Politica

  • Giudizio

    In questi giorni in mezzo alle tante polemiche, veti e proposte più o meno irricevibili, che le varie forze politiche si sono scambiati c’è stato un momento di unità nel ricordare ed onorare David Sassoli, come uomo e come politico. E tutti hanno potuto vedere come la gente, quella normale, avesse riconosciuto in lui il simbolo di quella politica, di quel modo di lavorare che vorrebbe fosse la normalità e non l’eccezione. Servirà questo esempio a coloro che oggi e domani devono rappresentarci, dal governo alle altre istituzioni compresa la presidenza della Repubblica? Servirà a comprendere come passione, ascolto degli altri, attenzione profonda alle difficoltà e sofferenze debbono far parte del bagaglio politico di chi si occupa della cosa pubblica? Si tornerà a comprendere il significato di parole come empatia, dedizione, approfondimento e studio, moderazione nei gesti e nelle parole perché solo la moderazione si coniuga bene con la fermezza? Sono realista e temo non sarà così, temo che i termini resteranno quelli che sono stati fino ad ora, termini come asfaltare, riferito agli avversari, e temo che il confronto sarà ancora una volta accantonato dallo scontro. Temo che si continuerà ad agire e a dichiarare avendo come obiettivo il proprio momentaneo tornaconto elettorale invece che l’interesse oggettivo dell’Italia. Sono anche convinta, però, che, specie tra i giovani, l’esempio di Sassoli e dei suoi famigliari, possa essere un seme che può ancora far nascere un modo diverso di fare politica. Sono convinta che, tra le seconde e terze file, vi siano ancora persone che fanno politica in modo sincero, non andranno in televisione, non avranno molto ascolto nei loro partiti ma esistono e sta anche a noi cittadini dare loro la forza di uscire allo scoperto, di farsi sentire. Per questo crediamo nel proporzionale e nella preferenza, per far rinascere la democrazia nei partiti, per spingerli a non fare leggi elettorali sull’ipotetico tornaconto di questo o quello schieramento, perché sia ancora possibile agli elettori di scegliere, controllare, punire o premiare chi hanno eletto, guardandolo in faccia e non dovendo subire le scelte dei leader. Come David diceva ai suoi figli “mi raccomando giudizio” cerchiamo anche noi di rivolgere lo stesso invito a chi oggi, da più parti, sembra ritenere questa parola obsoleta.

  • Quale senso della realtà

    Come se nulla fosse più importante dell’affermazione della propria supremazia ideologica, in un periodo (oltre due anni) di forte difficoltà non solo sanitaria ma anche economica il delirio ideologico politico dei massimi esponenti della maggioranza non si ferma neppure mentre si annuncia nel 2022 una stangata per le bollette con rialzi fino al 61% del gas seguiti da rincari fino al 48% per la luce (percentuali già calcolate sui rincari già avvenuti nel 2021).

    Questa situazione determinerà inevitabilmente una quinta, contemporanea alla quarta, ondata di pandemia ma in questo caso di natura esclusivamente economica, ma non per questo meno devastante.

    In questo incredibile contesto solo pochi mesi fa un ministro inneggiava al boom economico e affermava senza pudore che “Col super green pass avremo un Natale totalmente aperto. Nessuna restrizione per i vaccinati, per le attività sociali, culturali e del tempo libero e consumi da boom economico”, by Renato Brunetta (04.12.21).

    Contemporaneamente un segretario di partito della maggioranza pensa per il 2022 di riproporre il Decreto Zan dopo averlo affossato per la propria incapacità di trovare una semplice e possibile mediazione.

    Entrambi, Brunetta e Letta, rappresentano la peggiore espressione di quella medesima presunzione intellettuale, mai come in questo caso assolutamente risibile e priva di qualsiasi riscontro oggettivo.

    Esiste un limite anche nella dimostrazione di disprezzo nei confronti dei cittadini e questi due politici lo hanno già ampiamente superato.

    Il senso della realtà invece rimane sconosciuto ad entrambi.

  • La bistecca sintetica

    Prima abbiamo sconvolto l’ecosistema distruggendo l’ambiente in tutti modi possibili, dal consumo del suolo all’abbattimento di intere foreste, dall’avvelenamento dell’aria e dell’acqua, con gli esperimenti delle più disparate e letali armi belliche, ai viaggi, ormai anche di piacere, nello spazio, ora ci dedichiamo a produrre bistecche sintetiche come se fossero gli allevamenti bovini i responsabili della catastrofe climatica. Non uno stop, almeno temporaneo, agli esperimenti nello spazio e nel mare, non uno stop alla desertificazione e all’abbattimento delle foreste, non l’obbligo alla ripiantumazione ma grande attenzione e business per la bistecca sintetica. Se la nuova carne costruita in laboratorio avrà componenti non naturali continueremo ad avvelenarci, se invece sarà prodotta con componenti naturali, in quantità industriali, presto questi non saranno più disponibili proprio in natura. Sarebbe bello un mondo nel quale si potesse vivere senza sacrificare la vita di un altro essere. Ma il mondo nel quale viviamo è questo dove il leone ammazza la gazzella perché è carnivoro e la gazzella mangia l’erba perché è erbivora e l’uomo mangia tutto perché è onnivoro. Se tutti fossimo erbivori non ci sarebbe erba per tutti, qualcuno ha mai pensato a questo? Certo noi umani pensiamo di capire e sapere tutto poi basta il ritorno di qualche lupo in campagna a farci terrorizzare e protestiamo per la presenza di troppi ungulati, cinghiali e caprioli, che ci rovinano i raccolti. I lupi ed i leoni, come tutti gli esseri viventi, servono a tenere regolato l’ecosistema, sempre che qualche genio non creda di poter sovvertire l’antica legge di natura: la catena alimentare. E ogni volta che vogliamo sovvertire la natura scontiamo le conseguenze della nostra arroganza, anche il covid ne è esempio. La bistecca sintetica se la mangino quelli che con un uso sbagliato ed esasperato del politicamente corretto stanno contribuendo ad aumentare divisioni ed spregiudicatezza.

  • Gli errori da evitare nel Disegno di legge sulla Concorrenza

    Finalmente, grazie al Governo Draghi, si è interrotto l’immobilismo sulla riforma della Concorrenza, che durava dal 2009, con l’adozione del relativo Disegno di legge, anche se il testo appare meno ambizioso e incisivo di come avrebbe dovuto essere, a causa di varie dimenticanze e timidezze.

    Purtuttavia non si può negare la valenza del tentativo di avviare un processo di riforma, fra le tante di corredo al PNRR, fondamentale per lo sviluppo e la competitività complessiva del sistema Italia e il cui ritardo risulta essere una delle principali cause della stagnazione economica del nostro Paese.

    Infatti nessun governo in Italia ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sulle riforme, ed in particolare su quella della Concorrenza, in questo assecondato dal silenzio tombale di tutte le opposizioni, mentre le reazioni erano chiaramente fuori tema, perché concentrate sulla contestazione sterile e anacronistica della globalizzazione, come se fosse un nemico da combattere e non piuttosto la cornice entro la quale le economie di tutto il mondo operano, ed all’interno della quale l’Italia, proprio per l’assenza di riforme, ha sofferto l’impotenza di vedere frustrate le sue aspirazioni di competere con successo e produrre ricchezza, piuttosto che impoverirsi con l’aumento esponenziale del Debito Pubblico.

    Il punto è che la sfida alla globalizzazione da parte della politica è quella di riuscire a governarla, recuperando il primato della politica, in quanto espressione di scelte sottoposte al controllo sovrano dei cittadini, per eliminarne o attenuarne gli aspetti negativi e a volte disumani, ed esaltarne gli aspetti positivi, già sperimentati in epoche passate, allorquando invasioni e conflitti hanno rimandato indietro gli orologi della storia.

    Nessuna paura, quindi, né complessi di inferiorità a gestire un sistema complesso, al quale fino ad ora è mancata la politica e la sua visione di correggere le brutture attraverso il dialogo ed il confronto, per l’assunzione globale di regole e di misure da rispettare e, quindi da controllare, per contenere lo strapotere dei giganti dell’industria e della finanza e garantire il rispetto delle identità e della libertà dei popoli. Modalità di governo ispirate quindi non a velleitarie posizioni di impossibile contrapposizione per il ritorno ad una Arcadia mai esistita, di un mondo governato da logiche protezionistiche, ma la necessaria presa d’atto che la globalizzazione può finire, specie dopo la quarta rivoluzione industriale, unicamente a causa di un cataclisma o di un conflitto di livello mondiale, assolutamente da scongiurare per il bene dell’umanità, mentre, al contrario, va interpretata, affrontata e governata.

    Questo è il dovere della politica, che invece di appiattirsi a servire le lobby, deve capire il fenomeno, ritrovare se stessa sulle visioni di quale società vuole realmente servire e con quali diritti e doveri e deve affrontare il presente ed il futuro con idee chiare e proposte condivise con tutti i soggetti interessati.

    Da qui la colpevole latitanza dei governi del passato e, forse, l’eccesso di timidezza su questo provvedimento del governo in carica, nel perseguire le liberalizzazioni, che non sono quindi la penalizzazione di alcune categorie, ma la cessazione dei loro ingiusti privilegi, che hanno contribuito a penalizzare produzione e lavoro e costituisce lo strumento per servire finalmente l’interesse generale e il bene comune, con il rilancio dell’economia, senza più freni a mano tirati per rallentarne le potenzialità.

    Le liberalizzazioni costituiscono anche la cartina di tornasole per individuare se le posizioni dei partiti sono davvero al servizio del bene comune.

    E’ infatti bastato l’annuncio di questo provvedimento per fare scattare la polemica sui primari da parte di Forza Italia, che non è d’accordo sul fatto che la politica perda la possibilità di sceglierli con criteri discrezionali. Ma il primario deve curare i cittadini, non certo essere funzionale al suo protettore politico, come purtroppo fino ad ora è accaduto frequentemente.

    Così come la timidezza del governo di rinunciare all’inserimento, peraltro urgente, degli inceneritori, sulla base delle pressioni del M5S, ma in questo caso al prezzo di lasciare il Paese senza una strategia seria di smaltimento dei rifiuti.

    O le pressioni della Lega, che ha imposto al governo un ritardo di sei mesi sul delicatissimo e dirimente tema delle concessioni balneari.

    Una richiesta il cui accoglimento appare un errore grave del Governo, che sarebbe auspicabile venisse eliminato nel dibattito parlamentare, non solo perché appare intollerabile mantenere le attuali tariffe per strutture che fatturano oltre 15 miliardi l’anno e pagano per le concessioni meno dell’1% di quanto incassato, ma anche perché l’Italia per questo e per avere incredibilmente rinnovato tutte le concessioni balneari fino al 2033, già adesso è sotto procedura di infrazione dell’UE.

    Il che vuol dire, che il rinvio del Governo potrebbe costare caro all’Italia, anche di più dei 3 miliardi e 209 milioni di Euro versati all’UE quale condanna per il mancato pagamento delle multe della lobby dei produttori di latte, che avevano per decenni superato le quote assegnate annualmente, e sempre grazie alla Lega che si intestò pure quella battaglia, il cui costo, more solito, fu addossato agli incolpevoli contribuenti.  Se per difendere un’altra lobby, quella dei gestori degli stabilimenti balneari, dovessimo subire lo stesso danno, non sarebbe soltanto una vergogna, ma la fine oggettiva del processo di liberalizzazione dell’economia nazionale, perché a nessuna altra categoria si potrebbero più negare i privilegi e resteremmo per sempre con i lacci e i lacciuoli che ci hanno fino ad ora penalizzato, ma stavolta senza più speranza.

    Per questo appare assolutamente necessario che il premier Draghi, come fino ad ora ha fatto con successo, richiami tutti al loro dovere e ricordi che la politica delle bandierine si può fare quando comunque soddisfa il bene comune, ma non quando lo danneggia e lo dileggia.

    Già Sottosegretario per i BB.AA.CC.

  • Verso un neo-peronismo dei poveri

    L’ultimo atto del governo Conte 2 nel giorno delle proprie dimissioni fu quello di cancellare la sintesi del delirio narcisistico del precedente Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti e del Ministro dello Sport Spadafora i quali avevano interposto la società Sport&Salute nella gestione dei finanziamenti pubblici allo sport, una volta destinati e gestiti dal solo CONI in assoluta autonomia.

    Attraverso questo ingiustificato delirio istituzionale dei due rappresentanti del governo si era cercato di favorire il controllo pubblico o, meglio, politico all’interno del movimento sportivo venendo meno ad un principio fondativo del Cio (Comitato Olimpico internazionale) il quale, va ricordato, prevede la assoluta distinzione tra le risorse pubbliche e la loro gestione al fine di evitare proprio il controllo e il conseguente uso politico dello sport da parte del potere esecutivo.

    Ignorando tutto questo, la pessima iniziativa dei due soggetti governativi aveva relegato l’interno movimento sportivo italiano ai margini internazionali e se non fosse sopraggiunta all’ultimo momento la cancellazione questa scellerata iniziativa avrebbe determinato anche l’esclusione dalla partecipazione ai giochi olimpici di Tokyo della compagine italiana.

    Non pago della figuraccia internazionale alla quale l’intero movimento sportivo era stato esposto il ministro Giorgetti propone per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi, iniziativa assolutamente legittima anche se mossa da interessi diversi da quelli del bene del Paese.  A suffragio della propria tesi, in più, sostiene come sia costituzionalmente possibile per il nuovo Presidente della Repubblica Mario Draghi continuare ad “indirizzare” la politica dell’esecutivo. E’ evidente come l’attuale ministro non possegga il minimo sindacale di competenze istituzionali richieste per esercitare la propria funzione di Ministro della Repubblica italiana. L’assetto istituzionale italiano, infatti, trova la propria forza democratica proprio dalla separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giurisdizionale all’interno del quale il Presidente della Repubblica rappresenta una figura di garanzia (art.66).

    L’idea, invece, di offrire la possibilità ad un Presidente della Repubblica di influenzare l’attività esecutiva bypassa completamente l’asset istituzionale in vigore e di conseguenza renderebbe “INUTILE” ogni modifica costituzionale frutto di un iter complesso di approvazione.

    Molto probabilmente al ministro risultano incomprensibili gli effetti delle sue farneticazioni politiche quanto le motivazioni stesse della divisione dei poteri come espressione di una garanzia democratica.

    Di fatto questa proposta politica e costituzionale indirizzerebbe il nostro Paese verso un sistema semipresidenziale ma soprattutto verso un triste declino neoperonista ma rigorosamente dei poveri in considerazione della competenza istituzionale dimostrata.

    Non da oggi emerge evidente come i partiti e le segreterie intenderebbero sbarazzarsi della figura ingombrante dell’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi con l’obiettivo di gestire le risorse europee del PNRR ottenute in gran parte proprio grazie alla credibilità internazionale dello stesso Draghi (https://www.ilpattosociale.it/politica/le-prossime-elezioni-del-presidente-della-repubblica/). Il PNRR, infatti, viene inteso come l’insieme di risorse a disposizione in aggiunta alla spesa pubblica corrente e rappresenta per i famelici quadri governativi e politici una preda troppo invitante per saziare i loro appetiti insanabili.

    Tornando al quadro istituzionale offeso con intollerabile leggerezza da un ministro della Repubblica, una simile affermazione, già di per sé risibile ad uno studente del primo anno di giurisprudenza, per l’incompetenza sottostante diventa assolutamente intollerabile al limite del vilipendio della stessa Costituzione quando questa venga esposta e proposta da un ministro.

    Già questo dovrebbe provocare come logica conseguenza e contemporaneamente per un minimo di decenza istituzionale le sue immediate ed irrevocabili dimissioni.

  • Giustizia ed equità, cercasi sindacalisti e politici

    Da un lato spendiamo centinaia di milioni di euro per mantenere strutture che non producono nuovi posti di lavoro, dall’altro, ogni giorno, muoiono proprio sul posto di lavoro 3,4 persone. Dall’inizio dell’anno sono ormai 772 i morti (secondo quanto dichiarato dall’Inail il 31 agosto ma da allora ci sono state, quasi ogni giorno, altre vittime) senza che si sia ancora riusciti a impedire la continua e tragica perdita di vite. Intanto continuano ad aprirsi contenziosi tra lavoratori ed imprese che chiudono, anche senza vera necessità, mentre altre imprese continuano a chiedere personale specializzato, che non c’è né si fa nulla per formarlo, mentre nella ristorazione è diventato quasi impossibile trovare chi accetti di lavorare il sabato e la domenica, come se certe attività potessero restare aperte solo durante la settimana. Ormai da tempo è stato lanciato l’allarme: non ci sono sufficienti giovani medici per sostituire i tanti che sono andati ed andranno in pensione e la carenza di sanitari sul territorio, dove l’assistenza dovrebbe essere completamente riorganizzata, vista anche l’esperienza covid, è pari alla carenza di infermieri e tecnici di radiologia negli ospedali.

    Sono questi solo alcuni dei tanti problemi che attanagliano il mondo del lavoro e la vita delle persone ma la sensazione che abbiamo in molti è che sia il mondo dei partiti che dei sindacati, al di là di qualche dichiarazione, facciano ben poco per intervenire con proposte concrete e anche per aiutare il ministro del Lavoro a capire meglio la reale situazione. Estrema destra e centri sociali, coadiuvati da qualche anarchico, sfilano insieme per il no green pass, seconda puntata del no vax, trascinando nell’orbita della protesta, anche violenta, cittadini vari che sembrano ignari di quanto è accaduto e di quanto sta ancora accadendo per il covid. Non importa ai manifestanti, e a coloro che in un modo o nell’altro strizzano l’occhio, che nei paesi dove non sono state applicate, come in Italia specie negli ultimi mesi, le misure di attenzione e contenimento della pandemia ci sia un esponenziale aumento di contagi e di morti. Così pochi pensanti, al governo e non, si devono occupare delle polemiche e delle proteste, lontane dai reali problemi, invece di poter esaminare proposte che possano risolvere i tanti problemi di cui sopra. Intanto i due milioni e mezzo di anziani ricoverati nelle strutture sono ancora, nella stragrande maggioranza dei casi, e nonostante una disposizione nazionale ad hoc, segregati ed impossibilitati ad incontrare i loro famigliari, con gravissime conseguenze sul piano cognitivo e della salute fisica.

    Ci si occupa dei diritti alla procreazione, uteri in affitto e quanto altro, delle coppie unisessuali ma non del vertiginoso calo delle adozioni nonostante tanti bambini, anche in Italia, siano in disperata attesa di una famiglia e non si prende neppure in considerazione l’ipotesi dell’adozione da parte di single che potrebbero, dopo accurati controlli e verifiche, diventare genitori di quei bambini che oggi sono soli. Per troppe forze politiche è più importante occuparsi ora dei transgender, per i quali si potrebbe ragionare con più serenità anche tra qualche mese, che delle tante famiglie cadute in completa povertà e alle quali il volontariato sta cercando di provvedere con quel cibo che a troppi manca.

    La Rete, senza regole, continua a creare gravissimi problemi, specie ai più giovani, e non si programmano, fin dalle scuole elementari, materie di studio che indirizzino all’utilizzo corretto dei social e spieghino come decodificare e comprendere i messaggi che, in modo palese o surrettizio, influenzano e influenzeranno la vita di milioni di adolescenti. Adolescenti che diventeranno adulti schiavi di quella parte della tecnologia che si sostituisce alla nostra capacità di valutazione e discernimento. Intanto aumentano femminicidi e violenze in una società con troppe regole non rispettate e priva di quelle necessarie ed urgenti. Noi crediamo che questo governo possa fare molto ma che ci sia ora bisogno di politici e sindacalisti che facciano la loro parte non urlando in piazza o in televisione ma studiando e poi facendo proposte e presentando soluzioni non di parte perché l’Italia va avanti se ogni proposta, basata sulla conoscenza e lo studio della realtà coniugate con un po’ di cultura, è una proposta per migliorare le condizioni di tutti e non per accaparrare qualche voto in più.

  • Riconsegnare alla politica il suo ruolo

    Il vero vincitore è ancora una volta l’astensionismo che ad, ogni elezione, aumenta perché aumenta la delusione della maggioranza degli italiani di fronte al continuo battibeccare delle forze politiche più interessate a soddisfarsi di veri o presunti sondaggi che a ragionare sulle varie realtà dell’Italia. Non siamo nostalgici se pensiamo alle tribune politiche dei Berlinguer e degli Almirante riconoscendo anche ai giornalisti di allora la correttezza di saper fare il loro mestiere in modo più utile di quanto avviene oggi nei troppi spettacoli e spettacolini che ogni rete si affanna a proporre tra urla, insulti e confusione. Piaccia o non piaccia gli Andreotti ed i Craxi, gli Spadolini e i Malagodi avevano altra statura politica che era loro riconosciuta anche da chi, come me, era loro avversario. Anche i politici di seconda fila, come i ragazzi delle organizzazioni giovanili avevano, molto più di oggi, preparazione, cultura, rispetto dei ruoli, attenzione all’interesse del Paese. Certo erano tempi diversi dove il confronto era diretto, nelle piazze, nei comizi, negli incontri di sezione, nelle scuole di partito, nelle aule dei consigli comunali dove dalla teoria bisognava passare alla pratica e quello che si diceva era misurato e giudicato dagli avversari, dai giornalisti e dai cittadini presenti. Non è nostalgia del passato, ricordiamo infatti di quegli anni anche i molti errori, ma vogliamo ricercare, attraverso il ricordo di tempi recenti eppure lontani, una strada nuova, diversa per riconsegnare alla politica il suo ruolo.

    Era il tempo delle preferenze e gli elettori sceglievano oltre al partito la persona che volevano li rappresentasse alla Camera ed al Senato. Poi lentamente si fu deciso che i partiti dovevano diventare leggeri, non agili sul territorio ma leggeri e cioè, di conseguenza, inconsistenti, si tolse agli elettori il diritto di scelta, le liste elettorali diventarono, ed è ancora così, prestabilite dai capi partito, sempre più soli al comando in modo che nessuno potesse e può fare loro ombra e dare fastidio. Si inventò che il bipolarismo sarebbe stato il bene della democrazia dimenticando come questo sistema, copiato da altri paesi con tradizioni ben diverse, fosse avulso dalla nostra storia e ostico al carattere degli italiani. Così furono eliminate la stragrande maggioranza delle sezioni e dei luoghi di confronto, soppressi i tanti piccoli e quotidiani comizi dei tanti candidati e dirigenti, via anche le scuole di politica e le lettere agli elettori perché internet e la Rete avevano sostituito, con la ‘bestia’ di turno, quel po’ di umanità che restava alla politica. Anche i congressi di partito, le riunioni degli organi centrali furono lentamente eliminati o resi inutili perché i leader non hanno bisogno di confrontarsi e la democrazia interna ai partiti, che era già carente prima, considerata un inutile ostacolo alla libertà di decidere del capo. Democrazia termine urlato in ogni circostanza ma nei fatti relegata a slogan, basti pensare che ancora oggi i partiti non rispondono alla Corte dei Conti per i loro bilanci e gli iscritti non hanno nessuno al quale appellassi in caso di contenziosi con la dirigenza, 5 Stelle docet.

    Non gridi vittoria Letta, che avevamo conosciuto anni fa come persona intelligente ed avveduta mentre oggi chiede il voto per i sedicenni, errore che per altro aveva già fatto la Meloni, il suo partito governa le grandi città ma i suoi sindaci hanno la maggioranza di quella risicata minoranza che è andata a votare. Non cerchino scuse i partiti del centro destra che col leaderismo esasperato non sono stati in grado di offrire candidati idonei e progetti chiari, troppe confusioni a cominciare dai vaccini. Gli italiani si sentono traditi e vedono questa partitocrazia come inutile e dannosa, sperano che Draghi li porti fuori dal tunnel economico e morale, si ritirano nel loro privato, non vanno a votare facendo una scelta specifica che nei fatti rafforza proprio Draghi come unica soluzione in attesa che i partiti capiscano e provino a cominciare a cambiare, se mai riusciranno a mettere un freno all’autoreferenzialità e all’arroganza che ha contraddistinto questi anni. Neppure i lunghi mesi di reclusione per il virus, neppure i morti, le sofferenze, i tanti problemi irrisolti di una società complessa e confusa, sembrano essere riusciti a farli scendere dal piedistallo, sul quale si sono tutti collocati, da destra a sinistra, per provare a sentirsi come un cittadino normale uno che non sia né di Forza Nuova, né dei centri sociali, uno che non sia ultra o velina, uno qualsiasi, donna, uomo o altro, che deve mettere insieme il pranzo con la cena, occuparsi di genitori e figli, che vuole un mondo pulito in tutti i sensi, uno che forse appartiene ad una categoria che alcuni credono in via di estinzione perché la cosiddetta normalità, senza urla e con qualche ragionamento, non fa notizia, non è di moda. La verità è che ora tutti questi uno, trascurati, hanno deciso di non votare e sono la maggioranza del Paese!

  • Cui prodest, a chi giova oggi, a chi è giovato ieri?

    Per essere chiari, chiarissimi, tutti coloro che in queste ultime settimane, con l’accelerazione degli ultimi giorni, hanno manifestato commettendo violenze, o incitando altri alla violenza, devono essere puniti e messi in condizione di non potere più nuocere. Se appartengono ad organizzazioni di qualunque tipo e genere le loro sedi devono essere perquisite, si devono fare indagini e processi immediati e, se riconosciuta la colpevolezza dei loro rappresentanti ufficiali, le associazioni, organizzazioni od altro possono o meglio devono essere sciolte, qualunque sia la matrice d’appartenenza. La violenza in democrazia non può essere tollerata, sia essa fisica o verbale e questo è un monito anche rivolto a tutti coloro che, siano rappresentanti politici, dei media o della società, in questi anni hanno usato un linguaggio comunque violento verso gli avversari. Termini come asfaltare, rottamare ed altro, atteggiamenti di prevaricazione nei dibattiti, manifesta intolleranza verso le idee altrui, con episodi di autentico ostracismo e di mistificazione della realtà, hanno seminato quell’odio ed intolleranza che sono i prodromi della violenza. Detto questo e manifestata la nostra solidarietà a chi ha subito aggressioni e violenze, dalla Cgil all’Ugl ed in specialmente modo agli operatori sanitari, dobbiamo con trasparenza ed obiettività chiederci cui prodest. A chi veramente giova e a chi ha giovato nel passato. Non possiamo infatti dimenticare chi ha aiutato la crescita degli estremismi di destra e di sinistra, chi ha avallato o con aiuti economici o con il silenzio al posto della riprovazione e della condanna, gli operati di Forza Nuova o dei centri sociali. Quello che è accaduto in questi giorni ha radici lontane ed ora che siamo ad una nuova vigilia elettorale sta a tutti, in special modo alle istituzioni, in primis alla ministro Lamorgese, evitare che si apra una nuova strategia della tensione. Tutti noi, dalla carta stampata alle televisioni, dalla rete alle associazioni, fino ai singoli cittadini siamo chiamati a comportamenti più responsabili. Coloro che, in un modo o nell’altro, restano indifferenti, tollerano o addirittura giustificano o promuovono, anche più o meno inconsapevolmente, quelle violenze verbali, quegli atteggiamenti e quei gesti che sono prodromi a violenze di piazza o ad ingiustizie, da oggi in avanti devono sentire il peso della loro responsabilità. Condannati i tragici errori del fascismo e del comunismo, come ha già fatto il Parlamento europeo e prima di tutto la storia, ora è il momento di smascherare chiunque voglia minare la democrazia e per violenza dobbiamo intendere anche tutto ciò che tende a sostituire la realtà con la propria verità, con il proprio interesse. Detto questo ancora una volta l’appello a vaccinarsi perché proprio con il vaccino siamo riusciti a contenere il virus mentre in altri paesi la pandemia continua a diffondersi e a mietere vittime, anche in Europa.

  • La Supremazia democratica

    La democrazia comporta per sua stessa natura un costo “gestionale” rappresentato dal mantenimento dei principi ispiratori, evitando quindi di declinare in un posizione di forza dello Stato nei confronti dei cittadini in deroga agli stessi principi ispiratori. Questa consapevolezza è evidentemente sconosciuta a buona parte dei rappresentanti di quei partiti che troneggiano (con tutto il rispetto per i partecipanti alla trasmissione di Maria De Filippi) nel nostro Parlamento.

    La Supremazia democratica rappresenta l’essenza democratica e viene espressa anche attraverso un atteggiamento di sufficienza nei confronti degli avversari politici intenti a minarne i principi democratici (nello specifico dell’ultima manifestazione individuabili in comportamenti vietati dalle norme penali) approfittando degli spazi a loro garanzia assicurati dallo stesso sistema democratico in quanto tale.

    Nello specifico, al di là delle implicazioni penali alle quali giustamente dovranno rispondere i dirigenti di Forza Nuova ed eventuali simpatizzanti e complici dei disordini delle manifestazione a Roma, si chiede, anzi si pretende, ora lo scioglimento di Forza Nuova in virtù della legge Scelba, che vieta la ricostituzione del partito fascista, emanata successivamente alla seconda guerra mondiale e quindi dopo sessant’anni (60). Nel contesto attuale assume connotati molto più simili a un quadro normativo troppo incline alle interpretazioni e da aggiornare. Emerge evidente la necessità di evitare che questo quadro normativo si trasformi in una legge contro le opinioni opposte al sistema politico attuale ma sempre garantito dalla democrazia. A questo si aggiunga poi un aspetto paradossale rappresentato dallo spirito europeista spesso invocato da chi ora chiede lo scioglimento di Forza Nuova.

    A loro signori andrebbe ricordato come, si ripete se non fosse chiaro al di là delle responsabilità penali e civili esiste comunque un fattore politico e soggettivo in relazione all’attribuzione del carattere di ricostituzione del partito fascista nell’operato di questi gruppi. Non può assolutamente, infatti, essere sufficiente per tale identificazione utilizzare il parametro della “violenza squadrista” nelle proprie azioni in quanto la medesima tipologia di violenza si riscontra anche in gruppi estremisti di sinistra, come i centri sociali, che nessuno intende qualificare come fascisti pur adottando le medesime strategie squadriste. In più quest’ultimi riescono anche a ottenere un certa accondiscendenza da parte delle istituzioni, specialmente comunali.

    Quindi rimane incerto non tanto il perimetro normativo penale (la legge Scelba dopo 60 anni ormai è quasi una legge contro la libertà di opinione) utilizzato per indicare un partito fascista quanto i principi stessi ispiratori utilizzati dalla legge stessa: prova ne sia che lo stesso Luigi Einaudi, pur preoccupato della crescita di nemici interni al sistema Democratico, non ne approvò il contenuto e tantomeno l’introduzione.

    Infine l’ordinamento italiano ma soprattutto gli europeisti a corrente alternata non tengono in alcuna considerazione la storica decisione del Parlamento Europeo che ha equiparato il nazismo e il fascismo al comunismo con una votazione nel settembre 2019.

    Come logica conseguenza di questa decisione del Parlamento Europeo all’interno di una democrazia liberale sarebbe necessario ed auspicabile certo l’aumento delle conseguenze penali e patrimoniali per i responsabili dei danni causati durante le manifestazioni, siano questi di Forza Nuova o dei centri sociali, ma senza nessuna conseguenza “politica” come un possibile scioglimento.

    Contemporaneamente lo stesso sistema dovrebbe offrire prova di una consapevolezza e stabilità democratica permettendo la coesistenza al proprio interno di associazioni di opinione, ripeto di sola opinione, avverse al sistema stesso.

    In fondo nessuno ha mai contestato la libertà di opinione ai negazionisti dell’Olocausto come agli ideologi delle Brigate Rosse o dei movimenti eversivi di estrema destra.

    La storia e la consapevolezza democratica li hanno, infatti, ampiamente ridicolizzati In modo tale da relegarli a margine della stessa società, viceversa si contestano quando qualche istituzione statale offre degli spazi ai sostenitori di queste deliranti opinioni.

    Emerge evidente una volta di più come il nuovo millennio venga rappresentato da una classe politica e dirigente espressione di un delirio autoritario e sempre meno incline alla libertà di pensiero nelle sue articolate espressioni e votata, quindi, più al controllo ed alla repressione di quelle forme di pensiero non allineate (basti pensare al delirio oscurantista del politically correct).

    In ultima analisi emerge una volontà politica finalizzata alla limitazione delle opinioni e quindi espressione di fattore distintivo di ogni sistema autoritario.

    Le garanzie democratiche alla libertà di pensiero, invece, non possono essere soggette a norme penali che possano individuare “le opinioni vietate” relative ad uno specifico partito o associazione.

    Aveva assolutamente ragione Flaiano quando affermava come in Italia i fascisti fossero di due categorie: i fascisti dichiarati e gli antifascisti.

    Uno stato democratico si dimostra forte e superiore quando risulta è in grado di convivere con opinioni ed ideologie finalizzate alla distruzione della sua stessa esistenza. Tutto il resto è modesta ideologia, espressione di una classe politica convinta di coprire le proprie lacune democratiche con un approccio ideologico oscurantista ed autoritario.

  • Il pericoloso abbrivio antidemocratico

    Il mondo della comunicazione in questo periodo si spende con passione nel confronto ideologico tra le interpretazioni dei risultati delle elezioni amministrative di ottobre, nelle analisi di saluti romani ed ovviamente a proposito delle manifestazioni no green pass.

    Contemporaneamente, proprio venerdì 08.10.2021, a pagina due de Il Sole 24 Ore svettava un titolo che avrebbe dovuto suscitare i brividi ai garanti della democrazia a corrente alternata del mondo televisivo. Questo recitava così: “Il diritto alla Privacy cede il passo. Priorità alla lotta all’evasione”. Un diritto fondamentale come quello della libertà individuale, del quale la tutela della privacy ne rappresenta una propria estensione, per restare tale tanto nella definizione e nella sua articolata applicazione non può venire limitato a seconda del momento ed usato come strumento nel raggiungimento di un obiettivo politico o, peggio, ideologico.

    In altre parole, per combattere un reato definito da leggi ordinarie del codice penale si limitano i perimetri di garanzie costituzionali espressione dei principi della Carta Costituzionale.

    Nel nostro Paese, ormai, si stanno cedendo ancora oggi, nella più assoluta indifferenza, quote importanti dei diritti espressione di una seppur imperfetta democrazia: un processo cominciato a partire dal 2011 con il governo Monti, una vera sciagura sotto il profilo delle democrazia applicata al mondo della privacy dei correntisti, mentre i risultati economici vantati dal senatore a vita vanno interamente attributi all’allora Presidente della BCE Mario Draghi grazie all’acquisto al mercato secondario dei titoli del debito pubblico invenduti   che permise la discesa dello spread.

    Tornando alle garanzie Costituzionali, questo pericoloso declino democratico risulta ordito con l’obiettivo di creare nuovi orizzonti istituzionali ed ideologici espressione di una precisa fede politica antiliberale.

    Nello specifico, poi, dell’evasione fiscale (fenomeno conclamato quanto complesso) le fonti di questa ideologia politica risultano già ampiamente ridicolizzate da approfondite analisi di organi molto più competenti delle stesse segreterie di partito (https://www.cgiamestre.com/gli-sprechi-sono-il-doppio-dellevasione/).

    Tutto questo avviene quando ancora il nostro Paese non può dichiararsi uscito dall’emergenza sanitaria pandemica e di certo sta attraversando una drammatica crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra, nonostante un ministro continui a parlare di boom economico ottenendo solo la conferma di essere espressione egli stesso di una sottomarca di classe politica e governativa.

    La elementare consapevolezza del contesto drammatico, certificata dalla perdita di oltre un milione e centomila (1.100.000) posti di lavoro ai quali la ripresa di quest’anno porterà 490.000 nuovi contratti ma tutti a tempo determinato, avrebbe dovuto modificare le priorità di chi ha avuto ed ancora oggi detiene le redini del futuro del nostro Paese (10.01.2019 https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    La costante riduzione del perimento democratico degli ultimi anni riservata all’esercizio di diritti dei singoli cittadini si può immaginare come una strada in discesa con una fortissima pendenza nella quale ogni valore democratico viene sacrificato con estrema facilità grazie all’abbrivio favorito dalla discesa stessa.

    Viceversa la stessa definizione e riconquista delle medesime libertà risultano da sempre la difficile sintesi dell’impegno e del sacrificio di generazioni le quali hanno percorso la medesima strada in senso opposto, cioè IN SALITA.

    La storia, poi, insegna come ciascuna porzione di democrazia sacrificata in nome di una qualsiasi ideologia politica dominante oltre a vanificare il sacrificio delle precedenti generazioni, le quali in suo nome si sono battute, non sarà mai più recuperabile se non a costo di drammatici sacrifici politici ed umani.

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