Politica

  • Olimpiadi invernali 2026 Cortina d’Ampezzo: avanti piano, praticamente fermi

    Dalla prima e dalla terza pagina del Il Sole 24 Ore di martedì 21 settembre emerge evidente come per le opere infrastrutturali legate alle prossime Olimpiadi di Cortina d’Ampezzo del 2026 il ritardo venga considerato possibile per la variante di Longarone. Questa, però, diventa una certezza per la realizzazione della galleria progettata da via Delle Guide Alpine in considerazione della invasività e difficoltà di realizzazione dell’opera.

    Fino ad ora i responsabili istituzionali e politici e dei vari enti preposti alla realizzazione delle opere legate alle Olimpiadi 2026 avevano assicurato il rispetto delle tempistiche anche con una certa indolenza. La conferma, viceversa, del ritardo ormai conclamato dimostra come questi abbiano finora semplicemente “giocato” in considerazione degli evidenti ritardi accumulati.

    Di fronte ad uno scenario disastroso, come dettagliatamente riportato da Il Sole 24 Ore del 21 settembre, il presidente del Coni assieme a cento persone dello staff nell’ultimo week end (17/19 settembre) ha “giocato” al curling e cenato in quota in Faloria, come se tutto andasse secondo i programmi, per la modica cifra di 70.000 euro a carico della fondazione la quale, non avendo ancora proprie risorse, ha aperto una linea di credito (fonte Il Fatto Quotidiano). Ennesima ed amara dimostrazione di come la complessa gestione della “macchina olimpica ampezzana” sia diventata decisamente un gioco politico-amministrativo romanocentrico assolutamente svincolato dalle complesse realtà montane.

    Questo impietoso scenario di distacco tra la dirigenza e la realtà ampezzana declina, poi, inesorabilmente anche verso il grottesco. Ritornando alla cruda realtà, infatti, a fronte di una situazione diventata problematica e prossimamente imbarazzante l’Anas richiede la nomina di un commissario con l’obbiettivo di velocizzare l’iter burocratico delle opere la cui tempistica preoccupa quanto, se non di più, della stessa loro realizzazione.

    Sembra incredibile come “tali signorotti” si dimostrino sicuri della insindacabilità del proprio operato in quanto viene candidamente omesso il fatto che già ci fosse stato un commissario per la realizzazione degli interventi straordinari in previsione delle Olimpiadi 2026. Il suo nome è Claudio Andrea Gemme ed è, guarda caso, anche l’attuale presidente della stessa “richiedente” Anas (una contraddizione in termini oltre che una mancanza di sensibilità istituzionale). Il presidente dell’Anas si palesa in forma di commissario nella Conca ampezzana ogni due o tre settimane dedicando solo poche ore alla funzione commissariale. Emerge quindi evidente come il proprio apporto relativo alla velocizzazione risulti nullo in considerazione anche dell’ennesimo allarme “ritardi” di questi giorni tanto da chiedere addirittura una ulteriore figura professionale a supporto del presidente dell’Anas presieduta dallo stesso commissario incaricato. La commedia del grottesco così manifesta pur nello splendido teatro della conca.

    La responsabilità, in questo caso, dei mancati traguardi raggiunti e della nomina dell’attuale inutile commissario quanto del ritardo certificato dei lavori straordinari di viabilità va attribuito interamente alla classe politica regionale e statale e alla dirigenza del CONI unito allo staff “manageriale” nominato ad hoc per le Olimpiadi 2026, fondazione in primis.

    Cortina d’Ampezzo merita di meglio di questo disarmante teatrino offerto da simili attori che la riducono ad un parco giochi di interessi lontani e spesso anche persino concorrenti.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per loro

    Qualcuno tra i lettori de Il Patto Sociale ricorderà, probabilmente, il settimanale satirico “Cuore” in edicola dal 1989 al 1996 che – tra le varie rubriche – annoverava quella intitolata “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo”.

    Questa settimana lo spunto viene proprio da quella esperienza dando ad “In attesa di Giustizia” i connotati di “Vergogniamoci per loro”. Solo che questa non è satira bensì una realtà che supera la fantasia, con la differenza che non c’è nulla da ridere. Se non amaramente.

    Ancora fresca di stampa la sentenza della Cassazione che mette definitivamente fine alla carriera in magistratura di Luca Palamara, ecco che l’ex Presidente dell’A.N.M. annuncia la propria candidatura, con un simbolo e un movimento politico nuovi e tutti suoi, alle elezioni suppletive previste in ottobre per un seggio alla Camera dei Deputati; seggio rimasto vacante dopo la nomina della On. Del Re a rappresentante speciale della UE per la tormentata regione sub sahariana dello Shael.

    Sia ben chiaro, Luca Palamara ha pieno diritto a “scendere in campo” e sottoporsi al giudizio popolare né devono intendersi come ostativi le imputazioni ed il processo a suo carico pendente a Perugia: per lui come per tutti vale la presunzione di innocenza.

    Fatto chiaro questo aspetto, non deve però dimenticarsi che lui stesso ha confessato di essere un “maneggione” per usare termine di uso corrente a descrivere quello che, ormai, è noto come sistema di gestione amicale/clientelare delle nomine a capo degli uffici giudiziari.

    Qualcuno infine lo voterà nel collegio romano dove si presenta e non è detto che siano suoi amici o parenti stretti. Dunque, vergogniamoci (in anticipo) per loro, per chi penserà che un uomo con simili trascorsi di contenuta trasparenza comportamentale – per usare un eufemismo – possa essere l’ideale di rappresentante. Chissà, potrebbe persino ottenere quel seggio: del resto il corpo elettorale è imprevedibile come dimostra l’ampio consenso  per l’uomo che – assurto poi al soglio di Ministro della Giustizia – ha dato un volto al brocardo latino “risus abundat in ore stultorum”.  E un po’ vergogniamoci anche per Palamara che, potrebbe essere visto anche come un coraggioso ma è molto forte la sensazione che abbia la faccia come il lato B.

    Vergogniamoci anche per Marco Travaglio che – dopo aver “gufato” l’Italia alle Olimpiadi  e  smentito da un medagliere storico – è  tornato a dedicarsi alla disciplina di cui è campione indiscusso: l’insulto. Questa volta destinato alla Ministra Cartabia ed alla legge delega di riforma (“schiforma” secondo la sua definizione) del processo penale recentemente approvata dalla Camera e prossima al varo di Palazzo Madama. Oltre che con personalissime considerazioni, con una vignetta pubblicata in prima pagina offre alla platea di raffinati intellettuali del Fango Quotidiano l’immagine di una Guardasigilli con la testa vuota.

    Dopo qualche frainteso è tornata l’armonia e Travaglio prende per buone ed esalta tutte le uscite di Giuseppe Conte. Il celeberrimo giureconsulto di Volturara Appula, in prima battuta ha tentato di spacciare come una grande vittoria sua e del Movimento modeste ed ininfluenti modifiche apportate al testo originario del disegno di legge delega sulla giustizia proponendosi come un moderno San Giorgio capace di domare e sconfiggere i Draghi.

    In seguito è tornato parzialmente sui suoi passi annunciando che appena la formazione politica di cui ha assunto la guida avrà i voti, quella legge (approvata anche dai suoi ministri) sarà cambiata. Aspetta e spera…

    Nessuno dei due, però, si addentra in una valutazione complessiva di un progetto varato che, con diverse soluzioni, mira a spezzare il tradizionale circuito vizioso indagine-carcere-processo-pena attraverso  istituti innovativi volti ad incidere non solo sulla ragionevole durata dei processi ma anche valorizzando meccanismi di giustizia riparativa nei confronti delle vittime di reati.

    L’attenzione, invece, si  è soffermata sul punto più dolente per i grillini e cioè a dire il superamento della modifica della prescrizione fortemente voluta da Fofò Bonafede e durata, come merita, l’espace d’un matin.

    Una visione un po’ miope, dunque, e passi per Travaglio e la sua combriccola di illetterati adoratori del carcere ma dall’ex avvocato degli Italiani sarebbe stato logico aspettarsi qualcosa di più, magari fino al punto – la speranza è l’ultima a morire – di accorgersi che le sue critiche incappano nella modalità di fallacia studiata dagli psicologi cognitivisti Kanheman e Tverskij: la cosiddetta rappresentatività con cui erroneamente si  eleva un particolare (in questo caso di una riforma) a simbolo del tutto.

    Vergogniamoci, dunque, per Giuseppi  e, un po’ anche per chi gli ha fatto superare il concorso di professore ordinario di diritto.

    Alla prossima, il sipario non cala ancora.

  • L’integralismo digitale

    Non ha alcuna importanza se il blackout digitale procurato al sistema informatico della Regione Lazio sia legato ad un attacco di un gruppo di hacker che pretenderebbero un riscatto per riportare alla normalità il sistema regionale oppure, siamo nella seconda ipotesi, se questo terremoto digitale risultasse legato ad un virus inseritosi nel computer di un impiegato a casa in smart working e successivamente utilizzato dal figlio durante una navigazione in siti hot. In entrambi i casi le conseguenti considerazioni non potrebbero modificarsi in alcun modo.

    Nessuno oggi è in grado di quantificare gli effetti di questa “guerra informatica”, soprattutto in relazione ai  “dati sensibili” ai quali dovrebbe venire assicurata la massima tutela, oppure ai profili personali che dovrebbero godere della privacy più assoluta o anche alle semplici banche dati. Attualmente, quindi, si brancola ancora nel buio in relazione alla genesi di questo atto di “terrorismo digitale“.

    Da anni, giustamente, gli investimenti in Cyber security continuano ad aumentare quanto gli esiti vincenti di attacchi tanto a siti istituzionali quanto ad aziende private. Finora questo tipo di problematiche legate alla malavita digitale ha avuto effetti pericolosi ed onerosi economicamente “solo“ per i singoli Stati o le imprese private.

    In piena pandemia e soprattutto in piena campagna di vaccinazione, invece, questo attacco, di fatto, ha bloccato pericolosamente la possibilità di prenotarsi per i prossimi vaccini e, di conseguenza, l’iter per ottenere il Green pass e quindi la stessa libertà dei singoli. Una situazione che si ripercuote direttamente sulla salute e sulla possibilità di libertà di movimento che il vaccino e il Green pass combinati assieme possono assicurare. Di fatto i cittadini della Regione Lazio si trovano in una situazione di default sanitario in relazione alla campagna vaccinale pagando le conseguenze in prima persona.

    È la prima volta che la cittadinanza è colpita da un attacco informatico limitando la possibilità ai cittadini stessi di accedere alle strutture sanitarie dedicate nello specifico alla campagna vaccinale. Questo effetto dovrebbe far pensare e rendere meno integralista la digitalizzazione della nostra economia e della nostra esistenza quotidiana. Per il semplice motivo che nel momento in cui un attacco informatico avesse per obiettivo la struttura digitale relativa ai pagamenti ed ai prelievi stessi presso i bancomat allora l’intera popolazione si troverebbe assolutamente priva di risorse economiche e di sostentamento, anche solo per una semplice spesa alimentare.

    Nella quotidianità della vita rappresenta di certo una forma di intelligenza quella di mantenere sempre una possibilità alternativa rispetto a quella in attuazione al fine di assicurare comunque lo “standard giornaliero qualitativo e valoriale” raggiunto. Nel momento in cui, invece, una parte dell’establishment economico e politico intende digitalizzare completamente ogni forma di pagamento allora un attacco informatico produrrebbe un default devastante per l’intera cittadinanza nella sua complessità.

    Mentre purtroppo per l’accesso ai sistemi sanitari e soprattutto al sistema di vaccinazione non esiste ancora un’alternativa per quanto riguarda i sistemi i pagamenti, l’uso del contante, ora più che mai, dovrebbe venire tutelato per evitare gli effetti devastanti di un attacco informatico che avesse per obiettivo i sistemi di pagamento elettronici.

    L’integralismo digitale che ammanta  buona parte della politica e del mainstream europeo dovrebbe trarre una serie di considerazioni importanti proprio in relazione alla sempre maggiore esposizione digitale” alla quale si sta portando l’intero sistema politico ed economico come quello relativo ai rapporti con la pubblica amministrazione.

    In questo contesto l’obiettivo di rendere sempre operativo e non penalizzante una possibilità alternativa al sistema informatico e all’uso del contante dovrebbe diventare un obiettivo di sicurezza finalizzato al mantenimento, anche se sotto attacco informatico, degli standard acquisiti.

    Una scelta che dimostrerebbe la volontà di assicurare il mantenimento dello stato dell’arte ad un sistema complesso come quello economico, politico e sociale di una società evoluta rispetto alla pura esaltazione dello strumento digitale.

  • «Sala sa solo vivere di rendite, noi del centrodestra abbiamo fatto grande Milano»

    Trovato il candidato sindaco, si ha limpressione che Sala continui a dettare lagenda, indicando ai milanesi quali debbano essere le loro priorità. E si ha anche limpressione che lopposizione abbocchi al gioco di Sala, polemizzando con le sue uscite invece di indicare ai milanesi una prospettiva alternativa per la loro città…

    «In realtà mentre il centrodestra ha un progetto chiaro per il futuro di Milano, la sinistra che ha amministrato per dieci anni la città, si trova nell’imbarazzo di non lasciare nulla di significativo per le future generazioni di milanesi. La giunta Albertini ha dato alla città i depuratori, ha restaurato la Scala, ha realizzato il teatro degli Arcimboldi, ha introdotto i vigili di quartiere e i custodi sociali, solo per citare alcune delle cose concrete realizzate. La giunta Moratti in soli 5 anni ha dato a Milano un’esposizione Universale, con tutte le grandi opere collegate come la linea 4 e 5 della metropolitana e la Darsena, ha introdotto il bike sharing e car sharing, ha realizzato il Museo del Novecento e dato l’avvio all’operazione strade sicure col coinvolgimento dell’esercito al fianco delle forze dell’ordine. Dunque crescita economica, lavoro, cultura, ambiente, grande dinamicità e sicurezza hanno caratterizzato uno sviluppo potente e sostenibile della città di Milano durante le giunte di centro-destra. Della giunta Sala ricorderemo invece le tasse locali fatte pagare ai commercianti, ai ristoratori e alle piccole attività chiuse durante la pandemia, la mancata capacità rendere disponibile un trasporto pubblico locale adeguatamente potenziato e sicuro quando sarebbe servito per proteggere i milanesi dai rischi di contagio, le strade piene di buche, le case comunali abbandonate al degrado, le periferie dimenticate, le pericolose ciclabili dipinte sull’asfalto, migliaia di monopattini inseriti nella circolazione senza regole a tutela dei pedoni e soprattutto una città nella quale il grado di sicurezza ha raggiunto livelli molto bassi. Ecco dunque spiegato perché il sindaco uscente sfugga al confronto sulle questioni concrete e sia costretto invece a cercare a tutti i costi la polemica con lo sfidante prof. Luca Bernardo».

    Fdi nei sondaggi è indicato come il primo partito a livello nazionale, la Lega come seconda a poca distanza. Non c’è il rischio che i milanesi e le loro aspettative possano finire frustrate in questo testa a testa, che le amministrative servano a risolvere questo derby nel centrodestra prima che a dare alla città un sindaco diverso?

    «A Milano io sono il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale e le posso assicurare che corriamo per vincere tutti insieme. Il centro-destra è compatto e lavora per dare alla nostra città una buona amministrazione in grado di rilanciare l’economia, creare ricchezza e posti di lavoro, benessere per tutti i cittadini e prendersi cura delle periferie abbandonate ormai da molti anni. Dopodiché, dobbiamo prendere atto che Fratelli d’Italia sta continuando a crescere, perché i cittadini apprezzano la coerenza, la serietà e la competenza che il partito ha saputo mettere in campo a partire dalla sua leader Giorgia Meloni, che dimostra ogni giorno con il suo lavoro di essere la più brava, la più preparata e la più tenace nel difendere sempre e prima di tutto l’interesse degli italiani e dell’Italia».

    Lei è stato assessore nell’ultima giunta di centrodestra a Palazzo Marino. Come è cambiata la città in questi 10 anni, in virtù di cosa il centrodestra può tornare a essere interprete credibile delle aspettative e delle esigenze dei cittadini e meritarsi il loro voto in autunno?

    «Sono stato assessore alle politiche del lavoro e dell’occupazione e mi sono occupato di Expo nella giunta guidata da Letizia Moratti. Quasi tutto quello che di positivo si è sviluppato in questi ultimi 10 anni è figlio del nostro lavoro. Mi spiego: Pisapia ha inaugurato Expo che la nostra giunta ha progettato, conquistato e donato a Milano e all’ltalia, analogamente in questi ultimi dieci anni sono state inaugurate le fermate della metropolitana 4 e 5, la Darsena e tante altri grandi opere che sono state finanziate e realizzate solo grazie al lavoro della nostra giunta. Quello che è terribile invece è che 10 anni di amministrazione di sinistra non lasciano grandi progetti finanziati per i prossimi anni. Ci toccherà dunque fare un doppio lavoro: prima risistemare la città ripristinando la sicurezza, riattivando una viabilità (che ora è bloccata dalle false ciclabili), facendo le manutenzioni delle strade, delle scuole e degli immobili pubblici non fatte in tutti questi anni, sostenendo le partite Iva, i piccoli commercianti e gli artigiani tartassati da questa amministrazione. Poi dovremo riportare Milano alla grandezza che le spetta, così come avevamo fatto con la giunta Moratti, rendendo Milano una delle città più belle, dinamiche, vitali, competitive e amate al mondo. Siamo pronti a dare avvio a una grande operazione di sviluppo sostenibile che rilanci l’economia, tuteli l’ambiente e porti a una grande crescita sociale, in grado di prendersi cura delle persone più fragili, partendo dagli anziani e dai disabili».

  • Ddl Zan: solo un gioco di bimbi

    Ogni persona legittimamente propone le proprie idee in qualsiasi ambito supportandole con visioni ideologiche, politiche e “valoriali” magari anche attraverso dati statistici a conforto delle tesi proposte. Il confronto con le posizioni avverse molto spesso scatena discussioni anche accese le quali hanno tuttavia il vantaggio di non presentare l’onere di alcuna tesi finale quando invece trovano nel semplice confronto la propria stessa ragione d’essere.

    In ambito parlamentare, invece, una discussione relativa ad argomenti e tematiche condivise per la loro importanza deve necessariamente trovare una sintesi con l’obiettivo di ottenere la massima maggioranza possibile disponibile al momento della sua votazione ed approvazione. Questa rappresenta una delle prime espressioni dell’essenza democratica stessa in quanto l’obiettivo rimane quello di approvare la legge e non semplicemente un gioco vanaglorioso di chi la propone.

    Sembra incredibile come si registrino invece, ancora oggi, il costante arroccamento e la totale chiusura a qualsiasi modifica, anche minima, del Ddl Zan dimostrata dai partiti proponenti. Un comportamento espressione implicita di una totale mancanza di flessibilità mentale a conferma di una sostanziale presunzione di correttezza e quindi insindacabilità della legge stessa ma soprattutto della superiorità del proprio pensiero.

    Se infatti l’obiettivo fosse veramente quello di offrire una ulteriore tutela normativa attraverso il Ddl Zan allora, confidando una minima sensibilità, lo stesso autore e promotore della legge si adopererebbe con l’obiettivo di trovare un ragionevole accordo invece di andare in Parlamento “incrociando le dita”, come lui ha affermato in relazione alla possibile mancanza di una maggioranza parlamentare per l’approvazione.

    Emerge, quindi, evidente come sempre più l’interesse da tutelare con la legge venga viceversa utilizzato semplicemente come uno strumento per affermare la propria supremazia ideologica e della compagine politica che lo sostiene. L’ennesima conferma di come l’insieme del variegato panorama politico autodefinitosi progressista non possa venire più identificato come il titolare e proponente di una visione politica con priorità valoriali ben definite. Al contrario, semplicemente in modo assolutamente autoreferenziale, lo stesso si considera l’unico titolare della verità assoluta e disprezzi tutto quanto sia al di fuori del proprio perimetro ideologico, da combattere, come la chiusura a qualsiasi modifica del Ddl Zan conferma.

    In questo modo “il mondo progressista” si dimostra fortemente oppositivo alla stessa dinamica della democrazia all’interno della quale si dovrebbe tendere sempre al raggiungimento di una più ampia possibile maggioranza specialmente per le tematiche sociali.

    Proprio i promotori del Ddl Zan sic et nunc si dimostrano i veri nemici del nostro sistema democratico in quanto accecati dalla propria presunzione ed intendono imporre le proprie idee invece di accettare la ricerca di una sintesi condivisa. Andrebbe ricordato a lor signori come il Parlamento non rappresenti un luogo per il gioco di bimbi presuntuosi e viziati.

  • L’indegno spettacolo

    A pochi giorni dall’ingresso nel semestre bianco del nostro Paese durante il quale il Presidente della Repubblica non potrà sciogliere le Camere, come norma di tutela contro una possibile ingerenza personale sulla democrazia parlamentare, lo spettacolo offerto dalla politica italiana è già indegno ed indecente.

    Da mesi il primo partito di maggioranza relativa vive una crisi interna che evidenzia il risibile spessore  culturale della propria classe dirigente: il riferimento ovviamente va ai 5 Stelle. Una crisi talmente grave ed imbarazzante se si considera come questi personaggi da teatrino delle marionette fino all’avvento dell’attuale Presidente del Consiglio Draghi fossero alla guida del nostro Paese dimostrandosi incapaci come mai prima dal dopoguerra ad oggi.

    A questa forza politica allo sfascio si è legato a doppio filo il PD in quale, con una strategia masochista e suicida, si trova ora costretto a svincolarsi da un movimento in cui emerge sovrana la propria nullità democratica, etica e politica. L’unico modo considerato idoneo per ottenere questo obiettivo rimane quello di negare ogni tipo di mediazione, come avviene invece ad ogni latitudine democratica nel mondo, per modificare la legge Zan e così ottenere tanto l’approvazione della legge stessa quanto una ritrovata armonia democratica. La presunzione in questo senso risulta pari solo alla volontà divisiva nel parlamento quanto tra la pubblica opinione ad opera della dirigenza del Partito Democratico in evidente crisi d’identità.

    Non paghi degli effetti di tale “strategia” il segretario del Pd cerca sempre più di sottolineare le proprie distanze dal proprio alleato del  governo di coalizione, cioè la Lega.

    Quest’ultima, del resto, invece di utilizzare tutte le proprie risorse per raggiungere gli obiettivi del governo in carica firma in Europa una alleanza con Orban in grado di mettere in crisi la stessa tenuta della maggioranza disorientando elettorato ed osservatori e costringendo il ministro dello Sviluppo economico a prendere le distanze da un simile accordo del segretario della Lega. Una scelta la cui unica motivazione risulta  quella di non lasciare campo libero all’unico partito di opposizione: Fratelli d’Italia.

    In questo contesto l’intero quadro politico, nessuno escluso, sta confermando, ancora una volta, come l’avvento del governo Draghi sia stato necessario e salvifico non solo per ottenere i fondi del PNRR ma soprattutto per la successiva gestione. I partiti, in altre parole, hanno già dimenticato le gesta dei governi Conte 1 e Conte 2 con i loro fallimenti (1. reddito di cittadinanza, 2. quota 100, 3. monopattini, 4. banchi a rotelle, 5. via della seta, 6. un milione di posti di lavoro persi, 7. Cashback, ora per fortuna azzerato, ma solo per fare qualche esempio).

    Proprio queste prove di assoluta inconsistenza hanno determinato la necessità della nascita del  governo Draghi come rimedio alla inadeguatezza governativa sempre supportata da ampie maggioranze parlamentari.

    Ora ognuno dei singoli partiti sta cercando, invece, di riottenere una maggiore visibilità da trasformare successivamente in consenso elettorale. Una strategia assolutamente autoreferenziale in quanto la riforma, anzi, l’ennesima riforma della legge elettorale con l’obiettivo di assicurare la vicinanza tra elettori e propri rappresentanti risulta assolutamente fuori da ogni tematica politica. In più  lo spessore culturale del Presidente del Consiglio sta rendendo trasparenti tutti i leader dei partiti della maggioranza sempre più affannati nei loro miseri giochi di bottega.

    Contemporaneamente il corpo accademico si lamenta della distribuzione geografica dei consulenti governativi scelti per la gestione dei fondi in quanto tutti “nativi” dell’Italia settentrionale, dimostrando come il manuale Cencelli geografico venga ancora considerato valido e preferibile ad una valutazione del merito e delle competenze.

    Con simili classi politiche ed accademiche ed all’interno di un quadro temporale di grandissima e troppo spesso drammatica eccezionalità, dopo un anno e mezzo di crisi senza precedenti,  l’intero quadro politico che compone questa maggioranza sta dimostrando di non aver compreso assolutamente la gravità della situazione e tantomeno individuato i comportamenti istituzionali adeguati da seguire per avviare la ripresa economica del nostro Paese.

    Durante gli anni Ottanta il costo della politica veniva considerato come una sovrattassa applicata all’economia produttiva. Dalla metà degli anni 90 ad oggi la ragione della nostra crisi endemica va ricondotta ad  una crescita economica  sempre valutabile in 1/3 della media europea, aggiunta ad  un’esplosione del debito pubblico e della spesa pubblica (+85% dal 2000 ad oggi), e risulta interamente attribuibile a questa classe politica in grado, ancora una volta, di dimostrare  il proprio spessore  partecipando a questo indegno spettacolo.

    Il nostro Paese merita di meglio se non altro per il Milione di posti di lavoro persi durante questa crisi  pandemica ormai già  dimenticati.

    Questi indegni comportamenti “istituzionali” dei rappresentanti della classe politica italiana dimostrano  come neppure i terribili 16 mesi di pandemia abbiano minimamente modificato la loro sensibilità .

    Tutto passa perché nulla passi nelle menti  degli italici politici impermeabili anche alle sofferenze dei cittadini italiani oltre ovviamente ai lutti di più di centoventisettemila (127.000) famiglie. Sedici mesi passati senza lasciare nessun segno nella loro coscienza.

  • Pensieri ed orrori

    Decine di guardie carcerarie violentano i detenuti, un sedicenne accoltella e finisce a calci una coetanea, nuovi morti annegati, tragedia quasi quotidiana, tra i profughi che arrivano dalla Libia, Grillo dà più o meno dell’incapace politico a chi, per sua scelta, è stato il Presidente del Consiglio per due anni e, se Grillo avesse potuto scegliere, lo sarebbe ancora, il centro destra ogni giorno annuncia un nuovo nome per la candidatura a Sindaco di Milano ma dopo settimane il candidato non c’è, si sono riaperti bar, discoteche, sale gioco, viaggi turistici ma in Europa il virus è in amento del 10% mentre in altri paesi continuano a morire troppe persone, in Brasile 2000 morti in 24 ore. In Italia c’è disoccupazione ma molti rifiutano i posti di lavoro disponibili ed altri non li possono accettare per mancanza di competenze e mentre si continua a ripetere che per tutte le malattie, covid in testa, la prevenzione e le cure domiciliari sono le più importanti continuiamo a non aver organizzato la medicina territoriale e manca almeno un quarto dei medici di base che sarebbero necessari. Mancano anche medici negli ospedali e paramedici e tecnici di laboratorio ma nessuno pensa a modificare il sistema di ingresso alle facoltà universitarie di questi settori, ingresso che dovrebbe essere consentito per capacità e non per test.

    Che commenti vogliamo fare? Se volete parlate voi altrimenti possiamo continuare a far finta di niente, a restare più o meno indifferenti, ad annunciare astensioni al voto che di fatto premieranno proprio quelli che dovrebbero essere puniti, che sono un po’ tutti per un motivo o per l’altro.

  • Il gesto libero dello sport

    Il gesto in quanto libero e spontaneo identifica il valore di chi lo propone, specialmente se coniugato ad una prestazione sportiva di altissimo livello. Lo sport rappresenta ormai l’ultimo palcoscenico espressione di valori formativi e propositivi rispetto allo sconfortante deserto proposto dagli ambienti politici. In ambito sportivo si possono esprimere liberamente ancora idee e valori tanto attraverso la pratica stessa quanto con gesti legati all’iniziativa individuale e quindi libera espressione di sensibilità e valori personali.

    Quando, invece, lo sport viene contaminato ed inquinato dalle aspettative che le varie compagini politiche hanno nei confronti di chi lo sport lo pratica viene meno lo stesso valore espresso dalla sport e dalla sua indipendenza confermata dai principi fondativi del Cio (Comitato Olimpico Internazionale).

    Una prestazione atletica vincente unita magari ad un gesto politico possono avere il massimo valore comunicativo in quanto si esprimono in un contesto agonistico vincente. In occasione degli Europei di calcio, viceversa, si intende costringere la Nazionale ad inginocchiarsi non tanto contro il razzismo, come qualcuno vorrebbe fare intendere dall’alto della propria visione ideologica e massimalista, quanto a favore di un singolo e ben definito movimento politico estremista. Quindi non a tutela di un diritto fondamentale ma semplicemente in appoggio ad una sua interpretazione politica.

    Viene dimostrato, ancora una volta, come le aspettative di alcuni personaggi politici nei confronti della Nazionale rappresentino la metastasi stessa della politica la quale, incapace di restare all’interno dei propri ambiti, pretende di utilizzare per la propria penosa propaganda lo sport e i suoi protagonisti.

    Questa evidente violazione della indipendenza dello sport trova la propria ragione non tanto nel tentativo di sensibilizzare il pubblico verso tematiche valoriali globali quanto di cercare di porre al centro dell’attenzione le proprie visioni ed interpretazioni ideologiche di parte attraverso l’uso inappropriato del contesto agonistico e sportivo.

    Lo sport rappresenta la sintesi di Potenza (1), Tecnica (2), Libertà (3) in un contesto di regole condivise (4). Termini evidentemente sconosciuti ad una parte della politica che intende appropriarsene senza avere le competenze minime che una qualsiasi pratica sportiva avrebbe loro insegnato.

  • Una triste pagina della vita politica contemporanea

    Niente di nuovo sotto il sole, le drastiche e violente dichiarazioni di Grillo contro Conte non sono un effetto del caldo ma il normale proseguimento di come, fin dall’inizio, Grillo ha basato ogni iniziativa “politica, la sua politica” sull’insulto, la delegittimazione, i vaffa. L’unica differenza tra ieri ed oggi è che i suoi strali ora li rivolge proprio contro la persona che lui ha voluto, imposto, come capo del governo difendendo e condividendo il suo operato anche nelle situazioni più critiche e palesemente sbagliate. Oggi Grillo scopre che Conte non ha visione, che non è adatto a dirigere, guidare i 5 Stelle, come può allora essere stato adatto, per volontà dello stesso Grillo, a dirigere l’Italia? Non c’è veramente più molto da dire, Grillo ha già detto e fatto da solo e le conseguenze le abbiamo pagate tutti, da chi in buona fede e per un po’ di superficialità gli ha dato retta, votando o partecipando non a un programma o a un partito ma credendo nell’illusione che si potesse insegnare, alle varie forze politiche tradizionali, che era necessario cambiare, a chi credeva di aver trovato la pietra filosofale per trasformare in meglio la propria vita. Illusi, avventurieri, ingenui e persone piene di speranza si sono uniti in quella che si sta rivelando una triste pagina della vita politica contemporanea, una pagina che ha bruciato anche oggettive capacità e innalzato per, fortunatamente, poco tempo personaggi da avanspettacolo a ministri.

    Comunque finisca questa pagina politica, sempre tra virgolette, le conseguenze sono state pagate da tutti e le pagheremo ancora per molto perché comunque quando l’improvvisazione, l’impreparazione e l’arroganza lavorano insieme i danni durano a lungo anche quando perdono parte del loro potere.

    Ringraziamo, si fa per dire, molta parte dei mass media che hanno dall’inizio dato visibilità e spazio eccessivo ed immeritato al grillismo e alcune forze politiche, Pd e Lega in testa, per aver sostenuto e condiviso la sciagurata esperienza di questi anni! Le loro valutazioni sbagliate, la loro corsa a voler governare comunque e con chiunque ci hanno portato a tutto questo. Continuiamo a credere, fatti alla mano, che Draghi rappresenti l’unica speranza per arrivare, nei tempi necessari, ad un confronto elettorale tra persone responsabili perché le elezioni non servono soltanto a far vincere questa o quella coalizione ma a far funzionare l’Italia nell’interesse degli italiani e gli italiani non sono avulsi dal resto del mondo e dai problemi di questa epoca.

  • Principi gestionali e manuale Cencelli geografico

    Una delle caratteristiche principali relativa alla gestione dei fondi europei straordinari legati alla presentazione del PNRR riguarderà certamente il rispetto, nelle realizzazioni infrastrutturali e nelle riforme, dei tempi indicati nelle progettualità presentate all’interno dei diversi ambiti sulla base delle quali il nostro Paese ha ottenuto questi fondi.

    Il margine operativo dei responsabili della gestione di tali fondi risulta quindi decisamente circoscritto al semplice rispetto e all’eventuale ottimizzazione dei tempi e alla creazione di possibili sinergie tra le opere durante la fase di realizzazione. In questo contesto, quindi, è assolutamente risibile l’appello portato avanti da un lotto cospicuo di economisti accademici i quali hanno sottoscritto un documento nel quale viene contestata a Mario Draghi innanzitutto la provenienza dei prescelti consulenti che non avrebbe rispettato la provenienza geografica dell’intero stivale italiano.

    Il nostro Paese, nel 2021, dopo una disastrosa pandemia che ha visto la perdita di oltre un milione di posti di lavoro, forse vede adesso la luce alla fine del tunnel. In questo contesto, quindi, comunque ancora di forte difficoltà ed incertezza legata anche agli effetti inflazionistici della politica monetaria espansiva unita al forte apprezzamento delle materie prime, l’intelligentia accademica progressista riesce ad esprimere all’interno di una strategia gestionale dei fondi europei la necessità della applicazione di un manuale Cencelli su base geografica. Un parametro decisamente imbarazzante per chi lo propone e che rappresenta ulteriormente come la crisi culturale del nostro Paese parta proprio dall’università.

    Questo parametro geografico di per sé qualifica lo spessore culturale dei sottoscrittori i quali, non paghi, criticano anche l’appartenenza ad un’area politica ed economica definita liberista dai firmatari degli stessi consulenti.

    Restando ovviamente legittime tutte le aree politiche di appartenenza si sottolinea come un minimo di preparazione in ambito economico permetterebbe a chiunque di comprendere come all’interno di questo piano straordinario i margini di intervento risultino assolutamente limitati alla sola area gestionale proprio per la loro natura stessa e per le condizioni che l’Europa ha posto. In altre parole, la dislocazione degli interventi infrastrutturali risulta già decisa in ambito europeo sulla base dei progetti governativi nazionali e per questi sono state destinate le risorse straordinarie.

    In questo contesto il consulente del presidente Draghi, indipendentemente dall’appartenenza politica e dalla provenienza geografica, dovrà assicurare il rispetto dei tempi previsti dal progetto presentato presso l’Unione Europea. L’attività dei consulenti infatti è limitata, come previsto dall’accordo PPNR, al solo aspetto gestionale e in nessun modo può venire estesa ad una “scelta discriminatoria” delle opere da finanziare con i fondi stessi.

    Il mondo universitario, ed in particolare la sua parte che si definisce progressista, esce ridicolizzato da questo appello basato su di un nuovo manuale Cencelli geografico e sull’incapacità di riconoscere la differenza tra potenzialità e responsabilità progettuali rispetto alle gestionali di un’opera pubblica.

    L’università si dimostra ancora una volta non più un luogo di sintesi delle diverse conoscenze ma una misera arena politica i cui gladiatori, molto probabilmente, sono stati scelti non sulla base delle competenze ma semplicemente sulla base delle appartenenze politiche.

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