Ambiente

  • L’Assemblea annuale dell’AAALI

    Domenica 26 aprile si è svolta a Rivergaro, nella Sala della Casa del popolo, l’assemblea annuale di AAALI, l’associazione nazionale, con sede nel piacentino, che riunisce gli allevatori e gli affidatari del cane lupo italiano, cane da lavoro ed utilità.

    La razza del cane lupo italiano, tutelato e controllato dal Ministero della Salute e delle politiche agricole, nacque nel 1966 dall’impegno e dalla passione di Mario Messi, nell’allevamento di Cumiana (TO).

    Messi riuscì ad incrociare una lupa degli Appennini con un pastore tedesco fissando, negli anni, le caratteristiche morfologiche che oggi danno vita ad esemplari di grande affidabilità, bellezza (hanno gli occhi intensi del lupo) e capacità di lavoro e relazione.

    Il cane lupo italiano non può essere venduto ma è dato in affido agli iscritti alla associazione la quale risponde ai ministeri attraverso la commissione centrale ed ogni nuovo cucciolo deve essere iscritto al Rau.

    Durante l’assemblea è stato presentato il nuovo progetto che sarà seguito dai genetisti veterinari dell’Università di Milano e che permetterà il massimo controllo sulla salute e le attitudini di questo meraviglioso cane che, negli anni, si è distinto per vari e difficili interventi di protezione civile e soccorso.

    Il cane lupo italiano è anche uno splendido compagno di vita, affettuoso con la sua famiglia umana, mai aggressivo con gli estranei ma attento custode ed incline al gioco.

    L’AAALI ha anche dato inizio, su richiesta del Ministero, a corsi di formazione per valutatori, i corsi si svolgono periodicamente nel centro di addestramento Casa Runa nel piacentino.

    Per ogni ulteriore informazione il direttivo di AAALI può essere contattato.

    Il presidente

    Dottoressa Anastasia Palli

  • Coltivazioni illegali di grano e mais a Chernobyl

    Secondo la Procura generale dell’Ucraina per oltre cinque anni sarebbero stati coltivati illegalmente grano e mais nella zona di Chernobyl. L’Ufficio del procuratore ambientale specializzato della Procura generale ha presentato una causa al Tribunale economico della regione di Kiev per ottenere la restituzione allo Stato di tre appezzamenti di terreno per una superficie totale di oltre 190 ettari. Secondo gli inquirenti, i terreni sarebbero stati trasferiti illegalmente dalla proprietà statale a una società privata. Gli appezzamenti si trovano nel distretto di Vyshhorod, all’interno della zona di alienazione (zona ad accesso controllato, altamente contaminata, con un raggio di 30 km dalla centrale nucleare) e della zona di reinsediamento (meno contaminata) attorno a di Chernobyl. In origine i lotti sarebbero stati gestiti dall’ente statale responsabile della zona di esclusione tuttavia, il loro status sarebbe stato modificato illegalmente, trasferendoli prima alla proprietà comunale e poi concedendo il diritto d’uso a una società privata.

    Secondo la procura a partire dal 2020, questi territori sarebbero stati utilizzati sistematicamente per la coltivazione di grano e mais senza le necessarie autorizzazioni. Attività di questo genere generano un “serio rischio per la vita e la salute delle persone”, a causa della contaminazione radioattiva ancora presente nella zona, ha spiegato la procura in una nota. L’indagine ha rivelato che le autorizzazioni si basavano su una decisione del Consiglio distrettuale della regione di Polesia, che in realtà non esiste, e su atti statali rilasciati a un’ex impresa collettiva denominata “Svitannok”, attualmente in liquidazione e priva di successori. Non è stato specificato a quali mercati siano stati destinati i raccolti. Il tribunale ha già avviato un procedimento penale. Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl (allora nell’Unione sovietica, oggi in Ucraina) esplose durante un test di sicurezza a causa di errori di procedura. Fu il peggiore disastro nucleare della storia, l’unico insieme a quello di Fukushima ad aver raggiunto il livello 7 sulla scala Ines (per gli eventi nucleari e radiologici). Due operai rimasero uccisi nell’esplosione e 28 pompieri e operatori morirono entro pochi mesi per la sindrome acuta da radiazioni. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il numero totale di morti attribuibili alle radiazioni potrebbe variare dalle 4 mila alle 9 mila persone in tutta Europa.

  • In memoria di Carlo Monguzzi

    Nei giorni scorsi Carlo Monguzzi è mancato all’affetto di sua moglie, dei tanti amici e di tutti coloro che, negli anni, avevano potuto apprezzare la sua limpidezza d’animo nell’affrontare battaglie coraggiose e difficili.

    Ironico e gentile, fermo nelle sue idee ma sempre disponibile a confrontarsi con le idee degli altri, senza preconcetti ma ispirato dal desiderio di difendere quello che riteneva giusto e a dare il massimo impegno per l’ambiente e la vita.

    Delle tante persone che ho avuto modo di incontrare nei miei lunghi anni di politica, elettiva e non, Carlo Monguzzi lo ricorderò sempre con affetto e stima ed anche a me mancherà il non saperlo impegnato a difendere quello in cui credeva, con quel suo sorriso che era la rappresentazione visiva di un animo libero, aperto al confronto e determinato.

  • Piante

    Anche nei giorni scorsi abbiamo purtroppo assistito a devastazioni di interi territori a causa delle caduta di ingenti piogge e delle conseguenti frane che si sono verificate.

    Come è noto più i terreni sono privi di cura, più si costruisce vicino a percorsi d’acqua, specie di carattere torrentizio, corsi che a volte sembrano in secca e poi improvvisamente esondano, più si tagliano gli alberi, che con le loro radici aggrappano il terreno evitando spesso che questo scivoli a valle, più in caso di nubifragi il pericolo è consistente.

    Tutti sappiamo come una delle prime barriere contro l’inquinamento siano gli alberi di alto fusto, i quali purificano l’aria dai veleni che continuano ad arrivare dall’impiego degli strumenti che la società moderna usa specie per il trasporto non solo fisico ma anche virtuale.

    Ciò detto, stupisce come in Emilia Romagna sia iniziata una vera corsa, a partire dalla provincia di Piacenza, all’abbattimento di alberi di alto fusto.

    Secondo quanto riportato dal quotidiano La Libertà, e segnalato anche da diversi cittadini, si sta procedendo ad abbattere oltre 60 chilometri di vegetazione lungo gli argini e cioè centinaia e centinaia di alberi di alto fusto che trovandosi a lato dei canali di irrigazione, che non risultano siano mai esondati, sono abbattuti inutilmente: non rappresentano pericolo alcuno, se non in singoli casi da verificare, mentre il danno vero è dato dagli alberi morti e dai detriti che galleggiano nei corsi dei fiumi mai ripuliti.

    Più si elimina la vegetazione dalle sponde dei canali di irrigazione più si alimenta il pericolo di erosione delle sponde stesse, col danno ulteriore che deriva dalla demolizione di una barriera all’inquinamento. Ricordiamo, infatti, che un ettaro di alberi di alto fusto assorbe 8 tonnellate di anidride carbonica l’anno producendo oltre 8 tonnellate di ossigeno. Il taglio degli alberi porterà anche ad un aumento delle polveri sottili, rendendo ancor più pericolose ed acide, per la salute, le abbondanti piogge che ormai si registrano ogni anno.

    Verrebbe da pensare che stiamo cadendo nel ridicolo: da un lato le amministrazioni piantumano alberelli che diventeranno alberi tra diversi anni, e quindi per ora ben poco utili a contrastare l’inquinamento, e dall’altro si abbattono gli alberi che l’inquinamento già contrastano a pieno.

    In effetti però non c’è da ridere, è questione di business, perché, a prescindere dall’incompetenza scientifica che spesso contraddistingue le azioni di chi comanda il taglio degli alberi, la verità evidente è che la Regione, e di conseguenza le amministrazioni locali, prima pagano profumatamente per tagliare e poi pagano di nuovo profumatamente per ripiantare. Tutti soldi pubblici sprecati mentre si crea un danno all’ambiente e alla salute delle persone.

  • Dalla Commissione 6 miliardi di euro all’Italia per l’idrogeno rinnovabile

    La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato, un regime italiano dell’importo di 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile per i settori dei trasporti e dell’industria. Il regime contribuirà allo sviluppo della capacità di produzione di idrogeno rinnovabile in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per l’idrogeno e del patto per l’industria pulita.

    L’aiuto assumerà la forma di contratti bidirezionali per differenza e durerà fino al 31 dicembre 2029.

    La Commissione ha ritenuto che l’aiuto sia necessario e adeguato per agevolare la produzione di idrogeno rinnovabile ai fini della decarbonizzazione dei settori dei trasporti e dell’industria. La Commissione ha inoltre concluso che l’aiuto ha un effetto di incentivazione, è proporzionato e produrrà effetti positivi, in particolare sull’ambiente, che superano gli effetti negativi sulla concorrenza

  • L’aviaria sbarca al Polo Sud. Gli esperti temono una pandemia e dubitano che si sia pronti a prevenirla

    L’aviaria è sbarcata al Polo Sud, più precisamene ha raggiunto le isole subantartiche tra la penisola antartica e il Sud America. Il virus è stato rilevato in diverse specie di uccelli marini nell’Isola della Georgia del Sud e nelle Isole Falkland ed il suo arrivo in Antartide potrebbe avere conseguenze potenzialmente catastrofiche per la fauna selvatica, incluso l’iconico pinguino imperatore, che è peculiare di quelle latitudini e dunque particolarmente vulnerabile alle epidemie. Il primo rilevamento di influenza aviaria vicino all’Antartide è avvenuto all’inizio di ottobre a Bird Island, nella Georgia del Sud.

    Quella in corso è una “panzootica”, una pandemia di influenza aviaria su larga scala, che in tutto il mondo ha colpito più di 200 specie di uccelli selvatici. Anche se il ceppo H5N1 è già noto, la genetica e l’epidemiologia del virus sono cambiate. Un tempo presente soprattutto nel pollame, oggi colpisce uccelli selvatici. Le specie migratorie hanno diffuso il virus in Europa, Asia, Africa, Nord America e Sud America, facendo strage di uccelli marini in tutto il mondo; oltre agli uccelli, il virus potrebbe peraltro aver ucciso più di 30mila leoni marini sudamericani e oltre 2.500 cuccioli di elefante marino.

    Parallelamente l’aumento della temperatura del pianeta e la fusione degli antichi ghiacci rilasciano virus, batteri, funghi e altri microrganismi vitali che sono rimasti intrappolati per migliaia e milioni di anni e che possono appartenere a nuove specie microbiche, a genotipi sconosciuti di agenti patogeni attuali, ad altri già eradicati o, ancora, noti e con caratteristiche robuste acquisite grazie alla loro esposizione a stress termico a lungo termine. In Siberia nel 2016 un bambino è morto a causa di antiche spore di antrace.

    Uno studio pubblicato lo scorso anno su Plos Computational Biology soprannominava “cigni neri” l’1 per cento dei virus antichi potenzialmente pericolosi, sottolineando la loro natura rara e il loro impatto catastrofico in caso di emergenza. Sebbene la probabilità di tali eventi sia bassa, lo studio avvertiva che dovrebbero essere presi in considerazione nei futuri scenari climatici.

    La specialista Ilaria Capua avverte che la circolazione dell’aviaria è ormai fuori controllo, perché controllare le malattie infettive degli animali selvatici è difficilissimo, trattandosi di animali liberi e allo stato brado e perché la propagazione del virus stesso, tramite uccelli selvatici, è sostanzialmente impossibile da monitorare. Il virus, ammonisce Capua, nel 2024 è arrivato a colpire bovini da latte.

  • Un piano segreto di Musk per dominare il mondo? Se esiste non sta funzionando bene

    Elon Musk è sicuramente un personaggio stravagante e non proprio politically correct, ma le perplessità che la sua figura genera stanno forse per sconfinare nell’ennesima teoria del complotto, affermata più che dimostrata. Nel fiorente dibattito su un attacco che la tecnocrazia capitalista starebbe muovendo dal paradiso hi-tech della California al mondo, protagonista Musk ma non solo lui, l’uomo più ricco del mondo, Musk appunto, avrebbe secondo alcuni un piano segreto per conquistare il mondo.

    La mobilità elettrica, le gigafactory per produrre batterie, la rete satellitare Starlink, la robotica, l’intelligenza artificiale, i social network e progetti di interazione tra uomo e tecnologia come Neuralink sarebbero tutti passi, secondo tanto scrive Marco Montemagno, attraverso i quali Musk, che in ciascuno di questi campi opera con società che ha messo in piedi o ha acquistato, punta ad avere il controllo del pianeta.

    Francamente, pare un po’ eccessivo. La mobilità elettrica è un tema che ha acquistato popolarità attraverso Greta Thumberg almeno quanto attraverso la Tesla di Musk ed è stata più la prima che la seconda a indurre l’Unione europea a mettere al bando la costruzione di motori endotermici a partire dal 2035. Di più: a beneficiare di quella decisione è stata soprattutto la Cina, al punto che la stessa Unione europea ha parzialmente fatto retromarcia sulla motorizzazione elettrica per evitare che l’automotive dagli occhi a mandorla diventasse egemone a scapito dell’industria automobilistica europea. E se è vero che Musk ha interessi e fabbrica anche in Cina, è altrettanto vero che Tesla, dopo aver dovuto fare i conti con un calo di popolarità e di appeal per via dell’appoggio di Musk a Trump, ha dovuto fare i conti con un competitor cinese come Byd che proprio grazie all’entusiasmo generale per i motori elettrici ha acquisito una posizione di assoluto rilievo sul mercato mondiale dell’auto. Le gigafactory servono del resto per produrre ciò di cui le auto elettriche hanno bisogno per muoversi, le batterie, ma certo se a beneficiare della mobilità elettrica è la Cina il piano di Musk per dominare il mondo attraverso Tesla e gigafactory appare poco ben congegnato. Più che di dominare il mondo, a Musk può essere rimproverato di aver fatto sì che altri ci provassero.

    Starlink ha consentito all’Ucraina di difendersi dagli attacchi della Russia, anche se il suo utilizzo da parte di Kiev dipende largamente dagli umori dello stesso Musk, che può consentire come negare che l’Ucraina si avvalga dei satelliti della stessa Starlink. Almeno per ora più che consentire a Musk di dominare il mondo, sono serviti a impedire a Putin di domare l’Ucraina e per il futuro l’Unione europea sta mettendo a punto, seppur con notevole ritardo su Musk, un proprio sistema satellitare di difesa (se ne è parlato lo scorso autunno, quando si è ipotizzato che l’Italia si affidasse a Starlink).

    Quel che fu Twitter e oggi dopo essere stato comprato da Musk si chiama X non è l’unico social network al mondo e il problema delle fake news che circolano sui social non riguarda soltanto X, per quanto lassista possa essere la policy cui Musk ha improntato X una volta acquistatolo. Almeno finora, maggiori preoccupazioni, tanto da indurre a disporre divieti di utilizzo, ha suscitato TikTok (pure cinese). Grok, basato sull’intelligenza artificiale, è divenuto popolare, scalando la classifica delle app più scaricate, quando è emerso che poteva essere utilizzato per ottenere ‘rendering’ di persone avvenenti senza veli, ma Ue e Regno Unito hanno subito attivato limitazioni legali a tali facoltà e lo stesso Musk ha dichiarato che quella possibilità verrà inibita. Per quanto non sembri che quella possibilità sia stata davvero inibita, anche in questo caso almeno una parte del mondo ha dimostrato di non sottostare passivamente a ciò che Musk fa. Vero è che le limitazioni introdotte dalla Ue hanno indotto Donald Trump a reagire contro l’Unione europea al suo solito modo, non da ultimo negando l’accesso negli Usa all’ex commissario europeo Breton, ma il contenzioso tra Ue e Usa sulle tecnologie è in atto da decenni ormai (fu Mario Monti commissario europeo antitrust a introdurre le prime sanzioni verso i colossi americani della tecnologia) e Bruxelles appare coerente da anni nel seguire la linea che ha scelto.

    Optimus e Neuralink, le società di Musk che si occupano di robotica e di interazione tra macchine e cervello umano, non appaiono almeno per ora in grado di condizionare il mondo. Robot umanoidi se ne trovavano in vendita nelle vetrine di Tokyo già nei primi anni 2000, non sono certo un esclusiva di Musk o di altri, microchip nel cervello umano a tutt’oggi appaiono ancora ipotesi fantascientifiche, per quanti studi (anche opportuni, in termini di cura di malattie) vengano fatti sul tema.

  • Sicurezza e infrastrutture prima del Ponte sullo Stretto

    Dal 1794, come molti mezzi d’informazione hanno riportato, erano già note le gravissime condizioni idrogeologiche che, con l’incuria, la mancanza di interventi, l’aumento della popolazione, di case, fognature, tubature, e, non da ultimo, con il cambiamento climatico e le piogge costanti e torrenziali, hanno portato alla tragedia di Niscemi.

    Senza andare troppo indietro negli anni, e perdersi in mille rivoli, andiamo all’ultimo disastro, alla tragedia di oggi, annunciata già da quanto era avvenuto nel 1997 a Niscemi, per renderci conto che nessuna ha effettuato le opere necessarie

    Si indaga e, si spera, si identificheranno finalmente le responsabilità e si provvederà, in tempi brevi, a ridare alternative di vita a chi ha perso tutto, non solo la casa ed i beni ma anche quei ricordi che sono alla base dell’identità, ma ora è obbligatorio realizzare, non solo per Niscemi, quanto è necessario per impedire nuovi disastri.

    La realtà, inconfutabile, è che l’Italia, in gran parte, è un paese a rischio, sia per le complesse realtà idrogeologiche, per le vaste aree soggette a terremoti, per l’attività dei vulcani, ai piedi dei quali sono stati costruiti interi paesi, che per le coste martoriate da abitazioni abusive e da costruzioni spesso edificate con materiale scadente e, non ultimo, per l’eccessivo consumo del suolo.

    Non può più essere rimandata la costituzione di una commissione, con persone altamente qualificate, non legate alla politica ideologica, ad interessi elettorali o di categoria, che, con loro consulenti, agiscano in ogni regione, svincolati dalle amministrazioni regionali, per mappare tutto il territorio e procedere a tutti gli interventi urgenti.

    Interventi di bonifica ma anche di demolizione di quanto è a rischio o non in regola, una mappatura che non guardi in faccia a nessuno e che abbia l’immediata conseguenza di porre al riparo, con le opere necessarie, tutti e tutto da nuovi rischi, da altre sciagure annunciate.

    Dopo la tragedia del ponte di Genova si è impiegato un tempo infinito per mappare cavalcavia e ponti fragili o pericolosi ma, a distanza di otto anni, gli interventi, per metterli in sicurezza, non sono ancora stati realizzati completamente e continuiamo, in troppe strade, a viaggiare con una corsia per alleggerire il traffico nei punti pericolosi e la conseguenza è che il pericolo rimane.

    I problemi tecnici seri, dalla risoluzione dei quali dipende la nostra vita, non possono essere affidati a coloro che si devono occupare del consenso elettorale o devono rispondere a chi li ha nominati e può sollevarli dall’incarico.

    Senza polemiche ma guardando la realtà, dopo le onde alte quasi dieci metri che hanno sconvolto il litorale siciliano, distruggendo anche tratti della ferrovia, risulta evidente la necessità di rivedere la decisione di costruire il Ponte sullo Stretto.

    Forse troppi non solo trascurano di valutare quanto è accaduto negli ultimi giorni ma sono anche ignoranti, cioè ignorano o fanno finta di ignorare, che il terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria nel 1908 portò alla morte 500.000 persone, che l’area resta a rischio terremoti mentre il mare e gli eventi climatici estremi sono più che mai incontrollabili e devastanti.

    I soldi per il ponte siano usati per mettere in sicurezza le zone fragili e per costruire le tante infrastrutture delle quali la Sicilia e la Calabria sono ancora, ingiustamente, prive.

  • Dalla Ue 78,8 milioni di euro per la transizione energetica della Tunisia

    In linea con la strategia energetica nazionale della Tunisia, “l’Ue sta investendo in energie rinnovabili e infrastrutture moderne per accelerare l’indipendenza energetica del Paese, promuovere una crescita sostenibile e migliorare la resilienza ai cambiamenti climatici. Questi sforzi producono miglioramenti tangibili a beneficio dei cittadini e contribuiscono a una maggiore stabilità nella regione del Mediterraneo”. Lo ha dichiarato l’ambasciatore dell’Ue in Tunisia, Giuseppe Perrone, confermando la forte accelerazione alla transizione energetica della Tunisia attraverso lo stanziamento di 35,8 milioni di euro in sovvenzioni – erogati tramite la Piattaforma di investimento di vicinato (Nip) – e un accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia, Elmed 2.

    In merito alle sovvenzioni da 35,8 milioni di euro, l’Ue ha firmato un accordo di contributo di 20,4 milioni di euro con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e un accordo di contributo di 15,4 milioni di euro con la Banca europea per gli investimenti (Bei). Queste sovvenzioni, a quanto si apprende, miglioreranno la sostenibilità finanziaria di progetti di energia rinnovabile su larga scala e sosterranno gli investimenti nelle infrastrutture di interconnessione della rete e di trasmissione dell’elettricità, contribuendo così a mobilitare finanziamenti aggiuntivi dal settore pubblico e privato. I primi progetti supportati in questo quadro includono un impianto solare fotovoltaico da 100 megawatt a Sidi Bouzid, sviluppato da Scatec e Aeolus, oltre a un portafoglio di progetti solari fotovoltaici da 300 megawatt nella regione di Gafsa guidati da Qair. Questi investimenti iniziali rappresentano complessivamente una capacità totale di 400 megawatt e si prevede che attireranno una più ampia partecipazione del settore privato e cofinanziamenti internazionali.

    In questo contesto, il vicepresidente della Bei, Ioannis Tsakiris, ha dichiarato che “la Tunisia è un partner chiave della Banca europea per gli investimenti a livello globale e questa sovvenzione europea di 15 milioni di euro rappresenta un passo cruciale verso la trasformazione di progetti prioritari di energia rinnovabile in investimenti finanziabili”. “Questa sovvenzione – ha aggiunto Tsakiris – dimostra chiaramente come il sostegno finanziario dell’Unione europea, insieme ai finanziamenti globali, possa essere determinante in questo processo”. La Bei si propone di stimolare investimenti su larga scala nell’energia solare e nelle infrastrutture di rete necessarie alla sua distribuzione, accelerando così il ritmo della transizione energetica in Tunisia e potenziando l’impatto dell’iniziativa Global Gateway”, volta a promuovere una connettività intelligente, pulita e sicura nei settori della digitalizzazione, dell’energia e dei trasporti, nonché a sostenere i sistemi sanitari, educativi e di ricerca in tutto il mondo. L’iniziativa mira a mobilitare fino a 300 miliardi di euro di investimenti attraverso un approccio “Team Europe”, che riunisce l’Ue, i suoi Stati membri e le loro istituzioni finanziarie e di sviluppo. Questi accordi contribuiscono direttamente al programma di energia rinnovabile della Tunisia da 1,7 gigawatt e al suo obiettivo di produrre il 35 per cento della sua elettricità da fonti rinnovabili entro il 2035, come affermato nel memorandum d’intesa tra l’Ue e la Tunisia sulla cooperazione nel campo dell’energia.

    L’accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro (circa 145 milioni di dinari in valuta locale), destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed 2, è stato firmato a Tunisi tra il governo e la Bers. L’accordo mira a rafforzare la rete elettrica della Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg) attraverso l’installazione di linee di trasmissione aeree, comprese le linee in entrata e in uscita nel governatorato settentrionale di Nabeul. La seconda fase del progetto è denominata Grid Reinforcement Program e prevede il rafforzamento delle griglie di trasmissione su territorio tunisino. In particolare, è prevista la posa di una linea aerea a 400 kV di circa 85 chilometri, che collegherà Grombalia (Nabeul) a Kondar (Sousse), attraversando quattro governatorati: Nabeul, Ben Arous, Zaghouan e Sousse. Il progetto include inoltre l’installazione di linee aeree in entrata e in uscita tra Ezzahra e Grombalia 1, collegate alla sottostazione Grombalia 2 (400/225 kV), per una lunghezza complessiva di circa 10 chilometri, nonché ulteriori linee tra Seltene e Grombalia 1, anch’esse collegate alla stessa sottostazione, per un totale di circa 10 chilometri.

    Il ministro tunisino dell’Economia e della Pianificazione, Samir Abdelhafidh, ha precisato che il prestito sarà rimborsato in 18 anni, con un periodo di grazia di cinque anni, sottolineando che la firma avviene in una fase caratterizzata da importanti sfide energetiche per la Tunisia, ma anche da opportunità storiche per accelerare la transizione energetica, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e consolidare l’integrazione regionale. Abdelhafidh ha definito Elmed 2 una componente chiave dell’ecosistema Elmed, essenziale per la sua piena operatività, in grado di facilitare l’integrazione su larga scala delle energie rinnovabili, migliorare la stabilità della rete nazionale e completare in modo coerente il programma di interconnessione sottomarina tra Tunisia e Italia. Elmed, inserito tra i progetti faro del Piano Mattei promosso dal governo italiano, collegherà la stazione di conversione elettrica di Partanna (Trapani) con quella tunisina di Mlaabi (Capo Bon). Implementato dall’italiana Terna e dalla Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg), e lungo 220 chilometri con una capacità di 600 megawatt, l’elettrodotto rappresenta il primo cofinanziamento dell’Ue per un’infrastruttura energetica congiunta tra uno Stato membro e un Paese terzo.

    Secondo il ministro tunisino Abdelhafidh, il progetto riveste anche una forte valenza strategica, allineandosi alle priorità nazionali in materia di transizione energetica e diversificazione del mix elettrico, e contribuendo al posizionamento della Tunisia come hub energetico regionale tra Nord Africa e mercato elettrico europeo. L’Ue è il principale partner commerciale e investitore della Tunisia, con oltre 3.400 aziende europee attualmente presenti nel Paese, che offrono oltre 400.000 posti di lavoro ai tunisini. La cooperazione comprende commercio, energie rinnovabili, mobilità, migrazione, istruzione, opportunità per i giovani, sviluppo rurale ed emancipazione femminile, a dimostrazione di un impegno comune a favore della prosperità, della stabilità e delle pari opportunità. Dalla firma del memorandum d’intesa sul partenariato strategico nel 2023, l’Ue ha mobilitato le proprie risorse finanziarie, tra cui oltre 600 milioni di euro a sostegno di settori quali energia, trasporti e piccole e medie imprese (Pmi), per agevolare investimenti per un totale di circa cinque miliardi di euro.

  • Tanti i traguardi raggiunti dal CCF nel 2025 per la protezione dei ghepardi

    Nel 2025 il Cheetah Conservation Fund, creato dall’antropologa californiana Laurie Merker per la difesa e la conservazione dei ghepardi, ha raggiunto molti traguardi in Namibia e Somaliland.

    In Namibia il CCF ha adottato il Sistema di Allarme Precoce (Early Warning System) grazie al quale è possibile sfruttare i collari di tracciamento per raccogliere informazioni rilevanti sui ghepardi che vivono allo stato selvatico e per inviare agli allevatori alert in tempo reale ogni qualvolta un ghepardo si avvicina alle loro terre. Nel 2025 si è raggiunta la ragguardevole quota di ben 185 allevatori aderenti al Sistema.

    Il 2025 ha visto in Somaliland l’inaugurazione del Centro di Studi e Formazione grazie al sostegno della Royal Commission for Al-Ula (RCU) dell’Arabia Saudita. Parte integrante del CRCC (Cheetah Rescue and Conservation Centre), il centro d’eccellenza sarà un hub per la formazione e l’addestramento professionale nell’ambito della conservazione e offrirà programmi immersivi per i visitatori provenienti non solo dal Somaliland, ma da tutto il Corno d’Africa.

    Uno straordinario traguardo è stato raggiunto nel 2025 dal programma One Health del CCF in Namibia, dove oltre 10.000 cani e gatti, anche randagi, sono stati vaccinati contro la rabbia nelle aree di conservazione gestite dalle comunità locali nei dintorni del Great Waterberg Landscape.

    Da oltre trent’anni i cani pastore del CCF sono quotidianamente impiegati al fine di prevenire i conflitti tra uomo e ghepardo. A questi cani, infatti, è affidato il delicato compito di proteggere la principale fonte di sostentamento delle comunità locali, riducendo al minimo la perdita di bestiame. Sono oggi più di 180 i cani al lavoro sul territorio

    Rafforzate le attività legate alle uscite di ispezione sul territorio che hanno avuto inizio nel 2024 e per le quali, grazie al Somaliland Camera Trap Project, sono state posizionate svariate fototrappole adatte a raccogliere dati di riferimento fondamentali per studiare le popolazioni di ghepardi nella regione. Il tutto nella più ampia cornice che vede il CCF impegnato in prima linea nella protezione dei ghepardi selvatici del Corno d’Africa. Sono stati 31 i ghepardi salvati in Somaliland dal traffico illegale di animali selvatici. Grazie alla stretta collaborazione tra le forze dell’ordine e i governi della regione, il CCF ha contribuito al monitoraggio dei cuccioli vittime del commercio illegale.

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