Ambiente

  • L’Onu scopre che gli Stati non stanno tagliando le emissioni climalteranti

    I Paesi del mondo non fanno abbastanza per combattere il riscaldamento globale. Negli ultimi tempi hanno aumentato gli sforzi, ma questi non bastano ancora per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. E la pandemia di Covid-19, che assorbe risorse gigantesche, non aiuta certo. L’ultimo rapporto dell’Unfccc (l’agenzia dell’Onu per la lotta alla crisi climatica), diffuso oggi, è scoraggiante. Settantacinque Paesi, che producono il 30% dei gas serra, hanno impegni per la riduzione che, nel 2030, porteranno a un taglio complessivo delle emissioni di appena l’1%, rispetto ai valori del 2010.

    Secondo il centro studi dell’Onu sul clima, l’IPCC, per raggiungere l’obiettivo ottimale dell’Accordo di Parigi (mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali), al 2030 bisognerebbe tagliare le emissioni globali del 45% (rispetto al 2010).  Il rapporto dell’Unfccc è ancora parziale: riguarda solo 75 dei 196 paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi. Mancano i due più grandi produttori, Stati Uniti e Cina, che non hanno ancora comunicato all’agenzia i loro impegni, aggiornati rispetto a quelli presi a Parigi nel 2015.  Ma anche se lo studio riguarda solo il 30% delle emissioni globali, il quadro è sconfortante. Se quasi un terzo dei produttori mondiali di gas serra ha in programma di tagliare le emissioni di appena l’1% in dieci anni (quando bisognerebbe dimezzarle), ecco che i target dell’Accordo di Parigi diventano una chimera. Fra i 75 Paesi presi in considerazione nella ricerca preliminare ci sono Giappone, Brasile e Australia: grandi produttori di gas serra, con programmi di riduzione decisamente modesti.

    “Questo rapporto mostra che i livelli attuali di ambizione climatica sono ben lontani dal metterci sulla strada per arrivare agli obiettivi dell’Accordo di Parigi – ha detto Patricia Espinosa, segretario esecutivo dell’Unfccc -. Mentre riconosciamo la svolta recente verso una più forte azione climatica nel mondo, le decisioni per accelerare ed ampliare ovunque l’azione devono essere prese ora”. Espinosa ha chiarito che il rapporto è “uno scatto, non un panorama completo” sugli NDC (Nationally Determined Contributions), mentre il Covid-19 pone sfide impegnative per molte nazioni nel completamento dei loro impegni per il 2020. Per Tasneem Essop, direttore esecutivo del Climate Action Network, “il rapporto mostra con i freddi numeri come i governi stiano fallendo nel fermare la crisi climatica”. Jenninfer Morgan di Greenpeace International commenta che “i Paesi devono lavorare insieme per anteporre la tutela di persone e Pianeta agli interessi dell’industria fossile”. Per Manuel Pulgar-Vidal del Wwf Internazionale “è ingiustificabile che i Paesi più ricchi al mondo, i quali rappresentano il 75% delle emissioni globali, non abbiano fatto la loro parte”.

  • Impariamo dagli animali a preservare la natura per i figli dei nostri figli

    Sempre di più sono le specie di animali in via di estinzione e non per cause naturali ma per l’intervento dell’uomo che dopo avere, con la caccia per motivi di lucro, decimato grandi mammiferi come elefanti, rinoceronti, balene e bisonti oggi distrugge tanta parte dell’ecosistema sia appiccando incendi, come quelli che hanno distrutto migliaia di ettari in Amazzonia, incendi per i quali  il governo del paese non fa praticamente nulla  per punire severamente i responsabili né per dare vita ad una seria politica di prevenzione, sia costruendo muri come quello tra gli Stati Uniti ed il Messico. Nonostante ad oggi il muro sia ancora in parte a maglie larghe si conta che già si vedano effetti nefasti per la fauna e per la flora con 93 specie a rischio. Le travi d acciaio sono posizionate troppo vicine per consentire il passaggio di animali e per alcuni, come i giaguari, le barriere impediscono quella libertà di movimento essenziale perché questo animale possa riprodursi. Il giaguaro infatti ha bisogno di spazi molto ampi. Scoiattoli grigi, più grandi di dimensione rispetto ai nostri europei, coyote, procioni, lepri, solo per fare alcuni esempi, rimangono spesso feriti e muoiono impigliati nei fili spinati del muro. Certo molti animali determinano il territorio che ritengono loro, del loro gruppo e lo difendono da esemplari uguali ma convivono con altre specie, rimangono cioè in sintonia con tutte le diverse realtà che compongono quel territorio da prima e che resteranno anche dopo la loro morte o il loro spostarsi in altri territori. Il rispetto di quanto ci circonda come fonte della stessa sopravvivenza dei singoli individui, come delle altre specie, è ben chiaro negli animali ma sembra quasi completamente sconosciuto a gran parte degli umani che considerano il territorio come una proprietà assoluta e che perciò può essere stravolto, modificato, distrutto a loro piacimento. L’animale preserva per i figli dei figli, la vita oggi è la vita di domani, l’uomo modifica, cementifica, divide, distrugge senza pensare alla sopravvivenza della natura e perciò si condanna a nuove sofferenze e a probabile estinzione. La libertà, il libero arbitrio, la conoscenza non ci sono stati dati per commettere soprusi ma per vivere in sintonia con tutte le varie forme di vita che esistono, solo se capiamo questo, se troviamo la capacità, la volontà, la forza morale di non cementificare quando non è necessario, di rispettare l’acqua non costruendo dove può espandersi, di non violare continuamente lo spazio con esperimenti che producono effetti nefasti nel tempo, forse riusciremo a salvare l’ecosistema altrimenti, come ha ricordato Papa Francesco, rischiamo e il covid è già un forte segnale di quanto siamo a rischio.

  • Programma LIFE: l’UE investe 121 milioni di euro in progetti a favore dell’ambiente, della natura e dell’azione per il clima

    La Commissione europea, lo scorso 17 febbraio, ha annunciato investimenti per 121 milioni di euro in nuovi progetti integrati nell’ambito del programma LIFE per l’ambiente e l’azione per il clima. Questa somma – aumentata del 20 % rispetto allo scorso anno – stimolerà la ripresa verde e aiuterà Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovacchia a raggiungere i loro obiettivi ambientali. Si prevede che nei progetti integrati confluiranno ingenti fondi supplementari: gli Stati membri potranno quindi contare anche su altre fonti di finanziamento dell’UE, compresi i fondi agricoli, strutturali, regionali e per la ricerca, oltre ai fondi nazionali e agli investimenti del settore privato.

    I nuovi finanziamenti LIFE, più cospicui, sosterranno 12 progetti su larga scala connessi all’ambiente e al clima in 11 Stati membri.

    I progetti integrati migliorano la qualità della vita dei cittadini aiutando gli Stati membri a conformarsi alla normativa dell’UE in sei settori: natura, acqua, aria, rifiuti, mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai cambiamenti climatici. Sostengono i piani necessari per attuare la legislazione in materia di ambiente e clima in modo coordinato e su vasta scala territoriale. Gli investimenti annunciati oggi nel quadro del programma LIFE saranno in grado di mobilitare importanti finanziamenti complementari provenienti da altre fonti UE, compresi i fondi agricoli, regionali e strutturali e Orizzonte 2020, oltre ai contributi di attori nazionali e regionali e di investitori privati.

    Il programma LIFE è lo strumento finanziario dell’UE per l’ambiente e l’azione per il clima. Attivo dal 1992, ha cofinanziato più di 5.500 progetti nell’UE e oltre; il numero di progetti in corso si attesta costantemente sui 1.100. La dotazione per il periodo 2014-2020 era pari a 3,4 miliardi di euro a prezzi correnti, mentre l’accordo politico sul bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021-2027 prevede una dotazione di 5,4 miliardi di euro a prezzi correnti, con un aumento di quasi il 60 %.

  • Costruire un futuro resiliente ai cambiamenti climatici: la nuova strategia dell’UE di adattamento

    La Commissione europea ha adottato una nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici che definisce il cammino da percorrere per essere pronti ai loro effetti inevitabili. Se da un lato l’UE fa tutto il possibile per mitigare i cambiamenti climatici, dentro e fuori i propri confini, dall’altro dobbiamo anche prepararci per affrontarne le ineluttabili conseguenze. Da ondate di calore mortali e siccità devastanti, a foreste decimate e coste erose dall’innalzamento del livello dei mari, i cambiamenti climatici hanno già pesanti ripercussioni in Europa e nel mondo. Prendendo le mosse dalla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici del 2013, l’obiettivo delle proposte odierne è spostare l’attenzione dalla comprensione del problema alla definizione di soluzioni e passare dalla pianificazione all’attuazione.

    Le perdite economiche dovute alla maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi sono in aumento e quelle conteggiate in UE superano già, da sole, una media di 12 miliardi di € l’anno. Stime prudenti mostrano che esporre l’economia odierna dell’UE a un riscaldamento globale di 3 °C rispetto ai livelli preindustriali comporterebbe una perdita annua di almeno 170 miliardi di €. I cambiamenti climatici non incidono solo sull’economia, ma anche sulla salute e sul benessere dei cittadini europei, che soffrono sempre più a causa delle ondate di calore: a livello mondiale, la catastrofe naturale più letale del 2019 è stata l’ondata di calore che ha colpito l’Europa provocando 2 500 vittime.

    L’azione in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve coinvolgere tutte le componenti della società e tutti i livelli di governance, all’interno e all’esterno dell’UE. Lavoreremo per costruire una società resiliente ai cambiamenti climatici migliorando la conoscenza dei loro effetti e delle soluzioni di adattamento; intensificando la pianificazione dell’adattamento e la valutazione del rischio climaticoaccelerando l’azione di adattamento e contribuendo a rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici a livello mondiale.

    Le azioni di adattamento devono basarsi su dati affidabili e strumenti di valutazione dei rischi a disposizione di tutti — dalle famiglie che acquistano, costruiscono e ristrutturano abitazioni alle imprese delle regioni costiere o agli agricoltori che pianificano le proprie colture. A tale scopo la strategia propone interventi che facciano avanzare le frontiere della conoscenza sull’adattamento così da consentire di migliorare la qualità e la quantità dei dati raccolti sui rischi e le perdite connessi al clima, e di metterli a disposizione di tutti. Climate-ADAPT, la piattaforma europea per le conoscenze sull’adattamento, sarà potenziata e ampliata e sarà affiancata da un osservatorio per la salute destinato a monitorare, analizzare e prevenire meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute.

    Poiché i cambiamenti climatici hanno ripercussioni a tutti i livelli della società e in tutti i settori dell’economia, le azioni di adattamento devono essere sistemiche. La Commissione continuerà a integrare le considerazioni relative alla resilienza ai cambiamenti climatici in tutti i pertinenti settori d’intervento e sosterrà l’ulteriore sviluppo e attuazione di strategie e piani di adattamento, con tre priorità trasversali: integrare l’adattamento nella politica macrofinanziariasoluzioni per l’adattamento basate sulla natura e azioni di adattamento locale.

    Le politiche in materia di adattamento ai cambiamenti climatici devono andare di pari passo con la nostra leadership mondiale nella mitigazione dei cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi ha stabilito un obiettivo globale in materia di adattamento e ha sottolineato che l’adattamento è un fattore chiave per lo sviluppo sostenibile. L’UE promuoverà approcci subnazionali, nazionali e regionali all’adattamento, con particolare attenzione all’adattamento in Africa e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. A livello internazionale aumenteremo il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici fornendo risorse, dando priorità all’azione e aumentando l’efficacia, aumentando i finanziamenti internazionali e rafforzando l’impegno e gli scambi globali in materia di adattamento. Collaboreremo inoltre con i partner internazionali per colmare il divario nei finanziamenti internazionali per il clima.

    Fonte: Commissione europea

  • Il riscaldamento minaccia il 50% delle foreste in Europa

    Il ‘polmone verde’ d’Europa è sempre più vulnerabile: colpa del riscaldamento globale, che minaccia oltre la metà delle foreste del continente con incendi, forti venti e la diffusione di insetti e parassiti dannosi. A quantificare e mappare queste fragilità, sulla base dei dati degli ultimi 40 anni, è uno studio condotto dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea a Ispra (Varese), in collaborazione con il Max-Planck Institute e le università di Firenze, Valencia ed Helsinki.

    I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, potranno contribuire a migliorare le strategie di salvaguardia dell’ambiente. Questo vale anche per l’Italia, che nello studio mostra il suo tallone d’Achille nelle foreste dell’arco alpino. “C’è però un ampio margine di miglioramento – spiega Giovanni Forzieri, ingegnere ambientale del Jrc -, perché i dati dimostrano che la vulnerabilità dipende fortemente da parametri strutturali, come altezza, età delle foreste e grado di copertura fogliare, su cui è possibile intervenire con appropriate strategie di adattamento”.

    In Europa le foreste occupano un’area di oltre due milioni di chilometri quadrati, pari al 33% della superficie del continente. Incapaci di reagire ai cambiamenti più repentini, per la lentezza che caratterizza la crescita degli alberi, le foreste ora più che mai risentono del riscaldamento globale, che amplifica minacce naturali da sempre presenti come gli incendi, i forti venti in grado di sradicare le piante e la diffusione di insetti e parassiti pericolosi.

    I ricercatori hanno provato a ricostruire l’evoluzione di queste vulnerabilità nel corso degli ultimi 40 anni: lo hanno fatto grazie a dei sistemi di apprendimento automatico, con cui hanno integrato i dati satellitari con quelli relativi al clima e ai fattori perturbanti che hanno colpito le foreste dell’Europa (incluse quelle di Turchia e Russia europea) tra il 1979 e il 2018.

    I risultati indicano che almeno il 60% della biomassa delle foreste europee (oltre 33 miliardi di tonnellate) è a rischio. La suscettibilità ai forti venti è più accentuata in Norvegia, nella parte settentrionale delle isole britanniche, in Portogallo e nell’Europa meridionale, soprattutto nelle zone montuose (Alpi, Caucaso, Carpazi) dove la vulnerabilità (cioè la percentuale di biomassa che potrebbe essere persa) raggiunge il 40%.

    Gli incendi sono una minaccia soprattutto per Svezia, Finlandia, Russia europea, Turchia e parte meridionale della penisola iberica, ma sono sempre più presenti anche in Italia. La suscettibilità agli attacchi degli insetti è complessivamente cresciuta dal 2000 a oggi, addirittura del 2% per decennio nelle foreste del nord (in alcune aree della Scandinavia e della Russia), dove l’aumento delle temperature è più veloce.

  • Sostenibilità e competitività

    In risposta agli effetti devastanti sotto il profilo sociale ed economico dovuti anche a fattori preesistenti ed amplificati dall’impatto della pandemia molto spesso si indica la necessità di una ripresa anche culturale del nostro Paese negli ultimi vent’anni.

    In modo alquanto superficiale o comunque parziale si è portati a far credere come una ripresa culturale italiana, che avrebbe indubbiamente degli effetti positivi anche economici, si possa identificare essenzialmente nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale e storico. Indubbiamente il patrimonio culturale italiano, al quale va sicuramente aggiunto anche il patrimonio ambientale che rende il nostro Paese unico al mondo, va valorizzato nella sua articolata complessità.

    Questa “rinnovata” strategia, tuttavia, non rappresenta una vera e propria svolta culturale della quale l’Italia sente il bisogno ma soprattutto non presenta i connotati di un vero e proprio riscatto culturale. Da troppo tempo, probabilmente proprio a causa delle barriere culturali che nascono da preconcetti ideologici, competitività e sostenibilità vengono considerate strategie ed obiettivi incompatibili all’interno di una strategia di crescita economica complessa. Buona parte dei sostenitori della priorità del perseguimento degli obiettivi di sostenibilità individuano nell’industria e nei prodotti che questa propone il principale veicolo di inquinamento dimenticando, per esempio, come una semplice email produca 2 gr di Co2.

    Partendo, quindi, da questo principio prevalentemente ideologico risulta evidente come venga individuato, per il conseguimento degli obiettivi di sostenibilità, l’aggravio della tassazione già insostenibile per le imprese italiane come per gli utenti. In questo senso infatti il (per fortuna) ex ministro Costa del governo Conte 2 aveva proprio in animo di aumentare la tassazione e le accise sui carburanti. La sintesi di tali approcci ideologici non fa altro che tradursi in un aggravamento della competitività del “Sistema Italia” all’interno di un mercato globale.

    Non sazi dell’utilizzo della leva fiscale come strumento per il conseguimento della sostenibilità del sistema si è arrivati addirittura ad una ridicola Sugar e Plastic Tax: la prima addirittura espressione di uno Stato etico nel quale vengono penalizzati fiscalmente gli stili di vita. Questo approccio, quindi, si accontenta di penalizzare la competitività di un sistema economico nazionale come espressione della vittoria di un’ideologia ambientalista assolutamente svincolata dal contesto di una economia reale. Viene premiato, in altre parole, il semplice ritorno mediatico immediato rispetto alla concretezza delle misure attuate il cui peso si ripercuote sulla competitività delle imprese a favore di quelle del Far Est esentate da questa “virtuosa leva fiscale” ambientalista.

    Dall’altra parte ed in fortissima contrapposizione rispetto agli effetti come all’utilizzo della leva fiscale la ricerca della competitività ha spinto molte industrie a delocalizzare in paesi a basso costo di manodopera anche all’interno della stessa Unione Europea con l’obiettivo di ottenere in primis una maggiore competitività grazie ad un costo del lavoro inferiore ma soprattutto una maggiore redditività e remunerazione del capitale investito. Il costo del lavoro complessivo inferiore, va ricordato, è espressione anche di normative assolutamente tolleranti relative al rispetto dei già minimi fattori di sostenibilità produttiva.

    Se questo, seppure in maniera semplificata, rappresenta il contesto di partenza dal quale elaborare delle innovative strategie economiche in grado di offrire una sintesi tra i due obiettivi maggiore sostenibilità e maggiore competitività di insieme forse possono intravedersi i primi timidi segnali di un vero risveglio culturale del quale non solo il nostro Paese sembra averne bisogno.

    Uno degli aspetti fondamentali che attraggono investimenti all’interno di paesi a basso costo di manodopera è determinato anche da una normativa alquanto lacunosa in termini di tutele del personale impiegato quanto dell’ambiente circostante. In altre parole, in determinati paesi si possono utilizzare tipologie di produzione anche con l’utilizzo di determinate lavorazioni assolutamente incompatibili con le normative europee e statunitensi. Prima più timidamente Obama, successivamente con maggiore decisione Trump, ora l’amministrazione Biden hanno riportato al centro dello sviluppo economico del proprio Paese la tutela della produzione made in USA.

    In questo contesto di rinnovata attenzione all’economia reale assume sempre maggiore importanza un nuovo approccio economico decisamente innovativo. Partendo infatti dalla salvaguardia della competitività di impresa e del sistema economico, che rappresentano fattori di sviluppo, questi possono essere preservati solo attraverso un minimo di normative condivise a tutela dei lavoratori, del consumatore e della sostenibilità ambientale. Allora ecco come comincia a delinearsi quel salto culturale al quale si accennava precedentemente.

    Al fine di superare il contrasto tra la ricerca di una maggiore sostenibilità, molto spesso opposta alla competitività, e la avveduta politica governativa si apre l’opportunità di intervenire con l’obiettivo di creare una sintesi tra i due fattori. All’interno, infatti, di questa nuovo pensiero economico viene richiesto allo Stato di inserire una Border Carbon Tax la quale dovrebbe venire applicata a tutti i prodotti, di consumo o intermedi, i quali siano espressione di economie i cui sistemi normativi risultino al di sotto di standard minimi di sostenibilità ambientale applicati viceversa alla produzione nazionale. Questa tassazione non si ripercuoterebbe sulla competitività delle imprese ma solo sulle importazioni da paesi con bassissimi standard di eco compatibilità e sostenibilità. I proventi di tale tassazione andrebbero investiti per finanziare ulteriori evoluzioni verso una maggiore sostenibilità complessiva avviando quindi un processo virtuoso nella rincorsa alla maggiore sostenibilità possibile sia nei paesi dove questa tassazione venga applicata quanto in quelli che non intendano subirla.

    In altre parole, come il recente blocco di una fornitura di filati di cotone made in China voluta dalla presidenza Biden, in quanto negli stabilimenti veniva utilizzato personale in stato di schiavitù, ora alla stessa amministrazione viene proposto il diverso utilizzo della leva fiscale per la prima volta finalizzata per un duplice obiettivo. Il doppio effetto sarebbe quello di ridare competitività alle produzioni all’interno dei paesi che hanno subito in questi ultimi anni l’effetto speculativo delle delocalizzazioni e di finanziare l’evoluzione sostenibile. Contemporaneamente tutte le nazioni che dovessero subire questa tassazione sarebbero incentivate ad una maggiore ricerca di sistemi produttivi con minore impatto ambientale. Il combinato di questi due politiche porterebbe tanto i paesi già evoluti quanto quelli in via di sviluppo complessivamente ad una maggior ricerca di una riduzione dell’impatto ambientale dei sistemi economici nazionali.

    Per una volta, quindi, il corretto utilizzo della leva fiscale potrebbe rappresentare quel riscatto culturale nel nostro Paese come del mondo occidentale nel suo complesso. Riuscire attraverso un equo quanto corretto intervento dello Stato in linea con questo nuovo dottrina economica ad avviare un processo virtuoso attraverso la leva fiscale la quale, per la prima volta, invece di diminuire la competitività innescherebbe un nuovo percorso virtuoso.

    La rivoluzione culturale viene rappresentata dall’abbandono di una cultura ambientalista da sempre penalizzante per i paesi dell’economia occidentale per passare attraverso l’utilizzo della leva fiscale per innescare un processo virtuoso verso una sostenibilità globale che coinvolga tutti gli attori del mercato globale.

    Se la competitività rappresenta un fattore del mercato globale la sostenibilità non può di certo scaturire da un sistema normativo nazionale o al massimo europeo esentando il resto degli attori dello stesso mercato mondiale.

  • La “transizione ideologica” verso la sharing economy

    Uno dei pilastri della ideologia ambientalista viene rappresentato sicuramente dalla sharing Economy opposta all’economia tradizionale perché quest’ultima si basa sull’acquisto del bene, quindi espressione del “becero ed anacronistico” consumismo a “forte impatto ambientale”.

    La condivisione, invece, tra più soggetti del medesimo bene, specialmente se nell’ambito della movimentazione urbana, diventa un vero e proprio Must per questa nuova ideologia sharing tanto da riconoscerle i connotati di economy. Se poi, a questa ora sharing economy si aggiunge anche l’alimentazione elettrica dei monopattini il quadro idilliaco ed astrale proposto dalle diverse forme di ideologia ambientalista prende forma.

    Lo stesso governo dimissionario Conte ha sostenuto fiscalmente (ovviamente a debito) l’acquisto di monopattini elettrici individuati come la via maestra per abbattere le emissioni di CO2 all’interno del perimetro urbano. Una scelta basata su paradigmi e luoghi comuni privi di ogni riscontro verificabile ma al tempo stesso espressione di una ideologia politica la cui sintesi trasforma questa nuova attenzione verso l’ambiente in una vera e propria ideologia svincolata spesso dal semplice riscontro relativo ai dati reali.

    Risultano, viceversa, fondamentali nella valutazione dell’impatto ambientale proprio la attendibilità delle fonti di quei dati come base giustificativa di un’ideologia, per non diventare invece l’anello debole di questo rinnovato integralismo ambientalista.

    Arcadis (*) è una società multinazionale di ingegneria quotata al NASDAQ e che si occupa anche di consulenza ambientale tanto da detenere la leadership mondiale. Attraverso una propria ricerca relativa all’impatto ambientale appunto dei monopattini elettrici in sharing ha potuto stabilire come l’emissione di CO2 per km dei monopattini sia pari a 105,5 grammi per km. Solo per fornire un confronto una Mercedes 350 de (elettrodiesel) ne emette 29gr/Co2 mentre una Golf 2000 turbo diesel 102gr/Co2. Una Toyota Yaris full hybrid 64gr/Co2 mentre una FcA Panda mild hybrid 89gr/Co2 (**). Una motocicletta al di sotto di 750 cc emette invece 204gr/Co2 i quali diventano 231gr/Co2 per le cilindrate superiori.

    Nella valutazione delle emissioni di Co2 viene tenuto in considerazione il processo produttivo, che per quanto riguarda i monopattini elettrici avviene nell’estremo Oriente, il quale non garantisce il rispetto di nessun parametro ambientale unito ovviamente alla valutazione della quota inquinante per permettere ai monopattini di arrivare sui mercati in relazione al ciclo di vita medio degli stessi monopattini che risulta essere di 18 mesi.

    Questa valutazione complessiva ed articolata ridicolizza le posizioni degli ultimi anni sostenute dalle diverse frange ambientaliste quanto dai sindaci delle diverse città italiane, espressione delle più diverse forze politiche.

    Contemporaneamente ripropone ancora una volta come all’interno di una rinnovata o corretta attenzione all’impatto ambientale la riduzione della filiera produttiva, da anni proposta da chi scrive come vera opzione strategico produttiva, rappresenta una scelta non solo vantaggiosa sotto il profilo economico ma valida sotto il profilo della compatibilità e della sostenibilità ambientale.

    Risulta evidente da questi dati come buona parte dell’ideologia ambientalista rappresenti il veicolo politico per contestare un sistema economico assolutamente perfettibile ma espressione imperfetta di una visione liberale e democratica opposta ad un integralismo socialista tipico degli ambienti ambientalisti.

    La complessiva digitalizzazione dell’economia e della conoscenza dovrebbe rappresentare un’occasione per tutti per abbandonare strategie basate sulla semplice ideologia politica e passare senza timore ad ideologie politiche ed ambientaliste basate sulla conoscenza, ora disponibile liberamente. Invece si continua con i soliti luoghi comuni legati a schieramenti politici più che alla valutazione oggettiva delle varie opzioni anche in ambito di sostenibilità nella complessa ed articolata questione ambientalista.

    Non possedere una conoscenza approfondita all’interno di un determinato settore non è grave in quanto facilmente colmabile attraverso la volontà di accedere ad una aggiornamento come ad un approfondimento, ignorare o peggio ancora negare la realtà con i suoi dati per pura scelta ideologica rappresenta la peggiore forma di stupidità.

    (*) www.arcadis.com

    (**) valori di CO2 che vanno divisi ovviamente per il numero di passeggeri presenti in auto

  • Le risoluzioni del CCF per il 2021

    Riceviamo e pubblichiamo un messaggio del CCF – Cheetah Conservation Fund.

    Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Il vostro sostegno è stato travolgente durante la Home Range del CCF per la campagna natalizia! Le vostre donazioni di $ 275.000 saranno raddoppiate grazie ai nostri generosi donatori di fine anno.

    Il vostro sostegno ha messo il CCF in una condizione tale da poter fissare alcuni obiettivi e risoluzioni ambiziosi che vogliamo condividere con voi. Siamo così grati per il vostro continuo sostegno in un anno così impegnativo.

    Grazie a VOI, il CCF potrà disporre, nel 2021, dei fondi necessari per attuare le nostre risoluzioni e iniziare la costruzione della coalizione per il ghepardo. Salvare una specie che un tempo era diffusa in tutta l’Africa, nelle zone meridionali dell’Asia e del Medio Oriente non è un compito che può essere svolto da una sola organizzazione. La nostra dedizione al salvataggio del ghepardo ha portato il CCF a cercare partnership cooperative attraverso l’attuale areale del ghepardo per arrestare la scomparsa dei ghepardi a causa delle tre principali minacce per la specie: conflitto uomo-fauna selvatica, perdita di habitat e commercio illegale di animali domestici/animali selvatici.

    Con l’aiuto dei partner del CCF espanderemo le roccaforti della popolazione nelle regioni che attualmente hanno ghepardi, ampliando i nostri programmi di successo e condividendo la nostra ricerca.

    Nel 2021, CCF lavorerà con i partner per:

    • Costruire e rafforzare l’educazione ambientale in tutte le aree
    • Sviluppare e aumentare la consapevolezza per la produzione di energia da biomasse
    • Implementare un’agricoltura rigenerativa, rispettosa del suolo e favorevole ai predatori
    • Aumentare gli sforzi di sensibilizzazione per fermare il commercio illegale di animali domestici

    Per promuovere la convivenza con i predatori per il nuovo anno, il nostro obiettivo è quello di aumentare il sostegno del CCF agli agricoltori che vivono al fianco di predatori come il ghepardo. Chiedere alle persone di condividere armoniosamente il loro ecosistema con i predatori è una grande sfida, specialmente quelle persone che fanno affidamento sul territorio per il loro sostentamento e percepiscono i predatori, ghepardi compresi, come una minaccia. Nel 2021, lo staff in prima linea del CCF lavorerà per:

    • Continuare i progetti di ricerca incentrati sulla riduzione dei conflitti uomo-fauna selvatica
    • Espandere la partecipazione di Future Farmers of Africa e Future Conservationists of Africa a nuove aree di pascoli di ghepardi come il Somaliland e l’Etiopia, tramite l’apprendimento virtuale
    • Accogliere nel CCF piccoli gruppi socialmente distanti per l’apprendimento in persona nella nostra nuova Biomass Classroom
    • Consegnare cani da guardia ai nuovi allevatori ed espandere il nostro coinvolgimento con visite alle fattorie nelle Terre Comunali Orientali in Namibia
    • Lavorare con pastori / nomadi nel Corno d’Africa per ridurre la predazione del bestiame e il conflitto uomo-fauna selvatica
    • Condurre sondaggi e campagne di sensibilizzazione in Somaliland per aumentare la consapevolezza degli impatti negativi del commercio illegale di animali domestici / animali selvatici

    Aiutare i sostenitori del CCF in tutto il mondo a vedere l’impatto delle loro donazioni in Africa è una sfida. Normalmente, la nostra fondatrice e direttrice esecutiva, la Dr. Laurie Marker sarebbe in viaggio per portare aggiornamenti di persona direttamente ai sostenitori del CCF. Ovviamente questo non potrà avvenire quest’anno.

    Nel 2021, il CCF aumenterà la consapevolezza di come TU stai aiutando a salvare il ghepardo nel:

    • Superare le nostre distanze con nuovi eventi e avvenimenti virtuali interattivi
    • Inviare comunicazioni regolari direttamente a te con aggiornamenti cartacei e digitali (assicurati di iscriverti per ricevere aggiornamenti dal CCF)
    • Costruire la presenza online del CCF con un aumento dei contenuti video pubblicati sul canale YouTube del CCF
    • Portando la savana direttamente a te con le interviste del personale del CCF e dei partner in tutte le aree: loro sanno in prima persona quale differenza fa il TUO SUPPORTO per il lavoro di conservazione del CCF.

    Vai sul nostro sito www.ccf-italia.org e leggi il nostro blog!

    A presto,

    Il CCF Italia

  • Il respiro del mare

    Ciao Giulia. Ci racconti un po’ di te? Del tuo percorso formativo? 

    Mi sono laureata a Genova in Scienze Ambientali Marine sviluppando un progetto per la Gestione della Fascia Costiera in Liguria, ma ho sempre cercato di passare il più tempo possibile in mare aperto. Ho avuto la fortuna di salire a bordo della Nave Oceanografica Urania per diverse volte, grazie al CNR, partecipando ad alcune campagne oceanografiche nel Mediterraneo. La cosa strana è che in realtà all’epoca (prima e dopo la laurea) non mi immaginavo nel campo del monitoraggio dei mammiferi marini. Ricordo ancora quando nel 2013 durante la navigazione alla Baleari, a bordo dell’Urania, i miei colleghi non in turno videro tre capodogli affiancarsi alla nave. Mi chiamarono, ma io ero di turno al laboratorio di analisi chimica e a quanto pare non mostrai nemmeno troppo entusiasmo quando mi trascinarono fuori per vedere i cetacei. Chi lo avrebbe detto che da lì a sette anni sarebbero diventati l’obiettivo del lavoro del mio team con Menkab. Eppure da bambina obbligavo mio padre a regalarmi qualunque cosa a forma di orca o delfino.

    Storia e obiettivi dell’Associazione Menkab?

    L’Associazione Menkab: il respiro del mare è nata nel 2010 a sostegno delle attività di ricerca scientifica e di educazione ambientale dedicate al Mar Mediterraneo e per contribuire alla protezione del suo ecosistema. Per raggiungere questo obiettivo il team collabora con Università italiane e straniere, altre Associazioni e Società che lavorano nel campo della comunicazione e della divulgazione scientifica.

    Ci parli del tuo gruppo di lavoro

    Il team è eterogeneo. Questo è uno dei nostri punti di forza. Abbiamo sempre da imparare l’uno dall’altro. Menkab è stata fondata dal Professor Maurizio Wurtz, che non solo è un grandissimo biologo ma anche un’artista incredibile in grado di trasformare vetro resina in animali 1:1 che sembrano veri e di costruire quasi qualunque strumento possa servirci in mare per la ricerca. Come l’idrofono. Maurizio ora ha però ceduto un po’ la redini a noi “ragazzi”. Oltre a me, che ho formazione più oceanografica e mi occupo della componente di science communication, ci sono Biagio Violi, il nostro esperto di capodogli e responsabile scientifico, Martina e Alessandro che si occupano di acustica e di studio del marine litter (i “rifiuti in mare”) ed Elia, skipper e biologo marino esperto di subacquea, oltre che pilota di ROV (robot sottomarino). Oltre al gruppo di ricerca abbiamo la fortuna di condividere le uscite in mare con un team di documentaristi della società Artescienza con cui abbiamo realizzato #CLOSETOHOME (https://www.youtube.com/channel/UCFnVyxb-klIOv-zsFJ-OZag).

    Qual è lo stato dell’area di mare che monitorate? 

    Il Mar Ligure ha la fortuna di avere due aree marine protette, che permettono un monitoraggio costante di eventuali situazioni critiche. Ma oltre a questo è anche uno dei mari più trafficati e con il maggior numero di porti, marine turistiche e porticcioli e con il traffico marittimo tra gli impatti maggiori per i mammiferi marini e altre specie come le tartarughe. Oltre a questo esiste anche il problema dell’inquinamento da marine litter (plastica e altre fonti) che nel nostro mare tendono a collocarsi molto facilmente sui fondali, dove magari spariscono dalla nostra visuale, ma impattano il sistema marino per decenni.

    Progetti di Ricerca Scientifica fatti e in atto? 

    Il nostro target principale tra i mammiferi marini è rappresentato dal capodoglio, il più grande predatore degli oceani, presente nel Mediterraneo anche se in pericolo, a causa dell’impatto antropico. Lo studio di questa specie ha dato vita al progetto PREDATORS (dedicato proprio a questo animale, ma allargato a tutta la fauna marina), che ci porta a effettuare il maggior numero possibile di uscite in mare tutto l’anno, proprio per comprendere il passaggio del capodoglio nel Mar Ligure. Avere un’imbarcazione nostra, per quanto dispendioso, ci permette di avere la possibilità di uscire in mare ogni volta che il meteomare è favorevole e questo ci ha regalato la possibilità di avvistare specie non proprio consuete nell’ultimo anno. Da dicembre 2019 ad oggi infatti abbiamo “collezionato” orche, psuedorche e una megattera, tutte nella nostra area di studio compresa tra Savona e Genova. Tre specie atlantiche, definite Visitor nei nostri mari. Un’emozione unica.

    Con quali enti collaborate? 

    Abbiamo progetti e convenzioni con l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi e con l’Università degli Studi di Genova. Tra le altre realtà, come ho citato precedentemente, abbiamo la fortuna di poter collaborare con i documentaristi di Artescienza, ma negli anni abbiamo realizzato progetti diversi, come quello incentrato sullo studio dell’impatto della plastica nei fondali marini italiani (Abyss Cleanup con Igor D’India) oppure collaborazioni e corsi internazionali.

    Avete realizzato pubblicazioni?

    Nel nostro settore le pubblicazioni scientifiche sono un capitolo importante ed è comunque una parte fondamentale del nostro lavoro. Oltre alla pubblicazione passata che varia dallo studio dei capodogli ai progetti sul tursiope (il delfino più costiero), recentemente stiamo lavorando su diverse pubblicazioni dedicate al capodoglio, come ad esempio quella portata anche al WMMC (World Marine Mammal Conference) a Barcellona nel 2019, in cui mostravamo il primo caso di osservazione e documentazione di un allattamento di capodoglio nel Mar Ligure.

    Fate anche corsi di formazione e di educazione ambientale. Ce ne parli? 

    Ogni anno organizziamo corsi di formazione per studenti, laureati ma anche appassionati di cetacei, in cui forniamo le basi per comprendere le specie del Mediterraneo, un corretto approccio al loro avvistamento e come studiarli grazie all’acustica. I progetti di educazione ambientale invece sono molteplici e durano tutto l’anno, soprattutto con il coinvolgimento delle scuole del territorio, anche grazie al patrocinio dell’Area Marina Protetta di Bergeggi dell’Autorità Portuale. Il nostro obiettivo è far arrivare il più possibile il concetto di “cultura del mare” e di quanto sia importante la salvaguardia e la tutela dell’ambiente marino.

    Ad oggi stiamo cercando i fondi per realizzare una mostra con un tour digitale, che possa permettere a tutti di immergersi in questo mondo.

    Come possiamo sostenere i vostri progetti?

    Prima di tutto nel modo più semplice possibile, seguendoci sulle nostre pagine social (Instagram e Facebook). Il passo successivo è quello di effettuare una donazione all’Associazione per permetterci di continuare i nostri progetti e magari poter portare il nostro lavoro anche fuori la nostra Regione. Basta scriverci una mail ad info@menkab.it o arcimenkab@gmail.com e verranno date le informazioni e le modalità per il supporto. Qualunque contributo è ovviamente ben accetto, ma anche una semplice visualizzazione dei nostri video o un commento al nostro lavoro è gradito.

    Cosa vorresti dire a gran voce? 

    Che la tutela dell’ambiente non è una cosa da pochi, marginale o che entra in conflitto con le politiche e le amministrazioni del territorio. Anzi al contrario, le due cose dovrebbero dirigersi verso gli stessi obiettivi.

    Indirizzo web:  https://www.menkab.it/

    Indirizzo FB: https://www.facebook.com/associazione.menkab@associazione.menkab

    Indirizzo Instagram: https://www.instagram.com/menkab_il_respiro_del_mare/?hl=it

    Nome: menkab_il_respiro_del_mare

    Email per contatti: arcimenkab@gmail.com / info@menkab.it

  • Per non cedere di un passo

    1) Qual è la situazione, in questo momento, dei popoli che abitano l’Amazzonia brasiliana? Come si sta diffondendo il Covid-19? Quale notizie vi arrivano dai popoli con i quali collaborate e che sostenente? 
    L’epidemia si è ormai diffusa in tutto il continente sudamericano e sta colpendo in modo particolarmente duro le comunità indigene. Solo in Brasile i contagi indigeni confermati sono oltre 46.508 e i decessi almeno 929 (dati APIB), ma il vero numero degli infettati è probabilmente molto più alto, perché i casi sono ampiamente sottostimati e il numero di test diagnostici effettuati è esiguo. Il virus costituisce un pericolo mortale per tutti, ma lo è ancora di più per i popoli indigeni: le loro comunità vengono infatti colpite in modo sproporzionato.
    Coloro che in passato sono stati sfrattati dalle loro terre hanno perso molta della loro autosufficienza e del benessere di un tempo: avevano centinaia di piante medicinali per curare disturbi che gli sono familiari, ma oggi dipendono dagli ospedali per le malattie portate dagli esterni, e pur trovandosi in precario stato di salute spesso non hanno accesso a un’adeguata assistenza sanitaria. Allo stesso tempo, molti altri indigeni che vivono ancora sulle loro terre, e sono quindi più forti, vedono i loro territori invasi, spesso con l’avallo delle autorità. Gli viene detto di auto-isolarsi per proteggersi dall’epidemia ma per loro è impossibile se nella foresta ci sono migliaia di invasori!

    Secondo un rapporto realizzato dalle organizzazioni Yanomami e Ye’kwana, a permettere la rapida diffusione del virus nella terra yanomami sono proprio la negligenza e la complicità del governo di Bolsonaro rispetto alla continua invasione e distruzione di ampie porzioni del territorio da parte dei cercatori d’oro illegali. Nell’area abitano anche diversi gruppi di incontattati, tra i popoli più vulnerabili del pianeta: se dovessero entrare in contatto con qualcuno dall’esterno si troverebbero esposti a rischi estremi. In dicembre gli Yanomami hanno consegnato al Congresso brasiliano una petizione che ha raccolto 439.000 firme (https://www.minersoutcovidout.org/) per chiedere l’immediata espulsione dei circa 20.000 cercatori d’oro illegali dall’area.

    2) Quali sono le principali minacce per i popoli indigeni del Brasile? 

    Senza dubbio l’invasione e la distruzione delle loro terre: che siano taglialegna, cercatori d’oro, allevatori o coloni non fa molta differenza. La retorica razzista del Presidente Bolsonaro alimenta le invasioni dei territori indigeni da parte di coloro che si sentono incoraggiati dal disprezzo che mostra per questi popoli e dall’indebolimento di agenzie federali come il FUNAI (il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni) e l’IBAMA (l’Istituto per l’ambiente e le risorse naturali), che si sono viste ridurre drasticamente il budget e lo staff.

    Manovra dopo manovra, Bolsonaro e il suo governo continuano a promuovere un vero e proprio “genocidio legalizzato” dei popoli indigeni del paese. Il Presidente sostiene, ad esempio, la proposta del “Marco Temporal” (limite temporale) che stabilisce che i popoli indigeni che al 5 ottobre 1988 – giorno in cui fu promulgata la Costituzione brasiliana – non abitavano fisicamente sulle loro terre, non hanno più alcun diritto a viverci. Se venisse approvata avrebbe un impatto devastante su centinaia di territori indigeni, distruggendo la vita di decine di migliaia di persone.

    3) I popoli indigeni che abitano l’Amazzonia sono molti. Alcuni non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno e infatti vengono definiti “incontattati”. Cosa intendiamo?

    L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo. Ma è anche la dimora ancestrale di almeno 1 milione di indigeni. Sono divisi in circa 400 tribù, ognuna con la sua lingua, la sua cultura, il suo territorio.

    Molti dei popoli amazzonici brasiliani contano oggi meno di 1.000 individui, ma il loro numero varia moltissimo, dai 60.000 Ashàninca del Perù ai 3 Akuntsu del Brasile. Il caso più estremo è quello de “l’ultimo della sua tribù”, un uomo che vive isolato in un angolo di foresta circondato dal bestiame degli allevatori e dalle piantagioni di soia nello stato brasiliano di Rondônia, uno dei più violenti del Brasile. Molti popoli sono in contatto con il mondo esterno da oltre 500 anni. Le tribù incontattate (https://www.survival.it/tribuincontattate), invece, non hanno rapporti con le società che li circondano; la più alta concentrazione di questi popoli si trova proprio in Amazzonia. Il FUNAI stima ci siano almeno 100 gruppi, e sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Intere popolazioni rischiano di essere spazzate via dalle violenze di esterni che le derubano di terre e risorse, e da malattie come influenza e morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie.

    4) I popoli indigeni sono i veri custodi della biodiversità, cosa significa e perché?

    I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. Le prove scientifiche hanno ormai ampiamente dimostrato che sanno prendersi cura dei loro ambienti e della fauna meglio di chiunque altro. Da generazioni le gestiscono e ne dipendono, e le loro conoscenze sono uniche e insostituibili.

    Non è un caso che l’80% della biodiversità del nostro pianeta si trovi proprio nei territori indigeni. Anche le immagini satellitari dell’Amazzonia sono impressionanti, perché spesso la deforestazione si ferma proprio laddove incominciano i confini dei territori indigeni. Per questo è fondamentale che questi popoli vengano riconosciuti come i partner principali nella lotta ai cambiamenti climatici (https://www.survival.it/su/cambiamenticlimatici) e che i loro diritti territoriali siano rispettati, a beneficio anche di tutti noi.

    5) Per primi avete denunciato che in Amazzonia si sta compiendo un genocidio. Perché è così difficile fermarlo?
    Per la nostra esperienza – e Survival lavora a stretto contatto coi popoli indigeni in Amazzonia da oltre 50 anni – questo è uno dei momenti peggiori per i popoli indigeni del Brasile dai tempi della dittatura militare. Da un lato, fin da subito Bolsonaro ha dichiarato guerra ai primi popoli del paese senza nemmeno tentare di nasconderlo, dall’altro la sua ‘non’ gestione della pandemia ha portato la crisi a un livello superiore, ancora più grave. I suoi sono tutti atti di criminale irresponsabilità. I popoli indigeni ovviamente, stanno contrattaccando e stanno resistendo. Hanno già ottenuto molti successi, ma la lotta è dura perché il governo è ampiamente controllato dalla lobby delle tre “B” come viene chiamata: ovvero da quella delle armi, dei buoi (l’agrobusiness) e della bibbia (gli evangelici) – Biblia, Boi, Bala.

    Il presidente Bolsonaro sta inoltre facendo grande pressione perché il Congresso approvi il suo Decreto Presidenziale MP910, noto come “il decreto del land grabbing”, che comporterebbe la vendita di vaste aree indigene a scopo di sfruttamento commerciale. Inoltre, mancando di proteggere i popoli indigeni dagli invasori e bloccando i piani sanitari necessari a combattere il Covid-19 tra le loro comunità, Bolsonaro sta di fatto incoraggiando la diffusione della pandemia.

    La leader indigena Brasiliana Celia Xakriaba lo ha detto molto chiaramente: “Ci rendiamo conto che la pandemia è una crisi per tutta l’umanità, ma sappiamo che i Brasiliani non saranno sterminati completamente. Per i popoli indigeni tuttavia rappresenta una reale minaccia di sterminio”.

    6) Che cosa state facendo voi di Survival e che cosa possiamo fare perché non si compia il genocidio?

    A fianco dei popoli indigeni del Brasile Survival International (https://www.survival.it/) sta conducendo una campagna internazionale per fermare il genocidio in corso nel paese (https://www.survival.it/genocidiobrasile), coinvolgendo in azioni mirate l’opinione pubblica internazionale.

    Ad esempio, insieme a molti popoli e organizzazioni indigene abbiamo fatto pressione su politici brasiliani di spicco e abbiamo partecipato a una maratona di tweet indirizzati ai membri del Congresso che hanno bloccato il primo tentativo di fare votare l’MP910. Più di recente, grazie alla pressione dell’opinione pubblica internazionale, abbiamo ottenuto anche la destituzione di Ricardo Lopes Dias, un missionario evangelico che era stato nominato capo del Dipartimento governativo per gli Indiani incontattati con il chiaro intento di raggiungerli e assimilarli.

    I 50 anni di esperienza e i tanti successi ottenuti da Survival nel corso del tempo, dimostrano che la pressione dell’opinione pubblica internazionale è di gran lunga l’arma più efficace per ottenere cambiamenti reali per i popoli indigeni e garantire loro un futuro. Per questo non ci arrenderemo, e non cederemo mai di un passo.

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