Albania

  • Una decisione che viola i diritti dei giornalisti indipendenti

    Dove c’è un tribunale c’è iniquità.

    Lev Tolstoj

    Il Consiglio d’Europa è stato costituito a Londra, il 5 maggio 1949. I dieci Paesi che lo hanno fondato dovevano impegnarsi a non avere più conflitti armati in Europa ed evitare, perciò, tutte le atrocità vissute e sofferte durante la Seconda guerra mondiale, finita soltanto quattro anni prima. Nel documento base del Consiglio d’Europa si sancivano anche gli obiettivi da raggiungere. I Paesi firmatari si dovevano impegnare a promuovere e difendere i principi della democrazia, i diritti dell’uomo, l’identità culturale dei Paesi europei, nonché risolvere i diversi problemi sociali nei Paesi membri del Consiglio d’Europa. Obiettivi che ormai devono rispettare non più dieci, bensì quarantasei Paesi aderenti.

    Era il 4 novembre 1950 quando a Roma è stata approvata la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, nota come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Si trattava di una Convenzione basata su quanto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Una Convenzione che entrò in vigore il 3 settembre 1953 per gli Stati aderenti al Consiglio d’Europa e che tale rimane anche attualmente per tutti i Paesi membri. In seguito, nel 1959, si costituì la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, ideata come un organo internazionale giurisdizionale, il cui principale obbligo istituzionale era ed è quello di garantire quanto si stabilisce nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In più la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, garantisce a tutti i cittadini dei Paesi membri del Consiglio d’Europa il diritto di rivolgersi alla Corte. Riconosce perciò il diritto e fare ricorso per risolvere ogni contenzioso con le istituzioni del Paese di appartenenza, dopo avere esaurito lì tutto il percorso giuridico e quando il cittadino non è convinto di aver avuto una giusta giustizia.

    L’articolo 10, comma 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sancisce: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. …”. Mentre il 16 settembre 2022 la Commissione europea ha adottato un documento noto come European Media Freedom Act (Legge europea sulla libertà dei media; n.d.a.). L’articolo 4, comma 3, di questa legge sancisce: “Gli Stati membri non possono sanzionare, intercettare, sottoporre a sorveglianza, perquisizione o sequestro, media professionisti, i loro dipendenti o i loro familiari, perché si rifiutano di rivelare informazioni sulle loro fonti, a meno che ciò non sia giustificato da un’esigenza di interesse pubblico”.

    L’Albania è diventato un Paese membro del Consiglio d’Europa dal 13 luglio 1995. Come tale ha assunto anche l’obbligo di rispettare quanto è stato sancito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, compreso il suo articolo 10, comma 1. Perciò, tutte le istituzioni albanesi, sia quelle statali e governative, sia anche le istituzioni del sistema della giustizia, sono obbligate a rispettare quanto sancito in quell’articolo. E cioè sono obbligate a rispettare il diritto di un giornalista a non rivelare la fonte delle sue informazioni. Ma una decisione della Corte Suprema del 20 febbraio scorso ha violato questo diritto ad un giornalista investigativo che stava indagando sulle attività di un’organizzazione della criminalità organizzata e il coinvolgimento di alcuni alti funzionari istituzionali e rappresentanti politici dell’unico partito al governo. Era il 13 dicembre 2023 quando il giornalista è stato fermato, in piena violazione della legge, dai funzionari della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, un “vanto” del sistema “riformato” della giustizia in Albania. Una Struttura che però e purtroppo, dati accaduti e che stanno accadendo alla mano, risulta non rispettare i propri obblighi previsti dalla legge, ma ubbidire agli ordini che arrivano dai massimi livelli governativi e politici. Il nostro lettore è stato spesso informato delle violazioni della Costituzione e delle legge in vigore da parte di questa Struttura. Al giornalista fermato hanno sequestrato i telefoni, i computer ed hanno chiesto di rivelare le fonti delle sue informazioni legate all’organizzazione della criminalità organizzata e ad alcuni alcuni alti funzionari istituzionali e politici sui quali lui stava indagando. Il giornalista ed i suoi legali si sono rivolti al tribunale di primo grado della capitale, ma il tribunale ha dato ragione all’operato della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata. La stessa decisione è stata presa in seguito anche dalla Corte d’Appello.

    Dopo quelle decisioni sono state immediate le reazioni delle organizzazioni locali ed internazionali dei giornalisti, come Reporters sans Frontières (Reporter senza Frontiere) e la Federazione europea dei giornalisti. Ma sono valse a niente tutte queste reazioni. Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha convalidato le decisioni del tribunale della capitale e quella della Corte d’Appello. Ma quello che risulta veramente “strano” nella decisione della Corte Suprema è proprio il fatto che quella decisione contrasta palesemente con un’altra decisione presa dalla stessa Corte più di due anni fa. E guarda caso, tre dei cinque giudici erano gli stessi che hanno deliberato diversamente quando si stava giudicando il caso di due giornalisti e dei materiali sequestrati al loro media dai funzionari della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata! L’autore di queste righe informava il nostro lettore allora che “…i due giornalisti si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua immediata delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida ed ha deciso che “Le autorità (del Sistema di giustizia albanese; n.d.a.) devono impedire l’attuazione della delibera […] per il sequestro della strumentazione che serve per la conservazione dei dati e delle informazioni, dei computer o altre strumentazioni elettroniche appartenenti al ricorrente …” (Uso scandaloso di dati personali; 31 gennaio 2022). Dopo quella decisione della Corte europea dei Diritti dell’Uomo c’è stata anche la decisione della Corte Suprema albanese a favore dei due giornalisti. Chissà perché il 20 febbraio scorso la stessa Corte, compresi anche tre dei cinque giudici che hanno deliberato, decisero proprio l’opposto contrario, nonostante i due casi erano simili?!

    Chi scrive queste righe pensa che quella decisione della Corte Suprema albanese viola i diritti dei giornalisti indipendenti e rappresenta un ulteriore e preoccupante testimonianza del controllo del sistema “riformato” della giustizia da parte del potere politico. Chi scrive queste righe è convinto che non ovunque dove c’è un tribunale c’è iniquità, come affermava Lev Tolstoj. Ma quella realtà si verifica purtroppo molto spesso in Albania.

  • Sostegno da Oltreoceano ad un autocrate corrotto

    In nessun altro tempo ebbe la ciarlataneria tanti seguaci e s’allegrò di

    così lauti profitti, quanto in questo tempo di spregiudicati e di scaltriti.

    Arturo Graf; da “Ecce Homo”, 1908

    Si continua a combattere e a morire nella Striscia di Gaza, dopo che il 7 ottobre 2023 i terroristi di Hamas attaccarono e uccisero circa 1200 persone innocenti, tra civili e militari israeliani. In più presero come ostaggi circa 250 altri cittadini israeliani. Da allora il numero delle vittime aumenta ogni giorno che passa. E mentre il conflitto continua si sta cercando anche di mediare tra le parti. Purtroppo i negoziati, tuttora in corso, non hanno portato ad una soluzione plausibile e duratura, accettata sia dal governo israeliano, sia dai rappresentanti del Hamas.

    Nel frattempo e quasi da due anni ormai si continua a combattere e a morire anche in Ucraina. L’aggressione, che il dittatore russo considerava “un’operazione militare speciale”, cominciò il 24 febbraio 2022. Un’aggressione che ha causato molte vittime innocenti, soprattutto tra i cittadini ucraini. L’opinione pubblica in tutto il mondo ha avuto modo di conoscere le atrocità dell’esercito russo. Sono tanti i simboli di queste crudeltà, compresa quella nella cittadina di Bucha durante la primavera del 2022. Lì sono stati ritrovati uccisi e buttati nelle fosse comuni alcune centinaia di cittadini inermi ucraini, tra cui anche bambini ed anziani. Ogni giorno che passa arrivano notizie di questa guerra che continua a mietere tante vite umane. L’ideatore di questa aggressione continua però a parlare cinicamente di “un’operazione militare speciale” e non di una sanguinosa guerra, di una vera e propria carneficina.

    Purtroppo attualmente non si combatte e non si muore soltanto in Ucraina e nella Striscia di Gaza. Da circa dieci mesi si sta combattendo anche in Sudan, causando morti tra i civili inermi e i combattenti nonché una grave crisi umanitaria. Nello stesso tempo però sono in corso anche altri combattimenti in diverse parti del mondo, con morti e distruzioni, nonostante non abbiano la stessa attenzione mediatica e politica.

    La scorsa settimana c’è stata un’altra notizia che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica; la morte di Alexei Navalny, il maggior oppositore politico del dittatore russo. La morte “improvvisa” è avvenuta in una prigione speciale in Siberia, oltre il circolo polare artico, costruita nel periodo dei lager nell’Unione Sovietica. La colonia penale IK-3, nota anche come la colonia Polar Wolf (Lupo polare; n.d.a.) si trova a circa duemila chilometri a nord-est di Mosca. E, guarda caso, la morte di Navalny è avvenuta a meno di un mese dalle elezioni presidenziali in Russia, previste tra il 15 ed il 17 marzo 2024. Elezioni che, vista la realtà, saranno “vinte” di nuovo dal dittatore russo. Proprio da lui che ha visto sempre nella persona di Alexei Navalny un avversario molto pericoloso, perciò un avversario da eliminare.

    La notizia della morte di Navalny è stata diffusa dalle autorità venerdì scorso, 16 febbraio, alle ore 14:17 locali (le 10:17 italiane; n.d.a.). Lo confermava anche un certificato rilasciato a sua madre dalle autorità della colonia penale IK-3, dopo che lei era andata lì per vedere il defunto figlio, dopo la diffusione della notizia, insieme con l’avvocato di Navalny. Bisogna sottolineare che la notizia è stata propagata dal servizio penitenziario russo tramite alcune delle reti televisive controllate dal governo. In un breve comunicato stampa si faceva sapere che Alexei Navalny “… si è sentito male dopo una passeggiata e ha perso conoscenza quasi immediatamente”. Aggiungendo che “…tutti gli sforzi fatti per rianimarlo non hanno avuto esiti”. Da fonti indipendenti e credibili risulterebbe che ai media ed ai giornalisti è stato “consigliato” di non dare spazio alla notizia e comunque di attenersi a quanto diramato solo dalle autorità e diffuso dalle televisioni e dalle agenzie stampa controllate dal governo russo. Ma nonostante tutto ciò, la notizia ha avuto subito una rapida diffusione a livello internazionale. E si riferiva soprattutto alle dichiarazioni della madre e della moglie di Navalny, della sua portavoce e dell’avvocato. Si è saputo che sua madre ed il suo legale hanno dovuto aspettare per circa due ore prima che un funzionario della colonia penitenziaria si presentasse finalmente per comunicare loro che il corpo era stato portato nel obitorio di una città a circa 50 chilometri di distanza. Andati lì hanno trovato però l’obitorio chiuso, In seguito, è stato comunicato loro che il cadavere non si trovava nell’obitorio! La famiglia e i suoi collaboratori sono convinti che la morte di Navalny “ha un solo responsabile: Vladimir Putin”. La portavoce dell’oppositore ha dichiarato, tra l’altro::“….Ora chiediamo che il corpo di Navalny sia consegnato alla famiglia, e facciamo appello a tutti perché lo chiedano con noi”.

    Alexei Navalny, morto il 16 febbraio scorso, a 47 anni, era un avvocato e uno dei più convinti ed agguerriti oppositori del dittatore russo. Aveva cominciato la sua attività politica all’inizio degli anni 2000 con il partito liberale e nazionalista Yabloko (La mela; n.d.a.). In seguito ha aperto un sito dove denunciava la corruzione del regime russo e degli oligarchi “amici” del dittatore. Poi, nel 2011, registra ufficialmente la sua Fondazione anticorruzione e continua a pubblicare molti materiali e documenti con i quali denunciava la corruzione ai massimi livelli del potere politico. Ed era proprio tra il 2011 ed il 2012 che Navalny organizzava e dirigeva, insieme ad altri suoi amici e collaboratori, delle proteste in piazza contro i brogli elettorali. Brogli che garantivano sempre al dittatore russo la vittoria. Le “paperelle gialle” sono state diventate il simbolo della realtà russa, caratterizzata dalla corruzione diffusa e che partiva dai massimi livelli del potere politico. Navalny diventa perciò un’avversario “ingombrante” per il dittatore russo e proprio per questa ragione lui non è stato registrato come candidato nelle elezioni presidenziali del 2018 con la scusa di una “condanna per frode”. Alexei Navalny diventava sempre più una crescente preoccupazione per lo zar russo. Ragion per cui quest’ultimo ordina ai suoi di avvelenarlo. Era il 20 agosto del 2020 quando, a bordo di un aereo diretto a Mosca, Navalny si sente male. Perciò l’aereo atterra nella città di Omsk e lui viene ricoverato nell’ospedale dove, comunque, non hanno fatto riferimento di avvelenamento. Da quell’ospedale Navalny, su sua richiesta, è stato trasferito presso l’ospedale Charité (Carità; n.d.a.) di Berlino. I medici tedeschi hanno constatato l’avvelenanento con un agente nervino. Ma nonostante la consapevolezza dei pericoli che poteva affrontare, Navalny, dopo la degenza in Germania, nel gennaio 2021 decise di ritornare di nuovo in Russia. Ma in patria lui è stato di nuovo condannato dal regime russo. Condanne che ammontavano, tutte insieme, ad oltre trent’anni di carcere. A quelle condanne poi, guarda caso, subito dopo l’inizio guerra in Ucraina, a Navalny è stata aggiunta un’altra condanna di nove anni. Ma non è finita lì. Era l’agosto del 2023 quando a lui arriva un’altra, l’ennesima, condanna. Quella volta di 19 anni di prigione. Ed era dopo quella condanna che lui, a fine dicembre scorso, è stato trasferito proprio nella colonia penale IK-3 dove, secondo i suoi familiari e collaboratori, è stato ucciso venerdì scorso 16 febbraio.

    Subito dopo la diffusione della notizia della morte di Navalny in diverse città in Russia sono state organizzate delle manifestazioni per onorare quello che lui rappresentava. Ovviamente la reazione delle autorità russe è stata immediata, con alcune centinaia di arresti. Durante il fine settimana ci sono state delle manifestazione in onore di Navalny anche in diverse capitali e città europee e negli Stati Uniti d’America. Lunedì 19 febbraio, mentre le autorità russe annunciavano che la salma non sarebbe stata restituita alla famiglia per altri 14 giorni, la vedova di Alexei Navalny è stata a Bruxelles dove ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea. Lo stesso giorno, in una video, lei affermava: “Mentono meschinamente e nascondono il suo corpo attendendo quando svaniranno le tracce dell’ennesimo novichok di Putin”.

    Purtroppo il dittatore russo ha dei suoi simili in diverse parti del  mondo. Simili che, come lui, fanno di tutto per avere le “mani libere” nella gestione dei regimi dittatoriali. Compresa anche l’eliminazione degli avversari politici e di qualsiasi opposizione. Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi in Albania ne è una significativa ed inconfutabile testimonianza. Il nostro lettore è stato informato della palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore da parte delle istituzioni del sistema “riformato’ della giustizia. Si tratta di procuratori e giudici che, ubbidendo agli ordini personali e perentori del primo ministro albanese, hanno deliberato prima il divieto dell’uso del passaporto e poi, dal 30 dicembre scorso, l’arresto domiciliare del dirigente dell’opposizione politica albanese (Inconfutabili testimonianze di una dittatura in azione, 23 ottobre 2023; Preoccupante ubbidienza delle istituzioni al regime dittatoriale, 7 novembre 2023; Un dittatore corrotto e disposto a tutto, 20 dicembre 2023). Riferendosi alla drammatica realtà albanese, l’autore di queste righe scriveva che si tratta di una realtà: “…che è stata palesemente confermata anche da quello che è accaduto con il dirigente dell’opposizione, ex presidente della Repubblica (1992-1997) ed ex primo ministro (2005-2013). Per il primo ministro e per i suoi “alleati”, lui rappresenta non solo un avversario politico, ma bensì un nemico da combattere con tutti i metodi. E dal 30 dicembre scorso, in piena violazione della Costituzione e delle leggi in vigore, il dirigente dell’opposizione è agli arresti domiciliari” (Preoccupanti e pericolose somiglianze; 16 gennaio 2024).

    Il primo ministro albanese, trovandosi sempre più impantanato in vistose difficoltà, da lui stesso causate, sta cercando, costi quel che costi, un “appoggio internazionale”. E siccome non convince più il comprato sostegno dei soliti “rappresentanti diplomatici” accreditati in Albania e neanche quello di alcuni rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, allora lui sta disperatamente cercando di avere anche l’appoggio di alcuni massimi rappresentanti delle istituzioni statunitensi.

    Giovedì scorso, 15 febbraio, per alcune ore, è arrivato in  Albania il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Proprio colui che ultimamente è stato continuamente impegnato nei negoziati difficili e ad ora senza nessun esito, tra l’Israele e Hamas. Proprio lui che, guarda caso, il 19 maggio 2021 dichiarava il dirigente dell’opposizione, ormai agli arresti domiciliari dal 30 dicembre scorso, come persona “non idonea ad entrare negli Stati Uniti d’America’. Una visita, quella del segretario di Stato ,che è stata smentita dalle istituzioni statunitensi fino a pochi giorni prima di essere stata realizzata. Una visita durante la quale non sono state trattate delle “questioni geostrategiche”, come preannunciavano alcuni media controllati dal primo ministro albanese. Una visita, durante la quale l’illustre ospite ha avuto un brevissimo incontro con il presidente della Repubblica, un ubbidiente  servitore del primo ministro, fatti accaduti alla mano. Una visita, durante la quale il segretario di Stato ha incontrato anche alcuni dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato’ della giustizia. Il segretario di Stato statunitense ha avuto però un lungo incontro e poi una conferenza stampa con il primo ministro albanese. E durante quella conferenza stampa il segretario di Stato ha considerato il primo ministro albanese come ”un illustre dirigente e un ottimo primo ministro” (Sic!). Chissà a cosa si riferiva? Ma non di certo alla vera, vissuta e sofferta realtà albanese. E se lui, il segretario di Stato, avesse letto solo l’ultimo rapporto pubblicato nel marzo 2023 proprio del Dipartimento di Stato che lui dirige, doveva avere avuto dei “buoni motivi” per dire quelle parole.

    Chi scrive queste righe pensa che quello del segretario di Stato statunitense, giovedì scorso, è stato un vergognoso sostegno da oltreoceano ad un autocrate corrotto. Aveva pienamente ragione Arturo Graf quando scriveva nel suo libro “Ecce Uomo” che in nessun altro tempo ebbe la ciarlataneria tanti seguaci e s’allegrò di così lauti profitti, quanto in questo tempo di spregiudicati e di scaltriti.

  • Assordanti silenzi che nascondono interessi occulti

    Il silenzio è l’ultima arma del potere.

    Charles de Gaulle

    Sabato scorso, il 10 febbraio, è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”. Una ricorrenza, un giorno per ricordare le tante ed ineffabili atrocità subite tra il 1943 ed il 1945, ma anche negli anni che seguirono, dalla popolazione italiana in Venezia Giulia, Dalmazia ed altre aree circostanti. Atrocità messe in atto da alcuni reparti speciali dall’esercito jugoslavo con una freddezza disumana. Quella del “Giorno del Ricordo” è una ricorrenza per non dimenticare migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati. Vittime incatenate con dei lunghi fili di ferro e portate sugli argini delle foibe, profonde fosse carsiche sul fondo delle quali si aprivano delle spaccature, spesso colme d’acqua. Gli spietati esecutori sparavano solo alle prime vittime che, cadendo dentro le foibe, trascinavano anche le altre, ancora vive, mentre precipitavano giù nei profondi inghiottitoi. Ma molte altre vittime innocenti hanno perso la vita nelle prigioni e nei campi di concentramento in Jugoslavia. Tutto è cominciato nel 1943, dopo la caduta del regime fascista in Italia ed il seguente armistizio. Sono stati resi attivi i cosiddetti “poteri popolari” e costituiti dei “tribunali speciali” gestiti da esponenti delle forze armate jugoslave. Tutto per fare giustizia e vendicarsi di quello che il regime fascista aveva fatto e causato in Venezia Giulia, in Dalmazia e in altre regioni. Si doveva “ripulire” tutto il territorio dai “nemici del popolo”. Quei tribunali hanno emesso migliaia di condanne a morte. Purtroppo la maggior parte delle persone condannate a morte non erano dei rappresentanti locali dei fascismo, ma bensì, dei semplici cittadini delle comunità italiane che vivevano da anni in quelle regioni. Simili atrocità continuarono fino alla firma del Trattato di Parigi, il 10 febbraio 1947. Come previsto in quel Trattato, alla Jugoslavia venivano assegnate l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia. Tutte regioni ed aree che fino ad allora erano dei territori dell’Italia.

    Ma le sofferenze e le violazioni dei diritti innati della popolazione italiana non finirono con la firma del Trattato di Parigi. Il regime comunista al potere in Jugoslavia aveva già pronta una strategia per gli italiani nelle zone annesse con il Trattato di Parigi. Coloro che appoggiavano il regime, considerati come i “meritevoli”, potevano rimanere ed integrarsi, invece tutti gli altri, che erano la maggior parte, si dovevano allontanare dai territori jugoslavi. Cominciò così un esodo drammatico degli italiani. Un esodo che, infatti, cominciò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e continuò fino al 1958. Un esodo che, secondo dei dati credibili, avrebbe coinvolto non meno di 250.000 persone, le quali sono state costrette a lasciare tutto, case ed averi lì dove abitavano. Purtroppo però gli esuli giuliani e dalmati, che sono arrivati in Italia, non sono stati bene accolti neanche lì. La maggior parte di loro è stata messa nei campi profughi allestiti dentro delle caserme ed altre strutture, costretti a subire anche un atteggiamento freddo e, non di rado, addirittura ostile degli italiani. Tra i tanti episodi, che non si dovevano mai e poi mai verificare, è molto significativo quello che ormai è noto come il ”treno della vergogna”. Nel 1947 erano sbarcati ad Ancona degli esuli arrivati da Pola. Da Ancona poi loro dovevano proseguire con treno per arrivare a La Spezia. Ma quegli esuli, considerati dalla popolazione locale come dei “fascisti in fuga”, sono stati trattati con ostilità. Il che ha reso necessario l’intervento dei militari. In seguito il viaggio degli esuli continuò a bordo di un treno merci. Era stata prevista una fermata di quel treno alla stazione di Bologna per offrire a coloro che erano dentro un pasto caldo. Ma tutto saltò in seguito ad una sassata contro il treno. Sassata organizzata ed attuata dai ferrovieri comunisti per impedire la fermata in stazione del “treno dei fascisti”! Il treno allora proseguì per poi arrivare finalmente e Parma dove gli esuli, tra i quali c’erano bambini ed anziani, ricevettero la necessaria assistenza ed ebbero qualche pasto prima di raggiungere La Spezia.

    Su tutte quelle atrocità subite dalla popolazione italiana in Venezia Giulia, in Dalmazia ed in altre località c’è stato per anni un continuo silenzio da parte dello Stato italiano, ma non solo. Silenzio che è stato causato dalle cosiddette “ragioni di Stato” e da “interessi geopolitici/geostrategici”. Dal 1948 la Jugoslavia si staccò dall’Unione Sovietica, assumendo un suo ruolo nello scacchiere geopolitico e geostregico. Il che costrinse i Paesi occidentali ad avere un diverso approccio ed un nuovo atteggiamento nei confronti della Jugoslavia, che era uno dei Paesi fondatori, insieme con India ed Egitto, nel 1955, del Movimento dei Paesi non allineati. Ma dopo tanti anni di “silenzio” sulle atrocità subite dagli italiani in Venezia Giulia, in Dalmazia ed altre località, finalmente c’è stata l’approvazione da parte del Parlamento, il 30 marzo 2004, e la successiva pubblicazione, il 13 aprile 2004, nella Gazzetta Ufficiale n.86, della legge n.92 che sanciva l’istituzione del “Giorno del Ricordo”. In quella legge si sanciva, tra l’altro, l’obbligo civile e morale per conservare e rinnovare “…la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati italiani, durante la seconda guerra mondiale e dell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale”. L’autore di queste righe ha sentito parlare per la prima volta delle disumane atrocità subite dalle popolazioni di Venezia Giulia e di Dalmazia da un suo collega. Erano gli inizi degli anni ’90. In seguito l’autore di queste righe ha avuto modo di incontrare anche la madre del collega, nato e vissuto fino alla giovanissima età a Lussinpiccolo. Poi è stato costretto, insieme con la sua famiglia, a lasciare l’isola di Lussino (ormai parte della Croazia; n.d.a.) e a sistemarsi a Trieste. Erano proprio il collega e sua madre, la quale parlava in dialetto, che hanno raccontato all’autore di queste righe di quello che i “titini” avevano fatto subire agli italiani. Foibe ed esodo forzato compresi. Racconti che egli ricorda ancora, soprattutto quando sente parlare delle foibe. Il “Giorno del Ricordo” offre perciò a tutti delle opportunità per conoscere la verità e, allo stesso tempo, ricorda l’obbligo civile e morale di non dimenticare tutte quelle atrocità.

    Purtroppo attualmente si stanno verificando altri esodi drammatici in diverse parti del mondo. Così come si sta verificando anche un preoccupante aumento di flussi delle persone che scappano da guerre e da altre difficoltà nei propri paesi natali. Quanto accade da anni ormai a Lampedusa ed in altre località dell’Italia meridionale ne è una inconfutabile testimonianza. Scappano i siriani, gli afghani, gli africani subsahariani ed altri. Scappano perché in Siria ancora ci sono degli scontri etnici armati. Scappano perché in Afghanistan, dopo il vergognoso ritiro nell’agosto 2021 del contingente internazionale, guidato dagli Stati Uniti d’America, i talebani, sopravvissuti per ben venti anni e poi ritornati di nuovo al potere, stanno reprimendo tutte le innate libertà degli afghani. Scappano i subsahariani ed altre popolazioni africane per sfuggire alle carestie ed altre sofferenze. Ma in questi ultimi dieci anni scappano in tanti anche dall’Albania, nonostante lì non si combatta una guerra. Ma in Albania in questi ultimi anni è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una pericolosa nuova dittatura. Il nostro lettore ormai da anni è stato sempre informato con la dovuta e richiesta oggettività e con tanti fatti accaduti e documentati alla mano, di questa vera, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà. Realtà causata da quella dittatura camuffata da una ingannatrice facciata di pluripartitismo. Si tratta però di una dittatura, espressione dell’alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata locale e/o internazionale, quella italiana e latino americana comprese, e determinati raggruppamenti occulti internazionali. E non a caso, ormai da alcuni anni, gli albanesi stanno scappando numerosi dalla madre patria. Il che sta generando un altrettanto preoccupante e pericoloso problema a lungo termine: lo spopolamento dell’Albania. Purtroppo c’è una ben studiata, ideata e attualmente attuata strategia per lo spopolamento dell’Albania. Il governo jugoslavo, subito dopo la seconda guerra mondiale, ha costretto gli italiani in Venezia Giulia, in Dalmazia ed in altre località a scappare per poi impadronirsi dei loro territori. Mentre adesso, la strategia per lo spopolamento dell’Albania prevede l’uso dei territori abbandonati, da coloro che gestiscono tutto, per la diffusa coltivazione della cannabis e la necessaria base logistica. Il Paese deve diventare, con il passare degli anni e dopo il continuo spopolamento, una specie di “porto franco” sia per i traffici internazionali degli stupefacenti che per il successivo smistamento verso i Paesi dell Europa occidentale.

    Durante lo scorso autunno in Albania è stato svolto un censimento della popolazione. Ebbene il risultato di quel censimento non è stato ancora reso noto. Gli specialisti, con la loro esperienza professionale, affermano che sia per l’elaborazione dei dati, sia per la pubblicazione dei risultati era necessario non tanto tempo. Comunque meno del tempo ormai passato. Ad oggi però nessun risultato del censimento è stato reso pubblico. Secondo fonti credibili risulterebbe che la ragione è una sola: l’allarmante spopolamento del Paese. Nel 2011, in base al censimento fatto allora, risultava che in Albania la popolazione residente era di circa 2.800.000 abitanti. Invece attualmente la popolazione residente, nel migliore dei casi, non è mai superiore a 1.700.000! Mentre le cattive lingue dicono che attualmente in Albania la popolazione residente non supera i 1.500.000 abitanti. Chi sa che anche in questo caso le cattive lingue non abbiano avuto ragione?!

    L’autore di queste righe da anni ha trattato per il nostro lettore questo preoccupante e pericoloso fenomeno demografico. Già nel settembre 2015 egli scriveva: “…Giustamente l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sia orientata verso migliaia e migliaia di profughi che scappano dalle atrocità, di guerre e conflitti continui, in Medio Oriente e in Nord Africa. La situazione drammatica ha reso impossibile la vita a milioni di abitanti in quelle terre”. E poi continuava “…Purtroppo tutto questo sta sfumando un altrettanto preoccupante fenomeno che si sta consumando in Albania. Flussi migratori, provenienti da un paese candidato all’Unione Europea e membro della NATO, che gode da alcuni anni del regime di Schengen per la libera circolazione, si dirigono verso la Germania, ma non solo”(Accade in Albania; 7 settembre 2015). Mentre nell’estate del 2022 l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: L’Albania si sta paurosamente spopolando! Solo questo fatto dovrebbe essere un assordante campanello d’allarme per tutte le persone responsabili, per tutti gli albanesi patrioti. Solo questo fatto dovrebbe essere un buon motivo, non solo per protestare, ma per ribellarsi contro il nuovo regime restaurato in Albania” (La ribellione contro le dittature è un sacrosanto diritto e dovere; 12 luglio 2022). Solo alcuni mesi dopo, sempre riferendosi agli albanesi che scappano, egli scriveva: “…dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!” (Scontri diplomatici e governativi sui migranti; 14 novembre 2022).

    Chi scrive queste righe è convinto che nei territori abbandonati in Albania ci sono dei progetti anche per far costruire dei centri per profughi, che altri Paesi europei possono trasferire in Albania. L’Italia ne sta approfittando. Ci sta seriamente pensando anche la Germania. In cambio i dirigenti di questi Paesi rimangono silenziosi di fronte alla molto preoccupante realtà albanese. Come si è fatto per tanti anni con la verità sulle foibe e sull’esodo degli italiani. Si tratta di assordanti silenzi che nascondono interessi occulti. Chi scrive queste righe, stimando Charles de Gaulle, condivide anche la sua convinzione sul silenzio. E cioè che il silenzio è l’ultima arma del potere.

  • Rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere

    …In giù son messo tanto perch’io fui ladro a la sagrestia

    d’i belli arredi e falsamente già fu apposto altrui.

    Dante Alighieri; da “Divina Commedia”, Inferno, Canto XXIV/137-139

    Dante Alighieri, il sommo poeta, nei 34 canti dell’Inferno descriveva quello che lui, insieme con il suo venerato maestro, il poeta romano Virgilio, ha visto mentre scendevano tra i cerchi dell’Inferno. Trovandosi proprio sotto Gerusalemme e davanti alla porta d’ingresso verso la dimora sotterranea dei morti, i due poeti si fermano a leggere alcuni versi che erano scritti lì. Lo descrive Dante all’inizio del suo III canto dell’Inferno, canto che comincia con i versi “Per me si va ne la città dolente,/per me si va ne l’etterno dolore, /per me si va tra la perduta gente”. Mentre il nono verso avvertiva coloro che dovevano passare la soglia: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Leggendo questo verso il sommo poeta afferma di sentirsi impaurito. Ma proprio Virgilio lo prese per mano e insieme cominciarono a scendere giù nell’Inferno. Un lugubre e orribile mondo sotterraneo composto da nove cerchi a forma di coni, con dei diametri che diminuivano mentre si scendeva. Cerchi che andavano giù verso il centro della Terra dove si trovava inchiodato Lucifero.

    Nell’ottavo cerchio, che Dante chiama Malebolge, erano messi tutti gli esseri fraudolenti. Tra loro anche i ladri. L’ottavo cerchio era composto da dieci bolge, ossia da dieci fosse a forma di sacche grandissime. Le bolge si collegavano con dei ponti di roccia. Nella settima bolgia si trovavano ammucchiati proprio i ladri. E quanto Dante e Virgilio videro lì è stato descritto dal sommo poeta nel XXIV canto dell’Inferno.

    La bolgia dei ladri era una grande ed oscura fossa riempita da orribili serpenti di ogni genere. “…e poi mi fu la bolgia manifesta:/ e vidivi entro terribile stipa/di serpenti, e di sì diversa mena/che la memoria il sangue ancor mi scipa”, scriveva Dante (XXIV canto dell’Inferno; 81 – 84; n.d.a.). In più il sommo poeta specificava che simili ed orrendi serpenti non si potevano trovare nel deserto di Libia e neanche in Etiopia o nel Mar Rosso in Arabia. E proprio tra questi mostri striscianti non trovavano pace i ladri nudi e sempre in un’affannata corsa. Dante racconta che quei dannati ladri “…con serpi le man dietro avean legate;/ quelle ficcavan per le ren la coda/ e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate”. Tra i tanti sofferenti Dante e Virgilio videro “…a un ch’era da nostra proda,/ s’avventò un serpente che ’l trafisse/ là dove ’l collo a le spalle s’annoda” (XXIV canto dell’Inferno; 94 – 99; n.d.a.). Subito dopo quello sventurato ladro, morso dal serpente sulla nuca “… fu a terra sì distrutto,/ la polver si raccolse per sé stessa/ e ’n quel medesmo ritornò di butto” (XXIV canto dell’Inferno; 103 – 105; n.d.a.). Ma diversamente dall’essere mitologico, la fenice, l’uccello sacro degli egizi, che moriva bruciata ogni cinquecento anni, per poi rinascere di nuovo dalle proprie ceneri com’era prima, il dannato ladro, morso dal serpente nella settima bolgia, si rialzava dalle proprie ceneri abbattuto e stordito. Virgilio, il noto poeta romano, chiese a quel dannato chi era. E lui rispose che era finito lì dalla Toscana. “…Io piovvi di Toscana,/ poco tempo è, in questa gola fiera./ Vita bestial mi piacque e non umana,/ sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci/ bestia, e Pistoia mi fu degna tana” (XXIV canto dell’Inferno; 103 – 105; n.d.a.). Nel sentire quel nome, Dante disse sottovoce a Virgilio di chiedergli cosa aveva fatto di così grave per essere lì. Perché al sommo poeta sembrava di aver visto e conosciuto il ladro nel mondo in cui viveva. Ma nonostante Dante avesse parlato a voce bassa, il dannato era riuscito a sentire la sua domanda. Al che lui rivolgendosi al poeta afferma la sua identità ed il perché si trovava nella bolgia dei ladri. Lui era Vanni Fucci. Aveva rubato degli arredi sacri nel Duomo di Pistoia e poi aveva mentito ed ingannato, attribuendo la ruberia ad altri. “Io non posso negar quel che tu chiedi;/ in giù son messo tanto perch’io fui/ ladro a la sagrestia d’i belli arredi,/ e falsamente già fu apposto altrui” (XXIV canto dell’Inferno; 136 – 139; n.d.a.). Allora Dante si ricorda di lui. Si ricorda anche del furto in chiesa e che Vanni Fucci era il figlio illegittimo di Gerardetto dei Lazzàri, membro di una nota famiglia di Pistoia. Vanni era un uomo violento ed un ladro sanguinario. Ragion per cui veniva chiamato “bestia”. Per sfuggire alla giustizia, consegnò gli arredi sacri rubati ad un notaio di Pistoia. Ed è stato proprio quel notaio, Vanni della Monna, che venne accusato e condannato come ladro, mentre Vanni Fucci si mise in salvo a Mugello. Dopo morte però non riuscì a sfuggire alla giustizia divina. Ragion per cui si trovò nella settima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, noto come Malebolgia. Ma siccome Vanni Fucci se ne accorse del piacere che provò Dante vedendolo in quella bolgia, soffrendo tutti i mali dell’inferno, allora decise di vendicarsi in qualche modo. E per farlo annunciò al sommo poeta quello che doveva accadere nel prossimo futuro, una volta in cui lui sarebbe ritornato nel mondo reale. Vanni Fucci disse a Dante che i guelfi bianchi, prima alleati della Signoria, sarebbero stati cacciati via da Firenze. Così come avrebbe fatto Pistoia con i guelfi neri. E alla fine, per vendicarsi, Vanni Fucci affermò di aver detto tale profezia per far del male a Dante. “E detto l’ho perché doler ti debbia!”. Con questo verso finisce anche il canto XXIV dell’Inferno.

    Da anni ormai in Albania gli scandali clamorosi si susseguono e spesso si sovrappongono. Si tratta di scandali milionari che hanno pesantemente logorato il bene pubblico e stanno svuotando, ogni giorno che passa, le casse dello Stato. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Ma anche in uno dei Paesi europei dove coloro che gestiscono ed abusano del potere e del bene pubblico, sono diventati delle persone molto ricche, con dei depositi nei paradisi fiscali in tutto il mondo. Almeno così dicono le cattive lingue. Ma l’esperienza di questi ultimi anni ci insegna che le cattive lingue in Albania hanno avuto sempre ragione. Chissà perché?!

    Il nostro lettore da anni ormai è stato informato spesso, sempre con la dovuta e richiesta oggettività e sempre riferendosi solo e soltanto a dati verificabili e fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati, anche di quello che ormai da circa dieci anni è comunemente noto come lo scandalo dei tre inceneritori. Si tratta di strutture che non funzionano e, addirittura, una delle quali, l’inceneritore della capitale, non esiste proprio fisicamente. Ma comunque sia, basandosi su dati riferiti da fonti specializzate e credibili, alla ditta che dovrebbe gestire l’inesistente inceneritore sono state versate fino ad un anno fa, circa 100 milioni di euro (Sic!). Si tratta di uno scandalo, quello dei tre inceneritori, che ebbe inizio nel dicembre del 2014 e che da allora sta bruciando purtroppo non rifiuti ma centinaia di milioni dalle magre casse dello Stato. L’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore nell’estate scorsa: “….Era il 16 dicembre 2014. Si stava preparando tutto per dare il nullaosta alla firma del contratto tra il governo albanese ed una società che doveva costruire ed operare il primo dei tre inceneritori. […]. Nello stesso giorno sono state avviate presso 17 ministeri ed istituzioni governative le richieste, previste dalla legge, per avere in seguito le opinioni ufficiali da parte degli stessi ministeri ed istituzioni governative. Normalmente la risposta arriva entro alcune settimane. Grazie a quella procedura “estremamente veloce” però tutte le 17 risposte ufficiali sono arrivate lo stesso giorno, il 16 dicembre 2014, all’ufficio del segretario generale del Consiglio dei ministri, l’eminenza grigia del primo ministro. Quel 16 dicembre 2014 è stata svolta la gara d’appalto con una sola società interessata, mentre il periodo delle probabili contestazioni, previsto dalla legge, è stato ridotto da sette giorni a un solo, il 16 dicembre 2014. Tutto in violazione della legge! Lo stesso giorno è stata preparata la bozza del contratto. Bozza che poi, lo stesso giorno e dopo aver avuto le sopracitate 17 risposte, è stata presentata come il testo del contratto vero e proprio. Testo che è stato poi presentato l’indomani, il 17 dicembre 2014, alla riunione del Consiglio dei ministri che lo ha approvato!” (Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile; 24 luglio 2023). Così ebbe inizio lo scandalo. E da allora sono state svolte “ufficialmente” altre procedure fraudolenti e clamorosamente abusive che hanno permesso la licenza dei due altri inceneritori. Uno costruito ma mai entrato realmente in funzione e tuttora non operativo. L’altro, quello della capitale, mai esistito! Dati e fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo, fatti ufficialmente denunciati alla mano, testimoniano senza il minimo dubbio che i veri e i diretti responsabili di questo clamoroso abuso, ma anche i primi che hanno beneficiato dagli ingenti guadagni milionari, sono il primo ministro, il sindaco della capitale, il segretario generale del Consiglio dei ministri ed alcuni pochi altri loro collaboratori. Una vera verità questa che lo ha rivelato e pubblicamente denunciato la scorsa settimana, giovedì 1o febbraio, uno dei più stretti collaboratori del primo ministro in questi ultimi dieci anni. Colui che è stato vice primo ministro (2021-2022), ma che dal 2013 è stato anche ministro dello sviluppo economico, ministro delle finanze e alla fine, ministro di Stato per la Ricostruzione del Paese, dopo il terremoto del 2019. Per lui però il 14 luglio 2023 il parlamento ha approvato la richiesta del suo arresto. Ma lui, nel frattempo era riuscito a fuggire all’estero. L’ex vice primo ministro è stato accusato di abuso d’ufficio, di corruzione passiva, di illegittimo vantaggio di interessi e di riciclaggio di denaro. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di questa inattesa svolta (Governo che funziona come un gruppo criminale ben strutturato, 17 luglio 2023; Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile, 24 luglio 2023). L’autore di queste righe scriveva allora: “…Nel frattempo il primo ministro sta facendo di tutto per far sembrare e convincere tutti che lui è incolpevole. Cioè che lui, il puro, l’innocente “saggio e visionario”, l’incolpevole dirige purtroppo e a sua insaputa una banda di colpevoli che abusano del potere, della “ingenuità” e della fiducia che il primo ministro ha avuto per loro. Ma comunque sia, il primo ministro non deve più esercitare questo importante incarico istituzionale. O perché lui è cosi “ingenuo” che per la sua “ingenuità”, che è anche incapacità, non merita di fare il primo ministro. Oppure perché lui mente ed inganna e perciò non deve più fare il primo ministro. Le cattive lingue sono convinte che lui menta” (Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile; 24 luglio 2023).

    Ebbene giovedì scorso 1o febbraio, l’ex primo ministro ha fatto delle rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere. Lui ha accusato direttamente il primo ministro ed il sindaco della capitale come ideatori e approfittatori dei progetti degli inceneritori. Lui ha fatto delle rivelazioni che non lasciano dubbi, durante una lunga intervista televisiva seguita con grande interesse dal pubblico. Lo ha fatto da un Paese europeo dove ormai gode dello stato di avente asilo politico. Lui ha dichiarato, tra l’altro: “Porterò sulla schiena la mia croce. Ma non porterò la croce di nessun altro”. E si riferiva al primo ministro albanese. L’ex vice primo ministro ha accusato anche il sistema “riformato” della giustizia che sta cercando di difendere il primo ministro ed il sindaco della capitale per lo scandalo degli inceneritori. Lui ha dichiarato che se si aprisse il dossier degli inceneritori “gli albanesi si spaventerebbero”. Bisogna sottolineare che da giovedì scorso, 1o febbraio, ad oggi il primo ministro si sta nascondendo. Non ha detto/scritto una sola parola sulle pesanti accuse a lui rivolte dal suo stretto collaboratore fino ad alcuni mesi fa. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe continuerà ad informare il nostro lettore di ulteriori sviluppi riguardanti il caso. Egli è convinto però che il sistema “riformato” della giustizia continuerà a incolpare tutti, tranne il primo ministro. Chi scrive queste righe pensa che a tutti i ladri, a tutti coloro che rubano, abusando del bene pubblico, farebbe bene leggere il XXIV canto dell’Inferno e la sorte di Vanni Fucci tra i serpenti nella settima bolgia dell’ottavo cerchio. Anche al primo ministro albanese. Convinto però che lui ormai ha ben altro da fare e da pensare, coinvolto com’è in tanti scandali.

  • Esibizioni demagogiche e bugie di un autocrate nelle sedi europee

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che

    si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

    Aristotele; dal libro “Politica”, IV sec. a.C.

    Per definizione la demagogia è un modo di agire per ottenere il consenso ed il supporto degli altri. Riferendosi ai vocabolari, risulta che si tratta di un termine di origine greca antica che deriva dalla composizione delle parole demos (popolo) e aghein (trascinare). Cioè trascinare il popolo. Sempre da studi storici ed etimologici risulta che si tratta di una trasformazione peggiorativa del concetto della democrazia. Un concetto, quello della democrazia, che rappresentava una realtà stabilita e vissuta nella Grecia antica. Uno dei filosofi greci che ha trattato il concetto della demagogia è stato Platone. Lo ha fatto nei suoi trattati “Politico” e “Leggi” circa ventiquattro secoli fa. Secondo Platone, era proprio tramite la demagogia che una democrazia poteva degenerare in un’autocrazia. Ma Platone però, nel caso avesse dovuto scegliere un governo corrotto tra la tirannide, l’oligarchia e la demagogia (che in questo caso la considerava come un sistema di governo e non come modo di agire, rivolgendosi ai cittadini; n.d.a.), avrebbe scelto la demagogia. Si, perché così almeno si poteva avere in salvo la libertà. Platone spesso, trattando il concetto della demagogia, usava i termini demegoria e demegoros (parlare in assemblea e colui che parla in assemblea; n.d.a.). Lui però dava una connotazione negativa alla parola demegoria, convinto che il parlare al pubblico, il discorso politico, era, in fine dei conti, demagogia che poteva danneggiare la democrazia stessa. Una significativa definizione della parola demegoros è stata data da Platone nel decimo libro del suo trattato le “Leggi”. Per lui tra i diversi tipi di empi, e cioè delle persone scellerate, infami, c’erano anche i maghi, gli indovini, i tiranni e i demegoros. Considerando perciò i demegoros, coloro che parlavano in assemblea, come degli imbroglioni, dei ciarlatani pericolosi.

    La storia ci testimonia e ci insegna che la demagogia e i demagoghi hanno sempre accompagnato la vita e le attività dell’essere umano. Sono cambiati soltanto i modi e i mezzi di espressione, di attuazione e presentazione, nonché il modo di comunicazione dei demagoghi con il pubblico. E purtroppo ci sono continui casi in cui tanti demagoghi cercano di attrarre l’attenzione del pubblico per ottenere il voluto appoggio. Ne era molto convinta anche Hannah Arendt, una nota studiosa di storia, di filosofia e di politica. Uno dei suoi tanti libri pubblicati è intitolato Between Past and Future: six exercises in political thought (Tra passato e futuro; sei esercizi del pensiero politico; n.d.a.), pubblicato nel 1961. Un libro in cui l’autrice ha condiviso con il lettore i suoi pensieri e le sue riflessioni. Anche la seguente: “…Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. Una frase che esprime quello che realmente accade e si verifica in ogni parte del mondo, dove un demagogo cerca di mentire, di ingannare e di apparire credibile. E, come afferma Hannah Arendt, riferendosi a quanto accadeva soprattutto durante il secolo passato, tali sono i politici, ma anche gli statisti. E le cose non sono cambiate, nonostante i secoli si susseguano. Almeno nella loro essenza la demagogia rimane sempre la stessa. Come rimane sempre la stessa l’intenzione dei demagoghi di ingannare e controllare quelli che credono in loro.

    Lo conferma, anche quanto sta accadendo in questi ultimi anni nei Balcani, Albania compresa. Il nostro lettore è stato spesso informato, con tutta la dovuta e richiesta oggettività, della vera, vissuta e sofferta realtà albanese. Soprattutto dal 2013 ad oggi, da quando ha avuto il primo mandato l’attuale primo ministro. E purtroppo, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo alla mano, risulta che la situazione peggiora ogni giorno che passa. Il nostro lettore è stato altresì informato che durante questi ultimi anni in Albania è stato restaurato un regime autocratico, una nuova dittatura sui generis. Una dittatura come espressione della pericolosa alleanza tra il potere politico, istituzionalmente rappresentato dal primo ministro, la criminalità organizzata locale ed internazionale, quella italiana e latino americana comprese, e determinati raggruppamenti occulti internazionali. E tra questi ultimi, uno dei più influenti, molto potente anche finanziariamente, è gestito da un multimiliardario speculatore di borse finanziarie di oltreoceano. Colui che ha attivato in tutto il mondo delle filiali della sua organizzazione della Società aperta. Sono tanti, tantissimi i fatti accaduti e documentati che lo confermano. E non a caso il figlio di quel multimiliardario, al quale il padre sta passando la gestione delle attività, si sta presentando molto attivo negli ultimi anni. Lui è sempre presente anche nelle attività regionali nei Balcani.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito, durante questi ultimi anni, di un’iniziativa regionale nei Balcani occidentali nota come l’iniziativa Open Balkans (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022; Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto, 13 giugno 2022; Volgarità e arroganza verbale di un voltagabbana in difficoltà, 4 luglio 2022; Lobbismo occulto a sostegno di autocrati in difficoltà, 2 agosto 2022; Pericolose ma consapevoli scelte di appartenenza geopolitica, 3 ottobre 2022; Lunghe mediazioni europee e solo un accordo verbale, 27 marzo 2023 ecc.). Si tratta dell’iniziativa presentata ufficialmente per la prima volta il 10 ottobre 2019, in Serbia, a Novi Sad. Allora quell’iniziativa veniva identificata come il “Mini-Schengen balcanico”. Si tratta di un’iniziativa che è stata firmata soltanto da tre dei sei Paesi dei Balcani occidentali: la Serbia, l’Albania e la Macedonia del Nord. Poi, in seguito, durante il Forum di Skopje (Macedonia del Nord) per la cooperazione economica regionale, quell’iniziativa è stata ribattezzata e tuttora è nota come Open Balkans (i Balcani aperti; n.d.a.). Un’iniziativa la quale, nonostante siano passati ormai più di quattro anni, viene riconosciuta soltanto dai tre sopracitati Paesi. L’iniziativa Open Balkans è stata presentata come un’iniziativa regionale che garantisce la libertà di circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone nei rispettivi Paesi aderenti. Gli obiettivi dell’iniziativa, secondo i suoi promotori, il presidente della Serbia, il primo ministro dell’Albania ed il primo ministro della Macedonia del Nord, mirano allo sviluppo ed al rafforzamento della collaborazione economica e commerciale tra i Paesi firmatari. Si tratta di un’iniziativa “concorrente” ad un’altra iniziativa per i Balcani occidentali, nota come il Processo di Berlino. Quest’ultima è sostenuta sia dall’Unione europea che dagli Stati membri dell’Unione. Il Processo di Berlino prevede, permette e garantisce, tra l’altro, l’attuazione di una cooperazione intergovernativa sul tema delle infrastrutture e degli investimenti economici nei Paesi balcanici. Quest’iniziativa è stata proposta ed ufficializzata il 28 agosto 2014 proprio a Berlino ed è stata fortemente sostenuta, da allora in poi, non solo dalla Germania, ma anche da altri Paesi dell’Unione europea e dalle istituzioni della stessa Unione. Il Processo di Berlino prevede, come obiettivo fondamentale e sua parte integrante, la costituzione di un Mercato Comune Regionale sostenuto economicamente e finanziariamente dall’Unione europea. In più l’iniziativa prevede e garantisce l’attuazione ed il funzionamento normale delle quattro libertà europee e cioè la libertà della circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone. Libertà formalmente previste anche dall’iniziativa Open Balkans, ma solo per tre dei sei Paesi balcanici e senza garantire il loro normale funzionamento. Ragion per cui l’iniziativa Open Balkans non ha convinto e non è stata mai sostenuta ufficialmente né da molti governi degli Stati membri dell’Unione Europa e neanche dalle stesse istituzioni dell’Unione.

    L’autore di queste righe alcuni anni fa informava il nostro lettore che il vero ideatore dell’iniziativa Open Balkans era George Soros, un multimiliardario speculatore di borsa statunitense e fondatore delle Fondazioni della Società Aperta (Open Society Foundations). In un suo articolo pubblicato nel 1999, subito dopo il crollo del regime di Slobodan Milošević, lui affermava che i Balcani “…non si possono ricostruire sulle basi degli Stati nazionali”. Tra l’altro in quell’articolo Soros proponeva, riferendosi alla regione dei Balcani occidentali, che “La regione deve essere più vasta dell’ex Jugoslavia […] e deve comprendere anche l’Albania”. Lui affermava e garantiva che “…la mia rete delle Fondazioni della Società Aperta adesso è attiva in diversi campi [previsti] del programma”. Non a caso perciò anche il nome Open Balkans (i Balcani aperti) della sopracitata iniziativa. Mentre i tre firmatari dell’iniziativa, circa due decenni dopo, da buoni ingannatori quali sono, mentivano quando si presentavano come ideatori di quell’iniziativa, presentandola come una novità e come una loro idea lungimirante (Sic!). In più bisogna sottolineare che l’iniziativa Open Balkans è fortemente appoggiata anche dalla Russia. Il ministro degli Esteri russo, durante una sua conferenza stampa a Mosca il 6 giugno 2022, ha garantito che “…alla Serbia e al suo presidente non mancherà l’appoggio della Russia”. In più il ministro degli Esteri russo, riferendosi alle massime autorità dell’Unione europea, ha ribadito che “Loro non volevano che noi esprimessimo il nostro appoggio all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balkans all’interesse di un rapporto più solido e più sano tra i Paesi della regione [balcanica]”. Più chiaro di così!

    Il 22 gennaio scorso a Skopje si è svolto un vertice delle massime autorità dei sei Paesi dei Balcani occidentali. Erano presenti anche i rappresentanti dell’Unione europea e del Dipartimento di Stato statunitense. E, guarda caso, era presente anche il figlio di George Soros! Proprio lui che non è mancato in nessuno dei vertici che riguardano l’iniziativa Open Balkans. Chissà perché?! In quel vertice si è parlato della collaborazione tra i Paesi della regione. Il primo ministro albanese, da innato bugiardo e noto demagogo, ha cercato di nuovo di mettersi in mostra ed attirare l’attenzione. Così come, con la sua misera demagogia, dall’estate scorsa dichiara che Open Balkans era “un’iniziativa fallita”! E lo ha fatto semplicemente perché alcuni mesi dopo, il 16 ottobre 2023, in Albania si era già deciso di svolgere un vertice sul Processo di Berlino, organizzato dall’Unione europea. Ebbene, il primo ministro albanese, che in patria agisce come un autocrate, mentre in sede europea si presenta “piacevole” e non di rado anche vergognosamente ubbidiente, non ha detto che durante quel vertice del 22 gennaio scorso a Skopje lui, il presidente serbo ed il primo ministro macedone hanno firmato due accordi nell’ambito dell’iniziativa Open Balkans. Proprio di quell’iniziativa, che per il primo ministro albanese, dalla scorsa estate, era già fallita. Tutto questo mentre, nello stesso giorno al Parlamento europeo a Bruxelles, il 22 gennaio scorso, il Comitato parlamentare per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione tra l’Unione europea e l’Albania, ha approvato una risoluzione con la quale si smentivano tutte le bugie e gli inganni del primo ministro albanese e si sgretolava la sua misera e spregevole demagogia. Anche quella usata soltanto negli ultimi mesi e riguardante i “continui successi dell’Albania” durante il suo percorso europeo. Comprese quelle bugie e quella demagogia espressa senza batter ciglio dopo l’ennesimo rifiuto del Consiglio europeo del 13 dicembre scorso per aprire i negoziati con l’Albania.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molte più pagine per evidenziare le bugie, gli inganni e la spregevole demagogia di quell’autocrate che è il primo ministro albanese. Egli però avrà senz’altro modo di farlo in futuro, anche perché non mancheranno le occasioni, Anzi! Nel frattempo chi scrive queste righe condivide la convinzione di Aristotele. E cioè che la maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

  • Un dittatore corrotto e disposto a tutto

    …Chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o

    prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto.

    Sandro Pertini

    Sì, proprio così dichiarava Sandro Pertini, noto e stimato uomo politico italiano, ex presidente della Camera dei Deputati (1968-1976) ed ex presidente della Repubblica (1978-1985). Lo dichiarava durante una lunga intervista rilasciata ad Oriana Fallaci e pubblicata dal settimanale L’Europeo il 27 dicembre 1973. La stessa intervistatrice presentava così l’intervistato: “L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Si sa tutto su Sandro Pertini, presidente della Camera. Si conosce il suo bel passato di antifascista condannato all’ergastolo e a morte, il suo bel presente di socialista privo di fanatismi e di dogmi, il suo coraggio, la sua onestà, la sua dignità, la sua lingua lunga. Nessun segreto da svelare su questo gran signore che della libertà ha fatto la sua religione, della disubbidienza il suo sistema di vita, del buon gusto la sua legge”. E poi aggiungeva: “È noto che ama la moglie, i quadri d’autore, le poesie, la musica, il teatro, la cultura, che è un uomo di cultura e uno dei pochissimi politici di cui possiamo andar fieri in Italia”. Oriana Fallaci sottolineava, sempre riferendosi a Sandro Pertini, che: “…È anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato. Infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto”. E durante quelle sei ore trascorse insieme, l’ex presidente della Repubblica raccontò anche parte di un colloquio che egli aveva avuto con un altro uomo politico italiano, dicendogli: “Senta, la politica se non è morale, non m’interessa. Io, se non è morale, non la considero nemmeno politica. La considero una parolaccia che non voglio pronunciare”. La risposta del suo interlocutore era: “Ma caro Pertini! In politica, fare i morali è un’ingenuità!”. Al che Sandro Pertini rispose: “Senta, mi dia pure del sentimentale o dell’ingenuo. Tanto non me ne offendo, per me anzi è un onore. Ma non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto”. E poi rivolgendosi ad Oriana Fallaci, le disse: “Gli ho detto proprio così, cara Oriana, e aggiungo: se li esamina bene, questi che affermano in politica essere onesti è un’ingenuità, scopre che sono disonesti anche nella vita privata. Ladri di portafogli. Oh, la politica io l’ho sempre vista come una missione da assolvere nell’interesse del popolo, al servizio di una fede”. E siccome Sandro Pertini non era un credente, ha ritenuto necessario aggiungere e specificare che egli aveva scelto la politica “…come una fede, come un lavoro, nello stesso spirito dei preti che dicono sacerdos sum in aeternum (siamo sacerdoti per sempre; n.d.a.). Lo capiva anche mia madre. Mia madre non condivideva le mie idee: era una cattolica, lei, una credente. Però era fiera di me e ripeteva: “Ah, se il mio Sandro fosse stato un soldato di Cristo, che bel soldato di Cristo sarebbe!”. E aveva ragione. Perché io non avrei fatto il parroco o il cardinale. Avrei fatto il missionario, il…”. E poi Sandro Pertini, durante la lunga conversazione con Oriana Fallaci, durata per circa sei ore, aveva trattato e parlato di molti altri argomenti e fatti accaduti e vissuti da lui in prima persona.

    Tutto quanto è stato detto durante quella conversazione è stato ed è un buon insegnamento per tutti coloro che scelgono la politica come la loro attività. Ma purtroppo non tutti hanno avuto e hanno lo stesso intendimento che Sandro Pertini aveva della politica e delle responsabilità che comporta essere attivo/attiva in politica e rappresentare anche molte altre persone che, con il loro voto, hanno permesso a loro una simile attività. Sono stati e sono purtroppo tanti i casi che lo testimoniano. Casi che sono stati verificati e che tutt’ora si verificano in diverse parti del mondo. Italia compresa. Ma anche quanto sta accadendo da anni in Albania ne è un’ulteriore conferma dove, invece di rispettare la Costituzione e servire le istituzioni, lo Stato, nonché proteggere e gestire nel migliore dei modi il bene pubblico, abusa consapevolmente del potere conferitogli. L’operato dell’attuale primo ministro albanese rappresenta proprio una testimonianza molto significativa e inconfutabile. Lui è un individuo al quale calza a pennello quanto diceva Sando Pertini durante il colloquio con Oriana Fallaci. E cioè che: “…chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto”.

    Anche durante queste ultime settimane sono stati denunciati altri casi clamorosi e sono stati resi pubblici diversi documenti ufficiali, riguardanti quello che da anni è ormai noto come lo scandalo dei tre inceneritori. Si tratta di documenti che coinvolgono direttamente sia il primo ministro albanese e/o il sindaco della capitale, sia altri loro stretti collaboratori. Il nostro lettore è stato informato di questo scandalo ormai da qualche anno e a tempo debito. L’autore di queste righe, riferendosi allo scandalo degli inceneritori, informava il nostro lettore tre settimane fa che “Ormai le notizie sui continui e clamorosi abusi del bene pubblico in Albania sono diventate una “normalità” quotidiana. […]. Ma quando i casi di abuso, resi pubblici, sono veramente tanti, inevitabilmente tali abusi si sovrappongono e non lasciano tempo neanche per riflettere. Si tratta di abusi che, da anni, stanno svuotando in un modo allarmante e pericoloso le casse dello Stato. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri dell’Europa” (Misere bugie per nascondere clamorosi abusi quotidiani ed altro, 27 novembre 2023 ecc…).

    Quello degli inceneritori è veramente un clamoroso scandalo milionario, tutt’ora in corso. Uno scandalo che testimonia non solo il diretto coinvolgimento del primo ministro, del sindaco della capitale, del segretario generale del Consiglio dei ministri, nonché altri alti funzionari del governo, ma anche il diretto controllo delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia da parte del primo ministro albanese. Un allarmante e preoccupante fatto, visto che lui controlla altresì il potere esecutivo e quello legislativo. Un fatto che purtroppo testimonia l’annientamento del ben noto principio della separazione dei poteri in uno Stato democratico, definito da Montesquieu già nel 1748. Il che dimostra e testimonia che in Albania ormai lo Stato non può essere più considerato uno Stato democratico, bensì un regime autocratico, una dittatura. E la realtà vissuta e sofferta in Albania in questi ultimi anni lo dimostra, fatti accaduti e che stanno accadendo anche in questi ultimissimi giorni alla mano. L’autore di queste righe spesso deve ripetere che in Albania ormai è stato restaurato e si sta consolidando, ogni giorno che passa, un nuovo regime autocratico, una nuova dittatura sui generis, come espressione di una pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata locale ed internazionale e certi raggruppamenti occulti, ben potenti finanziariamente; soprattutto uno di oltreoceano.

    Sempre da molti fatti pubblicamente denunciati, anche in questi ultimissimi giorni ,alla mano, molti dei quali depositati ufficialmente, da parte dell’opposizione politica, presso una delle strutture del nuovo sistema “riformato” della giustizia, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, il vanto sia del primo ministro albanese che di certi “rappresentanti internazionali”, risulterebbe che quello degli inceneritori sia veramente uno scandalo clamoroso. Uno scandalo, di fronte al quale il primo ministro, per salvare se stesso ed alcuni suoi fedelissimi collaboratori, da alcuni mesi è stato costretto a “scaricare” man mano i suoi collaboratori coinvolti nello scandalo, consegnandoli a quella Struttura Speciale. Non è difficile capire che lo fa per dimostrare che i veri colpevoli sono alcuni suoi collaboratori, coloro che “hanno abusato della sua fiducia alle sue spalle”. Lo fa anche per ingannare l’opinione pubblica, cercando di dimostrare che le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia e soprattutto la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata fanno il proprio dovere istituzionale, senza essere condizionate da niente e da nessuno, primo ministro compreso. Un suo lapsus freudiano, che dimostrerebbe proprio il contrario. Gli “eroi dei [vostri] bambini ed il terrore dei criminali” li definiva nel 2021, con  gioia ed entusiasmo, l’ex ambasciatrice statunitense, in presenza anche del rappresentante della Delegazione dell’Unione europea in Albania, i procuratori di quella Struttura Speciale. E tutti e due loro non hanno mai nascosto il palese sostegno al primo ministro albanese. Quegli “eroi dei bambini” però, i procuratori della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, diventano il terrore degli alti rappresentanti politici ed istituzionali, nonché dei noti criminali, solo dopo il nullaosta arrivato dall’alto, da molto alto.

    Ma non è solo lo scandalo degli inceneritori ed, in generale, l’abuso del potere che genera simili scandali in Albania. Quello che veramente dovrebbe allarmare e preoccupare tutti, comprese anche le istituzioni dell’Unione europea e le cancellerie di alcuni singoli Paesi membri dell’Unione, Italia compresa, è la confermata irresponsabilità istituzionale e personale del primo ministro albanese. Di colui che ogni giorno che passa fa di tutto, e purtroppo ci riesce, per annientare l’opposizione, per poi non avere nessuno che possa denunciare il suo clamoroso e testimoniato abuso del potere conferitogli e soprattutto usurpato. Come da anni anche il nuovo zar russo, un altro dittatore al potere, sta facendo con l’opposizione in Russia. Il primo ministro albanese lo ha fatto anche lunedì scorso, 18 dicembre. La commissione dei mandati del parlamento, ubbidiente a tutti i suoi ordini, ha approvato il permesso per l’arresto del dirigente del maggior partito dell’opposizione, ex presidente della Repubblica (1992-1997) ed ex primo ministro (2005-2013). Tutto ciò partito da una richiesta anticostituzionale di un procuratore della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, il quale, guarda caso è stato procuratore anche nel periodo del regime comunista. E solo per questa ragione lui non doveva essere in quella Struttura per legge. Una richiesta con la quale si chiedeva l’obbligo d’apparizione e si confiscava il passaporto proprio del dirigente del maggior partito dell’opposizione. Il nostro lettore è stato informato di questo fatto (Inconfutabili testimonianze di una dittatura in azione, 23 ottobre 2023; Preoccupante ubbidienza delle istituzioni al regime dittatoriale, 7 novembre 2023). Mentre ieri, martedì 19 dicembre, un’altra commissione del parlamento ha approvato un disegno di legge che prevede il controllo delle attività parlamentari da parte della maggioranza governativa, e cioè del primo ministro. Molto presto quel disegno di legge sarà approvato definitivamente dal parlamento. Lo ha fatto alcuni anni fa anche un altro autocrate, il “fratello ed amico” del primo ministro albanese, il presidente turco che nell’aprile 2017 cambiò la Costituzione per aumentare i propri poteri. Bisogna sottolineare che solo durante questi ultimi mesi il parlamento in Albania, tra l’altro, non ha permesso la costituzione di otto commissioni parlamentari che dovevano indagare proprio sugli abusi del bene pubblico da parte del primo ministro, lo scandalo degli inceneritori ed altri scandali. Si è trattato di decisioni prese in piena violazione della Costituzione, E se questa non è un’ulteriore, preoccupante ed inconfutabile testimonianza di una dittatura in azione, allora cos’è?!

    Chi scrive queste righe è convinto, dati e fatti accaduti e che tutt’ora stanno accadendo alla mano, che il primo ministro ha usurpato ormai tutti i poteri ben definiti da Montesquieu già nel 1748. Anche il primo ministro albanese fa parte di quella combriccola di individui, per i quali Sandro Pertini diceva “..Chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto”. Ed uno che conosce l’attuale realtà vissuta e sofferta in Albania avrebbe aggiunto che lui, il primo ministro, è un dittatore corrotto e disposto a tutto. Proprio a tutto.

  • Misere bugie per nascondere clamorosi abusi quotidiani ed altro

    Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che

    gli interessi delle pecore ed il proprio sono gli stessi.

    Stendhal

    Ormai le notizie sui continui e clamorosi abusi del bene pubblico in Albania sono diventate una “normalità” quotidiana. Il che, di per sé, da una parte serve per conoscere la verità. Ma quando i casi di abuso, resi pubblici, sono veramente tanti, inevitabilmente tali abusi si sovrappongono e non lasciano tempo neanche per riflettere. Si tratta di abusi che, da anni, stanno svuotando in un modo allarmante e pericoloso le casse dello Stato. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Ma, fatti accaduti, documentati, testimonianti e pubblicamente denunciati alla mano, il primo ministro, colui che in base alla Costituzione della Repubblica d’Albania e delle leggi in vigore, dovrebbe essere proprio la persona che ha l’obbligo istituzionale di gestire, di proteggere e di aumentare il bene pubblico, è invece il primo che ne trae vantaggi e ne beneficia tramite continui abusi del potere ormai usurpato. Abusi messi in atto con la sua piena consapevolezza, sia da lui direttamente, che dai suoi “collaboratori”. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato spesso informato di una simile, grave, preoccupante, pericolosa, vissuta e sofferta realtà albanese. Sono numerosi gli scandali milionari, che stanno depauperando le già povere casse del denaro pubblico.

    Il nostro lettore è stato informato dello scandalo spaventoso, noto come lo scandalo degli inceneritori (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; Corruzione scandalosa e clamoroso abuso di potere, 19 luglio 2022; Un regime totalitario corrotto e malavitoso, 13 agosto 2022; Sono semplicemente seguaci del modello abusivo dei superiori, 16 gennaio 2023; Governo che funziona come un gruppo criminale ben strutturato, 17 luglio 2023; Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile, 24 luglio 2023; Continua ad ingannare per coprire una grave e scandalosa realtà, 31 luglio 2023 ecc…). Si tratta di uno scandalo avviato già dal 2014, per poi diventare sempre più clamoroso, inghiottendo sempre più milioni. Si tratta di uno scandalo, quello degli inceneritori, che per attuarlo, il Consiglio dei ministri, solo in un giorno, il 16 dicembre 2014, ha chiesto il parere delle diciassette diverse istituzioni governative responsabili ed ha, altresì avuto la loro approvazione per avviare il progetto degli inceneritori. Una simile procedura così celere, con ogni probabilità dovrebbe essere senza nessun paragone, riferendosi a la maggior parte dei Paesi del mondo. Alcuni mesi fa l’autore di queste righe scriveva: “Era il 16 dicembre 2014. Si stava preparando tutto per dare il nullaosta alla firma del contratto tra il governo albanese ed una società che doveva costruire ed operare il primo dei tre inceneritori. Ebbene, si è trattato di una procedura “estremamente veloce”. Si, perché nello stesso giorno sono state avviate presso 17 ministeri ed istituzioni governative le richieste previste dalla legge, per avere in seguito le opinioni ufficiali da parte degli stessi ministeri ed istituzioni governative. Normalmente la risposta arriva entro alcune settimane. Grazie a quella procedura “estremamente veloce” però tutte le 17 risposte ufficiali sono arrivate lo stesso giorno, il 16 dicembre 2017, all’ufficio del segretario generale del Consiglio dei ministri, l’eminenza grigia del primo ministro. In quel 16 dicembre 2014 è stata svolta la gara d’appalto con una sola società interessata. Mentre il periodo delle probabili contestazioni, previsto dalla legge, è stato ridotto da sette giorni a un solo, il 16 dicembre 2014. Tutto in violazione della legge! Lo stesso giorno è stata preparata la bozza del contratto. Bozza che poi, lo stesso giorno e dopo aver avuto le sopracitate 17 risposte, è stata presentata come il testo del contratto vero e proprio. Testo che è stato poi presentato l’indomani, il 17 dicembre 2014 alla riunione del Consiglio dei ministri che lo ha approvato!”. Alcuni mesi fa l’autore di queste righe scriveva: “…La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato degli ultimi sviluppi di uno dei più abusivi e clamorosi scandali tuttora in corso in Albania. Si tratta di quello che, da alcuni anni, è noto come lo scandalo dei tre inceneritori. Uno scandalo tramite il quale coloro che lo hanno ideato e messo in atto hanno abusato dei soldi pubblici. Da una provvisoria valutazione finanziaria risulterebbero sperperati milioni in uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Ma, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, risulta che tutti e tre gli inceneritori non sono in funzione. Mentre per quello della capitale, nonostante non sia stato mai costruito, si pagano dei milioni, come se stesse bruciando i rifiuti. Invece sta “bruciando” tantissimi soldi pubblici ogni giorno” (Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile, 24 luglio 2023).

    Sono state tante le denunce fatte riguardo allo scandalo degli inceneritori. Denunce, accompagnate da molti dati, documenti ufficiali, nonché da valutazioni di vario tipo fatte da specialisti, che sono state depositate anche presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. E visto che si tratta di uno scandalo in cui sono stati coinvolti i massimi rappresentanti politici, primo ministro e sindaco della capitale compresi, quelle denunce sono state depositate presso la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Si tratta di denunce molto dettagliate che potevano facilitare molto anche il lavoro delle persone incaricate a seguire il caso. Una Struttura quella Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata che è il “vanto” del primo ministro, della sua propaganda governativa, ma anche dei “rappresentanti internazionali”. Una Struttura che ha proprio il compito istituzionale di indagare tutti i rappresentanti politici e statali, nel caso siano accusati di corruzione e di abuso di potere. E lo scandalo degli inceneritori è un clamoroso simile caso. Ma, fatti accaduti alla mano, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata ha ubbidito agli ordini che arrivano, a tempo debito, direttamente dal primo ministro e/o che chi per lui. Uno scandalo quello degli inceneritori, di cui nuovi dati e fatti sono stati resi pubblici anche in questi ultimi giorni. Dati e fatti, anche questi, che coinvolgono direttamente e personalmente il primo ministro, il sindaco della capitale, il segretario generale del Consiglio dei ministri ed altri loro collaboratori.

    Ma magari lo scandalo degli inceneritori fosse l’unico scandalo reso pubblico in Albania. Nelle ultime settimane sono stati resi noti altri dati e fatti che riguardano alcuni altri scandali clamorosi nel settore della sanità pubblica. Si tratta di scandali che rappresentano delle procedure del tutto abusive, clientelistiche, illegali e che violano palesemente ed inconfutabilmente le leggi in vigore. Si tratta di scandali milionari che hanno privato i poveri cittadini albanesi dei servizi sanitari di prima necessità. Servizi vitali che loro non possono permettersi, finanziariamente, per averli nelle strutture private. Si tratta di scandali che da molti anni ormai stanno arricchendo gli amici sia del primo  ministro che di alcuni ministri della Sanità. Tra i più noti e clamorosi ci sono lo scandalo del controllo sanitario, conosciuto come il servizio “Check up”, e quello degli sterilizzatori. Si tratta di scandali legati a delle “giustificazioni” secondo le quali il servizio sanitario pubblico non era in grado di adempiere determinate attività ospedaliere. Niente di vero! Si, perché quei servizi, come è stato dimostrato in seguito, erano quotidianamente operativi. Non solo, ma in realtà, fatti accaduti e documentati alla mano, i “vincitori” predefiniti e predestinati degli appalti abusivi e clientelistici, gli amici dell’allora ministro della Sanità, a sua volta stretto amico del primo ministro, hanno usato proprio le strutture statali, il personale qualificato per svolgere quelle attività, nonché tutte le facilitazioni come gli ambienti, l’elettricità, l’acqua ecc.. Ma sono costati però alle casse dello Stato molto, ma molto di più. Milioni dei quali hanno ampiamente beneficiato, ovviamente, coloro che hanno permesso simili appalti scandalosi e penalmente condannabili. Tutti e due, sia quello del servizio “Check up”, che quello degli sterilizzatori, sono degli scandali milionari che continuano a vuotare le casse dello Stato. Si tratta di scandali che, guarda caso, da quando sono stati resi pubblicamente noti, sono stati difesi a “spada tratta” personalmente dal primo ministro. Il quale, con la sua nota ed irritante arroganza, accompagnato dal suo linguaggio coatto e da certe messinscene propagandistiche, ha cercato di “ridicolirizzare” i casi denunciati. Ma ha cercato, altresì, anche di colpevolizzare il governo precedente per tutte le sue “mancanze” e le “inadempienze” nel campo della sanità pubblica. Era proprio il primo ministro che in uno studio televisivo, da buon commediante, si era presentato con delle forbici rotte e con una sola manica e con dei bisturi arrugginiti. Una messinscena per dimostrare e accusare come si facevano prima gli interventi chirurgici. Ma semplicemente una misera messinscena per spostare l’attenzione pubblica dall’eco degli scandali nel sistema della sanità pubblica. Adesso, durante questi ultimi giorni, da quando nuovi dati relativi a quegli scandali sono stati resi noti, il primo ministro tace, non ha detto nessuna parola. Come lui fa sempre quando si trova in difficoltà. E lui si sta trovando sempre più in serie difficoltà. Scandali, soprattutto quello degli sterilizzatori, che stanno attirando di nuovo in questi ultimi giorni, l’attenzione pubblica con nuovi e eclatanti fatti che colpevolizzano proprio lui, il primo ministro ed i suoi amici, che hanno approfittato e continuano a farlo, con i soldi pubblici di uno dei Paesi più poveri in tutta Europa. Mentre molti albanesi non riescono a curarsi e, non di rado, pagano con la vita l’avidità di coloro che abusano del potere e si arricchiscono con i soldi pubblici, in palese violazione di tutte le leggi in vigore. Anche in questo caso le prove ci sono e sono anche depositate presso le strutture del sistema “riformato” della giustizia. Ma la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, anche in questo caso, non osa indagare il principale responsabile, il primo ministro. Mentre sta cercando, con tutti i modi, di proteggere il suo amico, l’ex ministro della Sanità.

    Un altro scandalo che ha denunciato da alcuni mesi pubblicamente la galoppante corruzione e l’abuso di potere dei massimi rappresentanti politici e governativi, partendo dal primo ministro, è quello dei fondi europei IPARD II e IPARD III per lo sviluppo delle aree rurali (IPARD – Instrument for Pre-Accession Assistance and Rural Development – Lo Strumento di assistenza pre-adesione per lo sviluppo rurale; n.d.a.). Ebbene, dalle indagini svolte da una struttura specializzata come OLAF(European Anti-Fraud Office – l’Ufficio europeo per la lotta antifrode; n.d.a.), risulta che ci sono stati abusi e distribuzione corruttiva dei fondi europei IPARD. Il che ha costretto la Direzione Generale della Commissione europea per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale a sospendere tutti i finanziamenti nell’ambito dei programmi IPARD per l’Albania. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi anche con i finanziamenti europei; 19 settembre 2023).

    Questi sopracitati non sono però gli unici scandali milionari, espressione diretta e inconfutabile di un clamoroso abuso del potere, da parte del primo ministro e dei suoi collaboratori. Ci sono anche tanti altri. Ma, come suo solito lui, il primo ministro, cerca di imbrogliare con delle bugie e delle dichiarazioni ingannevoli, per sfuggire alle accuse pubbliche che lo additano pubblicamente, fatti documentati alla mano, come il maggiore responsabile dei tanti scandali milionari. Lui sta usando anche la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata per far credere che le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia stanno funzionando (Sic!).

    Chi scrive queste righe è convinto che quelle del primo ministro sono delle misere bugie per nascondere tanti clamorosi abusi del potere che lo coinvolgono personalmente. Abusi e scandali che coinvolgono anche suoi stretti famigliari e collaboratori. Mentre lui somiglia al pastore che, come scriveva Stedhal, cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi delle pecore ed il proprio sono gli stessi. Invece sono gli albanesi che stanno soffrendo gli abusi del primo ministro.

  • Un autocrate irresponsabile ed altri che ne approfittano

    L’abuso è il contrassegno del possesso e del potere.

    Paul Valéry, da “Quaderni”

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore sull’accordo, tra l’Italia e l’Albania, sui migranti. Un accordo firmato a Roma, nel pomeriggio del 6 novembre scorso, dai due primi ministri dei rispettivi Paesi. I due, negli ultimi mesi, hanno affermato pubblicamente la loro “amicizia”, nonostante, politicamente parlando, appartengano a due schieramenti politici ed ideologici molto diversi. La Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia appartiene ad un partito di destra ed è anche la Presidente del Partito europeo dei Conservatori e dei Riformisti. Invece, sulla carta, il primo ministro albanese è il dirigente del partito socialista albanese, costituito nel giugno 1991, dopo il crollo della dittatura comunista. Un partito discendente diretto del partito comunista albanese! La Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia, oltre ad essere stata dirigente di alcuni movimenti giovanili di centro destra e di destra, è anche una dei tre promotori del partito “Fratelli d’Italia”, costituito nel 2012 e del quale lei è presidente dal marzo 2014. Un partito nato più di un anno prima della scissione del raggruppamento politico “Popolo della Libertà”, nel quale svolgevano le loro attività politiche i tre fondatori del partito “Fratelli d’Italia”. Ragion per cui la presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ha fatto sua l’ideologia del conservatorismo, dell’identità e della cultura nazionale.

    Mentre il suo “amico”, il primo ministro albanese, nonostante diriga dal 2005 il partito socialista albanese, che è anche membro del gruppo dei socialdemocratici e progressisti del Parlamento europeo, ha dimostrato di non avere fatta sua, a fatti e non a parole, l’ideologia dei socialisti europei. Fatti accaduti alla mano, il primo ministro albanese risulta non avere però fatta sua l’ideologia della sinistra europea. Lui non ha una sua ideologia politica. Lui, quando gli serve si presenta come un socialista convinto. Ma, se ne ha bisogno, “coccola’ i comunisti nostalgici. E lo ha fatto non di rado. Come ha anche presentato delle “iniziative” centriste e anche oltre. Il primo ministro albanese aveva dichiarato, per motivi di propaganda elettorale, già circa quindici anni fa, di non essere né di sinistra e né di destra, bensì di essere “oltre la sinistra e la destra”. Una scelta con la quale voleva apparire come sostenitore delle tesi ideologiche del movimento noto come la “Terza via”. Un movimento che aveva fatto suo lo schieramento tra il neoliberalismo e la socialdemocrazia. E non a caso, dal 2013, e cioè da quando ha avuto il suo primo mandato alla guida del governo albanese, lui ha scelto come suo “amico e consigliere speciale” proprio l’ex premier britannico, uno tra i più noti sostenitori del movimento della “Terza via”. E non a caso, anche da prima, lui è stato tra i “beniamini” ed ha avuto sempre il supporto di un noto multimiliardario e speculatore di borsa di oltreoceano. Il primo ministro albanese è stato ispirato in quanto ha fatto, ma soprattutto in quello che sta facendo ultimamente, anche dal dittatore comunista albanese, scegliendolo come uno dei suoi “dirigenti spirituali”! Ma, fatti accaduti e documentati alla mano, il primo ministro albanese non ha altra ideologia che quella degli “interessi”, soprattutto quelli materiali. E lui fa di tutto per raggiungere i suoi interessi. Da sempre è, altresì, preda del suo narcisismo e/o del suo egotismo. Il primo ministro albanese può allearsi con tutti coloro che gli somigliano, dando così ragione alla saggezza secolare dell’essere umano, concentrata nel noto detto latino similes cum similibus congregantur (I simili si accompagnano con i propri simili; n.d.a.). Il primo ministro gestisce un clan occulto che non ha niente a che fare con un partito politico. Lui non dirige il partito socialista albanese e perciò, men che meno, rappresenta l’ideologia dei socialisti europei. Lui usa e beneficia politicamente di quello che ormai si chiama il partito socialista albanese. Lui sì, sempre fatti accaduti, documentati, testimoniati e denunciati alla mano, da anni ormai collabora strettamente con la criminalità organizzata e con determinati raggruppamenti occulti internazionali. Insieme a loro, il primo ministro albanese, gestisce la nuova dittatura sui generis restaurata da alcuni anni in Albania. Una dittatura in continuo consolidamento, di cui in nostro lettore è stato informato spesso e con la dovuta e richiesta oggettività.

    Ebbene, nonostante la Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ed il suo “amico”, il primo ministro albanese sono ben distanti, come schieramento politico, loro però da alcuni mesi ormai si intendono a vicenda. Ma anche passano alcuni giorni di gioiose ed “utili” vacanze estive insieme. Il nostro lettore è stato informato del fatto che la Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia, insieme con la sua famiglia, è stata ospite del primo ministro albanese in riva al mare Ionio dal 14 al 17 agosto scorso. Hanno passato insieme anche il Ferragosto. L’autore di queste righe scriveva che “….All’inizio della scorsa settimana la presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ha interrotto le sue vacanze in Puglia per andare in “visita privata” in Albania, ospite del suo “amico” il primo ministro albanese. Insieme con la sua famiglia hanno lasciato la masseria di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, alla vigilia di Ferragosto, per andare ospiti dal nuovo “amico” albanese”. E poi egli aggiungeva : “…guarda caso, proprio nello stesso periodo, ospiti del primo ministro albanese erano anche l’ex primo ministro dell Regno Unito, Tony Blair, con sua moglie. Non si sa però se è stato un caso che due attuali primi ministri ed un ex primo ministro si trovassero nello stesso periodo e nello stesso posto, nella residenza governativa in riva alle coste ioniche dell’Albania”. Il nostro lettore è stato informato anche delle lusinghe dell’anfitrione nei confronti della sua illustre ospite. “Proprio il 12 agosto scorso, due giorni prima dell’arrivo della sua omologa italiana, la “tigre”, la sua “sorella Giorgia”, il primo ministro albanese ha dichiarato ad un media italiano che “nella scena internazionale Giorgia ha sorpreso tutti e alla grande, direi, perché si aspettavano un mostro fascista che avrebbe marciato sull’Europa e si sono trovati davanti una donna con una abilità mostruosa nel comunicare da grande europeista, senza sbagliarne una”. Il primo ministro albanese ha poi aggiunto, da buon leccapiedi qual è, che “Giorgia è incredibile. Possiamo dire che è nata un’amicizia. Ma soprattutto, che lei è una politica concreta, altro che pericolo fascista”. L’autore di queste righe informava, altresì, il nostro lettore che “…non è mancata neanche la risposta della sua illustre ospite che, dopo il ritorno in Italia, ha scritto: “Grazie per avermi ospitata nella vostra terra e per la calorosa accoglienza ricevuta Edi. Ti aspetto in Italia!” (Una visita dall’‘amico’ autocrate che doveva essere evitata; 23 agosto 2023).

    Da quanto hanno poi dichiarato in seguito, la scorsa settimana, sia la presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia che il primo ministro albanese, durante quei giorni di vacanze comuni, è stato concordato anche l’accordo sui migranti. Proprio quell’accordo che è stato firmato tra i due il 6 novembre scorso a Roma. L’autore di queste righe scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore che: “…Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! Profughi di quelli che l’Italia non vuole e/o può tenere. Si tratta di quei profughi che le massime autorità italiane, soprattutto il primo ministro, non sono state in grado di distribuire negli altri Paesi membri dell’Unione europea. Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare per arrivare sulle coste italiane”. Chissà perché? Ed in seguito aggiungeva che fortunatamente la presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia “…ha un “caro amico” in Albania, il primo ministro albanese. Lui ha firmato subito il sopracitato accordo. Lui, un irresponsabile autocrate ha accettato la proposta. Mentre l’omologa italiana ha potuto, almeno sulla carta, curare gli interessi del suo Paese” (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    L’accordo firmato il 6 novembre scorso dalla Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ed il suo omologo albanese è stato reso pubblico in seguito. Ci sono state subito delle forti reazioni, sia in Italia che in Albania. In più è risultato che di quell’accordo le istituzioni dell’Unione europea, di cui l’Italia è uno dei sei primi membri fondatori, sono state informate soltanto poche ore prima della sottoscrizione. Mentre in Albania nessuno, tranne qualche stretto collaboratore del primo ministro, era stato informato. Ovviamente il primo ministro albanese aveva violato la Costituzione della Repubblica d’Albania, con la sua totale mancanza di trasparenza e le mancate consultazioni istituzionali, prima che venisse firmato l’accordo come sancisce la Costituzione. Perché si tratta di un accordo che prevede anche la messa a disposizione dei territori albanesi all’Italia. Ma questo modo di agire del primo ministro albanese, da anni ormai, è diventato una “cosa normale”!

    L’accordo tra l’Italia e l’Albania sui migranti, sintetizzato in un Protocollo d’intesa di quattordici articoli, è valido per cinque anni, rinnovabili di altri cinque, se necessario. In base all’accordo, nel territorio albanese verranno allestiti due campi dove saranno sistemati i profughi. È stato previsto e sancito che il diritto di difesa verrà assicurato da avvocati, organizzazioni internazionali e strutture specializzate dell’Unione europea che avranno libero accesso nei campi e che potranno prestare la necessaria consulenza ed assistenza ai migranti che possano aver bisogno di chiedere protezione internazionale, nei limiti della legislazione italiana, europea ed albanese. L’accordo sancisce anche che i due campi verranno gestiti dall’Italia, in base alle leggi e le normative italiane ed europee. Mentre nel caso di controversie sarà valida solo la legislazione italiana in vigore. In quell’accordo si sanciscono anche altre prerogative particolari. Per la presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia, il sopracitato accordo sui migranti può diventare …un modello di collaborazione tra Paesi Ue e Paesi extra-Ue sul fronte della gestione dei flussi migratori”. Lei ha affermato, l’indomani della firma dell’accordo, che si tratta di un’intesa “…che rafforza il partenariato strategico tra Italia e Albania e si pone sostanzialmente tre obiettivi: contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori irregolari e accogliere in Europa solo chi ha davvero diritto alla protezione internazionale”. Il primo ministro albanese, invece, ha considerato l’accordo come un atto dovuto, dopo quello che l’Italia ha fatto per i profughi albanesi nel 1991. Proprio lui che solo due anni fa, ed esattamente il 18 novembre 2021, dichiarava convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”.

    Leggendo però il testo del Protocollo d’intesa, risulterebbe che ci sono diverse serie violazioni delle leggi in vigore nei due rispettivi Paesi firmatari, delle normative dell’Unione europea, nonché delle convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo e dei migranti. Si tratta di violazioni che vengono evidenziate da molti noti specialisti di giurisprudenza, sia in Italia che in Albania. Violazioni che sono state evidenziate, altresì, da specialisti di giurisprudenza di altri Paesi e da alcuni rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Anche la decisione della scorsa settimana, presa dalla Corte Suprema del Regno Unito contro la decisione del governo britannico sul trasferimento dei profughi in Ruanda, ne è un’altra conferma di simili violazioni.

    Chi scrive queste righe è convinto che il comportamento del primo ministro albanese e le decisioni da lui prese senza la minima obbligatoria trasparenza, sono tipiche di un autocrate irresponsabile. Mentre altri ne approfittano per risolvere le loro problematiche, dopo aver fallito in precedenza con diversi Paesi, compresi alcuni dell’Unione europea. Aveva ragione Paul Valéry, l’abuso è il contrassegno del possesso e del potere. Ed il primo ministro albanese ne ha usurpato tanto di potere.

  • Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi

    Le virtù si perdono nell’interesse come i fiumi si perdono nel mare.

    François de La Rochefoucauld

    La fine degli anni ’50 del secolo passato è stato un periodo contrassegnato da duri scontri armati a Cuba. Un periodo noto anche come la rivoluzione cubana, durante il quale il movimento marxista, noto come il Movimento del 26 luglio e guidato dai fratelli Fidel e Raul Castro e da Ernesto Che Guevara, cominciò lo scontro armato con il regime di Fulgencio Batista. Un regime quello di Batista, fortemente appoggiato dagli Stati Uniti d’America, visto che a Cuba erano attive diverse loro compagnie multinazionali. Ma anche per contrastare le influenze e la presenza dell’Unione Sovietica nell’isola caraibica. Dopo circa sei anni, finalmente l’8 gennaio 1959, mentre il dittatore Batista nel frattempo era fuggito dall’isola, portando con se anche una grande ricchezza monetaria, i barbudos, i rivoluzionari con la barba, i castristi, entrarono ad Avana. Quello che accadeva in quel periodo a Cuba ha generato non poche preoccupazioni negli Stati Uniti d’America. Si, perché, oltre agli interessi economici e finanziari, dopo aver appoggiato prima Batista, gli Stati Uniti hanno cercato di stabilire buoni rapporti anche con i dirigenti del Movimento del 26 luglio. Anzi, gli statunitensi si stavano preparando ad organizzare un intervento proprio per rovesciare Batista, dopo dei colloqui anche con i castristi. Tutto però rimase solo un progetto non realizzato. Non solo ma, come si dice, oltre la beffa anche l’inganno. Si, perchè i castristi si misero subito sotto l’influenza degli avversari, a scala mondiale, degli Stati Uniti. L’Unione Sovietica allargò le sue aree d’influenza anche ai confini degli Stati Uniti, grazie alla nuova e stabile alleanza con il Movimento del 26 luglio guidato da Fidel Castro.

    Era il 2005 quando nelle sale, prima negli Stati Uniti d’America e poi in Europa, uscì il film The Lost City (Città perduta, citato anche come Avana, città perduta; n.d.a.). Era la prima volta che il noto attore di origine cubana, Andy Garcia, faceva anche il regista. Ed aveva scelto di trattare proprio il periodo dal 1958 e fino alla sostituzione della dittatura di Batista con un’altra dittatura, quella marxista di Fidel Castro. Il personaggio principale Fico Fellove, interpretato dallo stesso Andy Garcia, era il proprietario di un locale notturno molto frequentato ad Avana. Lui e i suoi due fratelli erano cresciuti in una nota e stimata famiglia. Ma mentre i due suoi fratelli erano diventati attivisti, uno del Movimento castrista del 26 luglio e l’altro del partito democratico, Fico si oppone alle varie frazioni comuniste dell’opposizione. The Lost City è un film che, con i suoi personaggi e con quello che essi affrontavano in quel periodo, cerca di portare allo spettatore quello che i cubani hanno vissuto sotto le due dittature. Fico Fellove era uno di loro. Nel film The Lost City si intrecciano anche i sentimenti dei personaggi. Il rapporto di Fico con Aurora, vedova di uno dei suoi fratelli, che aveva perso la vita durante la rivoluzione, rappresenta una colonna importante del film, in tutte le sue dimensioni. Si perché loro due si amavano veramente, ma si sentivano liberi di avere e difendere le proprie convinzioni. E Aurora, come il suo defunto marito, era una sostenitrice del Movimento castrista. Fico sente però il peso della nuova dittatura anche nella gestione del suo locale notturno, un’attività non ben vista dal regime castrista. Poi, in seguito alle statalizzazioni delle attività e delle proprietà private, Fico è stato costretto a chiudere il suo locale ed a decidere di emigrare negli Stati Uniti d’America. È stata una decisione dura e molto difficile, dovendo lasciare sia i suoi stimati genitori, la sua Avana e anche Aurora, la donna che amava. Ma non aveva altre scelte. Una volta negli Stati Uniti, Fico cominciò a lavorare in un locale dove faceva tutte le pulizie. E proprio in quel locale è andata a trovarlo Aurora, che era arrivata a New York con la delegazione cubana per partecipare ad un convegno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Loro due si incontrano e si vede la loro grande sofferenza causata dalla forzata separazione. Ma tutti e due avevano fatto le proprie scelte, che andavano oltre i sentimenti. E in una delle ultime scene del film, prima che Aurora andasse via, alla sua preghiera di ritornare ad Avana, Fico rispose, sofferente ma convinto: “Non posso essere fedele a una causa persa, ma posso esserlo a una città perduta”. Con la “causa persa” intendeva le aspettative deluse dai castristi, perché lui non poteva mai e poi mai appoggiare una nuova dittatura dopo quella di Batista. Mentre ne era convinto che sarebbe stato sempre fedele alla “città perduta”, ad Avana.

    Essere costretti a lasciare la propria famiglia, i propri cari e quel poco che si possiede, a lasciare la città, il paese dove sei nato e hai vissuto, dove hai amici e persone care, non è per niente facile. Anzi, è un dramma umano. Ma anche vivere sotto il giogo delle dittature è molto difficile e anche insopportabile. Ragion per cui milioni di persone, in diverse parti del mondo, sono stati, sono e saranno sempre costretti a lasciare tutto e scappare. Scappare spesso verso un paese del tutto sconosciuto, verso l’incognito. Scappare con la speranza, ma non con la certezza, anzi, di trovare quello che manca in patria. Partendo da quelle poche ma basilari cose, come il diritto di vivere libero, il diritto della libertà di espressione dei propri pensieri e delle proprie convinzioni, il diritto del lavoro, che dà alla persona, oltre ai mezzi di sostenimento, anche la dignità. Lasciare tutto perché si perde anche quel minimo di speranza di avere una vita migliore in patria.

    È proprio quello che spinge milioni di persone ad emigrare. Dalla notte dei tempi e in ogni parte del mondo. Ma in questi ultimi decenni, della sofferenza umana, dei profughi, ci sono anche coloro che ne approfittano. Ci sono varie organizzazioni della criminalità organizzata e dei clan occulti, che spesso si presentano come organizzazioni di beneficenza, che sfruttano quella sofferenza per guadagnare miliardi. Organizzazioni che collaborano e si coordinano tra loro e che in alcuni paesi godono anche delle coperture statali.

    Quanto sta accadendo da molti anni ormai con i profughi che scappano dalle guerre nei loro paesi natali, dagli sfruttamenti di vario genere, ne è una palese testimonianza. Quanto sta accadendo da anni ormai con i profughi provenienti da vari Paesi in Africa ed in Asia, dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan ed altri ancora dimostra la crudeltà e la spietatezza degli sfruttatori. Ma dimostra anche l’ipocrisia dei “grandi del mondo” che, come dice il proverbio, predicano bene ma razzolano male. Un’ipocrisia quella, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, dimostrata e verificata in diverse occasioni, che delude, offende  e deteriora la situazione. Quanto sta accadendo da molti anni ormai con  i grandi flussi dei profughi che scappano ne dimostra perciò anche la gravità e la pericolosità del comportamento indegno dei “grandi del mondo”. Ma purtroppo alcuni di loro hanno fatto dell’ipocrisia e della demagogia un ben esercitato mestiere. Chissà perché?!

    Da alcuni anni ormai, e soprattutto dopo il periodo noto come la primavera araba, i flussi migratori sono aumentati sensibilmente. E le ragioni sono ovvie. Guerre e conflitti armati. Sono stati non pochi i Paesi coinvolti, soprattutto tra il 2010 e 2011. Paesi del nord Africa, ma anche altri Paesi africani e del Golfo Persico. Un flusso che continua massiccio anche attualmente. Anzi adesso molto più intenso e ben provocato dagli sfruttatori. Si tratta di profughi disperati, uomini, donne e bambini, che dietro pagamenti che sono ormai stabiliti, sia come somme che come modi di attuazione, dietro garanzie che obbligano. Profughi che partono soprattutto dalle coste libiche, tunisine, siriane, ma non solo, con delle piccole e fatiscenti imbarcazioni. Profughi che non di rado partono ma purtroppo non riescono ad arrivare a destinazione. Sono migliaia coloro, compresi donne e bambini, spesso anche non accompagnati, che hanno perso la vita durante quei pericolosi attraversamenti. Basta fare riferimento a quanto è purtroppo accaduto ripetutamente sia nelle coste italiane di Lampedusa che in quelle calabresi e siciliane. Una vera e propria, una continua tragedia umana. Una tragedia, di fronte alla quale non si sta trovando ancora una soluzione istituzionale, accettabile, duratura, che rispetta le convenzioni internazionali dei diriti dell’uomo e degli emigrati. Una soluzione che impedisce lo sfruttamento delle persone e che garantisce la loro dignità. Purtroppo quanto sta accadendo da anni con il grave problema dei profughi e dei richiedenti asilo, testimonia ancora anche l’incapacità delle istituzioni internazionali comprese quelle dell’Unione europea, nonché dei massimi rappresentanti dei singoli Stati occidentali a coordirarsi, concordarsi e prendere finalmente le giuste e durature decisioni. Per poi anche rispettare le decisioni prese.

    Ma oltre ai Paesi del nord Africa, del medio e vicino Oriente, del Golfo Persico e dell’Asia, negli ultimi anni si sta verificando anche un vistoso e preoccupante aumento del numero di coloro che scappano dall’Albania. Un fenomeno quello, ripreso dopo molti anni, soprattutto dal 2015 in poi. Un fenomeno ripreso, purtroppo, in un modo veramente allarmante. Il nostro lettore è stato spesso informato di questa vera, vissuta e veramente sofferta realtà (Accade in Albania, 7 settembre 2015; Crescente spopolamento come sciagura nazionale, 10 febbraio 2020; Un nuovo e più preoccupante esodo, 16 marzo 2021; Similitudini tra l’Afghanistan e l’Albania, 30 agosto 2021; ecc…). Esattamente un anno fa, riferendosi proprio ai tanti albanesi che, con il pericolo di perdere la propria vita, cercavano di arrivare nel Regno Unito, l’autore di queste righe scriveva: “…dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!” (Scontri diplomatici e governativi sui migranti; 14 novembre 2022).

    Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! Profughi di quelli che l’Italia non vuole e/o può tenere. Si tratta di quei profughi che le massime autorità italiane, soprattutto il primo ministro, non sono state in grado di distribuire negli altri Paesi membri dell’Unione europea. Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un “caro amico” in Albania, il primo ministro albanese. Lui ha firmato subito il sopracitato accordo. Lui, un irresponsabile autocrate ha accettato la proposta. Mentre l’omologa italiana ha potuto, almeno sulla carta, curare gli interessi del suo Paese. Durante tutta questa settimana ci sono state molte reazioni critiche all’accordo sia in Italia che in Albania. Si tratta di reazioni che si riferiscono alla violazione delle convenzioni internazionali e alle normative dell’Unione europea. Ma ci sono finalmente evidenziate anche l’irresponsabilità e l’inafidabilità del primo ministro albanese. Una tra tante altre, fatta venerdì scorso da un noto comico italiano, durante un suo programma televisivo, “Fratelli di Crozza”. Farebbe bene il primo ministro italiano a trovare e vedere quel programma. Potrebbe servire a lei per conoscere, se ancora non lo sa, chi è veramente il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Prima che se ne deludesse.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire questo argomento ed informare il nostro lettore già dalla prossima settimana. Egli, nel suo piccolo, rispetta ovviamente i diritti dei profughi, ma anche quanto è previsto dalle convenzioni internazionali. Ma egli pensa che gli interessi non devono mai costringere, chicchessia,  ad ignorare le proprie virtù, ovviamente se ne ha tali. Non si deve mai permettere che, come scriveva François de La Rochefoucauld, le virtù si perdono nell’interesse come i fiumi si perdono nel mare.

  • Anche il sistema della giustizia a servizio del regime

    Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica

    Montesquieu, dal libro ‘Spirito delle leggi’ (1748)

    Durante questi ultimi anni l’autore di queste righe ha fatto spesso riferimento al principio della separazione dei poteri. Un principio che si basa sulla necessità di garantire la sovranità dello Stato e che individua tre poteri, i quali devono essere sempre attivi e ben indipendenti uno dall’altro, proprio per non permettere abusi di potere che danneggerebbero il normale funzionamento di uno Stato democratico. Il principio della separazione dei poteri era già noto dall’antichità, sia in Grecia che, in seguito, anche nella Roma antica. Un principio trattato da Platone, nella sua nota opera “La Repubblica” e da Aristotele, nella sua opera “La Politica”. Un principio che venne adottato anche nella Costituzione della Roma antica. Ma un trattamento dettagliato del principio della separazione dei poteri in uno Stato democratico è stato fatto secoli dopo. Prima da John Locke, nella sua opera “Due trattati sul governo”, pubblicata nel 1690. In seguito Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, dopo un lungo e impegnativo lavoro, durato per ben quattordici anni, pubblicò  nel 1748 un insieme di trentuno libri, raccolti in due volumi ed intitolato “Spirito delle leggi” (De l’esprit des lois; n.d.a.). Un vero e proprio trattato del pensiero politico e giudiziario del Settecento che è attuale anche adesso. Montesquieu evidenziava e definiva i tre poteri che dovevano essere divisi ed indipendenti; il potere legislativo, il potere esecutivo ed il potere giudiziario. Il principio della separazione dei poteri, tra l’altro, serve per identificare se un’organizzazione statale, in un determinato Paese, è quella democratica, oppure si tratta di una delle diverse forme di un regime dittatoriale. Ovviamente Montesquieu, quando ha scritto la sua opera prendeva in considerazione l’organizzazione statale di quel tempo, tenendo presente soprattutto l’organizzazione statale nel Regno Unito e la sua Costituzione. Perciò affermava che il potere legislativo “…verrà affidato e al corpo dei nobili e al corpo che sarà scelto per rappresentare il popolo”. Invece, per quanto riguarda il potere esecutivo “…deve essere nelle mani d’un monarca, perché questa parte del governo, che ha bisogno quasi sempre d’una azione istantanea, è amministrata meglio da uno che da parecchi”. Mentre, riferendosi al potere giudiziario, Montesquieu ribadiva che doveva essere rappresentato ed esercitato da “…giudici tratti temporaneamente dal popolo”. Il potere giudiziario dovrebbe, altresì, “…essere sottoposto solo alla legge, di cui deve riprodurre alla lettera i contenuti”. Secondo lui il potere giudiziario, doveva essere “la bouche de la lois” (la bocca della legge; n.d.a.). L’autore di queste righe, analizzando e trattando per il nostro lettore il principio della separazione dei poteri, evidenziava anche la convinzione di Montesquieu, secondo la quale “…Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Perciò Montesquieu ribadiva che era indispensabile sia l’esistenza che la separazione dei tre poteri: il legislativo, l’esecutivo e quello giudiziario. E spiegava anche il perché. Secondo lui “In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi, per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati”. Sottolineando che Montesquieu ne era altresì convinto che “…una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica” (Un regime totalitario corrotto e malavitoso; 13 agosto 2022).

    Quando sta accadendo in questi ultimi anni in Albania, fatti alla mano, tra l’altro e purtroppo testimonia palesemente ed inconfutabilmente anche la consapevole violazione del principio della separazione dei poteri. Un principio sul quale si basano anche alcuni articoli della Costituzione della Repubblica d’Albania. Quanto sta accadendo anche in questi ultimi giorni testimonia palesemente ed inconfutabilmente che in Albania, ogni giorno che passa, si sta consolidando perciò e sempre di più un pericoloso regime dittatoriale. Pericoloso, non solo perché è un regime oppressivo, come tutti i regimi dittatoriali. Pericoloso non solo perché è camuffato da una parvenza, da una fasulla facciata pluripartitica, ma soprattutto pericoloso proprio perché, fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, testimoniano che il regime ormai attivamente operativo in Albania rappresenta una ben pericolosa alleanza. Si tratta di un’alleanza tra il potere politico, rappresentato dal primo ministro, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali. E soprattutto uno di questi raggruppamenti di oltreoceano è molto attivo non solo in Albania, ma in molte altre parti del mondo. Un raggruppamento che finanzia ingenti somme di denaro con lo scopo di promuovere la cosiddetta “Società aperta”, per poi controllare quanto più possibile. Uno dei principali obiettivi di quell’organizzazione/raggruppamento occulto presente ed attiva in varie parti del mondo, dove investe centinaia di milioni per “beneficenza”, è anche il controllo delle varie istituzioni dei sistemi della giustizia. Sia negli Stati Uniti d’America, dove ha la sede base quell’organizzazione, sia in molti altri Paesi ovunque nel mondo. Compresa anche l’Albania. E in Albania quel raggruppamento occulto appoggia palesemente da anni l’attuale primo ministro, una persona accuratamente scelta precedentemente e poi promossa e sostenuta. Non a caso la filiale albanese di quell’organizzazione della “Società aperta” ha ideato e poi scritto la riforma del sistema della giustizia. Una riforma approvata, in seguito, con tutti i voti dei deputati del parlamento albanese il 17 luglio 2016. Una riforma che è il “vanto” del primo ministro albanese. Una riforma di cui si vantano pubblicamente anche i suoi veri ideatori, i rappresentanti di quell’organizzazione/raggruppamento occulto che è anche una parte attiva dell’alleanza pericolosa che gestisce, abusa ed approfitta del regime dittatoriale operativo da qualche anno in Albania. Una “riforma” quella del sistema della giustizia, che però fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, da quanto è stata approvata dal parlamento, ha permesso al primo ministro albanese, di controllare personalmente e/o da chi per lui, tutte le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. Il nostro lettore è stato informato spesso e a tempo debito anche di tutto ciò.

    La vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese è ben diversa da quella che cerca inutilmente di nascondere il primo ministro albanese e la sua potente e ben organizzata propaganda. La vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese è ben diversa anche da quella che, non di rado, presentano con ipocrisia certi alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, soprattutto quelle dell’Unione europea. Ma anche da alcuni alti rappresentanti istituzionali di singoli Stati membri dell’Unione. La vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese dimostra in modo inequivocabile anche il voluto ed, in seguito, attuato annientamento di tutto quello che stabilisce il principio della separazione dei poteri, maestosamente presentato da Montesquieu, già dal 1748! La vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese rappresenta perciò anche una convincente testimonianza del consolidamento del regime dittatoriale sui generis, istituito ormai da qualche anno in Albania.

    Una diretta testimonianza del ben ideato e altrettanto ben attuato fallimento della “riforma” del sistema della giustizia in Albania è stata resa pubblicamente nota la scorsa settimana dal rapporto ufficiale per il 2023, dell’organizzazione World Justice Project (Progetto mondiale della giustizia; n.d.a.). Un’organizzazione fondata nel 2006 negli Stati Uniti d’America con la partecipazione ed il sostegno attivo di ben ventuno partner strategici internazionali. L’obiettivo dell’organizzazione è quello di garantire il rafforzamento dello Stato di diritto a livello mondiale. E per raggiungere un simile obiettivo, dal 2009 l’organizzazione World Justice Project ha attivato anche un apposito strumento, noto come The World Justice Project Rule of Law Index (Indice dello Stato di diritto del Progetto mondiale della giustizia; n.d.a.). Ogni anno, grazie a questo strumento, si ottengono dati che riguardano otto distinti aspetti sullo Stato di diritto in 142 Paesi diversi del mondo, che sono soggetti dello studio. I dati si riferiscono a tutti gli otto distinti aspetti dello studio che sono: il potere limitato del governo, l’assenza di corruzione, l’ordine e la sicurezza, i diritti fondamentali, il governo aperto [che garantisce la trasparenza e la qualità dell’informazione], il rafforzamento [dell’applicazione] delle normative, la giustizia civile e la giustizia penale. Questi otto oggetti di studio sono poi suddivisi in ben quarantaquattro indicatori diversi per meglio presentare la reale situazione dello Stato di diritto in ciascuno dei 142 Paesi oggetti di studio annuale.

    Ebbene, dal rapporto per il 2023 dell’organizzazione World Justice Project, risulta che l’Albania ha fatto di nuovo un ulteriore regresso. Elencata nella 91a posizione, dal 2015 ad oggi, l’Albania è solo e palesemente regredita in tutti gli indicatori dello studio attuato dallo strumento The World Justice Project Rule of Law Index. Riferendosi soltanto al rapporto per il 2022, l’Albania è regredita di quattro punti, passando dall’87a posizione alla 91a. Mentre riferendosi al 2017 l’Albania è regredita di ben 23 punti, passando dalla 68a posizione alla 91a di quest’anno! Più specificatamente, il rapporto per il 2023 afferma che l’Albania si posiziona al 133o posto, solo nove posti in meno dall’ultimo, per l’indicatore che si riferisce all’indipendenza del sistema giudiziario e alla sua capacità di esercitare un controllo efficace sull’operato del governo! L’Albania si posiziona al 125o posto per quanto riguarda il fatto che le decisioni dei tribunali siano indipendenti dalle interferenze illegittime del governo, degli interessi privati e delle organizzazioni criminali! L’Albania si posiziona al 122o posto riferendosi all’indicatore riguardante l’indipendenza dei funzionari della polizia di Stato, dei procuratori e dei giudici dalle influenze illegittime da parte della criminalità organizzata e, altresì, di non essere influenzati nel loro operato da illeciti pagamenti. In più, dal rapporto per il 2023 dell’organizzazione World Justice Project, l’Albania si posiziona al 107o posto riferendosi all’indicatore che riguarda le elezioni libere e le nomine dei funzionari statali e governativi in conformità con la Costituzione e le leggi in vigore. Quanto viene affermato ufficialmente dal rapporto per il 2023 in base allo studio fatto dallo strumento The World Justice Project Rule of Law Index, rappresenta la vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese, completamente diversa da quella che cerca di far credere, ingannando, il primo ministro albanese e la sua propaganda governativa. Ma quanto viene affermato ufficialmente dal rapporto per il 2023 sull’Albania, in base allo studio fatto dallo strumento The World Justice Project Rule of Law Index, rappresenta anche un’inconfutabile testimonianza della consapevole violazione del principio della separazione dei poteri, presentato nel 1748 da Montesquieu nella sua maestosa e sempre attuale opera “Spirito delle leggi”. E visto che il primo ministro controlla sia il potere esecutivo che quello legislativo, con il controllo anche del potere giudiziario, lui controlla tutti e tre i poteri ben definiti da Montesquieu. In più il primo ministro albanese controlla anche la maggior parte dei media, che ormai viene considerato come il quarto potere. Un potere questo che non esisteva nel 1748 quando Montesquieu pubblicò la sua sopracitata opera. Il che testimonia chiaramente e con convinzione che in Albania ormai da qualche anno si sta consolidando un pericoloso regime dittatoriale.

    Chi scrive queste righe è convinto che in Albania ormai è consolidata una dittatura, espressione di un’alleanza pericolosa tra il potere politico, rappresentato dal primo ministro, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali. Una dittatura che ordina e ottiene sempre, quando ne ha bisogno, anche l’ubbidiente servizio del sistema “riformato” della giustizia. Ormai in Albania il primo ministro, rappresentante del regime, controlla tutto.  Confermando così la convinzione di Montesquieu che una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica.

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