Albania

  • Accordo ingannevole e pericoloso

    L’uomo troppo compiacente che accorda tutto

    per tutto avere, è ruinato dalla propria facilità.

    Confucio

    Durante gli ultimi mesi dell’anno appena passato si sono pubblicamente incontrati per tre volte il presidente della Serbia, il primo ministro della Macedonia del Nord ed il primo ministro dell’Albania. La prima volta il 10 ottobre in Serbia, a Novi Sad. La seconda il 10 novembre ad Ohrid e la terza volta il 21 dicembre a Tirana. La ragione, almeno quella resa nota ufficialmente, è stata la presentazione di una nuova iniziativa per costituire “L’area economica comune dei Balcani occidentali”. Lo hanno denominato l’accordo del “Mini-Schengen balcanico”. E non a caso hanno evocato sia l’Accordo (14 giugno 1985) che la Convezione (19 giugno 1990) di Schengen, essendo degli Atti con i quali si sanciva l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne tra i Paesi firmatari e l’introduzione della libertà di circolazione per tutti i cittadini degli stessi Paesi. Ma, a differenza dell’Accordo e della Convenzione di Schengen, i cui contenuti sono stati resi noti nei minimi dettagli, del “Mini-Schengen balcanico”, promosso pubblicamente durante gli ultimi mesi dell’anno appena passato, si sa poco o nulla. Ragion per cui, conoscendo anche i promotori dell’iniziativa, almeno alcuni di loro, si dovrebbe essere molto attenti e guardinghi. Perché si sa, non tutto quello che luccica è oro, anzi!

    Per capire meglio i [presunti] veri obiettivi strategici della proposta bisogna riferirsi alla storia, che sempre ci insegna. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, la costituzione di nuovi Stati nei Balcani e la definizione delle frontiere tra di loro sono stati oggetto di lunghe e spesso molto dibattute discussioni internazionali. Comprese anche le intricate trattative che si svolgevano in quel periodo a Versailles. In quel periodo, dopo il dissolvimento dell’Impero Austro-Ungarico, cominciò il processo della costituzione del Regno della Jugoslavia. È stato un lungo processo, che cominciò nel 1918 e finì nel 1929. Il regno ebbe però una breve vita, fino al 1941. Ma la storia ci insegna che i serbi non hanno mai smesso di pensare, progettare e volere di nuovo una simile struttura statale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, si costituì la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Comprendeva la Serbia, la Slovenia, la Croazia, la Macedonia, il Montenegro e la Bosnia ed Erzegovina. Quella repubblica si disintegrò poi, dal 1992. Ma subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, Tito, con il compiacimento dei vertici del partito comunista albanese, stava attuando l’inserimento anche dell’Albania come settima repubblica della federazione Jugoslava. Anche in quel periodo tra i due paesi ci sono stati degli accordi comuni, compresi quegli per eliminare le barriere doganali e per unificare la moneta. Tutto fallì nel 1948, quando l’Albania entrò pienamente sotto il controllo dell’Unione Sovietica.

    Adesso il presidente della Serbia sta promuovendo di nuovo un accordo: quello sopracitato del “Mini-Schengen balcanico”. Bisogna sottolineare di nuovo che, ad oggi, non è stato reso noto il vero contenuto dell’accordo. Si parla però di libera circolazione dei cittadini e delle merci, del capitale e altro. Da sottolineare anche che attualmente sono in vigore diversi accordi bilaterali tra i paesi balcanici, tranne in certi casi con la Serbia, come quello che permette il libero passaggio di frontiera, con soltanto la carta d’identità. Volutamente si rendono noti soltanto questi diritti, simili a quelli previsti anche dall’Accordo e dalla Convenzione di Schengen, adottati in seguito dall’Unione europea. Secondo molti noti analisti e opinionisti si tratta soltanto di una copertura propagandistica. Perché in realtà tutto fa pensare ad altro. Ed il tempo, noto per essere gentiluomo, prima o poi lo dimostrerà.

    Il presidente serbo, che è stato ministro dell’Informazione di Slobodan Milošević, non è la prima volta che presenta questa iniziativa. Lo ha fatto da primo ministro a Parigi nel 2016, presentando ufficialmente il suo progetto, che prevedeva la costituzione di “un’area economica comune dei Balcani occidentali”. In quell’occasione l’attuale presidente serbo legava quel progetto con la possibilità di distaccare i paesi balcanici dalla sfera d’influenza dell’Unione europea. Lui dichiarava allora che “L’Unione europea non è l’unico fattore coesivo che possa unire i Balcani. Noi (gli Stati dei Balcani occidentali; n.d.a.) lo dobbiamo fare da soli. Abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi. Ecco perché ho fatto appello ai dirigenti dei paesi della regione di focalizzarsi su noi stessi”! Per rendere meglio l’idea bisogna sottolineare che il concetto dei “Balcani occidentali” è stato proposto per la prima volta agli inizi degli anni 2000, da alcuni alti rappresentanti della diplomazia francese in sede dell’Unione europea. Secondo quel concetto, l’area comprende geograficamente la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Bosnia ed Erzegovina, il Kosovo e l’Albania. Quando è stato presentato comprendeva anche la Croazia che, dal 2013, ha pienamente aderito nell’Unione europea.

    Il vero significato del progetto della Serbia, nonché il suo obiettivo strategico, presentato come “l’Accordo di mini-Schengen“, si capisce meglio se si fa riferimento ad un’altra dichiarazione pubblica fatta dall’attuale presidente della Serbia. Questa volta durante un’intervista rilasciata ad un noto media statunitense, il 6 aprile 2018, proprio quattro giorni dopo essere diventato, il 2 aprile 2018, da primo ministro, il presidente della Serbia. Il giornalista gli domandava se con il suo piano per un mercato comune balcanico egli stesse cercando di ricostituire la Jugoslavia. Lui gli rispondeva, senza batter ciglio, che [infatti] “È la vecchia Jugoslavia più l’Albania”! Ed era più di un anno prima della promozione pubblica del sopracitato accordo! Da parte delle istituzioni albanesi nessuna reazione ufficiale. Né politica e neanche diplomatica. Come mai?!

    Tornando ai sopracitati tre vertici per promuovere l’iniziativa serba del “Mini-Schengen balcanico”, bisogna sottolineare che l’iniziativa ha soltanto il supporto della Serbia, dell’Albania e della Macedonia del Nord. Gli altri paesi lo hanno contestato come programma. Soprattutto in Kosovo e per ben noti motivi. Per quanto riguarda l’Albania, risulterebbe che, ad oggi, nessuna consultazione istituzionale sull’argomento sia stata fatta. Tutto è stato gestito personalmente dal primo ministro, senza la ben che minima trasparenza. Non solo, ma lui ha avuto due palesemente opposti atteggiamenti e comportamenti, riguardo alla non partecipazione dei rappresentanti del Kosovo. Durante il vertice di Novi Sad, il primo ministro albanese dichiarava che non avrebbe partecipato ai seguenti vertici se non fossero presenti anche i rappresentanti del Kosovo. Mentre appena due mesi dopo, durante il vertice di Tirana, ha tuonato contro la non presenza di quei rappresentanti, offendendoli e ingiuriandoli con un volgare linguaggio. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe, se lo spazio glielo avesse permesso, avrebbe avuto molti altri argomenti da trattare e commentare su questo Accordo, che lo considera ingannevole e molto pericoloso. Soprattutto se si tiene presente quanto sta accadendo negli ultimi tempi nel mondo. Egli crede, tra l’altro, che il progetto del ritorno alla ex Jugoslavia, oltre alla Serbia, possa interessare molto alla Russia, ma anche ad altri paesi orientali. Chi scrive queste righe considera grave l’idea di abbandonare i processi europei in corso per i paesi balcanici, nonostante quei processi siano stati volutamente bloccati da certi corrotti e irresponsabili politici balcanici. Quelli che, comunque, saranno ruinati dalla propria facilità di accordare tutto, come pensava Confucio.

     

  • Il posto dei birbanti è la prigione

    A torto od a ragione, il luogo dei birbanti è la prigione.
    Jean de La Fontaine

    Così finisce la fiaba di Jean de La Fontaine “Il lupo e la volpe davanti al tribunale della scimmia”. Una delle sue tantissime fiabe che sempre insegna, a bambini e ad adulti. Il lupo e la volpe, si sa, non è che vanno molto d’amore e d’accordo tra di loro. Anzi! Ma tutti e due cercano di ingannare l’un l’altro e poi trarre vantaggio. Così accadeva anche con il lupo e la volpe della fiaba. Il lupo accusò la volpe perché secondo lui l’aveva derubato. Nessuno lo sa se il lupo avesse ragione oppure lo facesse apposta per incolparla e condannarla. Ma comunque sia, il lupo riuscì a trascinarla in tribunale. E la volpe, che protestava e gridava contro la falsa accusa del lupo, doveva vedersela e rispettare, volente o nolente, la decisione del giudice, una saggia scimmia. Un giudice che era “vecchio del mestiere”, come affermava La Fontaine. Il caso era assai complicato e la scimmia ebbe non poca difficoltà a districarlo. Ma alla fine diede il suo giudizio proverbiale. “Basta, risponde loro, o false o vere, pagate entrambi e che la sia finita!”. Una ragionevole decisione quella del giudice, conoscendoli bene tutti e due. E, da impeccabile professionista, diede anche il suo ragionamento. “Tu, lupo, paga, perché fai figura d’accusatore bugiardo, e tu, perché sei ladra di natura”. E, nel cuor suo, la scimmia era convinta di non avere sbagliato, nonostante la difficoltà del caso. Era convinta perché, secondo lei, “A torto od a ragione, il luogo dei birbanti è la prigione”. Questo ci racconta La Fontaine nella sua fiaba “Il lupo e la volpe davanti al tribunale della scimmia”.

    Chi scrive queste righe è convinto che le fiabe, con le loro storie e i saggi insegnamenti, devono essere raccontate non solo ai bambini, ma devono essere lette e rilette anche dagli adulti. Poi, il periodo appena passato, quello delle Feste di fine anno, tra l’altro, ci induce a rivivere il mondo delle fiabe e imparare.
    E’ il giorno dell’Epifania, una tra le più importanti ricorrenze del cristianesimo. E con l’Epifania si chiudono anche le Festività del Natale e del Capodanno. Un noto detto popolare recita “L’Epifania tutte le feste porta via”. Secondo la tradizione, soprattutto quella tramandata in Italia, una donna anziana, la Befana, volando su una scopa, entra nelle case nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. I bambini, sapendo di quella visita, appendono prima di dormire le calze sul camino o vicino ad una finestra e attendono ansiosi di vedere cosa avrà messo dentro la Befana. Quelli che sono comportati bene durante l’anno appena passato troveranno nelle calze caramelle, frutta secca, dolciumi o giocattoli. Mentre, purtroppo, per quei bambini che si sono comportati male la Befana metterà nelle calze pezzi di carbone e spicchi d’aglio.
    Questa è la tradizione. Però, tenendo presente la vissuta attualità, oltre alla constatazione che l’Epifania porta via tutte le feste, si potrebbe pregare e auspicare che l’Epifania, soprattutto, porti via il Male. Ovunque nel mondo, perché ce ne sta e come! E anche in Albania, dove il Male sta divorando tutto e tutti, causando danni enormi, materiali e morali. Gli albanesi ormai si trovano nelle condizioni estreme e tali che non dovrebbero lasciar più scampo che ad una scelta. O si devono rassegnare e abituarsi al Male, oppure ribellarsi e non restare ad attendere, mano nella mano, che gli altri pensino e si prendano cura di loro. Anche perché la storia ci insegna, come sempre, che gli altri, quelli ben intenzionati e in buona fede, quelli che vengono in amicizia, possono soltanto aiutare. E ricordarsi che l’indifferenza e l’apatia aiutano il Male, facilitandogli l’opera. E anche in questo caso la storia ci insegna. L’autore di queste righe, il 24 giugno 2019 scriveva per il nostro lettore l’articolo “L’importanza dei prossimi giorni per evitare il peggio”. In quell’articolo egli faceva riferimento anche a Martin Niemöller, un noto teologo e pastore protestante tedesco. Niemöller è stato arrestato dai nazisti nel 1937 per la sua attività contro il regime. Sopravvissuto alle barbarie dei campi di concentramento, egli, fino alla fine, divenne testimone convinto delle oscenità e delle crudeltà causate dalla dittatura. Ovunque andava, Niemöller esprimeva la sua convinzione sul pericolo dovuto all’indifferenza e all’apatia della gente comune e soprattutto delle persone colte di fronte all’avvio dei regimi dittatoriali. Convinzione quella sua, maestosamente espressa dai versi seguenti: “Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

    L’autore di queste righe, riferendosi alla grave e multidimensionale crisi in cui si trovava allora l’Albania, chiudeva il sopracitato articolo scrivendo che “se servisse, bisogna reagire con forza e ribellarsi contro il pericolo imminente e reale di ricadere sotto dittatura. […] perché con una dittatura restaurata può succedere di tutto a tutti. E non ci sarà più nessuno a dire qualcosa. Agli albanesi la scelta!”.
    Purtroppo adesso, dopo che sono passati più di sei mesi da allora, il paese si trova sempre più sotto il giogo di una nuova, sofisticata e pericolosa dittatura. Una dittatura controllata e gestita dai massimi livelli della politica attiva, in connivenza con certi raggruppamenti occulti internazionali e con la criminalità organizzata. Una realtà vissuta quotidianamente dagli albanesi, che neanche la potente e ben organizzata propaganda governativa non riesce più a camuffare e nascondere. Perché si arrivasse ad una simile e drammatica situazione, purtroppo, hanno “contribuito” paradossalmente, ma non per ciò inevitabilmente, anche l’indifferenza e l’apatia degli stessi sofferenti cittadini. Ma ha contribuito, e non poco, anche la “strana e l’inspiegabile passività” dell’opposizione politica, che sta deludendo e offendendo, ogni giorno che passa, la fiducia data dai cittadini.
    Un’ulteriore testimonianza sulla gravità della situazione in Albania è anche l’approvazione, il 19 dicembre scorso, da un Parlamento controllato pienamente e personalmente dal primo ministro, di una legge contro la libera espressione. Una legge con la quale il primo ministro sta cercando di soffocare tutte le opinioni che lo smascherano e lo additano per quello che realmente e veramente è: un autocrate, un ipocrita, un bugiardo, un incallito manipolatore, un irresponsabile che sta abusando con il potere, una persona che fa di tutto per mantenere la sua poltrona. L’approvazione di quella legge rappresenta un ulteriore e significativo passo indietro, verso quella nuova, sofisticata e pericolosa dittatura. Ma non è il solo, anzi! Perché nel frattempo e per la prima volta dopo il crollo della dittatura comunista, il 30 giugno scorso si sono svolte delle votazioni amministrative moniste, che non hanno avuto niente in comune con le elezioni democratiche, libere e pluraliste. E queste sono soltanto alcune testimonianze del ritorno alla dittatura. Di tutto ciò il nostro lettore è stato a tempo debito informato.
    Ragion per cui chi scrive queste righe è convinto che prima che sia veramente tardi, gli albanesi dovrebbero fare proprio l’importante messaggio di Martin Niemöller e agire. Ormai, per loro, due sono le scelte: sottomettersi alla nuova dittatura oppure ribellarsi, tutti insieme, e vincere finalmente il Male. E far sì che finalmente la giusta ed imparziale giustizia sia veramente fatta per tutti. Perché in Albania sono tanti quegli simili al lupo e alla volpe della fiaba di La Fontaine. E far sì che il posto dei birbanti sia la prigione!

  • Inganni, abusi, minacce e consolidamento della dittatura

    Sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti,
    che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.

    Niccolò Machiavelli

    Ingannare, questo ha cercato di fare sempre anche il primo ministro albanese. E sempre sperando di trovare davanti a se delle persone che si potevano lasciar ingannare. Anzi, ingannare, mentire, manipolare la gente, tutti, non solo la gente semplice, per sembrare credibile, sono state delle scelte consapevoli, sono state e sono delle basilari parti integranti di una strategia ideata e messa in atto da anni ormai. L’ennesima dimostrazione si sta verificando, purtroppo, anche in queste settimane, dopo il devastante terremoto del 26 novembre scorso, di cui il nostro lettore è stato ormai informato.

    Quanto è accaduto dopo quel terremoto e quanto sta accadendo tuttora, purtroppo, hanno messo allo scoperto la falsità di tutto ciò che, per anni, hanno cercato di far apparire il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. In queste settimane è stata sgretolata l’immagine virtuale e fasulla di quell’Albania, mai esistita in realtà. In queste settimane è stato palesemente verificato il pieno fallimento del primo ministro e del suo governo nel gestire la cosa pubblica. Quanto è accaduto e sta accadendo tuttora ha testimoniato e dimostrato, allo stesso tempo, anche il fallimento delle strutture dello Stato. Di tutte quelle strutture che dovevano gestire le emergenze e che, invece, non hanno potuto fare niente o quasi. Il terremoto del 26 novembre e quanto è accaduto dopo, hanno testimoniato e dimostrato anche gli enormi abusi con la cosa pubblica da parte di tutti coloro che, al contrario, avevano l’obbligo istituzionale, di proteggerla e di gestirla al meglio.

    Per coprire tutto ciò e per sfuggire alle dirette responsabilità istituzionali e personali, il primo ministro sta cercando di nuovo e come sempre, di incolpare tutto e tutti e di apparire come colui che non è e che mai sia stato. Sta incolpando anche la Natura e gli Dei, ma non i veri responsabili. Per tutti ormai però è chiaro che l’unica vera ragione per cui il primo ministro albanese abbia scelto questa strategia di comportamento pubblico è soltanto quella di “scappare”, di schivare le sue dirette, inevitabili e legalmente punibili responsabilità istituzionali e/o personali. Perché sembrerebbe sia stato proprio lui che abbia consapevolmente fatto, secondo tante denunce pubbliche, le sue scelte e le sue alleanze per governare insieme con il “mondo di mezzo”, la criminalità organizzata e determinati clan occulti.

    Per riuscire nella sua strategia, il primo ministro, dopo essere “scomparso” subito dopo il terremoto, ormai ha scelto di apparire e usurpare, per ore e ore intere, gli spazzi mediatici, soprattutto quelli televisivi. Lo sta facendo determinato e noncurante di sembrare ridicolo, nauseante e incredibile. Adesso l’unica cosa vitalmente importante per lui è quella di essere presente dappertutto, di stabilire il da fare, di recitare, di fare, se e quando serve, anche il clown. Ma di essere anche aggressivo se necessario. Durante questi giorni lui sta apparendo per quello che veramente è: un ingannatore e incallito manipolatore. Nella sua “crociata”, nel suo intento di apparire come il “Salvatore”, lui sta usando, come ha sempre fatto in questi ultimi anni, la sua personale televisione; una televisione che porta anche le iniziali del suo nome (un’ulteriore espressione della sua ben nota pubblicamente mania di grandezza). I curatori d’immagine e gli addetti della propaganda governativa costringono le altre televisioni a trasmettere sul dopo terremoto soltanto quello che la televisione del primo ministro trasmette con regia centrale. Da notare che sembrerebbe non essere mai stata fatta le prevista e dovuta trasparenza sul pagamento delle tasse, come tutte le altre televisioni.

    Durante questi giorni dopo il terremoto si è visto un primo ministro che, all’occorrenza, cambia sempre maschere e casacche. Si presenta come musulmano convinto, poi appare vestito da “mago”, con dei lunghi, strani e neri mantelli. Davanti a delle persone che hanno perso i propri cari fa finta di commuoversi e racconta “storie personali”. Poi fa di nuovo il “padre di famiglia” ma della “grande famiglia”, quella degli albanesi. Parla di quello che è accaduto come di un castigo dell’onnipotente, anche se il primo da castigare dovrebbe essere proprio lui. Durante questi giorni dopo il terremoto si è visto per ore e ore intere un primo ministro che soltanto si esibisce, che passa da un ruolo ad un altro in un batter di ciglio, che cerca di apparire per una persona abbattuta dal dolore. Il ruolo prevede di fare il buono e il mansueto, il misericordioso e il pietoso. Ma fino ad un certo punto e soprattutto se lo lasciano a recitare secondo un copione prestabilito. Perché se no, al primo “disturbo”, alla prima contestazione, non controllata dai suoi che lo circondano, al primo grido di protesta, alla prima espressione che contrasta con quanto lui abbia o stia dicendo, lo mette in uno stato di alterazione mentale. Proprio come quando, alcuni giorni fa, contestato durante una cerimonia in pieno centro di Tirana, ha mostrato il dito medio, mentre era circondato da bambini innocenti! Questo è il vero volto e la vera personalità di colui che dovrebbe governare il paese e che, invece, da anni cerca di governare soltanto scandali.

    Il primo ministro ha scelto questa strategia dopo il terremoto perché cerca di minimizzare lo spazio mediatico, durante il quale si potevano trattare le vere e gravi ragioni che hanno causato la fine di vite umane e ingenti danni materiali, si poteva dare delle risposte ai tanti “perché”. Ha scelto questa strategia per non parlare del fallimento del governo e quello personale del primo ministro, delle innumerevoli bugie e promesse consapevolmente mai mantenute, degli scandali che si susseguono l’un l’altro da tanti anni e degli abusi milionari che ogni mese che passa diventano più frequenti! Ha scelto questa strategia, perché così “ruba” e usurpa gli spazzi mediatici e non permette che vengano trattati gli argomenti che meritano la massima attenzione. Tutto per non permettere a dare delle risposte alle seguenti domande: Perché si sono verificate tutte quelle cose? Perché tante vittime? Perché tanti danni? Perché non hanno funzionato le strutture governative e statali per le emergenze? Perché i soccorritori non erano equipaggiati e addestrati? Perché soltanto grazie all’intervento dei soccorritori stranieri che si sono salvate molte vite. E tanti altri perché. Ma il primo ministro non può e non vuole che si diano risposte a simili domande. Perciò bisogna evitare a tutti i costi che la gente parli degli abusi con le costruzioni, della qualità delle materie prime, dei permessi edilizi dati soltanto per clientelismo e per guadagni milionari. Essendo quella dell’edilizia, fatti alla mano, un’attività che ha servito e serve tuttora, anche più di prima, per riciclare il denaro sporco proveniente da attività criminali e dalla corruzione capillare di tutte le strutture governative e statali. Perciò il primo ministro albanese ha scelto di fare per ore e ore intere il “One-man show” durante queste ultime settimane

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo attualmente in Albania è una chiara ed inequivocabile testimonianza della gestione dello Stato e della cosa pubblica come un affare personale del primo ministro. Il quale, per coprire gli innumerevoli abusi del potere, minaccia e cerca di ingannare chi si lascerà ingannare. E così facendo, fa di tutto per consolidare una nuova dittatura. Quella sua. Una legge sul controllo dei media, che lui vuol approvare giovedì prossimo ne è un’ulteriore e allarmante testimonianza. E siccome lui fa e farà di tutto per non lasciare la sua poltrona, allora per gli albanesi c’è soltanto un cosa da fare; ribellarsi e cacciarlo via!

  • La storia insegna ma…

    …Non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti, è ben diverso.

    Papa Francesco

    Così ha detto ieri (8 dicembre n.d.r.) il Santo Padre, durante la sua preghiera nel corso dell’Atto di venerazione dell’Immacolata a Piazza di Spagna a Roma. Ieri è stato celebrato il 165o anniversario della proclamazione del dogma della Chiesa cattolica, quello dell’Immacolata Concezione. Un dogma proclamato l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus”. Ieri, rivolgendosi a Maria Immacolata, Papa Francesco ha detto: “E così tu ci rammenti che non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti: è ben diverso. Una cosa è cadere, ma poi, pentiti, rialzarsi con l’aiuto della misericordia di Dio. Altra cosa è la connivenza ipocrita col male, la corruzione del cuore, che fuori si mostra impeccabile, ma dentro è pieno di cattive intenzioni ed egoismi meschini”. Sottolineando così la differenza tra i peccatori e i corrotti, additando quest’ultimi.

    L’8 dicembre segna una ricorrenza anche nella storia dell’Albania. Proclamata la “Festa della Gioventù” dal Parlamento nel 2009, è una ricorrenza che ricorda l’avvio della prima protesta degli studenti dell’Università di Tirana contro il regime comunista. Era l’8 dicembre del 1990, proprio 29 anni fa. Quel giorno un gruppo di studenti e di docenti dell’università, con la loro protesta, hanno segnato una data molto importante e significativa nella storia recente albanese. Si tratta della prima protesta pacifica, chiamata “Il Movimento studentesco”, che ha dato inizio ad un processo inarrestabile, culminato poi con il crollo di una delle dittature comuniste più feroci conosciute dalla storia dell’umanità. Quella dell’8 dicembre 1990 era una vera e propria protesta contro il sistema. Allora gli albanesi indignati e arrabbiati si sono ribellati contro il regime e hanno vinto. Da allora sono passati 29 lunghi anni. Sono successe tante, tantissime cose, belle e meno belle. Ma sono state fatte anche molte, moltissime cose sbagliate, le cui conseguenze pesano tanto anche adesso, condizionando e ostacolando il normale processo democratico dell’Albania, avviato simbolicamente quell’8 dicembre 1990.

    L’autore di queste righe, riferendosi a quei memorabili avvenimenti, scriveva il 9 dicembre 2015, per il nostro lettore, che quella era una data con un particolare significato simbolico. “…Era proprio l’8 dicembre 1990 quando cominciò il crollo della dittatura comunista in Albania. Erano gli studenti dell’Università di Tirana che diedero il segnale, ribellandosi contro il giogo comunista. Entro pochi giorni gli studenti furono affiancati da decine di migliaia di cittadini. Così cominciò e si attuò la fine di un regime sanguinario 25 anni fa”.

    In seguito, 28 anni dopo quel dicembre 1990, nel dicembre 2018 gli studenti delle università di Tirana sono scesi di nuovo in piazza. Protestavano contro il governo e le istituzioni responsabili, chiedendo agevolazioni economiche e trattamenti finanziari ragionevoli per loro. Riferendosi a quelle proteste, l’autore di queste righe scriveva il 10 dicembre 2018 “…Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo”.

    Di nuovo dicembre. Adesso, 29 anni dopo la ribellione degli studenti e dei cittadini albanesi, i quali con le loro proteste hanno scosso e rovesciato la dittatura comunista in Albania, la storia si ripete. Purtroppo adesso, 29 anni dopo, in Albania si sta restaurando una nuova, subdola, ma non per questo meno pericolosa dittatura. Una dittatura che si sta camuffando dietro un pluralismo di facciata, ideata e attuata dal primo ministro e/o da chi per lui. Adesso in Albania governano i diretti discendenti dei dirigenti e degli alti funzionari della dittatura comunista, crollata dopo le massicce proteste di 29 anni fa. Ma a differenza dei genitori e dei parenti stretti, adesso i loro rampolli governano in connivenza con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Ragion per cui l’attuale regime che si sta restaurando ogni giorno che passa è più pericoloso di quello costituito in Albania nel 1945 e durato per 46 lunghi e soffertissimi anni. La storia insegna sempre. Ma purtroppo ci sono coloro che sfruttano gli insegnamenti da essa tratti per far rivivere quello che è stato di negativo, dannoso e che ha causato tante sofferenze. Come il primo ministro albanese e i suoi sostenitori, che con la mentalità e i metodi della dittatura, stanno orientando nuovamente il percorso del paese verso il passato. Superando così anche i loro insegnanti e inventando nuove, pericolose e allarmanti connivenze. Ma, purtroppo, dalla storia recente non sono riusciti a trarre insegnamento neanche coloro che, con la loro indifferenza e la loro apatia stanno permettendo che tutto ciò possa accadere: i cittadini albanesi.

    Adesso, fatti alla mano, una persona sola controlla quasi tutte le istituzioni dello Stato. E sempre fatti alla mano, quella persona ha dimostrato da sempre, almeno da quanto è stato “inserito” nella politica attiva in Albania, le peggiori qualità che dovrebbe avere colui che dirige un governo e gestisce la cosa pubblica. Quella persona, fatti alla mano, sembrerebbe stia beneficiando anche di certi “sotterranei sostegni internazionali”, sia istituzionali che altri. E grazie anche a quei sostegni, ultimamente lui è riuscito a mettere sotto il suo personale controllo il “riformato” sistema della giustizia. Tutto ciò, dopo aver avuto il pieno e incondizionato controllo del Parlamento, dal febbraio di quest’anno, dopo che i deputati dell’opposizione hanno rassegnato il loro mandato parlamentare. E dopo aver fatto lo stesso con la maggior parte dei media, quelli più diffusi, pubblici e privati. E se questa non è una dittatura, allora cos’è?!

    Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana del devastante terremoto che ha colpito il territorio albanese il 26 novembre scorso. Purtroppo, oltre alle 52 vittime e i tanti e ingenti danni materiali, il terremoto ha messo a nudo anche la quasi totale mancanza dello Stato. Il terremoto ha evidenziato, senza mezzi termini, la falsità della propaganda governativa, personalmente diretta dal primo ministro, che con delle continue bugie e falsità aveva “dipinto” una realtà immaginaria, che niente aveva e ha a che fare con la vera, vissuta e sofferta realtà albanese. Il terremoto però ha “impedito” anche ai massimi rappresentanti dell’opposizione di ricordare e  celebrare l’8 dicembre. Come hanno fatto ogni anno. Chissà perché questa “dimenticanza”?! Il terremoto non poteva essere una scusa. Così come neanche alcune “apparizioni mediatiche” tra i terremotati, potevano sostituire una dovuta e dignitosa cerimonia per celebrare la ricorrenza dell’8 dicembre 1990.

    Chi scrive queste righe pensa che adesso, come 29 anni fa, il popolo sovrano dovrà di nuovo ribellarsi e scendere in piazza. Perché la storia insegna che questo è l’unico modo per combattere contro la dittatura. Cambiando anche il ben noto slogan di allora “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa”. Ormai è tempo che i cittadini capiscano la differenza tra dire e fare e l’importanza del fare. Perciò i cittadini devono gridare convinti “Facciamo l’Albania come tutta l’Europa!”. E bisogna che essi capiscano anche che non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti. Peccatore potrebbe essere ognuno di loro, che si possa poi pentire. Ma corrotti sono pochi. Sono coloro che purtroppo gestiscono attualmente la cosa pubblica.

  • Un terremoto e tante riflessioni da fare

    “Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine.
    E l’imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione.
    Hans Christian Andersen; da “I vestiti nuovi dell’Imperatore”  

    “C’era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “È nella sala del Consiglio”, di lui si diceva soltanto: “È nel vestibolo””. Così comincia I vestiti nuovi dell’Imperatore, la famosissima fiaba di Hans Christian Andersen. Come continua quella fiaba ormai lo sanno tutti. C’è voluta la voce di un bambino, la voce dell’innocenza, per scuotere tutti e farli ritornare alla vissuta realtà. “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”.

    Il 26 novembre scorso, alle ore 3.54 del mattino, un forte terremoto di magnitudine 6.4 Richter ha colpito l’Albania. L’epicentro è stato nel mare Adriatico, a qualche chilometro da Durazzo. Ma la fortissima scossa è stata sentita sul tutto il territorio. Il terremoto, purtroppo, ha causato, ad ora, 52 vittime e ingenti danni materiali. Durazzo, Thumana e altri centri abitati nei dintorni hanno subito più di tutti. Le scosse sono state sentite forti anche a Tirana. Dopo, nei giorni seguenti, ci sono state altre scosse, meno forti, ma non per questo meno terrificanti e allarmanti per gli impauriti e preoccupati cittadini. Lo sciame sismico continua ancora, seguendo i canoni noti dei processi sismici. Quanto è accaduto in Albania dopo il terremoto del 26 novembre scorso è stato trasmesso in diretta dai media locali e internazionali.

    A terremoto accaduto e danno ormai fatto, bisogna sottolineare anche alcune verità. La prima è la straordinaria solidarietà per i terremotati. Solidarietà manifestata subito, con aiuti di vario genere, sia dai cittadini albanesi, che, in seguito, da quelli di altri paesi. Ma, allo stesso tempo purtroppo, è stata manifestata anche la quasi totale mancanza di coordinamento delle operazioni di salvataggio e/o di supporto tecnico e logistico da parte delle strutture statali. Dichiarazioni di vicinanza e di solidarietà con i terremotati sono arrivate anche dai più alti rappresentanti degli Stati e dei governi di molti paesi, da ogni parte del mondo. Compresa anche quella di Papa Francesco. Il Santo Padre, indirizzandosi al popolo albanese, che “ha sofferto così tanto questi giorni”, scriveva che “l’Albania è stato il primo Paese europeo che ho voluto visitare (lo ha fatto il 21 settembre 2014; n.d.a.) […]. Prego per le vittime, per i feriti e le [loro] famiglie. Dio benedica questo popolo che lo amo così tanto!”.

    Tra i primi ad intervenire, poco dopo la prima scossa del terremoto, sono state anche le strutture della polizia di Stato. Hanno lavorato, in condizioni difficili e spesso anche proibitive, con abnegazione e senza risparmiarsi per ore e ore, cercando di salvare vite umane. Ma purtroppo, a loro mancavano i mezzi, la necessaria strumentazione e anche l’indispensabile addestramento per i casi del genere. Tutto ciò purtroppo si è verificato in questi giorni. E non per colpa dei singoli individui appartenenti alle strutture della polizia di Stato, ma di tutti quelli che hanno l’obbligo istituzionale di farlo. Quello però che non hanno potuto fare le forze albanesi lo hanno fatto le strutture specializzate di altri Paesi. Comprese anche quelle del Kosovo, nonostante abbiano pochi anni di esperienza. Tutte, nessuna esclusa, strutture ben equipaggiate con tutto il necessario e molto bene addestrate, hanno lavorato e salvato tante vite umane, estraendo vive delle persone dalle macerie.

    Sono stati tanti, innumerevoli, i casi da evidenziare. Ma per un particolare simbolismo merita una particolare attenzione quello del Teatro Nazionale. Sembra strano, ma è proprio così. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di quello che sta succedendo, dal febbraio 2018 ad oggi, con il Teatro e con i ridicoli e infondati “argomenti” del primo ministro, del sindaco di Tirana e di tanti altri luridi leccapiedi corrotti, riguardo all’edificio del Teatro Nazionale. Tutti loro hanno cercato, dal 1998 in poi, di convincere l’opinione pubblica che quell’edificio era pericolante e perciò si doveva abbattere! Però i due ultimi forti terremoti che hanno colpito anche la capitale, quello del 21 settembre scorso e quello del 26 novembre, hanno dimostrato proprio l’esatto contrario. E cioè che nemmeno una piccolissima crepa si è verificata in quell’edificio, lasciato appositamente senza la dovuta e ordinaria manutenzione, proprio per farlo sembrare fatiscente e pericolante. Martedì scorso, pochissime ore dopo il terremoto, la piazzetta del Teatro Nazionale è diventata il primo punto di raccolta degli aiuti umanitari per i terremotati. Sono stati a migliaia i cittadini di Tirana, i quali per diversi giorni hanno portato abbigliamento e/o generi alimentari per i terremotati bisognosi. Tutto ciò, mentre le strutture governative e/o statali erano completamente inesistenti e inoperanti!

    Durante tutti questi giorni, dopo il terremoto del 26 novembre scorso, sono tanti, veramente tanti, i cittadini che, purtroppo, denunciano gli abusi per la distribuzione degli aiuti, soprattutto quelli di primissima necessità come l’acqua, il cibo, l’abbigliamento, le coperte e le tende. Non è stata costituita neanche una struttura, un quartiere generale per gestire l’emergenza. Anzi, si è verificata una totale mancanza di coordinamento e di organizzazione, necessarie in simili casi. Denunce che la propaganda governativa, primo ministro in testa, sta cercando, con tutti i modi e i potenti mezzi mediatici, di soffocare, affievolire e, se possibile, contrariare. Il primo ministro, come sempre, invece di gestire la grave situazione ha scelto l’apparenza mediatica ogni giorno, per ore e ore intere. Proprio lui, che in questi giorni ha abusato anche con la morte, la disgrazia e la tragedia umana, per “usurpare” per ore e ore lo spazio mediatico, invece di tacere e fare mea culpa. Questi giorni dovrebbero e dovranno essere soltanto dei cittadini che hanno tanto subito dal terremoto. Tutta l’attenzione dovrebbe e dovrà essere soltanto per loro e non per le volgari messinscene propagandistiche del primo ministro. Vergogna!

    Quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni in Albania ha dimostrato un’allarmante realtà relativa alla (in)capacità delle strutture governative e/o statali. Quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni, ha dimostrato il fallimento e, spesso, anche l’inesistenza dello Stato. Tutto ciò mentre il primo ministro, dal 2013, si vanta che “si sta costituendo lo Stato”! Che in realtà suona come “io sto costituendo lo Stato”. Forse un lapsus freudiano che lo porta ad un passo da “L’État, c’est moi – lo Stato sono io” di Luigi XIV.

    Chi scrive queste righe in questi giorni si è ricordato spesso della sopracitata famosissima fiaba di Hans Christian Andersen. Perché trova delle impressionanti somiglianze. Per prima quella tra il primo ministro e l’imperatore, colui “che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza”, come scriveva Andersen. Ma anche della somiglianza tra i tessitori truffatori e gli imprenditori che hanno costruito, contro ogni regola, quegli edifici crollati come “castelli di sabbia” e che hanno causato tutte quelle vittime. Ma anche la somiglianza tra i ministri dell’imperatore con i “castrati” luogotenenti e consiglieri del primo ministro. Chi scrive queste righe si ricorda del bambino della fiaba che gridò “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”. Egli pensa che ormai il popolo albanese dovrà reagire unito e determinato per allontanare definitivamente quell’irresponsabile individuo, il primo ministro.

  • Stampelle in sostegno del male

    Non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

    Karl Popper

    Il nostro lettore la settimana scorsa ha avuto modo di informarsi sulle consapevoli, continue e gravi violazioni della Costituzione in Albania. E quelli che lo hanno fatto sono stati e sono tuttora i rappresentanti della maggioranza governativa. Lo hanno fatto ubbidendo agli ordini partiti dai più alti livelli politici. Eseguendo e soddisfacendo così le ambizioni e le volontà del primo ministro per controllare tutto e tutti. Ma quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania evidenzia, tra l’altro, quel male che sta cercando di divorare anche quel poco che potrebbe essere rimasto ancora di sano nella politica e nella società albanese.

    In questi ultimi giorni si sta ulteriormente intensificando lo scontro tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Scontro che sta dimostrando, per quello che realmente è, tutto il marcio che, sempre più pericolosamente, sta soffocando le istituzioni statali e non solo. Il presidente della Repubblica, con il diritto e il dovere del rappresentante della più alta istituzione dello Stato, sta accusando il primo ministro e alcuni dirigenti delle istituzioni del sistema della giustizia. L’accusa è molto grave: violazioni intenzionali e continue della Costituzione albanese con lo scopo di controllare completamente e per lungo tempo tutte le istituzioni del sistema della giustizia. Riferendosi a questa grave e allarmante realtà, il 15 novembre scorso il Presidente della Repubblica ha dichiarato che egli “ha l’obbligo di dire al popolo che qui (in Albania; n.d.a.) è tutto finito con lo Stato del diritto”. Secondo il Presidente, se svanisse anche questo sforzo che lui stia facendo per difendere la Costituzione, e cioè se “il primo ministro e i suoi catturassero e controllassero anche la Corte Costituzionale”, allora al popolo rimangono soltanto tre scelte: “o prendere le armi”, cosa che è inaccettabile per il Presidente, o accettare la situazione e “sottoporsi ad una dittatura”, oppure “andare via dall’Albania”.

    In seguito, il 22 novembre scorso, il Presidente, durante una conferenza stampa, dichiarava che la Costituzione della Repubblica d’Albania “si sta palesemente e violentemente calpestando, con un solo scopo: quello di concentrare tutti i poteri nelle mani del primo ministro attuale”. Secondo il Presidente, in Albania “il governo non rende conto a nessuno” e che “il potere esecutivo è [ormai] unificato con quello legislativo”. E per di più, il Parlamento sta violando palesemente la Costituzione, diventando così lui stesso un’istituzione anticostituzionale, perché da qualche mese non ha più la possibilità di avere 140 deputati, come prevede la Costituzione. Però nel frattempo il Parlamento ha approvato più di venti leggi, non decretate dal Presidente della Repubblica, perché giudicate come anticostituzionali e che impattano vistosamente con l’interesse pubblico. E visto che ormai sta diventando consuetudine che in Parlamento si approvano delle risoluzioni che non hanno potere obbligatorio, ma servono soltanto da facciata per la propaganda governativa, il presidente della Repubblica ammoniva il 22 novembre scorso che “L’Albania non si governa con le risoluzioni, ma soltanto con la Costituzione!”. Durante la stessa conferenza stampa, considerando con la massima responsabilità istituzionale l’allarmante situazione, il presidente della Repubblica ha dichiarato che egli chiederà “l’appoggio di tutto il popolo albanese tramite un Referendum per difendere la Repubblica”! Perché, secondo il Presidente, “sarà il popolo albanese, e soltanto lui, a decidere se accettare di ritornare alla dittatura, oppure di difendere la democrazia”. Il Presidente è convinto che con il Referendum il popolo si può esprimere direttamente e consapevolmente e che la decisione diretta del popolo è al di sopra di ogni altra decisione. Una proposta, quella del Referendum, che il Presidente sta articolando in questi ultimi giorni sempre con più determinazione e forza. Venerdì scorso ha promesso che oggi tratterà dettagliatamente questo argomento, in modo che tutti i cittadini possano capire meglio e rendersi responsabili del loro potere. Di fronte a queste forti e dirette accuse, la reazione del primo ministro e/o dei suoi ubbidienti e sottomessi luogotenenti rimane sempre la solita: battute banali in politichese, cercando, come di consuetudine, di schivare le dirette responsabilità istituzionali e/o personali.

    Durante questi ultimi giorni il Presidente della Repubblica, oltre al primo ministro e alcuni alti dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, ha accusato, senza mezzi termini e come mai era accaduto prima, anche i soliti e ben presenti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli diplomatici che quelli delle istituzioni internazionali, soprattutto le rappresentanze in Albania dell’Unione europea e dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Per il Presidente loro sono diventati degli “stracci nelle mani del primo ministro”. Proprio essi, che con il loro operato, in palese violazione della Convenzione di Vienna, hanno dimostrato di essere semplicemente dei “corrotti”, dei “pagliacci internazionali”, “ridicoli” e “buffoni”. In più il Presidente, con una lettera ufficiale ha informato l’Ufficio dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, dando anche le sue spiegazioni, che dal 18 novembre 2019 il loro rappresentante in Albania “non era più benaccetto presso l’Istituzione del Presidente della Repubblica”.

    Sono stati proprio loro, i soliti “rappresentanti internazionali”, che hanno, in vari modi, aiutato il primo ministro a “personalizzare” la riforma della giustizia, facendola diventare, nolens volens per loro, un’impresa fallita nel suo obbiettivo primario e fondamentale. E cioè una riforma che doveva garantire la divisione definitiva e l’indipendenza del sistema della giustizia dagli altri poteri, nonché a renderlo “insensibile” da qualsiasi influenza e/o ubbidienza politica. Invece e purtroppo è successo proprio il contrario. Grazie anche al sempre presente appoggio pubblico dei soliti “rappresentanti internazionali” al primo ministro, nella sua irresponsabile e pericolosa corsa verso la restaurazione di una nuova dittatura. E grazie anche a loro adesso, fatti alla mano, il primo ministro controlla tutto. L’ultimo baluardo, l’ultima roccaforte da prendere è ormai la Corte Costituzionale. E con essa anche alcune altre istituzioni del sistema della giustizia, ancora da costituire, come previste dalla “Riforma”.

    Nel frattempo, i soliti “rappresentanti internazionali”, per giustificare il loro fallimento totale con la “Riforma” del sistema della giustizia, hanno dichiarato e dichiarano “successi” inesistenti. Loro stanno cercando anche di giustificare i tanti milioni, in Euro e/o dollari statunitensi, che è costata per i cittadini europei e per quelli oltreoceano la “riforma”.  Purtroppo quanto loro stiano facendo, non solo li rende sempre più ridicoli e incredibili, ma grava anche sulla credibilità delle istituzioni che rappresentano, soprattutto quelle europee.

    Chi scrive queste righe, visto anche quanto sta accadendo in queste ultime settimane, valuta che tutte le persone responsabili, non solo in Albania, dovranno, unite, far fronte e bloccare ogni ulteriore tentativo del primo ministro di controllare totalmente il sistema della giustizia. Egli è convinto che bisogna fare tutto il possibile per impedire che ciò possa realmente accadere. Impedire anche ai soliti “rappresentanti internazionali” di diventare delle stampelle in sostegno del male, in cambio di chissà cosa. Aveva ragione Karl Popper: non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

  • La Costituzione come cartastraccia

    Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra
    della legge e sotto il calore della giustizia.

    Montesquieu

    Sì, in Albania la Costituzione sta diventando, ogni giorno che passa, proprio una cartastraccia, nonostante dovrebbe essere la legge fondamentale dello Stato. Ma purtroppo ormai niente dovrebbe più stupire di tutto ciò che sta accadendo, essendo semplicemente delle conseguenze dirette e/o derivate di una strategia ben ideata e altrettanto ben messa in atto dal primo ministro e dai massimi rappresentanti della sua maggioranza governativa.

    Un’ulteriore e grave dimostrazione della palese e consapevole violazione della Costituzione è stata verificata la scorsa settimana. Lunedì 11 novembre, con la loro ubbidienza da sottomessi, i deputati hanno approvato tre nuovi giudici della Corte Costituzionale. Proprio di quella Corte che non funziona più da due anni, perché priva di giudici. Periodo quello durante il quale sono state approvate dal Parlamento diverse leggi “speciali”, clientelistiche e abusive, senza fare esistere più la possibilità di presentare ricorso presso l’unica istituzione custode della Costituzione: la Corte Costituzionale. Periodo che però è servito al primo ministro e ad alcuni raggruppamenti occulti, criminalità organizzata compresa, di portare avanti i loro progetti. Ma visto gli sviluppi politici degli ultimi mesi e le tante grandi difficoltà politiche e/o istituzionali, di fronte alle quali si trova ormai il primo ministro, il completamento con i giudici della Corte Costituzionale non si poteva posticipare ulteriormente. Non solo, ma questo attuale potrebbe essere risultato agli “strateghi” del primo ministro come il momento più opportuno per “scegliere” e poi “votare” in Parlamento tutti i giudici mancanti. Le cattive lingue dicono però che la fretta di completare e far funzionare adesso la Corte Costituzionale, violando consapevolmente e gravemente quanto previsto dalla Costituzione, dovrebbe avere dei seri ed importanti motivi. Soprattutto per gli anni a venire. Le cattive lingue dicono che i nuovi giudici potrebbero “ricambiare”, a tempo debito, la loro gratitudine al “benefattore”, il quale è tutt’altro che uno stinco di santo. E le cattive lingue non è che si sono sbagliate più di tanto in questi ultimi anni, anzi!

    Tornando alla votazione in Parlamento di lunedì scorso, 11 novembre, bisogna che il lettore capisca anche le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi in vigore. Il Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia, un organo amministrativo creato nell’ambito della Riforma della Giustizia, ha l’obbligo istituzionale di verificare, scegliere, preparare delle liste separate, in ordine graduatorio, dei pretendenti giudici. Il Consiglio dovrebbe preparare e mandare le graduatorie prima al Presidente della Repubblica poi al Parlamento e, infine, alla Corte Suprema. Anche questa Corte però purtroppo non funziona più in Albania! Perciò rimangono soltanto il Presidente della Repubblica e il Parlamento, le due istituzioni che devono decidere e scegliere le loro candidature per i nuovi giudici della Corte Costituzionale. Si doveva scegliere e decidere per quattro giudici. La Costituzione prevede che per ogni posto vacante si devono presentare tre candidature. Perciò le liste, quelle per il Presidente e per il Parlamento, dovrebbero avere avuto ognuna 12 nomi. Invece il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia ha mandato, con ritardo, due liste con gli stessi nomi, composte soltanto di quattro candidature. Due violazioni della Costituzione allo stesso tempo. Le liste sono state consegnate senza rispettare la priorità di scelta, di decisione e dell’espressione della volontà da parte del Presidente della Repubblica. Soltanto dopo si dovevano mandare le candidature al Parlamento. In più, lunedì 11 novembre, il Parlamento, da quella lista, ha votato non una, ma ben due candidature. Un’altra violazione della Costituzione. E “approfittando” del fatto che il Presidente non si era espresso con una sua scelta, la candidata, prima in graduatoria, è stata “automaticamente promossa” dalla maggioranza governativa. Ovviamente i suoi “consiglieri giuridici” hanno trovato dei cavilli legali, arrampicandosi sugli specchi. Ma sempre di cavilli si tratta. In più la Costituzione prevede anche che ogni candidato, per diventare giudice della Corte Costituzionale, deve giurare, mano sulla Costituzione, di fronte al Presidente della Repubblica. Cosa che non ha fatto però quella candidata “automaticamente promossa”. Ha scelto invece di ufficializzare il suo nuovo ed ambito incarico con una sua dichiarazione di fronte ad un notaio! Nell’arco di pochissimi giorni diverse violazioni della Costituzione. Come mai e chissà perché?!

    Quanto è accaduto lunedì scorso e quello che poi è successo nei giorni seguenti non poteva non suscitare forti reazioni e aspri attriti. Uno dei quali è quello tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Durante alcune conferenze stampa e delle interviste, il Presidente ha evidenziato e commentato tutte le violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore. Invece il primo ministro, in mancanza di convincenti argomenti giuridici, ha “scelto” di affrontare questa grave ed allarmante situazione, come delle battute. Come ha fatto sempre quando si trova in difficoltà e quando non può tacere. In più il presidente ha annunciato venerdì scorso che presenterà una denuncia penale contro il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia per le sue evidenziate violazioni della Costituzione e delle leggi, derivanti conseguenze comprese. Lo dovrebbe presentare oggi. Da sottolineare che il capo del sopracitato Consiglio è un giudice, molto vicino alla maggioranza governativa, il quale mentre la dittatura comunista stava crollando in Albania, condannava con 15 anni di prigione, per atti terroristici, alcuni cittadini che avevano abbattuto la statua di Stalin!

    Quanto è accaduto lunedì scorso in Parlamento è stato subito “salutato e applaudito” però dagli immancabili “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che ormai sono ben noti per la loro irresponsabilità istituzionale e professionale, per la loro “sottomissione” e il loro incondizionato e continuo appoggio al primo ministro, nonché per la loro avidità di approfittare da ogni occasione. Sono proprio quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania che a Bruxelles, i quali, calpestando palesemente i loro diritti e/o doveri istituzionali, hanno causato tanti danni e tante sofferenze agli albanesi. Sono gli stessi e/o loro simili, precedentemente molto attivi in Albania, i quali hanno sempre sostenuto il primo ministro nell’attuazione della sua diabolica strategia che niente ha a che fare con il bene dell’Albania e degli albanesi. Lo hanno fatto anche lunedì scorso, mentre il primo ministro e i suoi subordinati avevano calpestato la Costituzione senza scrupolo e come se niente fosse. Dando, per l’ennesima volta, la possibilità al primo ministro di usare come scudo le loro irresponsabili dichiarazioni. E così facendo, i soliti “rappresentanti internazionali” appoggiano anche la restaurazione della dittatura in Albania.

    Chi scrive queste righe ricorda e valuta quanto ha detto Papa Francesco durante l’Angelus del 13 ottobre 2019, riferendosi all’ultimo conflitto tra l’esercito turco e i curdi della Siria del nord. Rivolgendosi a “tutti gli attori coinvolti e anche alla Comunità Internazionale” il Papa rinnovava ad essi l’appello “ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza”. Cosa che non hanno fatto i “rappresentanti internazionali” in Albania. Permettendo così anche di far diventare la Costituzione simile ad una cartastraccia. E sostenendo una tirannia da esercitare all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

  • Niente dovrebbe stupire più

    Il crimine e il vizio sono le due corna del diavolo.

    Victor Hugo

    Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Finiva così un periodo buio, il periodo delle dittature comuniste nei paesi dell’Europa dell’Est. Albania compresa, anche se era l’ultimo di quei paesi a liberarsi, nonostante quella albanese fosse stata la più sanguinosa. Ma 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino e 29 anni dopo il crollo del regime comunista, purtroppo adesso in Albania si sta tornando di nuovo verso la dittatura. Anzi, una dittatura sui generis è ormai già stata restaurata in Albania. Si tratta di una dittatura “gestita” dall’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata e pochi oligarchi. Adesso in Albania, fatti alla mano, il primo ministro controlla quasi tutto. Controlla tutti i poteri di un normale sistema democratico. Perché oltre al potere esecutivo e a quello legislativo, ormai lui controlla anche il sistema della “giustizia riformata” e dei media. E, tramite lui, controllano tutto anche i suoi “alleati”: la criminalità e gli oligarchi. L’unica incertezza è che non si sa bene chi controlla realmente chi e cosa.

    Niente dovrebbe stupire più di quello che sta accadendo in Albania. Ormai dire che la criminalità organizzata abbia la protezione e collabori con i più alti livelli del potere politico è come sfondare una porta aperta. Perché, purtroppo, si tratta di una realtà vissuta e documentata. Si tratta di una connivenza che rappresenta uno dei pilastri della strategia concepita e messa in atto dall’attuale primo ministro e dai suoi collaboratori dal 2013 in poi. Una strategia che ha permesso a lui di salire e consolidare il suo personale potere. Ma che, allo stesso tempo, ha permesso alla criminalità organizzata di avere tutta la necessaria protezione e tutti gli spazi necessari garantiti per svolgere le sue attività. Come ha permesso anche ad alcuni, pochi oligarchi di arricchirsi a dismisura, approfittando dalla “generosità” governativa. Quella scelta ed attuata in Albania dal 2013 in poi è una strategia che però sta portando il paese, ogni giorno che passa, verso una nuova dittatura, ma altrettanto pericolosa. Si tratta di una dittatura che, però, è diabolicamente camuffata da una parvenza di fasullo pluralismo politico. Tutta una messinscena propagandistica per cercare di nascondere la ben radicata e capillare connivenza della criminalità organizzata con i massimi rappresentanti del potere politico e delle istituzioni statali. I fatti e le testimonianze di una simile realtà sono ormai di dominio pubblico. La massiccia coltivazione, in tutto il territorio, della cannabis e il suo illecito traffico verso i paesi confinanti è ormai una cosa evidenziata, denunciata e resa pubblicamente nota non solo in Albania. Così come lo smistamento e/o il traffico illecito della cocaina, dell’eroina e di altre droghe. E come il riciclaggio del denaro sporco e altre attività criminali. Una realtà, quella in Albania, la quale ha preoccupato e tuttora preoccupa seriamente le strutture specializzate in diversi paesi europei e che rappresenta l’essenza e il contenuto della sopracitata strategia messa in atto con successo nel Paese in questi ultimi anni. Di tutto ciò è stato messo al corrente costantemente e a tempo debito anche il nostro lettore.

    Il sistema della giustizia, uno dei tre basilari poteri che in un normale paese democratico dovrebbe essere un potere indipendente dagli altri due, in Albania, fatti e documenti alla mano, è un potere completamente, vergognosamente e pericolosamente controllato dal primo ministro e dai suoi “compari”. Quanto è accaduto il 1o novembre scorso è stata un’ulteriore e molto significativa testimonianza di una grave e paurosa realtà. La falsità della propaganda governativa, diretta personalmente dal primo ministro, che cerca affannosamente di far credere e convincere che “il nero è bianco”, proprio quella falsità è stata ulteriormente sgretolata da un attentato avvenuto il pomeriggio del 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo. È stata assalita e colpita da decine di colpi di kalashnikov una macchina nella quale viaggiavano un procuratore della procura di Durazzo e un noto criminale della zona. Un rappresentante del sistema della giustizia e uno della criminalità organizzata. Tutti e due amici, come ha dichiarato in seguito il procuratore. Tutto accadeva poco dopo che i due avevano pranzato insieme in un ristorante. Dai proiettili sono rimasti feriti sia il procuratore che il criminale. Mentre l’autista del procuratore, pagato privatamente da lui, ferito gravemente durante l’attentato, purtroppo è deceduto una settimana dopo in ospedale. I media hanno seguito per giorni tutto quanto è accaduto. Anche perché il caso, di per sé, rappresenta realmente quanto accade in Albania; rappresenta il legame del “mondo di mezzo” con il potere politico e il sistema corrotto della giustizia. Ma rappresenta, soprattutto, la quintessenza della sopracitata strategia adottata ed attuata dal primo ministro e dai suoi. E proprio il primo ministro, alcune settimane fa, dall’aula del Parlamento, aveva tuonato e accusato quel procuratore. Lo hanno fatto in seguito anche il suo vice e altri ancora. Tutto perché il procuratore rappresentava l’organo d’accusa in un processo dove si stava giudicando il direttore dell’ipoteca di Durazzo per delle procedure abusive e corruttive, legate a passaggi illeciti di proprietà terriera. Si tratta di una area, quella di Durazzo, dove si intrecciano grandi interessi e/o scontri economici e criminali. Comprese le attività legate al traffico internazionale dei stupefacenti. Dopo l’attentato però il primo ministro non ha detto una parola. Proprio lui che non smette mai di dichiarare a voce, scrivere e commentare nei siti in rete, anche per delle cose di poca importanza. Uno dei suoi vizi. Chissà perché?!

    Tornando alle cronache dell’attentato, si è fatto sapere che nel portabagagli della macchina del procuratore sono stati trovati documentazione e fascicoli di alcuni tra i più scottanti processi giudiziari degli ultimi anni. Fascicoli che sono stati “rubati” mesi fa, una volta dagli uffici della posta e l’altra proprio dagli uffici della procura di Durazzo! Come mai? E quali interessi rappresentavano il procuratore e il suo amico che era con lui in macchina? Quest’ultimo, un noto criminale, risulta essere una persona coinvolta direttamente anche nei brogli elettorali a favore del partito del primo ministro. Insieme con altri criminali e funzionari delle istituzioni locali e con l’allora sindaco di Durazzo, persona molto vicina al primo ministro albanese. Una potente struttura quella, ben organizzata per controllare e/o manipolare i risultati elettorali. Tutto ciò lo dimostrerebbero delle intercettazioni telefoniche, pubblicate alcuni mesi fa da alcuni noti media internazionali. E tutto ciò come parte integrante della sopracitata strategia adottata e attuata dal primo ministro dal 2013 in poi. Di quella strategia che ha permesso ai criminali di diventare deputati e sindaci e ai pochi oligarchi di arricchirsi e per poi dividere la ricchezza con chi ha permesso tutto ciò.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania il più grande investitore sia la criminalità organizzata, insieme con i pochi oligarchi e in connivenza con il potere politico. L’unica cosa incerta sono le quote di partecipazione negli investimenti. L’autore di queste righe pensa anche che il perché di quanto è accaduto il 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo meglio di tutti lo potrebbe e lo dovrebbe chiarire il primo ministro albanese. Proprio lui che ha pubblicamente accusato alcune settimane fa, in Parlamento, il procuratore ferito nell’attentato. Se chiamato dalla procura però. Cosa che sembrerebbe al limite del possible. O meglio, impossibile.

  • Piroette geopolitiche e alleanze instabili

    Attenzione a scegliere e dichiarare alleanze e alleati!
    Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari.

    Da diversi mesi prima della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre scorso, essendo certo della  decisione negativa, il primo ministro albanese “minacciava” l’Unione europea e/o i singoli paesi dell’Unione con l’imminente pericolo proveniente da “certe influenze di paesi terzi, pronti a intervenire nella regione balcanica”. E non si faceva fatica a capire che quei “paesi terzi”, ai quali faceva lui riferimento, erano la Russia, la Cina, la Turchia e altri ancora. Ma le ‘minacce’ del primo ministro albanese non hanno influenzato la decisione dei capi di stato e di governo degli Stati membri dell’Unione. Il 18 ottobre scorso il Consiglio europeo ha chiuso in faccia la “porta europea” al primo ministro albanese. Con quella chiusura si sono sgretolate anche tutte le montature propagandistiche, sue e dei suoi. Per spostare l’attenzione dell’opinone pubblica da quella clamorosa sconfitta, il primo ministro e la propaganda governativa hanno subito accusato il presidente francese Macron come “l’unico nemico”. Accuse immediatamente smentite dal diretto interessato, accusando e schiaffeggiando, a sua volta, la misera propaganda del primo ministro e dei suoi, rendendo anche pubblico, quanto era accaduto realmente durante la riunione del Consiglio europeo, mentre si discuteva e si decideva sull’Albania. Il primo ministro albanese però ha fatto, come suo solito, orecchie da mercante e, con i suoi, ha pensato alla prossima mossa diversiva. Perché lui da tempo non governa più il paese, ma i suoi fallimenti e gli scandali continui, che coinvolgono lui e i suoi, cercando disperatamente di inventare l’ennesima diversione propagandistica per deviare l’attenzione pubblica.

    Questa volta al primo ministro albanese l’occasione è stata offerta da una conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali (US Policy in the Western Balkans), svoltasi a Tirana il 28 ottobre scorso. Ma questa volta la “scelta” non passa tramite il suo “amico e alleato strategico”, il presidente turco Erdogan. Il primo ministro albanese questa volta ha dichiarato “amore eterno” agli Stati Uniti d’America e ha fatte sue le scelte geopolitiche del presidente Trump nei Balcani occidentali. Proprio lui che, mentre la campagna elettorale negli Stati Uniti del 2016 era in pieno svolgimento, dichiarava più che convinto di non avere “nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. E pregava Dio che Trump non fosse eletto presidente. Ma dopo che le sue preghiere non sono state ascoltate e Trump fu eletto, il primo ministro albanese dichiarava che le sue opinioni espresse precedentemente erano non per il presidente Trump, ma per il “candidato Trump”! Senza batter ciglio e come se nulla fosse, il primo ministro albanese si “giustificava” per le sue precedenti parole, dichiarando che lui era diventato, dopo pochi mesi, convintamente contrario a quello che aveva detto prima e che “desiderava il successo del nuovo presidente degli Stati Uniti” (Sic!). La famosissima favola di Esopo, La volpe e l’uva, insegna sempre certi cambiamenti di atteggiamento.

    Durante la sopracitata conferenza sulla politica degli Stati Uniti nei Balcani occidentali, la rappresentante dell’ambasciata statunitense, riferendosi alla regione, dichiarava che la Russia “insiste nell’esportare nient’altro che il caos”. Lei ha parlato anche di un concreto pericolo per la regione, proveniente anche da altri paesi. E il primo ministro albanese ha fatto subito suo quanto è stato detto durante quella conferenza. Come se niente fosse lui ha trovato un nuovo “nemico pericoloso”; la Russia. Il gruppo parlamentare del suo partito ha subito presentato in Parlamento due giorni dopo, e cioè il 30 ottobre scorso, la bozza di una Risoluzione riguardante l’ingerenza russa in Albania, nella quale si elencano i tanti pericoli che possano seriamente danneggiare nel futuro l’Albania, le sue istituzioni e altro ancora.

    Ovviamente non poteva mancare l’immediata e dura reazione da parte dell’ambasciata della Federazione Russa a Tirana. Nella sua dichiarazione ufficiale si scriveva, tra l’altro, che “…ogni volta che siamo stati accusati di ingerenze negli affari interni di Tirana, noi abbiamo aspettato con impazienza almeno anche una prova di ciò. Ma i nostri amici albanesi non hanno potuto presentare neanche una prova.”. E in quella dichiarazione non poteva mancare neanche una “freccia avvelenata” indirizzata agli Stati Uniti. “È increscioso che tutto ciò stia palesemente accadendo in seguito ad un tacito accordo con l’ambasciata statunitense (ah sì, questa non si può chiamare ingerenza negli affari interni)….” si leggeva in quella reazione ufficiale dell’Ambasciata della Federazione Russa a Tirana.

    Quest’ultima “scelta di alleati e avversari” del primo ministro albanese urta clamorosamente con quell’altra, fatta circa due anni fa. Allora il primo ministro aveva scelto di appoggiare altri. Una scelta pubblicamente espressa il 21 dicembre 2017, mentre all’ONU il rappresentante della delegazione albanese ha votato contro la decisione degli Stati Uniti d’America, di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele. Era una decisione personale del primo ministro, non consultata con nessun’altro, presidente della Repubblica compreso. Anzi, quest’ultimo ha immediatamente scritto una lettera al suo omologo statunitense, per esprimergli il suo profondo rammarico riguardo a quel voto dell’Albania all’ONU. La reazione scatenata in quel periodo in Albania era stata trasversale e tutta contro la “scelta” del primo ministro. Una scelta considerata come inopportuna, completamente sbagliata, che non analizzava e valutava la reale importanza degli alleati e delle alleanze a lungo termine. Una “scelta” personale, che non prendeva in considerazione neanche gli attuali e/o possibili sviluppi geopolitici e il loro impatto nella regione balcanica e altrove. Comprese anche tutte le inevitabili conseguenze di una simile scelta. Una “scelta” però quella del primo ministro albanese che, in quel periodo, accontentava il suo amico e alleato, il presidente turco Erdogan. Chissà cosa ha avuto in cambio? La cattive lingue ne hanno parlato tanto in quell’occasione. In realtà, riferendosi a diverse e tante fonti mediatiche, sia albanesi che straniere, risulterebbe che per delle ragioni del tutto non istituzionali e occulte, il primo ministro albanese, o chi per lui, da alcuni anni stia “tramando” con gruppi e rappresentanti imprenditoriali e/o singoli individui di nazionalità turche, russe, cinesi ecc.. Come sempre le cattive lingue ne dicono tante cose, ne dicono di cotte e di crude. Hanno parlato e lo stanno facendo tuttora. Parlano di concessioni aeroportuali, nel campo del petrolio, delle infrastrutture, dell’edilizia, del turismo e altro. Chissà se hanno avuto ragione anche questa volta?!

    Chi scrive queste righe è convinto che, come è stato espresso anche durante la sopracitata conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, gli Stati Uniti sono attenti a quanto stia accadendo nei Balcani. Ma oltre agli Stati Uniti, oltre all’Unione europea e alcuni singoli paesi dell’Unione, anche la Russia, la Turchia, la Cina ecc., hanno degli interessi geopolitici nei Balcani. Dipende però dai paesi balcanici con chi allearsi e perché. L’autore di queste righe pensa però che bisogna essere molto attenti a scegliere e dichiarare alleanze e alleati. Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché le piroette geopolitiche e le alleanze instabili chiederanno sempre un prezzo da pagare.

  • Il vizio continua

    Quanto più vigorosa e credibile è l’opposizione, tanto più democratico è il Paese.

    Antonio Martino

    Con il moto “Il Cile si è svegliato!”, circa due settimane fa i cittadini cileni sono scesi numerosi in piazza per protestare contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago nelle ore di punta. Un piccolo aumento, di meno del 4%, da 800 a 830 pesos cileni, ma che ha scatenato una forte protesta. Altre proteste sono state svolte da allora, nonostante il 19 ottobre scorso sia stato dichiarato lo stato d’emergenza e il coprifuoco nella capitale. Venerdì scorso, proprio a Santiago, nell’ottavo giorno delle continue manifestazioni contro il governo, erano scesi in piazza più di un milione di cittadini. Di fronte a queste proteste, il presidente cileno ha proposto al Congresso una “profonda agenda sociale” e ha promesso la revoca dello stato d’emergenza e del coprifuoco a Santiago, nonché un ampio rimpasto del governo. Tutto ciò dopo aver annullato, giorni fa, anche la decisione dell’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana. Le proteste dei cittadini cileni stanno dando i primi risultati.

    Continuano le proteste anche a Hong Kong. Sono iniziate il 31 marzo 2019 contro un disegno di legge, presentato per la prima volta nel febbraio scorso, che prevedeva l’estradizione dei latitanti verso paesi con i quali non ci sono degli appositi accordi. I cittadini erano preoccupati che, se approvata, una simile legge poteva permettere la violazione dei loro sanciti diritti, previsti dalla legislazione di Hong Kong, con il rischio di finire sotto il sistema giuridico della Repubblica Popolare Cinese. Perché Hong Kong gode dal 1997, dopo 150 anni di colonizzazione britannica, di uno stato di “appartenenza indipendente” dalla Cina, prevista dalla formula negoziata “Una Cina, due sistemi”. Da quel 31 marzo le proteste continuano, nonostante gli scontri violenti tra i manifestanti e la polizia siano diventati sempre più massicci, radunando per le strade centinaia di migliaia di cittadini in rivolta. In seguito all’aumento della pressione popolare, il 9 luglio scorso il disegno di legge è stato ritirato. Ma i cittadini indignati non hanno smesso di protestare. Anzi, continuano ancora più determinati a protestare ogni sabato. L’ultimo, in ordine di tempo, sabato scorso. I cittadini chiedono le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, l’avvio di un’inchiesta sulle violenze dalla polizia durante le proteste, il rilascio di coloro che sono stati arrestati e soprattutto maggiori libertà democratiche. I cittadini continueranno a protestare per quei diritti, decisi a non indietreggiare.

    Si sta protestando in Cile e a Hong Kong, così come anche in altre parti del mondo. Ma non si protesta più in Albania, dove, dal 16 febbraio 2019, erano cominciate le massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno, la corruzione e tanto altro. L’ultima grande protesta nazionale, la decima, è stata svolta a Tirana l’8 luglio scorso. Da allora in poi però nessun’altra protesta, nonostante la situazione sia stata ulteriormente aggravata, mentre i dirigenti dell’opposizione promettevano altre massicce proteste contro il malgoverno, fino all’allontanamento definitivo del primo ministro. Nel gennaio 2019, quando i dirigenti dell’opposizione albanese decisero di cominciare le proteste, si stava protestando anche in Venezuela. E le richieste dell’opposizione albanese erano simili a quelle dei manifestanti venezuelani. Tra cui le dimissioni immediate del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio con compiti ben definiti per portare il paese verso le elezioni politiche anticipate e per garantire elezioni libere, democratiche e non più controllate dal governo e dalla criminalità organizzata, come era precedentemente accaduto. I dirigenti dell’opposizione, chiedendo ai cittadini una massiccia partecipazione per la protesta del 16 febbraio, avevano promesso e giurato loro pubblicamente, tra l’altro, che per nessuna ragione e/o motivo avrebbero indietreggiato di un passo dalle loro richieste e che tutte le promesse fatte sarebbero state mantenute e rispettate. I cittadini albanesi hanno di nuovo creduto loro, nonostante le deludenti esperienze precedenti. Il 18 febbraio 2019 l’autore di queste righe, riferendosi alla protesta decisa e chiamata dai dirigenti dell’opposizione, informava il nostro lettore, tra l’altro, che “il 16 febbraio scorso i cittadini sono scesi in piazza numerosi. È stata una partecipazione molto significativa e, in qualche modo, anche inattesa. Perché sono state veramente tante le delusioni avute precedentemente dai dirigenti dell’opposizione in eventi simili. Soprattutto dopo il grande e clamoroso tradimento di tutte le aspettative e della fiducia data dai cittadini durante i tre mesi della “Tenda della Libertà””. Così era stata chiamata, la “Tenda della Libertà”, la protesta pacifica e ad oltranza dei cittadini a Tirana, durata per tre mesi; dal 18 febbraio al 18 maggio 2017. E guarda caso, proprio due anni dopo, il 16 febbraio 2019, cominciava la sopracitata stagione di proteste. Una coincidenza forse, ma anche questa nuova stagione è finita, deludendo le aspettative dei cittadini. Allora, 18 maggio 2017, i cittadini si sono sentiti delusi e traditi, dopo tre mesi di una crescente e convincente protesta, da un inatteso e famigerato accordo, mai reso trasparente, tra l’attuale capo dell’opposizione e l’attuale primo ministro. Accordo che ha garantito, un mese dopo, all’attuale primo ministro un secondo mandato. Chissà cosa accadrà adesso?!

    Le promesse mai mantenute dei dirigenti dell’opposizione albanese sono purtroppo una costante. Sono un vizio, le cui conseguenze stanno generando gravi conseguenze. Adesso, dopo la sopracitata decima e ultima massiccia protesta dell’8 luglio scorso, non si sente più parlare di proteste. Non si sente parlare di governo transitorio per portare il paese alle elezioni anticipate. I dirigenti dell’opposizione hanno “stranamente” dimenticato quanto dichiaravano per mesi, dal gennaio 2019, durante le proteste e fino a poco tempo fa. Non si sente più parlare neanche delle condizioni non negoziabili dell’opposizione, secondo le quali “il primo ministro deve lasciare subito il posto” e che “non si possono svolgere più elezioni con questo primo ministro”. Non si sentono più dalla bocca del capo dell’opposizione frasi come “Non c’è più compromesso con il male”, cioè il primo ministro. Oppure “Il suo allontanamento (del primo ministro; n.d.a.) è non negoziabile, per poi aprire la strada alla volontà del popolo e alle elezioni libere”. Anzi, il 23 ottobre scorso, lo stesso capo dell’opposizione ha fatto pubblicamente una dichiarazione completamente diversa. Senza batter occhio, lui ha detto che “Noi siamo pronti ad andare alle elezioni anticipate da domani”. Perché e come mai? Cos’è successo nel frattempo? Ma adesso, come minimo, lui ha il dovere istituzionale di spiegare agli albanesi che hanno protestato dal 16 febbraio per dieci volte e massicciamente se aveva mentito allora o se mente adesso. O l’una o l’altra. Perché non si possono accettare tutte e due allo stesso tempo. Fatti alla mano, sembra che l’attuale capo dell’opposizione albanese abbia il vizio di non mantenere mai le promesse pubblicamente fatte. Un vizio che continua a fare danni.

    Chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione hanno deluso e offeso di nuovo le aspettative dei cittadini. O per la loro incapacità, oppure, e malauguratamente, perché stanno seguendo altri scenari, comunque a scapito dei cittadini. Facilitando, così, la restaurazione di un nuovo regime; cosa che sta realmente accadendo in Albania. Egli è altresì convinto che una maggioranza porta il paese alla dittatura quando ha di fronte un’opposizione irresponsabile, debole e incapace.

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