Ambiente

  • Svolta verde per l’Europa: il Parlamento europeo approva il Green Deal proposto dalla Commissione

    Via libera del Parlamento europeo al Green Deal della Commissione europea, ovvero il grande progetto per rendere l’Europa il primo blocco di Paesi al mondo ad impatto climatico zero entro il 2050. Presentato dalla Presidente Ursula von der Leyen all’Europarlamento riunito in Sessione Plenaria a Strasburgo, l’ambizioso progetto – il cosiddetto “piano di investimenti per un’Europa sostenibile” – richiede notevoli investimenti sia pubblici (a livello dell’UE e degli Stati membri) che privati che dovrebbero ammontare ad almeno 1.000 miliardi di euro distribuiti in dieci anni. Il Parlamento ha adottato la Risoluzione con 482 sì, 136 no e 95 astensioni chiedendo come obiettivo la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 invece del 40% attualmente previsto

    All’Italia saranno destinati 364 milioni di euro ma essendo il nostro Paese un contributore netto al bilancio europeo, dovrà versarne circa 900 milioni per alimentare il fondo.

    Sebbene tutti gli Stati membri, le regioni e i settori dovranno contribuire alla transizione, la portata della sfida non sarà uguale per tutti: alcune regioni saranno particolarmente colpite e subiranno una profonda trasformazione socioeconomica. Sosterremo le popolazioni e le regioni chiamate a compiere gli sforzi maggiori affinché nessuno sia lasciato indietro. Il Green Deal comporta un ingente fabbisogno di investimenti, che trasformeremo in opportunità di investimento”, ha rassicurato la Presidente von der Leyen. Come si può immaginare, infatti, il raggiungimento degli obiettivi e l’applicazione del piano sarà più impegnativa per i cittadini, i settori e le regioni che dipendono in larga parte dai combustibili fossili. Il meccanismo per una transizione giusta aiuterà perciò chi ne ha più bisogno, rendendo più attraenti gli investimenti e proponendo un pacchetto di sostegno pratico e finanziario del valore di almeno 100 miliardi di euro. Uno sforzo che migliorerà il benessere delle persone e aumenterà la competitività europea. Un aiuto sarà dato anche alle autorità pubbliche e agli attori del mercato perché individuino e sviluppino tutti quei progetti green atti a contribuire alla realizzazione della neutralità climatica.

    Nel dettaglio Il piano di investimenti del Green Deal europeo prevede tre tipologie di finanziamento:

    1. il Fondo per una transizione giusta, per il quale saranno stanziati 7,5 miliardi di euro di nuovi fondi UE, che si sommano alla proposta della Commissione per il prossimo bilancio a lungo termine (per poterne beneficiare gli Stati membri dovranno individuare i territori ammissibili mediante appositi piani territoriali per una transizione giusta, di concerto con la Commissione);
    2. un sistema specifico per una transizione giusta nell’ambito di InvestEU, che punta a mobilitare fino a 45 miliardi di euro di investimenti. Lo scopo è attrarre investimenti privati a beneficio delle regioni interessate e aiutare le economie locali a individuare nuove fonti di crescita;
    3. uno strumento di prestito per il settore pubblico in collaborazione con la Banca europea per gli investimenti, sostenuto dal bilancio dell’UE, che dovrebbe mobilitare investimenti compresi tra 25 e 30 miliardi di euro. Servirà ad accordare prestiti al settore pubblico, destinati ad esempio agli investimenti nelle reti di teleriscaldamento e alla ristrutturazione edilizia.

    La Commissione non si fermerà solo al supporto economico ma offrirà assistenza tecnica agli Stati membri e agli investitori e garantirà il coinvolgimento delle comunità interessate, delle autorità locali, dei partner sociali e delle organizzazioni non governative.

  • Numeri da record per la mostra ‘Anthropocene’ che ha chiuso dopo otto mesi

    Ha chiuso i battenti con un successo oltre le aspettative, domenica 5 gennaio, la mostra Anthropocene in programma al MAST di Bologna dal 16 maggio 2019. Il grande afflusso di pubblico, ben 155.000 visitatori, ha costretto gli organizzatori a prorogarla per due volte e dagli originari quattro mesi previsti l’esposizione è durata otto mesi. 15.500 gli studenti coinvolti, soprattutto di istituti secondari di primo e secondo grado, che hanno effettuato 600 visite guidate curate dai mediatori culturali della Fondazione MAST, 620 le visite guidate organizzate per il pubblico cui hanno partecipato 15.800 persone. Parte integrante della mostra è stato il pluri-premiato film “Anthropocene: the Human Epoch” (ANTHROPOCENE: l’Epoca Umana), codiretto da tre artisti – Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal and Nicholas de Pencier – e narrato dal premio Oscar Alicia Vikander. Il film testimonia un momento critico nella storia geologica del pianeta, proponendo una provocatoria e indimenticabile esperienza dell’impatto e della portata della nostra specie. Il film, che è stato proiettato tutti i giorni al MAST.Auditorium, è distribuito in Italia da Fondazione Stensen e Valmyn.

    “Stupefacente, sorprendente e inaspettato. Un anno fa immaginavamo che il tema del clima sarebbe diventato sempre più dominante, ma in pochi mesi tutto è cambiato: è arrivata Greta, sono iniziate le manifestazioni Friday for Future e nell’opinione pubblica è cresciuta la consapevolezza sui temi legati all’ambiente al cambiamento climatico, che sono al centro della mostra e del film”, commenta Urs Stahel (PhotoGallery e collezione di Fondazione MAST), che ha curato l’allestimento della mostra con  Sophie Hackett e Andrea Kunard, rispettivamente curatrici della Fotografia dell’Art Gallery of Ontario di Toronto e della National Gallery of Canada di Ottawa.

    La mostra è stata completata nel corso dei mesi dai MAST. Dialogues on Anthropocene: 77 tra talk, incontri e proiezioni (queste ultime in collaborazione con Cineteca di Bologna, Human Right Nights e Fondazione Stensen), appuntamenti gratuiti aperti al pubblico con scienziati, antropologi ed esperti, dedicati all’ambiente e al cambiamento climatico.

    Il progetto, basato sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati ‘Anthropocene Working Group’ impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo), documenta i cambiamenti che l’uomo ha impresso sulla terra e gli effetti delle attività umane sui processi naturali attraverso la combinazione di arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica.

    Anthropocene ha debuttato in Canada nell’autunno del 2018 con il film “Anthropocene: The Human Epoch” proiettato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e con la mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto (AGO) e alla National Gallery of Canada di Ottawa (NGC) organizzata in partnership con la Fondazione MAST. La mostra si sposta ora al Museo Marittimo e della Tecnologia di Malmö, in Svezia, dove inaugurerà il 15 febbraio.

  • Con il Green Deal europeo l’Europa sarà il primo Continente al mondo a impatto climatico zero entro il 2050

    La Commissione europea ha presentato il Green Deal europeo, una tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia dell’UE, trasformando i problemi ambientali e climatici in opportunità in tutti gli ambiti e rendendo la transizione giusta e inclusiva per tutti. Un progetto ambizioso quello della Presidente Ursula Ursula von der Leyen che  vuole rendere l’Europa il primo Continente ad impatto climatico zero entro il 20150 e per questo durante la presentazione del progetto a Bruxelles ha dichiarato che tutti possono partecipare alla transizione e beneficiare delle opportunità che offre perché interesserà tutti i settori della vista sociale, lavorativa e quotidiana al fine di salvaguardare il patrimonio naturale europeo, la biodiversità, le foreste e i mari.

    Da tempo ormai sentiamo parlare di emergenza climatica e molti, con modalità diverse, cercano di dare il proprio piccolo o grande contributo al miglioramento che potrebbe aiutare a vivere meglio l’intera collettività mondiale.

    Il Green Deal europeo prevede una tabella di marcia con azioni per stimolare l’uso efficiente delle risorse, grazie al passaggio a un’economia circolare e pulita, arrestare i cambiamenti climatici, mettere fine alla perdita di biodiversità e ridurre l’inquinamento.  Il Green Deal europeo riguarda tutti i settori dell’economia, in particolare i trasporti, l’energia, l’agricoltura, l’edilizia e settori industriali quali l’acciaio, il cemento, le TIC, i prodotti tessili e le sostanze chimiche.

    La Commissione presenterà entro 100 giorni la prima “legge europea sul clima”, la strategia sulla biodiversità per il 2030 e il piano d’azione sull’economia circolare per una politica alimentare sostenibile, oltre ad una serie di proposte per un’Europa senza inquinamento.

    Per realizzare gli obiettivi del Green Deal europeo saranno necessari investimenti notevoli. Per conseguire gli obiettivi in materia di clima ed energia attualmente previsti per il 2030 si stima che occorreranno investimenti supplementari annui dell’ammontare di 260 miliardi di euro per i quali sarà necessaria la mobilitazione dei settori pubblico e privato. Almeno il 25% del bilancio a lungo termine dell’UE dovrebbe essere destinato all’azione per il clima e la Banca europea per gli investimenti, la banca europea per il clima, fornirà ulteriore sostegno. Per fare sì che il settore privato contribuisca al finanziamento della transizione ecologica, nel 2020 la Commissione presenterà una strategia di finanziamento verde.

    Lottare contro i cambiamenti climatici e il degrado ambientale è un impegno comune, ma non tutte le regioni e gli Stati membri si trovano allo stesso livello. Un meccanismo per una transizione giusta sarà utilizzato per sostenere le regioni che dipendono fortemente da attività ad alta intensità di carbonio, aiutando i cittadini più vulnerabili alla transizione, garantendo l’accesso a programmi di riqualificazione e a opportunità lavorative in nuovi settori economici.

    Nel marzo 2020 la Commissione lancerà un “patto per il clima” per dare ai cittadini voce in capitolo e un ruolo nella formulazione di nuove azioni, nella condivisione delle informazioni e nell’illustrazione di soluzioni di base che gli altri possano seguire.

    Per sottolineare quanto la necessità di migliorare le condizioni climatiche dell’intero pianeta abbia bisogno di un impegno globale, l’UE continuerà a promuovere i suoi obiettivi e le sue norme ambientali nell’ambito delle convenzioni dell’ONU sulla biodiversità e il clima e a rafforzare la sua diplomazia ‘verde’. Il G7, il G20, le convenzioni internazionali e le relazioni bilaterali saranno utilizzati per persuadere altri soggetti ad intensificare i loro sforzi. L’UE utilizzerà inoltre la politica commerciale per garantire la sostenibilità e costituirà partenariati con i paesi vicini dei Balcani e dell’Africa per aiutarli nelle rispettive transizioni.

    Il prossimo passo affinché la macchina possa mettersi in moto in tempi rapidi sarà quello di invitare il Parlamento europeo e il Consiglio europeo ad approvare le ambizioni della Commissione per l’economia e l’ambiente futuri dell’Europa e a contribuire alla realizzazione di questi obiettivi.

  • Guerra e Natura II^ puntata

    L’Asia e forse ancor più l’Africa, sono continenti che racchiudono meravigliosi tesori naturalistici ma anche quelli più massacrati da guerre e guerriglie che ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

    Alcuni conservazionisti hanno dato la vita per la  loro missione: ricordiamo personaggi come Diane Fossey, uccisa a colpi di machete nel 1985 per proteggere gli ultimi gorilla di  montagna in Rwanda (D. Fossey “Gorilla in the mist”); o come George Adamson (ex marito di Joy Adamson autrice del best-seller ”Nata libera-storia della leonessa Elsa”), che visse per anni insieme a leoni e leopardi che lui stesso aveva reinserito in natura. Predisse che la sua morte non sarebbe avvenuta ad opera di questi pur pericolosi carnivori selvaggi: fu ucciso infatti nel 1989 da un gruppo di guerriglieri o banditi somali armati, che scorrazzava nel Kenya settentrionale. (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    ASIA (16 stati e 169 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    AFGANISTAN

    Prima della spaventosa situazione nella quale si è trovato l’Afganistan in questi ultimi decenni, lo zoo di Kabul fu inaugurato nel 1967, quando l’economia del paese era fiorente. Si trattava di un’istituzione importante che, come molti altri moderni zoo, faceva parte di Programmi Internazionali di Conservazione e allevamento di specie in pericolo. Accoglieva circa 400 animali con gruppi riproduttori di specie rare; nello zoo si sperimentava la riproduzione di quelle specie che stavano per estinguersi in Afganistan o in altri paesi del medioriente quali: il Cervo di Bukhara o battriano (Cervus (elaphus?) bactrianus) e altri rari ruminanti selvatici di montagna, come alcune specie di capre e pecore selvatiche vale a dire Stambecchi, Markor, Egagro, Mufloni e Argali, e anche specie del deserto, come la Gazzella persiana (Gazella subgutturosa). Fase successiva era la messa in atto di progetti di reintroduzione di queste specie nei loro luoghi di origine.  Oggi in questo zoo, trasformatosi in un ”lager per animali”, gran parte di quegli esemplari sono scomparsi dai loro recinti e non sappiamo che fine abbiano fatto; né conosciamo l’attuale situazione degli ultimi contingenti afgani delle 75 specie di piante e animali selvatici a rischio, originarie di questo paese, compreso il raro Leopardo delle nevi o Irbis (Panthera uncia) delle zone montuose più elevate del paese. Interessante a questo proposito sarebbe la lettura del libro “The Snow Leopard project and other Adventures in Warzone Conservation” di Alex Dehgan, direttore della Wildlife Conservation Society, che nel 2006, viaggiando alla ricerca di animali superstiti nelle zone più remote del Nuristan, si è ritrovato in un campo ancora minato e non ancora bonificato.

    AFRICA (29 Stati e 220 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    CORNO D’AFRICA (SOMALIA, ETIOPIA , ERITREA, SUD SUDAN ecc…)

    Nel ”Manifesto sulla conservazione e sulle risorse naturali” stilato a Mogadiscio, capitale della Somalia, si legge: ”La Repubblica somala riconosce che la conservazione della natura (…) costituisce un fondamento per il consolidamento e l’armonico sviluppo del paese (…) e si impegna (…) con la costituzione di Parchi nazionali, riserve naturali e l’insegnamento della conservazione della natura nelle scuole. Purtroppo il manifesto risale al 1968; oggi quasta nazione, devastata da guerriglie tribali e mancante di un governo stabile e riconosciuto, è nelle mani dei cosiddetti ‘signori della guerra’.

    Attualmente la parte settentrionale della penisola somala che guarda sul Golfo di Aden si è resa indipendente dal resto del paese col nome di Somaliland, e versa in condizioni politiche e economiche migliori, tanto che la Dott.ssa Laurie Marker a capo del CCF (Cheetah Conservation Fund)  è riuscita ad organizzare e allestire un centro di recupero per i piccoli ghepardi che vengono sequestrati alle frontiere e nei porti del paese dove, bracconieri senza scrupoli, dopo averli sottratti giovanissimi alle cure della madre (spesso uccisa per prendere i cuccioli indifesi) tentano di esportare i giovanissimi ghepardi vendendoli nella penisola arabica; qui infatti è diventato di gran moda, come vero Status Symbol,  passeggiare con un ghepardo addomesticato al guinzaglio o esibirlo sulla propria auto (fonte CCF Italia).

    In Somalia sono state censite ben 158 specie rare: tutti i grossi carnivori, gli ultimi elefanti, ecc ma molte delle specie rappresentano ‘endemismi’ tipici del Corno d’Africa, si tratta quindi di animali che vivono solo in questa regione. L’Italia ha sempre mantenuto rapporti di collaborazione anche in campo naturalistico con questa sua storica ex colonia (Africa Orientale Italiana), tanto che negli anni ’70 diede il suo contributo per l’istituzione di un grande parco nazionale di oltre 30.000 Km², denominato dell’Oltre Giuba, dotato di strutture per la ricerca e l’accoglienza. Oggi non si hanno notizie di questa area protetta e delle sue infrastrutture, nè si conosce la sorte di molte specie rarissime tipiche della fauna somala, come due piccole antilopi: il Beira (Dorcatragus megalotis), delle montagne settentrionali e il Dibatag  (Ammodorcas clarkei), delle zone aride centro-meridonali; il Dibatag sopravvive in un particolare ambiente semi-arido con varie specie di Acacia e Commiphora, denominato ”gedguwa” poco conosciuto ed ormai degradato dal pascolo del bestiame e dalla caccia eccessiva. In una ristrettissima porzione costiera di questo stesso ambiente vive anche la più piccola delle specie di Dik dik, il Dik-dik argentato o di Piacentini (Madoqua piacentinii), che secondo la ‘Red-list’ delle specie rare, redatta dall’IUCN, viene classificata come DD, Deficient Data, vale a dire che mancano dati sulla sua situazione numerica, ma si teme l’estinzione sicura entro pochissimi anni, se gli ultimi esemplari non verranno inseriti in un serio programma di salvaguardia (Bellani G.G. 2013 Gnusletter Vol 31); sempre la ‘Red-list’ liquida anche la situazione della quasi sconosciuta Genetta abyssinica con uno scofortante DD (Deficient data). Non spetta una sorte migliore nemmeno a tre specie di gazzelle: quella di Pelzeln (Gazella dorcas pelzelnii) e di Soemmering (G. soemmerringii berberana) e la gazzella naso o di Speke (Gazella spekei) nè alla popolazione degli ultimi Asini selvatici somali (Equus africanus somalicus) massacrati, forse anche per fame, dalle tribù locali nonostante la protezione nel parco di Yangudi Rassa.

    LIBERIA, SIERRA LEONE, NIGERIA ECC.

    In Liberia, il regime di terrore di Charles Taylor (fortunatamente cacciato nel 2003 ed oggi in carcere per crimini di guerra), ha finanziato i ribelli della Sierra Leone (RUF), desideroso di impossessarsi delle ricchissime miniere di diamanti di cui è ricco il paese. Nazioni come la Liberia e la Sierra Leone (di quest’ultima l’ONU dichiara: ”é il peggior posto al mondo in cui vivere”) non praticano nessun rispetto per i diritti umani; uccisioni e torture degli avversari politici, arruolamento di bambini nell’esercito e 30.000 persone condannate ad amputazioni punitive, sono attività tollerate. Da quando è iniziato il conflitto si contano oltre 100.000 morti e 2 milioni e mezzo di profughi. E’ penoso anche solo elencare le brutture sopportate dalle popolazioni dei paesi dell’Africa occidentale che si affacciano sul Golfo di Guinea, una regione ricchissima di risorse naturali; un tempo era ricoperta da splendide foreste tropicali, oggi in gran parte distrutte insieme alla ricchissima biodiversità che custodivano. Nel 2000 è stata dichiarata estinta una bellissima scimmia, il Colobo di Waldron (Colobus badius waldronae), mentre non si conoscono ancora i contingenti superstiti di molte specie quasi sconosciute, alcune delle quali scoperte solo pochi anni fa, come la Mangusta della Liberia (Liberiictis kuhni) conosciuta e classificata nel 1958 e oggi già sull’orlo dell’estinzione. Molto vulnerabili sono anche l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) tipico delle foreste umide, varie specie di scimmie come alcuni Colobi e Cercopitechi, piccoli carnivori come due Genette (Genetta thierryi e G. johnstoni),  ed alcune piccoli antilopi di foresta come l’antilope reale o pigmea (Neotragus pigmaeus) e il cefalofo zebra (Cephalophus zebra); queste ultime fanno parte della cosiddetta “bushmeat” o carne da selvaggina, e sono l’unico apporto proteico possibile per alcune popolazioni ridotte alla fame.

    EPILOGO

    Non esiste un epilogo molto confortante e non si pensi che dove la guerra è durata molti anni, la cessazione dei conflitti possa risolvere da un giorno all’altro la situazione del patrimonio naturalistico. Gran parte delle aree dove sopravvive il rarissimo Stambecco del Simien (Capra walie), dell’Etiopia, sono disseminate di campi minati, pericolosissimi per le innumerevoli mine ancora inesplose. Durante il Genocidio Rwandese dei Tutsi (forse un milione di perone massacrate) il centro di Karisoke, fondato da Diane Fossey per i Gorilla venne completamente distrutto nel 1994 e migliaia di profughi in fuga invasero le foreste dei gorilla uccidendo un gran numero dei grossi e pacifici Primati.

    Armi e combattimenti lasciano conseguenze disastrose: per esempio durante la guerra del Viet-Nam si fece largo uso di defolianti che causarono l’estrema rarefazione di molte specie di scimmie le quali, come i Langur (Presbytis), si nutrono esclusivamente di foglie; ma i danni maggiori alla biodiversità del paese avvennero al termine del dissidio, quando il governo vietnamita cominciò un selvaggio taglio del patrimonio boschivo sopravvissuto, per poter ottenere il legname indispensabile alla ricostruzione post bellica. In alcuni casi persino la cessazione dei conflitti e i tentativi di ripristino delle condizioni di normalità economica e sociale, purtroppo ricadono ancora sugli abitanti più indifesi degli ambienti naturali, tra i quali certamente gli animali.

  • Guerra e natura – I^ Puntata

    La Guerra e i disordini sociali creano enormi problemi alle attività di conservazione della biodiversità in tutti i ‘punti caldi’ dei paesi del mondo. In una inchiesta in due puntate faremo partecipi i nostri lettori delle problematiche che gli addetti ai lavori incontrano nell’organizzazione delle attività di protezione ‘in situ’, cioè nei luoghi stessi che vedono la coesistenza fra disordini bellici e bisogno di conservazione della natura; vedremo i luoghi più caldi di Europa Asia e Africa e i pericoli che i conservazionisti devono correre per salvare gli ultimi contingenti di specie in via di estinzione.”Per conservare gli ambienti naturali (…) è necessario trovare soluzioni ai problemi sociali delle popolazioni: alleviare la povertà, alleggerire il debito, e creare condizioni per rallentare la crescita demografica e il raggiungimento di un’armonia duratura tra uomo e  natura.-  M.W. Holdgate, Direttore Generale della I.U.C.N.

    Le guerre, scatenate per validi motivi di difesa, per motivi umanitari o con pretesti che nascondono fini puramente economici, inevitabili o meno che siano, portano sofferenza non solo direttamente alle popolazioni umane che vi restano coinvolte, ma anche all’ambiente: l’aria, il suolo, le piante e soprattutto la vita degli animali selvatici dei paesi devastati da conflitti bellici subiscono danni spesso irreversibili e quindi quasi irrecuperabili anche dopo la cessazione dei conflitti. E’ stato straziante vedere le fatiche che i profughi afgani, vittime dal 1978 di tremende guerre civili, hanno affrontato per raggiungere paesi meno dilaniati da guerriglie e inumane leggi fondamentaliste. Da anni ormai giungono in Europa, attraverso il Mediterraneo o attraverso la cosiddetta rotta Balcanica, migliaia di profughi, specialmente mediorientali e africani che, rischiando la vita propria e quella della loro famiglia, lasciano i paesi nativi oppressi da guerre religiose e  civili, guerriglie e bande armate. Eppure una quindicina di anni fa il mondo si commosse anche per  le tristi immagini di Marjan, il vecchio leone trovato morente nel fatiscente zoo di Kabul, la capitale dell’Afganistan; il malandato maschio era sopravvissuto ai bombardamenti della città e dello zoo stesso. Marjan era sfigurato e reso cieco dalla bomba di un talebano folle che voleva vendicare l’aggressione e il ferimento mortale di un amico il quale, per provare scioccamente il proprio coraggio, si era introdotto nella gabbia del leone. Dopo essere comparso su tutti i media del mondo, il povero animale è poi morto a causa di una grave infezione. L’A.Z.A. (American Zoo and Aquarium Association) aveva inviato a Kabul i farmaci per curare Marjan insieme a qualche fondo per soccorrere e nutrire gli ultimi affamati ospiti dello zoo (un tempo importante Istituzione scientifica) ridotti ora alla fame dai continui bombardamenti della città: sei orsi e alcuni piccoli carnivori, alcuni cervi, gazzelle, mufloni, ecc. Ci si potrebbe allora chiedere se sia giusto commuoversi per la sorte di un vecchio leone o che un’associazione come l’A.Z.A. invii aiuti agli sfortunati ospiti di uno zoo, in un paese dove la popolazione umana versa nelle condizioni che tutti conosciamo. L’interrogativo può sembrare legittimo, ma pensiamo ad alcune situazioni analoghe in paesi come il nostro: cambiano i soggetti ma il dubbio è lo stesso; per esempio sappiamo che ogni anno si trovano bambini appena nati e subito abbandonati, persino nei cassonetti dell’immondizia: non per questo, crediamo, si debba tacciare di cinismo anche chi finanzia “Pubblicità Progresso” contro la cattiva abitudine di abbandonare il proprio cane per strada quando si parte per le vacanze estive.

    Se è dunque giusto che le associazioni umanitarie quali Croce Rossa, Medici Senza Frontiere ed Emergency (con l’eroico Gino Strada) abbiano tutti i fondi necessari per alleviare le sofferenze umane causate da conflitti bellici e guerre civili, è coerente e ragionevole che le associazioni naturalistiche e protezionistiche si preoccupino ”anche” per la sorte delle ultime popolazioni di animali selvatici o per quelle allevate negli zoo, e che sopravvivono nei paesi sconvolti da situazioni politico-economiche catastrofiche. Si potrebbe anzi affermare che le operazioni di monitoraggio e salvaguardia della biodiversità assolte da associazioni ambientaliste quali l’ I.U.C.N. (International Union for Conservation Nature and Natural Resources) ed il W.C.N. (World Conservation Union), possano essere considerate un aiuto, aggiungendo un motivo in più, se mai ce ne fosse bisogno, per un serrato ritorno di pace e normalità nelle zone più devastate del nostro pianeta.

    I paesi stremati da guerre militari o civili non hanno certo la possibilità (e alcuni dei regimi totalitari giunti al potere, nemmeno la volontà) di impiegare tempo, denaro o risorse umane adeguate, per politiche di conservazione della natura; in epoca di globalizzazione (ma la natura, e soprattutto gli animali, non riconoscono confini politici), sono quindi le associazioni internazionali per la conservazione della natura e delle specie in via di estinzione, nate in paesi economicamente più sviluppati, che si accollano questo impegno. Purtroppo non sempre ciò è possibile dato che in alcuni paesi la situazione è talmente difficile e pericolosa che a volte non si può fare altro che denunciare l’impossibilità di intervento.

    Secondo il rapporto annuale del Global Trends dell’UNHCR (l’organizzazione dell’ONU per i rifugiati) e del suo sito Wars in the World, nel 2016 nel mondo sarebbero almeno 47 i paesi coinvolti in azioni belligeranti di vario tipo che vanno da una vera e propria guerra tra Stati a guerre civili tra gruppi armati. Riportiamo solo alcuni degli infiniti dati sul coinvolgimento degli stati in guerre e guerriglie sanguinose che sconvolgono l’assetto politico-economico di un paese e i danni causati alla conservazione della biodiversità da questi fenomeni.

    Soffermiamoci per ora solo su Europa e Medio Oriente, vedremo nel prossimo numero alcune situazioni in Asia e Africa.

    EUROPA (9 stati e 81 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    Negli ultimi decenni la fauna delle regioni del Caucaso e dei Carpazi ha subito perdite che ancora stiamo valutando a causa, per esempio, delle guerre di separazione della Cecenia e dell’Ucraina dall’ex Unione Sovietica. La fauna della catena montuosa del Caucaso annovera specie rare e poco conosciute come il leopardo persiano (Panthera pardus tulliana=saxicolor), il gatto selvatico del Caucaso e due specie endemiche di capre selvatiche: il Tur o stambecco del Caucaso occidentale (Capra caucasica) e quello orientale (Capra cilindricornis). Nei Carpazi sopravvive dispersa l’unica popolazione veramente selvatica dell’ormai rarissimo Bisonte europeo (Bison bonasus).

    MEDIO ORIENTE (7 Stati e 248 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    IRAN (EX PERSIA)

    L’Iran è un paese che dagli anni ‘70 , quando la rivoluzione del 1978 fece cadere il regime dello Scià, ha visto anni di guerre contro l’Iraq di Saddham Hussein ed è stato coinvolto nell’aiuto a molte guerre in paesi arabi del Medio oriente (Siria, Libano ecc). La fine dei conflitti si è chiusa con una pesante dittatura di forze fondamentaliste islamiche contro cui la popolazione per anni ha cercato di opporsi con rivolte soffocate nel sangue (“repressione del dissenso”) dal Corpo delle guardie della rivoluzione Islamica o Pasdaran. In questo clima di forte e pericolosa sospensione dei diritti civili e umani, nel 2018 lavoravano alcuni conservazionisti per monitorare la presenza degli ultimi ghepardi asiatici (Acinonyx jubatus venaticus), sottospecie che sopravvive ormai solo in alcune aree protette dell’Iran, con circa 70-110 esemplari (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    Nei primi mesi del 2018 un tribunale di Tehran ha emanato un verdetto di colpevolezza per otto ricercatori-conservazionisti che studiano i ghepardi, tra cui due donne, con l’accusa di spionaggio e sentenze che vanno dai sei, ai dieci anni di reclusione, solo per aver utilizzato, come si fa in tutto il resto del mondo, macchine fotografiche e telecamere che entrano in funzione per mezzo di trappole a raggi infrarossi, unico mezzo possibile per monitorare la presenza di questi rarissimi e timidissimi felini. Il ramo locale di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, li ha accusati di essere spie assoldate da paesi nemici per monitorare l’Iran e quattro di loro  rischiano la pena di morte poiché accusati di “Portare la corruzione sulla Terra”……

    Questi scienziati lavorano tutti per la Persian Wildlife Heritage Foundation (PWHF), una organizzazione no-profit con sede a Tehran che si occupa di tutelare il ghepardo asiatico e altre specie rare in Iran; i ricercatori hanno già trascorso quasi due anni in carcere ma Kavous Seyed-Emami, professore iraniano-canadese e amministratore delegato della Persian Wildlife Heritage Foundation (PWHF), dopo essere stato imprigionato è poi morto nelle carceri di Evin e secondi i suoi carcerieri si sarebbe ufficialmente suicidato.

  • Merano prima città d’Italia ad archiviare i conducenti di autobus

    È il primo test in Italia: da qualche giorno, a Merano, ai margini del centro storico della città in riva al Passirio, circola un bus shuttle «100% elettrico» e «100% autonomo», come recitano le scritte sulle fiancate, per il trasporto di passeggeri. Quindici posti – undici a sedere e quattro in piedi – ma niente volante per l’autista che non c’è. Fa tutto l’intelligenza artificiale assistita da diciassette satelliti e da un’abbondante dotazione di sensori e telecamere. Grazie ad essi, il piccolo mezzo elettrico a guida autonoma, prodotto dall’azienda francese Navya, è in grado di leggere il percorso ed ‘accorgersi’ della presenza di ostacoli improvvisi e non previsti.

    La sperimentazione meranese è nata dal progetto “Mentor”, finanziato con 1,5 milioni di euro dal programma di cooperazione europea Interreg V/A Italia-Svizzera, con capofila i comuni di Merano e Briga-Glis, in Svizzera. Partecipano al progetto Noi Techpark, Sasa e PostAuto, l’assessorato alla mobilità della Provincia di Bolzano e Sta Alto Adige spa. Lo shuttle è solo un tassello del progetto che ha l’obiettivo di verificare la possibilità di sviluppare e promuovere nell’arco alpino una mobilità non legata al mezzo privato. «L’idea è che con un’app si possa accedere dallo smartphone a diverse offerte che possono andare dal bike sharing al car pooling», spiega Roberto Cavaliere di Noi Techpark.

    «Le nuove tecnologie per la mobilità esistono e sono sicure – sostiene Roberto Maldacea di ‘I mobility garage’, importatore di Navya – Questo shuttle è distribuito in 25 Paesi, in alcuni viene testato, in altri, come la Svizzera, è già integrato nel sistema del trasporto urbano. In Europa mancano solo Italia, Portogallo, Grecia ed Albania. Nell’ultimo anno, con questo veicolo sono stati percorsi un milione e mezzo di chilometri e trasportate 500mila persone». Maldacea insiste sulla sicurezza di Navya: “È programmato per rispettare le regole del traffico, conoscendo in anticipo che una zona è a potenziale pericolo, per la presenza, ad esempio di una scuola. Nel test di Merano non supera i 25 km l’ora e, poi – aggiunge – il veicolo non si distrae, non parla al cellulare, non chatta e non saluta gli amici che vede per la strada”.

    «Con i cambiamenti climatici, dobbiamo riflettere sulla mobilità di cui avremo bisogno in futuro e con questo progetto Interreg lo stiamo facendo – commenta il sindaco di Merano, Paul Rösch – dobbiamo inventarci qualcosa per sviluppare una mobilità che sia più vicina alle persone, ben sapendo che quella fondata sui mezzi privati non funziona più». «Questo progetto ci mostra la direzione in cui deve andare la mobilità del futuro», osserva l’assessore provinciale alla mobilità, Daniel Alfreider. Ed il futuro per l’assessore «è digitale e in rete», per questo «come Provincia vogliamo investire in innovazione con la digitalizzazione». «Vogliamo fare tutto il possibile per garantire che in futuro l’automobile non sia la prima scelta, ma che i cittadini passino sempre più spesso a forme di mobilità pubblica – conclude Alfreider – vogliamo diventare la regione nelle Alpi con la migliore offerta di mobilità sostenibile».

  • Il Consiglio dell’UE chiede un’azione per proteggere gli oceani

    Il Consiglio dell’Unione europea E ha invitato la Commissione europea a fare delle proposte politiche per proteggere gli ecosistemi marini e costieri. Il Consiglio ha riconosciuto la necessità di cooperazione internazionale e di politiche di sviluppo a tutti i livelli di governo per proteggere la vita negli oceani e nei mari. In questo contesto ha sottolineato l’importanza di un’economia blu sostenibile, proteggendo la biodiversità degli ecosistemi marini vulnerabili, nonché proteggendo l’Artico e le regioni ultraperiferiche e i paesi d’oltremare.

  • Venezia, il Mose e la proprietà transitiva

    I terribili effetti della devastante acqua alta nella notte tra il 12 e il 13 novembre hanno ancora una volta ferito una città unica al mondo come Venezia. A loro volta questi danni, a dir poco devastanti, se associati alle dichiarazioni successive delle varie autorità politiche dimostrano ormai il declino culturale del nostro Paese. Si percepisce un coro unanime, per altro assolutamente giustificato, di fortissima critica unita ad una altrettanto insofferenza nei confronti della classe politica tanto  nazionale e regionale, quanto più locale, le quali all’unisono hanno provocato, per ottenere dei vantaggi personali, come la magistratura ha evidentemente dimostrato, o per pura incompetenza o superficialità, questo disastro.

    Viceversa risulta chiaro come alla responsabilità della classe politica si debba affiancare anche quella del variegato mondo dei “tecnici”. In altre parole, devono venire coinvolte nell’attribuzione delle responsabilità quelle persone che in virtù di una competenza acquisita attraverso un percorso di studi legittimo vengono scelte da una classe politica mediocre (alla quale va attribuita anche questa responsabilità) per realizzare opere progettualmente e operativamente distoniche rispetto alle esigenze del territorio nel quale vengono inserite.

    I terribili avvenimenti che hanno sottoposto un’altra volta Venezia ad una disastrosa inondazione partendo dalla realizzazione del Mose dimostrano ancora una volta come non esista “alcuna  proprietà transitiva” in base alla quale la conoscenza acquisita con gli studi si trasformi automaticamente in competenza sia progettuale che realizzativa. Incompetenze e responsabilità relative ai danni conseguenti attribuibili ai diversi “tecnici” che poi la realtà drammaticamente evidenzia e la cui “competenza” acquisisce una forza che è moltiplicata proprio per l’inconsistenza culturale della classe politica.

    Questi due fattori devastanti generano dei mostri culturali e strutturali dei quali il Mose potrebbe a buon titolo rappresentarne il monumento a futura memoria.

     

  • Inondazioni e siccità: in Africa è emergenza climatica

    Come sempre i grandi giornali, troppo presi ad occuparsi delle frasi ad effetto e delle promesse non mantenute, di chi dovrebbe occuparsi di politica, tralasciano notizie dal mondo che solo apparentemente sono di minore importanza. Infatti molti di questi avvenimenti, ignorati dai più, avranno comunque una conseguenza sul nostro futuro. La terra non è a compartimenti stagni ed una tragedia che colpisce un popolo, un territorio anche lontano, prima o poi avrà riflessi sulla nostra vita.

    Le gravi inondazioni che hanno colpito la  Somalia, facendo esondare i fiumi, hanno costretto alla fuga decine di migliaia di persone. I terreni agricoli devastati e la perdita del raccolto, la mancanza di acqua potabile e di approvvigionamenti sta procurando seri problemi ed anche gli operatori umanitari si trovano in grande difficoltà dovendo aiutare decine di migliaia di sfollati che spesso è impossibile raggiungere. Al 31 ottobre si parlava già di 200.000 persone in fuga,tra queste 100.000 bambini e le piogge torrenziali sono proseguite anche nei giorni successivi. L’ospedale di Bardale, città che ha visto colpite dalle esondazioni e allagamenti 30.000 persone, è fuori servizio ed ora alla fame ed alla sete si aggiunge la paura di epidemie di colera e aumenta ovviamente il rischio malaria. In un Paese già massacrato dalla guerra e dal terrorismo e dove spesso è stata la siccità a far morire uomini ed animali ora l’acqua torrenziale sta procurando nuove paure e aumentano i profughi.

    Mentre l’interno della Somalia annega nello Zimbabwe la siccità, durata dallo scorso ottobre a maggio, sta mietendo vittime tra le persone e gli animali. Le risorse idriche sono state annientate da el-Nino, la popolazione non ha acqua, le colture sono seccate e gli animali disperati sono entrati negli insediamenti umani alla disperata ricerca di acqua e cibo. Nella zona occidentale del Paese sono stati trovati morti 55 elefanti e si sta riproponendo il conflitto uomini animali. Ancora una volta il tema delle risorse idriche, del cambiamento climatico, della gestione dei profughi e poi dell’immigrazione e della convivenza tra uomini ed animali ci ricorda che senza l’equilibrio dell’ecosistema la vita diventerà ogni giorno più difficile. Aiutare i paesi colpiti è un opera umanitaria e giusta ma se non si entra nella logica della prevenzione e del risanamento dell’ambiente tutto sarà inutile.

  • Il ruolo insostituibile degli insetti nell’ecosistema

    Abbiamo in altre occasioni parlato dell’ecosistema e da come lo stesso sia minacciato anche dall’estinzione di alcune specie della fauna e della flora. Non possiamo perciò tralasciare la diminuzione degli insetti e la loro importanza a livello biotico. Gli insetti rappresentano più della metà della fauna selvatica della terra e hanno ruoli insostituibili nell’ecosistema. Sono infatti gli insetti che impollinano, riciclano sostanze organiche, regolano la presenza di parassiti e sono fonte di cibo per altri animali. Questo problema è visto con grande preoccupazione nel mondo scientifico, basti ricordare gli studi effettuati in Germania tra il 1989 e il 2016 dai quali risulta che in questo periodo, 28 anni, si è perso più del 75% della biomassa di insetti. Altre ricerche confermano che ogni anno il calo continua con una percentuale di circa il 2,5% con le evidenti conseguenze per la vita di tutti quegli animali che di insetti si nutrono. Secondo lo studio tedesco gli insettivori ora hanno a disposizione solo un quarto delle risorse che avevano. Pensiamo alle rondini, alle allodole e comunque alla gran parte dei piccoli volatili. Gli insetti sono essenziali per l’impollinazione e senza l’impollinazione non esiste più produzione, la vita stessa dell’essere umano è a rischio, infatti circa il 35% della nostra alimentazione deriva da prodotti che senza impollinazione non esisterebbero più. Il declino degli insetti dipende nella massima parte dai problemi legati all’inquinamento e alla perdita di habitat e la continua e spesso inutile cementificazione accelera il problema. Ora si cerca di correre al riparo eliminando alcune fonti di inquinamento e nuove norme europee mettono al bando certi prodotti e pesticidi particolarmente nocivi ma il danno che è stato fatto all’aria e all’acqua e cioè all’ambiente non è certo sanabile in poco tempo. Inoltre se è vero che l’Europa si è mossa per eliminare l’uso dei prodotti più nocivi è altrettanto vero che gli stessi continuano ad essere usati in altre grandi aree del mondo, dalla Cina all’Africa, dall’Oriente agli stessi Stati Uniti e come ben sappiamo la terra non è fatta a compartimenti stagni, l’inquinamento va da un emisfero all’altro, da un paese al paese vicino e a quello lontano. Il grido di allarme è stato lanciato da tempo ma che la Terra sia a rischio sembra non preoccupare più di tanto i governi ed il mondo produttivo perciò tocca a noi cittadini consumatori cominciare a fare sentire di più la nostra voce ma anche agire, nel nostro quotidiano, per dare una mano al mondo.

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