Avvocati

  • In attesa di Giustizia: voci stonate nel coro

    La tragica vicenda legata all’omicidio del vice brigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, continua ad alimentare polemiche e prese di posizione cui non si vorrebbe assistere anche per non turbare e meno che mai condizionare il lavoro di chi sta svolgendo indagini rivelatesi più complesse del previsto nella ricostruzione non solo degli antefatti ma anche della stessa dinamica omicida.
    Non senza costernazione si sono registrate, sia attraverso gli organi di informazione che sui social media, le opinioni di alcuni “avvocati” – ma, forse, sarebbe meglio definirli co-iscritti al medesimo Albo professionale – che hanno invocato soluzioni giudiziarie tanto drastiche quanto contrarie ai basilari principi su cui si fonda l’esercizio di una professione nobile e che rimane tale anche quando si assiste il presunto colpevole di un crimine efferato.
    Il ministero del difensore, su queste colonne lo si è ricordato in più occasioni, non consiste nella omologazione alle scelte criminali eventualmente optate da coloro di cui assumono la difesa: essenzialmente si sostanzia nel presidio alle garanzie che il diritto assegna al cittadino a fronte della pretesa punitiva dello Stato, nella assicurazione che sia sottoposto ad un giusto processo e, se dichiarato colpevole, lo sia per il reato effettivamente commesso e condannato ad una pena giusta, giammai esemplare.
    Si sono udite voci inneggianti tanto al ripudio delle regole processuali quanto alla celebrazione di processi sommari, persino alla reintroduzione nel sistema della pena capitale, a tacere delle giustificazioni inaccettabili offerte in merito a quanto contestualizzato dalla foto che ritrae uno degli arrestati bendato e ammanettato durante l’interrogatorio o, quantomeno, la fase che immediatamente lo ha preceduto: il che, per una regola processuale espressa, potrebbe vanificare totalmente l’attendibilità della confessione resa.
    Eppure simili esternazioni provengono da soggetti che dovrebbero essere tecnicamente attrezzati ma, soprattutto, moralmente impegnati da un giuramento che hanno scelto liberamente di pronunciare quando hanno indossato la Toga: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini di giustizia e tutela dell’assistito, nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento ma altresì e ancora di più, con alcuni fondamentali principi deontologici”.
    A prescindere dal tenore della formula di impegno, vi è anche il Codice Deontologico che stabilisce che “L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità, dignità e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense”.
    E non è un bello spettacolo che avvocati, pubblicamente e al di fuori dell’attività professionale, auspichino processi sommari se non condanne senza processo, magari anche senza avvocato: è un inquietante segnale di decadimento morale della figura dell’Avvocato; e alzi la mano chi – laddove necessario – si farebbe difendere da uno che ha espresso siffatti convincimenti da quali discende la preoccupazione che il populismo giudiziario stia travolgendo anche l’avvocatura: se così mai fosse prima ancora che l’attesa di Giustizia sarebbe vanificato il complesso di garanzie al cui rispetto è deputata, sarebbe la fine dell’ultimo baluardo della libertà.

  • Toghe&Teglie: pasta alla crema di zucchine

    Ben ritrovati, lettori appassionati di cucina, sono Manuel Sarno, il “Fundador” del Gruppo Toghe & Teglie: ogni tanto faccio capolino anch’io in questa rubrica, non pago di occupare ogni settimana uno spazio su Il Patto Sociale con argomento Giustizia.

    Quella che vi presento oggi è una ricetta che ho timore ha chiamare “alla Nerano” perché il Gruppo pullula di Ayatollah di origine campana che avrebbero qualcosa da ridire sulla preparazione: d’altronde ho solo preso spunto dalla formula tradizionale e ho preparato il piatto con quello che avevo in cambusa. Per una originalissima rivisitazione della “Nerano” vi rimando a un numero del Patto del dicembre scorso con la proposta di Marco De Scisciolo e Francesca Izzo.

    Pasta alla crema di zucchine, dunque! Procuratevi, ovviamente, delle zucchine di non eccessivo diametro, lavatele, pulitele e tagliatene a rondelle sottili una parte ipotizzando che per ogni porzione (generosa) possono servire circa una cinquantina di grammi; le rimanenti, qui andate un po’ a occhio per la quantità secondo le consuetudini di questa rubrica, lasciatele intere e fatele bollire evitando che diventino troppo molli.

    A questo punto prendete le zucchine bollite e frullatele insieme al brodo vegetale che hanno prodotto e a del parmigiano grattugiato in modo da ridurle a crema non troppo liquida.

    Le rimanenti zucchine, quelle tagliate a rondelle, fatele saltare in padella con olio evo senza che abbrustoliscano eccessivamente: anche perché dovranno subire una seconda passata sul fuoco insieme alla pasta.

    Ora si può mettere a bollire l’acqua per cuocere la pasta che dovrà essere scolata molto al dente: vanno bene degli spaghetti, o anche della pasta di semola tipo scialatielli purché con una superficie che trattenga bene il condimento.

    Intanto che la pasta cuoce bisognerebbe tagliare a cubetti della Provola del Monaco – che non si trova proprio dappertutto – o, in mancanza della provola non affumicata e non troppo stagionata poiché dovrà diventare “filante”.

    Quando mancano tre/quattro minuti alla cottura dichiarata dal produttore della pasta, scolatela e fatela saltare in padella a fuoco medio con le zucchine a rondelle aggiungendo gradualmente la crema di zucchine e la provola mantecando il tutto con l’aiuto – se necessario – di un po’ di brodo vegetale che avrete opportunamente conservato per la bisogna.

    Se gradita, all’impiattamento, ci può stare una spolverata leggera di pepe. Non è la “Nerano”, questa? Io l’ho detto subito: è una pasta con crema di zucchine ma vi garantisco che non è niente male.

    Alla prossima!

  • In attesa di Giustizia: separati in casa

    Giochereste una partita di pallone in cui l’arbitro vesta, invece della divisa, la maglia della squadra avversaria? Probabilmente no, comunque qualche dubbio sulla sua imparzialità sarebbe fondato.

    Ebbene, nel nostro ordinamento giudiziario le cose funzionano sostanzialmente così: il Giudice arbitro delle controversie – che per disposto costituzionale dovrebbe, dunque,  assicurare assoluta terzietà – appartiene al medesimo Ordine del Pubblico Ministero, proviene dal medesimo concorso, la funzione giudicante/inquirente è interscambiabile senza eccessive difficoltà, dulcis in fundo avanzamenti di carriera, incarichi direttivi, autorizzazioni per lucrosi incarichi fuori ruolo non meno che (rarissime) sanzioni disciplinari dipendono dal Consiglio Superiore della Magistratura composto tanto da giudicanti che da Pubblici Ministeri e governato dalla logica delle correnti e del compromesso non di rado anche a sostrato politico.

    Secondo l’impostazione tradizionale del processo penale accusatorio, nel nostro sistema introdotto ormai trent’anni fa, le carriere di Giudici e P.M. sono nettamente separate, addirittura gli uffici sono ubicati  in edifici diversi; nel nostro Paese, tuttavia,  ogni tentativo di intervenire normativamente in proposito incontra un fitto fuoco di sbarramento da parte della Magistratura paventando – innanzitutto – il rischio che, separando le carriere, il Pubblico Ministero diventerebbe dipendente dal potere esecutivo e, pertanto, subordinato alla politica: nulla di meno vero perché per conseguire questo scopo non basterebbe neppure una legge ordinaria ma bisognerebbe intervenire su tre o quattro articoli della Costituzione che i Padri Costituenti avevano opportunamente elaborato proprio per scongiurare questo rischio.

    Una politica pavida e perennemente tenuta sotto scacco dalla Autorità Giudiziaria ha traccheggiato, dunque, per circa sei lustri senza mai  varare questa opportuna riforma dell’Ordinamento Giudiziario. Si è, allora, provveduto alla raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare promosso dalla Unione delle Camere Penali che, coronata da successo, è approdato alla Camera ed è ora sostenuta da un gruppo molto trasversale di una cinquantina di deputati ed assegnata alla Commissione Affari Costituzionali.

    Dunque, vi è per la prima volta la concreta possibilità che la separazione delle carriere divenga legge generando sgomento e allarme all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati e motivo di ennesima frizione tra i due Vice Premier uno dei quali – Salvini – è favorevole alla riforma, l’altro no.

    E’ recente un incontro tra la Giunta dell’A.N.M. e il Capo dello Stato (che è anche Presidente del C.S.M., giova ricordarlo) nel corso del quale si è voluto affrontare l’argomento della separazione delle carriere con Sergio Mattarella spendendo – tra l’altro – argomenti fuorvianti e autenticamente ingannevoli come quello del rischio di perdita di indipendenza del P.M. (per evitare equivoci, il disegno di legge prevede espressamente l’indipendenza da qualsiasi potere dell’Ufficio Requirente) e, soprattutto tentando indebitamente di coinvolgere il Presidente della Repubblica in un prossimo, libero, dibattito parlamentare.

    Gli ingredienti per rendere accidentato il percorso di una riforma, che si propone come ammodernatrice del sistema giudiziario e volta ad attuare i principi del giusto processo, ci sono tutti: il conflitto strisciante tra poteri dello Stato, il contrasto interno alle forze di Governo, non mancheranno dunque le polemiche al momento del voto alle Camere orientato dalla disciplina di partito.

    Nel frattempo, mentre i Magistrati si sgomentano all’idea di diventare separati in casa, diverse decine di migliaia di cittadini, che hanno sottoscritto il disegno di legge recandosi ai gazebo allestiti in tutta Italia dagli avvocati penalisti, restano a guardare, restando ancora una volta in attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: Noi siamo ciò che siamo stati

    Il 28 aprile del 1977 a Torino venne ucciso in un agguato delle Brigate Rosse il Presidente dell’Ordine degli Avvocati, Fulvio Croce. Cinque colpi di pistola, tre al torace e due alla testa a dimostrazione che la condanna a morte per tutti gli avvocati che avessero accettato di difenderli annunciata un anno prima dal brigatista Maurizio Ferrari non costituiva una minaccia vana.

    Gli appartenenti alle Brigate Rosse si dichiaravano combattenti prigionieri politici di un regime di cui ripudiavano il sistema giustizia e con esso la difesa tecnica che – in assenza conseguente di nomine fiduciarie – veniva affidata ad avvocati di ufficio. Senonchè, dopo quel proclama nessuno di coloro che venivano incaricati accettò l’incarico; in alcune sedi di processi ai terroristi vennero stilate liste di volontari ma a Torino si dovette ricorrere al disposto dell’art. 130 del codice di procedura penale vigente che prevedeva la nomina del Presidente dell’Ordine laddove non fosse disponibile nessun altro difensore: e così fu che Croce – civilista, tra l’altro –  venne prescelto, accettò l’incarico mostrando coraggio ed alto senso delle istituzioni e fu seguito da altri Consiglieri del Foro nella difesa di 44 imputati, tra cui i vertici delle Brigate Rosse rinviati a giudizio avanti alla Corte d’Assise di Torino.

    Ferrari, tra gli accusati alla sbarra, ribadì l’avvertimento rivolto agli avvocati sospettati di collusione con giudici strumenti di un sistema contro rivoluzionario.

    Ma nessuno fece un passo indietro, nemmeno dopo quel 28 aprile, un giorno in cui su Torino pioveva a dirotto quasi che anche il cielo piangesse quella Toga martire.

    Non tutti, partitamente i più giovani, ricorderanno questo passaggio della storia che non può essere dimenticato non solo per l’onore che deve rendersi a uomini come Fulvio Croce ma perché è simbolo di un periodo in cui l’Italia ha saputo resistere al più violento attacco alle istituzioni che la storia repubblicana ricordi. Resistere e uscire vincitrice.

    Lodevole è dunque la recente iniziativa del Consiglio Nazionale Forense che ha istituito un premio, costituito da una Toga e una targa al merito intitolato a Fulvio Croce e destinato da quest’anno ogni anno a un difensore di ufficio che si sia distinto nel ruolo secondo parametri dettati dal regolamento.

    L’iniziativa è volta a valorizzare la difesa di ufficio che è concreta rappresentazione sociale dell’avvocatura, strumento essenziale per il funzionamento della giurisdizione e garanzia del godimento dei diritti e attuazione dei principi costituzionali per i più deboli, vanto di civiltà giuridica di uno Stato di diritto.

    Di questi valori, Fulvio Croce è stato ed è simbolo e stimolo ad onorare un ruolo, quello del difensore, che in base all’art. 24 ha rango costituzionale.

    Noi siamo ciò che siamo stati e in ciò risiede il valore della memoria. E quella Toga intrisa di sangue sotto la pioggia di Torino aiuta a non dimenticare e ad essere sempre migliori nell’adempimento del sacro dovere della difesa degli uomini.

  • Toghe&Teglie: tagliolini alle lenticchie, fiammiferi di arancia e speck

    Cari lettori,

    sono Massimo Schirò, mi conoscete già come il “Serial Griller” di Toghe & Teglie: su questo numero vi propongo una ricetta che parte da un’idea dello chef Giancarlo Morelli (una stella Michelin…. provatelo se vi capita) che, in una domenica di gennaio, con esercizio di cambusa (cioè con quel che il frigo offriva) ho rielaborato.

    È una preparazione un po’ lunga che gioca sui contrasti di colore, di profumo e di sapore.

    Questi gli ingredienti per la pasta:

    200 gr. di lenticchie piccole (meglio se di Norcia), 350 gr. di farina 00, 6 uova, un pizzico di sale e un cucchiaio di olio.

    Frullate le lenticchie fino a polverizzarle, inserite la farina e mixate il tutto.

    Mettete, poi,  il composto ottenuto  “a fontana” su una spianatoia, aggiungete le uova, il sale e l’olio ed impastate.

    Quanto avrete ottenuto un prodotto omogeneo avvolgetelo in una pellicola e lasciatelo riposare almeno un’ora in frigo.

    Tirate la pasta con un mattarello e passatela alla apposita macchina con la trafila dei tagliolini.

    Se l’impasto risultasse duro bagnatevi le mani e trattatelo prima di trafilarlo: vedrete che si ammorbidirà.

    Per la preparazione del condimento:

    parmigiano (o grana padano) giovane, grattuggiato in abbondanza , latte intero q.b.

    Ponete il formaggio in una casseruola e bagnatelo con il latte (deve essere appena bagnato non annegato), dopodichè fatelo andare a fuoco lentissimo sino a 80 gradi e non oltre mescolando con una frusta fino ad ottenere una crema omogena. Tenete in caldo.

    Terminiamo con la guarnizione per cui servono:

    un’arancia, un pizzico di zucchero, del culatello (o anche speck) tagliato a striscioline.

    Tagliate la buccia dell’arancia avendo cura di eliminare la parte interna bianca e mettetela in acqua bollente e poi mettetela in un pentolino con altra acqua e il succo dell’arancia medesima, facendo ridurre lo sciroppo così ottenuto del 50% (non di più se no seccano).

    Gran finale con l’impiattamento:

    su piatto scuro mettere in centro un cucchiaio abbondante della crema di formaggio tiepida e, con qualche colpo del cucchiaio, fatelo spandere.

    Fate un nido con le tagliatelle (che nel frattempo  avrete cotto e scolato al dente) e guarnite con la buccia dell’arancia (2/3 “fiammiferi” a porzione, non di più, perché l’aroma è importante) e il culatello.

    Ok…lo ammetto…. ci avrete messo un po’ ma vedrete che figurone!

    A presto!

  • In attesa di Giustizia: elogio degli avvocati scritto da un avvocato

    Sapete da cosa si distingue se di un investimento è stato vittima un cagnolino oppure un avvocato? Nel primo caso vi sono tracce di frenata…

    In questa freddura è racchiusa tutta la poca considerazione riservata alla categoria degli avvocati: soggetti causaioli e perditempo, con ciò intendendosi che l’interesse principale coltivato sarebbe quello di creare conflittualità dalla cui esistenza e durata ricavare ricchezza nel sostanziale disinteresse delle reali ragioni dei propri assistiti e con attenzione rivolta solo a quelle “di bottega”.

    E’ ben vero che in una categoria professionale che supera le 250.000 unità a livello nazionale è possibile che allignino anche personaggi di pochi scrupoli, scarsamente rispettosi della deontologia e della esigenza di formazione e specializzazione: ogni generalizzazione in questo senso è ingenerosa e come tale andrebbe evitata, purtuttavia è ampiamente diffusa.

    L’Organismo Congressuale Forense (del quale i più ignorano esistenza e funzioni), con delibere del gennaio scorso ha indetto la Giornata dell’Orgoglio dell’Avvocatura e della Salvaguardia delle Tutele da svolgersi in due distinti momenti: uno a carattere nazionale per il 16 febbraio e uno a dimensione distrettuale per il giorno 23 dello stesso mese (quest’ultima con contestuale astensione dalle udienze) per informare la comunità sullo stato delle cose nel settore della giustizia e rivendicare e rivendicare i valori della professione forense.

    Mi sembra che un momento peggiore non si potesse scegliere per fare una simile iniziativa che, meritevole nelle intenzioni, non pare abbia conseguito i risultati attesi: alzi la mano chi ne ha saputo qualcosa, a dimostrazione che anche una superficiale comunicazione abbia raggiunto i destinatari, cioè i cittadini.

    Il momento, inoltre, è da considerarsi  negativo perché collocato nel pieno di una campagna elettorale che è infuocata proprio sul tema della giustizia mostrando allarmanti, ancorché non nuove, derive giustizialiste ed in coda ad una legislatura che ha mostrato una evidente tendenza ad assecondare più che altro istanze di vendetta sociale contro emergenze reali o presunte.

    La manifestazione accomunava – inoltre – rivendicazioni di inelegante tipologia sindacale relative al diritto di una giusta remunerazione che, a parere di chi scrive, dovrebbero trovare altrove un momento di dibattito.

    Resta il fatto che un contributo, per quanto minimo, alla valorizzazione della categoria sento il dovere di darlo e lo farò con parole che non sono mie citando innanzi tutto l’articolo 24 della Costituzione che declina la possibilità per tutti di agire in giudizio a tutela delle proprie ragioni, l’inviolabilità del diritto di difesa e la possibilità di accedere al servizio/giustizia anche per i non abbienti mediante il patrocinio a spese dello Stato. Quella dell’avvocato è, dunque, una funzione di rango costituzionale.

    E aggiungerei il pensiero del grande giurista e membro della Assemblea Costituente Piero Calamandrei: “l’avvocatura, anche nello Stato autoritario, risponde ad un interesse pubblico altrettanto importante quanto quello cui risponde la magistratura: giudici e avvocati sono ugualmente organi della giustizia, sono servitori ugualmente fedeli dello stato che affida loro due momenti inseparabili della stessa funzione”.

    Altro non mi sembra sia utile aggiungere: consapevole che non tutti gli iscritti agli Albi rispecchiano questi valori per tutti gli altri che vi si riconoscono e li praticano con sacrificio quotidiano valgano queste mie considerazioni a rivendicare l’orgoglio della Toga.

  • In attesa di Giustizia: dagli, dagli all’avvocato!

    Non bastassero i toni da grida manzoniane, che la campagna elettorale aveva già assegnato al  tema della giustizia, la violenza sulle donne è tornata alla ribalta in seguito a gravissimi fatti di sangue e di molestie verificatisi sull’asse tra Macerata e Roma dove, da ultimo, una anziana senza tetto ha subito violenza – come pare – da un immigrato nordafricano.

    A tacere di questi episodi, l’incandescente dialettica sull’argomento è stata rinfocolata dalle polemiche che sono seguite all’incidente probatorio celebratosi a Firenze nel processo in cui due carabinieri sono indagati per violenza sessuale con riferimento alle modalità con cui i difensori dei militari hanno gestito il contro interrogatorio delle presunte vittime.

    Detto per i lettori non tecnici che l’incidente probatorio consiste in una anticipazione nella fase delle indagini di un passaggio tipico del dibattimento, cioè a dire l’interrogatorio davanti al Giudice ed in contraddittorio con il P.M., di testimoni o persone offese di un reato che non sia opportuno differire nel tempo. Nel caso che oggi ci interessa è stata stigmatizzata da un lato la durezza dei difensori nel porre domande alle ragazze, dall’altro si è enfatizzata la sensibilità del giudice nel porvi freno.

    Si è scritto su autorevoli organi di stampa a diffusione nazionale che un simile modo di procedere comporta una vittimizzazione secondaria cioè a dire la sottoposizione a nuovi traumi, durante un processo, a chi abbia già subito un’offesa.

    Sembrerebbe tutto ineccepibile ma…chi scrive (e verosimilmente neppure i redattori degli articoli cui si allude) non dispone degli atti integrali del processo la cui conoscenza sarebbe chiarificatrice per comprendere ed eventualmente condividere la scelta difensiva.  Invero, solo dall’insieme degli elementi di prova sin’ora acquisiti, che necessitano di una convalida o smentita proprio attraverso gli strumenti tipici previsti dal codice  può  valutarsi la fondatezza di un’accusa basata esclusivamente sulla parola di chi accusa e cui – pertanto – incombe l’onere di provare le proprie ragioni a fronte della presunzione di rango costituzionale di non colpevolezza  dell’accusato.

    Proprio perché è carente in radice la conoscenza del fascicolo non appare condivisibile la scelta di schierarsi dalla parte di qualcuno, facendo solo chiacchiere da Bar Sport; tutto ciò, come anticipato, vale anche per chi scrive: tuttavia non può non osservarsi che un difensore ha  il compito di far emergere – laddove traspaia – l’infondatezza dell’accusa: e ciò non solo è possibile ma è doveroso farlo anche con ferma determinazione e durezza.

    Si sappia che il codice che regola il processo penale prevede proprio che la prova si formi nel contraddittorio delle parti e che – quindi – il momento cruciale di un’attività difensiva risiede nel controesame dei testimoni ostili e nella capacità di condurlo nelle due modalità tipiche: costruttivo ma anche distruttivo, volto cioè a rappresentare se non il mendacio la scarsa attendibilità dell’accusatore.

    Almeno sotto questo profilo qualcosa da imparare dagli americani ce lo abbiamo: nel loro sistema la cross examination è un istituto processuale rispetto al quale la competenza è stata affinata da epoca molto risalente e, per un confronto caratterizzato da forti analogie può essere l’interessante lettura dei verbali di “Florida vs. William Smith Kennedy” processo celebratosi del 1991 e che vide un rampollo della nota famiglia imputato di stupro davanti alla Corte della Contea di Palm Beach.

    L’Avv. Black, suo difensore, partì da dei dati di fatto (proprio quelli che oggi noi non conosciamo in dettaglio) per dimostrare l’inverosimiglianza della ricostruzione fornita dalla presunta parte lesa, una giovane donna sottoposta per undici ore ad un interrogatorio che generò una tensione emotiva tale che alcuni giurati  svennero.

    Pragmaticamente, si era scelto solo di provare a dimostrare che la vittima non poteva essere creduta a prescindere dalla prova provata di una falsità del narrato: concetti solo apparentemente simili.

    Nessuno si stupì in quel caso, neppure i giurati che pronunciarono un verdetto di non colpevolezza e, forse, non ci dobbiamo stupire o – peggio – indignare nemmeno noi, men che mai qualora la conoscenza dei fatti e degli atti sia parziale, se gli avvocati fanno il loro dovere, nell’osservanza della legge non meno che nel rispetto del dovere che su di loro incombe di assolvere ad un impegno che è sacralizzato da canoni costituzionali. A tacer del fatto che, per restare, a quanto accaduto nell’incidente probatorio di Firenze, essendo un’udienza a porte chiuse, neppure sul contenuto dei magnificati interventi del Giudice vi sono dati di completezza.

    Dare addosso ai difensori, peraltro, è un esercizio che sembra non esaurire risorse: dimenticando però che l’attesa di giustizia non può essere solo quella di una sentenza che individui un colpevole purchessia per placare la sete di vendetta sociale.

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