Albania

  • Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze!

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Da molto tempo i rapporti tra la Serbia ed il Kosovo sono stati e rimangono tesi. I primi conflitti sono cominciati già dal 19o secolo, per poi continuare all’inizio del secolo passato, soprattutto durante la prima guerra balcanica (1912-1913). I conflitti non si sono placati neanche dopo la seconda guerra mondiale, nonostante fossero sporadici e localizzati. Gli scontri tra i serbi e gli albanesi del Kosovo si sono riattivati soprattutto dopo la morte di Tito nel 1980, continuando per tutto il decennio per poi accentuarsi dopo che la Repubblica Federale di Jugoslavia (costituita nel 1992 e che, in quel periodo, comprendeva la Serbia, il Kosovo ed il Montenegro; n.d.a.) cominciò a disgregarsi all’inizio degli anni ’90. In seguito tra i due Paesi c’è stata anche una guerra che ebbe inizio a febbraio del 1998. Il 5 marzo 1998 a Prekaz, un villaggio in Kosovo, c’è stato un massacro. Numerosi soldati serbi attaccarono alcune abitazioni dove vivevano famigliari e parenti di uno dei più noti comandanti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, che era stato costituito alcuni anni prima per far fronte alle crescenti frustrazioni della popolazione albanese da parte dei militari serbi. In quel massacro sono stati uccisi 60 albanesi, di cui diciotto donne e dieci minorenni. Quanto accadde quel 5 marzo ha attirato subito l’attenzione pubblica internazionale. Immediata ed unanime è stata la condanna da parte delle cancellerie europee e di quella statunitense. L’allora segretaria di Stato dichiarò che ” Questa crisi non è un affare interno della Repubblica Federale di Jugoslavia”. In seguito ci furono diverse decisioni prese dalle istituzioni internazionali. Proprio il 23 settembre 1998, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione, la 1199, con la quale si esprimeva una “grave preoccupazione” per quello che stava accadendo in Kosovo. Perché allora da credibili fonti dell’ONU risultava che oltre 230.000 persone, albanesi del Kosovo, erano state sfollate dalle loro case a causa di “eccessi ed uso indiscriminato della forza da parte delle forze di sicurezza serbe e dell’esercito jugoslavo”. Un altro barbaro massacro è stato attuato il 15 gennaio 1999 a Račak, un villaggio in Kosovo. I militari serbi hanno prima radunato e poi ucciso 45 contadini albanesi. I corpi, seppelliti in una fossa comune, sono stati scoperti in seguito dagli osservatori internazionali dell’OSCE, mentre i serbi hanno sempre negato il massacro. Quel massacro però ha rappresentato une delle principali accuse per i crimini di guerra con le quali sono stati accusati e poi condannati Slobodan Milošević, presidente dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia ed altri alti funzionari serbi dal Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. La guerra tra la Serbia ed il Kosovo si concluse l’11 giugno 1999, dopo l’intervento militare della NATO. Determinanti sono stati i bombardamenti aerei su Belgrado ed altri siti della Serbia.

    Valutando la gravità di un probabile conflitto armato tra la Serbia ed il Kosovo, già prima della guerra, le cancellerie occidentali hanno cercato di negoziare degli accordi per garantire la pace tra i due Paesi. Il 18 marzo 1999 è stato firmato in Francia l’Accordo di Rambouillet soltanto dai rappresentanti del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Accordo che però non è stato firmato dai rappresentanti della Serbia e della Russia. Dopo la fine della guerra in Kosovo sono stati sempre presenti ed attivi i rappresentanti  internazionali e truppe di pace del KFOR (KFOR – Kosovo Force è stata la Forza militare internazionale, costituita in base alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, guidata dalla NATO ed entrata nel territorio del Kosovo il 12 giugno 1999; n.d.a.). Alcuni anni dopo il Kosovo, con il pieno sostegno di tutti i Paesi membri del G7, ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. In seguito più di cento altri Paesi di tutto il mondo hanno riconosciuto il Kosovo come Paese indipendente. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore in passato dei rapporti tra i due Paesi. Compreso anche l’ultimo articolo di circa due mesi fa (Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?14 settembre 2020).

    Ventuno anni dopo la fine della guerra tra la Serbia ed il Kosovo, il 12 novembre scorso, si è svolto a Belgrado un incontro tra il presidente della Repubblica serba e i cinque ambasciatori dei Paesi più industrializzati del mondo, accreditati in Serbia. Subito dopo l’incontro il presidente serbo ha fatto alcune dichiarazioni che hanno immediatamente suscitato delle dure reazioni, non solo in Kosovo, ma anche delle istituzioni internazionali. Secondo il presidente serbo “… Tanti pensano che ci troviamo in un’ottima posizione per quanto riguarda il Kosovo, per causa della situazione interna lì […] Ma il conflitto a Nagorno-Karabakh ha dimostrato che un conflitto congelato potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe”. In seguito, per essere “diplomaticamente corretto” il presidente serbo ha anche detto che “…La soluzione migliore che si possa ottenere è [quella] attraverso il dialogo e che sarebbe meglio ottenerla prima che sia tardi e [quando potrebbe] accadere qualche conflitto”. Il presidente serbo ha ribadito che la Serbia, per far fronte a qualsiasi evenienza “…continuerà a rafforzarsi economicamente e militarmente”!

    “Stranamente” c’è una significativa somiglianza tra il conflitto a Nagorno Karabakh iniziato il 27 settembre scorso e il Kosovo. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la regione di Nagorno Karabakh, nonostante abitata da più del 90% da armeni, apparteneva all’Azerbaigian. La regione da allora ha cercato l’indipendenza dall’Azerbaigian. Ci sono “strane coincidenze” nelle somiglianze tra il Nagorno Karabakh ed il Kosovo. Chissà se il riferimento a Nagorno Karabakh sia stato semplicemente anche una fortuita coincidenza nella dichiarazione del presidente serbo?! Ma bisogna ricordare al nostro lettore che lui è stato anche il ministro dell’Informazione dal 1998 fino al 2000, proprio durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo. Promotore di una legge sull’informazione che sanzionava duramente i media che contrastavano il regime di Milošević e la guerra con il Kosovo, l’attuale presidente della Serbia, in quel periodo, è stato messo nella cosiddetta black list e gli era vietato l’accesso nell’Unione europea. Sono note le sue ufficiali prese di posizione contro la libertà dei media ed altro, anche negli anni successivi. Nel 2014 lui, facendo riferimento a quegli atti compiuti, ha riconosciuto i suoi errori. Chissà però quanto siano state sentite quelle scuse?!

    Una decina di giorni fa venivano arrestati il presidente della Repubblica del Kosovo ad alcuni altri alti rappresentanti politici del Kosovo. Proprio a quegli arresti si riferiva il presidente serbo nella sua sopracitata dichiarazione, quando parlava di “un’ottima posizione [della Serbia] per quanto riguarda il Kosovo”. Il Tribunale speciale per i crimini di guerra in Kosovo, con sede all’Aia (Olanda) accusa gli arrestati di omicidi, torture e sparizioni forzate di cittadini serbi del Kosovo ecc., durante la sopracitata guerra tra i due paesi. Lunedì 9 novembre scorso sono cominciate le sedute nell’aula del Tribunale. Tutto il reso sarà reso ufficialmente noto in seguito. I giudici del Tribunale devono dimostrare tutta la loro professionalità e prendere tutto il tempo necessario per dare una giusta e vera giustizia alla fine del processo.

    Chi scrive queste righe, seguirà tutti gli sviluppi ed informerà in modo oggettivo il nostro lettore. Come ha sempre cercato di fare. Ma nel frattempo non può nascondere che trova difficile credere che il sopracitato riferimento del presidente serbo a Nagorno Karabakh sia stato una fortuita  coincidenza. Egli condivide però quanto scriveva Leonardo Sciascia. E cioè che [spesso] le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Dittature abbattute e da abbattere

    È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.
    Visconte Alexis de Tocqueville

    Era il 9 novembre del 1989. Proprio trentuno anni fa si abbatteva il muro di Berlino. Si abbatteva il famigerato simbolo delle dittature comuniste. Ormai è pubblicamente noto quanto accadde durante quel giorno a Berlino. Era Günter Schabowski, l’allora ministro della propaganda della Repubblica Democratica tedesca (DDR) a cui fu dato il compito di dichiarare la decisione presa dal politburò del partito. Decisione secondo la quale i cittadini potevano attraversare il confine che divideva le due Germanie. Confine che il muro di Berlino delimitava. Alla domanda dell’inviato ANSA sull’apertura dei posti di blocco in diversi punti del Muro, il ministro rispose “…Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”. La notizia si diede in diretta televisiva. Ci volle poco che i cittadini del Berlino Est, avendo seguito la dichiarazione del ministro della propaganda, corressero subito verso il Muro. Le guardie, non essendo state avvertite in tempo, comunque non potevano opporsi a quella inarrestabile onda umana ed aprirono i punti di controllo. Finalmente, dopo ventotto anni (la costruzione del muro iniziò il 13 agosto 1961; n.d.a.), i cittadini berlinesi potevano andare liberamente dall’altra parte. Quel 9 novembre 1989 segnò l’abbattimento simbolico del Muro di Berlino. Proprio quell’abbattimento che il 12 giugno 1987 il presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan chiese a distanza a Michail Gorbačëv, Segretario Generale del Politburò dell’Unione Sovietica, davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino Ovest. Erano provvidenziali e rimarranno nella memoria pubblica quelle parole pronunciate da Regan. Rivolgendosi a Gorbačëv disse: “Se cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, se cerca liberalizzazione, venga qui a questa porta. Signor Gorbačëv apra questa porta! Signor Gorbačëv, signor Gorbačëv, abbatta questo muro!” (Tear down this wall! – Abbatta questo muro!). Quelle erano parole che tuonarono forti e saranno ricordate a lungo. Quella richiesta e quella sfida diretta si realizzarono due anni dopo, proprio il 9 novembre 1989! In seguito cominciò un processo inarrestabile che sancì l’abbattimento dei sistemi autoritari e dittatoriali costituiti in tutti i paesi dell’Est europeo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quella data, il 9 novembre 1989, sarà ricordata sempre come una delle più importanti e significative date del ventesimo secolo.

    L’Albania è stato l’ultimo Paese dove, nel dicembre del 1990, con le proteste degli studenti di Tirana, cominciò finalmente l’abbattimento della dittatura comunista. Ed, a confronto delle altre, era la dittatura più spietata, fatti storici e realtà vissute e drammaticamente sofferte alla mano. Cominciò allora in Albania il periodo della difficile transizione verso un sistema democratico. Ma nessuno allora avrebbe pensato che quel processo di transizione durasse così a lungo. Perché purtroppo rimane ancora un processo in corso, essendo l’Albania considerato come un Paese con una “democrazia ibrida” dalle istituzioni internazionali specializzate. In realtà sta accadendo ben peggio. Sì, perché da alcuni anni risulterebbe che in Albania si stia restaurando e consolidando una nuova dittatura. Una dittatura sui generis, che la propaganda governativa cerca, in tutti i modi, di nasconderla come realtà vissuta e sofferta e di camuffarla dietro delle facciate fasulle di una democrazia in crescita. Ma dati, fatti accaduti e documentati alla mano, risulterebbe che si tratti proprio di una nuova, restaurata e funzionante dittatura, ormai gestita da una pericolosa alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti internazionali. Il che, per certi aspetti, sarebbe anche peggio della stessa dittatura comunista.

    L’autore di queste righe, da anni ormai, ha informato il nostro lettore di una simile preoccupante realtà in Albania. Anche quanto egli scriveva la scorsa settimana era un’ulteriore testimonianza del consolidamento di questa dittatura in azione (Irresponsabilmente determinato nella sua folle corsa; 2 novembre 2020). Si trattava dell’ultimo atto, in ordine di tempo, che testimoniava il continuo consolidamento della nuova dittatura in Albania. Il 29 ottobre il Parlamento, totalmente controllato dal primo ministro, approvò di nuovo gli emendamenti costituzionali e del Codice elettorale, dopo che il presidente della Repubblica non gli aveva decretati. E dopo che anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea avevano chiesto al primo ministro di attendere le opinioni della Commissione di Venezia. Emendamenti quelli che potrebbero facilitare al primo ministro la sua corsa verso un terzo mandato. Nel frattempo però, proprio la scorsa settimana, è stata resa nota una proposta di legge, che il governo presenterà in Parlamento nei prossimi giorni. Si tratta di una proposta di legge che riguarda la significativa ed allarmante restrizione dei poteri costituzionali proprio del Presidente della Repubblica, dando quei poteri al Parlamento. Tutto ciò, mentre da più di tre anni ormai in Albania non funziona più [volutamente] anche la Corte Costituzionale. E mentre il primo ministro, in seguito alla “Riforma” del sistema della giustizia, controlla ormai tutto il sistema. Una “Riforma” quella, diabolicamente concepita ed in seguito anche attuata, che adesso permette al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutte le decisioni prese dalle istituzioni “riformate” del sistema di giustizia.

    Nel frattempo però il primo ministro sembra determinato di approvare in Parlamento anche la legge “anti-calunnia”, come a lui piace chiamarla. Una legge fortemente contrastata e criticata, sia dalle organizzazioni locali ed internazionali dei giornalisti che dalle istituzioni dell’Unione europea e dalla Commissione di Venezia. La preoccupazione delle istituzioni internazionali per il contenuto di quella legge è talmente alta che addirittura il Consiglio europeo, nel marzo scorso, lo annoverò tra le 15 condizioni sine qua non poste all’Albania da adempiere, prima dell’avvio delle procedure dell’Adesione nell’Unione europea. Ma visto il sopracitato precedente del 29 ottobre scorso però, le aspettative sono tutt’altro che positive. Quello che è accaduto e sta accadendo in Albania in questi ultimi mesi dimostrerebbe e testimonierebbe palesemente che il primo ministro sta ormai ignorando tutto e tutti, compresi anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Lui ha così gettato finalmente anche la maschera del “convinto europeista” e sta proseguendo deciso la sua folle corsa verso un terzo mandato. Perché per lui adesso è indispensabile, è vitale avere un terzo mandato, visto i tanti e innumerevoli scandali milionari. Scandali che sono paurosamente aumentati in questi ultimi mesi, abusando clamorosamente dei soldi pubblici. Il primo ministro però continua indisturbato e incurante di tutto e di tutti. Come il suo “carissimo amico” Erdogan, come il suo simile Lukashenko e come tutti i dittatori del mondo! Se questa non è una dittatura, allora cos’è?!

    Chi scrive queste righe ricorda le parole di Erich Honecker, Segretario generale del Politburo del DDR, dimessosi soltanto il 18 ottobre 1989, tre settimane prima dell’abbatimento del Muro di Berlino. Secondo lui “…Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Esattamente trentuno anni fa, il 9 novembre 1989, cominciò l’abbattimento delle dittature dell’Est europeo. Sono state abbattute ormai quasi tutte. Rimane però ancora da abbattere la nuova restaurata dittatura in Albania. Chi scrive queste righe è fermamente convinto che le sorti del Paese, nelle drammatiche condizioni in cui si trova, le dovono decidere i cittadini. E se ci sarà qualcuno, come Ronald Reagan che nel 1987 chiedeva di abbattere il Muro, il quale possa contribuire per abbattere la nuova dittatura in Albania che ben venga! Ma gli albanesi non devono mai dimenticare che “È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.”

  • Irresponsabilmente determinato nella sua folle corsa

    È tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti.

    William Shakespeare, Otello

    La determinazione irresponsabile del primo ministro albanese di andare avanti ed in fretta, nella sua folle corsa verso un suo terzo mandato, risulta essere veramente preoccupante e pericolosa. Quanto è accaduto e sta accadendo realmente durante questi ultimi mesi in Albania dovrebbe far riflettere seriamente e responsabilmente tutti coloro che hanno l’obbligo istituzionale di agire, per fermarlo in tempo. Non solo in Albania, ma anche nelle istituzioni dell’Unione europea, visto che l’Albania è un paese candidato all’adesione. Si tratta però di un lungo, travagliato e, purtroppo, sempre più in salita processo, quello dell’adesione. E, guarda caso, da quanto è accaduto e sta accadendo durante queste ultime settimane, fatti alla mano, risulterebbe proprio che colui che sta seriamente e intenzionalmente ostacolando tutto sia proprio il primo ministro albanese! E guarda caso, è stato proprio lo scontro istituzionale, ma non solo, di questi giorni, tra il presidente della Repubblica e il primo ministro che ha messo in evidenza, senza equivoci, chi sta facendo di tutto per aggravare ulteriormente il percorso europeo dell’Albania. Uno scontro iniziato da più di un anno ormai, quello tra il primo ministro e il presidente della Repubblica. Uno scontro che però, negli ultimi giorni, è diventato ancora più duro e spesso accompagnato anche da “colpi bassi”, nonché da frasi per niente istituzionalmente idonee.

    Tutto cominciò in seguito ad una lettera ufficiale del presidente della Repubblica inviata, il 21 ottobre scorso, al presidente della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come la Commissione di Venezia. Con quella lettera il presidente della Repubblica chiedeva l’opinione della Commissione sugli emendamenti costituzionali e del Codice elettorale, approvati il 5 ottobre scorso dal Parlamento albanese. Emendamenti che non sono stati però decretati dal presidente della Repubblica. Secondo lui, l’approvazione di quegli emendamenti da parte del parlamento rappresenterebbe un’ulteriore prova che il primo ministro stia volutamente violando l’Accordo del 5 giugno scorso sulla Riforma elettorale. Un Accordo, quello del 5 giugno, che è stato firmato dai rappresentanti politici della maggioranza e dell’opposizione, tutti “segregati” nella residenza dell’ambasciatrice statunitense a Tirana. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito sia di tutto ciò che delle opinioni e dei dubbi dell’autore di queste righe sull’Accordo stesso. Nella sua lunga lettera, il presidente presentava alla Commissione di Venezia tutti i suoi argomenti legali che, secondo lui, dimostrerebbero l’anticostituzionalità degli emendamenti della Costituzione e del Codice elettorale votati il 5 ottobre scorso in Parlamento. La settimana scorsa è arrivata anche la risposta del presidente della Commissione di Venezia, con la quale si informava ufficialmente il presidente della Repubblica che la Commissione tratterà la sua richiesta il prossimo dicembre e subito dopo manderà le sue opinioni.

    Nel frattempo però il primo ministro albanese aveva dimostrato, con le sue dichiarazioni e non solo, che non era intenzionato ad attendere le opinioni della Commissione di Venezia, chieste ufficialmente dal presidente della Repubblica. Dichiarazioni ed espresse intenzioni quelle del primo ministro che hanno attirato subito l’attenzione delle istituzioni dell’Unione europea, suscitando anche le loro reazioni tramite i rispettivi rappresentanti. Tutti loro hanno chiesto al primo ministro di attendere la risposta da parte della Commissione di Venezia prima di votare di nuovo in parlamento contro il sopracitato decreto del Presidente della Repubblica. Tutti loro hanno auspicato e hanno fatto appello alla responsabilità istituzionale del primo ministro di non aggravare ulteriormente sia l’attuale crisi istituzionale, che dura da più di un anno in Albania, che il percorso europeo del paese. Lo hanno detto e scritto chiaramente il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, il presidente della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo, un gruppo di eurodeputati, il relatore per l’Albania del Parlamento europeo, la portavoce della Commissione europea ed altri ancora. Ma il primo ministro albanese ha ignorato tutte queste richieste ed appelli istituzionali ed ha dato ordine ai suoi deputati, ma anche quelli della sua “nuova opposizione”, di votare contro il sopracitato decreto del presidente della Repubblica. E i suoi “sudditi ubbidienti” hanno votato il 29 ottobre scorso secondo l’ordine preso. Quanto è accaduto il 29 ottobre scorso ha ulteriormente dimostrato e testimoniato la fretta del primo ministro albanese di preparare e ufficializzare tutto quello che servirà a lui e ai suoi per controllare, condizionare e manipolare il risultato delle elezioni politiche previste per il 25 aprile 2021. Quanto è accaduto il 29 ottobre scorso, ha ulteriormente dimostrato e testimoniato che il primo ministro rifiuta tutti e tutto e continua irresponsabilmente determinato nella sua folle corsa verso un suo terzo mandato. Costi quel che costi! E poi, dopo che il parlamento ha votato contro il decreto del presidente della Repubblica, ignorando anche le richieste dei rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, il primo ministro si è “stupito” della loro preoccupazione. E poi si è domandato: “Come possiamo attendere la [risposta] della [Commissione di] Venezia fino a dicembre?”! Il suo subconscio ha messo in evidenza di nuovo quello che lui cerca di nascondere, ma che non riesce. E cioè la sua fretta di legalizzare tutto ciò che ha previsto di fare prima, durante e dopo le elezioni del 25 aprile prossimo per avere il suo terzo mandato. Una vera e propria scusa quella del primo ministro sulla mancanza di tempo, che l’ha “costretto” di votare contro il decreto presidenziale senza attendere le opinioni della Commissione di Venezia. Andando così contro tutti coloro che gli chiedevano e consigliavano proprio l’attesa, prima di votare, di quelle opinioni. Una vera e propria scusa quella del primo ministro, che è stata immediatamente smentita dagli specialisti dei processi elettorali. Secondo loro non c’è nessun impedimento legale e legittimo, che vieta di attendere fino a dicembre e poi agire di conseguenza, secondo le opinioni della Commissione di Venezia. Una Commissione quella, alla quale, quando interessa, il primo ministro albanese si rivolge e/o fa riferimento per sostenere le sue decisioni e/o azioni di facciata e per motivi di propaganda. Lo ha dimostrato anche durante quest’ultimo anno. Lo ha fatto il 22 luglio 2019, quando il presidente del Parlamento, suo stretto collaboratore, che guarda caso è anche l’ultimo ministro degli interni della dittatura comunista, ha mandato una lettera alla Commissione di Venezia per chiedere la sua opinione su un decreto del Presidente della Repubblica con il quale si voleva annullare le elezioni amministrative del 30 giugno 2019. Lo ha fatto anche il 30 dicembre 2019, quando il presidente del Parlamento ha chiesto di nuovo alla Commissione di Venezia le opinioni sulle procedure svolte dal presidente della Repubblica per le nomine dei nuovi giudici della Corte Costituzionale. Tutte le opinioni non solo non hanno colpevolizzato, ma, per i giudici, hanno dato piena ragione al presidente. Come, probabilmente, saranno anche quelle chieste il 21 ottobre scorso dallo stesso presidente della Repubblica.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese non ha voluto mai realmente l’integrazione europea. Come il suo “carissimo amico” Erdogan. Perché un dittatore non vuole e non accetta regole. Perché ad un dittatore non può mai convenire mettersi “sotto” gli obblighi comunitari. Lui ha sempre usato l’integrazione europea per scopi puramente propagandistici, aiutato anche dai soliti “rappresentanti internazionali”. Nel frattempo sta proseguendo la sua folle corsa per avere un terzo mandato. Ma la colpa in tutto ciò non è sua. No, la colpa è ovviamente della Luna, che sembra si sia avvicinata troppo alla Terra e gli si è fermata accanto.

  • Il fallimento voluto ed attuato di una riforma

    Quando la legge non può far valere i propri diritti, rendete almeno

    legittimo che la legge non impedisca di infliggere i torti.

    William Shakespeare; da “Re Giovanni”

    La riforma del sistema della giustizia in Albania, ad oggi, risulterebbe essere una delle più negoziate, discusse e contestate. Ma purtroppo, fatti realmente accaduti alla mano, risulterebbe essere un fallimento voluto e programmato come strategia d’azione per essere, in seguito, anche attuato. Sono tanti, ma veramente tanti tutti quei fatti accaduti, evidenziati e noti pubblicamente che dimostrerebbero e testimonierebbero questa affermazione. L’autore di queste righe, a più riprese, ha trattato l’argomento durante questi anni, cercando di informare sempre il nostro lettore in modo oggettivo, riferendosi soltanto ai fatti pubblicamente noti ed accertati.

    Che il sistema di giustizia in Albania avesse bisogno di essere riformato nessuno l’ha messo mai in dubbio. Che il sistema subisse delle ingerenze politiche, ignorando consapevolmente la sua indipendenza, anche questo era un dato di fatto. Che il sistema fosse considerato corrotto e che la giustizia venisse data in funzione del “miglior offerente”, si sapeva bene. Soprattutto da coloro che perdevano ingiustamente e clamorosamente cause soltanto perché l’altra parte poteva pagare o perché era politicamente raccomandata. Che il sistema avesse “contribuito” che le proprietà dei cittadini, soprattutto quelle costituite prima dell’avvento della dittatura comunista nel 1944 e poi, dopo il crollo della dittatura, ereditate dai veri proprietari, attualmente risultino “alienate”, anche questo è un dato di fatto. Lo sanno bene adesso tanti proprietari che vengono considerati, sarcasticamente e ingiustamente, come “ex proprietari” e che non riescono ad appropriarsi delle loro proprietà. Ma adesso, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe anche che il sistema della giustizia sia pericolosamente e politicamente controllato da una sola persona. E cioè dal primo ministro e/o da chi per lui. Il che è proprio l’opposto contrario degli obiettivi strategici posti e che dovevano essere raggiunti con la Riforma del sistema di giustizia in Albania, uno dei quali prevedeva la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli, i quali costituiscono, purtroppo, una combriccola molto numerosa in Albania.

    Il funzionamento di uno Stato democratico, o che mira a diventare tale, si basa sulla separazione dei poteri. E per poteri si intendono il potere legislativo, quello esecutivo ed il potere giuridico. In più, tutti i tre poteri devono essere indipendenti l’uno dall’altro. E proprio l’indipendenza tra i tre poteri garantisce il buon funzionamento di uno Stato democratico, impedendo ingerenze ed abusi di potere, nonché fenomeni di corruzione. La necessità della divisione dei poteri in uno Stato era già prevista da Aristotele e Platone nell’antica Grecia circa 2300 anni fa. Un principio quello della divisione dei poteri che è stato trattato anche nei secoli scorsi da vari filosofi, tra i quali anche Locke e poi Montesquieu. A quest’ultimo si attribuisce la formulazione dell’attuale teoria della divisione dei poteri. Per Montesquieu era indispensabile la separazione dei tre poteri, rendendoli indipendenti l’uno dall’altro, in modo da evitare l’assolutismo e salvaguardare la libertà dei cittadini. Lui era convinto che “… chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”, Ragion per cui, secondo Montesquieu, in modo che “… non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere” (Spirito delle leggi; 1748). E per garantire che tutto ciò funzioni, in tutti gli Stati democratici, o che mirano a diventare tali, vengono prese tutte le necessarie misure legali che garantiscono il funzionamento del principio “Check and balance – Controllo e bilanciamento [reciproco]”. Un principio questo che prevede il funzionamento di strutture e meccanismi, basati sulla legge, per mantenere e garantire sempre l’equilibrio tra i tre poteri che operano in uno Stato.

    Ovviamente quando si parla di un sistema di giustizia, si fa riferimento all’insieme delle strutture necessarie che lo compongono e a tutto l’organico che fa funzionare quelle strutture. In Albania era diventato indispensabile l’avvio di una seria e ben concepita riforma radicale del sistema della giustizia. Da anni se ne parlava e finalmente, a fine del 2014, si diede inizio alla riforma. Adesso però, a fatti accaduti e compiuti alla mano, risulterebbe che quella riforma è stata voluta e attuata non per riformare e mettere finalmente ordine sul sistema, ma per far controllare quel sistema dal potere esecutivo. Le cattive lingue però ne parlarono già da allora. E il tempo adesso sta dando loro ragione. In Albania il potere esecutivo controllava pienamente il potere legislativo, soprattutto dal febbraio del 2019, quando i deputati dell’opposizione scelsero di consegnare i loro mandati parlamentari. Attualmente però controlla anche il potere giudiziario. Ed essendo ormai, purtroppo, una realtà facilmente verificabile che il potere esecutivo in Albania, dal 2013, viene identificato nella persona del primo ministro, allora risulterebbe che lui controlla tutti e tre i poteri che, secondo Montesquieu garantiscono il funzionamento di uno Stato democratico. Da sottolineare però che quando Montesquieu formulava la sua teoria della separazione dei poteri non esistevano i media come un quarto potere, come ormai vengono definiti. Sempre dati e fatti accaduti ed ufficialmente denunciati alla mano, da anni ormai il primo ministro albanese controlla personalmente, o tramite persone a lui legate, anche i media. Una preoccupante e pericolosa realtà questa che si sta evidenziando e si sta aggravando in Albania, giorno dopo giorno! Tutto il resto è semplicemente e vistosamente un disperato tentativo propagandistico per nascondere questa realtà vissuta e sofferta quotidianamente dalla maggior parte dei cittadini albanesi.

    Tornando al fallimento voluto ed attuato della riforma del sistema di giustizia, diventa doveroso evidenziare anche il ruolo che hanno avuto in tutto ciò i “rappresentanti internazionali”. Anche di questo l’autore di queste righe ha scritto spesso ed ha informato sempre il nostro lettore. Come sopracitato, uno degli obiettivi della riforma era la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli. Proprio di quei politici che uno dei “rappresentanti internazionali” chiamava i “Pesci grandi”. Ma purtroppo la Riforma ha fallito, anche sotto gli occhi dei “rappresentanti internazionali”, in tutti e due suoi basilari obiettivi. Non solo, ma addirittura ormai non si parla più dell’indipendenza del sistema di giustizia dagli altri poteri. “Stranamente”, da qualche tempo ormai, sia il primo ministro albanese e i suoi rappresentanti che i “rappresentanti internazionali” parlano soltanto e semplicemente della lotta contro la corruzione! Niente più “indipendenza del sistema”! E niente più “politici corrotti e colpevoli”! Un “diabolico” cambiamento di strategia di comunicazione pubblica le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Tranne che del primo ministro e dei “rappresentanti internazionali”, che parlano di successi raggiunti dalla “Riforma”!

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per evidenziare e analizzare quanto è accaduto e sta accadendo con la “Riforma” di giustizia in Albania. Promette però di riprendere e trattare di nuovo questo argomento molto importante; il fallimento voluto ed attuato di una riforma. Nel frattempo suggerisce a tutti gli autori della “Riforma” e ai “rappresentanti internazionali” quanto scriveva Shakespeare nel suo Re Giovanni. E cioè che quando la legge non può far valere i propri diritti, rendete almeno legittimo che la legge non impedisca di infliggere i torti.

  • Realtà nascoste con l’inganno da falsari di parola

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie.

    George Orwell

    La corruzione continua ad essere una piaga cancrenosa ed infestante per l’umanità. E come tale, con i suoi due intrinsechi aspetti, la tentazione di corrompere e l’accondiscendenza ad essere corrotti, purtroppo accompagna la società umana dalla notte dei tempi. La corruzione è un male che divora il sano tessuto sociale e il denaro pubblico. Quantità enormi di denaro pubblico che finiscono nelle tasche dei pochi, a scapito dei tanti. La corruzione deve essere combattuta sia dalle solide istituzioni dello Stato di diritto, a livello nazionale, che da quelle specializzate internazionali, a livello più ampio. Ma la corruzione non si può combattere con successo, senza una sensibilizzazione ed una consapevole partecipazione degli stessi cittadini. La corruzione ha rappresentato e continua a rappresentare un serio problema da affrontare anche per l’Unione europea. Ragion per cui, nel 1999, il Consiglio d’Europa decise di costituire una struttura specializzata, ormai nota come GRECO (Group of States against Corruption – Gruppo di Stati contro la Corruzione). L’obiettivo di questa struttura è il miglioramento delle capacità degli Stati membri del Consiglio d’Europa, che hanno aderito all’iniziativa, di combattere la corruzione secondo gli standard anti-corruzione dello stesso Consiglio. Attualmente al GRECO hanno aderito 48 Stati europei e gli Stati Uniti d’America. Anche l’Albania è uno degli Stati membri.

    E proprio il 13 ottobre scorso a Tirana si è svolta la Conferenza ad alto livello “Il rafforzamento dell’integrazione e la lotta contro la corruzione”. In quella conferenza il segretario esecutivo del GRECO ha presentato i risultati del Rapporto per l’Albania, resi pubblici ufficialmente alcuni giorni prima. Da notare che il precedente Rapporto sull’Albania è stato pubblicato sei anni fa. L’alto rappresentante del GRECO ha ringraziato tutte le autorità albanesi per l’organizzazione di quella importante conferenza. Poi, continuando il suo intervento, ha ribadito che “I rapporti del GRECO non sono delle percezioni; noi non elenchiamo i paesi. Noi evidenziamo in maniera oggettiva le misure prese o non prese dai paesi, attuate o non attuate per prevenire o lottare contro la corruzione’. Garantendo anche che i rapporti ufficiali del GRECO “…sono rapporti di fatto e non teorici”. In seguito l’alto rappresentante ha ringraziato le autorità albanesi, primo ministro in testa perché, dopo il rapporto di sei anni fa  “…9 delle 10 ultime raccomandazioni del GRECO per l’Albania, riguardanti la prevenzione della corruzione dei parlamentari, giudici e procuratori, sono state attuate integralmente”. Ed ha sottolineato convinto che “… Infatti, questo è un ottimo risultato e non è per merito del GRECO o del Consiglio d’Europa, oppure di qualche altra istituzione internazionale”. Non potevano, ovviamente, mancare tutti i ringraziamenti per le autorità albanesi che “…devono essere fiere e avere [tutto] il merito di questo progresso”. E mentre stava finendo il suo intervento, l’alto rappresentante del GRECO ha fatto un riferimento ad un rapporto mandato ultimamente dall’Albania a MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). E qui arriva il bello! Sì, perché se si fa riferimento all’ultimo rapporto MONEYVAL sull’Albania, ma anche agli altri precedenti, risulta ben altro. Chi ha letto e conosce i contenuti di quei rapporti, e tenendo presente anche quanto ha detto il segretario esecutivo del GRECO (altra struttura sempre del Consiglio d’Europa) il 13 ottobre scorso a Tirana durante la sopracitata conferenza, potrebbe pensare perfino ad un lapsus freudiano di quest’ultimo. Sì, perché nel rapporto del MONEYVAL per il 2018 sull’Albania si evidenziava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. In quel rapporto si sottolineava anche il diretto legame tra il potere politico in Albania e le attività della criminalità organizzata. Legami e collaborazioni che spesso generano “ingenti quantità di introiti criminali”. E poi il rapporto constatava ed evidenziava una realtà allarmante, che sta generando preoccupanti e pericolose conseguenza in Albania. E cioè che la legge in Albania non è uguale per tutti. Perché secondo MONEYVAL “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”. Questo e altro ancora era evidenziato nel Rapporto ufficiale per il 2018 del MONEYVAL sull’Albania. Ma, purtroppo, da allora le cose non sono migliorate, ma addirittura sono peggiorate. L’Albania risulta essere l’unico paese europeo, insieme con l’Islanda, classificato nel cosiddetto “Elenco grigio” per il riciclaggio del denaro sporco. I paesi di quell’“elenco grigio” sono continuamente monitorati da parte di FATF (Financial Action Task Force) e di MONEYVAL. Proprio nell’ultimo Rapporto ufficiale per il 2019, presentato il 21 febbraio scorso, l’Albania è stata purtroppo declassata, riferendosi agli anni precedenti, e messa nella “Elenco grigio”. Nel rapporto si sottolineava che “…l’Albania rimarrà sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”! Il significato del fatto di essere un “paese sorvegliato” si capisce chiaramente dalle normative che regolano il funzionamento dello stesso MONEYVAL. Secondo quelle normative “… Gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard”.  Standard che sono quelli stabiliti proprio dalle istituzioni dell’Unione europea! Di tutto ciò e ben altro ancora, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020).

    Durante la sopracitata conferenza tenuta a Tirana il 13 ottobre scorso, in seguito all’intervento elogiativo dell’alto rappresentante del GRECO, ha parlato, con frasi non meno entusiastiche, anche l’ambasciatrice statunitense a Tirana. Riferendosi all’impegno e ai successi del governo albanese nella lotta contro la corruzione, lei ha detto che “…l’Albania ha cominciato questo percorso e la riforma della giustizia ha cominciato a mostrare i risultati”. Poi, convinta, ha dichiarato che “….Se l’Albania continua su questa strada, potrà diventare un modello per le riforme del buon governo” (Sic!). Mentre, per finire in bellezza, il primo ministro ha scoperto chi erano e chi sono i veri responsabili e colpevoli della corruzione in Albania. Sì, proprio così. Secondo lui “La testa della corruzione in Albania non sono i politici”. Per il primo ministro albanese la testa della corruzione è stata ed è “… la corporazione dei giudici e dei procuratori che hanno usato il castigo della giustizia per dei conti che non hanno a che fare con i conti dello Stato”! Cercando così, rendendosi anche ridicolo oltre che incredibile, di assolvere i veri e i principali colpevoli della diffusa corruzione in Albania. E cioè i politici, lui compreso.

    Chi scrive queste righe, suo malgrado si deve fermare qui, nonostante avrebbe avuto molte altre cose da scrivere e analizzare. Ma ricorda a tutti quei falsari di parola, che hanno cercato di nascondere con l’inganno la vera realtà albanese durante la sopracitata conferenza del 13 ottobre scorso a Tirana, quanto ha scritto Dante nel canto XXX dell’Inferno. Proprio in quel canto il sommo poeta racconta dei falsari, di tutti i falsari, “I falsari di parola”, che soffrivano e penavano nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno. Perché coloro che hanno parlato durante quella conferenza a Tirana, il 13 ottobre scorso, hanno concepito e usato il linguaggio politico in modo tale da far sembrare vere le bugie. Nascondendo però con l’inganno la vera realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai cittadini albanesi.

  • In quale istituzione dell’Unione europea credere?

    Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non
    solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista. 

    Hannah Arendt; da “Tra passato e futuro”

    Era il 23 febbraio scorso. Da tre giorni a Bari si stava svolgendo l’Incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace”. Quella domenica del 23 febbraio a Bari è arrivato anche Papa Francesco. Dopo la cerimonia ufficiale d’accoglienza, Papa Francesco si è trasferito alla Basilica di San Nicola dove ha incontrato tutti i vescovi rappresentanti delle diverse Chiese del Mediterraneo, partecipanti all’Incontro. Poi, durante il suo intervento, Papa Francesco ha ribadito l’importanza della pace nell’area del Mediterraneo. Secondo il Pontefice, l’importanza di quell’area “…non è diminuita in seguito alle dinamiche determinate dalla globalizzazione, al contrario, quest’ultima ha accentuato il ruolo del Mediterraneo quale crocevia di interessi e vicende significative dal punto di vista sociale, politico, religioso ed economico”. Ma per Papa Francesco, come lo ha ribadito in ogni occasione, l’ipocrisia in generale, e quella delle persone che hanno delle responsabilità statali e istituzionali, rappresenta un male le cui conseguenze stanno causando tante sofferenze in ogni parte del mondo. Anche durante il suo sopracitato intervento, il Santo Padre ha parlato di quell’ipocrisia, considerandola come “il grave peccato di ipocrisia”. Proprio quell’ipocrisia manifestata ed evidenziata purtroppo spesso, come ha ribadito il Papa “…nei convegni internazionali, nelle riunioni, tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che sono in guerra. Questo si chiama la grande ipocrisia”.

    Anche quanto sta accadendo da alcuni anni a questa parte in Albania rappresenta una chiara dimostrazione della grande ipocrisia di cui parla Papa Francesco. Si tratta non di vendita di armi, perché l’Albania non è un paese in guerra. Ma l’Albania, paese che si affaccia sul Mare nostrum, si trova nei Balcani, dove si stanno affrontando diversi grandi interessi delle grandi potenze. Poi, da alcuni anni, l’Albania, secondo i rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, risulta essere un paese crocevia di vari traffici illeciti di stupefacenti, di armi ed altro. Sempre secondo i rapporti ufficiali delle strutture internazionali specializzate, l’Albania risulta essere, in questi ultimi anni, uno dei paesi dove si stanno riciclando i denari sporchi della criminalità locale e quella internazionale. Dati e fatti realmente accaduti alla mano, risulta che in Albania ormai il potere si sta paurosamente concentrando nelle mani di una sola persona: del primo ministro. Proprio com’è successo con il “suo carissimo amico” Erdogan in Turchia e con il suo simile, Lukashenko, in Bielorussia. In Albania, sempre dati e fatti accaduti alla mano, da alcuni anni ormai, si è restaurata una nuova e sui generis dittatura, gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi clan occulti internazionali. Un’alleanza quella nella quale non si sa bene [pubblicamente] chi comanda chi e cosa. Nel caso della Turchia e della Bielorussia, giustamente, si sta pubblicamente parlando e stanno reagendo con delle ufficiali prese di posizione sia le cancellerie che le istituzioni dell’Unione europea. Mentre nel caso dell’Albania non se ne parla, o si parla poco e soltanto quando si conclude qualche operazione delle polizie di altri paesi contro i traffici illeciti. Nessuno però parla, come nel caso della Turchia e della Bielorussia, della restaurata dittatura in Albania e delle sue preoccupanti conseguenze, non solo per gli albanesi, ma anche per i paesi confinanti. L’Italia e la Grecia ne sanno ormai qualcosa. Anche questi “strani” atteggiamenti delle cancellerie e delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto della Commissione, rappresentano un’ulteriore dimostrazione di quell’ipocrisia di cui parla preoccupato Papa Francesco.

    E proprio il 6 ottobre scorso, la Commissione europea ha ufficialmente presentato il Rapporto di progresso per il 2020 sull’Albania. Un’altra ed ulteriore espressione della sua ripetuta “ipocrisia istituzionale”. Lo ha fatto dal 2016 in poi. E in una maniera clamorosa e del tutto fuori della realtà vissuta e sofferta in Albania. Se fosse stato per le “garanzie” date dalla Commissione europea ed espresse ufficialmente nei suoi Rapporti di progresso, l’Albania adesso sarebbe in una fase avanzata del suo percorso europeo. Ovviamente non per merito, non per gli “entusiastici progressi, in più di 95% degli acquis communautaire”, ma bensì per “altre ragioni”. Due anni dopo, nel 2018, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza era sicura e anche molto contenta che “L’Albania aveva avuto [finalmente] quello che meritava”. Non solo, ma lei lo considerava come “…un momento storico sia per l’Albania che per l’Unione europea” (Sic!). Chissà però perché sarebbe stato un “momento storico per l’Unione europea”?! Mentre il primo ministro albanese era molto emozionato perché era proprio grazie a lui e al suo governo che l’Albania aveva ormai “…una nuova statura nell’arena internazionale”.  E siccome si trattava di un “momento storico”, il primo ministro albanese, per l’occasione, ha distribuito delle medaglie di riconoscimento a quattro ambasciatori che avevano contribuito che tutto ciò accadesse! Ma quelle buffonate del primo ministro, come al solito, si sono subito discreditate. Con lo stesso “ottimismo” la Commissione europea però, ha continuato a presentare una “realtà virtuale” nel caso dell’Albania. Una realtà che contrasta palesemente con quella vera, vissuta e sofferta quotidianamente dai cittadini albanesi. Una realtà, della quale erano però a conoscenza e consapevoli i capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo, i quali hanno continuamente negato l’apertura dei negoziati all’Albania.

    Nel sopracitato Rapporto di progresso della Commissione europea sull’Albania per il 2020, si evidenziavano, come sempre, dei “progressi”. Affermazioni ufficiali, che in Albania fanno ridere anche i polli! Ma fanno anche indignare molte persone consapevoli ed oneste. Tutti quei cittadini responsabili, che non possono essere ingannati e manipolati dal primo ministro e dai soliti “rappresentanti internazionali”. Sono pochi in Albania quelli che possono ancora credere che la riforma del sistema della giustizia sia stata un successo. Mentre, riferendosi proprio a quella “Riforma”, il sopracitato Rapporto evidenzia che “…l’attuazione di una [simile] rappresentativa e completa riforma della giustizia è continuata senza sosta, risultando con un buon progresso”! La vera e vissuta realtà quotidiana dimostra e testimonia ben altro. Sono pochi in Albania quelli che, riferendosi alla diffusa corruzione, possono ancora credere che “…le autorità albanesi […] hanno esaudito la condizione [posta per l’apertura] della prima Conferenza intergovernativa”! Sono pochi in Albania quelli che possono ancora credere che ‘…l’Albania ha fatto un buon progresso nel rafforzamento della lotta contro la criminalità organizzata”! Mentre in Albania è convinzione diffusa che la criminalità determina le decisioni istituzionalmente prese. Queste sono soltanto alcune delle affermazioni del tutto non realistiche pubblicate nel sopracitato Rapporto.

    Chi scrive queste righe, come spesso accade, avrebbe tanti altri argomenti da trattare, dei quali da tempo e a più riprese ha informato il nostro lettore. Argomenti riguardanti le falsità che da alcuni anni si scrivono nei Rapporti ufficiali della Commissione europea sull’Albania. Egli però pensa di chiudere questo articolo con quanto ha detto Papa Francesco il 12 aprile scorso, durante il suo Messaggio Pasquale. E cioè che “… Oggi l’Unione europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero”. Nel frattempo l’autore di queste righe si chiede però: in quale istituzione dell’Unione europea credere?

  • Un inganno tira l’altro

    L’umanità è una mandria di esseri che devono essere
    governati con la frode, l’inganno, e con lo spettacolo.

    Edmund Burke

    Fallacia alia aliam trudit. Ossia un inganno tira l’altro. Erano convinti già moltissimi secoli fa, e non solo coloro che in quel tempo parlavano in latino. Saggia convinzione, dovuta alle tante esperienze di vita. Esperienze che, purtroppo, si verificano e si ripetono ogni giorno, in tutte le parti del mondo, causando però molte delusioni, sofferenze e spesso anche conflitti. Sia a livello individuale, che di gruppo. Tutti coloro che ingannano si presentano sotto varie vesti: dal misero imbroglione di strada, che truffa per poco per i bisogni quotidiani, fino a colui che truffa per dei milioni. Da quelli che imbrogliano per vizio e fino a coloro che hanno delle responsabilità conferite dal popolo, tramite il voto, ma che però, truffano proprio il popolo.

    Un tema, quello dell’inganno e delle truffe, trattato anche in tanti racconti, romanzi e sceneggiati. Sono emblematiche, per esempio, le scene del famoso film Totò truffa 62 del regista Camillo Mastrocinque. Si tratta di un capolavoro di Totò e della sua solita “spalla”, socio in inganni, Nino Taranto. Totò si presenta come Cavaliere Ufficiale Antonio Trevi, proprietario, da molte generazioni, della Fontana di Trevi a Roma. Mentre Nino Taranto, invece, si presenta, quanto serve, come il ragionier Gerolamo Scamorza, rappresentante di una casa cinematografica, che deve girare un film proprio alla Fontana di Trevi. Nel sopracitato film loro due cercavano di vendere, con l’inganno, la Fontana di Trevi! Si, proprio la Fontana di Trevi, uno dei più noti e famosi monumenti non solo di Roma ma anche dell’Italia. Avevano trovato anche la vittima dell’inganno, che era Decio Cavallo. Proprio lui, un oriundo, un facoltoso italio-americano che, come lui stesso diceva: ”…ho lasciato l’America definitivamente e mi voglio stabilire in Italia, ma vado alla ricerca di un buon bisiniss”. Per convincere il compratore, al quale, guida turistica alla mano, risultava che la Fontana era dello scultore Bernini, Totò spiega che era proprio un suo bisnonno che “fece venire apposta uno scultore dalla Svizzera”. E visto che l’italo-americano, il quale voleva fare “bisiniss”, leggeva il nome di Bernini, Totò, senza batter ciglio, lo assicura: “Appunto, siccome veniva da Berna, era piccoletto, lo chiamavano il Bernini”.

    Gli inganni e l’umorismo di Totò nel film Totò truffa 62 fanno ridere, ma sono, comunque, una buona lezione. Totò truffa un benestante e ingenuo italo-americano che voleva fare “bisiniss”. Ma ci sono anche quelli che mettono consapevolmente in atto dei brogli e delle manipolazioni elettorali, per appropriarsi del potere politico e poi farne uso ed abuso. La tentazione di avere anche quello che non ti spetta, violando l’espressione della volontà del popolo, purtroppo non è un raro fenomeno, in varie parti del mondo. Ma in tutti i paesi democratici, o che mirano a diventare tali, per rendere impossibile e contrastare questo fenomeno, ci sono le leggi e tutte le apposite strutture che garantiscono o, almeno, dovrebbero garantire il voto libero dei cittadini. Cosa che purtroppo, non accade in tutti i paesi. Un esempio ormai pubblicamente noto e molto significativo è quello che è successo il 5 agosto scorso in Bielorussia. In seguito ad una farsa elettorale, con tanti brogli e manipolazioni, Lukashenko ha vinto un altro immeritato mandato che non rappresentava l’espressione della volontà del popolo. Ma la volontà del popolo sovrano, purtroppo, potrebbe essere trascurata, condizionata e/o addirittura negata anche nei paesi con delle democrazie funzionanti. Figuriamoci poi in altri paesi come l’Albania, con delle serie e continue problematiche elettorali, soprattutto in questi ultimi anni. Problematiche evidenziate sia dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali, specializzate proprio per le gare elettorali, sia da diversi noti media internazionali, che hanno pubblicato anche delle registrazioni audio.

    L’autore di queste righe condivide in pieno quanto scriveva Cristiana Muscardini, circa tre mesi fa, in un suo articolo. E cioè che “Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte.” (Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte; 1 luglio 2020). Ma quanto è accaduto con le elezioni in Albania, soprattutto dal 2015 ad oggi, rappresenta una consapevole strategia messa in atto, per alterare, condizionare e/o manipolare l’espressione, tramite il voto, della volontà dei cittadini. Quanto scriveva Cristiana Muscardini nel sopracitato articolo, rispecchia fedelmente anche quello che sta accadendo in Albania in questi ultimi mesi con la Riforma elettorale. L’Albania è però un paese che sta proseguendo il suo lungo, difficile, tortuoso e sempre più in salita percorso europeo. Perciò deve adempiere le condizioni poste da alcuni anni e riconfermate anche in questi ultimi mesi, sia da singoli paesi membri dell’Unione europea, che dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Una delle condizioni sine qua non è quella dell’approvazione e l’attuazione, nelle prossime elezioni, della Riforma elettorale. Ed era proprio questa condizione del Consiglio europeo che ha “costretto” i partiti politici a firmare un accordo il 14 gennaio 2020, sia per costituire un “Consiglio politico” che per prendere e rispettare determinati impegni. Poi, dopo gli interventi “poco diplomatici” di alcuni ambasciatori in Albania, il 5 giugno scorso è stato firmato unanimemente un Accordo che doveva garantire l’approvazione della Riforma elettorale. Ma subito dopo, il primo ministro e il suo rappresentante al “Consiglio politico” hanno calpestato l’accordo del 5 giugno votando in Parlamento dei cambiamenti unilaterali dell’accordo e spesso, anche in palese violazione della Costituzione. Da sottolineare, però, che da più di tre anni in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò, a tempo debito, sia lo scorso giugno che la scorsa settimana. Nel frattempo, il primo ministro, da incallito imbroglione e spudorato bugiardo qual è, ha cambiato diverse volte le “carte in tavola” per avere, finalmente, un Codice elettorale, parte basilare e obiettivo finale della Riforma elettorale, come lui vuole, intenzionato com’è di vincere le elezioni, costi quel che costi. E proprio oggi, lunedì 5 ottobre, il Parlamento, con tutta probabilità, voterà alcuni altri cambiamenti del già modificato Codice elettorale. Si sanciranno così, di fatto e realmente, sia le liste chiuse che l’impedimento delle coalizioni pre-elettorali dei partiti, nonostante le “acrobazie verbali”, gli inganni e le continue bugie pubbliche del primo ministro e di altri. Così facendo, lui sta dimostrando sia la sua decisa volontà che tutto il suo incontrollato, incontrollabile e pericoloso potere istituzionale a fare della Riforma elettorale un prodotto a suo servizio. Impedendo così ai cittadini di esercitare il loro diritto di voto libero e manipolando il risultato finale. Come Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese sta abusando di tutto il suo potere istituzionale per fare un Codice elettorale a suo piacimento e interesse. Allo stesso tempo lui sta cercando di ingannare l’opinione pubblica per poi truffare di nuovo gli albanesi nelle prossime elezioni politiche del 25 aprile 2021. Chi scrive queste righe considera vitale per l’Albania l’importanza di un processo elettorale libero e democratico. Soprattutto adesso che è stata restaurata una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. All’autore di queste righe Totò sembra innocuo come truffatore di fronte al primo ministro albanese e ad altri rappresentanti politici. E per impedire che in Albania un inganno tiri l’altro e che gli albanesi diventino una mandria che deve essere governata con la frode, l’inganno e con lo spettacolo essi stessi devono reagire.

  • Inquietanti dimostrazioni dittatoriali

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin; dal film “Il grande dittatore”

    La televisione pubblica tedesca ARD, circa una decina di giorni fa, in base ad un’analisi fatta, evidenziava la necessità di superare una “crisi interna” dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Una crisi causata dall’incapacità di nominare il nuovo segretario generale, visto che il mandato dell’uscente scadeva a metà del luglio scorso. Una simile situazione sta mettendo l’OSCE in difficoltà perché non può svolgere normalmente i propri obblighi statutari. Tra l’altro, nell’analisi della televisione tedesca, si evidenziava anche la diretta responsabilità del presidente di turno dell’OSCE, che quest’anno è il primo ministro albanese. Fatto che potrebbe aumentare i disagi, se non si interviene subito e con delle decisioni prese dalle diplomazie degli altri paesi membri. Perché “…in più l’Albania, che ha meno contatti e influenza diplomatica che altri paesi […] avrà questo incarico fino a fine anno”. La sopracitata analisi, riferendosi poi alla crisi in Bielorussia, causata subito dopo la rielezione di Lukashenko, evidenziava l’incapacità del presidente di turno dell’OSCE di intervenire per risolvere la crisi. Perché, il presidente di turno, e cioè il primo ministro albanese, “… non poteva frenare, oppure trovare una soluzione della crisi, perché non aveva i legami e le influenze tra i paesi membri dell’OSCE”. Anzi, Lukashenko “…lo ha ignorato, negandogli la visita” proposta ufficialmente proprio da lui, dal primo ministro albanese, nella veste di presidente di turno dell’OSCE. E non poteva essere diversamente. L’autore di queste righe ha informato di tutto ciò il nostro lettore tre settimane fa (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue; 7 settembre 2020).

    Nel frattempo però, il primo ministro albanese rifiuta in Albania la richiesta dell’opposizione per coinvolgere i rappresentanti dell’OSCE a redigere tutte le necessarie correzioni sulla Riforma elettorale, accordata il 5 giugno scorso dai partiti politici. Un accordo, quello, salutato anche dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcune importanti cancellerie europee e quella statunitense. Un accordo, quello, firmato da tutti, ma poi, subito dopo, ignorato dalla maggioranza governativa, che ha votato in Parlamento degli emendamenti cambiando così quanto accordato precedentemente. Emendamenti che adesso il primo ministro e i suoi rappresentanti stanno cercando di rappezzare di nuovo. Cosa che è tutt’altro che difficile per lui che, da più di un anno ormai, controlla indisturbato tutti i deputati eunuchi del parlamento. Tutto ciò mentre, da più di tre anni, in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Perciò il primo ministro può agire indisturbato per finalizzare i suoi obiettivi. Il primo tra i quali adesso è la vittoria nelle prossime elezioni politiche, fissate per il 25 aprile 2021. E tutto ciò anche sotto gli occhi dei rappresentanti internazionali. Proprio quelli che hanno infranto tutte le regole sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, mentre “costringevano” non diplomaticamente le parti, “ospitate” nella residenza dell’ambasciatrice statunitense, a firmare l’Accordo sulla Riforma elettorale del 5 giugno scorso. Adesso però, proprio loro, i “soliti rappresentanti internazionali”, stanno, chissà dove, a guardare, come sempre, con “occhi chiusi e orecchie tappate”. Proprio loro adesso fanno finta di niente e non reagiscono contro queste inquietanti dimostrazioni dittatoriali del primo ministro albanese. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato a tempo debito il nostro lettore. Esprimendo, allo stesso tempo, anche le sue perplessità e i suoi dubbi, sia sulla bontà dell’accordo, che sulla serietà e l’impegno del primo ministro e dei suoi a rispettare quell’accordo. Egli scriveva allora “…Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena”. (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’….;8 giugno 2020). Sempre in riferimento al sopracitato accordo, una settimana dopo egli scriveva: “… Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza” (Dannosa ipocrisia in azione, come un ‘déjà vu’…; 15 giugno 2020).

    In Bielorussia continuano, dal 5 agosto scorso, le massicce e motivate proteste dei cittadini contro Lukashenko, il suo regime dittatoriale e le manipolazione elettorali. Tra lui e il primo ministro albanese sono tante le somiglianze. Somigliano nel modo con il quale esercitano il potere conferito di fronte alle elezioni. Somigliano nel modo in cui si comportano e reprimono le proteste dei cittadini che chiedono il rispetto dei loro sacrosanti diritti. Somigliano, soprattutto, nella loro determinazione ad aggrapparsi al potere, costi quel che costi, usando tutti i noti e duri modi che caratterizzano le dittature. Anche il primo ministro Albanese, come Lukashenko, sta cercano un nuovo mandato. Non importa come e non importa con quale prezzo. Ma mentre in Bielorussia continuano le proteste contro Lukashenko, in Albania non si protesta da più di un anno. Questo grazie anche al comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali si sono dimenticati delle diverse “linee rosse” pubblicamente dichiarate con tanto di giuramenti e poi “stranamente dimenticate” e/o ignorate. Il che ha permesso al primo ministro di agire indisturbato ed attuare il suo progetto per “rimanere al potere fino al 2029”! E lui farà tutto il possibile perché ciò possa accadere. Almeno vincere le prossime elezioni che gli permetteranno il tanto ambito terzo mandato. Da sottolineare che il primo ministro albanese, nel suo disperato tentativo di vincere quel mandato, non ha niente da perdere. Mentre da guadagnare ne ha e come! Ragion per cui lui non guarderà in faccia a nessuno, proprio a nessuno. Non risparmiando neanche i suoi “fedelissimi, carichi di peccati”. Farà tutto ciò e ben altro purché lui possa realizzare il suo vitale obiettivo: vincere il terzo mandato per salvare tutto, ma proprio tutto quello che ha a che fare con lui stesso! Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con la “Riforma elettorale” e altro ancora, rappresenta il preludio di quello che il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri” stanno preparando per le prossime elezioni del 25 aprile 2021. Seguendo anche l’esempio di Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto e non smetterà di ripetere quello che ci insegna la storia. E cioè che in nessun paese una dittatura possa essere sconfitta con il “voto libero”! Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. La storia ci insegna che le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Compresa anche la dittatura ormai restaurata e funzionante in Albania. Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Spetta però ai cittadini reagire determinati e consapevoli che i dittatori sono tali e agiscono liberamente, solo perché rendono schiavo il popolo.

  • Mare nostrum

    L’uomo troppo compiacente che accorda tutto
    per tutto avere, é ruinato dalla propria facilità.

    Confucio

    La ben nota denominazione Mare Nostrum è stata coniata ed usata già dagli antichi romani per indicare il mare Mediterraneo. Un mare sul quale si affacciano molti paesi e si incrociano molti interessi, soprattutto economici. E quando si tratta di interessi economici e di contenziosi tra paesi sono sempre presenti anche degli attriti di vario genere. Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi ne è un’eloquente testimonianza.

    A fine luglio scorso sono ricominciati di nuovo gli attriti tra la Grecia e la Turchia dovuti a delle reciproche rivendicazioni su determinate aree marine intorno a delle isole sul Mediterraneo. Aree che sia la Grecia che la Turchia pretendono di essere parte integrante delle proprie zone economiche esclusive. Dopo che la Turchia ha avviato l’esplorazione in mare per delle risorse di gas naturale è stata immediata la reazione ufficiale da parte della Grecia. Da sottolineare che il diritto della sovranità in questi casi viene definito dalla Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1982 sulla legge dei mari (UNCLOS), nota anche come la Convenzione di Montego Bay. Convenzione che ancora non è stata riconosciuta dalla Turchia però. Sono state tante e dure le dichiarazioni delle massime autorità dei due paesi. Ma vista l’evoluzione della situazione non sono mancate neanche le dichiarazioni delle massime autorità delle cancellerie europee e quella statunitense. E finalmente sembra che ci sia un svolta positiva. Il presidente turco, dopo aver fatto il “duro” fino a pochi giorni fa, la sera di sabato scorso ha fatto un passo indietro. Lui ha dichiarato che la Turchia cercherà di risolvere il contenzioso con la Grecia “con saggezza e in maniera civile”. Finalmente lui ha rinunciato alle maniere dure e all’uso della forza, come dichiarava convinto dal luglio scorso e fino a pochi giorni fa. Dando così, secondo il presidente turco “…più spazio alla diplomazia, per risolvere i problemi con il dialogo, con il quale tutti ne escono vincitori”.

    Il 5 agosto scorso la Turchia, però, ha firmato con la Libia un accordo per delimitare le proprie zone economiche esclusive. Accordo che urta ed è incompatibile con quanto prevede l’accordo, tuttora in vigore, tra la Grecia e la Turchia. Ma anche la Grecia, nel frattempo, il 6 agosto scorso, ha firmato un simile accordo con l’Egitto, che delinea le rispettive zone economiche esclusive. Secondo fonti diplomatiche, quest’ultimo accordo mira a contenere proprio le ambizioni della Turchia in quelle aree del Mediterraneo. Un altro accordo che riguarda le zone economiche esclusive tra i paesi del Mediterraneo è stato firmato tra l’Italia e la Grecia il 9 giugno scorso. Un accordo che è stato considerato come “storico” in Grecia, forse anche perché si stavano già preparando ad affrontare quanto è poi successo soltanto circa un mese dopo con la Turchia. Come parte integrante del sopracitato accordo tra la Grecia e l’Italia c’è anche una clausola secondo la quale si prevede la possibilità di continuare la linea del confine marino sia verso il nord che verso il sud “con altri Stati vicini”. E, tutto sommato, si tratterebbe dell’Albania a nord e della Libia e Malta a sud.

    Durante queste ultime settimane si sono riattivate anche le rivendicazioni della Grecia sulla delimitazione del confine marino con l’Albania. Un contenzioso che continua da una decina d’anni e che, guarda caso, è stato riaperto proprio adesso, in questo periodo carico di attriti e di accordi per le zone economiche esclusive e la delimitazione dei confini marini tra diversi paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

    Il 26 agosto scorso il primo ministro greco ha dichiarato, durante una seduta del Parlamento, che il suo governo presenterà un disegno di legge che poi, approvato dal parlamento, permetterebbe l’allargamento del confine marino occidentale della Grecia nel mare Ionio da 6 a 12 miglia marine. Il che significherebbe la riduzione, in egual misura, del confine marino dell’Albania, dove sono state immediate e forti le reazioni. Anche perché si tratta di un argomento che ha generato non pochi attriti tra le forze politiche in Albania, soprattutto in quest’ultimo decennio.

    Il confine marino tra la Grecia e l’Albania è stato definito dalle grandi potenze con il Protocollo di Firenze del 27 gennaio 1925. Poi, in seguito, il 30 luglio 1926 a Parigi, la Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze ha sancito definitivamente tutti i confini tra l’Albania e la Grecia. Quella presa dalla Conferenza degli Ambasciatori, era ed è tuttora una decisione obbligatoria per i due paesi. Anche perché adesso, sia la Grecia che l’Albania sono paesi che hanno ufficialmente riconosciuto la sopracitata Convenzione di Montego Bay del 1982 sui mari. Da sottolineare che tra la Grecia e l’Albania il 27 aprile 2009 è stato firmato un Accordo per la “Delimitazione delle loro rispettive zone della piattaforma continentale sottomarina e delle altre zone marine, che a loro appartengono in base al diritto internazionale”. Accordo quello che è stato fortemente contrastato allora dall’opposizione capeggiata dall’attuale primo ministro albanese. La questione finì poi alla Corte Costituzionale, la quale, il 15 aprile 2010, decretò l’anticostituzionalità dell’Accordo e proclamò la sua nullità. Chi scrive queste righe, durante l’autunno del 2018, ha trattato l’argomento in diversi articoli, tra i quagli anche Perfidie e mercanteggiamenti balcanici; 22 ottobre 2018 e Accordi peccaminosi; 29 ottobre 2018.

    Tornando agli ultimi sviluppi, e in seguito alle dichiarazioni del primo ministro della Grecia il 26 agosto scorso in Parlamento, ha reagito anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo ha considerato come “molto corretta” la dichiarazione del suo omologo. Mentre le forti reazioni in Albania il primo ministro albanese le considerava come mosse “dall’ignoranza” e usate “come argomento di tradimento del nostro governo”. Perché, secondo lui, la Grecia sta “esercitando un diritto” che deriva dalla Convenzione di Montego Bay del 1982. Negando “stranamente” però, anche il diritto della parte lesa, e cioè l’Albania, di opporsi. Il che non è per niente vero, Convenzione di Montego Bay alla mano. Come al solito, una sua “interpretazione creativa” quella del primo ministro albanese. Poi in seguito lui stesso ha fatto dietro front e ha parlato di negoziati tra le parti e anche, addirittura, di portare il caso presso un tribunale internazionale. Impensabile fino a pochi giorni fa! Chissà perché?! E chissà se è per puro caso che ciò accade proprio dopo una “cena tra amici” con il presidente turco, alcuni giorni fa. Ma nel frattempo anche quest’ultimo ha cambiato l’atteggiamento nei confronti del contenzioso con la Grecia!

    Chi scrive queste righe avrebbe molti altri argomenti da analizzare, in modo che il nostro lettore possa comprendere meglio quanto sta accadendo in queste settimane tra diversi paesi del Mare Nostrum, soprattutto tra la Grecia e l’Albania. Ricorda però che durante un forum internazionale ad Atene, il 16 settembre scorso, la ministra firmataria del sopracitato Accordo del 27 aprile 2009 tra la Grecia e l’Albania, che è anche la sorella dell’attuale primo ministro greco, ha accusato direttamente il primo ministro albanese, anche lui presente, di essere stato “convinto” nel 2009 proprio da Erdogan, a portare il caso alla Corte Costituzionale, per poi annullarlo. Chi scrive queste righe pensa che, come scriveva Confucio, l’uomo troppo compiacente, che accorda tutto per tutto avere, è ruinato dalla propria facilità. Primo ministro albanese compreso.

  • Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?

    Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?
    Quando si dice che si è d’accordo su qualcosa in linea di principio,
    significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica.

    Otto von Bismarck

    Il 4 settembre scorso, nell’ufficio ovale del presidente degli Stati Uniti d’America a Washington D.C., ha avuto luogo un incontro tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo. Erano presenti l’anfitrione, presidente Trump, il presidente della Serbia e il primo ministro del Kosovo. Erano presenti anche le tre delegazioni rispettive. Un vertice a tre, rimandato però per due volte. Inizialmente era stato previsto per il 27 giugno scorso. Ma prima della partenza per Washington la delegazione del Kosovo ha annunciato che non poteva partecipare più al previsto vertice. La mancata partenza era dovuta al rilascio, il 24 giungo 2020, di un comunicato dell’Ufficio del Procuratore Speciale per il Kosovo. Con quel comunicato si rendeva noto che il Procuratore Speciale aveva presentato dieci capi d’accusa presso le Camere Speciali del Kosovo contro il presidente della Repubblica del Kosovo. Proprio lui che doveva dirigere la delegazione. Poi, in seguito, il vertice a tre a Washington è stato previsto per il 2 settembre scorso. Ma anche quella volta è stato rimandato, per poi essere stato realizzato finalmente, due giorni dopo, il 4 settembre. La persona incaricata dal presidente statunitense per organizzare l’incontro e per preparare il contenuto del previsto accordo aveva, dall’inizio, ribadito che si trattava di un accordo con obiettivi economici. Mentre per quelli politici le delegazioni della Serbia e del Kosovo dovevano negoziare con i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea.

    Nel frattempo i massimi rappresentanti dell’Unione europea non hanno visto di buon occhio lo spostamento a Washington dei negoziati tra la Serbia ed il Kosovo. Ragion per cui, subito dopo il fallimento del vertice a tre del 27 giugno 2020, il presidente francese ha proposto un vertice in videoconferenza. Il 12 luglio scorso da Parigi, lui e la cancelliera tedesca hanno dialogato con il presidente serbo, il primo ministro kosovaro e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza. Un dialogo considerato positivo dagli organizzatori. Per l’occasione il rappresentante dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo ha espresso la sua soddisfazione perché, secondo lui, finalmente il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo, con la diretta mediazione degli alti rappresentanti dell’Unione europea per la normalizzazione dei rapporti, “è ritornato, dopo 20 mesi, nella giusta via”.

    Dopo il sopracitato vertice in videoconferenza le parti hanno ribadito le loro richieste. Il primo ministro del Kosovo ha annunciato le sue cinque. La più importante delle quali era che l’Accordo integrale della Pace tra il Kosovo e la Serbia “doveva portare ad un riconoscimento reciproco” tra i due paesi. Perché per il momento la Serbia considera il Kosovo come una sua regione, parte integrante del suo territorio. Invece il presidente della Serbia, riferendosi al contenuto sostanziale delle richieste del Kosovo, ha dichairato che “… se quello è il perno di tutto ciò che essi [la delegazione del Kosovo] vogliono discutere, allora tutto diventa completamente insensato”.

    Il processo di mediazione di un accordo tra la Serbia ed il Kosovo è cominciato a Rambouillet, in Francia, nel lontano febbraio del 1999. Il testo con il contenuto dell’accordo presentato alle parti, che prevedeva un’autonomia sostanziale per il Kosovo, nonché le modalità della presenza dei rappresentanti internazionali, civili e militari ecc., era preparato dagli esperti della NATO (l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Dopo tanti, continui e difficili negoziati non si è raggiunto però un accordo. Il 18 marzo 1999 le delegazioni del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito hanno firmato quello che viene riconosciuto come l’Accordo di Rambouillet. Mentre le delegazioni della Serbia e della Russia hanno rifiutato di farlo. Ragion per cui, in seguito, la NATO ha deciso l’intervento militare con bombardamenti aerei contro la Serbia. Il resto è ormai storia nota.

    Negli anni dopo quell’intervento militare, i negoziati tra i due paesi hanno continuato, sempre con le stesse e insuperabili difficoltà. Nel novembre 2005 ha avuto inizio quello che diventerà il processo per l’indipendenza del Kosovo, nell’ambito di quella che è stata riconosciuta come la Conferenza di Vienna. Dopo una serie di incontri tra le parti, il 2 febbraio 2007 il rappresentante internazionale ha presentato le sue proposte per portare ad un accordo. Quel rappresentante era un noto diplomatico e politico finlandese. Egli è stato presidente della Finlandia dal 1994 al 2000 e anche sottosegretario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per il suo continuo e apprezzato impegno per la pace nel mondo, a lui, Martti Ahtisaari, è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2008. La Serbia, come sempre, ha rifiutato il riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Mentre il Kosovo, con il deciso sostegno di tutti i paesi del G7 e di molti altri in seguito, ha dichiarato la sua indipendenza il 17 febbraio 2008.

    Un terzo processo di dialoghi tra la Serbia ed il Kosovo, per raggiungere un accordo di pace, è ricominciato nel 2011, con la mediazione dei massimi rappresentanti dell’Unione europea. Si tratta di un processo che continua tutto’ora e che, come sopracitato, è ricominciato il 12 luglio scorso, dopo venti mesi di pausa. Si tratta, però, di un processo che ha avuto degli alti e bassi e che ha rischiato di portare non solo ad un fallimento, ma anche a degli accordi che potevano mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità nei Balcani. Perché, come è stato reso pubblico durante gli ultimi anni, si poteva arrivare, con un consenso non solo dei massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, ma anche dell’attuale primo ministro albanese, ad un pericoloso processo della ridistribuzione di determinati territori confinanti, a vantaggio della Serbia. Un simile progetto ha visto come un attivo promotore anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza dal 2014 al 2019. Durante questo periodo tra la Serbia e il Kosovo sono stati raggiunti degli accordi particolari, che mai sono stati però attuati in seguito. Ragion per cui, la mediazione dell’Unione europea è stata considerata come un fallimento da molti analisti e opinionisti internazionali.

    Una situazione quella che ha fatto “scendere in campo” gli Stati Uniti d’America. Ovviamente ci sono anche dei motivi non pubblicamente dichiarati che hanno portato ad una simile decisione. Motivi che, secondo gli analisti, hanno a che fare con l’aumento della presenza russa e cinese nei Balcani. Ma anche motivi che avrebbero a che fare, forse, anche con la campagna in corso per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Sui reali motivi e sui primi e attesi risultati del vertice del 4 settembre scorso a Washington D.C., tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, alla presenza del presidente statunitense, le opinioni sono diverse e spesso anche ben differenti. Comunque sia, la discesa in campo degli Stati Uniti darà un nuovo impulso dei negoziati e della soluzione finale del problema spinoso tra la Serbia e il Kosovo. Come è stato anche nel 1999 e poi, nel 2007 – 2008. Il primo risultato, comunque, è stato la ripresa dei negoziati con la mediazione dell’Unione europea. Tutto rimane, però, da vedere.

    Chi scrive queste righe pensa che quando si tratta di un accordo non ci sono mai né vincitori e né vinti. Altrimenti non si tratterebbe di un accordo, ma bensì di un diktat. Egli auspica che quanto scriveva Bismark, su un accordo in linea di principio, non sia vero sempre. Perché se no, ci si chiederebbe chi approfitta e chi perde cosa dall’accordo del 4 settembre scorso a Washington?

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