Ambiente

  • Dall’UE 1,5 miliardi di euro all’Italia per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di aiuti di Stato da 1,5 miliardi di euro a sostegno di investimenti strategici che aggiungono capacità di produzione di tecnologie pulite, in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita. La misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette. Il regime è stato approvato a titolo della disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita adottata dalla Commissione il 25 giugno 2025. Il regime sarà cofinanziato dal Fondo per la ripresa e la resilienza.

    Il 25 giugno 2025 la Commissione europea ha adottato la disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita per promuovere misure di sostegno in settori fondamentali per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, in linea con il patto per l’industria pulita.

    La nuova disciplina consente i tipi di aiuti seguenti, che possono essere concessi dagli Stati membri fino al 31 dicembre 2030 al fine di accelerare la transizione verde.

    “Questo regime contribuirà ad aumentare la capacità di produzione di tecnologie pulite in Italia fornendo un sostegno a investimenti chiave. Gli aiuti del governo italiano, combinati con i fondi del dispositivo per la ripresa e la resilienza, aiutano a raggiungere gli obiettivi del patto per l’industria pulita, mantenendo nel contempo al minimo le potenziali distorsioni della concorrenza”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

  • 2040, il baratro europeo

    La Ue ha raggiunto un accordo per stabilire un obiettivo vincolante di riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Questo obiettivo intermedio fa parte della Legge europea sul clima e si inserisce nel percorso verso la neutralità climatica totale (zero emissioni nette) entro il 2050. In più si afferma come la stessa Unione Europea abbia concesso agli Stati membri e alle aziende di utilizzare, ad esempio, crediti di carbonio ottenuti da iniziative antinquinamento globali per raggiungere i loro specifici traguardi.

    Questo quadro ideologico, già di per sé insostenibile rispetto ad una situazione geopolitica internazionale normale, diventa catastrofico nei momenti in cui andrebbe valutato anche il contesto fortemente influenzato dalle crisi internazionali tanto economiche quanto belliche ed in ultimo legate anche alla gestione monopolistica cinesi delle terre rare.

    La positiva flessione progressiva e continuata delle emissioni in Europa andrebbe favorita con incentivi fiscali in quanto espressione di investimenti finanziari e professionali, invece di imporre dei divieti assoluti come il perseguimento della riduzione del 90% delle emissione del 2040 e il divieto della vendita di motori endotermici a 2035. Andrebbe per lo meno considerata la assoluta ininfluenza sull’andamento globale del quadro climatico in ragione di una riduzione delle emissioni europee, in quanto già ora minimali. Come naturale conseguenza, questo quadro di incertezza relativa ad una inesistente politica energetica europea ed italiana in particolare favorisce la fuga ormai conclamata delle attività industriali. Questa determinerà un deserto economico ed occupazionale senza precedenti dal dopoguerra ad oggi al quale la Ue assiste e partecipa attivamente per non invertire il drammatico trend.

    Valutando il quadro internazionale andrebbero considerate le politiche energetiche della Cina la quale per realizzare i propri prodotti utilizza 527 milioni tonnellate di carbone diventando la prima fonte di emissione ed inquinamento al mondo marginalizzando come detto in precedenza la responsabilità europea. In più, ma non per questo ultimo per importanza, lo scenario internazionale vede in atto due scenari bellici che hanno consigliato ed imposto a tutti gli attori internazionali di modificare quantomeno nella tempistica gli obiettivi strategici già definiti tanto in ambito economico quanto politico.

    Viceversa, l’Unione Europea, unica al mondo, ancora oggi si illude di raggiungere la decarbonizzazione della propria economia, un obiettivo ridicolizzato dai dati relativi al 2024 che hanno visto invece un’esplosione delle emissioni, nonostante i sacrifici, in termini di costi aggiuntivi, per le imprese europee in quanto imposti dalla stessa Unione.

    Questa continua a confermarsi come l’unica istituzione al mondo la quale imperterrita mantiene come centrale il perseguimento del proprio obiettivi ideologici, ambientali e politici indipendentemente dal degrado geopolitico internazionale che dovrebbe indurre ad una maggiore cautela specialmente in ragione degli effetti economici che tali scenari creano.

    Non paga, quindi, l’istituzione europea risulta ancora una volta assolutamente scollegata dal contesto internazionale, quindi non vede (non conosce), non sente (non comprende), non sa (non programma) e di fronte ad uno scenario in continua evoluzione conferma la propria inamovibile ed assolutamente granitica ideologia ambientalista antieconomica confermandosi molto peggiore delle scimmiette che rappresentano questi comportamenti.

    La flessibilità politica e strategica in rapporto al contesto internazionale di certo rappresenta un valore aggiunto per una qualsiasi classe politica e dirigente, ancora oggi sconosciuto nel continente europeo.

  • Tupuka, una storia di coesistenza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Verso la fine di agosto il Cheetah Conservation Fund è intervenuto in una fattoria in Namibia per prelevare un ghepardo maschio che era stato trattenuto dall’allevatore perché, sebbene non avesse cacciato che animali selvatici, il felino si era avvicinato troppo al kraal, il recinto all’interno del quale venivano allevati i vitelli. Portato il ghepardo nella nostra clinica, lo staff lo ha sottoposto ad esami, in seguito ai quali si è potuto stabilire che l’animale era sano, pesava 42 kg e aveva un’età stimata di 4 o 5 anni. Inoltre, gli sono stati prelevati campioni di pelo e sangue, è stato somministrato il vaccino antirabbico e applicato un collare di localizzazione.

    Parallelamente, lo staff ha instaurato una collaborazione con l’allevatore che ha infine deciso di aderire al cosiddetto “Sistema di Allerta Rapido” (Early Warning System), un programma elaborato dal CCF che prevede l’utilizzo di dispositivi satellitari GPS dotati di funzioni di geofencing. All’interno dell’unità GPS è creato un recinto virtuale che corrisponde al territorio di proprietà dell’allevatore. Ogniqualvolta che il dispositivo rileva una “breccia” nel recinto virtuale, l’allevatore riceve tempestivamente un alert che gli permette di prevenire qualsiasi potenziale minaccia al suo bestiame senza ricorrere a metodi drastici o letali, consentendo al contrario la convivenza tra uomo e ghepardo.

    La Namibia ospita la più grande popolazione selvatica di ghepardi, la maggior parte dei quali vive al di fuori delle aree protette, aggirandosi per lo più nei pressi di aree coltivate e ritrovandosi a condividere il territorio con le comunità locali e gli animali domestici. Oggi però approcci innovativi, quali il Sistema di Allerta Rapido, stanno facendo la differenza nella coesistenza tra uomo e grandi predatori.

    Il ghepardo protagonista di questa storia è stato rilasciato a metà settembre nella riserva del CCF, vicino alla fattoria dove era stato trattenuto. La sua esperienza testimonia i risultati che si possono raggiungere quando gli sforzi di conservazione e le comunità locali operano nella stessa direzione: la conoscenza sostituisce la paura, la coesistenza pacifica sostituisce il conflitto. L’allevatore e la sua famiglia hanno deciso di dare un nome a quello che oramai non è più visto come un nemico: Tupuka che in lingua herero significa “colui che corre”.

  • Why Delhi’s experiment to fix toxic smog with artificial rain failed

    Authorities in Indian capital Delhi unsuccessfully carried out a cloud seeding trial, which is the science of altering clouds to make rains, to tackle the city’s worsening air pollution on Tuesday.

    Cloud seeding is done by firing small particles – usually silver iodide – into clouds to produce rain. The technique is used around the world, but experts doubt its efficacy as a long-term air pollution control measure.

    A team of the Indian Institute of Technology (IIT) Kanpur and the Delhi government carried out the trial over several neighbourhoods, as thick smog enveloped the city.

    But the attempt – the first in 53 years – was “not completely successful” due to the lack of moisture in the air.

    Over the past two weeks, Delhi’s Air Quality Index (AQI) – which measures the level of PM 2.5 or fine particulate matter in the air that can clog lungs – has been hovering between 300 and 400, which is nearly 20 times the acceptable limit.

    On Tuesday, authorities used a Cessna aircraft to release fire flares containing silver iodide and sodium chloride into the atmosphere.

    In a statement, IIT Kanpur said that despite the lack of rain, there had been a measurable reduction in particulate matter because of Tuesday’s experiment, “indicating that even under limited moisture conditions, cloud seeding can contribute to improved air quality”.

    However, the institute’s director Manindra Agarwal told BBC Hindi that this can’t be a long-term fix for Delhi’s perennial pollution problem.

    “One measure of success is if it rains, which certainly did not happen,” said Mr Agarwal. “The moisture content in the clouds yesterday [Tuesday] was very low. We will continue our efforts in the near future.”

    The trial is likely to be repeated in the coming weeks after the moisture levels in the clouds increases again, Delhi’s Environment Minister Manjinder Sirsa told reporters.

    Delhi’s first cloud-seeding experiment was carried out in 1957, followed by another attempt in 1972, according to the Indian Institute of Tropical Meteorology.

    While those experiments were aimed at drought management, this was the first indigenous effort at cloud seeding to control pollution, said Mr Agarwal.

    The city had considered cloud seeding in 2023 as well, but the plan did not materialise due to pending court approvals.

    Back then, scientists had also highlighted how it was an expensive strategy with low success rates.

    Cloud seeding speeds up the condensation of moisture in clouds to create rain. The salt granules act as ice-nucleating particles, which enable ice crystals to form in the clouds. The moisture in the clouds then latches on to these ice crystals and condenses into rain.

    But the process doesn’t always work and is dependent on the right amount of moisture and humidity in the clouds to allow for ice nuclei to form.

    There is not enough empirical evidence on how much the AQI can come down by cloud seeding, climate change and sustainability expert Abinash Mohanty told the BBC in 2023.

    “We also don’t know what its [cloud seeding] effects are because in the end you’re trying to alter natural processes and that’s bound to have limitations.”

    Globally cloud seeding exercises have yielded mixed results.

    China has boasted about its success to manage rains before hosting the Olympics, with Beijing using rockets, cannons and drones to do cloud seeding.

    However, in the United Arab Emirates, questions over the technique were raised, following floods in Dubai last year.

  • Ok del governo al nucleare, Emilia Romagna contraria a riutilizzare Corso

    Il governo ha dato l’ok al ritorno dell’Italia al nucleare, sulla base delle tecnologie attuali per quel tipo di energia, ed in Emilia Romagna è scattato il no al riutilizzo di Caorso. «Il sito dell’ex centrale di Caorso va valorizzato, escludendo il ritorno al nucleare» afferma il consigliere regionale Luca Quintavalla (Pd), che ha depositato una risoluzione in cui chiede alla Giunta regionale di dialogare con il governo al fine di eliminare l’automatismo che, ad oggi, prevede che tutti i siti che hanno ospitato centrali nucleari in passato vengano considerati idonei a ospitarne di nuove. La Regione Emilia-Romagna ha già espresso questa posizione in sede di Commissioni della Conferenza Unificata, nel contesto dell’iter del Disegno di legge “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile».

    «Non siamo contrari al nucleare a prescindere – afferma Quintavalla – ma l’ipotesi di ripristinare questa destinazione a Caorso, se diventasse realtà, rappresenterebbe un drastico cambio di rotta rispetto al lavoro di smantellamento della centrale portato avanti negli ultimi 25 anni con Sogin, società che fa capo al Governo (a fine 2024 l’avanzamento risultava essere circa al 50% circa dell’intero procedimento; la chiusura dei lavori, inizialmente prevista per il 2019, è stata spostata al 2036). Significherebbe quindi contraddire gli impegni assunti sin qui con le istituzioni locali e la popolazione in termini di messa in sicurezza e valorizzazione del sito».

    «La posizione della Regione Emilia-Romagna, ribadita nel corso dell’ultima riunione del Tavolo per la trasparenza convocato dall’Assessora Irene Priolo, è chiara: il sito di Caorso – afferma il consigliere dem – va valorizzato attraverso un percorso partecipato, attivato nei mesi scorsi proprio dalla Regione con i territori coinvolti e i Comuni piacentini rivieraschi del Po, per la realizzazione di un centro di produzione di energia da mix di fonti rinnovabili, aperto anche alla ricerca in ambito energetico, in collaborazione con le Università, a partire dal Tecnopolo di Piacenza».

    L’automatismo voluto dal Governo, prosegue Quintavalla, «scavalcherebbe pertanto la volontà del territorio». «Ricordo infatti – prosegue – che nella seduta del 20 novembre 2024 il Consiglio Comunale di Caorso ha approvato una mozione unitaria che impegna il sindaco a sostenere in ogni sede il completamento della dismissione della centrale, sostenendo che nel sito in questione si possa tornare a produrre energia, ma in forma sostenibile con fonti rinnovabili, oltre a mantenere e potenziare in loco le competenze del Centro di Formazione e Ricerca (Scuola di Radioprotezione)».

  • Ok del Parlamento europeo alla semplificazione della politica agricola comune

    Il Parlamento europeo ha approvato (con 492 voti favorevoli, 111 contrari e 39 astensioni) la semplificazione della Pac, la politica agricola comune) per alleggerire il carico burocratico che grava sulle aziende agricole; la semplificazione dovrà ora essere concretamente concordata e poi implementata d’intesa tra la Commissione europea e gli Stati dell’Unione europea.

    La novità più significativa è che gli ecoschemi, che erano stati seriamente contestati da Coldiretti, non saranno più obbligatori per gli agricoltori con meno di 10 ettari e/o con un numero limitato di capi. Le aziende agricole che rientrino entro questi limiti saranno automaticamente considerate come conformi ad alcuni requisiti per mantenere i terreni in buone condizioni agronomiche e ambientali e non dovranno più certificare attraverso la compilazione degli ecoschemi di essere per l’appunto in regola con le norme europee per la tutela di territorio e ambiente

    Le altre misure prevedono l’estensione dei pagamenti in caso di crisi anche a epizoozie, con soglie di perdita ridotte e copertura per danni rilevanti a superfici e allevamenti. Gli aiuti per lo sviluppo imprenditoriale delle piccole aziende agricole salgono da 50.000 a 75.000 euro. Sono previsti sostegni agro-climatico-ambientali che possono assumere la forma di pagamenti per unità di bestiame adulto. Vengono ridotti i tempi di approvazione dei piani strategici e la possibilità per gli Stati membri di obbligare all’uso di sistemi digitali, purché accessibili, supportati e con adeguata tutela dei dati. I prati permanenti sono definiti come terreni non arati o riseminati da almeno sette anni o come non seminativi al 1° gennaio 2023. Inoltre, le aziende fino a 50 ettari potranno essere considerate conformi alla regola delle tre colture e, infine, le aziende biologiche e quelle situate in aree Natura 2000 sono considerate automaticamente conformi a diverse norme BCAA. Via libera anche a disposizioni che rafforzano i sostegni alla cooperazione tra agricoltori e introducono incentivi per investimenti in materiale genetico e animali di qualità. Le modifiche approvate dal Parlamento dovranno ora passare al voto del Trilogo, ma il voto di oggi rappresenta un segnale politico di grande rilievo nel percorso di semplificazione per le imprese agricole.

  • In meno di 80 anni sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica. E ce le mangiamo

    Secondo quanto scrive l’espetto Franco Berrino, dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica, la produzione è stata pari a 367 milioni nel 2023 ed è prevista triplicare entro il 2050. Consumiamo, solo per fare un esempio, 43 miliardi di bottigliette di plastica al mese, di questi 10 miliardi di tonnellate 3 miliardi sono tuttora in uso, mentre 0,7 sono state bruciate e 5 gettate come rifiuto (inquinante).

    La presenza di plastica nella vita quotidiana dei nostri tempi è talmente pervasiva che qualcuno ha coniato addirittura il termine Plasticene proprio per indicare come gli ultimi 70 anni (quasi 80 ormai) siano caratterizzati dalla presenza di strati crescenti di plastica nei sedimenti e nel suo impatto negativo sugli ecosistemi, sulla fauna marina e, potenzialmente, sulla salute umana.

    La maggior parte della plastica gettata finisce in mare, dove si spezzetta in frammenti piccolissimi, microplastiche e addirittura nanoplastiche (meno di un millesimo di millimetro di grandezza) e da lì finisce facilmente nel corpo umano, passando prima per i pesci (negli Usa è stata trovata plastica in 180 pesci su un campione di pesca di 182 unità) ma anche per animali di terra. Microplastiche sono state trovare in vari organi del corpo umano: apparato circolatorio, fegato, polmoni, testicoli, reni, cervello (uno studio ha rilevato in 12 persone affette da demenza una concentrazione di plastiche tripla rispetto a quella riscontrata in persone normali), nel latte del seno materno.

    I recipienti di plastica libera utilizzati per riscaldare cibi in forni a microonde sono un altro straordinario canale di assunzione di plastiche nell’organismo umano.

    Problemi cardiovascolari, ictus, infarti, colite ulcerosa e anche infertilità maschile appaiono alcuni dei danni che la presenza di plastiche nel corpo umano può provocare, anche se Berrino avverte che gli studi su queste problematiche devono essere ulteriormente affinati. Per tutelarsi, lo studio consiglia di usare filtri di ceramica per l’acqua potabie, di evitare il consumo d alimenti pronti confezionati e di lavare bene i filetti di pesce e di carne.

  • Cervo reale e lupi insieme per conservare l’ecosistema

    Ormai la maggioranza delle persone, se non sono, per interesse o ignoranza negazionisti ad oltranza, sanno che la sopravvivenza dell’essere umano è strettamente legata a quella dell’ecosistema e che l’ecosistema vive, benché ammalato, se vivono le varie specie esistenti sulla terra.

    Il censimento degli animali selvatici rientra tra le attività necessarie a mantenere l’equilibrio dell’ecosistema.

    In Italia si è recentemente tenuto, con l’aiuto di centinaia di volontari, nell’Appennino dell’Emilia Romagna e della Toscana, il monitoraggio dei cervi reali e dei lupi.

    Il cervo reale, detto anche cervo rosso, è predato da aquile e lupi, una selezione naturale che contribuisce alla sopravvivenza della razza senza che un’eccessiva espansione possa creare problemi.

    E’ solo dal 2008 che esiste una norma per il censimento organico e basato su dati ricavati dagli appostamenti organizzati.

    I maschi, dei cervi sessualmente maturi, sono individuati tramite i loro bramiti, il suono che emettono nella stagione degli accoppiamenti, questo metodo fu iniziato dallo svedese Prof. Rorlf Langvatn, la stagione degli accoppiamenti è tra la fine di settembre ed ottobre.

    Il censimento termina quando, in primavera, i cervi escono dal bosco, per cercare l’erba nuova dei prati, e così possono essere individuati e contati anche i nuovi nati, le femmine ed i maschi giovani.

    Il monitoraggio effettuato nel Parco Nazionale foreste casentinesi monte Falconara e Campigna aveva dato, nel 2014, la presenza di 690 maschi adulti, nel 2024 i maschi adulti erano ridotti a poco più di 300.

    Nel Parco, ormai da un certo tempo, è arrivato, spontaneamente, il lupo abruzzese, anche per il lupo una parte del monitoraggio avviene attraverso il controllo dei loro ululati che sono sollecitati con un apparecchio che lancia degli ululati già registrati e che poi nuovamente registra gli ululati che i lupi emettono per rispondere.

    Nel parco è presente una popolazione di circa 120 lupi, numero stabile da dieci anni, il che dimostra come sono infondate le paure per una proliferazione esagerata di questi carnivori ai quali dobbiamo la caccia selettiva e la pulizia dei boschi quando mangiano le carcasse degli animali morti.

    I lupi sono controllati anche attraverso lo studio del Dna, che si trova nei loro escrementi, e con le fototrappole che studiano i comportamenti e le modalità di caccia, una caccia che ha ridotto il numero degli ungulati la presenza dei quali, se eccessiva, crea problemi alla vegetazione spontanea, alla crescita degli alberi giovani, perciò all’ecosistema ma anche all’agricoltura.

  • Milano, capitale della sostenibilità a piedi…ammollo

    Nelle notti degli inquilini di Palazzo Marino si agita un sogno bellissimo: slide color pastello, grafici che puntano al cielo, cittadini sorridenti che pedalano in un’arcadia urbana a zero emissioni. È il sogno di una Milano più verde di un mojito, più sostenibile di un sandalo in sughero, più europea delle capitali del Nord Europa messe insieme. Un sogno, diciamolo, nobilissimo.
    Peccato che ogni mattina noi Milanesi ci svegliamo, e il sogno fuori dalla finestra somiglia più a un incubo con l’asfalto dissestato.
    L’Amministrazione, con la foga del neofita che ha appena scoperto il verbo “green”, ha dichiarato guerra. Non alla criminalità, non al caro affitti, non alla burocrazia che impantana ogni iniziativa. La guerra santa è contro l’automobile del cittadino medio, quel rottame fumante (secondo loro) che osa ancora trasportare la spesa del supermercato o il figlio all’asilo.
    Via dunque di Area B, Area C, divieti, ultimatum, incentivi che sembrano più un invito a indebitarsi per i prossimi dieci anni. Il messaggio è chiaro, quasi un imperativo categorico in salsa meneghina: “Giargiana, scendi dall’auto! Cammina! Usa i mezzi!”.
    E il Milanese, che in fondo è un essere ligio e persino un po’ masochista, obbedisce. Parcheggia il suo Euro 4 (ormai cimelio da museo) e si mette in marcia, novello pellegrino sulla via della redenzione ecologica.
    Ed è qui che il volo pindarico dell’ideologia si schianta contro la più banale, e umida, delle realtà: i marciapiedi.
    Proprio quei rettangoli di cemento e sanpietrini su cui dovremmo esercitare la nostra ritrovata virtù pedonale. Peccato che la manutenzione di queste infrastrutture primordiali sia evidentemente finita in fondo alla lista delle priorità, subito dopo “organizzare un campionato mondiale di aquiloni in Piazza Duomo”.
    I nostri marciapiedi sono ormai carte geografiche in rilievo di un territorio martoriato: crepe che diventano canyon, buche che paiono crateri lunari, dislivelli degni di un sentiero di montagna.
    E poi, piove.
    Ah, la pioggia. Non più la dolce, malinconica pioggerellina che ispirava i poeti. Grazie al cambiamento climatico – quello stesso demone che si vuole combattere a colpi di ZTL – ora su Milano si abbattono monsoni tropicali. Le “piogge di Ranchipur” sono la nostra nuova normalità. In dieci minuti, la città si trasforma in una piccola, incasinata Venezia senza gondole.
    E il povero pedone? L’eroe della mobilità dolce? Si ritrova a fronteggiare l’imponderabile. Non semplici pozzanghere, ma laghi effimeri. Specchi d’acqua limacciosa profondi anche venti centimetri che compaiono dal nulla, trasformando l’attraversamento di un incrocio in una prova da “Giochi senza Frontiere”.
    Non solo sulla strada, sia chiaro. I laghi si formano sui marciapiedi, intrappolando il cittadino tra il muro di un palazzo e un “naviglio” estemporaneo color fango.
    E poi, quando, dopo aver calcolato la traiettoria come un campione di biliardo per evitare l’immersione totale, ti senti quasi in salvo, ecco la beffa. Il gran finale. Un SUV (ovviamente elettrico e costosissimo, perché l’ecologia è per chi se la può permettere) che, con la grazia di un ippopotamo in un negozio di cristalli, centra in pieno la mega-pozzanghera ai bordi della strada.
    L’onda anomala che ne consegue non è una semplice doccia: è un battesimo laico, un’umiliazione totale che ti innaffia di acqua sporca dalla testa ai piedi.
    Lì, fradicio e sconsolato, mentre strizzi i pantaloni e maledici l’universo, capisci la sublime ironia di questa città. Un’amministrazione che ti obbliga a camminare, ma non ti dà un posto asciutto e sicuro dove mettere i piedi. Che ti spinge verso un futuro radioso e sostenibile, ma inciampa nella manutenzione del presente più basilare.
    Viene quasi da chiedersi se, prima di progettare avveniristiche funivie urbane e piste ciclabili intergalattiche, non sarebbe il caso di mandare una squadra di operai con un sacco di bitume a tappare due buche e sistemare pendenze. Giusto per permettere ai nuovi, forzati eroi della fede ecologista di arrivare al lavoro senza dover portare con sé un paio di stivali da pescatore.
    Prima la toppa, poi il cosmo. Sembrava una regola di buon senso. Evidentemente, era una regola di un’altra epoca.

  • Una tomografia può salvare il verde in città dagli eventi climatici estremi

    Gli alberi in città «forniscono eco servizi ambientali importantissimi, oltre al “rapimento” dell’anidride carbonica in atmosfera», spiega il piacentino Massimo Turci, esperto in arboricoltura con una laurea in antropologia culturale. Per questo si parla sempre più spesso di riforestazione urbana, che da un lato soddisfino l’esigenza fisica e mentale di avere intorno a noi alberi, animali e cieli stellati e dall’altro tengano conto degli eventi climatici estremi.

    «Siamo spesso convinti che un albero con una perfetta simmetria sia più stabile e sano di un albero asimmetrico, con rami spezzati su un lato per intenderci. Non è così» dice Turci. «I rischi di stabilità di un albero seguono parametri diversi in base al contesto: città o bosco – continua -. La resistenza al vento viene misurata per esempio a due velocità: 90 km/ora se “vento di zona”, 119 km/ora richiesto invece per legge dall’edilizia. Questa estate, in seguito ad un’analisi strutturale, abbiamo fatto abbattere un cedro dell’Atlante a Piacenza, in corso Europa. Mentre a inizio primavera abbiamo fatto ricerca di stabilità di “Nonna Quercia” a Castelsangiovanni. Spesso sono gli interventi di potatura che esegue l’uomo a rendere una pianta – nel tempo – meno stabile». La tomografia sonica è un metodo di analisi moderno che analizza la qualità interna del legno mediante l’impiego di onde sonore e consente di esaminare diverse sezioni di tronco: sofisticati sensori, fissati al tronco, producono un’onda sonora che viene rilevata. Si misura la velocità di propagazione del suono all’interno del legno rilevando così la presenza di eventuali anomalie interne. «Fatti anche i test di trazione, conclusa la diagnosi – conclude Turci – si abbattono gli alberi solo quando necessario per la pubblica sicurezza, sia in aree verdi pubbliche che private. Si consideri, come per le prove meccaniche fatte con la lattina di coca-cola vuota sottoposta a pesi, che un albero anche se internamento quasi cavo e più sono vecchi più sono cavi, può resistere benissimo a venti, tempeste o auto che ci vanno a sbattere».

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