Politica

  • Benetton e Toscani: la sintesi del deserto valoriale e culturale

    Successivamente alla tragedia del Ponte Morandi sembrava scontato, come espressione di rispetto da parte del principale azionista della società autostrade, la famiglia Benetton, mantenere un low profile una volta testimoniato il proprio dolore anche se con colpevole ritardo.

    Questo basso profilo avrebbe dovuto esprimere e rappresentare la politica, come la comunicazione istituzionale di una società e di  una famiglia seria e consapevole in attesa della chiusura delle indagini e soprattutto della revoca o meno della concessione autostradale in via di definizione con il governo in carica.

    Ma soprattutto questo low profile sarebbe stato percepito come una ulteriore espressione di  rispetto verso i familiari delle quarantatré (43) vittime per le quali non viene in nessun modo prevista una prescrizione del dolore per il loro terribile lutto.

    Viceversa, dopo un silenzio assordante durato  quasi un mese  ed infranto da un’intervista al Corriere della Sera, a cui ha fatto seguito una patetica lettera aperta ai media firmata dalla stesso fondatore del gruppo nella quale si lamentava degli attacchi alla propria famiglia, la linea di comportamento si arricchisce di un ulteriore capitolo. Ecco allora ancora il fondatore gettarsi nell’arena politica ispirato da una mente elementare,  come tale Toscani Oliviero,  accogliendo all’interno della propria Fabrica  le “sardine”. Un essere questo Toscani che ad una trasmissione radiofonica ha avuto l’ardire di affermare “… ma a chi vuoi che interessa che caschi  un ponte…”.

    Di fronte ad una simile dichiarazione il silenzio dell’azienda come della famiglia assume i termini della condivisione di simili opinioni espresse dal responsabile della comunicazione complessiva del gruppo di Ponzano.

    Tra l’altro, la stessa definizione ed intitolazione “Fabrica” si dimostra irridente considerando come la Benetton commissioni nei paesi in via di sviluppo la propria produzione come la strage (questa sì) nella fabbrica  tessile di Dacca, dove persero la vita  1.129 operai in Bangladesh, amaramente testimonia.

    In un periodo  così controverso, quindi, sotto il profilo  giudiziario ed economico per il gruppo di Ponzano questa strategia di comunicazione dimostra una regressione culturale, etica e valoriale che non ha precedenti nel declino delle famiglie imprenditoriali italiane.

    Sembra incredibile come queste banali considerazioni non trovino alcun riscontro tra i responsabili della  comunicazione della società Benetton la quale continua, anche attraverso le gesta  del proprio fondatore, a dimostrare una vera e propria imbarazzante mancanza di una elementare sensibilità umana, definendo cosi in modo sempre più netto come l’ azienda e la Famiglia esprimano la propria regressione culturale ed etica supportati ed ispirati  da tale Toscani Oliviero.

    La sintesi di un vero e proprio deserto valoriale e culturale.

  • La riforma elettorale che i partiti non vogliono

    Ancora una volta, mentre continuano le dichiarazioni ed i commenti sulle recenti elezioni amministrative nelle quali, come sempre, più o meno tutti hanno vinto, si riaccende il dibattito tra “non udenti” sulla riforma della  legge elettorale e, come dice un vecchio detto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e nessuna forza politica sembra voler ascoltare i sentimenti di disaffezione e sfiducia degli  elettori. Come  sempre per i capi partito il problema non è cercare una legge che garantisca al massimo livello la libertà di scelta degli elettori e, di conseguenza, sia garanzia di democrazia e partecipazione, ma  l’obiettivo è individuare il sistema più garantista per le loro forze politiche. Ciascuno propone quello che ritiene sia il sistema elettorale più confacente ai suoi interessi, a prescindere dall’interesse dei cittadini.

    La democrazia per vivere ha bisogno di regole certe e rispettate e di cittadini che abbiano garantito il diritto-dovere di manifestare il loro consenso in libertà e con la conoscenza effettiva dei programmi di governo e delle capacità e competenze dei parlamentari e senatori che devono eleggere. Siamo da sempre dell’avviso che solo un sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento, un contenuto premio di maggioranza e la scelta preferenziale dei candidati, togliendo così ai capi partito il diritto di scegliere per noi chi ci deve rappresentare, farà ritornare gli elettori ad una maggior affezione al voto e gli eletti ad occuparsi del territorio e della gente invece che cercare di accattivarsi la benevolenza dei loro maggiorenti per garantirsi il posto sicuro in lista.

    Certo un sistema proporzionale preferenziale deve avere regole ferree che controllino le spese di partiti e candidati e regolamentino la presenza in lista di personaggi televisivi, infatti vi devono essere il più possibile pari opportunità per tutti coloro che sono in lista ed i cittadini dovrebbero poter valutare su curricula oggettivi e su programmi trasparenti ed avere la possibilità di controllare l’operato di coloro che hanno eletto. Inoltre nel dibattito sulla futura legge elettorale andrebbe anche affrontato il tema della personalità giuridica dei partiti, della loro democrazia interna, del rispetto degli statuti, dei diritti degli iscritti e del controllo dei bilanci da parte della Corte dei Conti. In sintesi dovremmo riformare tutto il sistema di rappresentanza  partitica ma nessuno né 5Stelle, Lega o Pd vogliono quella trasparenza della quale parlano per conquistare consensi.

     

  • Relazione della Dia al Parlamento: la criminalità organizzata dietro il gioco d’azzardo

    Con il gioco d’azzardo la criminalità organizzata dimostra tutta la sua abilità nel saper gestire attività lecite e illecite e nel far sembrare legale ciò che è in realtà illegale. E dimostra, ancora, tutta la sua abilità nel creare “relazioni internazionali” e nel sapersi muovere tra legislazioni di Paesi diversi, sapendo sfruttare le falle di ognuna. E’ quanto emerge dall’ultima relazione sull’attività della Direzione Investigativa Antimafia (Dia), presentata dal Ministro dell’Interno al Parlamento e relativa al periodo gennaio-giugno 2019.

    Le indagini della Dia hanno confermato che mafia, camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita e i clan della mafie straniere (cinese e romena in particolare) sono coinvolte sia nel settore illegale delle scommesse, del gioco on line e delle slot machine, sia nella gestione legale di sale da gioco o punti di raccolta scommesse. Quando l’attività è legale serve soprattutto per riciclare denaro sporco.

    Diverse indagine hanno anche evidenziato che mafia, camorra e Sacra Corona collaborano tra loro per mettere in piedi sistemi di gioco illegale. “Un ambito in cui le cosche pugliesi continuano a dimostrare elevate competenze tecniche e capacità di interazione con le mafie tradizionali è quello del riciclaggio nei settori del gioco d’azzardo e delle scommesse on-line – si legge nel rapporto della Dia – . L’illecita raccolta delle puntate su giochi e scommesse, posta in essere sul territorio italiano attraverso società ubicate all’estero (al fine di aggirare la più rigida normativa sul sistema concessorio-autorizzatorio del nostro Paese), costituisce un indotto di portata strategica, come dimostrato dalle inchieste parallelamente condotte, a novembre del 2018, dalle Dda di Bari (operazione “Scommessa”), Reggio Calabria (operazione “Galassia”) e Catania (operazione “Gaming offline”) che hanno ricostruito una rete tra criminalità organizzata barese, ‘ndrangheta e  mafia siciliana. L’attività, svolta in modo pressoché sovrapponibile dalle tre consorterie criminali, ha consentito una capillare infiltrazione dell’intero settore della raccolta del gioco, assicurando di fatto una posizione di predominio alle famiglie mafiose rispetto agli operatori del circuito legale e contribuendo in maniera determinante a rendere difficoltosa l’attività di controllo da parte degli organi istituzionali preposti, favorendo così il reimpiego di capitali illeciti”.

    La criminalità organizzata inoltre sta puntando molto sul gioco d’azzardo on line, in particolare le scommesse sportive. L’online, tra l’altro, permette ai clan di mettere in piedi vere e proprie truffe, sempre legate al gioco d’azzardo, con il metodo del match fixing, ossia truccando e manipolando i risultati di incontri sportivi. Le indagini della Dia hanno così documentato “come anche le tecnologie offrano opportunità di infiltrazione, soprattutto in ambito transnazionale attraverso il sistematico ricorso a piattaforme di gioco predisposte per frodi informatiche, spesso allocate all’estero, che consentono l’evasione fiscale di consistenti somme di denaro”. Vengono aperte società di gaming e di betting in altri Paesi dell’Unione europea (soprattutto a Malta), che poi di fatto raccolgono scommesse o offrono giochi on line anche sul territorio italiano.

    E se non sono direttamente i clan a gestire il traffico, ci sono comunque imprenditori che, dietro una facciata di legalità, si appoggiano ai boss mafiosi per fare affari. “Recenti indagini di polizia giudiziaria hanno dimostrato che, non di rado, concessionari di siti legali (sovente proprietari anche di siti illegali) ed i loro ‘master’, per garantire la diffusione del proprio circuito di centri scommesse nel territorio, si sono rivolti direttamente ai vertici delle varie articolazioni territoriali di Cosa nostra, stringendo accordi illeciti”. Grazie all’operazione Game Over, è emerso, per esempio, che un imprenditore del settore, con l’appoggio della famiglia mafiosa di Partinico, riusciva a imporre il proprio circuito illegale di raccolta scommesse sportive in una vasta area anche di Palermo.

    Nelle 700 pagine della relazione della Dia (dedicata ovviamente a tutte le attività della criminalità organizzata) il gioco d’azzardo, legale o illegale, compare ormai come attività scelta dai clan a fianco ad altri settori più “classici” come il traffico di stupefacenti, le estorsioni o l’usura. E il fenomeno non riguarda solo le regioni del Sud Italia. Arresti e sequestri sono stati eseguiti un po’ in tutte le regioni, sia nelle grandi città come in piccoli comuni. A Roma e provincia “la vastità del territorio della città e la presenza di numerose attività commerciali fanno della Capitale un luogo favorevole per una silente infiltrazione delle organizzazioni mafiose del sud – scrive la Dia – . L’area metropolitana viene considerata un mercato su cui svolgere affari, piuttosto che un territorio da controllare. Pertanto, le presenze criminali autoctone sono diventate per le mafie tradizionali il volano per intessere relazioni e rapporti affaristici di reciproca convenienza. Rapporti che non possono prescindere da una rete di professionisti e di pubblici funzionari compiacenti e necessari per la gestione e il reinvestimento dei capitali mafiosi. Questo approccio ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una ‘criminalità dei colletti bianchi’ che, attraverso prestanome e società fittizie, sfrutta il contesto per riciclare e reinvestire capitali illeciti”.

    La più attiva nel settore del gioco d’azzardo a Roma è la camorra, “attraverso la gestione diretta di attività imprenditoriali correlate al settore dei giochi e delle scommesse, costituite o rilevate con il reinvestimento di attività illecite, ma a propria volta produttrici di ulteriore ricchezza in favore della consorteria criminale”. Le indagini hanno fatto emergere anche il coinvolgimento dei Casamonica e del clan Spada nella gestione del gioco illecito.

  • Il Paese reale e l’assenza di cultura politica

    Un’inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera, il 20 gennaio, evidenzia come, a un anno e mezzo dal crollo del viadotto a Genova, in Italia vi sono ancora 3500 ponti fuori controllo, nel 2019 sono state eseguite solo il 28% delle ispezioni obbligatorie, 763 viadotti non sono stati controllati mentre il budget dell’Anas è salito a 29,9 miliardi.

    Il prof Rainero Fassati, in un’intervista sullo stesso giornale e lo stesso giorno, dichiara come gli alcolici siano la prima causa di morte dai 16 ai 22 anni, dato in continuo aumento mentre, quasi ormai  ogni giorno, ubriachi e drogati lasciano sull’asfalto morti e feriti.

    Sempre del 20 gennaio la notizia, per altro purtroppo nota, che la ricostruzione, dopo i terremoti nel centro Italia, è ferma così come il piano, autorizzato dall’Unione Europea come spesa eccezionale, per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio ed architettonico è fallito. Sono stati spesi solo 15  milioni su un budget di 2 miliardi autorizzato dall’Europa, e ancora  nonostante i mille morti e gli ultimi tre terremoti, non esiste ancora una strategia per la prevenzione del rischio sismico né un piano di pronto intervento per la messa in sicurezza e la ricostruzione dopo il sisma. Lo stesso ovviamente vale anche per le catastrofi idrogeologiche.  Mentre queste notizie finiscono di togliere quel po’ di fiducia che ancora i cittadini avevano sulle istituzioni e rappresentanze politiche le stesse si accapigliano, giorno e notte, sui loro problemi interni e sulle rivalità elettorali come se non fosse, purtroppo, ormai chiaro che gli uni valgono gli altri per incapacità a risolvere i problemi, per ignoranza, spesso non sanno quali sono i problemi reali, per indifferenza verso la cosa pubblica e cioè verso il Paese, lo Stato, la Nazione, i cittadini che dovrebbero rappresentare.

    I mezzi di informazioni sono zeppi di notizie sconfortanti, di problemi che dovrebbero vedere tutta la classe politica e culturale tesa a cercare di risolverli, non parliamo delle crisi internazionali ma di quello che avviene qui in Italia, di quei problemi che richiedono decisioni idonee anche a costo di scontentare qualche elettore come quelle, ad esempio, di chiudere prima i locali notturni, di intensificare i controlli all’interno degli stessi, di prendere iniziative educative nelle scuole per contrastare alcolismo, bullismo e l’uso di stupefacenti e droghe, di imporre a province e regioni il controllo di quel territorio e di quelle strutture che amministrano e che spesso non controllano, come risulta evidente dai tanti ponti e scuole a rischio crollo. Ma la cultura politica, il bene comune, l’interesse generale sono lontani dalle ‘intelligenze’cosi discuteremo per giorni sulla ridicola proposta del sindaco Sala di non far fumare alle fermate dei mezzi pubblici come mezzo per contrastare l’inquinamento…o sulla necessità o meno che i 5 Stelle abbiano un tesoriere diverso da Di Maio, osanneremo le Sardine e faremo un eroe di Salvini che vuole, legittimamente, essere giudicato e così continueremo nell’inesorabile declino.

  • 1977: la produttività lineare – 2020: la produttività progressiva e verticale

    Al di là dei dubbi legittimi relativi allo stile espressivo dell’esponente della politica, ancora oggi punto di riferimento per un ampio schieramento politico, sembra incredibile come già nel lontano 1977 la mancata crescita della nostra economia potesse venire semplicemente collegata alla mancanza di manodopera di bassa professionalità come poi avvenuto dagli anni ‘90 in poi fino ai giorni nostri.

    Quest’analisi imbarazzante presenta due errori fondamentali, oltre ad un sottile e sottinteso disprezzo verso persone come i lavoratori e le loro professionalità.

    Il primo certamente è relativo alla mancata valutazione, anche qualitativa, dei flussi migratori provenienti dalle regioni del mezzogiorno verso il nord industriale d’Italia che hanno caratterizzato e contribuito allo sviluppo economico italiano nel suo complesso. Un flusso migratorio sostanzialmente “interregionale” di persone, assieme alle proprie famiglie, professionalmente comunque formate all’interno del sistema d’istruzione italiano.

    Viceversa, ed arriviamo al secondo errore di questa analisi, questi flussi migratori interregionali non hanno portato alla compressione dei costi in quanto rispondevano ad esigenze del mondo industriale di ricerca di personale come espressione della crescita economica.

    I flussi migratori dell’ultimo ventennio provenienti da paesi con ritardi culturali e professionali decennali invece permettono, grazie alla bassa qualifica professionale, proprio l’obiettivo di comprimere il livello medio delle retribuzioni a parità di qualifiche.

    Sembra incredibile come già nel 1977 venisse indicato come inevitabile dal futuro Presidente del Consiglio il nesso tra sviluppo e crescita economica e compressione dei costi e di conseguenza aumento della produttività lineare.

    Un tema ripreso negli ultimi anni da buona parte del mondo politico ed accademico che ancora  considerano la produttività come semplice espressione della riduzione dei costi di produzione all’interno del perimetro aziendale. Un risultato da raggiungere attraverso l’intensificazione dei ritmi di lavoro con inevitabile compressione delle retribuzioni e conseguentemente una riduzione del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto). Un concetto desueto in quanto la produttività emerge come sintesi di un sistema paese nella sua articolata complessità. Il sistema paese influisce in modo pesante con le proprie diseconomie all’interno del ciclo di vita di un prodotto, dalla sua ideazione come espressione di una impresa e si delinea evidente nei suoi effetti quando lo stesso esce dal perimetro aziendale.

    Si pensi al peso dei mancati servizi della pubblica amministrazione fino al raggiungimento del mercato di riferimento attraverso un sistema infrastrutturale fisico e digitale assolutamente non adeguati che si trasformano cosi in costi aggiuntivi che abbassano anche la stessa produttività.

    Quindi il concetto di produttività “progressiva e verticale” si declina come l’espressione di un sistema Italia anche attraverso l’efficienza della pubblica amministrazione nella sua articolata complessità assieme ad un sistema infrastrutturale e anche culturale (l’istruzione dovrebbe rappresentare l’autostrada della conoscenza).

    Considerate le premesse nel 1977 di uno sprezzante Romano Prodi, espressione della nuova classe dirigente italiana, risulta ora molto più chiara la strategia economica perseguita dalla  politica italiana come i risultati ottenuti.

  • La crisi libica è la prova del Fallimento del Sovranismo e del Populismo

    Il Sovranismo e il populismo di cui sembra intrisa la politica in questi anni, per quanti sforzi dialettici facciano i loro sostenitori, non riescono a farsi carico con equilibrio ed efficienza del governo di una società complessa come quella attuale, a causa di evidenti carenze di analisi dei problemi economici e sociali, oltre che del contesto internazionale, nei cui confronti infatti difettano chiaramente sia di idee che di proposte.

    In tutto questo mix di pulsioni e aspettative liberatorie, si fa una gran confusione tra patriottismo e sovranismo, tra tutela effettiva del popolo e populismo e si insiste molto sulla sovranità popolare, senza chiarire in cosa realmente consista e senza capire che nei fatti si opera contro di essa.

    La gestione di maggioranza e opposizione della crisi Libica, con tutte le conseguenze ed i pericoli che comporta, di cui l’aumento dei flussi migratori è certamente il minore, ne costituisce la prova più lampante.

    Infatti l’assenza di una strategia unitaria dell’UE è la causa principale della presenza in Libia di Turchia e Russia, venuti a colmare un vuoto politico e a spartirsi l’ex colonia Italiana, in una dinamica che rischia di emarginare non solo l’Italia, ma tutta l’Europa violata nel suo cortile di casa, quale è il mediterraneo, non più “mare nostrum”, inteso in senso Europeo.

    Se il sovranismo e il populismo fossero davvero soluzioni, quale migliore occasione per dimostrarlo? Se l’Italia, stanca delle imposizioni e delle incertezze dell’UE, voleva dimostrare le proprie capacità per difendere i suoi interessi e favorire una soluzione alla crisi della nostra ex “quarta sponda”, sarebbe stato questo il caso offerto dalla storia.

    E anche se si potrebbe convenire che l’attuale governo presenta limiti oggettivi di capacità e autorevolezza, che certamente riducono le possibilità di rivestire con successo ruoli delicati specie in politica internazionale, quali sono state le proposte dei sovranisti di casa nostra in merito al ruolo dell’Italia?  Il silenzio più assordante! A parte gli attacchi alle ripetute gaffe di Conte e Di Maio sulla questione degli incontri con i due contendenti libici, quali sarebbero le proposte sovraniste che hanno avanzato? Lo zero più assoluto. Salvini e Meloni, portatori dell’immaginifico mondo senza UE, capace di servire i veri interessi del popolo in quanto finalmente sovrano a casa propria, mentre i turchi si posizionavano in Tripolitania, ed i Russi in Cirenaica, di cosa parlavano? A si, di elezioni in Emilia e Romagna, leggi elettorali e referendum di “Tarzan” però senza Cita, la sua inseparabile scimmia.

    E Di Maio, con il suo appello alla “UE che parli con una voce sola”, cos’altro voleva dire, se non evidenziare una inconsistenza assoluta del nostro Paese e la necessità di un recupero del ruolo del vecchio continente?

    Ed è questa la prova del fallimento di sovranismo e populismo, nel silenzio indecente di chi scopre di non avere soluzioni, o nell’invocare nel momento del pericolo l’intervento dell’UE, dopo averla demonizzata per anni e incolpata di tutti i mali che invece erano il frutto delle “male politiche” dei governi nazionali che, senza UE, ci avrebbero già da tempo portato al definitivo default.

    Peccato che “la voce sola dell’UE” non c’è e non ci potrà essere semplicemente perché, contrariamente alle presunte prepotenze di cui blaterano i sovranisti, l’UE è né più né meno che una associazione culturale, non certo una entità statuale o federale, che si caratterizza appunto per una gestione unitaria della politica estera, che può essere credibilmente supportata da un esercito unico e da un governo unico che decide nell’interesse di tutto il continente.

    I sovranisti e populisti non possono continuare a ignorare che in un mondo che si avvia alla gestione tripolare di USA, Russia e Cina, oltre che della possibile aggiunta dell’India, l’unico modo per garantire la sovranità degli europei è l’urgente e non più rinviabile battaglia per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, perché nessun stato europeo, Germania compresa, rimanendo da solo potrà godere di una sola sovranità e cioè quella di scegliersi l’impero di cui diventare colonia.

    Si può e si deve evitare questo destino a partire dalla presa di coscienza che l’unico sovranismo che può garantire i popoli europei è quello che esce dalle logiche piccole e misere delle dimensioni nazionali e si rivolge all’intera Europa dei popoli uniti e ai loro valori che hanno plasmato l’umanità intera grazie alla storia del nostro vecchio continente che, pur con i tanti errori commessi, è stato e continua ad essere fucina di civiltà, progresso, democrazia e libertà.

    * già sottosegretario per i Beni e le attività culturali

  • 01.01.2020: la dittatura 4.0

    Lo storytelling contemporaneo ha descritto ampiamente i termini attraverso i quali vengono definiti i poteri forti, siano essi espressione del mondo della finanza o dell’economia come di altre corporazioni.

    Viceversa, quando si pensa al potere forte dello Stato il ricordo va inevitabilmente ai paesi dell’Est Europa.

    La storia insegna come la ragione di Stato o, meglio, gli interessi di coloro che in nome dello Stato operavano risultassero prevalenti in rapporto ad ogni normale diritto fondamentale dei cittadini in virtù della suprema applicazione dell’ideologia socialista e comunista. La stessa amministrazione della Giustizia gestiva la propria attività in funzione dell’applicazione della preminenza degli “interessi dello Stato” rispetto a quelli del povero cittadino.

    All’interno delle democrazie occidentali, viceversa, la prescrizione nasce come Istituto a tutela dei diritti del cittadino al quale viene riconosciuto il diritto fondamentale di risultare non colpevole fino a sentenza  passata in giudicato. Quando uno Stato e la propria amministrazione della Giustizia non riescono a rimanere entro i termini della prescrizione per avviare a conclusione i procedimenti giudiziari le ragioni risultano molteplici. Innanzitutto una prima motivazione va ricercata (1) nella scarsità di risorse finanziarie ma anche nell’assoluta libertà (2) priva di ogni controllo o anche di una semplice verifica sull’efficienza della Magistratura accompagnate da una sostanziale depenalizzazione (3) di tutti i reati fino a cinque anni.

    Quando si verificano le condizioni ai punti 1.2.3. allora si pongono due soluzioni.

    La prima è quella di introdurre una serie di verifiche relative all’efficienza della Magistratura (utilizzando organi terzi o elezioni del Procuratore della Repubblica come negli Stati Uniti) assieme ad una contemporanea attribuzione di maggiori risorse finanziarie alla magistratura che comprenda anche la costruzione di nuove case penitenziarie. Oppure si abolisce la prescrizione come questo sciagurato governo ha deciso a partire dal primo gennaio 2020. Una scellerata decisione che permette allo Stato ma soprattutto a chi in  suo nome opera  di avviare un’indagine e un monitoraggio “sine die” relativi alle attività e alla vita di ogni cittadino. Una rivoluzione che attenta ai diritti fondamentali del cittadino onesto e che trova la silente complicità della Magistratura.

    Di fatto l’Italia uscirà dal novero delle democrazie occidentali per entrare di fatto, dal primo gennaio 2020, nella nuova forma istituzionale di uno Stato il quale nell’articolazione della Giustizia risulta molto simile ai paesi dell’est prima della caduta del Muro di Berlino.

    Di fatto cosi si definisce una moderna dittatura 4.0.

  • Se questo è un uomo…

    Prendo a prestito il titolo nel libro di Primo Levi per commentare una foto che francamente trovo indegna quanto il personaggio che l’ha inserita.

    Da buon laico mi è stato insegnato da mio papà il rispetto assoluto per le religioni e soprattutto per le persone che le seguono proprio in funzione della mia posizione di non credente. In altre parole il laicismo assicura la libertà di religione in virtù della propria espressione culturale e quindi di apertura al pluralismo religioso.

    La foto che vuole togliere ogni aspetto divino alla figura della Madonna che partorisce uniformandola a quella di ogni “semplice” madre parte da una posizione politica espressione del peggiore veterocomunismo ideologico che tende a togliere e ad annullare ogni aspetto Divino ad un simbolo della religione “avversa”. In questo modo tale posizione ideologica e la foto che ne definisce i contorni riassumono l’intenzione di negare dei valori espressione della stessa religione in antitesi al proprio credo politico che per questo assume il valore della religione stessa come espressione della propria iconoclastia.

    Viceversa, il dovuto rispetto per le religioni comincia proprio dal riconoscimento di quei simboli che rappresentano per i credenti l’essenza stessa del credo.

    Quindi l’attacco volgare al simbolo della Madonna non è espressione della secolarizzazione della civiltà moderna e della assoluta libertà di espressione occidentale ma, al contrario, di una posizione integralista iconoclasta ed ideologica in contrapposizione ad una religione riconosciuta da centinaia di milioni di persone.

    Quindi tornando alla domanda retorica iniziale … Questo non è un uomo.

  • L’epidemia economica sugar free

    Cominciano a definirsi i primi termini dell’epidemia legata all’introduzione della sugar tax. Insieme alla plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/27/imposizione-fiscale-sulla-plastica-ovvero-linutile-ravvedimento/) questa sciagurata politica adottata dal governo bloccherà ogni investimento, specialmente di operatori esteri come, nello specifico, la Coca-Cola che ha annunciato lo spostamento della propria produzione dalla Sicilia all’Albania come anche il blocco di ogni investimento e stabilizzazione di contratti a termine (https://www.focusicilia.it/2019/12/20/coca-cola-addio-alla-sicilia-la-produzione-sara-a-tirana/). Soprattutto la tassa indurrà ogni azienda del settore se non a cambiare location produttive verso paesi limitrofi privi di una simile tassazione vessatoria quantomeno ad adottare una posizione di attesa e con il conseguente blocco di ogni politica di sviluppo. Paradossale, poi, come tale tassazione, che viene indicata candidamente come espressione di una rinnovata attenzione all’ambiente ed alla salute pubblica, risulti applicata alla produzione, non di certo quindi alle importazioni le quali godono di una svalutazione competitiva pari all’importo della tassazione applicata alle aziende che producono in Italia. E’ perciò evidente l’incapacità del governo in carica, così come dai ministri competenti, di individuare le fasi del ciclo di vita del prodotto da tassare.

    Sarebbe stato sufficiente anche solo copiare il quadro normativo fiscale relativo ai soft drink applicato all’interno dell’Unione Europea e comunque sempre applicato all’ultima fase del ciclo del prodotto, quindi al consumo, per evitare la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro che questa ottusa scelta del governo Conte II sta già determinando.

    Mai come con l’attuale governo si è assistito ad una sovrapposizione tra ideologia anacronistica e incompetenza relativamente alla semplice comprensione degli inevitabili danni economici conseguenti all’applicazione di un nuovo quadro normativo.

    L’epidemia fiscale che sta dilagando all’interno del sistema economico nazionale è interamente imputabile ad una compagine governativa composta da 5 Stelle e Partito Democratico che si avvia a diventare la più pericolosa della storia italiana. I termini del disastro economico si delineano sempre più chiaramente determinando uno scenario con conseguenze inenarrabili. Il fatto poi di averla rimandata ai primi mesi del 2020 dimostra una innegabile pavidità nella capacità di imporre le proprie strategie ma anche una insopportabile mancanza di assunzione di responsabilità.

    Una sintesi espressione della mediocrità politica italiana in grado di aumentare lo stato di incertezza che rappresenta il vero nemico per qualsiasi tipo di investimento. L’Italia, non da oggi, rappresenta l’ultimo Paese per l’altra attività di investimenti dall’estero in Europa. Questa epidemia economica sugar free forse riuscirà a farla diventare tra le ultime nel mondo.

  • Speranze e buoni propositi

    I buoni propositi, dall’attuale rappresentanza partitica, non ce li attendiamo più, anche i migliori, o per meglio dire i meno peggio, sono troppo concentrati sulla conquista rapida del consenso e sulla demonizzazione dell’avversario per avere il tempo e la concentrazione necessari a presentate proposte per risolvere i tanti disastri nazionali, europei, internazionali: dal clima all’immigrazione, dalle nuove povertà all’espandersi sempre più forte della criminalità e della violenza.

    L’arrivo dell’anno nuovo, anche se bisestile, può però spingere tutti noi, cittadini con ruoli diversi nella società, a fare alcune cose che la politica, e parte dell’intellighenzia, non fanno. Possiamo tornare, come facevamo un tempo, a inondare di lettere i giornali e le segreterie dei rappresentati politici locali e nazionali per segnalare, denunciare tutto quello che non funziona ad ogni livello. Se la politica e la stampa spesso si estraniano dalla realtà possiamo ricordargliela noi segnalando, documentando, contestando le scelte proprio di chi abbiamo in buona fede votato o del giornale che abbiamo per anni continuato a comperare. Possiamo presentare esposti alla magistratura, collaborare di più con le forze dell’ordine e tornare a parlare con le persone che incontriamo. Possiamo riscoprire l’empatia verso i nostri simili, gli animali, la natura, senza buonismi ma essendo nel profondo e nelle azioni persone di “buona volontà”, persone che non si arrendono all’indifferenza ed al cinismo, persone che non “bevono” tutto quello che sentono o leggono ma che tornano ad essere capaci di studiare, valutare, capire. I mugugni nel bar o le manifestazioni di piazza, modello sardine, già colorate, dopo i primi giorni, di una netta collocazione politica, non risolveranno il problema ma solo sposteranno i voti da una parte all’altra e la politica rimarrà strumento di interessi di parte. Vi è l’urgente necessità di riportare le persone, le necessità ed i diritti ed i doveri collettivi ed individuali, al centro dell’interesse della società nelle sue diverse espressioni culturali, economiche, politiche. Dai ponti insicuri alle scuole pericolanti, dalle barriere architettoniche, nella maggior parte degli edifici pubblici, alle decine di migliaia di persone, bambini compresi, che vivono in situazioni disastrate, dal dissesto idrogeologico ai terremotati senza casa, dal dilagare del consumo di droga alla sempre più forte invasione della criminalità nei gangli vitali della società, dall’immigrazione alle responsabilità europee, comprese quelle del nostro governo che è parte integrante e decisiva sia nel Consiglio europeo che nella Commissione, dall’uso sconsiderato dei social al bullismo, dal comportamento criminale di quelle banche che dilapidano i soldi dei risparmiatori o che licenziano, per loro profitto, migliaia di lavoratori, dall’eccessiva tassazione che crea di fatto evasione ed ingiustizia, lasciando che certe grandi multinazionali trasferiscano altrove i loro guadagni, al consumo del suolo e all’eccessiva proliferazione di centri commerciali che non rispettano la corretta concorrenza ed uccidono i piccoli, dal bullismo all’indifferenza verso gli anziani, e…sono talmente tante le cose da fare che lascio a voi aggiungere tutto quello che non scrivo. Non abbiamo autorevolezza in politica estera ed europea ma non c’è più autorevolezza anche qui, in Italia, ci sono solo imposizioni ma non c è mai né confronto né conoscenza della realtà e capacità di progettare e realizzare. Non dobbiamo cominciare il nuovo anno senza fare noi, finalmente, il buon proposito di impedire che le cose, gli eventi, le ingiustizie ci scivolino addosso. Ciascuno di noi può fare qualcosa, non esiste nulla di grande se non ci sono tanti piccoli pezzi che combaciano, una casa si costruisce mattone su mattone, anche i pezzi prefabbricati hanno bisogno di fondamenta, ricostruiamo giorno per giorno la nostra casa, la nostra patria. Ognuno dia il suo contributo accorgendosi degli altri che gli sono intorno, non lasciando più che le scorrettezze, ingiustizie, negligenze che vediamo continuino, usiamo un po’ del nostro tempo per farci sentire dall’assessore, dal consigliere, dal deputato, dal giornalista. Non ci rispondono? Inondiamoli di lettere, esposti, telefonate, intasiamo le segreterie, facciamo presenza costante, riprendiamoci la nostra dignità e rispettiamo la dignità degli altri.

    Buon Natale e Buon Anno

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