Albania

  • Adesso, 62 anni dopo…

    La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

    dal “Manifesto di Ventotene”

    “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Iniziava così quell’importante testo, quel documento storico che è meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Sotto il significativo titolo “Per un’Europa libera e unita; Ventotene, agosto 1941”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, insieme anche con Ursula Hirschmann e altri, in quel documento sviluppavano ed esponevano le loro visioni su come potrebbe e dovrebbe essere la nuova Europa. Spinelli e Rossi in quel periodo, per le loro idee, si trovavano internati al confino nell’isola di Ventotene. Un documento nel quale gli autori argomentavano la necessità di costituire “…una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale”. Tutto scritto mentre la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e le sorti del conflitto erano ancora tutt’altro che previste.

    Circa nove anni dopo, il 9 magio 1950, Robert Schuman, l’allora ministro francese degli Affari Esteri, ha presentato una proposta concreta. Proposta che ormai viene conosciuta come la Dichiarazione Schuman e che prevedeva la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una proposta coraggiosa, tenendo presente la storia dei conflitti europei e, più in particolare, quelli tra la Francia e la Germania. Ma, allo stesso tempo, anche una proposta lungimirante, tramite la quale si definiva un nuovo modello, sovranazionale, di collaborazione tra gli stati sovrani, che apriva nuove e concrete prospettive per i paesi europei. Il perno della proposta di Schuman era un accordo tra i paesi aderenti, per mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio. “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Così dichiarava allora Robert Schuman. Quell’accordo è stato raggiunto circa un anno dopo e i paesi firmatari erano sei: la Francia, la Germania dell’ovest, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il rispettivo trattato è stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951. La lungimiranza della proposta di Schuman andava oltre ad un accordo economico tra paesi sovrani. E non a caso si riferiva al carbone e all’acciaio. Due materie prime che erano alla base della produzione degli armamenti e, perciò, direttamente legati ai conflitti bellici. Il carbone e l’acciaio erano, in quel periodo, due tra i più importanti elementi dell’industria e della potenza politica e militare sia della Francia che della Germania. Accordarsi sulla produzione comune di queste due materie prime, rappresentava una solida base per allontanare il continuo pericolo dei conflitti armati tra paesi e in vasta scala mondiale. Come la storia ha in seguito dimostrato, la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha spianato la strada alla costituzione, sei anni dopo, di quella che adesso è l’Unione europea.

    Costituzione avviata il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio. I rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dell’Olanda hanno firmato i due Trattati di Roma. Il primo era il Trattato che istituiva la Comunità Economica europea. Un trattato che doveva regolamentare e gestire l’integrazione economica dei paesi aderenti e che rappresenta ancora la base legale di diverse decisioni che si prendono nell’ambito dell’ormai Unione europea. Il secondo era il Trattato che istituiva la Comunità europea dell’Energia Atomica, attualmente riconosciuta come Euroatom. Il compito di questo Trattato era quello di regolamentare e gestire gli investimenti sull’energia nucleare, in pieno sviluppo in quel periodo. Jean Monnet, uno dei Padri Fondatori dell’Unione europea dichiarava allora: “Quello che bisogna cercare è una fusione di interessi dei popoli europei e non solamente il ‘mantenimento’ dell’equilibrio di questi interessi”.

    Dal 25 marzo 1957 ad oggi altri paesi hanno aderito all’ormai Unione europea. Nel 1986 i paesi membri erano diventati dodici. Dopo il crollo del muro di Berlino diversi paesi dell’Europa dell’est hanno aderito all’Unione. L’ultimo paese membro, in ordine di tempo, è stato la Croazia nel 2013. Adesione quella che ha fissato il numero complessivo dei paesi membri a 28. Altri paesi, soprattutto quelli balcanici, hanno ufficialmente presentato richiesta e stanno percorrendo il previsto processo dell’adesione nell’Unione europea.

    Ma c’è anche un paese, il Regno Unito, che dal 23 giugno 2016, dopo l’esito del referendum per la permanenza o meno nell’Unione europea, ha avviato le procedure per l’uscita. Circa il 52 % dei suditi della regina Elisabetta hanno votato per il “Brexit”, parola appositamente coniata per indicare l’uscita. Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Gran Bretagna è ormai nota a tutti. Dall’inizio di questo mese sono state tre le votazioni significative con voti trasversali in Parlamento, contro le mozioni presentate sull’accordo dalla premier Theresa May con il capo negoziatore dell’Unione europea Michel Barnier. Accordo che, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, stabiliva le procedure, diritti e obblighi compresi, per l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo 2019. Cioè a fine mese. Da sottolineare che, dal 2009, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di recesso di uno Stato membro dell’Unione europea dalla stessa Unione. In seguito, il Parlamento del Regno Unito ha votato per una proroga di questa data, nonché contro il “No deal”. Un’altro termine questo, coniato appositamente e che si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun ulteriore accordo. Il che, insieme con altre problematiche verificate nel frattempo crea altre incognite ed ulteriori grattacapi. Sabato scorso, il 23 marzo, erano circa un milione per le strade di Londra, secondo fonti mediatiche, a manifestare contro l’uscita e la revoca da parte del Parlamento del sopracitato articolo 50, che stabilisce l’atto di “divorzio” tra il Regno Unito e l’Unione europea. Rimane tutto da vedere e da seguire come andrà a finire questo “matrimonio” celebrato nel 1973.

    Tutto questo e altro ancora, movimenti populisti compresi, sono le realtà europee adesso, 62 anno dopo la firma dei due Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Realtà vissute, mentre soltanto due mesi dopo ci saranno le nuove elezioni per il Parlamento europeo.

    Chi scrive queste righe ha creduto sempre nel lungimirante progetto europeo dei Padri Fondatori, i quali, come ha detto Papa Francesco “hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore”. Egli crede in un’Europa fondata sui valori, sull’uguaglianza e sulla libertà, rispettando tutti i diritti e i doveri sanciti dagli accordi. Egli condivide il pensiero di Monnet secondo il quale “non c’è futuro per i popoli europei se non nell’Unione”. Essendo convinto però che non bisogna mai dimenticare l’ultima frase del “Manifesto di Ventotene”. E cioè che “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”. Anche per l’Albania, nonostante la grave e allarmante situazione in cui si trova.

  • Alcune doverose e inevitabili domande da fare

    La coscienza viene alla luce con la rivolta.

    Albert Camus

    Sabato scorso, 16 marzo, a Tirana si è svolta un’altra protesta contro il malgoverno. La quinta nell’arco di solo un mese e soltanto nella capitale dell’Albania. Era di nuovo una massiccia protesta, paragonabile, come numero di partecipanti, a quella svoltasi proprio un mese fa, il 16 febbraio. Mentre le ragioni e le motivazioni della popolazione, non solo della capitale, per protestare aumentano ogni giorno che passa. Così come aumenta anche l’irresponsabilità istituzionale del primo ministro albanese di fronte a una simile e allarmante situazione. Lui però continua a fare orecchie da mercante, sperando soltanto nel “generoso supporto dei rappresentanti internazionali” e nella polizia di Stato. Una polizia ormai pericolosamente politicizzata e al servizio del primo ministro. Il quale sta disperatamente sperando anche nella sua ben organizzata e potente propaganda, sostenuta dalla maggior parte dei media sotto controllo e da tanti analisti eunuchi che vendono l’anima al miglior offerente.

    L’ultima trovata del primo ministro, in vistosa crisi di nervi, la sua ennesima forzata messinscena sembra essere la costituzione di una “nuova opposizione”. L’ha così battezzata lui stesso, dopo che i deputati dell’opposizione, quella istituzionale, hanno ufficialmente rassegnato in blocco i loro mandati alcune settimane fa. Rassegnazione dei mandati, sulla quale il primo ministro ha scommesso contro e scherzato sopra, per poi perdere clamorosamente ed inaspettatamente la sua scommessa e ingoiare gli scherzi fatti. Adesso sta puntando tutto sulla sua “nuova opposizione”, rappresentata da certi personaggi al limite del grottesco e comunque senza nessun freno morale. Un ulteriore segno tangibile e significativo della profonda crisi istituzionale creatasi ormai in Albania. Intanto tutto il sistema è controllato personalmente da un primo ministro irresponsabile, mentre la Corte Costituzionale, l’ultimo e l’unico garante secondo la Costituzione albanese, da circa un anno non funziona più!

    Nel frattempo, da un mese, continuano in Albania le proteste dei cittadini disperati e irritati. Proteste che meritano la dovuta attenzione da parte di tutti. Anche perché stanno portando a galla fatti e realtà che il primo ministro e i suoi hanno cercato di tenere nascoste e fuori dall’attenzione pubblica. Adesso, di fronte a questi ultimi sviluppi legati alle proteste dei cittadini, si pongono naturali delle domande, alle quali ormai è obbligatorio dare delle risposte. Senza però mentire e tergiversare.

    Ormai ci si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi serve realmente la polizia di Stato? Ed è ancora la polizia di Stato, oppure è diventata una polizia politicizzata? Perché durante le proteste massicce delle ultime settimane in Albania, il comportamento di alcuni segmenti della polizia è stato tutt’altro che professionale. Basta riferirsi soltanto all’uso sproporzionato, ingiustificato e ingiustificabile di certi tipi di gas, in alcune “azioni di contenimento” per dissuadere e allontanare i protestanti. In base agli effetti provocati sull’organismo e secondo gli specialisti sembrerebbe che siano stati usati anche dei gas non lacrimogeni. Come in Siria, quando il regime di Basar al’Asad ha usato “strani gas” contro la popolazione. In più, alcune “operazioni di contenimento e di dissuasione” della polizia contro i protestanti, sembrerebbero mirare non tanto a svolgere professionalmente i compiti in casi del genere, quanto a creare delle determinate situazioni di “disordine e di violenza”. Per poi attribuire tutto ai protestanti, accusandoli di “generatori di disordini e di atti vandalici” e parlare di proteste violente. Da sottolineare che il ministro degli Interni, nominato soltanto alcuni mesi fa, è un zelante e sottomesso servitore del primo ministro. Mentre molti degli alti funzionari della polizia, oltre a quelli irreperibili e ricercati dalla giustizia per il traffico illecito della cannabis e altri gravi reati, sono stati e/o sono tuttora coinvolti in faccende occulte controllate dalla criminalità organizzata. Ovviamente con il beneplacito e dietro ordini ben precisi dei massimi livelli del potere politico. Perciò, a chi serve realmente la polizia di Stato?

    Ormai si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi servono realmente alcuni “rappresentanti internazionali” presenti e/o in missione ufficiale in Albania? I quali, con il loro incondizionato supporto al primo ministro peggiorano soltanto la situazione. Perché ormai questi “rappresentanti internazionali”, scegliendo la stabilità alla democrazia, sono stati talmente di parte e in alcune occasioni anche ridicoli, ripetendo parola per parola le stesse tesi propagandistiche e usando dichiarazioni e frasi che sembrano siano scritte proprio dalla mano del primo ministro. Come mai i “rappresentanti internazionali” non hanno sentito la puzza dei gas sproporzionatamente usati dalla polizia contro i protestanti? Anche se in alcuni casi i loro uffici/residenze si trovassero vicini e l’onda dei gas è arrivata anche lì. E come mai i “rappresentanti internazionali” non sono stati in grado di verificare e/o di capire le “operazioni tattiche di contenimento e di dissuasione” della polizia politica, per far sembrare tutto come “atti di vandalismo e di violenza”? Invece le proteste sono state veramente calme e pacifiche, se paragonate per esempio a quelle dei gilet gialli a Parigi e/o in altre città europee. Da dove, forse, provengono e vivono anche molti dei “rappresentanti internazionali”. Lo sanno i “rappresentanti internazionali” che i cittadini albanesi stanno protestando contro la povertà diffusa, contro l’allarmante e ben evidenziata corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, contro l’arroganza e la violenza governativa e contro tanto altro? Loro però e chissà perché parlano della “violenza” dei cittadini che protestano! Riescono a capire i “rappresentanti internazionali”, che la violenza e l’arroganza quotidiana esercitata dal primo ministro e dalle sue strutture speciali al suo ordine e servizio, è ben diversa e ha causato, tra l’altro, anche tante vittime umane innocenti? Compresi anche tanti bambini malnutriti?! Usare due pesi e due misure non fa onore a nessuno!

    Per fortuna adesso e ogni giorno che passa, i cittadini albanesi non credono più a quello che dicono i “rappresentanti internazionali” e scherzano con loro. Questo fatto, di per se, rappresenta una grande vittoria ottenuta da queste proteste. Un’altra vittoria delle proteste di queste settimane è di aver attirato l’attenzione dei più importanti media internazionali che, con la loro presenza diretta durante le proteste, stanno testimoniando realmente quello che sta succedendo in Albania e le ragioni delle proteste.

    Ormai le vere sfide sono quelle dell’opposizione politica in Albania. Riuscirà a tenere il passo dei cittadini, oppure deluderà di nuovo e come sempre ha fatto, da alcuni anni a questa parte? È tutto da vedere nei giorni a venire.

    Chi scrive queste righe è convinto che tra la stabilità e la democrazia per l’Albania, sceglierebbe sempre la seconda. Perché la migliore e la più duratura stabilità per un paese è quella raggiunta e garantita da un sistema veramente democratico. Egli considera abominevole e molto dannoso qualsiasi tentativo dei “rappresentanti internazionali” di sottomettere la democrazia alla stabilità. Vendendo anche l’anima.

  • Da porta a porta

    In molte occasioni gli uomini sono stati truffati da altri uomini…

    Bruno Vespa

    “24 ore da televisione a televisione e da giornale a giornale”. Così scriveva il primo ministro albanese l’indomani di un strano e insolito soggiorno in Italia. Lui è partito dall’Albania il 5 marzo scorso, prendendo il volo per arrivare a Roma. Ma non per qualche incontro ufficiale con i suoi omologhi. E neanche per partecipare a qualche vertice o conferenza internazionale. No. Lui è uscito dall’edificio del Parlamento, messo in stato d’assedio e circondato da ingenti forze di polizia e speciali, perché i cittadini stavano protestando di nuovo contro il malgoverno, e si è diretto in fretta e furia verso l’aeroporto per prendere il volo verso Roma. Degli abili e facoltosi “amici intermediari” gli avevano procurato alcuni spazi televisivi, per “togliere il fango dall’immagine dell’Albania”, come ha detto lui. Chissà però chi ha buttato quel fango addosso all’Albania…

    Sia per protocollo che per usanza un capo di Stato, oppure un primo ministro, tranne in rari casi imprevisti e/o di una determinata gravità, viene intervistato dai media nel suo paese. Salvo il caso in cui quella massima autorità statale non si trovi in un altro paese per cause ufficiali. Nonostante siano di due stature ben diverse, ma così è stato anche con il presidente Macron, intervistato precedentemente a Parigi da Fabio Fazio per la sua trasmissione “Che tempo che fa”, andata in onda il 3 marzo scorso. E così è stato sempre. Però il caso del precipitoso spostamento a Roma del primo ministro albanese diventa ancora può scandaloso perché la prima e la più importante apparizione televisiva è stata programmata e trasmessa in un insolito periodo, scarsamente seguito dal pubblico televisivo. Ospite di Bruno Vespa a “Porta a porta”, al primo ministro era riservata l’ultima parte della trasmissione, dopo mezzanotte. Il solo fatto di aver accettato un simile accordo e trattamento per niente dignitoso denuncia la grande difficoltà personale in cui lui si trova. Ma ad ognuno quello che realmente si merita!

    Che il primo ministro si trovi in una situazione grave, istituzionalmente e personalmente parlando, ormai lo sanno tutti. Sia in Albania che nelle cancellerie europee ed oltreoceano. Una situazione maturata giorno per giorno e da alcuni anni ormai. E non poteva essere altrimenti. Perché lui, consapevolmente aveva fatto la sua scelta, mentre chiedeva, nel 2013, il suo primo mandato come primo ministro. Aveva scelto di mentire spudoratamente con tutte le sue promesse elettorali allora per ingannare gli albanesi. Promesse mai mantenute in seguito. E per giustificare le precedenti inventava altre bugie e altre promesse, regolarmente mai mantenute, entrando così in un grave circolo vizioso. Aveva scelto di collaborare e condividere il potere con la criminalità organizzata, in cambio di voti, di tanti voti che gli hanno permesso, sia nel 2013, ma soprattutto nel 2017 di avere/riavere il mandato. Fatto dimostrato senza ambiguità le scorse settimane da alcune indagini dei media internazionali, compresa una, trasmessa a metà febbraio dal TG2 della RAI. Il primo ministro albanese aveva scelto di guadagnare miliardi per poi usarli per mantenere il potere, senza badare agli scandali, alla corruzione, al riciclaggio del denaro sporco e a tanto altro. Lo dimostra anche il rapporto ufficiale per il 2018 del Moneyval (Comitato degli esperti del Consiglio d’Europa per la valutazione delle misure anti-riciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo). In quel rapporto si scrive che “l’Albania è stata messa sotto sorveglianza intensiva”. Per poi analizzare tutto e di nuovo nella sessione plenaria del 2019 di Moneyval. E non poteva essere altrimenti in un paese in cui si valuta che circa un terzo del PIL proviene dal traffico illecito delle droghe. E dove il 79% degli albanesi tra i 15 e i 29 anni vuol lasciare per sempre il paese, secondo un rapporto Gallup dell’autunno 2018. E sono state proprio le consapevoli scelte del primo ministro a portarlo, inevitabilmente, in simili grosse difficoltà istituzionali e personali. Ragion per cui adesso, disperatamente, cerca di aggrapparsi a qualsiasi opportunità. Anche ad uno spazio televisivo dopo mezzanotte a “Porta a porta”.

    Tornando alla trasmissione di Vespa del 5 marzo scorso, oltre alla tarda ora dell’intervista, ha attirato l’attenzione anche la scelta degli ospiti. Erano in tre. Un giornalista italiano che molto probabilmente sapeva ben poco di quello che succede veramente in Albania e che, più della realtà albanese, parlò della Russia e dell’Iran. Poi c’era un imprenditore italiano che opera in Albania, con un modesto giro d’affari dichiarato e che forse vorrebbe avere il “sostegno” del primo ministro, se non c’è l’ha già, per aumentare il suo tornaconto. Poi, la ciliegina sulla torta, c’era anche un amico personale del primo ministro. Amico che procura al primo ministro, come ha dichiarato quest’ultimo, dei voli personali su aerei privati! (In casi simili, alcuni ministri e/o primi ministri europei hanno rassegnato le loro dimissioni.). Gli ospiti, almeno gli ultimi due, erano lì semplicemente per fare delle sviolinate al primo ministro in cerca di supporto. Come mai non era stato invitato nessuno che non la pensava come lui?! Rispettando così tutti i canoni del serio giornalismo in casi del genere. E, come se non bastasse tutto ciò, coloro che hanno la responsabilità della trasmissione “Porta a porta” hanno censurato anche un’intervista del capo dell’opposizione albanese, precedentemente registrata a Tirana e prevista come l’unica voce contraria. Lo ha denunciato quest’ultimo, evidenziando anche che l’accordo con la redazione è stato per un determinato spazio televisivo che, inspiegabilmente, è stato censurato e accorciato in seguito per circa il 40% del suo contenuto. Tutto ciò mentre i cittadini italiani pagano il canone RAI e, tra l’altro, hanno il diritto di pretendere come mai vengano fatte scelte del genere dagli autori della trasmissione “Porta a porta”.

    Il primo ministro poi, l’indomani, ha proseguito con alcune altre e simili interviste televisive. Con un solo obiettivo: curare e migliorare la sua immagine personale, facendo finta di “curare l’immagine rovinata dell’Albania”. Mentendo di nuovo da noto e recidivo imbroglione qual è, ha cercato di dare la colpa a tutti riguardo alla grave e precipitosa realtà in cui si trova attualmente l’Albania. Intanto il vero responsabile, almeno istituzionalmente, è proprio lui, il primo ministro. Trovandosi ormai di fronte ad un crescente malcontento popolare, espresso pubblicamente negli ultimi mesi dalle continue e massicce proteste, tuttora in corso. La prossima prevista per il 16 marzo prossimo. Sono proprio queste proteste che dimostrano meglio delle parole del primo ministro e delle sviolinate degli ospiti dopo mezzanotte a “Porta a Porta” del 5 marzo scorso, la vera, vissuta e sofferta realtà albanese.

    Chi scrive queste righe vuole sinceramente credere che Vespa abbia fatto tutto ciò in buona fede e che sia stato vittima di disguidi e di inganni, avendo subito, come lui stesso aveva detto precedentemente e per altre ragioni. E cioè che “In molte occasioni gli uomini sono stati truffati da altri uomini…”. Anche da coloro che, come il primo ministro albanese, bussano porta a porta e cercano di ingannare gli altri. Tutti gli altri. A tutti vale l’ammonimento di Cicerone “Farsi ingannare una volta è scocciante, due sciocco, tre turpe”.

  • A voi il giudizio…

    Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato.

    Indro Montanelli

    Sono partiti da Bruxelles tutti e sette, quelli che il 27 e 28 febbraio scorso sono venuti in una missione ufficiale a Tirana. Un gruppo che potrebbero ricordare, ma soltanto come associazione di idee, i famosi personaggi dei due film altrettanto famosi, con lo stesso titolo, “I magnifici sette” (di John Sturges – 1960 e di Antoine Fuqua – 2016). E invece no. Erano semplicemente dei rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. La loro missione era soltanto quella di raccogliere dati e informazioni attendibili, ben verificati e verificabili sulla reale situazione socio-politica albanese. Tutto ciò, in vista delle decisioni da prendere, a fine giugno 2019, riguardo al processo dell’adesione dell‘Albania nell’Unione europea. Ma la loro visita, prevista da tempo, ha coinciso con un periodo per niente tranquillo e normale in Albania. Da tre settimane decine di migliaia di cittadini, a più riprese, stanno manifestando nelle piazza di Tirana e di altre città. Le più imponenti manifestazioni sono state quelle di fronte ai palazzi del potere. Si protesta contro tutte le malefatte del governo. Si protesta e si continuerà a protestare contro l’allarmante corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e altri raggruppamenti occulti e contro tanto altro. Queste sono delle realtà vissute e sofferte quotidianamente e da alcuni anni ormai, su tutto il territorio del paese. E siccome i ministri del governo albanese sono soltanto dei pupazzetti nelle mani del primo ministro puparo, allora chi protesta chiede le dimissioni del primo ministro, come primo passo e come conditio sine qua non verso la normalizzazione. Per poi dare vita, al più presto, alla costituzione di un governo transitorio, con poche e ben definite missioni e con l’unico obbiettivo: quello di garantire, a tempo debito, elezioni libere e oneste, non condizionate e manipolate. Delle elezioni come in tutti i paesi evoluti, compresi quelli dell’Unione europa, da dove provenivano anche i sette rappresentanti in missione ufficiale a Tirana il 27 e 28 febbraio scorso.

    Il 28 febbraio, i sette rappresentanti del Parlamento europeo dopo aver incontrato, come previsto, tutti i fattori politici locali, hanno finito ufficialmente la loro missione con una altrettanto prevista conferenza stampa. Durante quella conferenza stampa, hanno dichiarato le loro opinioni, conclusioni e suggerimenti. A conferenza stampa finita e dopo essere stati resi pubblici i contenuti delle loro dichiarazioni ufficiali, sono stati in tanti quelli che sono rimasti delusi, disgustati, offesi e indignati. Perché quanto hanno dichiarato i sette rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo non aveva quasi niente in comune con la vera e vissuta realtà in Albania. Se avesse parlato il primo ministro non avrebbe detto altre cose. Con l’unica differenza però che da tempo il primo ministro non viene più preso sul serio. Sì perché, ogni giorno che passa, lui è diventato incredibile e ridicolo con le sue sfacciataggini, le sue bugie e le sue buffonate. Ragion per cui, anche le dichiarazioni dei sette rappresentanti del Parlamento europeo si devono prendere seriamente in considerazione e agire di conseguenza.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “le elezioni (parlamentari del 25 giugno 2017; n.d.a.) erano libere e oneste”. Se loro, prima di fare queste dichiarazioni, fossero stati dovutamente e seriamente informati su quanto è accaduto realmente durante quelle elezioni, allora dovrebbero avere ben più “importanti e convincenti” ragioni per fare simili dichiarazioni. Ed era loro obbligo istituzionale farlo. Se loro avessero, per lo meno, letto e/o seguito, soltanto in questi ultimi mesi, quanto è stato scritto da diversi e importanti giornali internazionali e/o quanto è stato trasmesso da altrettanti e noti canali televisivi internazionali sulla massiccia, diffusa e significativa compravendita dei voti, allora dovrebbero avere un bel coraggio a fare simili dichiarazioni e prendersi una simile responsabilità. Perché ormai sono documentati e di dominio pubblico tanti fatti accaduti ed evidenziati che dimostrano il diretto, l’attivo e il diffuso coinvolgimento della criminalità organizzata per condizionare e/o manipolare significativamente il risultato delle sopracitate elezioni, dietro “accordi occulti e prestabiliti” con il potere politico al governo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “il parlamento [albanese] è legittimo”. Perciò anche “il governo [albanese] è legittimo”! Ma come può essere considerato “legittimo” un parlamento costituito dopo simili elezioni?! Un parlamento che, guarda caso, ha come presidente proprio l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista, avendo lui, tra l’altro sulla coscienza anche tante vite umane in quel periodo. Perciò come può essere legittimo un governo votato da un simile Parlamento?!

    Invece, per quanto riguarda le accuse dell’opposizione sulle significative manipolazioni delle elezioni, i rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che sono delle accuse che devono essere trattate “dai tribunali e non dal parlamento”! Ma quali tribunali, quando tutto il sistema della giustizia, dati ed incontestabili fatti alla mano, sono ormai sotto il diretto controllo del primo ministro e/o di chi per lui?! Credere ad un simile “suggerimento” dei rappresentanti europei sarebbe una bella e buona offesa all’intelletto dei cittadini albanesi! Come minimo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo, riferendosi alla massiccia rassegnazione dei mandati parlamentari dei deputati dell’opposizione, hanno però dichiarato che “la rassegnazione dei mandati […] non è accettabile”! Cioè, secondo loro, in una simile e grave situazione, l’opposizione doveva continuare a fare la facciata di un “parlamento pluralista”, mentre la continua arroganza del primo ministro e della sua maggioranza non lascia il ben che minimo spazio d’azione all’opposizione. Così è stato dal 2013 in poi. Lo sapevano loro?

    Quelle erano soltanto alcune delle insensate, irresponsabili e vergognose dichiarazioni fatte pubblicamente e ufficialmente il 28 febbraio scorso a Tirana da “I magnifici sette” rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. E quasi sempre cadendo in palesi contraddizioni logiche. Ma loro sanno qual era la loro vera missione. E anche perché si sono comportati in quel modo. Le cattive lingue stanno dicendo questi giorni in Albania, che il “potere” del primo ministro albanese e del suo tutore, un miliardario speculatore di borsa statunitense, fanno miracoli. Anche tra e con i rappresentanti dell’Unione europea. Ma quella non è e non può essere l’Europa Unita ideata dai suoi Padri Fondatori.

    Chi scrive queste righe avrebbe molte altre cose da commentare e farle pubbliche, ma lo spazio è limitato. Lui si chiede semplicemente chi sono veramente, chi e cosa rappresentano realmente e a che gioco stanno giocando alcuni rappresentanti internazionali in Albania. E pensa di sapere anche la risposta. Per lui, a volte, meglio soli che male accompagnati. A voi il giudizio!

  • Stabilocrazia e democratura

    Anche l’ipocrita ha tre segni di riconoscimento: quando parla, mente;
    quando promette, manca alla promessa data; quando ci si fida di lui, tradisce.

    Maometto

    Stabilocrazia e democratura sono due neologismi coniati ultimamente e usati, quasi sempre, in una connotazione non positiva. Sono due parole che spesso, o quasi sempre, vengono usate per descrivere realtà socio-politiche in paesi con una democrazia fragile. Come nei Balcani. La prima è un incrocio tra le parole stabilità e democrazia. Mentre la seconda tra le parole democrazia e dittatura. Non esiste necessariamente una “regola fissa” di interdipendenza, sempre riferendosi alle realtà che rappresentano. Fatti alla mano però, quasi sempre la scelta della stabilità, giustificata da “ragioni geopolitiche”, per un paese/una regione ha compromesso i principi basilari della democrazia. Almeno analizzando quanto è realmente accaduto in diversi paesi e in diverse parti del mondo. Quando un paese si trova in uno stato di democratura, l’instaurazione anche di una stabilocrazia, per motivi di mutuale convenienza diventa più facile. Sempre dalle esperienze vissute nei Balcani, una democratura si presta, per degli interessi dei poteri politici locali, e dietro “suggerimenti e/o insistenze internazionali” a diventare, allo stesso tempo, anche una stabilocrazia. Ma certamente in una stabilocrazia, generata e/o derivata da determinati “accordi internazionali per motivi geopolitici”, si instaura, se non ci fosse già, una democratura. Questo è proprio il caso dell’Albania.

    In questo contesto, e tenendo presente quanto sta accadendo soltanto in questi ultimi giorni, il ruolo dei rappresentanti internazionali in Albania si potrebbe considerare negativo e dannoso. Ad ogni modo non equidistante dalle parti politiche e costruttivo. Sia il ruolo di alcuni rappresentanti diplomatici che di quelli dell’Unione europea e dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Così è stato anche durante e/o dopo le due proteste massiccie chiamate dall’opposizione, il 16 e 21 febbraio a Tirana. Ma soprattutto dopo la rassegnazione in blocco dei mandati parlamentari da tutti i deputati dell’opposizione, ufficializzato il 21 febbraio scorso, con soltanto due eccezioni. Rassegnazione dei mandati, come atto ultimo di fronte ad una arroganza, irresponsabilità e sordità governativa. Ma anche come un estremo atto politico in un periodo veramente allarmante per le sorti dell’Albania e degli albanesi.

    Con le loro reazioni e/o dichiarazioni di questi ultimi giorni, alcuni rappresentanti internazionali hanno condannato l’opposizione, schierandosi apertamente con il primo ministro. Anzi, sembrerebbe come se le loro dichiarazioni fossero state redatte proprio negli uffici del primo ministro. Purtroppo questo atteggiamento si è verificato spesso durante gli ultimi anni in Albania. Alcuni rappresentanti internazionali, per ragioni, motivi, e determinati orientamenti, alcune volte anche occulti, sono stati schierati e continuano a schierarsi al fianco del potere politico. E mentre in Albania i gravi scandali governativi si susseguono e si sovrappongono a ritmo preoccupante e pauroso, gli stessi rappresentanti diplomatici non hanno né occhi per vedere e né cervello per capire. E siccome sono “ignari”, rimangono muti come un pesce. Loro sanno anche il perché.

    Nel frattempo però i danni che procurano con il loro silenzio, di fronte a chiare evidenze, sono enormi. Così è stato durante questi ultimi anni in Albania, quando il paese è stato invaso dalla massiccia coltivazione della cannabis. Anche quando il traffico illecito della cannabis e di altre droghe pesanti preoccupava non solo i singoli paesi confinanti e le loro strutture specializzate. Con tanto di rapporti ufficiali, che alcuni rappresentanti internazionali in Albania avevano l’obbligo di conoscere. Così è stato anche quando, fatti alla mano, era evidente la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata. Fino al punto da non capire bene dove finisce il potere di quelli che governano e dove inizia quello della criminalità. E neanche chi condiziona chi e come. E questa è ancora una vissuta realtà. Anzi, adesso più di prima. Così è stato anche quando, con i milioni provenienti dal traffico illecito delle droghe, sono stati condizionati e/o manipolati significativamente i risultati elettorali dal 2013 in poi. Ma così è stato ed è anche quando gli scandali governativi milionari scoppiavano, e scoppiano, l’uno dietro l’altro. Così è stato anche quando dietro questi scandali c’erano alti funzionari dello Stato e/o ministri di questa maggioranza governativa. E così è stato anche quando il primo responsabile, almeno istituzionalmente, era ed è l’attuale primo ministro.

    Purtroppo il “silenzio” dei rappresentanti internazionali ha creato e continua a creare danni enormi. Così è stato anche quando sono state chiare e diverse le evidenze che testimoniavano il fallimento e/o l’impotenza della riforma del sistema di giustizia. Proprio di quella riforma, che alcuni rappresentanti internazionali, in coro con il primo ministro, da alcuni anni hanno sbandierato come un successo. Nonostante quella riforma ha causato, tra l’altro, anche la totale incapacità di funzionamento, da alcuni mesi, sia della Corte Costituzionale che della Corte Suprema. E nonostante quella riforma abbia permesso al primo ministro di fare le sue nomine preferenziali, ai vertici di tutte le istituzioni, sia quelle già esistenti, che quelle derivate dalla riforma stessa. Permettendo così al primo ministro in persona di controllare realmente tutto il sistema della giustizia. Ma nonostante queste paurose e pericolose realtà con il sistema della giustizia, nonostante tutti i danni ormai procurati, quelli in atto e altri che si effettueranno in futuro, se non cambia al più presto questa allarmante realtà, alcuni rappresentanti internazionali, non “vedono”, non “sentono” e non “capiscono” nulla. Come se niente fosse accaduto.

    Sono proprio quei rappresentanti internazionali che fanno finta di niente anche per quanto riguarda il percorso europeo dell’Albania. Mettendo così a repentaglio la sensibilità e la fiducia degli albanesi nei confronti dell’Unione europea. Nel frattempo i rappresentanti internazionali, compresi soprattutto quelli della Commissione europea, continuano a fare orecchie da mercante. Loro sanno le vere ragioni di simili comportamenti. Così è stato anche quando, dal 2014 in poi, all’Albania è stata sempre negata l’apertura dei negoziati come paese candidato all’adesione all’Unione europea. E sempre per mancato compimento dei criteri posti, che riguardavano e continuano a riguardare la lotta contro la criminalità organizzata, il sistema della giustizia, l’amministrazione pubblica ecc… Le opinioni del Consiglio dell’Unione europea e del Consiglio europeo sono state sempre negative. Così accade regolarmente dal 2014 in poi, mentre regolarmente l’opinione ufficiale e le raccomandazioni, sia della Commissione europea, che dei suoi più alti rappresentanti sono state sempre positive e entusiastiche! Chissà perché!

    Chi scrive queste righe è convinto che ormai, grazie anche ai rappresentanti internazionali, l’Albania è diventata una stabilocrazia e una democratura. Perciò agli albanesi non rimane altra scelta: ribellarsi per ottenere i loro sacrosanti diritti. Egli condivide quando ribadiva Benjamin Franklin. E cioè che ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio.

  • Dopo una protesta

    Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e,
    finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.

    George Orwell

    Era stata annunciata il 21 gennaio scorso, dopo una riunione dei rappresentanti dei partiti dell’opposizione. E subito dopo le strutture di quei partiti hanno cominciato ad organizzare tutto. L’obiettivo era quello di garantire quanto più partecipanti per una protesta massiccia e pacifica da svolgersi a Tirana. La data prestabilita era il 16 febbraio.

    Erano ormai dei lunghi mesi, dall’aprile 2018, che l’opposizione non aveva organizzato alcuna importante protesta. Da quel periodo però sono paurosamente aumentati gli scandali governativi. E, di pari passo, aumentava anche l’irresponsabilità istituzionale e personale, nonché l’arroganza e le spudorate bugie del primo ministro e dei suoi leccapiedi che cercavano di nascondere quanto accadeva. Per tutta l’estate scorsa, diversi alti rappresentanti dell’opposizione avevano dichiarato, a più riprese, che da settembre dovevano cominciare le proteste inarrestabili contro tutte le malefatte del primo ministro e del suo governo. Le ragioni erano tante e tutte convincenti. L’autore di queste righe, in quel periodo scriveva (Patto Sociale n.322): “Sarà tutto da vedere. Forse coloro che dirigono l’opposizione hanno beneficiato di un lungo periodo di “ritiro spirituale” estivo e porteranno a termine questa azione politica. Sarà anche la loro sfida, con tutte le conseguenze. Si vedrà, ormai è già settembre!”. E purtroppo niente è accaduto nei mesi successivi.

    Nel frattempo le ragioni per protestare contro il primo ministro e il suo governo sono soltanto aumentate. Negli ultimi mesi tanti gravi scandali governativi milionari si sono susseguiti gli uni agli altri. Scandali che, alla fine, hanno costretto il primo ministro a cambiare, il 5 gennaio scorso, la maggior parte dei ministri. Mentre era lui che doveva dimettersi e allontanarsi per primo. Una disperata mossa quella del primo ministro, per “gettare acqua sul fuoco”. Su quel fuoco acceso, più di un anno fa, dalla protesta per difendere dalla demolizione abusiva il Teatro Nazionale e poi dopo dalle proteste degli studenti, degli abitanti di un quartire della capitale e altre ancora, in diverse parti del paese. Tutte proteste che hanno scoperto clamorosi scandali governativi, nei quali era coinvolto direttamente, almento istituzionalmente, lo stesso primo ministro. E per sfuggire alle sue responsabilità lui ha scaricato, come sempre, la colpa sui suoi ministri. E li ha sostituiti con altre persone venute dall’anonimato con l’unico “valore”: quello di ubbidire ciecamente ai suio ordini e di fare il prestanome.

    Il 16 febbraio scorso i cittadini sono scesi in piazza numerosi. È stata una partecipazione molto significativa e, in qualche modo, anche inattesa. Perché sono state veramente tante le delusioni avute precedentemente dai dirigenti dell’opposizione in eventi simili. Soprattutto dopo il grande e clamoroso tradimeto di tutte le aspettative e della fiduacia data dai cittadini durante i tre mesi della “Tenda della Libertà”. Tradimento sancito dal famigerato accordo, mai reso trasparente, tra il capo dell’opposizione e l’attuale primo ministro il 18 maggio 2017, dopo tre mesi di crescente e convincente protesta. Accordo che ha garantito un mese dopo all’attuale primo ministro un secondo mandato. E non è stato, purtroppo, l’unico caso. Perché in seguito ci sono state anche altre continue delusioni, evidenziate costantemente e a più riprese, fino a questi giorni (Patto Sociale n.255; 262; 268; 274, 277, 280; 291; 296; 300; 324 ecc..).

    Però era ed è talmente grande e crescente l’irritazione e il disaccordo dei cittadini con la diffusa corruzione governativa, l’allarmante connivenza dei massimi livelli della politica con la criminalità organizzata, il continuo impoverimento della popolazione e tante altre malefatte del primo ministro e del suo governo, che hanno spinto i cittadini a scendere in piazza sabato 16 febbraio a Tirana. Superando così anche le delusioni causate dai dirigenti dell’opposizione. Superando, allo stesso tempo, anche le paure che cercava di diffondere nell’opinione pubblica la propaganda governativa, che ha fatto di tutto perché la protesta venisse boicottata dai cittadini, in un momento di profonda difficoltà per il primo ministro. Facendo uso, oltre ai media controllati, anche delle dichiarazioni ufficiali della polizia di Stato che si riferivano ad azioni violente durante la protesta, causate da persone pericolose, conosciute dalla polizia. Tutto per dissuadere i cittadini, delusi e arrabbiati, a partecipare all’indetta protesta del 16 febbraio. Le cattive lingue si chiedevano, in questi giorni, se la polizia li conosce, allora perché non li arresta, o almeno non neutralizza quelle “persone pericolose”? Per compiere, in questo modo, il suo dovere e obbligo istituzionale. Oppure stava programmando di fare uso di infiltrati e provocatori per “sporcare” la protesta e farla diventare “violenta”? Così si chiedevano le cattive lingue durante questi giorni.

    La protesta, di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri, è durata circa cinque ore. E’ cominciata con un gesto simbolico. Alcuni giovani hanno offerto dei fiori ai poliziotti, in file serrate, davanti all’edificio. Fiori che sono stati fermamente rifiutati. Poi, dopo che la protesta è ricominciata, alcuni manifestanti hanno superato le file serrate dei poliziotti e si sono diretti verso l’ingresso dell’edificio. Un ingresso bloccato appositamente da alcune impalcature di tubi metallici e di reti. I manifestanti (oppure infiltrati/provocatori?!) hanno cercato di aprire le porte, facendo uso di tubi e altro, staccati dalle impalcature. Subito dopo, dall’alto, alcuni poliziotti hanno lanciato granate di gas e hanno sparato con proiettili di gomma. Queste scene si sono ripettute diverse volte. Mentre i poliziotti stavano immobili e non reagivano per impedire agli “assalitori” di continuare con i loro “atti di violenza”. Sembrava più uno scenario ben ideato ed attuato che altro. E se così sia stato, ci sono riusciti. Perché subito la propaganda governativa, in pieno svolgimento della protesta, ha parlato di una protesta violenta. Purtroppo a queste insinuazioni, si sono aggiunte anche alcune dichiarazioni, nelle reti sociali e “in diretta”, di alcuni ambasciatori. Uno di essi, messo alle strette dai commenti, ha poi “cambiato” versione, contraddicendo se stesso.

    A protesta conclusa una cosa è stata certa e nessuno può/potrà testimoniare il contrario. Propaganda governativa e alcuni ambasciatori compresi. E cioè che in realtà non c’è stato nessuno scontro e/o atto di violenza tra i protestanti e la polizia durante tutto il tempo della protesta.

    La protesta continuerà giovedì 21 febbraio. Nel frattempo il capo dell’opposizione ha dichiarato ieri che i deputati del suo partito, il più grande dell’raggruppamento, rassegneranno i loro mandati da deputato. Bisogna vedere cosa faranno gli altri partiti. Un atto che potrebbe dare vita ad altri scenari e svolgimenti della protesta. Protesta che dovrebbe continuare fino al raggiungimento degli obiettivi preposti. Perché i dirigenti dell’opposizione hanno dichiarato a più riprese che questa volta non indietreggeranno senza l’allontanamento del primo ministro e la caduta del governo. O si allontanerà il primo ministro, oppure si allontaneranno loro stessi! Rimane tutto da vedere. Che sia la volta buona!

  • L’Italia, l’Europa e il silenzio assordante sull’Albania

    Da anni, puntualmente, ogni settimana Il Patto Sociale L’Albania pubblica un articolo sulla situazione albanese. Lo facciamo perché l’Albania è un paese a noi vicino non solo per lo stesso affaccio sull’Adriatico, ma perché le storie dei popoli del mediterraneo sono intrecciate da millenni e quei popoli che hanno subito le tragedie del comunismo hanno necessità di una particolare attenzione che li aiuti a procedere nel cammino della democrazia e della giustizia.

    Nei molti articoli scritti in questi anni da Milosao, il nostro corrispondente in Albania, abbiamo via via conosciuto i gravi problemi che affliggono il paese dove  ancora una parte del mondo politico è adiacente ad attività criminali, e questo, purtroppo non è un problema solo albanese. Abbiamo seguito lo sviluppo economico di una parte dell’Albania, sentito di una forte presenza italiana nel settore imprenditoriale e appreso che molti nostri connazionali vi vivono per le bellezze ambientali e il più conveniente costo  della vita, inoltre alcuni progressi albanesi sono stati apprezzati  dall’Unione europea con la quale i rapporti sono diventati più stretti. Negli articoli di Milosao abbiamo saputo degli scandali, delle ingiustizie, della corruzione e dell’insofferenza che sempre più aumentava nella popolazione. Ora gran parte del popolo è sceso in piazza assediando i palazzi del potere. Questa insofferenza che cresceva di settimana in settimana nel corso di lunghi mesi come è sfuggita agli interlocutori internazionali? Agli osservatori europei? Al governo italiano che sa di avere in Albania suoi militari, specie della finanza di mare, per controllare ed impedire lo spaccio di droga, di carburante e di uomini? L’assordante silenzio di tutti, giornalisti compresi, che sembra abbiano scoperto solo ora una realtà di scontento esasperato, di difficoltà nel processo di legalità e democrazia dopo che le proteste sono esplose così forti in piazza, tutti hanno ignorato le altre manifestazioni e i diversi segnali, dimostrando una totale incapacità di visione geopolitica, incapacità che rafforza i già gravi timori che avevamo ed abbiamo.

    La politica non è Twitter, una frase ad effetto ma conoscenza e perciò studio di quanto avviene, non solo sul suolo nazionale ma anche ai nostri confini e più oltre ancora. Chi non l’ha capito non può governare né in Italia né in Europa. Ovunque stanno esplodendo situazioni difficili e pericolose anche per la nostra stabilità e sicurezza, è ora di comprenderlo e di prendere decisioni consapevoli, non come è stato fatto per il Venezuela.

  • In nome dei diritti

    Non appena qualcuno si rende conto che obbedire a leggi ingiuste
    è contrario alla dignità dell’uomo, nessuna tirannia può dominarlo.
    Mahatma Gandhi

    Nella seconda metà del XVIII secolo si accentuarono gli attriti e gli scontri armati tra le popolazioni delle colonie britanniche della costa atlantica del nord America e l’esercito del re Giorgio III di Gran Bretagna. Scontri che si trasformarono in una vera e propria guerra, dall’aprile 1775 fino a settembre 1783. Guerra che si concluse con la proclamazione dell’indipendenza delle tredici colonie, che formarono gli Stati Uniti d’America. In quel periodo critico per le popolazioni delle colonie, alcuni lungimiranti uomini erano convinti che la proclamazione dell’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna era l’unica soluzione. Ormai essi sono considerati come i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America.
    Riuniti in un congresso a Filadelfia, i rappresentanti delle tredici colonie proclamarono, il 2 luglio 1776, l’indipendenza delle colonie dall’Impero britannico. Per l’occasione è stato reso pubblico anche un documento, quello della Dichiarazione dell’Indipendenza. Documento che viene considerato tuttora come uno dei più importanti testi della storia mondiale degli ultimi secoli. Alcuni concetti base di quel documento continuano a rappresentare dei saldi pilastri del pensiero democratico e giuridico. In seguito quei concetti sono stati adottati e hanno trovato espressione in diverse Costituzioni e nelle giurisprudenze di altrettanti Paesi evoluti in tutto il mondo. Partendo proprio dalla Costituzione statunitense, resa pubblica il 15 settembre 1787 ed entrata in vigore due anni dopo.
    Nel secondo paragrafo della Dichiarazione di Indipendenza, i Padri Fondatori affermavano: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
    Un altro documento, altrettanto importante, è anche La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 26 agosto 1789. Nel primo articolo di questa Dichiarazione si stabilisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti…”. Per arrivare poi, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata a Parigi il 10 dicembre 1948, con la Risoluzione 217 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche in questo documento, nel primo articolo si sancisce che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti…”. Per poi stabilire, nel secondo articolo che: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione”.
    Sono dei sacrosanti diritti, per i quali l’umanità, da secoli, ha combattuto e continua a combattere. Sono dei diritti inalienabili, nati insieme con l’uomo e che con l’uomo devono rimanere sempre. Diritti che rappresentano chiari e invalicabili punti di riferimento e che si intrecciano e trovano espressione anche nei valori fondamentali dell’umanità.
    In nome di quei diritti domenica 10 febbraio, è stato onorato il quindicesimo anniversario del giorno del ricordo delle Foibe. Una ricorrenza per non dimenticare, tra l’altro, tanta atrocità, tanto odio, ma anche una diabolica strategia di sterminio e di pulizia etnica messa in atto da parte dei titini. Oscenità e crudeltà attuate soprattutto tra il 1943 e il 1945, ma anche alcuni anni in seguito, che hanno causato migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati, uccisi, incatenati e buttati, qualche volta anche vivi, nelle foibe. Ma purtroppo, il calvario dei profughi e dei sopravvissuti degli eccidi delle foibe, non di rado è continuato anche nel territorio della madrepatria. Tutto quanto rappresenta, tra l’altro, anche delle palesi e urlanti violazioni degli inalienabili diritti della vita, della libertà, della proprietà e della cittadinanza.
    In nome di quei sacrosanti diritti e di quei valori sono stati sempre degli individui, dei gruppi etnici e/o sociali, nonché delle intere popolazioni, che hanno contribuito a rovesciare sistemi e regimi, mettendosi dalla parte del giusto e del bene. In nome dei diritti continuano a protestare in Venezuela. Chiedono il riconoscimento dei loro diritti anche i gilet gialli in Francia. In nome dei loro diritti, da giorni ormai, stanno protestando anche i pastori e gli allevatori in Sardegna.
    Papa Francesco, nel suo messaggio per la 52a giornata della Pace, parlava anche dei vizi della politica. Si riferiva a quei vizi che “indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale”. E soprattutto chiedeva il rispetto dei diritti dell’uomo da parte di tutti, sempre e ovunque.
    In nome dei diritti sono tante e continue le ragioni per cui i cittadini dovrebbero e devono protestare anche in Albania. In alcuni casi lo stanno facendo. Da più di un anno ormai, si sta protestando quotidianamente per la difesa del Teatro Nazionale. Teatro che il primo ministro vuol distruggere, per poi costruire dei grattacieli in pieno centro di Tirana (Patto Sociale n.316). Stanno protestando quotidianamente, da più di tre mesi, anche gli abitanti di un quartiere della capitale che rischiano di avere le loro case distrutte. Anche in questo caso per dare vita ad un famigerato progetto, palese espressione dell’abuso del potere e della corruzione governativa. E tutto ormai è stato verificato, fatti e dati alla mano. Dall’inizio dello scorso dicembre stanno protestando anche gli studenti delle università. Anche loro protestano convinti, in nome dei loro diritti, violati continuamente e senza scrupoli da chi governa. Non sono mancati neanche altri casi di proteste in altre città e per altre specifiche ragioni. Ma sempre per difendere i diritti calpestati dei cittadini. Quei diritti che le leggi in vigore dovrebbero tutelare. E che, invece e purtroppo, si sta dimostrando che le leggi non sono uguali per tutti.
    In Albania la situazione sta peggiorando precipitosamente ogni giorno che passa. E ogni giorno che passa si sta verificando la restaurazione di un nuovo regime, voluto e ideato direttamente dal primo ministro e attuato dai suoi luogotenenti. In queste condizioni l’opposizione ha chiamato i cittadini a scendere in piazza sabato prossimo, 16 febbraio.
    Chi scrive queste righe valuta che questa opposizione, negli ultimi anni, non ha convinto per niente. Anzi! I dirigenti dell’opposizione hanno infranto e smentito, a più riprese, la fiducia dei cittadini. Che sia questa la volta buona, dopo tante delusioni! Nel frattempo chi scrive queste righe è convinto che sono tantissime e sacrosante le ragioni non solo per protestare in Albania, ma per ribellarsi. Dando ragione a Balzac, per il quale la rivolta è il risultato della riflessione delle masse. Soltanto così, considerando la vissuta realtà, si può arrivare a rovesciare il regime del primo ministro. In nome dei diritti!

  • La grande e irresponsabilmente assente

    Le bugie sono per natura così feconde,
    che una ne suole partorir cento.

    Carlo Goldoni

    Dal 23 gennaio scorso in Venezuela tanti cittadini sono scesi nelle piazze per protestare contro il regime del presidente Nicolàs Maduro. Lui ha avuto un secondo mandato, dopo le molto contestate elezioni presidenziali del 20 maggio 2018. Elezioni boicottate dall’opposizione, come un’aperta protesta contro il regime del presidente. Erede politico di Hugo Chaves, dal 2013 Maduro ha scatenato il malcontento di tantissimi venezuelani. Malcontento scatenato di nuovo con forza dopo che il 9 gennaio 2019 ha ufficialmente avuto il suo secondo mandato. Il 23 gennaio scorso però, il capo dell’opposizione si è auto-proclamato presidente ad interim, durante una grande manifestazione. Lui, Juan Guaidó, che il 5 gennaio 2019 ha avuto il suo mandato come presidente del Parlamento, ha espresso la sua disponibilità ad assumere l’incarico di Presidente, considerando Maduro come “usurpatore illegittimo”. Sono note ormai anche le richieste dell’opposizione: dimissioni di Maduro, un periodo di transizione democratica, che porterà i venezuelani a nuove e libere elezioni.

    Nel frattempo diversi Paesi hanno espresso la loro posizione, pro e contro la proposta per nuove elezioni in Venezuela. In supporto dell’opposizione si sono schierati Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Australia, tutti i paesi sudamericani [tranne il Messico], nonché l’Unione europea. Un aperto appoggio per il presidente Maduro, lo hanno invece espresso Russia, Cina, Turchia, Siria, Iran, Cuba e Bolivia. Similes cum similibus congregantur (I simili si accompagnano con i loro simili) dicevano i saggi latini! Sono diventate emblematiche le parole del presidente turco Erdogan. Parole dette la scorsa settimana, durante una telefonata con Maduro: “Fratello Maduro, resisti, siamo al tuo fianco!”.

    In attesa di ulteriori sviluppi, durante la settimana appena inziata, i venezuelani sono stati chiamati a partecipare numerosi a due nuove manifestazioni. La prima, di due ore, avrà luogo mercoledì a mezzogiorno. La seconda sabato prossimo, 2 febbraio, prevista come una manifestazione massiccia che si svolgerà “in ogni angolo del Venezuela e del mondo”. Gli opinionisti considerano come molto importante il ruolo dell’esercito venezuelano nei giorni a venire. L’opposizione ha promesso un’amnistia per tutti coloro, soldati e ufficiali, che non daranno più appoggio al regime di Maduro. Il quale però, continua a fare il gioco duro, apparendo in pubblico vestito con una tuta da lavoro, mentre avviava delle esercitazioni militari. La situazione in Venezuela è grave e seriamente preoccupante, con le parti schierate ben determinate l’una contro l’altra. Con dietro anche i sopracitati supporti internazionali. Intanto la maggior parte dei venezuelani stanno soffrendo da tempo le conseguenze di una povertà diffusa. Una situazione che peggiora ogni giorno che passa.

    La situazione non è per niente buona e tranquilla neanche in Albania. Anzi! Ma per vari motivi, alcuni anche “di interesse geopolitico”, quanto accade lì non ha la stessa attenzione mediatica come, giustamente, la sta avendo il Venezuela. Dopo aver vinto le elezioni del 2013 con metodi e mezzi poco ortodossi, promettendo mari e monti, l’attuale primo ministro sta diventando, anche lui come Maduro, un autocrata. Convinto, però, che tali promesse erano soltanto parole al vento. Ma dal 2013 in poi la situazione in Albania cominciò a precipitare. Come in Venezuela. All’inizio però, la propaganda governativa riusciva e nascondere e/o giustificare la realtà. Con una regia centrale, capeggiata direttamente dal sempre più onnipotente primo ministro, il nuovo regime che si stava instaurando in Albania, ha nascosto i suoi legami e la sua connivenza con la criminalità organizzata. Per qualche tempo, però, perché ormai questa realtà è ben conosciuta sia in Albania che all’estero. Il regime, sempre con una regia centrale e la sua ben organizzata propaganda, ha nascosto all’inizio la coltivazione massiccia e diffusa, sul tutto il territorio, della cannabis, così come anche il suo traffico illecito. Traffico che continua tuttora. Per qualche tempo però, perché anche questi fatti sono ormai noti non soltanto in Albania, ma anche all’estero. Italia ,soprattutto, compresa. Allo stesso modo e con gli stessi mezzi, il regime, con la sua ridondante propaganda, ha cercato di nascondere la pericolosa propagazione della capilare corruzione in tutte le strutture governative e statali. Fortunatamente per qualche tempo però, perché ormai gli scandali corruttivi vengono fuori numerosissimi a galla. E di questa corruzione governativa adesso se ne sono accorti anche in diversi Paesi europei e oltreoceano. Con una regia centrale, capeggiata direttamente dal primo ministro, ma anche con il grande supporto di un miliardario speculatore di borsa statunitense, tramite le sue strutture ben radicate in Albania, finalmente il primo ministro controlla pienamente e in prima persona anche il sistema della giustizia. Tutto il sistema. Perciò è diventanto quello a cui secondo le cattive lingue mirava: uno che controlla tutto e tutti. Come il suo amico Erdogan. E come Maduro, salito anche lui al potere nel 2013, sta cercando adesso di far fronte al diffuso malcontento popolare. Malcontento che cresce di giorno in giorno. Perché dal 2013 ad oggi, il primo ministro albanese non ha fatto altro che governare non il paese, ma gli innumerevoli scandali che non riusciva più a controllare.

    E come in Venezuela, anche in Albania i cittadini devono reagire. Tutti e uniti, contro il regime instaurato dal primo ministro. Ma diversamente dal Venezuala, l’opposizione politica in Albania purtoppo non convince. Ha smentito e tradito clamorosamente, a più riprese, la fiducia data dai cittadini. Ma anche in Albania, come in Venezuela, mentre il malcontento popolare, studenti compersi, sta dando seri grattacapi al primo ministro e al suo regime, la screditata, e “strana” opposizione politica, per l’ennesima volta ha chiamato i cittadini a protestare il 16 febbraio prossimo. Che non sia, però, anche l’ennesima bugia fatta ai cittadini! Come è successo da qualche anno a questa parte. Colmando con il vergognoso e mai spiegato abbandono della “Tenda della Liberta” il 18 maggio 2017. Abbandono, dopo un altrettanto vergognoso e mai spiegato accordo tra il capo dell’opposizione e il primo ministro, che ha garantito a quest’ultimo una facile vittoria elettorale il 25 giugno 2017 (Patto Sociale n.255; 262; 268; 280; 291; 296; 300; 324 ecc..). Sarà tutto da vedere perciò, quanto accadrà in Albania in queste settimane, fino al 16 febbraio prossimo. Giorno scelto dai vertici dell’opposizione per protestare contro il malgoverno.

    A chi scrive queste righe vengono però naturali alcune domande. Vista la grave situazione in cui versa il paese, allora perché attendere fino al 16 febbraio? Perché non già subito, anzi, da ieri? Sarà forse perché i dirigenti dell’opposizione sanno che non hanno più l’appoggio della gente? Sarà perché i dirigenti dell’opposizione sono consapevoli che non sono più credibili, con le tante e ripetute bugie e delusioni che hanno generato tra la gente, calpestando clamorosamente la loro fiducia e le loro aspettative? Chissà! Rimane tutto da vedere. Nel frattempo e da qualche anno però, l’opposizione è la grande e irresponsabilmente assente nella scena politica albanese.

  • Governano soltanto scandali

    Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi.

    Ernest Hemingway

    Alì Babà è il personaggio famoso di un altrettanto famoso racconto persiano, molto conosciuto in tutto il mondo. Si tratta di un poverissimo talgialegna, che per guadagnare quel poco che gli serviva per vivere, lavorava dalla mattina al calar della sera. Un giorno, proprio per caso, mentre stava tagliando legna, sentì delle grida e altri rumori. Alì Babà fece appena in tempo a nascondersi, quando vide un gran gruppo di persone a cavallo, che si fermarono di fronte ad un roccione. Tutti i cavalli erano carichi di sacchi e di giare. Erano i famosi e molto temuti quaranta ladroni. Poi il capo dei ladroni gridò ad alta voce “apriti Sesamo!” e, come per magia, il roccione si aprì in due parti e i ladroni entrarono dentro, in una grande caverna. Appena entrati tutti, Alì Babà sentì di nuovo la stessa voce gridare “chiuditi Sesamo” e il roccione si chiuse. Incuriosito, Alì Babà restò nascosto finché i quaranta ladroni, usciti di nuovo dalla caverna, si allontanarono, lasciando dietro un gran polverone. Poi, avvicinandosi al roccione, gridò anche lui “apriti Sesamo!”. Entrò dentro nella caverna e restò come impietrito. La caverna era piena di gioielli, di pietre preziose, di monete d’oro e moltissimi altri tesori. Era il covo nascosto dei quaranta ladroni. E poi la storia di Alì Babà continua…

    Il 14 gennaio scorso un deputato olandese ha consegnato al ministro degli Esteri del suo Paese un elenco di otto domande, riferendosi alla preoccupante realtà albanese. E non a caso, ma perché il ministro e i suoi collaboratori si stavano preparando per una visita ufficiale in Albania. Visita prevista e realizzata tre giorni dopo, e cioè il 17 gennaio 2019. Il deputato era, però, uno dei nove deputati degli Stati Generali dei Paesi Bassi, il Parlamento olandese, che sono stati in missione ufficiale in Albania all’inizio del maggio 2018. Con un compito preciso e ben definito: dovevano raccogliere dati e informazioni attendibili e ben verificati riguardanti la situazione socio-politica albanese. Alla fine della loro missione essi dovevavo preparare un rapporto per il Parlamento olandese. Tutto in vista delle decisioni che le istituzioni olandesi dovevano prendere, a fine giugno 2018, sia in sede locale che in quella europea, sull’apertura dei negoziati per l’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Perciò il sopracitato deputato è una persona che conosce bene la realtà albanese. Parte di quelle otto domande, che lui ha consegnato al ministro degli Esteri olandese, si riferivano alle violazioni fatte, dal governo albanese e/o dalle istituzioni pubbliche, governative e statali, all’Accordo di Stabilizzazione e Associazione tra l’Albania e l’Unione europea. Accordo che è entrato in vigore già dal 1º aprile 2009 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea 28 aprile 2009). Altre domande del deputato olandese per il ministro degli Esteri del suo paese riguardavano alcuni tra i tantissimi, innumerevoli e continui scandali, pubblicamente noti, in cui sono stati direttamente coinvolti, prove alla mano, il primo ministro, almeno come persona istituzionalmente responsabile, ministri del governo, e/o determinate istituzioni pubbliche, governative e statali in Albania. Scandali che riguardano clamorosi e milionari appalti pubblici. Il deputato olandese si era limitato però, soltanto ad alcuni, ma molto significativi scandali di questi ultimi mesi. Si tratta di appalti che violano palesemente non solo la legislazione albanese in vigore, ma anche le normative europee, obbligatorie per l’Albania, come previsto e sancito dagli accordi ufficiali. Una delle domande, fatta dal deputato al suo ministro, era la seguente: “Si potrebbe dare un esempio di un progetto importante in Albania, per il quale le procedure dell’appalto [pubblico] siano svolte in accordo con le regole dell’Unione europea?”. Domanda molto significativa, che rispecchia e testimonia quanto accade continuamente, da alcuni anni a questa parte, in Albania.

    Il ministro degli Esteri olandese ha svolto la sua visita ufficiale in Albania il 17 gennaio scorso. Il caso ha voluto che la sua visita avvenisse in un momento delicato, socialmente e politicamente parlando. Socialmente perché da alcune settimane continuano le proteste degli studenti e di altri gruppi di interesse, contro diversi scandali clamorosi. Scandali, sui quali dovrebbe essere stato ben informato anche il deputato olandese, prima di consegnare, il 14 gennaio scorso, il sopracitato elenco di otto domande al ministro degli Esteri del suo paese. Scandali che sono soltanto una minima parte di quelli pubblicamente noti ad oggi in Albania. E che, ovviamente, sono una minima parte di tutto quello che è realmente accaduto in Albania dal 2013 ad oggi. Ma il caso ha voluto che la visita del ministro degli Esteri olandese avvenisse anche, e soprattutto, in un momento di grande e seria difficoltà politica per il primo ministro e la sua maggioranza governativa.

    Sì, perché il 5 gennaio scorso il primo ministro, dopo la continua pressione delle proteste, ha ceduto. Ha ceduto perché non è stato in grado di controllare e/o manipolare le proteste. Ha ceduto perché hanno fallito tutti i suoi continui tentitivi per mentire, corrompere e/o minacciare i protestanti. Ha ceduto perché è diventato pubblicamente molto ridicolo con le sue dichiarazioni in dirette televisive e/o nelle reti sociali, apparendo per quello che veramente è: un incapace arrogante, che cerca di nascondere la sua incapacità e la sua vigliaccheria dietro le battute e le frasi ad effetto. Il 5 gennaio scorso, lui è stato costretto a sostituire, di punto in bianco, la maggior parte dei ministri. In realtà si doveva dimettere lui per primo. Ma non lo ha fatto, perché per lui tutti hanno/potrebbero avere colpa, tutti si possono sostituire, tranne lui. Nonostante lui sia stato sempre un primo ministro che, da quando ha avuto l’incarico, non ha fatto altro che governare non il paese, bensì tantissimi e innumerevoli scandali.

    In una simile situazione socio-politica ha svolto la sua visita ufficiale in Albania il ministro degli Esteri olandese. Il “caso” ha voluto che il suo omologo albanese fosse tra i ministri destituiti il 5 gennaio scorso. Durante la breve e un po’ imbarazzante conferenza stampa, il ministro olandese, non a caso, ha dichiarato, tra l’altro, che “l’Unione europea è l’Unione dei valori e del dominio della legge”. Tutto sommato, le otto domande del deputato olandese hanno fatto il loro dovuto effetto. Ma lui, il deputato olandese, come tanti altri, non può sapere quanto si siano veramente arricchiti quelli che in Albania, da alcuni anni, stanno governando soltanto scandali. Ci vorrebbe forse un Alì Babà, uscito dei racconti fiabeschi, per scoprire l’immensa richezza di quei ladroni.

    Chi scrive queste righe da tempo insiste sull’obbligo morale, civile e patriottico degli albanesi onesti di non rimanere più indifferenti in una simile realtà. Per vari e sacrosanti motivi. Perciò a lui sembra appropriato quanto scriveva Hemingway nel suo romanzo Per chi suona la campana. E cioè che “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi”.

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