Albania

  • Governano soltanto scandali

    Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi.
    Ernest Hemingway

    Alì Babà è il personaggio famoso di un altrettanto famoso racconto persiano, molto conosciuto in tutto il mondo. Si tratta di un poverissimo talgialegna, che per guadagnare quel poco che gli serviva per vivere, lavorava dalla mattina al calar della sera. Un giorno, proprio per caso, mentre stava tagliando legna, sentì delle grida e altri rumori. Alì Babà fece appena in tempo a nascondersi, quando vide un gran gruppo di persone a cavallo, che si fermarono di fronte ad un roccione. Tutti i cavalli erano carichi di sacchi e di giare. Erano i famosi e molto temuti quaranta ladroni. Poi il capo dei ladroni gridò ad alta voce “apriti Sesamo!” e, come per magia, il roccione si aprì in due parti e i ladroni entrarono dentro, in una grande caverna. Appena entrati tutti, Alì Babà sentì di nuovo la stessa voce gridare “chiuditi Sesamo” e il roccione si chiuse. Incuriosito, Alì Babà restò nascosto finché i quaranta ladroni, usciti di nuovo dalla caverna, si allontanarono, lasciando dietro un gran polverone. Poi, avvicinandosi al roccione, gridò anche lui “apriti Sesamo!”. Entrò dentro nella caverna e restò come impietrito. La caverna era piena di gioielli, di pietre preziose, di monete d’oro e moltissimi altri tesori. Era il covo nascosto dei quaranta ladroni. E poi la storia di Alì Babà continua…

    Il 14 gennaio scorso un deputato olandese ha consegnato al ministro degli Esteri del suo Paese un elenco di otto domande, riferendosi alla preoccupante realtà albanese. E non a caso, ma perché il ministro e i suoi collaboratori si stavano preparando per una visita ufficiale in Albania. Visita prevista e realizzata tre giorni dopo, e cioè il 17 gennaio 2019. Il deputato era, però, uno dei nove deputati degli Stati Generali dei Paesi Bassi, il Parlamento olandese, che sono stati in missione ufficiale in Albania all’inizio del maggio 2018. Con un compito preciso e ben definito: dovevano raccogliere dati e informazioni attendibili e ben verificati riguardanti la situazione socio-politica albanese. Alla fine della loro missione essi dovevavo preparare un rapporto per il Parlamento olandese. Tutto in vista delle decisioni che le istituzioni olandesi dovevano prendere, a fine giugno 2018, sia in sede locale che in quella europea, sull’apertura dei negoziati per l’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Perciò il sopracitato deputato è una persona che conosce bene la realtà albanese. Parte di quelle otto domande, che lui ha consegnato al ministro degli Esteri olandese, si riferivano alle violazioni fatte, dal governo albanese e/o dalle istituzioni pubbliche, governative e statali, all’Accordo di Stabilizzazione e Associazione tra l’Albania e l’Unione europea. Accordo che è entrato in vigore già dal 1º aprile 2009 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea 28 aprile 2009). Altre domande del deputato olandese per il ministro degli Esteri del suo paese riguardavano alcuni tra i tantissimi, innumerevoli e continui scandali, pubblicamente noti, in cui sono stati direttamente coinvolti, prove alla mano, il primo ministro, almeno come persona istituzionalmente responsabile, ministri del governo, e/o determinate istituzioni pubbliche, governative e statali in Albania. Scandali che riguardano clamorosi e milionari appalti pubblici. Il deputato olandese si era limitato però, soltanto ad alcuni, ma molto significativi scandali di questi ultimi mesi. Si tratta di appalti che violano palesemente non solo la legislazione albanese in vigore, ma anche le normative europee, obbligatorie per l’Albania, come previsto e sancito dagli accordi ufficiali. Una delle domande, fatta dal deputato al suo ministro, era la seguente: “Si potrebbe dare un esempio di un progetto importante in Albania, per il quale le procedure dell’appalto [pubblico] siano svolte in accordo con le regole dell’Unione europea?”. Domanda molto significativa, che rispecchia e testimonia quanto accade continuamente, da alcuni anni a questa parte, in Albania.

    Il ministro degli Esteri olandese ha svolto la sua visita ufficiale in Albania il 17 gennaio scorso. Il caso ha voluto che la sua visita avvenisse in un momento delicato, socialmente e politicamente parlando. Socialmente perché da alcune settimane continuano le proteste degli studenti e di altri gruppi di interesse, contro diversi scandali clamorosi. Scandali, sui quali dovrebbe essere stato ben informato anche il deputato olandese, prima di consegnare, il 14 gennaio scorso, il sopracitato elenco di otto domande al ministro degli Esteri del suo paese. Scandali che sono soltanto una minima parte di quelli pubblicamente noti ad oggi in Albania. E che, ovviamente, sono una minima parte di tutto quello che è realmente accaduto in Albania dal 2013 ad oggi. Ma il caso ha voluto che la visita del ministro degli Esteri olandese avvenisse anche, e soprattutto, in un momento di grande e seria difficoltà politica per il primo ministro e la sua maggioranza governativa.

    Sì, perché il 5 gennaio scorso il primo ministro, dopo la continua pressione delle proteste, ha ceduto. Ha ceduto perché non è stato in grado di controllare e/o manipolare le proteste. Ha ceduto perché hanno fallito tutti i suoi continui tentitivi per mentire, corrompere e/o minacciare i protestanti. Ha ceduto perché è diventato pubblicamente molto ridicolo con le sue dichiarazioni in dirette televisive e/o nelle reti sociali, apparendo per quello che veramente è: un incapace arrogante, che cerca di nascondere la sua incapacità e la sua vigliaccheria dietro le battute e le frasi ad effetto. Il 5 gennaio scorso, lui è stato costretto a sostituire, di punto in bianco, la maggior parte dei ministri. In realtà si doveva dimettere lui per primo. Ma non lo ha fatto, perché per lui tutti hanno/potrebbero avere colpa, tutti si possono sostituire, tranne lui. Nonostante lui sia stato sempre un primo ministro che, da quando ha avuto l’incarico, non ha fatto altro che governare non il paese, bensì tantissimi e innumerevoli scandali.

    In una simile situazione socio-politica ha svolto la sua visita ufficiale in Albania il ministro degli Esteri olandese. Il “caso” ha voluto che il suo omologo albanese fosse tra i ministri destituiti il 5 gennaio scorso. Durante la breve e un po’ imbarazzante conferenza stampa, il ministro olandese, non a caso, ha dichiarato, tra l’altro, che “l’Unione europea è l’Unione dei valori e del dominio della legge”. Tutto sommato, le otto domande del deputato olandese hanno fatto il loro dovuto effetto. Ma lui, il deputato olandese, come tanti altri, non può sapere quanto si siano veramente arricchiti quelli che in Albania, da alcuni anni, stanno governando soltanto scandali. Ci vorrebbe forse un Alì Babà, uscito dei racconti fiabeschi, per scoprire l’immensa richezza di quei ladroni.

    Chi scrive queste righe da tempo insiste sull’obbligo morale, civile e patriottico degli albanesi onesti di non rimanere più indifferenti in una simile realtà. Per vari e sacrosanti motivi. Perciò a lui sembra appropriato quanto scriveva Hemingway nel suo romanzo Per chi suona la campana. E cioè che “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi”.

  • Confini balcanici

    Nulla è più complicato della sincerità.

    Luigi Pirandello

    Durante l’udienza con il Corpo Diplomatico del 7 gennaio scorso, Papa Francesco, tra l’altro, ha messo in evidenza che nel periodo tra le due guerre mondiali “le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Papa Francesco, in seguito, riferendosi al suo “Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace”, ha ribadito che “il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi. Egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto”. E il presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato a Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso, ha scritto che “Per rendere più giusta e sostenibile la stagione che si è chiamati a governare, una politica responsabile e lungimirante non alimenta le paure, non lascia spazio alla logica del nazionalismo, della xenophobia, della guerra fratricida”.

    Nazionalismi che si stanno risvegliando minacciosi ultimamente anche nei Balcani. Attualmente lì si sta evidenziando una ripresa di azioni e di dichiarazioni che spingono verso un nazionalismo pericoloso. Soprattutto in un contesto geopolitico molto incandescente. Proprio in quei Balcani dove ancora sono fresche le piaghe causate dalla disintegrazione dell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia.

    La regione balcanica è stata definita come la polveriera dell’Europa. Per capire meglio la fragile e preoccupante realtà balcanica, bisogna ricordare anche la presenza delle missioni militari di pace, come in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo. Ma nel sud del Kosovo, dal 1999, sono presenti anche militari statunitensi, in una loro propria base. Dall’altra parte, sono pubblicamente noti i buoni rapporti multidimensionali tra la Serbia e la Russia. Rimanendo nell’ambito di possibili alleanze militari, nel giugno scorso, riferendosi all’agenzia russa delle notizie TASS, si sono svolte nel sud della Russia (regione di Krasnodar) le esercitazioni tattiche congiunte chiamate “Fratellanza slava 2018”. Già il nome è un programma. Hanno partecipato la Russia, la Bielorussia e la Serbia, con delle truppe scelte di paracadutisti. La loro missione era quella di contrastare una presa del potere simulato, o un’insurrezione in uno Stato fittizio dell’Europa orientale. Queste manovre sono state svolte mentre la NATO effettuava una sua importante esercitazione navale.

    Un altro fatto merita di essere evidenziato, sempre nell’ambito delle mire geopolitiche delle grandi potenze nei Balcani. Nella primavera del 2018 si sono riattivati gli attriti tra la Serbia e il Kosovo, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Mitrovica, nel nord del Kosovo. All’inizio di aprile del 2018, secondo credibili fonti mediatiche russe, c’è stata una telefonata tra il presidente russo Putin e quello della Serbia, Aleksandar Vučić. Sempre da quelle fonti mediatiche risulterebbe che Putin abbia rassicurato Vučić di non dubitare perché avrebbe inviato forze immediate se necessario. “Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa (la Serbia; n.d.a.)”! Mentre, riferendosi ai media serbi, risulterebbe che durante il colloquio telefonico, Putin abbia detto al suo omologo serbo che “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo, o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Secondo gli analisti geopolitici specializzati, questo involverebbe l’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi. Gli analisti ribadiscono che tutto ciò potrebbe essere possible, perché secondo la risoluzione ONU 1244, la Russia è una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava (il Kosovo; n.d.a.). Ragion per cui Putin rassicurava il presidente serbo che “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo, con tutti i mezzi, per difenderli da un possibile attacco”.

    Questo accadeva nell’aprile 2018. Mentre il 7 gennaio scorso, per testimoniare la solida alleanza tra la Russia e la Serbia, nonché la stima per il presidente serbo Aleksandar Vučić, Putin ha conferito a quest’ultimo il prestigioso premio “Alexander Nevsky”. Premio che testimonia anche i legami stretti tra i due paesi. Premio che, secondo gli osservatori, è stato conferito ad alcuni massimi dirigenti di paesi, dove non si rispettono i valori democratici. Perciò, il conferimento di questo premio prestigioso della Federazione Russa, allinea Vučić a fianco dei dirigenti di Turkmenistan, Tagikistan, Kirgizstan, Kazakistan e Bielorussia.

    In una simile realtà molto delicata geopolitica nei Balcani, dall’agosto scorso, una irresponsabile dichiarazione del presidente del Kosovo, sta agitanto molto le acque. Dichiarazione “strana e inaspettata” che riapre pericolosamente il capitolo di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, fatta su basi etniche. Dichiarazione che ha trovato subito vaste e trasversali forti reazioni contrarie, sia in Kosovo che in Albania. La maggior parte dei politici e degli opinionisti, in tutti e due i paesi, sono seriamente preoccupati di un simile inatteso sviluppo. Sviluppo considerato come pericoloso anche da molti noti media e opinionisti internazionali (Patto Sociale n.329).

    Mentre, durante una congiunta riunione dei governi dell’Albania e del Kosovo, il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo), il primo ministro albanese è ritornato alle sue “minacce nazionalistiche”. Minacce che fa sempre quando si trova in difficoltà per via degli innumerevoli scandali. In quell’occasione lui ha espresso la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea” (Patto Sociale n.335). Non solo, ma durante una conferenza stampa, lui ha considerato “somari” tutti coloro, in Kosovo e in Albania, che erano contro l’iniziativa [sopracitata] del presidente del Kosovo! Così facendo lui è uscito, per la prima volta, allo scoperto, in difesa della nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia.

    Ma il 26 novembre scorso a Peja, il primo ministro albanese parlò, per la prima volta, anche di un inspiegabile rapporto strategico dell’Albania con la Serbia! Alcuni anni fa, appena diventato primo ministro, lui aveva dichiarato di considerare la Turchia come un alleato strategico, con tutte le seguenti conseguenze, ormai note a tutti. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, dichiarò che “il nostro rapporto con la Serbia è strategico e a lungo termine. L’Albania è determinata a costruire un’alleanza strategica con la Serbia”! Chissà se hanno ragione le cattive lingue, secondo le quali dietro tutto ciò c’è lo zampino di George Soros…

    Chi scrive queste righe valuta sia utile ricordare quanto ha detto il presidente francese François Mitterrand, durante il suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995. Egli disse, tra l’altro, che “era nato durante la prima guerra mondiale, aveva fatto la seconda guerra, per poi essere giunto alla conclusione, basandosi nella sua lunga esperienza di vita, che il nazionalismo è la guerra”. Allo stesso tempo, chi scrive queste righe condivide la convinzione di Luigi Pirandello, che in questi tempi nulla è più complicato della sincerità. Aggiungendo che nulla può essere più pericoloso dell’irresponsabilità di quelli che governano. Nei Balcani e altrove.

  • La mosca cocchiera

    Se non riesci a convincerli, confondili.
    Antico credo politico

    Tra le tante bellissime e molto significative favole di Jean de La Fontaine, c’è anche quella della mosca cocchiera. Favola dalla quale possono e devono imparare sempre molto, non solo i bambini, ma, con i tempi che corrono, anche e soprattutto i grandi. La favola racconta di quello che crede di essere il cocchiere di un carrozzone pieno di passeggeri e tirato da sei cavalli. In quel tempo per viaggare c’erano soltanto le carrozze e i cavalli. Le strade non erano neanche asfaltate come adesso e, non di rado, erano scoscese, erte e dirupate. Una strada simile doveva percorrere anche il carrozzone della favola. Dopo un bel po’ di viaggio, mentre i passeggeri passavano il tempo come meglio potevano e il cocchiere canticchiava tra sé e sé e badava ai cavalli, la strada cominciava a diventare una salita ripida, malagevole e sabbiosa. I cavalli non potevano più andare avanti. Ragion per cui il buono e premuroso cocchiere pensò bene di alleggerire i cavalli del peso e della fatica. Perciò chiese ai viaggiatori di scendere e prosseguire a piedi fino alla fine della salita. Ma la strada era talmente difficile che, nonostante ciò, i cavalli sudavano e soffiavano. Ad un tratto sopraggiunse una mosca. Fiera e piena di sé, rivolgendossi a tutti, gridò a voce alta e disse che loro erano fortunati perché era arrivata lei, la mosca cocchiera. E subito si mise a lavoro. Cominciò ad andare di qua e di là, ronzando dietro le orecchie dei cavalli. Convinta che stava a lei e a lei soltanto portare il carrozzone in cima, pungeva i cavalli dappertutto per farli andare avanti e gridava loro di muovere le gambe, che tremavano dal peso e dalla fatica. Non contenta però del lento e faticoso avanzamento del carrozzone, la mosca sedette sul timone, poi si posò sul naso del cocchiere, poi volò sul tetto della carrozza. Andava, veniva, affannata, brontolava e squillava, rivolgendosi ai passeggeri che proseguivano a piedi per la salita, con le seguenti frasi: “Bel modo di fare! Se non ci fossi io! Guarda! Il prete legge il breviario. Quella donna canta. Quei due parlano dei loro affari. Il cocchiere sonnecchia. A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!”. Dopo tanta fatica, alla fine il carrozzone giunse al termine della salita. In seguito la strada diventava di nuovo piana. Il cocchiere diede tempo ai cavalli di prendere bene fiato e poi chiese ai viaggiatori di riprendere i loro posti. In seguito lui fece schioccare la frusta e i cavalli si rimisero al trotto. Mentre la mosca, sul tetto del carrozzone, trionfava, gridando ad alta voce e convinta che era tutto merito suo se il carrozzone, i cavalli e i passeggeri avevano superato la ripida salita. Purtroppo nessuno dava ascolto alla mosca salvatrice. Ragion per cui essa cominciò subito a lamentarsi che quegli ingrati, tutti loro, non le dicevano nemmeno grazie. Dopo tutto quello che aveva fatto!
    Quanto raccontato qui sopra accadeva molto tempo fa, nel mondo delle favole. Era il periodo quando si viaggiava con le carrozze trainate dai cavalli per delle strade che non erano asfaltate come adesso e che, non di rado, erano scoscese, erte e dirupate. Ma anche adesso, nel mondo in cui viviamo, ci sono dei personaggi che sembrano e/o si comportano come se fossero usciti da una realtà diversa. E purtroppo, alcuni di essi fanno del male e causano danni.
    Rimanendo nell’allegoria della favola della mosca cocchiera e immergendosi di nuovo in una realtà fiabesca, vale la pena raccontare quanto segue.
    In un piccolo paese chiamato il Paese delle Bugie, governava un siffatto monarca, che considerava se stesso il migliore di tutti e l’unico salvatore dei sudditi del suo regno. Ma soffriva quel monarca, perché i sudditi, incapaci e buzzurri, non riuscivano a capire quanto lui stava facendo per loro e per il regno. Perciò lui pensò bene di portare tutti i suoi sudditi e metterli dentro un carrozzone gigante, tirato da tantissimi cavalli. Essendo un re capace di tutto e pieno di poteri, aveva anche il dono di fare delle magie. E per magia il re costruì, da un cetriolo, un gigantesco carrozzone. Non da una zucca, come nella favola di Cenerentola, che la fata madrina per magia trasformò in una bellissima carrozza. Ma da un cetriolo. E non come nella favola di Cenerentola, dove la fata madrina trasformò i quattro topolini, amici della Cenerentola in quattro bellissimi cavalli bianchi, mentre le due lucertole e l’oca in paggi e cocchiere, il re trasformò, con la sua bacchetta magica, una mandria di pecore in tantissimi cavalli e li attaccò al gigantesco carrozzone. Le pecore le prese dalla Fattoria degli Animali, inventata da George Orwell. Il re le mise tutte in fila, stupide e ubbidienti, e le chiamò ministri e alti funzionari. Il loro compito era semplicemente quello di trainare il carrozzone, al quale il re diede il nome Governo. Le pecore, chiamate ormai ministri e alti funzionari del regno, facevano solo e soltanto quello che ordinavano i cani e i maiali, sempre presi dalla famosa Fattoria degli Animali. Cani e maiali che il re trasformò in paggi, guardie e consiglieri e che mise dentro il suo carrozzone chiamato da lui Governo.
    Anche il carrozzone chiamato Governo dal re del Paese delle Bugie doveva affrontare quasi sempre delle strade molto accidentate, con tante salite ripide e scoscese. Il siffatto monarca prese le briglie e cercò di portare il carrozzone fino in cima. Ma sempre non ci riusciva. E sempre il carrozzone, invece di salire, scendeva e rischiava di precipitare nei burroni. Che ansia e rabbia per il monarca cocchiere! Non sono risultati sufficienti neanche i cambiamenti delle pecore che diventavano cavalli, dopo essere state toccate dalla bacchetta magica e che il monarca cocchiere le chiamava ministri e alti funzionari. Non sono risultati appropriati neanche i cambiamenti dei cani e dei maiali, che sempre, dopo essere stati toccati dalla bacchetta magica del monarca cocchiere diventavano paggi, guardie e consiglieri. Non c’era niente da fare. Il carrozzone, con dentro tutti i sudditi del Paese delle Bugie, urtando di qua e di là, si sfasciava e perdeva sempre più pezzi. I sudditi, impauriti e preoccupati per la loro sorte, cominciarono ad abbandonare il carrozzone e ad andare per i fatti propri. Si sparpagliarono e fuggirono verso altri paesi e regni, per trovare fortuna e sicurezza. E contiunano a farlo. Nonostante il monarca cocchiere cerchi di convincere tutti, anche se stesso, che il carrozzone stia salendo sicuro per la ripida e scoscesa strada e tra poco sarà in cima e riprenderà la strada piana e tranquilla e che, entro breve tempo, saranno tutti felici e contenti. Come nelle favole. Ma non ci riesce. E ormai sembra che anche lui capisca che non si può. Mentre la mosca cocchiera, uscita dalla favola, gli sta ronzando sopra e dietro le orecchie e lo sta pungendo dappertutto, beffandolo e deridendolo per la sua goffaggine e la sua totale incapacità come cocchiere del carrozzone da lui chiamato Governo.
    Tornando all quotidianità del mondo reale, chi scrive queste righe conferma che non si tratta del Paese delle Bugie, ma bensì dell’Albania. E il monarca cocchiere è il primo ministro che purtroppo sta facendo del male e sta causando tanti danni. E continua a far finta di badare a quello che non c’è: il carrozzone da lui chiamato Governo. Non essendo neanche una mosca cocchiera!

  • Miseri, ipocriti, ma pericolosi usurpatori del…

    I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni
    sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi. E chi le fa nascere sono i tiranni.

    Giuseppe Garibaldi

    La protesta degli studenti a Tirana, cominciata il 5 dicembre scorso, continua. Continuano anche i tentativi di farla fallire tramite infiltrati, intimidazioni varie da parte del sistema e altri. Gli studenti sembrano determinati a portare avanti la loro causa, senza farsi condizionare da niente e da nessuno. Nonostante alcuni alti e bassi, comprensibili per una simile rivolta che non ha dirigenti ma consigli degli studenti di ogni facoltà che decidono ogni volta che serve e poi si coordinano tra di loro (Patto Sociale n.336, della scorsa settimana). All’inizio hanno protestato davanti al Ministero dell’Istruzione. In seguito, da giovedì 13 dicembre, la protesta è stata trasferita di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri. La ragione è semplice ma molto significativa. Lo hanno spiegato chiaramente gli stessi studenti. Visto che non c’è stata nessuna reazione concreta da parte del ministro dell’Istruzione, e visto che le richieste riguardano delle decisioni che dovrà prendere il Consiglio dei Ministri, allora anche la protesta ha cambiato luogo. Nel frattempo, durante la scorsa settimana, sono state svolte anche altre proteste dei cittadini, in diverse città dell’Albania. Hanno protestato contro l’arroganza del governo, contro il rincaro del costo della vita e per altre ragioni socio-economiche.

    Tornando alla sacrosanta protesta degli studenti, per il momento una cosa si può dire con certezza. E cioè che la protesta ha turbato non poco il sistema. Per la prima volta da molto tempo, gli studenti hanno pronunciato chiaramente delle vere verità, con delle parole semplici ma sentite, denunciando il sistema. Tutto il sistema. Il che significa non soltanto quello trasversale politico, ma anche gli oligarchi a servizio della politica, che traggono vantaggi enormi da essa, condividendo i profitti. Quel sistema che comprende, come parte integrante, anche la criminalità organizzata, che convive con il potere politico in Albania.

    Gli studenti denunciano e accusano tutto il sistema politico attuale. E hanno pienamente ragione. Nonostante non riescano a distinguere bene la differenza concettuale tra la “politica”, il “sistema politico” e i “partiti”, essi comunque hanno articolato delle verità, che non possono e non devono sfuggire all’attenzione pubblica. Hanno additato i partiti politici e i loro rappresentanti, a tutti i livelli, come i veri autori e responsabili della grave realtà quotidiana, della pessima situazione in cui si trova il sistema dell’istruzione pubblica, della povertà diffusa, della perdita della fiducia e delle speranze, che spingono gli albanesi ad abbandonare il paese, sempre più numerosi. Da un sondaggio Gallup, pubblicato recentemente, risulta che gli albanesi sono i quarti al mondo per il numero dei cittadini che vogliono lasciare il paese. Dietro soltanto alla Sierra Leone, alla Liberia e ad Haiti! E la maggior parte sono giovani, quelli che vogliono lasciare il paese. Da circa 2.87 milioni di abitanti attualmente residenti, oltre 1.7 milioni di essi vogliono lasciare l’Albania. Un dato, di per se, molto allarmante. Ma anche questo fatto grave hanno tentato di lasciarlo nel dimenticatoio. Come sempre.

    Grazie alla protesta degli studenti, queste verità si stanno articolando chiaramente e quelle verità accusano. Accusano i partiti politici in Albania, che sono diventati dei clan e raggruppamenti occulti clientelistici. Senza risparmiare nessun partito, quello del primo ministro, e quelli dell’opposizione. Accusano i massimi rappresentanti del sistema dell’istruzione, rettori e decani delle università compresi. Gli studenti sono convinti che, a loro volta e dopo la classe politica, quei rappresentanti “castrati” sono tra i principali responsabili della pietosa e grave situazione in cui versa il sistema dell’istruzione in Albania. Proprio loro che, con i loro “affarucci” milionari, i loro nepotismi, i loro plagi nelle pubblicazioni e i loro dubbiosi titoli accademici, nonché con il loro vergognoso silenzio di fronte alle intimidazioni della politica, hanno chiuso gli occhi e hanno consentito che tutto ciò accadesse. Lo hanno dimostrato anche alcuni giorni fa. L’ultimo atto di umiliazione e di offesa è stato consumato la scorsa settimana, quando il primo ministro li ha riuniti tutti, in pieno svolgimento della protesta degli studenti, e ha scaricato sulle loro spalle tutte le accuse degli studenti. Così facendo ha tentato di fare, per l’ennesima volta, l’unica cosa che lui sa fare: scaricare le colpe sue sugli altri. E purtroppo ci è riuscito. Nessuno degli “illustri” rappresentanti del mondo accademico ha detto una parola. Una sola parola, nonostante le accuse, le offese e le umiliazioni subite fossero pesanti. Vergogna loro!

    Nel frattempo, il primo ministro continua, disperato, con la sua strategia: quella di soffocare con tutti i mezzi, la protesta degli studenti. Lui sta cercando in tutti i modi di minimizzare l’importanza di questa protesta. All’inizio ha usato gli “infiltrati” da lui controllati, per deviare e annientare la protesta. E non ci è riuscito. Poi ha tentato gli ”show” televisivi, facendo lui il “tuttofare” di fronte a delle platee riempite da attivisti dell’organizzazione della gioventù del suo partito. Attivisti che sono stati subito riconosciuti e smascherati nelle reti sociali. Poi ha riunito e offeso i massimi dirigenti delle università. Ma non si sente tranquillo ed ha ragione. Gli studenti sono determinati nella loro causa, e non si lasciano impressionare e neanche impaurire dalle diaboliche manovre del primo ministro, degli infiltrati e della propaganda governativa. Adesso lui chiede di “dialogare” con gli studenti. L’ennesimo tentativo d’inganno, semplicemente per guadagnare tempo e sperare in qualche “svolta”. Ma gli studenti sono determinati; nessun dialogo per le loro richieste. E le richieste sono chiare e facilmente realizzabili. Lo ha confermato, stranamente, anche il primo ministro, come parte delle sue manovre per “addolcire” la situazione. Mentre gli studenti sono consapevoli che anche questo “invito amichevole” è l’inganno di turno. Ed hanno pienamente ragione. Lo testimoniano anche tante innumerevoli esperienze precedenti. Ormai essi, come tanti altri, sono convinti che la strategia dell’inganno del primo ministro fa acqua da tutte le parti. Tutti ormai sanno che, dal 2013 in poi, lui ha cercato di sostituire con la sua “realtà virtuale”, la vera e vissuta realtà albanese. Ormai è tempo di dire basta!

    Oggi, 17 dicembre, un’altra massiccia protesta si sta svolgendo davanti all’ufficio del primo ministro. Protesta che vede insieme studenti e tanti cittadini della capitale. La protesta è tuttora in corso e ha smentito pienamente quanto la propaganda governativa ha cercato di inculcare nelle teste dei cittadini fino a ieri sera. E cioè che la protesta si stava sgretolando.

    Chi scrive queste righe è convinto che nessuno, chiunque esso sia stato e in nessun periodo, non è riuscito a opprimere e schiavizzare un popolo. Non lo hanno fatto neanche i tiranni, dalla notte dei tempi ad oggi. Non lo possono fare, perciò, neanche alcuni miseri, ipocriti, ma pericolosi usurpatori del sistema socio-politico in Albania. Di tutti i colori e casacche essi siano.

  • Sacrosante proteste degli studenti

    Nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di essa.

    Theodore Roosevelt

    Si continua a protestare in Francia. Anche lo scorso sabato, il quarto in seguito, a Parigi sono scesi in piazza i cosiddetti “gilet gialli”. Dalla metà del novembre scorso, in varie città della Francia si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante, l’aumento delle tasse e del costo elevato della vita. Si protesta contro le politiche del presidente Emmanuel Macron, il quale viene considerato come il colpevole principale di tutto ciò. Per il quarto sabato consecutivo a Parigi, e soprattutto nell’area tra Les Champs-Elysees, la Tour Eiffel, la Place de la Concorde e il museo del Louvre sono stati ripetuti gli scontri violenti, con decine di feriti e centinaia di fermati. Purtroppo, anche lo scorso sabato, i famigerati e gli immancabili black block, attivisti dell’estrema sinistra, infiltrati tra i “gilet gialli”, hanno assaltato i negozi, hanno dato alle fiamme le auto e hanno assalito duramente le massicce forze dell’ordine. Da sottolineare, ovviamente, che questi atti vandalici non hanno a che fare con le proteste dei “gilet gialli” e perciò non possono compromettere e infangare le loro giuste cause.

    Giovedì 6 Dicembre 2018, un’altra massiccia protesta ha scosso la Francia. Gli studenti dei licei di tutto il paese sono scesi in piazza per protestare contro la riforma dell’esame di maturità e del sistema di selezione per l’ingresso all’università. Non sono mancati gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine, con decine di arresti e molti feriti. Purtroppo, sono stati evidenziati atti ingiustificati e ingiustificabili da parte della polizia. Scene immortalate da fotografie e video, che mostrano alcune decine di studenti liceali fermati, messi in ginocchio e con le mani in testa, in riga o di fronte a un muro, sorvegliati a vista dagli agenti di polizia in assetto antisommossa. Sono degli atti che hanno messo la polizia francese sotto accusa. La reazione pubblica è stata immediata e forte. Anche quella istituzionale. Tutto ciò accadeva tra i licei Saint-Exupery e Jean-Rostand, a Mantes-la-Jolie, nel nord di Parigi, dopo gli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti. Sono state delle immagini che hanno ricordato all’opinione pubblica, non solo in Francia, altri tempi e altri regimi.

    Dicembre di proteste questo del 2018. Così è cominciato questo mese anche in Albania. Da mercoledì scorso, 5 dicembre, a Tirana gli studenti sono scesi in piazza. E non solo a Tirana, ma anche in altre città, gli studenti protestano contro i costi alti e spesso proibitivi che devono affrontare, sia per l’iscrizione, che per gli esami non superati e/o rimandati e per tante altre pratiche burocratiche. Sono dei costi che, visto il continuo impoverimento della popolazione, diventano insopportabili per le famiglie albanesi. Da sottolineare che ci si riferisce alle università pubbliche.

    Tutta questa situazione è stata creata dopo l’approvazione da parte del Parlamento, nel luglio 2015, della legge dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica. Legge approvata anche con i voti trasversali di una parte dell’attuale opposizione parlamentare. Si tratta di una legge proposta allora dal governo e considerata da molti come una legge sbagliata, ingiusta e clientelistica. Una legge che, fatti alla mano, è stata ideata e portata avanti da lobby vicine ad alcuni proprietari di università private in Albania. Grazie a quella legge hanno beneficiato e continuano a farlo proprio le università private, le quali hanno aumentato le iscrizioni. Ma comunque, e per lo meno, le università private hanno arginato il calo delle iscrizioni, dovuto alle tariffe spesso proibitive per una popolazione sempre più povera.

    Le vere ragioni delle proteste di questi giorni degli studenti delle università pubbliche, dimostrano e mettono in rilievo, tra l’altro, anche l’ingiustizia sociale, causata dalla sopracitata legge. E, allo stesso tempo, dimostrano e mettono in rilievo anche il fallimento totale di una delle riforme volute e portate avanti con tanto clamore dalla propaganda governativa. Quella dell’istruzione. Che poi rappresenta soltanto uno dei tanti, di tutti i fallimenti di altrettante riforme attuate in Albania dal 2013 in poi, e sbandierate come successo dal primo ministro e i suoi.

    Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo.

    Adesso, come 28 anni fa, l’inizio di dicembre è arrivato con proteste massicce degli studenti. E adesso, come 28 anni fa, tra le tante frasi che articolano chiaramente e gridano ad alta voce gli studenti, oltre a quelle economiche e di denuncia, è “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Perciò, anche adesso, come 28 anni fa, la protesta degli studenti è, in principio, una protesta contro il sistema.

    Quanto sta succedendo in questi ultimi giorni a Tirana, ma soprattutto quanto potrebbe eventualmente accadere nel prossimo futuro, ha messo in grande difficoltà il primo ministro. Lui e i suoi stanno cercando a tutti i costi, di soffocare e di isolare la sacrosanta protesta degli studenti. Dal secondo giorno delle proteste, gli “strateghi” del primo ministro hanno messo in moto delle strategie per compromettere e/o manipolare la protesta degli studenti. Oltre all’insidiosa propaganda mediatica, un gruppo di studenti infiltrati sta cercando di “monopolizzare” la protesta. Infiltrati che, ad onor del vero, sono riusciti, fino a sabato scorso, a “isolare” la protesta, proclamando la protesta come “non politica”. Mentre tutto in questa protesta è politica. E questo è un fatto ovvio, lo testimonia chiaramente il concetto stesso della politica, dalle sue origini. Finalmente quel gruppo è stato smascherato e a tutti ormai è chiaro che essi non sono che degli attivisti di un’associazione ultra marxista (Sic!). Tutto ciò ha messo ulteriormente in grosse difficoltà il primo ministro. Difficoltà che non riesce più a controllare e neanche a nascondere. E non si sa cosa accadrà nei prossimi giorni. Perché la protesta degli studenti continua sempre con più vigore e con l’aumentato sostegno anche dei cittadini. Perciò in qualsiasi momento si potrebbero registrare sviluppi importanti. Nel frattempo, i media internazionali stanno seguendo con attenzione questa protesta.

    Chi scrive queste righe da tempo sta evidenziando la diabolica strategia che mira al soffocamento e all’indebolimento del sistema dell’istruzione pubblica. Egli è convinto che com’è il sistema dell’istruzione oggi, così sarà la società domani. Essendo altresì convinto che quando l’ingiustizia e l’arroganza governativa diventano legge, allora la rivolta popolare, massiccia e determinata, diventa un obbligo morale e civico. Perché, come scriveva Theodore Roosevelt, nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di esso.

  • Nazionalismo squallido e ingannevole

    Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell’umanità.

    Albert Einstein

    “Che non ci raccontino troppe balle i nostri amici europei e che non ci chiedano più di quello che possiamo sopportare, mentre accarezzano la Serbia”. Così dichiarava il primo ministro albanese durante la riunione comune del governo albanese e quello del Kosovo il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo). Da non credere! Perché si riferiva agli “amici” dell’Unione europea, e più precisamente della Commissione europea. E non soltanto a loro, ma anche ad alcuni dirigenti influenti di qualche paese europeo, altrettanto influente. Si riferiva proprio a quegli “amici” che fino a poco tempo fa si vantava della loro amicizia e del loro “sincero appoggio” che stavano dando all’Albania e, a tempo debito, anche al Kosovo. Il suo discorso era pieno di “dichiarazioni patriottiche e nazionaliste” e, essendo in Kosovo, anche di (finte) attenzioni ai problemi che sta affrontando il più giovane paese europeo, con una spiccata maggioranza albanese. Non a caso lui ha assunto il ruolo di colui che, per dei “sani principi”, non torna in dietro e attacca anche gli “amici europei”. In quel contesto il primo ministro albanese dichiarava il 26 novembre scorso a Peja che “La strada del futuro non si può costruire con dei coltelli dietro la schiena degli albanesi”. E i manici di quei coltelli erano nelle mani degli “amici europei” (Sic!). Proprio a quegli “amici” ai quali ha rivolto la sua “originale” imprecazione nella lingua, come ha sottolineato lui, “del Parlamento Europeo”: “What the fuck!”.

    Ma per coloro che conoscono il comportamento del primo ministro albanese, si è trattato semplicemente, e per l’ennesima volta, di squallide e ingannevoli minacce che nessuno dovrebbe prendere sul serio. Perché il primo che non crede a quello che dice è proprio lui stesso, il primo ministro albanese. Lo fa semplicemente per attirare e/o deviare l’attenzione mediatica e pubblica. Soprattutto in Albania, dove lui sta soccombendo sotto il peso enorme delle sue stesse malefatte. E lo fa assumendo il ruolo del patriota e di colui per il quale la questione nazionale rappresenta una priorità invalicabile. Auspicando, magari, anche delle reazioni forti da parte degli “amici europei”, che potrebbero permettergli in seguito, di certificare e sancire il ruolo del padre della patria e della nazione. Ma come spesso nessuno degli ‘amici europei” prende sul serio quanto dice il primo ministro albanese. E, men che meno, prende sul serio le sue minacce, comprese quelle nazionaliste. Non lo hanno preso sul serio neanche in precedenza, mentre il Consiglio dell’Unione europea prima e in seguito il Consiglio europeo, dovevano decidere nel giugno scorso, sull’apertura dei negoziati dell’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. La decisione delle sopracitate istituzioni europee lo scorso giugno, nonostante la raccomandazione positiva della Commissione europea, è stata chiaramente negativa. Ignorando perciò sia le viscide e vergognose implorazioni del primo ministro albanese, che le sue minacce. Minacce che allora erano focalizzate soprattutto sul pericolo della presenza russa, turca, cinese e degli altri nei Balcani. Ergo anche in Albania. Non lo hanno preso sul serio per tre anni di seguito e neanche prima. Mentre lui, in prima persona e tramite la sua ben potente e organizzata propaganda mediatica, garantiva sempre e scommetteva sull’incondizionato appoggio europeo all’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Adesione che, visto come stanno andando le cose, dovrebbe ritardare non di poco. Ma nonostante nessuno lo prenda sul serio di quello che dice, minacce comprese, il primo ministro continua a fare lo stesso, come se niente fosse. Perché per lui è l’unico modo di apparire e farsi sembrare per quello che mai è stato e mai sarà. Questo è il suo modo di pensare e di fare. Pretende “favori” per niente meritati e per averli o si mette ad elemosinare senza scrupolo alcuno, oppure sguaina la spada e si mette a minacciare. Come ha fatto anche il 26 novembre scorso, durante la sopracitata riunione comune del governo albanese e quello del Kosovo. E per finirla in bellezza con le “minacce nazionaliste” in quell’occasione ha concluso, esprimendo la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea”!

    Sono dichiarazioni che nonostante nessuno crede, possono servire come pretesto per altri paesi della regione, Serbia per prima, che non riconosce lo Stato del Kosovo, Si tratta di un aperto contenzioso che si porta avanti dal 17 febbraio 2008, quando il Kosovo proclamò la sua indipendenza dalla Serbia. Da sottolineare anche che dall’agosto scorso, si sta parlando di negoziati tra i due paesi per la ridefinizione dei confini, su basi etniche. Lo ha dichiarato per primo il presidente del Kosovo, per poi avere una conferma positiva da quello serbo. E tutto faceva capire che c’era anche il consenso “tacito” del primo ministro albanese in tutto ciò. Dichiarazione che ha scatenato subito aperte reazioni contrarie sia dalla maggior parte dei massimi livelli della politica in Kosovo che in Albania. Dichiarazioni ufficiali contrarie ad una ridefinizione dei confini tra la Serbia e il Kosovo sono arrivate anche dalle istituzioni dell’Unione europea e da singoli paesi. L’ultima chiara presa di posizione risale a qualche giorno fa. Si tratta della dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri tedesco, in risposta alle domande di un gruppo di deputati del partito Alleanza per la Germania (Allianz für Deutschland) sull’argomento in questione. Secondo il sopracitato ministero “il governo federale (tedesco; n.d.a.) ha chiaramente fatto sapere, in alcune occasioni, che non appoggia i cambiamenti territoriali nei Balcani, su base di criteri etnici”. Poi, alla domanda sulle dichiarazioni del primo ministro albanese, riguardo la possibilità dell’unione dell’Albania con il Kosovo se falliscono le trattative con l’Unione europea, la posizione del ministero degli Esteri tedesco è stata “diplomaticamente corretta”. La risposta era che “in Albania, come in altri paesi della regione (balcanica; n.d.a.) si discute sempre delle alternative possibili, nel caso non ci fosse l’adesione nell’Unione europea”. Le cattive lingue, da tempo dicono però, che in tutto ciò c’è dietro una ben definita strategia di un noto speculante miliardario di borsa statunitense. Sia per la ridefinizione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, che di altre scelte geostrategiche nei Balcani, Albania compresa.

    Nel frattempo, il 26 novembre scorso, un dibattito televisivo in prima serata, ha messo a nudo la persona che guida il governo albanese. Gli sghignazzamenti, gli scherni, le repliche ciniche e spesso volutamente evasive e prive di significato, sono state le “armi” con le quali il primo ministro ha cercato di rispondere alle semplici e dirette domande di due degli invitati nel dibattito. Erano una nota opinionista delle relazioni internazionali ed un ex diplomatico. Chi scrive queste righe pensa che con quanto hanno fatto durante quel dibattito, essi hanno reso un grande servizio pubblico agli albanesi, e non solo a quelli che vivono in Albania. Hanno screditato il primo ministro facendolo finalmente apparire, in diretta televisiva, per quello che realmente è e non per quello che sempre cerca di sembrare.

  • Che possano servire di lezione

    La coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.

    Sandro Pertini

    Un furbo derviscio era riuscito a convincere il sultano di sapere, in ogni momento, cosa faceva Dio. Il sultano, a sua volta, faceva quello che secondo il furbo derviscio facesse Dio. E ne andava fiero il sultano di quello che faceva. Un giorno chiese al patriarca di Costantinopoli se lui avesse qualcuno che sapeva cosa facesse Dio in ogni momento. E se no, allora il patriarca sarebbe stato decapitato. Disperato il patriarca ritornò nella sua dimora. Un diacono, vedendolo così disperato, gli chiese cosa aveva. Dopo aver saputo, il diacono lo tranquillizzò e gli chiese soltanto di portarlo con se presso il sultano. E così fu. Il sultano chiese al diacono se lui sapeva cosa faceva Dio in qualsiasi momento. Sì, rispose il diacono. Ma prima, siccome sono stanco e affamato, posso avere qualcosa da mangiare insieme con il derviscio? I servi portarono subito una grande tazza con latte e un pezzo di pane. Il diacono e il derviscio cominciarono a spezzettare il pane e mescolare i pezzi nel latte e si misero a mangiare. Subito il diacono diede una cucchiaiata sul naso al derviscio. Il sultano arrabbiato lo sgridò. Allora il diacono gli rispose: ma come mai, lui che sa in qualsiasi momento cosa fa Dio, non sa riconoscere i suoi bocconi dai miei? Il sultano, svergognato e umiliato, non poteva dire niente. Ordinò di uccidere il furbo derviscio e lasciò tranquillo il patriarca e il diacono. Questo racconta una vecchia fiaba con intelligente ironia. E dalle fiabe c’è sempre da imparare.

    La metafora di questa fiaba è sempre attuale. Purtroppo, e non di rado, anche le istituzioni dei singoli paesi e quelle internazionali sono soggette e patiscono dalle premeditate e spesso anche profumatamente “sponsorizzate” fandonie e bugie Non fanno eccezione nemmeno le istituzioni dell’Unione europea. Quanto sta succedendo, soprattutto negli ultimi anni, ne è una testimonianza. L’operato dei rappresentanti delle istituzioni europee, per la maggior parte nominati e non eletti, non sempre ha giustificato e onorato la fiducia data. Non a caso determinate decisioni delle istituzioni hanno provocato e continuano a provocare malcontenti e disappunti. Non a caso in diversi paesi dell’Unione sono nati e stanno avanzando i movimenti e/o i partiti politici euroscettici. E non a caso anche i tradizionali partiti, in diversi paesi europei, hanno perso e stanno perdendo consenso. Lo dimostrano chiaramente i risultati elettorali degli ultimi anni. Quanto sta succedendo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti. Per i partiti e per le istituzioni locali e/o internazionali, ma soprattutto per i cittadini responsabili. Per quei cittadini che, con i loro voto, eleggono i propri rappresentanti, sia nazionali che nel Parlamento europeo. Rappresentanti che, a loro volta, scelgono e nominano i funzionari di tutti i livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Compresi, anche e soprattutto, quelli della Commissione europea, le cui decisioni hanno un diretto impatto non solo nei singoli stati membri, ma anche oltre.

    Ragion per cui, le prossime elezioni per il Parlamento europeo rappresentano un avvenimento molto importante, visti anche gli sviluppi in altri singoli paesi e quegli geopolitici a scala mondiale, con tutte le loro conseguenze. Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, in maniera unanime, che le prossime elezioni si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019. Si voterà in tutti i 27 stati membri dell’Unione per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. Per la prima volta, dal 1979, non si voterà nel Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016, per rimanere o uscire dall’Unione europea.

    Proprio domenica scorsa, dopo un vertice straordinario, il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità l’accordo dell’uscita e delle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea. E tutto ciò è dovuto anche ad alcune determinate scelte e decisioni delle istituzioni europee nel corso degli anni che hanno scatenato il malcontento e la reazione dei cittadini del Regno. Una separazione che non è stata e non sarà facile. La frase del presidente Juncker, il quale riferendosi al sopracitato accordo, ha detto che “è un giorno triste. Non un momento di gioia ma una tragedia, perché un grande Paese lascia l’Unione europea”, rappresenta lo stato d’animo e la realtà attuale e futura. Realtà che metterà a dura prova anche la premier Theresa May e il suo governo. Nel frattempo rimane in bilico l’esito della votazione del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto domenica scorsa a Bruxelles, visto che la May non ha la maggioranza per farlo approvare.

    Ma non è soltanto quanto è successo tra l’Unione europea e il Regno Unito, quello che dovrebbe far riflettere seriamente e con la massima responsabilità tutti, sia i rappresentanti politici e istituzionali, che i cittadini. Basta pensare ai risultati elettorali nei diversi singoli paesi dell’Unione. L’avanzata dei partiti e dei movimenti euroscettici e populisti è un segnale da prendere seriamente in considerazione. E non soltanto con delle “belle parole”, bensì con delle scelte responsabili, anche se difficili. Scelte che dovrebbero mirare quanto avevano ideato con chiarezza e lungimiranza i Padri Fondatori circa settant’anni fa. Scelte che dovrebbero far diventare l’Unione europea, tra l’altro, anche portatrice dei valori fondamentali dell’umanità. Scelte che dovrebbero far pensare due volte, prima di agire, determinati alti rappresentanti delle istituzioni europee. Scelte che dovrebbero ostacolare e condannare comportamenti irresponsabili e, peggio ancora, comportamenti “profumatamente sponsorizzati” da interventi occulti e contro gli interessi dei singoli paesi. Sia di quelli membri dell’Unione che di quelli che ambiscono a diventare tali.

    Il caso dei paesi balcanici ne è un eloquente e significativo esempio. Come lo sono, fatti alla mano, alcuni determinati comportamenti di certi alti rappresentanti delle istituzioni europee, la Commissione in primis. Con il loro operato, hanno clamorosamente fallito in Macedonia, anche ultimamente con il referendum per il nome. Hanno fallito con le trattative tra la Serbia e il Kosovo, soprattutto appoggiando il progetto della revisione delle frontiere tra i due paesi. Ma hanno fallito vistosamente e altrettanto clamorosamente in Albania, chiudendo gli occhi e permettendo la diffusa cannabizzazione del paese, la galoppante corruzione e tanto altro. Lo hanno fatto ripetutamente con le loro irresponsabili e sponsorizzate dichiarazioni sia Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, che Johannes Hahn, Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento. E lo hanno fatto, mentre i rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate, comprese anche quelle della Commissione europea, affermavano l’opposto contrario (Patto Sociale n.292; 304; 318;321 ecc.).

    Chi scrive queste righe auspica che quanto sia successo ultimamente in diversi paesi dell’Europa possa e debba servire di lezione. Egli, altresì, avrebbe veramente preferito che l’inqualificabile comportamento di alcuni alti rappresentanti dell’Unione fosse dovuto semplicemente alla leggerezza di credere ai loro consiglieri. Perché, per lo meno, non si sarebbero trovati, in seguito, nelle pietose condizioni del sultano mentito dal suo furbo derviscio.

  • Despoti che scappano

    E sai perché non trovi sollievo nella fuga?
    Perché mentre fuggi ti porti sempre dietro te stesso.

    Lucio Anneo Seneca

    Dopo aver governato per dieci anni con il pugno di ferro la Macedonia (27 agosto 2006 – 18 gennaio 2016), dall’8 novembre scorso l’ex primo ministro è in fuga. Tutto ciò accadeva  soltanto poco prima d’essere stato accompagnato in carcere, dalla sua abitazione in Scopie. Abitazione di fronte alla quale c’erano sempre agenti delle truppe speciali, sue guardie del corpo e sua scorta. Ma nessuno ha visto e/o sentito niente. Condannato a due anni per corruzione e abuso di potere, e in attesa di altri probabili processi giudiziari, Nikola Gruevski, con il passaporto ormai confiscato, è riuscito comunque a scappare. Non si sa se di nascosto oppure con qualche “copertura occulta”. Da sottolineare che il mandato di cattura internazionale per Gruevski è stato rilasciato soltanto il 13 novembre scorso dalle autorità macedoni, mentre da cinque giorni risultava irreperibile. Sono tante le riflessioni che si possano fare, riferendosi al mancato controllo e alla fuga. Una, per esempio, potrebbe essere: a chi gioverebbe la fuga di Gruevski? Non è che forse, con Gruevski non più in Macedonia, si eliminerebbe una seria e presente preoccupazione per l’attuale primo ministro macedone e per altri politici locali?! Forse.

    Nella sua ben organizzata fuga, prima è entrato in Albania, ma non si sa dove e quando questo sia avvenuto. Perché non risulta registrato in nessuno dei punti di controllo di frontiera tra l’Albania e la Macedonia. Si sa però che è uscito dall’Albania, viaggiando con una macchina di proprietà dell’ambasciata ungherese a Tirana e usando una carta d’identità. Da un comunicato stampa della polizia albanese, risulta che Gruevski ha lasciato il territorio albanese per entrare in quello del Montenegro, l’11 novembre 2018 alle ore 19.11. In più si sa anche la targa della macchina diplomatica con la quale viaggiava. La fuga dell’ex primo ministro macedone è continuata poi nel territorio montenegrino, dal quale risulta essere uscito lo stesso giorno. Ma anche in questo caso, da notizie e indiscrezioni mediatiche, risulterebbero alcuni elementi, tipici dei film polizieschi e di spionaggio.

    La meta prestabilita, almeno per il momento, della fuga di Gruevski sembra essere l’Ungheria. E non a caso. Si sa pubblicamente che tra lui e il presidente Orban ci siano da tempo buoni rapporti di amicizia e di sostegno reciproco. Lo scorso 13 novembre sembra che Gruevski abbia postato un messaggio su Facebook, dichiarando che si trovava a Budapest, in attesa dell’asilo politico. La sua presenza in Ungheria la conferma una dichiarazione di un alto rappresentante del governo ungherese. Dalla dichiarazione risulta che le autorità ungheresi “hanno permesso a Gruevski di consegnare ufficialmente la richiesta di asilo e hanno sentito il suo ragionamento presso gli uffici per la Migrazione e Asilo a Budapest”. In più, nella dichiarazione si conferma che le autorità ungheresi tratteranno la richiesta e che la valuteranno “in accordo con le leggi ungheresi e quelle internazionali”. Sempre nella sopracitata dichiarazione si sottolinea che le autorità ungheresi non interverranno nelle questioni interne dei paesi sovrani, considerando perciò che “la valutazione della richiesta d’asilo per l’ex primo ministro (Gruevski; n.d.a.) sarà trattata soltanto per l’aspetto giuridico”. Nel frattempo, i rappresentanti dell’ambasciata ungherese in Albania non hanno accettato di commentare il perché dell’accompagnamento di Gruevski al passaggio di frontiera con il Montenegro, con una macchina diplomatica, insieme con uno o due impiegati dell’ambasciata.

    Una storia di fuga quella, che ha avuto l’attenzione mediatica internazionale in questi ultimi giorni. Ovviamente, come accade in simili casi, non mancano neanche le speculazioni e le false notizie. Ma comunque sia, si sa con certezza ormai che Gruevski è fuggito dalla Macedonia, dove doveva scontare una condanna di due anni di carcere per corruzione e abuso di potere legata all’acquisto di una macchina per circa 600.000 Euro. Si sa anche che su di lui gravano pure altre accuse di corruzione, di malgoverno ecc., e che la giustizia doveva determinare la veridicità. Accuse che si basano su fatti evidenziati e documentati. Scappando, lui, in qualche modo, ha ammesso la sua colpevolezza. Da indiscrezioni mediatiche risulterebbe anche che, da settembre scorso, Gruevski abbia provveduto a ritirare tutta la liquidità dai sui depositi bancari.

    L’ex primo ministro in fuga ha dominato la scena politica macedone in questi ultimi dodici anni. Ma la sua carriera politica comincia nel 1996, come consigliere locale a Scopie, per poi diventare ministro del Commercio nel 1998 e, un anno dopo, ministro delle Finanze. All’inizio della sua attività politica e governativa non era lo stesso che diventò in seguito. O, perlomeno, così appariva. È stato lui che ha avviato la riforma della deregolamentazione dell’economia, chiedendo anche la tassa sul valore aggiunto, la tassa piatta e la restituzione delle proprietà sequestrate durante il periodo del comunismo. All’inizio ha avuto un vasto consenso elettorale, non solo dai macedoni, ma anche dagli albanesi in Macedonia, che rappresentano circa il 25% della popolazione. Poi, nel 2015, ha cominciato il suo inarrestabile declino. Tutto dovuto alla pubblicazione di migliaia di intercettazioni telefoniche, da parte del suo avversario, l’attuale primo ministro macedone. Intercettazioni che testimoniavano degli abusi clamorosi del potere, delle diffusa corruzione, delle continue manipolazioni delle elezioni ecc. (Patto Sociale n.257).

    Il caso Gruevski però rappresenta più che un caso personale. Rappresenta un fenomeno, almeno regionale. Politici ai vertici del potere, onnipotenti, autocrati, spesso arroganti, ma comunque corrotti e coinvolti in chissà quanti scandali, si trovano attualmente anche in altri paesi della regione balcanica, come in Kosovo e in Serbia, ma soprattutto come in Albania.

    La continua e consapevole violazione della Costituzione e delle leggi sono purtroppo, fatti alla mano, una costante del modo di pensare e di agire del primo ministro albanese. La corruzione radicata e diffusa, la connivenza con la criminalità organizzata e l’uso di quest’ultima per garantire il condizionamento e la manipolazione del risultato elettorale, sono soltanto alcune delle gravi e allarmanti realtà vissute quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe è convinto che, in confronto a Gruevski, il primo ministro albanese ha molte più colpe e perciò, anche molte più ragioni per fuggire. E forse verrà, auguratamente, un giorno che lo faccia. Ma se ancora non lo ha fatto è perché il sistema della giustizia, tutto il sistema, è ormai da circa un anno, totalmente controllato da lui. Perciò il primo ministro non può indagare e condannare se stesso. Soltanto la rivolta popolare può salvare l’Albania e gli albanesi da un despota peggio di Gruevski. Ma prima però, bisogna costituire una vera, consapevole, determinata e attiva opposizione. Non come quella attuale, semplicemente di facciata, incapace e che facilita le malefatte del primo ministro. Un’opposizione che fa ridere anche i polli.

  • Incubi e pretese irredentistiche

    La violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno
    diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

    Papa Giovanni Paolo II

    Giovedì scorso, 8 novembre, una cerimonia religiosa ortodossa di sepoltura, in un villaggio in cui vive in pace una minoranza greca in Albania, è stata trasformata in una manifestazione violenta antialbanese. Tutto dovuto ad interventi offensivi, intollerabili e legalmente condannabili di gruppi organizzati paramilitari di estremisti ultranazionalisti greci, venuti appositamente dalla Grecia. Espressione arrogante di pretese, incubi e richiami di irredentismo covati e mai nascosti, da più di un secolo. Mentre le frontiere tra l’Albania e la Grecia sono state definitivamente delineate dal Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925 e in seguito sancite, il 30 luglio 1926 a Parigi, dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze (Patto Sociale n.330). Ciò nonostante, le pretese greche su determinati territori albanesi continuano e si manifestano, come una costante, di volta in volta. Si tratta però, di pretese che non solo non hanno credibili fondamenta storiche, ma che, purtroppo, non di rado sono state appoggiate anche da coperture e manipolazioni religiose.

    Da più di settanta anni, un fatto storico ha offerto un cavillo alla diplomazia greca e non solo, per sancire le loro rivendicazioni irredentistiche. Ai greci sono venuti in aiuto gli scontri militari tra loro e l’esercito italiano. Il 28 ottobre 1940 cominciò quella che è stata riconosciuta come la campagna italiana in Grecia. Nel frattempo l’Italia aveva invaso l’Albania nell’aprile 1939. Da allora, Vittorio Emanuele III, oltre ad essere Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia si proclamò anche il Re dell’Albania. Dal territorio albanese il Regio Esercito italiano cominciò l’offensiva contro la regione greca dell’Epiro. Ma la campagna italiana contro la Grecia risultò subito un totale fallimento. Le forze greche, in poco tempo, cominciarono un vasto contrattacco, respingendo le truppe italiane oltre frontiera. Ma non si fermarono lì. Per i greci era rappresentata una ghiotta occasione per entrare e occupare dei territori albanesi. Territori che, per i greci, facevano parte di quella regione per la quale avevano coniato il nome “l’Epiro del Nord”. L’esercito italiano comunque riuscì, a fine febbraio 1941, a tener testa all’avanzata greca. Poi tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, che purtroppo si concluse con un altro sanguinoso fallimento. Nel frattempo la Germania, con degli interventi ben organizzati e attuati, riuscì ad invadere sia la Jugoslavia che la Grecia. Paesi che subito sono stati costretti ad accettare la capitolazione. Soltanto grazie all’intervento tedesco, la campagna italiana in Grecia si concluse il 23 aprile 1941 come vittoriosa nel finale, nonostante sia stata considerata come un grave insuccesso politico e militare.

    Per la Grecia l’importanza storica del conflitto armato con l’Italia è talmente grande che come Festa Nazionale è stata proclamata non la fine della Seconda Guerra Mondiale, bensì l’inizio del conflitto con l’Italia, cioè il 28 ottobre. Una data questa che, da un anno a questa parte, è entrata ufficialmente anche nei rapporti tra l’Albania e la Grecia. In seguito anche il perché.

    Stranamente però, la Grecia mantiene tuttora lo “stato di guerra” con l’Albania, mentre da tempo non lo ha più con l’Italia! E questo perché la sopracitata campagna greca cominciò dal territorio albanese! Un ragionamento questo che fa acqua da tutte le parti, ma che la diplomazia greca porta ancora avanti. Nonostante l’Albania e la Grecia abbiano anche ratificato un Trattato di Amicizia tra di loro, che è entrato in vigore il 5 febbraio 1998. Tutti questi sopramenzionati fatti storici e ufficiali non bastano però a placare, una volta per sempre, i piani irredentistici della Grecia verso determinati territori albanesi.

    Parte integrante di questi piani, sembrerebbe sia anche la presenza di alcuni cimiteri militari dei caduti greci in territorio albanese durante la controffensiva del 1941. Cimiteri distribuiti nel sud e sud-est dell’Albania, in seguito a lunghe trattative tra l’Albania e la Grecia. Ma secondo credibili testimonianze storiche e/o di anziani abitanti, spesso nei luoghi scelti per i cimiteri non è stato mai combattuto! In questo ambito non sono mancati neanche gli scandali. Scandali condannabili non soltanto legalmente, ma soprattutto moralmente. Si è trattato di consapevoli riempimenti di bare non con le ossa dei soldati greci, bensì con scheletri di bambini e donne. Scandali che sono diventati ancora più clamorosi perché sono stati coinvolti anche alcuni preti ortodossi, sia albanesi che greci, e altri rappresentanti delle due chiese. Fatti gravi, evidenziati e resi pubblici in diverse parti del territorio albanese, sempre nell’ambito della costruzione dei cimiteri militari per i caduti greci. Da una delibera del 13 dicembre 2017 del governo albanese è stata stabilita anche la data della ricorrenza: ogni 28 ottobre. Tutto questo e altro ancora è storia vissuta.

    Tornando alla realtà di queste ultime settimane, il 28 ottobre scorso, durante la ricorrenza per i caduti greci del 1941, in un villaggio della minoranza greca nel sud dell’Albania, un abitante ha provocato e ha sparato con un mitra, prima in aria e poi verso una macchina della polizia. Dopo alcune ore, continuando a non consegnarsi e sparando contro i poliziotti, l’aggressore è stato ucciso dalla polizia albanese. Si è saputo in seguito, secondo fonti mediatiche, che la vittima era un estremista e ben addestrato per l’uso delle armi e non solo. Tutto ciò è diventato subito un caso diplomatico tra i due paesi. A gettar benzina sul fuoco è servita anche una irresponsabile dichiarazione del Primo Ministro albanese. E, guarda caso, un giorno dopo le tante discusse dimissioni del ministro degli Interni. Un’ottima opportunità per spostare l’attenzione pubblica e mediatica.

    Dopo le dovute verifiche e le procedure legali, è stato dato anche il nulla osta per la sepoltura. La cerimonia ha avuto luogo nel villaggio natale della vittima, l’8 novembre scorso. Un villaggio di pochi abitanti ormai. Ma durante la cerimonia, oltre ai familiari, i parenti e i compaesani erano in tanti, alcune migliaia, quelli venuti dalla Grecia. E, purtroppo, si trattava di persone con degli obiettivi ben definiti e che poco avevano a che fare con la pacificità e la sacralità della cerimonia di sepoltura. I manifestanti, tenendo delle gigantesche bandiere della Grecia, gridavano “ascia e fuoco contro i cani albanesi”. Altri tenevano dei grandi manifesti offensivi nei quali, tra l’altro, era scritto “Qui è Grecia”. Inequivocabili incitamenti dell’odio nazionale e testimonianze dell’offesa nazionale. In seguito sono arrivate le dovute reazioni diplomatiche da entrambe le parti. La faccenda non è chiusa ancora, almeno mediaticamente.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e ad altri precedenti avvenimimenti, considera quanto è accaduto una grave e aggressiva offesa fatta alla dignità nazionale albanese sul proprio territorio. Egli è convinto anche dell’incapacità dei politici albanesi, e soprattutto del primo ministro, di affrontare come si deve situazioni del genere. Essendo altresì convinto che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

  • Chi mente e chi controlla chi e cosa?

    Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
    Non ha vaccino, non ha cura e neanche a metri si misura.
    La verità è presagio solo di buona sorte e ai bugiardi
    non rimane che tenersi il naso lungo o le gambe corte.

     Gianni Rodari

    Coloro che hanno governato durante gli ultimi anni in Albania hanno mentito spudoratamente e senza sosta. Ma purtroppo ha mentito consapevolmente il primo ministro, sempre, ovunque e su tutto. Ha mentito anche quando ha chiesto supporto elettorale agli albanesi nel 2013, promettendo mare e monti. E anche la luna. Le sue bugie e i suoi inganni hanno avuto delle gravi ripercussioni nella vita pubblica del paese. Sta mentendo anche in queste ultime settimane, dopo allarmanti scandali, che ormai sfuggono dal suo controllo. E con lui stanno mentendo, in pieno panico, anche i suoi luogotenenti e la maggior parte dei media da lui controllati.

    Circa due settimane fa sono state rese pubbliche in Albania alcune intercettazioni, dalle quali si testimoniava la connivenza della criminalità organizzata con alti esponenti politici, molto vicini al primo ministro. Tutto ciò grazie ad una vasta operazione di polizia, chiesta e coordinata dalle strutture specializzate tedesche, statunitensi e di altri paesi europei. Sono stati arrestati alcuni noti trafficanti di stupefacenti. Tra loro anche due ex deputati della maggioranza del primo ministro. Altri, purtroppo, sono riusciti a sfuggire. Le cattive lingue dicono che qualcuno è stato protetto dalle strutture statali. E tra quelli anche politici molto altolocati.

    Quell’operazione è stata subito considerata un successo sbandierato e applaudito sia dal primo ministro, che dal ministro degli Interni. Ma alcune intercettazioni telefoniche, “stranamente” rese pubbliche in seguito, hanno rovinato la festa. Mentre altre intercettazioni, alcune settimane fa, hanno sgretolato degli scenari, concepiti dalla propaganda del primo ministro e messi in atto dalle strutture specializzate dello Stato. Scenari che dovevano ridicolizzare un precedente scandalo del maggio scorso, che vedeva coinvolto il fratello del ministro degli Interni. Scenari che invece, hanno dimostrato la falsità della propaganda governativa e hanno messo in difficoltà sia il primo ministro, che il ministro degli Interni. Ma dopo il successo della sopracitata operazione di polizia, coordinata dai servizi segreti stranieri, il ministro degli Interni ha avuto il suo momento di gloria. Ma che, purtroppo, non ha potuto goderlo per molto. Forse perché, con l’operazione e gli arresti, aveva “osato” troppo, pestando i piedi di persone molto potenti del mondo di mezzo. E quelli non scherzano.

    Sabato scorso, il 27 ottobre, inaspettatamente, è stata diffusa la notizia delle dimissioni del ministro degli Interni. Si, proprio di lui, che ancora paventava i risultati e godeva del successo della sopracitata operazione di polizia. Sabato 27 ottobre, di buon’ora, è stato il primo ministro albanese ad annunciare, via Twitter, che il ministro degli Interni aveva rassegnato le sue dimissioni. Un modo nuovo per annunciare avvenimenti di questo genere! Di regola lo doveva fare il ministro dimissionario e con una dichiarazione pubblica e ufficiale.E invece no. Il primo ministro informava di aver accettato le dimissioni del ministro e lo ringraziava “per il prezioso contributo”. Ha anche indicato il successore, del quale era sicuro che “porterà una nuova energia positiva” E pensare che fino a pochi giorni fa, il ministro dimissionario era sotto le luci della ribalta e il campione del successo della “Polizia che vogliamo”!

    Solo alcune ore dopo, il ministro dimissionario ha confermato la notizia, anche lui con un messaggio su Facebook. Viviamo ormai nell’era dei messaggi in rete! Ma come se non bastasse, “stranamente”, il messaggio iniziale del ministro è stato in seguito sostituito da lui, con una “piccola modifica” però. Piccola ma molto significativa. Un giallo dentro il giallo. Perché la “piccola modifica” riguardava il tempo nel quale il ministro aveva rassegnato le sue dimissioni. Nel primo messaggio era chiaramente scritto “con la mia volontà avant’ieri ho rassegnato al primo ministro le mie dimissioni”. Mentre nel successivo e modificato messaggio tutto era identico, tranne la cancellazione della parola “avant’ieri”. In seguito non sono mancati neanche i messaggi in codice tra i due diretti interessati. Il perché lo sa il ministro dimissionario e il primo ministro, conoscendo benissimo anche le vere ragioni delle dimissioni, se veramente di “volontarie dimissioni” si tratta, oppure di rimozione dall’incarico. O forse, come dicono alcune cattive lingue, lo sanno soprattutto i poteri occulti, criminalità organizzata compresa. Secondo le cattive lingue il ministro è stato rimosso dall’incarico perché aveva fatto quello che non doveva fare, urtando gli interessi del mondo di mezzo. Nel frattempo si continua a mentire e ad ingannare l’opinione pubblica con delle versioni appositamente fabbricate dalla affannata propaganda governativa.

    Comunque, ad oggi, sia il ministro che il primo ministro non hanno dato alcuna spiegazione sulla ragione delle “dimissioni volontarie”. E lo dovevano fare, perché è un obbligo istituzionale, in rispetto della trasparenza. Un fatto questo che non è sfuggito all’attenzione pubblica e a quella di alcuni media internazionali che hanno riferito sul caso. Chissà perché?!

    Da sottolineare che il ministro dimissionario è stato sempre accusato, sia per il suo passato durante la dittatura, che per la copertura che ha fatto al suo fratello trafficante internazionale di stupefacenti. Ma anche per il suo operato in questi ultimi anni, compreso quello come presidente della commissione parlamentare per la riforma della giustizia. Riforma che ormai risulta un clamoroso fallimento (Patto Sociale n. 285; 302; 307; 311 ecc.).

    Per la cronaca, sabato 27 ottobre, il presidente della Repubblica ha decretato le dimissioni del ministro degli Interni. Mentre sabato 3 novembre ha rifiutato ufficialmente di decretare il suo successore, scelto e indicato con insistenza dal primo ministro. Senza dare ulteriori spiegazioni. Anche in questo caso, chissà perché?! Sarà forse un nuovo scontro?!

    Chi scrive queste righe è convinto che un primo ministro responsabile non avrebbe mai scelto e chiesto di decretare come ministro una persona, il cui fratello è stato condannato per traffico internazionale di stupefacenti. E soprattutto, dopo che anche il suo predecessore aveva “rassegnato le dimissioni” per coinvolgimento e favoreggiamento del traffico illecito della cannabis. Come mai e chissà perché non ha avuto altre scelte da fare?! Ma anche se non fosse stato informato, cosa molto improbabile, un primo ministro responsabile avrebbe allontanato il ministro degli Interni a maggio scorso, quando era stato reso pubblico lo scandalo delle intercettazioni del fratello. Lo avrebbe fatto anche alcune settimane fa, quando è stato sgretolato e discreditato il gioco con “l’attore infiltrato”. Ma non lo ha fatto. Ha invece mentito e ingannato continuamente e spudoratamente.

    Parafrasando Gianni Rodari, si potrebbe dire che nel paese del crimine e della corruzione, l’onestà e l’integrità morale sono delle malattie. Mentre in Albania non si sa chi mente e chi controlla chi e cosa. Una cosa è certa però: che la criminalità organizzata è diventata sempre più forte e onnipresente.

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