Ambiente

  • Allarme auto elettriche: poco profitto e futuro incerto

    Da anni l’intero settore automobilistico è stato invaso dalle nuove tecnologie e specialmente dai nuovi motori sempre più green e attenti all’ambiente. La rivoluzione ha portato continui investimenti nel settore delle vetture elettriche e ad impatto zero, ma non sembra che stia andando tutto come previsto.

    Alix Partners, una società di consulenza, descrive l’industria automobilistica ormai come un deserto del profitto. E non è il primo indizio a riguardo. Prima Standard & Poor’s ha avvisato che l’outlook sui margini tende al brutto a causa dei troppi investimenti, a fronte dei quali la risposta del mercato appare quanto meno improbabile. Poi è stata la volta addirittura del numero due di Bmw, che ha spiegato come i cittadini europei siano molto scettici nell’acquistare auto solo elettriche.

    Gli analisti guardano con preoccupazione ad alcuni indicatori del settore. Il più importante è la quantità impressionante di soldi che i costruttori stanno investendo, da qui al 2023: 225 miliardi di dollari per l’elettrificazione della gamma e altri 50 per la guida autonoma, stando alle stime di Alix Partners. Per dare un riferimento, 275 miliardi è la metà dei 553 miliardi di Ebit che i costruttori di auto e veicoli leggeri hanno generato nel quinquennio 2014/18.

    Le imprese devono costantemente fare investimenti, per andare incontro alle opportunità di nuova domanda che si prospettano all’orizzonte, ma gli analisti in verità dipingono un trend tutt’altro che espansivo nei prossimi anni. Il primo mercato del Mondo, la Cina, che ha generato in questo decennio i due terzi della crescita, pare stia tirando il freno: si proietta un meno 8% quest’anno. Gli Stati Uniti sono entrati nella fase calante del ciclo e l’Europa, per bene che possa fare, non darà i volumi necessari.

    La spinta verso l’elettrificazione arriva comunque dai governi, che impongono limiti alle emissioni impossibili da rispettare e inutili sotto il profilo ambientale, accompagnati da multe miliardarie. Davanti a queste imposizioni, i costruttori si sono sentiti incalzati. In altri termini, è la prima volta che non sono loro, i car makers, a dettare l’agenda dello sviluppo.

    Resta importante capire l’impatto che avranno questi cospicui investimenti con poco mercato e scarsi profitti. Un generale indebolimento finanziario dell’industria automobilistica, che già lo scorso anno ha mandato un’avvisaglia: una flessione del 20% dei profitti, pari a 25 miliardi di dollari, nonostante una contestuale riduzione di 44mila addetti, la prima dopo la crisi 2008/10.

    Per quanto riguarda i consumi del nostro Paese, gli automobilisti italiani sono fortemente interessati all’auto elettrica, ma sono ancora molti i talloni d’Achille che ne frenano l’acquisto. I problemi sono noti, e discussi, da anni: al momento costa troppo, almeno rispetto alle vetture convenzionali, l’autonomia genera ansia e preoccupazioni e la rete di ricarica non è sufficiente e capillare.

    Michele Crisci, presidente dell’Unrae, sottolinea che “il futuro dell’auto elettrica sarà molto legato alla capacità che le infrastrutture avranno di permettere agli utenti una ricarica continua, veloce, diffusa in maniera ampia sia domestica sia pubblica, sia nei luoghi dove lavoriamo. L’auto del futuro – conclude Crisci – sarà sicuramente un’auto elettrica, connessa e condivisa. È inevitabile un periodo di transizione. Si devono tenere in considerazione i futuri sviluppi tecnologici, ma anche la situazione presente, perché in Italia abbiamo 37 milioni di autoveicoli obsoleti rispetto a queste tecnologie”.

    In conclusione i costruttori, dopo più di un secolo di mobilità individuale a motore, oltre a meritare fiducia e rispetto, hanno le spalle per reggere questa nuova sfida. Ma le prossime strategie andranno prese con oculatezza per evitare che tutto il settore finisca in una enorme bolla senza futuro.

  • Le ecomafie lucrano sugli animali d’affezione, lo denuncia Legambiente

    In più occasioni abbiamo denunciato le attività criminali che guadagnano sulla pelle degli animali, dal traffico di cani per la vivisezione, alla vendita illegali di cuccioli importati, senza documenti e vaccinazioni, dai paesi dell’est agli innumerevoli combattimenti tra cani ed alle corse illegali di cavalli, per non parlare dei canili retti da gente di malaffare che fa morire gli animali e si intasca i soldi della pubblica amministrazione. Un giro criminale molto ampio e molto lucroso che, nonostante gli interventi di carabinieri e polizia, non si riesce ad arrestare. Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma, alla  presenza anche del presidente dell’ANMVI, il rapporto 2018 sulle ecomafie redatto da Legambiente. Dal rapporto emergono i gravi danni derivanti dal ciclo illegale del cemento e delle costruzioni, dei rifiuti, dalla filiera alimentare ed dal racket degli animali. Il business delle ecomafie raggiunge ormai più di 16,6 miliardi di euro, un business che Legambiente denuncia sia gestito da 368 clan. Le illegalità nel settore agroalimentare sono 44.795, le infrazioni ai danni dei prodotti Made in Italy sono aumentate rispetto all’anno precedente del 35 per cento, il fatturato illegale, considerando il valore delle merci sequestrate, arriva a 1,4 miliardi. In aumento anche i reati che vedono coinvolti gli animali d’affezione e la fauna selvatica, circa 20 reati al giorno. Unica notizia positiva i risultati della Legge 68/2915 che recepisce la direttiva europea del 1999 sulla tutela biennale e che è stata applicata per 1100 eco reati, la legge innalza i controlli ambientali e prevede un aumento di pena quando il reato è perpetrato in un’area naturale protetta o commesso contro specie animali o vegetali tutelati. Legambiente ha chiesto un maggiore sforzo da parte del governo sia per formare operatori specifici sia per riconoscere diritti propri degli animali anche all’interno della nostra Costituzione e per inserire all’interno del titolo VI bis del Codice penale un articolo che preveda sanzioni veramente efficaci contro tutti coloro che commettano crimini contro gli animali e le specie protette di fauna e flora. Per combattere le frodi commesse nell’agroalimentare la storica associazione chiede siano introdotti i reati di disastro sanitario e di omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose. Speriamo che il ministro dell’Ambiente abbia la capacità e la forza di accogliere queste richieste.

  • Nuove regole per il reddito di sopravvivenza

    Pochi giorni fa il Ministero per lo Sviluppo Ecologico del Gran Consiglio dei Vegetali, degli Animali e di tutti i Popoli Indigeni (il 4% della popolazione mondiale, ma che da soli rappresentano il 90% della “diversità culturale umana” del pianeta) ha reso noti i requisiti per la domanda di reddito di sopravvivenza sulla Terra.
    (www.redditodisopravvivenza.natura). Ne riportiamo qui alcune parti.

    “Il reddito di sopravvivenza viene riconosciuto da milioni di anni dalla Natura, senza chiedere nulla in cambio, a tutti gli Esseri Viventi, compresi gli Esseri Umani, per i quali non è mai stata attuata alcuna distinzione di sesso, etnia, lingua, religione, condizione personale e sociale. Fra questi ultimi, in meno di due secoli, gli umani civilizzati-urbanizzati (che rappresentano più del 55% dell’intera popolazione globale) hanno consumato quasi tutte le risorse naturali disponibili sul pianeta con i loro avidi e dannosi stili di vita ed alimentari[1] […]

    Il Gran Consiglio fa presente che il reddito di sopravvivenza verrà d’ora in poi riconosciuto dalla Natura solo a tutti gli esseri umani adulti[2] in possesso, cumulativamente, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:

    1) Il richiedente deve essere un abitante maggiorenne del Pianeta Terra e deve dimostrare, con le sue azioni, di aver compreso che l’Essere Umano è anch’egli un prodotto della Natura (e non viceversa) e che solo dove c’è la Natura è possibile anche la sua sopravvivenza.

    2) Per ottenere il reddito di sopravvivenza la zona dove vive la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedente deve avere aria, acqua e terreni non inquinati o in via di depurazione e conversione verso il ripopolamento spontaneo della Natura. In assenza di queste condizioni i richiedenti dovranno, necessariamente dimostrare nei fatti, di essersi adoperati per mantenere e migliorare le suddette condizioni ambientali. Solo a queste condizioni è garantita la sopravvivenza.

    Come si calcola il diritto di sopravvivenza?
    La Natura erogherà il suo beneficio (sotto forma di salute fisica, mentale e spirituale, con la conseguente possibilità di sopravvivere) in misura proporzionale all’effettivo e concreto cambiamento adottato.

    Come richiederlo e come usarlo
    La domanda per il reddito di sopravvivenza può essere presentata, senza limiti di orario e di luogo, alla propria coscienza.
    Per facilitarne la presentazione si consiglia di appoggiare una mano sul proprio petto e sforzarsi di cercare di sentire il battito cardiaco.
    I benefici ottenuti potranno essere cumulabili a, e per, tutte le future generazioni.

    Perdita del diritto
    Vi sono determinate circostanze in cui il reddito di sopravvivenza può essere perso o ridotto, ovvero, in assenza di ogni azione che vada a favore della Natura.
    Si prevede, infatti, la decadenza dal reddito di sopravvivenza quando la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedenti non si adoperino, in tempi rapidi, per intervenire su tutte quelle azioni che stanno causando la perdita del diritto di sopravvivenza.
    Chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere, oppure ometta informazioni dovute, sarà punito… con l’estinzione”

     

    [1] L’ultimo rapporto, ad esempio, dell’Ipcc (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), afferma che se le popolazioni urbanizzate non cambiano direzione, ci restano solo 12 anni per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica (e non solo ndr).

    [2] Il diritto ed il reddito di sopravvivenza continuano ad essere riconosciuti dalla Natura a tutti i bambini del Mondo, senza alcuna richiesta da parte loro e distinzione o eccezione alcuna.

  • Il sindaco pentastellato di Bagheria compra un ecomostro e lo salva dall’abbattimento

    «Rilanciare il turismo» è lo slogan con cui Patrizio Cinque, sindaco 5 stelle di Bagheria, ha salvato un ecomostro abusivo costruito sulla spiaggia di Sarello, comprandolo per 225mila euro con l’intento di utilizzarlo come resort deluxe “per rilanciare il turismo”. In seguito a una visura camerale, il leader dei Verdi italiani, Angelo Bonelli ha presentato una denuncia in procura ma il M5s per ora si è limitato a prendere le distanze, con Luigi di Maio, dal sindaco, confermando però (è maggioranza al Comune di Bagheria) la propria linea in città (lo stesso sindaco non risulta ufficialmente estromesso dal partito, nonostante il ripudio a parole del capo politico del M5s) per il condono di Ischia. Per quanto il sindaco sia stato allontanato dal movimento alla vigilia del 4 marzo, il quotidiano milanese fa notare come il comune di Bagheria sia ancora interamente pentastellato.

    Per riuscire nell’intento, il 5 maggio del 2017 il sindaco ha nominato Caterina Licatini, parlamentare pentastellata, alla guida della “Amb”, municipalizzata comunale, e 10 giorni dopo ha dato vita alla “Nuova Poseidonia srl” società che si aggiudica all’asta l’ex ristorante “New Orleans”, la sala da matrimoni e ricevimenti costruita sugli scogli del Sarello sborsando 225 mila euro. In contemporanea, il 18 maggio 2017, il sindaco ha proposto alla giunta di Bagheria da lui guidata un nuovo regolamento per l’acquisizione degli immobili abusivi che riconosce agli abusivi il diritto di abitazione e sospende l’abbattimento delle case (anche quelle costruite a 150 metri dal mare).

  • La scuola non è l’ambiente di Greta Thunberg: salterà un anno e mezzo di lezioni

    Greta Thunberg, la ragazzina scandinava divenuta icona globale dell’ambientalismo, resterà lontana dai banchi per concentrarsi sulla campagna internazionale a difesa dell’ambiente di cui in questi mesi è appunto diventata il simbolo. Lo hanno detto all’agenzia di stampa Dpa fonti vicine all’attivista svedese 16enne, secondo cui Greta sarà a settembre a New York al summit sul clima, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre. Secondo le fonti, alla fine di quest’anno scolastico Greta – promotrice di ‘Fridays for future’, gli scioperi degli studenti contro i cambiamenti climatici – prenderà una pausa per concentrarsi a tempo pieno sulla sua campagna. Nei giorni scorsi, al quotidiano svedese Dagens Nyheter aveva detto: «Il 2020 è l’anno in cui dobbiamo far scendere verso il basso al curva delle emissioni se vogliamo mantenere il riscaldamento globale tra 1,5 e 2 gradi celsius».

  • Gli aironi tornano nei cieli italiani

    L’Onu ha recentemente pubblicato un rapporto sulla biodiversità, nel rapporto è stato lanciato un allarme sulla ingente perdita di specie delle quali addirittura un milione sarebbero a rischio estinzione. La colpa ovviamente è dell’uomo sia per quanto riguarda l’inquinamento sia per quanto riguarda altre attività come il bracconaggio, specie degli uccelli. L’Italia nel marzo 2017 è stato il primo Paese del Mediterraneo ad approvare un piano di azione per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici e nel mese di maggio si è avuto il primo report sul piano annuale di contrasto. Fortunatamente mentre ci sono persone che uccidono uccelli rari ve ne sono altre che hanno dedicato la loro vita allo studio e alla conservazione di diverse specie. Tra questi Mauro Fasola, ornitologo e ordinario di zoologia a Pavia, da anni gira per risaie e paludi per monitorare le coppie di aironi. Nonostante anche in Italia ci sia il rischio di perdere più di 2/3 delle specie la popolazione degli aironi è aumentata come risulta dal controllo delle garzaie in Piemonte e Lombardia e specie nel delta del Po. Gli aironi tornano sempre a nidificare nello stesso luogo e vi sono alcune garzaie che sono già descritte in libri del primo ‘600 e che sono ancora lì inutilizzate. Un’impresa difficile quella del prof. Fasola che però è coadiuvato da decine di volontari e oggi il gruppo garzai-Italia sarà presto in grado di conferire il suo database sugli aironi a Ornitho, la piattaforma dei birdwatchers italiani. Gli aironi sono perciò in controtendenza rispetto all’estinzione di altre specie e sono comparse alcune varietà, come l’airone guardabuoi e l’airone bianco, che non si vedevano da moltissimo tempo. Il problema per questi uccelli però è, oltre il bracconaggio, l’eventuale asciutta delle risaie che distrugge la loro base alimentare. I luoghi dove maggiormente nidificano sono il Parco della valle del Ticino, il parco del Sesia, il parco regionale del Mincio, la riserva naturale di Ostiglia e l’oasi Lipu di Torrile.

  • Chi è l’uomo più forte e intelligente del mondo?

    Sui primi 10 film record di incassi a livello mondiale, ben otto hanno come protagonisti creature inventate o uomini con super poteri. E se ascoltiamo con attenzione le più recenti pubblicità, il prefisso “super” è più che inflazionato (cibo super naturale, detersivo super pulente, dentifricio super sbiancante, etc.). Ma siamo davvero diventati così super? O superiori? O ci sentiamo tali? E chi è l’uomo più forte e intelligente del mondo? Non posso certamente sapere a quale risposta stiate pensando voi ora, ma posso raccontarvi quanto grande fosse l’esuberanza dei più piccoli studenti delle elementari quando, durante i nostri incontri di educazione ambientale, mi rispondevano gridando, con tifo da stadio, i nomi dei loro supereroi e delle loro supereroine preferiti. Entusiasmo che calava, per trasmutare in attenta e stupita curiosità, quando io, sorridendo li interrompevo dicendo “Va bene, va bene ma io vi ho chiesto quale uomo, non quale super-uomo, sia il più forte e intelligente del mondo”. E voi, a chi avete pensato? Chi è più forte e intelligente fra gli uomini? Quello che per sopravvivere ha bisogno di scarpe, vestiti, una casa (riscaldata d’inverno o rinfrescata d’estate) etc. e, ancora, medici, psicologi, etc. etc.? O chi non ha bisogno di tutto questo ed è in grado di sopravvivere nella Natura grazie alla Natura stessa? E perché rivolgere lo sguardo, nel 2019, verso questi uomini ancora così selvatici? Perché si parla tanto oggi di sostenibilità senza, innanzitutto, porre l’attenzione sul fatto che è la condizione o, meglio, il risultato del nostro modello di sviluppo a creare questa necessità. In parole più semplici, si parla di cercare un modello di crescita sostenibile perché, nei fatti, quello moderno occidentale non lo è. Un esempio per tutti è l’esponenziale erosione genetica e biologica dei Paesi civilizzati mentre l’80% della biodiversità mondiale la si trova ancora e solo dove vivono e cercano di sopravvivere i popoli nativi di ogni continente. Allora, l’esperienza ci ha insegnato che quando abbiamo un problema, ci rivolgiamo a chi quel problema, o ha le conoscenze o i mezzi per risolverlo o, addirittura, non ce l’ha mai avuto perché lo ha sempre prevenuto. Domanda: dovremmo quindi ritornare tutti a vivere come gli uomini primitivi che hanno avuto ed hanno ancora la forza e l’intelligenza di mantenere l’ambiente vivo, pulito? Certamente sarebbe, a conti fatti, la soluzione più rapida ed efficace ma è impraticabile e per diversi motivi, primo fra tutti, il fatto che noi oggi, seguendo le nostre logiche, siamo fisicamente (e mi spingerei ad affermare, anche mentalmente) molto più deboli. Che cosa prendere, allora, dall’esperienza di questi popoli così forti e intelligenti? Innanzitutto far ricordare la loro esistenza e far conoscere la loro storia. Distaccatamente. In secondo luogo, se vogliamo dare ai nostri figli un più acuto senso critico, studiarne e insegnarne, dove possibile, l’eco-nomia (dal greco, “la conduzione della casa” e, per logica, il modo in cui si vive) così come nelle scuole studiamo la storia e l’economia della Germania o di un’altra nazione. Saranno poi loro a riflettere su cosa o chi sia stato più lungimirante. Noi o loro. L’uomo è un prodotto dell’Ambiente e, per questo, viviamo grazie all’ambiente e la qualità della nostra vita dipende dalla sua biodiversità. Punto. Se continuiamo a non averne cura, non inventiamoci bugie o alibi o altri supereroi che salveranno il pianeta con i loro super-poteri. Non servirà a nulla e, soprattutto, non aiuterà i nostri figli ad avere la forza e l’intelligenza per affrontare le sempre più gravi e sovrapposte emergenze ambientali a cui dovranno, per causa anche nostra, far fronte inevitabilmente.

  • Le mani dell’uomo sul Pianeta Terra: a Bologna la mostra evento Anthropocene

    Un’esplorazione multimediale che documenta l’indelebile impronta umana sulla terra. E’ il progetto Antrhopocene, al MAST di Bologna dal 16 maggio al 22 settembre, una mostra multidisciplinare che indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le straordinarie immagini del fotografo di fama mondiale Edward Burtynsky, i filmati dei registi pluripremiati Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, installazioni di realtà aumentata e il film sul progetto. Scorre così un racconto sulle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi, le ciclopiche macchine costruite in Germania, le psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia, la devastazione della Grande barriera corallina australiana, le surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama, le cave di marmo di Carrara, una delle più grandi discariche del mondo a Dandora, in Kenya.

    Il progetto si basa sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo). La ricerca dimostra che gli esseri umani sono diventati la singola forza più determinante sul pianeta.

    Il progetto ha debuttato in Canada a settembre 2018 con il film “Anthropocene: The Human Epoch” proiettato in anteprima mondiale al ‘Toronto International Film Festival’ (in Italia distribuito da settembre) e con la mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto e alla National Gallery of Canada di Ottawa – organizzata in partnership con la Fondazione MAST

    La mostra bolognese, suddivisa in quattro sezioni (trentacinque fotografie di grande formato di Edward Burtynsky, quattro murales ad alta risoluzione, in cui si abbinano tecniche fotografiche e filmiche che evidenziano il lavoro sinergico dei tre artisti, tredici videoinstallazioni HD curate dai due registi e tre installazioni di Realtà Aumentata [RA] che ricreano su smartphone e tablet un modello fotorealistico tridimensionale a grandezza naturale), è curata da Urs Stahel, curatore della PhotoGallery e della collezione MAST, Sophie Hackett, curatrice della fotografia dell’Art Gallery of Ontario di Toronto e da Andrea Kunard, curatrice del Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada.

  • “Salviamo le api!”: la Commissione registra l’iniziativa dei cittadini europei

    La Commissione europea ha deciso di registrare un’iniziativa dei cittadini europei dal titolo “Salviamo le api! Protezione della biodiversità e miglioramento degli habitat degli insetti in Europa”.Gli organizzatori chiedono alla Commissione di “adottare una legislazione per preservare e migliorare gli habitat degli insetti in quanto indicatori di un ambiente incontaminato”.

    L’iniziativa dei cittadini si concentra sulla definizione di obiettivi vincolanti per “fare della promozione della biodiversità un obiettivo di fondo della politica agricola comune; ridurre drasticamente l’uso di pesticidi, vietare senza eccezioni i pesticidi dannosi e riformare i criteri di ammissibilità; promuovere la diversità strutturale dei paesaggi agricoli; ridurre efficacemente i fertilizzanti (per es. Natura 2000); istituire efficacemente zone di conservazione; intensificare la ricerca e il monitoraggio e migliorare l’educazione.”

    A norma dei trattati, l’UE può adottare atti giuridici in settori come il mercato interno e la politica agricola oppure la tutela della salute pubblica e la qualità dell’ambiente. La Commissione ritiene pertanto giuridicamente ammissibile l’iniziativa e ha deciso di registrarla. In questa fase la Commissione non ha analizzato il contenuto dell’iniziativa. La registrazione avrà luogo il 27 maggio 2019, data dalla quale gli organizzatori avranno un anno di tempo per raccogliere le firme a sostegno dell’iniziativa. Se l’iniziativa riceverà un milione di dichiarazioni di sostegno in almeno 7 Stati membri nell’arco di un anno, la Commissione dovrà reagire entro 3 mesi, decidendo se dare seguito alla richiesta e, in ogni caso, dovrà giustificare la sua decisione.

    Fonte: Commissione europea

  • Attenti a chi dice attenti al lupo

    Mentre le contraddizioni nel governo ogni giorno continuano ed aumentano, oggi diventano anche più evidenti contraddizioni all’interno degli stessi dicasteri. Infatti pochi giorni fa dal Viminale è arrivata una circolare in merito alla diffusione di lupi e alla tutela della pubblica incolumità, inviata ai commissari di governo di Trento e Bolzano e al presidente della regione Val d’Aosta, che indicava interventi preventivi per il contenimento dei lupi. Subito dopo il ministro Salvini interveniva sull’argomento specificando che i lupi non dovevano essere uccisi, se non in casi estremi, ma contenuti ed eventualmente catturati. Parere ovviamente diverso da parte del ministro dell’Ambiente e giusta levata di scudi da parte di ambientalisti e animalisti.

    La circolare del Viminale, emanata in prossimità delle elezioni ed indirizzata proprio a quelle aree i cui presidenti o commissari avevano già in passato chiesto deroghe alle direttiva habitat che identifica il lupo come specie protetta, ha palesemente un carattere di tipo elettorale. Fa in ogni caso molta specie che coi problemi che affliggono il nostro Paese (compresi quelli di agricoltori e allevatori che non reggono più alla diminuzione di molti prezzi, dal latte al pomodoro, e che subiscono vere devastazioni per la presenza ormai senza controllo di ungulati, in special modo cinghiali), il problema sia diventato, da alcuni mesi, solo il lupo. Gli psicanalisti ci vedranno sicuramente un risvolto freudiano, ma quello che a noi interessa, una volta di più, ricordare, affinché i cittadini non siano tratti in inganno da articoli di giornale o circolari ministeriali, è che il lupo non è un pericolo per l’uomo, che se un lupo incontra un essere umano si nasconde e scappa, che il lupo è l’unico deterrente per le centinaia di migliaia di ungulati e che se il lupo si avvicina un po’ di più a zone abitate è perché vi è la pessima abitudine di lasciare derrate alimentari di scarto nei pressi delle abitazioni o nelle discariche. Certamente il lupo può anche essere un problema per greggi o animali non custoditi ma è altrettanto noto che la presenza di cani da pastore e la messa in essere di recinzioni elettrificate, che peraltro si usano anche per i cinghiali, copre gli animali da allevamento da qualunque pericolo. Vale inoltre ricordare che le Regioni provvedono anche ad eventuali risarcimenti purché sia dimostrato che l’animale da allevamento è stato ucciso dal lupo e non è morto per altri motivi.

    Se, come abbiamo detto e ripetiamo, il lupo, al di là delle circolari ministeriali, non può essere ucciso, nonostante i continui abbattimenti fatti dai bracconieri, è anche un non senso, come dice Luigi Casanova, vicepresidente di Cipra Italia, parlare di cattura. Ricorda Casanova, esperto custode forestale, che la cattura del capoguida del branco porterebbe solo a disgregare il branco, creando animali senza guida, o a far sì che da uno nascano più piccoli branchi.

    In ogni caso, per essere chiari col Viminale, il ministero dell’Ambiente ha elaborato il nuovo ‘Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia’ che è al dibattito della Conferenza Stato-Regioni. Nel piano non sono previsti, fortunatamente, quegli abbattimenti controllati che invece erano apparsi nel piano del 2017. Il nuovo piano lupo rafforza l’impegno del ministero per monitorare l’animale anche attraverso il supporto tecnico di Ispra. Il lupo rappresenta una parte importante per la conservazione di biodiversità ed ecosistemi. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha sottolineato come in molti casi si denunci la presenza di lupi ma si tratti in effetti di ibridi o di cani vaganti.

    Siamo d’accordo con Legambiente nel condividere le iniziative del ministero dell’Ambiente pur rimarcando la necessità che il provvedimento arrivi celermente all’approvazione e che poi il ministero controlli che le Regioni ratifichino il provvedimento e attuino i suoi vari punti. Anche il Wwf vede nel programma di combattere il bracconaggio, sostenere le azioni di prevenzione dei danni e nel rispetto dell’ecosistema, che nel piano è ben presente, un grande passo avanti.

    Intanto procede sull’Appenino tosco-emiliano il progetto Life Wolfnet e il centro di Montadone è diventato una pietra miliare sia per salvare lupi feriti da bracconieri o automobilisti sia per monitorare i loro comportamenti.

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