Ambiente

  • Incontro G20 sull’ambiente, clima ed energia: quali priorità?

    Fino a domani a Napoli si svolgerà il G20 sulle tematiche ambientali e su come favorire la transizione ecologica. La Presidenza del G20, com’è noto, attualmente è dell’Italia. L’ISPI ha presentato una disanima in merito dal titolo Come realizzare la transizione ecologica? Come affrontare il cambiamento climatico? Quali sono le opportunità di una ripresa sostenibile e inclusiva.

    Per i ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20 che si incontrano a Napoli i principali obiettivi sono: conciliare la tutela dell’ambiente con la crescita economica e la giustizia sociale; salvaguardare gli ecosistemi e prevenire la perdita di biodiversità; dare priorità e attuare politiche di crescita verde a basse emissioni di carbonio nei pacchetti di ripresa post-pandemia; favorire la transizione energetica verso le rinnovabili per ridurre le emissioni globali: questi alcuni degli obiettivi della Riunione Ministeriale che si terrà a Napoli il 22-23 luglio.
    Su questi temi la Presidenza italiana ha avanzato proposte per sollecitare la comunità internazionale verso obiettivi più ambiziosi.
    Cosa può fare davvero il G20 per gettare le basi di una ripresa davvero sostenibile? Quali azioni concertate possono essere intraprese per costruire un sistema socio-economico a basse emissioni di carbonio e resiliente al clima?
    Con circa il 90% del PIL mondiale, circa i due terzi della popolazione mondiale e circa l’80% delle emissioni di gas serra, i paesi del G20 sono chiamati a svolgere un ruolo significativo nel limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e nel trovare soluzioni praticabili per combattere il cambiamento climatico.
    Il lavoro della Ministeriale sarà articolato in tre macro-aree:
    1) biodiversità, protezione del capitale naturale e ripristino degli ecosistemi; 2) uso efficiente delle risorse ed economia circolare; 3) finanza verde.
    L’ultimo numero, la finanza verde, è stato protagonista della Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici, tenutasi l’11 luglio a Venezia, durante la Riunione Ministeriale delle Finanze del G20. I leader del G20 hanno mostrato una crescente consapevolezza della necessità di rendere il settore privato un partner cruciale poiché gli investimenti necessari per “verdirne” l’economia globale superano di gran lunga i fondi pubblici disponibili. La Presidenza italiana ha puntato i riflettori sul sostegno finanziario alla transizione verde istituendo il Sustainable Finance Working Group (SFWG), che dovrebbe anche puntare a coinvolgere investitori privati e definire meglio il ruolo che lo sviluppo e le banche regionali possono svolgere nel sostenere i paesi poveri e in via di sviluppo .
    Sebbene i paesi del G20 sembrino allineati sull’obiettivo della neutralità del carbonio e dell’economia a basse emissioni di carbonio nei prossimi decenni, permangono alcune divergenze su questioni chiave come il meccanismo di regolazione delle frontiere del carbonio: aumenta il rischio di “protezionismo verde”? Come progettarlo per renderlo compatibile con le regole del commercio internazionale? Su queste e altre pressanti questioni ambientali globali, il T20 – e in particolare la Task Force su Clima, Energia Sostenibile e Ambiente coordinata dall’ISPI – ha raccolto le sue raccomandazioni politiche in una dichiarazione presentata ai ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20.

    Fonte: ISPI

  • Le calamità naturali in Europa sono costate 77 miliardi in 20 anni

    Il cambiamento climatico e i suoi drammatici effetti come le inondazioni che in questi giorni stanno devastando il nord Europa sono una realtà concreta e misurabile, con un impatto sulle nostre vite, ma anche sulle nostre economie. Nel periodo che va dal 1995 al 2017, alluvioni, tempeste, siccità e terremoti hanno provocato degli shock economici negativi nell’Unione europea con un conseguente calo della produzione interna, causando quasi 77 miliardi di danni, di cui 43,5 miliardi di euro direttamente collegabili ai disastri naturali, e 33,4 miliardi di euro derivanti dai legami economici con le aree colpite da calamità naturali. La fotografia, piuttosto cupa, è restituita dal progetto di ricerca Titan, realizzato dal programma europeo Espon, specializzato in analisi delle politiche regionali.

    Secondo i ricercatori, l’Europa centrale, orientale e sud-orientale è stata l’area relativamente più colpita da calamità naturali in termini economici. E tra i Paesi più esposti c’è anche l’Italia, dove a subire di più i colpi del cambiamento climatico spiccano l’Abruzzo e diverse province in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia. Non va comunque meglio sul versante occidentale europeo, dove a soffrire i maggiori danni sono state alcune aree nel Regno Unito, in Irlanda, Danimarca, Francia e Spagna.

    Le tempeste di vento e le alluvioni sono, tra le calamità naturali osservate, quelle che hanno lasciato ricadute economiche e disastri più pesanti dietro sé. Tra il 1981 e il 2010, questi fenomeni hanno causato il 76% dei danni stimati dai ricercatori, seguiti da siccità e terremoti, ciascuno responsabile per il 24%.

    Le regioni più interessate dalle calamità naturali non sono comunque necessariamente quelle che soffrono le maggiori perdite economiche. Francia e Germania, ad esempio, sono le aree più colpite dalla siccità, ma i danni più consistenti causati da questo fenomeno si registrano nei Paesi del Mediterraneo (Italia e Spagna su tutti), e dell’Europa centro-orientale (Romania e Ungheria).

    “Le calamità naturali – scrivono i ricercatori – non sono equamente distribuite tra i diversi territori. A parità di pericolosità, il loro impatto può variare considerevolmente” a seconda della vulnerabilità di un determinato luogo. Una variante complessa da definire, composta da una molteplicità di fattori – sociali, economici, demografici, ambientali e di governance – che aiuta a capire perché una calamità naturale possa trasformarsi in una catastrofe.

    Secondo lo studio, i territori più vulnerabili e a rischio anche per il prossimo futuro si trovano nella regione baltica e nell’Europa orientale e meridionale. Aree definite “ad alta” e “molto alta” vulnerabilità nelle quali, complessivamente, si concentrano 116 milioni di persone su un totale di 528 milioni, pari al 22% della popolazione europea. Italia, Grecia, Romania e Bulgaria sono i Paesi che contano la maggior parte della popolazione residente in territori molto vulnerabili, seguiti da Spagna, Portogallo, Ungheria, Polonia e Francia.

  • L’inquinamento ideologico

    Il terzo millennio ha assistito al trasferimento del furore ideologico e rivoluzionario dalle tematiche politiche a quelle etiche ed ambientaliste. Dal crollo del muro di Berlino agli ultimi disordini di Cuba la volontà politica rivoluzionaria ha perso ogni riferimento istituzionale e politico reale (rimane solo la Corea del Nord) e come logica conseguenza per la propria stessa sopravvivenza ed esistenza “in vita” ha dirottato il proprio furore verso scenari etici ed ambientalisti. Dimostrando, comunque, anche in questi casi la assoluta intransigenza classica delle forze rivoluzionarie e sovversive che non intendono mediare minimamente alla ricerca di un consenso democratico ma semplicemente imporre le proprie idee sic et nunc.

    La vicenda del decreto Zan dimostra essenzialmente quanto granitico contemporaneamente antidemocratico possa risultare l’atteggiamento di chi intenda imporre una legge nella medesima forma in cui è stata ideata invece di cercare una mediazione democratica.

    In ambito ambientalista, tuttavia, lo spirito rivoluzionario sia in Italia che in Europa trova uno nuovo spazio tanto ampio quanto inversamente proporzionale alla competenza espressa. La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha indicato nel 2035 il “traguardo” per imporre il divieto di vendita di autovetture endotermiche al fine di abbassare del 50% (?) le emissioni di CO2. Francamente si ignora ancora oggi per quale sconosciuta proprietà transitiva le competenze in ambito delle politiche familiari (maturate come ministro in Germania) possano essersi trasformate in pochi anni in quelle relative alla sostenibilità. Tant’è, una dichiarazione che ha trovato ovviamente il consenso di tutti gli schieramenti politici i quali, come scritto prima, orfani di modelli istituzionali e politici di riferimento ora si gettano anima e corpo in quelle ambientaliste per combattere l’ultima battaglia “rivoluzionaria” possibile e contemporaneamente giustificare la propria esistenza.

    All’interno della complessa tematica ambientalista, tuttavia, risulterebbe opportuno che tanto la presidente della Commissione europea quanto i dotti leader politici ora novelli ecologisti cominciassero ad abbandonare la deriva ideologica legata all’ambientalismo talebano per entrare finalmente nell’ambito della conoscenza e dell’approfondimento. Solo in questo caso, infatti, questi potrebbero apprendere come da un rapporto pubblicato da “Transport & Environment” (*) [sintesi delle principali associazioni europee per la lotta all’inquinamento] nel 2017 le 203 navi da crociera abbiano consumato 2.367 chilotonnellate di carburante (1 chilotonnellata uguale 1.000 tonnellate) emettendo 10.286 chilotonnellate di CO2 unite a 10 chilotonnellate di zolfo (SOx) e 10 chilotonnellate di particolato (PM) (*). Quindi, ai vettori navali croceristici vengono attribuite oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 pari alla quantità emessa dagli stati di Lussemburgo, Lettonia e Cipro uniti e soprattutto pari a 20 volte le emissioni dei 260 milioni di auto circolanti in Europa. Inoltre, sempre in rapporto alla rilevazione del 2017 delle 203 navi da crociera si ricorda come il settore marittimo utilizzi un carburante marino con una percentuale di zolfo pari allo 0,1% per litro: 100 volte superiore a quello utilizzato dalle autovetture che per legge risulta pari allo 0,001% per litro. Questo limite può arrivare fino al 1,5% se si naviga al di fuori delle aree marine protette ma addirittura al 3,5% per le navi cargo, quindi 3.500 volte superiore al limite imposto per autovetture (*).

    Questo strabismo, espressione di un approccio squisitamente ideologico, viene confermato anche quando vengono analizzate le emissioni del settore aeronautico. Anche in questo caso alcuni dati possono risultare oltre che chiarificatori anche preziosi. Va ricordato, per cominciare, come una giornata di lavoro di un aeroporto equivalga all’emissione di oltre 350.000 autovetture, mentre gli aerei commerciali generano all’anno oltre 600 milioni di tonnellate di CO2 con la particolarità del settore aereo di scaricare direttamente anche l’ossido di azoto direttamente nella stratosfera.

    Il settore aeronautico privato usufruisce, inoltre, dell’assoluta esenzione di accise ed inoltre le sue dinamiche delle emissioni non rientrano nel protocollo di Kyoto tra quelle da ridurre, al contrario del settore automobilistico (*). In questo senso, allora, basti ricordare come per ogni passeggero il trasporto aereo emetta 285 mg di CO2 mentre risultano 42 mg per il trasporto su ruota (**).

    Ovviamente, per continuare, tanto alla presidente della Commissione europea quanto ai burocrati che la sostengono risulterà, inoltre, assolutamente sconosciuto il rapporto della divisione motori del CNR (****), il massimo istituto di ricerca italiano, il quale, confrontando i diversi parametri di compatibilità ambientale applicati tanto al ciclo di produzione (1)  quanto alle emissioni (2) ed al ciclo di smaltimento (3),  è arrivato alla conclusione di come il motore diesel risulti meno impattante nell’ambiente rispetto ad un auto elettrica

    (https://valori.it/il-diesel-inquina-meno-dellelettrico-una-sorprendente-analisi-del-cnr-spiega-perche/) (***).

    Questi pochi dati dimostrano essenzialmente come da una parte l’azione di lobbysmo esercitata dal settore aereonautico, non solo dalle compagnie aeree ma soprattutto dalle aziende produttrici di aeromobili che spesso vedono impegnato anche capitale pubblico, abbia ottenuto una “tutela politica” il cui costo risulta interamente a carico del settore automobilistico. Inoltre la scellerata dichiarazione del Presidente della Commissione europea dimostra l’assoluta irresponsabilità in quanto, di fatto, bloccherà o quantomeno condizionerà ogni investimento e miglioramento tecnologico dei motori endotermici con conseguenti disastrose ricadute occupazionali per l’intera e complessa filiera produttiva

    A questi costi economici e sociali diretti si dovranno aggiungere anche i vantaggi competitivi per le altre aree macroeconomiche le quali si guardano bene dall’applicare dei protocolli così granitici anche per le terribili conseguenze economiche e sociali. In molti di questi, infatti, non viene negato il valore della movimentazione elettrica, specialmente in ambito urbano e quindi il valore di un nuovo impulso all’auto elettrica, ma contemporaneamente non vengono di certo penalizzate assolutamente le automobili endotermiche. Una valutazione totalmente corretta se considerato il difficile momento dell’economia mondiale legato agli effetti della pandemia da covid-19.

    Nella vecchia Europa, invece, e nel nostro Paese l’ideologia ecologista rappresenta la nuova versione 4.0 di uno schieramento politico ben identificato, già sconfitto dalla storia, come la vicenda di Cuba dimostra in questi giorni.

    Tuttavia, la traslazione dei medesimi ed obsoleti principi politici ed ideologici, i quali nulla hanno a che fare con la “transizione ecologica”, produrrà in questo caso degli effetti disastrosi da qui al 2035 lasciando completamente invariato il problema dell’inquinamento espressione, come ampiamente dimostrato, di cause diverse dall’auto privata. In questo senso, quindi, ci si trova di fronte non tanto ad una forma di classica ignoranza della relazione causa-effetto quanto alla sua stessa negazione come evidente espressione di un approccio assolutamente ideologico privo di contenuti e conoscenza e magari probabilmente condizionato anche da interessi corporativi.

    Un comportamento di una classe politica e burocratica europea e italiana supportato da schieramenti politici assolutamente pericolosi in quanto non in grado, forse anche per una propria disonestà intellettuale, di entrare nelle logiche complesse e soprattutto nelle cause articolate di un fenomeno mondiale come quello dell’inquinamento.

    In questo contesto caratterizzato da problematiche complesse legate anche alle conseguenze economiche e sociali della pandemia l’approccio ideologico alle tematiche di sostenibilità rappresenta la peggiore forma di inquinamento con effetti disastrosi di gran lunga superiori a quelli dei carburanti fossili.

    (*) fonti: www.lescienze.it, www.rinnovabili.it, www.noGeoingegnerie.com, www.TransportEnvironment.org

    (**)   www.infodata.ilsole24ore..com

    (***) www.im.cnr.it

    (****) www.cnr.it

  • Quale concetto di sostenibilità

    Culturalmente la nostra epoca si potrebbe identificare con il processo di appiattimento ed assimilazione generale di buona parte della classe politica e dirigente ad un tema considerato mainstream. A livello europeo questo processo diventa addirittura identificativo e distintivo senza spesso averne approfondito le tematiche generali come gli aspetti specifici.

    In questo momento, anche durante il G20 a Venezia, il concetto “politico” relativo alla ricerca di una maggiore ecosostenibilità ha assicurato il palcoscenico per ottenere visibilità e quindi è stato utilizzato da ogni carica politica e governativa in cerca delle luci della ribalta. In più, la sola evocazione di una qualsivoglia sostenibilità diventa una medaglia ed ammanta di novella verginità quelle professionalità come le stesse figure politiche già ampiamente compromesse con le passate gestioni i cui effetti si vorrebbero ora contrastare.

    Tuttavia sembra paradossale come la sostenibilità risulti ancora legata solo ed esclusivamente al concetto di riduzione delle emissioni di CO2. Anche in questo senso andrebbe ricordato a questi novelli esperti di ecosostenibilità come il 50% del totale delle emissioni dei gas serra vada attribuito a 25 megalopoli delle quali 23 sono in territorio cinese. Risulta assolutamente ridicolo, quindi oltre che insultante per chi lo subisce, ogni blocco del traffico che assessori e sindaci privi di competenze ma abbondantemente imbevuti di ideologia impongono alle città italiane.

    Tornando al concetto di ecosostenibilità, secondo il suo valore più complesso ed alto dovrebbe comprendere anche altri parametri altrettanto importanti come le percentuali di dipendenti a tempo indeterminato, la certificazione dei fornitori e il rispetto normativo nello smaltimento dei rifiuti delle lavorazioni. Questo concetto di sostenibilità privo di quel contenuto ideologico risulta molto più vicino ed adeguato ad un quadro di sviluppo complessivo sostenibile anche in relazione al tentativo di azzerare o perlomeno ridurre possibilmente ogni costo sociale (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/). Inoltre, invece di allinearsi alle discutibili posizioni massimaliste tenute dall’Unione Europea il governo italiano e il suo Parlamento dovrebbero dimostrare di conoscere e apprezzare il sistema economico  e soprattutto il  sistema industriale italiano partendo dalla consapevolezza dei propri risultati già raggiunti proprio in tema di sostenibilità (30.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/30/ambiente-la-miopia-europea-ed-italiana/).

    Tutelare la specificità del sistema economico industriale italiano rappresenta o dovrebbe rappresentare il principale obiettivo di una classe dirigente politica e governativa senza per questo risultare distanti dalle politiche di “austerità ambientale” ma potenziali veicoli di un forte impatto economico e sociale.

    In questo senso basterebbe ricordare come l’Unione europea contribuisca con il 9% delle emissioni di CO2, quindi, rimanendo più che condivisibile la ricerca di un minore impatto (*) ambientale, emerge evidente come la miopia europea nasconda obbiettivi politici ed ideologici pericolosi per la crescita complessiva del nostro Paese e dell’Europa industriale. In questo senso basti ricordare la recente ricerca pubblicata dall’istituto Bruno Leoni nella quale si dimostra come gli oltre 1000 miliardi investiti nelle ferrovie abbiano avuto sotto il profilo ambientale un impatto pressoché minimale nel settore del trasporto merci (https://www.linkiesta.it/2021/07/ferrovie-treni-europa-ambiente/).

    Invece di accodarsi al trend dominante e fuorviante europeo, espressione di una impostazione ideologica anti economica, il governo Draghi dovrebbe con orgoglio rivendicare gli obiettivi raggiunti e prospettare un concetto di sostenibilità più ampio contenente fattori e parametri aggiuntivi espressione di una sintesi economica, sociale ed ambientale.

    Ora più che mai il palcoscenico offerto dalla ricerca di una maggiore ecosostenibilità diventa il nuovo trait d’union di entità politiche elettoralmente minoritarie ma unite non tanto dal riconoscimento degli effetti climatici, che qui nessuno contesta, quanto dalle attribuzioni delle responsabilità individuabili sempre nell’economia liberale occidentale e nei comportamenti soggettivi dei privati cittadini. Proprio questi “responsabili” della crisi climatica sono coloro i quali da decenni non li votano più. La vendetta politica dei perdenti si tinge quindi di verde.

    (*) l’obiettivo di emissioni zero per il 2050 fa sorridere in quanto espressione di una competenza infantile.

  • La neutralità climatica al 2050 diventa un obiettivo della Ue stabilito per legge

    L’Unione europea ha approvato in via definitiva i suoi obiettivi nella lotta al riscaldamento globale. La legge Ue sul clima ha ricevuto stamani l’ultimo ok, quello del Consiglio europeo (l’assemblea dei capi di Stato e di governo dei 27), dopo quelli della Commissione e dell’Europarlamento. E gli obiettivi sono ambiziosi: riduzione delle emissioni di gas serra del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, neutralità climatica entro il 2050 (cioè zero emissioni nette), emissioni negative dopo il 2050 (cioè l’assorbimento della CO2 che supera le emissioni).

    “L’Europa ha la sua prima legge sul clima – ha twittato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel -. I giovani erano scesi in strada per chiedere all’Ue di agire” contro i cambiamenti climatici “e l’Ue lo ha fatto”. Per neutralità climatica si intende che le emissioni di Co2 entro il 2050 dovranno essere totalmente assorbite, attraverso nuove foreste e cattura del carbonio. Ma non basta. Dopo quella data, l’assorbimento dovrà addirittura superare le emissioni.

    La norma sarà ora pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione, quindi entrerà in vigore. Oltre ai target di riduzione delle emissioni per il 2030 e il 2050, la legge per il clima prevede che l’Ue si doti di un obiettivo climatico intermedio per il 2040 e di una proiezione del bilancio dell’Unione per i gas serra per il periodo 2030-2050 (carbon budget). Il bilancio misurerà il volume totale indicativo delle emissioni nette di gas serra che dovrebbero essere emesse nel periodo senza mettere a rischio gli impegni dell’Unione nell’accordo di Parigi.

    La legge sul clima istituisce anche un comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici. La Commissione, infine, aiuterà i settori dell’economia che scelgono di preparare tabelle di marcia volontarie per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica dell’Unione entro il 2050.

    La nuova legge non è piaciuta ai Verdi europei, che ritengono insufficiente l’obiettivo della riduzione del 55% delle emissioni al 2030. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, la settimana precedente all’approvazione della normativa europea aveva annunciato l’entrata in vigore della legge nazionale che istituisce l’Inviato speciale dell’Italia per il clima.

    L’approvazione di oggi della legge sul clima non chiude lo sforzo normativo dell’Unione in materia. La Legge fissa i target di riduzione delle emissioni. Ma per raggiungerli, servono altre norme che dicano come arrivarci. Ovvero, che indichino misure, normative, incentivi e vincoli. Un primo “pacchetto clima” di 11 proposte di legge sarà presentato dalla Commissione europea all’Europarlamento il prossimo 14 luglio. Le proposte modificheranno i pilastri delle politiche Ue sul clima (mercato del carbonio Ets, regolamento emissioni di trasporti, edilizia e agricoltura, e quello sull’uso dei suoli), aggiorneranno le direttive sull’efficienza e le rinnovabili, introdurranno una ‘carbon tax’ alle frontiere e nuovi standard di emissione di Co2 per i produttori di automobili.

  • 130mila elefanti a rischio

    Oltre 300 elefanti sono stati trovati morti negli ultimi mesi. Lo comunica il WWF nella sua Newsletter. Le autorità hanno per il momento escluso il bracconaggio, poiché le zanne degli animali sono state trovate intatte, e hanno puntato il dito contro alcune tossine naturali che producono «veleno», in particolare nell’acqua stagnante. Sono circa 130mila gli elefanti africani minacciati dalla costruzione di un nuovo enorme giacimento petrolifero tra Namibia e Botswana, in una delle ultime grandi aree selvagge del Continente.
    Lo scavo di nuovi pozzi petroliferi esplorativi in Africa potrebbe esaurire le scarse risorse idriche e causare un disordine ecologico nel Delta dell’Okavango, area naturalistica del Botswana nota in tutto il mondo.
    Oggi sono meno di 450mila gli elefanti che sopravvivono in Africa, rispetto ai milioni di non molto tempo fa: 130mila di questi vivono proprio nella regione dove si è deciso di costruire il giacimento.

  • Allarme spopolamento per le aree rurali dell’Europa

    Finora le politiche adottate per invertire la tendenza allo spopolamento delle aree rurali non hanno dato risultati tangibili e senza nuovi interventi ad hoc il fenomeno andrà avanti nei prossimi decenni. Questo, in sintesi, l’allarme che emerge dal progetto di ricerca ‘Escape’, del programma studi ESPON, specializzato in analisi delle politiche regionali. Secondo lo studio, tre regioni rurali su cinque in Europa – ovvero il 40% del territorio e il 30% della popolazione – sono o saranno colpite dal declino demografico nei prossimi decenni.

    A lungo considerato una sfida fondamentale per molti Stati membri dell’Ue, lo spopolamento nelle aree rurali non è stato, tuttavia, affrontato in modo specifico, salvo poche opzioni elaborate con l’obiettivo mirato di contenerne la portata. La politica agricola comune (Pac) e la politica di coesione, spiegano i ricercatori, rappresentano le principali leve di cui si è dotata l’Europa per affrontare le questioni legate allo spopolamento nelle aree rurali. Da una parte, la Pac fornisce finanziamenti che mirano a diversificare l’occupazione e a migliorare i servizi di base fornendo sostegno agli agricoltori e alle comunità rurali nella progettazione e nell’attuazione di iniziative che rispondano a una serie di sfide economiche, ambientali e sociali. Dall’altra, la politica di coesione mira a ridurre le disparità delle aree meno sviluppate, in particolare le regioni interessate dal declino industriale e agricolo, attraverso progetti nazionali, regionali e transfrontalieri. In entrambi i casi, queste politiche cercano di mitigare il declino rurale stimolando la crescita demografica ed economica. I sostegni alla crescita non hanno però avuto l’effetto di frenare lo spopolamento rurale che anzi è un fenomeno sempre più comune, mentre inizia a farsi strada la convinzione che in alcune regioni, tale tendenza non possa essere invertita.

    Per i ricercatori le politiche messe in campo finora a livello europeo e nazionale non tenevano conto di un aspetto fondamentale: la disomogeneità del fenomeno. Vi sono infatti “differenze sostanziali” non solo tra regioni, ma anche all’interno delle regioni stesse, che non vanno ignorate. Differenze che possono essere spiegate alla luce di alcuni elementi che variano dai cambiamenti di lungo periodo nelle dimensioni e nella struttura dell’economia, all’esito di eventi politici quali l’adesione all’Ue o le ricadute di un conflitto. Non tenerne conto, concludono i ricercatori, è una spia della mancanza di considerazione delle cause profonde dello spopolamento e delle sue ricadute. L’intervento dell’Ue dovrebbe quindi da un lato, puntare a contrastare le differenze nel declino delle regioni rurali, e dall’altro, adottare misure necessarie ad aumentare la qualità della vita e il benessere della popolazione che vive in aree interessate dal fenomeno.

  • Ambientalismo sempre più importante per la redditività aziendale, la Consob conferma

    Le imprese italiane stanno acquistando consapevolezza sui temi della sostenibilità, hanno fatto grandi passi avanti sviluppando capacità di rendicontazione ma la fase più avanzata, quella del coinvolgimento degli stakholder richiede ancora tanto lavoro. E’ in sintesi il risultato del terzo rapporto Consob sulla rendicontazione non finanziaria delle società quotate italiane. La novità del 2020 è che ora i manager tengono conto anche dei fattori ESG per costruire le loro strategie e vengono valutati (e remunerati) anche sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità.

    Nel 2020 sono state 151 le società quotate sul listino principale della Borsa che hanno pubblicato una Dichiarazione non finanziaria ma sono solo tre quelle che lo hanno fatto in forma volontaria. E sono ancora pochi anche se in crescita i casi in cui sono riusciti a coinvolgere gli stakholders (83 casi a fronte dei 44 del 2018). Su 59 società quotate che hanno pubblicato estratti dei Piani Strategici sui propri siti web, 28 hanno menzionato nella propria strategia alcuni elementi di valore a lungo termine, 15 hanno citato i Sustainable Development Goals (SDGs) dell’ONU, sette hanno integrato completamente le considerazioni finanziarie e non finanziarie, mentre una ha indicato la materialità come elemento fondamentale della pianificazione strategica.

    “L’abbondanza e la controllabilità delle informazioni sugli emittenti non costituisce un’istanza di ordine moralistico ma il prerequisito del funzionamento del mercato. Informazione significa trasparenza” rimarca il commissario Consob Carmine Di Noia. “Trasparenza – spiega Di Noia – conviene ma deve essere utile e utilizzabile. Le informazioni devono essere comparabili, e quindi standardizzate, digitalizzate, di buona qualità, semplici, protette, e proporzionali”. Da qui la necessità di definire degli standard che rispondono alle problematiche fatte notare dalle stesse imprese legate soprattutto alla raccolta delle informazioni da riportare e ai costi di redazione del documento eccessivi, anche in ragione della esigenza di impiegare risorse umane con competenze specialistiche.

  • Non chiamatemi assassina

    La condizione degli animali che vivono negli zoo, nei parchi di divertimento (divertimento solo umano) o comunque costretti a vivere al di fuori dei loro habitat naturali, viene denominata “cattività” (dal latino captivitas) ovvero la condizione di chi vive da captivus “prigioniero”.

    Detto ciò, che una vita da prigioniero (senza alcuna colpa e innocente!) possa portare alla follia e ad azioni impulsive o “cattive”, il passo è davvero molto breve, persino nel mondo animale dove anche l’azione apparentemente (per noi) più violenta e crudele (del leone come di un’orca) rientra nell’ordine degli avvenimenti di questo mondo, al pari di un’eruzione vulcanica o di una tempesta di fulmini. Per cui la storia degli animali bollati come “assassini” perché ribellandosi ai loro carnefici lo sono divenuti essi stessi non può essere ignorata o archiviata sempre come un fatale incidente ma, al contrario, deve diventare anch’essa oggetto di un nuovo modo di raccontare alle future generazioni che ogni azione porta a delle reazioni e che anche nei confronti del mondo animale abbiamo fatto troppi sbagli. Infatti, la narrazione che dietro a tanti spettacoli di animali (così come per tanti alimenti di origine animale) vi è molta violenza e sfruttamento (e torture in molti casi) deve rientrare rapidamente in quel processo di transizione culturale (di cui si parla tanto) verso un mondo più sostenibile. Perché se sugli adulti ricade la responsabile decisione di boicottare certi spettacoli di animali come certi prodotti o alimenti è anche vero che peluche (sintetici), figurine, cartoni animati o film (con animali antropomorfi spesso anche piuttosto isterici) non potranno generare (come è stato già dimostrato nel caso della mia generazione) alcuna empatia o amore per gli animali e la natura in genere. Certamente più positivi quei documentari che raccontano le meraviglie della natura e, al contempo, i problemi a loro causati dalle nostre azioni. Sempre e comunque meno positivi rispetto alla possibilità di poter condividere con i nostri figli il contatto diretto con animali e spazi aperti ricchi di vegetazione. Un bambino che vede delle orche saltare in un parco acquatico non può che esserne stupito e meravigliato. È normale. La natura desta stupore e meraviglia. Quello che non è normale è che ci siano ancora milioni di persone che continuano a portare i loro figli a questi spettacoli. A chi piacerebbe essere rapito da bambino e costretto a vivere rinchiuso in una piccola stanza per imparare a fare (con continue violenze fisiche e psicologiche) ogni giorno, per decine di anni, pochi stupidi e inutili gesti per soddisfare la curiosità di tante persone rumorose e indifferenti alle nostre sofferenze? A nessuno. Stiamo parlando di sequestro di persona (Art. 605 bis c.p.), sfruttamento del lavoro minorile (Art. 602 bis c.p.) tortura (Art. 613 bis c.p.) ed almeno altri dieci reati gravi. Ma stiamo parlando di reati previsti in un codice penale fatto dagli uomini per gli uomini. Troppo poco si è fatto in questa direzione quando si parla del rapporto fra uomini e animali (figuriamoci con i vegetali!).

    Era il 1983 quando un’orca maschio di soli due anni (denominata Tilikum) viene catturata nelle acque del fiordo Berufjörður, non lontano da Reykjavík (Islanda). Tenendo conto che mediamente passano dai quattro agli otto anni tra un parto e l’altro (per via di un lungo periodo di accudimento per i cuccioli di orca), Tilikum è stato, di fatto, strappato alla madre ancora molto piccolo. Il primo anno da prigioniero lo trascorre nuotando da solo e in tondo in una piccola vasca dell’Hafnarfjördur Marine Zoo, in Islanda, prima di essere trasferito, in una vasca poco più grande, presso il parco acquatico Sealand of the Pacific, in Canada. E tenendo conto che le orche sono mammiferi che vivono in gruppi familiari affiatati e capaci di nuotare per 150 km al giorno (ad una velocità che può raggiungere i 55 Km/h) e di immergersi dai 30 a 150 metri per più volte al giorno, tutti i giorni per procurarsi il cibo, vivere anche fosse solo per poche ore da soli e in una piccolissima vasca con acqua alla stessa temperatura, nutriti in orari e in quantità stabiliti, è per loro una tortura indescrivibile. Immaginatevi cosa possa significare per la loro condizione fisica e mentale essere costrette a farlo per anni! Non c’è da meravigliarsi, infatti, se delle 166 orche catturate in natura a partire dal 1960 (dati dell’associazione britannica Whale and Dolphin Conservation) in molte hanno cercato di ribellarsi quando ne hanno avuto l’occasione. L’arma utilizzata (ancora oggi nella maggior parte degli spettacoli con animali) per limitarne la ribellione è quella della minaccia della privazione del cibo. “Ti do da mangiare se ti esibisci, altrimenti rimani digiuno”. I molti incidenti con gli addestratori sono stati spesso insabbiati o minimizzati da quasi tutti i direttori dei parchi marini. Se questo non è stato più possibile è solo grazie al proliferare di telecamere e telefonini che ne hanno documentati moltissimi in questi anni. Il piccolo Tilikum, divenuto nel tempo l’esemplare di orca vivente più grande (lungo quasi sette metri e con un peso di oltre cinque tonnellate) è anche divenuto il più famoso esemplare per la sua “cattiveria”. Nel 1991, nel 1999 e nel 2010 ha infatti ucciso l’istruttore del momento.

    Perché dopo il primo “incidente” non sono terminati questi “spettacoli”?

    Tilikum ha finito di soffrire nel gennaio del 2017 a soli 34 anni (mediamente le orche maschio possono vivere fino a 50, 60 anni) dopo una lunga e mortificante prigionia durata più di tre decenni. Ancora oggi le orche vengono spesso definite “orche assassine” rifacendoci alla traduzione del loro nome comune inglese che è killer whales (balene assassine). Ma in questa storia, come nella lunga storia di tutte le torture verso gli animali, chi è il vero assassino? Chi è il vero orco? (in latino il nome delle orche deriva dal nome del dio Orcus, il dio degli inferi). Ci sono storie che non possiamo più evitare di raccontare ai nostri figli, come ci sono domande a cui non possiamo più evitare di rispondere. Nel contempo, non chiamiamole più assassine.

  • Coronavirus: Auckland ranked most liveable city as pandemic shifts list

    Auckland in New Zealand has been named the world’s most liveable city, in an annual ranking that has been shifted by the coronavirus pandemic.

    The Economist Intelligence Unit (EIU) survey ranked 140 cities on factors including stability, infrastructure, education and access to healthcare.

    But the pandemic proved to be the defining factor in this year’s list.

    It meant European cities fell while those in Australia, Japan and New Zealand rose up the rankings.

    Those island countries responded swiftly to the coronavirus outbreak and were able to minimise cases and loosen restrictions.

    European Union countries, meanwhile, had a sluggish start to their vaccine rollout and many member states imposed tough lockdowns which hurt their performance in this year’s survey.

    Auckland topped the list followed by Osaka in Japan, Adelaide in Australia, Wellington in New Zealand and the Japanese capital Tokyo. No UK cities made the top ten.

    “Auckland rose to the top of the ranking owing to its successful approach in containing the Covid-19 pandemic, which allowed its society to remain open and the city to score strongly,” the EIU said.

    “European cities fared particularly poorly in this year’s edition,” it added. “Eight of the top ten biggest falls in the rankings are European cities.”

    Vienna, for example, fell from first place to 12th. The Austrian capital had led the list for several years, usually tied at the top with Melbourne.

    But Hamburg in northern Germany had the most dramatic fall – dropping 34 places to 47th.

    This trend was motivated by a “stress on hospital resources” which the study said had increased for most German and French cities, resulting in a “deteriorated healthcare score”.

    Lockdown measures and restrictions on movement also reduced overall liveability, the study said.

    “Cities across the world are now much less liveable than they were before the pandemic began, and we’ve seen that regions such as Europe have been hit particularly hard,” the EIU said.

    While the top of the list has shifted, the study said there had been much less movement at the bottom.

    Damascus remains the city where life is most difficult, largely because of Syria’s continuing civil war. Many of the cities that ranked poorly have been blighted by conflict, which has put pressure on their health systems and infrastructure.

    The ten most liveable cities in 2021

    1. Auckland, New Zealand
    2. Osaka, Japan
    3. Adelaide, Australia
    4. Wellington, New Zealand
    5. Tokyo, Japan
    6. Perth, Australia
    7. Zurich, Switzerland
    8. Geneva, Switzerland
    9. Melbourne, Australia
    10. Brisbane, Australia

    The ten least liveable cities in 2021

    1. Damascus, Syria
    2. Lagos, Nigeria
    3. Port Moresby, PNG
    4. Dhaka, Bangladesh
    5. Algiers, Algeria
    6. Tripoli, Libya
    7. Karachi, Pakistan
    8. Harare, Zimbabwe
    9. Douala, Cameroon
    10. Caracas, Venezuela
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