Albania

  • Stato o banda di ladri

    Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati,

    se non delle grandi bande di ladri?

    Sant’Agostino

    Lo Stato è una forma di organizzazione politica di una collettività sociale, tenendo presente anche che per politica, dall’antichità, si considerava l’insieme degli argomenti di discussione, di interesse e di trattazione che concernevano la vita pubblica di una determinata comunità. Comunità che vivevano in territori ristretti. Le città-Stato, ben note nella Grecia antica, rappresentano una forma primaria di organizzazione dello Stato che troviamo fino al medioevo, sia in alcune popolazioni europee e mediterranee, che nelle civiltà precolombiane oltreoceano.

    Lo Stato viene definito come un’entità giuridica e politica, risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. In uno Stato perciò, perché esso possa essere considerato tale, dovrebbero coesistere e funzionare contemporaneamente un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

    La Rivoluzione francese, iniziata con la ribellione di Parigi del 14 luglio 1789, culminata, lo stesso giorno, con l’assalto e la presa della Bastiglia, prigione e simbolo del dispotismo, diede vita anche alla costituzione degli Stati democratici, che hanno come basi intrinseche i concetti fondamentali dello Stato di diritto. I primi elementi dello Stato di diritto si trovano nell’antichità. Per poi arrivare agli sviluppi in Inghilterra nel XIII secolo, sia con l’approvazione della Magna Carta Libertatum, nel 15 giugno 1215, che garantiva alcuni diritti per i sudditi del re Giovanni, sia con l’imposizione di alcune regole, che rappresentavano una significativa novità: per la prima volta i depositari del potere legislativo erano insieme, sia il re che il Parlamento. In seguito, definizione ancora attuale,  con Stato di diritto si intende uno Stato determinato e vincolato dai diritti sanciti nella sua Costituzione. Perciò l’esistenza e il buon funzionamento di uno Stato di diritto presuppongono, tra l’altro, anche la separazione dei poteri e l’esistenza di una Corte Costituzionale che possa controllare e garantire che i poteri rimangano separati e che non interferiscano l’uno con altri. In uno Stato di diritto si devono garantire tutti: i diritti umani, i diritti politici e l’uguaglianza giuridica.

    Cosa che, purtroppo, non sta succedendo ultimamente in Albania. Dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991 e durante un lungo e travagliato periodo di transizione, si sta cercando di costituire uno Stato di diritto. L’Albania continua anche il suo percorso di democratizzazione, essendo però un paese con una democrazia ibrida o fragile, a seconda delle valutazioni fatte dalle istituzioni internazionali specializzate. Per varie ragioni, sia legate agli sviluppi interni che a quelli internazionali, il percorso democratico del paese sta subendo continui colpi. Si sta cercando che più che una società e un paese democratico l’Albania diventi un paese che possa garantire una certa stabilità interna e regionale. A scapito della democrazia però. Una scelta e una decisione delle cancellerie e delle istituzioni europee le cui ripercussioni stanno aggravando la situazione interna del paese. Perché da quella “scelta strategica” per la stabilità a scapito della democrazia, colui che ne approfitta e gode è il primo ministro. E, tramite lui, che ormai si trova con le mani libere, ne approfittano anche certe congregazioni occulte e la ben presente e pericolosa criminalità organizzata. Una diretta conseguenza della scelta di “chiudere un occhio e tollerare” in cambio della “garanzia di stabilità” è anche lo sgretolamento e l’annientamento dello Stato in Albania. Perché, purtroppo, in Albania lo Stato non funziona più. È stato catturato e preso in ostaggio. Una grave e pericolosa realtà questa che ormai non riesce a coprirla neanche il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. Da qualche tempo a questa parte il primo ministro non si vanta più, come faceva regolarmente prima, che “sta costituendo lo Stato”. Perché egli ormai lo sa che lo Stato è lui e ne gode. Come ne godeva Luigi XIV quando, sfidando il Parlamento, nell’aprile 1655, proclamava “L’État, c’est moi – lo Stato sono io!”

    Tra le tante prove eloquenti della realtà albanese è anche il contenuto del Rapporto finale per le votazioni moniste del 30 giugno scorso, presentato ufficialmente a Tirana il 5 settembre scorso dall’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights), che è un importante ufficio, parte integrante dell’OSCE. I suoi rappresentanti hanno osservato e seguito tutte le fasi delle sopracitate votazioni moniste. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese della farsa di quelle votazioni moniste, nonché di tutte le palesi violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore in Albania, mentre la Corte Costituzionale non funziona da quasi due anni.

    Il sopracitato Rapporto sulle votazioni moniste del 30 giugno 2019 in Albania rappresenta un’inequivocabile testimonianza della presa in ostaggio e del totale controllo dello Stato. Nelle 36 pagine del Rapporto si evidenziano tantissimi fatti che dimostrano la cattura dello Stato da parte del potere politico. Il che in Albania significa controllo diretto e personale da parte del primo ministro, da chi per lui e/o per conto di chiunque altro da parte sua. Sono tante e diverse le violazioni evidenziate dai rappresentanti e dagli osservatori dell’OSCE/ODIHR. Si riferiscono sia al processo stesso delle votazioni, sia alle istituzioni che, per legge, dovevano gestire tutto il processo.

    Ma tra le tante conferme dirette e/o indirette della cattura dello Stato, evidenziate nel Rapporto, una merita particolare attenzione. Perché si riferisce al Presidente della Repubblica che aveva firmato due decreti riguardo alla data delle elezioni amministrative. Con il primo annullava il 30 giugno, mentre con il secondo decretava il 13 ottobre 2019 come nuova data per le elezioni. Ebbene, nessuno dei decreti del presidente della Repubblica è stato preso in considerazione, anche se la Costituzione e le leggi obbligavano tutti a farlo. Il Rapporto evidenzia tutto ciò e lo considera come violazione. Non solo ma considera come grave violazione anche il fatto che il secondo decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come prevede e obbliga la legge! Nel Rapporto dell’ODIHR si evidenzia che “Il Decreto del presidente della Repubblica per fissare il 13 ottobre come giorno per le elezioni amministrative non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica d’Albania, anche se la pubblicazione di questo atto del presidente della Repubblica è obbligatorio per legge”! Ed è soltanto una delle tante, tantissime violazioni evidenziate dal Rapporto.

    Chi scrive queste righe è convinto dell’urgenza di salvare lo Stato in Albania. Proprio quello Stato che è stato preso in ostaggio e annientato nelle sue funzioni. Perché l’annientamento dello Stato rappresenta un gravissimo allarme e una situazione di massima pericolosità per le sorti del Paese e della nazione. Perché ormai in Albania si sta restaurando una nuova dittatura con tutte le inevitabili e drammatiche conseguenze. La memoria storica dal 1945 fino al 1990 insegna tutto a tutti. Gli albanesi si devono rendere conto, prima possibile, di questo imminente pericolo e devono agire decisi. L’insegnamento di Sant’Agostino, che se non è rispettata la giustizia lo Stato diventa una grande banda di ladri, deve servire a tutti loro da lezione. Domani sarà troppo tardi!

  • Indispensabile cambiamento, ma come e da chi

    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

    Giuseppe Tomasi di Lampedusa; “Il gattopardo”

    Così disse Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, che ancora non aveva deciso quello che si doveva fare, mentre Garibaldi e i suoi stavano avanzando sul territorio dell’isola. Quanto accadeva in Sicilia nel 1860 è stato maestosamente raccontato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo famoso romanzo “Il gattopardo”. Era un periodo di grandi trasformazioni in tutto il paese. Si stava andando verso l’Unità d’Italia, lasciando dietro il passato legato ai Borboni. Era il tempo in cui Garibaldi, partito dalla Sardegna all’inizio di maggio del 1860 con la sua spedizione dei Mille, era già sbarcato a Marsala, in Sicilia, e stava conquistando l’isola.Tancredi, un giovane avvenente, chiaro nelle sue idee e aspettative, aveva deciso di unirsi al movimento di Garibaldi, convinto dell’inevitabilità della caduta dei Borboni e dei sicuri vantaggi che le nuove classi emergenti avrebbero avuto appoggiando i nuovi venuti. Le cose stavano cambiando e a questi cambiamenti si dovevano adattare anche i nobili siciliani. Compreso il principe Fabrizio Salina.

    Dopo quasi un secolo e mezzo anche l’Albania ha vitale bisogno di un indispensabile, vero e duraturo cambiamento. Ma la domanda che viene naturale è: chi lo farà questo cambiamento in Albania? Di certo non lo possono fare quelli che governano adesso, i figli e i nipoti dei dirigenti della dittatura comunista. Non lo possono fare neanche gli arrivisti e i “parvenu” che si aggrappano al potere politico a tutti i costi e senza moralità alcuna. Non lo possono fare i castrati rappresentanti della società civile a servizio del potere politico, che traggono ingenti finanziamenti e altri vantaggi per gli ordinati servizi resi. E neanche altri “attivisti” che si spacciano come contrari alle ingiustizie di ogni genere. Quelli che l’unica capacità che hanno è quella di “annusare l’evento propizio” e di essere presenti, inghiottendo i microfoni e urlando a squarciagola per “rendersi visibili ed importanti” e alzare il prezzo. L’indispensabile cambiamento in Albania non lo possono fare neanche certi rappresentanti non convincenti dell’attuale opposizione politica, i quali, da alcuni anni a questa parte, hanno costantemente dimostrato di non essere in grado di suscitare la fiducia dei cittadini, causando, invece, la delusione, l’indifferenza, l’apatia e tanto altro. Perché le promesse fatte e mai mantenute portano a tutto ciò. No! Nessuno di loro lo può fare. Perché il vero cambiamento in Albania potrebbe venire soltanto da persone responsabili, oneste e con integrità.

    Chiunque conosca la storia e la realtà albanese, leggendo “Il gattopardo” trova, inevitabilmente, delle similitudini caratteriali tra i siciliani e gli albanesi. Nel bene e nel male. Dovuto al loro passato, sia quello sotto l’impero ottomano durato cinque secoli, che quello sotto la dittatura comunista, gli albanesi non hanno sviluppato la loro coscienza civile e la loro sensibilità riguardo ai propri diritti e doveri di liberi cittadini. Perciò anche adesso non riescono a rendersi conto e non reagiscono per i loro diritti calpestati e/o negati. Ovviamente non tutti gli albanesi sono indifferenti e apatici riguardo alle loro sorti. Ma non sono pochi neanche gli altri che, per vari motivi, non riescono a ragionare e/o reagire. Forse la mentalità ereditata di obbedire e servire il “potente di turno”, invece di reagire da persone libere, fa la sua parte. E finché gli albanesi non conosceranno i propri diritti, partendo da quelli innati, come il diritto della vita e della libertà, essi non riusciranno mai neanche ad essere e agire da persone libere. E perciò, continueranno a subire.

    Come accadeva nella Sicilia raccontata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dove i siciliani, subendo diverse occupazioni e domini, erano diventati indifferenti, adattandosi alla situazione, senza agire. Era convinto di tutto ciò il principe Fabrizio Salina. Era convinto che i siciliani non potevano cambiare perché, secondo lui, i siciliani si erano adattati agli invasori. Il che aveva annientato la loro voglia di fare e di agire, procurando soltanto indifferenza, apatia e ozio. E quella convinzione il principe gliela disse a modo suo, pacatamente ma chiaramente, anche al rappresentante della corona Sabauda, venuto appositamente per proporgli di essere senatore del Regno. Proposta che il principe rifiutò con garbo, perché era convinto che quello che stava accadendo non era altro che la ripetizione di quanto era accaduto nell’isola più volte nel corso della sua storia. Senza cambiare niente e nessuno.

    Come niente realmente sta cambiando in Albania. Perché ormai l’Albania si trova di nuovo sotto una nuova dittatura. Una dittatura che si nasconde dietro una subdola e ingannevole parvenza di democrazia. Il che la rende alquanto pericolosa, anche perché si basa sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con alcuni clan occulti di una certa oligarchia.

    In Albania ormai, dopo quasi trent’anni dalla caduta dell’atroce regime comunista, si stanno distruggendo e stanno cadendo, uno dopo l’altro, i pilastri della democrazia. Quei pilastri dei quali parlavano ed insistevano tanto Platone e Aristotele già più di duemila anni fa. Pilastri che aveva ben definito quasi tre secoli fa Montesquieu, il quale era convinto dell’imperativo “Il potere arresti il potere”. E si riferiva ai tre poteri, i veri pilastri della democrazia: il potere legislativo, quello esecutivo e il potere giudiziario. In Albania ormai sono caduti due dei pilastri. Dopo che il primo ministro, fatti alla mano, ha messo sotto controllo il Parlamento, cioè il potere legislativo, facendolo diventare un suo notaio, adesso lui controlla anche quello giudiziario. Soltanto quanto sta accadendo durante questi ultimi mesi prova senza ambiguità alcuna che il primo ministro controlla personalmente tutte le procure, partendo dalla Procura Generale e la Procura per i Crimini Gravi. Perciò la Riforma della Giustizia, che doveva cambiare sostanzialmente e significativamente il sistema, rappresenta ormai un eloquente ed inequivocabile esempio di come hanno volutamente ed intenzionalmente cambiato tutto per non cambiare niente.

    Chi scrive queste righe ricorda quanto diceva il principe Fabrizio Salina, personaggio principale de “Il gattopardo”. E cioè che “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Il simbolismo è molto significativo e vale non solo per la Sicilia e i siciliani nel periodo dell’Unità d’Italia. Chi scrive queste righe pensa che la convinzione del principe Fabrizio “Il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. […] Il sonno è ciò che i siciliani vogliono”, possa servire, nei nostri giorni e per altre popolazioni, come cosa da non fare assolutamente. Guai ad un popolo che non fa niente e dorme! Ammonimento che vale anche e soprattutto per gli albanesi, costretti di rivivere un nuovo periodo di dittatura. Chi scrive queste righe è convinto che quanto diceva Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, debba essere un chiaro messaggio che devono tenere presente tutti gli albanesi responsabili e consapevoli. Adesso e nei giorni a venire. E cioè che bisogna impedire, costi quel che costi, a tutti quei farabutti politici che stanno cercando di fare lo stesso: cambiare tutto per non cambiare niente.

  • Che fatica essere credibili

    Si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere,
    più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.

    Hannah Arendt

    Nonostante il caldo del mese appena passato, tante cose sono successe in due paesi vicini, divisi dal mare Adriatico. Nonostante le differenze nello sviluppo economico, democratico e nelle tradizione storiche e culturali in quei due paesi, una cosa però le accomuna: l’irresponsabilità di una certa classe politica che si aggrappa al potere, costi quel che costi, per rimanere a galla.

    In Italia si è aperta una crisi governativa. Accadeva l’8 agosto scorso. Al presidente del Consiglio è stato chiesto dal suo vice e ministro dell’Interno di “prendere atto che non c’è più la maggioranza”. Convinto, quest’ultimo, che era arrivato il momento di “restituire rapidamente la parola agli elettori”. Lui è stato duro anche con gli alleati di governo. Tutto quello che è successo in seguito ha dimostrato però che la decisione del ministro dell’Interno risulterebbe essere stata fatalmente sbagliata per lui. Nei giorni seguenti l’8 agosto, si era capito che si stava andando non verso nuove e anticipate elezioni, ma verso una nuova alleanza, escludendo però il ministro dell’Interno. Rendendosi conto di questo fatto, lui ha teso di nuovo la mano al suo alleato di governo, proponendogli, secondo quest’ultimo, addirittura di essere il presidente del nuovo governo. Tutto ciò ha costretto il ministro dell’Interno ad affrontare una strana e alquanto bizzarra situazione di debolezza politica e di “ritardato ripensamento”. Ma invano, perché i dadi erano già stati tratti. E non a suo favore, anzi! Chiare evidenze sono state rese pubbliche anche durante la seduta straordinaria del Senato il 20 agosto scorso. In quell’occasione il presidente del Consiglio ha annunciato le sue dimissioni, aprendo così l’attesa crisi governativa. Durante il suo lungo discorso in Senato, egli non ha risparmiato dure critiche al suo vice e ministro dell’Interno. Rivolgendosi a lui ha detto: “promuovendo questa crisi di governo ti sei assunto una grande responsabilità di fronte al paese: hai annunciato questa crisi chiedendo pieni poteri…”. Il presidente della Repubblica, rispettando ed eseguendo i suoi doveri e diritti costituzionali, dopo le consultazioni con i rappresentanti delle istituzioni e dei partiti parlamentari, il 29 agosto scorso ha sciolto la riserva. Egli ha dato di nuovo l’incarico al dimissionario presidente del Consiglio di formare il nuovo governo. Un governo basato su un’altra alleanza, anch’essa insolita e strana, visto quanto è accaduto pubblicamente da più di un anno a questa parte. Non solo, ma tutti e due sono dei partiti che hanno regolarmente e significativamente perso in tutte le competizioni elettorali, dal marzo 2018 in poi. Compresa anche quella delle elezioni per il Parlamento europeo, a fine maggio scorso. Tutto il resto è e sarà cronaca di questi giorni. Ma quanto è accaduto in Italia durante lo scorso mese caldo d’agosto, in seguito alla crisi governativa, ha anche e purtroppo palesemente dimostrato fino a quanto e dove si potrebbe arrivare grazie ai “giochi di palazzo”, l’immoralità e l’irresponsabilità politica.

    Nel frattempo, durante il mese caldo d’agosto, in Albania ha continuato a consumarsi la grave crisi politica, istituzionale e sociale iniziata lo scorso febbraio. Crisi che si sta aggravando ogni giorno che passa e che ha come principale responsabile il primo ministro, sia istituzionalmente che personalmente. Crisi che non si potrebbe risolversi neanche con le “acrobazie verbali” del primo ministro per “togliere il marcio” di dosso e buttarlo altrove, non importa a chi. Un suo usuale comportamento, una sua viscerale insistenza quella di non riconoscere e di non assumere le sue responsabilità, passandole agli altri, è una sua costanza caratteriale e una scelta ben nota da anni. Durante questo ultimo mese ne ha dato però ulteriori, irrisori e miseri esempi.

    Che da anni il primo ministro albanese seguisse una ben precisa e dettagliata strategia per prima accedere al potere e poi mantenerlo a tutti i costi, si è capito senza alcun dubbio e pubblicamente. Si è capito anche che quella strategia, elaborata negli ambienti occulti, soprattutto oltreoceano, prevede il coinvolgimento della criminalità organizzata, degli oligarchi, dei media e, da più di un anno, anche del sistema della giustizia. In tutto ciò ormai, dati e fatti alla mano, risulterebbe una strategia che ha raggiunto egregiamente i propri obiettivi. Durante gli ultimi mesi ci sono state ulteriori prove a conferma di tutto ciò.

    Il nostro lettore è ormai ben informato della farsa anticostituzionale delle votazioni moniste del 30 giugno scorso. Ma nonostante ciò, il primo ministro ha insistito e ha proseguito nella sua folle corsa anticostituzionale e in palese violazione delle leggi in vigore in Albania, per accaparrare anche la gestione di tutta l’amministrazione locale. Lo ha fatto spudoratamente e con la sua solita arroganza istituzionale e personale. Lo ha fatto, anche se l’astensionismo durante le votazioni moniste del 30 giugno scorso ha superato mediamente l’80%, con punte di più del 90%!

    Durante questi mesi caldi d’estate altri scandali si sono verificati in Albania. Alcuni appositamente fatti accadere per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla grave crisi e le sue vere cause, altri sfuggendo al controllo di chi di dovere. Il nostro lettore sarà informato a tempo debito di tutto ciò.

    Ma durante questi mesi caldi d’estate, e rimanendo in tema delle votazioni moniste, anche i dirigenti dell’opposizione albanese non hanno smentito se stessi. Prima del 30 giugno avevano promesso pubblicamente di non permettere, anche con la forza, che accadesse quella farsa elettorale anticostituzionale. Poi, alcuni giorni prima, hanno cambiato strategia. Una loro scelta. Forse anche giusta, visti determinati “comportamenti internazionali”. Ma anche’essi, recidivi nel promettere e mai mantenere le loro promesse, hanno di nuovo deluso. Non solo, ma hanno proseguito con il loro “vizio”. Dopo il 30 giugno i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che non avrebbero permesso ai nuovi sindaci di entrare negli uffici. Di nuovo delle promesse clamorosamente deluse! È proprio un vizio il loro: promettono e poi fanno finta di niente. Come se non fossero stati loro stessi ad aver pronunciato quelle parole e aver fatto appelli di “ribellione” e di “lotta intransigente contro il male”! E come se niente fosse, dopo che il primo ministro ormai controlla anche tutta l’amministrazione locale, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che a settembre sarà (veramente?) la fine del male. Rimane tutto da vedere, ma con molta, tanta e ben giustificata riserva.

    Proprio un anno fa il nostro lettore ha potuto leggere l’articolo dell’autore di queste righe “Ormai è già settembre” (Patto Sociale n. 322). Non a caso il titolo, perché i massimi rappresentanti dell’opposizione avevano allora promesso azioni decise per mettere ordine e ripristinare l’ordine democratico in Albania, partendo dal governo. Ma niente è accaduto in seguito. Chissà perché!

    Chi scrive queste righe testimonia che quanto sopracitato è accaduto realmente in Albania durante questa calda estate. Egli è convinto che, purtroppo, quello che sta accadendo in Albania non stupisce più. Anche perché per i politici è una grande fatica essere credibili. Ma quello che sta accadendo in Albania dovrebbe preoccupare sempre di più. E non solo gli albanesi.

  • Palcoscenico salvato

    Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.

    William Shakespeare; “Il mercante di Venezia”

    Per la prima volta dopo più di un anno, da quando cioè, in seguito ad un abusivo ordine governativo, il Teatro Nazionale è stato chiuso, sabato scorso è ripresa l’attività artistica. Sul palcoscenico di una sala pulita e messa in ordine poco prima che iniziasse lo spettacolo dai cittadini che ogni sera si radunano sulla piazzetta del Teatro è salito un attore che ha recitato un monodramma. La scelta non è stata casuale, visto il suo contenuto molto attuale e significativo. È stata una sfida diretta al primo ministro. Una sfida alla sua arroganza, istituzionale e personale, nonché al suo operato peccaminoso. Una sfida diretta a lui che, da tanti anni, ha fatto di tutto per demolire quell’edificio con la scusa di essere impraticabile perché pericolante e non adatto a spettacoli teatrali, perché non soddisfaceva i parametri tecnici richiesti. Sabato scorso si è dimostrato, tra l’altro, che quella sala rimane tuttora una delle migliori in Albania, anche per la sua acustica, nonostante le continue bugie denigratorie del primo ministro, dei suoi sottomessi e della frenetica propaganda governativa. E nonostante lo avessero volutamente trascurato come edificio, in modo che degradasse con il tempo per poi giustificare la demolizione. Quanto è accaduto sabato scorso, 27 luglio, in quella sala, ha dimostrato il contrario. La sala riempita di spettatori, molti dei quali anche in piedi, è stata la migliore risposta all’occulto e abusivo progetto personale di lunga data del primo ministro per distruggere quell’edificio e poi costruire delle torri in cemento armato nel pieno centro di Tirana. I cittadini hanno finalmente capito tutto e sono veramente indignati. Ragion per cui prima che iniziasse la recitazione di sabato scorso sul palcoscenico del Teatro Nazionale tutti gli spettatori in coro hanno cominciato a gridare “Teatro, Teatro” e “Abbasso la dittatura!”.Tutto ciò dopo che per tutto mercoledì scorso, fino a sera tardi, i cittadini e gli artisti non hanno permesso il compimento di un atto vergognoso e pericoloso, cominciato lo stesso giorno, di prima mattina. Atto che dovevano portare a compimento le ingenti forze speciali della polizia di Stato che avevano circondato l’area intorno al Teatro Nazionale. Come se si trattasse di un allarme di elevato pericolo derivante da attacchi terroristici. Invece no. Hanno circondato l’area, ben intenzionati ad agevolare lo svuotamento dell’edificio del Teatro Nazionale. Per poi portare finalmente al compimento il diabolico, corruttivo e scandalistico progetto del primo ministro. Proprio quel progetto ideato vent’anni fa, quando lui era ministro della cultura. Da allora quel progetto è diventato una sua idea fissa ma mai realizzata, grazie soprattutto alle diverse proteste e le contestazioni degli artisti e dei cittadini agli inizi degli anni 2000. Ma da allora le ragioni che hanno sempre spinto il primo ministro a voler realizzare quell’osceno delitto urbanistico sono aumentate. Ed è aumentato enormemente anche il suo potere decisionale. Perché ormai lui controlla quasi tutto, diventando così un autocrate che sta portando l’Albania verso un nuovo regime. Una nuova dittatura gestita da lui, in stretta alleanza con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti. Ormai ci sono molto fondate e convincenti ragioni per credere che il progetto di demolire il Teatro Nazionale e poi costruire, al suo posto, dei grattacieli in pienissimo centro della capitale, non è prima di tutto una scelta architettonica. È bensì una scelta che permetterebbe il riciclaggio del denaro sporco. Si tratterebbe di miliardi di euro, provenienti dai traffici illeciti delle droghe e altre attività criminali e di corruzione.

    All’inizio di giugno dell’anno scorso, per portare a compimento il progetto, in Parlamento è stata approvata una legge speciale, solo con i voti della maggioranza governativa. Proprio quella legge che doveva permettere l’attuazione del sopracitato progetto abusivo, clientelistico e corruttivo del primo ministro. Una legge in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore, ma che non poteva essere contestata più presso la Corte Costituzionale, semplicemente perché quella Corte non funzionava più. E non per caso, come è stato dimostrato chiaramente da circa due anni ormai, in tante altre occasioni. Una legge che non è stata mai decretata dal presidente della Repubblica e che viola anche le normative europee, essendo l’Albania un paese che ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea. Ma per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici. Intanto la misera scusa del primo ministro e dei suoi ubbidienti sostenitori pubblici riguardo la mancanza dei fondi pubblici per finanziare la ricostruzione dell’edificio del Teatro Nazionale fa ridere anche i polli in Albania. Di tutto ciò il lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese, dal giugno 2018 in poi (Patto Sociale n. 316, 361 ecc,). Durante questi ultimi giorni anche i media internazionali stanno rapportando con professionalità su quanto sta accadendo. Nel frattempo però, nessuno dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania si è reso conto di tutto ciò. Sono gli stessi che, in simili casi gravi, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Chissà perché?! Intanto, il 24 luglio scorso, i rappresentanti dell’Alleanza per la difesa del Teatro hanno scritto una lettera al Parlamento europeo, informando su quanto stava accadendo quel mercoledì. Con quella lettera si chiedeva urgentemente, a chi di dovere, “l’appoggio politico, istituzionale, morale ed umano” affinché “questo progetto culturicida del governo albanese venisse fermato prima che fosse tardi’.

    Il 17 giugno scorso, trattando quanto stava succedendo da un anno con la protesta in difesa del Teatro Nazionale, l’autore di queste righe scriveva che in tutto ciò si doveva tanto alle anime nobili dei semplici cittadini e di alcuni artisti e registi. Dopo mercoledì della scorsa settimana ancora di più. Egli continua ad essere convinto anche che quanto accade ogni sera sulla piazzetta del Teatro è la metafora di quello che accade realmente e quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe esprime la sua profonda soddisfazione perché, per l’ennesima volta e grazie alla resistenza consapevole dei cittadini e di quegli artisti che non hanno venduto l’anima e la dignità umana e professionale, il palcoscenico del Teatro Nazionale è stato di nuovo salvato. Ed è convinto che, come scriveva Shakespeare, il mondo continuerà ad essere considerato come un palcoscenico, dove ognuno deve recitare la sua parte. Ognuno, senza eccezione alcuna.

  • Promesse, giuramenti e poi niente ad oggi

    Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no.
    Il più viene dal Maligno.

    Vangelo secondo Matteo; 5/33-37

    “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro…”. Così comincia la quinta parte del Vangelo secondo Matteo. In seguito l’evangelista racconta dell’importanza che Gesù dava al mantenimento delle promesse. “Avete anche sentito che agli antichi fu detto: ‘Non devi fare un giuramento senza mantenerlo, ma devi adempiere i voti che hai fatto a Geova’. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio,  né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare sulla tua testa, perché non puoi rendere bianco o nero un solo capello. Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no, perché ciò che va oltre questo viene dal Malvagio”.

    Anche Giacomo, uno dei dodici primi apostoli di Gesù, affrontava l’argomento in una sua lettera, parte integrante delle Sacre Scritture. Una lettera che Giacomo, “servo di Dio e del Signore Gesù Cristo”, mandava “alle dodici tribù disperse nel mondo”. Nella quarta parte della Lettera, versetto 14, l’apostolo scrive, ammonendo quelli che promettono invano imprese e cose che poi non faranno, mentre non sanno quel che avverrà domani. E domanda loro “Che cos’è la vita vostra? Poiché siete un vapore che appare per un po’ di tempo e poi svanisce”. In seguito, nella quinta parte della Lettera, versetto 12, l’apostolo scrive: “Ma, innanzi tutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con altro giuramento; ma sia il vostro sì, sì, e il vostro no, no, affinché non cadiate sotto giudizio”. Riconfermando così quanto scritto dall’evangelista Matteo.

    Un tema questo delle promesse fatte per essere mantenute, costi quel che costi, dei giuramenti da non dimenticare e onorare, come canoni della moralità e parte integrante delle culture di tutte le società, che è stato trattato ampiamente e sotto diversi aspetti, dall’antichità ad oggi.

    Purtroppo non sempre le promesse fatte si mantengono, in seguito, e non sempre, i giuramenti si onorano. Anzi! Per tante e varie ragioni. Non di rado tutto accade per delle scelte e calcoli premeditati. Ne sanno qualcosa gli impostori di tutti i tempi e in tutto il mondo. Come ne sanno qualcosa anche certi politici che cercano di trarre vantaggi con l’inganno. Ma la storia ci insegna che prima o poi tutto viene a galla.

    Promesse e giuramenti sono stati fatti negli ultimi mesi anche in Albania, dai rappresentanti della classe politica. Di tutte le parti. Sia da coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica e non lo hanno fatto, abusando del potere conferito. Sia dagli altri, che avrebbero dovuto impedire che tutto ciò accadesse. Invece la situazione sta precipitando ogni giorno che passa e la crisi in cui versa il paese si sta pericolosamente aggravando. Una crisi che non si può risolvere, mai e poi mai, con le parole, con promesse e giuramenti, ma con azioni concrete, incisive, ben definite e altrettanto ben attuate. Purtroppo niente di tutto ciò è accaduto. Nel frattempo il male che sta divorando tutto e tutti continua a causare ulteriori e pesanti danni. Un male direttamente legato a colui e coloro che governano l’Albania, in seguito ad accordi peccaminosi e pericolosi con certi poteri occulti d’oltreoceano e con la criminalità organizzata.

    Di fronte ad una simile realtà i dirigenti dell’opposizione, usciti da una lunga, inspiegabile e insolita stasi di azioni concrete, a fine gennaio di quest’anno hanno finalmente deciso di agire. Uniti, tutti i massimi rappresentanti dei partiti dell’opposizione hanno elaborato una strategia che, a loro detta, indicava come si doveva uscire finalmente dalla grave situazione. Giustamente indicavano il primo ministro come l’unica persona istituzionalmente responsabile dell’allarmante situazione e dei perché che hanno portato a tutto ciò. Giustamente hanno espresso anche la diffusa convinzione che il primo ministro, dal 2013 in poi, ha attuato una sua strategia per condizionare e controllare le elezioni e manipolare a suo favore il risultato finale. Tutto ciò in una stretta e ben dettagliata collaborazione con la criminalità organizzata. Valutando l’indiscussa importanza delle elezioni veramente libere e democratiche come base da dove partire, i dirigenti dell’opposizione hanno posto una condizione non negoziabile per uscire dalla crisi. Loro hanno chiesto le dimissioni del primo ministro, come l’ideatore e il diretto responsabile per le significative e continue manipolazioni delle elezioni. Dopo le dimissioni del primo ministro, hanno proposto la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben definiti e con tutto il tempo necessario per adempiere i compiti e portare il paese a nuove e anticipate elezioni.

    Durante quella riunione del fine gennaio scorso, i dirigenti dell’opposizione hanno deciso di organizzare anche una massiccia protesta contro il malgoverno, chiedendo ai cittadini di unirsi a loro. Hanno promesso e giurato che il 16 febbraio, giorno della protesta, sarebbe stato anche l’ultimo giorno per il governo. Il 16 febbraio i cittadini hanno risposto in decine di migliaia, ma niente di tutto ciò che i dirigenti dell’opposizione avevano promesso e giurato, a più riprese e pubblicamente, è veramente accaduto. E così anche dopo tutte le altre proteste massicce, la decima l’8 luglio scorso. In più, dopo quella decima protesta e durante queste ultime due settimane, sono state “dimenticate” le promesse fatte dai rappresentanti dell’opposizione dall’inizio di quest’anno. Non solo, ma alcuni dei massimi dirigenti dell’opposizione hanno addirittura dichiarato che si potrebbe andare alle elezioni con questo primo ministro! Pronti a elezioni anticipate tra qualche mese, nelle dichiarazioni pubbliche di queste due ultime settimane, i massimi dirigenti dell’opposizione non parlavano più neanche della costituzione del governo di transizione. Da due settimane, e almeno per il momento, non si parla più neanche di proteste. Chissà, forse a settembre, dopo le ferie. Da giovedì scorso, però, il capo del’opposizione è ritornato di nuovo sulle sopracitate condizioni non negoziabili. Si potevano evitare almeno certe ambiguità e una simile confusione per i cittadini! Oppure essere ambigui è stata una scelta e, purtroppo, confusi e senza idee sono proprio i dirigenti dell’opposizione.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi, con l’appoggio della criminalità organizzata, controlleranno, condizioneranno e manipoleranno di nuovo e come sempre i risultati elettorali. I dirigenti dell’opposizione, se continuano così con le loro promesse mai mantenute e con la loro confusione, renderanno un altro grande servizio al primo ministro, come nelle elezioni del giugno 2017. Con tutte le gravi conseguenze per i cittadini e per il paese.

    Chi scrive queste righe trae sempre insegnamento dalle Sacre Scritture, dalla saggezza popolare e dalla sana moralità su di esse basata, che è anche uno dei pilastri dei valori universali dell’umanità. Egli è convinto che bisogna sempre pensare e riflettere bene prima di promettere. E bisogna promettere soltanto quello che si può realmente fare. Poi bisogna impegnarsi seriamente e responsabilmente per fare quanto è stato promesso. Lo devono fare anche i dirigenti dell’opposizione albanese. E non dimenticare mai che, come diceva l’evangelista Matteo, il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no. Il più viene dal Maligno.

     

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

  • Votazioni moniste come farsa

    Con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare.

    John Acton

    Napoleone Bonaparte, con un colpo di Stato, rovesciò il 9 novembre 1799 (18 brumaire, anno VIII, secondo il calendario repubblicano) il Direttorio, cioè il Consiglio dei cinque Direttori che avevano governato in Francia dal 26 ottobre 1795. Alcuni decenni dopo, proprio il 2 dicembre 1851, suo nipote Luigi Bonaparte, con un altro colpo di Stato ha avviato l’instaurazione del Secondo Impero. Da tre anni presidente della Repubblica, lui è riuscito a conservare il potere, nonostante la Costituzione della Seconda Repubblica non gli permetteva un secondo mandato. Proprio il 2 dicembre 1851 Luigi Bonaparte proclamava la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale e chiedeva la preparazione di una nuova Costituzione, che doveva sostituire quella della Seconda Repubblica. Tutto per arrivare poi, un anno dopo, a costituire il Secondo Impero e proclamare se stesso Napoleone III, Imperatore dei francesi. La storia si ripete in qualche modo, anche se diversamente per contenuti, importanza e conseguenze. A seconda anche delle congiunture storiche e dei personaggi coinvolti. Quel periodo storico è stato trattato ampiamente dagli storici e non solo. Sono noti, tra gli altri, Napoleone il piccolo di Victor Hugo, Il colpo di Stato di Proudhon e Il 18 brumaire de Luigi Bonaparte di Karl Marx. Quest’ultimo, ammiratore di Napoleone I e molto critico verso suo nipote Napoleone III, tratta dal suo punto di vista il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Parafrasando Hegel, lui scrive all’inizio del suo libro che “Tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte […]. La prima come tragedia, la seconda come farsa”.

    Per il 30 giugno scorso in Albania erano previste le elezioni amministrative. Le aveva decretate il presidente della Repubblica. Lo stesso presidente però, considerando l’aggravarsi della situazione in Albania e della crisi politica e istituzionale, ha firmato il 10 giugno scorso un decreto per disdire il 30 giugno come data delle elezioni. Essendo pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale, quel decreto, secondo la legislazione albanese, era diventato obbligatorio per tutti, istituzioni e singole persone, primo ministro compreso. Tutto ciò mentre in Albania da più di un anno non funziona la Corte Costituzionale e quando, fatti alla mano, il sistema della giustizia, tutto il sistema, ormai viene controllato dalla volontà e dagli interessi solo di una persona. Quanto è accaduto durante queste ultime settimane ha dimostrato, senza equivoci, che nella sua irresponsabile, pericolosa, illegale e anticostituzionale corsa, il primo ministro, ha coinvolto anche tutte le istituzioni che devono gestire le elezioni, Commissione Centrale Elettorale in testa.

    Durante la settimana appena passata, ogni giorno nuovi fatti sono stati resi noti, dimostrando così non solo la farsa delle votazioni moniste, ma anche la clamorosa manipolazione dei risultati di quelle votazioni. Come quel ladro che, non avendo chi e cosa rubare, ruba se stesso. Quello che è accaduto il 30 giugno scorso durante le votazioni moniste in Albania è l’ennesima testimonianza della saggezza umana, secondo la quale il vizio se ne va via soltanto con l’ultimo respiro.

    Ogni giorno che passa vengono pubblicati nuovi fatti che testimoniano le manipolazioni dei risultati della votazione monista del 30 giugno scorso. Il primo ministro, da tempo ormai, si trova ad affrontare sempre più grandi difficoltà, legate all’urlante e pericolosamente diffusa corruzione, all’abuso di potere, ai patti con i poteri occulti, alla connivenza con la criminalità organizzata e tanto altro. In una simile situazione lui sta cercando, costi quel che costi, una soluzione, non importano le conseguenze. Basta che si guadagna del tempo. Ragion per cui, dati e fatti alla mano, lui ha avviato un vasto e allarmante processo manipolativo dei risultati delle votazioni moniste. Sempre dai dati elettorali resi pubblici dal 30 giungo in poi risulterebbe che la Commissione Centrale Elettorale stia “certificando” la manipolazione e la falsificazione dei risultati. Per raggiungere l’obiettivo posto dal primo ministro riguardo al risultato delle votazioni, tutta la catena delle commissioni elettorali, partendo da quelle dei singoli seggi, quelle regionali, per finire alla Commissione Centrale Elettorale, hanno dovuto falsificare e grossolanamente modificare e “correggere” a più riprese i risultati delle votazioni moniste. Un’ulteriore dimostrazione che anche quando la maggioranza governativa del primo ministro non ha altri avversari non smette di brogliare e non può fare a meno del vizio di avere tutto per se. Nel frattempo l’opposizione, nonostante avesse ufficialmente boicottato le elezioni, aveva preso tutte le misure per controllare e documentare l’afflusso dei votanti nei singoli seggi. Dai dati che gli osservatori dell’opposizione hanno procurato, risulterebbero gravi manipolazioni, smentendo le dichiarazioni ufficiali fatte dalla Commissione Centrale Elettorale. Da quei dati risulterebbe che l’affluenza dei cittadini aventi diritto al voto è stata di circa 15%, invece di circa 22% secondo la Commissione. Tutto ciò per fare in qualche modo combaciare il numero degli aventi diritto di voto con quelli che figuravano aver votato dai dati delle commissioni. Da quei dati risulterebbe che in tutti i 61 comuni, per il candidato unico della maggioranza governativa, abbiano votato significativamente più persone di quelle che ne avevano il diritto e che figuravano anche ufficialmente nelle liste elettorali! Nel frattempo, messi spesso in grandi difficoltà, dovute alla pubblicazione di dati privi di logica, i rappresentati della maggioranza hanno addirittura cancellato i dati sul sito della Commissione Centrale Elettorale, per perdere le tracce! Loro non hanno pubblicato nel sistema elettronico i dati della partecipazione alle votazioni moniste, come di prassi, semplicemente per non lasciare traccia e per non essere contraddetti da se stessi e per non diventare ridicoli. I rappresentanti della maggioranza governativa in tutte le commissioni elettorali, brogliando, falsificando e modificando continuamente i risultati, hanno commesso un crimine elettorale, punibile dal codice penale. Ma il sistema “riformato” della giustizia, nonostante le evidenze clamorose, fa finta di niente. Nel frattempo però, il presidente della Commissione Centrale Elettorale, l’unico che si è pubblicamente distanziato da questa farsa elettorale, alcuni giorni fa è stato seriamente minacciato e ormai lui e la sua famiglia sono sotto scorta.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania si sta attuando un colpo di Stato, ideato e messo in atto dal primo ministro. Il quale, trovandosi in gravi difficoltà politiche, istituzionali e personali, controllando pienamente la polizia di Stato e l’esercito, sta violando seriamente la Costituzione e le leggi in vigore. Come aveva fatto anche Luigi Bonaparte nel 2 dicembre 1851. E come hanno fatto altri usurpatori del potere nel corso degli anni. Che qualcuno ricordi a lui però che tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte. Comunque, la seconda volta come farsa. E che non si illuda, perché, come scriveva Lord Acton, con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare. Ma poi?!

     

  • Riflessioni dopo le votazioni moniste

    Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria
    un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

    Marco Tullio Cicerone

    Il 30 giugno scorso il primo ministro albanese ha fatto tornare il paese al periodo della dittatura comunista, trascurando un decreto del presidente della Repubblica che rimandava la data delle elezioni amministrative previste proprio per il 30 giugno 2019. Elezioni ufficialmente boicottate dall’opposizione, perché convinta della strategia ormai nota del primo ministro, per manipolare, condizionare e controllare significativamente il risultato finale delle elezioni. Anche con l’uso della criminalità organizzata e dei dirigenti della polizia di Stato. Lo hanno confermato recentemente, senza ambiguità alcuna, le pubblicazioni di decine di intercettazioni telefoniche fatte dal noto quotidiano tedesco Bild. Intercettazioni che in qualsiasi altro paese democratico non solo avrebbero causato le dimissioni del primo ministro e di altri ministri, ma avrebbero portato immediatamente all’avvio di procedure giudiziarie previste dalle leggi in vigore. Ma niente di tutto ciò è accaduto in Albania. Anzi, il primo ministro, per “sfumare” questo clamoroso scandalo, ha deciso di avventurarsi in un processo elettorale monista. In 31 dei complessivi 61 comuni c’erano soltanto i candidati del primo ministro. Nei rimanenti 30, per dare una parvenza di pluralismo, erano registrati alcuni candidati “indipendenti” e/o quelli di un partito uscito all’ultimo minuto dal cappello del primo ministro.

    Il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha chiarito il perché della sua decisione di annullare le elezioni amministrative del 30 giugno. Il suo decreto è stato pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale. Il che, per la legislazione albanese, significa che quel decreto diventa obbligatorio per tutti. Nonostante ciò il primo ministro ha ignorato palesemente e pubblicamente il decreto del presidente, come se niente fosse. Non solo, ma ha abusato del suo potere quasi assoluto, per coinvolgere anche altre istituzioni a sostenere la sua irresponsabile e illegittima decisione. Tutto ciò in un periodo di grave crisi istituzionale e politica, mentre da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale. Proprio quella Corte che è l’unica autorità riconosciuta dalla stessa Costituzione come garante imparziale in casi di conflitti istituzionali, legali, e altro. In più, e proprio per gettare benzina sul fuoco, il primo ministro e la sua maggioranza parlamentare hanno avviato una procedura per rimuovere dall’incarico il presidente della Repubblica. Tutto questo avviato da un parlamento che ormai, secondo gli esperti, non è più legale, non avendo il numero complessivo e obbligatorio dei deputati, dopo la rassegnazione dei mandati dei deputati dell’opposizione e dopo l’esaurimento completo delle liste elettorali. Come previsto e sancito dalla Costituzione. Ma anche in questo caso, in mancanza della Corte Costituzionale, il primo ministro decide secondo la sua “volontà” e convenienza, portando dietro di sé anche altre istituzioni, indipendenti sulla carta, ma messe totalmente al suo servizio. Una fra tutte, la Commissione Centrale Elettorale. Ma anche altre strutture statali previste per gestire le elezioni.

    Durante queste ultime settimane l’Albania sta vivendo un vero colpo di Stato, messo in atto consapevolmente dal primo ministro per controllare tutto e tutti, oltrepassando palesemente le sue competenze istituzionali, riconosciute dalla Costituzione e dalle leggi in vigore in Albania. Ma in Albania la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona da più di un anno a questa parte, mentre le leggi le interpreta il primo ministro a suo piacimento e interesse. In più il primo ministro, tramite i suoi ubbidienti e sottomessi ministri, controlla pienamente sia la polizia di Stato che l’esercito e le forze speciali. Un vero colpo di Stato, come da manuale.

    Alcuni giorni fa il Consiglio d’Europa, vista la situazione in Albania, ha ufficialmente rifiutato di portare i suoi osservatori per le votazioni moniste del 30 giugno. Perché di votazioni si tratta e non di elezioni! Una decisione che rispecchia la gravissima realtà attuale albanese. Realtà che vede schierati da una parte il primo ministro e tutte le istituzioni a lui sottomesse e dall’altra parte il presidente della Repubblica, l’opposizione e la maggior parte dei cittadini. Una realtà che si sta rapportando correttamente e con professionalità anche con i media internazionali, come non accadeva da molto tempo. Una decisione quella del Consiglio d’Europa, che rappresenta anche un significativo messaggio da parte di un’istituzione specializzata per le elezioni e che è stata sempre presente con i suoi osservatori durante le elezioni albanesi. Come in molti altri paesi europei e non solo.

    Nel frattempo, e purtroppo, i soliti “rappresentanti internazionali”, sia europei che da oltreoceano, non vedono, non sentono e non capiscono niente di tutto ciò che sta realmente accadendo in Albania durante queste ultime settimane. Hanno scelto di nuovo e come sempre di schierarsi apertamente a fianco del primo ministro. Chissà perché?! Però l’operato molto pericoloso e l’atteggiamento pubblico dei “rappresentanti internazionali” può avere gravi ripercussioni per le sorti dell’Albania. Qualcuno addirittura ha “consigliato” agli albanesi di andare a votare il 30 giugno, mentre per il sopracitato decreto del presidente della Repubblica tutto si potrebbe vedere quando si costituirà la Corte Costituzionale! In Albania ormai si sa che il primo ministro controlla tutto, sistema della giustizia compreso. Il primo ministro, se tutto rimane così com’è e i cittadini non reagiscono per cacciarlo via, sceglierà i giudici della Corte Costituzionale come meglio crede. E poi quella Corte, secondo i rappresentanti internazionale potrebbe decidere liberamente?! Fa ridere anche i polli.

    Chi scrive queste righe è convinto che i veri responsabili della grave situazione in cui si trovano adesso gli albanesi sono proprio loro. Perché la responsabilità, in fin dei conti, è sempre dei cittadini. Di quei cittadini che con le loro scelte, l’indifferenza, l’apatia e spesso con la loro irresponsabilità civile permettono ai politici, agli attuali politici, di governare e di decidere sulle loro sorti. La saggezza secolare insegna che ogni popolo ha il governo che si merita. Ma chi scrive queste righe non può però non considerare responsabili della grave e allarmante realtà albanese anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli europei che da oltreoceano. Proprio quelli che con le loro dichiarazioni e il loro aperto posizionamento a fianco del primo ministro albanese, appoggiando le sue irresponsabili scelte, hanno causato e stanno causando danni enormi. Restaurazione della dittatura compresa.

    Chi scrive queste righe pensa che da adesso in poi i dirigenti dell’opposizione non possono più nascondersi dietro promesse patetiche e sacri giuramenti. Da adesso in poi o loro si impegnano realmente a rovesciare la dittatura criminale restaurata, come promesso e costi quel che costi, oppure poi non avranno scusa alcuna. Perciò devono essere considerati e trattati per quello che veramente sono. E cioè per dei sostenitori, nolens volens del primo ministro e del suo regime. Avranno senz’altro anche quello che si meritano. Ai cittadini l’ultima parola! Ricordando che il buon cittadino, secondo Cicerone, è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

  • L’importanza dei prossimi giorni per evitare il peggio

    …Poi vennero a prendere me. E non era rimasto nessuno che potesse dire qualcosa.

    Martin Niemöller

    Sono gli ultimi versi di una poesia attribuita a Martin Niemöller. Egli era un noto teologo e pastore protestante tedesco che nel 1937 è stato arrestato dai nazisti per la sua attività e le sue parole contro il regime. Portato in diversi campi di concentramento, riuscì a sopravvivere a tutte le sofferenze disumane. Dopo la liberazione nel 1945, diventò testimone delle oscenità e delle crudeltà causate dalla dittatura. E ovunque andava, Niemöller esprimeva la sua convinzione sul pericolo dovuto all’indifferena e all’apatia della gente e soprattutto delle persone colte di fronte all’avvio dei regimi dittatoriali.

    Quella sua ferma convinzione Martin Niemöller la ha pubblicamente espressa, fino alla sua morte nel 1984, in molti paesi del mondo. Una convinzione trasmessa anche tramite versi poetici significativamente eloquenti. Esistono diverse versioni di queste poesie, ma tutte rappresentano la stessa convinzione di Niemöller. Ai giornalisti che gli domandavano delle sue poesie e qual era la versione alla quale fare riferimento egli diceva che avrebbe preferito la versione seguente. Quella che recita così: “Quando i nazisti presero i comunisti/io non dissi nulla/perché non ero comunista./Quando rinchiusero i socialdemocratici/io non dissi nulla/perché non ero socialdemocratico./Quando presero i sindacalisti/io non dissi nulla/perché non ero sindacalista./Poi presero gli ebrei/e io non dissi nulla/perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

    Sono parole che devono servire da lezione a tutti, in ogni parte del mondo e in qualsiasi periodo. Parole che dovrebbero far riflettere, per poi trarre le dovute conclusioni e agire di conseguenza. Perché, come la storia ci insegna, l’indifferenza e l’apatia, soprattutto in determinati momenti, potrebbero fare veramente male, sia alle singole persone che alle intere società. Perché i regimi totalitari e le dittature, restaurati anche grazie all’indifferenza e all’apatia umana fanno veramente male e causano inaudite e crudeli sofferenze, sia alle singole persone, che alle intere società.

    Il reale pericolo che si possano restaurare regimi totalitari e dittatoriali rimane sempre presente. In ogni parte del mondo. Quanto è accaduto negli ultimi decenni lo dimostrerebbe senza ambiguità. Regimi totalitari e dittatoriali che hanno approfittato delle realtà geopolitiche, degli interessi locali e/o internazionali nonché, e non di rado, anche delle strategie sbagliate e non lungimiranti adottate dalle grandi potenze internazionali in determinate aree del mondo. Gli esempi non mancano, anzi! Comprese anche le inevitabili conseguenze.

    Ma contro i regimi totalitari in ogni parte del mondo si sono ribellati i cittadini. È accaduto in alcuni paesi del sud-est asiatico. Come è accaduto in seguito anche in diversi paesi africani. Rimangono ancora nella memoria comune le ribellioni note anche come la primavera araba. Si continua a combattere in Siria e in Libia. Ma continuano gli scontri e le proteste anche in Venezuela contro il regime dittatoriale di Maduro. Scontri e proteste iniziate in maniera massiccia dallo scorso gennaio.

    Dal febbraio di quest’anno si protesta anche in Albania. Perché in Albania si sta realmente restaurando, fatti e dati alla mano, un nuovo regime totalitario, dopo quello comunista rovesciato nel 1991. Adesso coloro che governano il paese, primo ministro compreso, sono degli eredi biologici e politici di coloro che governavano e gestivano le sorti del paese e delle persone durante la dittatura comunista. Con una novità però. E cioè che adesso in Albania governa un’alleanza della politica con la criminalità organizzata. Lo dimostrerebbero palesemente e senza ombra di dubbio anche le intercettazioni telefoniche pubblicate in queste ultime settimane dal noto quotidiano tedesco Bild. Dalle intercettazioni risulterebbe come rappresentanti di spicco della criminalità organizzata, insieme con ministri, deputati dell’attuale maggioranza, dirigenti locali dell’amministrazione pubblica e alti funzionari della polizia di Stato, gestivano il controllo, il condizionamento e la compravendita dei voti durante le ultime elezioni politiche e in altre gare locali. Fatti molto gravi e penalmente punibili. Ma ad ora niente è accaduto. Anzi, tutti stanno godendo della protezione personale del primo ministro. Il che significa perciò anche del sistema “riformato” della giustizia.

    Dal febbraio di quest’anno in Albania, i cittadini stanno protestando contro la diffusa e capillare corruzione che sta divorando tutto. Si protesta contro l’abuso spaventoso e il continuo sperpero del denaro pubblico, con tutte le gravi e derivanti conseguenze. E anche di fronte a questi innumerevoli casi evidenziati e documentati, il sistema “riformato” della giustizia chiude gli occhi e le orecchie. Lo stesso sistema però, diventa molto attivo e agisce subito contro i cittadini che protestano, spesso calpestando e violando le proprie competenze istituzionali e quanto sancito nelle convenzioni internazionali per i diritti umani. Tutto perché il “riformato” sistema della giustizia, fatti alla mano, risulterebbe essere personalmente controllato dal primo ministro. Nel frattempo la Corte Costituzionale e la Corte Suprema non funzionano da più di un anno a questa parte. Ormai non c’è nessuna garanzia per i cittadini e per l’opposizione e tutto dipende dalla “volontà” del primo ministro e dei clan occulti.

    In Albania, con un decreto del presidente della Repubblica, erano previste dal novembre scorso le elezioni amministrative per il 30 giugno prossimo. L’opposizione, tenendo presente e denunciando la sopracitata realtà, ha già boicottato le elezioni. Perciò con candidati solo della maggioranza e con qualche “indipendente” quelle del 30 giugno invece di elezioni democratiche dovrebbero essere semplicemente delle votazioni. Come accadeva durante la dittatura comunista. In una simile situazione che si sta aggravando ogni giorno che passa, il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha firmato un altro decreto con il quale annullava il 30 giugno come data per le elezioni amministrative. Spiegando anche il perché e offrendo tutto il ragionamento costituzionale e legale. L’unica istituzione che secondo la Costituzione, doveva esprimersi in questo caso sarebbe stata la Corte Costituzionale. La quale non funziona più.

    Ovviamente dopo questo atto la situazione sta aggravando di giorno in giorno. Il primo ministro ignora pubblicamente il decreto del presidente, pubblicato anche sulla Gazzetta Ufficiale, perciò obbligatorio per tutti. La settimana scorsa lui e i suoi hanno avviato una procedura parlamentare per rimuovere dall’incarico il presidente. In seguito, alcuni giorni fa il presidente ha fatto capire che potrebbe avviare, lui stesso, una procedura per scogliere il parlamento. Rimane tutto da vedere.

    Chi scrive queste righe, visto il continuo aggravarsi della crisi in Albania e per evitare il peggio, è convinto dell’importanza della responsabilità istituzionale, civile e personale di tutti durante i prossimi giorni. E se servisse, bisogna reagire con forza e ribellarsi contro il pericolo imminente e reale di ricadere sotto dittatura. E ricordare anche l’ammonimento di Martin Niemöller. Perché con una dittatura restaurata può succedere di tutto a tutti. E non ci sarà più nessuno a dire qualcosa. Agli albanesi la scelta!

  • Per sapere se aderiranno all’UE Macedonia settentrionale e Albania devono aspettare ancora

    Si fa più complicato il percorso di adesione all’UE dell’Albania e della Macedonia settentrionale. Il Consiglio dell’UE infatti ha rinviato la decisione sull’apertura dei negoziati di adesione, che dovrà comunque essere presa entro la fine dell’anno. “Alla luce del limitato tempo a disposizione e dell’importanza della questione, il Consiglio tornerà sulla questione al fine di raggiungere una decisione chiara e concreta il prima possibile e non oltre il mese di ottobre”, è quanto è stato comunicato il 18 giugno .

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