Albania

  • Niente dovrebbe stupire più

    Il crimine e il vizio sono le due corna del diavolo.

    Victor Hugo

    Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Finiva così un periodo buio, il periodo delle dittature comuniste nei paesi dell’Europa dell’Est. Albania compresa, anche se era l’ultimo di quei paesi a liberarsi, nonostante quella albanese fosse stata la più sanguinosa. Ma 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino e 29 anni dopo il crollo del regime comunista, purtroppo adesso in Albania si sta tornando di nuovo verso la dittatura. Anzi, una dittatura sui generis è ormai già stata restaurata in Albania. Si tratta di una dittatura “gestita” dall’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata e pochi oligarchi. Adesso in Albania, fatti alla mano, il primo ministro controlla quasi tutto. Controlla tutti i poteri di un normale sistema democratico. Perché oltre al potere esecutivo e a quello legislativo, ormai lui controlla anche il sistema della “giustizia riformata” e dei media. E, tramite lui, controllano tutto anche i suoi “alleati”: la criminalità e gli oligarchi. L’unica incertezza è che non si sa bene chi controlla realmente chi e cosa.

    Niente dovrebbe stupire più di quello che sta accadendo in Albania. Ormai dire che la criminalità organizzata abbia la protezione e collabori con i più alti livelli del potere politico è come sfondare una porta aperta. Perché, purtroppo, si tratta di una realtà vissuta e documentata. Si tratta di una connivenza che rappresenta uno dei pilastri della strategia concepita e messa in atto dall’attuale primo ministro e dai suoi collaboratori dal 2013 in poi. Una strategia che ha permesso a lui di salire e consolidare il suo personale potere. Ma che, allo stesso tempo, ha permesso alla criminalità organizzata di avere tutta la necessaria protezione e tutti gli spazi necessari garantiti per svolgere le sue attività. Come ha permesso anche ad alcuni, pochi oligarchi di arricchirsi a dismisura, approfittando dalla “generosità” governativa. Quella scelta ed attuata in Albania dal 2013 in poi è una strategia che però sta portando il paese, ogni giorno che passa, verso una nuova dittatura, ma altrettanto pericolosa. Si tratta di una dittatura che, però, è diabolicamente camuffata da una parvenza di fasullo pluralismo politico. Tutta una messinscena propagandistica per cercare di nascondere la ben radicata e capillare connivenza della criminalità organizzata con i massimi rappresentanti del potere politico e delle istituzioni statali. I fatti e le testimonianze di una simile realtà sono ormai di dominio pubblico. La massiccia coltivazione, in tutto il territorio, della cannabis e il suo illecito traffico verso i paesi confinanti è ormai una cosa evidenziata, denunciata e resa pubblicamente nota non solo in Albania. Così come lo smistamento e/o il traffico illecito della cocaina, dell’eroina e di altre droghe. E come il riciclaggio del denaro sporco e altre attività criminali. Una realtà, quella in Albania, la quale ha preoccupato e tuttora preoccupa seriamente le strutture specializzate in diversi paesi europei e che rappresenta l’essenza e il contenuto della sopracitata strategia messa in atto con successo nel Paese in questi ultimi anni. Di tutto ciò è stato messo al corrente costantemente e a tempo debito anche il nostro lettore.

    Il sistema della giustizia, uno dei tre basilari poteri che in un normale paese democratico dovrebbe essere un potere indipendente dagli altri due, in Albania, fatti e documenti alla mano, è un potere completamente, vergognosamente e pericolosamente controllato dal primo ministro e dai suoi “compari”. Quanto è accaduto il 1o novembre scorso è stata un’ulteriore e molto significativa testimonianza di una grave e paurosa realtà. La falsità della propaganda governativa, diretta personalmente dal primo ministro, che cerca affannosamente di far credere e convincere che “il nero è bianco”, proprio quella falsità è stata ulteriormente sgretolata da un attentato avvenuto il pomeriggio del 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo. È stata assalita e colpita da decine di colpi di kalashnikov una macchina nella quale viaggiavano un procuratore della procura di Durazzo e un noto criminale della zona. Un rappresentante del sistema della giustizia e uno della criminalità organizzata. Tutti e due amici, come ha dichiarato in seguito il procuratore. Tutto accadeva poco dopo che i due avevano pranzato insieme in un ristorante. Dai proiettili sono rimasti feriti sia il procuratore che il criminale. Mentre l’autista del procuratore, pagato privatamente da lui, ferito gravemente durante l’attentato, purtroppo è deceduto una settimana dopo in ospedale. I media hanno seguito per giorni tutto quanto è accaduto. Anche perché il caso, di per sé, rappresenta realmente quanto accade in Albania; rappresenta il legame del “mondo di mezzo” con il potere politico e il sistema corrotto della giustizia. Ma rappresenta, soprattutto, la quintessenza della sopracitata strategia adottata ed attuata dal primo ministro e dai suoi. E proprio il primo ministro, alcune settimane fa, dall’aula del Parlamento, aveva tuonato e accusato quel procuratore. Lo hanno fatto in seguito anche il suo vice e altri ancora. Tutto perché il procuratore rappresentava l’organo d’accusa in un processo dove si stava giudicando il direttore dell’ipoteca di Durazzo per delle procedure abusive e corruttive, legate a passaggi illeciti di proprietà terriera. Si tratta di una area, quella di Durazzo, dove si intrecciano grandi interessi e/o scontri economici e criminali. Comprese le attività legate al traffico internazionale dei stupefacenti. Dopo l’attentato però il primo ministro non ha detto una parola. Proprio lui che non smette mai di dichiarare a voce, scrivere e commentare nei siti in rete, anche per delle cose di poca importanza. Uno dei suoi vizi. Chissà perché?!

    Tornando alle cronache dell’attentato, si è fatto sapere che nel portabagagli della macchina del procuratore sono stati trovati documentazione e fascicoli di alcuni tra i più scottanti processi giudiziari degli ultimi anni. Fascicoli che sono stati “rubati” mesi fa, una volta dagli uffici della posta e l’altra proprio dagli uffici della procura di Durazzo! Come mai? E quali interessi rappresentavano il procuratore e il suo amico che era con lui in macchina? Quest’ultimo, un noto criminale, risulta essere una persona coinvolta direttamente anche nei brogli elettorali a favore del partito del primo ministro. Insieme con altri criminali e funzionari delle istituzioni locali e con l’allora sindaco di Durazzo, persona molto vicina al primo ministro albanese. Una potente struttura quella, ben organizzata per controllare e/o manipolare i risultati elettorali. Tutto ciò lo dimostrerebbero delle intercettazioni telefoniche, pubblicate alcuni mesi fa da alcuni noti media internazionali. E tutto ciò come parte integrante della sopracitata strategia adottata e attuata dal primo ministro dal 2013 in poi. Di quella strategia che ha permesso ai criminali di diventare deputati e sindaci e ai pochi oligarchi di arricchirsi e per poi dividere la ricchezza con chi ha permesso tutto ciò.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania il più grande investitore sia la criminalità organizzata, insieme con i pochi oligarchi e in connivenza con il potere politico. L’unica cosa incerta sono le quote di partecipazione negli investimenti. L’autore di queste righe pensa anche che il perché di quanto è accaduto il 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo meglio di tutti lo potrebbe e lo dovrebbe chiarire il primo ministro albanese. Proprio lui che ha pubblicamente accusato alcune settimane fa, in Parlamento, il procuratore ferito nell’attentato. Se chiamato dalla procura però. Cosa che sembrerebbe al limite del possible. O meglio, impossibile.

  • Piroette geopolitiche e alleanze instabili

    Attenzione a scegliere e dichiarare alleanze e alleati!
    Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari.

    Da diversi mesi prima della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre scorso, essendo certo della  decisione negativa, il primo ministro albanese “minacciava” l’Unione europea e/o i singoli paesi dell’Unione con l’imminente pericolo proveniente da “certe influenze di paesi terzi, pronti a intervenire nella regione balcanica”. E non si faceva fatica a capire che quei “paesi terzi”, ai quali faceva lui riferimento, erano la Russia, la Cina, la Turchia e altri ancora. Ma le ‘minacce’ del primo ministro albanese non hanno influenzato la decisione dei capi di stato e di governo degli Stati membri dell’Unione. Il 18 ottobre scorso il Consiglio europeo ha chiuso in faccia la “porta europea” al primo ministro albanese. Con quella chiusura si sono sgretolate anche tutte le montature propagandistiche, sue e dei suoi. Per spostare l’attenzione dell’opinone pubblica da quella clamorosa sconfitta, il primo ministro e la propaganda governativa hanno subito accusato il presidente francese Macron come “l’unico nemico”. Accuse immediatamente smentite dal diretto interessato, accusando e schiaffeggiando, a sua volta, la misera propaganda del primo ministro e dei suoi, rendendo anche pubblico, quanto era accaduto realmente durante la riunione del Consiglio europeo, mentre si discuteva e si decideva sull’Albania. Il primo ministro albanese però ha fatto, come suo solito, orecchie da mercante e, con i suoi, ha pensato alla prossima mossa diversiva. Perché lui da tempo non governa più il paese, ma i suoi fallimenti e gli scandali continui, che coinvolgono lui e i suoi, cercando disperatamente di inventare l’ennesima diversione propagandistica per deviare l’attenzione pubblica.

    Questa volta al primo ministro albanese l’occasione è stata offerta da una conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali (US Policy in the Western Balkans), svoltasi a Tirana il 28 ottobre scorso. Ma questa volta la “scelta” non passa tramite il suo “amico e alleato strategico”, il presidente turco Erdogan. Il primo ministro albanese questa volta ha dichiarato “amore eterno” agli Stati Uniti d’America e ha fatte sue le scelte geopolitiche del presidente Trump nei Balcani occidentali. Proprio lui che, mentre la campagna elettorale negli Stati Uniti del 2016 era in pieno svolgimento, dichiarava più che convinto di non avere “nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. E pregava Dio che Trump non fosse eletto presidente. Ma dopo che le sue preghiere non sono state ascoltate e Trump fu eletto, il primo ministro albanese dichiarava che le sue opinioni espresse precedentemente erano non per il presidente Trump, ma per il “candidato Trump”! Senza batter ciglio e come se nulla fosse, il primo ministro albanese si “giustificava” per le sue precedenti parole, dichiarando che lui era diventato, dopo pochi mesi, convintamente contrario a quello che aveva detto prima e che “desiderava il successo del nuovo presidente degli Stati Uniti” (Sic!). La famosissima favola di Esopo, La volpe e l’uva, insegna sempre certi cambiamenti di atteggiamento.

    Durante la sopracitata conferenza sulla politica degli Stati Uniti nei Balcani occidentali, la rappresentante dell’ambasciata statunitense, riferendosi alla regione, dichiarava che la Russia “insiste nell’esportare nient’altro che il caos”. Lei ha parlato anche di un concreto pericolo per la regione, proveniente anche da altri paesi. E il primo ministro albanese ha fatto subito suo quanto è stato detto durante quella conferenza. Come se niente fosse lui ha trovato un nuovo “nemico pericoloso”; la Russia. Il gruppo parlamentare del suo partito ha subito presentato in Parlamento due giorni dopo, e cioè il 30 ottobre scorso, la bozza di una Risoluzione riguardante l’ingerenza russa in Albania, nella quale si elencano i tanti pericoli che possano seriamente danneggiare nel futuro l’Albania, le sue istituzioni e altro ancora.

    Ovviamente non poteva mancare l’immediata e dura reazione da parte dell’ambasciata della Federazione Russa a Tirana. Nella sua dichiarazione ufficiale si scriveva, tra l’altro, che “…ogni volta che siamo stati accusati di ingerenze negli affari interni di Tirana, noi abbiamo aspettato con impazienza almeno anche una prova di ciò. Ma i nostri amici albanesi non hanno potuto presentare neanche una prova.”. E in quella dichiarazione non poteva mancare neanche una “freccia avvelenata” indirizzata agli Stati Uniti. “È increscioso che tutto ciò stia palesemente accadendo in seguito ad un tacito accordo con l’ambasciata statunitense (ah sì, questa non si può chiamare ingerenza negli affari interni)….” si leggeva in quella reazione ufficiale dell’Ambasciata della Federazione Russa a Tirana.

    Quest’ultima “scelta di alleati e avversari” del primo ministro albanese urta clamorosamente con quell’altra, fatta circa due anni fa. Allora il primo ministro aveva scelto di appoggiare altri. Una scelta pubblicamente espressa il 21 dicembre 2017, mentre all’ONU il rappresentante della delegazione albanese ha votato contro la decisione degli Stati Uniti d’America, di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele. Era una decisione personale del primo ministro, non consultata con nessun’altro, presidente della Repubblica compreso. Anzi, quest’ultimo ha immediatamente scritto una lettera al suo omologo statunitense, per esprimergli il suo profondo rammarico riguardo a quel voto dell’Albania all’ONU. La reazione scatenata in quel periodo in Albania era stata trasversale e tutta contro la “scelta” del primo ministro. Una scelta considerata come inopportuna, completamente sbagliata, che non analizzava e valutava la reale importanza degli alleati e delle alleanze a lungo termine. Una “scelta” personale, che non prendeva in considerazione neanche gli attuali e/o possibili sviluppi geopolitici e il loro impatto nella regione balcanica e altrove. Comprese anche tutte le inevitabili conseguenze di una simile scelta. Una “scelta” però quella del primo ministro albanese che, in quel periodo, accontentava il suo amico e alleato, il presidente turco Erdogan. Chissà cosa ha avuto in cambio? La cattive lingue ne hanno parlato tanto in quell’occasione. In realtà, riferendosi a diverse e tante fonti mediatiche, sia albanesi che straniere, risulterebbe che per delle ragioni del tutto non istituzionali e occulte, il primo ministro albanese, o chi per lui, da alcuni anni stia “tramando” con gruppi e rappresentanti imprenditoriali e/o singoli individui di nazionalità turche, russe, cinesi ecc.. Come sempre le cattive lingue ne dicono tante cose, ne dicono di cotte e di crude. Hanno parlato e lo stanno facendo tuttora. Parlano di concessioni aeroportuali, nel campo del petrolio, delle infrastrutture, dell’edilizia, del turismo e altro. Chissà se hanno avuto ragione anche questa volta?!

    Chi scrive queste righe è convinto che, come è stato espresso anche durante la sopracitata conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, gli Stati Uniti sono attenti a quanto stia accadendo nei Balcani. Ma oltre agli Stati Uniti, oltre all’Unione europea e alcuni singoli paesi dell’Unione, anche la Russia, la Turchia, la Cina ecc., hanno degli interessi geopolitici nei Balcani. Dipende però dai paesi balcanici con chi allearsi e perché. L’autore di queste righe pensa però che bisogna essere molto attenti a scegliere e dichiarare alleanze e alleati. Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché le piroette geopolitiche e le alleanze instabili chiederanno sempre un prezzo da pagare.

  • Il vizio continua

    Quanto più vigorosa e credibile è l’opposizione, tanto più democratico è il Paese.

    Antonio Martino

    Con il moto “Il Cile si è svegliato!”, circa due settimane fa i cittadini cileni sono scesi numerosi in piazza per protestare contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago nelle ore di punta. Un piccolo aumento, di meno del 4%, da 800 a 830 pesos cileni, ma che ha scatenato una forte protesta. Altre proteste sono state svolte da allora, nonostante il 19 ottobre scorso sia stato dichiarato lo stato d’emergenza e il coprifuoco nella capitale. Venerdì scorso, proprio a Santiago, nell’ottavo giorno delle continue manifestazioni contro il governo, erano scesi in piazza più di un milione di cittadini. Di fronte a queste proteste, il presidente cileno ha proposto al Congresso una “profonda agenda sociale” e ha promesso la revoca dello stato d’emergenza e del coprifuoco a Santiago, nonché un ampio rimpasto del governo. Tutto ciò dopo aver annullato, giorni fa, anche la decisione dell’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana. Le proteste dei cittadini cileni stanno dando i primi risultati.

    Continuano le proteste anche a Hong Kong. Sono iniziate il 31 marzo 2019 contro un disegno di legge, presentato per la prima volta nel febbraio scorso, che prevedeva l’estradizione dei latitanti verso paesi con i quali non ci sono degli appositi accordi. I cittadini erano preoccupati che, se approvata, una simile legge poteva permettere la violazione dei loro sanciti diritti, previsti dalla legislazione di Hong Kong, con il rischio di finire sotto il sistema giuridico della Repubblica Popolare Cinese. Perché Hong Kong gode dal 1997, dopo 150 anni di colonizzazione britannica, di uno stato di “appartenenza indipendente” dalla Cina, prevista dalla formula negoziata “Una Cina, due sistemi”. Da quel 31 marzo le proteste continuano, nonostante gli scontri violenti tra i manifestanti e la polizia siano diventati sempre più massicci, radunando per le strade centinaia di migliaia di cittadini in rivolta. In seguito all’aumento della pressione popolare, il 9 luglio scorso il disegno di legge è stato ritirato. Ma i cittadini indignati non hanno smesso di protestare. Anzi, continuano ancora più determinati a protestare ogni sabato. L’ultimo, in ordine di tempo, sabato scorso. I cittadini chiedono le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, l’avvio di un’inchiesta sulle violenze dalla polizia durante le proteste, il rilascio di coloro che sono stati arrestati e soprattutto maggiori libertà democratiche. I cittadini continueranno a protestare per quei diritti, decisi a non indietreggiare.

    Si sta protestando in Cile e a Hong Kong, così come anche in altre parti del mondo. Ma non si protesta più in Albania, dove, dal 16 febbraio 2019, erano cominciate le massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno, la corruzione e tanto altro. L’ultima grande protesta nazionale, la decima, è stata svolta a Tirana l’8 luglio scorso. Da allora in poi però nessun’altra protesta, nonostante la situazione sia stata ulteriormente aggravata, mentre i dirigenti dell’opposizione promettevano altre massicce proteste contro il malgoverno, fino all’allontanamento definitivo del primo ministro. Nel gennaio 2019, quando i dirigenti dell’opposizione albanese decisero di cominciare le proteste, si stava protestando anche in Venezuela. E le richieste dell’opposizione albanese erano simili a quelle dei manifestanti venezuelani. Tra cui le dimissioni immediate del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio con compiti ben definiti per portare il paese verso le elezioni politiche anticipate e per garantire elezioni libere, democratiche e non più controllate dal governo e dalla criminalità organizzata, come era precedentemente accaduto. I dirigenti dell’opposizione, chiedendo ai cittadini una massiccia partecipazione per la protesta del 16 febbraio, avevano promesso e giurato loro pubblicamente, tra l’altro, che per nessuna ragione e/o motivo avrebbero indietreggiato di un passo dalle loro richieste e che tutte le promesse fatte sarebbero state mantenute e rispettate. I cittadini albanesi hanno di nuovo creduto loro, nonostante le deludenti esperienze precedenti. Il 18 febbraio 2019 l’autore di queste righe, riferendosi alla protesta decisa e chiamata dai dirigenti dell’opposizione, informava il nostro lettore, tra l’altro, che “il 16 febbraio scorso i cittadini sono scesi in piazza numerosi. È stata una partecipazione molto significativa e, in qualche modo, anche inattesa. Perché sono state veramente tante le delusioni avute precedentemente dai dirigenti dell’opposizione in eventi simili. Soprattutto dopo il grande e clamoroso tradimento di tutte le aspettative e della fiducia data dai cittadini durante i tre mesi della “Tenda della Libertà””. Così era stata chiamata, la “Tenda della Libertà”, la protesta pacifica e ad oltranza dei cittadini a Tirana, durata per tre mesi; dal 18 febbraio al 18 maggio 2017. E guarda caso, proprio due anni dopo, il 16 febbraio 2019, cominciava la sopracitata stagione di proteste. Una coincidenza forse, ma anche questa nuova stagione è finita, deludendo le aspettative dei cittadini. Allora, 18 maggio 2017, i cittadini si sono sentiti delusi e traditi, dopo tre mesi di una crescente e convincente protesta, da un inatteso e famigerato accordo, mai reso trasparente, tra l’attuale capo dell’opposizione e l’attuale primo ministro. Accordo che ha garantito, un mese dopo, all’attuale primo ministro un secondo mandato. Chissà cosa accadrà adesso?!

    Le promesse mai mantenute dei dirigenti dell’opposizione albanese sono purtroppo una costante. Sono un vizio, le cui conseguenze stanno generando gravi conseguenze. Adesso, dopo la sopracitata decima e ultima massiccia protesta dell’8 luglio scorso, non si sente più parlare di proteste. Non si sente parlare di governo transitorio per portare il paese alle elezioni anticipate. I dirigenti dell’opposizione hanno “stranamente” dimenticato quanto dichiaravano per mesi, dal gennaio 2019, durante le proteste e fino a poco tempo fa. Non si sente più parlare neanche delle condizioni non negoziabili dell’opposizione, secondo le quali “il primo ministro deve lasciare subito il posto” e che “non si possono svolgere più elezioni con questo primo ministro”. Non si sentono più dalla bocca del capo dell’opposizione frasi come “Non c’è più compromesso con il male”, cioè il primo ministro. Oppure “Il suo allontanamento (del primo ministro; n.d.a.) è non negoziabile, per poi aprire la strada alla volontà del popolo e alle elezioni libere”. Anzi, il 23 ottobre scorso, lo stesso capo dell’opposizione ha fatto pubblicamente una dichiarazione completamente diversa. Senza batter occhio, lui ha detto che “Noi siamo pronti ad andare alle elezioni anticipate da domani”. Perché e come mai? Cos’è successo nel frattempo? Ma adesso, come minimo, lui ha il dovere istituzionale di spiegare agli albanesi che hanno protestato dal 16 febbraio per dieci volte e massicciamente se aveva mentito allora o se mente adesso. O l’una o l’altra. Perché non si possono accettare tutte e due allo stesso tempo. Fatti alla mano, sembra che l’attuale capo dell’opposizione albanese abbia il vizio di non mantenere mai le promesse pubblicamente fatte. Un vizio che continua a fare danni.

    Chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione hanno deluso e offeso di nuovo le aspettative dei cittadini. O per la loro incapacità, oppure, e malauguratamente, perché stanno seguendo altri scenari, comunque a scapito dei cittadini. Facilitando, così, la restaurazione di un nuovo regime; cosa che sta realmente accadendo in Albania. Egli è altresì convinto che una maggioranza porta il paese alla dittatura quando ha di fronte un’opposizione irresponsabile, debole e incapace.

  • Di male in peggio

    Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta,
    si arriva sempre, con un po’ d’attenzione, a distinguerla dal volto.

    Alexandre Dumas

    Quella presa dal Consiglio europeo il 18 ottobre scorso a Burxelles era una decisione preannunciata. Il 18 ottobre scorso il Consiglio europeo, con la sua decisione, ha negato all’Albania, per la terza volta, l’apertura dei negoziati, come paese candidato, all’adesione nell’Unione europea. Ma questa volta, a differenza delle altre, senza dare neanche una data per il futuro. Niente! Il nostro lettore ha avuto modo di essere informato, il 30 settembre scorso, sulla reale situazione e sulle aspettative per il percorso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe, riferendosi a quel percorso, scriveva tra l’altro, che “la prossima sfida sarà la riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre di quest’anno. I segnali però sono tutt’altro che rassicuranti. Anzi!”. E poi si chiedeva “Chissà che bugie dirà il 18 ottobre prossimo il primo ministro albanese?”. Ed infatti, il primo ministro albanese non ha smentito le aspettative. Lui ha semplicemente e soltanto trovato un nuovo “nemico che sta ostacolando il percorso europeo dell’Albania”. Questa volta il “nemico” era la Francia e il suo presidente. Ma anche alcuni altri paesi europei che, di fronte ai loro problemi interni, “condannavano ingiustamente” l’Albania. Così faceva anche il dittatore albanese negli anni bui del regime comunista, quando si trovava sempre più isolato dai paesi dell‘est europeo e dal resto del mondo, in seguito alle sue ripetute paranoiche e irresponsabili decisioni.

    Di fronte all’allarmante realtà albanese di questi ultimi anni, la decisione presa dal Consiglio europeo del 18 ottobre scorso sull’Albania non poteva essere diversa. Una realtà dovuta all’irresponsabile operato del primo ministro e del governo albanese, dal 2013 in poi. Una realtà creata dalla galoppante e ben radicata corruzione, dalla consapevole connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e i clan occulti. Perché in Albania ormai tutto si decide da quello che oltreoceano chiamano “Deep state – Stato profondo”. E di fronte ad una simile realtà il primo ministro albanese ha cercato di nuovo di scaricare le sue colpe, le sue irresponsabili e pericolose scelte, agli altri. Come ha fatto sempre. Secondo lui l’Albania, questa volta, è stata la vittima innocente dello “scontro tra i grandi (dirigenti europei; n.d.a.)”, i quali stanno giocando ad un “gioco di approcci e di interessi che sono più grandi dell’Albania”! Secondo il primo ministro albanese la decisione di non aprire i negoziati con l’Albania e di non dare neanche una data dell’apertura per il prossimo futuro “…è una responsabilità interna dell’Unione europea”! Sicuro comunque che tutto ciò non è dovuto al “non adempimento dei doveri (del suo governo; n.d.a.)”! Il primo ministro albanese è convinto che la decisione del Consiglio europeo il 18 ottobre scorso “non è per colpa dell’Albania, ma per causa dello scontro tra la Francia e la Germania”. E pensare che per lui i negoziati erano stati aperti un anno fa. Così dichiarava nel giugno 2018, dando dimostrazione delle sue immense capacità di mentire spudoratamente. Tutto ciò allora corredato da esaltanti dichiarazioni pubbliche, festeggiamenti e decorazioni!

    Prima della sopracitata decisione del Consiglio europeo, il presidente Macron aveva ribadito, senza mezzi termini, la ragione per cui la Francia era contraria all’apertura dei negoziati per l’Albania. Secondo lui, “prima di tutto, riguardo l’Albania, è difficile spiegare ai francesi che apriremo i negoziati”. Aggiungendo anche che “con l’Albania abbiamo fatto le cose al contrario. Abbiamo tolto i visti… E [gli albanesi] ci hanno inondato di richiedenti asilo”. Una realtà che ormai, da alcuni anni, sta preoccupando le autorità francesi e di altri paesi europei. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, come anche il 14 ottobre scorso.

    Ma le accuse del primo ministro albanese sull’atteggiamento della Francia e del presidente Macron hanno avuto una chiara ed esaustiva risposta dal diretto interessato. Il presidente francese ha smentito pubblicamente tutte le falsità delle dichiarazioni del primo ministro albanese, svelando anche degli inediti dalla riunione del Consiglio europeo della scorsa settimana. Egli ha detto chiaramente che “l’apertura dei negoziati con l’Albania è stata contrariata dalla maggior parte dei paesi dell’Unione europea”! Indignato dalle falsità dette dal primo ministro albanese e dai suoi ubbidienti luogotenenti, il presidente Macron ha aggiunto: “Ieri (19 ottobre 2019; n.d.a.) ho sentito alcune parole, secondo le quali eravamo quasi arrivati all’unanimità sull’apertura dei negoziati con l’Albania e la Macedonia del Nord. Non è vero! Senza dubbio c’era una vasta maggioranza [di paesi] per l’apertura dei negoziati con la Macedonia del Nord. Ma la maggior parte dei paesi erano contro l’Albania. L’avvio dei negoziati per l’adesione con un solo paese sarebbe stato un terribile sbaglio per i Balcani”. E con questa ultima frase, il presidente Macron ha dato un ulteriore schiaffo alle bugie del primo ministro albanese e dei suoi. Svelando anche la ragione per cui è stata negata alla Macedonia l’apertura dei negoziati. Un’apertura che per tanti era meritata, visto anche gli impegni presi dalle Istituzioni dell’Unione europea dopo l’accordo con la Grecia per il nome della Macedonia. Grazie a quelle dichiarazioni del presidente Macron adesso è di dominio pubblico la conferma di quello che si temeva alla vigilia della riunione del Consiglio europeo, il 17 – 18 ottobre scorso. E cioè che il meritato sostegno del futuro percorso europeo della Macedonia del Nord poteva essere penalizzato  dall’Albania. Cosa che purtroppo è accaduta.

    Nel frattempo ieri, 20 ottobre, al primo ministro albanese è arrivato un ulteriore schiaffo morale, proprio dal suo collega macedone. Prendendo le sue responsabilità, come dichiarato circa un mese fa, lui ha dato le dimissioni, chiedendo nuove elezioni politiche. Elezioni che si svolgeranno il 12 aprile prossimo. Mentre il primo ministro albanese non solo non ha fatto la ben che minima mea culpa, ma ha dichiarato che non pensa di dare le sue dimissioni. Secondo lui “l’Albania non deve andare verso elezioni anticipate, perché l’Albania non ha lasciato niente di incompiuto a questo processo (europeo; n.d.a.)”. Aggiungendo che “noi non solo non andremo verso le elezioni anticipate, ma continueremmo il nostro lavoro”. Più chiaro di così! Chissà però, al quale lavoro si riferiva!

    Chi scrive queste righe è convinto che la decisione presa sull’Albania dal Consiglio europeo il 18 ottobre scorso a Bruxelles era quella giusta. Una decisione diversa sarebbe stata contraria ai principi fortemente voluti dai Padri Fondatori e sanciti con i Trattati di Roma del 25 marzo 1957. Egli pensa che la decisione presa dal Consiglio europeo sull’Albania il 18 ottobre scorso sia stata anche una chiara presa di posizione nei confronti dell’irresponsabilità dei massimi rappresentanti della Commissione europea. Proprio di quelli che hanno raccomandato l’apertura dei negoziati con l’Albania senza condizioni, dimostrando una palese parzialità nel loro operato e procurando danni enormi, sia all’Albania, che all’immagine stessa delle Istituzioni europee. Nel frattempo è stata da sempre una ferma convinzione dell’autore di queste righe, e tale rimane, che l’adesione dell’Albania all’Unione europea dovrà avvenire solo e soltanto per meriti e per nient’altro. Ed egli valuta che ormai diventa indispensabile, per tutti i responsabili cittadini albanesi, trovare il modo per liberarsi una volta per tutte da colui e coloro che stanno volutamente ostacolando il percorso europeo dell’Albania. Perché altrimenti tutto andrà di male in peggio.

  • Far rinascere la speranza delusa e offesa

    La speranza degli infelici rinasce sempre.

    Ignazio Silone

    “L’inferno è lo stato di chi ha cessato di sperare” scriveva tempo fa il noto scrittore scozzese Archibald Joseph Cronin. E proprio un inferno sta diventando, ogni giorno che passa, la situazione in Albania e la vita della maggior parte degli albanesi. Essi si sentono profondamente delusi e offesi da tutti coloro che avrebbero dovuto gestire gli interessi del paese e dei cittadini. Ragion per cui, negli ultimi anni, è cresciuto in modo allarmante il numero degli albanesi che stanno cessando di sperare in un futuro migliore nel loro Paese. Il che li sta spingendo ad una scelta sofferta ma obbligatoria: quella dell’emigrazione. Dagli studi fatti risulterebbe che nel 2018 era circa del 78% il numero dei giovani albanesi che volevano lasciare il paese. Numero che per i primi mesi di quest’anno è ulteriormente aumentato, raggiungendo il livello di circa 84%. Il crescente flusso dei richiedenti asilo e/o di coloro che stanno andando via per una vita migliore si sente anche nelle scuole. Le classi, in tutto il Paese, si stanno chiudendo per mancanza di allievi. Quel flusso si sente ormai sempre più spesso nelle istituzioni pubbliche. Ma si sta sentendo purtroppo anche negli ospedali, con tutte le preoccupanti conseguenze per il futuro. Adesso stanno lasciando il Paese sempre più professionisti, i quali, non avendo diretti problemi di sopravvivenza, si allontanano perché non si sentono sicuri e perché stanno perdendo sempre più la speranza.

    Ed è proprio l’aumento continuo delle richieste d’asilo in diversi paesi europei uno dei più significativi indicatori della grave situazione nella quale si trovano adesso gli albanesi nella loro madrepatria. Realtà che ormai non riescono a nascondere e/o “addolcire” neanche la potente propaganda governativa e i discorsi logorroici del primo ministro. Perché non si possono nascondere e manipolare più i dati eloquenti pubblicati recentemente dalle istituzioni internazionali specializzate, quali l’Eurostat (l’Ufficio statistico dell’Unione europea), l’EASO (European Asylum Support Office – l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo) e la Banca Mondiale. Secondo l’elaborazione comparativa di questi dati risulterebbe che soltanto nei primi sei mesi di quest’anno, richiedendo asilo, hanno lasciato l’Albania mediamente 55 albanesi per ogni 1000 abitanti. Rappresentando così il numero più alto, paragonato con altri paesi che, come valore assoluto, sono tra i primi come richiedenti asilo. Per rendere meglio l’idea della gravità della situazione, sempre secondo i sopracitati dati, nello stesso periodo, i siriani richiedenti asilo sono stati 29 per ogni 1000 abitanti. Poi venivano, rispettivamente, i georgiani, i venezuelani e gli afgani con 15, 10 e 10 richiedenti asilo per ogni 1000 abitanti. Mentre, secondo il numero assoluto degli richiedenti asilo, i primi risultavano i siriani, seguiti dai venezuelani e gli afgani. Gli albanesi erano, comunque, tra i primi cinque. E formalmente in Albania non ci sono guerre e scontri armati come in Siria e in Afganistan!

    Riferendosi alla vissuta realtà quotidiana, risulterebbe sempre più credibile l’idea che, da alcuni anni, si stiano  attuando due diaboliche e complementari strategie in Albania. E tutte e due, come consapevolmente voluto obiettivo finale, cercano di spingere gli albanesi a scappare e chiedere asilo altrove. Si tratta sia della strategia che mira ad impoverire sistematicamente la popolazione, sia di quella che punta ad indebolire il sistema dell’istruzione pubblica. L’autore di queste righe è tra coloro che hanno delle buone ragioni per essere convinti di questo. Gli evidenti risultati e le preoccupanti conseguenze dell’attuazione di queste strategie si possono verificare facilmente. Si tratterebbe di scelte strategiche le quali, a lungo andare, potrebbero portare a gravi sviluppi demografici e allarmanti realtà. Sempre secondo le sopracitate fonti, risulterebbe che la popolazione in Albania stia invecchiando in fretta, mentre il numero delle nascite stia significativamente diminuendo, portando verso lo zero l’incremento naturale della popolazione.

    Nel frattempo, e mentre gli albanesi stanno andando via, recentemente il governo ha presentato una proposta di legge per agevolare le procedure, per i cittadini stranieri, ad avere un passaporto albanese. In questo modo si potrebbe sostituire la mancante manodopera con altri profughi. Tra qualche decina d’anni perciò, malauguratamente, l’Albania potrebbe non essere più il paese dove vivranno gli albanesi, ma altri cittadini venuti da altri paesi. Da lì dove, adesso o negli anni prossimi, altri disperati cittadini scapperanno dalle guerre e da altre carestie.

    Non c’è di meglio, come scelta strategica, come sembrerebbe essere, per annientare una nazione! E non bisogna dimenticare anche che, da alcuni decenni ormai, partendo dall’inizio del secolo passato, ci sono delle dottrine sviluppate da alcuni “strateghi” nei paesi confinanti che puntano proprio a questo. Proprio a questo, e si tratta di fatti di dominio pubblico. In più, e oltre a quelle dottrine, ma sempre puntando allo stesso risultato finale, sembrerebbe siano elaborate anche altre, più recenti. Le cattive lingue, che non smettono mai di borbottare e parlare, dicono convinte che dietro quelle recenti strategie ci sia un multimiliardario e speculatore di borsa di oltreoceano. Le cattive lingue dicono anche che a lui servirebbe l’Albania come paese dove “fare i cavoli suoi”. Secondo le stesse cattive lingue, questo significherebbe riciclare denaro sporco, smistare stupefacenti e altri traffici illeciti e ben altro. Esse sono convinte che si tratti di una strategia per la quale stanno lavorando sia i dirigenti attuali del governo che altre strutture occulte locali e internazionali. Strutture che avrebbero preso tutte le dovute e necessarie misure per garantire che l’attuale stato delle cose continuasse anche dopo eventuali sviluppi politici. Ragion per cui diventa imperativo, dovere civile e patriottico, che tutti i cittadini responsabili e altrettanti rappresentanti politici debbano contrastare, decisi e immediatamente, simili lugubri strategie, sia quelle precedenti che queste recenti. Il tempo, da eterno gentiluomo, dimostrerà cosa accadrà.

    Riferendosi all’attuale situazione in Albania viene naturale la domanda: perché scappano via gli albanesi? L’attuale grave e allarmante situazione in Albania è il diretto risultato e la derivante conseguenza del malgoverno e degli enormi abusi della cosa pubblica. Non poteva portare altrove la connivenza con la criminalità organizzata, la collaborazione occulta con pochi oligarchi avidi e il controllo di quasi tutti i poteri dello Stato.

    La speranza, in una simile realtà, lo potrebbe dare soltanto l’opposizione politica. Una seria e responsabile opposizione però. Ma purtroppo anche l’opposizione ha deluso e offeso tutte le aspettative e le speranze dei cittadini, con le sue ripetute promesse, regolarmente, però, mai mantenute. Soprattutto dal 18 maggio 2017 ad oggi. E così facendo ha “annientato” anche lo spirito di protesta dei cittadini contro il malgoverno e le tante ingiustizie. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito anche di tutto ciò.

    Chi scrive queste righe è convinto della gravità della situazione, dovuta al crescente flusso degli albanesi che stanno lasciando la madrepatria, delusi e offesi nelle loro speranze. Egli è convinto però che delle persone responsabili e oneste faranno rinascere la speranza per gli albanesi delusi e offesi. Credendo anche a quanto scriveva Ignazio Silone, e cioè che la speranza degli infelici rinasce sempre.

     

  • Giustizia ingiusta

    Tra il crimine e l’innocenza non c’è che lo
    spessore di un foglio di carta timbrata.

    Anatole France; da “Crainquebille”

    “La maestosità della giustizia risiede tutta intera in ogni sentenza resa dal giudice in nome del popolo sovrano”. Così inizia “Crainquebille” di Anatole France. Un lungo racconto che attrae il lettore con la sua semplicità nel raccontare la vita quotidianamente vissuta e lo porta per le vie del quartiere parigino di Montmartre del XIX secolo. Proprio per quelle vie dove ogni giorno passava anche Jérôme Crainquebille. Essendo un venditore ambulante di ortaggi, da più di mezzo secolo lui spingeva la sua carretta dalla mattina alla sera per le vie di Montmartre, ripetendo sempre la stessa frase: “cavoli, rape, carote”. Tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti. Le massaie compravano da lui quello che ad esse serviva per cucinare, mentre lui guadagnava quello che gli serviva per vivere. E tutto questo a Crainquebille sembrava conforme alla natura delle cose.

    Però un giorno, mentre scendeva per Rue Montmartre, madame Bayard, la ciabattina, uscì dalla sua bottega perché voleva comprare dei porri. Cercando di fare un prezzo comodo per se stessa, cominciò a mercanteggiare. Poi, dopo aver concordato sul prezzo, prese i porri, ma non avendo con se i soldi, andò a prenderli. Il che causò il blocco del traffico. Ragion per cui l’agente 64 chiese a Crainquebille di circolare. Cosa che lui faceva regolarmente da più di cinquant’anni; circolare dalla mattina alla sera. Con il passare del tempo aveva imparato ad ubbidire ai rappresentanti dell’ordine pubblico. Perciò quell’ordine gli sembrò normale. Era ben disposto a ubbidire all’agente 64, perché era abituato ad ubbidire alle autorità. Ma anche lui aveva però la sua buona ragione di non muoversi; attendeva i suoi soldi per i porri. E questo era un un suo diritto al quale Crainquebille non poteva rinunciare. Si trovò a decidere e scegliere tra un suo dovere e un suo diritto. E scelse il diritto di avere i suoi soldi, trascurando il suo dovere di spingere la sua carretta e non ostacolare il traffico a Rue Montmartre. Nel frattempo però la carretta di Crainquebile, ferma in mezzo alla strada, aveva intralciato il passaggio di diversi carri e altri mezzi di trasporto. Si sentivano urla e ingiurie da tutte le parti. Di fronte ad una situazione del genere all’agente 64, uomo di poche parole ma deciso nel fare il suo dovere, non rimaneva altro che agire. Tirò fuori il taccuino delle multe e si prestò a scrivere. Al che Crainquebille, con delle frasi e dei gesti disperati ma non di rivolta, cercava di spiegare all’agente 64 che attendeva i suoi soldi. L’agente però capì tutto male, credendosi insultato. E siccome per lui ogni insulto, qualunque esso fosse, prendeva nel suo cervello la forma di uno degli insulti più usati e offensivi in quel periodo dai parigini contro gli agenti, e cioè “Mort aux vaches – morte alle vacche!”, non gli rimase altra scelta. Sentendosi profondamente offeso come rappresentante delle autorità, l’agente 64 arrestò Crainquebille e lo portò al commissariato per oltraggio ad un agente della forza pubblica. Cominciò allora per Crainquebille la prima esperienza diretta con la giustizia. E quella giustizia lo dichiarò colpevole senza colpa, semplicemente perché il giudice non poteva non credere all’agente 64. Per il giudice non valse niente la testimonianza di un medico, ufficiale della Legione d’Onore, presente all’arresto, che dichiarò dietro giuramento, che Crainquebille non aveva insultato l’agente 64. Ma in quel tempo, come scrive Anatole France, “in Francia i sapienti erano dei sospetti”.

    Dopo aver scontato la pena Crainquebille, uscito di prigione, riprese a spingere la sua carretta per le vie di Montmartre. Ma trovò tutto cambiato. Le massaie non compravano più niente da lui. Il che causò a Crainquebille tanta sofferenza e disperazione. Fino al punto di voler tornare di nuovo in prigione, perché almeno lì poteva mangiare e dormire al coperto. E siccome sapeva il trucco, perché non approfittare? Bastava trovare un agente e dirli in faccia “Mort aux vaches”. E così fece. Ma purtroppo per lui, il primo agente trovato per strada, dopo aver sentito pronunciargli in faccia “Mort aux vaches”, consigliò semplicemente a Crainquebille di continuare a camminare. E come scrive Anatole France alla fine del suo racconto, “Crainquebille, la testa bassa e con le braccia a ciondoloni, s’addentrò nell’ombra sotto la pioggia.”.

    “Crainquebille” è un racconto, il cui contenuto dovrebbe servire da lezione e far riflettere tante persone, anche in Albania, su come non dovrebbe funzionare la giustizia. Soprattutto in Albania, dove la realtà con la giustizia è ben diversa e tutt’altro che normale. In Albania attualmente, prove e fatti alla mano, il sistema della giustizia risulta essere controllato dal potere politico, essendo, allo stesso tempo, radicalmente corrotto. Purtroppo attualmente in Albania ci sono tanti poveri “Crainquebille” che non trovano giustizia e vengono condannati per fatti non commessi e/o per delle accuse del tutto infondate. Tra quei tanti, ci sono anche venditori di ortaggi negli angoli delle strade di Tirana e altrove che cercando di guadagnare per sopravvivere, vengono maltrattati pubblicamente dai poliziotti e spesso finiscono anche in prigione. Proprio come accadeva a Crainquebille. Sono gli stessi poliziotti che però non osano agire contro i criminali e spesso collaborano con loro. Anche questo è un fatto ben noto ormai in Albania. Perché i criminali adesso si sentono potenti e se ne strafottono altamente sia della polizia, che dei giudici. Perché quello che importa adesso in Albania, le uniche cose che importano, sono il potere e il denaro. Con il potere, quello politico per primo, e con il denaro si fa e si controlla tutto. Anche la polizia di Stato e il sistema della giustizia.

    Il nostro lettore è stato informato continuamente, durante questi anni, della grave situazione in cui versa il sistema della giustizia in Albania. Compreso anche il diabolicamente premeditato fallimento della Riforma della giustizia. La crisi profonda e il voluto fallimento di quella Riforma lo ha ultimamente documentato e denunciato anche il presidente della Repubblica, la più alta istituzione dello Stato. Anche se quello Stato attualmente è pericolosamente controllato dal primo ministro, il quale sta cercando di rimuovere dall’incarico lo stesso presidente della Repubblica, per diventare poi, un monarca onnipotente con tutte le allarmanti conseguenze. Tutto ciò in seguito ad una strategia per non far funzionare, tra l’altro, da ormai quasi due anni, la Corte Costituzionale e la Corte Suprema. Tutto ciò dopo che tutte le procure ubbidiscono umilmente e vergognosamente agli ordini politici partiti da molto in alto. E tutto ciò con il continuo consenso e il dichiarato supporto dei soliti “rappresentanti internazionali”. I quali, però, avranno sulla coscienza, se ne hanno una, le loro malefatte in Albania a scapito degli albanesi. Ma, secondo le cattive lingue, loro avranno comunque tanti milioni per i servizi resi. E le cattive lingue spesso non parlano a vanvera.

    Chi scrive queste righe valuta che la situazione in Albania sta diventando sempre più grave e critica. Egli lo ripete da tempo ormai, ma soprattutto durante gli ultimi mesi. Credendo di conoscere le cause, egli è altresì convinto che senza sradicare definitivamente anche la giustizia ingiusta in Albania le cose andranno di male in peggio. Perché, come scriveva Anatole France riferendosi alla giustizia giusta, “Quando cresce un potere illegittimo, essa non ha che riconoscerlo per poi renderlo legittimo”. E se no, spetta soltanto agli albanesi decidere cosa fare.

     

  • Le solite bugie in attesa dell’ennesima delusione

    Ai disonesti non è permesso stare nella città di Dio.
    E’ scritto nella Bibbia: “Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori,
    gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna.”

    Libro dell’Apocalisse; 22:15

    Giovedì scorso il Bundestag tedesco, riunito in una seduta speciale, ha votato una Risoluzione sul futuro percorso europeo per l’Albania e la Macedonia del Nord. Un percorso che per l’Albania diventa sempre più difficile, mentre per la Macedonia il parere è ben diverso e positivo, nonostante abbia cominciato il suo percorso europeo dopo l’Albania.

    Nel giugno 2003 nel vertice di Salonicco si discuteva e si decideva sulla prospettiva europea per i paesi dei Balcani occidentali. Esattamente tre anni dopo l’Albania ha firmato l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea. Accordo che è entrato in vigore nell’aprile 2009, dopo che l’Albania ha ufficialmente presentato la sua richiesta per diventare parte integrante dell’Unione. Nel novembre 2010 la Commissione europea pubblicava la sua Opinione positiva su quella richiesta e ufficializzava dodici priorità che l’Albania doveva adempiere prima dell’avvio dei negoziati di adesione. Una prima conferma dei progressi fatti in quel periodo nel percorso europeo del paese è stata la decisione delle Istituzioni dell’Unione europea per il riconoscimento, ai cittadini albanesi, del diritto di viaggiare senza visti d’ingresso in tutti i paesi europei, come previsto dall’Accordo di Schengen. Dopo un ostinato e ingiustificato “condizionamento” del percorso europeo per alcuni anni, da parte dell’opposizione, allora capeggiata dall’attuale primo ministro, finalmente nel giugno 2014 il Consiglio europeo riconosceva all’Albania lo status del paese candidato per l’adesione all’Unione europea. Erano passati circa otto mesi da quando il primo ministro attuale aveva giurato come nuovo capo del governo. Da allora in poi però, e purtroppo, il percorso europeo è diventato sempre più in salita per l’Albania, nonostante l’opposizione non abbia fatto le stesse o simili “manovre di condizionamento” come in passato. Nel maggio 2018, durante il vertice di Sofia tra l’Unione europea e i paesi dei Balcani occidentali, è stata confermata la prospettiva europea per la regione. In quel vertice sono state determinate anche una serie di azioni concrete per rafforzare la collaborazione, soprattutto nell’ambito della sicurezza e della legalità.

    Un anno fa, il 26 giugno 2018, durante la riunione a Lussemburgo del Consiglio dell’Unione europea, i ministri degli Affari esteri non hanno confermato la proposta della Commissione europea per aprire i negoziati con l’Albania senza condizioni. Anzi, essi hanno aumentato le condizioni poste all’Albania. Da cinque che erano prima, sono diventate sette. La condizione riguardante la riforma della giustizia aveva ben sette richieste, ognuna delle quali era una condiziona a parte. Perciò realmente erano tredici le condizioni poste all’Albania, prima dell’apertura dei negoziati! Una testimonianza significativa di come non solo non c’era stato progresso ma, anzi,che la situazione si stava deteriorando. E si trattava di condizioni legate alla corruzione, la criminalità organizzata, il traffico illecito dei stupefacenti ecc. Quella decisione del 26 giugno dei ministri degli Affari esteri è stata adottata, senza essere discussa, dal Consiglio europeo del 28 – 29 giugno 2018 a Bruxelles.

    Trovandosi in grosse difficoltà, perché prima aveva assicurato l’apertura senza condizioni dei negoziati da paese candidato all’adesione dell’Unione europea, il primo ministro ha cercato, come sempre, di mentire e di ingannare. A lui e alla sua propaganda governativa hanno fatto eco, come sempre, i media controllati e i soliti “rappresentanti internazionali”. Il 26 giugno 2018, subito dopo la decisione presa sull’Albania da parte del Consiglio dell’Unione europea, il primo ministro albanese ha cantato vittoria dichiarando fandonie. Poi, il 29 giugno 2018 il primo ministro ha, addirittura, messo in scena un pagliacciata, conferendo a quattro ambasciatori albanesi, quelli in Belgio, in Olanda, in Francia e in Germania, la medaglia di “Gratitudine del primo ministro”. E non a caso ha decorato quegli ambasciatori. Perché a Bruxelles ci sono le Istituzioni dell’Unione europea. Ma anche perché la Francia, l’Olanda e la Germania erano tutt’altro che convinte all’apertura dei negoziati. E lo hanno dimostrato in seguito, non cambiando opinione neanche attualmente. I fatti accaduti da allora in poi hanno clamorosamente smentito le dichiarazioni pubbliche del primo ministro. Ragion per cui anche quelle decorazioni si ricordano adesso come una vera e propria buffonata. Durante quei giorni del giungo 2018 e in seguito il primo ministro ha semplicemente, volutamente e spudoratamente mentito all’opinione pubblica, come suo solito. Lo conferma la sua seguente dichiarazione, riferendosi alla decisione del Consiglio europeo del giugno 2018. “Dopo 72 ore tra le onde interiori all’Unione europea, l’Albania è riuscita ad avere la data per entrare nel porto dell”Unione europea. I risultati delle nostre riforme hanno fatto sì che anche i più scettici riconoscessero il merito dell’Albania…”! Data che, ad ora, non è stata mai assegnata all’Albania. La prossima sfida sarà la riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre di quest’anno. I segnali però sono tutt’altro che rassicuranti. Anzi!

    Tutto ciò è accaduto da giugno 2018 in poi. Ma di nuovo i segnali per l’apertura dei negoziati tra l’Albania e l’Unione europea sono tutt’altro che ottimistici. Lo conferma senza mezzi termini, almeno fino ad ora, la Risoluzione del Bundestag tedesco per l’Albania approvata il 27 settembre scorso. In quella Risoluzione è stata messa chiaramente in evidenza l’esistenza di una grave crisi politica e istituzionale nel paese causata dai preoccupanti problemi legati a corruzione,criminalità e giustizia. La Risoluzione obbliga la cancelliera Merkel a tenere presente, durante il prossimo vertice del Consiglio europeo del 17-18 ottobre, non più sette, ma ben nove condizioni sine qua non prima di consentire l’apertura dei negoziati. Le nuove nove condizioni sono divise in due gruppi. Soltanto dopo l’adempimento delle prime due si potrebbe aprire la prima conferenza ufficiale per l’adesione tra l’Albania e l’Unone europea. Mentre la seconda conferenza non si potrà aprire senza l’adempimento delle rimanenti sette condizioni. Il che significa rimandare tutto di nuovo e per chissà quanto. Le cattive lingue dicono addirittura che al primo ministro non interessa per niente l’apertura dei negoziati, anzi! Chissà perché ha considerato la Risoluzione del Bundestag una “buona notizia”?! Nel frattempo, essendo l’apertura dei negoziati una decisione da prendersi all’unanimità dal Consiglio europeo, basterebbe un solo voto negativo per spostare tutto. E sembrerebbe che lo potrebbe fare l’Olanda. Lo ha confermato nei giorni scorsi il ministro degli esteri olandese, per il quale, riferendosi all’Albania “non c’è nessuna indicazione che qualcosa sia cambiato”. Per non dimenticare poi la refrattaria Francia e qualche altro paese dell’Unione. Chissà che bugie dirà il 18 ottobre prossimo il primo ministro albanese?

    Chi scrive queste righe è da tempo convinto che l’apertura dei negoziati per l’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea significa semplicemente aver adempito tutte le condizioni prima di aprire le negoziazioni. Non il contrario. Né più e né meno! Mentre il primo ministro, mentendo e ingannando, sta cercando di vendere come successo l’ennesimo clamoroso fallimento e l’ennesima delusione. Per lui non ci sarà mai posto nella città di Dio, come è stato scritto nella Bibbia.

     

  • Cronaca di un verdetto preannunciato

    Le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano,
    mentre le piccole ci restano impigliate

    Honoré De Balzac

    Sì, era proprio la cronaca di un verdetto preannunciato quello della Corte per i Reati Gravi, letto la sera tardi del 19 settembre scorso. Verdetto che riguardava l’ex ministro dell’Interno albanese (2013 – 2017). Proprio quello che nel 2015 era stato accusato, per primo, da un funzionario della Polizia di Stato, ormai in asilo e sotto protezione in un paese europeo, perché perseguitato per quella ragione. Proprio quell’ex ministro che è stato accusato in seguito e con altri fatti concreti dall’opposizione e dai media non controllati, per la cannabizzazione dell’Albania e per il suo diretto coinvolgimento con un noto gruppo criminale che coltivava e trafficava la cannabis. Proprio quell’ex ministro però, per il quale, dopo aver, finalmente, “rassegnato le sue dimissioni” l’11 marzo 2017, l’attuale primo ministro dichiarava che lui “era il nostro campione che ha trasformato la Polizia [di Stato] da quella che era, all’istituzione più credibile”. Quanto è successo da allora in poi, dati e fatti alla mano, dimostra però l’esatto contrario sulla credibilità della Polizia di Stato e sulle falsità delle dichiarazioni del primo ministro.

    I veri grattacapi dell’ex ministro dell’Interno cominciarono il 17 ottobre 2017, quando in Italia sono stati arrestati i membri di un ben strutturato gruppo criminale che trafficava stupefacenti dall’Albania in Italia. Tra gli arrestati c’era anche il capo del gruppo e parente dell’ex ministro. Proprio uno di quelli che aveva denunciato nel 2015 il funzionario della Polizia di Stato, ormai in asilo, dopo essere stato perseguitato in Albania. Il 18 ottobre 2017 la Procura per i Reati Gravi aveva chiesto ufficialmente al Parlamento di avviare le procedure per permettere l’arresto dell’ex ministro, in quel periodo deputato. Da quel momento in poi, la maggioranza governativa, per motivi politici e ben altri ancora, tramite i suoi rappresentanti nelle apposite commissioni parlamentari, ha cercato di ritardare il processo per la revoca dell’immunità parlamentare all’ex ministro. Alla fin fine e grazie a tutto il necessario appoggio istituzionale e altro, per l’ex ministro non c’è stato nessun arresto. Lui ha seguito il processo giudiziario da cittadino libero. L’ex ministro, all’inizio, è apparso veramente abbattuto nelle sue uscite pubbliche. “Io verrò arrestato, io sto andando in prigione. Il Parlamento è stato radunato a votare per decidere se andrò in prigione o no”. Così dichiarava lui il 19 ottobre 2017, durante una trasmissione televisiva in prima serata e dopo che anche il primo ministro aveva fatto chiaramente capire, con una sua dichiarazione su Facebook, che aveva abbandonato il suo prediletto e “ministro campione”. Soltanto all’inizio però, perché dopo qualche giorno l’ex ministro ha cambiato completamente atteggiamento. La sua nuova strategia si basava sulle minacce tramite chiari messaggi in codice. Cosa che ha continuato a fare anche in seguito. Lo ha fatto anche prima della sopracitata seduta del 19 settembre scorso della Corte per i Reati Gravi e continua a farlo in questi giorni. Perché non si sa mai e tutto può ancora succedere. Sono dei messaggi che, tenendo presente quanto è accaduto in Albania durante questi ultimi anni, si indirizzerebbero al primo ministro e ad alcuni ex colleghi e/o alti rappresentanti della maggioranza governativa. Usando proprio delle frasi offensive, dette dal primo ministro in altre precedenti occasioni, nonché allusioni ai “fratelli” coinvolti in affari di droga. In Albania tutti sanno a quali fratelli l’ex ministro fa riferimento. Ed essendo stato titolare per quasi quattro anni del ministero dell’Interno, l’ex ministro potrebbe avere documenti, registrazioni e filmati che potrebbero coinvolgere veramente anche dei fratelli delle persone ai massimi livelli dell’attuale gerarchia politica in Albania. Lì, dove tutti sanno che se l’ex ministro dell’Interno ha fatto quello per il quale è stato pubblicamente accusato, mai e poi mai poteva farlo senza il beneplacito del primo ministro. Anzi, in Albania tutti sono convinti che l’ex ministro ha semplicemente eseguito degli ordini ben precisi, seguendo una ben dettagliata strategia. Strategia basata sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata per permettere al primo il mantenimento e il consolidamento del potere politico e all’altra ingenti guadagni miliardari. Si valuta che soltanto nel 2016 gli introiti dal traffico illecito della cannabis siano stati di circa un terzo del prodotto interno lordo dell’Albania! E si tratta soltanto di una valutazione approssimativa.

    In seguito ai primi messaggi in codice dell’ex ministro, che si pensa siano stati direttamente indirizzati al primo ministro, quest’ultimo ha cambiato completamente atteggiamento nei suoi confronti. Ha cominciato ad attaccare a spada tratta, come suo solito, i media e i procuratori che si stavano occupando del caso. Procuratori i quali, nella sopracitata richiesta ufficiale indirizzata al Parlamento, chiedendo l’avvio delle procedure per l’arresto dell’ex ministro, erano convinti che lui fosse coinvolto, appoggiasse e facilitasse le attività del sopracitato gruppo criminale. Riferendosi ai procuratori del caso, ai quagli all’inizio chiedeva soltanto di fare giustizia fino in fondo, dopo i messaggi in codice dell’ex ministro, il primo ministro ha cambiato radicalmente opinione. Lui si “meravigliava” e si chiedeva “…dove è stato trovato questo zelo sconoscituo da una Procura per i Reati Gravi, che non ha mosso un dito da quando è stata costituita….?”.

    Da allora in poi tante cose sono cambiate radicalmente, anche per “salvare” l’ex ministro. Perché salvando lui il primo ministro salva tante altre cose e, secondo le cattive lingue, salva anche se stesso. E tutto ciò in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore e nell’ambito dell’ormai pubblicamente fallita “Riforma di Giustizia”. Così, violando quanto stabilisce la Costituzione, è stato votato in Parlamento, o meglio dire nominato, il nuovo procuratore generale provvisorio, termine quello inventato appositamente, perché non esisteva da nessuna parte. Poi, in seguito, è stato nominato il capo della Procura per i Reati Gravi. Tutti e due delle persone ubbidienti agli ordini politici del primo ministro, come i tanti fatti ormai accaduti lo dimostrerebbero. Tra i primi atti ufficiali dei nuovi nominati ci sono state le rimozioni dal caso del ministro dell’Interno, di tutti i procuratori. I nuovi incaricati per più di un anno e mezzo, guarda caso, non sono riusciti a portare alla Corte per i Reati Gravi delle prove per sostenere l’accusa formulata dai loro colleghi, precedentemente rimossi dall’incarico. E le prove, secondo chi se ne intende, sono state tante e convincenti. Tutto per arrivare ad un preannunciato verdetto. Quello letto la sera tardi del 19 settembre scorso. Verdetto che ha condannato l’ex ministro soltanto per “abuso d’ufficio”. A causa del rito abbreviato la condanna è stata ridotta a 3 anni e 4 mesi di affidamento in prova al servizio sociale e il divieto di svolgere funzioni pubbliche. Sono state respinte “per mancanza di prove” le accuse di “traffico di sostanze stupefacenti” e “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga”!

    Chi scrive queste righe è convinto che il processo a carico dell’ex ministro dell’Interno rappresenta un’ulteriore testimonianza del totale fallimento della Riforma della giustizia e del pieno controllo del sistema e dello Stato da parte del potere politico. Purtroppo con il preannunciato verdetto del 19 settembre scorso si è verificato in Albania quanto scriveva Balzac circa due secoli fa. E cioè che le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano, mentre le piccole ci restano impigliate.

     

    23 settembre 2019

  • Stato o banda di ladri

    Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati,

    se non delle grandi bande di ladri?

    Sant’Agostino

    Lo Stato è una forma di organizzazione politica di una collettività sociale, tenendo presente anche che per politica, dall’antichità, si considerava l’insieme degli argomenti di discussione, di interesse e di trattazione che concernevano la vita pubblica di una determinata comunità. Comunità che vivevano in territori ristretti. Le città-Stato, ben note nella Grecia antica, rappresentano una forma primaria di organizzazione dello Stato che troviamo fino al medioevo, sia in alcune popolazioni europee e mediterranee, che nelle civiltà precolombiane oltreoceano.

    Lo Stato viene definito come un’entità giuridica e politica, risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. In uno Stato perciò, perché esso possa essere considerato tale, dovrebbero coesistere e funzionare contemporaneamente un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

    La Rivoluzione francese, iniziata con la ribellione di Parigi del 14 luglio 1789, culminata, lo stesso giorno, con l’assalto e la presa della Bastiglia, prigione e simbolo del dispotismo, diede vita anche alla costituzione degli Stati democratici, che hanno come basi intrinseche i concetti fondamentali dello Stato di diritto. I primi elementi dello Stato di diritto si trovano nell’antichità. Per poi arrivare agli sviluppi in Inghilterra nel XIII secolo, sia con l’approvazione della Magna Carta Libertatum, nel 15 giugno 1215, che garantiva alcuni diritti per i sudditi del re Giovanni, sia con l’imposizione di alcune regole, che rappresentavano una significativa novità: per la prima volta i depositari del potere legislativo erano insieme, sia il re che il Parlamento. In seguito, definizione ancora attuale,  con Stato di diritto si intende uno Stato determinato e vincolato dai diritti sanciti nella sua Costituzione. Perciò l’esistenza e il buon funzionamento di uno Stato di diritto presuppongono, tra l’altro, anche la separazione dei poteri e l’esistenza di una Corte Costituzionale che possa controllare e garantire che i poteri rimangano separati e che non interferiscano l’uno con altri. In uno Stato di diritto si devono garantire tutti: i diritti umani, i diritti politici e l’uguaglianza giuridica.

    Cosa che, purtroppo, non sta succedendo ultimamente in Albania. Dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991 e durante un lungo e travagliato periodo di transizione, si sta cercando di costituire uno Stato di diritto. L’Albania continua anche il suo percorso di democratizzazione, essendo però un paese con una democrazia ibrida o fragile, a seconda delle valutazioni fatte dalle istituzioni internazionali specializzate. Per varie ragioni, sia legate agli sviluppi interni che a quelli internazionali, il percorso democratico del paese sta subendo continui colpi. Si sta cercando che più che una società e un paese democratico l’Albania diventi un paese che possa garantire una certa stabilità interna e regionale. A scapito della democrazia però. Una scelta e una decisione delle cancellerie e delle istituzioni europee le cui ripercussioni stanno aggravando la situazione interna del paese. Perché da quella “scelta strategica” per la stabilità a scapito della democrazia, colui che ne approfitta e gode è il primo ministro. E, tramite lui, che ormai si trova con le mani libere, ne approfittano anche certe congregazioni occulte e la ben presente e pericolosa criminalità organizzata. Una diretta conseguenza della scelta di “chiudere un occhio e tollerare” in cambio della “garanzia di stabilità” è anche lo sgretolamento e l’annientamento dello Stato in Albania. Perché, purtroppo, in Albania lo Stato non funziona più. È stato catturato e preso in ostaggio. Una grave e pericolosa realtà questa che ormai non riesce a coprirla neanche il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. Da qualche tempo a questa parte il primo ministro non si vanta più, come faceva regolarmente prima, che “sta costituendo lo Stato”. Perché egli ormai lo sa che lo Stato è lui e ne gode. Come ne godeva Luigi XIV quando, sfidando il Parlamento, nell’aprile 1655, proclamava “L’État, c’est moi – lo Stato sono io!”

    Tra le tante prove eloquenti della realtà albanese è anche il contenuto del Rapporto finale per le votazioni moniste del 30 giugno scorso, presentato ufficialmente a Tirana il 5 settembre scorso dall’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights), che è un importante ufficio, parte integrante dell’OSCE. I suoi rappresentanti hanno osservato e seguito tutte le fasi delle sopracitate votazioni moniste. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese della farsa di quelle votazioni moniste, nonché di tutte le palesi violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore in Albania, mentre la Corte Costituzionale non funziona da quasi due anni.

    Il sopracitato Rapporto sulle votazioni moniste del 30 giugno 2019 in Albania rappresenta un’inequivocabile testimonianza della presa in ostaggio e del totale controllo dello Stato. Nelle 36 pagine del Rapporto si evidenziano tantissimi fatti che dimostrano la cattura dello Stato da parte del potere politico. Il che in Albania significa controllo diretto e personale da parte del primo ministro, da chi per lui e/o per conto di chiunque altro da parte sua. Sono tante e diverse le violazioni evidenziate dai rappresentanti e dagli osservatori dell’OSCE/ODIHR. Si riferiscono sia al processo stesso delle votazioni, sia alle istituzioni che, per legge, dovevano gestire tutto il processo.

    Ma tra le tante conferme dirette e/o indirette della cattura dello Stato, evidenziate nel Rapporto, una merita particolare attenzione. Perché si riferisce al Presidente della Repubblica che aveva firmato due decreti riguardo alla data delle elezioni amministrative. Con il primo annullava il 30 giugno, mentre con il secondo decretava il 13 ottobre 2019 come nuova data per le elezioni. Ebbene, nessuno dei decreti del presidente della Repubblica è stato preso in considerazione, anche se la Costituzione e le leggi obbligavano tutti a farlo. Il Rapporto evidenzia tutto ciò e lo considera come violazione. Non solo ma considera come grave violazione anche il fatto che il secondo decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come prevede e obbliga la legge! Nel Rapporto dell’ODIHR si evidenzia che “Il Decreto del presidente della Repubblica per fissare il 13 ottobre come giorno per le elezioni amministrative non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica d’Albania, anche se la pubblicazione di questo atto del presidente della Repubblica è obbligatorio per legge”! Ed è soltanto una delle tante, tantissime violazioni evidenziate dal Rapporto.

    Chi scrive queste righe è convinto dell’urgenza di salvare lo Stato in Albania. Proprio quello Stato che è stato preso in ostaggio e annientato nelle sue funzioni. Perché l’annientamento dello Stato rappresenta un gravissimo allarme e una situazione di massima pericolosità per le sorti del Paese e della nazione. Perché ormai in Albania si sta restaurando una nuova dittatura con tutte le inevitabili e drammatiche conseguenze. La memoria storica dal 1945 fino al 1990 insegna tutto a tutti. Gli albanesi si devono rendere conto, prima possibile, di questo imminente pericolo e devono agire decisi. L’insegnamento di Sant’Agostino, che se non è rispettata la giustizia lo Stato diventa una grande banda di ladri, deve servire a tutti loro da lezione. Domani sarà troppo tardi!

  • Indispensabile cambiamento, ma come e da chi

    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

    Giuseppe Tomasi di Lampedusa; “Il gattopardo”

    Così disse Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, che ancora non aveva deciso quello che si doveva fare, mentre Garibaldi e i suoi stavano avanzando sul territorio dell’isola. Quanto accadeva in Sicilia nel 1860 è stato maestosamente raccontato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo famoso romanzo “Il gattopardo”. Era un periodo di grandi trasformazioni in tutto il paese. Si stava andando verso l’Unità d’Italia, lasciando dietro il passato legato ai Borboni. Era il tempo in cui Garibaldi, partito dalla Sardegna all’inizio di maggio del 1860 con la sua spedizione dei Mille, era già sbarcato a Marsala, in Sicilia, e stava conquistando l’isola.Tancredi, un giovane avvenente, chiaro nelle sue idee e aspettative, aveva deciso di unirsi al movimento di Garibaldi, convinto dell’inevitabilità della caduta dei Borboni e dei sicuri vantaggi che le nuove classi emergenti avrebbero avuto appoggiando i nuovi venuti. Le cose stavano cambiando e a questi cambiamenti si dovevano adattare anche i nobili siciliani. Compreso il principe Fabrizio Salina.

    Dopo quasi un secolo e mezzo anche l’Albania ha vitale bisogno di un indispensabile, vero e duraturo cambiamento. Ma la domanda che viene naturale è: chi lo farà questo cambiamento in Albania? Di certo non lo possono fare quelli che governano adesso, i figli e i nipoti dei dirigenti della dittatura comunista. Non lo possono fare neanche gli arrivisti e i “parvenu” che si aggrappano al potere politico a tutti i costi e senza moralità alcuna. Non lo possono fare i castrati rappresentanti della società civile a servizio del potere politico, che traggono ingenti finanziamenti e altri vantaggi per gli ordinati servizi resi. E neanche altri “attivisti” che si spacciano come contrari alle ingiustizie di ogni genere. Quelli che l’unica capacità che hanno è quella di “annusare l’evento propizio” e di essere presenti, inghiottendo i microfoni e urlando a squarciagola per “rendersi visibili ed importanti” e alzare il prezzo. L’indispensabile cambiamento in Albania non lo possono fare neanche certi rappresentanti non convincenti dell’attuale opposizione politica, i quali, da alcuni anni a questa parte, hanno costantemente dimostrato di non essere in grado di suscitare la fiducia dei cittadini, causando, invece, la delusione, l’indifferenza, l’apatia e tanto altro. Perché le promesse fatte e mai mantenute portano a tutto ciò. No! Nessuno di loro lo può fare. Perché il vero cambiamento in Albania potrebbe venire soltanto da persone responsabili, oneste e con integrità.

    Chiunque conosca la storia e la realtà albanese, leggendo “Il gattopardo” trova, inevitabilmente, delle similitudini caratteriali tra i siciliani e gli albanesi. Nel bene e nel male. Dovuto al loro passato, sia quello sotto l’impero ottomano durato cinque secoli, che quello sotto la dittatura comunista, gli albanesi non hanno sviluppato la loro coscienza civile e la loro sensibilità riguardo ai propri diritti e doveri di liberi cittadini. Perciò anche adesso non riescono a rendersi conto e non reagiscono per i loro diritti calpestati e/o negati. Ovviamente non tutti gli albanesi sono indifferenti e apatici riguardo alle loro sorti. Ma non sono pochi neanche gli altri che, per vari motivi, non riescono a ragionare e/o reagire. Forse la mentalità ereditata di obbedire e servire il “potente di turno”, invece di reagire da persone libere, fa la sua parte. E finché gli albanesi non conosceranno i propri diritti, partendo da quelli innati, come il diritto della vita e della libertà, essi non riusciranno mai neanche ad essere e agire da persone libere. E perciò, continueranno a subire.

    Come accadeva nella Sicilia raccontata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dove i siciliani, subendo diverse occupazioni e domini, erano diventati indifferenti, adattandosi alla situazione, senza agire. Era convinto di tutto ciò il principe Fabrizio Salina. Era convinto che i siciliani non potevano cambiare perché, secondo lui, i siciliani si erano adattati agli invasori. Il che aveva annientato la loro voglia di fare e di agire, procurando soltanto indifferenza, apatia e ozio. E quella convinzione il principe gliela disse a modo suo, pacatamente ma chiaramente, anche al rappresentante della corona Sabauda, venuto appositamente per proporgli di essere senatore del Regno. Proposta che il principe rifiutò con garbo, perché era convinto che quello che stava accadendo non era altro che la ripetizione di quanto era accaduto nell’isola più volte nel corso della sua storia. Senza cambiare niente e nessuno.

    Come niente realmente sta cambiando in Albania. Perché ormai l’Albania si trova di nuovo sotto una nuova dittatura. Una dittatura che si nasconde dietro una subdola e ingannevole parvenza di democrazia. Il che la rende alquanto pericolosa, anche perché si basa sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con alcuni clan occulti di una certa oligarchia.

    In Albania ormai, dopo quasi trent’anni dalla caduta dell’atroce regime comunista, si stanno distruggendo e stanno cadendo, uno dopo l’altro, i pilastri della democrazia. Quei pilastri dei quali parlavano ed insistevano tanto Platone e Aristotele già più di duemila anni fa. Pilastri che aveva ben definito quasi tre secoli fa Montesquieu, il quale era convinto dell’imperativo “Il potere arresti il potere”. E si riferiva ai tre poteri, i veri pilastri della democrazia: il potere legislativo, quello esecutivo e il potere giudiziario. In Albania ormai sono caduti due dei pilastri. Dopo che il primo ministro, fatti alla mano, ha messo sotto controllo il Parlamento, cioè il potere legislativo, facendolo diventare un suo notaio, adesso lui controlla anche quello giudiziario. Soltanto quanto sta accadendo durante questi ultimi mesi prova senza ambiguità alcuna che il primo ministro controlla personalmente tutte le procure, partendo dalla Procura Generale e la Procura per i Crimini Gravi. Perciò la Riforma della Giustizia, che doveva cambiare sostanzialmente e significativamente il sistema, rappresenta ormai un eloquente ed inequivocabile esempio di come hanno volutamente ed intenzionalmente cambiato tutto per non cambiare niente.

    Chi scrive queste righe ricorda quanto diceva il principe Fabrizio Salina, personaggio principale de “Il gattopardo”. E cioè che “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Il simbolismo è molto significativo e vale non solo per la Sicilia e i siciliani nel periodo dell’Unità d’Italia. Chi scrive queste righe pensa che la convinzione del principe Fabrizio “Il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. […] Il sonno è ciò che i siciliani vogliono”, possa servire, nei nostri giorni e per altre popolazioni, come cosa da non fare assolutamente. Guai ad un popolo che non fa niente e dorme! Ammonimento che vale anche e soprattutto per gli albanesi, costretti di rivivere un nuovo periodo di dittatura. Chi scrive queste righe è convinto che quanto diceva Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, debba essere un chiaro messaggio che devono tenere presente tutti gli albanesi responsabili e consapevoli. Adesso e nei giorni a venire. E cioè che bisogna impedire, costi quel che costi, a tutti quei farabutti politici che stanno cercando di fare lo stesso: cambiare tutto per non cambiare niente.

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