Ambiente

  • Groenlandia mai così calda negli ultimi mille anni

    Il riscaldamento globale sta facendo sentire i suoi effetti sulla Groenlandia, dove da un millennio non si rilevavano temperature elevate come quelle registrate recentemente, e costituisce una seria minaccia per il 40% dei vertebrati che vivono sulla terraferma. Lo indicano due ricerche indipendenti pubblicate nello stesso numero della rivista Nature.

    A seguire l’andamento della temperatura in Groenlandia negli ultimi mille anni è la ricerca condotta dall’Istituto tedesco Alfred-Wegener, dalla quale emerge che nell’ultimo periodo considerato, che va dal 2001 al 2011, la temperatura media è stata più alta di 1,5 gradi rispetto a quella degli ultimi mille anni.

    Guidati da Maria Hörhold, i ricercatori hanno analizzato le carote di ghiaccio prelevate nelle regioni più interne della Groenlandia, senza precedenti per lunghezza e qualità.  Hanno raccolto così dati preziosi, che hanno permesso di ricostruire la storia climatica dell’isola dall’anno 1000 fino al 2011 e che hanno dimostrato come il riscaldamento globale abbia ormai raggiunto anche il cuore dell’isola: “Questi dati – ha detto Hörhold – mostrano che il riscaldamento dal 2001 al 2011 differisce nettamente dalle variazioni naturali degli ultimi mille anni”. Risultati che hanno sorpreso i ricercatori, che non si aspettavano una differenza di temperatura così evidente rispetto al passato anche nelle zone più interne della Groenlandia.  La seconda ricerca, condotta dall’Università dell’Arizona a Tucson, mette l’accento su un altro aspetto del riscaldamento globale, ossia sulle ondate di calore: questi fenomeni, che consistono in periodi di almeno sei giorni consecutivi con temperature molto superiori alla media locale del periodo, stanno diventando sempre più frequenti. Guidati da Gopal Murali, i ricercatori stimano che questi fenomeni estremi, potranno avere gravi ripercussioni sui vertebrati che vivono sulla terraferma, fino a mettere a rischio la sopravvivenza del 40% di essi entro il 2099.

    Sperimentate in Italia, soprattutto nel 2022 così come in India e Pakistan con temperature sopra i 50 gradi o in Gran Bretagna dove si sono superati i 40 gradi a luglio, le ondate di calore sono fenomeni strettamente connessi alla crisi climatica e i loro effetti sul mondo animale sono stati finora poco studiati. La ricerca dell’Università dell’Arizona è fra le prime a misurare il livello di stress indotto nella fauna selvatica dai periodi di caldo eccezionale, rilevano che uno degli effetti principali porta a un calo della riproduzione, e di conseguenza delle popolazioni.

    Prendendo a riferimento tre possibili scenari climatici (uno in cui il riscaldamento globale si attesterà nel 2099 a 4,4 gradi rispetto ai livelli preindustriali, uno a 3,6 e infine l’ultimo a 1,8 gradi) i ricercatori hanno stimato che nel primo scenario a soffrire di forte stress sarà il 41% dei vertebrati, il 29% nel secondo scenario e il 6% nell’ultimo. Ad essere a maggior rischio, considerando il primo scenario, saranno anfibi (il 55%) e rettili (51%) mentre a soffrire meno saranno mammiferi (31%) e uccelli (26%).

  • Il Pentagono e i cambiamenti climatici

    “L’obiettivo del rapporto sui futuri cambiamenti climatici è quello di comprendere le gravi implicazioni che avranno sulla sicurezza nazionale e sulle strategie da adottare per contrastarli”. Così concludeva l’introduzione al rapporto del Pentagono denominato ‘Lo scenario di un improvviso cambiamento climatico e le sue implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti’ datato 2003 e reso pubblico dalla rivista The Observer nel febbraio del 2004. Il Rapporto è stato commissionato dall’allora consigliere per la difesa del Pentagono Andrew Marshall ed è stato redatto da Peter Schawartz, consulente della Cia, e Doug Randall, analista del Global Business Network. Non si tratta, dunque, di un documento scientifico, come quelli redatti dall’Intergovernanmental Panel on Climate Change (IPCC) ma di dati e prospettive nati in seno alla più nota (e forse più grande) agenzia di spionaggio civile del mondo.

    E a quali conclusioni sono arrivati vent’anni fa questi esperti?

    Il rapporto inizia con il puntualizzare che i cambiamenti climatici rappresenteranno certamente un serio e sempre maggiore rischio per il futuro del nostro pianeta e che il loro impatto avrà conseguenze disastrose sull’ambiente e sulla biodiversità andando a modificare radicalmente intere regioni del Pianeta. Di conseguenza, lo stile di vita di moltissime popolazioni sarà profondamente modificato creando nuovi e ingenti flussi migratori. E nello specifico ipotizza che nel ventennio 2010-2030:

    • In alcune aree del Pianeta le temperature medie annuali potranno aumentare fino a 2°C mentre in altre aree, potranno diminuire fino a 3°C.
    • Le aree soggette a fenomeni di siccità e infertilità dei terreni aumenteranno esponenzialmente;
    • Alcuni venti, da secoli più moderati, aumenteranno di intensità, specialmente in Europa occidentale e nel Pacifico settentrionale;
    • Uragani, tornado e improvvise tempeste aumenteranno di numero su tutto il globo terrestre;
    • Aumenteranno per numero ed intensità i conflitti armati per la carenza di cibo, la diminuzione della disponibilità e della qualità dell’acqua potabile e la difficoltà di accesso alle risorse energetiche (idrocarburi, minerali, etc.).

    E in ambito geopolitico e militare? Cosa prevedevano per il ventennio 2010-2030?

    In Europa (in ordine di tempo):

    • Sempre più tensioni tra gli Stati per la gestione delle risorse primarie (come acqua e cibo) ed energetiche;
    • Aumento dell’approvvigionamento delle risorse energetiche e chimiche dalla Russia con la possibilità che la Russia chieda di far parte dell’Unione Europea;
    • Aumento delle migrazioni interne;
    • Forte aumento dell’immigrazione dall’Africa;
    • Rischio di collasso dell’Unione Europea;
    • Emigrazione di circa il 5% dei popoli europei verso altri Paesi.

    In Asia (in ordine di tempo):

    • Conflitti crescenti e persistenti nel sud est Asiatico;
    • Sempre più tensioni tra Cina e Giappone per l’energia Russa;
    • L’instabilità della regione porta i paesi più potenti a incrementare politiche di riarmo (anche di testate atomiche);
    • Aumento delle relazioni tra Cina e Russia per contrastare le varie crisi geopolitiche ed ambientali;

    E negli Stati Uniti?

    • Sempre più tensioni con il Messico per i flussi migratori clandestini;
    • Aumento del fenomeno migratorio dall’Europa (in prevalenza dei benestanti);
    • Conflitto con l’Unione Europea;
    • Aumento del prezzo del petrolio per l’instabilità dell’area medio orientale e russa;
    • Rischio di conflitto tra Cina e Stati Uniti per le risorse petrolifere e la difesa dei propri alleati.

    Lo scenario è certamente quello di un mondo ridotto alla fame e sull’orlo di decine di conflitti in ogni parte del globo.

    Che dire? Oltre al fatto che al Pentagono avevano analisti veramente in gamba, se teniamo conto che la maggior parte degli eventi ipotizzati hanno avuto luogo, sulla base di queste previsioni non si sarebbe potuto fare qualcosa in più per evitarli?

    E quali sono state le conclusioni di questo rapporto? Quali sono stati i consigli di questi esperti per la tutela della sicurezza nazionale?

    Incremento degli investimenti nella ricerca militare e in quella geoingegneristica; un graduale aumento degli approvvigionamenti militari; la manipolazione del clima globale attraverso l’immissione di determinati gas o minerali nell’atmosfera e l’intensificazione dei controlli dei confini. Non una parola sulla riduzione dei consumi degli agenti o delle azioni concause dei cambiamenti climatici o sulla proposta di accordi con altri stati per fronteggiare insieme eventi e fenomeni di tale gravità. Giusto per fare solo un paio di esempi perché si potrebbero dire molte più cose al riguardo. E nel mentre stiamo vivendo il tragico scenario previsto con oltre vent’anni di anticipo, chissà cosa staranno ipotizzando gli attuali analisti del Pentagono e di tutte le agenzie di spionaggio del Mondo e, soprattutto, chissà quali soluzioni proporranno. A noi comuni mortali non resta che pregare che diano consigli più saggi e ragionevoli di vent’anni fa e, nel mentre, cercare solo di sopravvivere.

  • Le competenze europee

    Da una classe politica mediamente preparata, che sia questa nazionale o europea, ci si dovrebbe attendere una minima capacità di valutare le ripercussioni su larga scala, e per ogni settore, delle proprie strategie e conseguenti decisioni politiche ed economiche. Non può risultare sufficiente, infatti, apprezzare il semplice “raggiungimento dell’obiettivo contingente” della propria iniziativa, senza valutarne gli effetti complessivi per l’intero scenario economico e sociale europeo quanto dei singoli Stati.

    In altre parole, il solo possibile beneficio europeo non può considerarsi tale se danneggia anche uno solo dei singoli appartenenti all’Unione. Cosi infatti l’istituzione Europea in questo contesto perderebbe il proprio stesso obiettivo istituzionale.

    La scelta, quindi, di accelerare l’obbligo di una transizione energetica di tutti gli immobili verso la Classe E rappresenta la classica manifestazione di un pensiero politico ed etico autoreferenziale. All’interno di uno scenario economico ancora problematico determinato dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, i cui effetti devastanti generati dall’inflazione e dalla spirale dei costi energetici ma anche dalla gestione delle supply chain sono ormai consolidati, inserire adesso un nuovo obbligo per i cittadini non può che rappresentare l’apoteosi del delirio ideologico.

    In più, sempre in questo contesto, non prendere in considerazione gli effetti di questa direttiva per il sistema degli istituti di credito, i quali presentano a bilancio buona parte delle proprie garanzie sotto forma di garanzie immobiliari, ne certifica la assoluta lontananza della istituzione europea. Il patrimonio immobiliare ridurrebbe il proprio valore e di conseguenza le garanzie, nel caso in cui non si avviasse l’adeguamento ai nuovi standard ambientali.

    Come inevitabile conseguenza, l’equilibrio patrimoniale e finanziario degli istituti di credito verrebbe messo in forte difficoltà, esponendo perciò lo stesso Paese, magari con un notevole debito pubblico, a forti speculazioni in relazione ai titoli del debito pubblico. Inoltre, gli stessi cittadini che avessero acceso un mutuo per acquistare un immobile si ritroverebbero alla fine ad aver acquistato ad una cifra superiore rispetto al valore stesso dell’immobile a causa dalla depatrimonializzazione causata dalla direttiva europea.

    Ancora una volta, quindi, l’obiettivo di facilitare la crescita economica, sociale e politica delle stesse Nazioni appartenenti viene posto in secondo piano.

    Non comprendere gli effetti devastanti di questa nuova direttiva, anche solo a livello di garanzia immobiliare, per gli istituti di credito rappresenta la fotografia della competenza della stessa Commissione Europea.

  • Dalla BEI 40 milioni di euro al Gruppo PUNCH per sviluppare tecnologie per la propulsione a idrogeno nelle sedi di Torino e Strasburgo

    La Banca europea per gli investimenti (BEI) e il Gruppo PUNCH, un’innovativa MidCap belga leader nello sviluppo di sistemi di propulsione e controllo per veicoli ibridi ed elettrici, hanno firmato un contratto di finanziamento di 40 milioni di euro per sostenere le attività di ricerca, sviluppo e innovazione (RSI) della società. Gli investimenti saranno effettuati principalmente presso le sedi aziendali di Torino e, in misura minore, di Strasburgo.

    Le risorse messe a disposizione dalla banca dell’UE, sostenute da una garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) consentiranno al Gruppo PUNCH di sviluppare tecnologie per motori a idrogeno e relativi sistemi di stoccaggio energetico (fuel cells) per il settore automobilistico e dei veicoli commerciali e industriali, con l’obiettivo di promuovere la mobilità sostenibile e la diffusione di tecnologie innovative in tutta Europa.

    L’operazione in oggetto è in linea con l’Accordo di Parigi e con la politica di finanziamento della Banca nel settore dei trasporti in quanto contribuisce alla decarbonizzazione del settore automobilistico, dei veicoli commerciali e industriali e all’adozione di tecnologie verdi basate sull’idrogeno e l’elettrificazione.

    PUNCH Torino nasce nel 2005 come Centro di Ingegneria e Sviluppo di General Motors. Dal 2020 fa parte del Gruppo PUNCH come sito all’avanguardia per i sistemi di propulsione e mobilità. La sua affiliata PUNCH Hydrocells sta lavorando attivamente per far confluire le competenze acquisite sui motori diesel verso l’idrogeno.

  • Follia ambientalista in Colombia: non contrastare la coca per non alterare l’Amazzonia

    L’ambientalismo metterà fuori gioco il contrasto delle coltivazioni di cocaina? Apparentemente assurda, la domanda ha assunto concretezza quando il presidente della Colombia, Gustavo Petro, all’annuale assise dall’Onu nel settembre scorso ha invocato l’alt alle operazioni di disboscamento delle piantagioni di cocaina dichiarando che tali operazioni minacciano di alterare l’habitat dell’Amazzonia. «Là nelle giungle viene rilasciato ossigeno e assorbita la CO2 atmosferica. Una di quelle piante che assorbe anidride carbonica, tra milioni di specie, è una delle più perseguitate sulla terra. A ogni costo si cerca la distruzione di una pianta amazzonica, la pianta della coca, la pianta sacra degli Incas. Paradossale che la foresta che cerca di essere salvata venga così allo stesso tempo distrutta. Per eliminare la pianta della coca si rilasciano veleni, glifosato, in modo massiccio, che poi finiscono nelle nostre acque. Arrestano i coltivatori e li imprigionano per aver posseduto un po’ di foglie di coca».

    Al di là di ogni considerazione sui danni che i prodotti che se ne ricavano possono provocare all’uomo, il fatto è che la coca presente nella foresta non è poi tutta così naturale. Nei dipartimenti di Putumayo e Caquetà, riferisce Panorama sono presenti coltivazioni di coca su 22.045 ettari per realizzare le quali sono stati abbattuti le specie vegetali che madre natura aveva fatto crescere su quelle stesse aree. E, nota ancora il settimanale, su 13 milioni di litri di glifosato utilizzate nel 2021 in Colombia, solo il 3,7% – pari a 480mila litri – è stato destinato ad estirpare la coca, il resto è stato impiegato per coltivazioni legali.

  • A che punto è lo smaltimento dei rifiuti?

    Nel dicembre 2020 Panorama pubblicò un articolo di Giorgio Sturlese Tosi che riportava una serie inquietante di dati sulla spazzatura. A distanza di due anni ci chiediamo, e chiediamo alle varie autorità preposte, cosa è cambiato.

    Gli impianti di smaltimento sono rimasti insufficienti, milioni di tonnellata di spazzatura non sono trattati, mancano termovalorizzatori e impianti di compostaggio, e non sappiamo se è stato chiuso, in Bulgaria, un vecchio impianto di incenerimento, il più inquinante in Europa, al quale si sono sempre indirizzati i trafficanti di immondizie. L’Interpol nell’ottobre 2020, sottolineava come le reti criminali avessero infiltrato il commercio dei rifiuti plastici.

    Sono più di duecentocinquanta le rotte transnazionali per il trasporto di rifiuti e l’Italia è uno dei 57 Paesi esportatori.

    Tutti i rifiuti, smaltiti illegalmente, portano ad un costante aumento dell’inquinamento sia in alcuni paesi dell’est Europa che in Africa e l’inquinamento, ovviamente, non si ferma ma viaggia con i venti e le piogge perciò torna anche da noi.

    Mentre smaltire correttamente una tonnellata di rifiuti costa circa 400 euro lo smaltimento tramite le associazioni criminali abbassa il costo a circa 120 e a queste organizzazioni si  rivolgono anche personaggi impensabili, non solo aziende private.

    Il Rapporto rifiuti urbani 2020 dell’Ispra rivela come solo la metà della raccolta differenziata (umido, carta, vetro, metallo, plastica, legno),che costa ad ogni contribuente sia in denaro che in tempo e sacrificio di spazio, visto che la maggior parte della popolazione urbana vive in case piccole, è avviata al riciclo!il resto finisce insieme all’immondizia indifferenziata rendendo vano l’impegno dei cittadini.

    Perciò quando parliamo di ambiente, quando certi sindaci, come Sala a Milano, affermano di impedire l’accesso al centro delle città ai veicoli euro 4 e 5  in nome della lotta all’inquinamento, dovrebbero spiegarci, insieme ai presidenti di Regione, cosa hanno fatto sul tema rifiuti, l’inquinamento non si combatte scaricando sui cittadini gli oneri senza che il pubblico provveda ai necessari e conseguenti interventi.

  • Diciamo sì alla transizione ecologica ma vorremmo qualche risposta subito

    Come la maggior parte delle persone vogliamo che la transizione ecologica sia realizzata nel più breve tempo possibile e, come tutte le persone pensanti, sappiamo che la strada non sarà né breve nè facile. Per questo siamo favorevoli a tutto quello che può essere utile ad affrontarla al meglio garantendoci quei benefici che il progresso ci ha portato eliminando i danni che lo stesso ha fatto.

    Rimaniamo pertanto in attesa di conoscere la reale situazione delle scorte radioattive della centrale di Caorso o come si pensa di smaltire le batterie esauste delle auto elettriche o i  pannelli obsoleti, se si imporrà di non usare più il confezionamento di frutta ed ortaggi nei supermercati, per diminuire lo scarto, e se qualcuno finalmente ci dirà, in modo chiaro, come si può riutilizzare l’immondizia  facendone una risorsa visto che, in altri paesi, sembra che si possa fare con beneficio di tutti.

    Siamo poi sempre in attesa di una legge che imponga per tutti i tetti di fabbriche, capannoni, strutture agricole ed industriali, l’installazione di pannelli, o altri accorgimenti,  per produrre energia rinnovabile.

    Ovvio che i problemi sono molti di più di quelli affrontati in queste brevi considerazioni e che sono molto complessi ma qualche risposta, almeno su questi, ci farebbe sperare che oltre alle parole ci sono anche speranze concrete di poter avere un mondo realmente più verde.

  • Il lupo e l’ecosistema

    Fino ad un paio di anni fa molti agricoltori si lamentavano insistentemente, specie in Emilia Romagna, per la presenza massiccia di cinghiali e caprioli che, anche in pianura, devastavano i campi coltivati.

    Ora caprioli e cinghiali sono molto diminuiti, in alcune aree quasi spariti, salvo, ovviamente, l’eccezione della città di Roma, grazie all’aumento dei lupi che naturalmente procedono ad una caccia di selezione e così gli ungulati sono tornati verso le zone più boschive e collinari che offrono maggior riparo.

    Il ritorno in collina di questi animali riporterà in quelle aree anche i lupi, sempre che persone ed amministratori locali si ricordino di non lasciare incustodite ed accumulate le immondizie derivanti dal cibo che, sappiamo bene, sono una fonte di grande interesse per molti animali, dai cinghiali alle volpi, dai lupi ai topi.

    Troviamo molto pericolosa la tendenza, di alcuni organi di stampa e di qualche politico, di enfatizzare la presenza del lupo come animale pericoloso calcando la mano su alcuni fatti, sicuramente incresciosi, che si sono verificati.

    Certamente il lupo può cercare di predare vitelli e pecore, per questo da molti anni si è detto e ribadito che gli animali d’allevamento devono essere custoditi al chiuso, o all’aperto al pascolo, con idonee misure di difesa quali i reticolati elettrici ed i cani da pastore abruzzesi e calabresi.

    Certamente qualche cacciatore può aver perso drammaticamente il proprio cane ma varrebbe la pena di chiedersi quali precauzioni siano state prese visto che, purtroppo, non tutti i cacciatori usano la giusta attenzione verso i propri animali, come dimostrano i vari canili pieni di cani da caccia abbandonati.

    Qualcuno sostiene che sia stato ucciso dai lupi anche il proprio cane da compagnia ma è più che notorio che i cani non vanno lasciati alla catena, è contro la legge, e che di notte dovrebbero essere ricoverati in casa o comunque in un luogo riparato, il cane lasciato nel cortile non è solo un possibile bersaglio per lupi o cani inselvatichiti ma anche per quelle “brave persone” che si divertono a lanciare e lasciare in giro bocconi avvelenati.

    Un’indagine dell’Ispra segnala che in tutta Italia, nelle zone con presenza di lupi, soltanto 1300 sono le aziende che hanno avuto attacchi ripetuti dei lupi mentre la maggior parte delle attività d’allevamento, sempre in queste zone, ha avuto una sola predazione nell’arco di cinque anni.

    Vale inoltre ricordare che in molti casi la predazione non è da attribuirsi al lupo ma a branchi di cani inselvatichiti che hanno, per loro natura, meno paura ad avvicinarsi a luoghi abitati dall’uomo e da cani domestici. Questo problema discende da quello del randagismo e dalla mancanza, in troppe aree, di strutture per l’accoglienza dei cani abbandonati. Purtroppo non aiuta anche la pessima abitudine, in campagna e specialmente nel centro sud, di quei proprietari che lasciano liberi e senza controllo i propri cani senza averli sterilizzati, poi di fronte alle ovvie gravidanze indesiderate abbandonano i cuccioli che vanno, quelli che sopravvivono, ad aumentare la popolazione dei cani randagi.

    Il lupo è essenziale per la conservazione dell’ecosistema, qualunque ipotesi di tornare ad abbattimenti, anche selettivi, non farebbe che aggravare il problema, inoltre molti lupi già muoiono perché sono investiti dalle macchine o vittime di trappole di frodo e di esche avvelenate.

  • La Ue trova la quadra sulle emissioni di anidride carbonica

    L’Ue compie un grande balzo in avanti sulle misure per arrivare alla neutralità climatica entro metà secolo: le istituzioni europee hanno raggiunto un accordo sui connotati del nuovo mercato della CO2 dei Ventisette, l’Emissions Trading System (Ets). Il sistema che dal 2005 dà un prezzo alle emissioni di CO2 traducendo in pratica il principio “chi inquina paga”.

    L’Ets, che nasce per essere il principale strumento dell’azione climatica Ue dei decenni a venire, sarà più grande e non interesserà più solo industria ed energia. Per la prima volta al mondo un mercato della CO2 coprirà i trasporti via mare. Ma anche quelli via gomma e il riscaldamento e, in futuro, gli inceneritori. Seconda novità senza precedenti è la creazione di un Fondo sociale per il clima con oltre 86 miliardi di euro, di cui l’Ue e gli Stati disporranno per tutelare i cittadini dagli aumenti del costo dell’energia. Risorse fresche per interventi strutturali, ma una parte potrà essere usata per erogare veri e propri aiuti diretti alle famiglie. Il terzo inedito è la ‘carbon tax’ alle frontiere, che applicherà il prezzo della CO2 dell’Ue ai prodotti importati di alcuni settori, per consentire alle imprese europee di competere il più possibile ad armi pari con quelle di Paesi dove le politiche del clima sono meno stringenti, evitando delocalizzazione e perdita di posti di lavoro.

    L’accordo sul meccanismo che porta l’Ets fino agli uffici dogana dell’Unione era in parte già fatto. Mancava però un’intesa sulla velocità con cui la carbon tax sarebbe entrata a regime, portando alla corrispondente eliminazione dell’attuale sistema anti-delocalizzazione, quello dei permessi di emissione gratuita. Il passaggio tra un sistema e l’altro sarà molto graduale, dal 2026 al 2034.

    Entro il 2030, la grande industria e il settore energetico dovranno diminuire le proprie emissioni del 62% rispetto a quando il sistema ha iniziato a funzionare, dal 2005. Da quell’anno a oggi il taglio è stato di quasi il 43%, ma la velocità della riduzione dovrà aumentare. Le compagnie di navigazione pagheranno per tutte le loro emissioni di CO2, metano e protossido di azoto dal 2026. Dal 2027 un Ets separato riguarderà trasporti su strada e edifici, cioè le emissioni dei carburanti alla pompa e il combustibile da riscaldamento. Il sistema è studiato per incidere sui fornitori di carburante e non sulle famiglie, ma secondo le valutazioni di impatto della Commissione europea gli aumenti saranno inevitabili. Se dovessero rivelarsi insostenibili, l’entrata in vigore del sistema sarà rimandata di un anno. In ogni caso, nel 2026 partirà il fondo sociale, 65 miliardi di risorse Ue con cofinanziamento nazionale fino al 25%. In totale, 86,7 miliardi fino al 2032.

    Una delle firme della rivoluzione dell’Ets è italiana. “Dedicato alla memoria di Mauro Petriccione”, si legge nella riga finale del comunicato stampa del Consiglio Ue. Omaggio inusuale e sentito da parte di tutti i negoziatori al Direttore generale clima della Commissione europea, venuto a mancare improvvisamente il 22 agosto scorso.

  • Nuovi passi per salvare il ghepardo

    Laurie Merker, fondatricee del Chetah Conservation Fund, si è di recente recata in Kenya per una riunione del Horn of Africa Wildlife Enforcement Network (HAWEN) come parte della sovvenzione LICIT del CCF da parte del Dipartimento per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali del Regno Unito (DEFRA). Creato in Namibia e da qualche anno attivo anche in Somaliland, il centro che tutela, cura e protegge dall’estinzione i ghepardi, sta facendo grandi progressi grazie al generoso sostegno che riceve da tutto il mondo.  Donando, visitando, facendo volontariato e condividendo il lavoro sui social media il CCF è aiutato nella sua missione di salvare il ghepardo in tutto il suo areale.

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