Albania

  • Altre rivelazioni clamorose di abusi di potere

    Il fare è rivelatore dell’essere

    Jean-Paul Sartre

    Altre rivelazioni di clamorosi abusi di potere sono state rese pubbliche l’8 gennaio scorso. Si tratta di abusi che coinvolgono direttamente un autocrate corrotto, il primo ministro albanese. Lo ha fatto di nuovo uno dei più stretti collaboratori del primo ministro, colui che è stato vice primo ministro (2021-2022), ma che dal 2013 è stato anche ministro dello Sviluppo economico, poi ministro delle Finanze e alla fine, ministro di Stato per la Ricostruzione del Paese, dopo il terremoto del 2019. Per lui però il 14 luglio 2023 il Parlamento ha approvato la richiesta d’arresto presentata dalla Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata il 7 luglio 2023, ma che è stata resa nota dal Parlamento con tre giorni di ritardo, il 10 luglio scorso.

    L’ex vice primo ministro è stato accusato di abuso d’ufficio, di corruzione passiva, di illegittimo vantaggio di interessi e di riciclaggio di denaro. Ma lui nel frattempo, proprio in quei giorni, era riuscito a scappare all’estero, in Svizzera. Ormai gode lì dello stato dell’avente asilo politico, cioè gode del diritto di immunità personale, accordato da un Paese ad uno straniero che, per motivi politici, ha trovato rifugio in quel territorio. E pensare che il primo ministro albanese, soltanto alcune settimane prima che si chiedesse l’arresto del suo stretto collaboratore, aveva detto che lui era “…uno dei collaboratori con il quale mi sono incontrato di più, ho comunicato di più al telefono, ho discusso di più per molte delle nostre decisioni durante questi anni”. Chissà perché allora il primo ministro decise di “sacrificare’ il suo collaboratore?!

    Le cattive lingue hanno detto che il primo ministro segue i metodi del dittatore comunista albanese. Colui che dal 1945 al 1985, quando morì, ha controllato tutto e tutti in un Paese che soffriva tutte le conseguenze della più spietata e sanguinosa dittatura comunista dell’Europa dell’est. Bisogna evidenziare però che il primo ministro albanese, essendo anche un diretto discendente di una famiglia della nomenklatura comunista, sta mettendo in atto i metodi della dittatura, seguendo le orme del suo “padre spirituale”, il dittatore comunista. Anche lui, come il dittatore comunista, sta “divorando i suoi figli”, come faceva Crono della mitologia della Grecia antica, il quale per gli antichi romani era Saturno.

    Dopo la sua fuga in Svizzera e l’ottenimento dello stato di avente diritto all’asilo politico, l’ex vice primo ministro ha denunciato l’operato del suo diretto superiore. Ha rivelato molti casi clamorosi di abuso di potere, rendendo pubblici molti fatti accaduti, fatti che conosceva personalmente, avendo svolto importanti incarichi istituzionali. Ragion per cui bisogna che tutte le denunce e le accuse da lui fatte nei confronti del primo ministro vengano considerate con la massima attenzione. Si perché si tratta di denunce e accuse fatte da una “deep throat” (gola profonda; n.d.a.), che sa e rivela dei fatti importanti, che pochissime persone sanno. E quella ‘gola profonda’, nonostante non sia stato uno stinco di santo, avendo deciso però di rivelare e rendere pubblici molti clamorosi casi di abuso di potere, stia ormai facendo, a chi di dovere, un servizio non trascurabile, anzi!

    L’ex vice primo ministro, durante questo periodo d’asilo, ha rilasciato tre lunghe interviste ad una rete televisiva non controllata dal primo ministro o da chi per lui. Quelle interviste (1o febbraio 2024, 29 luglio 2024 e 27 gennaio 2025), trasmesse in prima serata, sono state molto seguite dal pubblico. Quella dell’8 gennaio scorso era la quarta intervista rilasciata alla stessa rete televisiva, sempre registrata in Svizzera. Il nostro lettore è stato informato sia della fuga dell’ex vice primo ministro e sia delle denunce fatte durante le sue tre prime interviste (Governo che funziona come un gruppo criminale ben strutturato, 17 luglio 2023; Rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere, 6 febbraio 2024; Altre clamorose testimonianze di corruzione ed abuso di potere, 8 aprile 2024; Una gola profonda che accusa e rivela gravi verità, 7 agosto 2024; Altre rivelazioni clamorose che accusano un autocrate corrotto, 28 gennaio 2025; Un autocrate colpevole che cerca di nascondersi codardamente, 4 febbraio 2025).

    Durante la sua seconda e terza intervista l’ex vice primo ministro ha accusato direttamente e senza equivoci l’attuale primo ministro albanese, “il capo dell’organizzazione criminale”, ed alcuni suoi molto stretti famigliari e collaboratori. Come ha fatto anche giovedì scorso, durante la sua quarta intervista. E continua a dichiarare che “…è pronto e sempre disponibile a testimoniare davanti ai tribunali, ma non in Albania”. Sì perché, come ha affermato, in Albania lui rischia la vita. Ma giovedì scorso, all’inizio dell’intervista, ha dichiarato che era stato elaborato un piano per la sua eliminazione. Secondo quel piano era prevista la sua cattura, il passaggio illegale sul territorio italiano, per poi portarlo nelle prigioni in Albania, dalle quali “non poteva più uscire vivo”. Di questo piano lui aveva informato anche le autorità competenti in Svizzera.

    Giovedì scorso, durante la sua quarta intervista, ha presentato al pubblico alcuni fascicoli, ognuno legato ad uno scandalo specifico. Fascicoli che ha consegnato anche al giornalista che lo stava intervistando. E mentre presentava i documenti dei singoli fascicoli, affermava che poteva mettere tutto a disposizione del sistema della giustizia in Albania. Ma esprimeva anche la sua convinzione che le strutture del sistema “riformato” della giustizia, soprattutto la Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, non potevano accusare ed indagare il diretto responsabile di tutti quegli scandali, il primo ministro albanese.

    Uno dei fascicoli riguardava lo scandalo del porto di Durazzo, di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Dai documenti che ha possesso l’ex vice primo ministro, risulta che il porto strategico di Durazzo, noto già dall’antichità, rischia di scomparire nonché di generare gravi problematiche contrattuali, finanziarie, di sicurezza e di gestione. Risulta, in più, che dal nuovo progetto del porto di Durazzo, un’infrastruttura critica, essendo l’Albania un membro della NATO, dovrebbe approfittare una società controllata da oligarchi russi. Queste ed altre denunce non erano opinioni dell’intervistato, bensì conclusioni basati su documenti ufficiali da lui presentati giovedì scorso e messi anche a disposizione delle istituzioni interessate.

    Giovedì scorso l’ex vice primo ministro, sempre riferendosi ai documenti a suo possesso, ha fatto ulteriori e dettagliate rivelazioni sugli scandali che coinvolgono direttamente l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania e la sua direttrice, alcuni famigliari molto stretti del primo ministro ed altri funzionari dell’Agenzia. Il nostro lettore è stato informato di alcuni di questi scandali le scorse settimane (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2026; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo, 29 dicembre 2025).

    Durante l’intervista di giovedì scorso l’ex vice primo ministro ha denunciato anche altri scandali, come quello legato al progetto Smart City (Città intelligente; n.d.a.), fortemente sbandierato dal primo ministro. E si sa, in questi casi, il motivo del “entusiasmo” è quello dei guadagni milionari. Motivo che è lo stesso anche negli altri casi denunciati dall’ex vice primo ministro.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire ed informare il nostro lettore degli ulteriori sviluppi dopo le rivelazioni clamorose di abusi del potere fatte giovedì scorso dall’ex vice primo ministro albanese. Accuse che andavano a pennello anche al modo di operare e di gestire la cosa pubblica da parte del primo ministro. Ragion per cui si adatta molto bene a lui l’affermazione di Jean-Paul Sartre: il fare è rivelatore dell’essere.

  • Somiglianze tra due narcostati

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin, da “Il grande dittatore”, 1940

    Dal sabato scorso, 3 gennaio, tutta l’attenzione istituzionale e pubblica, a livello internazionale, è stata concentrata sulla cattura del dittatore venezuelano e di sua moglie. Tutto si è svolto durante un intervento delle forze speciali statunitensi della divisione d’élite Delta Force nelle primissime ore di sabato. Un intervento ben preparato da mesi e portato a termine con successo dagli uomini delle stesse truppe scelte che, il 2 maggio 2011, uccisero nel suo rifugio ad Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il capo della famigerata organizzazione terroristica Al-Qaeda.

    Questa operazione militare, denominata “Absolute Resolve” (Risoluzione assoluta; n.d.a.) ha generato anche uno scontro dal punto di vista del diritto internazionale. Ovviamente gli Stati Uniti non riconoscono come legittimo il presidente venezuelano, perché hanno considerato e dichiarato come illegittime le elezioni svoltesi il 28 luglio 2024. Perciò hanno deciso la sua cattura, visto che il mandato legittimo del presidente venezuelano sarebbe scaduto il 10 gennaio 2025.

    Le elezioni del 28 luglio 2024 sono state considerate come illegittime anche dall’Unione europea ed altri Paesi, nonché da varie organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione degli Stati Americani. Perciò per la giurisprudenza degli Stati Uniti il cittadino Nicolás Maduro Moros non è il presidente del Venezuela, bensì un semplice cittadino, il quale è stato accusato di narcotraffico e cospirazione criminale e di aver guidato l’organizzazione criminale transnazionale nota come il “Cartello dei Soli”. Per il Segretario di Stato statunitense, riferendosi al caso, “non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è presidente”.

    Bisogna però evidenziare, invece, che secondo i canoni del diritto internazionale, un capo di Stato in carica gode un’immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati. Si tratta di un diritto riconosciuto dalla Corte internazionale di Giustizia con sede all’Aia (Olanda) e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo. In più, sia per l’Organizzazione delle Nazioni Unite e sia per la Corte internazionale di Giustizia, l’intervento statunitense sul territorio venezuelano nelle prime ore di sabato scorso, senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, viene considerato come una violazione dell’articolo 2, comma 4 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un articolo che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato membro dell’Organizzazione.

    La storia recente ci insegna che ci sono stati due altri casi simili trattati dalla giurisprudenza degli Stati Uniti d’America. Il primo riguarda l’ex presidente di Panama, Manuel Noriega. Nel 1989, non essendo più riconosciuto come presidente di Panama dagli Stati Uniti, è stato arrestato durante l’invasione del Paese dalle forze armate statunitensi, nonostante che prima fosse stato un loro alleato. Il secondo caso riguarda Juan Orlando Hernández, il presidente dell’Honduras, che è stato estradato, nell’aprile 2022, dal suo Paese negli Stati Uniti. Una Corte statunitense lo condannò, nel marzo 2024, a 45 anni di carcere, con l’accusa di aver trasformato lo Stato in una piattaforma logistica del narcotraffico. Chissà perché, il 2 dicembre 2025, il presidente Trump, con un decreto, ha reso però l’ex presidente dell’Honduras di nuovo un uomo libero?!

    La cattura del dittatore venezuelano è stata rapportata dai media in tutto il mondo in tempo reale, diventando così la notizia “par excellence” (per eccellenza; n.d.a.). Ovviamente quella notizia non poteva non suscitare subito anche le reazioni istituzionali dei massimi rappresentanti dei diversi Paesi di tutto il mondo. Reazioni che rispecchiavano i rapporti, sia ufficiali che personali, con il dittatore venezuelano, il quale, nel frattempo, veniva trasportato negli Stati Uniti, verso New York, a bordo di una nave militare statunitense.

    Ovviamente le reazioni di non pochi Paesi latinoamericani, della Cina, della Russia, dell’Iran, della Corea del Nord e di altri Paesi condannavano l’intervento statunitense di sabato scorso. Il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha considerato l’operazione un “pericoloso precedente”. La Presidente della Commissione europea ha affermato che “Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”. Per la Francia l’intervento era “una violazione del diritto internazionale”. Mentre in una nota del governo italiano si afferma che “il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

    L’indomani dell’intervento statunitense, che ha portato alla cattura del dittatore venezuelano, il presidente statunitense ha detto che “…Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate e inizieranno a fare soldi per il Paese”. In più il presidente statunitense, riferendosi al Venezuela, ha dichiarato: “Resteremo e governeremo fino ad una transizione corretta e giusta…Porteremo avanti il Paese fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia….Governeremo il Paese fino ad allora”. L’autore di queste righe auspica però che non si possa ripetere quello che è accaduto in Afghanistan a metà agosto 2021. Egli pensa altresì, che per giudicare la “credibilità” delle dichiarazioni di Trump sul “supporto” del Venezuela, bisogna tener presente che domenica scorsa lui è tornato di nuovo sulle sue mire in Groenlandia. “La Groenlandia ci serve…Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa”.

    In Europa però c’è un Paese che da alcuni anni, oltre agli analisti indipendenti locali, secondo noti procuratori e giornalisti investigativi europei e statunitensi, viene considerato, fatti documentati alla mano, un narcostato. Si tratta dell’Albania. Il nostro lettore veniva informato che uno di loro, Nicola Gratteri, ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli, aveva dichiarato che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato; tutt’altro” (Narcostato attivo in Europa; 29 settembre 2025). Mentre per Fox News, il noto canale d’informazione televisiva statunitense con orientamento editoriale conservatore, il primo ministro albanese era diventato un Ramaduro. Si tratta di un neologismo composto dai cognomi dell’attuale primo ministro albanese e dell’ormai catturato dittatore venezuelano. Due persone che si somigliano. Come si somigliano i narcostati da loro gestiti, in connivenza con la criminalità organizzata, trafficanti di cocaina. Ramaduro, come neologismo, è stato coniato pochi anni fa in Albania, riferendosi proprio alla somiglianza dei due dittatori. Due persone che hanno avuto il potere grazie anche ai brogli elettorali.

    Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che da sabato il primo ministro albanese non si è visto e né sentito. Forse si ricorda, oltre ad essere il capo di un narcostato, anche degli insulti fatti al presidente statunitense. E perciò potrebbe aver paura. Potrebbe aver paura perché quello che da anni sta facendo potrebbe essere considerato, come si nominava nella sopracitata nota del governo italiano, un “attacco ibrido” contro altri Paesi. America e Italia comprese. Perciò la presidente del Consiglio dei ministri d’Italia dovrebbe essere molto attenta alla sua “amicizia” con un dittatore che da anni rappresenta istituzionalmente un narcostato. Ma nel frattempo gli albanesi si devono ribellare contro la narcodittatura, per non permettere al narcodittatore di renderli schiavi. Bisogna ricordare che per Charlie Chaplin i dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.

  • Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo

    Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale

    che calpesta un volto umano, per sempre.

    George Orwell; da “1984”

    L’8 giugno 1949 a Londra veniva pubblicato per la prima volta, dalla casa editrice Secker & Warburg, un romanzo distopico di fantapolitica. L’autore era George Orwell. Il titolo originale del romanzo era Nineteen Eighty-Four (Mille novecento ottantaquattro; n.d.a.), ma in seguito diventò semplicemente 1984. L’autore finì di scrivere questo romanzo nel 1948 e convertendo le ultime due cifre di quell’anno da 48 in 84 scelse anche il suo titolo. Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo immaginario, suddiviso in tre parti: Oceania, Euroasia ed Estasia, dove governavano tre grandi potenze totalitarie, in continuo conflitto tra loro.

    George Orwell tratta maestosamente quello che succede a Londra, capitale dell’Oceania, dove il regime totalitario veniva gestito dal Grande Fratello (Big Brother), un personaggio che controllava tutto e tutti, nonostante nessuno l’avesse mai visto di persona. L’autore tratta le conseguenze del totalitarismo, la repressione di tutte le libertà e la generazione di una società amorfa, ubbidiente e incapace di ragionare. Non si sapeva se il Grande Fratello esistesse davvero, o fosse un’invenzione tecnologica, ma lui, e chi per lui, controllava tutti tramite teleschermi muniti di telecamere, installati per legge in ogni abitazione, annientando così qualsiasi possibilità di vita privata.

    In seguito il romanzo è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in molti Paesi del mondo. Da un sondaggio fatto dal noto quotidiano francese Le Monde è risultato che il romanzo 1984 è stato al ventiduesimo posto della classifica dei cento migliori libri scritti nel ventesimo secolo. Ma per il suo contenuto, in altri Paesi, dove il potere veniva gestito da regimi totalitari, la pubblicazione del romanzo 1984 è stata vietata. La realtà virtuale dell’Oceania, descritta maestosamente e con un’impressionante immaginazione e lungimiranza già nel 1948 da George Orwell nelle pagine del suo romanzo 1984, purtroppo è stata e tuttora è una drammatica realtà, vissuta e sofferta in diverse parti del mondo. Anche in Albania.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato di un nuovo scandalo abusivo in cui sono stati coinvolti i dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania. Uno scandalo reso noto recentemente, in seguito alle indagini svolte da un procuratore che ha fatto con coraggio il suo dovere istituzionale. “Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro”, scriveva l’autore dell’articolo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2026).

    Ebbene, si tratta della stessa Agenzia che, nel gennaio di questo anno, ha “dato vita” anche ad una “assistente virtuale” generata tramite l’intelligenza artificiale. La stessa “assistente virtuale” che lo scorso settembre diventò la prima “ministra digitale” del nuovo governo albanese. Una ministra che doveva gestire tutti gli appalti pubblici in Albania. Il nostro lettore è stato informato di questa “novità” a livello mondiale, ossia “…la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E, guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto”. Una scelta quella del primo ministro, nell’ambito delle sue messinscene propagandistiche, che gli doveva servire per “attirare” l’attenzione non solo in Albania. E per qualche tempo ci è anche riuscito, visto che della sua “ministra digitale” hanno parlato e scritto diversi media internazionali. Ma in realtà si trattava solo e soltanto di propaganda, per coprire una ben diversa e molto preoccupante realtà. Una realtà di cui il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti e documentati alla mano, sempre con la dovuta e richiesta oggettività. In seguito, nello stesso articolo, il nostro lettore veniva informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Adesso, dopo che è stato documentato lo scandalo milionario con la manipolazione e il clamoroso abuso degli appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in questi ultimi dieci anni, diventa chiaro anche il perché della nomina della prima “ministra digitale” al mondo, fatta dal primo ministro albanese. Come si può credere ad una simile Agenzia, che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso, il primo ministro la sta difendendo a spada tratta, come sta facendo anche con la sua vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. E anche lei, la vice primo ministra, è direttamente coinvolta in alcuni scandali milionari dei quali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025).

    Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici. Come nel romanzo ‘1984” di George Orwell, in cui il Grande Fratello controllava tutto e tutti tramite i teleschermi muniti di telecamere. I dittatori hanno molti aspetti in comune. Il primo ministro albanese, essendo ormai un dittatore sui generis, vuole, a tutti i costi, consolidare la sua onnipotenza. E oltre alla stretta collaborazione, ormai documentata, con la criminalità organizzata albanese, pericolosa a livello internazionale, il primo ministro ormai da anni sta approfittando anche del “generoso supporto tecnologico” garantito dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione.

    Come nel romanzo “1984” di George Orwell, il Grande Fratello albanese controlla tutti i dati sensibili dei cittadini. Il che ha permesso ai suoi “patrocinatori” di essere parte attiva degli ultimi massacri elettorali, dei quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma i dati personali e riservati dei cittadini sono stati usati anche dalla criminalità organizzata, come risulta dalle indagini svolte. In più risulta che tramite l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione sono stati manipolati abusivamente anche i dati catastali delle proprietà dei cittadini, ma anche quelle statali. Si tratta di abusi scandalosi che non potevano mai e poi mai essere stati attuati senza l’ordine o, almeno, l’espresso beneplacito del primo ministro. Colui che è il diretto responsabile, istituzionalmente parlando, dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, che sta da più di dieci anni abusando dei soldi dei cittadini più poveri dell’Europa.

    Chi scrive queste righe considera che questi scandali abusivi sono un’espressione del totalitarismo. Parafrasando George Orwell, nel caso dell’Albania, si potrebbe dire che se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.

  • Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da “La società aperta e i suoi nemici”, 1945

    Il 17 dicembre scorso a Bruxelles si è tenuto il vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. L’Unione è stata rappresentata dal presidente del Consiglio europeo, dalla presidente della Commissione europea e dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, mentre i Paesi balcanici erano rappresentati dai rispettivi capi di Stato e di governo. Era assente solo il presidente della Serbia, il quale ha “giustificato” la sua assenza come un “atto necessario per proteggere la Serbia e i suoi interessi”. Interessi però legati alla Russia.

    Alla fine del vertice è stata pubblicata una Dichiarazione comune firmata dai massimi dirigenti delle istituzioni dell’Unione europea e dei Paesi membri dell’Unione, dopo essersi consultati anche con i rappresentati dei Paesi balcanici, presenti al vertice. La Dichiarazione, nel suo primo paragrafo, afferma che “….La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e le crescenti sfide geopolitiche sottolineano la necessità di legami sempre più forti tra l’UE e i Balcani occidentali”. I firmatari affermano, altresì, che il vertice riconferma “…il partenariato strategico tra l’Unione europea e i Balcani occidentali”.

    “Riaffermiamo il nostro impegno pieno e inequivocabile a favore della prospettiva di adesione all’Unione europea dei Balcani occidentali. Il futuro dei Balcani occidentali è nella nostra Unione. L’allargamento è una possibilità realistica, che dovremmo cogliere”. Così dichiarano i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei Paesi membri nel secondo paragrafo della Dichiarazione. Si tratta di una strategia ormai nota, che da alcuni anni è stata adottata dall’Unione europea nei confronti dei Paesi balcanici. Una strategia geopolitica per affrontare le influenze, nei Balcani occidentali, della Russia, ma anche di altri Paesi, come la Cina e quelli del Golfo Persico.

    Invece nel quarto paragrafo della Dichiarazione viene sancito che “l’allargamento rappresenta un investimento geostrategico nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità”. Di questo argomento ha parlato anche la presidente della Commissione europea alla fine del vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. Lei ha dichiarato che “…In questi tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta di pace. È una scelta strategica […]. Gli attuali venti geopolitici contrari sono forti e rapidi. E la velocità del processo di adesione deve essere all’altezza dei cambiamenti geopolitici”.

    Bisogna però evidenziare che la scelta delle strategie deve essere molto attenta e responsabile. Si, perché come la storia, ma anche gli sviluppi degli ultimi anni ci insegnano, determinate “strategie” adottate dall’Unione europea in precedenza e riferite ad alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Europa orientale, hanno creato e continuano a creare serie preoccupazioni e problematiche.

    Nel quinto paragrafo della Dichiarazione si esprime il compiacimento dell’Unione europea per l’impegno delle autorità responsabili dei Paesi balcanici “….a difendere i valori e i principi europei, in linea con il diritto internazionale, il primato della democrazia, i diritti e i valori fondamentali e lo Stato di diritto, e si aspetta che dimostrino tale impegno sia a parole che nei fatti, assumendo la titolarità e attuando le riforme necessarie, in particolare sulle questioni fondamentali”.

    Mentre nel diciassettesimo paragrafo della Dichiarazione i firmatari fanno appello alle autorità dei Paesi candidati dei Balcani occidentali di “….proseguire gli sforzi congiunti nella lotta contro la corruzione, il traffico di droga e tutte le forme gravi di criminalità organizzata […] in linea con il nuovo piano d’azione comune firmato di recente e alla luce dell’avvio della coalizione europea contro la droga per affrontare le sfide in questo ambito”.

    Sì, è veramente importante, e la storia ci insegna e ci consiglia, che i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea debbano insistere e chiedere ai massimi rappresentanti di ogni singolo Paese candidato di rispettare i criteri di Copenaghen ed altri documenti fondamentali dell’Unione stessa. E, allo stesso tempo, i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, facendo riferimento anche ai rapporti ufficiali delle strutture specializzate dell’Unione e anche di altre organizzazioni internazionali, debbano chiedere e pretendere che in ogni Paese candidato vengano combattute la corruzione e la criminalità organizzata, nonché i traffici illeciti degli stupefacenti.

    Ogni Paese candidato dovrebbe dimostrare che merita veramente di diventare un Paese membro dell’Unione europea. E per essere tale, prima di tutto, deve rispettare i principi di una funzionante democrazia. Perché fare diventare membro un Paese dove si sta consolidando un regime, una dittatura camuffata da pluripartitismo, solo per delle ragioni “geostrategiche e geopolitiche”, sarà una scelta che, prima o poi, potrebbe diventare problematica e preoccupante. La storia degli ultimi anni ce lo insegna. E nei Balcani occidentali, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti documentati e pubblicamente noti alla mano, ci sono alcuni Paesi dove non si rispettano i principi democratici, dove la corruzione è diventata un male endemico e dove la criminalità organizzata è attiva e spesso convive e collabora con il potere politico. L’Albania, fatti accaduti, pubblicamente ed internazionalmente noti alla mano, è uno di questi Paesi.

    Basterebbe solo lo scandalo milionario dell’appalto per la costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania per dimostrare e testimoniare la vera, vissuta, sofferta e drammatica realtà albanese. Si tratta di uno scandalo in cui sono direttamente e attivamente coinvolti la vice primo ministro, allo stesso tempo ministra delle Infrastrutture e dell’Energia e anche il primo ministro, il quale continua a minacciare i giudici e i procuratori che hanno indagato e deciso sul caso. Il nostro lettore è stato informato, con la dovuta e richiesta oggettività, durante le precedenti settimane di questo nuovo, clamoroso e milionario scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025).

    Ma la scorsa settimana in Albania sono state rese pubblicamente note una vasta documentazione, comprese delle intercettazioni, legate ad un nuovo e clamoroso scandalo milionario in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro. Il nostro lettore sarà informato dettagliatamente di questo scandalo.

    Chi scrive queste righe è convinto che l’Albania, in queste condizioni, non può diventare un Paese membro dell’Unione europea. E se questo accadrebbe, per motivi “geopolitici e geostrategici”, ma anche per degli “interessi” di alcuni dei “grandi dell’Europa”, allora sarebbe un’offesa per i Padri Fondatori dell’allora Comunità Economica Europea, ormai diventata Unione europea. Ma anche per milioni di cittadini dei Paesi membri e per tutti coloro che credono nei valori fondamentali dell’umanità, della democrazia e dello Stato di diritto. Valori che vengono violati quotidianamente e consapevolmente in Albania da chi di dovere, partendo dal primo ministro. Anzi, soprattutto da lui. Aveva ragione il noto filosofo Karl Popper quando affermava che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario

    Ci sono tre tipi di impostori: i bugiardi, i bugiardi sfacciati e i politici.

    Will Rogers

    Anche durante questa settimana sono continuati gli incontri e le trattative per arrivare ad una pace garantita e duratura tra l’Ucraina e la Russia. Ma per il momento non ci sono dei risultati concreti, nonostante le dichiarazioni “rassicuranti” del presidente statunitense, che cerca di apparire come l’unico e l’indispensabile “leader” che può portare alla pace. Durante gli ultimi giorni si è vantato di aver raggiunto il suo ottavo “successo”, assicurando la pace tra Cambogia e Thailandia. Ma si è trattato solo di parole, perché la realtà sul posto lo sta contrariando. Chissà se riuscirà ad avere il tanto ambito Premio Nobel per la Pace? Ma intanto lui continua a pretenderlo, convinto di poter avere tutto. Anche con l’aiuto del suo “amico”, il dittatore russo.

    Nel frattempo hanno portato ad un risultato concreto le massicce proteste durante queste ultime settimane in varie città della Bulgaria. Giovedì scorso, l’11 dicembre, è caduto il governo. E tutto ciò mentre, come è stato stabilito, la Bulgaria entrerà nell’Eurozona dal prossimo 1o gennaio. Le proteste erano cominciate dopo che il governo aveva presentato la sua proposta di bilancio per il 2026. Una proposta molto dibattuta che è stata poi ritirata il 2 dicembre scorso. Ma anche questo atto non è bastato per placare i manifestanti. Si, perché loro non protestavano soltanto contro la proposta di bilancio, ma anche contro la radicata e diffusa corruzione dei governanti ed il mancato mantenimento delle promesse fatte. E giovedì scorso, il primo ministro, presentando le dimissioni, ha affermato: “Abbiamo ascoltato la voce della società”. Chissà come influenzerà questa instabilità politica sull’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona però? Rimane tutto da seguire.

    Delle proteste massicce sono scoppiate venerdì scorso, 12 dicembre, anche a Bucarest, la capitale della Romania, ed in alcune altre città del Paese. Tutto dopo la trasmissione di un documentario intitolato “ Justice Captured” (Giustizia catturata; n.d.a.) da un’emittente indipendente. Durante le due ore si dimostrava dettagliatamente come delle ingerenze politiche, nonché dei determinati rapporti interni al sistema giudiziario, avrebbero influenzato alcune procedure di grande interesse politico per rallentarle e poi riuscire ad avere la prescrizione. I manifestanti, gridando “Giustizia, non impunità”, “Magistrati indipendenti e non obbedienti” e “Integrità, non complicità”, chiedevano l’approvazione delle nuove leggi per garantire il buon funzionamento della magistratura. Ma loro chiedevano anche le dimissioni del ministro della Giustizia e  del ministro dell’Interno, Le proteste contro la corruzione ai massimi livelli politici e dentro il sistema giudiziario continuano e i manifestanti chiedono un reale funzionamento dello Stato di diritto in Romania.

    Ma durante questa settimana in Albania l’attenzione pubblica, politica e mediatica è stata di nuovo concentrata sullo scandalo milionario che ha portato alla sospensione della vice primo ministro, allo stesso tempo anche ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, da questi suoi due incarichi istituzionali. Lei è stata accusata di abusi milionari legati alla costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il nostro lettore è stato informato durante le precedenti settimane di questo nuovo e clamoroso scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025).

    Il nostro lettore è stato, altresì, informato che il primo ministro, per difendere a spada tratta la sua più stretta collaboratrice, aveva presentato il 21 novembre scorso un ricorso, da lui firmato, presso la Corte Costituzionale, considerando come anticostituzionale la decisione della sospensione, dai suoi due incarichi istituzionali, della sua più stretta collaboratrice. Il primo ministro in questo caso aveva “dimenticato” le sue precedenti dichiarazioni in casi simili, con le quali “garantiva” che ogni alto funzionario doveva raffrontarsi personalmente con la giustizia e che lui ed il suo partito non potevano diventare i loro avvocati. Adesso però, nel caso della sua vice, ha cominciato a parlare dell’enorme potere dei giudici e procuratori e delle loro ingerenze nelle competenze dell’esecutivo, violando così il principio della separazione dei poteri. Un principio che lui stesso in prima persona, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, ha palesemente violato, usurpando dei poteri che non gli competono.

    Il 9 dicembre scorso l’Associazione Nazionale dei Giudici della Repubblica d’Albania ha reagito sull’attacco del primo ministro contro “alcuni giudici e procuratori” che non ubbidiscono alla sua volontà. In una sua dichiarazione ufficiale si affermava, tra l’altro, che “…l’associazione esprime preoccupazione e indignazione per l’approccio che il capo del potere esecutivo ha scelto di assumere di fronte a questo problema, che rientra nella competenza del potere giudiziario. Sotto la maschera della denuncia dell’usurpazione dei poteri esecutivo e legislativo, da parte di quello giudiziario, si nasconde in realtà un messaggio di pressione nei confronti degli organi di giustizia che devono esaminare il caso in questione”.

    Immediata e minatoria è stata però anche la reazione del primo ministro. Lo stesso 9 dicembre scorso il primo ministro ha ricordato all’Associazione dei giudici che è lui a dare loro lo stipendio anche se questi non gli “ubbidiscono”, attaccandoli per la loro richiesta di aumento di stipendio, alla Corte Costituzionale, come richiesta scandalosa. “L’Associazione dei giudici dovrebbe sapere che sarebbe altrettanto sbagliato se si aspettasse il mio silenzio sulla scandalosa e ripetuta richiesta presso la Corte Costituzionale di (ri)aumentare gli stipendi dei giudici con decisione del tribunale, usurpando i poteri del governo e del parlamento”, dichiarava il primo ministro.

    Il 12 dicembre la Corte Costituzionale, trattando la richiesta del primo ministro fatta per annullare la sospensione della sua vice come anticostituzionale, ha deciso con 5 voti favorevoli e 3 voti contrari, di sospendere la sospensione della vice primo ministra, allo stesso tempo ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, da questi due incarichi istituzionali fino alla sua decisione definitiva. Decisione che sarà presa il 22 gennaio prossimo quando la Corte si riunirà di nuovo in una seduta pubblica ed in presenza delle parti interessate. Una decisione che, chissà perché, “rifletteva” le accuse del primo ministro al giudice che aveva preso la decisione il 20 novembre 2025. E chissà perché solo poche ore dopo la pubblicazione della decisione della Corte Costituzionale questa sia entrata in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale?!

    Subito dopo questi sviluppi hanno reagito anche le cattive lingue dicendo che le minacce del primo ministro hanno fatto il loro atteso effetto sui giudici della Corte Costituzionale. Una Corte che in altri casi precedenti e simili a quello sopracitato ha deciso diversamente. E le cattive lingue, si sa, raramente sbagliano con quello che dicono.

    Chi scrive queste righe poteva aggiungere anche altri fatti che confermano le bugie e le minacce del primo ministro per coprire uno scandalo milionario. Ma lo spazio non lo permette. Però nel frattempo due altri scandali internazionali sono stati resi pubblici. Scandali che coinvolgerebbero anche il primo ministro albanese. Il nostro lettore sarà informato a tempo debito. Chi scrive queste righe condivide però l’affermazione di Will Rogers che ci sono tre tipi di impostori: i bugiardi, i bugiardi sfacciati e i politici. Il primo ministro albanese, si sa, fatti alla mano, è un sfacciato bugiardo ed ingannatore. E quando si trova in difficoltà, minaccia ed usa tutti i suoi poteri per uscirne fuori.

  • Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario

    Il denaro deve servire e non governare!

    Papa Francesco 

    Prima di partire per Miami, negli Stati Uniti, per incontrarsi con i mediatori statunitensi nell’ambito dei negoziati di pace tra la Russia e l’Ucraina, il 29 novembre scorso si è dimesso il consigliere e stretto collaboratore del presidente ucraino. L’indagine in corso riguarda uno scandalo nel settore energetico. Dopo le dimissioni del suo consigliere, il presidente ucraino ha dichiarato che “non ci dovrebbe essere motivo di essere distratti da nient’altro che dalla difesa dell’Ucraina”.

    Il 28 novembre scorso, in Romania, si è dimesso il ministro della Difesa in seguito ad uno scandalo scoppiato e legato ad una sua bugia. Colui che, non avendo mai conseguito un titolo di laurea, nel curriculum da lui consegnato, aveva affermato di essersi laureato presso un’università della capitale romena. Le verifiche però hanno confermato tutto.

    Delle massicce proteste a livello nazionale sono scoppiate in Bulgaria circa due settimane fa, dopo che il governo ha reso pubblica una proposta di bilancio molto dibattuta e criticata. E tutto ciò mentre la Bulgaria entrerà, dal prossimo 1o gennaio nell’Eurozona. Martedì scorso, 2 dicembre, il governo ha ritirato la sua molto criticata proposta di bilancio che prevedeva un ingente aumento delle tasse e dei contributi sociali. Bisogna sottolineare però che i cittadini non hanno contestato solo la proposta di bilancio, ma protestavano anche contro la radicata corruzione dei governanti ed il mancato mantenimento delle promesse fatte.

    In Albania, invece, è tuttora in corso uno degli scandali più clamorosi degli ultimi anni, mentre le persone direttamente coinvolte continuano a dichiararsi innocenti. Si tratta dell’ormai ex vice primo ministro, che era anche la ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Ma si tratta anche dello stesso primo ministro. E non poteva essere diversamente, visto che lui da anni controlla tutto e tutti. Perciò in Albania non si può fare niente di importante, soprattutto degli appalti abusivi milionari senza il suo ordine e/o consenso. Il nostro lettore è stato informato durante le due precedenti settimane di questo nuovo e clamoroso scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025).

    Il nostro lettore è stato informato che la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, accusata dello scandalo di abusi milionari legati alla costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania, il 20 novembre scorso è stata sospesa dai suoi due incarichi istituzionali. Il giudice del Tribunale Speciale di primo grado contro la Corruzione e la Criminalità organizzata ha, inoltre, deciso che l’accusata non può più uscire dal territorio albanese senza un permesso del Tribunale.

    Dopo aver appreso queste decisioni, l’accusata è andata direttamente negli uffici del Consiglio dei Ministri ed è rimasta lì per circa otto lunghissime ore. Dalle fonti interne, ben informate, si è saputo in seguito che tra lei ed il primo ministro ci sono state delle forti discussioni. Secondo quelle fonti, alla fine il primo ministro è stato “convinto” dalla sua vice, sospesa dai suoi incarichi, di non accettare le decisioni prese dal giudice che ha convalidato le accuse del procuratore incaricato del caso. Perciò l’indomani mattina, il 21 novembre scorso, il primo ministro ha presentato un ricorso, da lui firmato, presso la Corte Costituzionale, considerando come anticostituzionale la decisione della sospensione, dai suoi due incarichi istituzionali, della sua più stretta collaboratrice.

    L’autore di queste righe scriveva lunedì scorso: “Il primo ministro, vistosamente in difficoltà dopo gli sviluppi con il clamoroso scandalo milionario del tunnel, che lo coinvolgerebbe personalmente, ha fatto ricorso presso la Corte Costituzionale contro la decisione presa dal giudice nei confronti della sua stretta collaboratrice. Lei che dando le dimissioni, come abitualmente si fa in altri Paesi europei, lo poteva aiutare molto. Nel frattempo, però, come ha sempre fatto in simili momenti di grande difficoltà, il primo ministro sta cercando di ingannare l’opinione pubblica con false ed abusive citazioni e riferimenti” (Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025).

    Si, dal 21 novembre scorso, quando ha depositato il suo ricorso presso la Corte Costituzionale, il primo ministro ha accusato alcune strutture del sistema “riformato” della giustizia di “oltrepassare” i loro confini e di immischiarsi nelle competenze altrui. E si riferisce a quelle sue. Proprio lui che dal momento dell’entrata in vigore della “riforma” nel sistema della giustizia, si è sempre vantato di quel grande successo e ha sempre appoggiato l’operato delle strutture del sistema “riformato” della giustizia. Un sistema che però, fatti ormai accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, ha sempre ubbidito agli “orientamenti” e alla “volontà” del primo ministro. Mentre il principio della separazione dei poteri di Montesquieu prevede proprio l’indipendenza dei tre poteri, nonché il controllo del sistema giudiziario su quello esecutivo e legislativo.

    Secondo il primo ministro, il procuratore che ha indagato sullo scandalo sopracitato e poi il giudice che ha condannato con la sospensione dai suoi incarichi istituzionali la sua più stretta collaboratrice hanno violato la Costituzione ed il Codice della procedura penale. E per rendere “credibile” la sua tesi, il primo ministro, durante le sue dichiarazioni riguardanti l’argomento, ha sempre cercato di ingannare l’opinione pubblica. Prima di tutto perché la Costituzione ed il Codice della procedura penale prevedono e sanciscono il contrario di quello che pretende il primo ministro. Il comma 2 del articolo 135 della Costituzione, sancisce che “I tribunali Speciali giudicano i reati di corruzione e criminalità organizzata, nonché le accuse penali contro il Presidente della Repubblica, il Presidente del Parlamento, il primo Ministro, il membro del Consiglio dei Ministri…”.

    Invece il comma 2 dell’articolo 242 del Codice di procedura penale sancisce che la sospensione dagli incarichi istituzionali “…non si applica solo alle persone elette secondo la legge elettorale”. E cioè non si applica soltanto nei confronti dei deputati e degli eletti dell’amministrazione locale, sindaci e consiglieri. In più, uno dei principali obiettivi della stessa “riforma” del sistema della giustizia era proprio quello di indagare e condannare l’abuso di potere e la corruzione, partendo dai massimi livelli istituzionali. Primo ministro e ministri inclusi. Anzi, loro per primi.

    Durante i suoi “attacchi” contro il procuratore ed il giudice che hanno indagato e condannato la sua stretta collaboratrice, il primo ministro, sempre cercando di ingannare, ha fatto spesso riferimento, senza mai citarne una, alle opinioni della Commissione di Venezia (Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, organo consultivo del Consiglio d’Europa sull’adozione delle costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo; n.d.a.). Ha fatto lo stesso anche con delle decisioni della Corte europea. Ma solo il fatto di non aver mai specificato se si trattava della Corte europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo, oppure della Corte di Giustizia dell’Unione europea con sede in Lussemburgo, nonché di non aver fatto una sola chiara citazione, conferma la falsità delle sue dichiarazioni e le sue ingannatrici intenzioni.

    Chi scrive queste righe pensa che la stretta collaboratrice del primo ministro, ormai sospesa dai suoi incarichi, doveva dimettersi e poi seguire il suo percorso legale da semplice cittadina. Come hanno fatto il consigliere del presidente ucraino ed il ministro della Difesa romeno. Invece gli albanesi devono ribellarsi contro il loro primo ministro e scendere in piazza, come hanno fatto in Bulgaria. Perché, come ne era convinto papa Francesco, il denaro deve servire e non governare!

  • Scandalo ai massimi livelli governativi

    Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione;

    scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà.

    Honoré de Balzac; da “Cesare Birotteau”, 1837 

    I dodici discepoli, tranne Giuda l’Iscariota, divennero gli apostoli di Gesù, dopo la sua resurrezione e l’ascensione al cielo. Matteo era uno degli apostoli ed il suo Vangelo, per la Chiesa Cattolica, è il primo tra i quattro Vangeli canonici. Matteo ci racconta, nel quinto e diciottesimo capitolo del suo Vangelo cosa pensava e diceva Gesù sugli scandali.

    “Guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” (dal Vangelo secondo Matteo 18/7-9). Bisogna sottolineare che Geenna è una piccola valle sulla parte meridionale del monte Sion in Israele. Però nel Nuovo Testamento Geenna rappresenta l’Inferno, il luogo dove si bruciano tutti i peccatori.

    Da un mese ormai in Albania è stato reso noto uno degli scandali più clamorosi di questi ultimi anni. Sia per gli evidenziati abusi in alcuni appalti pubblici e sia perché tutto veniva personalmente gestito dalla vice primo ministro e, allo stesso tempo, ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Si tratta di appalti pubblici manipolati palesemente e legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a dei sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, inconfutabile espressione dell’abuso del potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli.

    Dopo delle lunghe indagini che sono state condotte da un procuratore coraggioso, il 31 ottobre scorso lui ha comunicato l’accusa di “violazione della parità negli appalti” alla ministra indagata. E, fino a prova contraria, il procuratore bisogna considerarlo veramente coraggioso, visto cosa è accaduto e tuttora accade con il sistema “riformato” della giustizia in Albania. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato brevemente dello scandalo ed altresì del fatto che “…da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro”. Per il primo ministro si trattava di “…..un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo” (Preoccupante sostegno europeo; 24 novembre 2025).

    Il procuratore che ha indagato sul sopracitato scandalo ha evidenziato, tra l’altro, che l’accusata, in veste di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia “…ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore…”. Dagli atti ufficiali dell’inchiesta risulta che l’accusata ha chiesto l’annullamento di un primo appalto sul tunnel, la riapertura delle procedure, la proclamazione del nuovo vincitore, nonostante le condizioni legali non fossero state adempiute ecc..

    Bisogna sottolineare che tutto cominciò ufficialmente nel 2021, quando un’impresa albanese vinse l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di Euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si è svolto un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra ormai accusata, nonché dell’allora vice primo ministro, ormai in asilo in Svizzera, con due rappresentanti di una ditta turca. Una foto testimonia quell’incontro. Bisogna sottolineare però che l’ex vice primo ministro, presente all’incontro e ormai in asilo, aveva denunciato lo scandalo già un anno fa, durante una sua intervista televisiva. Risulterebbe, altresì, che la ditta avesse anche l’appoggio del presidente turco, un “amico” del primo ministro albanese.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con l’annuncio di un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto alcuni mesi dopo proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta maggiore, di circa 50 milioni di euro, di quella della ditta albanese che vinse il primo appalto, poi annullato. Ma, guarda caso, la ditta albanese ha avuto poi il subappalto dal vincitore dello stesso progetto, con la stessa somma da lei offerta durante il primo appalto! Chissà perché?! Ma in Albania è tutto un magna magna, parafrasando Roberto Benigni nel ruolo di Johnny Stecchino.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto sul tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta, tra l’altro, che sono stati tali anche quello sul progetto dello stesso tunnel, con un valore di 7.4 milioni di euro, e l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. E, guarda caso, ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito. Un ponte che è stato sostituito da una grande quantità di cumuli di materiali inerti. Ma dalle stesse indagini del procuratore risulta, oltre a molte altre violazioni delle procedure ed abusi, che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati anche senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge. Un permesso che è stato reso pubblico solo il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo!

    Il 19 novembre scorso un giudice del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere l’accusata dai suoi due incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il giudice ha altresì deciso che l’accusata non può uscire dal territorio albanese. Mentre un giorno dopo, il 20 novembre scorso, è stato reso noto dalla procura che è stata accusata anche di un altro caso, quello di un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana. Un altro scandalo milionario pieno di abusi.

    Da fonti ben informate risulterebbe che il primo ministro sia stato coinvolto direttamente in questi scandali e abusi. Lo confermano anche diversi messaggi scambiati tra l’accusata con un suo stretto collaboratore, ormai in prigione, il cui telefono è stato sequestrato. Chissà perché il primo ministro il 12 febbraio scorso, durante una riunione con il gruppo parlamentare del suo partito/clan, ha avvertito “ironicamente” gli organi competenti di non chiederli il suo telefono? “Non devono fare l’errore di venire a chiedere il mio telefono. Perché hanno preso tutti i telefoni dell’Albania. Che vadano a occuparsi dei fatti!” ha dichiarato il primo ministro.

    Il primo ministro, vistosamente in difficoltà dopo gli sviluppi con il clamoroso scandalo milionario del tunnel, che lo coinvolgerebbe personalmente, ha fatto ricorso presso la Corte Costituzionale contro la decisione presa dal giudice nei confronti della sua stretta collaboratrice. Lei che dando le dimissioni, come abitualmente si fa in altri Paesi europei, lo poteva aiutare molto. Nel frattempo, però, come ha sempre fatto in simili momenti di grande difficoltà, il primo ministro sta cercando di ingannare l’opinione pubblica con false ed abusive citazioni e riferimenti.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore sugli ulteriori sviluppi di questo scandalo che coinvolge i massimi livelli governativi. Ma nel frattempo, parafrasando Balzac, si potrebbe dire che in Albania non è scandaloso che alcuni governanti siano finiti in prigione o sospesi dal loro incarico, scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà. Compreso il primo ministro.

  • Preoccupante sostegno europeo

    La storia è un insieme di menzogne concordate.

    Napoleone Bonaparte

    Venerdì scorso, 21 novembre, a Tirana, capitale dell’Albania, si è svolto il Vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici per discutere del Piano di crescita “Il nostro percorso verso l’Unione europea” (Regional Leaders’ Summit on the Growth Plan “Our pathway to EU”). Erano presenti i capi dei governi, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato e altri funzionari della Commissione europea, nonché rappresentanti di varie organizzazioni regionali.

    Il vertice di Tirana si è svolto solo alcuni giorni dopo che a Bruxelles, il 18 novembre scorso ha avuto luogo il Forum annuale sull’Allargamento dell’Unione europea. Tutto ciò mentre continuano gli attacchi micidiali dell’esercito russo sull’Ucraina e si sta discutendo, a livello internazionale, del piano di pace di 28 punti presentato dal presidente statunitense.

    Ragion per cui anche le politiche di allargamento ormai sono condizionate da queste preoccupanti situazioni geopolitiche e geostrategiche. Lo ha ribadito, tramite un videomessaggio, la presidente della Commissione europea il 18 novembre scorso, durante il Forum annuale sull’Allargamento. Per lei  “…in tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta per la pace”. Perché, ha aggiunto, l’allargamento è un “investimento nella nostra sicurezza e libertà collettiva”.

    Però le “ragioni geopolitiche e geostrategiche” devono essere valutate con la massima serietà, responsabilità e lungimiranza, tenendo ben presente ogni singolo Paese candidato all’adesione nell’Unione. E non si devono “appoggiare”, proprio per “ragioni geopolitiche e geostrategiche”, certi autocrati al potere in alcuni Paesi balcanici. L’Unione europea deve garantire l’attivazione di regole e clausole di tutela quando nuovi Stati membri non rispettino gli obblighi comunitari. Sì, perché, come ci insegna anche la storia recente, l’Unione europea dovrebbe essere ben attenta ad altre problematiche causate da ulteriori attriti interni tra gli Stati membri, compresi i nuovi Paesi aderenti, che possano generare poi forti disaccordi in sede decisionale.

    Se si trascurano determinati criteri, si rischia realmente di poter favorire anche un Paese in cui si stia consolidando un regime autocratico anche se camuffato di pluripartitismo di facciata. Un Paese in cui siano stati evidenziati, dai rapporti ufficiali dalle istituzioni specializzate, compresi quelle dell’Unione europea, dei seri problemi legati alla diffusa corruzione, alla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata ed altri raggruppamenti occulti internazionali, all’abuso del potere istituzionale conferito e anche usurpato, alla violazione dei fondamentali diritti dell’essere umano ed altro. Il che potrebbe, con molta probabilità, generare poi seri problemi nel futuro per l’Unione europea. Ragion per cui non si dovrebbe mai trascurare l’adempimento dei tre noti Criteri di Copenaghen: il criterio politico, il criterio economico e quello dell’acquis comunitario. Proprio il primo criterio prevede, tra l’altro, la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia e lo Stato di diritto in tutti i Paesi candidati all’adesione nell’Unione europea.

    Durante il vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici, svoltosi a Tirana venerdì scorso, 21 novembre, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato ha dichiarato, tra l’altro, che la stessa Europa non può sentirsi sicura senza l’adesione dei Paesi balcanici all’Unione europea. “…Questo è un errore che abbiamo commesso in passato e dobbiamo correggerlo”, ha aggiunto lei.

    Rivolgendosi poi ai massimi rappresentanti dei Paesi balcanici presenti al vertice, la Commissaria all’Allargamento e alla Politica di Vicinato ha dichiarato: “Ci restano ancora due anni affinché il Piano di Crescita diventi un vero successo e prepariamo il terreno per il vostro ingresso nell’UE. Dobbiamo sfruttare ogni giorno per lavorare per il futuro europeo dei Balcani occidentali”. Mentre all’inizio della scorsa settimana, a Bruxelles, la Commissaria all’Allargamento e la Politica di Vicinato ha elogiato i “successi” dell’Albania, perciò del primo ministro albanese, suo caro amico, nel suo percorso europeo. Lei ha detto “convinta” che “L’Albania è il miglior caso del potere trasformativo dell’allargamento”.

    Alla fine del vertice di Tirana era stata prevista anche una conferenza stampa congiunta del primo ministro albanese e della Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato. Loro hanno informato i giornalisti presenti su alcuni argomenti trattati durante il vertice. E come al solito, sono state delle dichiarazioni che si riferivano ai “risultati positivi ottenuti”, esprimendo riconoscimento per il “valoroso supporto” della Commissione europea e l’ottimismo della stessa Commissione per il raggiungimento di tutti gli obiettivi posti. Poi, dopo le loro dichiarazioni, sono stati i giornalisti a fare delle domande.

    Ma prima di fare riferimento sia alle domande dei giornalisti che alle risposte ricevute, bisogna però sottolineare che recentemente è stato reso pubblico uno dei più clamorosi scandali in Albania di questi ultimi anni. Si tratta di uno scandalo in seguito ad alcuni manipolati appalti pubblici legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, espressione dell’abuso con il potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli. Uno scandalo che vede direttamente coinvolti la vice primo ministro, che è anche ministro delle Infrastrutture e dell’Energia, reso noto dopo lunghe indagini di un coraggioso procuratore. Da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro. Chissà perché?! Proprio colui che, guarda caso, risulta coinvolto personalmente in quello scandalo.

    Un giornalista ha chiesto al primo ministro del sopracitato scandalo. E lui non poteva non dare la colpa agli altri. Per il primo ministro si tratta di “…un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo”. Mentre la Commissaria sull’Allargamento ha rifiutato di rispondere alla stessa domanda, dicendo:  “non commenterò casi concreti”.

    Una giornalista ha chiesto a lei se le elezioni dell’11 maggio in Albania rispettavano gli standard dell’Unione europea. E si riferiva al massacro elettorale dell’11 maggio scorso di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Un massacro elettorale evidenziato dal rapporto ufficiale dell’OSCE/ODIHR, (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025), ma anche dal rapporto ufficiale della stessa Commissione europea (Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà; 10 novembre 2025).

    Ebbene, la risposta della Commissaria all’Allargamento è stata clamorosa: “Le elezioni sono state libere e oneste” (Sic!). Una dichiarazione che contrasta in modo stridente con i due sopracitati rapporti che affermano proprio il contrario. Sì perché in nessuna riga dei due rapporti risulta una simile affermazione. Lei doveva dare un’altra risposta, per essere in accordo almeno con il rapporto della Commissione Europea che rappresenta. Chissà perché una simile dichiarazione?! Si sa però che lei, la Commissaria all’Allargamento sempre ha “applaudito i successi” raggiunti dal primo ministro albanese. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Bruxelles, dichiarando che l’Albania è “un’ispirazione per i Balcani occidentali” (Sic!).

    Chi scrive queste righe considera preoccupante il sostegno che la Commissaria all’Allargamento sta dando al primo ministro albanese, con il quale stanno manipolando la storia e la realtà. Aveva ragione Napoleone Bonaparte, affermando che la storia è un insieme di menzogne concordate.

  • Luci e ombre su un vertice intergovernativo

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie

    George Orwell

    Giovedì scorso, 13 novembre, si è svolto il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Il vertice ha avuto luogo a Villa Doria Pamphili a Roma ed è stato presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia e il Primo Ministro d’Albania. I rappresentanti dei due governi hanno firmato 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione tra i due Paesi in vari settori come quelli della migrazione, delle infrastrutture, della difesa e sicurezza, dell’energia, dell’ambiente, della salute, dell’innovazione e della formazione.

    Una particolare attenzione durante quel vertice l’ha avuta la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) costruiti ormai in Albania. Si tratta di una questione molto dibattuta sia in Italia che in Albania, ma anche a livello internazionale. Dibattiti, critiche, contestazioni e proteste, ma anche convinzione ed ottimismo che si susseguono e si esprimono dal 6 novembre 2023, giorno in cui la Presidente del Consiglio di Ministri d’Italia ed il primo ministro d’Albania hanno firmato a Roma il Protocollo tra il governo della Repubblica d’Italia e il Consiglio dei Ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito sia sul Protocollo che sulle reazioni pubbliche ed istituzionali, a livello locale ed internazionale. L’autore di queste righe scriveva una settimana dopo che la notizia fosse resa pubblica: “Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! … Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese”. (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    Ed era proprio quel primo ministro che solo due anni prima, il 18 novembre 2021, aveva dichiarato convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché due anni dopo lui ha cambiato completamente la sua opinione?! Ed è lo stesso che adesso ha cominciato il suo quarto mandato consecutivo, dopo il massacro elettorale del 11 maggio scorso. Come altri autocrati, suoi simili.

    Durante il vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania svoltosi a Roma giovedì scorso, compresa anche la conferenza stampa dei due capi del governo, il tema del trattamento dei profughi, nei due campi sul territorio albanese, ha ottenuto un ampio spazio. Tutto dovuto alle continue contestazioni da parte dei rappresentanti dell’opposizione in Italia, alle decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma sui profughi arrivati in Albania, nonché alle molte critiche ufficialmente espresse da diverse istituzioni e organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dell’uomo.

    La presidente del Consiglio dei Ministri’d’Italia, durante la congiunta conferenza stampa con il suo omologo albanese, ha dichiarato, riferendosi al Protocollo sui migranti, che “Non tutti hanno compreso la validità del modello”. E poi ha aggiunto convinta: “…tanti hanno lavorato per frenarlo o bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché è un meccanismo che ha la potenzialità di cambiare il paradigma sulla gestione dell’immigrazione”.

    Durante la stessa conferenza stampa il primo ministro albanese ha dichiarato che “…l’Italia può chiedere all’Albania quello che gli viene in mente e noi risponderemo di sì”. Poi ha replicato ad un giornalista di Rai3 che gli aveva chiesto se si fosse pentito dell’Accordo sui migranti del 6 novembre 2023, che ancora non era entrato a regime e se lo riproporrebbe ad altri Paesi europei. Il primo ministro, che è abituato ormai ad essere duro e anche minaccioso con quei giornalisti che gli fanno delle domande a lui non gradite, ha risposto “…Se non si è pentito lei che fa da due anni la stessa domanda, come posso pentirmene io”. E poi ha aggiunto “…Non so cosa capiranno quelli che seguiranno la sua cronaca”.

    In seguito a quell’atteggiamento scontroso del primo ministro albanese ha subito reagito anche il Comitato di redazione di Rai3. A nome di tutti i giornalisti della rete, il Comitato, riferendosi alla domanda del giornalista, dichiara che “… La domanda è più che mai attuale e interessante. In un Paese democratico si risponde o, magari, non si risponde, ma non è accettabile che si attacchi frontalmente l’intervistatore facendo del sarcasmo prolungato e fuori luogo e pretendendo, come è successo oggi a Villa Pamphili, di dettare al giornalista cosa dovrebbe scrivere. Crediamo che le domande siano il prerequisito indispensabile di uno Stato libero e democratico. Per questo noi certamente non ci vergogniamo, anzi, siamo orgogliosi di continuare a farne”.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania di giovedì scorso, sono stati firmati il memorandum tra i ministri degli Esteri sulla cooperazione nel settore della sicurezza cibernetica, il memorandum di cooperazione tra ministri dell’Interno per il contrasto al traffico di droga, degli accordi di cooperazione nel settore della difesa, compresi quelli della collaborazione tra alcune imprese italiane ed albanesi, l’accordo per il potenziamento del settore neonatale albanese, l’accordo per un credito d’aiuto della cooperazione allo sviluppo a favore della Protezione civile albanese ecc..

    Sempre nell’ambito del Protocollo sui migranti tra l’Italia e l’Albania, è stata firmata anche l’intesa tecnica per la consegna di due pattugliatori alla Guardia Costiera albanese. Sono state immediate però le critiche in Albania da parte degli specialisti. Secondo loro la rottamazione dei due vecchi pattugliatori “donati” costa molto di più del loro reale valore finanziario. Ma soprattutto, la “donazione” delle due navi che pattuglieranno insieme con le navi italiane permetterà l’attivazione dei due Centri di permanenza per i rimpatri che si trovano in Albania, evitando anche le decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma. Sì, perché catturato e fatto salire su una nave che batte bandiera albanese, il profugo è entrato nel territorio albanese, un Paese non comunitario, dove si trovano anche i due Centri di permanenza per i rimpatri. Perciò il caso non può essere più giudicato da un tribunale italiano.

    Durante il sopracitato vertice la Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia ha espresso il suo pieno appoggio per sostenere l’avanzamento dell’Albania nel suo processo europeo. Una manna santa per il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Colui che ormai, non avendo più cosa promettere, sta cercando di ingannare gli albanesi con la “promessa europea”. Al vertice di Roma era presente però anche la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Forse la presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia non sapeva che lei, insieme con il primo ministro, sono i principali accusati per corruzione in uno scandalo clamoroso reso pubblico recentemente. Perché se no, avrebbe cambiato alcune sue dichiarazioni, soprattutto quelle riguardanti il processo europeo dell’Albania. Un processo che non dovrebbe mai e poi mai “assolvere” la corruzione.

    Chi scrive queste righe per il momento si ferma qui, ma pensa che spesso si avvera l’affermazione di George Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie”.

  • Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    Il 23 ottobre veniva pubblicato il rapporto finale sulle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. Si tratta di un documento elaborato dall’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani (Office for Democratic Institutions and Human Rights – ODIHR; n.d.a.). Quell’Ufficio rappresenta una struttura importante dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Organization for Security and Co-operation in Europe; n.d.a.). Il compito principale dell’ODIHR è quello di osservare ed analizzare i processi elettorali in tutti i Paesi membri dell’OSCE. Riferendosi al sopracitato rapporto, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “… Ebbene, anche il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni politiche dell’11 maggio scorso in Albania, elencando una lunga serie le violazioni, evidenziate e verificate dai suoi osservatori, ha confermato ufficialmente molte violazioni sia della Costituzione albanese e delle leggi in vigore, sia del Documento di Copenhagen” (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025).

    Il 4 novembre scorso la Commissione europea ha reso pubblico il rapporto di progresso per il 2025 dei Paesi candidati all’adesione all’Unione europea. Per quanto riguarda l’Albania il rapporto, per la prima volta dopo una decina d’anni, nonostante sia stato scritto con il solito linguaggio “diplomaticamente corretto”, ha però evidenziato anche diverse problematiche, comprese quelle verificate e documentate durante le “elezioni” dell’11 maggio scorso. Ovviamente la vera, vissuta e sofferta realtà albanese testimonia molte altre palesi e clamorose violazioni dei principi della democrazia, “sfuggite” ai redattori del rapporto. Violazioni attuate da un regime ormai restaurato e che si sta consolidando.  Ma anche solo le problematiche presentate nel rapporto sono sufficienti per capire la preoccupante realtà in un Paese, il cui sistema statale ha poco in comune con un vero sistema democratico. Sempre da fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, da fatti documentati, denunciati e pubblicamente noti, risulta che ormai il primo ministro albanese, dopo aver ottenuto il suo quarto mandato consecutivo, agisce come un vero dittatore.

    Una simile, preoccupante e pericolosa realtà viene confermata anche da quello che sta accadendo dal settembre scorso, durante le sessioni del nuovo Parlamento. Il primo ministro ormai, con i suoi 83 ubbidienti deputati ed altri che potrebbe “arruolare” nel caso gli servissero, può cambiare anche la Costituzione e approvare qualsiasi sua “visionaria idea” e qualsiasi suo “lungimirante progetto”. Quanto sta accadendo solo in Parlamento da settembre scorso, da quando ha cominciato questa nuova legislatura, testimonia l’ulteriore consolidamento del regime ormai restaurato da alcuni anni in Albania. Si tratta di una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali, molto potenti finanziariamente.

    Il primo ministro, tramite i presidente del Parlamento ed altri suoi stretti collaboratori, sta negando ai deputati dell’opposizione i loro diritti fondamentali, riconosciuti dalla Costituzione. Ormai la maggioranza sta continuamente negando all’opposizione il diritto del dibattito parlamentare ed il diritto di chiedere, secondo il regolamento del Parlamento, audizioni parlamentari e la costituzione di commissioni d’inchiesta. La maggioranza ha passato durante la prima sessione del nuovo Parlamento, senza il dibattito in aula, il programma del nuovo governo. Così come, giovedì scorso, ha approvato anche la legge di bilancio e quella controversa sulla “parità di genere”.

    Il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea, nella parte dedicata all’Albania, riferendosi al Parlamento, evidenzia: “…Il Parlamento può esercitare le sue competenze in un modo parzialmente effettivo”. Il rapporto evidenzia altresì che “…Il Parlamento viene inoltre ostacolato da una limitata supervisione sull’esecutivo, mentre la politicizzazione delle nomine parlamentari a posizioni di rilievo negli organi costituzionali o nelle istituzioni indipendenti, stabilite dalla legge, resta un problema serio”.

    Il sopracitato rapporto evidenzia il fatto che il Parlamento non ha attuato alcune decisioni della Corte Costituzionale entro il termine stabilito dalla legge. Il rapporto si riferisce anche alle opinioni della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come la Commissione di Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa sull’adozione delle costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo; n.d.a.). Il rapporto afferma che “In un parere su questo tema, la Commissione di Venezia ha confermato che le decisioni della Corte Costituzionale sono vincolanti per tutti gli organi statali, compreso il Parlamento. Il Parlamento non ha ancora recepito il parere della Commissione di Venezia”. Il rapporto, riferendosi al sistema giudiziario, afferma che “….I tentativi da parte di funzionari pubblici o dai [rappresentanti] politici di esercitare intromissioni e pressioni inutili sono aumentati e sollevano serie preoccupazioni”.

    Riferendosi alle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania, il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea evidenzia che “…la gara per le elezioni parlamentari non era paritaria ed il partito al governo ha sfruttato le risorse statali”. Il rapporto evidenzia, altresì, che “Sono stati notati anche sviluppi inquietanti, tra cui il fatto che il partito al governo ha beneficiato di un ampio utilizzo di risorse amministrative e di influenza istituzionale”, nonché “preoccupazioni circa l’influenza delle reti dei patrocinatori”. Il nostro lettore è stato informato che per massimizzare il risultato delle elezioni, politiche o amministrative, il partito capeggiato dal primo ministro, oltre al supporto attivo della criminalità organizzata, sta “beneficiando” dei cosiddetti “patrocinatori”. Si tratta di persone che “aiutano volontariamente” il partito ad avere informazioni di vario tipo sugli elettori, ma anche di “convincerli” a votare per il partito. Il primo ministro ha pubblicamente affermato di essere “orgoglioso” del loro prezioso supporto.

    Il rapporto tratta anche la limitata libertà dei media in Albania, evidenziando che “…Nel campo della libertà dei media, che è una delle principali priorità e condizioni dell’integrazione europea, la Commissione europea ritiene che non vi sia stato alcun progresso…”. Nel rapporto si sottolinea che “Durante l’ultimo anno, l’Albania non ha compiuto progressi nell’allineamento del suo quadro giuridico all’acquis dell’Unione europea e agli standard europei, in particolare per quanto riguarda le principali sfide legate alla libertà dei media”.

    Queste sono solo alcune delle problematiche in Albania, evidenziate dal rapporto di progresso, per il 2025, della Commissione europea. Ma anche se la realtà fosse quella descritta dal rapporto, viene naturale la domanda: come averebbero reagito i politici, i cittadini e le istituzioni in un qualsiasi Paese democratico se si fossero verificate simili problematiche?! Al lettore la risposta.

    Chi scrive queste righe avrebbe voluto trattare anche altri argomenti, ma lo spazio non lo permette. Nel frattempo egli considera che il rapporto della Commissione europea, nonostante non abbia evidenziato molte altre problematiche, sia un’altra seria conferma delle istituzioni internazionali, di una preoccupante realtà in Albania. Perché, come affermava Oscar Wilde, “Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla”.

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