forte indebitamento pubblico. Già questa semplice valutazione dimostra come un ulteriore conio di una moneta che dovrebbe diventare un  fattore di  politica espansiva monetaria (ma con una valuta debole) risulti destinata ad avere un insuccesso clamoroso portando in breve tempo il valore della moneta stessa a quello di  un sottobicchiere in cartone di una  birra.

    La negazione della conoscenza economica e finanziaria come base “culturale” di  tali operazioni  risulta imbarazzante per gli “economisti” che la sostengono ma soprattutto preoccupante per le sorti del nostro povero paese per il crescente supporto che ottengono.

  • Buon Natale, nonostante questo governo e i problemi lasciati irrisolti

    Da quando il governo è entrato nel pieno delle sue ‘funzioni’ e delle sue finzioni, ogni giorno i giornali hanno pubblicato impegni tassativi e soluzioni immediate per le necessità, vere e presunte, degli italiani. Sta di fatto che a pochi giorni da Natale il governo italiano non ha ancora raggiunto non solo un accordo con l’Unione europea, ma neppure con se stesso, come dimostrano non solo le ormai quotidiane frizioni e divaricazioni tra Salvini e Di Maio ma anche quelle con lo stesso premier Conte che manifesta sempre più, anche se pacatamente, di mal sopportare l’essere quasi sempre sostituito, nei fatti, nel suo compito, dai vicepremier.
    La confusione dei ruoli regna sovrana: Salvini si arroga spesso il compito di premier e di ministro degli Esteri, con conseguenze negative quando esprime idee personali, non conosce la realtà dei fatti ed è ignorante e alieno a qualunque educazione diplomatica che è necessaria quando ci si confronta con realtà, culture, situazioni sociali e di conflitto completamente diverse dalle nostre. Se sui tribunali giustamente c’è spesso la scritta ignorantia non excusat (e cioè non conoscere la legge non è una scusante di fronte a un reato), lo stesso deve valere per chi governa, qualunque sia il suo colore e origine: il voto degli italiani dà l’autorità di governare ma non dà il potere di dire idiozie o falsità, attraverso dichiarazioni e provvedimenti sbagliati, di danneggiare il Paese.
    Di fatto, ad oggi le tasse sono aumentate, i posti di lavoro invece no, quota 100 per le pensioni ingannerà molti che avranno pensioni decurtate e perciò insufficienti, il reddito di cittadinanza, se prima non ci sarà una riforma degli uffici di collocamento e avviamento al lavoro ma del sistema stesso di come il lavoro è organizzato e pagato (pensiamo alle decine di migliaia di persone che lavorano come prestatori di servizi e sono pagati 3 mesi dopo, se sono pagati! Se ne è accorto Di Maio?), è solo un altro regalo all’economia sommersa? Contrastare le ingiustizie, la povertà, l’evasione fiscale, il lavoro nero che può talora essere ingiusta necessità, non passa né dai tweet né dai selfie né dalle pompose, vuote, brevi dichiarazioni a giornali e tv. Passa invece da uno studio serio, fatto con tecnici preparati, e presuppone a monte di conoscere veramente la variegata realtà del nostro Paese. Con il sistema delle fatture elettroniche aumenterà la confusione e sopratutto aumenterà l’evasione, intensificando il controllo solo sugli onesti che già pagano e che potrebbero avere la tentazione di diventare disonesti di fronte al continuo aumento di tasse, spese, balzelli, difficoltà burocratiche completamente contrastanti con le promesse fatte in campagna elettorale.
    In questi giorni Mara Lapia, deputata dei 5 stelle aggredita e picchiata in un supermercato a Nuoro, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Quanto odio sui politici». Diamo ovviamente all’onorevole Lapia tutta la nostra solidarietà per quanto accaduto ma tutto questo odio verso i parlamentari, le istituzioni, chi fa politica a qualunque livello, chi l’ha ingenerato se non una campagna che dura da anni da parte soprattutto dei 5 stelle?
    La politica va migliorata, i rappresentanti politici responsabilizzati ed educati a fare, con onestà ma anche adeguata preparazione, il loro lavoro, sparare continuamente nel mucchio porta spesso a finire a far parte di quello stesso mucchio davanti agli occhi dell’opinione pubblica.
    Mentre stiamo preparandoci al Natale in case riscaldate e con qualche pacchetto sotto l’albero non dimentichiamoci, come donne e uomini di ‘buona volontà’, che alle parole e alle promesse devono seguire i fatti. Là fuori ci sono persone, come noi, che non hanno risorse sufficienti per le cure mediche, che razionano il riscaldamento, che attendono con le carte in regola una casa popolare che non viene assegnata perché fatiscente o occupata abusivamente, che ci sono persone espulse dal mondo del lavoro e che non hanno chance, che ci sono anziani che non possono fare alcune pratiche elementari perché ormai c’è l’obbligo di usare internet e loro non hanno il computer o non sanno usarlo, che mancano i soldi per la ricerca e per dare una mano raccogliamo tutti tappi di plastica, che troppi giovani devono andare a cercare all’estero quello che non trovano in Italia, che i più vecchi, così come i portatori di handicap, vivono in condizioni di emarginazione e solitudine, che l’aumento dei senzatetto è diventato esponenziale e che migliaia di migranti, che hanno i requisiti per essere nel nostro Paese, sono sfruttati da privati o associazioni che incassano i contributi statali e li tengono in veri e propri lager.
    Mai come oggi vediamo un aumento della violenza sulle donne ma anche sui bambini e sui vecchi, pensiamo agli insegnanti di asilo fermati per le violenze e ai ricoveri chiusi, pensiamo a quegli studenti che picchiano gli insegnanti, magari aiutati dai genitori, pensiamo all’aumento vertiginoso dello spaccio e consumo di droga e al fenomeno del bullismo sempre più devastante, pensiamo a quel terrorismo globalizzato che siamo incapaci di fermare perché dopo tanti anni non c’è ancora in Europa una visione comune.
    Ripetiamo, tra poco è Natale: ignorantia non excusat, non scusa i politici e non scusa nessuno di noi e ancor di più non ha scusanti la conoscenza dei fatti che non si traduce in iniziative per migliorare la realtà.
    Auguri

  • Passi indietro nelle istituzioni internazionali…e non solo

    Molti dati ci confermano che stiamo vivendo, a livello nazionale, europeo e mondiale, una fase di rallentamento. L’economia si sta raffreddando, la produzione sta diminuendo, il prodotto interno lordo non cresce come le previsioni avevano fatto sperare, il tasso di disoccupazione non diminuisce, se non in alcuni Paesi soltanto, come gli Stati Uniti, ad es. In Italia si respira un’aria di disaffezione; si crede sempre meno alla politica e nello stesso tempo crescono i consensi – o perlomeno non diminuiscono – alle forze cosiddette “sovraniste”. Anche in Europa i nazionalismi populisti hanno ripreso vigore e mettono in dubbio la validità delle scelte comunitarie. Non siamo ancora al “ciascun per sé”, ma temiamo che questo falso valore possa distruggere quanto di buono e di utile ci è stato offerto dall’ “insieme è meglio”. In questo clima di sfiducia generalizzata – nonostante le prediche catastrofiche contro la globalizzazione –  assistiamo impotenti proprio all’esito negativo di riunioni di istituzioni internazionali che non riescono a cavare un ragno dal buco. Una conferma esemplare ce la offre il recente vertice del G20 che ha avuto luogo a Buenos Aires. L’incontro è terminato con una dichiarazione unitaria, ma il contenuto della stessa – come afferma l’economista Paolo Raimondi in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 14 dicembre scorso – “sembra non solo annacquato, ma anche di secondaria importanza.” Probabilmente si è cercato in tutti i modi di evitare ciò che era successo due settimane prima al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) in Nuova Guinea, dove, nonostante la presenza degli Usa, della Russia e della Cina, non si è giunti a nessuna conclusione e non vi è stato nemmeno un comunicato congiunto. Anche il G7 riunitosi nel giugno scorso nel Quebéc è stato un fallimento. Poche ore dopo la sua conclusione, infatti, Trump respinse i contenuti della dichiarazione finale, rendendo sostanzialmente inutile il documento. E non ci si può dimenticare anche dell’improvvisa decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima. Ma è il vertice di Buenos Aires che ha segnato un pericoloso passo indietro e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali, che erano stati superati proprio perché il G20 è la sede per eccellenza per discutere proposte a livello multilaterale, nel doveroso tentativo di trovare soluzioni condivise ai problemi mondiali e alla sfide politico-economiche più difficili e urgenti. Sono i vertici multilaterali e non bilaterali che dovrebbero concludere negoziati validi per tutti. Lo stesso bilateralismo Usa-Cina, che ha permesso di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi i dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi, ha portato ad una decisione modesta, tanto che molti esperti, tra cui la banca Goldman Sachs, danno poche probabilità al futuro successo di un accordo tra le due superpotenze. In questo disincantato disaccordo generale intanto, l’andamento dell’economia mondiale sta rallentando. L’OCSE ritiene che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la sua conseguente risposta, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del Pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%. Questo ritorno al bilateralismo segna inoltre la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump. Non solo questo metodo di negoziato è negativo per chi lo pratica; esso incide negativamente anche sugli equilibri mondiali. Lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali, oltretutto in una situazione mondiale di sgravi squilibri, non può che suscitare grandi preoccupazioni. Smantellare le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare su temi molto delicati è un’operazione da condannare. Dove incontrarsi per evitare conflitti maggiori? All’Onu, sempre meno credibile? Forse all’OMC, l’organizzazione mondiale del commercio, che abbisogna di riforme, è vero, ma che rappresenta una garanzia di sviluppo se si tiene conto della funzione positiva svolta fino ad ora. In tutto questo bailamme l’Europa ha fatto sentire una flebile voce: vuole una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”, flebile perché non dice come ottenere questa cooperazione e quale riforma delle regole. In questo quadro preoccupante di non collaborazione, vige una sola certezza: i tanti progetti riguardanti la realizzazione delle infrastrutture, la modernizzazione tecnologica, le nuove energie, la digitalizzazione del sistema economico, il maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili – tutti progetti annunciati nella dichiarazione di Buenos Aires – ne risentirebbero in modo tragico. Se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare nessuno potrebbe fermare questa involuzione. Perché non darsi una mossa, allora?

  • I costi occulti della crisi degli istituti bancari italiani

    Desta un sincero sconcerto l’assoluta miopia della compagine governativa, ma anche politica nella sua particolare complessità, in relazione alla gestione complessa della crisi bancaria italiana nella sua articolazione.

    Dopo che il Ministero del Tesoro investì 6,9 miliardi nel Monte di Paschi di Siena, il cui valore ora risulta svalutato di 5,5 miliardi (si ricorda che si tratta  sempre di risorse dei contribuenti ) nella gestione dei crediti inesigibili, la banca senese ha messo all’asta le pugliesi Saline di Margherita di Savoia (per circa 16,2 milioni), che rappresentano comunque un importante tassello della filiera agroalimentare italiana.

    In questo senso va, infatti, ricordato come il costante basso tasso della crescita italiana dipenda solo in parte dallo scarso aumento della produttività (unico mantra del pensiero economico italico), che ovviamente esclude dall’applicazione di tale pensiero la pubblica amministrazione. Esso dipende soprattutto dalla perdita di asset che, inseriti in filiere complesse produttive, diventano fattori non solo di creazione di valore aggiunto ma direttamente esponenti moltiplicatori del valore stesso con creazione di Pil  e successiva  crescita economica consolidata.

    Una moltiplicazione di valore aggiunto  che, viceversa, non può scaturire dalla semplice commercializzazione di “un prodotto turistico”, sempre positivo ma a scarso effetto moltiplicatore, anche sociale, di questa tipologia di economia. Da questo, infatti, la filiera produttiva si distingue proprio per il valore e l’effetto moltiplicatore dei singoli  fattori che partecipano alla filiera stessa e che contribuiscono alla creazione di un prodotto complesso che distribuisce la propria crescita di valore nelle diverse fasi di produzione.

    Ora, invece, esattamente come negli anni ‘90 vennero ceduti  tutti gli asset relativi alla filiera dello zucchero (dalla coltivazione della  barbabietola alla sua raffinazione), ora, nella complessa gestione di una crisi bancaria ancora distante dalla sua definizione, si procede nella scellerata cessione di asset compresi in filiere complesse produttive. Se poi queste determinate operazioni risultano espressione di responsabilità di una banca di fatto pubblica il senso del paradosso diventa insopportabile.

    Il problema della tutela normativa degli asset produttivi e di sostegno con politiche fiscali di  vantaggio”,  già di per sé sottovalutato da vent’anni da ogni governo, trova oggi nella gestione della crisi bancaria un ulteriore scenario sfavorevole che dovrebbe per contro far scaturite una rinnovata attenzione da parte del mondo della politica e del governo. Questi, invece, risultano assolutamente distratti dalle tematiche  di spesa pubblica (una della due forme di potere in Italia assieme alla gestione del credito https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/) contribuendo all’impoverimento progressivo di fattori produttivi che concorrono alla determinazione della crescita economica italiana.

    P.S. Nel frattempo lo stabilimento del caffè Hag e Splendid chiude per delocalizzare la produzione…

  • Sacrosante proteste degli studenti

    Nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di essa.

    Theodore Roosevelt

    Si continua a protestare in Francia. Anche lo scorso sabato, il quarto in seguito, a Parigi sono scesi in piazza i cosiddetti “gilet gialli”. Dalla metà del novembre scorso, in varie città della Francia si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante, l’aumento delle tasse e del costo elevato della vita. Si protesta contro le politiche del presidente Emmanuel Macron, il quale viene considerato come il colpevole principale di tutto ciò. Per il quarto sabato consecutivo a Parigi, e soprattutto nell’area tra Les Champs-Elysees, la Tour Eiffel, la Place de la Concorde e il museo del Louvre sono stati ripetuti gli scontri violenti, con decine di feriti e centinaia di fermati. Purtroppo, anche lo scorso sabato, i famigerati e gli immancabili black block, attivisti dell’estrema sinistra, infiltrati tra i “gilet gialli”, hanno assaltato i negozi, hanno dato alle fiamme le auto e hanno assalito duramente le massicce forze dell’ordine. Da sottolineare, ovviamente, che questi atti vandalici non hanno a che fare con le proteste dei “gilet gialli” e perciò non possono compromettere e infangare le loro giuste cause.

    Giovedì 6 Dicembre 2018, un’altra massiccia protesta ha scosso la Francia. Gli studenti dei licei di tutto il paese sono scesi in piazza per protestare contro la riforma dell’esame di maturità e del sistema di selezione per l’ingresso all’università. Non sono mancati gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine, con decine di arresti e molti feriti. Purtroppo, sono stati evidenziati atti ingiustificati e ingiustificabili da parte della polizia. Scene immortalate da fotografie e video, che mostrano alcune decine di studenti liceali fermati, messi in ginocchio e con le mani in testa, in riga o di fronte a un muro, sorvegliati a vista dagli agenti di polizia in assetto antisommossa. Sono degli atti che hanno messo la polizia francese sotto accusa. La reazione pubblica è stata immediata e forte. Anche quella istituzionale. Tutto ciò accadeva tra i licei Saint-Exupery e Jean-Rostand, a Mantes-la-Jolie, nel nord di Parigi, dopo gli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti. Sono state delle immagini che hanno ricordato all’opinione pubblica, non solo in Francia, altri tempi e altri regimi.

    Dicembre di proteste questo del 2018. Così è cominciato questo mese anche in Albania. Da mercoledì scorso, 5 dicembre, a Tirana gli studenti sono scesi in piazza. E non solo a Tirana, ma anche in altre città, gli studenti protestano contro i costi alti e spesso proibitivi che devono affrontare, sia per l’iscrizione, che per gli esami non superati e/o rimandati e per tante altre pratiche burocratiche. Sono dei costi che, visto il continuo impoverimento della popolazione, diventano insopportabili per le famiglie albanesi. Da sottolineare che ci si riferisce alle università pubbliche.

    Tutta questa situazione è stata creata dopo l’approvazione da parte del Parlamento, nel luglio 2015, della legge dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica. Legge approvata anche con i voti trasversali di una parte dell’attuale opposizione parlamentare. Si tratta di una legge proposta allora dal governo e considerata da molti come una legge sbagliata, ingiusta e clientelistica. Una legge che, fatti alla mano, è stata ideata e portata avanti da lobby vicine ad alcuni proprietari di università private in Albania. Grazie a quella legge hanno beneficiato e continuano a farlo proprio le università private, le quali hanno aumentato le iscrizioni. Ma comunque, e per lo meno, le università private hanno arginato il calo delle iscrizioni, dovuto alle tariffe spesso proibitive per una popolazione sempre più povera.

    Le vere ragioni delle proteste di questi giorni degli studenti delle università pubbliche, dimostrano e mettono in rilievo, tra l’altro, anche l’ingiustizia sociale, causata dalla sopracitata legge. E, allo stesso tempo, dimostrano e mettono in rilievo anche il fallimento totale di una delle riforme volute e portate avanti con tanto clamore dalla propaganda governativa. Quella dell’istruzione. Che poi rappresenta soltanto uno dei tanti, di tutti i fallimenti di altrettante riforme attuate in Albania dal 2013 in poi, e sbandierate come successo dal primo ministro e i suoi.

    Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo.

    Adesso, come 28 anni fa, l’inizio di dicembre è arrivato con proteste massicce degli studenti. E adesso, come 28 anni fa, tra le tante frasi che articolano chiaramente e gridano ad alta voce gli studenti, oltre a quelle economiche e di denuncia, è “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Perciò, anche adesso, come 28 anni fa, la protesta degli studenti è, in principio, una protesta contro il sistema.

    Quanto sta succedendo in questi ultimi giorni a Tirana, ma soprattutto quanto potrebbe eventualmente accadere nel prossimo futuro, ha messo in grande difficoltà il primo ministro. Lui e i suoi stanno cercando a tutti i costi, di soffocare e di isolare la sacrosanta protesta degli studenti. Dal secondo giorno delle proteste, gli “strateghi” del primo ministro hanno messo in moto delle strategie per compromettere e/o manipolare la protesta degli studenti. Oltre all’insidiosa propaganda mediatica, un gruppo di studenti infiltrati sta cercando di “monopolizzare” la protesta. Infiltrati che, ad onor del vero, sono riusciti, fino a sabato scorso, a “isolare” la protesta, proclamando la protesta come “non politica”. Mentre tutto in questa protesta è politica. E questo è un fatto ovvio, lo testimonia chiaramente il concetto stesso della politica, dalle sue origini. Finalmente quel gruppo è stato smascherato e a tutti ormai è chiaro che essi non sono che degli attivisti di un’associazione ultra marxista (Sic!). Tutto ciò ha messo ulteriormente in grosse difficoltà il primo ministro. Difficoltà che non riesce più a controllare e neanche a nascondere. E non si sa cosa accadrà nei prossimi giorni. Perché la protesta degli studenti continua sempre con più vigore e con l’aumentato sostegno anche dei cittadini. Perciò in qualsiasi momento si potrebbero registrare sviluppi importanti. Nel frattempo, i media internazionali stanno seguendo con attenzione questa protesta.

    Chi scrive queste righe da tempo sta evidenziando la diabolica strategia che mira al soffocamento e all’indebolimento del sistema dell’istruzione pubblica. Egli è convinto che com’è il sistema dell’istruzione oggi, così sarà la società domani. Essendo altresì convinto che quando l’ingiustizia e l’arroganza governativa diventano legge, allora la rivolta popolare, massiccia e determinata, diventa un obbligo morale e civico. Perché, come scriveva Theodore Roosevelt, nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di esso.

  • Sovranismo e populismo, ovvero il “Pensiero Unico della Spesa”

    La nascita dell’ennesimo gruppo politico proveniente dall’area della Destra che, dimentico dei suoi valori e della sua storia, come FdI, si appiattisce acriticamente su posizioni sovraniste e sposa in toto la politica della Lega e la leadership di Salvini, costituiscono una grave involuzione della Destra democratica italiana.

    Perché sovranismo e populismo sono la nuova versione dell’unica ideologia imperante nella politica italiana costituita dal PUS, e cioè il “Pensiero Unico della Spesa” e, conseguentemente, del “Partito Unico della Spesa” e fondano le loro tattiche su promesse non mantenibili e bugie che alimentano ad arte il Rancore dei cittadini (il risanamento dei conti è una prepotenza dell’Ue o un dovere dei governi di ogni colore politico, disatteso per decenni unicamente per inseguire il consenso elettorale?).

    Ecco perché nessuno dei partiti italiani parla il linguaggio della verità, perché a cominciare dalla Lega e dal M5S dovrebbero ammettere che la loro strategia è la stessa medesima di quella inventata a partire dal 1977 dagli scellerati protagonisti della I Repubblica, con l’unica differenza che oggi il livello del debito accumulato in 41 anni non consente più di continuare queste politiche suicide.

    Sovranismo e populismo hanno un solo merito, essere riusciti a creare un Corto Circuito nel buon senso comune e cioè: Buona Amministrazione uguale a interferenza dell’Ue alla nostra sovranità. Politiche scialacquatrici uguale a strumenti per la riconquista della sovranità.

    Solo il MSI ha combattuto sin dall’inizio quel sistema clientelare e parassitario ed è con forte rammarico che oggi si debba prendere atto che con l’adesione al sovranismo ciò che resta di quella tradizione abbia saltato il fosso. Sembra di vivere il dramma di Joyce “i Rinoceronti”, di colpo tutti sono diventati cavalieri della spesa e sostenitori di strategie di pura razzia e senza nessuna prospettiva e questo non solo non ha nulla di sociale e meno che mai di Destra, ma addirittura banalizza le storiche battaglie politiche a suo tempo sostenute contro la “mala politica dello sperpero parassitario” e assolve le colpe dei politici della I Repubblica, che cinicamente inventarono questo diabolico sistema di corruzione del consenso.

    Infatti, oltre che l’economia, il Pensiero Unico della Spesa ha disintegrato il senso civico e i valori degli italiani, abituandoli a vedere la politica nella sua forma più deteriore e cioè quale strumento di scambio per soddisfare ogni esigenza da ottenere senza sforzo e senza merito, praticamente la società in cui tutto è dovuto, oggi ribadita non a caso dal contratto di governo.

    In altre parole la politica come magica fonte dei desideri da barattare con gli ideali, da cui la generale omologazione di tutti i partiti al PUS, la trasformazione della lotta politica in perenne ricerca di risorse pubbliche anche a debito, la competizione fondata sul consenso, da ottenersi in una eterna asta di promesse al rialzo di gratificazioni sempre più appetibili, quanto non mantenibili e la micidiale strategia per uscire dall’Ue e dall’euro per continuare, senza controllori, l’allegra sagra dell’indebitamento fine a se stesso.

    La sovranità è quindi la libertà di un gruppo dirigente di continuare ad indebitare lo Stato e quindi il popolo per mantenersi al potere?

    Ma fino a quando si pensa che possano essere sostenute queste politiche suicide, non dire la verità al popolo, illuderlo verso falsi obiettivi? Chi è consapevole di questo e non parla, non si ribella o addirittura se ne rende complice tradisce gli Italiani e compie un attentato mortale alle future generazioni e comunque tutto ciò non è affatto inquadrabile come una politica di Destra né tanto meno di buon senso.

    Inoltre con l’assetto mondiale attuale e il risorgere dei nuovi imperi è davvero patriottico teorizzare o subire l’uscita dall’UE? O è un suicidio sovranista di massa?

    Cosa fare allora? Direi una salutare scossa per “svegliare il SONNANBULO”, che corrisponde in sede politica alla esigenza di contrastare il Partito Unico della Spesa e dare vita ad un nuovo partito che fondi la sua diversità sull’etica della verità in politica e che proponga le giuste politiche economiche e sociali per il rilancio dell’economia, degli investimenti e del lavoro, senza temere l’impopolarità e punti ad essere il referente di quella vastissima parte del Paese rimasta senza riferimenti politici e ideali e alla ricerca di un’offerta politica ragionevole e coerente con il bene comune, che vuole una Europa Unita, forte ed equa, non più di burocrati, mercanti e banchieri, ma di popoli con tanto di costituzione, esercito unico e reali diritti e doveri garantiti e non da negoziare di continuo, e soprattutto un partito alternativo al Partito Unico della Spesa, che non pensi solo alle elezioni e per questo sia pienamente credibile.

    Insomma occorre rimodulare il Sovranismo su base Europea e fare non meno, ma più Europa, essendo l’unica entità statuale in grado di competere con gli Imperi e garantire la vera sovranità dell’Italia all’interno dell’Unica Patria Europea.

    Tutto il resto è sterile velleitarismo e demagogia di bassa cucina, ed è anche l’unico modo per salvare il Paese dal default e non farci maledire dai posteri.

    *già Sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • L’immigrazione globalizzata si affronta con regole e leggi e non con proclami

    In un reportage di novembre il settimanale Sette, del Corriere della Sera, affronta, con articoli e dati, il problema dell’immigrazione in varie aree del Pianeta. Nell’articolo si parla dei 7.000 migranti che dal centro America si affollano presso le frontiere degli Stati Uniti, dei 21.000 entrati in Bosnia da inizio anno, dei 178.000 sfollati maliani e nigeriani ai 164.000 sfollati interni del Niger che hanno lasciato i loro villaggi a causa della violenza, e dei 500 venezuelani che ogni giorno attraversano a piedi i confini per sfuggire alla fame e alla disperazione che ormai da tempo attanaglia un paese che potrebbe ‘essere florido’. A questi dati noi aggiungiamo le decine di migliaia di migranti che hanno già raggiunto il cuore dell’Europa e l’Italia, le migliaia che sono reclusi nei lager libici e le decine di migliaia che vivono in condizioni disumane, da tantissimi anni, nei villaggi e nei campi profughi e pensiamo a coloro che hanno subito e subiscono la guerra in Siria ed il terrorismo islamista in Somalia, solo per fare qualche esempio.

    La situazione è drammatica a livello mondiale e la globalizzazione della disperazione e della paura è ormai evidente, le conseguenze saranno drammatiche: territori spopolati ed altri sovraffollati, famiglie distrutte, intelligenze e forza lavoro perdute, intere generazioni decimate, i superstiti delle quali resteranno segnati per sempre da quanto hanno vissuto.

    Molte volte abbiamo cercato di proporre ipotesi di lavoro, alle autorità europee ed italiane, per evitare l’espandersi di quel terrorismo che ha impedito la costruzione di sistemi più moderni ed umani sia in termini di governo che di economia e che ha portato alla fuga milioni di persone. Ma le cose dette sono dette e gli errori fatti sono fatti ed oggi non sarà con le recriminazioni e neppure con le battute o i proclami che si potrà affrontare il problema di una emigrazione globalizzata che ripropone quanto nella storia si è già più volte verificato modificando, stravolgendo, culture e modi di vita. Dagli esodi biblici alle conquiste militari della Grecia, dell’Egitto e di Roma, da Alessandro a Cesare, dalle invasioni di barbari, di longobardi e visigoti, dagli unni ai tartari, fino al secolo scorso, siamo stati abituati, di generazione in generazione, a vedere l’invasione di nazioni libere da parte di eserciti che cambiavano in parte il loro modo di vita.

    Un detto popolare, e vox  popoli è vox dei, diceva viva la Franza viva la Spagna  basta cas’ magna, ed in Italia spagnoli, francesi, austriaci sono stati in parte i nuovi Attila, in parte i promotori di nuovo sviluppo culturale e sociale. Per molti anni italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi hanno trovato, in altre nazioni lontane, quelle opportunità che in patria erano state negate e ciascuno di quei migranti ha dovuto lottare contro pregiudizi e difficoltà di accoglienza ed integrazione. Il problema che si pone oggi rimane ancora quello di trovare regole che possano essere immediatamente conosciute e rispettate da chi arriva con la necessità di clausole che portino all’espulsione chi non le rispetta. Queste regole se fossero conosciute prima, anche con i mezzi di comunicazione che ormai raggiungono qualunque paese via internet o via televisione, potrebbero dissuadere molti, che non si sentono di condividerle e di accettarle, a cercare di entrare in Italia, in Europa.

    Il divieto alla macellazione rituale, il divieto a coprirsi il volto o ad esercitare per strada le proprie credenze, l’obbligo alla conoscenza della lingua sono solo alcune delle leggi che sarebbe facile promulgare e far applicare ma la verità è, che ancora oggi, manca l’esatta presa di coscienza dell’enormità del problema e la conseguente volontà politica di affrontarlo seriamente.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.