Politica

  • Free o Fair Trade? I diversi casi di ceramica, riso e tessile

    Bruxelles ha rinnovato i dazi antidumping applicati alla ceramica da tavola proveniente dalla Cina. Questa scelta politica rappresenta una prova di consapevolezza ma soprattutto di tutela di un settore che ha perso 33.000 posti di lavoro. Una giusta ed oculata decisione che ovviamente stride con la infantile visione di economisti sostenuti da sempre dalle maggiori testate giornalistiche contrari ai dazi in quanto tali. Nella loro visione massimalista, infatti, questi non riescono a cogliere la differenza tra i dazi imposti come strumento politico di una guerra commerciale, come quella tra Stati Uniti e Cina, e i dazi compensativi finalizzati a riequilibrare gli effetti del dumping fiscale retributivo e normativo, per altro con risultati  abbastanza relativi.

    Il mondo politico ed accademico europeo rimane attaccato quindi alla visione del Free Trade “hic et nunc”. Nel mondo del Monopoli, quindi assolutamente illusorio, forse una maggiore concorrenza porterebbe ad una riduzione dei prezzi praticati al consumatore, espressione di una maggiore produttività. Un vantaggio attribuito alla politica commerciale del Free Trade (libero quindi in assenza di ogni tipo di dazio compensativo), ormai ampiamente disattesa dalla realtà, ma ancora oggi sostenuta appunto dal mondo politico ed accademico nella sua articolata complessità. In questo senso un esempio lampante proviene dal mondo della risicoltura, specialmente italiana, per la cui tutela l’Unione Europea ha imposto dazi all’importazione delle produzioni provenienti da Cambogia e Myanmar.

    La visione economica e politica fino ad ora espressione del Free Trade, senza dazi quindi, aveva portato le quotazioni del riso da 700 a 300 euro/tonnellata, senza alcuna minima riduzione sul prezzo finale al pubblico ma azzerando la marginalità degli agricoltori del riso italiano. L’effetto giustificativo, quindi, tanto ricercato, relativo ai positivi effetti della concorrenza legata al calo di oltre il oltre 60% della quotazione del riso, risultava concentrato nelle dinamiche commerciali di grossisti e rete distributiva a scapito di produttori e consumatori. Primo motivo per cui gli immediati vantaggi della concorrenza sono clamorosamente disattesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/17/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    Eppure si continua ancora oggi, come espressione industriale del Free Trade, a professare quella teoria economica dello sviluppo multilaterale attraverso le delocalizzazioni produttive, per esempio nel settore abbigliamento, in paese africani dove un operaio guadagna 26 dollari al mese (23,17 euro).

    Considerando lo stipendio medio di un operaio tessile italiano che si aggira attorno ai 1250 euro, anche aumentando la produttività e raggiungendo un rapporto 10 volte superiore a quello africano (10/1), rimarrebbero sempre 1019 euro di differenziale di costo (appunto l’extra guadagno speculativo sottratto al Pil divenuto così rendita di capitale) che rende ridicola di conseguenza la teoria del ricorso ad una maggior produttività (industria 4.0?) per compensare i bassi costi di produzioni delocalizzate. Per poi rilevare quotidianamente come i vantaggi economici espressione da tali “speculazioni produttive” non trovino alcun riscontro sul prezzo finale praticato al consumatore, esattamente come nel settore della risicoltura. Proprio come per la ceramica da tavola ed il riso la delocalizzazione rappresenta la forma speculativa industriale mediata dal mondo della finanza.

    Tornando alla ceramica da tavola che usufruirà giustamente con la nuova normativa ed il conseguente mantenimento dei dazi una tutela rispetto alla concorrenza, espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo, ancora una volta l’economia reale offre un esempio non viziato da ideologie politiche che per due  volte l’Unione Europea ha dimostrato di comprendere.

    Una riflessione a parte va fatta, invece, per un settore importante, come il tessile-abbigliamento, che ancora oggi non riesce ad ottenere delle tutele, pur rappresentando il secondo settore per occupazione ed export, continuando ad essere in balia delle speculazioni più sordide attraverso delocalizzazioni inaccettabili per le condizioni di vita dei lavoratori e la certificazione del prodotto. Una riflessione che dovrebbe finalmente mettere in discussione l’azione e le politiche poste in campo dalle diverse organizzazioni di categoria, anche loro come il mondo della politica unite in una forte caduta di credibilità.

    Il Free Trade (libero commercio), in ultima analisi ben rappresentato quotidianamente da interventi di politici, economisti ed accademici all’interno delle diverse testate giornalistiche e dei programmi televisivi, si illude ancora oggi che, attraverso il semplice aumento  della produttività (si ricordi il prima citato 10/1), le aziende che operano in Europa potrebbero competere con le imprese concorrenti locate in estremo Oriente, e ora anche in Africa, che godono di un assoluto dumping normativo, fiscale e retributivo e della assoluta mancanza di qualsiasi tipo di normativa a tutela dei prodotti e dei lavoratori. Di contro il Fair Trade (equo commercio) dimostra come la tutela dei vari settori produttivi da azioni di dumping provenienti da paesi assolutamente non comparabili sotto profilo normativo non rappresenti una politica conservatrice ma semplicemente una azione di compensazione a tutela dei consumatori e dei lavoratori.

     

  • Il limite è stato superato

    Siamo già nella seconda parte di luglio e ancora una volta sono state disattese le tante promesse ed i tanti annunci fatti dal governo. Gli acquedotti continuano a perdere acqua, a sperperare un bene non rinnovabile e tanto più prezioso per i noti cambiamenti climatici. La messa a punto del nostro sistema idrico, oltre a salvare risorse preziose, offrirebbe, in più settori, decine di migliaia di posti di lavoro, dalla cantieristica all’edilizia, dagli operai ai tecnici ed ingegneri. Chi  sperava che prima o poi partisse un piano per l’edilizia, popolare e convenzionata , continua a rimanere senza casa, i prestatori di servizi, quando sono semplici cittadini che si adattano a qualsiasi lavoro, pur di lavorare, continuano ad essere pagati a 90 giorni, quando sono pagati. Sul fronte immigrazioni siamo ancora  ben lontani, nonostante gli sforzi del ministro Moavero per trovare un accordo con gli stati dell’Unione, da un progetto italiano per gestire comunque il problema qui e da una nostra concreta e avveduta presa di posizione, nel Consiglio europeo, per la modifica del trattato di Dublino, modifica che il Parlamento europeo aveva già votato anni fa.

    Tra un litigio ed una minaccia il governo, formato da forze politiche che vanno ognuna per la sua strada, è distratto e spesso travolto da conflitti di competenza, battute ed insulti che, di ora in ora, diminuiscono la già poca credibilità dell’Italia nei consessi europei ed internazionali. Provvedimenti utili a rilanciare le attività lavorative come la diminuzione delle imposte, a seconda delle aree geografiche e del reale costo della vita, la sburocratizzazione, necessaria a far partire e ripartire le PMI e l’artigianato, la lotta seria alla grande evasione nazionale e delle multinazionali che lavorano in Italia, l’abolizione del numero chiuso a medicina, sostituito da una verifica dopo un anno di università, vista la ormai tragica mancanza di medici che ha costretto a richiamare in servizio chi era già in pensione, la sistemazione delle scuole fatiscenti e l’eliminazione delle troppe barriere architettoniche, una seria politica ambientale che porti alla sistemazione dei greti di fiumi e canali che esondano ad ogni pioggia, l’eliminazione delle troppe leggi inutili che creano confusione e aiutano solo chi alle regole vuole sfuggire, sono solo alcune delle tante iniziative che un governo serio, da più di un anno in carica, avrebbe dovuto cominciare a realizzare. Ma i giornali, i mezzi di informazione anche virtuale, sono solo pieni di annunci che non corrispondono alla realtà, di botta e risposta, tra un litigio e l’altro, che non appassionano, né ci fa ritornare ad avere fiducia nella politica una intervista a di Battista, che  spesso non sa quello che dice, o una dichiarazione di Salvini che sostiene di non conoscere persone che partecipano ai suoi incontri più riservati e con i quali si fa più volte fotografare.

    Comprendiamo che sia faticoso, in estate, trovare quella serietà e capacita che non vi era neppure in inverno, capiamo tante cose ed alcune possiamo anche cercare di dimenticarle e di perdonarle ma c’è un limite a tutto e questo limite è stato ormai superato.

  • La filiera T/A tra export oriented ed e-commerce: sterili strategie

    Il nostro sistema industriale ha dovuto sopportare il peso ed i costi delle improduttività della pubblica amministrazione ai quali molto spesso ha ovviato nel corso degli anni 80 e 90 con la svalutazione competitiva. Nell’ultimo ventennio, invece, amplificandosi tali diseconomie legate alla pubblica amministrazione, il tentativo di mantenere in equilibrio il sistema industriale viene ricercato anche attraverso la compressione dei costi di produzione molto spesso trasferendo parte della stessa all’estero (TPP), strategia supportata dalla mancanza di una articolata normativa che sia in grado di tutelare l’articolata filiera espressione del made in Italy, come una recente ricerca giornalistica ha ancora una volta dimostrato (https://made-to-measure-suits.bgfashion.net/article/16242/65/Why-the-Italian-fashion-factories-go-bankrupt). Tale strategia del sistema industriale, assolutamente legittima, tuttavia ha sempre posto in secondo piano l’attenzione per il mercato e la domanda e quindi la disponibilità economica degli stessi consumatori italiani, quest’ultimi di competenza della classe politica e dirigente. In particolar modo per il sistema tessile abbigliamento ci se è illusi che la crescita internazionale potesse mantenere in equilibrio il sistema complessivo. In altre parole, si sperava che la forte capacità delle nostre imprese export oriented potesse sopperire al continuo calo della domanda interna legata ad una disponibilità economica sempre minore combinata ad una compressione della propensione al consumo, espressione cristallina dell’incertezza politica del nostro paese, come dimostrano l’aumento in 10 anni dei depositi bancari del 75% (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    I terribili dati relativi al primo trimestre 2019 indicano come la domanda interna per quanto riguarda l’abbigliamento risulti in flessione del -8,1% e come oltre un terzo delle aziende intenda ricorrere alla cassa integrazione per far fronte a questa drastica diminuzione dei consumi. Questi dati dimostrano essenzialmente come fosse miope ed assolutamente illusoria la sola visione che individuasse nella salvezza del settore l’unica strategia export-oriented. Al tempo stesso risulta  altrettanto banale quanto superficiale individuare e giustificare la crisi del dettaglio indipendente solo ed esclusivamente legato all’e-commerce, quindi per questo quasi accettata  in quanto considerata espressione dell’innovazione tecnologica applicata alla distribuzione e perciò inevitabile secondo buona parte del mondo politico ed economico.

    La crisi politico-istituzionale che si trascina nel nostro Paese dal momento della crisi del 2008 lo sta portando al collasso economico. In questo senso infatti va considerato il paradosso del costante (e per questo indice di una sempre maggiore insicurezza) aumento dei  depositi bancari legato viceversa ad una diminuzione dei consumi e del denaro circolante. In più, in questo incredibile corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene più messa in circolo e di conseguenza non diventa essa stessa veicolo di sviluppo esiste ancora chi pensa ad una ulteriore riduzione del contante per combattere l’evasione fiscale. Ulteriore conferma dell’assoluto distaccamento tra l’economia percepita da parte della classe politica e quella reale vissuta quotidianamente dagli operatori economici.

    La responsabilità di tale corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene utilizzata per ricreare a sua volta nuova ricchezza a cascata (effetto leva) ma solo come strumento difensivo attraverso il deposito bancario va interamente imputata alla classe politica e dirigente.

    La prima dimostra giorno dopo giorno la propria incompetenza in ambito economico e politico giovandosi della irresponsabilità che il mandato elettorale regala. La seconda completamente lontana dal sentiment dei consumatori da non prevedere tale situazione e tanto meno pensare a soluzioni per invertire questo trend.

    Ancora una volta i dati economici dimostrano come la crisi del nostro Paese non sia economica ma soprattutto culturale.

     

  • Arance da spremere

    Je vois bien qu’on a pressé l’orange; il faut penser à sauver l’écorce.

    Voltaire

    “Vedo bene che l’arancia è stata spremuta; bisogna pensare a salvare la buccia”. Così scriveva Voltaire ad una sua amica e confidente, madame Denis, il 2 settembre 1751. In quel periodo Voltaire si trovava a Postdam, alla corte di Federico II, Re di Prussia, come suo confidente consigliere e come oracolo in filosofia e letteratura. Il re, soprannominato anche Federico il Grande, era uno dei regnanti più importanti del Settecento. Era riconosciuto non solo per le sue imprese militari, per lo sviluppo economico e amministrativo del suo regno, ma anche per la sua propensione verso le arti e la filosofia. Ragion per cui Voltaire si trovava nella sua corte. All’inizio i rapporti erano ottimi, ma poi, con il passare del tempo, visto anche i loro caratteri, quei rapporti cominciarono a degradarsi, fino al punto che Voltraire, offeso e ferito nella sua dignità, pensava soltanto a come evadere dalla corte di Federico.

    Nella sua lettera a madame Denis, Voltaire le raccontava, tra l’altro, quanto aveva detto a lui il signor La Mettrie. Il quale, come scriveva Voltaire, era un uomo che “parlava in confidenza con il re”. Voltaire, sospettando che i rapporti con Federico non erano più quelli di prima, aveva chiesto a La Mettrie di intervenire presso il re a suo favore. L’ambasciata di La Mettrie, purtroppo, non era andata a buon fine. Ma, almeno, aveva fatto sapere a Voltaire cosa Federico pensava di lui. Era soprattutto una frase del re che l’aveva profondamente umiliato, offeso e ferito. Riferendosi a Voltaire, Federico II avrebbe detto: “Io avrò bisogno di lui ancora per non più di un anno; si spreme l’arancia e poi si getta la buccia”. Una frase, quella, diventata ormai molto famosa. La sopracitata lettera di Voltaire a madame Denis (Œuvre completes de Voltaire; Edition Garnier, tome 37, p. 320 – 322) rappresenta, come tante altre, anche un concentrato di lezioni filosofiche e politiche avute dalla sua permanenza e dalla sua esperienza nella corte di Federico II di Prussia. In quella lettera Voltaire promette a madame Denis di fare anche “un dizionario ad essere usato dai re”. Voltaire era convinto, non senza una spiccata dose di cinismo, che per i regnanti “amico mio, significa schiavo mio”. Poi, per loro, “mio caro amico, significa voi mi siete più che indifferente”. E se loro ti chiedono “cenate con me stasera”, dovete capire che questo significa semplicemente “Me ne burlo di te questa sera”. E poi, se loro ti dicono “vi renderò felice”, allora bisogna capire soltanto quello che loro in realtà hanno in mente. E cioè “vi sopporterò finché ne avrò bisogno di voi”.

    Un’esperienza quella di Voltaire presso la corte di Federico II di Prussia, dalla quale ci sarebbe sempre da imparare. Anche in Albania alcune persone potrebbero e dovrebbero imparare da quell’esperienza, visto gli attuali e/o i previsti sviluppi politici. Perché conoscendo quanto è accaduto e sta accadendo, nonché il carattere e il comportamento politico e/o personale del primo ministro, alcuni poveri illusi, che adesso stanno sognando un “periodo di gloria” e qualche lauto beneficio, saranno sopportati finché ‘il re” avrà bisogno di loro. Poi saranno gettati via come una buccia d’arancia spremuta. Le esperienze non mancano. Anche soltanto quelle albanesi degli ultimi anni bastano e avanzano. La storia sempre insegna. Ma soltanto a quelli che vogliono imparare, capire e poi, agire di conseguenza.

    Nel 1990, mentre in tutti i paesi dell’Europa dell’est i regimi comunisti erano già caduti, in Albania la dittatura stava vivendo ancora le sue ultime agonie. Impauriti e per ingannare gli albanesi, i dirigenti comunisti hanno proposto allora una “soluzione originale”, per far credere ad un avviamento del pluripartitismo, richiesto con sempre più determinazione dagli albanesi. I dirigenti comunisti avevano proposto che alle elezioni successive potevano partecipare, per la prima volta, anche le organizzazioni delle donne e della gioventù comunista, insieme con i sindacati del regime. Organizzazioni che fino ad allora venivano ufficialmente riconosciute come le “leve del partito”. Ipocrisia e inganno allo stato puro! Ma per fortuna non ha funzionato.

    Adesso il primo ministro albanese si sta sforzando di attuare la stessa strategia, mentre il paese si trova, da più di due mesi ormai, in piena crisi istituzionale. Tutto è cominciato a metà febbraio, dopo che i deputati dell’opposizione hanno rassegnato i mandati parlamentari. È stata una scelta estrema ma indispensabile, nelle condizioni in cui si trovava l’opposizione e tenendo presente la drammatica realtà albanese. L’opposizione sta chiedendo le dimissioni del primo ministro e la costituzione di un governo di transizione con un mandato ben definito. Con un unico obiettivo, quello di garantire elezioni libere, non controllate e/o condizionate dal governo, in connivenza con la criminalità organizzata. Come risultano adesso, prove alla mano, essere state le ultime elezioni politiche del giugno 2017, che hanno dato il secondo mandato al primo ministro, nonché altre gare elettorali parziali. Se non verranno accettate quelle richieste, l’opposizione non parteciperà alle elezioni, cominciando da quelle amministrative del 30 giugno prossimo. Adesso questa decisione è stata anche ufficializzata, essendo superati i tempi limiti per la registrazione dei soggetti elettorali, prevista dalla legge. Nel frattempo le proteste, sia quelle massicce a Tirana, che tante altre in diverse città del paese, stanno creando serie preoccupazioni esistenziali al primo ministro e ai suoi. Sembra che non lo stiano aiutando molto neanche i “generosi supporti internazionali”. Ragion per cui gli strateghi del primo ministro hanno disperatamente spolverato e riproposto, leggermente modificata, la soluzione ingannevole che i predecessori degli attuali governanti in Albania hanno offerto nel 1990. E cioè hanno “convinto” alcune persone delle liste elettorali dei partiti dell’opposizione durante le ultime elezioni, di “accettare” i mandati parlamentari. Tutte persone con seri problemi di personalità e dignità politica e/o umana, come dimostrato anche pubblicamente prima e/o ultimamente. Con simili rappresentanti, insieme con i tre deputati che non hanno rassegnato i mandati, il primo ministro sta cercando di costituire e ufficializzare quella che lui, con enfasi, ha chiamato la “nuova opposizione”, con la quale lui pretende portare avanti le sue riforme, convinto che tutti seguiranno e interpreteranno la sceneggiatura da lui scritta. In più, e per dare una parvenza di pluripartitismo, dopo la scelta dell’opposizione di non partecipare alle elezioni, cominciando da quelle amministrative del prossimo 30 giugno, il primo ministro sta beneficiando anche dalla costituzione di un “nuovo partito in opposizione”. Una costituzione in fretta e furia e in palese violazione delle leggi in vigore. Ma il sistema “riformato” della giustizia permette questo e ben altro, quando serve al primo ministro. Anche con il beneplacito e l’aiuto dei “rappresentanti internazionali”.

    Chi scrive queste righe disprezza questa buffonata di turno. Egli, riferendosi alla saggezza di Voltaire, è convinto che i rappresentanti della “nuova opposizione” servono al primo ministro soltanto come delle arance da spremere. Saranno coccolati e sopportati finché “il re” ne avrà bisogno. Poi li getterà via. Se “il re” avrà il tempo di farlo però!

  • In attesa di Giustizia: in nome del popolo italiano

    La giustizia è amministrata in nome del popolo, così recita l’articolo 101 della Costituzione, nella intestazione delle sentenze non può mancare – a pena di nullità – l’intestazione “In nome del popolo italiano”. Il parametro costituzionale esprime, tra l’altro, il potere di verifica da parte dell’opinione pubblica sulla amministrazione della giustizia.

    Un tempo, almeno con riguardo ai processi (soprattutto quelli penali) più coinvolgenti, la abituale e talvolta massiccia presenza di pubblico alle udienze costituiva l’estremo fisico del controllo sull’andamento della giurisdizione; oggi le cose sono cambiate, e salvo rari casi, le presenze sono ridotte a qualche familiare o a gruppi di ragazzi in visita scolastica.

    Tuttavia, un controllo in quel settore è ancora possibile e lo è ancor più agevolato  grazie ai media; sempre che, ovviamente, l’informazione non sia distorta, di parte o volta ad assicurare più che altro maggiori vendite o share.

    Il 17 aprile è mancato Massimo Bordin, voce storica di Radio Radicale: uno di quelli che l’informazione giudiziaria la sapeva fare con quella trasversalità ed indipendenza che sono patrimonio dei radicali ma anche con rigore e competenza. L’Unione delle Camere Penali, due giorni dopo la scomparsa, ha istituito un premio a lui intitolato da assegnare ogni anno al giornalista o alla testata che si sarà maggiormente distinta per correttezza e completezza della informazione su vicende giudiziarie con particolare riguardo al concreto rispetto della dignità delle persone coinvolte e del principio di non colpevolezza.

    Sino a fine marzo, invece, Piero Sansonetti è stato Direttore de “Il Dubbio”, testata giornalistica che ha come editore la Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense e che si è proposta come pubblicazione garantista, rivolta contro le forme di giustizialismo e destinata a chi intenda approfondire le ragioni della difesa e non solo quelle dell’accusa cui – di solito – si offre maggiore spazio in cronaca.

    Non è ben chiaro cosa abbia indotto il licenziamento di Sansonetti: a sentir lui una delle ragioni  risiederebbe nell’esigenza per “Il Dubbio” di essere più filogovernativo perché giornale di una Istituzione Pubblica, l’altra nell’averlo orientato troppo a sinistra.

    Se fosse vera la prima, grande sarebbe la preoccupazione perché sottende il concetto di stampa di regime, riferita per di più ad un’area – quella della Avvocatura – che dovrebbe farsi garante di indipendenza assoluta; se fosse vera la seconda ostenderebbe il tradimento della filosofia di impostazione della testata, posto che la politica giudiziaria della sinistra ha una deriva forcaiola inequivocabile.

    Resta, a margine di queste vicende di vita così diverse ma con un minimo comun denominatore professionale, la riflessione sull’importanza di una informazione giudiziaria corretta, destinata a dare vita a quel canone costituzionale ricordato all’inizio da cui discende la rilevanza e la dignità dell’opera del cronista giudiziario.

    Su queste colonne ci proviamo: fornendo notizie e spunti senza altra pretesa che stimolare curiosità e approfondimento autonomo del lettore, qualche certezza solo se supportata da evidenze incontrovertibili.

    Su queste colonne scrivo io che non sono – come furono per la cronaca giudiziaria negli anni ’50 – Dino Buzzati per il Corriere della Sera o Alfonso Gatto per Il Mattino ma respiro quell’aria di libertà che l’editore mi lascia senza se e senza ma.

    E la libertà, quando della Giustizia si deve restare in perenne attesa, è un bene di valore assoluto.

  • Cesare Cadeo, un gentiluomo dal sorriso mai scalfito dalle delusioni

    Nella Basilica di Sant’Ambrogio centinaia di persone hanno dato l’ultimo saluto a Cesare Cadeo ricordando un uomo passato attraverso successi e delusioni con lo stesso sorriso. Molti i successi e molte le delusioni e le amarezze che non lo hanno mai sconfitto né portato a ripiegarsi su se stesso.

    Cesare era gentile e determinato, buono e combattivo, vulcano di idee, pensieri ed azioni, leale nell’amicizia e gentiluomo nel comportamento. Le parole che il figlio gli ha dedicato in chiesa lo hanno sicuramente raggiunto anche nell’aldilà facendogli sentire tutto l’affetto e la stima che durante la vita ha saputo conquistarsi.

    In questi giorni gli sono stati dedicati tanti momenti in trasmissioni televisive e tanti articoli sui giornali ricordandolo come uomo di successo in televisione e nello spettacolo e l’affetto sincero di tante persone ha riconfermato la validità del suo impegno non solo per iniziative culturali, sportive e politiche ma anche per le piccole umane vicende di chi lo ha conosciuto.

    Voglio ricordarlo nelle mattine di sole all’Università Statale di Milano quando il nostro desiderio di gioventù si scontrava con manifestazioni violente che a tanti hanno tolto il tempo per essere ragazzi normali. La vita ci porta su strade che da studenti non avremmo immaginato e nella vita di tutti coloro che hanno conosciuto Cesare è rimasto e rimarrà il ricordo del suo sorriso, fatto anche con gli occhi, un sorriso buono e in alcune occasioni un po’ sarcastico.

  • Noi che…

    Noi che non penseremmo mai di passare una notte in coda per comperare l’ultimo paio di scarpe di moda, noi che reputiamo assurdo comperare un jeans stracciato e per di più pagarlo tanto,

    noi che stiamo ben attenti a non esibire il nome dello stilista scritto, a caratteri cubitali, sulle nostre mutande,

    noi che pensiamo che i pantaloni a vita bassa, come porta anche Renzi, facciano uscire inutilmente la pancia e che quelli a cavallo basso facciano sembrare tutti con le gambe corte corte,

    noi che rifiutiamo di coprirci di tatuaggi per cercare un’identità che, bene o male, pensiamo di aver trovato,

    noi che pensiamo che il bullismo, in ogni forma ed ogni età, è dimostrazione di una scuola e di una famiglia che non funzionano e che non è sufficiente innalzare un vessillo arcobaleno per costruire una pace giusta,

    noi che vorremmo poter lavorare senza 63 pratiche da compilare e che in ufficio prima facciamo il nostro lavoro e solo se c’è tempo andiamo su Internet,

    noi che vediamo i Social come strumento e non vogliamo diventare strumento dei Social e di chi ci guadagna sopra,

    noi che accettiamo le telecamere ed i controlli nella speranza aiutino a contrastare il crimine ma che poi subiamo furti ed angherie senza poterci difendere,

    noi che sentiamo parlare delle tante leggi nazionali e normative europee per la parità tra le persone ma ogni giorno vediamo donne violentate ed uccise, bambini insidiati, anziani abbandonati e scopriamo che dopo la legge c’è la solitudine di ciascuno,

    noi che vorremmo vedere una gioventù capace di tirare su la testa per affrontare le tante avversità e vediamo dilagare la droga pubblicizzata anche dalle canzoni e da certi programmi televisivi,

    noi che continuiamo a ritenere che le scelte politiche non possano essere improvvisate, che il potere legislativo sia il più importante strumento per dare sicurezza e giustizia a tutti, che ci voglia cultura, studio e meditazione prima di parlare e che Twitter, anche se lo usa un presidente americano, è roba da ragazzi non da statisti e rappresentanti delle istituzioni,

    noi che sappiamo bene come l’abito non faccia il monaco, ma spesso il cardinale e che perciò crediamo che bisogna rispettare sia il ruolo che ruolo che rappresentiamo sia chi ci ha eletto in quel ruolo,

    noi che a tavola vorremmo scambiare due idee e non vedere gli altri commensali fissi sul loro attrezzino informatico,

    noi che rispettiamo le religioni ma non vogliamo inutili sofferenze come quelle che derivano agli animali macellati senza stordimento e dissanguati ,

    noi che vorremmo l’Europa politica ed un’intelligence comune per contrastare terrorismo e criminalità e ci dobbiamo accontentare di sentir parlare di Europa da chi confonde i nomi delle istituzioni o pensa solo al proprio interesse di parte,

    noi che crediamo che la politica sia un servizio alla collettività e viviamo in un periodo dove è invece diventata al servizio dei partiti,

    noi che crediamo che gli elettori abbiano diritto di scegliere i propri rappresentanti mentre invece da troppo tempo li nominano i capi partito scegliendo in genere persone che non possano far  loro ombra e che sono sempre disposti a dire sì,

    noi che aborriamo  il ricatto e assistiamo ogni giorno a ricatti continui tra ci governa ed anche tra chi vorrebbe  candidarsi a governare,

    noi che speravamo che nell’Unione europea a nessuno fosse consentito girare col viso coperto e praticare le menomazioni genitali,

    noi che non siamo buonisti pelosi ma cerchiamo di essere cittadini corretti pensando che ciascuna libertà trova limite nel rispetto delle libertà altrui,

    noi che sosteniamo la Carta universale dei diritti e da anni chiediamo una Carta universale dei doveri, doveri per i cittadini, doveri per le istituzioni,

    noi che avremmo molte cose da dire e vorremmo ascoltare cose sensate,

    noi che non siamo né troppo di destra né troppo di sinistra,

    noi che non sappiamo quanti siamo perché altri parlano così forte e con tale irruenza che per fermarli un attimo dovremmo passare alle mani,

    noi dove stiamo andando?

  • Patrizia Toia: secondo Conte ‘attacchi scomposti all’Italia’? No, risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo

    Pubblichiamo, autorizzati dall’On. Patrizia Toia, il suo articolo apparso sul Corriere della Sera.

    Caro direttore,
    non sono stati “attacchi scomposti” all’Italia, ma una risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo. Il problema è che Conte è venuto a Strasburgo a fare retorica europeista e a spacciare per grandi “novità” delle misure che abbiamo proposto e approvato con il voto sempre contrario delle forze che lo sostengono
    Fa un certo effetto sentire Conte definire un “impulso prezioso” il Piano Juncker degli investimenti se sei un eurodeputato che ci ha lavorato per anni e sei già indignato per il voto sempre contrario degli eurodeputati grillini e leghisti.
    E fa effetto sentire Conte che rimprovera noi con tono da mestrino perché non ci sono abbastanza fondi per l’Africa quando abbiamo già approvato il piano di investimenti per l’Africa e ancora brucia la ferita del voto contrario dei leghisti, quelli che vogliono “aiutarli a casa loro”, e l’astensione dei grillini. E fa effetto quando dice che serve “un’Europa forte e coesa” e che bisogna “sfruttare tutte le opportunità di cooperazione” in materia di difesa comune, mentre nell’aula di Strasburgo sanno che è lo stesso governo Conte che non partecipa alla Forza di intervento rapida dell’Ue, avviata da nove Paesi. E che dire quando il capo del Governo, che ha affossato in Consiglio la riforma di Dublino, votata dal Parlamento europeo, rimprovera l’Europa di poca lungimiranza sull’immigrazione perché serve “una soluzione strutturale” fuori dalla logica dell’emergenza? Come non indignarsi quando il premier che rappresenta Lega e Movimento 5 Stelle invita gli eurodeputati a “non cedere a logiche nazionaliste o regionaliste?” O quando spiega che bisogna limitare le “conseguenze negative della Brexit” mentre nella stessa aula gli eurodeputati della sua maggioranza grillina siedono ancora oggi nel gruppo guidato dall’euroscettico Nigel Farage?

    Patrizia Toia
    Capodelegazione degli eurodeputati Pd

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • Il principio di non retroattività

    La retroattività è il fatto e la condizione di avere effetto anche per il passato. Nel diritto italiano, il principio generale della non r. (o irretroattività) delle leggi, cioè il principio che la legge non dispone che per l’avvenire, è codificato nell’art. 11 disp. prel. c.c. La non retroattività della legge penale, che consiste propriamente nel divieto di applicare sanzioni previste da una legge non entrata in vigore prima che fosse commesso il reato, è un principio fissato dalla Costituzione, all’art. 25. Esso discende come corollario dall’essenza stessa della norma penale, che è comando diretto alla generalità dei cittadini: il delitto è disobbedienza, violazione di questo comando; non può esservi quindi delitto se non sussiste un comando giuridico a cui obbedire e le misure che si applicassero contro chi ha commesso un’azione che non era in contrasto con una legge in vigore al momento del fatto, non potrebbero avere valore di ‘pena’.  Così afferma l’enciclopedia Treccani. La non retroattività è dunque un principio fissato dall’articolo 25 della Costituzione. In Italia se ne è parlato molto con l’entrata in vigore della legge Severino, che ha permesso di condannare Silvio Berlusconi per reati che al momento dei fatti contestati non erano considerati tali. Quindi Silvio Berlusconi, nonostante l’art. 25 della Costituzione,  è stato condannato perché la non retroattività non è stata rispettata. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, alla quale Berlusconi aveva presentato ricorso,  non si è pronunciata sulla legittimità della legge Severino, ma ha permesso al ricorrente di esercitare i suoi diritti politici nonostante la condanna subita. Strani questi misteri delle Corti, nazionali o internazionali che siano. Dopo anni dal ricorso, non sono in grado di affermare se la non retroattività è legittima o meno. Quello che sembra palese per il cittadino comune, diventa una difficoltà, un intoppo per i giuristi esperti. A meno che, come spesso accade, non ci sia di mezzo la politica, anziché il diritto.

    Un altro esempio del non rispetto della non retroattività ci è offerto dalla polemiche e dalle decisioni di questi mesi, riguardanti le cosiddette pensioni d’oro o i vitalizi concessi ai parlamentari. Erano legali e legittime le decisioni prese a suo tempo per concedere questi benefici? Se non lo erano, è corretto porvi rimedio. Ma se lo erano, penalizzare chi ne usufruisce legalmente e legittimamente risulta una prevaricazione dispotica. Perché, oltretutto, applicare a distanza di tempo la retroattività, significa inferire un colpo mortale ad un altro principio sacrosanto: la certezza del diritto. Senza questa certezza tutto diventa casuale e provvisorio. Una società affidata al caso e al provvisorio non va molto lontano. Una società che non rispetta la non retroattività e con ciò, la non certezza del diritto, è destinata al caos, alla precarietà, alle prevaricazioni del più forte. La china del giustizialismo sembra la pista di lancio di queste aberrazioni. La garanzia è offerta dalla maestà della legge, non osservando la quale tutto diventa possibile, talvolta in nome del popolo, tal altra per ignoranza personale, ma sempre contro l’equilibrio e la legittimità del precetto. Si comincia con la retroattività e si finisce, Dio non voglia, con un pensiero unico e con un uomo solo al comando. Guai al venir meno di regole osservate per secoli da popoli e culture diverse. Ciò che ci preoccupa, tuttavia, è il silenzio, se non il tacito consenso, a questo cambiamento di comportamenti. L’uomo solo al comando non ci arriva da solo. L’esperienza del secolo appena trascorso dovrebbe averci insegnato molte cose sul valore e le conseguenze di certi cambiamenti, Si comincia, appunto, con una cosa apparentemente da niente, la retroattività, che dice poco alle moltitudini, per finire con l’incertezza totale sui sacrosanti diritti che danno un senso alla nostra vita, tra i quali poniamo in primis il diritto di poter usufruire della certezza del diritto.

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