Albania

  • Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?

    Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?
    Quando si dice che si è d’accordo su qualcosa in linea di principio,
    significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica.

    Otto von Bismarck

    Il 4 settembre scorso, nell’ufficio ovale del presidente degli Stati Uniti d’America a Washington D.C., ha avuto luogo un incontro tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo. Erano presenti l’anfitrione, presidente Trump, il presidente della Serbia e il primo ministro del Kosovo. Erano presenti anche le tre delegazioni rispettive. Un vertice a tre, rimandato però per due volte. Inizialmente era stato previsto per il 27 giugno scorso. Ma prima della partenza per Washington la delegazione del Kosovo ha annunciato che non poteva partecipare più al previsto vertice. La mancata partenza era dovuta al rilascio, il 24 giungo 2020, di un comunicato dell’Ufficio del Procuratore Speciale per il Kosovo. Con quel comunicato si rendeva noto che il Procuratore Speciale aveva presentato dieci capi d’accusa presso le Camere Speciali del Kosovo contro il presidente della Repubblica del Kosovo. Proprio lui che doveva dirigere la delegazione. Poi, in seguito, il vertice a tre a Washington è stato previsto per il 2 settembre scorso. Ma anche quella volta è stato rimandato, per poi essere stato realizzato finalmente, due giorni dopo, il 4 settembre. La persona incaricata dal presidente statunitense per organizzare l’incontro e per preparare il contenuto del previsto accordo aveva, dall’inizio, ribadito che si trattava di un accordo con obiettivi economici. Mentre per quelli politici le delegazioni della Serbia e del Kosovo dovevano negoziare con i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea.

    Nel frattempo i massimi rappresentanti dell’Unione europea non hanno visto di buon occhio lo spostamento a Washington dei negoziati tra la Serbia ed il Kosovo. Ragion per cui, subito dopo il fallimento del vertice a tre del 27 giugno 2020, il presidente francese ha proposto un vertice in videoconferenza. Il 12 luglio scorso da Parigi, lui e la cancelliera tedesca hanno dialogato con il presidente serbo, il primo ministro kosovaro e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza. Un dialogo considerato positivo dagli organizzatori. Per l’occasione il rappresentante dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo ha espresso la sua soddisfazione perché, secondo lui, finalmente il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo, con la diretta mediazione degli alti rappresentanti dell’Unione europea per la normalizzazione dei rapporti, “è ritornato, dopo 20 mesi, nella giusta via”.

    Dopo il sopracitato vertice in videoconferenza le parti hanno ribadito le loro richieste. Il primo ministro del Kosovo ha annunciato le sue cinque. La più importante delle quali era che l’Accordo integrale della Pace tra il Kosovo e la Serbia “doveva portare ad un riconoscimento reciproco” tra i due paesi. Perché per il momento la Serbia considera il Kosovo come una sua regione, parte integrante del suo territorio. Invece il presidente della Serbia, riferendosi al contenuto sostanziale delle richieste del Kosovo, ha dichairato che “… se quello è il perno di tutto ciò che essi [la delegazione del Kosovo] vogliono discutere, allora tutto diventa completamente insensato”.

    Il processo di mediazione di un accordo tra la Serbia ed il Kosovo è cominciato a Rambouillet, in Francia, nel lontano febbraio del 1999. Il testo con il contenuto dell’accordo presentato alle parti, che prevedeva un’autonomia sostanziale per il Kosovo, nonché le modalità della presenza dei rappresentanti internazionali, civili e militari ecc., era preparato dagli esperti della NATO (l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Dopo tanti, continui e difficili negoziati non si è raggiunto però un accordo. Il 18 marzo 1999 le delegazioni del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito hanno firmato quello che viene riconosciuto come l’Accordo di Rambouillet. Mentre le delegazioni della Serbia e della Russia hanno rifiutato di farlo. Ragion per cui, in seguito, la NATO ha deciso l’intervento militare con bombardamenti aerei contro la Serbia. Il resto è ormai storia nota.

    Negli anni dopo quell’intervento militare, i negoziati tra i due paesi hanno continuato, sempre con le stesse e insuperabili difficoltà. Nel novembre 2005 ha avuto inizio quello che diventerà il processo per l’indipendenza del Kosovo, nell’ambito di quella che è stata riconosciuta come la Conferenza di Vienna. Dopo una serie di incontri tra le parti, il 2 febbraio 2007 il rappresentante internazionale ha presentato le sue proposte per portare ad un accordo. Quel rappresentante era un noto diplomatico e politico finlandese. Egli è stato presidente della Finlandia dal 1994 al 2000 e anche sottosegretario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per il suo continuo e apprezzato impegno per la pace nel mondo, a lui, Martti Ahtisaari, è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2008. La Serbia, come sempre, ha rifiutato il riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Mentre il Kosovo, con il deciso sostegno di tutti i paesi del G7 e di molti altri in seguito, ha dichiarato la sua indipendenza il 17 febbraio 2008.

    Un terzo processo di dialoghi tra la Serbia ed il Kosovo, per raggiungere un accordo di pace, è ricominciato nel 2011, con la mediazione dei massimi rappresentanti dell’Unione europea. Si tratta di un processo che continua tutto’ora e che, come sopracitato, è ricominciato il 12 luglio scorso, dopo venti mesi di pausa. Si tratta, però, di un processo che ha avuto degli alti e bassi e che ha rischiato di portare non solo ad un fallimento, ma anche a degli accordi che potevano mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità nei Balcani. Perché, come è stato reso pubblico durante gli ultimi anni, si poteva arrivare, con un consenso non solo dei massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, ma anche dell’attuale primo ministro albanese, ad un pericoloso processo della ridistribuzione di determinati territori confinanti, a vantaggio della Serbia. Un simile progetto ha visto come un attivo promotore anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza dal 2014 al 2019. Durante questo periodo tra la Serbia e il Kosovo sono stati raggiunti degli accordi particolari, che mai sono stati però attuati in seguito. Ragion per cui, la mediazione dell’Unione europea è stata considerata come un fallimento da molti analisti e opinionisti internazionali.

    Una situazione quella che ha fatto “scendere in campo” gli Stati Uniti d’America. Ovviamente ci sono anche dei motivi non pubblicamente dichiarati che hanno portato ad una simile decisione. Motivi che, secondo gli analisti, hanno a che fare con l’aumento della presenza russa e cinese nei Balcani. Ma anche motivi che avrebbero a che fare, forse, anche con la campagna in corso per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Sui reali motivi e sui primi e attesi risultati del vertice del 4 settembre scorso a Washington D.C., tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, alla presenza del presidente statunitense, le opinioni sono diverse e spesso anche ben differenti. Comunque sia, la discesa in campo degli Stati Uniti darà un nuovo impulso dei negoziati e della soluzione finale del problema spinoso tra la Serbia e il Kosovo. Come è stato anche nel 1999 e poi, nel 2007 – 2008. Il primo risultato, comunque, è stato la ripresa dei negoziati con la mediazione dell’Unione europea. Tutto rimane, però, da vedere.

    Chi scrive queste righe pensa che quando si tratta di un accordo non ci sono mai né vincitori e né vinti. Altrimenti non si tratterebbe di un accordo, ma bensì di un diktat. Egli auspica che quanto scriveva Bismark, su un accordo in linea di principio, non sia vero sempre. Perché se no, ci si chiederebbe chi approfitta e chi perde cosa dall’accordo del 4 settembre scorso a Washington?

  • Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue

    Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi.
    Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo.

    Margaret Thatcher

    Il bue che dice cornuto all’asino è un modo di dire, molto diffuso in Italia e, in altre forme lessicali, anche in altri paesi del mondo. Un modo di dire che rispecchia, come sempre accade, la saggezza popolare che ci viene tramandata da secoli. Un modo di dire che addita tutti coloro che vedono i difetti degli altri, senza essere mai consapevoli dei propri. Oppure, peggio ancora, fingendo di non capirli. Una sua versione la troviamo anche nelle Sacre Scritture. Secondo l’evangelista Luca, Gesù chiede ai suoi discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”. E poi prosegue: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Vangelo secondo Luca; 6/39-41).

    Durante il mese d’agosto appena passato sono accadute molte cose nel mondo. Alcune hanno, giustamente, attirato l’attenzione delle cancellerie e delle istituzioni internazionali, nonché quella dell’opinione pubblica. Non poteva passare inosservato neanche quanto è accaduto in Bielorussia durante e dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso. Elezioni svolte in un clima di dura repressione contro l’opposizione messa in atto dalle strutture dello Stato. Ha vinto di nuovo, con l’80.23 %, Aleksander Lukashenko, in potere dal luglio del 1994. Dal 9 agosto in poi i cittadini stanno protestando contro le manipolazioni e i brogli elettorali, affrontandosi con la violenza delle forze di polizia e di altre strutture repressive specializzate. Proteste che sono continuate anche durante la scorsa settimana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Bielorussia rappresenta una seria preoccupazione per tutti. Perché una dittatura, ovunque essa sia costituita, rappresenta sempre una seria preoccupazione non solo per chi ne soffre direttamente le conseguenze.

    Tutte le cancellerie occidentali hanno fortemente condannato la farsa elettorale in Bielorussia. Così come hanno fatto anche le più importanti istituzioni internazionali. Comprese quelle dell’Unione europea e l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Sono state molte e unanimi le dichiarazioni pubbliche dei capi di Stato e di governo, subito dopo le elezioni e in seguito. Tutti hanno condannato la farsa elettorale del 9 agosto scorso, l’uso sproporzionato e ingiustificato della violenza conto i manifestanti e gli arresti di migliaia di essi. E’ stato chiesto anche il diretto coinvolgimento dell’OSCE in una missione di verifica di tutte le [presunte] avvenute manipolazioni e irregolarità prima, durante e dopo le elezioni del 9 agosto. Ma anche sulle atroci repressioni messe in atto contro i manifestanti, da parte delle forze di polizia e delle truppe speciali. Quelli sono anche degli obiettivi statutari dell’OSCE. Ragion per cui, il 28 agosto scorso, è stata tenuta a Vienna una seduta speciale del Consiglio permanente dell’OSCE. Seduta convocata dal presidente di turno dell’OSCE che, guarda caso, quest’anno è proprio il primo ministro albanese, essendo anche ministro degli esteri.

    E qui comincia il bello! Perché proprio lui con le elezioni libere, oneste e democratiche ha un rapporto “speciale”, come il diavolo lo ha con l’acqua santa! Un fatto questo, ormai verificato e evidenziato a più riprese, dal 2013 ad oggi, da diversi rapporti internazionali. Compreso anche l’ultimo in ordine di tempo. E cioè il Rapporto finale dell’OSCE stessa sulle elezioni [votazioni moniste] per l’amministrazione pubblica del 30 giugno 2019 in Albania. Il nostro lettore è stato informato sulle clamorose manipolazioni e le palesi violazioni prima, durante e dopo quelle elezioni (Riflessioni dopo le votazioni moniste, 1 luglio 2019; Votazioni moniste come farsa, 8 luglio 2019). Violazioni sia delle procedure e di quanto prevede la legislazione elettorale in vigore, ma anche della Costituzione stessa. In un paese però, come è l’Albania, dove da più di tre anni ormai la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona più!

    Durante la sopracitata seduta del Consiglio permanente dell’OSCE è stato concordato sulla necessità di inviare una missione in Bielorussia, in seguito a quanto è successo e sta succedendo dal 9 agosto in poi. E’ stato unanimemente sottolineato però che quella missione avrà luogo soltanto dopo l’approvazione ufficiale da parte delle autorità bielorusse. Autorizzazione che, ad oggi, non è stata rilasciata. Non solo, ma il presidente Lukashenko ha fatto sapere, a più riprese, che niente di tutto ciò potrà accadere. Lo ha fatto sapere, anche senza parlare, quando si è fatto vedere con un fucile in mano e con un giubbotto antiproiettile sul corpo.

    Sono tante le somiglianze del presidente bielorusso con il primo ministro albanese. E non solo quelle che hanno a che fare con le elezioni. Loro somigliano molto nel modo in cui affrontano le proteste dei cittadini, che scendono in piazza per chiedere ed ottenere il rispetto dei propri sacrosanti diritti. Loro somigliano nel modo in cui reprimono quelle proteste. Compresi anche i tanti denunciati e spesso anche documentati casi di torture e maltrattamenti nei confronti dei manifestanti arrestati. Loro somigliano nel vistoso calo della loro presunta e pretesa “popolarità”, in seguito ai tanti scandali, ai tanti abusi con il potere, ai tanti fallimenti economici e tanto altro. Ma loro somigliano, in questi giorni, anche nella loro determinata intenzione di aggrapparsi al potere, non importa come. Lo sta dimostrando in questi giorni il presidente bielorusso, non solo con le sue dichiarazione, ma anche con degli atti concreti. Così come lo sta facendo anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo, visto il diffuso malcontento popolare sempre in crescita, ha tolto la maschera e sta facendo di tutto per avere un terzo mandato. Ha addirittura stracciato e calpestato, nell’arco di meno di due mesi, anche l’accordo raggiunto il 5 giugno scorso sulla riforma elettorale. Il primo ministro albanese, in grosse e vistose difficoltà, ha chiesto alcuni giorni fa ai “suoi fedelissimi” di darsi da fare per avere i voti, costi quel che costi e con tutti i modi. La criminalità organizzata è a sua disposizione, com’è stata anche durante le precedenti elezioni. Anche perché, così facendo, la criminalità organizzata difende i suoi investimenti miliardari. Tutto ciò perché l’unico modo che garantisce a lui “l’incolumità” dopo tanti, continui e innumerevoli scandali e abusi, potrebbe essere soltanto un’altra la vittoria elettorale.

    Riferendosi alla presidenza di turno dell’OSCE esercitata quest’anno dall’Albania, l’autore di queste righe esprimeva, tra l’altro, nel gennaio di quest’anno, la sua convinzione che “Il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare.” (Una presidenza del tutto inappropriate; 20 gennaio 2020). Chi scrive queste righe è convinto che le dittature e i dittatori si somigliano. Similia cum similibus comparantur. E comparando, si trovano tante cose in comune tra il presidente bielorusso e il primo ministro albanese. Chi scrive queste righe non sa se ci sarà un incontro tra Lukashenko e una rappresentanza guidata dal primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE. Ma nel caso un incontro del genere avvenisse il primo ministro albanese si troverebbe nelle condizioni del bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, suo simile. L’autore di queste righe è convinto però che sia per i cittadini bielorussi che per quegli albanesi valgono sempre le parole di Margaret Thatcher. E cioè che “Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi. Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo”. Spetta ai cittadini di fare la loro scelta e agire di conseguenza.

  • Bugie, arroganza e manipolazioni

    Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi.

    George Orwell; da “1984”

    1984 e La fattoria degli animali sono i due capolavori di George Orwell dai quali ci si impara sempre. Il romanzo 1984, scritto nel 1948 e pubblicato un anno dopo, ambientato a Londra in un futuro prossimo, nel 1984, risulta essere uno dei libri tra i più letti in tutto il mondo. Il titolo stesso è una semplice permutazione delle due ultime cifre dell’anno 1948. Scrivendo quel libro, l’autore voleva diffondere un chiaro e perentorio messaggio tra i suoi lettori. Lui stesso aveva dichiarato che aveva scritto 1984 “…per cambiare il parere degli altri sul tipo di società, per la quale essi devono combattere”. E gli “altri” erano, sono e saranno sempre tutti coloro che, leggendo il libro, potessero/possano riflettere, valutare, e agire di conseguenza. Un obiettivo quello posto da Orwell, che sembra abbia superato tutte le sue aspettative, visto il grandissimo numero di lettori che hanno letto e riletto il libro, riflettendo, valutando e agendo di conseguenza. Anche l’autore di queste righe è uno tra quegli “altri”. Egli è fermamente convinto che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che funzioni il modello “Oceania”, ovunque si possa presentare un simile ed eventuale pericolo. Un modello quello, descritto nei minimi dettagli e maestosamente da George Orwell.

    Oceania era una delle tre grandi nazioni in cui era diviso il mondo nel 1984. Tutto era accaduto dopo una terza guerra mondiale, una guerra nucleare, avvenuta negli anni ’50 del secolo scorso. Le tre grandi nazioni, diventate delle dittature, erano in un continuo conflitto tra di loro. In Oceania tutto veniva controllato e gestito dal “Grande Fratello” (Big Brother), il capo indiscusso dell’unico Partito, che nessuno aveva mai visto però. Un personaggio occulto, inventato da George Orwell per rappresentare il “Potere assoluto”. Un “Grande Fratello” che, tramite le manipolazioni programmate e meticolosamente attuate del cervello umano ed una spietata repressione, aveva annullato la coscienza dell’individuo e quella collettiva in Oceania. Il “Grande Fratello” che è, come concetto e come effetti prodotti, molto attuale e pericoloso in tutto il mondo, vista la diffusione mediatica, l’uso sproporzionato e, purtroppo, con delle ben evidenziate conseguenze negative. Anche per questo dobbiamo tanto alla lungimiranza di Orvell.

    Un altro chiaro messaggio che egli ci ha trasmesso è che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che la cultura sia annientata dal “Potere assoluto”. Per non permettere mai che tutto ciò possa aiutare anche quella che Orwell chiamava la “Neolingua” (Newspeak). E cioè una “lingua” con un ridottissimo numero di parole attive, per ridurre, perciò, al massimo la capacità di espressione e di pensiero, individuale e/o collettivo. Una “lingua” che tende a soffocare la lingua vivente, fino a farla scomparire. Ragion per cui bisogna salvare la lingua dalla “corruzione della parola”, come scriveva Orwell.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai che chiunque, un “Grande Fratello” o chicchessia, possa manipolare mentalmente il genere umano, fino al punto di attivare quello che Orwell chiamava il “Bipensiero” (Doublethink ). E cioè “la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte”. Una ragione in più perché bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che possa funzionare quella diabolica distorsione e manipolazione mentale, ideata, programmata e attuata dal “Potere assoluto”, ovunque e in qualsiasi tempo. Per non permettere mai, come scriveva Orwell, che si possa “usare un inganno cosciente e, nello stesso tempo, mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi”.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che nessun “Grande Fratello”, ovunque e in qualsiasi tempo, possa annientare tutto il passato, tutta la storia, in modo che tutto cominci con il “Potere assoluto”. Come è stato maestosamente descritto da George Orwell nel suo 1984. E cioè per non permettere mai che in qualsiasi paese ci si possa arrivare fino al punto che “La menzogna diventa verità e passa alla storia”. E che “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, come scriveva Orwell. Per non permettere mai che si possano considerare normali delle contraddizioni come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”!

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che un “Grande Fratello”, rappresentante di qualsiasi “Potere assoluto”, possa controllare tutto e tutti con dei mezzi della tecnologia di telecomunicazione e altri potenti e diffusissimi mezzi tecnologici delle ultime generazioni. Come accadeva in Oceania, dove tramite i teleschermi, installati in ogni ambiente, non solo venivano trasmessi gli “ordini del Partito”, ma anche si controllava, in qualsiasi momento, la vita privata delle singole persone.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che delle strutture paramilitari possano agire nel nome e per conto del  “Potere assoluto”. Come accadeva in Oceania, dove una polizia politica, la “Psicopolizia” (Thought Police), interveniva in ogni situazione sospetta e non tollerata dal “Partito”. Una struttura quella della “Psicopolizia”, parte integrante del “Ministero dell’Amore” (Miniluv), che con metodi crudeli “convinceva” tutti i “dissidenti”, oppure gli faceva tacere per sempre.

    Tutti questi sono dei chiari e molto significativi messaggi che ci ha trasmesso George Orwell con il suo ben noto romanzo 1984. Messaggi che sono attuali in ogni parte del mondo, ovunque si possa verificare la costituzione di un regime totalitario, di una dittatura. Albania compresa. Sì, perché attualmente in Albania è stata restaurata una nuova dittatura, controllata e gestita dalla criminalità organizzata e da certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una dittatura che ha nel primo ministro il “rappresentante ufficiale”. Una dittatura che sta cercando di usare una facciata di “pluralismo politico”, per ingannare soprattutto le istituzioni internazionali e/o le cancellerie occidentali. Perché ormai è incurante di quello che ne pensano i cittadini albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che in Albania il “Potere assoluto” sta usando metodi simili a quelli usati nell’Oceania del 1984. Si sta facendo di tutto, in modo che la Storia cominci con l’attuale primo ministro. Si sta cercando di cancellare e, possibilmente, annientare le tradizioni e la cultura. Si sta cercando, in modo programmato, di “rinnovare” il sistema dell’istruzione. Il risultato è significativo. Soltanto negli ultimi anni è aumentato paurosamente il numero degli analfabeti funzionali tra i giovani. Sono di pubblico dominio l’ipocrisia forzata e, la sfacciataggine dei funzionari dell’amministrazione pubblica, che si contraddicono mentalmente. Espressioni “albanesi” del “Bipensiero” e della “Neolingua” orwelliana. Chi scrive queste righe è convinto che il vigliacco abbattimento dell’edificio del Teatro Nazionale ne è un’eloquente ed inconfutabile testimonianza della dittatura in azione. Delle strutture simili alla “Psicopolizia” di Orwell hanno dimostrato il 17 maggio scorso, notte tempo e in pieno periodo di chiusura per la pandemia, tutto il potere del regime. Spetta solo ai cittadini albanesi reagire determinati e sempre più numerosi per evitare il peggio. Ricordando anche quanto ha scritto George Orwell nel suo 1984. Tutto debba servire come monito e chiaro messaggio per gli albanesi rivoltosi.

  • Arrampicarsi sugli specchi

    Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio.

    Michelangelo Buonarroti; da “Rime; sonetto 87”

    Così comincia il sonetto 87 delle Rime, scritto da Michelangelo Buonarroti, il grande artista del Rinascimento, che era anche un poeta. Un sonetto che esprime i dilemmi e le debolezze, compreso anche “ogni spietato orgoglio”, che tormentano l’animo umano. Rivolgendosi al Signore il poeta confessa che “I’ t’amo con la lingua, e poi mi doglio c’amor non giunge al cor”. Egli, consapevole di tutto ciò, ha bisogno della grazia divina “che scacci ogni spietato orgoglio”. Bramoso della luce del Signore, il poeta esprime un desiderio e una preghiera: “Squarcia ’l vel tu, Signor, rompi quel muro che con la sua durezza ne ritarda il sol della tuo luce, al mondo spenta!”.

    Dilemmi e contraddizioni che tormentano tutti durante la vita, per vari motivi. Sia le persone semplici che quelle che hanno ed esercitano potere. Anzi, soprattutto questi ultimi. Perché con il potere che hanno e con le loro decisioni potrebbero fare anche del male. E quel male, per vari motivi, lo possono fare consapevolmente. Oppure perché costretti. Ma se costretti, poi ne soffrirebbero dai tormenti, incapaci di reagire. Ragion per cui chiedono al Signore: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Proprio così; vorrebbero volere quello che non vogliono. O che non hanno voluto! Esprimendo anche il loro pentimento per quello che hanno fatto.

    Purtroppo in Albania coloro che attualmente hanno ed esercitano potere decisionale non solo non si pentono, ma continuano disperatamente determinati a fare del male. Anzi, a passare di male in peggio. Il primo ministro albanese è uno tra quelli. Ormai si sta comportando sempre più confusamente e sta agendo in preda alla disperazione, ma sempre più isolato e abbandonato. Ormai sembra che lo stiano abbandonando anche coloro che fino a poche settimane fa lo appoggiavano pubblicamente. Compresi anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma questo non vuol dire che i danni e le dirette conseguenze del suo operato sarebbero meno preoccupanti. Anzi, i danni causati dalla disperazione e dal panico di coloro che hanno ed esercitano il potere possono essere ben peggiori. La storia sempre ci insegna. Disperato com’è dagli innumerevoli e continui fallimenti, dalla grave ed allarmante realtà nella quale si trova il paese, dai clamorosi scandali che lo coinvolgerebbero, direttamente e/o indirettamente, e forse anche dai “prezzi” che dovrebbe pagare alla criminalità organizzata e ai clan occulti per i “servizi resi”, il primo ministro albanese si sta discreditando pubblicamente sempre di più, ogni giorno che passa. Tra l’altro, e suo malgrado, adesso lui sta pagando anche il conto per tutte le bugie, gli inganni e le promesse fatte e mai mantenute. Adesso, tra l’altro e ogni giorno che passa, si sta pubblicamente demolendo e discreditando tutta la falsità del suo operato. Operato basato consapevolmente, come scelta strategica, sull’immagine e non sulla sostanza, sulla facciata, sulle messinscena, sui “successi virtuali”. Ormai sono di dominio pubblico tutte le sue innumerevoli contraddizioni con quanto ne ha dichiarato precedentemente. Ormai sono di dominio pubblico le sue innumerevoli e quotidiane bugie e inganni. Ormai stanno venendo a galla tutte le sue manipolazioni. Lui che, ad oggi, è stato sostenuto fortemente in tutto ciò anche da una potente e ben pagata propaganda, che passa spesso anche i confini del paese, adesso è in difficoltà.

    Adesso il primo ministro può usufruire delle sue bugie, dei suoi inganni, della sua disperazione e del “mondo di mezzo”. Lo sta dimostrando anche in questi giorni con l’accordo sulla Riforma elettorale, firmato il 5 giungo scorso dai rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione nel Consiglio Politico. Il nostro lettore è stato informato subito e per due settimane consecutive, di quell’accordo e delle sue conseguenze. Accordo che, vista la realtà vissuta in Albania, dove adesso una nuova e pericolosa dittatura è operativa e funzionante, potrebbe permettere al primo ministro un terzo mandato. L’autore di queste righe è stato e rimane convinto che il contenuto di quell’accordo non garantisce elezioni democratiche, libere ed oneste. Proprio quelle elezioni, di cui hanno adesso un vitale bisogno l’Albania e gli albanesi. L’accordo sulla Riforma elettorale non è tale però. Quell’accordo, e soprattutto il modo come è stato raggiunto, ha ricordato all’autore di queste righe la montagna che, dopo tanto chiasso, partorisce un topolino, espresso maestosamente dalla fiaba di Esopo (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’…;8 giugno 2020). Riferendosi a tutti coloro che hanno contribuito alla firma di quell’accordo, compresi i soliti “rappresentanti internazionali”, l’autore di queste righe scriveva: “Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro!”. E poi proseguiva: “…invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici!” (Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu; 15 giugno 2020).

    Il primo ministro albanese però, cercando a tutti i costi di vincere un terzo mandato e noncurante di tutto il resto e di tutte le conseguenze, adesso sta ignorando anche quanto è stato sancito dal sopracitato accordo. La scorsa settimana ha pubblicamente proposto e chiesto dei cambiamenti alla Costituzione per permettere poi una sua “vittoria a tavolino”. Un obiettivo quello, alla base del quale è la sua sopravvivenza politica e non solo, che viola però palesemente quanto previsto dalla stessa Costituzione. Tutto ciò, mentre la Corte Costituzionale, da circa tre anni ormai, non è più funzionante. Un blocco programmato e attuato volutamente e con cura, che ha permesso al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutto il sistema della giustizia. E guarda caso, la scorsa settimana, mentre il primo ministro presentava i suoi cambiamenti della Costituzione, “inaspettatamente” hanno dato le loro dimissioni tre candidati giudici per le vacanze nella Corte Costituzionale. Il che bloccherebbe ulteriormente, almeno per altri sei mesi, la funzionalità della Corte stessa. Il che permetterebbe al primo ministro di andare avanti, non ostacolato, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato. Una realtà, questa degli ultimi giorni, che sta evolvendo di ora in ora. Il nostro lettore sarà sempre informato sugli ulteriori ed inevitabili sviluppi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato, è capace di tutto. Lui adesso si sta arrampicando sugli specchi. Chi scrive queste righe è stato sempre convinto che il primo ministro avrebbe ignorato anche le “tecnicalità” sancite dall’Accordo del 5 giungo scorso. Il primo ministro però non si pente di tutto quello che ha fatto. E perciò non chiederà mai: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Forse però chiederà al Diavolo di aiutarlo a realizzare il suo desiderio: ”Vorrei voler quel ch’io voglio! E lo voglio avere, costi quel che costi!”. Chissà però se il Diavolo lo aiuterà?! Anche perché lui non rispetta i patti. Nemmeno quelli con un primo ministro.

  • Il merito come criterio

    Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito, che non il merito vero.
    François de La Rochefoucauld

    Dal 1o luglio e fino al 31 dicembre 2020 la Germania eserciterà il suo diritto di presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Un incarico molto importante questo visto che il Consiglio dell’Unione, insieme con il Parlamento europeo, rappresenta il potere legislativo dell’Unione stessa. La presidenza tedesca del Consiglio avrà come motto “Insieme per la ripresa dell’Europa”. Sono stati resi noti anche gli obiettivi del programma. Non potevano non essere obiettivi legati alla situazione causata sia dalla pandemia del coronavirus che dalle sue conseguenze. La realtà economica rappresenta una seria ed impegnativa sfida da affrontare e vincere. Un programma ambizioso quello del semestre tedesco, presentato l’8 luglio scorso, davanti al Parlamento europeo a Bruxelles, dalla cancelliera Angela Merkel. Il programma prevede un impegno comune e coordinato di tutti gli Stati membri dell’Unione per garantire “una ripresa economica e sociale a lungo termine”. Gli obiettivi posti dal programma, se raggiunti, renderanno possibile che l’Europa [unita] diventi non solo “più solida e innovativa”, ma anche “equa e sostenibile”. E, allo stesso tempo, che diventi “un’Europa della sicurezza e dei valori comuni”. Il che farà “un’Europa forte nel mondo”.

    Presentando il programma della presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione europea, la cancelliera ha dichiarato che “uno dei tre obiettivi della politica estera riguarda i Balcani occidentali”. E quando di parla dei Balcani occidentali si tratta soprattutto di due argomenti importanti. Uno riguarda l’integrazione europea dei paesi balcanici, l’altro, molto importante, la geopolitica, perché la penisola balcanica è diventata un territorio dove stanno aumentando gli interessi della Russia, della Cina, della Turchia e di altri stati. Paesi quelli che hanno già dei legami storici diversi, ognuno per conto proprio, con i paesi balcanici. Si tratta di legami, influenze e ormai anche di investimenti di vario tipo che rappresenterebbero una “minaccia” geostrategica e geopolitica per l’Unione europea. Ragion per cui, durante il vertice di Salonicco (21 giugno 2003), i dirigenti dell’Unione hanno dichiarato pubblicamente che l’integrazione dei paesi balcanici rappresenta un interesse strategico per l’Unione europea. Durante la conferenza di Berlino (28 agosto 2014) è stato presentato quello che ormai viene riconosciuto come il Processo di Berlino per i Balcani occidentali. Si tratta di un’iniziativa tedesca che ha come obiettivo finale l’integrazione dei paesi balcanici nell’Unione europea. Nell’ambito del Processo di Berlino sono stati svolti annualmente, da allora, i vertici di Vienna, di Parigi, di Trieste, di Londra e di Poznan. L’ultimo è stato il vertice di Zagabria, il 6 maggio 2020, in videoconferenza a causa del coronavirus. In tutti quei vertici è stato ribadito che l’integrazione dei paesi balcanici rappresenta un interesse strategico per l’Unione europea. Ma anche che tutti i paesi candidati all’adesione devono adempiere e rispettare i criteri di Copenaghen. Si tratta di quei tre criteri, approvati nel 1993, durante il vertice del Consiglio europeo nella capitale danese. E cioè il criterio politico, il criterio economico e l’adesione agli acquis communautaire. Quello politico rappresenta però una condizione sine qua non per l’adesione. Il che significa che nel paese candidato dovrebbero funzionare le istituzioni per garantire lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela.

    Ormai la Serbia e il Montenegro stanno affrontando il processo dell’integrazione europea come paesi candidati. Mentre la Macedonia del Nord e l’Albania attendono l’apertura dei negoziati come paesi candidati. I ministri per gli Affari europei, il 24 marzo scorso, hanno deciso tra l’altro, di aprire i negoziati per la Macedonia del Nord e l’Albania in una data da stabilire. Decisione che è stata adottata in seguito, il 26 marzo scorso, anche dai capi di Stato e di governo, durante il vertice del Consiglio europeo. Con una sola, ma molto significativa, differenza però. E cioè che per la Macedonia del Nord il Consiglio non ha posto nessuna condizione per l’apertura dei negoziati, mentre per l’Albania sono state poste ben 15 condizioni. Condizioni che, con qualche modifica non sostanziale, sono state approvate come emendamento, con un voto massiccio e trasversale dal Parlamento europeo, durante la sessione del 18-19 giugno scorso. Si tratta di quelle 15 condizioni sine qua non che, se non adempite tutte insieme, non potranno portare all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Condizioni di cui però il primo ministro nega pubblicamente l’esistenza. Il nostro lettore è stato ormai informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese.

    Durante la sopracitata presentazione del programma per il semestre tedesco del Consiglio dell’Unione europea, riferendosi alla politica estera, la cancelliera Merkel ha parlato, tra l’altro, anche delle conferenze dell’apertura dei negoziati per l’adesione nell’Unione europea dei paesi balcanici. Ma per la prima volta però la cancelliera ha lasciato “diplomaticamente” capire che tra l’Albania e la Macedonia del Nord c’è una bella differenza. Ragion per cui ormai si potrebbero dividere i due paesi nel loro percorso europeo. Cosa che da tempo hanno chiesto diversi Stati membri dell’Unione, proprio per non penalizzare la Macedonia. Perché tutte le 15 condizioni poste all’Albania e che hanno a che fare con l’adempimento del criterio politico di Copenaghen non possono essere adempite e rispettate a breve. Ma quella richiesta realistica e ragionevole di dividere la Macedonia del Nord dall’Albania nel loro percorso europeo non è stata approvata però dagli altri paesi durante il vertice del Consiglio europeo del 26 marzo scorso, compresi la Germania e la Francia. Molto probabilmente, in quel caso, è stato “trascurato” il criterio politico di Copenaghen, per delle ragioni geostrategiche e geopolitiche. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito di quella decisione, sottolineando però anche le conseguenze che potrebbero derivare in Albania, visto l’uso speculativo ed ingannevole della propaganda governativa. Proprio presentando il programma per il semestre tedesco del Consiglio dell’Unione europeo, la cancelliera Merkel ha ribadito l’impegno dell’Unione durante “…i negoziati dell’adesione con la Macedonia del Nord e forse con l’Albania”! Proprio quella parte della frase pronunciata dalla cancelliera, “e forse con l’Albania”, secondo gli analisti e le persone che conoscono bene il “linguaggio diplomaticamente corretto”, rappresenta la vera novità. E cioè che con quell’affermazione la cancelliera ha confermato finalmente la vera, reale e significativa differenza, condivisa anche dagli altri paesi membri, che c’è tra la Macedonia e l’Albania. D’ora in poi perciò non si devono trattare più insieme nel loro percorso europeo.

    Chi scrive queste righe valuta e condivide le 15 condizioni poste all’Albania e approvate il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo con un voto massiccio e trasversale. Egli giudica che sono tutte condizioni che rispecchiano il criterio politico di Copenaghen. Ragion per cui  il loro adempimento e rispetto rappresentano delle condizioni sine qua non durante tutto il percorso europeo dell’Albania. Chi scrive queste righe da sempre è stato, è e sarà fermamente convinto che l’unico criterio per l’adesione dell’Albania nell’Unione europea dovrebbe essere soltanto il merito e nient’altro. Per il meglio dell’Albania stessa, ma anche per tutta l’Unione europea. Ogni altro criterio, a lungo termine, creerà soltanto problemi e grattacapi. Perciò bisogna essere molto attenti a non ricompensare le apparenze del merito, ma il merito vero.

  • Similitudini

    …La corruzione è dappertutto, il talento è raro. Perciò, la corruzione è

    l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta.

    Honoré de Balzac; da “Papà Goriot”

    Così diceva convinto Vautrin al giovane Eugene de Rastignac. Correva l’anno 1819. In quel tempo tutti e due vivevano a Parigi. Vautrin, ladro e usuraio, era stato condannato ai lavori forzati, ma era evaso appena aveva potuto. Il suo vero nome era Jacques Collin, ma negli ambienti della malavita parigina lo avevano soprannominato ‘Inganna-la-morte’ (Trompe-la-Mort). La polizia lo stava cercando dappertutto, perché era una persona molto pericolosa. Eugene de Rastignac invece, uno dei personaggi non solo del romanzo Papà Goriot, ma anche di molti altri romanzi della Commedia Umana di Balzac, era un giovane di 21 anni, arrivato a Parigi per studiare legge. Lui non sapeva niente di Vautrin. Un giorno Vautrin cercava di spiegare a Rastignac che in questo mondo “non ci sono principi, ma soltanto eventi. Non ci sono leggi, ma soltanto circostanze”. E che “…l’uomo intelligente si adatta agli eventi e alle circostanze per dominarle”. Vautrin consigliava a Rastignac di “non insistere con le proprie convinzioni”, e nel caso servisse, se qualcuno glielo chiedeva, “doveva vendere i suoi principi”. Si, proprio vendere, in cambio di soldi o altro! Vautrin rappresentava a Parigi la “Società dei diecimila”, che era un raggruppamento non di ladri comuni, ma “di ladri di alto livello”. E lui gestiva enormi quantità di denaro per conto della Società. Balzac ci racconta che i soci erano persone che “non si sporcano le mani per delle piccole cose e non si immischiano in affari se non riescono a guadagnare, come minimo, diecimila franchi”. Da buon usuraio qual era, Vautrin vede anche in Rastignac una persona dalla quale poteva approfittare, essendo lui un povero giovane di provincia, ma ambizioso ed arrivista, Vautrin propone a Rastignac un accordo, dal quale poteva avere un guadagno del 20% come commissione. Accordo che non si concluse, anche perché, finalmente, Vautrin viene arrestato dalla polizia.

    Duecento anni dopo quegli eventi, maestosamente raccontati da Balzac nel suo romanzo Papà Goriot, le cose si ripetono, generando, tra l’altro, delle similitudini. In ogni parte del mondo, così come in Albania. Guarda caso, l’attuale primo ministro viene chiamato anche il “signor 20%”. Lo hanno soprannominato così dopo le diverse accuse pubbliche, fatte da quando era il sindaco di Tirana. Secondo quelle accuse lui, o chi per lui, chiedeva ai costruttori una commissione del 20% dell’investimento in cambio del permesso per costruire. Durante questi ultimi anni il primo ministro albanese è stato accusato ripetutamente e pubblicamente, documenti alla mano, in albanese e in altre lingue, di molti fatti gravi. Le accuse pubbliche riguardavano e riguardano, tra l’altro, gli stretti legami che lui, e/o chi per lui, ha con la criminalità organizzata. Legami che si basano su un solido supporto reciproco. Una collaborazione quella, che secondo le documentate e ripetute accuse pubbliche, ha permesso al primo ministro i suoi due mandati istituzionali e altre vittorie elettorali. Mentre alla criminalità organizzata ha garantito affari miliardari. Compresi, tra l’altro, la diffusa coltivazione della cannabis su tutto il territorio nazionale e il traffico illecito di stupefacenti. Traffico che continua indisturbato, come dimostrano i fatti resi noti dalle procure dei paesi confinanti, ma soprattutto quelle italiane. Soltanto una settimana fa è stato sequestrato sulle coste italiane un grosso carico di droga proveniente dall’Albania.

    Il primo ministro albanese è stato accusato di aver nascosto delle condanne in altri paesi europei. Accuse fatte, anche quelle, sia in albanese che in altre lingue. Una decina di giorni fa un noto collezionista di icone, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha ripetuto la sua accusa. E cioè che l’attuale primo ministro albanese è stato arrestato e condannato in Francia agli inizi degli anni ’90 per traffico di icone rubate! Quella del collezionista, durante l’intervista televisiva una decina di giorni fa, non era soltanto una ripetuta accusa ma, come ha dichiarato lui, era anche una sfida pubblica al primo ministro. Ad oggi però, il primo ministro, che ha denunciato ufficialmente “per calunnia” molte persone, compresi politici, giornalisti e/o redazioni di giornali e altri media in Albania e in altri paesi, non ha detto neanche una sola parola e non ha presentato nessun ricorso “per calunnia” contro il collezionista di icone. E se fossero vere le accuse fatte dal collezionista, ma non solo da lui, sia in albanese che in altre lingue, allora si aggiunge un’altra similitudine tra il primo ministro albanese e Vautrin.

    Le similitudini non finiscono qui però. Sempre in base alle tante denunce e accuse pubbliche, risulterebbe che il primo ministro albanese sia anche il rappresentante istituzionale degli interessi miliardari di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Guarda caso, un altra similitudine con Vautrin, che era il rappresentante della sopracitata “Società dei diecimila”, come ci racconta Balzac nel suo romanzo Papà Goriot. Il nostro lettore conosce ormai l’emblematico caso del barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, il 17 maggio scorso, dell’edificio del Teatro Nazionale, in pieno centro di Tirana. Si tratta proprio del caso per eccellenza che dimostra e testimonia la stretta collaborazione tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Una pericolosa collaborazione che sta alle fondamenta della nuova dittatura sui generis ormai restaurata ed operativa in Albania. L’unica incognita, almeno pubblicamente, è chi comanda in quella “combriccola”. Tutti ormai sanno però, che l’abbattimento del Teatro Nazionale rappresenta un affare criminale miliardario, che parte dal riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione ai più alti livelli, per poi continuare con grossi investimenti e introiti garantiti. Per agevolare ed ufficializzare tutto ciò, il primo ministro albanese presentò ed approvò in Parlamento una “legge speciale”, in piena estate del 2018, per passare in grande fretta la proprietà pubblica ad un privato, noto cliente del potere politico. Ormai il riciclaggio del denaro sporco è un’allarmante realtà in Albania. Una realtà che è stata testimoniata, tra l’altro, anche dai due ultimi rapporti annuali del MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). Dai rapporti si evidenzia che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro in Albania”. E che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro”! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). E non poteva essere diversamente, con un simile “rappresentante istituzionale” qual è il primo ministro albanese. Come era anche Vautrin per la sopracitata “Società dei diecimila”. E queste sopracitate sono soltanto alcune delle similitudini tra i due.

    Chi scrive queste righe trova attuale quanto scriveva Balzac nel suo Papà Goriot. E cioè che anche in Albania nel 2020, come in Francia del 1819, la corruzione la trovi dappertutto. Ed è l’arma della mediocrità che abbonda, la cui punta si sente ovunque. L’autore di queste righe è convinto però che, diversamente da quanto accadeva a Parigi nel 1819, dove Vautrin veniva arrestato dal sistema della giustizia, in Albania nel 2020 il sistema della giustizia è controllato personalmente proprio dal primo ministro. Nel 1819 Vautrin consigliava a Rastignac che, se servisse, “doveva vendere i suoi principi”. Mentre il primo ministro albanese, nel caso abbia mai avuto dei principi, ormai li ha già venduti ai richiedenti. Ad un buon prezzo però!

  • Falsari di parola e di verità

    … Io udi’ già dire a Bologna del diavol vizi assai,
    tra ‘quali udi’ ch’elli è bugiardo e padre di menzogna.

    Dante Alighieri; La Divina Commedia; Inferno / XXIII

    Così diceva frate Cataldo a Virgilio, autore del poema epico l’Eneide. Lo racconta Dante nella sua Divina Commedia. Era stato proprio Malacoda, un diavolo inventato da Dante, che aveva ingannato Virgilio, il maestro che si prendeva cura del poeta, suo discepolo, mentre scendevano nell’Inferno. Tutti e due erano arrivati al penultimo cerchio, e cioè all’ottavo. Quello che Dante chiama Malebolge, per via delle bolge in cui erano messi i peccatori. Erano dieci le bolge, cioè le fosse, collegate da scogli scoscesi. In quel cerchio erano ammassati tutti: ruffiani, seduttori, adulatori, maghi, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari e bugiardi. Virgilio e Dante cercavano di uscire dalla quinta bolgia, per andare alla sesta, perché erano seguiti dai Malebranche, diavoli capitanati da Malacoda. Si accorsero però che la roccia che doveva collegare le due bolge era crollata. Dante ci racconta che crollò a causa del terremoto che seguì la morte di Gesù Cristo. Invece Malacoda aveva assicurato Virgilio che le due bolge erano collegate tra di loro. Dante ci racconta, nel canto XXIII, che il suo maestro, accorgendosi dell’inganno, dice “Mal contava la bisogna/colui che i peccator di qua uncina”. E i peccatori li uncinava proprio Malacoda, che aveva intenzionalmente ingannato Virgilio. Il frate Cataldo, non senza un po’ di sarcasmo e d’ironia, dice allora a Virgilio di quello che aveva saputo. E cioè che “Io udi’ già dire a Bologna / del diavol vizi assai, tra ‘quali udì/ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”. Virgilio abbassa la testa, vergognandosi di essere stato così scioccamente ingannato da Malacoda. Perché per capire una cosa così evidente, per capire che Malacoda era bugiardo e, addirittura, il “padre di menzogna”, non bisognava essere dotti, istruiti all’Università di Bologna, dove si insegnava già nel periodo in cui Dante scrisse La Divina Commedia. Dei bugiardi e degli ingannatori, il poeta si riferisce anche nel canto XXX dell’Inferno. In quel canto racconta dei falsari, di tutti i falsari, che soffrivano nella decima bolgia. Tra i quali anche coloro che Dante chiama i falsari di parola, che poi erano proprio i bugiardi. E tutti quei peccatori erano afflitti da deformazioni e malattie atroci e soffrivano proprio le pene dell’inferno.

    Tornando ai giorni nostri, tutti noi dobbiamo fare sempre tesoro anche degli insegnamenti di Dante. Perché si sa, da che mondo è mondo e ovunque sono stati, sono e saranno, diffusi tra la gente, anche i falsari di parola e della verità. E cioè gli ipocriti, gli ingannatori e i bugiardi. Tutti coloro che hanno fatto, stanno facendo e faranno sempre dei danni. Danni che diventano maggiori, e spesso seri e gravi, quando i falsari di parola e della verità sono degli individui che hanno dei poteri decisionali. Perché sono dei danni fatti non solo alle singole persone e a delle piccole comunità, ma anche alle nazioni intere. E che spesso, con il passare del tempo diventano ancora maggiori e con delle conseguenze difficilmente recuperabili. Quanto è accaduto e/o sta accadendo in Albania durante questi ultimi anni, ne rappresenta un’inconfutabile testimonianza. E purtroppo, in Albania, a falsare le parole e la verità, a ingannare e a mentire, non sono soltanto i governanti, i rappresentanti politici e istituzionali locali, ma anche certi rappresentanti delle istituzioni internazionali o di singoli paesi. Lo dimostrerebbero le dichiarazioni fatte in albanese e/o in inglese in queste ultime settimane.

    Durante la scorsa sessione del Parlamento europeo del 18 e 19 giugno 2020, c’è stata anche una votazione trasversale e massiccia di un emendamento sulle condizioni poste all’Albania nel suo percorso europeo. Quell’emendamento rappresenta ormai una Raccomandazione per il Consiglio europeo, per la Commissione europea e per l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Si tratta di 15 condizioni sine qua non poste all’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Condizioni che, se non si adempiono, tutte insieme, non si può arrivare neanche all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana di tutto ciò. Così come è stato informato anche su una seduta della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo, durante la quale si doveva discutere sulla realtà albanese (Bisogna dire pane al pane e vino al vino, 22 giugno 2020). Ebbene, durante quella seduta della Commissione, il 22 giugno scorso, gli eurodeputati hanno denunciato, fatti e documenti alla mano, quanto è accaduto e/o sta accadendo in questi ultimi anni, esprimendo anche la loro preoccupazione per la gravità della situazione in Albania.

    Durante quella seduta ha parlato anche la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea. Direttrice che, allo stesso tempo, è anche il capo di una struttura molto importante nell’ambito della [ormai fallita] Riforma della giustizia in Albania. Tanto importate è il ruolo di quella struttura, chiamata Operazione Internazionale di Monitoraggio, che è stata inserita anche negli emendamenti costituzionali approvati all’unanimità dal Parlamento albanese il 22 luglio del 2016. Ebbene, la direttrice per i Balcani occidentali, nel suo intervento durante la sopracitata seduta della Commissione degli Affari esteri del Parlamento europeo, ha detto delle “mezze verità”. Chissà perché?! Ma quanto ha detto la direttrice non era quello che è stato approvato con il voto massiccio e trasversale del Parlamento europeo il 19 giugno scorso sull’Albania. E la direttrice non poteva non sapere, sia quanto è stato approvato che il testo intero della sopracitata Raccomandazione, indirizzata anche alla Commissione europea. Istituzione per la quale lavora la direttrice. Sapere quanto era approvato il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo sull’Albania era un obbligo istituzionale per lei. Ignorare ciò sarebbe una trascuratezza dei suoi obblighi. Ma saperlo e far finta di ignorarlo, sarebbe peggio. E guarda caso, proprio quella dichiarazione della direttrice per i Balcani occidentali è stata usata un giorno dopo dal primo ministro albanese come riferimento, in sostegno delle sue bugie. Perché lui sta mentendo pubblicamente, chiaramente, ripetutamente e consapevolmente sulle sopracitate 15 condizioni poste all’Albania. Il che, di per se, è una cosa grave. Questa volta, come falsaria di parola e della verità, insieme con il primo ministro, è stata anche la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea.

    Chi scrive queste righe è convinto che le gravi conseguenze delle “mezze verità” dette e dei richiesti e/o voluti inganni fatti dai soliti “rappresentanti internazionali”, danneggiano non solo il percorso europeo dell’Albania, ma purtroppo aiutano anche il consolidamento della dittatura nel paese. Il barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale il 17 maggio scorso, come ribadito anche durante la sopracitata seduta della Commissione degli Affari esteri del Parlamento europeo, rappresenta e testimonia meglio di qualsiasi altra cosa, proprio la mentalità dittatoriale dei gestori della cosa pubblica in Albania. Ma dimostra anche l’ipocrisia dei “rappresentanti internazionali”. Compresa la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea. Chi scrive queste righe è convinto che le ripercussioni dell’operato di tutti i falsari di parola e della verità le soffriranno, negli anni a venire, i cittadini albanesi. Ragion per cui essi devono ribellarsi e reagire in tempo e determinati. Mentre i falsari hanno ormai il loro posto già riservato nell’Inferno, nelle bolge dell’ottavo cerchio.

  • Bisogna dire pane al pane e vino al vino

    In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto

    interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato.

    Bertrand Russell

    Erano tante le risoluzioni e gli emendamenti da discutere e poi votare durante la sessione della scorsa settimana (17 – 19 giugno 2020) del Parlamento europeo. La sera tardi del 18 giungo, per appello nominale, si è votato anche un emendamento del gruppo del Partito Popolare europeo sull’Albania. Il testo dell’emendamento era: “Il Parlamento europeo sottolinea le 15 condizioni poste dal Consiglio europeo (il 26 marzo 2020; n.d.a.) che l’Albania deve adempiere prima della convocazione della prima Conferenza intergovernativa con gli Stati membri”. Il risultato è stato: 388 voti a favore, 280 contro e 19 le astensioni. Un risultato ulteriormente rafforzato durante la votazione trasversale nella seduta del 19 giugno scorso, con 532 voti a favore, 70 voti conto e 63 astensioni. Hanno votato a favore, oltre ai deputati del gruppo del Partito Popolare europeo e quegli del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, anche molti deputati dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici europei e altri. L’emendamento rappresenta ormai una Raccomandazione del Parlamento europeo da essere presa in considerazione dal Consiglio europeo, dalla Commissione europea e dal vicepresidente della Commissione, che è anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza.

    Si tratta, con qualche modifica, di quelle 15 condizioni poste all’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea, dai capi di Stato e di governo, durante il vertice del Consiglio europeo del 26 marzo scorso. Ma a differenza della decisione presa dal Consiglio europeo il 26 marzo, quanto sancito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 19 giugno rappresenta anche una condizione sine qua non nel processo europeo dell’Albania. Perché se non si adempiono, tutte insieme, le 15 condizioni non si può arrivare neanche all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Cosa che non era stata esplicitamente chiarita dalla sopracitata delibera del Consiglio europeo. Ma soprattutto, quella Raccomandazione del Parlamento europeo, con un evidente, vasto e trasversale supporto degli eurodeputati, rappresenta un significativo segnale per la Commissione europea e per l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Perché dal 2016 ad oggi le raccomandazioni della Commissione europea per il Consiglio europeo e/o per chi di dovere sono state sempre positive, affermando e garantendo i “continui progressi” dell’Albania. Ma soprattutto le raccomandazioni della Commissione europea, dal 2016 ad oggi, non hanno mai contenuto la ben che minima condizione per l’Albania! Un contrasto eclatante quello, non solo con la realtà vissuta quotidianamente in Albania, ma anche con le opinioni ufficialmente espresse dai singoli Stati membri. Opinioni che sono state in seguito tradotte in condizioni e che sono aumentate con il passare degli anni. Da cinque iniziali che erano nel 2016, sono diventate nove e poi, dal 2019 sono diventate quindici! Le stesse 15 condizioni che, con qualche modifica, sono quelle che ormai rappresentano le condizioni sine qua non della sopracitata Raccomandazione votata definitivamente il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo. E che, tenendo presente quanto è accaduto in questi ultimi anni in sede europea, non solo con l’Albania, rappresenta un fatto più unico che raro. Il nostro lettore è stato sempre tenuto informato di tutto ciò. Anche con i tre articoli dell’aprile scorso, con i quagli l’autore di queste righe analizzava non solo le continue raccomandazioni “tutto rose e fiori” fatte dalla Commissione europea per l’Albania, in seguito agli “entusiasmanti successi e i continui progressi” raggiunti dal governo. Ma cercava anche di analizzare le decisioni del Consiglio europeo, compresa quella del 26 marzo scorso e, soprattutto, le conseguenze che potevano derivare da quella decisione.

    In Albania il primo ministro e la sua potente e ben funzionante propaganda cerca di ingannare l’opinione pubblica con quanto si decide nelle istituzioni europee per l’Albania. Il primo ministro presenta, ovviamente, come degli “enormi successi”, suoi personali e del suo governo, quanto viene sempre raccomandato dalla Commissione europea. Almeno dal 2016. E, allo stesso tempo, cerca di manipolare il contenuto delle decisioni del Consiglio europeo e di negare l’esistenza delle condizioni poste. Comprese anche quelle del 26 marzo. Lo ha fatto ultimamente, il 9 giugno scorso, durante la riunione del Consiglio nazionale per l’Integrazione europea. Ha parlato a lungo di “successi e di evidenti progressi”. Ma non ha detto neanche una sola parola per le condizioni poste dal Consiglio europeo! E tutto ciò proprio in quella sede, dove si stava parlando del percorso europeo dell’Albania. Purtroppo quelle condizioni non le ha menzionate, durante il suo intervento in quell’occasione, nemmeno il rappresentante della Delegazione europea a Tirana. Invece lui, con le parole che ha detto, ma anche con quelle che doveva dire e non le ha detto, ha sostenuto la “versione dei fatti” del primo ministro, come sempre e come anche i suoi predecessori. Negare tutto quello che non conviene è una delle parole d’ordine del primo ministro albanese. E senza batter ciglio e come se niente fosse, ha avuto la spudoratezza e la faccia tosta di negare l’esistenza di quelle “maledette” condizioni, anche dopo la schiacciante e trasversale votazione della settimana scorsa dal Parlamento europeo della Raccomandazione sull’Albania!

    Si tratta di condizioni che rispecchiano fedelmente la realtà, quotidianamente vissuta e sofferta dai cittadini albanesi. Condizioni che riguardano, tra l’altro, la mancata [e volutamente perduta] lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Ma anche la mancanza delle indagini per tutti coloro che hanno condizionato, controllato e manipolato i risultati elettorali. Condizioni che riguardano la riforma fallita del sistema di giustizia, compreso anche il non funzionamento [voluto], da quasi tre anni, sia della Corte Costituzionale, che della Corte Suprema. Dando così la possibilità al primo ministro, che purtroppo controlla ormai quasi tutto, di operare indisturbato. Come un vero dittatore. E lo sta dimostrando ogni giorno che passa, fatti alla mano!

    Tenendo presente la drammatica situazione in Albania, come minimo, ormai è tempo di dire chiaramente la verità. Ormai è tempo di dire pane al pane e vino al vino! Ragion per cui quello diventa un obbligo istituzionale e morale, anche per i rappresentanti delle istituzioni europee, nel caso volessero assistere, aiutare e sostenere veramente il percorso europeo dell’Albania.

    Chi scrive queste righe cerca di capire cosa realmente ha convinto la maggior parte dei deputati a votare a favore della sopracitata Raccomandazione del Parlamento europeo. Egli è convinto però, che porre quelle 15 condizioni all’Albania come una barriera da superare in anticipo e in modo convincente, prima di ogni ulteriore passo nelle procedure per l’adesione dell’Albania all’Unione europea, è stata, finalmente, una cosa giusta, dovuta ed indispensabile. Chissà se, tra le tante altre ragioni, ci sia stato anche il barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, il 17 maggio scorso?! Fatto che ha avuto una vasta e forte condanna non solo in Albania! E che, guarda caso, proprio oggi, 22 giugno, la Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo tratterà anche la realtà albanese e l’osceno abbattimento del Teatro. Teatro che rappresentava una parte integrante dell’eredità culturale europea, come hanno affermato le istituzioni internazionali specializzate! Forse è venuto il tempo di mettere, come cosa salutare, un punto interrogativo a tutto ciò che a lungo si era dato per scontato.

  • Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu

    Gli ipocriti più miti sono anche i più temibili.

    Le maschere di velluto sono sempre nere.

    Victor Hugo; da “Oceano”

    Ormai sono diventati tutti dei miseri ipocriti. Dopo essere stati, ognuno per conto proprio e per ben noti motivi, arroganti, agguerriti e perentori fino ad una decina di giorni fa, adesso in Albania tutti hanno cambiato maschera e modo di recitare. Il primo ministro, da arrogante, prepotente e cinico qual è, di sua natura, sta cercando di apparire “collaborativo”. I dirigenti dell’opposizione, da perentori nelle loro richieste “non negoziabili” e agguerriti, riferendosi alle “line rosse” da non oltrepassare, ormai “cantano vittoria” per nascondere, invece, una vistosa sconfitta. I soliti “rappresentanti internazionali”, da irremovibili e aspri tutori, dopo aver “messo in riga le parti”, adesso si sono fatti da parte e stanno “rispettando” quanto sancito dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Proprio loro, che fino a pochi giorni fa hanno palesemente violato quella Convenzione, mostrando anche le loro “preferenze”. Da non dimenticare, per dovere di cronaca, neanche i ridicoli e insignificanti rappresentanti della “nuova opposizione” parlamentare, che da circa un anno, da quando l’opposizione ha rassegnato i mandati parlamentari, è diventata un “serbatoio di voti” per il primo ministro. Proprio loro adesso hanno alzato la voce, giurando “fedeltà ai principi” e intransigenza di fronte a quanto decidono i “grandi”. Presentando però delle proposte e/o richieste “suggerite amichevolmente” da qualche “rappresentante internazionale”, oppure redatte negli uffici controllati dal primo ministro e i suoi! Tutti sono dei miseri ipocriti però, nessuno escluso. Tutti stanno recitando adesso, dopo la sera del 5 giungo scorso in Albania. Giorno in cui, grazie ai soliti “rappresentanti internazionali”, è stato raggiunto il “consenso” e firmato un documento scritto in inglese per la “grande fretta”: quello dell’Accordo sulla Riforma elettorale. Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro! Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’; 8 giugno 2020).

    L’Albania purtroppo non è un paese democratico. E men che meno un paese economicamente e socialmente prospero ed evoluto, come altri paesi dell’Europa occidentale. Anzi! Ragion per cui non si devono “adottare” e attuare degli approcci fatti in quei paesi. Sarebbe sbagliato e con delle conseguenze negative. L’Albania ha ereditato tutt’altro dal passato. Da quel passato sotto l’impero ottomano prima, per circa cinque secoli, e poi sotto la dittatura comunista, per circa cinque decenni. Da quel passato l’Albania ha ereditato un’evidente arretratezza economica, politica e culturale. Purtroppo questi “segni del passato” si sono fatti sentire e hanno ostacolato i processi della democratizzazione del paese dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991. I cinici avrebbero detto, non avendo tutti i torti, che non si potrebbe cancellare così facilmente e in poco tempo il passato! L’Albania, però, ha un vitale bisogno di cambiare, di iniziare un lungo e difficile, ma veritiero, percorso verso una fattibile e funzionante democrazia. E i cittadini hanno il sacrosanto diritto di ambire alla prosperità economica e sociale. Ma, invece, quanto sta accadendo durante questi ultimi anni in Albania va proprio al senso contrario.

    L’autore di queste righe è convinto e lo ribadisce da tempo, dati e fatti accaduti e/o che stanno tuttora accadendo alla mano, che in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura. Una realtà che viene evidenziata e confermata anche da quanto è stato pubblicato dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate. Si tratta di una dittatura sui generis, ma non per questo meno pericolosa, anzi! Perché si tratta di una dittatura camuffata da una facciata di pluralismo e pluripartitismo. Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici! Perché i negoziati per quell’Accordo non erano dei negoziati per costituire un’alleanza governativa, o per dividere il potere, il controllo e/o le influenze in un accordo commerciale, oppure imprenditoriale! No! Perché la Riforma elettorale dovrebbe essere tale da garantire, finalmente, delle elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Da garantire elezioni tramite le quali il cittadino possa esprimere liberamente le proprie scelte, senza essere condizionato, minacciato, manipolato ecc.. Proprio come è accaduto durante le ultime elezioni in Albania. Ragion per cui, ogni altro tipo di “compromesso” danneggerebbe l’esito della Riforma.

    Quanto è stato raggiunto con l’Accordo del 5 giugno scorso potrebbe compromettere seriamente e di nuovo anche e soprattutto le elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Purtroppo i dirigenti dell’opposizione, dopo il 5 giugno scorso, si sono di nuovo dimenticati delle tante “condizioni non negoziabili’ e delle “linee rosse” da non essere mai oltrepassate dal primo ministro e/o dai suoi. Si sono di nuovo dimenticati anche delle tante promesse pubbliche fatte ai cittadini, mentre chiedevano proprio il loro appoggio “per rovesciare questo governo corrotto e compromesso”! Ragion per cui adesso però i dirigenti dell’opposizione avrebbero come minimo l’obbligo politico, istituzionale e morale di chiarire tutto. Chiarire perciò se hanno mentito prima, oppure adesso che stanno “cantando vittoria”?! Loro adesso dovrebbero avere anche il coraggio di spiegare ai loro sostenitori e, in generale, ai cittadini, il perché di questo “dietro front”, di questo cambiamento radicale. Ma sembrerebbe che quel necessario e obbligatorio coraggio a loro manca purtroppo. Comunque adesso loro non possono fare i finti tonti e come se fossero caduti dalle nuvole! Un’inutile ipocrisia, perché da tempo ormai, non sono più credibili.

    Chi scrive queste righe è convinto che in nessun paese, da che mondo è mondo, una dittatura possa essere sostituita con il “voto libero”! La storia ci insegna. Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. Le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Perciò egli la considera una dannosa e pericolosa ipocrisia in azione, quella dei rappresentanti politici e internazionali in Albania, dopo l’Accordo del 5 giugno scorso! Dannosa e pericolosa perché, come scriveva Victor Hugo, gli ipocriti più miti sono anche i più temibili. E le maschere di velluto sono sempre nere. Anche quelle in scena adesso in Albania!

  • Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’…

    Le azioni dei malvagi non possono sfuggire agli occhi degli uomini.
    Con tutto il suo sforzo la terra non riesce a nasconderle.

    William Shakespeare; da “Amleto”

    Chi pensa che le fiabe sono cose solo per i bambini si sbaglia. Perché nelle fiabe è stata impressa la saggezza millenaria dell’umanità da periodi immemorabili. Gli insegnamenti, le allegorie delle fiabe, essendo la riflessione delle esperienze derivate dalla vita vissuta e sofferta dalle diverse civiltà sparse in tutto il mondo, dovrebbero servire da lezione per tutti. Sia per i bambini, che per i grandi. Ed in alcune occasioni, soprattutto per i grandi.

    Uno dei più noti raccontatori di fiabe è stato Esopo. Le sue fiabe, scritte circa ventisette secoli fa, continuano ad affascinare e insegnare ancora, grandi e piccini. Una di quelle è anche la fiaba della montagna che partorì un topolino. Esopo ci racconta che “C’era una volta una montagna che era prossima a partorire”. Sì, perché nel mondo delle fiabe accade di tutto. Ebbene, “…Presa dal dolore, dalla cima della montagna cominciò ad uscire il fumo mentre la terra intorno tremava”. Così raccontava Esopo. E poi continua “…Gli abitanti dei vicini villaggi cominciarono a temere per le loro vite, sicuri che qualcosa di terribile stava per accadere”. Dopo ore di attesa finalmente si sentì una scossa più violenta delle altre e un’enorme nuvola di fumo si alzò davanti agli occhi della gente impaurita. Niente paura però, perché “…Quando la nube si dissolse, spuntò fuori dalle rocce ancora fumanti la testa di un piccolo sorcio. La montagna aveva partorito un topolino!”. Così raccontava Esopo circa ventisette secoli fa.

    Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana, non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena. I “commedianti” erano i rappresentanti dei partiti politici in quello che è stato chiamato il “Consiglio Politico”. Un Consiglio che doveva negoziare e portare ad un accordo sulla Riforma elettorale. Anche gli “autori, gli sceneggiatori e i registi” della messinscena erano i soliti. Erano il primo ministro, i dirigenti dell’opposizione e, soprattutto, i soliti “rappresentanti internazionali”. E cioè alcuni ambasciatori e rappresentanti delle istituzioni internazionali in Albania. Quelli che però e purtroppo, hanno violato e stanno violando consapevolmente quanto è stato stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. Convenzione che, riferendosi alle persone con mandato diplomatico, nell’articolo 41/1 sancisce: “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Cosa che i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania hanno regolarmente ignorato e hanno fatto proprio il contrario. Tutto ciò non doveva e non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito dei massimi rappresentanti politici locali i quali hanno concesso loro quei “diritti speciali”. In cambio, però, del voluto e concordato sostegno, quando necessario, da parte dei “rappresentanti internazionali”. Sono stati proprio loro però, quelli presenti e i loro precedenti colleghi, che durante questi ultimi anni non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito niente di quello che stava e/o sta accadendo in Albania. Non hanno visto come la coltivazione della cannabis è stata diffusa sul tutto il territorio. Non hanno sentito del traffico illecito degli stupefacenti, che continua tuttora indisturbato. Non hanno sentito neanche del diretto coinvolgimento dei massimi funzionari della polizia di Stato in tutto ciò. Non hanno visto e non hanno capito i clamorosi brogli elettorali che hanno consolidato il potere personale dell’attuale primo ministro. Non hanno visto, durante tutti questi ultimi anni, gli innumerevoli scandali milionari. Scandali che, guarda caso, in questi mesi non sono stati “impauriti” neanche dalla pandemia del coronavirus. Loro non hanno visto e non si sono resi conto della galoppante e ben radicata corruzione che sta barbaramente e avidamente divorando la cosa pubblica in Albania e sta infettando tutto il tessuto sociale. Non hanno capito il voluto e programmato fallimento della Riforma di giustizia con tutte le drammatiche ed allarmanti conseguenze. Compreso il non funzionamento, da più di due anni, della Corte Costituzionale e della Corte Suprema! Non hanno neanche capito che, dati e fatti accaduti e pubblicamente denunciati alla mano, il primo ministro controlla quasi tutti i poteri, pilastri di uno stato democratico. Non hanno visto e non hanno capito perciò, che in Albania ormai è stata consolidata una nuova e sui generis dittatura pericolosa, gestita dal potere politico, in stretta collaborazione con la criminalità organizzata e certi clan occulti locali e internazionali. No, non solo i “rappresentanti internazionali” non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito niente, ma parlano ed elogiano sempre i “grandi successi e gli entusiasmanti progressi” che ha fatto e sta facendo il governo in Albania! Ragion per cui il Consiglio europeo ha unanimemente deliberato, il 26 marzo scorso, per l’apertura dei negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Proprio quel Consiglio che per anni aveva invece e giustamente rifiutato. Lo hanno fatto però il 26 marzo scorso, mentre nel frattempo la realtà albanese è passata, dati e fatti accaduti alla mano, di male in peggio. Loro sanno anche il perché! I “rappresentanti internazionali non hanno visto, guarda caso, neanche l’assalto paramilitare e il successivo abbattimento talebano, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale il 17 maggio scorso, in pieno centro di Tirana! Si è trattato di atti barbari ed osceni, che hanno palesemente e inconfutabilmente evidenziato l’indisturbato funzionamento della dittatura in Albania. E proprio per nascondere quando è accaduto il 17 maggio scorso, inventando una “verità sostitutiva” per spostare ed ingannare la memoria pubblica, come parte integrante di uno “scenario” saggiamente premeditato e messo in atto, hanno “riattivato” i lavori del “Consiglio Politico” per la Riforma elettorale. Proprio come un prestigiatore estrae una lepre dal cappello, ingannando con i trucchi del mestiere gli spettatori.

    Quanto è accaduto la scorsa settimana è stata, tra l’altro, anche l’ennesima dimostrazione dell’irritante arroganza dei soliti “rappresentanti internazionali”. Quanto è accaduto la scorsa settimana però ha dimostrato, per l’ennesima volta, l’eclatante incoerenza e le bugie dei dirigenti dell’opposizione politica in Albania. Proprio loro che avevano “giurato”, a più riprese e in modo perentorio, che non avrebbero mai e poi mai negoziato determinate condizioni, dimenticando tutto alla fine, la sera del 5 giugno scorso hanno concesso la firma dell’Accordo sulla Riforma elettorale. Adesso i dirigenti dell’opposizione “cantano vittoria”, realmente rimasti però con un pugno di mosche in mano! Le conseguenze dell’Accordo le soffriranno i cittadini mentre, vista la vissuta realtà, con ogni probabilità l’Accordo permetterà al primo ministro un terzo mandato.

    Chi scrive queste righe, come spesso è accaduto, avrebbe avuto molte altre cose da trattare e analizzare, ma lo spazio non glielo permette. Egli promette però di riprendere questo argomento nelle prossime settimane, cercando di rendere chiaro e comprensibile, per il nostro lettore, quanto sta accadendo in una dittatura sostenuta anche dai “rappresentanti internazionali”. Nel frattempo però, condivide e adatta quanto scriveva William Shakespeare nella sua tragedia Amleto. E cioè che le azioni dei malvagi non possono sfuggire agli occhi degli uomini. E che neanche con tutto il suo sforzo, la terra non riuscirà a nascondere le azioni di tutti i malvagi in Albania. Di tutti!

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker