Albania

  • Finanziamenti occulti in cambio di influenze internazionali

    Chi nasce tondo non può morire quadrato.

    Proverbio  

    Era il 9 dicembre scorso quando ebbe inizio quello che subito dopo è stato denominato Qatargate. Una somiglianza verbale con il ben noto scandalo Watergate, riferito alla seconda parte della parola. Proprio quello che scoppiò negli Stati Uniti d’America nel 1972 e che riguardava le intercettazioni illegali alla vigilia delle elezioni presidenziali del 7 novembre 1972, mentre Qatargate ha a che fare con l’emirato arabo del Qatar. Uno Stato, quello, situato su una piccola penisola sul golfo persico. Un piccolo Paese che fino ad un centinaio di anni fa era popolato da pescatori di perle ed allevatori di cammelli, ma che, dopo le scoperte delle enormi riserve di petrolio e soprattutto di gas, all’inizio del secolo passato, divenne un territorio di grande interesse per degli investimenti occidentali. Attualmente il Qatar rappresenta uno dei Paesi più importanti nel mondo per l’approvvigionamento di gas. Dati alla mano, il Qatar rappresenta il primo esportatore globale di gas naturale con circa il 14% delle riserve mondiali. Ragion per cui è anche un Paese molto ricco. Ma è altresì un Paese dove si ignorano e si calpestano i basilari diritti civili e quelli dei lavoratori. Sono stati a migliaia i migranti morti mentre lavoravano per la costruzione degli stadi per il campionato mondiale di calcio. E proprio per cancellare quella brutta e vergognosa immagine sembrerebbe che siano stati versati ingenti somme di denaro per pagare l’appoggio dell’Unione europea e di singoli Stati occidentali. Ma non è solo la documentata violazione dei diritti civili e dei lavoratori che il Qatar ha cercato di “offuscare” con pagamenti milionari fatti ad importanti rappresentanti istituzionali. C’è anche la proposta che riguarda l’esenzione di visti per i cittadini dell’emirato di viaggiare liberamente in Europa. Ragion per cui il Qatar ha cercato in questi ultimi anni di assicurare l’appoggio a suo favore influenzando con finanziamenti occulti ed attività lobbistiche le decisioni delle istituzioni dell’Unione europea. Lo scandalo Qatargate, reso pubblico dal 9 dicembre scorso, è tuttora in corso. E da allora ci sono stati ulteriori sviluppi nelle indagini condotte dalla procura belga. Indagini che potrebbero portare ad altri coinvolgimenti, sia di persone influenti nell’ambito delle istituzioni europee e/o di altre organizzazioni, che di mandanti e finanziatori di attività lobbistiche. Finora, dalle indiscrezioni mediatiche risulterebbe che un altro Paese, il Regno del Marocco, potrebbe aver finanziato, con ingenti somme, delle decisioni prese a suo favore dalle istituzioni dell’Unione europea. L’accordo tra l’Unione europea e il Marocco sulla pesca, approvato nel 2019, è stato in seguito rifiutato dalla Corte europea perché in quell’accordo si includevano, come parte integrante del territorio del Regno di Marocco, anche territori del Sahara occidentale, contestati da altri. Un buon e convincente motivo perché si possano versare dei milioni però.

    L’autore di queste righe, riferendosi allo scandalo Qatargate, scriveva alcune settimane fa per il nostro lettore che si trattava di “…Uno scandalo tuttora in corso, nell’ambito del quale sono state arrestate alcune persone. Tra le quali anche la vice presidente del Parlamento europeo ed un ex eurodeputato italiano. Quest’ultimo è, dal 2019, anche il fondatore di una ONG (organizzazione non governativa; n.d.a.) il cui nome è Fight Impunity (Combattere l’Impunità; n.d.a.). Un nome che è tutto un programma! E chissà perché nel consiglio dei membri onorari dell’organizzazione, cioè dei garanti, hanno fatto parte, fino al 10 dicembre scorso, diverse persone note ed ancora influenti, alcune delle quali anche ex commissarie della Commissione europea.” (Ciarlatani e corrotti di alto livello istituzionale; 19 dicembre 2022). La scorsa settimana, il 17 gennaio, proprio l’ex eurodeputato italiano e fondatore della ONG Fight Impunity ha firmato con il procuratore che sta seguendo in Belgio le indagini su Qatargate un memorandum, dichiarandosi pentito e perciò anche collaboratore di giustizia. In base a quanto prevede la legge belga, adesso lui si impegna perciò “a informare la giustizia e gli inquirenti in particolare sul modus operandi, gli accordi finanziari con Stati terzi, le architetture finanziarie messe in atto, i beneficiari delle strutture messe in atto e i vantaggi proposti, l’implicazione delle persone conosciute e di quelle ancora non conosciute nel dossier, ivi inclusa l’identità delle persone che ammette di aver corrotto”. Chissà cosa avrà da dichiarare ed informare l’ex eurodeputato pentito e collaboratore di giustizia? Si sa però che con quella sua decisione, dal 17 gennaio scorso, altre persone non sono più tranquille, essendo in vari modi coinvolte in attività che hanno beneficiato di finanziamenti occulti in cambio di influenze internazionali, abusando dei loro obblighi istituzionali.

    Il 18 gennaio scorso, il gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici ha ufficializzato una sua richiesta al Parlamento europeo. Essendo presa in considerazione quella richiesta, il Parlamento europeo chiede, a sua volta, lo svolgimento di “…un’indagine indipendente e imparziale sul Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato”. In più si prende in considerazione il fatto che il Commissario europeo potrebbe aver violato il Codice di condotta dei membri della Commissione europea durante il suo operato nei Balcani occidentali. Ragion per cui la richiesta fatta è stata inclusa nel rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune. E proprio nel pomeriggio del 18 gennaio scorso, l’Assemblea plenaria del Parlamento europeo ha adottato quel rapporto con 407 voti a favore, 92 contrari e 142 astenuti. In quel rapporto, tra l’altro, si evidenziava che “…il Parlamento europeo rimane profondamente preoccupato per le notizie secondo cui il Commissario per l’Allargamento cerca deliberatamente di agitare e minare la centralità delle riforme democratiche e dello Stato di diritto nei Paesi in via di adesione all’Unione europea”. E si fa espressamente riferimento al comportamento del Commissario nel caso della crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegovina all’inizio dell’anno scorso. Da sottolineare che il Paese è uno di quelli candidati dei Balcani occidentali. Ma per l’Unione europea, e non solo, da più di un anno, il comportamento ufficiale ed i rapporti di dichiarata amicizia con la Russia del presidente della Republika Srpska (Repubblica serba; n.d.a.), che è una delle due entità statali in Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza serba, sta preoccupando le istituzioni dell’Unione europea. Con le sue scelte e le sue decisioni, il presidente della Republika Srpska sta cercando di avere un suo esercito, nonché un sistema fiscale e giudiziario divisi da quegli della Bosnia ed Erzegovina. Ed è quel presidente che ha recentemente conferito un’onorificenza al presidente della Russia. Ma, fatti accaduti e resi pubblici alla mano, risulterebbe che oltre al presidente della Republika Srpska, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato abbia degli ottimi rapporti anche con il presidente della Serbia. E si sa che c’è proprio la Serbia dietro tutte le “iniziative” del presidente della Republika Srpska. Si sa anche che la Serbia, un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione alla Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il 24 febbraio scorso. Ragion per cui i promotori della richiesta rivolta il 18 gennaio scorso al Parlamento europeo hanno espresso anche la loro preoccupazione riguardo i rapporti del Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato sia con il presidente della Serbia, che con quello della Republika Srpska. Secondo i promotori della sopracitata richiesta il Commissario tende a relativizzare i comportamenti e gli atti antidemocratici del presidente della Serbia, mentre appoggia gli atti separatisti del presidente della Republika Srpska.

    Già un anno fa, il 12 gennaio 2022, trenta eurodeputati hanno inviato una lettera alla Commissione europea, tramite la quale chiedevano di verificare su “…possibili violazioni dell’imparzialità e neutralità” del Commissario per l’Allargamento e la Politica di vicinato, in riferimento ai concreti e sopracitati tentativi secessionistici del presidente della Republika Srpska. Mentre il 18 gennaio scorso, un anno dopo, con l’approvazione dal Parlamento europeo del rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune, si mette in evidenza che l’operato del Commissario europeo costituisce “…una violazione del Codice di condotta per i membri della Commissione e degli obblighi del Commissario, ai sensi dei Trattati”. Bisogna sottolineare che, tra l’altro, il Codice di condotta sancisce il modo in cui i commissari europei debbano attuare in concreto i loro obblighi istituzionali di indipendenza ed integrità. In quel Codice si prevede e si sancisce, altresì, che “I membri della Commissione si astengono da ogni atto incompatibile con il carattere delle loro funzioni”. In più si sancisce che loro, durante tutto il periodo dell’esercitazione del mandato conferito “assumono l’impegno solenne di rispettare gli obblighi derivanti dalla loro carica”. Rimane da seguire e di conoscere le conclusioni delle indagini che svolgerà la Commissione europea nei confronti del Commissario per l’Allargamento e la Politica di vicinato. Chissà però se siano vere le accuse a lui fatte. E se così sarà allora viene naturale pensare: lo ha fatto per sua propria convinzione, oppure in seguito a delle attività lobbistiche. Si sa però che la Serbia da anni finanzia “gruppi di interesse” e attività lobbistiche a suo favore. Sono note anche le relazioni di “vecchia amicizia” che la Serbia ha con alcuni Paesi europei. Ma, fino alla pubblicazione delle conclusioni dell’indagine della Commissione europea, bisogna essere garantisti.

    Leggendo il testo della sopracitata richiesta fatta il 18 gennaio scorso al Parlamento europeo e del rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune dallo stesso Parlamento, nel quale era inserita integralmente la richiesta, ad una persona che conosce i Paesi dei Balcani occidentali, non poteva non pensare anche all’Albania. Pur non essendo stata citata, alcune affermazioni del rapporto sono attuali e si verificano quotidianamente in Albania. Soprattutto quando si tratta del rapporto che il primo ministro ha con i principi della democrazia. Come anche il presidente della Serbia, al quale lo legano degli ottimi rapporti di “amicizia e fratellanza”. E non a caso lui, il primo ministro albanese, ha fatto “l’avvocato” della Serbia, anche nelle istituzioni dell’Unione europea. Lo ha fatto anche la scorsa settimana, durante il vertice economico di Davos. Durante quel vertice il primo ministro albanese, cercando di essere “originale”, ha fatto anche una gaffe, rivolgendosi alla presidente del Parlamento europeo e riferendosi allo scandalo Qatargate. Ha citato fuori contesto il detto “Il karma è una puttana”, senza però aggiungere la rimanente parte del detto “che agisce sul lungo termine”. Con ogni probabilità non conosceva il vero significato del detto.

    Il nostro lettore è stato spesso informato della vera, vissuta e sofferta realtà albanese. L’Albania è uno dei Paesi più poveri, se non il più povero, dell’Europa. In Albania, durante questi ultimi anni si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Anche di questo il nostro lettore è stato spesso informato. Ma nonostante tutto ciò, il primo ministro ed i suoi “alleati”, i capi della criminalità organizzata e i rappresentanti di certi raggruppamenti occulti locali ed/o internazionali sono ricchissimi. Ragion per cui possono anche spendere molto.

    Chi scrive sueste righe è convinto che anche il primo ministro albanese può pagare tangenti miliardarie per “ripulire” la sua imagine. Proprio come hanno fatto i suoi simili in Qatar ed in Marocco, pagando e comprando alti funzionari e deputati del Parlamento europeo ed altre Istituzioni dell’Unione. Sono ormai noti anche i rapporti entusiastici e ottimisti di progresso della Commissione europea sull’Albania. Comprese anche le dichiarazioni dell’attuale Commissario dell’Allargamento. Di colui che, dal 18 gennaio scorso è sotto indagine dalla Commissione. Chissà se anche le sue dichiarazioni sull’Albania non siano “condizionate” da altro?! Si sa però che, come ci insegna la saggezza popolare, chi nasce tondo non può morire quadrato.

  • Sono semplicemente seguaci del modello abusivo dei superiori

    Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso.

    Edmund Burke; Discorso, 1771

    Scandali, solo scandali e abusi milionari di potere, a tutti i livelli, della gerarchia politica ed istituzionale. Quasi ogni giorno se ne rende pubblico uno nuovo. Ma nonostante una simile, gravissima, allarmante, pericolosa e molto preoccupante realtà quotidiana, nella rete del nuovo e “riformato” sistema della giustizia non finiscono mai i “pezzi grossi” del potere politico ed istituzionale. Chissà perché?! Si sa però che tutti i dati e i fatti accaduti e documentati dimostrano e testimoniano inconfutabilmente tutt’altro. Sono dati e fatti che portano direttamente ai massimi livelli governativi, primo ministro incluso. Anzi, lui per primo. Si sa però che in un sistema totalitario, qual è quello che si è purtroppo restaurato negli ultimi anni in Albania, niente può accadere senza il beneplacito del primo ministro. Di colui che, fatti alla mano, gestisce e controlla personalmente tutte le istituzioni. Di colui che è riuscito ad annientare e rendere non funzionale il principio di Montesquieu della separazione dei poteri e l’indipendenza, l’uno dal’altro, dei sistemi legislativo, esecutivo e giudiziario. Di colui che, dal 2013, quando ha ottenuto il suo primo mandato, ad oggi, che sta esercitando il suo terzo mandato, non governa il Paese e la cosa pubblica, bensì ha adottato ed attuato una strategia occulta di gestione che si basa saldamente sulla corruzione capillare e ben diffusa e sul continuo abuso del potere. Ragion per cui il primo ministro, i suoi fedelissimi ministri ed i suoi più stretti collaboratori per il sistema “riformato” della giustizia risultano essere, sempre fatti alla mano, degli “intoccabili”. E sono proprio loro, i “devoti ed integerrimi servitori dello Stato e del popolo” che agiscono quando serve, sia per dimostrare il funzionamento del sistema “riformato” della giustizia, offrendo consapevolmente qualche vittima di poco conto, sia per confondere l’attenzione pubblica e spostarla dai veri scandali, generano altri “scandali diversivi”. Ma nonostante tutto, documenti ufficiali resi pubblici alla mano, i veri scandali coinvolgono direttamente il primo ministro albanese, alcuni suoi ministri e i suoi più stretti collaboratori, sia per delle loro responsabilità istituzionali, che per quelle personali. Ed è proprio il caso che il detto ben noto in Italia, “il più pulito c’ha la rogna”, diventa molto significativo e rappresenta la gravissima, allarmante, pericolosa e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta in Albania, con la quale ci si deve affrontare quotidianamente.

    Da qualche anno una funzionaria dell’amministrazione pubblica imbrogliava alcuni imprenditori con delle promesse fasulle di investimenti milionari da parte dell’Agenzia per lo sviluppo agrario e rurale. Ma prima però chiedeva e otteneva anticipatamente da loro ingenti somme di denaro come tangenti. Ovviamente li ingannava, perché dalle denunce fatte ultimamente da cinque delle sue vittime risultava che, una volta presi i soldi, “l’intermediaria” scompariva e nessun investimento milionario veniva attuato. Ma l’ingannatrice non era una semplice impiegata dell’amministrazione pubblica. Precedentemente era stata la direttrice per l’ambiente nel municipio della capitale. Poi ha cambiato ufficio, diventando direttrice nel ministero del turismo e dell’ambiente.  Mentre attualmente era una direttrice dell’Agenzia nazionale della società delle informazioni. Un’agenzia quella coinvolta in alcuni precedenti scandali non di poco conto. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò nei mesi precedenti (Preoccupanti attacchi informatici e ingerenze abusive, 26 settembre 2022; Si sa di chi è la colpa, 7 novembre 2022; Uso scandaloso di dati personali, 31 gennaio 2022). Ma l’ingannatrice era anche un’attivista del partito socialista, di cui il primo ministro è il capo onnipotente ed indiscusso. In realtà più di un partito quello risulterebbe essere, fatti alla mano, un raggruppamento clientelistico che non ha niente a che fare con l’ideologia. In più l’ingannatrice risulta essere, dai documenti ufficiali resi pubblici quando scoppiò lo scandalo noto ormai come lo scandalo dei “patrocinatori”, proprio una dei “vanti” del primo ministro. Era una dei cosiddetti “patrocinatori”, coloro che, come l’autore di queste righe informava il nostro lettore un anno fa, erano “…delle persone che dovevano ‘stare vicine’ ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo ‘vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato”. Erano membri di un gruppo occulto, “…di un sistema ben organizzato di 9027 persone, tutte con nomi e cognomi evidenziati e facilmente verificabili.” (Uso scandaloso di dati personali; 31 gennaio 2022). Ebbene, dopo essere stata denunciata dalle sue vittime alcuni mesi fa, la polizia non ha potuto non arrestare “l’attivista del partito”. Era il 28 dicembre 2022.

    Lo stesso giorno, il 28 dicembre scorso, veniva colta in flagrante ed arrestata dalla polizia un’altra funzionaria della sopracitata Agenzia nazionale della società delle informazioni. Lei però stava trasportando 58 chili di cannabis con la sua macchina verso la Macedonia del Nord. E, guarda caso, anche lei era “un’attivista politica”, un membro attivo del gruppo occulto dei “patrocinatori”. Sia il suo arresto che quello della sua collega ingannatrice, hanno messo però sotto una cattiva luce non solo il partito/clan del primo ministro e i suoi “valorosi sostenitori”, cioè i “patrocinatori”. Quei due arresti, lo stesso giorno, hanno messo sotto una cattiva luce anche l’Agenzia nazionale della società delle informazioni. E non era la prima volta, sia per il partito/clan del primo ministro, sia per la stessa agenzia. Proprio quella che, come sopracitato, è stata la diretta responsabile di clamorosi e preoccupanti “acciacchi” riguardanti la sicurezza di alcuni dei sistemi informatici molto sensibili in Albania. Sono tanti i dati riservati, protetti dalla legge, che invece sono stati resi pubblici volutamente, oppure in seguito a degli hackeraggi. Lo scorso settembre l’autore di queste righe, riferendosi proprio alle tante inadempienze commesse dall’Agenzia nazionale della società delle informazioni, scriveva “…Si tratta anche di dati molto sensibili e che potrebbero mettere in pericolo anche la sicurezza nazionale. Ma essendo l’Albania uno Stato membro della NATO, la gravità aumenta e si propaga”. E per garantire la sicurezza del funzionamento di tutti i sistemi informatici sono stati investiti centinaia di milioni durante questi ultimi anni in Albania. Ma si tratta di “…Milioni che non si sa come sono stati spesi e dove sono finiti”. In seguito il nostro lettore veniva informato che quanto era accaduto rappresentava un vero e proprio scandalo nel quale veniva coinvolta direttamente l’Agenzia nazionale della società delle informazioni. Sì perché è stato purtroppo affermato che “…tutti gli investimenti milionari sono stati indirizzati per la costruzione e il funzionamento dei sistemi. Ma si è capito che niente era stato fatto per garantire, prima di tutto, prima di farli funzionare, l’obbligatoria e sicura protezione dei dati, in tutti i sistemi, dagli attacchi informatici.” (Preoccupanti attacchi informatici e ingerenze abusive; 26 settembre 2022). Purtroppo i due sopracitati casi delle funzionarie dell’Agenzia nazionale della società delle informazioni non sono gli unici che coinvolgono i “patrocinatori”, coloro che sono il “vanto” del primo ministro albanese. Anche in precedenza alcuni di loro si sono messi in evidenza per delle attività illecite e traffici di stupefacenti. Chissà perché il primo ministro si vanta di loro?!

    Ma gli scandali di queste ultimissime settimane non finiscono. Lo scorso 8 gennaio un’altra alta funzionaria dell’amministrazione pubblica è stata coinvolta in un altrettanto clamoroso scandalo tuttora in corso. Lei, dal 2016 e fino a poche settimane fa, è stata direttrice presso il ministero delle finanze, poi capo gabinetto del ministro delle finanze e in seguito consigliere presso il Consiglio dei ministri. Si tratta di una persona che dal 2016 in poi ha accresciuto sensibilmente sia i suoi “risparmi”, che i suoi gioielli e bigiotterie, ma anche i suoi i beni immobiliari. Aumenti quelli che non si giustificano per niente dai suoi stipendi ed altri introiti ufficialmente noti. Ebbene, il 15 dicembre scorso in un suo appartamento in affitto, dove viveva con la figlia, nonostante avesse anche altri quattro appartamenti di sua proprietà, due dei quali, come lei ha dichiarato, “donati”, c’è stato un furto. Se n’è accorta proprio la figlia che, tornando a casa, ha avvertito la polizia. Non l’avesse mai fatto! Perché così è stato reso noto il “tesoro nascosto” dalla madre. E sembrerebbe che sia solo una minima parte di quello che è riuscita a possedere l’alta funzionaria e la consigliera del Consiglio dei ministri nell’arco di questi ultimi sei anni. Era stata la donna delle pulizie a rubare nella “casa della ladra” (ci ricorda, almeno come titolo, il noto film di Carlo Vanzina “Non si ruba a casa dei ladri”). Ma dal 15 dicembre dell’anno scorso e fino all’8 gennaio scorso tutto è rimasto noto solo ai diretti interessati e alla polizia. Il caso è stato reso pubblico solo l’8 gennaio scorso, quando sono stati arrestati la donna delle pulizie e suo figlio. Da fonti mediatiche, all’inizio si è venuto a sapere che loro due hanno rubato 120 mila euro e gioielli in quell’appartamento in affitto. In seguito però, dopo delle intercettazioni ambientali, la polizia ha perquisito la casa dei ladri ed ha trovato un’altra somma di 404 mila euro ed alcune decine di migliaia in dollari statunitensi e moneta locale. In più ha trovato e sequestrato anche altri gioielli e bigiotterie. Per il momento non si sa ancora se quelle somme e quei gioielli appartengono tutte all’alta funzionaria oppure sono state rubate anche ad altri. Si sa però che come direttrice nel ministero delle finanze, la “vittima derubata” ha coperto il settore delle concessioni proprio nel periodo in cui si svolgeva un altro scandalo, quello dei “tre inceneritori”. Anche di questo clamoroso scandalo milionario, tuttora in corso, nonostante i dati documentati ed ufficialmente denunciati siano tanti, ma veramente tanti, il sistema “riformato” della giustizia sta ancora “indagando” da alcuni anni ormai, ma senza nessun esito. Chissà perché?! Il nostro lettore è stato informato anche di questo scandalo a tempo debito (Corruzione scandalosa e clamoroso abuso di potere, 19 luglio 2022; Un regime totalitario corrotto e malavitoso, 13 agosto 2022 ecc…). Le cattive lingue, da quando si è saputo del furto nell’appartamento in affitto dell’alta funzionaria, hanno subito parlato anche della possibilità che parte di quelle ingenti somme, almeno quelle trovate, del vistoso aumento dei beni immobiliari della “derubata” e di altro siano legate anche agli inceneritori. E, si sa, in Albania le cattive lingue non sbagliano mai. Bisogna sottolineare quello che affermano le fonti mediatiche e cioè che la “vittima derubata” non ha potuto giustificare tanta ricchezza. Ragion per cui ha cambiato spesso versione. Adesso bisogna attendere la fine delle indagini, se ce ne saranno di vere e non influenzate, per capire da dove provengono quelle ingenti somme di denaro, i tanti gioielli ed i beni immobiliari, compresi due appartamenti “regalati”. Ma anche se sembrerebbe strano ed insolito, bisognerebbe “ringraziare” la donna delle pulizie che, con il suo furto nella casa dell’alta funzionaria ha reso possible conoscere questo caso, che ovviamente porta ad un abuso di potere istituzionale, quello che aveva ed esercitava la “vittima derubata”.

    Ma gli scandali non finiscono qui. Mercoledì scorso, l’11 gennaio è stato arrestato il segretario generale del ministero delle finanze insieme ad due altre persone. Anche lui per uso improprio delle sue responsabilità istituzionali e per abuso di potere. Avrebbe facilitato il pagamento per due volte della stessa proprietà immobiliare ad un privato. Si tratta di uno scandalo tuttora in corso.

    Chi scrive queste righe è convinto che questi scandali sono soltanto una minima, ma veramente una minima parte di tutti gli scandali clamorosi e milionari che da anni si susseguono l’un l’altro. Molti di quegli scandali portano direttamente ai massimi livelli politici ed istituzionali. Mentre i funzionari coinvolti negli scandali sopracitati sono semplicemente dei seguaci del modello abusivo dei superiori, primo ministro compreso. Ma si sa, quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso. E si sa anche che il potere del primo ministro albanese è veramente molto grande.

  • Ciarlatani e corrotti di alto livello istituzionale

    Tuttavia si rassomigliano tanto da non lasciare dubbi: o i ciarlatani

    hanno imparato la retorica dagli oratori, o gli oratori dai ciarlatani.

    Erasmo da Rotterdam, da “Elogio della follia”

    Il 6 dicembre scorso a Tirana si è svolto il vertice dell’Unione europea con i Paesi dei Balcani occidentali. Un vertice che, più che per le discussioni e le decisioni prese, sarà ricordato per la sua ben curata facciata, per la “calorosa e cordiale” accoglienza, per le messinscene e per le danze folcloristiche, sapientemente ideate dagli organizzatori. Durante quel vertice, soprattutto durante quelle parti del vertice che sono state trasmesse per il pubblico, il primo ministro albanese non ha perso occasione di esprimere il suo “convinto orientamento europeista”. Tutte le sue dichiarazioni pubbliche fatte il 6 dicembre scorso ne sono una testimonianza. Durante quel vertice, nonostante il tempo molto limitato, programmato per le discussioni, sono state comunque prese anche alcune decisioni. Decisioni che riguardavano le conseguenze generate dall’aggressione russa contro l’Ucraina, il preoccupante problema della migrazione e la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata ecc.. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò la scorsa settimana (Ipocriti che continuano a nascondere gravissime realtà; 14 dicembre 2022).

    È durato però meno di un giorno l’orientamento europeista, fortemente e volutamente espresso dal primo ministro albanese durante il vertice. Sono state subito sfumate anche le sue dichiarazioni e le sue “battute ad effetto” pronunciate durante la conferenza con i giornalisti, insieme con il presidente del Consiglio europeo e la presidente della Commissione. Perciò è durato meno di un giorno anche il dovuto ed obbligato impegno a rispettare quanto è stato deciso durante il vertice. L’Albania, essendo un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, ha anche degli obblighi ad osservare e rispettare. Obblighi che ne derivano dai criteri di Copenaghen e dall’Accordo di Stabilizzazione e Associazione. Un Accordo quest’ultimo con l’Unione europea, che l’Albania lo ha firmato nel 2006. Ma, fatti accaduti alla mano, non è durata più di un giorno la disponibilità del primo ministro albanese a rispettare tutti questi obblighi. E neanche di rispettare quello che lui stesso aveva dichiarato prima. Il primo ministro albanese, con le sue pubbliche dichiarazioni ha contraddetto quanto aveva affermato e confermato in presenza dei più alti rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e delle massime autorità delle istituzioni dell’Unione.

    Il 7 dicembre scorso il primo ministro albanese è andato a Bruxelles, dove ha partecipato ad una sessione speciale, sempre legata ai temi ed agli argomenti che erano parte dell’agenda del vertice di Tirana di un giorno prima. Dalle sue dichiarazioni, fatte dopo la sessione, si è capito che il primo ministro albanese ha “cambiato registro” nei confronti delle istituzioni dell’Unione europea. Ma siccome doveva curare anche la sua immagine di “convinto europeista”, ha usato delle battute a doppio significato. Ha dichiarato che, appena arrivati in Albania, gli alti rappresentanti delle istituzioni dell’Unione e i capi di Stato e di governo dei Paesi membri, hanno avuto il sorriso. “Avete visto ieri (6 dicembre; n.d.a.) i loro visi?”, ha subito chiesto il primo ministro albanese ai giornalisti, durante una conferenza con loro. Ed in seguito, non senza una mascherata ironia ha aggiunto “Erano meglio di quanto si riuniscono in quel noioso Bruxelles, nelle loro depressive capitali”. Aggiungendo anche, sempre con doppio senso, che “…era come se loro uscissero da una caverna, dopo un lungo tempo e godevano il sole”. Chissà cosa intendeva con il “sole” il primo ministro? Da ben noto megalomane e narcisista qual è, chissà se non si identificava lui stesso con il sole?! E continuando con delle frasi a doppio senso, ha fatto riferimento alla promessa di “matrimonio” tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali, Albania compresa. Rivolgendosi ai “Grandi dell’Europa” ha ricordato loro di non dire “…per tutto il tempo che ‘vogliamo che ci sposiamo ma non vogliamo parlare’, perché è una pazzia”. E per continuare “in bellezza”, allegoricamente parlando, lui, il primo ministro albanese, ha parafrasato una frase attribuita ad un noto politico siciliano degli anni ’70 del secolo passato. Una frase resa nota anche dal film “La mafia uccide solo d’estate”. Il primo ministro albanese ha dichiarato convinto che “L’Unione europea ha bisogno dei Balcani occidentali, come i Balcani occidentali hanno bisogno dell’Unione europea”. Una frase usata diverse volte anche in passato da lui, ma questa volta con una “piccola variazione”. Invece dell’Albania, ha fatto riferimento ai Balcani occidentali. Come per dividere delle responsabilità, che da solo lui non vuole reggerle.

    In seguito, l’8 dicembre scorso, da Bruxelles, il primo ministro albanese è andato ad Istanbul, in Turchia. L’occasione era un invito a partecipare ad un Forum internazionale della piattaforma TRT (acronimo della Radio e Televisione turca; n.d.a.). Una buona occasione anche per incontrare ed elogiare il suo “carissimo amico”, il presidente turco. Ebbene, così è stato. Davanti ai partecipanti, riferendosi alla situazione regionale e quella generata dopo l’aggressione russa contro l’Ucraina, il primo ministro albanese, usando sempre delle frasi a doppio senso, ha ribadito che “…Bisogna avere un alleato strategico come la Turchia. E [bisogna] dirlo a voce alta, in modo che lo possano sentire tutti i nostri amici statunitensi ed europei che nei Balcani occidentali la Turchia non è un terzo potere. […]. Sembra che quando il sistema internazionale abbia fallito, senza dubbio la Turchia ha contribuito molto alla sicurezza”. Poi, riferendosi alla crisi dei migranti del 2016, lui ha dichiarato convinto che “…Senza Erdogan i muri dell’Europa non potevano reggersi in piedi. La Turchia è la chiave della stabilità in Europa”. Si sa però anche come Erdogan ha usato, a più riprese, negli anni seguenti la “crisi dei migranti”. Si sa ormai la pressione che di tempo in tempo il sultano fa all’Unione europea e ad alcuni Stati membri usando la “crisi dei migranti”, dopo aver avuto degli ingenti finanziamenti per far fronte a quella crisi. Si tratta di un tema trattato anche durante il vertice di Tirana, due giorni prima, il 6 dicembre. Ma a Tirana il primo ministro albanese ha usato altre parole ed ha elogiato l’Unione europea. Mentre ad Istanbul ha fatto il contrario, nonostante sia stato attento a non forzare troppo il linguaggio. Ad Istanbul il primo ministro ha fatto di nuovo l’avvocato della Serbia, senza nominarla. Ed anche il comportamento ambiguo della Serbia nei confronti della Russia ed i preoccupanti rapporti speciali tra i due paesi, sono stati discussi durante il vertice di Tirana il 6 dicembre scorso. In quel vertice però “l’atteggiamento ufficiale” del primo ministro albanese è stato diverso. Ad Istanbul, due giorni dopo, lui ha cercato di difendere “l’ambiguità” dei rapporti della Serbia con la Russia, dicendo: “Diversamente dall’altra parte dell’Europa, nei Balcani occidentali, ci sono Paesi dove più del 70% della popolazione pensa che la Russia non è colpevole (della guerra in Ucraina; n.d.a.), ma un [paese] guida al quale si possa affidare la sicurezza del nostro continente”. (Sic!). E nonostante abbia volutamente usato il plurale, si tratta di un solo Paese, della Serbia. A proposito, in questi ultimi giorni alcuni media del Montenegro stanno pubblicando dei documenti, secondo i quali risulterebbe che enormi quantità di grano e di pesticidi, partiti dalla Russia con delle navi da trasporto,  siano transitate dal porto di Durazzo in Albania, tramite le dogane del Montenegro, per arrivare finalmente in Serbia. Se tutto ciò sia vero, allora si tratterebbe di una palese violazione dell’embargo e delle sanzioni poste dall’Unione europea alla Russia e ai suoi prodotti. Ed essendo l’Albania, il Montenegro e la Serbia dei Paesi candidati all’adessione nell’Unione europea, allora si tratterebbe veramente di un altro grave e preoccupante scandalo in corso. L’ennesimo. Rimane tutto da essere seguito con la dovuta ed obbligatoria attenzione istituzionale. Soprattutto dalle istituzioni specializzate dell’Unione europea.

    È durato veramente poco l’orientamento europeista, fortemente e volutamente espresso dal primo ministro albanese durante il vertice tra gli alti rappresentanti delle istituzioni dell’Unione e i capi di Stato e di governo dei Paesi membri con le massime autorità dei sei Paesi balcanici, svoltosi il 6 dicembre scorso a Tirana. Si perché il primo ministro albanese ha scelto domenica scorsa, 18 dicembre, per affermare con determinazione la sua volontà di approvare in parlamento la legge per l’amnistia fiscale e penale. Una proposta quella che dura ormai da anni. Una proposta quella che è stata fortemente contestata sia dagli specialisti, sia dalle istituzioni specializzate dell’Unione europea. Sull’amnistia fiscale e penale ha espresso la sua ferma contrarietà anche la Commissione europea. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di questo progetto a tempo debito (Una perfida proposta in sostegno del riciclaggio dei milioni sporchi, 13 settembre 2022; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022). Ma nonostante tutto ciò, il primo ministro sta di nuovo sfidando tutti, anche i “Grandi dell’Europa”, con i qualli è stato molto cordiale, collaborativo e disponibile durante il sopracitato vertice del 6 dicembre scorso a Tirana. Lui vuol portare questo disegno di legge in parlamento per avere l’approvazione definitiva, costi quel che costi. Le cattive lingue dicono che non è solo lui che vuole approvare questa legge, ma anche i suoi “alleati” della criminalità organizzata locale ed internazionale. Coloro che, da anni ormai, stanno riciclando in Albania ingenti somme di denaro sporco. Una gravissima, pericolosa e molto preoccupante realtà questa, che oltrepassa anche i confini dell’Albania. Ragion per cui c’è anche l’espressa e ferma contrarietà delle istituzioni dell’Unione europea. Una realtà questa che da alcuni anni è stata rapportata da Moneyval (Comitato di Esperti per la valutazione delle misure anti riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.). Così come anche da un altra struttura specializzata, la FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering, nota anche come il Gruppo di Azione Finanziaria (GAFI); n.d.a.). Anche su questo argomento il nostro lettore è stato informato a più riprese. Chissà se questa volta il primo ministro riuscirà a portare a compimento il suo, ma non solo, ambito progetto dell’amnistia fiscale e penale?! E non si capisce perché ha scelto di agire proprio adesso, mentre le istituzioni dell’Unione europea e di diversi singoli Paesi membri si stano preoccupando di un grave scandalo.

    Si, perché dal 9 dicembre scorso è stato reso pubblico quello che ormai è comunemente noto come Qatargate. Si tratta di ingenti somme di denaro provenienti dal Qatar, ma forse anche da altri Paesi. Denaro che ha generato una diffusa corruzione di persone di alto livello istituzionale, soprattutto nelle istituzioni dell’Unioine europea. Ma anche di altre. Uno scandalo tuttora in corso, nell’ambito del quale sono state arrestate alcune persone. Tra le quali anche la vice presidente del parlamento europeo ed un ex eurodeputato italiano. Quest’ultimo è, dal 2019, anche il fondatore di una ONG (organizzazione non governativa; n.d.a.) il cui nome è Fight Impunity (Combattere l’Impunità; n.d.a.). Un nome che è tutto un programma! E chissà perché nel consiglio dei membri onorari dell’organizzazione, cioè dei garanti, hanno fatto parte, fino al 10 dicembre scorso, diverse persone note ed ancora influenti, alcune delle quali anche ex commissari della Commissione europea. Compresa anche una nota sostenitrice ed “amica” del primo ministro albanese.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire anche lo scandalo Qatargate. Uno scandalo tuttora in corso che, secondo delle fonti credibili, porterà al giudizio molte altre persone coinvolte. Alcuni dei quali potrebbero essere dei funzionari e/o rappresentanti di alto livello istituzionale, sia nelle istituzioni dell’Unione europea, che in alcuni singoli Paesi membri. Si tratta però di ciarlatani e di corrotti che meglio perderli che trovarli, come dice la saggezza popolare. Ed è molto significativo che Erasmo da Rotterdam ha messo insieme “oratori e ciarlatani” che imparano gli uni dagli altri.

  • Ipocriti che continuano a nascondere gravissime realtà

    Solo l’ipocrita è davvero marcio fino al midollo.

    Hannah Arendt; da “Sulla rivoluzione”

    Era il 9 aprile dell’anno 1300, verso le ore 9 del mattino quando Dante e Virgilio, scesi all’ottavo cerchio dell’Inferno, ossia le Malebolge, sono stati inseguiti dai diavoli dell’Inferno, i Malebranche. Alla fine però sono riusciti ad allontanarsi. Erano arrivati all’orlo della sesta bolgia dove soffrivano le pene dell’inferno gli ipocriti. Quelli che hanno sempre presentato per vero ciò che in realtà non lo era. Peccato gravissimo. E, per aumentare il loro castigo, erano costretti ad indossare sempre delle cappe che fuori erano dorate, ma all’interno erano imbottite di piombo, perciò molto pesanti. “…Là giù trovammo una gente dipinta/che giva intorno assai con lenti passi/piangendo e nel sembiante stanca e vinta”. Così scrive il sommo poeta Dante Alighieri nella sua Divina commedia (canto XXIII dell’Inferno). Quelli erano proprio gli ipocriti, rinchiusi nella sesta bolgia. Erano tanti e stavano stretti. Camminavano con molta fatica, a causa delle lunghe e pesanti cappe lucenti d’oro, ma imbottite di piombo e con dei bassi cappucci che scendevano giù. Erano dei lunghi mantelli fatti come quelli dei monaci cluniacensi (monaci di un noto monastero benedettino che si trova a Cluny, una cittadina in Francia; n.d.a.). Poi il canto prosegue: “Oh in etterno faticoso manto!/Noi ci volgemmo ancor pur a man manca/con loro insieme, intenti/al tristo pianto;/ma per lo peso quella gente stanca/venìa sì pian, che noi eravam nuovi/di compagnia ad ogne mover d’anca”. Questo ci racconta Dante, nel suo canto XXIII dell’Inferno, testimoniando così le sofferenze atroci e perpetue degli ipocriti. Ed era una pena per l’eternità quella loro.

    Il 6 dicembre scorso a Tirana, nella capitale dell’Albania si è svolto il vertice dell’Unione europea con i rappresentanti dei sei Paesi dei Balcani occidentali. Oltre al presidente del Consiglio europeo, alla presidente della Commissione europea e di altri rappresentanti dell’Unione, erano presenti anche i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea, tranne il primo ministro della Spagna, perché nello stesso giorno si celebrava la festa della Costituzione nel Paese iberico. Erano presenti i massimi rappresentanti dei Paesi balcanici e di altre istituzioni internazionali. Un vertice, quello di Tirana, che tra l’accoglienza dei partecipanti, i ricevimenti ufficiali ed i concerti di danza tradizionale e moderna non ha lasciato molto tempo per delle necessarie discussioni sulle problematiche che riguardano la situazione internazionale, la regione dei Balcani ed altro. Era stato previsto che durante il vertice si dovevano trattare alcune questioni. Ci si doveva accordare su come affrontare le conseguenze dell’aggressione russa contro l’Ucraina. Si doveva altresì trattare come intensificare il dialogo politico e strategico per l’allargamento dell’Unione. Si dovevano discutere anche il rafforzamento della sicurezza e della resilienza contro le ingerenze straniere, il preoccupante problema della migrazione e la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Alla conclusione del vertice è stata approvata una dichiarazione comune dei partecipanti. In quella dichiarazione, tra l’altro, è stato sottolineato che l’aggressione della Russia contro l’Ucraina sta mettendo in serio pericolo la pace e la sicurezza a livello europeo e globale. Ragion per cui bisogna consolidare e garantire un partenariato strategico tra l’Unione europea e i Paesi balcanici. In più l’Unione europea ha riconfermato il suo pieno impegno per l’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali. Nella dichiarazione finale si ribadisce che l’Unione europea apprezza la determinazione dei partner dei Balcani occidentali per sostenere i valori e i principi fondamentali dell’Europa. In quella dichiarazione si evidenziano anche altre affermazioni comuni e le decisioni prese durante il vertice, come l’abbassamento dei costi dell’uso del servizio roaming per i Paesi balcanici, a partire dal prossimo anno, alcuni accordi di collaborazione e di sostegno nel campo economico, energetico, delle università ecc.. Alla fine del vertice, si è svolta una conferenza comune con i giornalisti del presidente del Consiglio europeo, della presidente della Commissione europea e del primo ministro albanese, come Paese ospitante del vertice.

    Purtroppo, anche questo vertice non ha potuto evitare comportamenti, constatazioni e dichiarazioni poco credibili, ipocrite, che non rispecchiano la vera, vissuta e sofferta realtà dei Paesi dei Balcani occidentali. Lo testimonia quanto sta accadendo nel Kosove del nord, dove, da sabato scorso, sono cominciati degli scontri, anche armati, tra dei raggruppamenti paramilitari serbi ed il contingente internazionale che opera in Kosovo. Una preoccupante situazione questa tuttora in corso. Lo testimonia quanto sta succedendo, almeno da alcuni mesi, in Bosnia ed Erzegovina. Così come lo stanno testimoniando gli sviluppi in Montenegro e anche nella Macedonia del Nord. Quanto è stato scritto nella dichiarazione finale del vertice di Tirana del 6 dicembre scorso tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali, non rispecchia la vera realtà in Serbia. Non solo, ma la Serbia, un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, è anche l’unico Paese che non ha aderito alle diverse sanzioni poste dall’Unione alla Russia, in seguito all’aggressione contro l’Ucraina. E continua a non diventare parte attiva di quelle sanzioni, anzi! La Serbia, in più, continua ad avere un rapporto di dichiarata amicizia e di collaborazione con la Russia. Soltanto durante questi ultimi mesi sono ormai di dominio pubblico le dichiarazioni sia del ministro degli Esteri russo, che quelle del ministro degli Interni serbo e anche dello stesso presidente della Serbia.

    Nel caso dell’Albania, quanto è stato ribadito dagli alti rappresentanti dell’Unione europea durante e alla fine del vertice di Tirana del 6 dicembre scorso tra l’Unione e i Paesi dei Balcani occidentali, nonché quanto è stato scritto nella dichiarazione finale del vertice, dimostrano la non veridicità delle constatazioni e delle affermazioni. Ma testimoniano, purtroppo, allo stesso tempo, anche un loro comportamento ipocrita. Sono delle dichiarazioni, delle constatazioni e delle affermazioni che non evidenziano la drammatica e molto preoccupante realtà albanese. Così come suonano ridicole ed ingannatrici anche le dichiarazioni del primo ministro albanese. Ma di lui non ci si può e non ci si deve stupire perché lui non è mai stato vero e credibile in tutto ciò che ha dichiarato pubblicamente in tutti questi anni, sia in lingua albanese che in altre lingue. Il nostro lettore, nel corso di non pochi anni ormai, è stato spesso informato, fatti accaduti alla mano, dell’irresponsabilità istituzionale e personale del primo ministro. Così come è stato informato della sua caratteriale inaffidabilità, della sua innata capacità di mentire e di ingannare come se niente fosse. Ragion per cui anche quanto ha detto durante il vertice del 6 dicembre scorso a Tirana tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali era prevedibile. E non si è smentito neanche questa volta. In più, riferendosi anche a quanto ha affermato sia il presidente del Consiglio europeo prima e durante il vertice, che quanto lui stesso, il primo ministro albanese ha detto, risulterebbe che lui ha voluto che questo vertice si svolgesse proprio in Albania. Ed aveva delle buone e serie ragioni. Ragioni che hanno a che fare con diversi scandali clamorosi tuttora in corso in Albania. Scandali milionari ed abusi di potere che coinvolgono anche il primo ministro, sia istituzionalmente che personalmente. Basta riferirsi soltanto a due scandali, quello dei tre inceneritori e del porto di Durazzo, per capire le difficoltà in cui si trova il primo ministro albanese. Anche di questi scandali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane. Il vertice del 6 dicembre scorso a Tirana poteva e doveva servire a lui per motivi puramente propagandistici, per “sponsorizzare se stesso”.  Il primo ministro voleva trattare ed usare il vertice proprio a Tirana come un suo successo personale, come un sostegno meritato e riconosciuto anche dai “grandi dell’Europa”. Ed ha fatto di tutto, spettacoli folcloristici compresi. Non ha esitato neanche ad inginocchiarsi davanti al primo ministro del Lussemburgo. Chissà perché? Ma le cattive lingue parlano anche di cose della vita personale dell’ospite.

    I “grandi dell’Europa”, alcuni di quelli che erano a Tirana il 6 dicembre scorso, ma anche altri (adesso e/o prima), sono coloro che hanno scelto non di rado la “stabilità” e la “sicurezza” invece di una funzionale e funzionante democrazia. Sono coloro che spesso predicano i principi della democrazia ed invece appoggiano quelli che calpestano consapevolmente quei principi. Come il primo ministro albanese. E così facendo hanno, nolens volens, condannato gli albanesi con il loro comportamento ipocrita. Hanno condannato gli albanesi con il loro appoggio per il primo ministro, il nuovo autocrate, il nuovo dittatore che imita, tra gli altri, anche quello comunista che ha causato innumerevoli sofferenze, tragedie, drammi e privazioni agli albanesi per più di quarant’anni di dittatura comunista. Bisogna evidenziare che il primo ministro è un discendente diretto, biologico, ma anche per mentalità e comportamento, di una nota famiglia della nomenklatura comunista. Adesso il primo ministro albanese vuole a tutti i costi l’appoggio pubblico dei “grandi d’Europa”. Di quelli che erano a Tirana il 6 dicembre scorso, ma anche di altri, che dichiarano di voler tenere lontano il dittatore russo dai Balcani. Ma che, guarda caso, sono stati proprio alcuni di loro, con i loro accordi, dovuti anche alle loro amicizie personali con il dittatore russo e/o con chi per lui, che hanno acconsentito a degli accordi miliardari con la Russia. Miliardi che hanno poi permesso al dittatore russo di sentirsi forte e di aggredire l’Ucraina il 24 febbraio scorso, con tutte le gravissime e drammatiche conseguenze di questa guerra tuttora in corso.

    Guarda caso, da anni ormai, i “rappresentanti internazionali” non vedono, non sentono e non capiscono cosa sta accadendo in Albania. Il che ha permesso, nolens volens, la restaurazione ed il consolidamento della nuova dittatura sui generis in Albania, rappresentata istituzionalmente dal primo ministro. Chissà perché i “rappresentanti internazionali” non “si rendono conto” del continuo abuso di potere da parte di coloro che esercitano potere politico in Albania. I “rappresentanti internazionali” non “si rendono conto” della galoppante corruzione che sta divorando tutto; una corruzione che, fatti accaduti, documentanti ed ufficialmente denunciati alla mano, coinvolge direttamente il primo ministro, ma anche tutti i suoi stretti collaboratori ed alcuni famigliari. I “rappresentanti internazionali non “si rendono conto” dell’allarmante e molto preoccupante spopolamento dell’Albania. Proprio loro, i “rappresentanti internazionali” non “si rendono conto” neanche del voluto fallimento della riforma del sistema della giustizia e continuano a dichiarare ed applaudire il “successo” di quella fallita riforma. I “rappresentanti internazionali” non “si rendono conto” che l’Albania sia diventata da anni non solo uno dei più importanti Paesi produttori ed esportatori della cannabis, ma da qualche anno anche un centro di smistamento della cocaina. I “rappresentanti internazionali” non “si rendono conto” del diffuso e molto preoccupante riciclaggio del denaro sporco in Albania. Sono dei miliardi che arrivano anche dall’estero e si “puliscono”, soprattutto nel campo dell’edilizia. Il riciclaggio del denaro sporco in Albania da anni è stato evidenziato, tra l’altro, anche nei rapporti ufficiali di Moneyval (struttura di monitoraggio del Consiglio d’Europa; n.d.a) ed il nostro lettore è stato spesso informato di una simile e molto preoccupante realtà. I “rappresentanti internazionali”, purtroppo, non “si rendono conto” di tutto questo e di tanto altro. Chissà perché?! Ma si sa però che un simile e consapevole comportamento testimonia la loro ipocrisia, istituzionale e/o personale. Ed il sommo poeta, Dante, è stato chiaro.

    Chi scrive queste righe anche questa volta, anzi, soprattutto questa volta, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per continuare a trattare, analizzare ed evidenziare, fatti alla mano, le dannose conseguenze causate dall’ipocrisia. Compresa anche quella dei “rappresentanti internazionali”. Di quegli ipocriti che continuano a nascondere delle gravissime realtà in Albania. Proprio di coloro che, come affermava Hannah Arendt, sono davvero marci fino al midollo.

  • Inevitabili conseguenze dell’irresponsabilità di un autocrate

    L’irresponsabilità aggrava le colpe e persino i crimini, checché se ne dica.

    Marcel Proust, da ‘La prigioniera’

    Che lui sia una persona del tutto irresponsabile lo ha dimostrato in tantissime occasioni. Anzi, quasi sempre, quando si tratta, perlomeno, del suo rapporto con il potere conferito e/o usurpato. Lo ha dimostrato, da più di venti anni ormai. Che lui sia anche una persona del tutto inaffidabile, lo ha dimostrato in tantissime occasioni. Anzi, quasi sempre, fatti pubblicamente accaduti e noti alla mano. Soprattutto quando si tratta di rapporti “d’affari” con altre persone e/o istituzioni. Sono dei rapporti clientelistici e d’interesse, privi di qualsiasi elemento umano. Sono dei rapporti tra simili.  Ne era convinto Cicerone che pares cum paribus facillime congregantur, cioè ognuno frequenta con grande facilità i suoi simili. E per portare avanti quei rapporti lui è capace di tutto. È capace di mentire e di ingannare pubblicamente senza batter ciglio. Lui è il primo ministro albanese.

    L’ennesima dimostrazione della sua irresponsabilità, della sua inaffidabilità, ma anche della sua pericolosità pubblica si è verificata la scorsa settimana. Era la mattina di giovedì quando molti dipendenti dell’Ispettorato nazionale per la difesa del territorio, accompagnati da poliziotti, hanno circondato l’area intorno ad un albergo di sette piani in riva al mare. Avevano portato anche dei mezzi pesanti per la demolizione. Una brusca ed illegale irruzione in un territorio che era ed è proprietà privata. Illegale perché nessuno ha portato e presentato un documento come prevede la legislazione in vigore, per giustificare proprio una simile irruzione. Non solo, ma in precedenza non c’è stato nessun avvertimento, atto obbligatorio per legge. Si è capito subito che si trattava di una decisione presa e che prevedeva la demolizione dell’albergo. Una demolizione che seguiva un’altra, sempre nello stesso territorio privato e proprietà della stessa persona. Nel settembre scorso, in piena stagione turistica, con una simile “azione”, hanno distrutto delle piscine ed altre strutture circostanti l’albergo di sette piani in riva al mare. Il motivo era allora, come anche giovedì scorso, l’illegalità della costruzione delle strutture. Una misera “giustificazione” che è stata smentita dalla documentazione in possesso al proprietario. Sia tre mesi fa, a settembre, che giovedì scorso. Anche perché tre mesi fa, “incuranti” delle documentazioni ufficiali presentate dal proprietario e/o da chi per lui, hanno demolito solo le piscine e le strutture circostanti. Ma se fosse stato “illegale” anche l’albergo, come hanno preteso giovedì scorso, perché non lo hanno demolito allora?! Perché si sono “accorti” soltanto tre mesi dopo dell’illegalità del edificio?! Ovviamente perché gli ordini presi, sia a settembre che giovedì scorso, sono stati chiari e perentori. E di fronte a quegli ordini, espressione diretta della volontà di una sola persona, del primo ministro albanese, nessuno poteva fare niente. Erano stati allontanati con forza e perciò non potevano obiettare i rappresentanti della proprietà privata. Ma non mostravano un atto ufficiale ed obbligatorio che giustificava un simile, brusco ed illegale “intervento” e neanche rispondevano i rappresentanti dell’Ispettorato nazionale per la difesa del territorio. Non si poteva fare niente, perché l’espressa volontà del primo ministro era solo e soltanto una vendetta e lui era ben determinato e motivato ad attuarla, costi quel che costi.

    L’azione per la demolizione dell’albergo, avviata giovedì scorso con un’operazione congiunta dei dipendenti dell’Ispettorato nazionale per la difesa del territorio, muniti di ruspe ed altri mezzi pesanti, della polizia di Stato e di altre strutture specializzate, è stata portata a termine nel pomeriggio di domenica. Con una carica di 70 chili di tritolo i genieri e gli artificieri hanno demolito l’albergo, portando così a pieno compimento la volontà espressa del primo ministro. Una volontà vendicativa contro un suo “amico” e “stretto collaboratore” fino a pochi mesi fa. Un “amico” che però, tenendo presente la vendetta, iniziata tre mesi fa e terminata domenica scorsa, avrebbe deluso molto le aspettative del primo ministro. Aspettative che più delle strutture ormai demolite in riva al mare riguarderebbero la linea editoriale di un noto gruppo mediatico, il proprietario del quale è proprio l’ex “amico” del primo ministro. Una linea editoriale che ultimamente è diventata critica nei suoi confronti. Ovviamente al primo ministro questo inatteso cambiamento non solo non piace e non conviene, ma lo rende irascibile e vendicativo. Tant’è vero che lui, controllando personalmente anche le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, ha trovato il modo di far ritardare la decisione del tribunale, in seguito alla denuncia fatta dai rappresentanti legali del proprietario della residenza turistica ormai demolita, in palese violazione delle leggi in vigore. Il tribunale, l’unica istituzione, sulla carta, che potrà decidere sulla validità o meno dell’ordine di demolizione, aveva posticipato la delibera da venerdì scorso per lunedì 5 dicembre. Pochi giorni ma sufficienti per l’Ispettorato nazionale per la difesa del territorio che. sotto ben precisi ordini della direttrice, ha fatto di tutto per demolire l’edificio un giorno prima, domenica scorsa. Ormai a fatto compiuto, il tribunale non può più deliberare su un oggetto che non esiste. Perciò il caso è chiuso e la volontà del primo ministro è stata rispettata.

    “L’amicizia” del primo ministro con il proprietario del gruppo mediatico era nota da anni e tutti e due ne beneficiavano. Essendo l’Albania un piccolo Paese, dove tutti sanno tutto di tutti, erano pubblicamente noti i loro “rapporti di collaborazione”. Il primo ministro, fino a pochi mesi fa, frequentava spesso personalmente i rilassanti ambienti della tenuta turistica in riva al mare. Così come lo frequentavano anche diversi suoi ministri e stretti collaboratori. E tutti si vantavano dell’amicizia con il proprietario. In quelle strutture sono stati accomodati molti terremotati dopo il forte sisma del 26 novembre 2019. Il primo ministro, accompagnato da alcuni suoi stretti collaboratori, era presente mentre arrivavano i bisognosi. Era proprio quella tenuta dove, in piena crisi in Afghanistan, dopo il 15 agosto 2021, sono stati accomodati molti profughi afghani. Anche allora quei profughi sono stati accompagnati dal primo ministro per dimostrare la sua piena disponibilità e la sua “umanità” nei confronti dei sofferenti. Una sua solita e misera messinscena propagandistica per convincere gli “alleati internazionali”, visto che ormai in Albania sono sempre meno coloro che credono a quelle buffonate. Ovviamente per tutti i servizi resi il proprietario delle strutture messe a disposizione è stato compensato finanziariamente con del denaro pubblico. Le cattive lingue dicono che, anche in simili occasioni, il primo ministro faccia sempre riferimento ai suoi “amici”, condividendo con loro i benefici finanziari. E le cattive lingue in Albania ne sanno qualcosa. Anzi, ne sanno non poco. Bisogna sottolineare anche che in tutte quelle occasioni, sia della sistemazione dei terremotati, sia degli afghani, sia quando il primo ministro, così come altri suoi ministri e stretti collaboratori hanno frequentato privatamente e/o ufficialmente le strutture della residenza turistica, nessuno di loro aveva messo in discussione la validità legale delle licenze, sia per la costruzione che per lo sviluppo e uso di quelle strutture. Perché in realtà quelle linenze c’erano. Quelle licenze sono state firmate anche dallo stesso primo ministro alcuni anni fa, nel 2016. Guarda caso, un anno dopo, la validità della licenza di costruzione della residenza turistica è stata confermata ufficialmente dall’allora direttrice dell’Ispettorato nazionale per la difesa del territorio. Proprio da lei, la stessa, che da giovedì scorso ha diretto personalmente l’operazione per la demolizione della residenza turistica. Proprio da lei che solo cinque anni dopo aver confermato la validità della licenza per la costruzione, da giovedì scorso pretendeva l’opposto contrario.

    Nel settembre scorso, dopo essere state demolite abusivamente e vendicativamente le piscine della residenza turistica, il proprietario, fino a poco tempo fa “amico” del primo ministro, ha messo in circolazione alcune fotografie e documenti ufficiali, licenze comprese. In più lui ed altre persone, presenti durante gli “incontri tra amici”, ai quali partecipavano anche il primo ministro, ministri ed altri alti rappresentanti politici, hanno reso pubblico, soprattutto tramite i media di sua proprietà, anche molti “dettagli” delle loro conversazioni sotto l’ombra degli alberi, durante le calde giornate d’estate. Ebbene, da quello che è stato reso noto, risultano anche dei consigli che il primo ministro aveva dato al proprietario della residenza turistica. Consigli che riguardavano la parte decorativa, essendo lui, il primo ministro, laureato in pittura. Ma poi, dopo le due “operazioni punitive”, sono state distrutte anche le “migliorie” consigliate e disegnate dallo stesso primo ministro, allora quando lui ed il proprietario dell’ormai ex residenza turistica erano “amici”.

    Cicerone, come sopracitato, affermava più di duemila anni fa che ognuno frequenta con grande facilità i suoi simili. Ragion per cui l’autore di queste righe pensa, anzi è convinto, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, che il proprietario della residenza turistica ormai demolita domenica scorsa, allo stesso tempo anche proprietario di un noto gruppo mediatico in Albania, non è uno stinco di santo, anzi! Perché se no, non avrebbe “collaborato” per tanti anni con il primo ministro, sapendo come quest’ultimo sceglie i suoi “collaboratori”. Sono tanti, tantissimi i fatti accaduti durante più di venti anni di attività politica del primo ministro che lo dimostrano in modo inconfutabile. L’autore di queste righe pensa che la rottura del loro “rapporto d’amicizia” sia dovuta a nient’altro che alle forti discordie che riguardano la linea editoriale dei media, televisioni, giornali e siti in rete di proprietà dell’ex “amico” del primo ministro. Le cattive lingue da alcuni mesi parlano di un nuovo “rapporto di amicizia” tra il sindaco della capitale, un noto “camaleonte politico” e leccapiedi senza scrupoli, con il proprietario del gruppo mediatico. Da alcuni mesi la linea editoriale del gruppo risulta essere molto critica nei confronti dell’operato del primo ministro e del suo governo, dei clamorosi scandali che lo vedono coinvolto, dell’abuso di potere e della galoppante corruzione ed altro. Sono delle realtà vissute e sofferte da alcuni anni ormai in Albania. Realtà delle quali il nostro lettore ha avuto spesso modo di essere stato informato. Ma, allo stesso tempo però, fatti alla mano, la linea editoriale del gruppo mediatico di proprietà dell’ex ‘amico” del primo ministro sta apertamente mettendo in evidenza ogni notizia che riguarda il sindaco della capitale, anche quelle di poco conto. Una simile scelta della linea editoriale del gruppo sembra abbia fortemente irritato il primo ministro. Tutto quanto è accaduto la scorsa settimana non è altro che inevitabile conseguenza dell’irresponsabilità istituzionale e personale del primo ministro, che sta diventando sempre più un pericoloso autocrate. Dati e fatti accaduti, documentati, testimoniati ed ufficialmente denunciati alla mano risulterebbe che il primo ministro controlli quasi tutte le istituzioni statali e governative. Comprese anche quelle del sistema “riformato” della giustizia. Quanto è successo la scorsa settimana con le demolizione dell’albergo in riva al mare ne è una inconfutabile testimonianza. Lui, il primo ministro, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulta essere il rappresentante istituzionale di una ormai restaurata nuova dittatura sui generis. Una dittatura come espressione di un’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Una dittatura, pericolosa come tutte le dittature, che deve essere combattuta e vinta, costi quel che costi, da tutti gli albanesi responsabili.

    Chi scrive queste righe anche questa volta avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per trattare, analizzare ed informare il nostro lettore di una simile realtà vissuta e sofferta in Albania. Una realtà che sta diventando molto pericolosa e preoccupante anche per altri Paesi circostanti e non. L’autore di queste righe, tenendo presente quanto sta accadendo non solo in Albania, ma anche in altri Paesi, soprattutto in Ucraina, condivide il pensiero di Marcel Proust. E cioè che l’irresponsabilità aggrava le colpe e persino i crimini, checché se ne dica. Anche del primo ministro albanese.

  • Bugie e inganni per annientare un porto strategico millenario

    Ogni mattina si apre e si espone la propria merce per ingannare la gente;

    e a sera si chiude, dopo aver ingannato per tutto il giorno.

    Jean de La Bruyère

    Gianni Rodari è uno scrittore di favole e filastrocche, molto noto non solo in Italia ma anche nel mondo. I suoi libri sono stati e rimangono tuttora tra i più letti e non solo dai bambini. Da quelle favole e filastrocche possono e devono imparare tutti, piccoli ed adulti. Il suo valoroso lavoro, la sua fantasia, la sua immaginazione e bravura per la scelta dei personaggi delle favole e delle filastrocche, la sua intelligenza, sono state premiate nel 1970 con il prestigioso premio Hans Christian Andersen. Una delle sue filastrocche che punzecchia la bugia ed i bugiardi è la ben nota Il Paese dei bugiardi (da Filastrocche in Cielo e in Terra; 1972; n.d.a.). Gianni Rodari descriveva un paese dove gli abitanti erano tutti bugiardi, frutto della sua immaginazione. Era veramente uno strano paese. Si, molto strano, come lo descrive maestosamente l’autore. “C’era una volta, là/dalle parti di Chissà,/il paese dei bugiardi./ In quel paese nessuno/diceva la verità,/non chiamavano col suo nome/nemmeno la cicoria:/la bugia era obbligatoria”. Così viene presentato quel paese, dove “la bugia era obbligatoria”. Sì perché nel Paese dei bugiardi anche “Quando spuntava il sole/c’era subito una pronto/a dire: ‘Che bel tramonto!’”. E quando “Di sera, se la luna/ faceva più chiaro/di un faro/si lagnava la gente:/ Ohibò, che notte bruna/non ci si vede niente’”. Era un paese dove “Se ridevi ti compativano:/“Poveraccio, peccato/che gli sarà mai capitato/di male?”. E dove se piangevi dicevano: “Che tipo originale/sempre allegro, sempre in festa./Deve avere i milioni nella testa”. Era uno strano paese quello dei bugiardi dove “Chiamavano acqua il vino,/seggiola il tavolino/e tutte le parole/le rovesciavano per benino”. Ed in quel paese “Fare diverso non era permesso/ma c’erano tanto abituati/che si capivano lo stesso”.

    Ma poi, per fortuna, come ci racconta Gianni Rodari, “Un giorno in quel paese/capitò un povero ometto/che il codice dei bugiardi/non l’aveva mai letto,/e senza tanti riguardi/se ne andava intorno/chiamando giorno il giorno/e pera la pera,/e non diceva una parola/che non fosse vera”. Ma come si potrebbe permettere un ometto simile dire certe cose nel paese dei bugiardi?! Non dovrebbe essere stato sano di mente. Ragion per cui gli abitanti di quel paese “Dall’oggi al domani/lo fecero pigliare/dall’acchiappacani/e chiudere al manicomio”. Perché “È matto da legare: dice sempre la verità”. E non a caso l’autore aveva scelto l’acchiappacani a fermare l’ometto. Proprio quella persona che nel paese era incaricata a catturare i cani randagi. Quel povero ometto, chiuso in manicomio diventò subito oggetto di studio, un caso interessante, per i medici. Rodari ci racconta: “…verranno da distante/cinquecento e un professore/per studiargli il cervello”. Ma il caso dell’ometto suscitò la curiosità popolare nel paese dei bugiardi. Tant’è vero che “l’Uomo-che-diceva-la-verità” fu messo in esposizione a pagamento nel “giardino zoo-illogico”. Anche in questo caso la fantasia di Rodari ha evidenziato che l’ometto non era neanche un animale da essere chiuso ed esposto in un “giardino zoologico”. No, lui, caso strano e curioso era stato messo “in una una gabbia di cemento armato” dentro ad un “giardino zoo-illogico”. Cioè in un posto dove chiudono non gli animali, ma, peggio ancora, le persone illogiche! Guarda caso però, “…una cosa più sbalorditiva, la malattia si rivelò infettiva”. Ebbene in seguito nel paese dei bugiardi cominciò a diffondersi “il bacillo della verità”. Risultò perciò invano ogni tentativo dei “Dottori, poliziotti, autorità” che “tentarono il possible per frenare l’epidemia”. Macché! In più l’autore ci garantisce che “Dal più vecchio al più piccolino la gente ormai diceva pane al pane, vino al vino, bianco al bianco, nero al nero”. Non solo, ma loro finalmente liberarono l’ometto e lo elessero presidente. E, alla fine, Gianni Rodari ribadisce convinto che “…chi non mi crede non ha capito niente”.

    Ovviamente il Paese dei bugiardi era semplicemente un’invenzione creativa, una scelta originale di Gianni Rodari per meglio stigmatizzare le bugie ed i bugiardi. Ma da quella filastrocca ci si impara tanto. Ovviamente nella vita reale non ci sono Paesi dei bugiardi, bensì bugiardi che cercano ed, alcune volte, anche ci riescono a mentire ed ingannare gli altri, approfittando per se stessi. E se quei bugiardi ed ingannatori abbiano poi anche dei poteri istituzionali e se capitasse che loro siano anche delle persone irresponsabili, allora le conseguenze potrebbero essere veramente gravi. Sì perché, come la storia, anche quella di questi ultimi decenni ci insegna, le bugie diffuse con “maestria” riescono a convincere ed ingannare, soprattutto quelli che non giudicano e pensano con il proprio cervello. E soprattutto attualmente, quando l’opinione individuale, ma anche quella collettiva, si condiziona, si crea e si propaga tramite i media e la rete. Chissà cosa avrebbe scritto Gianni Rodari su questa realtà, ancora non conosciuta allora da lui. Ma di certo ne avrebbe scritto e ci avrebbe avvertito, a suo modo intelligente, di fare molta attenzione.

    Fatti accaduti, documentati, testimoniati ed ufficialmente denunciati alla mano, una delle persone che ha, esercita e purtroppo abusa di un sempre più pericolosamente ampio potere istituzionale è anche il primo ministro albanese. Sono tantissimi i fatti realmente accaduti che lo confermerebbero. Sono tanti gli scandali che lo vedrebbero coinvolto direttamente e/o tramite chi per lui. Anche quelli delle ultime settimane. Il nostro lettore è stato informato durante questi ultimi anni, con la dovuta, necessaria ed obbligatoria responsabilità e oggettività su non pochi scandali ed abusi di potere da parte del primo ministro albanese e dei suoi più stretti collaboratori. Soltanto durante queste ultime settimane molti altri sconvolgenti fatti sono stati resi pubblicamente noti in Albania. Dati e fatti documentati che coinvolgerebbero, sia istituzionalmente, sia personalmente il primo ministro. Soltanto durante queste ultimissime settimane il nostro lettore è stato informato di alcuni simili e clamorosi scandali (Un imbroglione che confessa, poi nega ed in seguito elogia altri, 17 ottobre 2022; Si sa di chi è la colpa, 7 novembre 2022; Scontri diplomatici e governativi sui migranti, 14 novembre 2022; Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati, 21 novembre 2022). La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore, fatti alla mano, che anche lo scontro diplomatico e governativo tra l’Albania ed il Regno Unito sugli allarmanti flussi migratori arrivati in Inghilterra, era semplicemente un misero diversivo per spostare l’attenzione pubblica da due scandali, tuttora in corso: quello degli inceneritori e del porto di Durazzo. Chi scrive queste righe, su quest’ultimo, affermava che “…lo scandalo del porto di Durazzo, oltre ad essere un clamoroso ed irresponsabile abuso di potere, oltre ad essere anche uno spaventoso e preoccupante affare corruttivo miliardario, rappresenta soprattutto un atto di alto tradimento degli interessi nazionali”. Per giovedì scorso, 24 novembre, era previsto che il primo ministro riferisse in Parlamento sullo scandalo del porto di Durazzo. E così è stato. L’autore di queste righe però avvertiva che il primo ministro in Parlamento di certo cercherà “…come suo solito, di scaricare su chiunque altro le sue colpe, i suoi irresponsabili e clamorosi abusi di potere, la responsabilità per la diffusa corruzione e per le preoccupanti conseguenze e ripercussioni della connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con certi raggruppamenti occulti.” (Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati, 21 novembre 2022). E proprio questo è stato verificato giovedì scorso, durante un lungo intervento del primo ministro. Ha cercato di incolpare gli attuali dirigenti dell’opposizione ed alcuni media e giornalisti non controllati da lui, usando un banalissimo linguaggio da coatto, come fa sempre quando si trova in difficoltà. Il primo ministro ha ingiuriato ed etichettato loro come “senza patria e né religione”, come “sfacciati” ecc.. Ma invece, dati e fatti accaduti ormai da alcuni anni alla mano, il vero “sfacciato senza patria e né religione” è proprio lui. Il vero, consapevole e diretto responsabile dello scandalo miliardario del porto di Durazzo, con ogni probabilità e non solo istituzionalmente, è proprio il primo ministro albanese. Ed il tempo, un vero galantuomo, come sempre lo testimonierà.

    Ma cos’è lo scandalo miliardario del porto di Durazzo? Da molti dati e fatti accaduti, documentati e ormai denunciati alla mano, risulta essere un diabolico, ben ideato e tuttora in attuazione progetto che ha come obiettivo finale la trasformazione di un vasto spazio, dove attualmente si trova il porto, in un’area dove si costruiranno edifici multipiani, alberghi di lusso con dentro anche dei casinò. Dai pochissimi documenti ufficiali resi ad ora pubblici, risulterebbe che si tratta di un’area di 812600 m2. Il “Progetto”, che prevede anche la costruzione, nell’area dove attualmente si trova il porto, di una marina per yacht ed altre imbarcazioni turistiche di lusso, è diviso in due fasi. Prima la demolizione dell’attuale porto, con tutte le sue gravissime conseguenze economiche, commerciali e non solo e la costruzione, al suo posto, degli appartamenti, alberghi di lusso e della marina. Poi, in seguito, la costruzione del porto commerciale in un’altra area, nel nord di Durazzo. Dai dati resi pubblici, ma che cambiano di volta in volta e a seconda delle difficoltà in cui si trovano il primo ministro e i suoi più stretti collaboratori e consiglieri, di madre lingua albanese e di altre, si tratterebbe di un progetto di oltre 2 miliardi di euro. Si tratta però e purtroppo di un progetto del tutto non trasparente e che cambia, almeno come risulta da quelle pochissime informazioni ufficiali che, ad oggi, sono state rese pubbliche. Come le cangianti dichiarazioni del primo ministro, le relazioni ed altri documenti del ministero delle Infrastrutture e dell’Energia, direttamente coinvolto nel “Progetto” del porto di Durazzo, nonché del ministero delle Finanze e di altre istituzioni governative. Si tratta di un progetto che ha come un “illustre investitore”, secondo il primo ministro albanese, un miliardario dagli Emirati Arabi Uniti. Ma. guarda caso, da poco meno di due anni, da quando il “Progetto” è stato reso noto, con un tono trionfante, personalmente dal primo ministro albanese, gli “investitori” non sono più gli stessi. Perché sono state cambiate le società che dovrebbero attuare il “Progetto”. Ma, cosa ancora più grave, anzi molto grave, è che tutte quelle società, che sono come le matrioske russe, sono tutte registrate nei paradisi fiscali. E non a caso sono state fatte simili e continue “acrobazie”. Non si sa niente sia delle capacità finanziarie, sia degli azionisti di quelle “società fantasma’. Solo questo eclatante fatto sarebbe bastato per capire di che genere di “Progetto” si tratta. E basterebbe anche per capire in quale scandalo è stato direttamente, istituzionalmente, ma anche personalmente, coinvolto il primo ministro albanese.

    Il nostro lettore è stato anche precedentemente informato di questo scandalo (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021; Clamoroso abuso miliardario in corso, 21 febbraio 2022; Volgari arroganze verbali balcaniche e verità che accusano, 28 giugno 2022 ecc..). Ma siccome sono tanti i dati ed i fatti che testimoniano la gravosità dello scandalo del porto di Durazzo, l’autore di queste righe continuerà, anche nelle prossime settimane, a trattare ed informare il nostro lettore, sempre con la dovuta, necessaria ed obbligatoria responsabilità e oggettività.

    Chi scrive queste righe, riferendosi al detto latino fallacia alia aliam trudit – un inganno tira l’altro, è convinto di tutte le bugie e gli inganni del primo ministro albanese per riuscire ad annientare un luogo strategico e millenario, qual è il porto di Durazzo, per poi approfittare di ingenti somme lui, altri suoi famigliari e alcuni suoi stretti collaboratori. Sono i fatti accaduti che lo testimoniano.

    A chi scrive queste righe il primo ministro albanese sembra quell’imbroglione che, come scriveva Jean de La Bruyère, ogni mattina apre ed espone la propria merce per ingannare la gente e a sera chiude, dopo aver ingannato per tutto il giorno. Chissà cosa avrebbe scritto Gianni Rodari di un bugiardo ed ingannatore innato come il primo ministro albanese?!

  • Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati

    La base per qualunque scandalo è un’assoluta certezza immorale.

    Oscar Wilde, da “Il ritratto di Dorian Gray”

    Diversi scandali stanno attirando tutta l’attenzione dell’opinione pubblica in Albania durante queste ultimissime settimane. Alcuni sono degli scandali che durano da anni, nonostante gli sforzi di offuscarli da parte della propaganda governativa, dei media controllati e degli “opinionisti” a pagamento. Altri sono degli “scandali minori” di vario tipo, generati a proposito per spostare ed annebbiare l’attenzione pubblica. Durante queste ultimissime settimane altri fatti sono stati resi noti. Fatti e dati che denunciano un’irresponsabile abuso di potere da parte di coloro che sono convinti di essere ormai degli “intoccabili”, dopo aver messo finalmente sotto controllo anche il potere giudiziario. A partire dal primo ministro albanese. Proprio da lui che, sempre fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, in connivenza con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e/o internazionali sta, ogni giorno che passa, clamorosamente ed irresponsabilmente abusando della cosa pubblica. Durante queste ultimissime settimane altri dati e fatti, rendendosi pubblici, evidenziano cosa è accaduto e sta accadendo con quelli che ormai, da qualche anno, sono noti come lo scandalo degli inceneritori e del porto di Durazzo. Il nostro lettore è stato informato di tutti e due a tempo debito e a più riprese. Sono scandali che in qualsiasi Paese normale, dove il potere giudiziario, il terzo potere dello Stato, indipendente dal potere esecutivo e da quello legislativo, secondo Montesquieu, avrebbero portato a giudizio ed avrebbero pesantemente condannato tante persone. Alcune molto altolocate. Scandali che, in qualsiasi Paese normale, nel caso fossero accaduti, avrebbero portato immediatamente alla caduta del governo, come atto dovuto, politico, istituzionale e morale. Ma in un Paese normale sarebbe stato molto difficile, se non addirittura impossibile, che una e/o più persone avrebbero avuto il coraggio di ideare e portare a compimento simili scandali. In Albania invece, dove da anni è stato restaurato e consolidato un regime totalitario, una dittatura sui generis, tutto può accadere. Si, purtroppo tutto può accadere, se a volerlo e a deciderlo sia proprio il primo ministro e/o, tramite lui, i rappresentanti della criminalità organizzata e di certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Sono tanti i fatti accaduti in questi ultimi anni che dimostrano e testimoniano una simile pericolosa, grave e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta dai semplici cittadini.

    Durante questi ultimi giorni nuovi dati documentati e denunciati riguardanti i due scandali occulti e miliardari sopracitati, sono emersi, ma nonostante siano tanti i documenti resi pubblici, nonostante siano tante le inchieste fatte da quei pochi giornalisti e media non controllati personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui, nonostante siano tante anche le denunce depositate dall’opposizione politica presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, gli scandali continuano a  far “svanire” milioni e ad attirare, giustamente e doverosamente l’attenzione pubblica. Anche perché, essendo veramente tali e funzionando come dei diabolici meccanismi e sistemi ben coordinati, con tutta la necessaria copertura e protezione governativa e giuridica, continuano a far circolare ed ingoiare centinaia di milioni della cosa pubblica in un Paese tra i più poveri dell’Europa. In un Paese dal quale, proprio anche a causa della povertà diffusa, ma non solo, stanno scappando verso altri Paesi europei, soprattutto verso il Regno Unito, migliaia di albanesi. Una diretta e gravissima conseguenza questa degli abusi di potere e della paurosa irresponsabilità di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania. Perché il continuo e massivo spopolamento di un Paese rappresenta veramente una realtà drammatica e molto preoccupante. Uno spopolamento, le cui ripercussioni si stanno già sentendo e subendo in Albania. Ma si faranno purtroppo sentire molto di più nel futuro. Anche perché quelli che stanno scappando in questi mesi verso altri Paesi europei, soprattutto verso il Regno Unito, sono i giovani.

    Una realtà quella dei flussi migratori dall’Albania verso il Regno Unito che sta preoccupando, nelle ultime settimane, anche il governo britannico. E proprio riferendosi a questa realtà, dall’inizio del mese, si è “sviluppato” uno scontro diplomatico e governativo tra il primo ministro albanese e alcuni ministri del governo britannico. Il più aspro e diretto è stato quello con la segretaria di Stato per l’Interno. La scorsa settimana il nostro lettore è stato brevemente informato su quanto stesse accadendo. L’autore di queste righe evidenziava la scorsa settimana un fatto veramente molto preoccupante, una vera e propria testimonianza dello spopolamento massivo dell’Albania. Egli, riferendosi ai dati ufficiali sui migranti arrivati con delle piccole imbarcazioni nel Regno Unito, attraversando il canale della Manica. scriveva: “…dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!” (Scontri diplomatici e governativi sui migranti; 14 novembre 2022). Secondo la ben nota agenzia inglese BBC (British Broadcasting Corporation – Corporazione britannica di trasmissione; n.d.a.), che si riferiva poche settimane fa ai dati ufficiali del governo britannico, circa l’80% dei migranti che attraversano il canale della Manica sono albanesi. Non solo, ma la BBC evidenziava che il numero dei migranti albanesi è aumentato moltissimo durante quest’anno. Da circa 50 che erano nel 2020 e da circa 800 nel 2021, quest’anno sono arrivati sulle coste del Regno Unito circa 12.000 migranti! Un simile flusso, soprattutto di giovani, non può essere spinto che dalla disperazione, causata dalla diffusa povertà, dalla mancanza di speranza per un futuro migliore nella madre patria, dalla diffusa e sempre più soffocante corruzione, dal sistema “riformato” della giustizia che “giudica” soltanto seguendo gli “orientamenti” pervenuti dagli piani alti del potere politico ecc.. Dai dati ufficiali dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione europea; n.d.a.), pubblicati alcune settimane fa, risulta che i migranti albanesi hanno superato anche quegli ucraini che scappano dalla guerra! Avendo precedentemente superato i siriani, gli afghani, gli iracheni ed altri. Secondo i dati pubblicati dall’Eurostat, solo durante il periodo gennaio–agosto 2022 sono state registrate 6860 richieste d’asilo dai cittadini albanesi, con un incremento del 68% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Solo nel mese d’agosto 2022 gli albanesi richiedenti asilo sono stati circa 1100. Mentre gli ucraini richiedenti asilo, durante il mese di luglio scorso (ultimi dati ufficiali per loro disponibili dall’Eurostat; n.d.a.), sono stati circa 950. Ma quello che rende queste cifre ancora più significative, oltre alla guerra in corso in Ucraina, è anche il numero totale delle due popolazioni. Ebbene, in Albania vivono circa 2.800.000 abitanti, mentre in Ucraina, prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio scorso, erano circa 43 milioni di abitanti!

    Il flusso migratorio dei cittadini albanesi che scappano non è però iniziato adesso. Adesso gli albanesi hanno semplicemente “cambiato rotta”, scegliendo il Regno Unito. Il flusso migratorio, dopo quello degli anni ’90 verso l’Italia, è ricominciato, massivo e preoccupante, dal 2015 e cioè due anni dopo l’ascesa al potere dell’attuale primo ministro nel 2013. L’autore di queste righe informava nel settembre del 2015 il nostro lettore che la guerra in Siria, i vari conflitti armati nel Medio Oriente ed in alcuni Paesi africani avevano generato flussi migratori verso alcuni Paesi dell’Europa occidentale, soprattutto verso la Germania. E poi sottolineava che “Purtroppo tutto questo sta sfumando un altrettanto preoccupante fenomeno che si sta consumando in Albania. Flussi migratori, provenienti da un paese candidato all’Unione Europea e membro della NATO, che gode da alcuni anni del regime di Schengen per la libera circolazione, si dirigono verso la Germania, ma non solo”, aggiungendo che “…i principali responsabili sono i politici, i quali tentano di sdrammatizzare la situazione agli occhi del mondo con una leggerezza inquietante” (Accade in Albania; 7 settembre 2015).

    Era l’inizio di questo mese quando la segretaria Britannica di Stato per l’Interno, preoccupata per il flusso massivo dei migranti albanesi che, attraversando il canale della Manica, entravano nel Regno Unito clandestinamente, dichiarava che molti di loro, arrivati quest’anno sono stati albanesi, perciò il governo britannico stava lavorando in stretto contatto con il governo albanese per incoraggiare i rientri dei migranti in patria. Poi, riferendosi proprio ai migranti albanesi, i primi come numero assoluto tra tutte le altre nazionalità, la segretaria di Stato Britannica per l’Interno ha aggiunto: “Noi, allo stesso tempo, stiamo constatando che molti albanesi stanno facendo delle false affermazioni, pretendendo di essere degli ‘schiavi moderni’, indipendentemente dal fatto che abbiano pagato migliaia [di euro] per arrivare in questo paese [Regno Unito]”. In più sia la segretaria britannica di Stato per l’Interno che altri membri del governo e del Parlamento hanno fatto riferimento alla criminalità organizzata albanese, molto attiva anche in Inghilterra. Una realtà purtroppo ormai verificata ed ufficialmente confermata. Dopo quelle dichiarazioni il primo ministro albanese ha reagito aspramente, dichiarando che “Il Regno Unito deve lottare [contro] le bande della criminalità di tutte le nazionalità e fermare la discriminazione degli albanesi per giustificare i fallimenti delle [sue] politiche”. In seguito lui ha avviato ed alimentato uno scontro diplomatico e governativo con il Regno Unito. Uno scontro che durò per circa due settimane.

    L’autore di queste righe pensa che, con molta probabilità, più che un “dovere patriotico”, quelle aggressive dichiarazioni del primo ministro albanese siano state un suo misero tentativo, suggerito anche dai suoi “amici e consiglieri” di madre lingua inglese e precedentemente membri di altissimo livello del governo britannico, per spostare l’attenzione da molti abusi di potere e altrettanti scandali che lo coinvolgerebbero personalmente, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano. Tra cui anche i due sopracitati scandali: quelli degli inceneritori e del porto di Durazzo. Lo scandalo degli inceneritori rappresenta un diabolico e ben protetto meccanismo per “macinare” e “bruciare”, centinaia di milioni della cosa pubblica, mettendo in atto uno sperpero gigantesco di denaro pubblico, dal quale il primo ministro ed i suoi più stetti collaboratori hanno avuto e tuttora stano avendo la loro parte milionaria. Il nostro lettore ha avuto modo di informarsi di tutto ciò negli ultimi mesi. Mentre lo scandalo del porto di Durazzo, oltre ad essere un clamoroso ed irresponsabile abuso di potere, oltre ad essere anche uno spaventoso e preoccupante affare corruttivo miliardario, rappresenta soprattutto un atto di alto tradimento degli interessi nazionali. Anche di questo scandalo il nostro lettore è stato informato precedentemente. Essendo però tutti e due degli scandali in corso, l’autore di queste righe continuerà ad informare il nostro lettore dei futuri sviluppi. Su quello del porto di Durazzo il primo ministro dovrebbe riferire giovedì prossimo in Parlamento. Di certo però cercherà, come suo solito, di scaricare su chiunque altro le sue colpe, i suoi irresponsabili e clamorosi abusi di potere, la responsabilità per la diffusa corruzione e per le preoccupanti conseguenze e ripercussioni della connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con certi raggruppamenti occulti.

    Chi scrive queste righe, fatti accaduti alla mano, è convinto che qualsiasi cosa possa dire il primo ministro albanese è sempre una bugia, un inganno, una bufala.  Una sola volta lui ha detto la verità: quando, appena ricevuto il suo primo mandato, nel settembre 2013, ha minacciato in Parlamento l’opposizione, dicendo “non avete visto niente ancora!”. Chi scrive queste righe condivide l’opinione di Oscar Wilde. Si, la base per qualunque scandalo è un’assoluta certezza immorale.

  • Scontri diplomatici e governativi sui migranti

    Se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica

    per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!

    Sandro Pertini

    Continuano gli sbarchi dei migranti a Lampedusa. Anche durante tutta la scorsa settimana sono arrivati con delle piccole imbarcazioni, centinaia di uomini, donne e bambini provenienti da diversi Paesi dell’Africa. Un continuo flusso di migranti, sofferenti, sfruttati e anche violentati esseri umani che da anni stanno cercando di trovare accoglienza in Italia e, tramite l’Italia, anche in altri Paesi europei. Un flusso quello che da anni ha generato anche molti problemi logistici, ma non solo, sia a Lampedusa che altrove in Italia. Si tratta soprattutto di migranti dai Paesi subsahariani ma anche dall’Asia e dall’Africa settentrionale. Prima una parte di quei flussi migratori, soprattutto siriani, che scappavano dalla guerra in corso nel loro Paese, passavano attraverso quella che venne denominata come la rotta del Mediterraneo orientale. Facendo tappa in Turchia e nelle isole della Grecia, i migranti poi cercavano di entrare nei Paesi dell’Unione europea attraversando la Grecia, la Bulgaria ed altri Paesi balcanici. Si creò un serio e preoccupante problema, sia per i Paesi lungo la rotta che per quelli che rappresentavano l’obiettivo finale dei migranti. Sono ancora vive nella memoria collettiva le reti di filo spinato che sono state messe per impedire il passaggio delle frontiere tra gli Stati europei da migliaia di migranti in cerca di un posto sicuro. I capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo convocato il 17 e 18 marzo 2016, insieme con i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione, hanno deciso di stabilire un accordo tra l’Unione europea e la Turchia per gestire la grave crisi generata dai flussi dei migranti, soprattutto siriani, ma non solo, che cercavano di arrivare nei Paesi dell’Europa occidentale. Il 18 marzo 2016 è stata firmata dai rappresentanti dell’Unione europea e dal presidente della Turchia quella che ormai è nota come la Dichiarazione dell’Unione europea con la stessa Turchia. Quel documento prevedeva e sanciva che “…tutti i nuovi migranti irregolari che arrivano sulle isole greche saranno rimpatriati in Turchia se non fanno domanda d’asilo o se la loro domanda è respinta”. Si sanciva anche che “Per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche, un altro siriano sarà reinsediato nell’Unione europea”. Si trattava di “misure straordinarie volte a porre fine alle sofferenze umane e a ripristinare l’ordine pubblico”. Si trattava di misure e regole che dovevano essere attuate “nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea ed internazionale, escludendo pertanto qualsiasi forma di espulsione collettiva”. Con la sottoscrizione di quella Dichiarazione la Turchia si impegnava ad “…adottare misure più severe per evitare l’apertura di nuove rotte marittime o terrestri di migrazione irregolare verso l’Unione europea”. Per sostenere quanto prevedeva e sanciva la Dichiarazione, il 24 novembre 2015, in seguito alla richiesta degli Stati membri dell’Unione, è stato costituito lo Strumento dell’Unione europea per i rifugiati in Turchia. Si tratta di un meccanismo di coordinamento tramite il quale si garantisce tutta l’assistenza necessaria per i rifugiati. Sono stati previsti ed allocati 6 miliardi di euro, stanziati in due rate. La prima, di 3 miliardi, era stata resa disponibile il 29 novembre 2015, mentre la seconda rata, sempre di 3 miliardi di euro, è stata erogata nel marzo 2018. Ma due anni dopo, nel marzo 2020, l’Unione europea ha dovuto stanziare anche altri 700.000 milioni di euro, questa volta per la Grecia, sempre però riguardanti i migranti.

    Per regolamentare i flussi migratori e il trattamento delle richieste d’asilo da parte dei migranti che entrano in un Paese dell’Unione europea, dal 1 gennaio 2014 è entrato in vigore il Regolamento di Dublino. Quel documento stabilisce i criteri ed i meccanismi necessari per l’esame, da parte di uno Stato membro dell’Unione, di una domanda d’asilo e di protezione internazionale, presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide. Il regolamento di Dublino, tra l’altro, stabilisce anche quale sia lo Stato membro dell’Unione europea che dovrebbe farsi carico del trattamento della richiesta d’asilo presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide. Secondo il Regolamento di Dublino si stabilisce che “…qualsiasi domanda di asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro, quello individuato come competente e la competenza per l’esame di una domanda di protezione internazionale ricade in primo luogo sullo Stato che ha espletato il ruolo maggiore relativamente all’ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo eccezioni”. Perciò una richiesta d’asilo deve essere presentata dal richiedente nel primo Paese dell’Unione europea dove lui entra fisicamente.

    Dall’inizio della settimana scorsa ha avuto inizio uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Francia. Tutto cominciò dopo che la nave Ocean Viking, appartenente all’organizzazione non governativa SOS Mediterranée e battente bandiera norvegese, con a bordo 234 migranti, aveva chiesto il permesso di attraccare in un porto sicuro in Italia. Non avendo avuto il richiesto permesso da parte delle autorità italiane, la nave si è diretta verso la costa francese. Si era parlato del porto di Marsiglia e di Tolone. Ma nel frattempo si era generato anche uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Francia. Citando e facendo riferimento anche al sopracitato Regolamento di Dublino. Lunedì 7 novembre, durante la Conferenza sul clima dell’ONU in Egitto, c’è stato un incontro tra la presidente italiana del Consiglio dei Ministri ed il Presidente della Repubblica francese. Nonostante non ci siano degli annunci ufficiali di quello che hanno discusso e trattato i due durante quell’incontro, da fonti mediatiche risulterebbe che abbiano trattato anche la spinosa questione dei migranti nel mediterraneo e della nave Ocean Viking. Risulterebbe che durante quell’incontro in Egitto, il presidente francese avesse, tra l’altro, garantito la disponibilità di dare accoglienza ai migranti che si trovavano nella nave diretta, nel frattempo, verso un porto francese.

    Ma quanto è accaduto dopo quell’incontro ha generato, invece, uno scontro diplomatico con dei toni aspri. Dopo che le autorità italiane hanno rifiutato il permesso di attraccare in un porto sicuro italiano per la nave Ocean Viking, il ministro dell’Interno francese ha criticato il comportamento del governo italiano, considerandolo come un “comportamento inaccettabile”. Aggiungendo anche che il governo italiano aveva preso una “decisione incomprensibile”. In seguito c’è stato uno scontro verbale che ha coinvolto direttamente, con delle accuse reciproche, anche la presidente del Consiglio dei ministri italiano e la segretaria di Stato per gli Affari Europei del governo francese. Durante una sua conferenza stampa l’11 novembre scorso, la Presidente del Consiglio ha detto che “La Francia aveva dichiarato a voi [giornalisti] che il ministero degli Interni francese avrebbe accolto l’Ocean Viking. Addirittura dichiarava che non avrebbero fatto una selezione come invece accadeva in Italia, e la notizia non è stata smentita per circa otto ore e dopo otto ore ho ringraziato per il gesto di solidarietà”. In più, dopo le reazioni della scorsa settimana delle autorità del governo francese sulla crisi dei migranti a bordo della nave Ocean Viking, la Presidente del Consiglio dei ministri italiano ha considerato quella della Francia una “reazione aggressiva”. Lei ha anche ribadito che “non bisogna isolare l’Italia ma gli scafisti”. La presidente del Consiglio ha dichiarato convinta che “Quando si parla di ritorsioni in una dinamica dell’Unione europea qualcosa non funziona”. Aggiungendo che era rimasta “molto colpita dalla reazione aggressiva del governo francese, incomprensibile e ingiustificabile”. Riferendosi poi agli obblighi internazionali derivanti dagli accordi da rispettare, lei ha chiesto: “Cosa fa arrabbiare? Il fatto che l’Italia deve essere l’unico porto di sbarco per i migranti del Mediterraneo? Questo non c’è scritto in nessun accordo!”. Mentre la segretaria di Stato per gli Affari Europei del governo francese ha dichiarato, sempre riferendosi alla crisi dei migranti, che “Con l’Italia si è rotta la fiducia”. In seguito lei si è riferita agli accordi presi dall’Italia nell’ambito del meccanismo di solidarietà dell’Unione europea. Ragion per cui “…i trattati si applicano al di là della vita di un governo, altrimenti se dovessimo cambiare ogni volta le regole sarebbe insostenibile”. Aggiungendo che il governo italiano “non ha rispettato il meccanismo per il quale si era impegnato”. Per lei da parte del governo italiano “… c’è stata una decisione unilaterale che ha messo vite in pericolo e che, del resto, non è conforme al diritto internazionale”.

    Dopo questi aspri scontri verbali, nella mattinata di lunedì, 14 novembre, c’è stato un pacificatore colloquio telefonico tra il Presidente della Repubblica italiana ed il suo omologo francese. Dopo delle trattative diplomatiche durante questi ultimissimi giorni e dopo quel colloquio c’è stata anche una nota ufficiale congiunta delle due presidenze. Secondo questa nota “Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avuto con il Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron un colloquio telefonico, nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea”. Lo stesso giorno, lunedì 14 novembre, a Bruxelles si è riunito il Consiglio degli Affari esteri dell’Unione europea. I temi previsti, su cui discutere, erano l’aggressione russa in Ucraina, la regione dei Grandi Laghi in Africa ed i Balcani occidentali. Ma dopo lo scontro diplomatico della scorsa settimana tra l’Italia e la Francia sui migranti, è stata presentata, da parte della delegazione italiana, la richiesta di trattare anche la “…cooperazione in materia di flussi migratori, con particolare riferimento alla gestione dei soccorsi operati da navi private e all’attuazione di meccanismi effettivi di solidarietà europei”.

    Da due settimane ormai è in corso un altro scontro diplomatico tra due altri Paesi europei. Anche questo scontro, con lo scambio di aspre accuse reciproche verbali, riguarda i flussi migratori che arrivano dall’Albania nel Regno Unito. Sono dati veramente preoccupanti. Secondo il ministero britannico della Difesa nella sola giornata di sabato scorso hanno attraversato il canale della Manica 972 migranti con 22 piccole imbarcazioni. Mentre il numero totale dei migranti entrati nello stesso modo nel Regno Unito è, ad oggi, 40.885. Lo stesso ministero conferma che la maggior parte di quei migranti arrivano dall’Albania. Due settimane fa la ben nota agenzia inglese BBC (British Broadcasting Corporation – Corporazione britannica di trasmissione; n.d.a.) ha pubblicato i dati ufficiali riguardanti il numero dei migranti che arrivano nel Regno Unito con delle piccole imbarcazioni, attraversando il canale della Manica. Ebbene, dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!

    Subito dopo la pubblicazione di questi dati si è generato lo scontro diplomatico tra l’Albania ed il Regno Unito. Uno scontro verbale con delle accuse da parte del primo ministro albanese, seguito dalle repliche della segretaria di Stato britannico per l’Interno. Anche in questo caso, il primo ministro, cercando come sempre di sfuggire alle sue responsabilità per la grave e drammatica realtà albanese, ha “attaccato” verbalmente le autorità britanniche. Si tratta di un nuovo scandalo tuttora in corso, sul quale il nostro lettore verrà informato di nuovo.

    Chi scrive queste righe pensa di non aggiungere altro. Condivide però pienamente quanto affermava Sandro Pertini. E cioè che se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!

  • Si sa di chi è la colpa

    Colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa.

    Arthur Bloch, da “La legge di Murphy”

    Era il 1935. In Francia una canzone ha avuto subito un grande successo. Il titolo della canzone era Tout va très bien, madame la marquise (Tutto va molto bene signora marchesa, n.d.a.). Il testo era concepito come un dialogo telefonico tra una marchesa ed il suo maggiordomo. La marchesa, assente da due settimana, chiedeva quali fossero le novità. L’astuto maggiordomo l’assicurava che tutto andava bene. Ma era accaduta anche una disgrazia. E le disgrazie accadute erano più di una. Dopo la prima domanda della marchesa il suo maggiordomo rispose, assicurandola prima che “tutto va molto bene signora marchesa”. Aggiungendo però che c’era una piccola cosa da deplorare: in un incidente “è morta la sua giumenta grigia”. Ma “…a parte ciò, signora la marchesa, tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Preoccupata, la marchesa chiedeva come era morta la sua cara giumenta. Il maggiordomo, rassicurandola che tutto andava bene, la informava che la perdita avvenne dopo che la scuderia era andata in fiamme. E poi, in seguito alle sue domande, la marchesa apprendeva un’altra notizia, sempre più grave della precedente. Così la marchesa apprese dell’incendio del suo castello e, alla fine, la morte per suicidio del suo caro marito. Ma sempre e comunque, l’astuto maggiordomo finiva la sua informazione con la solita frase. E cioè che “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Questa canzone, resa subito popolare nel 1935 in Francia ed altrove, simboleggia perciò uno sdolcinato, maldestro e misero comportamento per nascondere la realtà. La cruda e gravosa realtà.

    Ogni volta che viene colpevolizzato e si trova in difficoltà, non assume mai le sue responsabilità. Cerca sempre di incolpare gli altri. E da alcuni anni ormai, lui si trova sempre più spesso in difficoltà. Difficoltà generate dall’abuso del potere e dagli innumerevoli scandali di ogni genere. Scandali che si susseguono e che, non di rado, non lasciano neanche il tempo di prestare la dovuta e necessaria attenzione. Ma ci sono anche altri scandali che si generano e/o si rendono pubblici semplicemente per spostare l’attenzione da un altro, scottante e che coinvolge direttamente e/o indirettamente lui. Lui, il primo ministro albanese, che da più di nove anni abusa clamorosamente della cosa pubblica. In questi ultimi giorni sta suscitando molto scalpore la pubblicazione di quello che viene ormai denominato come lo scandalo dei “voli charter”. Uno scandalo reso noto dopo la pubblicazione, dagli hacker iraniani, di dati riguardanti proprio gli spostamenti del primo ministro albanese all’estero con un “aereo personalizzato” secondo i suoi gusti e bisogni.

    Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa di un vasto attacco informatico attuato da parte degli hackers iraniani appartenenti all’organizzazione Homeland Justice (Giustizia per la Patria; n.d.a.). Attacchi avviati, almeno secondo i dati ufficiali, dal luglio scorso. Gli hackers si sono impossessati di moltissimi dati. Si tratta di dati ufficiali, riservati e sensibili in possesso di molte istituzioni governative e statali, compresi anche i servizi segreti e la polizia di Stato. Dati che, per legge, dovevano essere custoditi con la massima garanzia e sicurezza. Ma purtroppo, fatti alla mano, così non è accaduto. Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa che uno degli obiettivi degli hacker iraniani era il tanto sbandierato sistema “e–Albania”, vanto propagandistico del primo ministro. Un servizio on line che usava ed accumulava innumerevoli dati. Un sistema costato diversi milioni, che però non si sa come siano stati spesi e dove siano finiti realmente. Una cosa si sa però: che gli appalti sono stati sempre “vinti” dai soliti “clienti governativi”. L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Si tratta anche di dati molto sensibili e che potrebbero mettere in pericolo anche la sicurezza nazionale. Ma essendo l’Albania uno Stato membro della NATO, la gravità aumenta e si propaga”. Aggiungendo però che, a scandalo accaduto e reso pubblico dagli stessi hacker iraniani, “…il primo ministro, con la solita ed innata sfacciataggine cerca di mentire. A danni fatti, il primo ministro e i suoi, come sempre, hanno cercato di minimizzare tutto e di garantire che niente di serio era successo, che tutti i dati sensibili erano protetti e sicuri”. Il primo ministro dichiarava che “…L’aggressione non ha per niente raggiunto il suo obiettivo, nessuna seria fuga oppure cancellazione di dati” (Sic!). Dichiarazione smentita nell’arco di pochi giorni da lui stesso, con altre dichiarazioni. L’autore di queste righe sottolineava che “…Nel frattempo a niente sono servite le misere dichiarazioni del primo ministro. Anzi, sono state tutte delle dichiarazioni subito smentite dalla rapida e spesso incontrollata fuga delle informazioni, basate soprattutto sui rapporti delle istituzioni specializzate internazionali. Compreso anche l’ultimo del FBI (Federal Bureau of Investigation; n.d.a.) e della CISA (The Cybersecurity and Infrastructure Security Agency; n.d.a.) pubblicato il 22 settembre scorso e dedicato interamente ai sopracitati attacchi degli iraniani”. Ma, allo stesso tempo però “…la procura di Tirana ha ordinato a tutti i media e ai giornalisti di non pubblicare nessuna notizia che riguardasse i dati sensibili ormai resi pubblici in rete. Violando così uno dei diritti e dei doveri fondamentali dei media e dei giornalisti: quello di informare il pubblico, rispettando sempre e comunque tutte le regole internazionalmente stabilite dalle convenzioni e dalle decisioni prese della Corte europea per i diritti dell’uomo”. (Preoccupanti attacchi informatici e ingerenze abusive; 26 settembre 2022).

    E non poteva essere altrimenti. Si, perché tutte le istituzioni dei sistema “riformato” della giustizia in Albania, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, prendono ordini direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Invece di indagare sugli abusi milionari con il sistema dei servizi on line e–Albania, di indagare sul modo con il quale sono stati effettuati gli appalti e sui “vincitori” degli stessi appalti, la procura ha cercato di spostare la colpa e di intimidire i giornalisti e i media non controllati dal primo ministro. Si sa però di chi è la colpa e da chi partono gli ordini anche in questo caso. Perché si tratta di un déjà vu. Il nostro lettore è stato precedentemente informato di un caso simile. Era l’aprile del 2021. Due settimane prima delle elezioni politiche in Albania. L’11 aprile 2021 un media non controllato pubblicò una notizia che ha attirato subito tutta l’attenzione pubblica. Uno scandalo ormai noto come “lo scandalo dei patrocinatori”. L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che i “patrocinatori” erano “…delle persone che dovevano ‘stare vicino’ ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo ‘vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato”. Ed i “patrocinatori” erano non pochi, bensì 9027. Dai dati pubblicati quell’11 aprile 2021, tenendo presente che l’intera popolazione attualmente residente in Albania non supera 2.800.000 persone, risultava che erano non poco ma “…910.061 le persone ad essere contattate e/o sulle quali i ‘patrocinatori’ dovevano raccogliere ed elaborare tutte le necessarie informazioni. Dati alla mano ormai, la persona più giovane dell’elenco aveva circa 18 anni, mentre quella più anziana circa 99 anni!”. In più, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…la maggior parte dei ‘patrocinatori’ erano dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale”. Specificando però che “erano anche dei dipendenti delle istituzioni, per i quali la legge impedisce categoricamente il diretto coinvolgimento in simili attività politiche, come tutti i dipendenti della polizia di Stato, delle strutture dell’esercito e della Guardia repubblicana”. Aggiungendo, convinto, che “…in Albania le leggi, quando serve al potere politico, soprattutto quello del primo ministro, valgono quanto una carta straccia. Per il primo ministro, i suoi stretti collaboratori e la propaganda governativa i ‘patrocinatori’ erano soltanto dei ‘membri del partito che fanno un valoroso lavoro’ (Sic!)”. Ma anche allora le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania, un altro “vanto” del primo ministro e, purtroppo, anche dei soliti “rappresentanti interazionali”, invece di indagare sulla palese ed inconfutabile violazione delle leggi in vigore in Albania sui dati personali, hanno colpevolizzato ed indagato il media che ha pubblicato lo scandalo (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021). Il media colpevolizzato ed indagato dalle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, per aver pubblicato lo scandalo dei “patrocinatori” si era rivolto subito alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida. Anche di questo fatto il nostro lettore è stato informato a tempo debito (Uso scandaloso di dati personali, 31 gennaio 2022).

    Ebbene, tornando al sopracitato scandalo dei “voli charter” del primo ministro, gli stessi hacker iraniani che hanno messo sotto sopra tutti i sistemi informatici in Albania durante i caldi mesi d’estate, hanno pubblicato una decina di giorni fa anche molti dati presi del sistema TIMS (Total Information Management System – Sistema di gestione totale delle informazioni; n.d.a.), usato dalla polizia albanese. Dati che riguardavano gli spostamenti all’estero del primo ministro. Si tratta di dati che dimostrano e testimoniano, senza equivoci, degli abusi clamorosi milionari del primo ministro con i suoi “voli charter”. In realtà si tratta di un aereo modificato e ristrutturato che viene usato solo da lui. Prima di questo aereo, lui ha usato altri, presi in affitto da diverse compagnie aeree. I dati del sistema TIMS, in possesso degli hacker iraniani, riguardano tutti gli spostamenti con aereo del primo ministro albanese dal 2015 in poi. Ebbene, da questi dati risulta che lui, il primo ministro di uno dei Paesi più poveri d’Europa, ha speso per 137 “voli charter” circa 22 milioni di euro. Non solo ma, dagli stessi dati, risulta che il primo ministro albanese non ha smesso di volare con il suo “aereo personalizzato” neanche durante il periodo della pandemia. Solo nel 2020 ha effettuato 22 voli. Risulta però che alcuni spostamenti all’estero non sono resi pubblici dall’ufficio stampa del primo ministro. Chissà perché?! Si sa però che negli stessi giorni che lui, come testimoniato ormai dal sistema TIMS, non è stato in Albania, i media da lui controllati trasmettevano dei servizi che lo facevano vedere in diverse attività in Albania. Hanno trasmesso perciò dei servizi precedentemente registrati. Cosa aveva allora da nascondere il primo ministro?! Proprio lui che goderebbe anche la facoltà dell’ubiquità, cioè di essere presente allo stesso tempo in più luoghi. Come il Dio e qualche santo! Per lo scandalo dei “voli charter” ormai reso pubblicamente noto, il primo ministro ha subito fatto quello che sempre ha fatto: ha cercato di incolpare gli altri. Ma così facendo ha semplicemente confermato i suoi abusi milionari con quei “voli charter”.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore, anche in seguito, di questo scandalo tuttora in corso. Così come lo informerà anche di altri scandali, come quello dello “scontro diplomatico” del primo ministro albanese con il governo britannico riguardo gli emigranti clandestini albanesi nel Regno Unito. Uno “scontro” quello anche per spostare l’attenzione dallo scandalo dei “voli”. Ma anche da altri. Si sa però di chi veramente è la colpa e la responsabilità. Ed il primo ministro non può difendersi con simili miseri “trucchi” e messinscene.  Chi scrive queste righe, riferendosi a lui, condivide la convinzione di Arthur Bloch, secondo cui colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa. E si ricorda anche del maggiordomo della marchesa che, nonostante fossero accadute nel frattempo delle cose gravissime, come la morte della giumenta, l’incendio del castello e della scuderia, nonché la morte per suicidio del marito della marchesa, lui, il maggiordomo, diceva sempre “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Mentre il primo ministro albanese, nonostante la gravosa realtà, afferma che tutto stia andando per il meglio.

  • Gravose conseguenze di certe complicità internazionali

    Chi difende un colpevole si rende complice della colpa.

    Publilio Siro

    Da più di otto mesi ormai continua in Ucraina la guerra, quella che il dittatore russo continua a chiamarla, con un irritante cinismo, “un’operazione militare speciale”. Sono state tantissime le atrocità e le barbarie subite in questi mesi dalla inerme ed innocente popolazione ucraina, anziani, donne e bambini compresi. Sono alcune migliaia i morti tra la popolazione ed il numero purtroppo continuerà a crescere. Una realtà quella vissuta e sofferta durante questi mesi in Ucraina le cui conseguenze si faranno sentire anche dopo la fine della guerra. Lo sfollamento massiccio del Paese rappresenta un ulteriore danno subito, con un grande costo umano ed economico per gli anni a venire. Si, perché come ci insegnano gli specialisti, la mancanza delle persone, sia perché sono morte, sia perché si sono allontanate, rappresenta sempre anche un significativo costo economico per il Paese. Ma sono purtroppo immensi anche i danni materiali dovuti ai continui bombardamenti delle forze armate russe. Danni miliardari e per ripristinare tutto serviranno anni. Una guerra quella in Ucraina che, nel frattempo, ha scombussolato tutto il mondo. Una guerra quella che ha causato gravi crisi, le quali coinvolgono e coinvolgeranno, anche nel prossimo futuro, molte popolazioni, oltre a quella ucraina. Crisi alimentari, energetiche, economiche e finanziarie che avranno anche delle drammatiche ripercussioni umanitarie e demografiche. Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi, in diversi Paesi del mondo, ne è una inconfutabile testimonianza.

    Ma quanto sta accadendo in questi ultimi mesi, dopo l’inizio della barbara aggressione russa in Ucraina il 24 febbraio scorso, ha evidenziato anche delle responsabilità. Prima di tutto delle responsabilità dirette, come quella del dittatore russo e dei suoi seguaci. Ma anche responsabilità indirette, dovute a diverse ragioni, di alcuni massimi e/o alti rappresentanti di determinati singoli Paesi e delle istituzioni internazionali. Responsabilità causate e derivanti da determinati interessi economici, energetici e non solo, di singoli Paesi. Ma anche da certe complicità e da rapporti di amicizie personali con il dittatore russo, di alcune massime autorità, attuali e/o del passato di quei Paesi. Responsabilità e complicità sulle quali, purtroppo adesso, dopo l’inizio della guerra, si sta cercando di stendere un velo pietoso. Sono veramente pochi coloro che hanno pubblicamente assunto le proprie responsabilità, indirette e/o derivanti che siano, su tutto quello che da più di otto mesi ormai, sta accadendo in Ucraina.

    Era il 15 agosto dell’anno scorso. Dopo alcune settimane di scontri armati, in diverse parti del territorio, le forze militari occidentali, che da venti anni erano stanziate in Afghanistan, hanno cominciato la loro ritirata. Purtroppo, fatti accaduti alla mano, si è trattato di una vergognosa e caotica ritirata. Il simbolo di quello che stava accadendo dopo il 15 agosto 2021, quando i talebani presero il controllo di Kabul, era proprio l’aeroporto della capitale. Un vero e proprio caos generale che continuava senza interruzione, giorno e notte. Erano i militari stranieri, soprattutto quelli statunitensi, molto più numerosi, che salivano sugli aerei. Ma vi erano anche tanti cittadini afgani, disperati ed impauriti dall’arrivo dei talebani, che cercavano, a tutti i costi, di salire su qualche aereo e lasciare il Paese. Erano in migliaia che scappavano, spesso senza sapere neanche dove sarebbero finiti. Nel frattempo era “sparito” anche il presidente afgano. Una persona che doveva essere l’ultimo a lasciare il Paese, ma che, invece, era scappato con i suoi e sembrerebbe, secondo diverse fonti mediatiche, anche con una ingente somma di denaro. Cosa è accaduto dopo quel 15 agosto dell’anno scorso purtroppo ormai è di dominio pubblico. I talebani all’inizio hanno cercato di presentarsi diversi da quelli del 2001. Pochi giorni dopo aver preso il controllo della capitale, i talebani promettevano che avrebbero costituito “un governo islamico e responsabile”. Promettevano un nuovo governo che avrebbe avuto due “anime”: una religiosa e una politica. Un nuovo governo “inclusivo”, ma senza la presenza delle donne. In più, il 6 settembre 2021, i talebani dichiaravano, tramite il loro portavoce ufficiale, che loro volevano “buoni rapporti con il mondo”. E per dar credito a quella volontà, hanno invitato ufficialmente tutte le nazioni che avevano rapporti diplomatici con l’Afghanistan, particolarmente gli Stati Uniti d’America e i Paesi dell’Europa occidentale, a riprendere e riattivare questi rapporti interrotti dopo il 15 agosto scorso.

    Sono state tante le analisi fatte dopo il ritiro dall’Afghanistan delle truppe occidentali, soprattutto quella statunitense. Sono stati pubblicati documenti finanziari e valutazioni sui tanti enormi investimenti fatti durante i venti anni in Afghanistan, sia per il mantenimento delle truppe militari, che per la ricostruzione ed il ripristino della normalità nel Paese. Ma anche per la costituzione di tutte le nuove e necessarie istituzioni democratiche che dovevano gestire la vita pubblica. Ebbene, dalle analisi fatte, dai documenti, almeno quelli resi pubblici, e dalle valutazioni finanziarie fatte risulterebbe che ingenti somme, migliaia di miliardi spesi, non hanno potuto avviare nel Paese un vero e proprio processo di democratizzazione. Anzi! La corruzione divorava miliardi sotto gli “occhi vigili” dei rappresentanti internazionali. Dalle analisi fatte e dai documenti resi pubblici risulterebbe che sono stati proprio quei rappresentanti internazionali, soprattutto statunitensi, che hanno “chiuso gli occhi”, permettendo proprio al presidente di avere il suo mandato dopo delle elezioni manipolate con vari modi. Proprio a quel presidente che, dopo l’entrata dei talebani a Kabul nell’agosto delle anno scorso, è scappato carico di milioni, secondo le cattive lingue, lasciando in fuga, tra i primi, quel Paese che doveva lasciare per ultimo.

    L’autore di queste righe, nel suo piccolo, ha trattato per il nostro lettore il caotico e vergognoso ritiro delle truppe armate occidentali dall’Afghanistan, partendo dal 15 agosto 2021 (Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania, 31 agosto 2021; Apparenze che ingannano, 6 settembre 2021; Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili, 27 settembre 2021 ecc…). Ha analizzato anche il comportamento “ambiguo” dei rappresentanti internazionali, soprattutto statunitensi, sia durante la presenza delle forze armate internazionali in Afghanistan, che in altri Paesi del mondo. Ma egli ha anche evidenziato il comportamento corretto ed in pieno rispetto della Convenzione di Vienna per le relazioni diplomatiche del 1961, di altri rappresentanti istituzionali statunitensi. Uno di quelli era l’ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti, nominato nell’estate 2021, in seguito all’omicidio del presidente haitiano. A metà settembre dell’anno scorso, solo un mese dopo il vergognoso ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan, lui ha presentato le sue dimissioni al Segretario di Stato affermando “…con grande delusione e scuse a chi cerca cambiamenti fondamentali”. Nella sua lettera di dimissioni l’ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti esprimeva la sua convinzione che gli Stati Uniti d’America sbagliano dando il loro supporto a persone non democraticamente elette. Affermando, convinto, che “…l’orgoglio che ci fa credere che dobbiamo scegliere [noi] il vincitore, di nuovo, è impressionante. Questo ciclo di ingerenze politiche internazionali ad Haiti ha prodotto sempre dei risultati catastrofici” (Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili, 27 settembre 2021). Ed i fatti accaduti non solo in Afghanistan ed Haiti, ma anche in altri Paesi del mondo, dimostrerebbero e testimonierebbero che l’attuazione, da parte degli Stati Uniti d’America, della dottrina Truman (presentata il 12 marzo 1947 dall’allora presidente statunitense Harry Truman; n.d.a.), non ha raggiunto i suoi obiettivi, tra i quali anche “l’esportazione della democrazia” in quei Paesi dove sono intervenuti, in vari modi ed in periodi diversi, gli Stati Uniti d’America. L’autore di queste righe, riferendosi alla presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, dopo il vergognoso e caotico ritiro delle truppe occidentali, scriveva tra l’altro per il nostro lettore che “…come si sta verificando dal 15 agosto, dopo la presa del controllo su Kabul, i talebani stanno usando un moderato, inedito e non bellicoso linguaggio mediatico. Ben diverso da quello usato in precedenza”. Aggiungendo però che “il tempo, che è sempre un galantuomo, testimonierà se questo nuovo approccio rappresenta una nuova mentalità, oppure è semplicemente una voluta e ingannatrice apparenza. Quanto è accaduto e testimoniato durante queste ultime settimane affermerebbe, purtroppo, la seconda ipotesi. Staremo a vedere!” (Apparenze che ingannano; 6 settembre 2021). Ed il tempo, da vero galantuomo, nonostante sia passato solo poco più di un anno, ha confermato, purtroppo, il vero volto dei talebani!

    Uno dei Paesi dove i “rappresentanti internazionali”, soprattutto quelli diplomatici statunitensi, hanno volutamente calpestato quanto è stato sancito dalla Convenzione di Vienna per le relazioni diplomatiche è anche l’Albania. Il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti alla mano, di molti clamorosi casi di consapevole violazione degli articoli di questa Convenzione. Così come è stato informato anche del loro comportamento come se fossero dei “governatori” del Paese. Un ruolo questo realmente da loro esercitato in diversi casi ed in diverse occasioni, con il beneplacito di coloro che hanno governato l’Albania. Soprattutto dell’attuale primo ministro, che dal 2013 ad oggi ha avuto sempre il supporto dei diplomatici statunitensi, ma non solo. Loro hanno sempre applaudito i “successi” inesistenti, i “successi” sulla carta, ma fortemente propagandati dal primo ministro e dai suoi. Così come lui ha sempre avuto anche il “silenzio” degli stessi rappresentanti diplomatici, quando gli scandali si seguivano e tuttora si susseguono l’un l’altro. Scandali che in qualsiasi paese normale e democratico avrebbe subito causato la caduta del governo e anche l’avvio delle indagini per abuso di potere con il denaro pubblico ed altro. Ma i “governatori”, che parlano in inglese, così come altri “rappresentanti internazionali”, quando serve “non vedono, non sentono e non capiscono”, come se proprio non esistesse quello che realmente accade in Albania. E così facendo hanno permesso, nolens volens, anche alla restaurazione ed il continuo consolidamento di un regime totalitario, di una nuova dittatura sui generis, istituzionalmente rappresentata dal primo ministro, espressione dell’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata non solo albanese e determinati raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Con il loro consapevole ma irresponsabile comportamento, con la loro complicità i rappresentanti diplomatici e quelli delle istituzioni internazionali in Albania, quelle dell’Unione europea comprese, hanno contribuito alla paurosa e molto preoccupante diffusione della corruzione. Come risulta anche dai rapporti delle istituzioni internazionali specializzate. L’ultimo, della scorsa settimana. Con il loro consapevole ma irresponsabile comportamento e con la loro complicità, i rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali in Albania hanno contribuito anche all’approvazione ed attuazione di una riforma del sistema della giustizia a servizio proprio del primo ministro. Ma la realtà, quella vera, vissuta e sofferta in Albania presenta anche altri preoccupanti aspetti. Uno dei quali è il continuo spopolamento dell’Albania. Da un ultimo rapporto dell’Eurostat pubblicato la scorsa settimana risulterebbe che gli albanesi, negli ultimi mesi, superavano anche gli ucraini come richiedenti asilo. In Ucraina però si sta combattendo una guerra, mentre in Albania si combatte con il regime del primo ministro, supportato anche dalla complicità dei soliti “rappresentanti internazionali”.

    Chi scrive queste righe avrebbe molti altri simili argomenti da trattare per il nostro lettore, ma lo spazio non lo permette. Egli però continuerà a trattare di nuovo le gravose conseguenze di certe complicità internazionali. Nel frattempo è convinto, come lo era più di duemila anni fa anche Publilio Siro, che chi difende un colpevole si rende complice della colpa.

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