Ambiente

  • Un piano segreto di Musk per dominare il mondo? Se esiste non sta funzionando bene

    Elon Musk è sicuramente un personaggio stravagante e non proprio politically correct, ma le perplessità che la sua figura genera stanno forse per sconfinare nell’ennesima teoria del complotto, affermata più che dimostrata. Nel fiorente dibattito su un attacco che la tecnocrazia capitalista starebbe muovendo dal paradiso hi-tech della California al mondo, protagonista Musk ma non solo lui, l’uomo più ricco del mondo, Musk appunto, avrebbe secondo alcuni un piano segreto per conquistare il mondo.

    La mobilità elettrica, le gigafactory per produrre batterie, la rete satellitare Starlink, la robotica, l’intelligenza artificiale, i social network e progetti di interazione tra uomo e tecnologia come Neuralink sarebbero tutti passi, secondo tanto scrive Marco Montemagno, attraverso i quali Musk, che in ciascuno di questi campi opera con società che ha messo in piedi o ha acquistato, punta ad avere il controllo del pianeta.

    Francamente, pare un po’ eccessivo. La mobilità elettrica è un tema che ha acquistato popolarità attraverso Greta Thumberg almeno quanto attraverso la Tesla di Musk ed è stata più la prima che la seconda a indurre l’Unione europea a mettere al bando la costruzione di motori endotermici a partire dal 2035. Di più: a beneficiare di quella decisione è stata soprattutto la Cina, al punto che la stessa Unione europea ha parzialmente fatto retromarcia sulla motorizzazione elettrica per evitare che l’automotive dagli occhi a mandorla diventasse egemone a scapito dell’industria automobilistica europea. E se è vero che Musk ha interessi e fabbrica anche in Cina, è altrettanto vero che Tesla, dopo aver dovuto fare i conti con un calo di popolarità e di appeal per via dell’appoggio di Musk a Trump, ha dovuto fare i conti con un competitor cinese come Byd che proprio grazie all’entusiasmo generale per i motori elettrici ha acquisito una posizione di assoluto rilievo sul mercato mondiale dell’auto. Le gigafactory servono del resto per produrre ciò di cui le auto elettriche hanno bisogno per muoversi, le batterie, ma certo se a beneficiare della mobilità elettrica è la Cina il piano di Musk per dominare il mondo attraverso Tesla e gigafactory appare poco ben congegnato. Più che di dominare il mondo, a Musk può essere rimproverato di aver fatto sì che altri ci provassero.

    Starlink ha consentito all’Ucraina di difendersi dagli attacchi della Russia, anche se il suo utilizzo da parte di Kiev dipende largamente dagli umori dello stesso Musk, che può consentire come negare che l’Ucraina si avvalga dei satelliti della stessa Starlink. Almeno per ora più che consentire a Musk di dominare il mondo, sono serviti a impedire a Putin di domare l’Ucraina e per il futuro l’Unione europea sta mettendo a punto, seppur con notevole ritardo su Musk, un proprio sistema satellitare di difesa (se ne è parlato lo scorso autunno, quando si è ipotizzato che l’Italia si affidasse a Starlink).

    Quel che fu Twitter e oggi dopo essere stato comprato da Musk si chiama X non è l’unico social network al mondo e il problema delle fake news che circolano sui social non riguarda soltanto X, per quanto lassista possa essere la policy cui Musk ha improntato X una volta acquistatolo. Almeno finora, maggiori preoccupazioni, tanto da indurre a disporre divieti di utilizzo, ha suscitato TikTok (pure cinese). Grok, basato sull’intelligenza artificiale, è divenuto popolare, scalando la classifica delle app più scaricate, quando è emerso che poteva essere utilizzato per ottenere ‘rendering’ di persone avvenenti senza veli, ma Ue e Regno Unito hanno subito attivato limitazioni legali a tali facoltà e lo stesso Musk ha dichiarato che quella possibilità verrà inibita. Per quanto non sembri che quella possibilità sia stata davvero inibita, anche in questo caso almeno una parte del mondo ha dimostrato di non sottostare passivamente a ciò che Musk fa. Vero è che le limitazioni introdotte dalla Ue hanno indotto Donald Trump a reagire contro l’Unione europea al suo solito modo, non da ultimo negando l’accesso negli Usa all’ex commissario europeo Breton, ma il contenzioso tra Ue e Usa sulle tecnologie è in atto da decenni ormai (fu Mario Monti commissario europeo antitrust a introdurre le prime sanzioni verso i colossi americani della tecnologia) e Bruxelles appare coerente da anni nel seguire la linea che ha scelto.

    Optimus e Neuralink, le società di Musk che si occupano di robotica e di interazione tra macchine e cervello umano, non appaiono almeno per ora in grado di condizionare il mondo. Robot umanoidi se ne trovavano in vendita nelle vetrine di Tokyo già nei primi anni 2000, non sono certo un esclusiva di Musk o di altri, microchip nel cervello umano a tutt’oggi appaiono ancora ipotesi fantascientifiche, per quanti studi (anche opportuni, in termini di cura di malattie) vengano fatti sul tema.

  • Sicurezza e infrastrutture prima del Ponte sullo Stretto

    Dal 1794, come molti mezzi d’informazione hanno riportato, erano già note le gravissime condizioni idrogeologiche che, con l’incuria, la mancanza di interventi, l’aumento della popolazione, di case, fognature, tubature, e, non da ultimo, con il cambiamento climatico e le piogge costanti e torrenziali, hanno portato alla tragedia di Niscemi.

    Senza andare troppo indietro negli anni, e perdersi in mille rivoli, andiamo all’ultimo disastro, alla tragedia di oggi, annunciata già da quanto era avvenuto nel 1997 a Niscemi, per renderci conto che nessuna ha effettuato le opere necessarie

    Si indaga e, si spera, si identificheranno finalmente le responsabilità e si provvederà, in tempi brevi, a ridare alternative di vita a chi ha perso tutto, non solo la casa ed i beni ma anche quei ricordi che sono alla base dell’identità, ma ora è obbligatorio realizzare, non solo per Niscemi, quanto è necessario per impedire nuovi disastri.

    La realtà, inconfutabile, è che l’Italia, in gran parte, è un paese a rischio, sia per le complesse realtà idrogeologiche, per le vaste aree soggette a terremoti, per l’attività dei vulcani, ai piedi dei quali sono stati costruiti interi paesi, che per le coste martoriate da abitazioni abusive e da costruzioni spesso edificate con materiale scadente e, non ultimo, per l’eccessivo consumo del suolo.

    Non può più essere rimandata la costituzione di una commissione, con persone altamente qualificate, non legate alla politica ideologica, ad interessi elettorali o di categoria, che, con loro consulenti, agiscano in ogni regione, svincolati dalle amministrazioni regionali, per mappare tutto il territorio e procedere a tutti gli interventi urgenti.

    Interventi di bonifica ma anche di demolizione di quanto è a rischio o non in regola, una mappatura che non guardi in faccia a nessuno e che abbia l’immediata conseguenza di porre al riparo, con le opere necessarie, tutti e tutto da nuovi rischi, da altre sciagure annunciate.

    Dopo la tragedia del ponte di Genova si è impiegato un tempo infinito per mappare cavalcavia e ponti fragili o pericolosi ma, a distanza di otto anni, gli interventi, per metterli in sicurezza, non sono ancora stati realizzati completamente e continuiamo, in troppe strade, a viaggiare con una corsia per alleggerire il traffico nei punti pericolosi e la conseguenza è che il pericolo rimane.

    I problemi tecnici seri, dalla risoluzione dei quali dipende la nostra vita, non possono essere affidati a coloro che si devono occupare del consenso elettorale o devono rispondere a chi li ha nominati e può sollevarli dall’incarico.

    Senza polemiche ma guardando la realtà, dopo le onde alte quasi dieci metri che hanno sconvolto il litorale siciliano, distruggendo anche tratti della ferrovia, risulta evidente la necessità di rivedere la decisione di costruire il Ponte sullo Stretto.

    Forse troppi non solo trascurano di valutare quanto è accaduto negli ultimi giorni ma sono anche ignoranti, cioè ignorano o fanno finta di ignorare, che il terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria nel 1908 portò alla morte 500.000 persone, che l’area resta a rischio terremoti mentre il mare e gli eventi climatici estremi sono più che mai incontrollabili e devastanti.

    I soldi per il ponte siano usati per mettere in sicurezza le zone fragili e per costruire le tante infrastrutture delle quali la Sicilia e la Calabria sono ancora, ingiustamente, prive.

  • Dalla Ue 78,8 milioni di euro per la transizione energetica della Tunisia

    In linea con la strategia energetica nazionale della Tunisia, “l’Ue sta investendo in energie rinnovabili e infrastrutture moderne per accelerare l’indipendenza energetica del Paese, promuovere una crescita sostenibile e migliorare la resilienza ai cambiamenti climatici. Questi sforzi producono miglioramenti tangibili a beneficio dei cittadini e contribuiscono a una maggiore stabilità nella regione del Mediterraneo”. Lo ha dichiarato l’ambasciatore dell’Ue in Tunisia, Giuseppe Perrone, confermando la forte accelerazione alla transizione energetica della Tunisia attraverso lo stanziamento di 35,8 milioni di euro in sovvenzioni – erogati tramite la Piattaforma di investimento di vicinato (Nip) – e un accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia, Elmed 2.

    In merito alle sovvenzioni da 35,8 milioni di euro, l’Ue ha firmato un accordo di contributo di 20,4 milioni di euro con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e un accordo di contributo di 15,4 milioni di euro con la Banca europea per gli investimenti (Bei). Queste sovvenzioni, a quanto si apprende, miglioreranno la sostenibilità finanziaria di progetti di energia rinnovabile su larga scala e sosterranno gli investimenti nelle infrastrutture di interconnessione della rete e di trasmissione dell’elettricità, contribuendo così a mobilitare finanziamenti aggiuntivi dal settore pubblico e privato. I primi progetti supportati in questo quadro includono un impianto solare fotovoltaico da 100 megawatt a Sidi Bouzid, sviluppato da Scatec e Aeolus, oltre a un portafoglio di progetti solari fotovoltaici da 300 megawatt nella regione di Gafsa guidati da Qair. Questi investimenti iniziali rappresentano complessivamente una capacità totale di 400 megawatt e si prevede che attireranno una più ampia partecipazione del settore privato e cofinanziamenti internazionali.

    In questo contesto, il vicepresidente della Bei, Ioannis Tsakiris, ha dichiarato che “la Tunisia è un partner chiave della Banca europea per gli investimenti a livello globale e questa sovvenzione europea di 15 milioni di euro rappresenta un passo cruciale verso la trasformazione di progetti prioritari di energia rinnovabile in investimenti finanziabili”. “Questa sovvenzione – ha aggiunto Tsakiris – dimostra chiaramente come il sostegno finanziario dell’Unione europea, insieme ai finanziamenti globali, possa essere determinante in questo processo”. La Bei si propone di stimolare investimenti su larga scala nell’energia solare e nelle infrastrutture di rete necessarie alla sua distribuzione, accelerando così il ritmo della transizione energetica in Tunisia e potenziando l’impatto dell’iniziativa Global Gateway”, volta a promuovere una connettività intelligente, pulita e sicura nei settori della digitalizzazione, dell’energia e dei trasporti, nonché a sostenere i sistemi sanitari, educativi e di ricerca in tutto il mondo. L’iniziativa mira a mobilitare fino a 300 miliardi di euro di investimenti attraverso un approccio “Team Europe”, che riunisce l’Ue, i suoi Stati membri e le loro istituzioni finanziarie e di sviluppo. Questi accordi contribuiscono direttamente al programma di energia rinnovabile della Tunisia da 1,7 gigawatt e al suo obiettivo di produrre il 35 per cento della sua elettricità da fonti rinnovabili entro il 2035, come affermato nel memorandum d’intesa tra l’Ue e la Tunisia sulla cooperazione nel campo dell’energia.

    L’accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro (circa 145 milioni di dinari in valuta locale), destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed 2, è stato firmato a Tunisi tra il governo e la Bers. L’accordo mira a rafforzare la rete elettrica della Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg) attraverso l’installazione di linee di trasmissione aeree, comprese le linee in entrata e in uscita nel governatorato settentrionale di Nabeul. La seconda fase del progetto è denominata Grid Reinforcement Program e prevede il rafforzamento delle griglie di trasmissione su territorio tunisino. In particolare, è prevista la posa di una linea aerea a 400 kV di circa 85 chilometri, che collegherà Grombalia (Nabeul) a Kondar (Sousse), attraversando quattro governatorati: Nabeul, Ben Arous, Zaghouan e Sousse. Il progetto include inoltre l’installazione di linee aeree in entrata e in uscita tra Ezzahra e Grombalia 1, collegate alla sottostazione Grombalia 2 (400/225 kV), per una lunghezza complessiva di circa 10 chilometri, nonché ulteriori linee tra Seltene e Grombalia 1, anch’esse collegate alla stessa sottostazione, per un totale di circa 10 chilometri.

    Il ministro tunisino dell’Economia e della Pianificazione, Samir Abdelhafidh, ha precisato che il prestito sarà rimborsato in 18 anni, con un periodo di grazia di cinque anni, sottolineando che la firma avviene in una fase caratterizzata da importanti sfide energetiche per la Tunisia, ma anche da opportunità storiche per accelerare la transizione energetica, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e consolidare l’integrazione regionale. Abdelhafidh ha definito Elmed 2 una componente chiave dell’ecosistema Elmed, essenziale per la sua piena operatività, in grado di facilitare l’integrazione su larga scala delle energie rinnovabili, migliorare la stabilità della rete nazionale e completare in modo coerente il programma di interconnessione sottomarina tra Tunisia e Italia. Elmed, inserito tra i progetti faro del Piano Mattei promosso dal governo italiano, collegherà la stazione di conversione elettrica di Partanna (Trapani) con quella tunisina di Mlaabi (Capo Bon). Implementato dall’italiana Terna e dalla Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg), e lungo 220 chilometri con una capacità di 600 megawatt, l’elettrodotto rappresenta il primo cofinanziamento dell’Ue per un’infrastruttura energetica congiunta tra uno Stato membro e un Paese terzo.

    Secondo il ministro tunisino Abdelhafidh, il progetto riveste anche una forte valenza strategica, allineandosi alle priorità nazionali in materia di transizione energetica e diversificazione del mix elettrico, e contribuendo al posizionamento della Tunisia come hub energetico regionale tra Nord Africa e mercato elettrico europeo. L’Ue è il principale partner commerciale e investitore della Tunisia, con oltre 3.400 aziende europee attualmente presenti nel Paese, che offrono oltre 400.000 posti di lavoro ai tunisini. La cooperazione comprende commercio, energie rinnovabili, mobilità, migrazione, istruzione, opportunità per i giovani, sviluppo rurale ed emancipazione femminile, a dimostrazione di un impegno comune a favore della prosperità, della stabilità e delle pari opportunità. Dalla firma del memorandum d’intesa sul partenariato strategico nel 2023, l’Ue ha mobilitato le proprie risorse finanziarie, tra cui oltre 600 milioni di euro a sostegno di settori quali energia, trasporti e piccole e medie imprese (Pmi), per agevolare investimenti per un totale di circa cinque miliardi di euro.

  • Tanti i traguardi raggiunti dal CCF nel 2025 per la protezione dei ghepardi

    Nel 2025 il Cheetah Conservation Fund, creato dall’antropologa californiana Laurie Merker per la difesa e la conservazione dei ghepardi, ha raggiunto molti traguardi in Namibia e Somaliland.

    In Namibia il CCF ha adottato il Sistema di Allarme Precoce (Early Warning System) grazie al quale è possibile sfruttare i collari di tracciamento per raccogliere informazioni rilevanti sui ghepardi che vivono allo stato selvatico e per inviare agli allevatori alert in tempo reale ogni qualvolta un ghepardo si avvicina alle loro terre. Nel 2025 si è raggiunta la ragguardevole quota di ben 185 allevatori aderenti al Sistema.

    Il 2025 ha visto in Somaliland l’inaugurazione del Centro di Studi e Formazione grazie al sostegno della Royal Commission for Al-Ula (RCU) dell’Arabia Saudita. Parte integrante del CRCC (Cheetah Rescue and Conservation Centre), il centro d’eccellenza sarà un hub per la formazione e l’addestramento professionale nell’ambito della conservazione e offrirà programmi immersivi per i visitatori provenienti non solo dal Somaliland, ma da tutto il Corno d’Africa.

    Uno straordinario traguardo è stato raggiunto nel 2025 dal programma One Health del CCF in Namibia, dove oltre 10.000 cani e gatti, anche randagi, sono stati vaccinati contro la rabbia nelle aree di conservazione gestite dalle comunità locali nei dintorni del Great Waterberg Landscape.

    Da oltre trent’anni i cani pastore del CCF sono quotidianamente impiegati al fine di prevenire i conflitti tra uomo e ghepardo. A questi cani, infatti, è affidato il delicato compito di proteggere la principale fonte di sostentamento delle comunità locali, riducendo al minimo la perdita di bestiame. Sono oggi più di 180 i cani al lavoro sul territorio

    Rafforzate le attività legate alle uscite di ispezione sul territorio che hanno avuto inizio nel 2024 e per le quali, grazie al Somaliland Camera Trap Project, sono state posizionate svariate fototrappole adatte a raccogliere dati di riferimento fondamentali per studiare le popolazioni di ghepardi nella regione. Il tutto nella più ampia cornice che vede il CCF impegnato in prima linea nella protezione dei ghepardi selvatici del Corno d’Africa. Sono stati 31 i ghepardi salvati in Somaliland dal traffico illegale di animali selvatici. Grazie alla stretta collaborazione tra le forze dell’ordine e i governi della regione, il CCF ha contribuito al monitoraggio dei cuccioli vittime del commercio illegale.

  • Contrordine della comunità scientifica: il Glifosato è davvero pericoloso

    La rivista scientifica internazionale Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritrattato dopo 25 anni lo studio che affermava la sicurezza dell’erbicida Glifosato, evidenziando “serie criticità etiche legate all’indipendenza degli autori e all’integrità accademica dei dati sulla cancerogenicità presentati”. L’accusa, in pratica, è che a scrivere lo studio sia stata la stessa Monsanto, avvalendosi della complicità dei tre ricercatori.

    L’articolo, dal titolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, è stato pubblicato nel 2000 a firma di tre ricercatori – Gary Williams (New York Medical College), Robert Kroes (Università di Utrecht) e Ian Munro (società di consulenza Cantox, oggi Intertek) – e si presentava come una valutazione indipendente della sicurezza del glifosate, principio attivo dell’erbicida Roundup di Monsanto, giudicato non dannoso per la salute umana. Dal 2000 ad oggi le autorità di regolamentazione di molti Paesi hanno utilizzato proprio questo studio come tassello chiave a sostegno della presunta sicurezza degli erbicidi a base di glifosate, inclusa l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa).

    La revoca (retraction) di uno studio rappresenta la sanzione più grave per un lavoro scientifico: interviene quando emergono errori sostanziali o quando si configurano veri e propri casi di frode.

    Peraltro nel corso degli anni molte sentenze hanno condannato la Monsanto (acquisita nel 2028 dalla Bayer) versare risarcimenti milionari in seguito a cause civili promosse da agricoltori e giardinieri colpiti da tumore legato all’uso del glifosato.

    E non sono mancati studi che hanno lanciato l’allarme. Diversi studi hanno rilevato residui di glifosato nel latte materno, sollevando preoccupazioni per gli effetti sulla crescita infantile, data la vulnerabilità dei neonati e il ruolo cruciale del latte come nutriente e prima difesa immunitaria. La prima analisi del 2014, commissionata da “Moms Across America” e “Sustainable Pulse”, ha trovato residui elevati in 3 su 10 campioni di latte materno di donne americane. Nel 2017, uno studio sul Journal of Agromedicine ha confermato la presenza di glifosato e paraquat nel siero materno e nel cordone ombelicale di 82 donne thailandesi in gravidanza, chiedendo maggiore regolamentazione. Anche lo studio dell’Università di Paranà sul Brazilian Journal of Medical and Biological Research, ha rilevato glifosato in tutti i 67 campioni di latte materno analizzati, oltre che in acqua potabile e di pozzo della zona, con stime significative di ingestione nei primi 6 mesi di allattamento che amplificano i rischi ambientali e per la salute neonatale.

  • Dall’UE 1,5 miliardi di euro all’Italia per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di aiuti di Stato da 1,5 miliardi di euro a sostegno di investimenti strategici che aggiungono capacità di produzione di tecnologie pulite, in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita. La misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette. Il regime è stato approvato a titolo della disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita adottata dalla Commissione il 25 giugno 2025. Il regime sarà cofinanziato dal Fondo per la ripresa e la resilienza.

    Il 25 giugno 2025 la Commissione europea ha adottato la disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita per promuovere misure di sostegno in settori fondamentali per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, in linea con il patto per l’industria pulita.

    La nuova disciplina consente i tipi di aiuti seguenti, che possono essere concessi dagli Stati membri fino al 31 dicembre 2030 al fine di accelerare la transizione verde.

    “Questo regime contribuirà ad aumentare la capacità di produzione di tecnologie pulite in Italia fornendo un sostegno a investimenti chiave. Gli aiuti del governo italiano, combinati con i fondi del dispositivo per la ripresa e la resilienza, aiutano a raggiungere gli obiettivi del patto per l’industria pulita, mantenendo nel contempo al minimo le potenziali distorsioni della concorrenza”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

  • 2040, il baratro europeo

    La Ue ha raggiunto un accordo per stabilire un obiettivo vincolante di riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Questo obiettivo intermedio fa parte della Legge europea sul clima e si inserisce nel percorso verso la neutralità climatica totale (zero emissioni nette) entro il 2050. In più si afferma come la stessa Unione Europea abbia concesso agli Stati membri e alle aziende di utilizzare, ad esempio, crediti di carbonio ottenuti da iniziative antinquinamento globali per raggiungere i loro specifici traguardi.

    Questo quadro ideologico, già di per sé insostenibile rispetto ad una situazione geopolitica internazionale normale, diventa catastrofico nei momenti in cui andrebbe valutato anche il contesto fortemente influenzato dalle crisi internazionali tanto economiche quanto belliche ed in ultimo legate anche alla gestione monopolistica cinesi delle terre rare.

    La positiva flessione progressiva e continuata delle emissioni in Europa andrebbe favorita con incentivi fiscali in quanto espressione di investimenti finanziari e professionali, invece di imporre dei divieti assoluti come il perseguimento della riduzione del 90% delle emissione del 2040 e il divieto della vendita di motori endotermici a 2035. Andrebbe per lo meno considerata la assoluta ininfluenza sull’andamento globale del quadro climatico in ragione di una riduzione delle emissioni europee, in quanto già ora minimali. Come naturale conseguenza, questo quadro di incertezza relativa ad una inesistente politica energetica europea ed italiana in particolare favorisce la fuga ormai conclamata delle attività industriali. Questa determinerà un deserto economico ed occupazionale senza precedenti dal dopoguerra ad oggi al quale la Ue assiste e partecipa attivamente per non invertire il drammatico trend.

    Valutando il quadro internazionale andrebbero considerate le politiche energetiche della Cina la quale per realizzare i propri prodotti utilizza 527 milioni tonnellate di carbone diventando la prima fonte di emissione ed inquinamento al mondo marginalizzando come detto in precedenza la responsabilità europea. In più, ma non per questo ultimo per importanza, lo scenario internazionale vede in atto due scenari bellici che hanno consigliato ed imposto a tutti gli attori internazionali di modificare quantomeno nella tempistica gli obiettivi strategici già definiti tanto in ambito economico quanto politico.

    Viceversa, l’Unione Europea, unica al mondo, ancora oggi si illude di raggiungere la decarbonizzazione della propria economia, un obiettivo ridicolizzato dai dati relativi al 2024 che hanno visto invece un’esplosione delle emissioni, nonostante i sacrifici, in termini di costi aggiuntivi, per le imprese europee in quanto imposti dalla stessa Unione.

    Questa continua a confermarsi come l’unica istituzione al mondo la quale imperterrita mantiene come centrale il perseguimento del proprio obiettivi ideologici, ambientali e politici indipendentemente dal degrado geopolitico internazionale che dovrebbe indurre ad una maggiore cautela specialmente in ragione degli effetti economici che tali scenari creano.

    Non paga, quindi, l’istituzione europea risulta ancora una volta assolutamente scollegata dal contesto internazionale, quindi non vede (non conosce), non sente (non comprende), non sa (non programma) e di fronte ad uno scenario in continua evoluzione conferma la propria inamovibile ed assolutamente granitica ideologia ambientalista antieconomica confermandosi molto peggiore delle scimmiette che rappresentano questi comportamenti.

    La flessibilità politica e strategica in rapporto al contesto internazionale di certo rappresenta un valore aggiunto per una qualsiasi classe politica e dirigente, ancora oggi sconosciuto nel continente europeo.

  • Tupuka, una storia di coesistenza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Verso la fine di agosto il Cheetah Conservation Fund è intervenuto in una fattoria in Namibia per prelevare un ghepardo maschio che era stato trattenuto dall’allevatore perché, sebbene non avesse cacciato che animali selvatici, il felino si era avvicinato troppo al kraal, il recinto all’interno del quale venivano allevati i vitelli. Portato il ghepardo nella nostra clinica, lo staff lo ha sottoposto ad esami, in seguito ai quali si è potuto stabilire che l’animale era sano, pesava 42 kg e aveva un’età stimata di 4 o 5 anni. Inoltre, gli sono stati prelevati campioni di pelo e sangue, è stato somministrato il vaccino antirabbico e applicato un collare di localizzazione.

    Parallelamente, lo staff ha instaurato una collaborazione con l’allevatore che ha infine deciso di aderire al cosiddetto “Sistema di Allerta Rapido” (Early Warning System), un programma elaborato dal CCF che prevede l’utilizzo di dispositivi satellitari GPS dotati di funzioni di geofencing. All’interno dell’unità GPS è creato un recinto virtuale che corrisponde al territorio di proprietà dell’allevatore. Ogniqualvolta che il dispositivo rileva una “breccia” nel recinto virtuale, l’allevatore riceve tempestivamente un alert che gli permette di prevenire qualsiasi potenziale minaccia al suo bestiame senza ricorrere a metodi drastici o letali, consentendo al contrario la convivenza tra uomo e ghepardo.

    La Namibia ospita la più grande popolazione selvatica di ghepardi, la maggior parte dei quali vive al di fuori delle aree protette, aggirandosi per lo più nei pressi di aree coltivate e ritrovandosi a condividere il territorio con le comunità locali e gli animali domestici. Oggi però approcci innovativi, quali il Sistema di Allerta Rapido, stanno facendo la differenza nella coesistenza tra uomo e grandi predatori.

    Il ghepardo protagonista di questa storia è stato rilasciato a metà settembre nella riserva del CCF, vicino alla fattoria dove era stato trattenuto. La sua esperienza testimonia i risultati che si possono raggiungere quando gli sforzi di conservazione e le comunità locali operano nella stessa direzione: la conoscenza sostituisce la paura, la coesistenza pacifica sostituisce il conflitto. L’allevatore e la sua famiglia hanno deciso di dare un nome a quello che oramai non è più visto come un nemico: Tupuka che in lingua herero significa “colui che corre”.

  • Why Delhi’s experiment to fix toxic smog with artificial rain failed

    Authorities in Indian capital Delhi unsuccessfully carried out a cloud seeding trial, which is the science of altering clouds to make rains, to tackle the city’s worsening air pollution on Tuesday.

    Cloud seeding is done by firing small particles – usually silver iodide – into clouds to produce rain. The technique is used around the world, but experts doubt its efficacy as a long-term air pollution control measure.

    A team of the Indian Institute of Technology (IIT) Kanpur and the Delhi government carried out the trial over several neighbourhoods, as thick smog enveloped the city.

    But the attempt – the first in 53 years – was “not completely successful” due to the lack of moisture in the air.

    Over the past two weeks, Delhi’s Air Quality Index (AQI) – which measures the level of PM 2.5 or fine particulate matter in the air that can clog lungs – has been hovering between 300 and 400, which is nearly 20 times the acceptable limit.

    On Tuesday, authorities used a Cessna aircraft to release fire flares containing silver iodide and sodium chloride into the atmosphere.

    In a statement, IIT Kanpur said that despite the lack of rain, there had been a measurable reduction in particulate matter because of Tuesday’s experiment, “indicating that even under limited moisture conditions, cloud seeding can contribute to improved air quality”.

    However, the institute’s director Manindra Agarwal told BBC Hindi that this can’t be a long-term fix for Delhi’s perennial pollution problem.

    “One measure of success is if it rains, which certainly did not happen,” said Mr Agarwal. “The moisture content in the clouds yesterday [Tuesday] was very low. We will continue our efforts in the near future.”

    The trial is likely to be repeated in the coming weeks after the moisture levels in the clouds increases again, Delhi’s Environment Minister Manjinder Sirsa told reporters.

    Delhi’s first cloud-seeding experiment was carried out in 1957, followed by another attempt in 1972, according to the Indian Institute of Tropical Meteorology.

    While those experiments were aimed at drought management, this was the first indigenous effort at cloud seeding to control pollution, said Mr Agarwal.

    The city had considered cloud seeding in 2023 as well, but the plan did not materialise due to pending court approvals.

    Back then, scientists had also highlighted how it was an expensive strategy with low success rates.

    Cloud seeding speeds up the condensation of moisture in clouds to create rain. The salt granules act as ice-nucleating particles, which enable ice crystals to form in the clouds. The moisture in the clouds then latches on to these ice crystals and condenses into rain.

    But the process doesn’t always work and is dependent on the right amount of moisture and humidity in the clouds to allow for ice nuclei to form.

    There is not enough empirical evidence on how much the AQI can come down by cloud seeding, climate change and sustainability expert Abinash Mohanty told the BBC in 2023.

    “We also don’t know what its [cloud seeding] effects are because in the end you’re trying to alter natural processes and that’s bound to have limitations.”

    Globally cloud seeding exercises have yielded mixed results.

    China has boasted about its success to manage rains before hosting the Olympics, with Beijing using rockets, cannons and drones to do cloud seeding.

    However, in the United Arab Emirates, questions over the technique were raised, following floods in Dubai last year.

  • Ok del governo al nucleare, Emilia Romagna contraria a riutilizzare Corso

    Il governo ha dato l’ok al ritorno dell’Italia al nucleare, sulla base delle tecnologie attuali per quel tipo di energia, ed in Emilia Romagna è scattato il no al riutilizzo di Caorso. «Il sito dell’ex centrale di Caorso va valorizzato, escludendo il ritorno al nucleare» afferma il consigliere regionale Luca Quintavalla (Pd), che ha depositato una risoluzione in cui chiede alla Giunta regionale di dialogare con il governo al fine di eliminare l’automatismo che, ad oggi, prevede che tutti i siti che hanno ospitato centrali nucleari in passato vengano considerati idonei a ospitarne di nuove. La Regione Emilia-Romagna ha già espresso questa posizione in sede di Commissioni della Conferenza Unificata, nel contesto dell’iter del Disegno di legge “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile».

    «Non siamo contrari al nucleare a prescindere – afferma Quintavalla – ma l’ipotesi di ripristinare questa destinazione a Caorso, se diventasse realtà, rappresenterebbe un drastico cambio di rotta rispetto al lavoro di smantellamento della centrale portato avanti negli ultimi 25 anni con Sogin, società che fa capo al Governo (a fine 2024 l’avanzamento risultava essere circa al 50% circa dell’intero procedimento; la chiusura dei lavori, inizialmente prevista per il 2019, è stata spostata al 2036). Significherebbe quindi contraddire gli impegni assunti sin qui con le istituzioni locali e la popolazione in termini di messa in sicurezza e valorizzazione del sito».

    «La posizione della Regione Emilia-Romagna, ribadita nel corso dell’ultima riunione del Tavolo per la trasparenza convocato dall’Assessora Irene Priolo, è chiara: il sito di Caorso – afferma il consigliere dem – va valorizzato attraverso un percorso partecipato, attivato nei mesi scorsi proprio dalla Regione con i territori coinvolti e i Comuni piacentini rivieraschi del Po, per la realizzazione di un centro di produzione di energia da mix di fonti rinnovabili, aperto anche alla ricerca in ambito energetico, in collaborazione con le Università, a partire dal Tecnopolo di Piacenza».

    L’automatismo voluto dal Governo, prosegue Quintavalla, «scavalcherebbe pertanto la volontà del territorio». «Ricordo infatti – prosegue – che nella seduta del 20 novembre 2024 il Consiglio Comunale di Caorso ha approvato una mozione unitaria che impegna il sindaco a sostenere in ogni sede il completamento della dismissione della centrale, sostenendo che nel sito in questione si possa tornare a produrre energia, ma in forma sostenibile con fonti rinnovabili, oltre a mantenere e potenziare in loco le competenze del Centro di Formazione e Ricerca (Scuola di Radioprotezione)».

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