Ambiente

  • Arriva Combimais XI

    Presentato a Milano l’undicesimo protocollo CombiMais. Il sistema in 10 anni ha dimostrato di saper stabilizzare la produzione, rispettando ambiente, sostenibilità e qualità, ha detto Mario Vigo dell’azienda agricola Folli a Robbiano (Milano), ideatore del protocollo CombiMais e presidente del CentroStudi Innovagri, l’associazione impegnata nello studio e la ricerca dell’innovazione nell’agroalimentare.

    Come si legge sulle pagine de Il Sole 24 Ore, il contesto è la borsa cerealicola regionale Granaria a Milano, dove nello scorso aprile è stato presentato il nuovo protocollo CombiMais1.1, undicesimo aggiornamento del primo, presentato in occasione di ExpoMilano nel 2015. Il protocollo è una sorta di distillato di buone pratiche rivolte ai coltivatori, per reagire ai cambiamenti climatici e di contesto che rendono sempre più complessa la coltivazione del mais e la redditività per le aziende.

    Il modello è quello dell’aggregazione tra aziende, per ridurre i costi di produzione e mettere a fattor comune le competenze. Il coordinamento agronomico del protocollo CombiMais è affidato a Leonardo Bertolani; gli step delle attività sono sotto la regia del Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari dell’Università di Torino, guidato dal professo Amedeo Reyneri che, in occasione della presentazione alla stampa, ha chiarito i riferimenti scientifici del progetto.

    La presenza alla presentazione milanese del protocollo CombiMais di Alessandro Beduschi, assessore all’Agricoltura, Sovranità Alimentare, Foreste di Regione Lombardia, ha permesso agli imprenditori del protocollo presenti in sala di fare emergere le richieste del mondo agricolo lombardo. «CombiMais dimostra che questo non è un settore reazionario negazionista – ha detto l’assessore – invece si propone un approccio olistico, una antologia di buone prassi che la tecnologia rende possibili per colture irrinunciabili come quella del mais. Questa iniziativa dovrebbe entrare nella politica regionale e anche nazionale: è una risposta concreta, non ambientalismo sterile».

  • Temperatura delle acque troppo calda e vita marina che scompare: Borrell e Sinkevičius lanciano l’allarme In occasione della Giornata mondiale degli oceani

    “Le temperature degli oceani non sono mai state così alte e la vita marina sta scomparendo a un ritmo senza precedenti, mettendo così a rischio il pianeta. I nostri oceani, che sono il più grande pozzo di assorbimento del carbonio del pianeta, non possono aspettare un’inversione di questa drammatica evoluzione, e nemmeno noi”. E’ quanto hanno dichiarato, congiuntamente, l’Alto rappresentante/Vicepresidente Josep Borrell e il Commissario per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius in occasione della Giornata mondiale degli oceani. 

    “A partire dalla Giornata mondiale degli oceani dello scorso anno, siamo stati testimoni di promettenti progressi nell’ambito della protezione degli oceani. Il 19 giugno 2023 è stato adottato un accordo storico sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina in alto mare, noto come accordo sulla biodiversità nelle zone non soggette a giurisdizione nazionale. Con il voto del Parlamento europeo del 24 aprile, l’Unione europea si sta avvicinando alla sua ratifica”, continuano. E aggiungono: “Il compito che ci spetta ora è di raggiungere 60 ratifiche dell’accordo affinché possa entrare in vigore ed essere efficacemente attuato. Puntiamo a raggiungere l’obiettivo entro giugno 2025, quando si terrà la Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani in Francia.

    In occasione della 9° conferenza ‘Our Ocean’, tenutasi in Grecia all’inizio dell’anno, l’UE ha assunto 40 nuovi impegni che puntano a ottenere oceani sicuri, puliti, sani e gestiti in modo sostenibile

  • Africa ed Europa nel bene e nel male

    Qualche volta sarebbe bene imparare dall’Africa.

    In Kenya, dove il nord è stato devastato da piogge particolarmente torrenziali, anche per la stagione, il governo ha preso misure urgenti a tutela della popolazione.

    Dopo i 250 morti e le quasi quattrocentomila persone coinvolte nello straripamento di fiumi e canali, con i conseguenti enormi allagamenti che hanno distrutto case e coltivazioni, il governo, per evitare che in futuro si ripetano tragedie simili, ha ordinato la demolizione di tutti gli edifici costruiti senza permesso entro 30 metri dalle sponde dei fiumi.

    Provvedimento che sarebbe giusto imitare anche in Italia e nel resto d’Europa visto che gli  allagamenti dovuti alle esondazioni di fiumi, torrenti, canali e rigagnoli è diventato costante e non più un fatto eccezionale. Se poi si pensasse anche a pulire i greti dei corsi d’acqua eliminando alberi, tronchi e quant’altro li ostruisce forse un po’ di danni, anche ai ponti, sarebbero evitati. Ma si sa gli interventi più semplici e di buon senso sono quelli che difficilmente si prendono, qualunque sia il colore del potere.

    Viene invece dalla Tunisia una notizia molto preoccupante: i migranti, per impedire che arrivino sulle nostre coste con le imbarcazioni dei trafficanti di esseri umani o autonomamente, sono praticamente deportati al confine algerino o libico  e lì abbandonati.

    Benissimo avere coinvolto il governo tunisino nel controllo del traffico di esseri umani sulle nostre coste  ma l’Italia e l’Europa non dovrebbero tollerare che i migranti siano abbandonati nel deserto o in paesi nei quali non esiste un minimo di tutela.

    Un vero piano Mattei per l’Africa dovrebbe occuparsi anche di questo ed il futuro Parlamento europeo dovrebbe inviare una propria delegazione per verificare con i propri occhi cosa sta succedendo a decine di migliaia di esseri umani, compresi i bambini.

  • Olimpiadi invernali 2026 atto primo: il logo

    Persino la scelta del logo è stata oggetto di personali interessi attraverso il tentativo di influenzare l’esito telefonico, e questo è stato il primo atto della tragedia greca delle Olimpiadi in Italia: “Olympicus, ᾿Ολυμπικός in greco antico”.

    Partendo dalla scelta banale del logo delle prossime Olimpiadi invernali 2026, attribuita all’esito di un improbabile televoto, fin dall’inizio si è cercato di inserire le proprie personali influenze con l’obiettivo di modificarne l’esito. Si possono solo immaginare con questo modus operandi quale sia stata la ratio del resto delle successive decisioni strategiche ed operative nel percorso verso il 2026.

    L’influenza personale compare quindi fin dall’inizio nella procedura decisionale istituzionale della fondazione, partendo appunto dal suo primo atto, come appunto la scelta del logo.

    In questo contesto, allora, ogni singola decisione e soprattutto la sua difesa ad oltranza anche oltre ogni ragionevole giustificazione, come quella della realizzazione della pista di bob a Cortina d’Ampezzo, potrebbe risultare viziata da interessi personali come di gruppi di pressione.

    Infatti, dopo i primi bandi, andati deserti, che prevedevano un importo per la realizzazione della pista di bob a Cortina d’Ampezzo di 120 milioni, pur di mantenere all’interno della Conca Ampezzana la competizione olimpica del bob venne varato un progetto light del valore di circa 81,6 milioni.

    Il secondo bando “emergenziale” prevedeva un impianto infrastrutturale meno impattante rispetto al progetto originale, il senso del termine light, e quindi meno oneroso.

    Viceversa, risultano già ad oggi oltre 125 i milioni necessari per la realizzazione dell’impianto, anche se nella versione light, in più con il beneficio della mancanza di vincoli ambientali che la procedura d’urgenza assicura.

    Le responsabilità sono ormai ipotizzabili ad ogni livello, sia regionale che nazionale, alle quali tutti hanno concorso per l’interesse dei singoli esponenti istituzionali come dei presidenti degli enti competenti, tutti avvinti da un narcisismo politico senza precedenti.

    Il danno immediato ed immenso è rappresentato dal taglio di cinquecento (500) larici secolari, già purtroppo operativo, al quale si replica che ne verranno piantumati diecimila (10.000) di nuovi alberi.

    In considerazione del fatto che ogni ettaro permette la piantumazione di duecentosettantadue (272) piante, saranno quindi necessari 36,7 ettari per piantare 10.000 alberi: una superficie immensa di oltre 367.000 metri quadrati.

    Una affermazione che delinea la competenza del suo autore (il presidente del Veneto) in quanto si giustifica l’abbattimento di un patrimonio secolare sostituendolo con un ipotetico immenso bosco in una realtà montana che paga da decenni l’avanzamento boschivo.

    Con il tempo dovrà essere quantificato anche il danno di immagine per il nostro Paese legato alla rappresentazione di questa orgia di potere che nella realizzazione della pista di bob ha subito, come certificato dalle perentorie prese di distanza del Cio dal delirio di onnipotenza dimostrato dai diversi organi istituzionali competenti.

    Usando un’iperbole, cioè una figura retorica, il sindaco di Cortina d’Ampezzo con l’intera giunta in carica, proprio per salvaguardare il patrimonio ampezzano, dovrebbero chiedere da subito il fermo immediato dei lavori e contemporaneamente l’annullamento delle competizioni di bob slittino e skeleton nella conca ampezzana, concentrandosi sulle discipline di sci alpino femminile e curling.

    Successivamente dovrebbero essere valutate le condizioni per aprire una causa di risarcimento danni nei confronti degli imputati di oggi ma anche nei confronti delle istituzioni regionali e nazionali, compresi i diversi presidenti degli enti, per aver trascinato il nome di Cortina d’Ampezzo in questo disastro epocale, non solo di natura comunicativa e di immagine ma anche sostanziale.

    Il danno arrecato all’intero complesso degli sport invernali, e alle diverse località montane ed a Cortina d’Ampezzo in primis, dalla gestione delle Olimpiadi 2026 risulta a tutt’oggi incalcolabile, ma di certo farà sentire i proprie effetti nelle prossime stagioni.

    In ultima analisi, la vicenda del logo rappresenta il primo atto di una occasione persa, come potevano risultare le Olimpiadi invernali 2026.

  • In Africa è allarme commercio di pelle di asino

    Secondo l’OIPA Camerun e l’Organizzazione britannica The Donkey Sanctuary  5 milioni di asini, in diversi Paesi dell’Africa, vengono macellati e la loro pelle viene esportata illegalmente con una grave decimazione della specie con il conseguente rischio di estinzione nel continente.

    Nigeria, Ghana e Kenya hanno vietato il commercio di pelle d’asino ma i facili guadagni per i contrabbandieri e la forte domanda cinese fanno da propellente a questo commercio illegale. In Cina infatti la pelle d’asino è utilizzata per ottenere, con la bollitura, una gelatina e una polvere che poi sono diluite in acqua calda ottenendo una bevanda calda che, secondo la medicina tradizionale cinese, può contrastare malattie cardiache e problemi circolatori.

    Proprio nei paesi africani, dove gli asini sono presenti in tutte le famiglie come aiuto per svolgere diverse attività, gli animali vengono rubati e spesso uccisi e scuoiati in modo brutale direttamente per strada. Vi è preoccupazione per la sopravvivenza  della specie e le autorità regionali, anche del Camerun, hanno chiesto di segnalare i casi di furto nel tentativo di contrastare il fenomeno e lo sterminio.

    L’Oipa Camerun si è molto attivata con convegni ed interventi sul posto per insegnare, specie ai giovani, come contrastare il furto e l’uccisione degli asini.

  • Relazione 2023 sullo stato del clima: allarmante aumento delle temperature in tutta Europa

    In occasione della Giornata della Terra 2024, il servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, insieme all’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite, ha pubblicato la relazione annuale sullo stato del clima in Europa. Sulla base di dati e analisi scientifiche, la relazione mette in evidenza l’allarmante tendenza all’aumento delle temperature e gli effetti dei cambiamenti climatici in tutta Europa.

    Nel 2023 l’Europa ha vissuto l’anno più caldo mai registrato, con un’impennata dei giorni di stress da caldo estremo e delle ondate di calore. L’aumento delle temperature ha intensificato il verificarsi e la gravità di eventi meteorologici estremi quali siccità, inondazioni e incendi boschivi. Nel 2023 le precipitazioni sono state superiori del 7% rispetto alla media, esacerbando il rischio di alluvioni in molte zone del continente. La temperatura media della superficie del mare in tutta Europa è stata la più elevata mai registrata. La relazione mette inoltre in evidenza gli effetti dei cambiamenti climatici in tutto il continente e sulla società nel 2023, in particolare le perdite economiche dovute alle inondazioni e l’impatto dello stress da calore sulla salute.

    L’Europa è il continente che sta registrando i più rapidi aumenti delle temperature, con picchi a circa il doppio del tasso medio globale, come sottolineato dalla valutazione europea dei rischi climatici. La relazione sullo stato del clima sottolinea ancora una volta la necessità che l’Europa diventi climaticamente neutra e resiliente ai cambiamenti climatici, e acceleri la transizione all’energia pulita e la diffusione delle energie rinnovabili e delle misure di efficienza energetica.

    L’UE si è impegnata a diventare climaticamente neutra entro il 2050 e ha concordato obiettivi e norme per ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030. Nell’aprile 2024 la Commissione ha pubblicato una comunicazione su come preparare l’UE ai rischi climatici in modo efficace e sviluppare una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici.

    Copernicus, anche noto come “la Terra vista dall’Europa”, è la componente di osservazione della Terra del programma spaziale dell’Unione europea. Finanziato dall’UE, Copernicus è uno strumento unico che monitora il pianeta e l’ambiente a beneficio di tutti i cittadini europei.

  • Coral bleaching: Fourth global mass stress episode underway – US scientists

    Coral around the world is turning white and even dying as recent record ocean heat takes a devastating toll.

    It has triggered the fourth global mass coral bleaching event, according to the US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

    Bleaching happens when coral gets stressed and turns white because the water it lives in is too hot.

    Coral sustains ocean life, fishing, and creates trillions of dollars of revenue annually.

    Ocean heat records have been falling for months but this is the first global evidence of how this episode is affecting sea life.

    The US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) confirmed the mass stress in all oceans (the Atlantic, Pacific and Indian Ocean) after weeks of receiving reports from scientists globally.

    The bleached coral can look beautiful in pictures but scientists that dive to examine the reefs say that up close the coral is clearly ill and decaying.

    Scientists in the US, Australia, Kenya and Brazil told BBC News about feeling dismay and even anger as they watched the coral they love threatened or killed by warm oceans.

    The first warning signs were in the Caribbean last year when bathers found the water off the coast of Florida was as warm as a hot tub.

    That heat moved into the southern hemisphere. It has now affected more than half the world’s coral including in Australia’s Great Barrier Reef, and in coastlines in Tanzania, Mauritius, Brazil, Pacific islands, as well as in the Red Sea and Persian Gulf.

    Last August the global average ocean temperature broke its all-time record, and has been above average almost every day since.

    Climate change is driving up sea surface temperatures as the warming gases emitted when we burn oil, coal and gas are absorbed by the oceans.

    El Niño – a natural climate event – has also contributed to warmer temperatures since last June, though there are signs it is now weakening.

    For 10 days in February scientist Neal Cantin flew a plane over the Great Barrier Reef for Australia’s Institute of Marine Science. The UN heritage site stretches 2,000km, or roughly the length of the US east coast.

    “For the first time ever we’ve documented very high levels of bleaching in all three areas of the Great Barrier Reef Marine Park,” Dr Cantin says. The levels are likely to kill lots of coral, he adds.

    Coral is vital to the planet. Nicknamed the sea’s architect, it builds vast structures that house 25% of all marine species.

    Stressed coral will probably die if it experiences temperatures 1C above its thermal limit for two months. If waters are 2C higher, it can survive around one month.

    Once it has died, creatures like fish that navigate using coral noise can struggle to find their way home.

    For three decades scientist Anne Hoggett has dived at Australia’s Lizard Island – a beautiful reef that featured in the Netflix film Chasing Coral. She’s seen widespread bleaching again since February.

    Like many researchers, she was shocked when she saw coral turning white in the first mass bleaching in 1998. “Now I’m just angry that this is being allowed to happen again,” she says from Australian Museum’s Lizard Island Research Station.

    Coral can recover from heat stress but it needs time – ideally several years. When weakened, it is susceptible to disease and can easily die.

    “If given a chance, coral are actually resilient and can recover. But as bleaching becomes more frequent and stronger in intensity, we’re really narrowing that window,” says Dr Emma Camp at the University of Technology Sydney, Australia.

    The last mass global bleaching was in 2014-2016. Since then, ocean temperatures have become so much warmer that NOAA had to introduce three new heat alert levels.

    From Kenya, ecologist David Obura gets messages from hundreds of rangers, scientists and fishing communities in the Indian Ocean when they see bleaching. In February it started in Madagascar, then spread to Tanzania and Comoros.

    Fishermen know the corals intimately, he says, and immediately know when something is wrong. They are worried about the future of fishing, he says because if coral dies, it affects the feeding patterns of fish and in turn their livelihoods.

    Research published last week gave some hope that coral that living in cooler, deeper water – at between 30-50m depth – in the Great Barrier Reef can survive for longer than shallow corals as the planet warms.

    The research shows that deeper water coral could survive global warming of up to 3C compared to pre-industrial times, says Jennifer McWhorter at NOAA who authored the research with the university of Exeter

    But all the coral scientists BBC News spoke to said that we must accept that reefs as we know them will permanently change and small-scale restoration work cannot save coral globally.

    Only a rapid and global reduction in greenhouse gas emissions that limits ocean warming will guarantee we have at least some coral left, they say.

    “It’s like going from corals providing houses and buildings for marine life to just being scaffolding. What really wants to live in scaffolding?” Dr McWhorter says.Coral reefs are an early warning system for the impacts of a warming planet on nature. “We need to learn from this to not do this to other ecosystems,” says Dr Obura.

    Graphics by visual journalist Erwan Rivault

  • Dubbi del ministero dell’Ambiente sul Ponte sullo Stretto

    Il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) ha chiesto 239 integrazioni di documenti alla Società Stretto di Messina S.p.A, nell’ambito della valutazione del progetto del Ponte sullo Stretto: 155 riguardano la Valutazione di impatto ambientale (Via); 66 la Valutazione di incidenza (Vinca), che verifica le conseguenze di un’opera sui siti Natura 2000, protetti perché di interesse Ue; altre 16 riguardano l’insufficienza di documentazione sul Piano di utilizzo delle terre (Put), rispetto alla «verifica di ottemperanza 2».

    L’ad della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, in qualche modo sembrava aspettarselo: «Sono assolutamente congrue, per l’entità e complessità dell’opera. La società ha sempre investito sull’ambiente. E nei 30 giorni previsti dal procedimento, insieme al contraente generale Eurolink, predisporrà tutte le integrazioni e chiarimenti richiesti». Minimizza pure il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ritenendo che la richiesta di integrazioni del suo dicastero contrassegni «l’avvio della procedura di valutazione di impatto ambientale relativa all’opera». Le opposizioni leggono invece le richieste del Mase come un altolà a Matteo Salvini.

    Alla società Stretto di Messina il Mase chiede di spiegare la compatibilità del progetto con gli aggiornamenti dei vincoli ambientali e paesaggistici e degli strumenti di pianificazione territoriale. Ancora, si richiedono un’analisi approfondita di costi e benefici dell’opera e un quadro di tutti gli interventi. In concreto, il Mase lamenta che Stretto di Messina «non descrive il sistema di cantierizzazione, limitandosi all’elenco delle aree» e non abbia fornito informazioni sufficienti su gestione e smaltimento di terre e rocce da scavo. Ancora, al committente viene richiesto «un quadro aggiornato» delle «condizioni di pericolosità da maremoto» e delle stime sulla qualità dell’aria nella fase di cantiere e in quella di esercizio. In più, il Mase vuole dati completi sull’impatto delle opere sull’ambiente marino, sui corsi d’acqua superficiali, sulle acque sotterranee (citando in particolare l’area siciliana dei Pantani di Ganzirri), sul consumo del suolo, sui rischi di subsidenza e di dissesto, sugli effetti sulle attività agricole, sul rumore a terra e sottacqua, su vibrazioni e i campi elettromagnetici, sui rischi per biodiversità, flora e fauna, paesaggio e salute pubblica. Una mole di richieste, dunque. E sarà interessante leggere, fra un mese, le risposte della società.

    Nell’attesa di capire se il Ponte sia compatibile con la tutela dell’ambiente sono partite le procedure per l’esproprio di 450 abitazioni tra Messina e Villa San Giovanni e di 3,7 milioni di metri quadri di terreni che coinvolgono 300 famiglie sulla costa siciliana e 150 su quella calabrese, minacciano azioni legali. I privati interessati hanno tempo 60 giorni a decorrere dall’8 aprile per avanzare osservazioni.

  • Le pale eoliche cinesi finiscono nel mirino dell’Antitrust europeo

    La vicepresidente della Commissione europea Margrethe Vestager ha annunciato l’apertura di un’indagine sui sussidi cinesi all’aziende dell’eolico, sulla falsariga di quanto l’Antitrust europeo ha già fatto per le auto elettriche made in China.

    “La strategia di Pechino sui maxi-sussidi statali e le esportazioni è attuata in tutte le aree delle tecnologie pulite, dei microchip e oltre. Le nostre economie non possono assorbirla. Non è solo pericolosa per la nostra competitività: mette a repentaglio anche la nostra sicurezza economica”, ha sottolineato Vestager, prospettando come eventualità in cui non incorrere una dipendenza dell’Europa rispetto a quei prodotti cinesi: “Non possiamo permetterci di vedere accadere ad auto elettriche, energia eolica o chip essenziali quello che è successo ai pannelli solari”.

    Senza un cambio di rotta, questo il timore di Bruxelles, l’Ue rischia di sviluppare una dipendenza dalla Cina entro il 2030 per l’eolico simile a quella che aveva dalla Russia per il gas prima dell’invasione dell’Ucraina. Mentre le aziende europee dell’energia eolica, da Orsted a Siemens Energy a Vestas, sono in difficoltà i costruttori cinesi sono molto solidi. Le tre principali aziende cinesi del settore – Goldwind, Envision e Windey – hanno installato più della metà delle turbine eoliche in patria. Da sola la Cina rappresenta il 58% delle installazioni di energia solare e il 60% delle installazioni di energia eolica a livello globale.

    La crescita delle aziende cinesi, oltre alle tre grandi ci sono un’altra dozzina di realtà, è una consistente minaccia all’industria eolica europea, dato che le turbine made in China costano la metà di quelle occidentali e che potrebbero sempre più venire esportate all’estero. Nel 2018 le società europee controllavano il 55% del mercato eolico globale, ma nel 2022 sono calate al 42%; nello stesso periodo, quelle cinesi sono cresciute dal 37 al 56%.

  • Al via il progetto europeo per la conservazione equilibrata ed a lungo termine dei lupi

    È finalmente uscito sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Economia che dispone il cofinanziamento nazionale per la realizzazione degli interventi che riguardano il progetto ‘Life Wild Wolf’, il progetto europeo che ha per scopo la conservazione equilibrata ed a lungo termine dei lupi.

    La collaborazione vede impegnati 18 partner in otto Paesi, in Italia il fondo sarà gestito dai carabinieri del CUFA, i carabinieri del Comando unità forestali, che effettuerà i controlli sulle erogazioni e verificherà che i finanziamenti comunitari e nazionali siano utilizzati entro le scadenze previste ed ottemperando alle norme.

    Il progetto ‘Life Wild Wolf’ parte dal primo gennaio 2023 e prosegue fino al 31 agosto 2027, l’accordo è stato preso tra la Commissione europea e l’Istituto di ecologia applicata per studiare ed identificare le occasioni di interazione tra i lupi e gli abitanti delle comunità urbane e periurbane.

    In ogni Paese aderente al progetto si raccoglieranno i dati che riguardano i lupi confidenti, i lupi cioè che non hanno paura dell’essere umano e si avvicinano maggiormente alle abitazioni. Ovviamente andrà anche controllato che si tratti di lupi e non di ibridi.

    In ogni Stato, inoltre, sarà sviluppato un protocollo di intervento tempestivo nell’eventualità di casi più problematici.

    Un altro obiettivo dell’intesa è quello di identificare gli elementi che portano alla interazione lupo- cane sia per evitare attacchi dei lupi ai cani che occasioni di ibridazione.

    Il progetto riveste una particolare importanza visto che i lupi, specie protetta, sono un anello fondamentale nella tutela e conservazione dell’ecosistema e tutte le proposte, che arrivano da alcuni gruppi ben identificati per i loro personali interessi, volte alla eliminazione di questo animale sociale sono un attacco proprio alla natura e perciò alla vita del pianeta.

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