Avvocati

  • Toghe&Teglie: indivia brasata all’arancia

    Ben ritrovati, cari lettori appassionati di cucina! Sono Alessandro Occhionero, avvocato milanese del Gruppo Toghe & Teglie: parlando con il curatore di questa rubrica abbiamo notato che tra tante squisitezze pubblicate non è facile trovare un contorno…e non vorrete certo limitarvi ad un’insipida insalatina o un banale purèe (peggio che mai se in busta) per accompagnare, che so, un saporito arrosto?

    E’ decisamente meglio dare valore aggiunto al piatto principale con l’accompagnamento di qualcosa di tanto gustoso e ben abbinato quanto insolito: questa indivia  è perfetta da abbinare proprio alle carni.

    Procuratevene di prima scelta: per due porzioni – io l’ho preparata per me e mia moglie – ne servono  una o due a testa, a seconda delle dimensioni, e mettetela in una casseruola coprendola con acqua in cui metterete anche un quarto di limone e un pezzetto di burro e fate andare a fuoco moderato.

    Quando l’acqua inizia a bollire coprite la casseruola con della carta da forno e continuate a far andare a fuoco medio fino a cottura ultimata.

    Nel frattempo fate ridurre di un terzo il succo di due arance ponendolo in un padellino con un pizzico di zucchero semolato e un po’ d’acqua mescolando a fiamma bassa per qualche minuto mentre in altra padella farete fondere del burro cui unirete una ventina di grammi di farina 00 e diluendo con brodo vegetale versato a filo e mescolando per  evitare che si creino grumi;  portate ad ebollizione leggerissima per 6/7 minuti .

    A questo punto, altro giro altra padella! Mettetevi una noce abbondante di burro e quando spumeggia aggiungete un pochino di zucchero e poi mettete la indivia ben scolata e fatela diventare color nocciola all’esterno.

    Ora siamo davvero alla fine: aggiungete la riduzione di succo di arancia e lasciate ancora brevemente sul fuoco, salate, una spolverata di pepe e servite.

    A presto, con altre golosità.

  • In attesa di Giustizia: facciamo chiarezza

    Ormai da settimane gli indignati in servizio permanente effettivo, affiancati da pseudo giuristi in mala fede e dai ben informati tramite Google sproloquiano in materia di intercettazioni censurando ogni parola spesa sull’argomento dal Ministro della Giustizia: sia chiaro da subito che non è consentito a tutti di parlare di qualsiasi argomento. C’è un limite naturale, che è dato dalla complessità della discussione e non c’entra nulla la libera espressione del pensiero: a Bonafede, per esempio, dovrebbe essere permesso commentare, tutt’al più, l’almanacco di Topolino ma, per fortuna, sembra sparito dal proscenio.

    Quello delle intercettazioni telefoniche è un tema delicatissimo sul quale occorre evitare infuocati rodei in tv, sui media e sui social. Proviamo, invece, a mettere ordine per una corretta informazione.

    Partiamo dalla Costituzione, articolo 15: la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. Per limitare quel diritto fondamentale occorre un atto motivato dell’autorità giudiziaria nel rispetto delle “garanzie stabilite dalla legge”. Queste ultime, proprio perchè derogano ad un canone costituzionale, non potrebbero mai essere governate dal principio di utilità. Certo che ascoltare persone sospette di commettere reati torna utile agli investigatori; ma poiché questo interesse confligge con un diritto di rango costituzionale dovrà necessariamente essere assistito da una tutela affievolita rispetto al primo. I tifosi della sicurezza – che è cosa diversa dalla giustizia, e qui si parla di giustizia – vista come interesse primario occorre se ne facciano una ragione, fino a quando si intenderà rispettare il patto costitutivo della nostra società.

    Le intercettazioni possono essere autorizzate solo durante le indagini per alcuni reati, considerati di maggiore allarme sociale e solo quando già sussistano “gravi indizi” (non il mero sospetto) che quei reati siano in fase di commissione o siano stati commessi; hanno una durata limitata nel tempo ed eventuali  proroghe devono essere motivate; gli esiti degli ascolti sono inutilizzabili se non pertinenti e rilevanti. Quanto alle cosiddette ambientali, le “cimici” non possono essere piazzate in luoghi di privata dimora, se non vi è fondato motivo di ritenere che proprio in quei luoghi si stia svolgendo un’attività criminosa con  eccezione per alcuni gravissimi delitti, principalmente di  criminalità mafiosa. Quanto poi al c.d. trojan, che trasforma il cellulare in un microfono, così da rendere impossibile predeterminare in quali luoghi esso intercetterà, questa micidiale intrusione, ancora una volta, potrà riguardare solo reati di eccezionale gravità.

    La domanda che sorge spontanea è se queste regole sono effettivamente rispettate e la risposta è negativa: essenzialmente per la scarsa indipendenza e terzietà del giudice delle indagini preliminari, che tende ad assecondare acriticamente la richiesta del P.M., soprattutto delle Procure forti politicamente e mediaticamente (i dati sulle percentuali di rigetto delle richieste dei PM sono, ad oggi, un segreto inviolabile); vi è, poi, una costante deriva all’uso indebito delle intercettazioni “a strascico”, quelle che vanno oltre l’ambito autorizzativo del giudice; vi è anche un uso disinvolto della nozione di “rilevanza” della conversazione. Per non farsi mancare nulla ecco, infine, la furia giustizialista del legislatore che ha esteso smisuratamente il catalogo dei reati per i quali è consentita la captazione e l’uso del trojan. Dunque, un quadro che necessita interventi mirati a restituire questo strumento investigativo ai confini della sua eccezionalità, sanzionando efficacemente la pubblicazione delle intercettazioni, almeno nella fase delle indagini. Si tratta di proposte che, diversamente non sono avanzate da fiancheggiatori della criminalità ma appartengono ad ampi strati del pensiero giuridico liberale e democratico, anche nella magistratura. Se i polemisti di accatto leggessero, insieme alla migliore dottrina processual-penalistica, qualche recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione o qualche altrettanto recente intervento di magistrati come Nello Rossi o Alberto Cisterna, la discussione potrebbe prendere la piega giusta. Il fatto è che, oltre a leggere quegli scritti -cosa che già non fanno- dovrebbero poi anche comprenderli. E qui l’impresa diventa disperata.

  • Toghe&Teglie: il flan parisien

    Buona settimana a tutti i lettori da Arianna del Re della sezione reatina del Gruppo Toghe & Teglie! Devo confessare che, per me, ogni occasione è buona per tornare a Parigi ed io, che non sono una golosa di dolci, faccio sempre un’eccezione per Parigi: questa volta, quasi avessi nascosto in valigia un pezzetto di Montmartre, sono tornata con il pallino di dedicarmi alla realizzazione del flan parisien che è un dolce semplice e buonissimo, perfetto per la prima colazione o una coccola in qualsiasi momento della giornata.

    Occorre, per prima cosa, preparare un’ottima crema alla vaniglia e munirsi di un rotolo di pasta sfoglia o pasta brisèe…meglio ancora se fatta in casa.

    Iniziamo: mettete una casseruola su un fornello a fiamma bassissima e mescolate continuamente con un mestolo di legno cinque tuorli d’uovo, perfettamente separati dagli albumi, con 250 grammi di zucchero; unite, poi, 50 grammi di maizena ed altrettanti di farina 00 setacciata continuando a mescolare finché il composto non sarà omogeneo.

    A questo punto, senza smettere di mescolare e con la fiamma molto bassa, aggiungete un litro di latte intero versandolo lentamente ed a filo; terminata questa operazione aggiungete 250 grammi di panna fresca, una bacca di vaniglia e la scorza grattugiata di mezzo limone.

    Continuate a cuocere e mescolare per almeno 15 minuti circa e – comunque – fino a raggiungere una consistenza cremosa del composto, raggiunta la quale spegnete il fornello e togliete la bacca di vaniglia.

    Passate ora a foderare una tortiera con la pasta sfoglia o la pasta brisèe e versatevi sopra uniformemente la crema.

    Nel frattempo avrete portato il forno a 150°: infornate per un’ora. A cottura ultimata, fate intiepidire il flan e, da tiepido, mettetelo in frigo per un’altra ora…se ci riuscite, ovviamente: i miei famigliari lo hanno assaltato senza por tempo in mezzo!

    Bon appetit!

  • Toghe&Teglie: un Pollock a tavola

    Un caro saluto a tutti i lettori da Massimo Schirò, il Serial Griller del Gruppo Toghe & Teglie: la stagione è propizia per proporvi un piatto di origine stellata reinterpretato in ottica domestica ed allora ecco a voi un risottino ispirato da Enrico Bartolini che di stelle Michelin ne ha tre….e che alla presentazione ricorderà un quadro di Pollock.

    Iniziate preparando un brodo vegetale con zucchina, carota, sedano, cipolla, due pomodorini e due grani di pepe. Ne servirà un litro circa per preparare quattro porzioni di riso.

    Intanto che il brodo procede, portatevi avanti con la guarnizione del piatto inserendo in un pentolino della panna (200 grammi) e del gorgonzola (200 grammi) facendo fondere il tutto a fuoco dolce restando al di sotto della soglia del bollore; mettete da parte la crema così ottenuta mantenendola tiepida e – nel caso – ammorbiditela aggiungendo un po’ di latte.

    Ora prendete due barbabietole rosse che avrete precedentemente fatto bollire e frullatele dopo averle spellate ottenendo così una purea. Mettete da parte anche questa.

    Passiamo al risotto che andrà preparato in maniera tradizionale: in una casseruola mettete una noce di butto, ¼ di cipolla tritata e fate fondere inserendo il riso (80 grammi a testa, circa) prima che la cipolla imbiondisca facendolo scaldare per poi sfumare con un bicchiere di vino bianco secco; non appena evaporato il vino iniziate a bagnare con il brodo bollente, un mestolo alla volta fino a cottura (che va dai 13 ai 18 minuti a seconda dei gusti e della tipologia di riso utilizzato). La fiamma durante la cottura va mantenuta viva senza esagerare e giunti a due terzi (non prima per evitare alterazioni del colore) unite le barbabietole frullate dopo averle diluite con un mestolo di brodo.

    A cottura ultimata, passate alla mantecatura, fuori dal fuoco, con burro freddo tagliato a dadini: mescolate sino ad ottenere la classica “onda” e solo a questo punto aggiungete del grana padano grattugiato.

    Ora si può impiattare: ideale un piatto piano (meglio bianco per valorizzare i colori del risotto) sul quale versare un mestolo abbondante di risotto battendo con forza sul fondo del piatto per stenderlo “a velo”.

    Ultimate la preparazione sgocciolando su ogni porzione la fonduta di gorgonzola e guarnite con dei gherigli di noci, stappate un buon Franciacorta gelato e sarete pronti per andare a tavola e ricevere l’ovazione meritata dei vostri commensali.

    A presto!

  • In attesa di Giustizia: diritti al futuro

    Nelle prossime settimane, in tutta Italia, si terranno le elezioni per il rinnovo dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati: a Milano, dunque in uno dei Fori di maggiore dimensione con oltre ventunomila iscritti, si candidano, tra gli altri, sedici avvocati (equamente divisi tra donne e uomini) che condividono un programma di lavoro ed intervento fortemente orientato a valorizzare la categoria anche sostenendo in maniera significativa l’accesso ed il progresso nella professione dei giovani, che ne rappresentano il futuro, in un settore professionale sempre più competitivo.

    Non a caso, questi candidati si sono riuniti in una “lista elettorale” cui hanno dato il nome di “Diritti al Futuro” ed il futuro dell’Avvocatura è anche quello della Giustizia per la irrinunciabile funzione di difesa dei diritti dei cittadini, di contributo alla interpretazione delle norme giuridiche e di stimolo per il legislatore.

    Buona fortuna, perché questo futuro – non meno che per altre ragioni – si propone a tinte fosche nella misura in cui si registra la tendenza a sostituire la, sia pur fallace, giustizia degli uomini con quella delle macchine.

    Proprio così: non bastasse la difficile applicazione pratica della già confusa (per usare garbati eufemismi) “Riforma Cartabia”, l’efficentamento del sistema viene proposto come affidabile – già a breve – a quelli che possiamo, simpaticamente, definire dei cretini meccanici.

    Tanto perché si sappia, non stiamo parlando di vaghe idee ed iniziative suggerite da qualche fantasiosa fiction bensì, per fare un esempio, del programma Prodigit messo a punto dal Ministero dell’Economia e dall’Organo di autogoverno della Giustizia Tributaria che dovrebbe essere operativo entro quest’anno: si tratta di un software destinato ad avvocati e commercialisti il cui funzionamento è assegnato ad un algoritmo di intelligenza (??) artificiale capace di prevedere l’esito di un ricorso alle Commissioni Tributarie.

    Ma che bello, penserete voi, così si potrà divinare il futuro di una lite giudiziaria  evitando di perdere tempo e denaro in quelle perse in partenza: tuttavia, mi fiderei maggiormente di una cartomante tzigana che dello strumento informatico messo a punto da una delle parti in causa (ci mette mano anche l’Agenzia delle Entrate) utilizzando oltre un milione di sentenze la cui modalità di selezione è non proprio trasparente e ricorda quella della raccolta, in altri settori, del Massimario della Cassazione con cui, sostanzialmente, si prefabbricano le decisioni future della Corte. Insomma, basterà scegliersi le sentenze a sé più favorevoli, così come verosimilmente avverrà nella imminente fase operativa cui partecipano novanta giudici tributari e dieci giovani studiosi (avvocati e commercialisti? Anche no, grazie), ed ecco che il miracolo della giustizia predittiva potrà facilmente risolversi in una partita truccata cui parteciperanno – appunto – dei cretini meccanici le cui risposte sono condizionate dal data entry.

    Non so voi, ma io non mi siederei al tavolo con qualcuno fortemente sospettato di barare.

    A questo punto, per essere assistiti tanto varrebbe dare l’incarico ad uno straordinario difensore: l’androide/avvocato messo a punto negli USA da tal Joshua Browder e cioè un simpatico robot esperto in scappatoie che – così viene pubblicizzato – permettono di farla franca con l’obiettivo di rendere la professione legale gratuita (ma il replicante bisognerà pur pagarlo o è in regalo?). Sembra che la prima arringa di questo ammasso di microprocessori, plastica e metallo sia prevista per il mese di febbraio, nel frattempo un ottima alternativa è Alexa con il progetto “La legge per tutti”: una sorta di Avvocato nel cassetto 2.0.

    Chissà, gli avvocati di Diritto al Futuro ce la metteranno tutta per evitare che, per i giovani Colleghi non meno che per i cittadini, il futuro sia questo. La preoccupazione, peraltro, resta, compresa quella che alla realizzazione dei programmi di intelligenza artificiale partecipino Giuseppi Conte e Fofò Bonafede.

  • Toghe&Teglie: il pollo alla maniera di Bartolo

    Buongiorno ai lettori di questa succulenta rubrica: sono Bartolo Iacono, avvochef della sezione di Scicli del Gruppo Toghe & Teglie. In questo inizio d’anno tocca a me proporre un piatto che non è mio originale ma al quale ho apportato qualche variante: si tratta di un gustoso polletto.

    Per prima cosa, ovviamente, procuratevi il pollo, un mezzo etto di pancetta, una cipolla, uno spicchio d’aglio, qualche bacca di ginepro, un rametto di rosmarino, qualche foglia di alloro, un paio di salvia, un bicchierino di gin, sale, olio, burro e pepe q.b. (visto che bravo? Ho messo anche un accenno di dosaggio) e del brodo di pollo o di verdure.

    Pulite il pollo e “fiammeggiatelo”, lavatelo per togliere i residui bruciati e poi dividetelo in pezzi.

    In un coccio mettete una noce di burro e un paio di cucchiai di olio evo e fatela sciogliere a fuoco moderato aggiungendo la pancetta tritata insieme alla cipolla e l’aglio sbucciato.

    Nel frattempo infarinate il pollo ed unitelo subito al soffritto rosolandolo e facendolo girare spesso per cinque/sei minuti. A questo punto salate, pepate e spruzzate il gin integrando il tutto con gli odori, bacche di ginepro comprese.

    Ora coprite la casseruola, abbassate la fiamma al minimo e fate cuocere per un’oretta versando  gradualmente il brodo e circa senza dimenticarsi di mescolare di tanto in tanto.

    Misurate attentamente il brodo perché i pezzi di pollo dovranno risultare dorati ed asciutti: ragion per cui aggiungetene poco per volta secondo le necessità.

    Quando il punto di cottura sarà ormai prossimo, fuoco alle polveri alzando l’erogazione del gas per una fiammata finale  e sarete pronti per andare a tavola.

    Come si vede dalla foto è suggerito un contorno di verdure ma non necessariamente i cavolini di Bruxelles: possono essere perfette anche delle patate al forno oppure degli spinaci saltati al burro. Per dissetarvi non dimenticate che ci sono dei rossi dell’Etna di media struttura come il Pistus che non temono confronti…

    Da Scicli per oggi  è tutto, alla prossima!

  • Toghe&Teglie: zuppa di pesce stocco

    Buon 2023 a tutti voi, sono Maurizio Condipodero della sezione reggina di Toghe & Teglie: questa settimana voglio proporvi un piatto leggero leggero – almeno nella accezione calabrese del termine – che, sempre alle mie latitudini, mettiamo in tavola per “sgrassare” dopo i fasti alimentari da Natale in poi.

    Una gustosa zuppetta di pesce stocco, altresì detto baccalà, per cucinare la quale dovrete innanzitutto procurarvi delle patate, mondarle e tagliarle a fette di uno spessore massimo di un paio di centimetri l’una.

    Quante ne servono? (iniziamo con la storia dei dosaggi…uffa!) Quante occorrono a metterne in cottura uno strato steso in un tegame – e non chiedetemi il diametro del tegame, per favore – mettendole in cottura  con abbondante acqua poco salata.

    Ad una decina di minuti circa dal termine della cottura, aggiungete capperi dissalati, olive in salamoia denocciolate, cipollotti tagliati a fettine, origano, peperoncino (non poetava mancare) q.b. e dello stoccafisso precedentemente ammollato e tagliato a pezzi.

    Tempi di cottura? E dai, basta con questi dettagli! Quando il pesce si sarà “arricciato” il piatto sarà pronto.

    A piacere, e ci sta molto bene, si può aggiungere della pasta e la scelta è tra bavette e pastina ma non quella che servono nelle corsie degli ospedali: risoni, padrenostro  – esiste questo formato, credetemi – o spaghetti spezzettati (unica ipotesi ammessa di spezzettamento degli spaghetti, salvo che ai fornelli non ci sia uno chef, per esempio, gallese o austriaco)

    Infine, togliete lo stocco dalla pentola e deliscatelo per bene prima di ricomporre la zuppa e … buon appetito.

    Un caro saluto, a presto!

  • Toghe&Teglie: la lovellutata di ceci

    Buon Anno a tutti i lettori: sono Ornella Lovello del Gruppo Toghe & Teglie ed è un piacere particolare condividere proprio in questo periodo ed in questa rubrica una ricetta a cui i miei amici e Colleghi hanno dato un nome che richiama il mio.

    Vedrete, è facile e “di bella presenza”: i vostri commensali inizieranno a mangiarsi con gli occhi questa vellutata leggera ma saporita e ricca di proteine.

    Incominciate mettendo a bagno i ceci (ma, se avete poco tempo, vanno bene anche quelli già precotti in barattoli) e metteteli a bollire fino a cottura quasi ultimate e poi fateli insaporire a fuoco moderato in un tegame di coccio dove si è già fatta rosolare una cipolla tritata finemente.

    Dopo cinque minuti aggiungete del brodo vegetale – tanto meglio se fresco e fatto in casa: non ci vuole molto –  e lasciare cuocere fino a parziale riduzione del liquido. A piacere si può aggiungere un rametto di rosmarino durante la cottura.

    Spegnete il fuoco, togliete il rosmarino, se lo avete messo, frullate il tutto generando una crema omogenea e mettetela da parte riponendola nel suo contenitore iniziale mantenendola a temperatura.

    Nel frattempo fate saltare in padella con olio evo, aglio, sale e pepe q.b. dei gambi di funghi porcini tagliati a tocchetti mentre in altro padellino dovrete far “crispare”  del prosciutto crudo tagliato a julienne.

    La parte finale è un po’ convulsa ma non complicata e richiede solo alcuni minuti durante i quali vi destreggerete tra tegamini e il coccio in cui la vellutata starà riposando a fuoco minimo.

    In ultimo farete delle cialde di parmigiano mettendo cucchiaiate di parmigiano in un terzo ed ultimo padellino facendo andare con fuoco moderato sino a doratura.

    Impiattate assemblando tutte le singole preparazioni come da foto (in più ci sono dei crostini integrali presi dal fornaio…)e buon appetito.

    Dite che non ho messo le quantità esatte? Beh, lo sapete come va in questa rubrica: siamo spannometrici e lo sarete a vostra volta perchè con l’occhio e qualche assaggio misurato in cucina non si sbaglia.

    Felice 2023 a tutti voi!

  • Toghe&Teglie: tartare di ricciola e avocado

    Buon Natale da Manuel Sarno a tutti i lettori di questa rubrica! Anche questa settimana tocca a me farvi una proposta che – nel rispetto di un menu a base di pesce (almeno per la vigilia) – consiste in una facile e gustosa tartare.

    Esteticamente piacevole anche da vedersi (io sono un disastro ad impiattare, ma c’è il trucco e verrà svelato alla fine) questa tartare di ricciola è perfetta da proporre sia come piatto principale che come antipasto.

    Procuratevi, dunque, della ricciola già sfilettata – se questa non è una delle vostre abilità – e tagliate i filetti a tocchetti: per le porzioni regolatevi in base alle dimensioni e se per caso non si intenda arricchire il piatto con delle code di gamberi.

    Tagliate a tocchetti anche dell’avocado, qualche pomodorino e, se avete scelto questa opzione, anche le code di gamberi dopo ave tolto il carapace e averle pulite dall’intestino.

    In una ciotola, preparate la base per la successiva marinatura, procedimento rapido e facile anche questo: olio evo (in alternativa si può provare anche la salsa di soia), succo di limone o di lime, scorza d’arancia grattugiata, un pizzico di sale Maldon, pepe rosa in grani. Mescolate bene questi ingredienti.

    Ora siete pronti per inserire i filetti sminuzzati, e le code di gamberi se ci sono, nella base per la marinatura: mescolate nuovamente, ricoprite con un panno e lasciate, appunto, a marinare per un’ora, al massimo un paio: eccedere nei tempi non farà insaporire la tartare ma – anzi – finirà con il coprire il sapore ed il profumo del pesce.

    Separatamente condite, ma solo poco prima di andare a tavola, pomodorini ed avocado, vanno benissimo sale, olio e aceto di vino bianco: il tutto in quantità moderate per non rischiare di eccedere in sapidità tenuto conto della base per la marinatura.

    Ed ecco il banale trucco per l’impiattamento: dopo aver mescolato tutti gli ingredienti è sufficiente posizionare un coppapasta su ogni piatto e versarvi la tartare: l’effetto finale sarà quello della foto.

    Ancora auguri, arrivederci con il nuovo anno e con altre golosità dal Gruppo Toghe & Teglie.

  • In attesa di Giustizia: inimicizia con Dio

    E’ Natale e siamo – o  dovremmo essere – tutti più buoni. Invece no: il Ministro della Giustizia, con la illustrazione della sua agenda per la riforma della giustizia ha portato Travaglio ben oltre lo sbocco di bile, alle soglie del colpo apoplettico.

    Allineato perfettamente ai maitre à pensèr  pentastellati, delle cui fonti di intelletto si abbevera, ha chiarito in un editoriale la sua contraria opinione con la classica formula che prevede l’odio e l’insulto mescolati al nulla: “non vogliamo credere ad un amico avvocato, secondo il quale il P.M. Carlo Nordio era simpaticamente noto negli ambienti giudiziari veneziani come el Mona. Ma sappiamo che è molto spiritoso. Infatti le sue riforme fanno scompisciare dal ridere”.

    Il riferimento era non solo al tema della separazione delle carriere ma anche a quello delle intercettazioni telefoniche sul quale il Guardasigilli ha già iniziato a muoversi lamentandone l’eccessivo impiego ed, in particolare, la diffusione arbitraria e pilotata (spesso di stralci decontestualizzati e perciò insidiosamente equivoci).

    Parlando di imbecilli (che è la traduzione dal veneto di “mona” o, almeno, una delle due) Il Direttore de Il Fatto Quotidiano sembra dimenticare che tra i suoi “editori” vi sono personalità dello standing di Toninelli e Bonafede e suggeritori di impiego dei banchi a rotelle, delle primule e dei monopattini per contrastare la diffusione del covid: un esemplare di ognuno dei quali andrebbe esposto in tutti i musei a perenne memento di quanto sia rischioso affidare il potere ad una combriccola di politici improvvisati e cervelli disabitati scelti su una piattaforma online.

    Per fortuna, ad elevare il tono del dibattito ci ha pensato uno dei suoi più autorevoli sodali:  Piercamillo Davigo.

    L’ex P.M. di Mani Pulite – in maniera meno volgare ma comprensibile ha dato dell’ignorante a Carlo Nordio che farebbe uso di parole errate vaghe e strumentali – ospite di una ospitale rete televisiva ha esordito ricordando che la National Security Agency fa molte più intercettazioni delle nostre Procure e per di più non necessita nemmeno di autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

    Esempio non del tutto calzante ma andiamo oltre: ha in seguito sostenuto che il segreto investigativo tutela le indagini ma non la reputazione degli intercettati. Bene ma non benissimo perché se è vera la prima affermazione la seconda non può costituirne un corollario: in due parole, seppure un’intercettazione sia lecita perché autorizzata nel rispetto dei presupposti di legge non è conseguente il farne impiego con possibile pregiudizio della onorabilità anche di persone estranee all’indagine ovvero coinvolte ma non indagate né tantomeno ancora condannate. A tacer del fatto che ciò costituisce un reato, per quanto quasi mai genetico di avvio di accertamenti giudiziari e ancor meno di sanzioni.

    Gli esempi di vittime della propalazione indebita di conversazioni captate con effetti devastanti sono innumerevoli; Nordio in un suo intervento recente in Commissione Giustizia della Camera ne ha ricordati due significativi: quello del Consigliere del Presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio e della Ministra Guidi che tutti ricorderanno. Secondo Davigo la loro tutela risiederebbe nella possibilità di proporre querela per diffamazione: non è neppure così per la verità e sarebbe in ogni caso come evocare la classica chiusura della stalla dopo che i buoi sono scappati.

    Siano il lettori di questa rubrica a trarre le conclusioni: una potrebbe essere che se Travaglio e Davigo hanno oltrepassato il confine della crisi di nervi, forse, con le ipotesi di riforma siamo sulla buona strada; l’altra è che l’attuale Ministro della Giustizia sia colpevole di inimicizia con Dio se si è messo dialetticamente e concettualmente in conflitto con una delle divinità pagane di Mani Pulite, nume protettore di Marco Travaglio e della redazione del suo quotidiano.

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