Avvocati

  • In attesa di Giustizia: il giorno dello sciacallo

    Secondo taluni economisti una crisi non è totalmente negativa ma offre delle opportunità; in effetti può essere vero, si tratta di una condizione sfidante che può stimolare nuove iniziative volte ad affrontarla, superarla, generando virtuosi effetti e conseguenze sul piano sia della produzione che della occupazione e – quindi – della ripresa anche finanziaria di singoli e imprese.

    Ma la crisi è anche occasione propizia per far arricchire speculatori od intentare operazioni di mercato non sempre del tutto commendevoli e ciò ad ogni livello: quanto avvenuto recentemente con riguardo al mercato delle mascherine protettive è paradigmatico.

    Triste a dirsi ma qualcosa di analogo sta accadendo anche tra gli avvocati: categoria professionale di cui sullo scorso numero di questa rubrica è stata pubblicata la toccante elegia scritta da un magistrato.

    Qualche settimana addietro, “In attesa di Giustizia” si era interessata ad offrire un’interpretazione ragionata sui comportamenti consentiti per rispettare le iniziali limitazioni di movimento declinate per decreto; la scelta era stata dettata non solo da spirito di servizio ma anche per fare chiarezza dopo che si erano realizzati i primi esempi di “consulenze” in argomento diffuse da taluni avvocati tramite i social media ed altri possibili mezzi di comunicazione disponibili.  Promozioni di sé basate su interpretazioni della legge tutt’altro che puntuali, corrette e dignitose per la trasparente finalità di accaparrarsi clientela cui, in seguito, non fare omaggio di nessun consiglio, buono o inaffidabile che possa rivelarsi ma di farselo pagare facendo leva su timori e confusione.

    Spesso, se non quasi sempre, in questa rubrica vengono trattati errori giudiziari, malfunzioni del sistema, incoerenze della legislazione ma bisogna fare sempre attenzione nello scagliare pietre sui tetti altrui se i nostri hanno di tegole di vetro o, quantomeno, bisogna averne consapevolezza e prendere atto con equidistanza e correttezza  dei problemi che riguardano l’avvocatura.

    Come in questi casi di cui si stanno già occupando gli Ordini Professionali e i Consigli di Disciplina che successivamente adotteranno i provvedimenti più opportuni.

    Tra gli altri, l’Unione Lombarda degli Ordini Forensi ha preso una posizione molto determinata con un comunicato nel quale viene dato atto della propalazione di video e messaggi di avvocati che si autoattribuiscono competenze offrendo la propria opera professionale per fronteggiare le più disparate problematiche derivanti dalla emergenza epidemiologica, talvolta promuovendosi con l’usbergo di associazioni con finalità più o meno solidaristiche, altre ancora attraverso una sorta di intermediazione di realtà aziendali conniventi che non hanno nell’oggetto sociale la assistenza legale.

    Non mancano le sollecitazioni ai congiunti di vittime del convid 19 ad intraprendere azioni nei confronti dei medici curanti e delle strutture ospedaliere a fronte di ipotizzabili casi di responsabilità medica non meno delle offerte di assistenza legale, anche gratuita, al personale sanitario per contrastare tali azioni nei loro confronti.

    Comportamenti inaccettabili di alcuni che non intercettano i bisogni di una utenza tanto vasta quanto allarmata bensì ne alimentano le ansie a proprio vantaggio. Comportamenti che meritano di essere sanzionati con rigore anche perché gettano discredito sulla intera categoria della quale tratteggiano un volto che non è quello dei moltissimi professionisti che si pongono come interlocutori necessari e competenti nella tutela dei diritti dei cittadini.

    Doveva accadere anche questo e, in fondo, c’era da aspettarselo: nell’ attesa di Giustizia è arrivato anche il giorno dello sciacallo.

     

  • In attesa di Giustizia: grazie

    Questa settimana la rubrica avrà di mio solo queste poche righe di introduzione e una battuta in conclusione. Se c’è qualcosa di positivo nella epidemia è che sta facendo emergere il meglio della società civile, come questi magistrati, uno lo conosco molto bene ed è un gran galantuomo; mi riferisco al Presidente della III Sezione Penale del Tribunale di Milano, Ilio Mannucci, dalla cui pagina Facebook ho tratto questa nota:

    “Copio e incollo il post del mio amico e collega Nicola Russo, che ha saputo esprimere in maniera efficace quello che tutti noi magistrati sentiamo in questo momento.

    Parole che sottoscrivo in maniera incondizionata.

    Per gli Avvocati:  in questo momento sono tante le categorie delle professioni e dei mestieri in difficoltà per la mancata produzione di redditi. Ciò che dico potrebbe valere per ciascuna di esse.

    Io però voglio scegliere di parlare di quella che mi è più vicina, perché fatta di persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro e di un lavoro che pure io ho sperimentato con modesti risultati dopo la laurea. VOGLIO PARLARE DEGLI AVVOCATI.

    Parlo degli avvocati anche perché quando mi capita di promuovere iniziative di beneficenza me li trovo al mio fianco sempre, con passione e generosità. Mai per piaggeria. Nessuno mai mi ha ricordato il proprio impegno a sostegno di questa o quella iniziativa. Sono generosi, spesso più dei miei colleghi.

    Ebbene, agli avvocati che questo mese e forse nei prossimi mesi non vedranno, a differenza mia, maturato un reddito vanno il mio pensiero e il mio rispetto. Perché continuano a difendere e promuovere giustizia. Certo, secondo una prospettiva di parte. Ma questa è l’essenza della Giustizia. Difendere e promuovere pretesi diritti affidandosi ad un giudizio. Non c’è arte professionale che di più incarni la Democrazia.

    A queste donne e questi uomini che ogni giorno, soprattutto qui al sud, devono confrontarsi con chi, pur rivolgendosi alle loro competenze, spesso si siede di fronte a loro nutrendo sospetti, celando retropensieri, provando immotivate invidie, va il mio abbraccio di magistrato. Io so quanto la difficoltà della vostra professione faccia a gara con la sua bellezza. Talora la prima rischia di superare la seconda e chi non ce la fa può vedere in qualche momento la propria toga consumarsi o con gli orli nel fango.

    Le mie sono solo parole di uno sconosciuto su un mezzo di comunicazione, ma vi giungano con tutta la sincerità con cui le sto pronunciando. In queste situazioni e su questi argomenti mi troverete sempre al vostro fianco in lotta.”

    Grazie, sapere che l’amministrazione della Giustizia è nelle mani anche di persone come queste, con questa sensibilità – non tutti sono come Piercamillo Davigo che non sottoscriverebbe mai qualcosa di simile – è  rasserenante, fa riflettere sulla possibilità che non sempre l’attesa di Giustizia sia un’aspettativa vana.

  • Toghe&Teglie: stinco santo subito!

    Ben ritrovati, lettori de Il Patto Sociale. Sono Pietro Adami, avvocato veronese del Gruppo Toghe & Teglie del quale sono stato anche tra i primi appartenenti e sono uno degli amministratori. Ecco, finalmente, anche per qualcuno di noi “storici” sodali c’è di nuovo la possibilità di ritornare su queste colonne: il Gruppo infatti continua a crescere, entrano colleghi bravissimi che subito si mettono in mostra con qualche manicaretto che merita di essere portato alla vostra attenzione.

    Questa settimana propongo una preparazione dello stinco che, partendo da una base tradizionale, innesta qualcosa in più che ne fa una mia gustosa interpretazione e che attendeva di essere pubblicata da almeno un anno.

    Procuratevi innanzitutto tanti stinchi di maiale quante sono le bocche da sfamare e poi, per ogni stinco, versate in una ciotola tre cucchiaini di senape, uno di miele, un leggero battuto di aglio, sale, pepe, spezie quanto basta e a piacere. Suggerisco rosmarino salvia, timo e un cucchiaino di paprika ma lascio a voi libera scelta e inventiva.

    Amalgamate bene il tutto e con questo composto “massaggiate” bene ogni stinco che avrete preventivamente asciugato con un panno.

    Ora racchiudete lo stinco, o gli stinchi, nella carta stagnola aggiungendo un filo di olio evo. Bucherellate il fondo del cartoccio e posizionate tutto in una teglia da infornare a 170 gradi per almeno tre ore. Anche di più a seconda delle dimensioni.

    Troppo tempo? Guardate che non è finita e peggio per voi se preferite accontentarvi degli stinchi precotti…Terminata questa fase di cottura, togliete la teglia dal forno ed eliminate i liquidi di cottura che si sono raccolti sul suo fondo; aprite il cartoccio, spennellate lo stinco (o gli stinchi…) con olio evo e aggiungete un pizzico di sale dopodichè infornate nuovamente, questa volata a 190/200 gradi, con il cartoccio aperto e per il tempo necessario a far dorare la superficie.

    La beatificazione dello stinco è così terminata, potete gustarlo magari accompagnato da patate al forno e con un rosso corposo.

    Un caro saluto a tutti!

  • In attesa di Giustizia: il Signor Nessuno

    La settimana scorsa questa rubrica si è interessata a talune esternazioni – non nuove nel contenuto – del Dott. Piercamillo Davigo, criticandole con fermezza. La mezza dozzina di lettori che avranno avuto la pazienza di leggere l’articolo potranno riguardarle se necessario: quella de Il Patto Sociale, peraltro, non è stata l’unica voce a levarsi per contrastare la furia inquisitoria con cui il Magistrato invoca riforme che, in contrasto con principi cardine della giustizia nel mondo occidentale, hanno un solo aggettivo coerente: liberticide.

    Nei confronti di  Davigo si è mosso, tra gli altri, l’Ordine degli avvocati di Torino, con un comunicato a firma dalla presidente, Avv. Simona Grabbi, nel quale si chiede l’intervento della Procura Generale presso la Cassazione affinchè promuova un procedimento disciplinare a carico “Al fine di porre fine” – reca il comunicato – alle sue “ormai quotidiane e avvilenti esternazioni”.

    Certamente, le  affermazioni di uno che, dopo l’esperienza in Procura, ha fatto a lungo il giudicante anche in Cassazione, ed ora parla da un seggio del C.S.M. suscitano perplessità e preoccupazione per il tenore che è riassunto da una sua celebre frase: “non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca”. Il tutto con una lettura molto soggettiva, sarebbe da dire sua propria ed unica di alcuni canoni costituzionali, in particolare a proposito del ruolo dell’avvocato e della presunzione di non colpevolezza.

    La reazione dell’Ordine Piemontese ha generato quella rabbiosa dell’houseorgan degli orfani dell’inquisizione: Il Fatto Quotidiano*, che a firma di Gianni Barbacetto ha offerto una durissima reprimenda nei confronti della Presidente Grabbi difendendo a spada tratta le opinioni di Piercamillo Davigo.

    Cosa avrà mai scritto l’Avvocato Grabbi, o meglio sottoscritto visto che si tratta di un documento consiliare e – pertanto – condiviso dagli altri componenti del Consiglio? Sostanzialmente quello che si è sostenuto anche da queste colonne, e cioè a dire che Davigo  non tiene in alcuna considerazione dei principi per cui “l’Uomo ha sacrificato la propria vita e talvolta anche la libertà, così garantendo la nascita di quella società libera di cui oggi tutti noi beneficiamo”. Vergogna! Contestare chi ha avuto il coraggio di stravolgere la Costituzione che, in fondo è anche datata e i cui redattori sono omuncoli sconosciuti del rango di Einaudi e Calamandrei,  ostentando “una concezione inquisitoria del processo penale tipica degli Stati autoritari” in cui l’imputato è, invece, un “presunto colpevole” e con “la determinazione della pena”, il giudice si vendica “della mancata scelta di riti deflattivi, in palese violazione dei diritti costituzionali”.

    Bene, la penso anche io così è l’ho scritto, forse anche i lettori de Il Patto Sociale hanno condiviso quelle riflessioni e non coltivano – come Davigo dimostra – “un profondo disprezzo del ruolo istituzionale dell’Avvocato nel processo, disegnato come l’istigatore di condotte processuali dilatorie al solo fine di poter locupletare abusando di diritti che il processo riconosce all’imputato o finanche espletando attività difensiva del tutto inutile, qualora l’assistito sia ammesso al gratuito patrocinio, al solo fine di aumentare la parcella”.

    Barbacetto conclude la sua intemerata domandandosi se l’avvocato Grabbi esclude che ciò succeda? Forse vive nel Paradiso subalpino del Diritto. Ma avremmo qualche esempio da farle, almeno qui sulla Terra.

    Parole della redazione de Il Fatto Quotidiano, musica di Piercamillo Davigo con una generalizzazione inaccettabile a supporto di affermazioni incondivisibili ma pericolose per la presa che possono avare su una certa porzione della opinione pubblica.

    Della rubrica “In attesa di Giustizia” e del suo curatore, invece, non si registrano critiche, nemmeno un accenno ad una querela piccola piccola: sappiatelo, chi scrive qui ed a cui dedicate un po’ del vostro tempo non conta nulla, almeno per Gianni Barbacetto e accoliti e, forse, dovrei d’ora in poi firmarmi come “Il Signor Nessuno”.

    *Il Fatto quotidiano, 17 gennaio 2020

  • Toghe&teglie: il pasticcio di maccheroni

    Buongiorno ai lettori appassionati di cucina, sono Carlo Bergamasco, avvocato ferrarese del Gruppo Toghe & Teglie: su questo numero de Il Patto Sociale voglio presentarvi una ricetta non mia ma originale e tipica del mio territorio: tradizione che vuole il pasticcio di maccheroni preparato con pasta frolla dolce (come quella della crostata, per intenderci), in ossequio al gusto tipicamente ferrarese per l’agrodolce e con buona pace di quei ristoratori che si genuflettono troppo ai turisti e lo propongono con pasta salata.

    Per realizzarlo sono necessari, sostanzialmente, quattro diversi step di preparazione:

    1) La pasta frolla, 2) Il ragout e la besciamella, 3) La cottura dei maccheroni e il confezionamento, 4) La cottura al forno

    Suggerisco quest’ordine di fasi perché consente, in due ore, di avere tutto pronto, ma nulla vieta di usare l’ordine che si vuole (esempio, preparare il ragout il giorno prima).

    1) La pasta frolla è quella delle crostate: 5 tuorli d’uovo, 250 grammi di burro, 500 di farina, 250 di zucchero. Io amo gli ingredienti non raffinati, quindi uso farina 2 o farina integrale e zucchero di canna grezzo. La pasta frolla in questo modo diventa bruna (sembra bruciata ma non lo è, come si vede dalla foto). Se si preferiscono gli ingredienti raffinati, nulla vieta di usare la 00 e lo zucchero bianco. Preparate la pastafrolla come usualmente per un dolce e proteggetela con una pellicola domopak, poi lasciatela riposare in frigorifero per almeno 30 minuti.

    2) Il ragout: deve essere bianco. Originariamente era di piccione, ma per comprensibili ragioni oggi si ricorre ad altre carni. Io personalmente uso il vitello (800 grammi, passato alla macinatura due volte). Lo faccio rosolare per bene in una padella d’acciaio larga, in olio e burro, dopo aver fatto consumare la cipolla e dopo aver profumato il soffritto con 5 o 6 chiodi di garofano che poi elimino. Lo tiro a cottura con vino rosso, dopo averlo salato, pepato e profumato anche con noce moscata.

    3) La besciamella: la preparo nel più comune dei modi (un litro di latte, sei cucchiai di farina, preparando il roux con burro fuso), ma ritengo importante che sia leggermente salata e profumata con noce moscata, ed insaporita con parmigiano grattugiato abbondante. Quanto ai maccheroni, scegliete un formato piccolo tipo sedanini o mezze penne e fate cuocere in acqua salata ma per non più di 5 minuti, perché la cottura finirà nel forno. Dopo averli scolati, bloccate la cottura con acqua fredda.

    4) Quando tutto è pronto condite la pasta prima con il ragout, poi con la besciamella, ed infine con abbondante tartufo. Se non si trova fresco, si può ricorrere a lamelle sott’olio (meglio se neutro, per esempio di semi) o pasta di tartufo. Una volta amalgamato il tutto, stendete 2/3 della pasta frolla per foderare uno stampo da forno, precedentemente imburrato. Ora farcite il “contenitore” con i maccheroni conditi e chiudetelo a cupola con il restante terzo della frolla. A questo punto, 30 – 35 minuti di forno ventilato a 200° e la preparazione è finita.

    Il pasticcio è migliore se riposa qualche ora prima di essere nuovamente riscaldato e servito.

    Buon appetito a tutti!!

  • In attesa di Giustizia: libertà di opinione

    Il diritto di esprimere liberamente le proprie idee è sancito dalla Carta Costituzionale con qualche ovvio limite: per esempio, alla istigazione all’odio razziale. Viceversa non vi è alcun presidio rispetto alla possibilità di mentire ma anche di dire sciocchezze sesquipedali.

    Siamo – sì, ci risiamo – alle soglie di un’altra protesta degli avvocati contro la modifica della prescrizione di cui abbiamo trattato più volte: l’agitazione contemplerà questa volta anche una maratona oratoria dinanzi alla sede della Cassazione nel corso della quale i penalisti si alterneranno per spiegare le ragioni della agitazione. Quest’ultima, giova ricordarlo, si fonda sulla mancata approvazione di una riforma della giustizia, annunciata ma mai messa in cantiere, per bilanciare la sostanziale abrogazione della prescrizione stessa; maiora urgunt: elezioni di ogni natura, legge finanziaria, crisi endogovernative più o meno striscianti, chi ha tempo per occuparsi di una bagatella come la Giustizia?

    Si levano intanto le voci che esprimono, legittimamente, opinioni dissenzienti, una tra le tante quella della giornalista Liana Milella la quale sul suo blog parla di “partito degli avvocati” (inesistente) che ha applaudito alla riforma sulla legittima difesa promossa da Salvini (falso) che premono per la separazione delle carriere (come se fosse un crimine: è così in molti paesi civilizzati) e per tutto ciò che ostacola la giustizia e fanno gli interessi dei loro clienti (dovrebbero, forse, essere patrocinanti infedeli?), piantando il solito sciopero  (che, in sè e per sé è un diritto costituzionalmente assistito a tutti) contro la normativa voluta da Bonafede con toni da crociata.

    Prendiamo atto che Liana Milella ha esercitato un suo diritto applaudire alla disciplina del “fine processo mai” ma misurandone i contenuti tenendo conto che siamo al cospetto di una opinionista che fu persino avversaria alla riforma del c.d. giusto processo e prima ancora lamentava l’abbandono del sistema inquisitorio a favore del più moderno processo accusatorio.

    Sul suo blog, peraltro, appaiono commenti a sostegno di questo letterale tenore: il partito degli avvocati ,in Italia, è sempre stato fortissimo. Basta pensare che solo per ottenere un parere, questi professionisti si fanno pagare dei bei soldini. Ma, solo per precisare, si fanno pagare prima di dare il loro parere. Un comportamento che è lo stesso delle prostitute, che si fanno pagare prima di compiere l’atto sessuale. Mi sono sempre chiesto se questo è un paragone casuale, cioè se si somigliano solo in questo. Ma per tornare a questi professionisti (a proposito anche le prostitute si dichiarano professioniste) io proporrei ,se ne avessi la possibilità, una legge che mettesse in atto un paragrafo che dica che, quando si scopre che un delinquente colpevole è assolto grazie al suo avvocato, la pena la sconta l’avvocato. Anche perchè poi sappiamo che i colpevoli, ma in modo particolare i mandanti, raramente vengono scoperti e condannati. Vengo all’argomento proposto dalla blogmaster, che è la prescrizione. Mi piacerebbe se la prescrizione venisse prescritta. Ma capisco che non si riuscirà mai a fare questo, e allora mi accontenterei se venisse abolita, subito dopo il primo grado di giudizio.

    Chissà se la Milella ha mai avuto la possibilità di sperimentare il nostro apparato della Giustizia, se il suo epigono di cui abbiamo riportato l’illuminato commento ha mai avuto necessità di un avvocato: libertà di parola per loro, di opinione per voi che mi leggete ed a cui lascio sempre ampi margini di valutazione.

    Libertà di opinione, però, anche per me e dico: se questo è il tessuto del Paese forse è sbagliato riconoscere a chiunque il diritto di elettorato attivo e passivo. Ho esagerato? Perdonatemi, io sono da sempre in attesa di Giustizia e vedo fare e sento dire in proposito solo sciocchezze…

  • Sciopero degli avvocati penalisti contro l’abolizione della prescrizione

    L’Unione delle Camere penali ha proclamato 5 giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre, contro lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, che entrerà in vigore il primo gennaio 2020. «Il Ministro della Giustizia ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Partito Democratico, ha formulato, sul punto, riserve assai blande», protestano i penalisti, che parlano di principio «aberrante» e avvertono che così «il cittadino resterà in balia della giustizia penale per un tempo indefinito».

    I penalisti giudicano «manifestamente inverosimile il proposito, pure sorprendentemente avanzato dal Ministro, di un intervento di riforma dei tempi del processo penale prima della entrata in vigore della riforma della prescrizione, cioè entro il 31 dicembre 2019». Per questo ritengono che il cittadino resterà in balia della giustizia penale «fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», come denunciato dall’«intera comunità dei giuristi italiani». E, aggiungono, «è chiaro a tutti gli addetti ai lavori, anche alla magistratura, che l’entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione».

    I penalisti protesteranno di fatto per una intera settimana, non solo disertando le udienze, ma anche astenendosi «da ogni attività giudiziaria».

  • In attesa di Giustizia: anni di piombo

    Correva l’anno 1998, mese di novembre, quando la Corte Costituzionale censurò per l’ennesima volta una riforma del codice di procedura penale mirata a garantire l’oralità del giudizio e la possibilità di interrogare e controinterrogare le fonti di accusa: il codice promulgato nel 1989, purtroppo, doveva misurarsi con una Costituzione che, pur restando di alto profilo, quanto a talune garanzie dell’imputato guardava ad un sistema inquisitorio, quello disegnato dalla legislazione degli anni ’30.

    L’Unione delle Camere Penali allora Presieduta dal Prof. Giuseppe Frigo, che proprio della Corte Costituzionale entrerà a far parte in seguito, proclamò per protesta un’astensione dalle udienze reclamando contro un ripristino strisciante del modello processuale abrogato e confliggente con quello di impronta accusatoria introdotto un decennio prima.

    Durissima e, francamente, inaccettabile fu la reazione dell’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro che bollò gli avvocati come terroristi sostenendo che ribellarsi contro una sentenza della Corte Costituzionale è comportamento equiparabile a scendere in piazza armati.

    I penalisti dalle parole di Scalfaro ricavarono stimoli ancora più forti a proseguire nella loro protesta arrivando a prevedere la restituzione dei tesserini di appartenenza agli Ordini professionali – un terrorista non può essere contemporaneamente uomo della legge – querele nei confronti di Scalfaro per diffamazione del quale pretesero le scuse e raccogliendo, per vero, solidarietà bipartisan dai rappresentanti della politica.

    Tanto è vero che il 23 novembre 1999, esattamente un anno dopo, fu approvata la modifica dell’art. 111 della Costituzione con un articolato che, sostanzialmente, clona l’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo introducendo i principi del c.d. giusto processo e ponendo così termine a una diatriba a colpi di modifiche normative e interventi del Giudice delle Leggi che provocò, per anni, solo incertezza del diritto e compressione delle garanzie dei cittadini. Tutti terroristi, forse, anche quei senatori e deputati che, con maggioranza qualificata e doppia lettura della novella costituzionale, avevano riequilibrato le sorti del processo penale. Almeno secondo il pensiero del Presidente Scalfaro che nel frattempo aveva lasciato il Quirinale.

    Ora ci risiamo: l’Unione ha proclamato cinque giorni di astensione a partire dal 21 ottobre per lamentare la mancata – sebbene promessa – riforma del processo penale che avrebbe dovuto fungere da ammortizzatore alla sostanziale eliminazione della prescrizione già approvata ed in vigore a partire dall’anno prossimo: astensione contro una legge dello Stato e fortemente voluta dagli illuminati giureconsulti pentastellati! Tornano gli anni di piombo? Ancora terrorismo in Toga?

    Se questo è terrorismo, allora c’è da augurarsi che sia l’anticamera di una guerra civile anzi – meglio ancora – di una guerra di civiltà, una di quelle guerre, di quelle battaglie che gli avvocati non hanno mai temuto di affrontare e mai per interessi personali o di categoria ma sempre e solo nell’interesse dei cittadini, di coloro che si trovano al cospetto di un potere che li sovrasta, il potere punitivo dello Stato.

    E’ tempo di legge finanziaria, recupero delle risorse per evitare l’aumento dell’IVA, ma è anche tempo di elezioni suppletive al C.S.M. dopo scandali e dimissioni risalenti a poche settimane addietro ma nessuno più ne parla, così come delle riforma in materia di Giustizia: questi sono temi che non garantiscono comprensione e consenso e i cittadini restano – anche se non lo sanno –  in attesa di Giustizia e anche se non sanno nemmeno questo non sono soli: con loro ci sono quei terroristi degli avvocati penalisti.

     

  • In attesa di Giustizia: voci stonate nel coro

    La tragica vicenda legata all’omicidio del vice brigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, continua ad alimentare polemiche e prese di posizione cui non si vorrebbe assistere anche per non turbare e meno che mai condizionare il lavoro di chi sta svolgendo indagini rivelatesi più complesse del previsto nella ricostruzione non solo degli antefatti ma anche della stessa dinamica omicida.
    Non senza costernazione si sono registrate, sia attraverso gli organi di informazione che sui social media, le opinioni di alcuni “avvocati” – ma, forse, sarebbe meglio definirli co-iscritti al medesimo Albo professionale – che hanno invocato soluzioni giudiziarie tanto drastiche quanto contrarie ai basilari principi su cui si fonda l’esercizio di una professione nobile e che rimane tale anche quando si assiste il presunto colpevole di un crimine efferato.
    Il ministero del difensore, su queste colonne lo si è ricordato in più occasioni, non consiste nella omologazione alle scelte criminali eventualmente optate da coloro di cui assumono la difesa: essenzialmente si sostanzia nel presidio alle garanzie che il diritto assegna al cittadino a fronte della pretesa punitiva dello Stato, nella assicurazione che sia sottoposto ad un giusto processo e, se dichiarato colpevole, lo sia per il reato effettivamente commesso e condannato ad una pena giusta, giammai esemplare.
    Si sono udite voci inneggianti tanto al ripudio delle regole processuali quanto alla celebrazione di processi sommari, persino alla reintroduzione nel sistema della pena capitale, a tacere delle giustificazioni inaccettabili offerte in merito a quanto contestualizzato dalla foto che ritrae uno degli arrestati bendato e ammanettato durante l’interrogatorio o, quantomeno, la fase che immediatamente lo ha preceduto: il che, per una regola processuale espressa, potrebbe vanificare totalmente l’attendibilità della confessione resa.
    Eppure simili esternazioni provengono da soggetti che dovrebbero essere tecnicamente attrezzati ma, soprattutto, moralmente impegnati da un giuramento che hanno scelto liberamente di pronunciare quando hanno indossato la Toga: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini di giustizia e tutela dell’assistito, nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento ma altresì e ancora di più, con alcuni fondamentali principi deontologici”.
    A prescindere dal tenore della formula di impegno, vi è anche il Codice Deontologico che stabilisce che “L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità, dignità e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense”.
    E non è un bello spettacolo che avvocati, pubblicamente e al di fuori dell’attività professionale, auspichino processi sommari se non condanne senza processo, magari anche senza avvocato: è un inquietante segnale di decadimento morale della figura dell’Avvocato; e alzi la mano chi – laddove necessario – si farebbe difendere da uno che ha espresso siffatti convincimenti da quali discende la preoccupazione che il populismo giudiziario stia travolgendo anche l’avvocatura: se così mai fosse prima ancora che l’attesa di Giustizia sarebbe vanificato il complesso di garanzie al cui rispetto è deputata, sarebbe la fine dell’ultimo baluardo della libertà.

  • Toghe&Teglie: pasta alla crema di zucchine

    Ben ritrovati, lettori appassionati di cucina, sono Manuel Sarno, il “Fundador” del Gruppo Toghe & Teglie: ogni tanto faccio capolino anch’io in questa rubrica, non pago di occupare ogni settimana uno spazio su Il Patto Sociale con argomento Giustizia.

    Quella che vi presento oggi è una ricetta che ho timore ha chiamare “alla Nerano” perché il Gruppo pullula di Ayatollah di origine campana che avrebbero qualcosa da ridire sulla preparazione: d’altronde ho solo preso spunto dalla formula tradizionale e ho preparato il piatto con quello che avevo in cambusa. Per una originalissima rivisitazione della “Nerano” vi rimando a un numero del Patto del dicembre scorso con la proposta di Marco De Scisciolo e Francesca Izzo.

    Pasta alla crema di zucchine, dunque! Procuratevi, ovviamente, delle zucchine di non eccessivo diametro, lavatele, pulitele e tagliatene a rondelle sottili una parte ipotizzando che per ogni porzione (generosa) possono servire circa una cinquantina di grammi; le rimanenti, qui andate un po’ a occhio per la quantità secondo le consuetudini di questa rubrica, lasciatele intere e fatele bollire evitando che diventino troppo molli.

    A questo punto prendete le zucchine bollite e frullatele insieme al brodo vegetale che hanno prodotto e a del parmigiano grattugiato in modo da ridurle a crema non troppo liquida.

    Le rimanenti zucchine, quelle tagliate a rondelle, fatele saltare in padella con olio evo senza che abbrustoliscano eccessivamente: anche perché dovranno subire una seconda passata sul fuoco insieme alla pasta.

    Ora si può mettere a bollire l’acqua per cuocere la pasta che dovrà essere scolata molto al dente: vanno bene degli spaghetti, o anche della pasta di semola tipo scialatielli purché con una superficie che trattenga bene il condimento.

    Intanto che la pasta cuoce bisognerebbe tagliare a cubetti della Provola del Monaco – che non si trova proprio dappertutto – o, in mancanza della provola non affumicata e non troppo stagionata poiché dovrà diventare “filante”.

    Quando mancano tre/quattro minuti alla cottura dichiarata dal produttore della pasta, scolatela e fatela saltare in padella a fuoco medio con le zucchine a rondelle aggiungendo gradualmente la crema di zucchine e la provola mantecando il tutto con l’aiuto – se necessario – di un po’ di brodo vegetale che avrete opportunamente conservato per la bisogna.

    Se gradita, all’impiattamento, ci può stare una spolverata leggera di pepe. Non è la “Nerano”, questa? Io l’ho detto subito: è una pasta con crema di zucchine ma vi garantisco che non è niente male.

    Alla prossima!

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