Politica

  • Affievolimento delle responsabilità

    Non sono persone, sono cose. E con le cose non si può intendere.

    Anatole France

    “Il Consiglio dei topi” è una delle tante bellissime e molto significative favole di Jean de La Fontaine. Un gatto, di nome Mangialardo, un infame carnefice, era diventato il terrore dei topi. Era così vero che quei pochi rimasti ancora vivi, non osavano neanche metter fuori il muso. Perciò, dalla paura erano costretti a rimaner nascosti, a costo anche di morir di fame. Un giorno, mentre il gatto era andato a far visita alla sua amante, i topi si riunirono in consiglio. Dovevano decidere finalmente cosa fare per salvarsi dal gatto. Il presidente, un topo saggio, propose di attaccare al gatto un campanello, in modo che si sentisse quando il gatto si fosse avvicinato. I topi in consiglio applaudirono la proposta del presidente. Ma quando si trattò di scegliere colui che doveva attaccare il campanello al collo del gatto, tutti diedero le proprie ragioni e nessuno accettò. Al presidente non rimase altro che sciogliere la seduta. La morale della favola: a parlar sono tutti bravi, ma tutto cambia quando bisogna fare. Una significativa e sempre attuale allegoria, dalla quale bisogna sempre trarre insegnamento.

    Per qualsiasi paese è sempre una disgrazia quando viene governato da persone irresponsabili e corrotte, che convivono e condividono tutto con dei poteri occulti, Ma per un paese, in simili condizioni, è molto più grave quando ha anche un’opposizione che non convince e non nutre speranza; un’opposizione quasi inesistente, le cui responsabilità si affievoliscono ogni giorno che passa. Guai a quel paese con una simile opposizione, che crede di risolvere tutto e compiere devotamente i propri doveri, solo e soltanto tramite le dichiarazioni e le denunce contro il malgoverno. Perché le dichiarazioni e le denunce, da sole, non bastano a rovesciare un governo corrotto e che controlla tutto. Come nella favola di La Fontaine. Perché, nonostante quanto avevano detto e deciso i topi in consiglio, il gatto Mangialardo continuava indisturbato a girare senza campanello attaccato al collo.

    Purtroppo questo sta accadendo attualmente in Albania. La situazione sta diventando, ogni giorno che passa, più drammatica e allarmante. E non è retorica, ma realtà vissuta. Ormai gli scandali si susseguono l’un l’altro con una frequenza accelerata. Perciò coprirli, smentirli e portarli nel dimenticatoio sta diventando sempre più una seria preoccupazione anche per la potente e ben organizzata propaganda governativa, orchestrata direttamente dal primo ministro. Tant’è vero, che da una settimana a questa parte, il primo ministro ha cominciato a minacciare con una legge contro la diffamazione mediatica. E tutto ciò in un paese in cui ormai il sistema di giustizia, fatti ed evidenze alla mano, è completamente controllato dal primo ministro in persona. Basta riferirsi soltanto alle buffonate propagandistiche degli ultimi giorni, per convincersi che le procure e i tribunali sono succubi della volontà e delle minacce del primo ministro. Buffonate che in realtà stanno smascherando, tra l’altro, anche l’allarmante connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Soltanto grazie alle denunce dell’opposizione e di quei pochi media rimasti non controllati che il pubblico è venuto a conoscenza di tutto quel marcio. Per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta la campagna diffamatoria e minatoria della propaganda governativa con tutti i suoi mezzi si è messa in moto.

    In una simile situazione, fa bene l’opposizione a denunciare quando sta accadendo in Albania. Sono e saranno tante le cose da denunciare, anzi troppe! Soltanto quanto è successo durante queste due ultime settimane mette a nudo senza equivoci la grave situazione in cui versa il paese. Mette a nudo il fatto che diverse strutture e istituzioni statali sono messe al servizio del primo ministro, per coprire gli scandali clamorosi e cercare di ridicolizzare le denunce. Come ha fatto sempre il primo ministro in simili casi in passato. Perciò denunciare simili casi, tramite dichiarazioni ufficiali, è un obbligo istituzionale dell’opposizione. Le dichiarazioni e le denunce sono necessarie e utili, sono parte dei mezzi con i quali opera un’opposizione in una società democratica. Ma quelle non bastano, perché l’Albania non è ancora un paese democratico, essendo anche ufficialmente classificato come un paese con una “democrazia ibrida”. Purtroppo, fatti alla mano, in Albania ormai si sta restaurando un regime autoritario e autocratico. In Albania ormai si sta restaurando una nuova e camuffata dittatura, con soltanto una facciata, una parvenza di pluralismo. E l’opposizione sta rischiando di diventare parte di quella facciata. Così facendo, volente o nolente, l’opposizione sta diventando una copertura mediatica, molto utile e necessaria al primo ministro. Proprio a quel primo ministro che ormai controlla tutti e tre i poteri di una democrazia, definiti circa tre secoli fa da Montesquieu. In più il primo ministro ormai controlla anche i media, che al tempo di Montesquieu non erano ancora un potere. Perciò limitarsi soltanto alle dichiarazioni ufficiali e le denunce, come sta facendo adesso l’opposizione in Albania, significa semplicemente l’affievolimento delle sue responsabilità istituzionali. Il che, da qualche tempo, sta diventando veramente un serio e preoccupante problema (Patto Sociale n.255; 262; 268; 280; 291; 296; 300; 324).

    L’opposizione giustamente e doverosamente denuncia e accusa l’allarmante realtà. Mettendo in evidenza che la criminalità organizzata, in connivenza con il potere politico, primo ministro e alcuni ministri in testa, controlla ormai tutto il territorio. Controllando e condizionando anche il risultato elettorale, come ha accusato e accusa giustamente e doverosamente l’opposizione. Perciò non si spiega il perché delle ultime dichiarazioni del capo dell’opposizione che alle prossime elezioni, con il voto libero, metterà fine a questa grave situazione! Perché da un lato esprime la convinzione, realistica, che il governo convive con la criminalità organizzata, che controlla tutto il territorio, che il potere occulto decide di tutto e di tutti e, dall’altro lato, esprime la convinzione che il voto sarà libero e che deciderà il risultato delle elezioni! Una stridente contraddizione logica (magari!) che solo il capo dell’opposizione non doveva permettersi. Mentre le cattive lingue, da tempo, dicono che lui e alcuni suoi collaboratori seguano “una missione”. Chissà!

    Chi scrive queste righe è convinto che l’attuale governo in Albania bisogna rovesciarlo quanto prima, per tutto quello che ha fatto subire al paese e non solo. Ma è altresì convinto che questo governo non si rovescia con solo delle denunce e delle dichiarazioni ufficiali. Non si rovescia con messaggi sul Twitter e Facebook. Si rovescia nelle piazze e dalle piazze. La storia insegna che nessuna dittatura, in nessun paese e in qualsiasi tempo, non è stata rovesciata con il voto libero. Perché, per definizione, in una dittatura non viene mai permesso il voto libero. Perché una dittatura, per definizione, non permette mai il funzionamento di qualsiasi opportunità e/o mezzo che porterebbe alla sua fine. Perché, parafrasando Anatole France, quelli che governano in Albania non sono persone, sono dei criminali. E con i criminali non ci si può intendere!

  • La riforma delle Banche di Credito Cooperativo: l’autonomia tradita

    Uno dei lasciti più avvelenati ed indigesto del governo Renzi è sicuramente rappresentato dalla riforma del sistema delle banche del credito cooperativo. Questa tipologia di istituti di credito rappresentano il primo ed immediato braccio operativo economico e finanziario che agisce sul territorio specificatamente in rapporto alle peculiarità dello stesso.

    In altre parole, attraverso una singola forma associativa finalizzata all’unico obiettivo della mutualità il sistema degli istituti di credito cooperativo si articola in modelli operativi estremamente flessibili ma sempre all’interno del perimetro istituzionale in relazione alle caratteristiche tipiche del territorio nel quale operano. In questo senso è evidente che l’attività dell’Istituto possa diversificarsi a seconda che operi all’interno di un territorio caratterizzato da un’economia prevalentemente turistica o, viceversa, in un’altra realtà che trovi la propria peculiarità nella presenza di aziende artigianali e PMI in genere.

    La riforma voluta dal governo Renzi stravolge sostanzialmente l’impianto istituzionale come la mission specifica dei singoli istituti cooperativi per  inglobarli all’interno di una S.p.A. capogruppo la quale indica in modo univoco le direttive e, come da contratto, anche la selezione dei manager e dei vari direttori delle diverse “nuove agenzie”.

    Quindi, ad un originario modello estremamente flessibile in relazione alle esigenze del territorio, come il credito cooperativo si è dimostrato finora con la riforma imposta dal governo Renzi e dai ministri Padoan e Calenda, si passa ad una società per azioni centralizzata nella quale il margine di flessibilità risulta praticamente nullo per sintonizzarsi con le esigenze locali. In quanto alle singole BCC non viene riconosciuto nessun tipo di autonomia istituzionale gestionale ed amministrativa.

    Al tempo stesso si assiste anche alla modifica del principio istitutivo degli stessi istituti passando dal funzione principale della mutualità a quella della remunerazione del capitale tipica di una S.p.A. rendendola contemporaneamente anche soggetta a scalate esterne.

    Questa modifica implicita, o meglio questo tradimento, della funzione mutualistica costitutiva ed istituzionale operante in ambito locale a favore di una società di capitale e con una direzione generale manifesta una grandissima contraddizione con lo storytelling politico che le regioni del nord, Veneto e Lombardia in primis, ma anche Emilia Romagna e le stesse province autonome di Trento e Bolzano portano avanti con l’ottenimento dalle regioni e con il consolidamento dalle province di una propria autonomia da esercitare sul territorio.

    La declinazione politica ma ovviamente anche quella economica e finanziaria di un sistema caratterizzato da una forte autonomia regionale o provinciale rispetto all’istituzione statale centralista non può però venire rappresentata dalla semplicistica ed unica visione di una gestione regionale di una maggiore autonomia amministrativa basata su di una percentuale maggiore dei tributi prodotti localmente in opposizione ad una politica centralista.

    All’interno di un progetto di autonomia completo si dovrebbero tutelare i diversi e specifici soggetti pubblici politici privati, e quindi anche cooperativi, al fine di assicurare la qualità ma soprattutto la molteplicità degli stessi soggetti, i quali operando in autonomia (anche rispetto alla Regione ed alla provincia), possono assicurare la possibilità di generare qualità e sviluppo del proprio territorio attraverso la propria meritoria ed autonoma attività.

    Il silenzio complice delle regioni Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna, come delle province autonome di Trento e Bolzano relativamente a questa riforma delle banche di Credito Cooperativo rappresenta la massima espressione invece di  una visione vetero-centralistica da parte delle istituzioni politiche declinate nelle istituzioni regionali o provinciali. Non risulta possibile infatti realizzare nessun tipo di autonomia completa senza le presenze contemporanee di istituti di credito che nascano dalle singole realtà locali i quali operino espressamente e con caratteristiche specifiche nel territorio di competenza, in questo caso regionale o provinciale, e non sotto il controllo di una S.p.a. nazionale.

    Il silenzio delle regioni invece dimostra come la maggiore autonomia richiesta da anni dalle regioni del nord risulti semplicemente di carattere politico e che si debba manifestare solo attraverso il desiderio da parte degli organi regionali stessi di una nuova propria nuova centralità semplicemente in sostituzione di quella statale che la regione assumerebbe all’interno del territorio di propria competenza, in particolare in ambito amministrativo e fiscale.

    Senza un sistema di istituti specifico del territorio operativo, indipendentemente dalle istituzioni politiche, siano esse statali, regionali o provinciali non fa nessuna differenza grazie alle quote di risparmio dei residenti si passerebbe da un centralismo statale ad un centralismo regionale il quale anche se più vicino al territorio di competenza non garantisce soprattutto politiche di sviluppo adeguate. In altre parole, la regione resterebbe l’unica in grado di produrre risorse da destinarsi alle opere del territorio operando quindi in una posizione di nuova centralità (termine incompatibile con il concetto autonomia) in sostituzione della centralità dello stato attuale. Quando invece il concetto di autonomia non possa prescindere dalla presenza di una molteplicità di soggetti autonomi ed appunto indipendenti per i medesimi fini di sviluppo economico del territorio stesso.

    In questo senso il silenzio delle Regioni interessate da questa nefasta rivoluzione degli istituti di credito cooperativo risulta veramente imbarazzante per gli stessi presidenti delle istituzioni regionali e provinciali i quali dimostrano con il proprio silenzio assenso di ricercare non una maggiore autonomia del proprio territorio ma il semplice desiderio di sostituirsi alla attuale centralità allo Stato. Questa conversione favorita dalla complicità degli organi regionali renderà possibile una rinnovata centralità della Regione a scapito di organi indipendenti ed autonomi come le banche di credito cooperativo hanno assicurato fino ad oggi.

    Mai come oggi il silenzio si rivela simbolo di un passaggio politico ambiguo che non mira all’autonomia estesa dei territori ma semplicemente alle nuova centralità delle istituzioni regionali.

    Una centralità classica degli istituti statali e che avrà le medesimi problematiche quando risulterà essere espressione di quelli regionali.

  • Un selfie per sincerarsi di esistere e chirurgia plastica per diventare la foto di sé stessi

    Un recente articolo di Simone Disegni, pubblicato dal magazine Sette, riporta uno studio dell’Accademia nazionale dei chirurghi facciali plastici degli Stati Uniti. Nello studio il 55% degli specialisti riferisce dell’aumento esponenziale di richieste di intervento chirurgico, per migliorare e modificare il proprio aspetto, dovuto alle foto che sono pubblicate sui Social. Non solo i selfie ma le app che consentono di modificare in meglio le foto che saranno poi postate inducono, quasi costringono, a ricercare anche un cambiamento fisico per assomigliare di più alla foto ritoccata e non provare imbarazzante incontrare qualcuno che poi dica che su internet si era  più belli che dal vivo…

    Un mondo truccato, un fisico camuffato, manipolato, nascosto anche dai mille tatuaggi,l’insicurezza di sé sempre più forte, l’incapacità di riconoscersi ed accettarsi, il desiderio di essere qualcuno che non siamo.

    La società dell’apparenza, delle parole postate senza rendersi conto di quello che effettivamente significano, la superficialità di pensieri ed azioni, dal vivere quotidiano di ciascuno alla stessa politica, in un’orgia di narcisismo estremo che va di pari passo con il non sapersi apprezzare in modo corretto. Il fenomeno è talmente dilagante che Disegni riporta l’allerta lanciata a Bergamo, in un congresso internazionale, durante il quale si è evidenziato come la maggior parte delle persone che chiedono un intervento chirurgico per modificare il proprio aspetto lo facciano esibendo foto di persone alle quali vorrebbero somigliare in tutto o in parte, o loro foto modificate dall’app che consente in pochi istanti di diventare molto più belli o più giovani… Altro dato allarmante che troviamo nell’articolo è dato dalla dichiarazione del vicepresidente dell’Associazione italiana chirurgia plastica ed estetica – dei circa cinquemila professionisti che eseguono interventi plastici solo 1150 sono veri specialisti… –  di fatto per troppe persone ormai la vita reale non sembra esistere se non si tramuta nel loro personale reality. Come ebbi a scrivere molti anni fa i libri ed i film sono la nostra vita negli occhi degli altri, oggi la vita normale non interessa, se non possiamo andare all’Isola dei Famosi o in qualche altro reality camuffiamo la nostra vita e mettiamo in rete la nostra operazione di chirurgia plastica. Può essere che non farsi un selfie appaia retrogrado ma certamente la mania di fotografarsi e di fotografare tutto, compreso il piatto al ristorante, denota una grande povertà  d’animo e di fantasia, o meglio ancora una vera e propria patologia e se questa patologia continua a diffondersi tra coloro che dovrebbero rappresentare, al governo o all’opposizione, le più importanti istituzioni il problema diventa sempre più grave.

    Questo fenomeno di narcisismo decadente si sposa con atteggiamenti negativi di autostima. Chi non crede in sé stesso cerca di apparire diverso di fronte agli altri, per rendersi più interessante e per cercare di riempire il vuoto che la non sufficiente stima di sé crea nella propria personalità. E’ la stessa mancanza di autostima che spinge giovani e non più giovani a tatuarsi nei modi più bizzarri. Ci si convince in questo modo di essere più interessanti agli occhi degli altri e di sovrapporre la personalità dell’apparenza a quella reale e naturale. E’ uno sdoppiamento della personalità. Rimane da provare però che il fenomeno riesca a rendere più felici, o più equilibrati gli interessati a questo genere d’esperienza. Tutto sommato, crediamo che il noto “nosce te ipsum” di origine greca e fatto proprio dai latini, sia ancora oggi un monito da rispettare, in barba a tutti i modernissimi e tecnologici suggerimenti di Facebook e di Apple.

  • Ritroviamo la voce

    A prescindere dalle valutazioni politico partitiche e dalle loro dirette conseguenze lo scenario italiano è complesso e le prospettive non lasciano sereni. La Lega, per la confisca dei beni, rischia di doversi rifondare  e non si sa in che formula rispetto agli altri movimenti del Centrodestra, nei Cinque Stelle è sempre più evidente la presenza di anime diverse: da Di Maio a Fico, da Grillo a Di Battista, anime diverse e progetti confusi ed in gran parte irrealizzabili. Il Partito Democratico, persa da tempo l’identità, non trova un ubi consistam e si attorciglia nella rissa interna invece che preparare, come sarebbe d’obbligo in una democrazia, un progetto per l’alternanza. In sintesi, chi governa non sembra al momento in grado di governare e chi dovrebbe rappresentare l’opposizione, per costruire un’ipotesi alternativa, non è influente o è addirittura assente.

    Nel frattempo l’Europa rimane latitante sui temi urgenti, dall’immigrazione all’economia, si occupa di quisquiglie, quali l’ora legale, e assiste imbelle al franare di tutti i progetti sul Mediterraneo mentre si rinsaldano i rapporti tra alcuni paesi membri e la Russia e questo, ovviamente, non aiuta quella fantomatica unione politica che dovrebbe essere alla base dell’Europa stessa. Intanto il Regno Unito non ha ancora deciso cosa fare in seguito alla Brexit e tra i tanti problemi che ne discendono vi sono anche quelli legati alle prossime elezioni per il Parlamento europeo e per il presidente della Commissione.

    Negli Stati Uniti è sempre più insistete la voce di impeachment per il Presidente Trump e comunque le elezioni di metà mandato potrebbero aprire nuovi scenari, intanto in America Latina, a partire dal Venezuela, la situazione è sempre più drammatica e continuano, da alcuni paesi, esodi di massa dovuti non solo alle nuove povertà ma anche alla mancanza di cibo.

    Inutile commentare le tragedie africane, le guerre in corso, non solo in Libia ed in Siria, il ritorno strisciante ma inesorabile dei movimenti terroristi, la disperazione di milioni di persone che subiscono massacri e torture e non sono certo rosei gli scenari nei paesi del Golfo e in tutta l’area orientale.

    Dal punto di vista economico la mondializzazione dei mercati continua incontrollata, per la decennale incapacità di riformare l’Organizzazione Mondiale del Commercio e per la spregiudicatezza di gran parte di un sistema industriale arrogante e autoreferenziale che sta portando il capitalismo ad essere espressione sciagurata, per le conseguenze sulle persone, tanto quanto il comunismo.

    Scenari che rischiano di diventare apocalittici come la profezia di Nostradamus o più semplicemente scenari dovuti all’arroganza e all’ignoranza di uomini che, in un delirio di onnipotenza e impreparazione, stanno scavando, con le loro mani, la fossa alla democrazia, allo stato sociale, alla libertà e al benessere così faticosamente raggiunto nei decenni passati.

    Parlare della sempre più pericolosa situazione del clima o delle infrastrutture obsolete che macinano morti non fa che evidenziare quanto sia da troppo temo carente il senso del dovere di coloro che rapprendano le istituzioni ed inesistente la coscienza di tanta imprenditoria, di tanta parte del sistema informativo ma anche di tanti cittadini abituati ormai più a seguire gli impulsi della “pancia” che a ragionare sui problemi. Sembra la stagione di Sodoma e Gomorra o del Diluvio universale nel ripetersi di cicli storici che vedono le società morire quando si illudono di essere al di sopra di ogni regola. Forse tutto è ormai inevitabile o invece forse potremmo invertire la rotta, riprovare a raddrizzare la colonna vertebrale, tornare ad avere il coraggio di fare qualcosa, anche nel nostro quotidiano. In realtà in una società cloroformizzata nella quale i maestri del disimpegno hanno da tempo la meglio e si confonde il giusto per tutti con il politicamente corretto per pochi anche i più coraggiosi rischiano di arrendersi. Per questo ogni voce, capace di unirsi ad altre voci, per rifondare una comune coscienza civile e politica è necessaria ed urgente per farsi sentire.

  • Non vogliamo uno stato invasivo ma neppure evasivo

    Il cordoglio e la rabbia sono di tutti, il dolore insanabile dei parenti e degli amici, l’accertamento delle responsabilità degli organi preposti ma i morti restano morti e le nostre domande inevase come troppe volte in Italia. Se la manutenzione spetta agli enti gestori, privati nel caso di molte autostrade, pubblici per le altre strade ed autostrade, non spetta comunque ad una autorità pubblica regionale o nazionale, la verifica dello stato di ponti, cavalcavia, sottopassi e magari anche del manto stradale causa di tanti incidenti? Negli ultimi anni quante tragedie  e crolli si sarebbero evitati, dalla Sicilia alla Lombardia, e quante verifiche promesse, quanti interventi di risanamento annunciati sono stati effettivamente fatti? Non vogliamo uno Stato invasivo ma neppure evasivo e solo il controllo pubblico, quando si tratta della sicurezza e della vita dei cittadini, è in grado, o dovrebbe essere in grado, di garantire che non vi siano colpevoli irregolarità. E’ possibile immaginare che trasporti eccezionali di sostanze pericolose non viaggino di giorno in mezzo a turisti e lavoratori o che siano preceduti e seguiti da macchine di scorta? E’ possibile pensare che quando vi sono bombe d’acqua preannunciate si possano interdire strade pericolose o fare precedere il transito da una ulteriore verifica? E’ possibile, oltre al controllo delle strutture più a rischio, riprendere il problema delle scuole pericolanti e delle case costruite sui greti di torrenti che ad ogni pioggia si tramutano in fiumi di acqua e fango? E’ possibile impedire d’ora in poi la costruzione di edifici in zone a rischio? O forse è più semplice continuare a contare i morti piangendo lacrime inutili?

  • L’eterno ritorno di Berlusconi: «Governo mediocre. Siamo noi l’altra Italia»

    Montecitorio, giovedì pomeriggio, auletta dei gruppi parlamentari della Camera: va in scena l’eterno ritorno di Silvio Berlusconi. L’ingresso è salutato dalla standing ovation tipica dei tempi andati, quando era solo il suo nome a definire il campo del bipolarismo all’italiana: berlusconiani contro antiberlusconiani. Altri tempi davvero. Oggi, quel che resta del centrodestra vede Forza Italia annaspare in una sorta di limbo politico in attesa degli eventi mentre la Lega di Salvinifuroreggia nei sondaggi e, soprattutto, governa in condominio con quel M5S che il bipolarismo lo elettoralmente frantumato. E poiché la politica è regolata dalle leggi della fisica, il corpo più grande finisce sempre per attrarre quello più piccolo.

    Berlusconi fa leva sull’orgoglio “azzurro”

    Il pericolo della transumanza forzista verso Salvini Berlusconi lo tiene ben impresso nella sua mente. E lo teme, ovviamente. Per questo, davanti a suoi che pendevano dalle sue labbra ha tirato a lucido l’annerito orgoglio “azzurro” previa distribuzione in sala dell’immancabile spilletta con il simbolo del partito: «Porto il nostro distintivo con orgoglio. Fatelo anche voi, con lo stesso orgoglio». È solo l’abbrivio prima di involarsi sull’ennesimo annuncio di restyling a base di facce nuove e di piccole  rivoluzioni in periferia, con un nome che è tutto un programma: “L’altra Italia“, una sorta di terra promessa da cui far partire il «nuovo inizio». Di più non è dato sapere. «Che vi sia ognun lo dice, ove sia nessun lo sa», direbbe Metastasio. Sicuramente è l’indizio che il nome e il volto di Antonio Tajani, cui era stato affidata la missione di recuperare il terreno perduto fra i moderati, non hanno risposto come il Cavaliere immaginava.

    Obiettivo: strappare a Salvini gli imprenditori del Nord

    Le rimonte impossibili, del resto, sono roba per fuoriclasse e in Forza Italia di fenomeno ce n’è uno solo: Berlusconi, appunto. Che non a caso ha ripreso a martellare contro il governo, definito «mediocre», scegliendo con cura il campo sul quale procurar battaglia: quel decreto dignità voluto da Di Maio, subìto da Salvini e inviso alle partite Iva, specie nel Lombardo-Veneto. Impresa e Nord, ecco le due alture da riconquistare per costringere il leader leghista a venire a più miti consigli e a staccare la spina al governo giallo-verde, che Berlusconi continua a considera alla stregua di un’ora di ricreazione paternamente concessa all’irrequieto alleato. Salvini ha già risposto picche. Ma Silvio non è uno che molla. E il suo eterno ritorno è lì a dimostrarlo.

     

  • Il simbolismo oscurantista

    Il XX secolo di fatto ha portato le società occidentali alla secolarizzazione intesa come forma della supremazia del pensiero umano in relazione alle  religioni ma anche alle ideologie rispetto alle vecchie culture ormai obsolete. Il distacco tra stato civile e religione viene salutato come un passaggio fondamentale nello sviluppo delle società occidentali verso la modernità e con essa verso un benessere economico conseguente che rappresenta la principale forma di libertà del singolo cittadino.

    Il XXI secolo invece vede incredibilmente il ritorno di un “simbolismo oscurantista” come nessuno avrebbe  mai potuto prevedere successivamente alla secolarizzazione della società civile del secolo precedente. L’Italia, la sua cultura ed il suo “way of  life” rappresentano un punto di riferimento “dell’arte del buon vivere” unito alle eccellenze del tessile-abbigliamento-calzaturiero e dell’arredamento (insieme all’automazione rappresentano infatti le eccellenze delle 4A). La bontà del sistema agroalimentare italiano viene ampiamente confermata anche attraverso l’età media degli italiani, ben al di sopra della media mondiale, come dimostra del resto la continua ricerca dell’INPS di un equilibrio a fronte di un aumento dell’età media appunto.

    Viceversa, l’ONU e l’organizzazione Mondiale della Sanità (in questo supportati anche da gruppi di acquisto della grande distribuzione europei), esattamente come fece l’Inghilterra l’anno scorso, intendono ‘bollinare’ tutte le magnifiche espressioni del buon vivere e del sistema agroalimentare italiano attraverso l’applicazione di un semaforo dalle tre luci di diverso colore. Il simbolo del semaforo diventa la manifestazione più oscurantista e anticulturale, perfettamente in linea con quanto deciso in Europa attraverso l’applicazione di fotografie scandalosamente trucide di persone ammalate sui pacchetti di sigarette. Invece di trovare una normativa che offra la possibilità ai consumatori di comprendere gli ingredienti e le quantità all’interno di un determinato alimento, sia esso il Parmigiano Reggiano o un junk food, si preferisce bypassare la volontà e la possibilità di scelta dei consumatori attraverso l’applicazione di un simbolo.

    Quindi, in una società civile che va verso l’abolizione dell’intermediazione commerciale ed anche culturale grazie alle nuove tecnologie, si interpone una nuova figura terza che dovrebbe, attraverso la propria attività e giudizio (e quindi arbitrio), esprimere il proprio parere relativo all’alimento attraverso l’apposizione di un colore del singolo semaforo. Questo rappresenta un fatto antistorico nell’evoluzione della società iperconnessa e tecnologica odierna.

    L’ONU dovrebbe preoccuparsi di prevenire le guerre, attività nella quale ha fallito clamorosamente mentre l’organizzazione Mondiale della Sanità, invece di riconoscere le peculiarità dell’alimentazione e dei prodotti italiani, diventa il braccio armato che ha la funzione, ancora una volta come già in altri settori, di annullare tutte le specificità del sistema agroalimentare del quale l’Italia ne rappresenta l’eccellenza mondiale assoluta.

    Paradossale poi, andando a verificare gli effetti di queste strategie basate semplicemente sulla scelta di un simbolo, come quella europea già citata, “ideata” con l’obiettivo di arginare il consumo di sigarette, che in Italia, per esempio, tale consumo risulta aumentato del 1,2%, arrivando al 11,4% ed è soprattutto in forte crescita presso gli adolescenti, dimostrando così l’assoluta inefficacia della strategia europea.

    La campagna europea contro il fumo dimostra ancora una volta come queste patetiche strategie di comunicazione vengano ideate e realizzate da professionalità assolutamente distaccate dalla  società contemporanea ed espressione di una presunzione senza limiti. Paradossale poi che i risultati non vengano mai verificati e passino direttamente nell’oblio.

    Tornando al ridicolo sistema di bollinatura “a semaforo”, già adottato in Inghilterra e in altri paesi dell’America Latina, si dimostra, ancora una volta, come le autorità politiche nazionali, internazionali e mondiali rappresentino la conferma di declino culturale rispetto all’evoluzione delle società delle quali loro non risultano sicuramente più espressione.

    Questa strategia in più si dimostra, ironicamente, anche in assoluto ritardo, oltre ad essere antifunzionale, in quanto chiunque abbia la patente verifica quotidianamente come per la maggior parte delle reti viarie, specialmente urbane, vengano eliminati sempre più i semafori che rappresentano un’imposizione che regola in modo asettico e rigido i tempi di passaggio e di attesa a favore delle rotonde che risultano autoregolamentate una volta comprese, da parte degli automobilisti, le regole fondamentali.

    Questo dimostra ancora una volta come la conoscenza completa del prodotto, dalla dichiarazione sulla confezione della filiera produttiva e del contenuto interno dell’eccellenza italiana, rappresenti l’unica soluzione per rendere  responsabile il cittadino del proprio acquisto e consumo.

    Mai come ora queste nuove strategie si dimostrano espressione di un nuovo “simbolismo  oscurantista” che meriterebbe una nuova secolarizzazione per riportare al centro dello sviluppo consapevole la conoscenza come nuova ed unica vera forma di secolarizzazione della società e dei mercati moderni e globali. Una conoscenza espressione di una cultura che rappresenterebbe anche un approccio “iconoclasta” nei confronti dei nuovi simboli di questo oscurantismo. Solo la conoscenza libera ed obiettiva può portare ad  un progressivo processo e così rendere consapevole e libero il consumatore nella propria scelta.

  • Dai vitalizi alla democrazia parlamentare, il passo è breve!

    Riceviamo e pubblichiamo di seguito l’articolo di Enzo Palumbo apparso sul ‘Il Dubbio’ il 25 luglio 2018.

    Una persona che mi è cara, e che combatte la sua grave malattia affrontandone le spese con una pensione neppure sufficiente a sopravvivere, si è indignata leggendo le proteste generate dal caso di Franco Grillini, che ha svolto onorevolmente il suo compito di parlamentare e uomo politico in difesa dei più deboli, e che oggi, con la malattia che l’ha colpito, si trova esposto alla falcidia del suo vitalizio a iniziativa dell’attuale Presidenza della Camera, impegnata a concludere la battaglia del suo partito contro gli ex parlamentari, individuati come il “locus minoris resistentiae” contro cui è agevole infierire nella certezza di non pagare alcun dazio elettorale, anzi di guadagnare qualche consenso in più.

    Nonostante la vulgata secondo cui la crisi sarebbe finita, il PIL in crescita e i consumi in ripresa, resta il fatto che tantissimi italiani sono ancora costretti a sbarcare il lunario con pensioni da fame o con retribuzioni che oscillano tra il precario e il ridicolo, senza alcuna soddisfazione per l’oggi e alcuna certezza per il domani. E’ una situazione che è appartenuta a tutte le epoche e a tutte le latitudini, e magari oggi, stando alle statistiche, un po’ meno di prima, ma che viene resa tanto più insopportabile quanto più risulta amplificata dalle reciproche conoscenze sulle abissali disparità che differenziano i redditi degli esseri umani, alcuni dei quali (pochissimi) detengono una parte sempre maggiore della ricchezza mondiale, per non dire delle retribuzioni stellari di tanti dirigenti e manager pubblici che, in un modo o nell’altro, riescono a collocarsi ben al di sopra dell’indennità del Capo dello Stato. Per cui, quando emerge un caso come quello di Franco Grillini, trovo naturale che s’indignino i tanti che vivono reali e sofferte condizioni d’indigenza, anche per sopravvenute perdite del lavoro o, peggio, per gravi malattie o invalidità L’Ufficio di Presidenza della Camera ha pensato di potere fronteggiare queste particolari situazioni inserendo nella recente delibera che ha

    rideterminato i vitalizi un apposito paragrafo che prevede, a richiesta, la possibilità di un modesto supplemento in presenza di particolari situazioni di disagio personale.

    Si tratta di un approccio che s’iscrive nella visione di chi considera il vitalizio una sorta di sgradita (e, nel caso, caritatevole) elargizione, sganciandolo dalla funzione istituzionale in passato svolta, considerata come una sorta di pubblico impiego a tempo predeterminato, senza che ne venga riconosciuta l’assoluta specificità, e ignorando le innumerevoli sentenze della Corte Costituzionale che hanno sempre attribuito alla posizione del parlamentare (ma anche dei consiglieri regionali) un specialissimo rilievo per la vita democratica del Paese. Quando la questione viene messa sul piano personale, è inevitabile il confronto con le tante altre storie individuali di chi sta peggio. E tuttavia, messa la questione in questi termini, si perde di vista la vera natura della questione, che è, per un verso, di principio, e, per altro verso, istituzionale.

    La questione di principio, che riguarda tutti, attiene a una vera e propria lesione allo Stato di Diritto, in cui non è consentito a nessun governo o legislatore successivo di mettere in discussione i diritti legittimamente e lecitamente acquisiti in passato dai cittadini, che devono sempre avere la certezza dei rapporti giuridici che si sono consolidati sulla base delle norme pro-tempore vigenti. In via generale, la Corte Costituzionale ha più volte stabilito che “il mancato rispetto del principio dell’affidamento dei consociati nella certezza dell’ordinamento giuridico si risolve in irragionevolezza e comporta l’illegittimità della norma retroattiva” e ciò anche “quando la disposizione retroattiva sia dettata dalla necessità di contenere la spesa pubblica e di far fronte ad evenienze eccezionali” (così la sentenza 170 del 2013, ma anche le sentenze 73 del 2017, 78 del 2012, 209 del 2010, 24 del 2009, 74 del 2008, e innumerevoli altre). Proprio su tale base, la Corte Costituzionale (sentenze 116 del 2013 e 173 del 2016), intervenendo in materia di contributi di solidarietà su trattamenti pensionistici in atto, ha più volte stabilito che possono essere incisi a condizione che si tratti di interventi emergenziali (cioè dovuti a circostanze eccezionali), temporanei e non reiterabili, solidaristici

    (cioè interni al sistema previdenziale), sostenibili da chi deve subirle e comunque sempre ragionevoli e proporzionali.

    La questione istituzionale attiene invece alle speciali caratteristiche del mandato parlamentare che per modalità di accesso, svolgimento di funzioni essenziali per la vita dello Stato e connesse prerogative e garanzie a tutela della libertà di esercizio del mandato (art. 67 Cost.), si distingue nettamente da qualsiasi altro ufficio pubblico. Devo dire che la deriva in tale direzione è cominciata sul finire del 2011, quando, auspice il governo di allora, che provava così a addolcire le altre amare pillole della stagione dell’austerità, le Camere furono indotte a modificare i criteri e la stessa denominazione dei vitalizi, introducendo un calcolo contributivo simile a quelle della previdenza generale, facendo comunque salvi, col calcolo pro-rata, i diritti sin allora acquisiti. Nessuno dei commentatori di allora si rese conto che in quel momento si dava il primo colpo di piccone all’istituzione parlamentare, quale si era andata consolidando, anche nell’opinione pubblica, in più di mezzo secolo di vita democratica. Non se ne accorsero neppure quelli che all’epoca erano già fuori dal Parlamento, forse tranquillizzati dal fatto che il metodo pro-rata non incideva sui vitalizi acquisiti, sui quali però si è da allora ingenerata nell’opinione pubblica la convinzione che si trattasse di un privilegio, divenuto

    via via più insopportabile man mano che si allargava il messaggio mediatico su cui si andavano costruendo pubbliche notorietà. Da allora in poi, è stato tutto un susseguirsi di invettive, che hanno trovato legittimazione politica nel tentativo di qualche ingenuo legislatore di inseguire i populisti sul loro terreno, e legittimazione popolare nel risultato elettorale del 4 marzo.

    Da qui l’attuale quadro politico in cui, poco alla volta, si stanno mettendo in discussione tutti i paradigmi politici e costituzionali della democrazia liberale, con una serie di dichiarazioni, comportamenti e atti, univocamente finalizzati a quel fine, come accade quando: si afferma che “uno vale uno”, che è cosa che si può dire solo dei neonati, e purtroppo neppure sempre, ma certo non per gli adulti, ognuno dei quali è divenuto inevitabilmente diverso dall’altro attraverso il suo percorso di vita; si fanno promesse mirabolanti che si sa di non potere mantenere, se non a rischio di sfasciare i delicati equilibri dei conti pubblici; si chiamano “portavoce” i parlamentari, che così cessano di avere una loro individuale autonomia; si propone di eliminare la libertà del mandato parlamentare (art. 67 Cost.), che è uno dei cardini su cui ruota ogni democrazia parlamentare che voglia meritare un tal nome; si propone di ridurre il numero dei parlamentari, in modo da ridurre la potenziale presenza di opposizioni minoritarie, che sono il sale della democrazia; si

    chiamano privilegi quelli che sono diritti che nel tempo sono stati legittimamente acquisiti e sono in godimento da anni; si chiama “contratto” un programma politico di governo, senza pensare che il contratto è “l’accordo tra due o più parti per costituire, modificare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale” (art. 1321 c. c.), quando invece il programma di governo riguarda esclusivamente i cittadini che ne sono i naturali destinatari; si attribuisce al Presidente del Consiglio il ruolo di mero esecutore di un programma scritto da altri, invece di riconoscergli il ruolo costituzionale di dirigere la politica generale, esserne responsabile, mantenerne l’unità d’indirizzo politico ed amministrativo, promuovere e coordinare l’attività dei ministri (art. 95 Cost.); si istituisce un ministero per la c. d. “Democrazia Diretta”, con ciò manifestando l’obiettivo di delegare la rappresentanza e l’attività legislativa a un algoritmo incontrollato, gestito da terzi irresponsabili che così diverrebbero gli effettivi detentori dei pubblici poteri; si mette in discussione, in modo trasversale e sotterraneo, l’UE, che ha fatto conquistare all’Europa settanta anni di pace e prosperità, e si fanno piani per l’uscita dall’Euro, magari per decisione altrui, e con ciò stesso mettendo a rischio la finanza pubblica e i risparmi degli italiani; si enfatizza una presunta emergenza migratoria che non c’è più, polemizzando coi nostri alleati naturali dell’Europa occidentale (che hanno gli stessi nostri problemi e la stessa nostra concezione della democrazia) e invece solidarizzando con paesi che hanno interessi opposti ai nostri, alcuni dei quali teorizzano addirittura l’avvento di una “democrazia illiberale”; si prova a mettere le mani sul risparmio postale degli italiani utilizzando la Cassa Depositi e Prestiti per finanziare il pozzo senza fondo di Alitalia e poi magari passare all’acquisto dell’ILVA.

    Quel che sta accadendo sembra proprio il tentativo di utilizzare temi demagogici, di volta in volta sovranisti o peronisti, allo scopo di eliminare l’impianto costituzionale della democrazia parlamentare, per sostituirla con qualcosa d’altro che già si prefigura, e domani con qualcosa di peggio. E siccome ogni vicenda umana si sviluppa da sempre a partire dal lessico, che viene forzatamente introdotto nel linguaggio corrente, qualche reminiscenza latina mi porta a ricordare, con Cicerone, che “nomen, omen” (il nome è un presagio o un destino), e, con Giustiniano, che “nomina sunt consequentia rerum” (i nomi sono corrispondenti alle cose). Non dice nulla il fatto che il primo dei Dioscuri oggi in campo si faccia chiamare “capo”, e il secondo “capitano”? Non viene in mente proprio nulla?

  • Qualcuno ricordi a Casaleggio jr che ci fu un tempo in cui la politica si faceva nelle piazze…vere

    Le dichiarazioni di Casaleggio sorprendono solo chi non ha seguito la nascita, lo sviluppo, la cronaca quotidiana dei 5Stelle e della Casaleggio senior e junior.

    I molti commenti, più o meno puntuali, hanno già detto molto, a me resta solo il compito, molto arduo, di ridare, con qualche ricordo, memoria agli italiani. Memoria di tempi nei quali sicuramente la politica, o meglio i politici, hanno fatto molti errori, dal consumo del suolo alle operazioni poco trasparenti in tema di mafia o di tangenti, ma anche nei quali molti, semplici ed onesti, anche in politica, hanno costruito e difeso la democrazia dal dopoguerra a poco tempo fa.

    Non è un amarcord ma ci fu un tempo nel quale si faceva politica nelle piazze e nelle strade, comizi importanti o con cinque amici, palchi di fortuna e megafoni, pomodori o sampietrini, urla e scaramucce qualche volta pesanti ma davanti alla gente, alle persone in carne od ossa che potevano condividere o contestare, ma avevano la possibilità, il diritto di misurarti, capire chi eri, giudicare quello che dicevi e come lo dicevi. Era il tempo delle tribune politiche dove giornalisti preparati e qualche volta irriducibili, nel voler scavare a fondo e trovare le contraddizioni, mettevano sulla graticola il leader di turno, da Berlinguer ad Almirante. Tribune politiche dopo le quali ripartivano i dibattiti in famiglia e nei bar, dibattiti su cose concrete dette, non su slogan elettorali o su Twitter. Erano i tempi delle preferenze che davano ad ogni elettore la possibilità di scegliere chi doveva rappresentarlo e ad ogni candidato la possibilità di farsi conoscere e magari di essere eletto.

    Fu certamente valida la riforma che tolse i numeri di lista e la multipla preferenza per impedire eventuali brogli ma fu invece perniciosa, per la democrazia e la libertà, la legge che, con la lista precostituita dai capi partito, tolse ogni diritto agli elettori e diede vita a parlamentari che rispondevano solo ai loro capi, per avere la speranza di essere nuovamente rieletti, infischiandosene tranquillamente del territorio che avrebbero dovuto rappresentare e della nazione che avrebbero dovuto servire al meglio.

    Berlusconi diede il primo colpo, con il suo governo, alla rappresentanza diretta del popolo che secondo la nostra Costituzione dovrebbe essere sovrano e tutti i governi che sono seguiti hanno continuato sulla stessa strada peggiorando le legge elettorale di volta in volta. Così siamo arrivati a quest’ultima legge e a questo governo, che ovviamente di migliorare il sistema, per ridare ai cittadini quei diritti che avevano e che a loro  spetterebbero, non parlano proprio mentre invece arrivano le dichiarazioni di Casaleggio.

    A buon intenditor poche parole.

     

  • Usciamo dall’incantesimo degli affabulatori

    Mentre, per chi può, comincia il tempo delle vacanze ad altri continua a mancare il tempo della meditazione. Abbiamo vissuto anni nei quali dichiarare è stato, ed è purtroppo ancora, più importante che fare, e fare ha significato agire sulla scorta delle proprie idee, a prescindere da quanto servisse alla gente ed al Paese.

    Oggi è diventata ormai evidente l’incapacità di troppi di studiare i problemi, nella loro complessità, prima di passare alle dichiarazioni ed alle azioni. Il problema non è certo solo italiano: la mondializzazione degli errori, delle superficialità, delle arroganze è sicuramente riuscita e sta trascinando troppi stati, e troppi politici, verso la strada dell’ “uomo solo al comando”, ciascuno immemore di cosa hanno significato, nel secolo scorso, i regimi totalitari ed egocentrici.

    La velocità della comunicazione, con i sistemi informatici, impedisce di rileggere quanto si è scritto di getto, tutto deve essere immediato, dall’insulto alla minaccia, dalla promessa alla blandizia. E l’egocentrismo, il delirio di onnipotenza, che non termina neppure quando si è perso, la certezza assoluta di essere superiori e migliori di tutti coinvolge, ad ogni livello, impedendo di valutare conseguenze personali e collettive.

    Si è detto molto sulla necessità di riformare la politica: dall’Unione europea all’Italia i molti nodi venuti al pettine dimostrano che è un problema di uomini e donne all’interno delle istituzioni, per riformare quegli esseri umani, che sono stati e sono cattivo esempio e sprovveduti maestri, la strada è lunga ed impervia. A chi spetterà, nel caso che abbiamo lasciato crescere, riinsegnare il concetto di giustizia e correttezza, di autorità senza autoritarismi o spacconate, di bene comune, di comprensione, nella fermezza di leggi e regole, di giusto profitto e di attenzione sociale, solo per fare qualche esempio? Chi riporterà la discussione sulla differenza tra libertà e sopruso? Chi parlerà di empatia e saprà condannare l’anaffettività e l’egocentrismo che tanta indifferenza ci ha insegnato? Chi parlando in difesa della famiglia avrà il coraggio di ammettere che famiglie disastrate emotivamente, e travolte dalle ferree leggi del consumismo e dell’apparenza, hanno prodotto i disperati figli che governano con arroganza o si sballano di droghe e violenze?

    Si possono anche chiudere i porti se si aprono le menti per trovare soluzioni giuste ed efficaci perché in una società civile la morte ed il dolore degli altri non può lasciare inerti così come è legittimo difendere la propria vita e le proprie conquiste. Non saranno i robot né i cantaTwitter, penosa parodia dei cantastorie, a salvarci. Senza aspettare l’uomo della provvidenza, che spesso è il nostro carnefice, alziamo ciascuno la testa: ogni società si basa su individui che non operano soltanto per il proprio tornaconto. Usciamo dal privato dove ci siamo nascosti e rifuggiamo dal tanto peggio tanto meglio, dalle scelte di rabbia e dall’incantesimo degli affabulatori, usciamo.

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