Albania

  • Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa

    La disaffezione per la politica è pari solo alla
    sfiducia nei confronti dei politici di professione

    Max Weber

    Così scriveva Max Weber, noto studioso della sociologia politica, nel suo saggio La politica come professione, pubblicato nel luglio 1919 (Titolo originale Politik als Beruf; nella lingua tedesca la parola Beruf significa sia professione che vocazione, n.d.a.). E poi, dopo quella affermazione, specificava che “…agli occhi di molti cittadini sembra quasi che molti, se non tutti, i mali che affliggono la società siano causati da una casta insaziabile e corrotta, sempre pronta a coltivare i propri interessi e largamente orientata all’interesse, alla corruzione e al malaffare”. Con rammarico Weber constatava che la politica non sempre rappresentava “…l’arte suprema e più alta, capace di costruire lo sviluppo, la pace e il benessere”. Max Weber era convinto che per i politici due sono i peccati mortali. Uno è l’assenza di una causa da seguire e da attuare, l’altro è la mancanza di responsabilità. Nel suo sopracitato saggio egli scriveva che “…La vanità, vale a dire il bisogno di porre se stessi in primo piano, nel modo più visibile possibile, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati, se non tutti e due insieme”. In seguito, riferendosi al politico demagogo, affermava che costui “…è costretto a contare sull’effetto; egli si trova perciò continuamente in pericolo, tanto da diventare un mero attore, quanto di prendere con leggerezza la responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’impressione che suscita”. Secondo Weber è sempre possibile che si possa avere una organizzazione statale dove il potere venga gestito da quelli che lui chiamava i “politici di professione”. E cioè persone “…senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo’. Egli era convinto ed elencava quelle tre necessarie qualità che fanno diventare una persona un vero ed affidabile uomo politico. Quelle tre qualità, secondo Weber, sono la passione, il senso di responsabilità e la lungimiranza.

    È passato ormai poco più di un secolo da quanto Max Weber pubblicò il suo ben noto saggio La politica come professione. Ma le sue idee, le sue convinzioni e le sue definizioni, trattate in quel saggio, rimangono tuttora attuali. Valgono anche per i politici in Albania dove, purtroppo, fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, la maggior parte dei rappresentanti politici sono una dimostrazione vivente ed attiva di quello che, secondo Weber, un uomo politico non dovrebbe mai essere. Sia quelli della maggioranza governativa che dell’opposizione, partendo dai massimi rappresentanti. E non poteva essere altrimenti, vista la grave e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai semplici cittadini in Albania. Una realtà quella, espressione diretta delle conseguenze della cattiva gestione delle responsabilità politiche da parte di tutti. Di tutti quelli che, come sopracitato, Max Weber definiva e considerava come “una casta insaziabile e corrotta”. Ma basterebbe riferirsi soltanto a quei due sopracitati “peccati mortali”, come li definiva Weber, cioè all’assenza di una causa e alla mancanza di responsabilità. Egli per causa intendeva quella in servizio e a beneficio dello Stato e della società. Mentre qualunque sia la causa perseguita dal primo ministro albanese durante tutti questi anni mai e poi mai potrebbe essere considerata una causa a beneficio dei cittadini, non si sa invece quale è stata ed è la causa del capo dell’opposizione. Anzi, sembrerebbe che lui non abbia avuto mai una causa vera e propria vista la facilità di passaggio da una ad un’altra [considerata] tale. E nessuna delle sue “cause”, guarda caso, è stata portata a conclusione. Mentre, per quando riguarda l’altro “peccato mortale” dei politici, e cioè la mancanza di responsabilità, in Albania, si sfonda una porta aperta. Ne sono una vivente testimonianza sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione. E se proprio per quella mancanza di responsabilità nella gestione della cosa pubblica da parte del primo ministro, come rappresentante istituzionale, la situazione in Albania sta peggiorando di giorno in giorno, per la mancanza di responsabilità da parte dei massimi dirigenti dell’opposizione invece, soprattutto del capo, quale rappresentante istituzionale dell’opposizione stessa, in Albania si sta diffondendo sempre di più la mancanza di speranza per il futuro, l’indifferenza e, addirittura, anche l’apatia dei cittadini. Con tutte le derivate ed allarmanti conseguenze, la più pericolosa e preoccupante delle quali è l’esodo massiccio e continuo degli albanesi, durante questi ultimi anni, lasciando tutto e tutti in patria, per cercare un futuro migliore in altri Paesi, principalmente dell’Unione europea, ma non solo. Un reale e allarmante problema quello, non solo per il futuro dell’Albania, ma anche per molte cancellerie occidentali e/o per le istituzioni dell’Unione europea. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di questo fenomeno preoccupante per tutti.

    Purtroppo e come si attendeva, il risultato delle elezioni politiche del 25 aprile scorso in Albania ha reso possibile la vittoria di un suo terzo mandato all’attuale primo ministro. Un risultato tale che permette a lui di governare da solo e, in caso di bisogno, di procurare anche tutti i voti necessari in parlamento. Voti di deputati di altri partiti parlamentari in cambio di “benefici”, come purtroppo è stato spesso verificato anche durante le precedenti legislature. Il risultato delle elezioni del 25 aprile scorso ha, purtroppo, ulteriormente consolidato la dittatura sui generis, ormai da alcuni anni restaurata in Albania. Una dittatura camuffata, questa, come espressione diretta della pericolosa alleanza tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Anche di una simile preoccupante realtà l’autore di queste righe ha, da anni e continuamente, informato il nostro lettore, cercando di essere più oggettivo possibile e riferendosi soltanto a dati e/o fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo e facilmente verificabili.

    Purtroppo anche questa vittoria elettorale del primo ministro, più che un’espressione libera e democratica della volontà dei cittadini è dovuta a diversi preoccupanti e illeciti fattori. È dovuta all’uso improprio e illegale dei mezzi materiali e/o delle risorse umane dell’amministrazione pubblica, sia quella centrale che locale, quest’ultima totalmente controllata dal primo ministro dal giugno 2019. Come anche dalla massiccia e diffusa, sul tutto il territorio, compravendita dei voti. Ma anche ad altri modi con i quali è stato controllato, condizionato e manipolato il risultato finale delle elezioni. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante le ultime settimane su quello che si stava programmando da molto prima per garantire il terzo e molto ambito mandato all’attuale primo ministro albanese (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile; 19 aprile 2021). Lunedì scorso egli affermava che “Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale” (Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile; 27 aprile 2021). In attesa di ulteriori ed annunciate testimonianze documentarie (scritte, audio e/o video), che i dirigenti della perdente opposizione hanno promesso, dopo la loro sconfitta, di pubblicare nei prossimi giorni, è comunque un’opinione diffusa e, spesso, anche una ferma convinzione, che il terzo mandato ottenuto dal primo ministro il 25 aprile scorso si basa su innumerevoli brogli elettorali, su tanti abusi di potere, sulla documentata connivenza con la criminalità organizzata e/o certi raggruppamenti occulti e ben altro. Rimane soltanto che tutto ciò venga testimoniato, documentato e reso pubblico, come hanno promesso i massimi dirigenti dell’opposizione durante tutta la scorsa settimana. Promesse quelle obbligatorie adesso ad essere rispettate ed onorate. Per non ripetere quello che è accaduto sempre e purtroppo durante questi ultimi anni, dal 2017 ad oggi, con le promesse, soprattutto quelle fatte dal capo dell’opposizione. Promesse pubbliche, con tanto di giuramenti solenni che, in seguito, sono state regolarmente e continuamente “dimenticate”. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante tutti questi anni (Habemus pactio, 22 maggio 2017; Dall’Albania niente di nuovo, 27 giugno 2017; Giù le mascchere, 3 luglio2017; La scelta tra il bene e il male, 24 luglio 2017…E molti altri negli anni in seguito).

    Chi scrive queste righe analizzerà, tratterà ed informerà nelle prossime settimane il nostro lettore sugli sviluppi politici in Albania. Egli però è convinto che affrontare e contrastare la restaurata dittatura camuffata in Albania dovrebbe diventare ormai un dovere ed un impegno patriottico. Ma chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione, prima di parlare, giustamente, del massacro elettorale da tempo ideato, programmato e finalmente attuato il 25 aprile scorso, dovrebbero chiedere scusa ai loro sostenitori, ma anche agli albanesi. Anzi, sono obbligati, prima di giustificare la clamorosa e l’ennesima sconfitta elettorale, di chiedere scusa per aver dato tutte le garanzie agli albanesi, che avrebbero assicurato il volo libero e democratico. Perché adesso, dopo il 25 aprile, chi si giustifica si autoaccusa. E aumenta così la disaffezione dei cittadini per la politica e la loro sfiducia nei confronti dei politici di professione. Come scriveva Max Weber.

  • Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile

    C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino consiste nel togliergli la voglia di votare.

    Robert Sabatier

    Domenica 25 aprile in Albania si sono svolte le elezioni politiche. Circa il 48.2% degli albanesi, quelli che hanno scelto di votare, sono andati alle urne. Diversamente da quanto è successo durante la campagna elettorale, “riscaldata” soprattutto negli ultimi giorni della scorsa settimana, domenica tutto era tranquillo. Sembrava un po’ strano e contrastava con certi avvertimenti e tentativi di suscitare scontri e conflitti. Le elezioni si sono svolte in piena tranquillità e senza nessun incidente elettorale, come è accaduto nelle precedenti elezioni. Fatto questo che è stato confermato da tutti i rappresentanti politici dei partiti principali in gara, dopo la chiusura dei seggi. In più, questi non hanno neanche denunciato alcuna irregolarità elettorale. Ma tutto ciò non significa che il 25 aprile, in Albania, le elezioni siano state libere, imparziali e democratiche. Sì, perché ormai in Albania il controllo, il condizionamento e la manipolazione del voto non avvengono il giorno delle elezioni, anzi, ormai si fa molta attenzione alla “facciata”. Per la propaganda governativa tutto deve sembrare normale e tranquillo quel giorno. Tutto comincia da molte settimane prima, se non addirittura da molti mesi prima e in vari modi, ormai ben noti in Albania. Il primo ministro, sicuro di tutto ciò, durante tutta la campagna elettorale, ma anche prima, in mancanza di una sola promessa fatta pubblicamente e mantenuta in questi otto anni, aveva consapevolmente scelto di fare campagna elettorale con la sua ben nota arroganza verbale, con le sue offese ed insulti coatti. Perché lui e i suoi “strateghi” , non potendo dimostrare uno, soltanto un risultato concreto, non potendo dare una, soltanto una dimostrazione di una promessa mantenuta, avevano basato la campagna anche sui “diversivi verbali”, sulle offese e sugli insulti degli avversari. E purtroppo sembrerebbe che quella “strategia” non abbia “guastato”, permettendo quello che, ad ora, è il risultato elettorale parziale. Si perché sembra che il 26 aprile sera, tenendo presente i dati ufficiali resi pubblici dalla Commissione Centrale Elettorale, dopo lo scrutinio di circa 70% dei seggi, risulterebbe che si stia riconfermando il tanto ambito terzo mandato per il primo ministro. Rimane da vedere se questa tendenza si confermerà anche dopo lo scrutinio dei seggi rimanenti, permettendo così all’attuale primo ministro di ottenere il diritto di costituire il suo nuovo governo il prossimo settembre, come prevedono la Costituzione e le leggi in vigore.

    Lunedì scorso l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Questa che inizia oggi è l’ultima settimana prima delle elezioni. Il primo ministro albanese e tutti i suoi stanno cercando, con tutti i modi e mezzi, di nascondere tutti gli scandali governativi, tutte le promesse fatte e mai mantenute, tutta la gravità della situazione da loro generata e tante altre cose”. E poi aggiungeva, ribadendo che per vincere le elezioni ed il suo terzo mandato, al primo ministro “…Servono i milioni della corruzione, dei traffici illeciti, dell’abuso del potere e dell’orientamento occulto degli interessi per controllare, condizionare e comprare il voto dei cittadini impoveriti, disperati e sofferenti”. Egli, in più, aveva informato il nostro lettore anche dell’ultimo scandalo elettorale, reso noto l’11 aprile scorso. Si, perché l’11 aprile scorso tutti hanno saputo, in Albania ma non solo, che “…Centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge sono stati da tempo messi a disposizione e usati, per scopi elettorali, dal partito del primo ministro. Un vero e proprio scandalo, che coinvolge il Partito e le istituzioni governative. Uno scandalo che ha messo alla prova di nuovo anche il sistema “riformato” della giustizia”. E, riferendosi al sistema della giustizia in Albania, egli scriveva anche che quel sistema “…invece di avviare le dovute indagini, previste dalla legge, per evidenziare come sono finiti quei dati riservati e protetti negli uffici del Partito, per uso e abuso elettorale, sta indagando il media che li ha pubblicati, facendo solo il suo dovere, riconosciuto dalla legge”. (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile…; 19 aprile 2021). Tanto era grande quello scandalo del sistema “riformato” della giustizia, personalmente controllato dal primo ministro albanese e/o da chi per lui, che si è attivata subito, dietro la richiesta del media in causa, anche la Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Dopo una sua seduta straordinaria del 22 aprile scorso, e cioè soltanto 11 giorni dopo lo scandalo, la Corte ha deliberato proprio contro la decisione della procura albanese, chiedendo ed obbligando il ritiro dell’ordine di sequestro nei confronti del media. Un ordine, quello, chiesto dalla procura e convalidato dal tribunale! Basta soltanto questo per capire come funzionano ormai e purtroppo in Albania le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia!

    Nel pomeriggio di lunedì 26 aprile, la Missione comune degli Osservatori dell’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights – Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani, come parte integrante dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa; n.d.a.), ha presentato a Tirana il Rapporto preliminare sulle elezioni politiche del 25 aprile. In quel Rapporto, gli osservatori hanno evidenziato, tra l’altro, la compravendita del voto, che poi porta gli albanesi a non avere fiducia del sistema. Gli osservatori hanno fatto riferimento al sopracitato scandalo dell’uso abusivo di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali e le sue conseguenze sul risultato elettorale. Nel Rapporto preliminare dell’ODIHR venivano, altresì, evidenziati come fenomeni in violazione delle leggi in vigore, sia il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale, in favore della maggioranza governativa, sia l’influenza in favore del partito del primo ministro, derivata dai cambiamenti fatti negli ultimi mesi prima delle elezioni, alla Costituzione e al Codice elettorale. Queste erano soltanto alcune delle osservazioni presentante nel sopracitato Rapporto preliminare dell’ODIHR.

    In attesa di conoscere il risultato finale delle elezioni, risultato che senz’altro condizionerà gli sviluppi politici nei prossimi anni in Albania, bisogna evidenziare alcuni scontri istituzionali accaduti la scorsa settimana, pochi giorni prima della chiusura della campagna elettorale. Scontri che hanno coinvolto personalmente il presidente della Repubblica e l’ambasciatrice statunitense. Tutto cominciò dopo che il presidente aveva accusato la “strategia” del primo ministro per condizionare, controllare e manipolare il voto dei cittadini, facendo capire che lui approfittava anche dall’appoggio dei “rappresentanti internazionali”. Il presidente aveva di nuovo denunciato il diretto coinvolgimento della criminalità organizzata in tutto ciò, usando, purtroppo, un linguaggio non molto “istituzionale” e minacciando determinate azioni contro tutti quelli che avrebbero reso possibile l’attuazione di una simile e pericolosa “strategia”. La reazione dell’ambasciatrice statunitense, come persona coinvolta, è stata forte ed immediata, tramite le reti social, durante un dibattito televisivo del presidente della Repubblica con i giornalisti in prima serata, venerdì scorso. Secondo fonti mediatiche, risulterebbe che l’ambasciatrice abbia minacciato, a sua volta e direttamente, il presidente della Repubblica di rendere pubblici alcuni “scheletri nell’armadio” dello stesso presidente. Si vedrà cosa accadrà nei prossimi giorni, o comunque nel prossimo futuro, e se lei manterrà la parola. Nel frattempo però, l’ambasciatrice e altri suoi colleghi sono stati presenti e molto attivi il 25 aprile, giorno delle elezioni, in diverse città e in diversi seggi elettorali. Anche il giorno dopo le elezioni, l’ambasciatrice è stata molto attiva, visitando diversi ambienti, sedi delle Commissioni zonali per l’amministrazione elettorale e articolando determinate dichiarazioni ufficiali. Cosa che i suoi colleghi, in diversi altri Paesi del mondo, non hanno mai fatto e neanche avrebbero mai pensato di fare. Anche perché azioni e/o presenze del genere risulterebbero essere in palese violazione con la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, ma in Albania i “rappresentanti internazionali” hanno goduto da anni e tuttora godono dei diritti “speciali”, offerti “generosamente” dai rappresentanti politici locali in cambio, ovviamente, di “appoggi speciali”. Diritti con i quali, non di rado, i “rappresentanti internazionali” hanno abusato, generando, però, non poche problematiche per l’Albania e gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il  terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale. Come è stato chiaramente evidenziato anche dal Rapporto preliminare dell’ODIHR, reso ormai pubblico. E se, malauguratamente per gli albanesi, risulterà una pericolosa riconferma del regime del primo ministro, restaurato e funzionante ormai in Albania, allora questo dovrà allarmare non solo gli albanesi. Dovrebbe allarmare e preoccupare anche le cancellerie occidentali e le istituzioni dell’Unione europea. Anche perché tutto ciò potrebbe togliere, tra l’altro, anche la voglia dei cittadini di votare. Il che sarebbe, come scriveva Robert Sabatier, peggiore della negazione del diritto del voto agli stessi cittadini. Con tutte le sue derivanti conseguenze!

  • Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile

    Noi controlliamo la vita a tutti i suoi livelli.

    George Orwell; da “1984”

    Così scriveva nel 1948 George Orwell nel suo ben noto e molto letto romanzo 1984 (Nineteen Eighty-Four). E con “noi” intendeva il Partito, un raggruppamento occulto ed onnipotente facente capo al Grande Fratello (Big Brother), che controllava tutto e tutti in Oceania. Erano però soltanto i massimi dirigenti politici e istituzionali, i fedelissimi, i quali militavano nel Partito Interno, quelli che contavano, mentre i rappresentanti dei bassi livelli della gerarchia e i dipendenti dell’amministrazione, membri del Partito Esterno, erano messi sotto controllo dal Grande Fratello e/o da chi per lui. Tutto il resto della popolazione veniva chiamata Prolet, ed erano proprio i lavoratori che facevano tutti i lavori pesanti e fastidiosi. “Noi” erano quelli che gestivano il potere in Oceania, la cui capitale era Londra e che comprendeva il Regno Unito, le due Americhe e parte dell’Africa. E proprio per rendere chiaro a tutti, tranne che ai fedelissimi, l’onnipotenza del Partito, in modo da togliere qualsiasi illusione dalle loro teste, George Orwell, scriveva: “Noi controlliamo la vita a tutti i suoi livelli”. Poi continuava, spiegando e specificando che “…Tu ti sei messo in testa che esista qualcosa come una natura umana, che verrebbe talmente oltraggiata da ciò che noi stiamo facendo, da ribellarsi contro di noi. Ma siamo noi a creare la natura umana. Gli uomini sono infinitamente manipolabili”. Il Partito, facendo capo a Grande Fratello, determinato a controllare tutto e tutti, per legge aveva installato ovunque teleschermi, muniti di telecamere. Anche nelle abitazioni. Sempre per legge era proibito spegnare i teleschermi, per nessun motivo e in nessun momento, giorno o notte che fosse. Tutto questo complesso sistema veniva controllato meticolosamente dal Grande Fratello e/o da chi per lui. Si trattava di un sistema che veniva usato per diffondere quello che la propaganda del Partito riteneva necessario, con sola unica concessione quella di abbassare soltanto il volume audio dei teleschermi. Un sistema però che permetteva, in ogni momento, di spiare tutti e di annientare qualsiasi possibilità di vita privata. Con un simile sistema il Partito poteva conoscere sempre tutti i comportamenti, anche quelli nascosti e/o involontari, delle persone osservate. Comportamenti che potevano, in qualche modo, non combaciare con le regole e gli orientamenti del Partito. Tutto quanto scritto da George Orwell nel suo romanzo, prevedendo nel 1948 quello che doveva accadere nel 1984 in Oceania, ossia nel Regno Unito, ma non solo, rimane molto attuale anche adesso in diverse parti del mondo. L’autore di queste righe apprezza quanto ha scritto con lungimiranza George Orwell nel suo 1984, considerandolo, convinto, un libro che deve essere letto per imparare e trarre le dovute conclusioni. Egli ha trattato in precedenza questi argomenti per il nostro lettore (Bugie, arroganza e manipolazioni; 27 luglio 2020).

    Il 25 aprile prossimo, cioè dopo sette giorni, in Albania si svolgeranno le elezioni politiche, ma visto gli sviluppi di questi mesi, nonché quanto è accaduto durante tutti gli ultimi anni con le elezioni, le aspettative non sono per niente buone e rassicuranti. Anzi! Il 25 aprile, sulla carta, i cittadini dovranno votare per eleggere i loro rappresentanti in Parlamento, ma purtroppo in Albania, diversamente da tutti i Paesi normali, dove funzionano le istituzioni e lo Stato di diritto, dove funzionano e si rispettano le regole stabilite in una società democratica, da alcuni anni si sta consolidando e sta funzionando una nuova dittatura, camuffata da apparenze di pluripartitismo. Ragion per cui, con molta probabilità, le elezioni politiche del 25 aprile prossimo non saranno né libere, né imparziali e neanche democratiche. Cioè non saranno delle elezioni come si prevede e si stabilisce dal Documento di Copenaghen, che l’Albania ha ufficialmente adottato. E tutto ciò soltanto perché il primo ministro, pericolosamente e irresponsabilmente, sta cercando di ottenere, a tutti i costi, il suo terzo mandato. Perciò e purtroppo in Albania tutto potrebbe accadere dopo sette giorni, il 25 aprile prossimo e nei giorni successivi!

    Nel giungo 1990 a Copenaghen sono stati riuniti tutti i rappresentanti degli Stati membri della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE; dal gennaio 1995 ha cambiato il suo status istituzionale per diventare l’attuale Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – OSCE; n.d.a.). Nell’ambito della Conferenza sulla Dimensione Umana della CSCE, in quella riunione è stato approvato all’unanimità quello che ormai è noto come il Documento di Copenaghen, che sancisce ufficialmente anche le normative da adottare dagli Stati membri e gli obblighi istituzionali per garantire elezioni libere, imparziali, democratiche e la segretezza del voto dei cittadini. Nel Documento di Copenaghen è stato sancito che gli Stati partecipanti hanno espresso “…la loro comune determinazione di costruire società democratiche, fondate su libere elezioni e sullo Stato di diritto.”. Nell’articolo 3 del Documento viene riaffermato che per gli Stati “…la democrazia è un elemento inerente dello Stato di diritto. Essi riconoscono l’importanza del pluralismo per quanto riguarda le organizzazioni politiche”. E poi, riferendosi alla “…piena affermazione della dignità inerente alla persona umana e dei diritti uguali e inalienabili di tutti gli uomini”, gli Stati partecipanti hanno sancito, tramite l’articolo 5/1, la necessità di garantire “…libere elezioni, da svolgersi ad intervalli ragionevoli con voto segreto o con procedure equivalenti di libera votazione, in condizioni che assicurino, in pratica, la libera espressione dell’opinione degli elettori nella scelta dei loro rappresentanti”. Ed in seguito, nell’articolo 6 del Documento, si conferma che “Gli Stati partecipanti dichiarano che la volontà del popolo, liberamente e correttamente espressa mediante elezioni periodiche e oneste, costituisce la base dell’autorità e della legittimità di ogni governo”.

    Nella sopracitata riunione della CSCE a Copenaghen, era stata invitata anche una delegazione dell’Albania, come un Paese osservatore. E guarda caso, l’Albania era l’unico Paese europeo che aveva rifiutato di partecipare alla Conferenza costitutiva della CSCE a Helsinki, il 3 luglio 1973. Non solo, ma da allora e fino agli ultimi anni ’80 del secolo passato, la propaganda della dittatura comunista in Albania denunciava la falsità e, addirittura, la pericolosità del operato della CSCE. Soltanto alla fine i dirigenti comunisti albanesi hanno cambiato radicalmente, senza pudore alcuno, il loro atteggiamento nei confronti della CSCE. E poi hanno presentato come un enorme loro successo la partecipazione della delegazione albanese, come osservatore, nella riunione di Copenaghen del giugno 1990. Erano gli ultimi mesi, prima del crollo della dittatura in Albania.

    Questa che inizia oggi è l’ultima settimana prima delle elezioni. Il primo ministro albanese e tutti i suoi stanno cercando, con tutti i modi e mezzi, di nascondere tutti gli scandali governativi, tutte le promesse fatte e mai mantenute, tutta la gravità della situazione da loro generata e tante altre cose. Il primo ministro albanese, non avendo niente da presentare, ha scelto di attaccare, con un linguaggio arrogante, coatto e offensivo, i suoi avversari. Ma quello è soltanto quanto viene fatto pubblicamente. Perché il primo ministro e i suoi “strateghi” elettorali sono convinti che per avere il terzo mandato serva ben altro. Servono i milioni della corruzione, dei traffici illeciti, dell’abuso del potere e dell’orientamento occulto degli interessi per controllare, condizionare e comprare il voto dei cittadini impoveriti, disperati e sofferenti. Serve sapere con esattezza cosa pensano e di cosa hanno bisogno. Serve attivare tutti i modi, i mezzi e le risorse umane a disposizione per conoscere le preferenze e i comportamenti dei cittadini e poi agire di conseguenza. Proprio come la continua sorveglianza dei cittadini, con dei teleschermi muniti di telecamere ed installati nelle abitazioni, descritta da George Orwell nel suo romanzo 1984. Servono anche molte, moltissime persone che possano spiare i pensieri e i comportamenti degli albanesi, molto prima del giorno delle elezioni. Per poi permettere all’articolato e potente sistema, messo in azione dal primo ministro e dai suoi, di fare il resto. Lo ha dimostrato, senza ombra di dubbio, anche quanto è stato reso pubblico l’11 aprile scorso da un media in Albania. Centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge, sono stati da tempo messi a disposizione e usati, per scopi elettorali, dal partito del primo ministro. Un vero e proprio scandalo, che coinvolge il Partito e le istituzioni governative. Uno scandalo che ha messo alla prova di nuovo anche il sistema “riformato” della giustizia. Sistema che, invece di avviare le dovute indagini, previste dalla legge, per evidenziare come sono finiti quei dati riservati e protetti negli uffici del Partito, per uso e abuso elettorale, sta indagando il media che li ha pubblicati, facendo solo il suo dovere, riconosciuto dalla legge.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in Albania, in attesa delle elezioni del 25 aprile prossimo, sono degli scenari orwelliani, ideati e messi in atto dagli “strateghi” del primo ministro, fiancheggiati e consigliati anche dalle frange dei famigerati servizi segreti della dittatura comunista, tuttora attivi in Albania. Il primo ministro e i suoi se ne strafottono di tutto ciò, basta che si possa avere il terzo mandato. Se ne strafottono anche delle leggi in vigore e del Documento di Copenaghen, sulle elezioni libere, imparziali e democratiche! Perché il primo ministro è pericolosamente e irresponsabilmente convito che lui, rappresentante dei “noi” del suo raggruppamento occulto ed onnipotente, controlla la vita degli albanesi a tutti i suoi livelli! Il 25 aprile prossimo ne sarà un’altra sfida, sua e degli albanesi. Come anche le conseguenze.

  • Il simbolismo della sedia e i nuovi dittatori

    C’è un limite, oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù.

    Edmund Burke

    Martedì scorso, 6 aprile 2021, ad Ankara si è svolto un vertice, ai massimi livelli, tra l’Unione europea e la Turchia. L’Unione era rappresentata dal presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, mentre la Turchia dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Durante quel vertice si dovevano trattare, tra l’altro, anche delle importanti questioni che da tempo preoccupano le istituzioni dell’Unione europea, come quelle dei diritti umani e dell’assistenza, in territorio turco, dei rifugiati provenienti dal nord Africa e da altri Paesi. Il vertice però cominciò subito con quello che è stato definito come un “incidente diplomatico”, ossia l’incidente della “sedia mancante” o della “sedia negata”. Chissà se si è trattato realmente di una disattenzione, di una svista casuale, da parte degli addetti del protocollo ufficiale dei padroni di casa, oppure di un voluto e premeditato “avvertimento”? Ma il protocollo ufficiale turco è noto per la sua stretta osservanza delle regole. Allora perché, a quale scopo, quella “poltrona mancante” per la presidente della Commissione europea?! Ormai sono di dominio pubblico le immagini di tutto quello che è accaduto. Si vedono il presidente del Consiglio europeo ed il presidente turco accomodarsi nelle soltanto due poltrone, con dietro le rispettive bandiere. Si vede, però, anche la presidente della Commissione europea, l’unica donna partecipante al vertice, che, non trovando la sua di poltrona, guarda per alcuni secondi gli altri, poi fa un gesto con la mano destra e sembra sentirsi un suo “ehm” di disappunto e di imbarazzo. In seguito lei viene “sistemata” di fianco, su un divano, di fronte al ministro degli Esteri turco, il quale, però, ha uno status inferiore dal punto di vista del protocollo diplomatico. E’ vero che per il protocollo dell’Unione europea, riferendosi alle più alte cariche istituzionali, nell’ambito delle rappresentanze internazionali, il presidente del Consiglio europeo precede il presidente della Commissione, ma è altrettanto vero però, che in tutti i casi precedenti, recentemente accaduti, nei quali i due alti rappresentanti dell’Unione europea sono stati presenti insieme, durante degli incontri internazionali con delle massime autorità nazionali, a loro è stato riservato sempre lo stesso trattamento protocollare, come lo testimoniano anche alcune fotografie, pubblicate dai media dopo l’incidente della “sedia mancante”. Sono fotografie scattate nel 2015, nell’ambito di un vertice dei Paesi del G20, sempre in Turchia e sempre tra l’attuale presidente turco e gli allora presidenti del Consiglio e della Commissione europea. Ebbene, tutti e tre erano seduti nelle loro poltrone, posizionate equidistanti tra di loro. Chissà perché allora quella “disattenzione”, quella “svista protocollare”, il 6 aprile scorso, durante il vertice, ai massimi livelli di rappresentanza, tra l’Unione europea e la Turchia?! E guarda caso, era un vertice durante il quale si doveva trattare anche la recente uscita della Turchia, il 21 marzo 2021, dalla Convenzione di Istanbul, il cui obiettivo è quello di prevenire la violenza contro le donne. Un’uscita quella, molto criticata dalle istituzioni dell’Unione europea. Una “strana coincidenza” però, perché quella Convenzione del Consiglio d’Europa è stata aperta alla firma dei Paesi membri proprio ad Istanbul, nel maggio 2011. Chissà se anche quell’atteggiamento “disattento” del protocollo turco, nei confronti della presidente della Commissione europea, aveva a che fare con quella Convenzione?! Si sa, però, che il presidente turco aveva espresso, anche in precedenza, la sua opinione discriminatoria sulle donne. Ormai è di dominio pubblico la sua opinione, espressa pubblicamente nel 2016 sulle donne; per lui esse sono “prima di tutto delle madri”!

    Dopo il sopracitato incidente diplomatico, sono state diverse le reazioni degli alti rappresentanti delle istituzioni e delle cancellerie europee. E’ stata molto significativa quella, fatta l’8 aprile scorso, dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi. “Non condivido assolutamente Erdogan” ha detto Draghi, il quale era “….dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire “. E poi, riferendosi al presidente turco, ha detto che si tratta di dittatori che bisogna chiamarli “per quello che sono”.

    Il simbolismo della sedia non è stato usato soltanto il 6 aprile scorso, durante il vertice tra L’Unione europea e la Turchia. Quel simbolismo è ormai noto e usato anche prima, ovviamente in ben altri contesti. Lo ha usato nel 1965 il presidente francese Charles de Gaulle. Allora la Commissione della Comunità economica europea aveva avanzato la proposta della costituzione di un mercato agricolo comune e sovranazionale, controllato e finanziato indipendentemente dai Paesi membri. La Commissione aveva proposto anche altre modifiche, che secondo i promotori, dovevano portare ad un rafforzamento, sia del Parlamento europeo che della Commissione stessa. Un’altra proposta, che allora non andava a genio ai rappresentanti della Francia, era la votazione non più all’unanimità, per delle decisioni del Consiglio dei ministri dei Paesi membri della Comunità, bensì la votazione a maggioranza qualificata. Si trattava di proposte che miravano a garantire l’integrazione europea dai Paesi membri e il superamento del carattere nazionale nelle decisioni prese dal Consiglio. Ma tutto ciò non era condiviso dal presidente francese De Gaulle. Per esprimere pubblicamente il suo dissenso e la sua contrarietà usò il simbolismo della sedia. Sì, proprio così. A partire dal 30 giugno 1965 lui decise di lasciare la “sedia vuota”, durante tutte le riunioni della Comunità. Quella sedia rimase “vuota” fino al 29 gennaio 1966 quando tutti gli Stati membri della Comunità firmarono quello che è noto come il compromesso di Lussemburgo. Con quel compromesso veniva confermato il voto all’unanimità quando uno Stato membro riteneva compromesso un suo particolare interesse considerato di grande importanza. Con la firma del compromesso di Lussemburgo finì anche la cosiddetta “crisi della sedia vuota”.

    Il simbolismo della sedia ha suscitato anche la fantasia degli artisti. Ne è una nota espressione la “sedia rotta”, chiamata anche la “sedia a tre gambe”, a Ginevra. Si tratta di una scultura di legno di grandi dimensioni che, messa nella piazza di fronte al Palazzo delle Nazioni, attira sempre l’attenzione dei passanti. La scultura è dedicata alle vittime delle mine antiuomo. E proprio la mancanza di una gamba della sedia simboleggia le gravi conseguenze dell’uso di quelle mine e, più in generale, anche le vittime di guerra. Ovviamente, non sono solo questi i casi in cui viene usato il simbolismo della sedia, ma, riferendosi a quelli sopracitati, si sa il perché della “sedia vuota” usata dal presidente de Gaulle. Si sa benissimo anche il significato del simbolismo della “sedia rotta” a Ginevra. Rimane da sapere il perché della sedia rifiutata alla presidente della Commissione europea, durante il vertice tra l’Unione europea e la Turchia il 6 aprile scorso.

    Nel frattempo in Albania continua la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Il primo ministro sta sfoggiando tutto il suo arsenale degli insulti e delle offese coatte per i suoi avversari. In questa campagna lui sta beneficiando molto anche del dichiarato sostegno del suo “carissimo amico”, il presidente turco, che ha dichiarato di aver garantito fondi per la costruzione di un ospedale e di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019, prima del 25 aprile. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ormai informato (Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere; 18 gennaio 2021). Il presidente turco ha recentemente agevolato anche l’arrivo in Albania di una certa limitata quantità di vaccini cinesi, sempre come sostegno elettorale per il suo “caro amico” albanese. Il presidente turco è stato vicino al primo ministro albanese anche la scorsa settimana, in un periodo di bisogno. Sì, perché la scorsa settimana i controllori di volo dell’unico aeroporto internazionale in Albania, dopo che per quasi un anno le loro richieste sono state ignorate da chi di dovere, usando le clausole previste dalla legge, non si sono presentati al lavoro. Il che ha messo in difficoltà e in agitazione il primo ministro, anche perché si stavano evidenziando, in piena campagna elettorale, degli scandali finanziari del governo. Allora, per sormontare quella imbarazzante situazione, dalla Turchia sono arrivati alcuni crumiri, per sostituire i loro colleghi albanesi. Gli “amici” servono per questo e ben altro.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare quest’ultimo argomento, nonché le gravi conseguenze dell’operato dei nuovi dittatori. Sia in Turchia che in Albania. Ma lo farà prossimamente. Nel frattempo però, egli è convinto che anche in Albania si potrebbe trattare il simbolismo della sedia. Si potrebbe trattare più che di un simbolismo; si potrebbe trattare la realtà della sedia, anzi, delle sedie impropriamente occupate, delle sedie istituzionali usurpate da persone irresponsabili e pericolose. Come in primo ministro, ma non solo. In Albania è ormai di dominio pubblico la realtà delle sedie occupate e/o usurpate e delle persone attaccate alle sedie istituzionali di qualsiasi tipo e appartenenza. Un simbolismo sui generis quello della sedia in Albania. Ed una realtà molto preoccupante e pericolosa quella dei nuovi dittatori! Dittatori che bisogna considerarli “per quello che sono”! Di fronte a simili realtà, per tutte le persone responsabili, sia in Albania, che nell’Unione europea e nelle cancellerie occidentali, dovrebbe essere un limite, oltre il quale la pazienza cesserebbe di essere una virtù.

  • Preferisce essere chiamato anche asino, ma mai e poi mai ladro

    Nei tempi antichi, barbari e feroci, i ladri s’appendevano alle croci:
    ma nei presenti tempi più leggiadri, s’appendono le croci in petto ai ladri.

    Giuseppe Mazzini

    Una mattina Pinocchio si accorse che qualcosa di strano era accaduto con le sue orecchie. Questo ci ha maestosamente raccontato Carlo Collodi nel capitolo 32 del suo famoso libro Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino. Proprio così, si accorse stordito che “…gli orecchi gli erano cresciuti più d’un palmo”. Si alzò, ma non trovando uno specchio per potersi vedere, Pinocchio empì d’acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, rimase stupefatto. Si, perché, come ci racconta Collodi, “…vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini”. Era così grande la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio, che subito “…cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro”. Una Marmottina, che abitava nel piano di sopra, preoccupata dalle grida e dai pianti, entrò nella stanza di Pinocchio e cominciò a prendersi cura di lui. Gli tastò il polso e poi, sospirando, disse: “…tu hai una gran brutta febbre… la febbre del somaro”. Una grave malattia quella, che avrebbe fatto diventare Pinocchio, entro poche ore, un asinino. E Marmottina spiegò a Pinocchio anche che “…oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari”. Allora Pinocchio capì tutto e piangendo disse a Marmottina: “…Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!”. Si proprio di Lucignolo, di quel suo compagno di scuola, che un giorno lo aveva convinto a non andare più a scuola, perché lì si annoiava a studiare. Era, invece, il Paese dei Balocchi dove dovevano andare e divertirsi dalla mattina alla sera. Dopo aver finito di parlare con Marmottima, ficcando un gran berretto di cotone in testa, Pinocchio andò subito ad incontrare Lucignolo. Ma, guarda caso, trovò anche lui sofferente della stessa sua malattia; la febbre del somaro. E mentre si confidarono che “…erano colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia”, qualcosa di incredibile cominciò ad accadere. Prima con Lucignolo e poco dopo anche con Pinocchio. Tutti e due “…si piegarono carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza”. Collodi, però, ci racconta anche che “…il momento più brutto e più umiliante fu quello in cui sentirono spuntarsi di dietro la coda”. Tutti e due erano diventati degli asini che, invece di parlare tra di loro, cominciarono a ragliare. Erano tutte le brutte conseguenze della febbre del somaro. Questo ci ha raccontato Carlo Collodi nel capitolo 32 del suo famoso libro Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino.

    Era il 3 dicembre 2020, quando il primo ministro albanese, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha fatto quello che fa sempre quando si trova in difficoltà: ha mentito in pubblico, cercando di dare la colpa agli altri. Quella volta è capitato alla sua fedelissima ministra della Giustizia, la quale mai e poi mai avrebbe osato di agire di testa sua, senza aver ricevuto, prima, ordine dal primo ministro e/o da chi per lui! Si trattava di una proposta di legge “presentata” dalla ministra che, da alcuni giorni, aveva suscitato una forte reazione pubblica. Un suo articolo prevedeva addirittura la condanna in carcere per chi produceva e/o propagava memi attraverso internet! Durante quell’intervista televisiva il primo ministro ha cercato di apparire come uno che non sapeva niente! Proprio lui che controlla tutto e tutti! E per convincere e rassicurare che non era responsabile dell’inserimento di quel articolo ha cercato di fare quello che lui non è mai stato: ha cercato di fare l’innocente e l’onesto. A forza di sembrare credibile, in quell’occasione, il primo ministro albanese ha dichiarato che “…non ho nessun problema se qualcuno si esprime in modo negativo nei miei confronti. Se mi dicono [che sono un] somaro, questa è un’opinione e non è un problema per me”. Ma poi ha detto proprio quello che, più che dal suo conscio, è stato suscitato e dettato dal suo subconscio. E cioè ha dichiarato che “…nel caso in cui mi dicessero [che sono un] ladro, allora questa non è [più] un’opinione”. Lasciando così capire che, in quel caso, il suo atteggiamento sarebbe stato ben diverso e che sarebbero stati guai per colui che avrebbe fatto una simile intollerabile accusa nei suoi confronti. Sì, perché per il primo ministro è proprio insopportabile e intollerabile che qualcuno lo consideri e, men che meno, lo chiami ladro in pubblico. Si tratterebbe di una reazione del suo subconscio, che cerca in tutti i modi di reagire e di cancellare, anche per se stesso, la tremenda verità; quella di essere un ladro. Ma non un ladro comune però, un ladro qualsiasi, bensì un ladro che, consapevolmente, da anni ha abusato e continua ad abusare dei milioni della cosa pubblica. Anche adesso, in tempo di pandemia!

    Tanto è vero e reale questo suo incubo, questa sua sofferenza psichica, che il 15 ottobre 2020, sempre durante un dibattito televisivo in prima serata, il primo ministro albanese ha ripetuto se stesso, facendo un’altra “strana” dichiarazione. Una dichiarazione quella, sempre suscitata dal suo subconscio e che riguarda il suo incubo di essere chiamato ladro. Durante quel dibattito, per convincere tutti che lui, uomo politico, non era un ladro, ha detto ai giornalisti: “…voi dite che i politici sono tutti ladri. Ma dovete scordarlo, perchè non ci sono ladri e bugiardi sopra i due metri”. E visto che il primo ministro ha una spiccata altezza corporea, si capisce, intendeva se stesso con quella affermazione. Ma anche in questo caso, nonostante parlasse dei “politici” in generale, lui, nel suo subconscio, continuava a reagire diversamente, riferendosi, come sempre, a se stesso. Mentre per quanto riguarda la sua dichiarazione sui ladri, sì, forse non ci sarebbero molti ladri con quella altezza corporea. Anche perché la percentuale degli esseri umani con quella altezza è molto limitata in tutto il mondo. In più, per motivi “tecnici” del mestiere, i ladri comuni, che devono entrare/nascondersi anche in spazzi stretti e limitati, non possono avere quell’altezza e quel volume corporeo. Invece il primo ministro albanese non è un ladro comune. Lui, dati e fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, da primo ministro, ha abusato e continua ad abusare del bene pubblico. E come se non abusa! Anche in questo periodo di pandemia. Lui abusa, sempre usufruendo del suo potere istituzionale, tramite il controllo, la gestione e l’orientamento delle influenze. Sia nel settore pubblico, che in quello privato. Facilitando così anche la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti, locali ed internazionali, con lui alleati. Anche questa è una realtà ben nota. Nel frattempo non si sa niente del numero dei bugiardi sopra i due metri, ai quali si riferiva il primo ministro durante il dibattito televisivo del 15 ottobre 2020! Molto probabilmente, anche in questo caso sarebbe stato il suo subconscio che avrebbe reagito, visto che la bugia è uno dei sui vizi innati. E proprio per le irresponsabilità istituzionali del primo ministro, per i suoi abusi di potere, per le sue bugie e inganni, nonché per le sue vendette personali, gli albanesi devono continuare a subire. Una brutta e preoccupante notizia è stata resa pubblica il 2 aprile scorso. L’Albania ha perso definitivamente la causa giudiziaria avviata nel 2015. Una causa avviata dopo la chiusura fortemente voluta per “vendetta” dal primo ministro, di una televisione privata, proprietà di un imprenditore italiano. Con quella decisione definitiva in appello è stata confermata la delibera del 2019,con la qualle ICSID (l’acronimo di International Centre for the Settlement of the Investment Disputes; una struttura specializzata, facente capo alla World Bank; n.d.a.) condannò lo Stato albanese a pagare all’imprenditore italiano, per danni subiti, la somma di 110 milioni di euro! Anche in questo caso i poveri cittadini albanesi devono pagare di tasca propria i vizi del primo ministro. Di colui che preferisce essere chiamato anche asino, ma mai e poi mai ladro!

    Chi scrive queste righe pensa che il primo ministro è la persona istituzionalmente e direttamente responsabile della grave situazione in cui si trova attualmente l’Albania. Proprio lui, il quale ogni volta che si trova in difficoltà, per via degli innumerevoli scandali governativi e abusi di potere, cerca di passare la colpa a chicchessia e a trovare “nemici” ovunque. Lui però non riconosce mai le sue colpe e le sue responsabilità. Chi scrive queste righe ricorda bene che per Pinocchio era veramente tremendo, era insopportabile e vergognoso essere diventato un somaro. Mentre per il primo ministro albanese essere un somaro non è un problema! Lo ha dichiarato lui stesso. Basta che nessuno lo chiami ladro! Chissà perché?! Chi scrive queste righe pensa che quanto affermava circa due secoli fa Giuseppe Mazzini, il grande statista italiano, riferendosi ai ladri, purtroppo continua ad essere attuale in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. E cioè che “Nei tempi antichi, barbari e feroci, i ladri s’appendevano alle croci: ma nei presenti tempi più leggiadri, s’appendono le croci in petto ai ladri.”. Il primo ministro albanese però, invece di essere “appeso alla croce” per quello che ha fatto, con la sua ben nota arroganza e la sua irresponsabilità ha messo a se stesso la croce al petto. Fino a quando però un asino sarà anche un ladro?!

  • Ignavi per viltà, oppure volutamente parte del Male?

    Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
    vidi e conobbi l’ombra di colui
    che fece per viltade il gran rifiuto.

    Dante Alighieri; Divina Comendia, Inferno; Canto III/58-60

     “…Lasciate ogni speranza o voi che entrate!” (nel testo originale: “…Lascite ogne speranza, voi’ch’intrate”; Inferno, Canto III/9). Così si legge alla fine di un breve testo che precede il terzo canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Tutto si svolge nell’Antinferno, ovvero nell’oltretomba. Un luogo quello dove si trovano le anime degli ignavi, persone senza volontà ed energia morale, ai quali Dante ha dedicato il suo terzo canto dell’Inferno. Sono tutti quelli che durante la propria vita “…non operarono né il bene né il male, per loro scelta di vigliaccheria”. Il Sommo Poeta scriveva anche “…che questa era la setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’nemici sui – che questa era la schiera dei vili, che spiacquero tanto a Dio, quanto ai suoi nemici” (Inferno III/61-63). Egli era convinto, riferendosi agli ignavi, che erano come “…questi sciaurati che mai non fur vivi – questi sciagurati che non vissero mai veramente” (Inferno; III/64). La loro condanna, nell’oltretomba, era quella di essere “…punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno colare il sangue dal volto, il quale cade a terra mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi ripugnanti.” (Inferno; III/65-69). E proprio lì, oltre l’ingresso dell’oltretomba, a Dante sembrò di aver visto e riconosciuto “…l’ombra di colui che per viltà fece il grande rifiuto” (Inferno; III/59-60). Sono in tanti gli studiosi di Dante, i quali credono che, con questi versi, egli si riferiva a Pietro Angelerio del Morrone, un monaco eremita, che, nel luglio 1294, dopo ventisette mesi di difficili e inconcludenti sedute del Conclave, diventò papa con il nome di Celestino V. Ma il suo pontificato durò soltanto pochi mesi, perché nel dicembre 1294 Papa Celestino V diede le sue dimissioni. Ma quei versi di Dante, che si riferiscono a “colui che per viltà fece il grande rifiuto”, possono benissimo riferirsi a tante altre persone, in tutti i tempi e in diversi Paesi del mondo. Persone che, con il loro comportamento non operano, oppure “…non operarono né il bene né il male, per loro scelta di vigliaccheria”, come scriveva Dante. Il che genera situazioni tali che possano creare gravi danni, non solo a poche persone, ma ad una intera popolazione.

    Il 25 marzo scorso in Italia è stato celebrato il Dantedì, proclamata nel 2020 come la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri (1265-1321). Una scelta non casuale della data visto che molti studiosi del Sommo Poeta riconoscono in quella data l’ingresso nell’oltretomba di Dante e del suo maestro, Virgilio, l’autore dell’Eneide. Un ingresso maestosamente descritto dal poeta nel terzo canto dell’Inferno. In più, quest’anno ricorreva anche il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, riconosciuto ormai anche come il padre della lingua italiana.

    Ma il 25 marzo scorso ricorreva anche un’altro importante avvenimento; il 64o anniversario della firma dei Trattati di Roma. Era proprio il 25 marzo 1957, quando in Campidoglio a Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi, sono stati firmati due importanti documenti. Si trattava di quegli atti che hanno sancito la costituzione di quella che ormai è diventata l’Unione europea. Il primo atto riguardava l’istituzione della Comunità economica europea (CEE), mentre il secondo atto la fondazione della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA), conosciuta come l’Euratom. I Trattati sono stati firmati dai rappresentanti dei sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda). Con la sottoscrizione di quei due importanti documenti prese vita quel visionario progetto ideato da più di dieci anni prima, in piena seconda guerra mondiale. Il Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941, ne è una testimonianza. In seguito, nel 1951 prese vita la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Sessantaquattro anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Unione europea, composta da ventisette Stati europei membri e altri che ne hanno presentato la domanda di adesione, è diventata una funzionante realtà. Tutto ciò è dovuto anche alla lungimiranza e alla determinazione dei Padri Fondatori della Europa unita. L’autore di queste righe scriveva proprio quattro anni fa che “…La grande idea dei Padri Fondatori per un’Europa Unita si potrebbe sintetizzare, tra l’altro, nelle parole di Altiero Spinelli”. Spinelli, il quale era convinto della necessità di “…creare una sorta di Stati Uniti d’Europa”, perché, come scriveva lui, “…Solo in questo modo centinaia di milioni di esseri umani avranno la possibilità di godere di quelle semplici gioie e di quelle speranze che fanno sì che la vita valga la pena di essere vissuta”. (Doverose riflessioni; 27 marzo 2017).

    Ma, purtroppo, non sempre le cose funzionano come avevano previsto e voluto i Padri Fondatori. Per vari e ben diversi motivi. Basta pensare all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Un processo quello, noto anche come Brexit, che si ufficializzò dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, svoltosi il 23 giugno 2016. Dopo circa quattro anni di trattative sulle modalità, finalmente il 31 dicembre 2020 il Regno Unito non è più ufficialmente uno Stato membro dell’Unione europea. Bisogna però, anzi è doveroso, ammettere anche che nell’arco di questi ormai sessantaquattro anni, non sempre i massimi rappresentanti delle varie istituzioni di quella che attualmente è l’Unione europea hanno rispettato, come previsto, i loro obblighi istituzionali. Non sempre essi hanno preso le decisioni giuste e non sempre hanno agito nell’interesse dell’Unione, vista come un insieme di Paesi membri, nonostante abbiano ceduto parte della loro sovranità, ma bensì, hanno deliberato nell’interesse di parte. Quanto è accaduto e sta accadendo durante questo difficile periodo di pandemia ne è una dimostrazione. Non sempre i massimi rappresentanti e gli alti funzionari delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto quelli della Commissione, sono stati oggettivi e “non influenzati” nelle loro decisioni prese e nelle loro dichiarazioni ufficiali pronunciate pubblicamente. E questo non solo nell’ambito dei diritti e i doveri comunitari dei Paesi membri. Ma anche e soprattutto, nell’ambito dei processi di allargamento dell’Unione ad altri Paesi.

    Una dimostrazione di ciò ne è il caso dell’Albania. L’autore di queste righe, da anni ormai, sta evidenziando sia le ingiustificabili preferenze dei massimi rappresentanti della Commissione europea, dal 2014 ad oggi, espresse anche, ma non solo, nei rapporti annuali di progresso, redatti dalla Commissione e indirizzati alle altre istituzioni dell’Unione europea, per essere pressi in considerazione durante i rispettivi processi decisionali. Egli, altresì, considera il comportamento “ambiguo” degli alti rappresentanti europei, soprattutto quelli della Commissione, come molto preoccupante e dannoso. Sia per gli effetti diretti causati, che per le derivate conseguenze. Da anni ormai l’autore di queste righe ha trattato spesso, per il nostro lettore, il comportamento da “ignavi” e le preoccupanti conseguenze, per gli albanesi e per l’Albania, dell’operato non solo dei massimi rappresentanti e i funzionari di vari livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Ma anche di quelli che egli solitamente chiama come i “rappresentanti internazionali”. Tutti quelli, nonostante cambiano nome, rimangono simili nell’atteggiamento e nelle loro “preferenze” di parte. Sia quelli in Albania che gli altri, nelle sedi delle istituzioni dell’Unione europea ed oltreoceano. E guarda caso, sempre la parte da loro scelta è quella rappresentata dal primo ministro albanese. Da colui che, da anni ormai, ha volutamente ignorato le sue responsabilità e i suoi obblighi istituzionali, scegliendo determinato la connivenza con la criminalità organizzata, locale ed internazionale, e con certi raggruppamenti occulti, anche quelli locali ed internazionali. (Anime in vendita anche a Bruxelles, 24 settembre 2018; Di male in peggio, 21 ottobre 2019 ecc.). Lo stesso atteggiamento, i rappresentanti della Commissione europea e quelli in Albania lo stanno dimostrando con quanto stanno facendo anche adesso, durante queste ultime settimane prima delle elezioni del 25 aprile prossimo in Albania. Loro “non vedono, non sentono e non capiscono niente” della realtà vissuta e sofferta dai cittadini, mentre parlano e si riferiscono ad una realtà immaginaria. Proprio quella realtà “fabbricata’ negli uffici del primo ministro e della sua ben potente propaganda. A scapito, però, dei cittadini albanesi.

    Chi scrive queste righe, riferendosi agli alti rappresentanti della Commissione europea e/o ai soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, è convinto che abbiano agito e stanno tuttora agendo per “viltade”, rifiutando di rispettare i loro obblighi istituzionali. Egli è convinto che tutti loro, per viltà, oppure per ben altre “ragioni”, sono schierati consapevolmente dalla parte del Male. Cosi facendo però, hanno scelto il “Grande Rifiuto”, quello di non rispettare i loro obblighi istituzionali e di non schierarsi dalla parte del Bene e degli interessi degli albanesi onesti. Chi scrive queste righe non sa con certezza, però, se loro siano degli ignavi per viltà, oppure sono diventati volutamente parte del Male. A loro la risposta. Ma anche se siano soltanto degli ignavi per viltà, le loro anime soffriranno lo stesso nell’oltretomba, “…punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno colare il sangue dal volto…”. Come lo descriveva Dante, nel suo terzo canto dell’Inferno.

  • Avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità

    Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello
    stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

    Paolo Borsellino

    Ieri in Italia è stata celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Non a caso è stato stabilito che una simile ricorrenza, dal 1996, avvenga proprio il 21 marzo, il primo giorno della primavera. Un giorno che simboleggia la rinascita della vita e la speranza. Il presidente Mattarella ieri, nel suo messaggio, ha ribadito che “Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo”. Un chiaro e molto significativo messaggio per tutti, e non solo in Italia. Sì, le mafie, la criminalità organizzata, non si fermano di fronte a niente, anzi! Cambiano le strategie, approfittando senza scrupoli di qualsiasi opportunità creata. Anche della pandemia. Lo ha detto chiaramente Papa Francesco ieri durante l’Angelus, nell’ambito della stessa ricorrenza: “Le mafie sono presenti in varie parti del mondo e, sfruttando la pandemia, si stanno arricchendo con la corruzione”. La criminalità organizzata, in qualsiasi parte del mondo, rappresenta una seria minaccia per tutti. Sì, perché prima o poi, in un modo o in un altro, chi più e chi meno, tutti saranno preda e vittime delle attività della criminalità organizzata. Compresi anche gli stessi dirigenti e/o membri, di qualsiasi livello, delle organizzazioni criminali. La storia sempre ci insegna. Come ci insegna che le conseguenze delle attività criminali, soprattutto quando si svolgono con la connivenza di coloro che devono gestire la cosa pubblica, sono gravi e creano vittime di ogni genere. Perché le vittime della criminalità organizzata non sono soltanto quelle che perdono la vita con le pallottole della criminalità. Sono molte di più le vittime causate dalle conseguenze dirette e/o indirette delle attività criminali e della connivenza della criminalità organizzata con il potere politico.

    Per definire un determinato modo di (mal)governare, c’è una parola particolare: la kakistocrazia. Come la maggior parte delle parole, usate ormai quotidianamente in molte lingue del mondo e che definiscono i sistemi sociali e politici, questa parola è stata coniata nell’antica Grecia. È una parola composta da due singole parole, kàkistos, che significa peggiore, e kratos, che significa comando. Perciò tradotta letteralmente, significherebbe “il potere dei peggiori”. Una parola che, da alcuni decenni, si sta riutilizzando sia in ambienti che si occupano degli studi che in quelli politici e mediatici. La kakistocrazia perciò è una parola che definisce e sintetizza il modo di governare dei peggiori. Il solo fatto che questa parola si sta utilizzando di nuovo testimonia, purtroppo, che in determinati Paesi del mondo la situazione è realmente drammatica e molto preoccupante. Una situazione che dovrebbe destare una reale preoccupazione, non solo per chi di dovere e i cittadini responsabili in questi Paesi, ma anche per le cancellerie degli altri Paesi confinanti e le istituzioni internazionali. Perché il Male non ha, non conosce e, men che meno, rispetta confini. Anche di tutto ciò la storia ci insegna.

    La kakistocrazia, purtroppo, è la parola che definirebbe propriamente il modo in cui, ormai da alcuni anni, stanno governando la cosa pubblica e tutto il resto in Albania. L’autore di queste righe, riferendosi alla realtà vissuta e sofferta dalla maggior parte della popolazione, da tempo sta sottolineando e ripetendo che in Albani è stata volutamente restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura. Un regime sui generis quello albanese, come espressione concreta dell’alleanza dell’attuale potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Un regime dei peggiori, perciò una kakistocrazia, che sta generando gravi sofferenze per gli albanesi non coinvolti con il regime. Ragion per cui, chiunque cerca di trattare oggettivamente la realtà albanese non può chiudere gli occhi e le orecchie e far finta di niente di fronte a questa drammatica realtà e a quanto sta quotidianamente accadendo. Come hanno fatto da anni e continuano a farlo i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania e, spesso, anche a Bruxelles e in determinate cancellerie in Europa ed oltreoceano. Ragion per cui l’autore di queste righe continuerà a ribadire e sottolineare la pericolosità e la gravità delle conseguenze generate dalla kakistocrazia in Albania. Cercando, in questo modo, di descrivere quanto più oggettivamente possibile, riferendosi soltanto a dati e fatti pubblicamente noti, documentati e denunciati, la vissuta e sofferta realtà albanese.

    In qualsiasi Paese normale, dove si rispettano i sani principi morali, dove si garantisce il funzionamento dello Stato di diritto, come prevedono i criteri di Copenaghen (istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto ecc..), la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti si considerano parte integrante di un Male che danneggia seriamente la società. In qualsiasi Paese normale tutti loro sono considerati “dei peggiori”. Così come si considerano anche quelli, ai quali è stato conferito potere politico ed istituzionale e che, invece, cercano di mettere volutamente in atto la connivenza con la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti. Al contrario, i criteri morali e quelli “operativi” di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania sono del tutto diversi. Il che, purtroppo, ha reso possibile, da qualche anno, la restaurazione e il consolidamento, in Albania, di una nuova dittatura sui generis, gestita dai “peggiori”, come rappresentanti di una funzionante e pericolosa kakistocrazia. Non a caso, in questi ultimi anni, i “peggiori’ in Albania, oltre a stabilire una stretta alleanza con la criminalità organizzata locale, hanno stabilito e rafforzato i legami anche con la criminalità internazionale. Compresa la ‘Ndrangheta italiana. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese. Anche alcune settimane fa (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1 febbraio 2021 e Pericoli che oltrepassano i confini nazionali; 8 febbraio 2021).

    Proprio in una simile grave e molto preoccupante realtà, il 25 aprile prossimo in Albania si svolgeranno le elezioni politiche. Il primo ministro, il rappresentante istituzionale del potere politico dei “peggiori”, sta cercando, costi quel che costi, un terzo mandato. Per se stesso ma anche per tutti gli altri “alleati”, rappresentanti della criminalità organizzata e dei raggruppamenti occulti, locali ed internazionali. Nel frattempo la situazione è tutt’altro che rassicurante in Albania. Anzi! La situazione si sta aggravando ogni giorno che passa. Lo stanno testimoniando le tante cose che stanno accadendo a ritmo pauroso e allarmante. La criminalità è diventata molto attiva. Attentati mafiosi e regolamenti di conti stanno insanguinando le vie e le piazza in diverse città. Ma la criminalità organizzata, quella alleata con il potere politico, si sta facendo valere. Ed è proprio questa criminalità che sta intimidendo anche i cittadini per costringerli a votare in modo tale da “facilitare” l’ottenimento del terzo mandato al primo ministro. Una testimonianza e una concreta dimostrazione di questa strategia ben ideata, programmata e messa in atto da qualche tempo ormai, è stata anche quella verificatasi il 14 marzo scorso. Durante la celebrazione di una festività di origini pagane, in una città albanese, si sono scontrati ed affrontati fisicamente due gruppi di sostenitori politici. Un significativo e molto eloquente caso, visto che si trattava di due gruppi capeggiati personalmente, uno dal primo ministro e l’altro dal capo dell’opposizione. Non si sa bene chi ha provocato chi. Quello che si sa ormai, perché è stato visto e rivisto da diverse registrazioni televisive e/o in rete, è che ci sono stati degli scontri fisici, con pugni e calci, tra i sostenitori del primo ministro e quelli del capo dell’opposizione. E i primi hanno avuto il meglio. Ma quello che è ancora più grave è che la maggior parte dei sostenitori del primo ministro erano membri della criminalità locale. Erano proprio quelli che circondavano il primo ministro, mentre lui camminava per le vie della città, come se fossero le sue guardie del corpo! Sono tutte persone con precedenti penali, ben note anche dalle strutture della polizia. Ma, nonostante la polizia di Stato fosse presente, nessuno degli aggressori è stato fermato. E poi, in seguito, anche dopo che l’opposizione ha denunciato l’accaduto con tanto di nomi e cognomi di tutti gli aggressori, accompagnatori del primo ministro quel 14 marzo scorso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia non si sono mosse, come prevede la legge. Come se niente fosse accaduto!

    Chi scrive queste righe considera tutto ciò come un significativo anticipo di quello che accadrà in Albania durante questa vigilia delle elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Egli è convinto che sono delle preoccupanti avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità organizzata, per far vincere al primo ministro il suo terzo mandato. Egli teme, altresì, che anche adesso il potere politico, rappresentato dal primo ministro, e le mafie non fanno la guerra tra di loro. Macché, loro, i peggiori”, si sono messi di nuovo d’accordo per condizionare e controllare l’esito delle prossime elezioni e continuare a gestire la cosa pubblica insieme. Che tutto ciò sia un chiaro, significativo e serio messaggio non solo per le persone responsabili in Albania, ma anche per le cancellerie europee e i massimi rappresentanti dell’Unione europea!

  • Un nuovo e più preoccupante esodo

    Costruire condizioni concrete di pace, per quanto concerne i migranti e i rifugiati,

    significa impegnarsi seriamente a salvaguardare anzitutto il diritto a non emigrare,

    a vivere cioè in pace e dignità nella propria Patria.

    San Giovanni Paolo II

    Così scriveva Papa Giovanni Paolo II nel terzo paragrafo del suo messaggio per la 90ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, reso pubblico il 15 dicembre 2003, evidenziando proprio il diritto a non emigrare. E poi continuava, ribadendo che “…ogni Paese deve essere posto in grado di assicurare ai propri abitanti, oltre alla libertà di espressione e di movimento, la possibilità di soddisfare necessità fondamentali quali il cibo, la salute, il lavoro, l’alloggio, l’educazione, la cui frustrazione pone molta gente nella condizione di dover emigrare per forza”. Proprio così, considerando il diritto a non emigrare un sacrosanto diritto dei cittadini! Come quello della libertà d’espressione, per il quale i popoli hanno combattuto a lungo nel corso dei secoli. Diventa perciò obbligo dei governi e delle istituzioni di ogni Paese garantire questi diritti ai cittadini. Cosa che, purtroppo, non sempre si verifica, anzi! Come è dimostrato anche in questi ultimi anni in Albania. E come si è drammaticamente verificato trent’anni fa.

    Era il 6 marzo 1991. Mai i brindisini avrebbero immaginato quello che sarebbe accaduto nella loro città quella notte e nei giorni successivi.  Nelle ultime ore di quel giorno due navi entrarono nel porto di Brindisi. Due navi che portavano un carico mai visto prima in quel porto. Era un carico umano. Venivano dalla costa di fronte. Erano partite dall’Albania. Sul bordo di quelle due navi erano accatastati circa 6500 albanesi. Avevano attraversato, stremati, circa 50 miglia marine del canale d’Otranto, fino a raggiungere le coste pugliesi. In seguito, durante la notte del 6 marzo e le prime ore del 7 marzo 1991, al porto di Brindisi ed in altri porti sulla costa salentina arrivarono altre imbarcazioni. Tutte partite dall’Albania. Secondo dati mediatici del tempo, tra il 6 e il 7 marzo 1991, nei porti pugliesi arrivarono circa 25.000 albanesi. Erano uomini e donne, giovani e persone di una certa età, ma anche bambini, che scappavano dal loro Paese. Fuggivano speranzosi, sognando una vita migliore, dopo aver vissuto e sofferto sotto la dittatura comunista, una delle più atroci dittature in tutta l’Europa dell’Est. Quello del 6 e 7 marzo 1991 era soltanto l’inizio di un vero e proprio esodo che continuò, inarrestabile, anche nei mesi e negli anni seguenti, per circa un decennio. La mattina del 7 marzo 1991 si diede finalmente il permesso a quel “carico umano” di scendere a terra. Scendevano stremati, affamati e anche malvestiti, ma felici di aver finalmente toccato il suolo italiano. Come se fosse la terra promessa dei testi biblici. Colte impreparate di fronte ad una simile situazione di emergenza, le autorità locali si rivolsero alla popolazione con un breve messaggio “Gli albanesi arrivati a Brindisi hanno fame e freddo. Aiutateli!”. Subito dopo in tutta la città si allestirono i centri di assistenza, con cibo e vestiti. In più di trenta scuole, sia a Brindisi che nei suoi dintorni, gli appena arrivati trovarono una prima sistemazione. Con un’ordinanza delle autorità locali, le mense di Brindisi hanno preparato e distribuito i necessari pasti per gli albanesi. Rimarranno impresse nella memoria collettiva le immagini di quei giorni. Come non si dimenticherà mai la straordinaria generosità e l’ospitalità dei pugliesi nei confronti dei profughi arrivati dall’altra costa del mare.

    Purtroppo quell’esodo massiccio degli albanesi verso l’Italia e altri Paesi non finì nei primi anni ’90 del secolo passato. Un esodo quello, che allora era dovuto alle tante sofferenze e privazioni subite quotidianamente dagli albanesi, per più di 45 anni sotto la dittatura comunista. Purtroppo, dalla metà del decennio appena passato, si sta attuando un nuovo e più preoccupante esodo degli albanesi, ben più massiccio e preoccupante di quello del marzo 1991. L’autore di queste righe ha cominciato ad informare il nostro lettore di questo nuovo ed allarmante esodo dal 2015. Già da allora i richiedenti asilo con cittadinanza albanese erano secondi, come numero assoluto, soltanto ai siriani che scappavano da un devastante conflitto armato. Egli scriveva allora: “…E bisogna tenere presente che la popolazione albanese è di circa 3 milioni di abitanti, mentre quella siriana, secondo il World Population Review per il 2015, è di circa 22 milioni di abitanti!” (Accade in Albania; 7 settembre 2015). Ma, da allora la situazione si sta ulteriormente aggravando e il numero degli albanesi che decidono di lasciare tutto e di partire, senza neanche avere una minima garanzia, tranne la speranza per un futuro migliore, sta aumentando di anno in anno. L’autore di queste righe crede che ci sia proprio una ben ideata, programmata ed attuata strategia internazionale per lo spopolamento dell’Albania. Una strategia che, ovviamente, non riguarda soltanto l’Albania. Una strategia geopolitica ed occulta, quella, che sembrerebbe sia stata ideata e gestita da un raggruppamento che fa capo ad un miliardario speculatore di borsa di oltreoceano. L’autore di queste righe scriveva un anno fa che “…Da alcuni anni però, dati e fatti accaduti e che accadono di continuo alla mano, sembrerebbe che ci sia un “progetto” che prevederebbe anche l’allontanamento dei cittadini albanesi dalla madre patria. Lo dimostrano i numeri sempre più allarmanti di questi ultimi anni dei richiedenti asilo albanesi in diversi paesi europei e non solo”. In seguito continuava, specificando: “…guarda caso, sembrerebbe che il governo albanese, dal 2013 in poi, abbia adottato una strategia che porti a tutto ciò” (Drammatiche conseguenze dell’indifferenza; 3 febbraio 2020). L’autore di queste righe continua a ritenere che “Un significativo e inconfutabile indicatore del funzionamento della “strategia di spopolamento” dell’Albania sarebbe anche il preoccupante incremento, in questi ultimi anni, del numero dei cittadini albanesi richiedenti asilo, spesso famiglie intere, in vari paesi europei. Non solo, ma per numero relativo, sono i primi, lasciando dietro i siriani, gli afgani ecc.” (Crescente spopolamento come sciagura nazionale; 10 febbraio 2020).

    L’esodo degli albanesi non si è fermato neanche dalla pandemia. Lo dimostrano i dati pubblicati dall’Ufficio europeo di Sostegno per l’Asilo (EASO, una struttura dell’Unione europea; n.d.a.). In base al rapporto ufficiale per il 2020 dell’EASO risulta che “… in proporzione alla rispettiva popolazione, l’Albania ha continuato ad essere seconda al mondo, dopo la Siria, i cui cittadini scappano dalla guerra”! Una guerra, quella in Siria, che, guarda caso, cominciò esattamente dieci anni fa, proprio il 15 marzo 2011. E durante questi drammatici dieci anni di guerra in Siria risulterebbero circa 400 mila vittime, 12 milioni di sfollati e 12,4 milioni persone, pari al 60% della popolazione, colpite dall’insicurezza alimentare. In Albania, durante questi anni, non c’è stata una guerra come in Siria, ma purtroppo in Albania, dal 2013 ad oggi, una sola persona, il primo ministro, abusa sempre più del potere istituzionale conferito, controllando quasi tutte le istituzioni dello Stato, sistema della giustizia compreso! Diventando così un autocrate, con tutte le drammatiche conseguenze. Una delle quali è anche il continuo spopolamento del Paese. Da alcuni anni ormai in Albania si è restaurata una nuova e sui generis dittatura, controllata e gestita da un’alleanza tra il potere politico e la criminalità organizzata e alcuni raggruppamenti occulti internazionali. Una realtà quella che sta costringendo gli albanesi a scappare, come i siriani, nonostante in Albania non c’è la guerra!

    E proprio al primo ministro albanese, il 5 marzo scorso, veniva conferito in Italia un premio. Il presidente della Regione Puglia, in presenza anche del ministro italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, consegnò al primo ministro il premio “Radice di Puglia”. Un riconoscimento per “un pugliese di nazionalità albanese” (Sic!), come ha dichiarato il presidente della Regione Puglia. Una “novità” questa, perché, ad oggi, nessuno sapeva che il primo ministro albanese fosse pugliese! In realtà, il motivo di quella inattesa e ingiustificata premiazione dovrebbe essere stato ben altro. Comunque viene naturale la domanda: chissà perché proprio a lui, che è anche il principale responsabile del secondo esodo massiccio degli albanesi di questi ultimi anni?! Il secondo, dopo quello drammatico del marzo 1991 sulle coste pugliesi. Un’altra “premiazione” questa conferita per delle ben altre ragioni da quelle pubblicamente dichiarate. Un “premio” molto simile a quegli altri, di cui l’autore di queste righe informava il nostro lettore due settimane fa (Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura; 1 marzo 2021).

    Chi scrive queste righe considera il conferimento del premio “Radice di Puglia” al primo ministro Albanese, il 5 marzo scorso, una vera e propria ipocrisia, un affronto ed un’offesa agli albanesi e alle loro sofferenze, causate proprio da quel “pugliese di nazionalità albanese”. Ma lo considera un affronto ed un’offesa fatta anche a tutti i pugliesi che trent’anni fa accolsero con tanta generosità gli albanesi che arrivarono nella terra di Puglia. Chi scrive queste righe da tempo è convinto che il primo ministro albanese ha volutamente ignorato e violato, tra molte altre cose, anche il diritto a non emigrare degli albanesi. Proprio quel diritto, al quale si riferiva San Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la 90ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, reso pubblico il 15 dicembre 2003. Ma il Santo Padre si riferiva a dei governanti responsabili e non a degli individui che hanno fatto patto con il Male.

  • Influenze di un potere occulto

    Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso.

    Edmund Burke

    Il 1o marzo scorso a Bruxelles si è svolta l’undicesima riunione del Consiglio di Stabilizzazione e Associazione tra l’Unione europea e l’Albania. Alla fine della riunione si è tenuta anche una conferenza stampa. Dalle dichiarazioni, sia dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza che del Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento della Commissione europea, si è capito subito, però, che si stava continuando con le stesse frasi “zuccherate”. Frasi che purtroppo non hanno niente a che vedere con la vera realtà albanese. Proprio con quella grave realtà, vissuta e sofferta ogni giorno dai semplici cittadini. In sostanza, rimangono sempre le stesse dichiarazioni fatte e rifatte, dal 2014 in poi, dai massimi rappresentanti della Commissione europea, che si riferiscono ad una realtà immaginaria, identica a quella che, dal 2013, stanno sfornando continuamente il primo ministro albanese e la sua propaganda governativa e mediatica. Si tratta di dichiarazioni che, nella migliore delle ipotesi, rappresenterebbero semplicemente una superficialità ingiustificabile nella conoscenza e nella descrizione di quello che realmente accade quotidianamente in Albania. Si tratta di dichiarazioni che rappresenterebbero anche un forzato tentativo di coprire quello che si doveva fare e che, però, non è stato fatto dai rappresentanti della Commissione europea, sia a Bruxelles che in Albania. Purtroppo, sarebbero dei ragionevoli e convincenti indizi i quali indurrebbero a pensare che dietro quelle continue dichiarazioni “zuccherate” dei massimi rappresentanti della Commissione europea, con le quali si applaude il successo del percorso europeo dell’Albania, ci siano degli interventi lobbistici profumatamente pagati da parte dei diretti interessati in Albania. Quanto è accaduto e continua ad accadere, indurrebbe a pensare,che tutto potrebbe essere dovuto a delle dirette influenze di un potere occulto internazionale, che spesso oltrepassa gli oceani. Un potere reale quello, di cui beneficiano, come riconoscimento e compenso per i servizi resi, anche alcuni dirigenti autocrati nei Balcani. Compreso il primo ministro albanese. Tra l’altro, le stesse decisioni prese dal Consiglio europeo sull’Albania, dal 2014 in poi, rappresentano delle ulteriori ed inconfutabili prove, che evidenziano chiaramente le vistose incongruenze nelle dichiarazioni dei massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà Albanese. E sono state proprio le ferme e ben argomentate convinzioni di non pochi capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione che hanno bloccato il percorso europeo dell’Albania per non aver adempito i propri obblighi. Obblighi ai quali, oltre a quelli normalmente richiesti a tutti i Paesi che mirano all’adesione all’Unione europea, si sono aggiunti altri, noti ormai come delle condizioni sine qua non, posti specificatamente all’Albania dal Consiglio europeo. Purtroppo, quelle condizioni sono aumentate con il tempo. Da cinque che erano nel 2014 sono diventate ben quindici, come reso noto dopo il vertice del marzo 2020 del Consiglio europeo.

    Durante la sopracitata conferenza stampa, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza ha dichiarato che l’Albania rappresenta “…un modello per la regione”. Per poi specificare, sempre riferendosi all’Albania, che è “…un esempio nei Balcani e che  non possiamo dirlo per tutti i Paesi dei Balcani occidentali”. Ribadendo anche che “…ci siamo congratulati con l’Albania per la sua insistenza ad andare avanti con le riforme”. Che qualcuno informi però l’Alto rappresentante dell’Unione europea, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, che la vera, vissuta e sofferta realtà albanese, purtroppo, è tutt’altra e ben peggiore di quella descritta da lui durante la conferenza stampa a Bruxelles, il 1o marzo scorso.

    Sempre durante quella conferenza stampa, all’Alto rappresentante è “sfuggita” però anche una piccola contraddizione logica, che non era in sintonia con la situazione “tutta rose e fiori” da lui descritta precedentemente. Si, perché, riferendosi alle elezioni politiche del 25 aprile prossimo in Albania, ha sottolineato “…la necessità che tutti [i partiti] facciano l’impossibile perché nelle liste dei candidati vi siano delle persone con integrità.”. E si riferiva proprio all’integrità morale e alla fedina penale dei candidati. Evidenziando così uno dei reali e preoccupanti problemi di questi ultimi anni in Albania. Ragion per cui, il 17 dicembre 2015, con l’insistenza dell’opposizione e con l’assistenza delle istituzioni specializzate internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, il Parlamento albanese approvò la cosiddetta legge sulla decriminalizzazione della politica e dell’amministrazione pubblica. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato su questo argomento. L’autore di queste righe, riferendosi proprio alle peripezie affrontate prima dell’approvazione della legge, alcuni anni fa scriveva (Non potete dire più che non lo sapevate; 22 febbraio 2016): “…All’inizio il primo ministro e la propaganda governativa hanno cercato, con tutti i modi e mezzi, di ostacolare e di ridicolizzare quest’iniziativa. Il fatto diventò internazionale, coinvolgendo le istituzioni dell’Unione Europea e degli Stai Uniti. Grazie al loro impegno, il 24 dicembre 2014 c’è stato un primo accordo bipartisan, per arrivare poi, sempre alla vigilia del Natale 2015 all’approvazione della legge, conosciuta come la legge sulla decriminalizzazione”. E, da quanto ormai è accaduto e pubblicamente noto, risulta che il partito del primo ministro ha avuto come deputati in Parlamento, come sindaci e come alti funzionari dell’amministrazione pubblica non poche persone con precedenti penali!

    Durante la stessa conferenza stampa, il Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento della Commissione europea, riferendosi allo spinoso problema delle elezioni, ha detto: “…abbiamo espresso la speranza che saranno libere e oneste”. Basterebbe soltanto questa affermazione “speranzosa” per capire la vera realtà in Albania! Allora come potrebbe essere possibile che, allo stesso tempo, un simile Paese, dove si mette in dubbio lo svolgimento delle elezioni “libere ed oneste”, meriterebbe anche tutte quelle dichiarazioni “zuccherate” e gli “applausi di successo” espresse non soltanto durante la conferenza stampa del 1o marzo scorso, ma anche,  ufficialmente, in tutti i Rapporti della Commissione europea, dal 2014 in poi?!

    Il 4 marzo scorso, la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha approvato il Rapporto di progresso per l’Albania, dopo aver discusso e poi inserito anche gli emendamenti proposti da alcuni membri della Commissione. Nel Rapporto vengono ribadite le problematiche affrontate in Albania, tra le quali il riciclaggio del denaro sporco e la compravendita dei voti durante le elezioni. Ma, guarda caso, nel comunicato stampa del Parlamento europeo, hanno “dimenticato” di inserire una frase importante. Lo ha denunciato il 5 marzo scorso uno dei due relatori per l’Albania del Parlamento europeo. Lui ha dichiarato: “Nel comunicato stampa del Parlamento europeo sul Rapporto per l’Albania si afferma che ‘noi appoggiamo lo svolgimento della prima conferenza intergovernativa (tra l’Unione e l’Albania; n.d,a.) prima possible e l’avvio dei negoziati dell’adesione senza ulteriori ritardi’”. Poi il relatore continua, denunciando che si era “stranamente” dimenticato di affermare che tutto ciò avverrà soltanto “…seguendo il pieno adempimento delle [quindici] condizioni poste dal Consiglio europeo”. Per l’eurodeputato un fatto simile rappresenta un “…errore di fatto, molto importante, perché il condizionamento è vitale in questo contesto”. Prima però che la correzione venisse fatta nel successivo comunicato stampa del Parlamento europeo, la propaganda governativa e mediatica in Albania ha subito “sbandierato” la lieta notizia arrivata da Bruxelles! Anche questo “fatto” potrebbe essere considerato come una conseguenza delle influenze dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto, anche oggi, molti altri fatti ed argomenti da trattare e commentare, ma lo spazio non glielo permette. Egli però è pienamente convinto che i massimi rappresentanti della Commissione europa, sia a Bruxelles che a Tirana, da anni ormai, da quando è salito al potere l’attuale primo ministro albanese, stanno presentando ufficialmente, sia nei Rapporti annuali di progresso, che con le loro dichiarazioni pubbliche, una realtà immaginaria, mai verificata e vissuta in Albania! Loro sanno anche il perché. Ma quanto hanno fatto e stanno facendo aggrava ulteriormente la già preoccupante e pericolosa situazione. Permettendo così al primo ministro di avere sempre più potere e diventare, di fatto, un dittatore sui generis. “Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso” affermava Edmund Burke. Questo si sta verificando realmente in Albania. Grazie anche delle influenze di un potere occulto che spesso oltrepassa gli oceani.

  • Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò: dal film “I Tartassati”

    Nell’ultimo decennio del secolo passato la situazione in Albania stava seriamente e gravemente peggiorando di anno in anno. La dittatura era diventata sempre più atroce ed insopportabile. Ma non erano soltanto le perpetue, consapevoli, irresponsabili e arroganti violazioni dei diritti e delle libertà innate che preoccupavano i cittadini. Essi erano, altresì, quotidianamente costretti anche a delle restrizioni economiche di vario tipo. Restrizioni che evidenziavano e testimoniavano l’inevitabile ed il totale fallimento del sistema economico adottato dalla dittatura. La situazione era gravemente e ulteriormente peggiorata durante la seconda metà degli anni ‘80 del secolo passato. Mancavano i generi alimentari di prima necessità. Tutto era razionato e le quantità previste, per ogni nucleo familiare, erano ai limiti della sopravvivenza. Ma non sempre i cittadini riuscivano ad avere anche quello. Le file davanti ai negozi erano lunghe e non sempre i cittadini, messi uno dietro l’altro spesso anche dalla notte precedente, riuscivano a portare a casa tutto quello di cui avevano un vitale bisogno. Gli scaffali dei negozi erano sempre più vuoti. E proprio in quel drammatico periodo la propaganda del regime riuscì a trovare una “soluzione”. Ma non si trattava di garantire alla popolazione le forniture dei tanto necessari generi alimentari. No, si trattava, bensì, di un “Premio”. Proprio di un premio, con il quale la propaganda della dittatura comunista poteva fare uso ed abuso! Il 6 aprile 1987, durante una conferenza internazionale che si stava svolgendo in Messico, all’Albania è stato conferito il “Premio internazionale per la Nutrizione” (Sic!). Quale affronto e quale sarcasmo era quel “Premio” per gli affamati cittadini albanesi! E quale sfacciata ipocrisia quella della propaganda del regime! Ma la propaganda comunista allora aveva un vitale bisogno di quel “riconoscimento internazionale”. Per il resto, per quello che poteva pensare la gente, non gli importava nulla. Anche perché il famigerato “articolo 55” del Codice penale portava direttamente in prigione chiunque dicesse, o addirittura, alludesse a qualcosa. Ma la sfacciataggine della propaganda comunista non si fermò lì. Per dare più importanza e peso alla “lieta notizia”, annunciò che il “Premio”, espressione di un alto riconoscimento, era stato conferito all’Albania dalla FAO (Food and Agriculture Organization – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura; n.d.a.). In realtà si è venuto a sapere, dopo il crollo della dittatura, che in quella conferenza la FAO partecipava semplicemente, come tutte le altre delegazioni! Mentre il premio era stato conferito all’Albania dalle autorità messicane, come un dovuto, ma anche richiesto riconoscimento. Tutto ciò perché l’Albania nel 1976 era uno dei tre Paesi soltanto che avevano sostenuto la candidatura messicana per il posto del Segretario generale dell’ONU. Un’assegnazione quella che, quasi unanimemente, è stata riconosciuta, per la seconda volta, al Segretario uscente Kurt Waldheim.

    Il 29 marzo 2017, mentre in Albania la coltivazione della cannabis era pericolosamente diffusa in tutto il territorio, in Francia veniva premiato l’attuale primo ministro albanese. Per lui il suo omologo francese aveva chiesto ed ottenuto il conferimento della tanto ambita e prestigiosa medaglia francese: quella del “Comandante della Legione d’Onore”! Proprio a lui che, almeno istituzionalmente, era la persona direttamente responsabile della cannabizzazione del Paese. Si trattava di un’attività criminale, verificata, documentata e denunciata non solo in Albania, dall’opposizione e da quei pochi media non controllati dal governo albanese, ma anche, anzi e soprattutto dalle istituzioni specializzate e dai media internazionali. Si trattava allora, nel 2017, di una preoccupante attività criminale, nella quale sono stati coinvolti almeno un ex ministro degli Interni, molti alti funzionari della polizia di Stato, ormai ricercati, ed altre istituzioni governative. E tutto ciò non poteva accadere senza il diretto beneplacito del primo ministro. Proprio di colui che, il 29 marzo 2017, ha ricevuto dalle mani del suo omologo francese la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”. Allora lo stesso primo ministro francese, alcuni mesi prima, riferendosi ad uno scandalo che vedeva coinvolto il suo ministro degli Interni, dichiarava: “Quando si è legati all’autorità dello Stato occorre essere impeccabili riguardo le istituzioni e le regole che le reggono”! L’autore di queste righe scriveva allora per il nostro lettore che “…Le motivazioni ufficiali dell’onorificenza non convincono e non potevano convincere nessuno in Albania… Quelle motivazioni urtano fortemente con la realtà albanese e offendono l’intelligenza di tantissimi cittadini che ne soffrono le conseguenze”. E poi continuava: “Le informazioni non mancano e sono tante, dettagliate e attendibili. Le dovrebbero conoscere anche le autorità francesi” – (A chi e cosa credere ormai in Francia?; 3 aprile 2017).

    Il 23 febbraio scorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha conferito un nuovo Premio, quello dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”, a dodici personalità scelte che operano nel campo della giustizia in altrettanti Paesi del mondo (come Ecuador, Micronesia, Guatemala, Kirghizistan, Iraq, Sierra Leone, Guinea, Libia, Filippine ecc.). Tra quei dodici premiati c’era anche un giudice albanese. E guarda caso, si tratta proprio di una persona molto “chiacchierata” in questi ultimi anni. Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista, un procuratore che, alcuni mesi prima del crollo della dittatura, chiedeva ed otteneva la condanna a quindici anni di reclusione per alcuni cittadini, solo perché avevano abbattuto la statua di Stalin nel dicembre 1990. Tutto ciò soltanto due mesi prima del crollo della dittatura in Albania! Ma si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge. Anche quando, per rimanere in carica come giudice della Corte Suprema, nonostante il suo mandato fosse finito da sei anni, ha usato dei “trucchetti” ed ha beneficiato del diretto appoggio governativo. Si tratta di un “giusto” che aveva “dimenticato” di dichiarare parte dei beni in suo possedimento, come prevede proprio la legge! Si tratta della stessa persona che, nell’autunno del 2019, è stata direttamente coinvolta in un grave scandalo istituzionale. Scandalo denunciato ufficialmente dal Presidente della Repubblica. Uno scandalo che riguardava la palese violazione delle procedure per la selezione dei candidati giudici dell’allora non funzionante Corte Costituzionale. Corte che il primo ministro voleva e tuttora vuole controllare direttamente. Uno scandalo quello, sul quale è stata chiesta anche l’opinione della Commissione di Venezia (La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto; n.d.a.). Opinione che ha dato però pienamente ragione alle accuse del Presidente della Repubblica. Ragion per cui anche il primo ministro e i suoi hanno subito dopo “abbandonato” il giudice, come la scorza di un limone spremuto, E per rendere tutto più convincente, hanno messo in campo anche l’Alto Consiglio dei Giudici che, con una sua delibera, costrinse quel “giudice illustre” a lasciare il suo importante incarico istituzionale, come presidente del Consiglio delle Nomine nella Giustizia. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito. Guarda caso però, proprio quel giudice è stato selezionato tra tanti altri, per essere premiato dal Dipartimento di Stato, il 23 febbraio scorso, con la nuova onorificenza dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”! Nella dichiarazione del Dipartimento di Stato si sottolineava, tra l’altro, anche che quel premio veniva conferito a quelle persone che, secondo l’opinione degli Stati Uniti d’America “…hanno instancabilmente lavorato, spesso affrontandosi con delle inimicizie, per difendere la trasparenza, per combattere la corruzione e per garantire il rendiconto nei propri Paesi”. Rispettando la valutazione per gli altri undici premiati, non si potrebbe dire lo stesso per il giudice albanese, anzi! Chissà perché una simile scelta fatta del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America?!

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di più spazio per analizzare e trattare come meriterebbe una così inattesa, immeritata e ingiustificata premiazione da parte del Dipartimento di Stato al giudice albanese. Ma tutto fa pensare ad una densa e ben pagata attività lobbistica. Come nell’aprile del 1987 con il “Premio internazionale per la Nutrizione”. E come nel marzo 2017, con la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”, conferita all’attuale primo ministro albanese. Peccato che non c’è più spazio per continuare! Ma tutto ciò, chi scrive queste righe lo considera convinto e semplicemente un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura ormai funzionante in Albania. Per il resto, egli pensa che aveva pienamente ragione Totò quando diceva che ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

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