Albania

  • Un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo

    La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

    George Orwell

    Il suo vero nome è Eric Arthur Blair, ma per la maggior parte dei suoi lettori egli era e rimane George Orwell. È l’autore di diversi libri, due dei quali sono stati tradotti e letti in diverse lingue del mondo da molte, moltissime persone. Si tratta di due romanzi. Uno è La fattoria degli animali, pubblicato nel 1945. L’altro è 1984, scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949, soltanto pochi mesi prima della scomparsa dello scrittore. George Orwell, grazie alla sua breve ma intensa, spesso sofferta e diretta esperienza di vita, aveva ben consolidato ed esprimeva chiaramente le sue convinzioni, anche sulla grande importanza e i diretti effetti della propaganda sul genere umano. Intesa come una consapevole e dettagliatamente pianificata attività persuasiva per raggiungere determinati obiettivi, ottenendo consenso pubblico, la propaganda ha facilitato, tra l’altro, anche la costituzione dei sistemi totalitari tra le due guerre mondiali. Ragion per cui della propaganda si faceva e continua a farsi un uso programmato, continuo, sproporzionato e assordante in tutte le dittature. Ed è uno dei temi che George Orwell tratta maestosamente nel suo capolavoro 1984. E proprio in quel romanzo egli è stato, tra l’altro, anche colui che, per la prima volta, ha coniato ed usato l’ormai diffusa espressione: il “Grande fratello”. Così veniva considerato e chiamato da tutti in Oceania il capo indiscusso del Partito. Un personaggio misterioso che nessuno aveva mai visto, ma che il suo volto però si trovava in tutti i manifesti affissi ovunque e apparsi anche nei teleschermi presenti in ogni luogo pubblico, in tutti gli uffici e le abitazioni dell’Oceania, la cui capitale era Londra. Era uno dei tre grandi Paesi dittatoriali che controllavano in mondo intero e che si trovavano in un continuo ed acerrimo conflitto tra loro. Si, perché le lotte erano considerate allora, nel 1984 e dopo la fine della [immaginaria] terza guerra mondiale, come una necessità per garantire il raggiungimento ed il mantenimento del difficile e instabile equilibrio mondiale. Il “Potere assoluto”, rappresentato dal “Grande fratello”, si basava sulla propaganda che faceva uso dei mezzi di comunicazione di massa e della tecnologia, per manipolare l’opinione pubblica e per attuare l’annullamento totale e definitivo dell’individualità. In Oceania, come scriveva George Orwell, “…nulla si possedeva di proprio, se non pochi centimetri cubi dentro il cranio”. Sì, perché a tutto pensava il “Grande fratello”. Perché, come scriveva Orwell “…Ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni conoscenza scientifica […] si pensa provengano dalla sua guida e dalla sua ispirazione”.

    L’autore del romanzo 1984 era convinto che, facendo uso di tutti i potenti e ben coordinati mezzi di propaganda “…si può manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento”. Tutto ciò in funzione e sostegno della strategia del “Grande Fratello”, uno dei pochi obiettivi fondamentali del quale era quello di controllare e di orientare il modo di pensare non solo di una singola persona, ma di tutta la società. Altri obiettivi della strategia del “Grande fratello” erano sia la costituzione della “Neolingua” (Newspeak), che l’attivazione di quello che veniva chiamato il “Bipensiero” (Doublethink). Di una grande importanza era stata considerata anche la costituzione e l’intransigente onnipresenza operativa della “Psicopolizia” (Thought Police) in tutta l’Oceania. Una struttura, quella, parte integrante del “Ministero dell’Amore” (Miniluv), che con i suoi metodi “persuasivi riusciva a convincere tutti”, oppure “li faceva tacere per sempre”. George Orwell era fermamente determinato e socialmente motivato a diffondere il suo messaggio ammonitivo contro tutto ciò che poteva, in qualche modo, contribuire ad annientare dei diritti e dei valori fondamentali dell’umanità come la libertà e la dignità individuale. Già da prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e fino alla fine Orwell aveva reso pubblico il suo impegno sociale e la sua determinazione a scrivere contro le ingiustizie e le mostruosità delle dittature, sia di destra che di sinistra. Ragion per cui, come egli stesso aveva affermato, ogni sua riga “…sarà spesa contro il Totalitarismo”. E così ha fatto. Come testimoniano anche i suoi due noti romanzi: La fattoria degli animali e 1984. Dopo aver finito 1984, Orwell aveva dichiarato che lo aveva scritto “…per cambiare il parere degli altri sul tipo di società per la quale essi devono combattere”.

    L’autore di queste righe è una di quelle tante, tantissime persone in tutto il mondo che hanno letto e riletto, imparando molto, sia La fattoria degli animali che 1984. Egli ha anche scritto per il nostro lettore un intero articolo riferendosi soprattutto al romanzo 1984. Riferendosi all’onnipotente ed onnipresente “Grande fratello”, quale rappresentante indiscusso del “Potere assoluto”, egli scriveva che “…tramite le manipolazioni programmate e meticolosamente attuate del cervello umano ed una spietata repressione, aveva annullato la coscienza dell’individuo e quella collettiva in Oceania”. L’autore di queste righe è stato e tuttora è convinto che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che anche la cultura sia annientata dal “Potere assoluto”. Per non permettere mai che la “Neolingua” (Newspeak), con un ridottissimo numero di parole attive, potesse “…ridurre, perciò, al massimo la capacità di espressione e di pensiero, individuale e/o collettivo.” Perché era una lingua che tendeva “… a soffocare la lingua vivente, fino a farla scomparire”. Ragion per cui bisogna sempre salvare la lingua dalla “corruzione della parola”, come scriveva George Orwell. L’autore di queste righe, in seguito, esprimeva la sua ferma convinzione che “…Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai che chiunque, un “Grande Fratello” o chicchessia, possa manipolare mentalmente il genere umano, fino al punto di attivare quello che George Orwell chiamava il “Bipensiero” (Doublethink). E cioè la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte”. Ma anche per non permettere mai che in qualsiasi Paese si possa arrivare fino al punto che “La menzogna diventi verità e passi alla storia”. E per non permettere mai che colui il quale controlla il passato possa controllare il futuro. Perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il presente controlla il passato”. Per non permettere mai di considerare normali affermazioni come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”. (Bugie, arroganza e manipolazioni; 27 luglio 2020).

    Il 18 settembre scorso in Albania è stato costituito il nuovo governo; il terzo guidato dall’attuale primo ministro. Proprio colui che, basandosi su delle realtà immaginarie e virtuali, diffuse dalla sua ben potente e funzionante propaganda governativa e mediatica, non ha mai mantenuto una che una sola promessa fatta ufficialmente e pubblicamente. Proprio quel primo ministro che, fatti accaduti, documentati e ufficialmente denunciati alla mano, è il rappresentante istituzionale di una ormai costituita dittatura sui generis. Di un nuovo regime totalitario, espressione dell’alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e internazionali, della quale non si sa chi sia il vero gestore.  Si tratta, in realtà, di una nuova restaurata dittatura che si serve anche di un’opposizione politica che da anni ormai è semplicemente una “stampella” del primo ministro e serve come facciata, sfruttata ed usata per dei motivi propagandistici quando serve. E serve spesso, serve ogni giorno, vista la drammatica realtà, quotidianamente vissuta e sofferta in Albania. In una simile realtà, il 18 settembre scorso, durante la prima riunione del Consiglio dei ministri, subito dopo il giuramento del nuovo governo nelle mani del Presidente della Repubblica, tra i primi atti ufficiali approvati c’era anche la delibera della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione! Un segnale veramente allarmante ed un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, vista proprio la drammaticità e la gravità della testimoniata e facilmente verificabile realtà albanese. Si tratta di un altro passo pericoloso in avanti verso un ulteriore consolidamento del regime totalitario in Albania. L’appena costituita Agenzia per i Media e l’Informazione, sarà controllata direttamente dal primo ministro, tramite il suo direttore generale, che è uno dei veramente pochi fedelissimi del primo ministro, attualmente il suo direttore della comunicazione. L’atto ufficiale di costituzione della nuova Agenzia stabilisce che il direttore generale avrà lo stesso status di quello del ministro. La nuova Agenzia avrà il compito di coordinare la comunicazione con i media ed il pubblico di tutti i ministeri e delle altre istituzioni importanti governative in Albania. Sempre secondo l’atto di costituzione, l’Agenzia avrà anche il compito di controllare l’attività pubblica dei ministri, comprese le loro ufficiali dichiarazioni pubbliche, nonché le nomine e le sostituzioni dei portavoce delle istituzioni governative. Immediate e forti sono state tutte le reazioni ufficiali delle organizzazioni internazionali dei media. Nella loro dichiarazione ufficiale i rappresentanti di sei organizzazioni internazionali per la libertà dell’espressione hanno considerato l’Agenzia come un mezzo di repressione e di controllo dei giornalisti e chiedono alle istituzioni dell’Unione europea di “coinvolgere immediatamente il governo albanese per trattare simili preoccupazioni come questioni prioritarie durante i prossimi negoziati d’adesione [nell’Unione europea]”.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire questo argomento e ad informare oggettivamente il nostro lettore, come sempre ha fatto. Nel frattempo è convinto però, che l’atto della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione, proprio durante la prima riunione dell’appena costituito governo albanese, non può non destare serie preoccupazioni. Perché rievoca tutto quanto ha maestosamente scritto George Orwell nel suo ben noto e molto letto romanzo 1984 e fa pensare ad un ministero della propaganda. Ma, inevitabilmente, rievoca e ricorda il modello del ministero della Propaganda, diretto dal 1933 al 1945 da Joseph Goebbels, durante il famigerato regime nazista in Germania. E tutto ciò non può non essere considerato un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, come conferma della restaurazione e del consolidamento della dittatura sui generis in Albania! Gli albanesi però devono tenere ben presente che, come scriveva George Orwell, la propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

  • Ipocrisia istituzionale svanita dopo una decisione unanime

    Alla gran maggioranza di noi si richiede un’ipocrisia costante, eretta a sistema.

    Boris Pasternak; da Il dottor Zivago

    Il 5 ed il 6 ottobre scorso si è svolto nel castello di Brdo, presso la capitale Ljubljana in Slovenia, il vertice del Consiglio europeo. Per il primo giorno era stato programmato un incontro informale, durante una cena di lavoro, dei massimi rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e dei dirigenti delle istituzioni dell’Unione. Le questioni sulle quali si è discusso si riferivano agli importanti sviluppi geopolitici e geostrategici accaduti durante questi ultimi mesi. Si è trattato, inevitabilmente, della situazione in Afghanistan. Ma si è discusso anche della rottura unilaterale, da parte dell’Australia, dell’accordo con la Francia per i sottomarini a propulsione nucleare. Un accordo quello che è stato sostituito con un altro tra l’Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America. Un altro tema sul quale si è discusso durante quella cena di lavoro il 5 ottobre scorso in Slovenia è stata la crescente e preoccupante influenza geostrategica della Cina. Il giorno successivo, il 6 ottobre, era stato previsto ed organizzato il vertice del Consiglio europeo con i massimi rappresentanti dei sei Paesi dei Balcani occidentali. In quel vertice erano presenti, oltre ai capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione europea, anche i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione, compresa la presidente della Commissione europea che ha visitato, negli ultimi giorni di settembre scorso, tutti i sei Paesi balcanici. Sia dopo i suoi incontri, che prima del vertice del Consiglio europeo, il 6 ottobre scorso, la presidente della Commissione europea, con le sue dichiarazioni ufficiali, ha espresso la sua ferma convinzione e dell’istituzione da lei rappresentata, che i sei Paesi balcanici avevano compiuti tutti gli obblighi previsti. Ragion per cui si meritavano il loro avanzamento nel percorso previsto dall’Unione europea per l’allargamento ai Paesi balcanici. L’autore di queste righe, riferendosi alla vera, grave e preoccupante realtà vissuta in Albania, come testimoniata e documentata anche dai rapporti ufficiali di diverse istituzioni internazionali specializzate, comprese quelle dell’Unione europea, ha considerato le dichiarazioni fatte dalla presidente della Commissione europea prive del tutto di veridicità e, perciò, anche di credibilità. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò la scorsa settimana (La verità rende liberi; 4 ottobre 2021).

    Ebbene, la decisione unanime presa dal Consiglio europeo il 6 ottobre scorso ha fatto svanire l’ipocrisia istituzionale della Commissione europea, almeno nel caso dell’Albania. Un’ipocrisia istituzionale, espressa dalle dichiarazioni ufficiali dalla sua presidente, dopo l’incontro con il primo ministro il 28 settembre scorso. Per l’ennesima volta in questi ultimi anni, si è evidenziata una palese discordanza tra i rapporti positivisti, entusiastici e permissivi della Commissione europea, nonché delle dichiarazioni del tutto non realistiche e di parte delle massime autorità della Commissione stessa, con la vera e vissuta realtà albanese. Realtà che la conoscono meglio e spesso anche nei minimi dettagli alcuni dei Paesi membri dell’Unione, grazie alle loro professionali, credibili, verificabili e verificate informazioni dal territorio. Ed è stato proprio in base a quelle informazioni preoccupanti ma realistiche, che la decisione presa il 6 ottobre scorso dal Consiglio europeo, anche se con delle frasi “diplomaticamente e politicamente corrette”, non ha confermato le aspettative della Commissione europea. Come è successo sempre, durante questi ultimi anni. Almeno nel caso dell’Albania. Chissà, però, se quelle dichiarazioni fatte dalle massime autorità della Commissione europea, nonché il contenuto dei rapporti di progresso della Commissione stessa, si basano, “senza accorgersi e sulla fiducia”, su delle informazioni del tutto non realistiche e prive di correttezza professionale, raccolte e inviate alla Commissione dai loro rappresentanti in Albania, oppure si basano su altre “motivazioni”?!

    Il 6 ottobre scorso, dopo il vertice del Consiglio europeo in Slovenia, è stato pubblicato anche il testo ufficiale della Dichiarazione approvata all’unanimità dai capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Nel primo punto della Dichiarazione si afferma: “…L’Unione europea ribadisce il suo impegno a favore del processo di allargamento”. Un impegno quello che si basa, però, sulle “…riforme credibili dei partner, di un’equa e rigorosa condizionalità e del principio meritocratico”. In questa affermazione gli analisti hanno evidenziato e sottolineato l’uso della parola “partner” invece dell’espressione “Paese candidato all’adesione nell’Unione“. In più si ribadisce che “…è importante che l’UE possa mantenere e rafforzare il suo sviluppo, compresa la capacità di integrare nuovi membri”. Un’altra affermazione che mette in evidenza la necessità, espressa da diversi Paesi membri dell’Unione europea, di “rafforzare il suo sviluppo” prima di attuare l’allargamento dell’Unione con altri Paesi, compresi quelli balcanici. In più, e riferendosi sempre ai Paesi balcanici, nel secondo punto della Dichiarazione si afferma che l’Unione europea “…accoglie con favore la conferma dell’impegno dei partner dei Balcani occidentali a favore del primato della democrazia, dei diritti e valori fondamentali e dello Stato di diritto, come pure della prosecuzione degli sforzi per lottare contro la corruzione e la criminalità organizzata e per sostenere la buona governance, i diritti umani, la parità di genere e i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Mettendo così in evidenza alcune delle preoccupanti problematiche, con le quali ci si affronta e si subisce quotidianamente in diversi Paesi balcanici. Si tratta di problematiche ben presenti che hanno portato ad una simile grave ed allarmate realtà in Albania. Proprio lì, dove in questi ultimi anni, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Proprio in Albania, dove, invece dello Stato di diritto, tutto il sistema “riformato” della giustizia è controllato personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui. Proprio in Albania, dove la “lotta contro la corruzione” è solo e soltanto una frase di propaganda, essendo ormai testimoniato che la galoppante corruzione sta corrodendo tutto e tutti nelle istituzioni statali e nell’amministrazione pubblica. Proprio in Albania, dove il potere politico, rappresentato dal primo ministro e/o da chi per lui, convive e collabora in un modo ben strutturato ed organizzato con la criminalità organizzata. Una connivenza ed una collaborazione quella con la criminalità organizzata, locale ed internazionale, che ha permesso al primo ministro la “vittoria” elettorale del 25 aprile scorso ed il suo attuale terzo mandato governativo, come confermano anche diversi rapporti ufficiali delle più credibili istituzioni internazionali specializzate. E sono soltanto alcune delle preoccupanti e gravi problematiche con le quali si affrontano e ne subiscono quotidianamente gli indifesi cittadini albanesi. Problematiche che, però, non sono state mai evidenziate né dai rapporti permissivi della Commissione europea e neanche dalle dichiarazioni “entusiastiche e positiviste” che da anni stanno rilasciando i massimi rappresentanti della Commissione stessa sulla situazione e sui continui progressi che sta facendo l’Albania (Sic!). Mentre nel quarto punto della sopracitata Dichiarazione del Consiglio europeo si afferma che il sostegno dell’Unione europea “…continuerà a essere legato al conseguimento di progressi tangibili in materia di Stato di diritto e di riforme socioeconomiche nonché all’adesione dei partner ai valori, alle regole e agli standard europei”. Il che, nel caso dell’Albania, significa semplicemente posticipare ad una data non determinata la convocazione della prima conferenza intergovernativa, come parte integrante del previsto ed obbligatorio percorso europeo. Proprio di quella conferenza, per la cui convocazione la presidente della Commissione europea si era personalmente impegnata e determinata a realizzarla “al più presto”, in modo da avviare in seguito “i negoziati dell’adesione prima della fine dell’anno. Questo è l’obiettivo”. Così dichiarava lei il 28 settembre scorso, durante la sua visita ufficiale in Albania! E tutto ciò soltanto una settimana prima dello svolgimento del sopracitato vertice del Consiglio europeo in Slovenia. Vertice la cui Dichiarazione finale, tra l’altro, testimonia e dimostra anche l’ipocrisia delle dichiarazioni dei massimi rappresentanti della Commissione europea, nonché la non veridicità del contenuto dei rapporti ufficiali di progresso della Commissione stessa sull’Albania.

    Nel frattempo, dopo il vertice del Consiglio europeo del 6 ottobre scorso, per il primo ministro albanese, trovatosi in difficoltà e come sempre accade, la colpa è ovunque, la colpa è di tutti, di chicchessia, tranne la sua. Invece, dati e fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, la vera verità grida ai quattro venti che per tutto quello che da anni sta accadendo in Albania, almeno istituzionalmente, la colpa è proprio del primo ministro! Dopo il vertice del Consiglio europeo del 6 ottobre scorso, per il primo ministro albanese la colpa è dei singoli Paesi dell’Unione europea e dell’Unione stessa! Sì, perché secondo lui l’Europa sta attraversando un momento non così buono, “con tanti problemi interni e l’allargamento non si attende con entusiasmo”! La sua irrefrenabile spinta interna di mentire e di ingannare, come suo solito in casi simili, anche in questo caso fa sì che lui, il primo ministro albanese, per salvare la sua faccia, dia la colpa ad altri. Mentre mente consapevolmente nell’affermare che “…l’Albania ha fatto i compiti di casa”, ma purtroppo l’Unione europea “non è in grado di rispettare le sue promesse”!

    Chi scrive queste righe, come spesso accade, avrebbe avuto di nuovo bisogno di molto più spazio per trattare le conseguenze dell’ipocrisia istituzionale delle massime autorità della Commissione europea sugli sviluppi politici e sociali in Albania. Egli però è convinto che quelle dichiarazioni, essendo prive di fondamenta e non rispecchiando per niente la vera, vissuta e sofferta realtà albanese, favoriscono semplicemente il primo ministro e tutti coloro che, insieme con lui, stanno traendo beneficio da simili affermazioni. Così facendo si cerca di spingere anche altri, tanti altri, a credere ad un’ipocrisia del genere. Si richiede anche ai cittadini albanesi, come scriveva Boris Pasternak, nel suo rinomato romanzo Il dottor Zivago, di farsi portatori di questa ipocrisia costante, eretta a sistema.

  • La verità rende liberi

    Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto
    di dire alla gente cose che non vogliono sentire.

    George Orwell

    Erano convinti i latini che veritas vos liberat, cioè che la verità vi rende liberi. Lo testimonia anche l’evangelista Giovanni: “…Gesù allora disse a quei Giudei: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Vangelo secondo Giovanni; 8/32). Ne era convinto anche Epitteto, un filosofo della scuola degli stoici, secondo il quale “Nessuno è libero se non è padrone di se stesso”. Essendo nato schiavo a metà del primo secolo d.C. secondo i documenti storici dell’epoca, perché sua madre era una schiava, questo pensiero di Epitteto assume un particolare significato. Ma non tutti dicono la verità e per vari motivi e ragioni. Non lo fanno neanche gli ipocriti. Anzi, sono proprio loro che con le loro parole, con le loro “mezze verità”, riescono spesso a diffondere delle realtà illusorie e fittizie. Così facendo gli ipocriti, soprattutto quelli che rivestono delle cariche politiche ed istituzionali, generano, nolens volens, delle preoccupanti situazioni e delle altrettanto preoccupanti e pericolose conseguenze.

    Il vero e diretto significato dell’ipocrisia è stato trattato semplicemente e significativamente anche da Papa Francesco durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso.  “Cos’è l’ipocrisia?” si chiedeva il Pontefice. E la sua risposta era: “…Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi”. Il Santo Padre ha poi specificato che “…la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione”. Per il Papa la verità è una ed una sola. Non possono essere due o più verità. Lo ha ribadito in modo inequivocabile: “…la verità è verità o non è verità”! Mentre: “…le mezze verità sono questo modo di agire non vero”. Per Papa Francesco “L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno, perché vive con una maschera sul volto e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità”. Essendo convinto che “…Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia”, il pontefice ha detto che anche nella politica “…non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato”, mettendo così in evidenza proprio quel preoccupante “sdoppiamento”, quel presentarsi con due facce, quelle apparenze mascherate di non pochi rappresentanti politici ed istituzionali, in varie parti del mondo. Papa Francesco, ha usato delle parole semplici, durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso, per esprimere le sue convinzioni. Anche perché la verità è semplici. Sono però quelli che, interessati a nascondere la verità, ipocriti compresi, usano sempre le parole, tante parole, per renderla “complicata” la verità, per nasconderla la verità, per alienarla la verità. E purtroppo coloro che sono interessati ed intenzionati a nascondere la verità, a “coprire” la verità e sostituirla con una loro “verità”, spesso ci riescono. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché, come ci insegnano la saggezza umana e le Sacre Scritture, alla fine dei conti è “la verità che ci rende liberi”! Perché sono e saranno proprio gli uomini liberi e con lo spirito libero che hanno cambiato e continueranno a cambiare in meglio la società ed il mondo. Questo ci insegna la storia.

    Il 1 ottobre scorso il presidente del Consiglio europeo ha inviato una lettera a tutti i membri del Consiglio europeo in vista della loro riunione informale e del vertice dei Balcani occidentali in Slovenia (5 – 6 ottobre 2021). Il 5 ottobre è stato previsto un incontro informale dei massimi rappresentanti degli Stati membri dell’Unione europea, durante il quale si discuterà sul ruolo dell’Unione nell’ambito degli sviluppi internazionali. Un tema che diventa di grande importanza soprattutto dopo quello che è accaduto e sta tuttora accadendo in Afghanistan. Ma anche dopo la rottura unilaterale dell’accordo tra la Francia e l’Australia per i sottomarini a propulsione nucleare. L’autore di queste righe ha trattato questi argomenti recentemente per il nostro lettore (Paese che vai, realtà che trovi; 20 settembre 2021). I rapporti con la Cina saranno un altro argomento da discutere il 5 ottobre prossimo. Mentre il giorno successivo, il 6 ottobre prossimo è previsto il vertice tra i massimi rappresentanti del Consiglio europeo e dei Paesi dei Balcani occidentali. Un vertice previsto da svolgersi in due sezioni. In una sezione si esamineranno i modi “…per approfondire ulteriormente il dialogo politico, la cooperazione in materia di sicurezza e l’impegno strategico, ribadendo la volontà comune di lavorare per un’Europa forte, stabile e unita”, come scriveva il presidente del Consiglio europeo. Nell’altra sezione si esamineranno e si valuteranno i progetti nei Balcani occidentali da essere finanziati per “promuovere la ripresa socioeconomica e lo sviluppo sostenibile della regione”.

    La scorsa settimana, in attesa del sopracitato vertice in Slovenia, la presidente della Commissione europea ha visitato i sei Paesi dei Balcani occidentali. Tra il martedì ed il giovedì della settimana scorsa lei è stata in Albania, nella Macedonia del Nord, in Kosovo, in Montenegro, in Serbia ed in Bosnia-Erzegovina. Durante la sua visita in Albania, la presidente della Commissione europea ha dichiarato, dopo l’incontro con il primo ministro, che “…con un buon progresso nella riforma della giustizia, l’Albania ha raggiunto un risultato. Adesso l’Unione europea deve mantenere la [sua] parola”. Riferendosi poi alle procedure di adesione dell’Albania e della Macedonia del Nord, la presidente della Commissione europea ha altresì dichiarato la sua determinazione per realizzare al più presto la prima conferenza intergovernativa “…in modo da avviare i negoziati dell’adesione prima della fine dell’anno. Questo è l’obiettivo”.

    Da anni ormai i massimi rappresentanti della Commissione europea presentano al Parlamento e al Consiglio europeo dei rapporti di progresso tramite i quali si garantiscono i successi raggiunti. Da anni però il Consiglio europeo rimanda l’apertura della prima conferenza intergovernativa tra l’Unione europea e l’Albania e la successiva apertura dei negoziati di adesione. Ci sarà forse una ragione? Si che c’è. Ci sono ben quindici condizioni sine qua non che l’Albania deve esaudire prima della decisione positiva da parte del Consiglio europeo. E quelle condizioni non solo non sono esaudite, ma la realtà vissuta e sofferta in Albania testimonia ben altro. Chissà però perché questi simili “entusiastici” rapporti della Commissione e queste dichiarazioni piene di elogi per i “successi raggiunti dall’Albania” da parte dei massimi rappresentanti della Commissione europea?! Una cosa è ben certa però: quei rapporti e quelle dichiarazioni non rispecchiano per niente la vera, vissuta, sofferta e preoccupante realtà albanese. Anzi, quei rapporti e quelle dichiarazioni sembra si riferiscano ad un paese immaginario, che esiste soltanto per il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda, appoggiata anche internazionalmente. Purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, quei rapporti e quelle dichiarazioni sarebbero, tra le altre cose, anche delle espressioni di pura ipocrisia, se non altro. E l’ipocrisia “è paura per la verità”, come ha detto Papa Francesco durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso. Mentre l’ipocrita “è una persona che finge, lusinga e trae in inganno”. L’autore di queste righe ha trattato spesso per il nostro lettore, durante questi ultimi anni, questa ipocrisia dei massimi rappresentanti della Commissione europea e quel loro “inspiegabile”, nonché ingiustificato ed ingiustificabile appoggio che, da anni, stanno dando al primo ministro albanese. E continuano a farlo, nonostante l’Albania risulta essere, secondo le istituzioni specializzate internazionali, quelle dell’Unione europea comprese, un Paese dove la coltivazione ed il traffico illecito delle droghe sta preoccupando sempre di più. Per le stesse istituzioni, l’Albania è un paese dove la corruzione galoppante è una ben evidenziata realtà. L’Albania è un Paese dove la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata è ormai un dato di fatto. L’Albania, sempre secondo i rapporti delle istituzioni specializzate internazionali, quelle dell’Unione europea comprese, risulta essere uno tra i primi Paesi, non solo in Europa, per il riciclaggio del denaro sporco. Risulta essere, altresì, uno tra i primi Paesi al mondo per il numero dei richiedenti asilo in Europa. Anzi, proprio per questa ragione sono diversi i Paesi membri del Consiglio europeo che rifiutano di aprire i negoziati dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Purtroppo l’Albania è anche un Paese tra i più poveri d’Europa che, con la continua fuga disperata dei propri cittadini verso altri Paesi europei, si sta continuamente e paurosamente spopolando. Con tutte le conseguenze derivanti. Ma per i massimi rappresentanti della Commissione europea queste realtà non esistono. Esistono però quelle realtà diffuse dal primo ministro e dalla sua propaganda. Chissà perché?! Certo non si capirà neanche durante il vertice in Slovenia che comincia domani e dove dopodomani, 6 ottobre, si tratterà anche il futuro europeo dei Paesi dei Balcani occidentali. Ma secondo alcune indiscrezioni mediatiche, pubblicate il 28 settembre scorso dall’agenzia Reuters, quel futuro sarebbe tutt’altro che garantito, come cercano di far credere i massimi rappresentanti della Commissione europea.

    Chi scrive queste righe avrebbe tante, tantissime altre cose da trattare su questo argomento, ma lo spazio non lo permette. Egli però è convinto che le verità si devono dire per quelle che sono. Perché la verità rende gli uomini liberi. Anche gli albanesi devono riuscire finalmente a dire le loro verità. Le verità che hanno a che fare con coloro che volutamente, da anni, malgestiscono la cosa pubblica, che rubano il denaro dei contribuenti, che abusano paurosamente e pericolosamente con il potere, ormai usurpato, più che conferito dai cittadini. Il che significa che gli albanesi devono dire anche la verità sul comportamento, del tutto non istituzionale e con delle gravi conseguenze, dei soliti “rappresentanti internazionali”. Loro devono dire la verità anche sul contenuto delle dichiarazioni ipocrite dei massime autorità della Commissione europea, essendo la verità una sola! Perché, come scriveva George Orwell, se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire. Ed è certo che anche nella Commissione europea ci sono persone che non vogliono sentire la verità.

  • Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Era il 18 aprile 1961 quando i partecipanti alla Conferenza delle Nazioni Unite, svoltasi a Vienna, presero la loro decisione sul contenuto della bozza finale preparata e presentata dalla Commissione internazionale di giurisprudenza. Si trattava della bozza di un Trattato che definiva un insieme di norme di diritto internazionale che regolavano i rapporti tra gli Stati firmatari e sancivano i diritti e gli obblighi degli agenti diplomatici, cioè degli ambasciatori/capomissione e dei membri del personale diplomatico dell’ambasciata/missione. In quel 18 aprile 1961 è stato adottato, dai primi 60 Paesi firmatari, quel documento che, da allora, è pubblicamente noto come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Un lungo percorso quello iniziato, guarda caso, proprio nella capitale austriaca durante il Congresso di Vienna, nel lontano 1815. Quella Convenzione ha cominciato ad essere attuata il 24 aprile 1964 e ormai ne hanno aderito 190 dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Compresa l’Albania, che ha ratificato la Convenzione l’8 febbraio 1988.

    L’articolo 41, punto 1, della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce ed obbliga che: “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Mentre il punto 2 dello stesso articolo della Convenzione sancisce che: “Tutti gli affari ufficiali con lo Stato accreditatario affidati dallo Stato accreditante, alle funzioni della missione, sono trattati con il Ministero degli Affari esteri dello Stato accreditatario o per il tramite di esso, oppure con un altro ministero convenuto”. Il che significa che tutti i rappresentanti diplomatici, dall’ambasciatore all’ultimo in ordine gerarchico, sono obbligati a rispettare anche quanto è sancito dall’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ma purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, non tutti lo fanno. Lo dimostrerebbero diverse preoccupanti situazioni ed esperienze in alcune parti del mondo. Albania compresa. E si tratta soprattutto di situazioni ed esperienze nelle quali risulterebbero coinvolti dei rappresentanti diplomatici statunitensi che hanno consapevolmente violato quanto prevede e sancisce la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, articolo 41 compreso, anzi, soprattutto l’articolo 41. Ovunque queste realtà e questi comportamenti sono stati verificati hanno prodotto anche delle gravissime conseguenze, sia a livello di privazioni e sofferenze umane, che a livello geostrategico e geopolitico. Quanto è accaduto da venti anni in Afghanistan, ma anche quello che sta accadendo in questi giorni lì, ne è una significativa dimostrazione e una inconfutabile testimonianza delle inevitabili e preoccupanti conseguenze dovute alle ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili di certi rappresentanti diplomatici. Proprio di quelli che violano intenzionalmente i loro obblighi istituzionali, seguendo delle direttive pervenute dai loro superiori, oppure determinati interessi, compresi quelli personali. Così facendo però, si intromettono nelle faccende che devono riguardare e devono essere risolte solo e soltanto dai fattori istituzionali, politici e sociali del Paese nel quale simili rappresentanti diplomatici sono stati accreditati.

    Per fortuna che non tutti i rappresentanti diplomatici, compresi quelli statunitensi, hanno simili comportamenti. Anzi, sono tanti, tantissimi che osservano e rispettano i loro obblighi istituzionali previsti dalla Convenzione di Vienna, affrontando con la dovuta responsabilità civile, morale ed istituzionale anche situazioni difficili. Uno di questi è l’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Nominato tre mesi fa, in seguito all’omicidio del presidente haitiano, lui la scorsa settimana ha presentato le sue dimissioni al Segretario di Stato statunitense “…con grande delusione e scuse a chi cerca cambiamenti fondamentali”. Nella sua lettera sottolineava che “Il nostro approccio politico ad Haiti resta profondamente errato”. Lui ha espresso il suo disappunto e la sua reazione perché le sue raccomandazioni scritte ed indirizzate al Dipartimento di Stato erano state “…ignorate e liquidate, quando non modificate, per proiettare una narrativa diversa” da quella sua. In più lui ha espresso la propria convinzione che gli Stati Uniti d’America sbagliano, dando il loro supporto a persone non democraticamente elette. Secondo l’alto funzionario “…l’orgoglio che ci fa credere che dobbiamo scegliere [noi] il vincitore, di nuovo, è impressionante. Questo ciclo di ingerenze politiche internazionali ad Haiti ha prodotto sempre dei risultati catastrofici”. Sono delle affermazioni forti quelle scritte nella sua lettera di dimissioni dall’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Sono delle affermazioni che mettono di nuovo in rilievo quello che è stato, da tanti anni, evidenziato in Afghanistan e che ormai è di dominio pubblico a livello internazionale. Ma le affermazioni dell’ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti evidenziano anche quanto da anni stanno facendo tutti i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Con la stessa irritante arroganza e la stessa irresponsabilità istituzionale. Ma anche con un voluto protagonismo mediatico, dimostrando in più la loro presunzione caratteriale.

    L’autore di queste righe da anni ha informato il nostro lettore di simili, arroganti, deplorevoli e inaccettabili comportamenti, con tutte le gravi e preoccupanti conseguenze derivanti. Lo ha fatto anche in questi ultimi mesi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021, Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania; 30 agosto 2021, Apparenze che ingannano; 6 settembre 2021 ecc.). Egli da anni e spesso si riferisce a coloro che definisce come i “soliti rappresentanti internazionali”. A coloro che, purtroppo, da anni non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito nulla di tutto quello che accadeva e che tuttora accade in Albania. Cosi facendo, nolens volens, da anni stanno appoggiando la restaurazione ed il consolidamento in Albania della dittatura sui generis, capeggiata dal primo ministro con, sullo sfondo, un’opposizione di facciata, che fa molto comodo alla propaganda del primo ministro. Una dittatura quella che cerca di camuffarsi con delle parvenze di pluralismo politico, ma che in realtà ha molto in comune con le dittature classiche e storicamente note. Un sistema in cui colui che lo dirige lo fa personalmente, ignorando tutte le istituzioni, ignorando la Costituzione e le leggi in vigore e controllando, in prima persona e/o da chi per lui, anche tutto il sistema “riformato” della giustizia. Sistema, la cui riforma è stata propagandata dal 2016 come un successo dai soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, ma che invece è stato un clamoroso, voluto e programmato fallimento. Comprese anche diverse centinaia di milioni dei contribuenti statunitensi ed europei svaniti nel nulla. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” fanno di tutto per presentare un evidente e testimoniato fallimento come un entusiasmante successo. Anche di questa realtà il nostro lettore è stato da anni informato con la dovuta e documentata oggettività.

    Tornando alla consapevole e condannabile violazione, in questi ultimi anni, delle norme sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e facendo specificatamente riferimento al suo articolo 41, sarebbero tanti i fatti pubblicamente noti che coinvolgerebbero direttamente i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Sono ormai di dominio pubblico tantissime dichiarazioni, in questi due ultimi anni, dell’ambasciatrice, in sostegno delle politiche del governo. Proprio in questi anni, quando la corruzione ha raggiunto livelli paurosi e molto preoccupanti, quando il riciclaggio di denaro sporco è diventato un serio problema per le strutture specializzate internazionali, quando la presenza delle organizzazioni internazionali della criminalità organizzata è stata denunciata a più riprese da diverse procure, comprese anche quelle italiane. Un appoggio del tutto ingiustificabile quello dell’ambasciatrice statunitense, ma lei sa anche il perché.

    Da alcuni mesi ormai, partendo dal 19 maggio 2021, l’ambasciatrice statunitense si è direttamente coinvolta in una campagna minatoria contro il capo storico del partito democratico albanese. Allo stesso tempo però lei sta sia minacciando e ricattando, che appoggiando e elogiando colui che dal 2013 dirige quello che è rimasto dal rinomato partito democratico, ma che in realtà ha usurpato la sua direzione. E alla fine, il 9 settembre scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un atto vigliacco e in piena violazione dello Statuto del partito, ha espulso dal gruppo parlamentare il capo storico del partito. Proprio colui che era l’obiettivo della campagna minatoria e diffamatoria che stava e sta conducendo personalmente, con tanta arroganza e con un insolito e presuntuoso protagonismo l’ambasciatrice statunitense. Ebbene la prima che si è congratulata con l’usurpatore del partito democratico albanese il 10 settembre era proprio l’ambasciatrice statunitense. E, guarda caso, è stato proprio l’usurpatore del partito democratico al quale l’ambasciatrice statunitense ha reso ufficialmente visita, il 24 settembre scorso, appena rientrata dagli Stati Uniti, dove aveva accompagnato il primo ministro albanese! Alla fine dell’incontro, l’ambasciatrice ha dichiarato tra l’altro: “Sono appena rientrata, da Washington…Credo che sia stato importante venire direttamente nel partito democratico, per dividere quello che ho appreso a Washington”. E quello che aveva appreso era che i suoi superiori al Dipartimento di Stato rimangono determinati “…a lavorare con il Partito democratico.” (Sic!). Così dichiarando, l’ambasciatrice, incurante di tutto, ha ammesso anche la palese, inaccettabile e condannabile violazione di quello che viene sancito dai punti 1 e 2 dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Come se le relazioni diplomatiche non siano tra i due Stati indipendenti, ma tra uno Stato e i partiti politici dell’altro! A lei poco importa però. Chissà perché lei è così sicura di tutto ciò che dice e che fa?!

    Chi scrive queste righe pensa che quanto è accaduto e sta accadendo in Afghanistan, ma anche ad Haiti, aiuta a capire meglio quello che è accaduto e sta accadendo anche in Albania in questi ultimi anni. E tutto anche con il beneplacito e il diretto supporto dei soliti “rappresentanti internazionali”, ambasciatrice statunitense compresa, anzi, in prima linea. Dimostrando tutta la sua arroganza, la sua presunzione ed il suo protagonismo. Difetti quelli, dai quali Plutarco consigliava guardarsi.

  • Paese che vai, realtà che trovi

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    In ogni parte del mondo ed in ogni momento accadono tante, tantissime cose. Cose buone e meno buone. Cose allegre e, purtroppo, anche cose drammatiche che preoccupano. Cose che attirano l’attenzione locale, oppure suscitano una vasta attenzione internazionale. Durante la settimana appena passata sono stati diversi gli avvenimenti e gli sviluppi che hanno attirato l’attenzione pubblica e mediatica.  Partendo dalle due visite di Papa Francesco in Ungheria e in Slovacchia.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, si celebrava poi la Giornata internazionale della Democrazia, una ricorrenza proclamata già dall’8 novembre 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. All’occasione il Segretario di Stato statunitense ha sottoscritto e diffuso un messaggio dedicato. In quel messaggio lui ribadiva: “…gli Stati Uniti d’America mettono la democrazia e i diritti dell’uomo al centro della nostra politica estera; sono elementi essenziali per il raggiungimento e la difesa della pace e della stabilità in tutto il mondo”. Sottolineava in seguito che “…lo Stato di diritto, le elezioni libere ed oneste, la libertà di espressione e di stampa sono delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”. Alla fine del suo messaggio il Segretario di Stato scriveva: “Indipendentemente dal diritto di eleggere durante un processo elettorale, con la denuncia della corruzione, oppure con i raduni pacifici per una causa comune, gli uomini in ogni angolo del globo vivono ogni giorno la democrazia. In questa Giornata della Democrazia, veniamo a conoscenza che questi sforzi sono molto importanti per difendere, per rafforzare e per rinnovare la democrazia”. Un messaggio scritto bene dal Segretario di Stato. Ma anche se si fa riferimento soltanto a quello che è accaduto per venti anni in Afghanistan e come tutto è finito lì, le parole e le frasi con le quali l’autore del messaggio faceva riferimento ai valori della democrazia perdevano peso e significato. Anzi, in qualche modo, screditavano il messaggio stesso. Forse sarebbe proprio il caso di ricordarsi del detto popolare “[lui] predica bene ma razzola male”.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, è stato reso noto ufficialmente quello che ormai viene riferito come “Caso/Crisi dei sottomarini”. Si tratta di un conflitto diplomatico che si sta aggravando di giorno in giorno, tra la Francia da una parte e l’Australia, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito dall’altra. Un conflitto scaturito dopo la rinuncia dell’Australia all’acquisto di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare. Un accordo già ufficialmente firmato e che ammontava ad una cifra di circa 66 miliardi di euro. L’Australia ormai ha deciso diversamente, a favore di un accordo con gli Stati Uniti. L’annuncio ufficiale è stato dato durante una videoconferenza congiunta tra il presidente statunitense, il primo ministro inglese e quello australiano il 15 settembre scorso. Immediate sono state anche le reazioni del presidente e del ministro degli Esteri francese. L’atteggiamento dell’Australia nei confronti della Francia è stato considerato “una pugnalata alle spalle”. Mentre il comportamento statunitense viene considerato dalla Francia come “unilaterale, brutale, imprevedibile”. Per il ministro degli Esteri francese tutto questo “peserà sul futuro della NATO”. Nel frattempo è stato richiamato in patria “per consultazioni” l’ambasciatore francese negli Stati Uniti. Il ministro francese ha dichiarato che si tratta di “…un atto politico pesante che rappresenta la gravità della crisi tra i nostri due paesi e con l’Australia”. La “Crisi dei sottomarini” è tuttora in corso e, per ragioni geopolitiche e geostrategiche, ha coinvolto anche la Cina.

    Venerdì scorso, il 17 settembre, un generale del Comando Centrale degli Stati Uniti d’America ha finalmente ed ufficialmente ammesso quello che, da alcune settimane, si sapeva già. Quello che i rappresentanti statunitensi avevano però sempre negato. E cioè che l’attacco con un drone il 29 agosto scorso, prima del ritiro definitivo dei soldati americani da Kabul, ha sbagliato bersaglio, colpendo un veicolo civile e uccidendo dieci cittadini innocenti, sette dei quali bambini! Allora i rappresentanti statunitensi hanno dichiarato che si trattava di un attacco mirato contro “una minaccia imminente”, riferendosi a dei “kamikaze diretti verso l’aeroporto di Kabul”. Allora si dichiarava che era stato ucciso almeno un membro dell’Isis-K e tre cittadini afghani innocenti. Finalmente però, venerdì scorso, il generale del Comando Centrale statunitense ha considerato tutto quanto era accaduto il 29 agosto a Kabul “un tragico errore” e ha espresso “le più profonde condoglianze ai famigliari delle vittime”. Comunque meglio tardi che mai.

    Domenica 19 settembre, è terminato il processo elettorale in Russia per rinnovare i 450 seggi della Duma, cioè la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa. In attesa del risultato finale sono state evidenziate, purtroppo e come si prevedeva, anche molte irregolarità durante la votazione. Dall’opposizione, nonché da fonti mediatiche e da organizzazioni non governative per il monitoraggio del processo elettorale, risulterebbe che siano stati segnalati molti casi di compravendita di voti e di una scarsa sorveglianza nei seggi elettorali delle schede di voto e di buste che sembrerebbero aperte e poi risigillate. In più, le autorità governative hanno cancellato dalle piattaforme e dai social il sito e l’applicazione “Voto intelligente”, promossa dai sostenitori di Alexiei Navalny. Applicazione che permetteva agli elettori di scegliere da una lista di 225 candidati di varia appartenenza politica, tra nazionalisti, stalinisti e liberali, ma non allineati con il presidente russo. Ebbene, dai risultati provvisori che si riferiscono al quasi 90% delle schede scrutinate, il partito “Russia Unita” del presidente russo risulterebbe di nuovo vincente con qualcosa più del 49% dei voti. Il secondo partito risulta essere il partito comunista con circa il 20%. Cresce anche l’assenteismo.

    Ma durante la settimana appena passata ci sono arrivate anche delle notizie gioiose e rassicuranti. Finalmente a Parigi si sono conclusi tutti i lavori per la messa in sicurezza della cattedrale di Notre Dame. Lavori che erano cominciati a metà aprile di due anni fa, immediatamente dopo il devastante e terribile incendio del 15 aprile 2019. Nei prossimi mesi si avvieranno i lavori per il restauro della cattedrale di Notre Dame di Parigi.

    Un’altra bella notizia è arrivata domenica mattina da Napoli. Si è ripetuto, anche questa volta, il tanto atteso ed ambito miracolo di San Gennaro, il Santo patrono e protettore di Napoli, martirizzato con la decapitazione nel lontano 305. Secondo le credenze popolari il miracolo consiste nella liquefazione del sangue del Santo, contenuto dentro un’ampolla. Ebbene proprio domenica 19 settembre, alle ore 10, l’arcivescovo di Napoli ha annunciato a tutti i fedeli l’avvenuta liquefazione del sangue di San Gennaro. Che possa essere di buon auspicio per tutti!

    La settimana appena passata è stata carica di avvenimenti e di sviluppi anche in Albania. Sabato scorso, 18 settembre, hanno giurato, nelle mani del presidente della Repubblica, il primo ministro e i ministri del nuovo governo. Il terzo dell’attuale primo ministro, con un mandato avuto dopo le elezioni del 25 aprile scorso. Il nostro lettore è stato, a più riprese, informato della compravendita dei voti, ben organizzata e attuata molto prima di quelle elezioni, nonché delle manipolazioni e dei brogli elettorali, con il determinante ed onnipresente supporto della criminalità organizzata. Brogli e manipolazioni simili a quelli in Bielorussia durante le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020. Ma anche come quelli durante le sopracitate elezioni svoltesi in Russia. I simili si somigliano! E guarda caso, prima che fosse diramato il risultato ufficiale delle elezioni del 25 aprile scorso in Albania, al “vincente” primo ministro sono arrivati gli auguri in lingua inglese, all’inizio dall’ambasciatatrice statunitense a Tirana e poi anche dal Segretario di Stato statunitense. Proprio da lui che nel suo sopracitato messaggio considerava le elezioni libere ed oneste come “delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”!

    Giovedì scorso, 16 settembre, il capo storico del partito democratico albanese, allo stesso tempo ex presidente della Repubblica ed ex primo ministro, ha avviato la sua campagna per ripristinare la dignità dei membri del partito e i loro diritti previsti dallo Statuto, ma da anni ignorati da colui che ha usurpato e dirige il partito dal 2013. Si tratta del maggior partito dell’opposizione, ma che, purtroppo, disorganizzato e perdente com’è, rappresenta semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di tutto ciò, nonché delle ingerenze arroganti e del tutto inadeguate da parte dei rappresentanti diplomatici in Albania, quelli statunitensi in primis. Compresa anche una decisione presa dal Segretario di Stato americano alcuni mesi fa. La stessa persona che, come sopracitato, ha diffuso mercoledì scorso il messaggio in occasione della Giornata internazionale della Democrazia. Si tratta di ingerenze e decisioni che violano, tra l’altro, la stessa Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. L’autore di queste righe ha trattato il caso per il nostro lettore anche la scorsa settimana (Meglio perderli che trovarli; 13 settembre 2021).

    Chi scrive queste righe pensa che in queste condizioni la campagna avviata giovedì scorso dal capo storico del partito democratico albanese potrebbe rappresentare una svolta positiva per il partito e per gli albanesi in generale. Ad ogni modo, visto quanto è accaduto e sta accadendo in ogni parte del globo, si potrebbe dire: paese che vai, realtà che trovi. Ma, fatti alla mano però, si potrebbe dire anche: tutto il mondo è paese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania ha a che fare con una cosa basilare per ogni società: o la sopravvivenza e il consolidamento della democrazia, oppure il giogo della dittatura. Purtroppo in Albania questa è la drammatica, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà. Perciò suonano attuali e importanti le parole di Oscar Wilde, secondo il quale se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

  • Meglio perderli che trovarli

    Basta una sola persona che ci governa ricattata,

    o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

    Tina Anselmi

    Forse adesso sono poche le persone che si ricordano dell’ex ministro dell’Informazione di Saddam Hussein nel 2003. Si tratta di Mohamed Said al-Sahaf, un diplomatico che per circa nove anni, fino al 2001, è stato anche il suo ministro degli Esteri. Lui divenne “internazionalmente noto” ma anche “internazionalmente ridicolo” per le sue dichiarazioni, soprattutto nei primi giorni di aprile 2003. Allora, da quasi tre settimane, a partire dal 19 marzo 2003, un contingente composto da trecentomila soldati statunitensi e inglesi aveva cominciato una vasta operazione militare in Iraq, denominata “Iraqi Freedom”. L’obiettivo di quell’operazione era il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. La motivazione ufficiale dell’attacco militare era il diretto e multiforme coinvolgimento di Saddam Hussein in sostegno del terrorismo islamico internazionale. Il 9 aprile 2003 le truppe d’attacco entrarono a Bagdad. Rimangono nella memoria collettiva le immagini trasmesse in diretta televisiva e seguite in tutto il mondo di quel 9 aprile. Specialmente quelle dove si vedeva la gigantesca statua del dittatore cadere giù. Un simbolismo molto significativo. Da quel 9 aprile 2003 il regime di Saddam Hussein non c’era più. Ma proprio mentre le truppe alleate avanzavano verso Bagdad, il ministro iracheno dell’Informazione, con diverse sue dichiarazioni televisive, assicurava non solo la resistenza dell’esercito iracheno ma, addirittura, la sconfitta degli alleati occidentali. Proprio due giorni prima della caduta del regime, il ministro dichiarava che le truppe di Saddam “…stavano comodamente vincendo la guerra”. Aggiungendo anche che “… i soldati americani, terrorizzati dai “colleghi” iracheni, si stavano suicidando, impiccandosi ai cancelli delle città”! Mentre l’indomani, e cioè l’8 aprile 2003, lo stesso ministro dichiarava: “…i carri armati statunitensi saranno catturati o bruciati. Gli americani si arrenderanno”! Stranamente a quelle dichiarazioni, all’inizio, credettero non solo parte degli iracheni che non vivevano a Bagdad, ma anche alcuni media dei Paesi arabi vicini. Proprio per quelle sue “invenzioni propagandistiche”, per quelle dichiarazioni totalmente irreali, a Mohamed Said al-Sahaf, ministro dell’Informazione di Saddam Hussein, i media occidentali diedero il soprannome “Ali il comico”. Il nome “Ali”, non essendo propriamente suo, faceva semplicemente riferimento ad un altro ministro di Saddam Hussein. Faceva riferimento al ministro della Difesa, Ali Hassan al-Majid, il quale era stato precedentemente soprannominato “Ali il chimico”. Un nomignolo coniato dopo l’attacco contro la cittadina di Halabja, nel Kurdistan iracheno, durante la guerra Iran-Iraq (1986-1989). In quell’attaco, comandato proprio da Ali Hassan al-Majid e svolto nel 1988, in seguito ad una sua barbara decisione, sono stati usati gas nervini contro gli abitanti della cittadina. Le vittime sono state alcune decine di migliaia. Invece e per fortuna le dichiarazioni irreali di “Ali i comico”, fatte semplicemente per “tenere alto il morale” dei soldati e dei cittadini iracheni, non hanno fatto nessuna vittima. Hanno fatto semplicemente ridere tutti coloro che conoscevano la vera realtà di quei giorni in Iraq.

    In ogni parte del mondo ci sono molte persone che somigliano ad “Ali il comico”. Come ci sono tante altre che, purtroppo, somigliano ad “Ali il chimico”. Anche in Albania. Ci sono due soprattutto, note pubblicamente per le loro ripetute e ridicole bugie, nonché per le loro “invenzioni propagandistiche” e le loro promesse mai mantenute. Una è il primo ministro. L’altra è il dirigente di quello che è rimasto del partito democratico, il primo partito d’opposizione in Albania, costituito nel dicembre 1990. Era quel partito che ha guidato gli albanesi a rovesciare la dittatura comunista. Anche adesso il partito democratico è il maggior partito di quella che dovrebbe essere una determinata e motivata opposizione e che, purtroppo, è diventata semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. Ma fatti accaduti alla mano, in Albania ci sono anche delle persone che somigliano ad “Ali il chimico”. Alcuni pubblicamente note, come l’ex ministro degli Interni, che dietro gli ordini dell’attuale primo ministro, due anni fa ha usato ripetutamente ed in modo sproporzionato gas chimici nocivi contro cittadini inermi. E non solo contro i cittadini che protestavano, contestando il malgoverno, gli abusi di potere e la galoppante corruzione. Con l’uso dei gas chimici nocivi lo stesso ex ministro degli Interni, sempre anche con il beneplacito del primo ministro, ha ordinato alla polizia di Stato, in più occasioni, di far uscire dalle proprie abitazioni molti cittadini nelle primissime ore del giorno, compresi bambini e persone anziane. Tutto semplicemente perché quelle abitazioni, legalmente possedute, si dovevano demolire e al loro posto i “clienti del governo” dovevano costruire blocchi di edifici in cemento armato, guadagnare ingenti somme di denaro, per poi spartirle con chi aveva permesso tutto ciò. Le cattive lingue dicono che la vera ragione era il riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione. E le cattive lingue in Albania quasi sempre dicono la verità. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, molto somigliante ad “Ali il comico”, è la persona che, dal 2013 ad oggi, ha fatto di quel partito un’impresa famigliare e clientelistica molto rimunerativa. Fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, dal 2013 ad oggi, dimostrano palesemente che lui, purtroppo, è un grande e recidivo bugiardo perdente. Lui ha promesso mari e monti e non ha mantenuto una, ma proprio una delle sue promesse. Come il primo ministro tra l’altro. Sembrano siano due gemelli, caratterialmente parlando. Da grande bugiardo, impostore e ciarlatano, ha sgretolato le strutture del partito e proprio come “Ali il comico”, ogni perdita ha cercato di presentarla come una grande vittoria, rendendosi così miseramente ridicolo.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, più che un legittimo dirigente, è un usurpatore del suo potere istituzionale. Lo dimostrano palesemente molti fatti accaduti, con tutte le derivanti e molto preoccupanti conseguenze per gli albanesi. Nonostante lui non abbia usato gas chimici nocivi contro di loro, per le gravose e drammatiche conseguenze delle sue scelte e delle cose [non]fatte, avrebbe anche lui delle somigliane con “Ali il chimico”. L’autore di queste righe da anni ormai, ha informato il nostro lettore di tutto ciò, compresi anche i due ultimi, sull’argomento, in ordine di tempo (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021).

    Giovedì scorso l’usurpatore di quello che è rimasto del partito democratico albanese, da misero impostore, ma anche da persona ricattabile, ricattata e sottomessa agli “ordini” detti e scritti in inglese, ha superato se stesso. In palese e clamorosa violazione dello Statuto del partito, ignorando anche le strutture dirigenziali, i cui membri sono stati ultimamente da lui selezionati e nominati, da solo nel suo ufficio, ha reso pubblica una sua personale decisione, sottolineando lui stesso che era tale. Ha, infatti, “deciso” di espellere dal gruppo parlamentare il capo storico del partito democratico, allo stesso tempo ex presidente della repubblica ed ex primo ministro. Lo ha fatto, da vigliacco, da misero ipocrita, bugiardo ed impostore qual è, all’ultimo momento, proprio la sera di giovedì scorso e poche ore prima che cominciasse, nella mattinata del giorno seguente, la prima sessione della decima legislazione del Parlamento. Una forzata e ordinata decisione, presa da una persona che, come dicono in tanti in Albania, è sotto pressione, perché è ricattata e ricattabile.

    Tutto cominciò il 19 maggio scorso, quando il Segretario di Stato statunitense dichiarò come persona “non grata” il capo storico del partito democratico albanese. Una decisione che suscitò molte reazioni in Albania. Sia per la sua fondatezza, che per la sua “imparzialità”. Il diretto interessato, subito dopo, ha presentato ricorso, come libero cittadino, accusando di calunnia il Segretario di Stato presso il Tribunale correzionale (Tribunal correctionnel; n.d.a.) di Parigi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021). La sera di giovedì scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un aspetto turbato e lugubre, riferendosi all’espulsione del capo storico del partito dal suo gruppo parlamentare, ha detto: “…Ho deciso che fino alla conclusione del trattamento della richiesta legale per fare trasparenza e fino alla definitiva decisione giudiziaria, il sig. Berisha (cognome del capo storico del partito; n.d.a.) non sarà membro del gruppo parlamentare del partito democratico”. Con quella decisione personale, che con molta probabilità è stata presa dietro una ripetuta pressione e dietro ricatto in lingua inglese, l’usurpatore ha violato quanto prevede e sancisce lo Statuto del partito. Lui, da laureato in giurisprudenza, ha violato anche uno dei principi base della stessa giurisprudenza; il principio della presunzione di innocenza. Principio, secondo il quale nessuno si può e si deve considerare colpevole sino a che non sia provato il contrario. Ma a lui, all’usurpatore del partito, poco importa. Basta che lui sia “in regola”, ubbidendo a coloro che lo tengono sotto pressione ricattandolo. Soprattutto a quelli che parlano e scrivono in inglese. Loro e lui sanno anche il perché! Nel frattempo è stata immediata e determinata la reazione del capo storico del partito. Ma non solo la sua. Sono state tantissime, in questi giorni, le reazioni della base del partito, nonché quelle di molti analisti ed opinionisti. Tutti condannano la “personale” decisione, letta giovedì scorso, con un aspetto turbato e lugubre, dall’usurpatore del partito democratico albanese.

    Chi scrive queste righe anche in questo caso, avrebbe avuto tanti altri argomenti da trattare e da analizzare oggettivamente per il nostro lettore. Cosa che farà nelle prossime settimane. Egli però pensa che, con molta probabilità, quello che sta accadendo in questi giorni in Albania potrebbe rappresentare un nuovo ed auspicabile inizio. Non solo per il partito democratico, ma, essendo quel partito un importante asset nazionale, anche per gli albanesi in generale e la costituzione, finalmente, di una vera democrazia in Albania. Rovesciando così la dittatura sui generis, ormai in azione e con tutte le drammatiche conseguenze per gli albanesi. Mentre persone come l’usurpatore del partito democratico ed il suo simile, il primo ministro Albanese, meglio, ma veramente meglio, perderli che trovarli. Per il bene di tutti. Perché, come diceva Tina Anselmi, basta una sola persona che ci governa ricattata, o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

  • Apparenze che ingannano

    Il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri.

    Madre Teresa

    L’attenzione pubblica, politica e mediatica continua ad essere focalizzata su quello che sta accadendo in Afghanistan. Anche la settimana appena passata è stata carica di avvenimenti e di sviluppi a livello locale ed internazionale. I talebani avrebbero preso il controllo del territorio. Compresa anche la Valle di Panshir, l’ultima provincia dove continuava la resistenza del Fronte della resistenza nazionale afghana. Proprio oggi, 6 settembre, riferendosi a questa pretesa vittoria, il portavoce dei talebani ha dichiarato che “…con questa vittoria il nostro Paese è completamente libero”. Non ha tardato però neanche la contestazione di questa notizia da parte dei diretti interessati: “…Le forze del Fronte nazionale della resistenza sono presenti in tutte le posizioni strategiche in tutta la valle per continuare a combattere  […] Garantiamo al popolo afghano che la lotta contro i talebani e i loro alleati continuerà fino a quando non prevarranno giustizia e libertà”. Ma comunque sia, la vera realtà si verrà a sapere presto. Il portavoce ufficiale dei talebani ha di nuovo ripetuto l’annuncio che, a breve, in Afghanistan i talebani costituiranno il loro “governo islamico e responsabile”. Un nuovo governo che sarebbe “inclusivo”, ma senza la presenza delle donne. Sempre secondo fonti mediatiche risulterebbe che l’Afghanistan potrebbe adottare una organizzazione statale tale che il Paese non sarebbe né una repubblica e né un emirato. Il nuovo governo talebano avrebbe due “anime”: una religiosa e una politica. In qualche modo si tratterebbe di un modello, in chiave sunnita, simile a quello adottato in Iran dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’Ayatollah Khomeyni. In più oggi, 6 settembre, il portavoce dei talebani ha dichiarato che ”…i talebani vogliono buoni rapporti con il mondo”. Da precedenti dichiarazioni ufficiali e da fonti mediatiche si era venuto a sapere che i talebani stavano attuando una nuova “strategia” politica e diplomatica. Loro hanno invitato ufficialmente tutte le nazioni che hanno rapporti diplomatici con l’Afghanistan, particolarmente gli Stati Uniti d’America e i Paesi dell’Europa occidentale, a riprendere e riattivare questi rapporti interrotti dopo il 15 agosto scorso. E come si sta verificando dal 15 agosto, dopo la presa del controllo su Kabul, i talebani stanno usando un moderato, inedito e non bellicoso linguaggio mediatico. Ben diverso da quello usato in precedenza. Il tempo, che è sempre un galantuomo, testimonierà se questo nuovo approccio rappresenta una nuova mentalità, oppure è semplicemente una voluta e ingannatrice apparenza. Quanto è accaduto e testimoniato durante queste ultime settimane affermerebbe, purtroppo, la seconda ipotesi. Staremo a vedere!

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore su delle similitudini tra quanto era accaduto e sta accadendo in Afghanistan e in Albania. Ma erano soltanto alcune delle molte altre, ben evidenziate, somiglianze. Somiglianze caratteriali tra le persone che hanno avuto ed hanno delle responsabilità istituzionali e governative. Ma anche somiglianze nelle “strategie dell’esportazione della democrazia” adottate ed attuate dagli Stati Uniti d’America sia in Afghanistan che in Albania (Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania, 1 settembre 2021).

    La scorsa settimana in Albania il primo ministro ha annunciato la composizione del suo nuovo governo, il terzo, dopo la “vittoria” elettorale nelle elezioni del 25 aprile scorso. Il nostro lettore è stato informato, con la dovuta oggettività e a più riprese dall’autore di queste righe, sia prima che dopo quelle elezioni, della “strategia vincente” del primo ministro, in stretta collaborazione con la criminalità organizzata. “Strategia” che ha funzionato anche perché, guarda caso, i “rappresentanti internazionali”, presenti e molto attivi in Albania, compresi quelli statunitensi, non hanno visto, sentito e capito nulla di tutto quello che da mesi stava accadendo! Ebbene, giovedì scorso il primo ministro albanese ha ufficialmente comunicato la composizione del suo terzo governo. Ci saranno, oltre a lui e al suo vice, quindici ministri. Ci saranno soltanto tre ministri uomini, dando così a dodici donne altrettanti ministeri. E questa è l’unica somiglianza mancata con il nuovo governo afghano, la cui costituzione è stata annunciata la scorsa settimana e sarà attuata nei prossimi giorni. Una sola differenza che ha a che fare con delle diverse realtà nei rispettivi Paesi. Almeno i dirigenti afghani, però, nonostante stiano cercando di apparire diversi da quelli che erano nel 2001, non nascondono la loro mentalità fondamentalista. Mentre la scelta di apparire del primo ministro albanese si basa sulla “mentalità aperta” occidentale. Ma, fatti accaduti, documentati e testimoniati alla mano, dimostrerebbero, senza equivoci, che si tratta semplicemente di una ingannatrice apparenza. Sono e rimangono purtroppo, sempre gli stessi, sia i dirigenti talebani, che il primo ministro albanese. Nonostante le apparenze e nonostante quello che stanno cercando di fare sembrare. Sono gli stessi e/o i discendenti dei talebani che il 12 marzo del 2001 hanno barbaramente distrutto due statue colossali di Buddha, scolpite nella roccia tra il III e il V secolo nella valle di Bamiyan in Afghanistan. Ed è lo stesso primo ministro albanese che finalmente ha messo in atto un suo progetto che durava da circa venti anni. Proprio lui ha ordinato la barbara e talebana distruzione dell’edificio del Teatro Nazionale in pienissimo centro di Tirana. Una distruzione attuata vigliaccamente nelle primissime ore del 17 maggio 2020 e in pieno regime di chiusura dovuta alla pandemia da coronavirus. Il nostro lettore è stato, come sempre, informato a tempo debito di questo atto vandalico e molto significativo. In quanto alla massiccia presenza femminile nel nuovo governo albanese, tutti sanno che si tratta semplicemente di una scelta di facciata, di una “novità” mediatica e propagandistica. Perché in Albania, fatti pubblicamente noti alla mano, è convinzione diffusa che si tratta delle “marionette” manipolate dallo stesso ed unico “puparo”: il primo ministro albanese. Mentre i membri maschi del nuovo governo, tutti, primo ministro compreso, sono delle persone coinvolte in diversi scandali documentati e pubblicamente noti. In tutti i Paesi normali e democratici loro sarebbero finiti sotto inchieste giudiziarie. E ci sarebbero state tante inchieste. Veramente tante! Ma siccome il sistema “riformato” della giustizia, anche con il “beneplacito e la benedizione” dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, è sotto il diretto controllo personale del primo ministro, e tramite lui, anche di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali, niente di tutto ciò è accaduto e potrà accadere!

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore che il primo ministro albanese si era “offerto” tra i primi, dopo il 15 agosto scorso, ad ospitare i profughi afghani. Tutto semplicemente per pura campagna propagandistica e mediatica. Perché il governo albanese, insieme con altri governi, in diverse parti del mondo, era stato contattato, alcuni mesi fa, dall’amministrazione statunitense per la sistemazione provvisoria dei profughi. Una “mossa” propagandistica quella del primo ministro albanese che ha permesso a lui di essere intervistato da diversi media internazionali. Ed era proprio quello su cui lui puntava: rendersi “mediaticamente visibile” (Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania, 1 settembre 2021). Ma anche durante le sue interviste il primo ministro albanese ha consapevolmente mentito, mentito ed ingannato, deformando volutamente le verità storiche, per rendere le sue dichiarazioni “impressionanti” e fare colpo. Sempre cercando di mettere in evidenza il suo essere “umanitario”, la sua “magnanimità” e la sua “compassione”, ha mentito anche quando si riferiva, per esempio, agli ebrei in Albania. Proprio quegli ebrei che sono stati nascosti e protetti per non essere presi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale in Albania. Il primo ministro, chissà perché, quegli atti di grande coraggio e di abnegazione dei semplici cittadini albanesi, che hanno messo in grande pericolo se stessi a le loro famiglie, li compara con quanto lui sta facendo in queste ultime settimane per accogliere dei profughi afghani! Quelle difficili e sofferte decisioni allora, durante la seconda guerra mondiale, sono state prese dai singoli cittadini, spinti da rispettabilissimi e molto apprezzabili sentimenti umani. Quelle decisioni non sono state prese perché richieste e/o ordinate dal primo ministro o il governo di allora. Mentre le decisioni di accogliere i profughi afghani il primo ministro albanese le ha prese personalmente, senza consultare le altre istituzioni, come previsto dalla Costituzione e dalle leggi in vigore. Si tratta di decisioni prese in totale mancanza della dovuta ed obbligata trasparenza. Tutto semplicemente per diventare, lui stesso e soltanto lui, attrattivo e visibile mediaticamente!!!

    Il primo ministro albanese mente consapevolmente anche quando dichiara che l’Albania non sta prendendo finanziamenti per la sistemazione dei profughi. Mente spudoratamente! Sono tanti i dati e i fatti che lo testimonierebbero. Lo dimostra palesemente anche una dichiarazione, alcuni giorni fa, del presidente francese Macron. Parlando dei flussi dei profughi afghani, lui ha detto: “…cosa dobbiamo fare noi quando gli Stati Uniti evacuano gli afghani, che poi dopo sono stati spostati in Albania, o in altri paesi, dietro pagamento?”! Invece il primo ministro albanese, alcuni giorni fa, riferendosi a dei pagamenti, dichiarava ad un media internazionale che “…noi ci stiamo appoggiando soltanto a delle persone con un cuore ricco”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto, anche in questo caso, tanti altri argomenti da trattare. Con tutta probabilità lo farà nelle prossime settimane, altri attesi sviluppi politici permettendo. Egli però ricorda al nostro lettore che l’inizio di settembre segna anche due date importanti riguardo la Santa Madre Teresa. Il 4 settembre 2016 rappresenta il giorno della sua santificazione, mentre il 5 settembre 1997 rappresenta il giorno in cui la Madre ci ha lasciati. Essendo anche lei albanese, che sia la vita della Santa Madre un esempio da seguire nella sua patria d’origine. Purtroppo però, gli usurpatori del potere e delle istituzioni in Albania useranno il nome della Santa semplicemente per demagogia, per delle apparenze che ingannano. Come sempre! Si perché, come era convinta madre Teresa, “Il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri”.

  • Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania

    Esistono delle menzogne così vergognose, da provare

    maggior disagio a sentirle che a raccontarle.

    Jacques Deval

    Era il settembre del 2015 quando l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore che “Giustamente l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sia orientata verso migliaia e migliaia di profughi che scappano dalle atrocità, di guerre e conflitti continui, in Medio Oriente e in Nord Africa. La situazione drammatica ha reso impossibile la vita a milioni di abitanti in quelle terre”. E poi continuava “…Purtroppo tutto questo sta sfumando un altrettanto preoccupante fenomeno che si sta consumando in Albania. Flussi migratori, provenienti da un paese candidato all’Unione Europea e membro della NATO, che gode da alcuni anni del regime di Schengen per la libera circolazione, si dirigono verso la Germania, ma non solo”. Riferendosi ad un’intervista rilasciata in quel periodo dall’allora ministro tedesco degli Interni, che evidenziava il grande flusso dei richiedenti asilo provenienti dall’Albania, l’autore di queste righe sottolineava che “…Quello che, però, colpisce è che gli albanesi vengono secondi solo ai siriani! E bisogna tenere presente che la popolazione albanese è di circa 3 milioni di abitanti, mentre quella siriana, secondo il World Population Review per il 2015, è di circa 22 milioni di abitanti!”. Evidenziando, però, anche che “…Mentre in Siria ed altri paesi confinanti si combatte e si muore quotidianamente, in Albania non succede lo stesso”. Tutto ciò mentre nel periodo 2010 – 2013, dati ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate alla mano, risultava che “…i cittadini albanesi erano i penultimi o gli ultimi, come richiedenti asilo in Germania, e sempre con cifre di alcune centinaia”! Bisogna sottolineare che dopo le elezioni politiche del 23 giugno 2013 in Albania, l’attuale primo ministro ha vinto il suo primo mandato governativo. Sono bastati soltanto due anni di malgoverno per costringere gli albanesi a scappare e chiedere asilo. Come i siriani, gli afgani ed altri che scappavano però dalle guerre ed altre atrocità. Questo fenomeno ha attirato in quel periodo anche l’attenzione dei media internazionali. Riferendosi allora ad uno di quei media che aveva trattato l’argomento, l’autore di queste righe citava: “… Questo dimostra che l’Albania, soprattutto nelle aree rurali, è colpita da una profonda crisi socio-economica. I cittadini di tutte le età e categorie socio-professionali abbandonano il Paese, senza sapere, in realtà, dove andranno e cosa faranno. I principali responsabili sono i politici, i quali tentano di sdrammatizzare la situazione agli occhi del mondo con una leggerezza inquietante. Politici senza esperienza, che occupano posti chiave, abusano con il dovere, rubano i fondi pubblici, con un passato legato al crimine, senza essere capaci di rianimare l’economia, che prendono in giro i cittadini durante le campagne elettorali, stanno portando l’Albania verso il fallimento” (Accade in Albania; 7 settembre 2015).

    Purtroppo, da allora, e cioè dal 2015, il flusso dei richiedenti asilo in Europa e provenienti dall’Albania continua. Si calcola che dal 2015 ad oggi i richiedenti asilo albanesi siano circa un sesto dell’intera popolazione. Il che rappresenta un serio e preoccupante problema: l’allarmante spopolamento dell’Albania. Ma il flusso dei richiedenti asilo albanesi da anni è diventato un serio problema anche per diversi Paesi europei. Tant’è vero che ormai si è inserita in una delle quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo all’Albania prima di aprire i negoziati come Paese candidato all’adesione nell’Unioine europea. L’autore di queste righe ha informato spesso il nostro lettore di questa preoccupante ed insopportabile realtà per centinaia di migliaia di cittadini albanesi. Realtà causata dal consolidamento in Albania di una nuova dittatura sui generis. Una dittatura gestita dal potere politico in connivenza con la criminalità organizzata ed alcuni raggruppamenti occulti locali ed internazionali. L’autore di queste righe ribadisce spesso questa sua convinzione. Ma non è soltanto lui che è convinto di tutto ciò. E non solo in Albania.

    Venerdì scorso a Scilla, provincia di Reggio Calabria, la Fondazione Magna Grecia ha aperto i lavori dell’evento “La narrazione del Sud”. Durante le due serate dell’attività hanno partecipato il magistrato Nicola Gratteri, l’esperto di mafia Antonio Nicaso e lo scienziato Robert Gallo. Come ha ribadito anche il presidente della Fondazione Magna Grecia, quella scelta non era un caso perché “…parleremo di due settori importanti come la legalità e la sanità. Per la legalità non ci può essere ospite migliore del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che da decenni ha messo la propria vita a disposizione degli altri. Chi come lui mette a disposizione della collettività la propria vita, la propria famiglia e la propria libertà deve essere emulato dai giovani, che devono imitare questi esempi positivi, sia qui che all’estero […] Per la sanità, invece, durante la seconda serata avremo lo scienziato Robert Gallo….”. Durante il suo intervento Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, ha ribadito che da almeno tre anni dice “che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un Pese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale”. Una diretta accusa quella del procuratore Gratteri, il quale, a più riprese, ha ribadito ed evidenziato una simile e preoccupante realtà. Realtà che da anni sta preoccupando molto e non solo in Albania. Realtà che è stata seriamente presa in considerazione da vari Paesi europei e ha trovato espressione anche in alcune delle quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo all’Albania.

    Da più di due settimane ormai l’attenzione dell’opinione pubblica, mediatica e politica, a livello internazionale, è stata giustamente e doverosamente focalizzata su quanto è accaduto e sta accadendo in Afghanistan. Soprattutto dopo la caduta di Kabul sotto il controllo dei talebani. Durante questi giorni, si stanno evidenziando anche le dirette responsabilità di una simile, drammatica e sofferta situazione. Sono state tante le opinioni espresse, gli articoli scritti, le analisi dettagliate e i dibattiti svolti. Ed è soltanto l’inizio. Ma ormai uno dei grandi problemi da risolvere rimane quello umanitario. Sono tante le persone che sono riuscite a scappare da quella drammatica e pericolosa realtà tramite i voli organizzati da diversi Paesi. Come purtroppo sono tante, tantissime le persone che non riusciranno ad avere la stessa fortuna, visto che tra due giorni i talebani dovrebbero prendere il controllo dell’aeroporto di Kabul. Le immagini trasmesse dai media sono molto significative ed eloquenti.

    Ad accogliere quei profughi si sono offerti diversi Paesi, così come altri ne hanno posto delle condizioni o, addirittura, hanno negato l’ospitalità. E guarda caso, tra i primi che si è offerto ad ospitare i profughi provenienti dall’Afghanistan è stato il primo ministro albanese. Proprio lui, che è il diretto responsabile, almeno istituzionalmente, del continuo, crescente e preoccupante flusso, tuttora in corso, dei cittadini albanesi verso i Paesi europei. Proprio lui, il primo ministro albanese, che si offre ad ospitare i profughi che scappano dall’inferno in Afghanistan ma che è il diretto responsabile dell’inferno creato per gli albanesi nella loro madrepatria! Proprio lui che ancora non ha mantenuto, tra le tantissime altre, neanche le promesse pubblicamente fatte dopo il terremoto del novembre 2019 e non ha rispettato gli obblighi istituzionali verso migliaia di cittadini albanesi che da quel terremoto hanno perso tutto. Hanno perso delle persone care e tuttora vivono in condizioni misere, con sopra le teste soltanto dei teloni malandati e con pochissimi mezzi di sopravvivenza. Ma il primo ministro ha ormai da tempo dimenticato le sue bugie e promesse fatte ai terremotati. Dal 15 agosto scorso lui si è “offerto” ad ospitare gli afgani in Albania. Lo ha fatto senza contattare e consultare nessuno, come è istituzionalmente obbligato. Ma lo ha fatto, soprattutto, come suo solito, e cioè senza la minima e dovuta trasparenza in questo caso. Lo ha fatto soltanto e semplicemente per “creare un diversivo” e spostare l’attenzione pubblica e mediatica in Albania da tantissimi preoccupanti problemi, da tanti scandali che si sovrappongono quotidianamente. Lo ha fatto cercando ed ottenendo anche l’attenzione mediatica internazionale. Chissà come però?!

    Chi scrive queste righe continuerà ad informare in nostro lettore delle messinscene mediatiche del primo ministro albanese riguardo l’ospitalità offerta ai profughi afgani, le ragioni per le quali lo sta facendo e tanto altro. Come tratterà anche il ruolo dei “rappresentanti internazionali” in Albania. Soprattutto quello dei rappresentanti diplomatici statunitensi. Quanto è accaduto durante questi venti anni e, soprattutto, quello che è accaduto e sta accadendo da qualche settimana in Afghanistan, hanno evidenziato molte cose. Sono fatti che rafforzano la convinzione ormai espressa dall’autore di queste righe, anche per il nostro lettore, sulle conseguenze della “strategia dell’esportazione della democrazia” adottata ed attuata in Albania dai rappresentanti statunitensi. Per il momento egli si è limitato a mettere in evidenza soltanto alcune delle tante similitudini tra l’Afghanistan e l’Albania. Mentre, riferendosi alle continue bugie ed inganni del primo ministro albanese, si potrebbe dire quello che pensava Jacques Deval. E cioè che esistono delle menzogne così vergognose, da provare maggior disagio a sentirle che a raccontarle.

  • Cinque anni che testimoniano soltanto un fallimento

    È un’esperienza che sempre si ripete nella storia;

    il fatto che qualsiasi uomo abbia del potere è portato ad abusarne.
    Montesquieu

    Sì, sono passati ormai cinque anni da quando è diventata operativa la riforma del sistema di giustizia in Albania. Purtroppo adesso, dopo cinque anni, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo anche in queste ultime settimane alla mano, si potrebbe considerare una riforma che non ha quasi minimamente realizzato i suoi dichiarati obiettivi. Perciò si potrebbe considerare una riforma fallita. Anzi, consapevolmente ideata, programmata ed attuata per diventare tale. L’autore di queste righe ha trattato ed analizzato spesso questo argomento ed ha informato a tempo debito il nostro lettore, dal 2016 in poi.

    Erano le primissime ore del 22 luglio 2016 quando tutti i deputati del Parlamento albanese hanno votato all’unanimità gli emendamenti costituzionali che permettevano l’attuazione di quella che comunemente è nota come la riforma di giustizia. Quella riforma che, sulla carta, doveva dividere definitivamente il potere giudiziario da ogni e qualsiasi influenza dai due altri poteri (esecutivo e legislativo), come previsto e sancito da Montesquieu nel suo noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748. Quella riforma, cioè, che doveva rendere finalmente il sistema della giustizia indipendente, non influenzabile e non influenzato, da qualsiasi intervento politico. Quella riforma che doveva spezzare definitivamente qualsiasi legame e influenza politica e/o di ogni altro tipo che potevano condizionare la sovranità decisionale del sistema della giustizia in Albania! Ma la vera e vissuta realtà dimostra ben altro adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, quando tutti i deputati, della maggioranza e dell’opposizione, applaudirono contenti, come mai era accaduto prima, l’approvazione all’unanimità degli emendamenti costituzionali necessari per avviare l’attuazione della riforma di giustizia. Compresi anche i “rappresentanti internazionali” presenti nell’aula del Parlamento, nonostante l’ora insolita.

    Adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, purtroppo risulterebbe proprio quello che avevano previsto e detto le cattive lingue. E cioè che si trattava di una strategia ideata, programmata ed attuata per permettere al primo ministro di controllare personalmente tutto il sistema, comprese le nuove istituzioni della giustizia costituite in seguito. Quanto è accaduto e sta tuttora accadendo ha semplicemente e palesemente dimostrato e testimoniato la totale cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” della giustizia dal primo ministro e/o da chi per lui. Ormai è pubblicamente noto che si trattava di una “riforma” ideata e fortemente sostenuta, in tutte le sue fasi di stesura e consultazioni preliminari, da una fondazione con una vasta estensione internazionale, facente capo ad un multimiliardario speculatore di borsa oltreoceano. Anzi, erano proprio i massimi dirigenti in Albania di quella fondazione che, dopo il 22 luglio 2016, hanno pubblicamente espresso la loro piena soddisfazione per l’avvio dell’attuazione della riforma della giustizia. Hanno altresì dichiarato la “paternità” e hanno evidenziato il loro contributo nella stesura della riforma con i propri “specialisti”. E, guarda caso, alcuni di quegli “specialisti”, nonostante le leggi, ormai in vigore, in sostegno della riforma lo impediscano, hanno assunto e tuttora mantengono incarichi direzionali nelle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia! L’attuazione di una simile riforma di giustizia ha facilitato, anzi, è stata concepita per facilitare il consolidamento in Albania di un regime autocratico, di una nuova dittatura sui generis, camuffata da pluripartitismo. Una dittatura che in realtà è l’espressione dell’alleanza, in atto da alcuni anni, del potere politico con la criminalità organizzata che si sta rafforzando pericolosamente e con certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali.

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore nel luglio 2016 che “…Quanto è successo durante questi mesi e legato alla Riforma, rende chiaro che il primo ministro voleva a tutti i costi una riforma che gli poteva permettere il controllo del sistema” (Dopo il 21 luglio; 25 luglio 2016). Erano tante le evidenze che confermavano una simile conclusione. Una fra le tante era la legge, prevista e fortemente voluta dal primo ministro, per la costituzione dell’Ufficio Nazionale dell’Investigazione sotto il controllo del ministro degli Interni. Proprio di quel ministro che sarà ricordato per aver diretto la cannabizzazione di tutto il territorio del Paese. Ed accadeva, guarda caso, nel 2016! Una legge quella che è stata annullata dalla Corte Costituzionale dietro richiesta dell’opposizione. Durante questi anni sono state tante le prove inconfutabili e le evidenze che dimostrerebbero la cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” di giustizia da parte del primo ministro. Bisogna sottolineare però che quel sistema, da anni, aveva dimostrato tanti seri problemi di funzionamento. Ragion per cui aveva urgente bisogno di essere ristrutturato. L’autore di queste righe scriveva alcuni mesi fa: “…che il sistema di giustizia in Albania avesse bisogno di essere riformato, nessuno l’ha messo mai in dubbio. Che il sistema subisse delle ingerenze politiche, ignorando consapevolmente la sua indipendenza, anche questo era un dato di fatto. Che il sistema fosse considerato corrotto e che la giustizia venisse data in funzione del “miglior offerente”, si sapeva bene”. E poi proseguiva “…adesso, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe anche che il sistema della giustizia sia pericolosamente e politicamente controllato da una sola persona. E cioè dal primo ministro e/o da chi per lui. Il che è proprio l’opposto contrario degli obiettivi strategici posti e che dovevano essere raggiunti con la Riforma del sistema di giustizia in Albania. Uno dei quali prevedeva la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli, i quali costituiscono, purtroppo, una combriccola molto numerosa in Albania.” (Il fallimento voluto ed attuato di una riforma; 26 ottobre 2020). Adesso però, cinque anni dopo quel 22 luglio 2016, il sistema “riformato” della giustizia risulta essere molto più controllato di prima. E ciò che è peggio, è controllato da una sola persona, il primo ministro, mentre prima il controllo del sistema era “distribuito” tra i due/tre centri di influenza.

    Purtroppo, una simile pericolosa realtà non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito ed il dichiarato appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. E neanche senza le loro palesi e significative minacce contro coloro che non dovevano votare in parlamento quanto richiesto. Erano quei “rappresentanti internazionali” che garantivano la “bontà” della riforma e promettevano pubblicamente che tanti “pesci grandi” sarebbero stati catturati dalla “rete della giustizia”. Adesso, fatti accaduti alla mano, tutti sanno che nessun “pesce grande” ha avuto quella sorte. Anzi, sono proprio loro che controllano il sistema “riformato” della giustizia. Tant’è vero che adesso si evita anche di usare simili parole. Proprio domenica scorsa, il 25 luglio, l’ambasciatrice statunitense in Albania ad una domanda di un giornalista sui “pesci grandi” ha risposto: “…io non sono una pescatrice, sono semplicemente una diplomatica”. Chissà cosa avrà pensato il suo predecessore, proprio colui che ha molto parlato di “pesci grandi che dovevano cadere nella rete della giustizia”?! E come se fosse arrivata ieri e non conoscesse per niente la realtà albanese, lei, l’ambasciatrice statunitense che, come tutti gli altri “rappresentanti internazionali’ in Albania ha continuamente e pubblicamente parlato dei “grandi successi” della riforma di giustizia, adesso ha cambiato anche il suo approccio verbale. Domenica scorsa l’ambasciatrice ha preferito chiedere ai cittadini di “continuare ad essere non contenti” e di “…essere più esigenti nei confronti dei governanti, delle persone da loro elette”! Riesce a capire però l’ambasciatrice che in Albania ormai è restaurata e si sta consolidando una nuova e molto pericolosa dittatura?! Riesce a capire l’ambasciatrice che di fronte ad una dittatura i cittadini non possono e non devono continuare ad esigere dai loro “eletti” di avanzare con la riforma della giustizia! Riesce lei a capire che una dittatura o si rovescia con la ribellione e le proteste continue, oppure si subisce fino in fondo?! Quanto sta dicendo adesso l’ambasciatrice è ipocrisia pura, è un’offesa ai cittadini che riescono a capire ed avere una loro opinione non condizionata, né da quanto dice il primo ministro e neanche dalle dichiarazioni dei soliti “rappresentanti internazionali”, lei compresa. Ma con le sue parole di domenica scorsa, l’ambasciatrice ha ammesso, nolens volens, che la riforma della giustizia non è un “successo” come si dichiarava prima. Anzi!

    Nel frattempo sono tanti i casi oggetto di indagine da parte delle istituzioni specializzate. Perché sono tante ormai le denunce ufficialmente depositate presso la nuova Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata costituita nel dicembre 2019. La più significativa è quella riguardante la barbara demolizione del Teatro Nazionale, di cui il nostro lettore è ormai a conoscenza. Ma c’è anche il caso clamoroso di un imprenditore italiano al quale adesso i cittadini albanesi devono pagare alcune centinaia di milioni, soltanto per un “semplice capriccio” del primo ministro! Ci sono anche le denunce sul coinvolgimento delle persone molto altolocate nel riciclaggio del denaro in connivenza con la criminalità organizzata internazionale, ‘Ndrangheta compresa. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Sono anche molte altre denunce ufficialmente depositate in attesa. Chissà se si avvieranno le dovute indagini però, visto il modo di operare delle nuove istituzioni del sistema “riformato” di giustizia. Una significativa testimonianza di quel modo di operare sono, tra le tante altre, anche due denunce sulle clamorose e pubblicamente note manipolazioni elettorali in Albania. Manipolazioni nelle quali sono stati coinvolti, come è stato appurato dalle intercettazioni ormai rese pubbliche, anche il primo ministro, alcuni ministri ed altri alti funzionari. Sarà una bella sfida per il “riformato” sistema di giustizia.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania è la solita buffonata di un primo ministro in vistosa difficoltà. Il nostro lettore è stato informato. Egli è convinto che se non si comincia ad indagare sull’operato del primo ministro e dei suoi “fedelissimi” sarà una diretta e inconfutabile prova che il sistema “riformato” della giustizia è e sarà controllato direttamente proprio dal primo ministro e/o da chi per lui. Chi scrive queste righe è altresì convinto che per le nuove istituzioni è arrivato è il momento della prova. Adesso devono cominciare a dimostrare realmente e con atti concreti la loro indipendenza dalla politica, ragion per cui è stata avviata la stessa riforma. Adesso devono dimostrare la loro integrità morale e capacità professionale, partendo dai casi che vedono direttamente coinvolto il primo ministro e i suoi “fedelissimi”. In caso contrario tutti i cittadini responsabili e patrioti albanesi hanno il sacrosanto diritto di credere ed affermare ad alta voce che in questi cinque anni è stato palesemente dimostrato e testimoniato il voluto e programmato fallimento della riforma del sistema di giustizia in Albania!

  • Usurpatori che consolidano i propri poteri

    Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché
    la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono.

    Denis Diderot; da ‘Il pensiero politico dell’illuminismo’

    “Tiranno, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.”. Così scriveva Vittorio Alfieri, precursore convinto dei principi e degli ideali del Risorgimento italiano, nel primo capitolo (Cosa sia il tiranno) del suo trattato Della Tirannide, pubblicato nel 1777.  Trattando il tema dei regimi, delle tirannidi, egli proseguiva nel secondo capitolo (Cosa sia la Tirannide), scrivendo che “Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo”. Nel terzo capitolo (Della Paura), l’autore, trattando cosa potrebbe stimolare la paura nel genere umano, scriveva: “…Teme l’oppresso, perchè oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe…”. Ed in seguito, nel quarto capitolo (Della Viltà) tratta il rapporto che si crea tra la paura e la viltà. Vittorio Alfieri era convinto che “…Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura….”. E conclude, esprimendo la sua convinzione che “….mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorchè avviliti sian tutti, non perciò tutti son vili”.  In seguito, nel trattato Della Tirannide, l’autore analizza i dettagli ed esprime il suo valoroso e sempre attuale pensiero su tanti altri argomenti.

    Una “mera usurpazione”, e cioè una pura appropriazione di tutto ciò che è di altri, lo considerava Diderot, noto filosofo e scrittore francese del Settecento, il potere acquistato con la violenza. Ma la storia, dalla quale bisogna sempre imparare, ci insegna che il potere si acquista, si usurpa non solo con la violenza. Perché, come era convinto anche Vittorio Alfieri, i tiranni, coloro che “otteneano le redini assolute del governo”, lo fanno “o per forza, o per frode”. La storia ci insegna che l’usurpazione del potere, l’appropriazione in modo illecito di funzioni, incarichi e responsabilità che dovevano appartenere e si dovevano svolgere da altri, si verifica spesso, in diverse parti del mondo, sotto diversi aspetti, ma sempre con delle drammatiche conseguenze.

    Le gravi, drammatiche e sofferte conseguenze dell’usurpazione del potere si stanno verificando in questi ultimi anni anche in Albania. Il primo ministro, dopo le elezioni del 25 aprile scorso, ha consolidato l’usurpazione del potere esecutivo. E siccome lui controlla anche il potere legislativo e quello giudiziario, che secondo Montesquieu rappresentano i tre pilastri sui quali si fonda uno Stato democratico, risulterebbe che il primo ministro ha consolidato la sua usurpazione dei poteri in Albania. Nel suo ormai molto noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, Montesquieu scriveva che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”. Egli era convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Sovranità, propriamente intesa come la capacità, l’autorità di esercitare poteri. Perciò “tiranniche” rischiano di diventare anche le conseguenze della palese usurpazione del potere da parte del primo ministro in Albania.

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore sugli sforzi fatti dal primo ministro e dalla sua ben organizzata e potente propaganda governativa per distorcere, offuscare, annebbiare l’attenzione mediatica e pubblica da una notizia resa nota il 2 luglio scorso. Si trattava della pubblicazione dell’esito di un’inchiesta portata avanti, da alcuni anni, dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari. L’autore di queste righe scriveva: “…Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo””. In Albania tutti possono essere ormai dichiarati colpevoli ed essere sacrificati. Basta che si salvi il principale colpevole, almeno istituzionalmente, e cioè il primo ministro. Ma lui è però anche il primo tra gli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni” (Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente; 12 luglio 2021). Dal 2 luglio ad oggi sono riemersi molti scandali governativi milionari che hanno attirato l’attenzione mediatica e pubblica. Scandali che stanno mettendo in vistosa difficoltà il primo ministro e la sua propaganda governativa. Si tratta di scandali che evidenziano palesemente l’arrogante ed esorbitante abuso di potere, lo sperpero del denaro pubblico, la pericolosa e galoppante corruzione, a tutti i livelli che sta corrodendo le strutture statali e l’amministrazione pubblica. Sono tutte delle inevitabili conseguenze dell’usurpazione del potere da parte del primo ministro, ormai consolidato dopo le controllate, condizionate e manipolate elezioni parlamentari del 25 aprile 2021 in Albania.

    Ma tutto ciò non poteva mai e poi mai accadere se in Albania ci fosse stata istituzionalmente operativa una vera, responsabile e determinata opposizione. Purtroppo colui che, dal 2013 ad oggi, ha assunto la direzione del partito democratico e dell’opposizione invece di contrastare, ostacolare ed impedire la folle e irresponsabile corsa del primo ministro, fatti accaduti alla mano, ha usufruito del suo incarico per scendere a patti con lui, diventando una manna santa per il primo ministro. L’autore di queste righe ha informato da anni il nostro lettore di tutto ciò. Come ha informato il nostro lettore anche delle ridicole “giustificazioni” del capo dell’opposizione, dopo la quarta sconfitta elettorale e dopo tutte le “garanzie”, pubblicamente date da lui, sulla “difesa” del voto degli albanesi durante le elezioni del 25 aprile scorso. Ma per rimanere attaccato alla sua poltrona, per continuare a consolidare l’usurpazione del suo potere istituzionale, il capo del partito democratico ha indetto le elezioni interne per il 13 giugno scorso. Una farsa quella, di cui il nostro lettore è stato informato (Il doppio gioco di due usurpatori di potere; 14 giugno 2021). E dopo aver “vinto” un altro mandato come dirigente del partito, ha indetto anche la convocazione di un congresso straordinario del partito, in palese violazione dello Statuto. Un congresso “straordinario” che doveva trattare delle questioni più che ordinarie. Una delle quali, la costituzione del nuovo Consiglio Nazionale, in palese violazione con lo Statuto del partito. Un congresso svoltosi il 17 luglio scorso. E come era purtroppo prevedibile, il capo del partito democratico e dell’opposizione ha semplicemente usato quella “farsa congressuale” soltanto per consolidare ulteriormente l’usurpazione del partito. Si tratta proprio del primo partito di opposizione in Albania, costituito il 12 dicembre 1990 e che ha motivato e guidato gli albanesi contro la più crudele dittatura comunista in Europa. Un partito che purtroppo, dopo essere stato usurpato dal suo capo nel 2013, sarebbe diventato un’impresa familiare di grande reddito. Le cattive lingue, da anni ormai, dicono che il primo ministro “collabora” anche con il capo dell’opposizione, in cambio di benefici ed appalti milionari dati ai suoi familiari. La scorsa settimana alcuni media hanno pubblicato un nuovo scandalo milionario per la costruzione di un nuovo porto a Durazzo. Ebbene, secondo i media, quell’appalto è stato vinto da un’impresa che è stata registrata in un paradiso fiscale recentemente e che avrebbe dei legami, guarda caso, proprio con un stretto familiare dell’usurpatore del partito democratico. Indagare su questo caso sarà uno dei tantissimi compiti ed obblighi istituzionali delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare, analizzare e informare oggettivamente il nostro lettore. Egli però è convinto che sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione, simili in molti aspetti caratteriali e modi di operare, in questi ultimissimi mesi e giorni hanno ulteriormente consolidato i propri poteri usurpati. E si tratta di poteri che, come affermava Diderot, dureranno finché la forza di chi comanda prevarrà su quella di coloro che obbediscono. E sia il primo ministro che il capo dell’opposizione hanno beneficiato anche dei “…vili che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura”, come scriveva Vittorio Alfieri. Affermando anche, riferendosi al tiranno, che “…ogni società, che lo ammette è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta è schiavo”. Chi scrive queste righe condivide e spesso ripete la convinzione di Benjamin Franklin che “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”. E se un popolo non si ribella ai tiranni, agli usurpatori del potere, allora merita di rimanere schiavo. Al popolo, ai cittadini albanesi la scelta!

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