Albania

  • Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò: dal film “I Tartassati”

    Nell’ultimo decennio del secolo passato la situazione in Albania stava seriamente e gravemente peggiorando di anno in anno. La dittatura era diventata sempre più atroce ed insopportabile. Ma non erano soltanto le perpetue, consapevoli, irresponsabili e arroganti violazioni dei diritti e delle libertà innate che preoccupavano i cittadini. Essi erano, altresì, quotidianamente costretti anche a delle restrizioni economiche di vario tipo. Restrizioni che evidenziavano e testimoniavano l’inevitabile ed il totale fallimento del sistema economico adottato dalla dittatura. La situazione era gravemente e ulteriormente peggiorata durante la seconda metà degli anni ‘80 del secolo passato. Mancavano i generi alimentari di prima necessità. Tutto era razionato e le quantità previste, per ogni nucleo familiare, erano ai limiti della sopravvivenza. Ma non sempre i cittadini riuscivano ad avere anche quello. Le file davanti ai negozi erano lunghe e non sempre i cittadini, messi uno dietro l’altro spesso anche dalla notte precedente, riuscivano a portare a casa tutto quello di cui avevano un vitale bisogno. Gli scaffali dei negozi erano sempre più vuoti. E proprio in quel drammatico periodo la propaganda del regime riuscì a trovare una “soluzione”. Ma non si trattava di garantire alla popolazione le forniture dei tanto necessari generi alimentari. No, si trattava, bensì, di un “Premio”. Proprio di un premio, con il quale la propaganda della dittatura comunista poteva fare uso ed abuso! Il 6 aprile 1987, durante una conferenza internazionale che si stava svolgendo in Messico, all’Albania è stato conferito il “Premio internazionale per la Nutrizione” (Sic!). Quale affronto e quale sarcasmo era quel “Premio” per gli affamati cittadini albanesi! E quale sfacciata ipocrisia quella della propaganda del regime! Ma la propaganda comunista allora aveva un vitale bisogno di quel “riconoscimento internazionale”. Per il resto, per quello che poteva pensare la gente, non gli importava nulla. Anche perché il famigerato “articolo 55” del Codice penale portava direttamente in prigione chiunque dicesse, o addirittura, alludesse a qualcosa. Ma la sfacciataggine della propaganda comunista non si fermò lì. Per dare più importanza e peso alla “lieta notizia”, annunciò che il “Premio”, espressione di un alto riconoscimento, era stato conferito all’Albania dalla FAO (Food and Agriculture Organization – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura; n.d.a.). In realtà si è venuto a sapere, dopo il crollo della dittatura, che in quella conferenza la FAO partecipava semplicemente, come tutte le altre delegazioni! Mentre il premio era stato conferito all’Albania dalle autorità messicane, come un dovuto, ma anche richiesto riconoscimento. Tutto ciò perché l’Albania nel 1976 era uno dei tre Paesi soltanto che avevano sostenuto la candidatura messicana per il posto del Segretario generale dell’ONU. Un’assegnazione quella che, quasi unanimemente, è stata riconosciuta, per la seconda volta, al Segretario uscente Kurt Waldheim.

    Il 29 marzo 2017, mentre in Albania la coltivazione della cannabis era pericolosamente diffusa in tutto il territorio, in Francia veniva premiato l’attuale primo ministro albanese. Per lui il suo omologo francese aveva chiesto ed ottenuto il conferimento della tanto ambita e prestigiosa medaglia francese: quella del “Comandante della Legione d’Onore”! Proprio a lui che, almeno istituzionalmente, era la persona direttamente responsabile della cannabizzazione del Paese. Si trattava di un’attività criminale, verificata, documentata e denunciata non solo in Albania, dall’opposizione e da quei pochi media non controllati dal governo albanese, ma anche, anzi e soprattutto dalle istituzioni specializzate e dai media internazionali. Si trattava allora, nel 2017, di una preoccupante attività criminale, nella quale sono stati coinvolti almeno un ex ministro degli Interni, molti alti funzionari della polizia di Stato, ormai ricercati, ed altre istituzioni governative. E tutto ciò non poteva accadere senza il diretto beneplacito del primo ministro. Proprio di colui che, il 29 marzo 2017, ha ricevuto dalle mani del suo omologo francese la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”. Allora lo stesso primo ministro francese, alcuni mesi prima, riferendosi ad uno scandalo che vedeva coinvolto il suo ministro degli Interni, dichiarava: “Quando si è legati all’autorità dello Stato occorre essere impeccabili riguardo le istituzioni e le regole che le reggono”! L’autore di queste righe scriveva allora per il nostro lettore che “…Le motivazioni ufficiali dell’onorificenza non convincono e non potevano convincere nessuno in Albania… Quelle motivazioni urtano fortemente con la realtà albanese e offendono l’intelligenza di tantissimi cittadini che ne soffrono le conseguenze”. E poi continuava: “Le informazioni non mancano e sono tante, dettagliate e attendibili. Le dovrebbero conoscere anche le autorità francesi” – (A chi e cosa credere ormai in Francia?; 3 aprile 2017).

    Il 23 febbraio scorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha conferito un nuovo Premio, quello dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”, a dodici personalità scelte che operano nel campo della giustizia in altrettanti Paesi del mondo (come Ecuador, Micronesia, Guatemala, Kirghizistan, Iraq, Sierra Leone, Guinea, Libia, Filippine ecc.). Tra quei dodici premiati c’era anche un giudice albanese. E guarda caso, si tratta proprio di una persona molto “chiacchierata” in questi ultimi anni. Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista, un procuratore che, alcuni mesi prima del crollo della dittatura, chiedeva ed otteneva la condanna a quindici anni di reclusione per alcuni cittadini, solo perché avevano abbattuto la statua di Stalin nel dicembre 1990. Tutto ciò soltanto due mesi prima del crollo della dittatura in Albania! Ma si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge. Anche quando, per rimanere in carica come giudice della Corte Suprema, nonostante il suo mandato fosse finito da sei anni, ha usato dei “trucchetti” ed ha beneficiato del diretto appoggio governativo. Si tratta di un “giusto” che aveva “dimenticato” di dichiarare parte dei beni in suo possedimento, come prevede proprio la legge! Si tratta della stessa persona che, nell’autunno del 2019, è stata direttamente coinvolta in un grave scandalo istituzionale. Scandalo denunciato ufficialmente dal Presidente della Repubblica. Uno scandalo che riguardava la palese violazione delle procedure per la selezione dei candidati giudici dell’allora non funzionante Corte Costituzionale. Corte che il primo ministro voleva e tuttora vuole controllare direttamente. Uno scandalo quello, sul quale è stata chiesta anche l’opinione della Commissione di Venezia (La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto; n.d.a.). Opinione che ha dato però pienamente ragione alle accuse del Presidente della Repubblica. Ragion per cui anche il primo ministro e i suoi hanno subito dopo “abbandonato” il giudice, come la scorza di un limone spremuto, E per rendere tutto più convincente, hanno messo in campo anche l’Alto Consiglio dei Giudici che, con una sua delibera, costrinse quel “giudice illustre” a lasciare il suo importante incarico istituzionale, come presidente del Consiglio delle Nomine nella Giustizia. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito. Guarda caso però, proprio quel giudice è stato selezionato tra tanti altri, per essere premiato dal Dipartimento di Stato, il 23 febbraio scorso, con la nuova onorificenza dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”! Nella dichiarazione del Dipartimento di Stato si sottolineava, tra l’altro, anche che quel premio veniva conferito a quelle persone che, secondo l’opinione degli Stati Uniti d’America “…hanno instancabilmente lavorato, spesso affrontandosi con delle inimicizie, per difendere la trasparenza, per combattere la corruzione e per garantire il rendiconto nei propri Paesi”. Rispettando la valutazione per gli altri undici premiati, non si potrebbe dire lo stesso per il giudice albanese, anzi! Chissà perché una simile scelta fatta del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America?!

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di più spazio per analizzare e trattare come meriterebbe una così inattesa, immeritata e ingiustificata premiazione da parte del Dipartimento di Stato al giudice albanese. Ma tutto fa pensare ad una densa e ben pagata attività lobbistica. Come nell’aprile del 1987 con il “Premio internazionale per la Nutrizione”. E come nel marzo 2017, con la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”, conferita all’attuale primo ministro albanese. Peccato che non c’è più spazio per continuare! Ma tutto ciò, chi scrive queste righe lo considera convinto e semplicemente un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura ormai funzionante in Albania. Per il resto, egli pensa che aveva pienamente ragione Totò quando diceva che ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

  • Deliri e irresponsabilità di un autocrate

    Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante.

    Friedrich Nietzsche

    Il crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 segnò anche l’inizio della disgregazione del blocco comunista, guidato dall’Unione Sovietica (l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, costituita il 30 dicembre 1922 e smembrata  il 26 dicembre 1991; n.d.a.).  Un anno dopo, in tutti i Paesi dell’Europa dell’est erano caduti i regimi totalitari comunisti. L’ultimo che resisteva ancora, in quel periodo, era il più crudele di tutti, il regime albanese, nonostante avesse le sue ore contate. Ed era il 20 febbraio del 1991 quando migliaia cittadini, che avevano ucciso finalmente la paura, si diressero verso il centro di Tirana. Proprio lì, nella piazza principale della capitale, dove una gigantesca statua del dittatore comunista sfidava tutti. Una statua che i cittadini erano ben determinati e motivati a buttarla giù. Non sono valsi a niente neanche gli attacchi delle forze speciali del regime di fronte alla sacrosanta rivolta dei cittadini oppressi, da decine di anni, dalla dittatura. Finalmente, alle 14.06 di quel memorabile 20 febbraio 1991, la statua del dittatore è stata buttata giù, tirata con un cavo d’acciaio da un vecchio camion. Crollò così l’ultimo regime comunista dell’Europa dell’est. Il simbolismo di quella data era molto significativo ed importante. Lo esprimevano bene le frasi, gridate con cuore in quel periodo, dai cittadini in ogni parte dell’Albania. “Vogliamo l’Albania democratica!”. “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Così echeggiavano le strade e le piazze trent’anni fa in Albania.

    Purtroppo adesso, trent’anni dopo quel memorabile 20 febbraio 1991, l’Albania non è ancora un Paese democratico. Anzi, in Albania da alcuni anni, si sta consolidando una nuova e camuffata dittatura. Ma non per questo, meno pericolosa. Guarda caso, alcuni dei dirigenti delle massime istituzioni pubbliche sono proprio i diretti discendenti dei dirigenti della nomenklatura durante la dittatura comunista. Primo ministro in testa. E, guarda caso, l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista attualmente è il presidente del Parlamento! Purtroppo adesso, dopo trent’anni, l’Albania si sta allontanando, ogni giorno di più, da quell’Europa che ha sempre rappresentato la libertà, la democrazia e la prosperità per gli albanesi. Non solo, ma purtroppo adesso, trent’anni dopo, si sta consapevolmente e diabolicamente cercando di dimenticare il 20 febbraio 1991 e tutto il suo simbolismo. Sabato scorso correva il trentesimo anniversario del simbolico crollo della famigerata e crudele dittatura comunista in Albania. Ma sabato scorso, tranne qualche “cinguettio” nelle reti sociali, quasi niente è stato fatto per ricordare e celebrare quanto è accaduto quel lontano ormai 20 febbraio 1991. Purtroppo, da alcuni anni, si stanno vistosamente riducendo le attività pubbliche per commemorare quella data ed il suo simbolismo! Ovviamente non ci si poteva aspettare che il primo ministro e i suoi facessero qualcosa in proposito. Ma non hanno organizzato e non hanno fatto nessuna attività celebrativa neanche i dirigenti del maggiore partito dell’opposizione albanese. Proprio di quel partito che, costituito nel dicembre 1990, ha motivato e guidato i cittadini nelle loro proteste, compresa anche quella del 20 febbraio 1991. Proteste che hanno fatto cadere l’ultima dittatura comunista nell’Europa dell’est. Chissà perché un simile comportamento da parte dei dirigenti dell’opposizione albanese?!

    Purtroppo, come dimostrano innumerevoli fatti accaduti e che stanno continuamente accadendo, fatti documentati e testimoniati, fatti pubblicamente noti e denunciati, la situazione in Albania sta peggiorando ogni giorno che passa. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato di una simile e drammatica realtà. E di questa grave e preoccupante realtà il principale responsabile è il primo ministro del Paese. Proprio colui che, come sancito dalla Costituzione della Repubblica, ha il compito e l’obbligo istituzionale di gestire, nel migliore dei modi, la cosa pubblica e di garantire tutti i processi necessari per la democratizzazione del Paese, il rispetto di tutti i diritti dei cittadini, nonché il loro benessere, in tutte le sue forme. Purtroppo quanto è accaduto in Albania, anche durante quest’ultimo anno, dimostrerebbe proprio il contrario. Un anno questo, reso ancora più difficile dalla pandemia. Una grave situazione che non è stata affrontata con la dovuta serietà e responsabilità, istituzionale ed umana, da parte del primo ministro. Anzi, quanto è accaduto e sta accadendo, anche in questi ultimi giorni, sta palesemente evidenziando e testimoniando proprio un comportamento irresponsabile e delirante del primo ministro. Lui e la sua potente e ben organizzata propaganda stanno cercando di mentire e di ingannare di nuovo e per l’ennesima volta i sofferenti cittadini. Anche durante questo difficile e seriamente grave periodo di pandemia. Come sempre hanno fatto in questi otto anni, da quanto lui è salito al potere. E durante questi ultimi otto anni il primo ministro non ha fatto altro che abusare del potere conferito. Tenendo, però, presente che l’Albania è uno tra i più poveri Paesi europei. Un Paese dove, purtroppo, non funzionano più le istituzioni. O meglio, dove quasi tutte le istituzioni sono direttamente controllate dal primo ministro e/o da chi per lui. Comprese anche le istituzioni del “riformato” sistema della giustizia! Anche questo è ormai un fatto noto pubblicamente ed internazionalmente. E tutto ciò, per raggiungere un solo obiettivo: far vincere a tutti i costi il tanto ambito e vitale terzo mandato all’attuale primo ministro albanese.

    Proprio di colui che, con la sua ormai ben nota irresponsabilità, non ha fatto niente, diversamente da tutti i suoi simili, anche nei paesi balcanici confinanti, per procurare in tempo i tanto necessari vaccini contro la pandemia. E mentre adesso che la pandemia si sta paurosamente propagando, uscendo da ogni controllo, in Albania mancano i vaccini, nonostante le continue “promesse” del primo ministro. “Promesse” ripetute ogni settimana con la stessa “fermezza e convinzione” da lui e che, poi, ogni settimana regolarmente non sono mantenute. L’unica cosa che il primo ministro sta cercando in tutti i modi di fare è continuare a mentire e ingannare spudoratamente per fare tutto il possible per nascondere questa realtà molto drammatica. Proprio lui che, soprattutto durante la pandemia, ha sperperato milioni per i suoi “soliti clienti”, tramite “appalti” privi di ogni dovuta e obbligatoria trasparenza. Proprio lui però che non ha speso niente per affrontare la pandemia. Ha sperperato il denaro pubblico, con il quale ogni persona responsabile che ha, come lui, simili obblighi istituzionali dovrebbe aver garantito in tempo, tra l’altro, anche la necessaria quantità di vaccini. Ma lui ha scelto, come sempre in questi otto anni, di abusare del potere e della cosa pubblica, a scapito dei cittadini.

    Da persona irresponsabile qual è, il primo ministro albanese sta cercando di sfuggire dai suoi obblighi istituzionali. Come sempre ha fatto. Ma ha però la delirante sfacciataggine di far credere agli albanesi che essi verranno vaccinati solo e soltanto perché, come dichiarava alcuni giorni fa, “… avete me come primo ministro”! Come ha già dichiarato prima, che lui è “il rappresentante di Dio”. Proprio lui, il “Padre degli albanesi”! Un “Padre” che, nel suo irrefrenabile delirio, riconosce a se stesso anche il diritto di selezionare chi deve essere vaccinato, per essere salvato, e chi deve subire dalla pandemia. Compresi, tra questi ultimi, anche la maggior parte dei medici, infermieri ed altro personale sanitario che devono, ogni giorno, essere esposti al contagio dal coronavirus. Generando così, irresponsabilmente e pericolosamente, nel pieno del suo delirio di onnipotenza, anche l’avvio di un processo di genocidio tra gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che c’è solo e soltanto una soluzione contro i deliri e l’irresponsabilità di un autocrate come l’attuale primo ministro albanese. La soluzione contro un simile “animale delirante”, come scriveva Friedrich Nietzsche, è una ribellione e una determinata rivolta continua dei cittadini consapevoli e responsabili. Proprio di quei cittadini che valutano come sacrosanti ed alienabili i valori della Libertà e della Democrazia. Di quei cittadini che capiscono e condividono consapevolmente quanto scriveva Primo Levi. E cioè che “Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo!”. Una frase, quest’ultima, che ricorda anche quanto è stato scritto, in trenta lingue diverse, su un monumento commemorativo nel primo campo di concentramento in Germania, quello di Dachau,. Soltanto così gli albanesi possono arginare e rovesciare l’ormai funzionante regime autocratico in Albania. Soltanto così essi possono portare avanti quel processo di democratizzazione cominciato il 20 febbraio 1991. A loro la scelta!

  • La consapevole e arrogante violazione dei criteri

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Il mondo in cui viviamo, da che è nato, da che fa parte di quest’immenso, infinito Universo, va avanti grazie all’incessante ed infallibile funzionamento di un insieme di fenomeni e di processi intrinsechi. Fenomeni e processi che sono nati con l’Universo, dalla notte dei tempi, molto prima dell’apparizione del Homo sapiens. Fenomeni e processi che garantiscono non solo l’esistenza e la sopravvivenza del mondo, ma soprattutto il suo sviluppo multiforme e multidimensionale. Con il passare del tempo e con il continuo sviluppo ed arricchimento del sapere, il genere umano ha cominciato a definire e descrivere tutto, fenomeni e processi compresi, usando come base quelle che ormai, in senso generico, vengono semplicemente riconosciute come leggi e regole. Sono delle espressioni concise e sintetiche, non solo matematiche, le quali cercano di descrivere lo stato d’essere e quello che potrebbe accadere con qualsiasi sistema. Sia quelli naturali, che sociali ed altri. Sono delle leggi e regole che, tra l’altro, descrivono, spiegano e prevedono l’evoluzione del sistema, fluttuazioni comprese, in base alle conoscenze acquisite. Evoluzione che porterà sempre a degli equilibri, nuovi o preesistenti, del sistema. Si tratta proprio di quei fenomeni e processi che determinano il comportamento e l’evoluzione del sistema, sia quello naturale, che sociale ed altro. E grazie a un simile, continuo, infallibile, intrinseco, nonostante spesso sconosciuto funzionamento, il sistema stesso non si [auto] distrugge. Anche quando, in seguito a delle “perturbazioni” interne e/o esterne al sistema, altri fenomeni e processi tendono a farlo. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’Universo, sia a livello dell’infinitamente piccolo delle particelle, che a quello intergalattico. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’essere umano e il funzionamento del suo organismo, partendo da una singola cellula. Questo ci insegnano anche le scienze che studiano i raggruppamenti e le società umane. E nell’ambito della coesistenza sociale, il genere umano, da quando è stato dotato di consapevolezza ed, in seguito, anche di responsabilità, ha cominciato tra l’altro a concepire dei criteri e a darsi delle regole. Non solo, ma in base a quei criteri, dall’antichità ai giorni nostri, ha legiferato per rispettare le regole date. Costituendo così un insieme di diritti ed obblighi condivisi, o che si dovrebbero condividere da tutti e che dovrebbero garantire la stabilità e lo sviluppo delle società stessa.

    Tale è anche quell’insieme di criteri che, dal 1993, vengono riconosciuti da tutti come i Criteri di Copenaghen. Sono tre i criteri i quali devono essere presi in considerazione e rispettati da ogni Stato che ha come obiettivo l’adesione nell’Unione europea. Si tratta del criterio politico, quello economico e i cosiddetti “Acquis communautaire”. Sono stati approvati dal Consiglio europeo a Copenaghen nel 1993, prevedendo già allora l’allargamento dell’Unione con i Paesi dell’Europa dell’est. Sono dei criteri che derivano dagli articoli 6 e 49 del Trattato di Maastricht e delineano quello che uno Stato candidato deve obbligatoriamente fare per rendere possibile l’adozione e l’attuazione delle normative e della legislazione dell’Unione europea. Il criterio politico prevede la presenza, nello Stato candidato, di istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Il criterio economico, prevede il funzionamento di un’economia di mercato, capace di affrontare le forze del mercato e la pressione concorrenziale all’interno dell’Unione Europea. In più, lo Stato candidato deve altresì rispettare gli “Acquis communautaire”; quell’insieme di diritti ed obblighi accettati e condivisi da tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Diritti ed obblighi che devono essere accettati e rispettati anche da ogni Paese candidato all’adesione nell’Unione europea.

    L’Albania è uno dei Paesi che ha cominciato il suo percorso per aderire all’Unione europea da più di venti anni fa. Nel 2000 è stato riconosciuto come un “Paese candidato potenziale”. Poi, nel 2003 l’Albania ha avviato i negoziati sull’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, firmato nel 2006. Nel 2009 l’Albania ha consegnato ufficialmente l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi nel 2014 l’Albania è stata riconosciuta dal Consiglio europeo come un “Paese candidato” all’adesione, ancora in attesa, però, di aprire i negoziati, come tale, con l’Unione europea. Un’apertura quella, condizionata, nel 2014, non solo dall’adempimento dei criteri comunitari, ma anche dal superamento di cinque condizioni poste dal Consiglio europeo. Purtroppo, ad oggi, i criteri dell’adesione continuano a non essere rispettati, mentre le condizioni, da cinque, sono diventate quindici! Un lungo, difficile processo europeo quello dell’Albania, che negli ultimi anni si sta rendendo ancora più difficile, al limite dell’impossibile. Da anni ormai e a più riprese, il nostro lettore è stato informato di quel processo e delle realtà locali che lo stanno rendendo sempre più difficile e lo stanno [volutamente] ostacolando. Sono tanti i fenomeni negativi generati, ufficialmente verificati e denunciati nel “sistema Paese”. Sono numerosi e, purtroppo, sempre in aumento anche i preoccupanti processi che impediscono l’apertura dei negoziati come “Paese candidato” con l’Unione europea. Ed è proprio una simile ed aggravata realtà che ha costretto i rappresentanti di alcuni Stati membri dell’Unione, anche nell’ambito del Parlamento e del Consiglio europeo, a bloccare il percorso europeo dell’Albania. Un blocco quello che verrebbe tolto solo e soltanto dopo l’adempimento delle ormai quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo durante il suo vertice del marzo 2020.

    Purtroppo, dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, il governo albanese sta volutamente e con arroganza violando i criteri dell’adesione all’Unione europea. Riferendosi ai Criteri di Copenaghen, quello politico prevede la presenza di istituzioni che possano garantire la democrazia. Ebbene tutti sanno che ormai l’Albania ha poco o, addirittura, niente in comune con una vera democrazia, tranne una facciata che si sta sgretolando ogni giorno che passa. Non solo, ma in Albania si sta paurosamente restaurando una nuova e camuffata dittatura. Il criterio politico di Copenaghen prevede il funzionamento dello “Stato di diritto”. Purtroppo, sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, in Albania spesso e volutamente non si rispettano neanche le leggi in vigore. E sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, ciò che rappresenta una vera e propria preoccupazione è la cattura ed il controllo del sistema “riformato” della giustizia da parte del primo ministro e/o dai suoi pochi “fedelissimi”. Durante questi ultimi anni, ma anche nelle ultime settimane, si sta verificando, testimoniando e denunciando una consapevole e pericolosa connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. In quanto al criterio economico, tutto è ormai controllato da pochissimi oligarchi, “amici” dei massimi rappresentanti politici. Perciò, una simile realtà vissuta e sofferta in Albania, non potrebbe, mai e poi mai, avere niente in comune neanche con gli “Acquis communautaire”. Al nostro lettore la valutazione e le conclusioni!

    Chi scrive queste righe pensa che quella albanese rappresenta veramente un’allarmante realtà che si sta aggravando ogni giorno che passa. Una realtà che diventerà ancora più preoccupante nelle settimane seguenti, tenendo presente le elezioni del 25 aprile prossimo. Una realtà ormai nota e presa sempre più seriamente in considerazione anche dalle cancellerie occidentali. Una realtà che ha fatto aumentare da cinque a quindici le condizioni sine qua non poste nel 2020 dal Consiglio europeo. Una realtà che, guarda caso, viene “stranamente” ignorata però dalla Commissione europea, come lo dimostrano tutti i suoi rapporti ufficiali dal 2014 ad oggi. Nel frattempo il primo ministro albanese, sta consapevolmente e con arroganza violando regole, leggi e criteri, compresi anche quelli di Copenaghen. Lui, con la sua ormai ben nota arroganza, la sua innata presunzione, il suo smisurato protagonismo, nonché con la sua testimoniata invidia di “avere di più”, ha dimostrato la determinazione ad avere un terzo mandato, costi quel che costi! Questi sono però anche i sui difetti che lo spingono in questa sua folle, pericolosa ed irresponsabile corsa. Difetti dai quali occorre guardarsi bene. Guardarsi bene tutti, sia in Albania che nell’Unione europea, per non permettere mai l’[auto] distruzione del sistema Paese!

  • Pericoli che oltrepassano i confini nazionali

    I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene,

    quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori.

    Catone

    In Italia, in questi giorni, si sta cercando di porre fine alla crisi e di costituire un nuovo governo, guidato da Mario Draghi. L’Italia merita ed ha veramente bisogno di un governo forte, in grado di affrontare ed oltrepassare le tante difficoltà, adempiendo con successo agli impegni, nazionali ed internazionali, dei prossimi mesi. E che sia veramente la volta buona! Ma quanto è successo e sta succedendo però durante questi giorni, purtroppo, ha messo in chiara evidenza, tra l’altro, anche tanta ipocrisia, tante falsità ed incoerenze e la mancanza della moralità politica e civile da parte di non pochi rappresentanti dei partiti politici che potrebbero appoggiare il nuovo governo. Sono ormai di dominio pubblico le “forti e perentorie” dichiarazioni, così come le tante “contrapposizioni programmatiche e/o di principio”, che distinguevano e dividevano i diversi partiti fino ad alcuni giorni fa. Ma poi, come per magia, tutto cambiò. Si è dimenticato tutto quanto sia stato detto, come se niente fosse, e adesso i rappresentanti politici parlano di doveri patriottici, di responsabilità ed altro, “convinti” che tutto deve essere fatto solo e soltanto per il bene e nell’interesse dell’Italia! All’autore di queste righe tutto ciò fa ricordare le parole di Totò, in uno dei suoi bellissimi film: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. In Italia, in questi giorni però non si parla e non si va più a “caccia” di “responsabili”, di “costruttori”, di “meritevoli”, di “europeisti” e altri simili. Cioè di tutti coloro che, fino ad una settimana fa, erano la speranza del presidente del Consiglio dimissionario. Ormai alcuni dei più ben noti e convinti “avversari” politici stanno diventando dei “responsabili collaboratori”. Ma che, con la solita ipocrisia e demagogia, con la stessa mancanza di moralità politica e civile, stanno semplicemente cercando di nascondere il loro attaccamento al potere e alle poltrone.

    In Albania, almeno da due anni ormai, purtroppo, si sta “convivendo” con una ben più grave crisi. Una crisi multidimensionale, che il primo ministro e la propaganda governativa fanno di tutto per nasconderla e/o offuscarla. Una crisi dovuta e causata dalla completa irresponsabilità di gestire la cosa pubblica, dalla consapevole e decisa scelta per la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una connivenza quella, testimoniata da tanti scandali documentati, e altrettante denunce pubbliche. L’ultima evidenza, in ordine di tempo, è quella risultata dalle intercettazioni ambientali e telefoniche nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”. Un’operazione quella, condotta e finalizzata con successo in Italia, dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro il 21 gennaio scorso. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana dell’esito di questa operazione (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1o febbraio 2021). Ma, diversamente da una decina di giorni fa, dopo che tutto è diventato di dominio pubblico, adesso la propaganda governativa non risponde e non reagisce più alle pubbliche accuse. Anzi, adesso gli “strateghi” della propaganda governativa stanno cercando di spostare l’attenzione altrove. Non importa dove e come. Non importa su cosa e/o chi. Basta che si sposti l’attenzione. Basta che si possa parlare di altro, anche per pochi giorni! Anche con la consapevolezza di “screditare” un ex primo ministro e capo storico del partito socialista albanese: quello attualmente al potere. E lo hanno fatto, con la regia centrale coordinata dagli uffici del primo ministro. Giovedì scorso hanno convinto proprio quell’ex primo ministro e capo storico del partito socialista a fare delle misere e vergognose dichiarazioni, durante una trasmissione televisiva in prima serata. Proprio da colui, che nel 1998 nominò l’attuale primo ministro come ministro della cultura. Ed è stato proprio lui che, pochi anni dopo, riferendosi alla stessa persona, dichiarava: “…L’ho preso con le unghie non tagliate da Parigi, dove faceva il rifugiato”. Proseguendo, durante la stessa dichiarazione, e dicendo che “…L’ho tirato fuori dal pantano [dov’era caduto] come rifugiato e venditore di icone rubate […] e l’ho fatto ministro e sindaco del più grande comune dell’Albania (di Tirana; n.d.a.)”. Un’accusa pubblica quella, molto pesante, della quale l’accusato non ha detto mai una sola parola! Ma giovedì scorso però, l’ex primo ministro e il capo storico del partito socialista albanese ha detto dell’attuale primo ministro, quel “venditore di icone rubate”, che ormai “…è vistosamente maturato nell’ufficio del primo ministro”! Anche in questo caso l’autore di queste righe si è ricordato delle parole di Totò: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. Le cattive lingue, che sono sempre a conoscenza di cose che sfuggono agli altri, hanno subito detto che quelle dichiarazioni sono state profumatamente compensate, perché i mezzi non mancano, anzi! Basta che si possa spostare l’attenzione dal nuovo scandalo; quello del diretto e/o indiretto coinvolgimento di alcune delle massime autorità politiche e amministrative in Albania. Primo ministro compreso, come risulterebbe dalle intercettazioni telefoniche e dalle indagini effettuate in Italia, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”.

    Da quelle intercettazioni ed indagini, nonché dall’inchiesta in corso, portata avanti dalla procura di Catanzaro, risulterebbe che la ‘Ndrangheta calabrese ormai sia presente anche in Albania con investimenti, appalti milionari ed altro. Il che permetterebbe alla ‘Ndrangheta, tra l’altro, anche di riciclare ingenti somme di denaro sporco, di illecita provenienza. E guarda caso, dalle stesse intercettazioni e dalle indagini fatte, risulterebbe anche che alcuni rappresentanti politici italiani, a livello locale, nazionale ed europeo, in “ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione” con certi loro colleghi albanesi, contattati in questi ultimi anni da imprenditori e/o da intermediari della ‘Ndrangheta, abbiano “facilitato gli affari” in Albania. Bisogna sottolineare anche che, guarda caso, i governi italiani hanno sempre appoggiato l’attuale primo ministro albanese durante questi anni. Lo hanno fatto mentre si sapeva della criminalità organizzata in Albania, della connivenza di quella criminalità organizzata con il governo, della cannabizzazione diffusa del Paese e di tanto altro. E tutto ciò non poteva mai e poi mai essere attuato senza il beneplacito ed il diretto supporto governativo. Ormai è ben nota ed ufficialmente evidenziata anche la pericolosa e preoccupante collaborazione della criminalità organizzata albanese con quella italiana, ‘Ndranghta compresa. Una collaborazione che rappresenterebbe un grande pericolo per tutti e due i Paesi! Perché sono pericoli che oltrepassano i confini nazionali. Allora chissà perché però, tutto quell’appoggio dei governi italiani, o di alcuni loro ministri in particolare, per il primo ministro albanese durante questi ultimi anni?!

    Chi scrive queste righe nota, non senza rammarico, come alcuni “rappresentanti politici” cambino, di punto in bianco, le proprie “convinzioni ideologiche e programmatiche”. Come in Italia anche in Albania. E lo fanno semplicemente per riuscire a rimanere al potere, attaccati alle loro poltrone. Tutto il resto è ipocrisia e demagogia! In Italia, fino ad una settimana fa, si cercava, costi quel che costi, di far sopravvivere un governo, da mesi traballante, con l’appoggio dei “responsabili”. In Albania, il primo ministro sta cercando, costi quel che costi, di avere un terzo mandato nelle elezioni del 25 aprile prossimo! Anche con l’appoggio occulto delle cosche malavitose, come risulta averlo fatto anche in precedenza. Ma, a differenza dell’Italia, dove si indagano anche i politici, in Albania il sistema “riformato” della giustizia ubbidisce agli ordini del primo ministro. Ragion per cui “…I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori” come scriveva Catone.

  • Pericolose e preoccupanti presenze mafiose

    Quanto terribile è il pericolo che giace nascosto!

    Publilio Siro

    “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania, perché la mafia albanese è molto forte. In Albania c’è un pauroso livello della [sua] diffusione e della corruzione”. Così dichiarava, nel 2019, ad un media italiano, Nicola Gratteri, il procuratore capo della Dda (Direzione distrettuale antimafia; n.d.a.) di Catanzaro. Un procuratore di lunga, spiccata ed apprezzata carriera professionale nella lotta contro le organizzazioni malavitose in Italia e, in particolare, contro la ‘Ndrangheta calabrese. Lo stesso procuratore ha coordinato e condotto con successo anche l’operazione denominata “Basso profilo”. Un’operazione avviata nel 2016 e finalizzata una decina di giorni fa. Sono state 48 le persone raggiunte da un provvedimento restrittivo; 13 sono finite in carcere e 35 agli arresti domiciliari. In più, l’operazione ha portato anche al sequestro di ingenti valori monetari, oggetti preziosi ed altri beni materiali. Il principale indagato è un imprenditore, Antonio Gallo, accusato di “associazione a delinquere di stampo mafioso e di essere l’imprenditore in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche”. In seguito l’imprenditore, ritenuto il “braccio imprenditoriale delle cosche”, durante gli interrogatori di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il 21 gennaio scorso, durante una conferenza stampa, il procuratore capo Gratteri ha reso noto anche alcuni importanti dettagli di quell’operazione contro la ‘Ndrangheta nella provincia di Crotone. “Quella di oggi è un’indagine che dimostra il rapporto diretto tra ‘Ndrangheta, imprenditoria e politica. Epicentro di tutto è l’imprenditore Antonio Gallo, una persona eclettica che lavorava su più piani, che si muoveva con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, l’imprenditore o il politico” ha dichiarato Gratteri. L’obiettivo dell’imprenditore, secondo il procuratore, era quello di “…creare un monopolio sul territorio, per avere la possibilità di vincere gare truccate per la fornitura di prodotti per la sicurezza sul lavoro o per le pulizie anche a livello nazionale. Ed ecco qui che avviene l’aggancio con la politica”.

    Subito dopo la conferenza stampa del procuratore Gratteri, i media in Albania sono riusciti ad avere anche altre informazioni più dettagliate, contenute in centinaia di pagine. Si tratta di trascrizioni delle intercettazioni ambientali e telefoniche degli indagati dal 2016 in poi. In Albania l’impatto è stato immediato e forte, suscitando irritazione e sdegno pubblico e reazione politica e mediatica, soprattutto da parte di quei pochi media non controllati dal governo. E non poteva essere altrimenti. Dalle intercettazioni telefoniche, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”, risultava che il soprannominato imprenditore calabrese, il “braccio imprenditoriale delle cosche”, parlava e si riferiva anche ai suoi altolocati contatti in Albania. Contatti che, grazie alle sue conoscenze ed amicizie con politici in Italia portavano, oltre a degli imprenditori e funzionari pubblici albanesi, anche direttamente al sindaco di Tirana e al primo ministro. L’imprenditore calabrese si è già inserito in Albania da qualche anno ormai, aprendo, in un’area centrale e molto frequentata di Tirana, un negozio di prodotti per la sicurezza sul lavoro. Una delle attività che cita anche il procuratore Gratteri durante la sua sopracitata conferenza stampa. Un negozio che è stato tra gli argomenti discussi in questi giorni in Albania. L’imprenditore era molto interessato a trovare i giusti contatti ed appoggi istituzionali in Albania per avere delle licenze di costruzione, soprattutto a Tirana. Ma era altresì interessato a vincere degli appalti nel campo delle infrastrutture, del trattamento dei rifiuti, della sanità ed altro. Era disposto, lui e/o chi lui rappresentava, di riconoscere e pagare anche le dovute “percentuali” che, nel caso delle costruzioni a Tirana, arrivavano fino al 20%! E, “guarda caso”, tutti gli scandali milionari in Albania durante questi ultimi anni, alcuni dei quali confermati anche dalla Corte dei Conti, riguardano proprio quelle attività. Attività che risulterebbero essere molto “ambite” ed altrettanto “appetitose” anche per la ‘Ndrangheta, come viene confermato dalle intercettazioni telefoniche relative all’operazione “Basso profile”. Come mai e chissà perché?!

    Sia dalla conferenza stampa del procuratore Gratteri che dalle affermazioni di questi giorni degli specialisti, italiani ed albanesi, risulterebbe che in Albania la ‘Ndrangheta stia cercando, tra l’altro, di riciclare ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle sue attività malavitose. Una realtà questa, evidenziata e confermata durante questi ultimi anni anche da diverse istituzioni specializzate internazionali. Secondo il rapporto per il 2019 del MONEYVAL (Istituzione del Consiglio d’Europa, specializzata nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco ed il terrorismo; n.d.a.), l’Albania è stata inserita nella “zona grigia”, dove si raggruppano tutti i Paesi con grande rischio per il riciclaggio del denaro sporco. Dagli studi delle istituzioni internazionali specializzate risulterebbe altresì che delle 141 imprese edili che tra il 2017 ed il 2019 hanno avuto delle licenze di costruzioni più alte di sei piani il 59% di queste non avevano le necessarie capacità finanziarie per finire le costruzioni stesse. Ma hanno, comunque, finito di costruire! Il che significherebbe che in Albania realmente si stanno riciclando ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle attività illecite e dalla corruzione.

    La pubblicazione del contenuto delle intercettazioni telefoniche ha travolto e scombussolato i massimi rappresentanti della maggioranza governativa in Albania ed ha colto alla sprovvista e del tutto impreparata la propaganda governativa. Ma non è la prima volta durante queste ultime settimane (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021). Per cinque lunghi giorni, dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, il primo ministro albanese non ha detto e neanche ha scritto niente in merito. Ha lasciato quel difficile compito ad alcuni, pochissimi suoi zelanti e fedeli collaboratori e a degli opinionisti a pagamento. Ma siccome l’eco dello scandalo stava seriamente e gravemente aumentando, allora, il 26 gennaio scorso, lui ha deciso finalmente di parlare. E parlando, con area molto turbata, non ha fatto altro che ripetere uno scenario già noto e mettere in scena tutte le volte in cui lui si è trovato in grandi difficoltà. Il primo ministro, come suo solito in queste situazioni, ha negato tutto, ha cercato di minimizzare e ridicolizzare quanto risultava dalle intercettazioni ed ha anche minacciato i giornalisti, gli opinionisti e i media che lui non controlla. Ha offeso tutti loro con parole degne soltanto degli ubriaconi e dei coatti. Il primo ministro ha dichiarato tra l’altro, ma con aria cupa, anche che il negozio di Tirana del “braccio imprenditoriale delle cosche” era ormai un’attività fallita. Mentre, guarda caso, circa un mese fa, il ministero degli Esteri aveva fatto molti acquisti proprio in quel “negozio fallito”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per meglio informare il nostro lettore su questi gravi sviluppi. Perché ci sono tanti significativi dettagli che confermerebbero le attività della criminalità organizzata, sia locale che internazionale, in Albania. Compresa quella della ‘Ndrangheta. Presenze apparentemente di “basso profilo” con dei “negozi”, spesso sull’orlo di “fallimento”, ma che, in realtà, sono stati concepiti proprio per permettere diverse operazioni societarie e trasferimenti bancari offshore, nonché per intervenire, raccomandati, ad avere appalti pubblici e rappresentare grandi interessi occulti e criminali. L’autore di queste righe è convinto che negare tutto e con forza, quando si trova in grandi difficoltà, è la prima propensione del primo ministro albanese. Negare tutto con arroganza e determinazione, usando insulti, offese e minacce, è ormai un misero ed accusatorio “déjà vu”. Il suo modo di reagire, negando tutto, dimostra e testimonia proprio l’opposto contrario di quello che lui cerca di affermare. Nel caso in questione, la sua reazione testimonierebbe la reale, pericolosa e preoccupante presenza delle cosche mafiose in Albania, ‘Ndrangheta compresa. Ma niente di tutto ciò poteva facilmente accadere senza il suo consenso e il suo beneplacito. E se lo ha fatto avrà avuto, senz’altro, anche lui il suo tornaconto. I cittadini albanesi e chi di dovere nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea devono sapere, però, che si tratta sempre di presenze terribili. Anche perché si sta cercando di tenere nascosto il pericolo. Un pericolo non solo per l’Albania e gli albanesi, ma anche per molti altri Paesi europei, Italia compresa. Come ha dichiarato già nel 2019 anche il procuratore capo Nicola Gratteri. E cioè che “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania”.

  • Peccati madornali e abusi peccaminosi

    Pochi amano sentir parlare dei peccati che amano commettere.

    William Shakespeare; da “Pericle, il principe di Tiro”


    Non si sa con certezza se l’intero testo del dramma Pericle, il principe di Tiro sia stato scritto solo dal grande scrittore tra il 1607 ed il 1608. Ma tutti concordano però che tranne, forse, i due primi atti, il dramma è stato comunque attribuito a lui, a William Shakespeare. La trama dell’opera è stata trattata già nell’antichità greca e poi in quella latina. Anche altri autori, prima di Shakespeare, hanno scritto sullo stesso tema. Pericle, il principe di Tiro rappresenta un intreccio di diversi eventi drammatici e tragici che coinvolgono i personaggi del dramma. Pericle compreso. Tutto però prende via da un terribile, madornale peccato: quello dei rapporti incestuosi tra Antioco, re di Antiochia, e la sua bellissima ed unica figlia. Rapporti peccaminosi che il re faceva di tutto perchè nessuno venisse a conoscenza. Non volendo però che si pensasse ad un suo impedimento a sua figlia di sposarsi, aveva trovato anche la soluzione. Un indovinello. Sì, un indovinello, che chiunque pretendesse la mano di sua figlia, il nome della quale non ci viene mai detto, avrebbe dovuto trovare prima la giusta risposta. Si doveva, perciò, trovare un enigma nascosto nelle seguenti frasi: “Mi trasporta un delitto; mi cibo delle carni di mia madre; cerco un fratello mio, figlio di mia madre, marito di mia moglie e non lo trovo”. Un indovinello veramente difficile da capire. E chi sbagliava veniva subito ucciso. Nessuno però era riuscito a trovare la risposta, finché alla corte di Antioco arrivò Pericle, il principe di Tiro. Egli, dotato di intelligenza e di vasta cultura ed attratto dalla bellezza della figlia di Antioco, riuscì a capire l’enigma di quell’indovinello e diede la risposta ad Antioco. Il re però, molto turbato, negò che fosse quella giusta, ma diede a Pericle un mese di tempo per ripensare. Un stratagemma per farlo uccidere subito dopo, essendo il principe di Tiro l’unica persona che conosceva il suo terribile segreto. Segreto che, nel subconscio di Antioco, era diventato anche un tremendo e continuo incubo. Nel frattempo Pericle, avvisato dei crudeli piani del re, scappa e si salva, dando però inizio alle tante sue peripezie. Ma poi, dopo molti difficili e sofferti anni, anche per Pericle arrivano i giorni felici, avendo trovato finalmente la moglie e la figlia.

    “…Pochi amano sentir parlare dei peccati che amano commettere” scriveva Shakespeare nel suo dramma. E si riferiva al madornale peccato commesso da Antioco, quello dei rapporti incestuosi con sua figlia. Mettendo così in evidenza e stigmatizzando, tra l’altro, l’immoralità dei peccati. E di peccati, anche più gravi e tremendi di quello di Antioco, si commettono in tutte le parti del mondo. Anche in Albania. Ma se colui che commette peccati è proprio il primo ministro e se i peccati cadono non su una sola persona, ma su una moltitudine di persone e sul Paese stesso, allora i peccati diventano ben più gravi, perché tutto si fa abusando, in modo peccaminoso, del potere conferito [per modo di dire]. I fatti accaduti e che stanno accadendo, anche in queste ultimissime settimane, testimonierebbero che il primo ministro albanese sia realmente immerso in un pantano di madornali peccati contro gli interessi dello Stato, dei cittadini e della cosa pubblica. Peccati commessi soltanto per dei suoi interessi personali. Ragion per cui non ci dovrebbero essere dei dubbi: il peccato di Antioco, bensì tremendo, è minore se paragonato con quelli commessi consapevolmente dal primo ministro albanese e/o da chi per lui, soltanto durante queste ultimissime settimane. Sì, perché, tra l’altro, la cessione di territori marini del Paese alla Grecia, nonché la cessione, in “concessione”, di altri territori strategici a degli sceicchi arabi soltanto per degli occulti interessi e per delle convenienze personali, non possono essere che dei terribili peccati, severamente condannabili. Il nostro lettore deve sapere che, da secoli ormai, gli albanesi considerano e chiamano il loro Paese la “Madreterra” o la “Terramadre”. Perché lo considerano, in modo naturale e viscerale, proprio come una madre. Dimostrando così il più alto rispetto per il loro Paese e per la Madrepatria. Il primo ministro albanese però, dopo aver spezzettato il territorio del Paese, vende, a suo profitto, proprio parti del corpo della madre. Così facendo “…si ciba delle carni di mia madre”, come diceva Antioco nel suo indovinello.

    Circa due settimane fa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, un folto gruppo di persone molto altolocate e vicine al primo ministro albanese è stato filmato durante una lussuosa cena in uno dei più noti ristoranti della città. Parte del gruppo erano alcuni ministri vicini al primo ministro, degli alti funzionari pubblici ed il suo fedele consigliere speciale, nonché uno dei più noti imprenditori albanesi, dei giornalisti ed altri. Bisogna sottolineare un “piccolo particolare” però: erano tutti albanesi. Il video con delle immagini di quella cena, girato dai dipendenti del ristorante, come prassi, appena divulgato ha generato subito scalpore e grande indignazione pubblica in Albania. In quei giorni però intere e vaste aree del Paese erano sommerse dalle inondazioni, mentre il primo ministro si trovava a discutere e consentire degli accordi peccaminosi con il presidente turco ed il primo ministro greco. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò durante le due ultime settimane. All’indomani della diffusione del video, che hanno cercato invano di cancellare dalla rete, la propaganda governativa, trovata completamente impreparata e presa alla sprovvista, ha cercato di “spiegare” che si trattava di una cena offerta da un noto sceicco arabo alla fine di un grande ed importante accordo che lui aveva firmato con l’Albania! Cena però dove non si vedeva ombra, né dello sceicco e neanche di altri suoi collaboratori. A niente sono servite tutte le “acrobazie” della propaganda e di alcuni partecipanti alla “peccaminosa cena”. In realtà, per lo sceicco arabo c’era molto da festeggiare, eccome! Perché, con alcuni accordi lui era riuscito ad avere, a lungo tempo, in “concessione” il porto di Durazzo, che è il più grande porto dell’Albania ed un ingresso strategico ed importante verso i Balcani. Ma oltre all’accordo sul porto di Durazzo, il sceicco arabo ha avuto in “concessione” anche altre aree importanti sulla costa ionica ed all’interno dell’Albania. Accordi ormai “consolidati” anche legalmente, dopo l’approvazione di una legge, il 3 dicembre scorso dal Parlamento, in clamorosa violazione delle leggi in vigore. Non solo, ma in piena violazione anche con quanto previsto dall’Accordo di Stabilizzazione e Associazione dell’Albania con l’Unione europea. Un accordo, quello con lo sceicco, che sancisce l’illecita cessione di territori dell’Albania! Le cattive lingue dicono che anche il primo ministro albanese ha avuto quanto ha voluto in cambio. Ma, ovviamente, non quello che ha detto dopo la sua visita, il 26 novembre scorso, negli Emirati Arabi Uniti! Lui sa anche il perché!

    Proprio negli stessi giorni che a Dubai si consumava la “cena peccaminosa”, il primo ministro albanese, dopo aver finito la sua “fruttuosa visita” in Turchia, di cui il nostro lettore è stato informato, è andato in Grecia. L’anfitrione, il primo ministro greco, lo ha invitato ad una “cena privata” a casa sua! Non si sa di cosa abbiano parlato e su cosa si siano accordati loro due. Si sa però che il 19 gennaio scorso il Parlamento greco ha approvato l’allargamento, con 12 miglia, del suo confine marino a scapito dell’Albania. Si tratta di un altro scandaloso accordo fatto in gran segreto per l’opinione pubblica albanese. Si sa però che il primo ministro albanese ha ceduto “privatamente” vaste superfici marine e sottomarine alla Grecia. Anche in questo caso, lui sa il perché!

    Chi scrive queste righe tornerà di nuovo su questi due argomenti importanti, convinto che altri particolari  usciranno durante le prossime settimane e mesi. Egli è altrettanto convinto però che il primo ministro e i suoi faranno di tutto per offuscare questi scandali. Anche perché sono veramente pochi quelli che amano sentir parlare dei peccati che, loro stessi, amano commettere.

  • Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.
    Aristotele; “Politica”


    Il 6 e il 7 gennaio scorso il primo ministro albanese è stato in Turchia per una visita ufficiale. L’anfitrione, il presidente turco, aveva riservato un’accoglienza in pompa magna per il suo discepolo e “caro amico” albanese. Secondo le informazioni ufficiali si trattava di una visita, durante la quale i due “amici” hanno rinnovato la loro stretta collaborazione. Sono stati firmati diversi accordi, tra i quali il più importante era l’Accordo del Partenariato Strategico tra i due Paesi. Sempre secondo le informazioni ufficiali, il presidente turco ha promesso al suo ospite albanese sostegno ed investimenti in Albania. Si tratta di investimenti per la costruzione di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019 e di un ospedale. Ma si tratta anche di investimenti per la costruzione/ricostruzione di diverse moschee in Albania. Bisogna ricordare che in pieno centro di Tirana, accanto al Parlamento, con il diretto interessamento del presidente turco e gli investimenti da lui garantiti, è stata costruita ormai la più grande moschea di tutta la penisola balcanica. Durante la comune conferenza stampa, il 7 gennaio scorso, il presidente turco ha dichiarato solennemente che “…l’Albania è un Paese amico, fratello e alleato. Siamo due popoli fratelli, che abbiamo combattuto insieme e che abbiamo lasciato segni nella storia”. Poi ha aggiunto che dappertutto in Albania attualmente si “trovano molte testimonianze della cultura comune”. Affermazioni che rispecchiano alcuni dei pilastri della cosiddetta Dottrina Davutoğlu, la quale è stata trattata la scorsa settimana dall’autore di queste righe (Relazioni occulte e accordi peccaminosi; 11 gennaio 2021). Durante la stessa conferenza stampa, il primo ministro albanese ha ringraziato il suo “caro amico” presidente per quanto ha fatto e sta facendo per l’Albania e, a sua volta, ha promesso la stretta collaborazione, sua e del suo governo, per combattere il terrorismo e le organizzazioni terroristiche. Una cosa che il presidente turco aveva da tempo chiesto al suo “amico” ed ha pubblicamente sottolineato anche durante la comune conferenza stampa. Secondo quest’ultimo “…la collaborazione nella lotta contro il terrorismo” rappresenta un’importanza particolare. Subito dopo ha specificato che si trattava di una sola organizzazione, considerata terroristica dal presidente turco. Ribadendo, convinto e determinato, anche che non permetterà mai che quell’organizzazione possa “…avvelenare le relazioni tra i due Paesi.”. Opinione, quella, condivisa anche dal primo ministro albanese. Ed era la sola richiesta che il presidente turco aveva fatto al primo ministro albanese durante la sopracitata visita. Almeno secondo quanto hanno ufficialmente dichiarato durante la loro comune conferenza stampa. Perché di quello sul quale  loro due si sono accordati in privato, e ne hanno avuto occasione, non si è saputo e non si saprà mai. Ma, leggendo tra le righe si capisce che non tutto è stato detto al pubblico, anzi! Perché non si possono dire le ragioni e neanche le reciproche promesse fatte per degli accordi e delle intese di interesse personale. Di entrambi. Per il momento il primo ministro albanese deve fare di tutto per avere un terzo mandato, costi quel che costi, durante le elezioni del 25 aprile prossimo. Ed al suo “caro amico”, al presidente turco, sono “sfuggite” alcune parole, durante la sopracitata conferenza stampa, che si riferivano proprio al suo appoggio per il primo ministro durante quelle elezioni. Parlando della sopracitata costruzione di un ospedale in una delle regioni roccaforti del primo ministro albanese, come parte importante degli accordi firmati, il presidente turco ha detto che “…finirà prima delle elezioni!”. In più, il presidente turco ha anche espresso la sua convinzione che “…le elezioni del 25 aprile saranno utili per il popolo albanese e l’Albania”. E, ovviamente, perché tutto ciò possa accadere, il presidente turco dovrebbe aver promesso al suo amico albanese tutto il suo appoggio. A patto, però, che quest’ultimo continuasse a garantire la collaborazione ed il suo personale impegno nella lotta comune contro quella “organizzazione terroristica” che potrebbe “avvelenare le relazioni tra i due Paesi”.

    Si tratta dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.). Secondo il presidente turco, il capo di quest’organizzazione, Fethullah Gülen, è stato proprio l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 16 settembre 2016 in Turchia. In realtà Gülen, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è anche tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, da allora ben radicata sia in Turchia, che in altri paesi. Albania compresa. Gülen è stato, fino al 2012, uno dei più stretti amici e collaboratori dell’attuale presidente turco. Amicizia e collaborazione che finì definitivamente nel 2013, quando Gülen denunciò pubblicamente gli scandali della corruzione, che vedevano direttamente coinvolto Erdogan e i suoi familiari. Da allora quest’ultimo ha dichiarato guerra all’ultimo sangue a Gülen, essendo anche ufficialmente considerato il capo della sopracitata organizzazione FETÖ dalle istituzioni turche della giustizia. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitense l’estradizione di Gülen. Estradizione che è stata sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti, che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei confronti di Gülen.

    Guarda caso però, l’Albania che sta proseguendo, anche se con risultati vistosamente negativi, il processo dell’adesione nell’Unione, è anche l’unico Paese europeo che da alcuni anni ormai sta condividendo ufficialmente quanto ritiene il presidente turco Erdogan. Mettendosi così, apertamente, contro tutti i Paesi occidentali e gli Stati Uniti. Chissà perché e chissà in cambio di cosa?! Non solo, ma era proprio a fianco del suo “caro amico” Erdogan che il primo ministro, durante la sopracitata conferenza stampa, ha accusato le istituzioni dell’Unione europea. Riferendosi agli Stati membri e all’Unione stessa, lui ha dichiarato che “…diversamente da alcuni altri […] la Turchia e il presidente Erdogan si sono trovati vicini al popolo albanese durante la pandemia, dimostrando valori di solidarietà”. Nessuno sa, però, a quali aiuti si riferiva il primo ministro albanese e in cambio di quale promessa fatta a lui [personalmente] dal presidente turco. E non è la prima volta, soprattutto in questi ultimi anni, mentre il processo europeo dell’Albania è vistosamente bloccato, per diretta responsabilità del primo ministro albanese, che quest’ultimo attacca e minaccia le istituzioni europee e/o i singoli Stati membri dell’Unione europea. Seguendo proprio l’esempio del suo “caro amico” Erdogan.

    Chi scrive queste righe pensa che la somiglianza tra loro va oltre ed è molto più ampia. O meglio dire, la smania del primo ministro albanese di imparare, di imitare e di somigliare al suo amico in tutto e per tutto è vistosa. E in tutto e per tutto li accomuna una caratteristica: per il loro potere personale sono disposti a qualsiasi cosa, ignorando principi e vendendo anche l’anima, se necessario. L’attaccamento al potere ha messo in evidenza i loro comportamenti da veri despoti. Essendo, però, anche molto attenti, con le loro note capacità demagogiche, di apparire come dei patrioti, come dei “padri della nazione”, premurosi e attenti al benessere dei rispettivi cittadini. Calpestando, però, le loro innate libertà e i loro sacrosanti diritti. E come la maggior parte dei tiranni, che sono stati anche demagoghi, si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

  • Relazioni occulte e accordi peccaminosi

    Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico:
    “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”.

    Vangelo secondo Giovanni; 8/34

    La Turchia, dall’inizio del nuovo millennio, sta cercando di diventare un fattore geopolitico non solo a livello regionale. Un obiettivo strategico, quello, reso pubblico negli anni ’90 del secolo scorso dall’allora presidente turco Turgut Özal. “… Il 21o secolo sarà il secolo dei Turchi” dichiarava lui convinto. E così si poteva garantire una “… giusta posizione della Turchia nel mondo”. Una posizione, quella, che la Turchia aveva cominciato a perdere, partendo dall’inizio del 20o secolo, ancora prima del crollo definitivo dell’Impero. Ed era proprio sull’eredità dell’Impero ottomano che si poteva e si puntava per raggiungere quell’obiettivo strategico. All’inizio di questo millennio è stato pubblicato un libro intitolato Profondità Strategica. La Posizione Internazionale della Turchia. Un libro che, guarda caso, non è stato tradotto in inglese. L’autore era Ahmet Davutoğlu, allora un professore universitario di relazioni internazionali ad Istanbul. In quel libro l’autore aveva definito proprio la strategia da seguire per raggiungere l’obiettivo formulato e pubblicamente dichiarato dal presidente Özal. Prese vita così quella che ormai è, pubblicamente ed internazionalmente, nota come la Dottrina Davutoğlu. Egli era convinto che la Turchia doveva smettere di avere una politica estera passiva, dipendente dagli alleati. Il tempo era venuto per attuare un nuovo approccio proattivo e multidimensionale nella politica estera, cominciando con tutta l’area d’influenza dell’ex Impero ottomano. Davutoğlu considerava come molto importante la posizione geografica della Turchia: una crocevia tra i Balcani, il Mar Nero e Caucaso, il Mediterraneo orientale ed il Golfo Persico, arrivando fino all’Asia Centrale. La Dottrina Davutoğlu considera molto importante anche l’eredità storica e i legami etnico-religiosi e culturali stabiliti, intessuti e consolidati durante secoli dall’Impero Ottomano. Davutoğlu riteneva che, nonostante le importanti riforme fatte da Mustafa Kemal Atatürk, il primo presidente della Repubblica (dal 1923 fino al 1938, quando morì; n.d.a.), considerato come il padre della Turchia moderna, i legami storici, religiosi e culturali con i paesi dell’ex Impero ottomano erano ancora presenti e validi. Secondo Davutoğlu, quei legami si dovevano soltanto riattivare. La sua dottrina si basava, tra l’altro, sulla costituzione di un raggruppamento, di un Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo la Dottrina Davutoğlu, la Turchia dovrebbe diventare un “…catalizzatore e motore dell’integrazione regionale. La Turchia non doveva più essere “un’area di anonimo passaggio”, ma diventare un “artefice principale del cambiamento”. Davutoğlu nella sua dottrina riteneva che la Turchia doveva “rivitalizzare la propria eredità storica, ricca, variegata e multiforme”. Perché solo in questo modo la Turchia potrebbe “…non solo contare sul piano regionale, ma esercitare la propria influenza nelle aree di crisi globali”. E perché questo obiettivo si potesse realizzare, la Turchia doveva organizzare diversamente i suoi rapporti “… con i centri di Potenza, creando un hinterland fondato su rapporti culturali, economici e politici storicamente consolidati.”.

    Davutoğlu era preoccupato del perenne scontro e gli attriti continui con la Grecia, nonché della crisi con la Bulgaria. Il che non ha permesso alla Turchia di attuare e garantire “un’incisiva politica per i Balcani”. Egli aveva fatto suo uno degli obiettivi del presidente Atatürk, “pace in casa, pace nel mondo”, proponendo la politica di avere “zero problemi con i vicini”. Una specie di Pax-Ottomana che dovrebbe permettere alla Turchia di diventare il rappresentante regionale e, perciò, anche il diretto interlocutore con le due attuali grandi potenze: gli Stati Uniti d’America e la Cina.

    La Dottrina Davutoğlu è stata appoggiata fortemente dall’attuale presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, dall’inizio della sua ascesa politica, che cominciò nel 1994, con la fondazione del suo partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP: Adalet ve Kalkınma Partisi; n.d.a.). Il resto è ormai pubblicamente noto. Nel frattempo però Erdogan, allora primo ministro, apprezzando il contributo di Davutoğlu, lo nominò nel 2009 come il suo ministro degli Esteri. In seguito, quando Erdogan è stato eletto presidente della Repubblica, Davutoğlu diventò primo ministro e dirigente del partito di Erdogan, nell’agosto 2014. Cariche che ha avuto fino a maggio 2016, quando, per forti disaccordi con Erdogan, Davutoğlu diede le sue dimissioni come primo ministro, e nel settembre 2016 anche come capo del partito. Da allora Davutoğlu ha fondato e guida il Partito del Futuro. Un partito di orientamento islamico conservatore ed in aperta opposizione con Erdogan. Nel frattempo però, il presidente turco sembra si sia dimenticato della politica di “zero problemi con i vicini”. Adesso Erdogan si sta affrontando con una ben altra e preoccupante realtà, caratterizzata da “solo problemi con i vicini”. Grecia compresa.

    Bisogna sottolineare comunque che la Turchia, cominciando dalla fine del secolo scorso e, soprattutto, durante il primo decennio degli anni 2000, ha raggiunto dei successi. E’ stato attuato un notevole e significativo sviluppo economico, con tassi di crescita inferiori soltanto alla Cina. Uno sviluppo basato sull’energia e le infrastrutture, su una politica economica che aveva permesso le dovute liberalizzazioni e l’apertura dei mercati, come si prevedeva anche negli acquis communautaire. Sì, perché la Turchia aveva firmato già dal 1963 il Trattato di associazione con l’allora Comunità europea (CE) ed in seguito, nel 1979, il Protocollo addizionale del Trattato di associazione. Nel 1999 il Consiglio europeo decise che la Turchia diventasse paese candidato all’adesione nell’Unione europea. I negoziati dell’adesione cominciarono nel dicembre 2005. Ma da allora ad oggi i negoziati non hanno fatto progressi, per delle ragioni ormai note. Non solo, ma da circa un decennio i rapporti della Turchia con l’Unione europea non sono progrediti; anzi! Da anni ormai Erdogan sembra non abbia più interesse ad aderire all’Unione europea. Non solo, ma proprio per “sfidare” l’Unione, dall’inizio dell’attuale decennio, lui ha cominciato e sta proseguendo, determinato e spesso anche minaccioso, ad assumere ed esercitare anche il ruolo del rappresentante internazionale dell’islamismo politico, tessendo, tra l’altro, rapporti di amicizia e di stretta collaborazione con l’Associazione dei Fratelli Musulmani.

    Proprio con Erdogan, ed invitato da quest’ultimo, c’è stato l’incontro del primo ministro albanese ad Ankara la scorsa settimana. Da notare che l’Albania, essendo stata per cinque lunghi secoli sotto l’Impero ottomano, dovrebbe aver a che fare anche con quanto prevede la Dottrina Davutoğlu. Essendo stata una visita “a sorpresa”, almeno in Albania, si sa ben poco di quello di cui, realmente, hanno parlato i due “amici” durante quei due giorni. Ma tenendo presente le realtà, sia in Turchia che in Albania, gli sviluppi e gli attriti nella regione, vivendo un periodo di “solo problemi con i vicini”, al contrario di quanto prevedeva la Dottrina Davutoğlu, quanto possano aver parlato e accordato il presidente turco ed il primo ministro albanese non si saprà mai.

    Chi scrive queste righe pensa, anzi è convinto, che quanto è stato deciso ed accordato durante quei colloqui segreti, non porterà niente di buono all’Albania e agli albanesi. L’autore di queste righe promette al nostro lettore di continuare a trattare l’argomento, con molta probabilità, la prossima settimana. Anche perché sono tante le cose che meritano la dovuta attenzione. Egli però è convinto che, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, il primo ministro albanese si presenta, da anni ormai, come un “devoto” del presidente turco, cercando di imitarlo e di diventare come lui: un despota! E come Erdogan lui cerca, a tutti i costi, di rimanere al potere. Erdogan, con il referendum del 2017, diede a se stesso ulteriori poteri istituzionali per attuare i suoi obiettivi. Il primo ministro albanese ha fatto lo stesso. Gli ultimi emendamenti costituzionali di due mesi fa, riguardanti la riforma elettorale, lo dimostrerebbero palesemente. Nel frattempo Erdogan punta a controllare i Balcani, parte dei quali è anche l’Albania, come prevede la Dottrina Davutoğlu. E nonostante non si sa di cosa sia discusso ed accordato tra i due la scorsa settimana, tutto fa pensare che Erdogan ha ed avrà il consenso del “suo amico”, il primo ministro albanese. Ma quest’ultimo non vende l’anima per niente. In cambio avrà l’appoggio di Erdogan durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Come lo stesso presidente ha accennato durante la conferenza stampa comune. Perché il primo ministro albanese vuol avere, costi quel che costi, un terzo mandato. E per averlo sarebbe disposto a tutto. Anche ad accordi peccaminosi con il suo amico presidente, con il quale tutto fa pensare che abbia stabilito delle relazioni occulte. Chi scrive queste righe è convinto, da quanto è accaduto in questi ultimi anni, che il primo ministro albanese abbia veramente molto peccato. Perciò, come testimonia il Vangelo di Giovanni, chiunque commette il peccato è schiavo del peccato!

  • Riflessioni di fine anno

    Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti.

    Antico Testamento; Salmi; 11/4

    Stanno trascorrendo gli ultimi giorni di quest’anno. Un anno veramente diverso e difficile per l’umanità, questo che sta per finire. Un anno pieno di privazioni di ogni genere, di sofferenze e di perdite di molte, moltissime vite umane dovute alla pandemia di coronavirus. Le conseguenze di tutto quanto è accaduto e sta accadendo quest’anno e, soprattutto, delle lunghissime chiusure forzate delle attività produttive in tutto il mondo, purtroppo, si faranno sentire a lungo, causando ulteriori privazioni e sofferenze di ogni tipo per l’umanità. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. L’unico auspicio, dopo una simile e brutta esperienza a livello mondiale, è che coloro i quali hanno delle responsabilità istituzionali possano trarre le dovute conclusioni ed, in seguito, agire di conseguenza. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. Anche se, quanto è accaduto dopo la drammatica e grave crisi finanziaria, iniziata negli Stati Uniti d’America nel 2008 e poi diffusasi su scala mondiale e seguita da una altrettanta drammatica e grave crisi economica, non è servita da lezione. Purtroppo il genere umano non sempre riesce a trarre lezioni dalla storia. E poi ne paga tutte le conseguenze! Quello che è accaduto e sta accadendo da decenni ormai testimonierebbe la folle corsa dei pochi “potenti del mondo” verso gli sproporzionati e crescenti guadagni, calpestando consapevolmente con sadismo, indifferenza disumana e spietata arroganza gli interessi degli altri. Papa Francesco, consapevole di quanto possano essere pericolose per l’intera umanità le conseguenze dell’attuazione di simili strategie finanziarie ed economiche, ha reagito di nuovo. Lo ha fatto il 21 novembre scorso, inviando un videomessaggio ai partecipanti dell’Incontro internazionale “Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, svoltosi ad Assisi da 19 a 21 novembre scorso. Il Pontefice ha proposto e chiesto un patto per un nuovo modello economico. Papa Francesco ha ribadito che “Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti, come unità di misura, e sulla ricerca di politiche pubbliche simili, che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale”. Essendo convinto che “… urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che l’attuale sistema mondiale è insostenibile”. A tutte le persone responsabili, sia a scala locale che più ampia, spettano le dovute e necessarie reazioni concrete!

    Un anno veramente difficile è stato questo che sta per finire anche in Albania. Non soltanto per le conseguenze causate dalla pandemia e dovute, soprattutto, al modo irresponsabile e del tutto inadeguato e “personalizzato” con cui è stata e si sta affrontando la crisi da parte delle istituzioni specializzate e le persone istituzionalmente responsabili. Partendo dal primo ministro, che ha “gestito” l’emergenza secondo i suoi interessi personali, legati al suo potere politico. Un anno questo che sta per finire, pieno, inevitabilmente, anche di innumerevoli e continui scandali e di abusi di potere. Un anno questo che sta per finire, durante il quale si è chiaramente evidenziato il [voluto e programmato] fallimento di diverse riforme. Riforme molto importanti e necessarie per la democratizzazione del Paese, che hanno avuto come garanti anche i soliti “rappresentanti internazionali”, ma che, invece, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, sono risultate [volutamente] fallite. In Albania, purtroppo, anche durante la pandemia, i soliti avidi ed insaziabili con il denaro pubblico hanno continuato imperturbabili a fare ingenti danni con degli appalti pubblici “segreti”, a causa della pandemia! Una nuova invenzione abusiva, in piena violazione delle leggi in vigore, che si sta attuando da mesi ormai. Una realtà che però “sfugge” all’attenzione delle nuove e “riformate” istituzioni del sistema di giustizia. Chissà perché?! In Albania, ormai da qualche anno, tutto può accadere ma, purtroppo, nessuno si stupisce più. Si è arrivati ormai fino a questo punto! Tutto è stato facilmente prevedibile e, allo stesso tempo, anche inevitabile però, viste le persone che gestiscono la cosa pubblica in questi anni.

    Durante quest’anno in Albania sono accaduti, evidenziati e testimoniati molti, veramente molti abusi di potere e milionari scandali governativi, pubblicamente e/o legalmente denunciati. Ma niente è accaduto. Tutte le “riformate” istituzioni del “riformato” sistema della giustizia hanno continuato “tranquilli”, come se niente fosse. Nella loro rete sono finiti soltanto dei “pesciolini piccoli”. Mentre i “pesci grandi”, come li chiamava, alcuni anni fa, uno dei più importanti “rappresentanti internazionali”, tenendo presente i vertici della politica e i massimi dirigenti delle istituzioni statali, sono sempre sfuggiti da quella rete. Chissà perché?! I diretti accusati e denunciati, pubblicamente e/o legalmente, primo ministro in testa, continuano però indisturbati a causare ulteriori danni alla cosa pubblica e non soltanto. Per trattare e analizzare tutto ciò non basterebbero centinaia di pagine. Il nostro lettore, ad ogni modo, è stato sempre informato di una parte di questi abusi e scandali.

    L’autore di queste righe distingue e valuta però come molto significativo e rappresentativo un brutto avvenimento accaduto quest’anno, il quale, da solo, testimonia la restaurazione di una nuova dittatura in Albania, durante questi ultimi anni. Si tratta proprio del barbaro e vigliacco abbattimento dell’edificio del Teatro Nazionale, in pienissimo centro della capitale. Un abbattimento fatto notte tempo, il 17 maggio scorso, in piena chiusura per la pandemia, violando consapevolmente e con arroganza sia la Costituzione che la legislazione in vigore. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ben informato (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020). Il nostro lettore è stato informato, a più riprese, anche di quanto è accaduto, da quando cominciò la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una lunga, quotidiana, pacifica e civile protesta, cominciata il 15 giugno 2018. Protesta che è stata però brutalmente interrotta il 17 maggio scorso, dopo un ‘talebano’ intervento da parte della polizia [non] di Stato e delle truppe paramilitari volutamente non identificabili. Tutti armati e che hanno agito violando tutte le leggi in vigore. È stato barbaramente demolito un simbolo nazionale, non solo di cultura ma anche di storia. E’ stato distrutto per costruire, al suo posto, dei grattacieli di cemento armato. E’ stato distrutto il Teatro Nazionale, secondo le cattive lingue, per riciclare nell’edilizia ingenti somme di denaro, provenienti dalle attività illecite. Ma non lo dicono solo le cattive lingue. Quel tipo di riciclaggio è stato evidenziato e ribadito anche dall’ultimo rapporto ufficiale del 2019 di MONEYVAL (il Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.), nella parte dedicata all’Albania. E’ stato abbattuto il Teatro Nazionale, nonostante gli appelli ufficiali e le tante richieste, fatte al primo ministro, da parte delle più importanti istituzioni internazionali specializzate e dai rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Il primo ministro però, come risposta e come suo solito, ha usato le bugie e gli inganni per i rappresentanti delle istituzioni internazionali. Mentre per gli indignati e offesi cittadini albanesi ha usato, tra l’altro, anche le parole arroganti. Sempre come suo solito.

    Chi scrive queste righe, riflettendo su quanto è accaduto quest’anno in Albania, è convinto che l’unica salvezza è la ribellione dei cittadini responsabili per rovesciare di nuovo la dittatura. Come nel 1991. Speranzoso anche che, come si scriveva nell’Antico Testamento, il Signore possa recidere tutte le labbra bugiarde e le lingue che dicono parole arroganti. Compresa anche quella del primo ministro albanese.

  • Despoti, violenza statale e rivolta

    Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità

    quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.

    Hannah Arendt

    Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio conosciuto come Caligola, è stato, dal 37 al 41 d.c., uno degli imperatori romani. Da fonti storiche dell’epoca risulterebbe che da giovane egli abbia avuto il sopranome Caligola proprio dalla caliga, una calzatura usata in quel periodo. Risulterebbe anche che siano stati proprio i legionari del suo predecessore, Tiberio, a chiamarlo così, nonostante a lui non piacesse. Sempre dai dati storici, risulterebbe che all’inizio lui sia stato un imperatore liberale. Ma nell’autunno del 37 d.c. subì una ricaduta, dovuta ad una grave malattia. Da fonti storiche del tempo, nonché da studi recenti, si presume che si trattasse di gravi alterazioni mentali dovute a disturbi bipolari. Risulterebbe che, in seguito, Caligola abbia cambiato completamente il modo di gestire l’impero, diventando un despota. Tutti riconoscevano in lui un imperatore irascibile e stravagante, con una condotta pubblica irresponsabile, folle ed imprevedibile. Sempre riferendosi alle fonti storiche, risulterebbe che Caligola amasse molto i cavalli e particolarmente uno, il suo preferito: Incitatus. Un cavallo che aveva una scuderia di marmo e che lo coprivano con delle bardature ricamate con fili d’oro e coperte di pietre preziose. Secondo alcune fonti storiche risulterebbe anche che Caligola avesse promesso di far nominare il suo cavallo console. C’è chi dice senatore. E c’è chi sostiene, addirittura, che non sia stata un’intenzione ma addirittura un fatto compiuto. Chissà se è vero o no? Ma anche se tutto ciò che viene tramandato da secoli e riferito allo strano rapporto tra Caligola e il suo cavallo fosse stata una pura invenzione resta però il fatto che egli viene riconosciuto, comunque, come un despota che pretendeva di essere divinamente onorato e venerato da tutti. Tuttora, sentendo il suo nome, si fa sempre riferimento ad un autocrate che ha massacrato i suoi oppositori. Ormai tutti riconoscono e concordano che Caligola, con le sue stravaganze, le sue eccentricità e bizzarrie, con le sue depravazioni e le sue irresponsabilità, ha sperperato e dilapidato il patrimonio imperiale e la cosa pubblica. Caligola è stato assassinato nel 41 d.c. da alcuni pretoriani.

    All’inizio del 21o secolo in Albania cominciò la sua ascesa al potere colui che adesso è il primo ministro del Paese. All’inizio, e cioè circa venti anni fa, anche lui veniva considerato come liberale nel modo in cui esercitava il suo potere. Come Caligola. Ma durò poco. Proprio in quel periodo, in un giornale, diretto da colui che attualmente è uno dei suoi più stretti collaboratori, sostenitori e consiglieri, veniva pubblicata la sua cartella clinica. Da quella cartella risultava che l’attuale primo ministro albanese, da anni, soffrisse di disturbi mentali e più precisamente di disturbi bipolari. Come Caligola. Nessuno però, nemmeno il diretto interessato, ha negato la veridicità del contenuto di quella cartella clinica, allora e/o in seguito. Nessuno, allora e/o in seguito, ha denunciato per calunnia il direttore di quel giornale. Anzi, adesso lui, che continua ad essere a capo dello stesso giornale, è in ottimi rapporti con il primo ministro e quel giornale è molto attivo e importante per la propaganda governativa. Con gli anni il primo ministro albanese ha dimostrato sempre più chiaramente il suo vero carattere, quello di un despota, di un arrogante irascibile, di un vendicatore, di uno stravagante, di un individuo che, abusando senza scrupolo alcuno, ha dilapidato e sperperato il patrimonio dello Stato, il denaro e la cosa pubblica. Come Caligola. Negli ultimi anni, da quando, nel 2013, è diventato finalmente la persona più potente in Albania, dati e fatti accaduti e che stanno attualmente accadendo alla mano, lui volutamente ha restaurato la dittatura in Albania, diventando così un despota. Come Caligola. Il primo ministro albanese pretende di essere considerato e venerato come il padre della Patria, “rappresentante di Dio”, venuto per emancipare ed educare i cittadini. Come Caligola. In una recente intervista ad una rivista francese, il primo ministro ha “confessato” la sua grande tristezza e la sua profonda delusione perché, nonostante lui avesse fatto il suo meglio tutto era stato invano. “…Gli albanesi non mi hanno capito; io non posso educarli” dichiarava in quell’intervista il primo ministro! Proprio lui che opprime con violenza ogni sorta di seria e vera opposizione, soprattutto quella dei cittadini rivoltati, e che denigra ogni oppositore che gli dà “fastidio”. Come Caligola. E come Caligola, che voleva nominare console Incitatus, il suo cavallo preferito o, addirittura, lo aveva veramente fatto, anche il primo ministro albanese sceglie come deputati e nomina come ministri semplicemente dei leccapiedi, delle persone senza integrità alcuna, per poi usarli a suo piacimento in caso di necessità e buttarli poi, appena non ne sente più il bisogno. Nel 41 d.c., dopo tante bizzarrie, depravazioni e clamorosi abusi di potere, alcuni pretoriani uccisero Caligola, ponendo così fine alla sua dittatura. Adesso, nel 21o secolo, spetta ai consapevoli e responsabili cittadini albanesi di ribellarsi contro il dispotismo del primo ministro e cacciarlo via il prima possibile. Poi, con un vero, indipendente e funzionante sistema di giustizia, giudicare tutto quello che lui ha fatto in questi circa venti anni per dargli il verdetto che si merita.

    La settimana scorsa si è avuto un’ulteriore dimostrazione, l’ennesima, della confermata violenza estrema causata dalla polizia, che invece di ubbidire e servire lo Stato e difendere i cittadini, ubbidisce e serve il regime e uccide inermi ed innocenti cittadini. Nelle primissime ore dell’8 dicembre scorso, due poliziotti avevano visto e poi seguito un giovane di 25 anni, il quale, stando vicino casa, aveva comunque “violato” l’ordinanza governativa dovuta alla pandemia. Non si sa perché il giovane si trovasse fuori in quell’ora. Non si sa neanche cosa sia realmente accaduto in quei pochi minuti. Si sa però che il giovane è stato trovato ucciso a due passi dall’ingresso della sua casa. Si è saputo in seguito che era un ragazzo tranquillo e per bene. Lo aveva ucciso uno dei due poliziotti che lo seguivano, con una pallottola alle spalle. Lo scandalo però comincia nelle ore successive. La polizia ha diramato, durante la giornata, alcune versioni “ufficiali” su quello che era accaduto, tutte diverse l’una dall’altra e che si contraddicevano a vicenda. Tutte le versioni però cercavano, intenzionalmente e consapevolmente, di “coprire” e difendere l’operato del poliziotto e di “colpevolizzare” il giovane ucciso. Il che rappresenta l’ennesimo scandalo in cui viene direttamente coinvolta la polizia [politica] al servizio della dittatura. Il che evidenzia palesemente, però, anche l’esistenza ed il funzionamento di un diabolico meccanismo, gestito dai massimi dirigenti della polizia, per falsificare ed alienare la realtà, presentando come verità soltanto quella che giustifica il suo operato e che suggerisce la propaganda governativa.

    Da mercoledì scorso centinaia di giovani arrabbiati hanno cominciato a protestare contro quella uccisione e soprattutto contro l’operato della polizia politica, che prende ordini direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Una protesta che non solo non si è placata dalle [comandate] “dimissioni” del ministro degli Interni, ma anzi, si è rinvigorita e diffusa anche in altre città. Una protesta che continua ormai da cinque giorni, nonostante la sproporzionata ed ingiustificata violenza delle strutture speciali della polizia e altre strutture paramilitari molto attive.

    Chi scrive queste righe, come spesso accade, avrebbe molte altre cose da scrivere sul caso, per meglio informare il nostro lettore. Lo farà in seguito. Egli è però convinto che la tirannia in Albania deve essere demolita e annientata solo dalla sacrosanta rivolta dei cittadini responsabili. I giovani, durante questi giorni, stanno dando dei segnali ed un buon esempio per tutti. Perché tutti devono finalmente capire che il terrore è l’essenza del potere totalitario. Tutti!

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