Ambiente

  • Dalla terra alla tavola proponendo piccoli gesti per grandi cambiamenti: chi è Debora Arici e perché il suo libro “Tu sei Natura” parla a tutti noi

    In un’epoca dominata da ritmi frenetici e cibi sempre più processati, il rischio più grande che corriamo è quello di perdere il contatto con ciò che ci nutre davvero. Ma tornare alla terra, alla semplicità e al benessere autentico non è un’utopia lontana: è una scelta concreta che possiamo fare ogni giorno. A guidarci in questa rivoluzione gentile è Debora Arici, nutrizionista, ex chef, forager e creatrice del seguitissimo progetto social che lei ha chiamato icookwithnature (“cucino con la natura”) che conta ormai più di un milione e mezzo di followers. Con la sua formazione presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e la passione per il riconoscimento delle piante spontanee, Debora ha conquistato migliaia di persone proponendo un approccio al cibo e allo stile di vita accessibile, spontaneo e privo di sovrastrutture, unendo la cucina tradizionale e sostenibile con le tecniche di fermentazione provenienti da tutto il mondo. Nel suo libro “Tu sei Natura: Vivere e mangiare al naturale per guadagnare salute, tempo e denaro” (Fabbri / Rizzoli), Debora raccoglie e sistematizza la sua filosofia: una guida pratica per imparare a scegliere alimenti veri, trasformare gli scarti in risorse, cucinare erbe spontanee e riappropriarsi di gesti antichi per vivere con più consapevolezza ed energia.

    In questa intervista abbiamo parlato con lei di sostenibilità, di come semplificare la quotidianità per i giovani e per le famiglie, e di come la natura e la sua biodiversità rappresentino la risposta più rivoluzionaria per il nostro futuro.

    Ciao Debora, partiamo subito dal percorso che ti ha portato fino a qui oggi. Hai una laurea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un percorso come nutrizionista olistica. Qual è stato il momento esatto o la scintilla in cui hai capito che le erbe spontanee e la natura dovevano diventare il vero cuore del tuo progetto?

    Sì, hai detto bene, laurea in scienze gastronomiche a Pollenzo dove ho potuto approfondire ogni aspetto relativo all’origine degli alimenti che mangiamo. Cosa a cui facciamo sempre meno attenzione. E quindi già lì, grazie a quel percorso di studi, ho potuto porre una maggiore attenzione alla natura e alle sue straordinarie leggi e dove ho potuto seguire il mio primo corso di filmaking. Ho sempre lavorato nelle cucine ma grazie a questo percorso di studi ho avuto l’upgrade di conoscenze manageriali per diventare una chef di cucina. La trattoria dove ho lavorato per sei anni ha ricevuto la valutazione massima (“I tre gamberi) dalla rivista “il Gambero Rosso”. In quegli anni sentivo dentro di me crescere una curiosità infinita su quale effetto facesse sulle persone il cibo che stavo preparando. Ecco che allora nasce la volontà di iscrivermi a Scienze della Nutrizione. Facoltà che non c’era a Brescia, la città più vicina a dove vivo, e pertanto mi sono dovuta iscrivere a Milano. Per due anni mi sono alzata alle cinque del mattino per prendere il treno per Milano dove seguivo le lezioni fino alle due del pomeriggio per poi riprendere di corsa il treno e raggiungere il ristorante dove lavoravo dalle tre e mezza del pomeriggio fino all’una di notte. Due anni così, finché mi resi conto che mi stavo per ammalare. Decisi, quindi, di lasciare il mio lavoro per dedicarmi interamente allo studio e al conseguimento della laurea magistrale in alimentazione e nutrizione umana. Dopo la laurea a Milano, è arrivata la fatidica domanda: “E adesso cosa faccio?” Non sapevo se specializzarmi bene in nutrizione o se specializzarmi in comunicazione, in editing e produzione di video, perché mi piaceva molto creare documentari. Ogni viaggio o experience che facevamo con l’università realizzavamo un documentario. Il primo l’ho fatto quando sono andata in Corea per studiare la loro cultura gastronomica. Documentario che poi è stato pubblicato sul sito internet dell’Università. Queste alcune brevi note sui miei studi.

    Questo background accademico e sul campo è fondamentale. Com’è avvenuto poi il passaggio dalla teoria al vivere quotidianamente la natura e alla scelta di fare di questo sapere il tuo progetto principale?

    Venendo invece alla tua domanda posso dirti che in questi anni ho vissuto a contatto con la natura, vicino ad un bosco dove ho sempre autoprodotto il mio cibo, curando personalmente l’orto e il frutteto. Ho sempre raccolto le erbe spontanee, in particolare il tarassaco. Erbe che ho sempre utilizzato per i pasti che portavo a tavola. Quindi ho costruito uno mio stile di vita con la natura e grazie alla natura. E nel tempo mi sono accorta che questa cosa, che per me era assolutamente spontanea, alle persone sembrava una cosa fuori norma, cioè quando veniva qualcuno a trovarmi mi diceva “Wow! Ma tu cucini così? Ma tu davvero fai questo? Ma che bello!” Come se non fosse più una cosa normale, una cosa della quotidianità delle persone. Quindi mi sono accorta che la società si stava allontanando sempre di più da quello che in realtà ci ha da sempre fatto stare bene. Da quello che è il nostro vero nutrimento, un cibo vivo, un cibo pulito, un cibo autentico che viene appunto dalla natura e da un uomo che la sa rispettare. Da un cibo che non è prodotto solo per apparire, per essere solo venduto. Al supermercato vedo mele grandi, quasi come dei meloni. Poi vedo le more, a volte più grandi dei pomodori datterini e allora mi dico: “Ma dove stiamo andando?” Perché le mele che ho nel mio frutteto sono più piccole del pugno di una mano, ma sono molto più saporite. Le more del sottobosco sono grandi come l’unghia di un dito, ma sono molto saporite. E quindi ho capito, cioè dentro di me ho sentito che dovevo fare qualcosa, dovevo assolutamente fare qualcosa affinché la millenaria memoria di utilizzo delle specie spontanee che Dio, madre natura, l’universo, ci ha dato a disposizione, sta scomparendo. Loro, queste piante spontanee sono ancora qui, sotto i nostri occhi, ma noi non abbiamo più la capacità di riconoscerle e di utilizzarle. Sia per nutrirci, ma anche per comprenderle nella nostra vita, perché le piante spontanee non hanno solo uno scopo nutritivo. Possono averne, infatti, molti altri. Possono essere utili per farne dei tessuti (penso ai vestiti realizzati con l’ortica), dei rimedi curativi (dalle tisane agli impacchi), dei farmaci, dei pigmenti colorati o anche avere un valore simbolico e profondamente spirituale e, cosa che in tanti hanno dimenticato, anche un valore ludico (dal fare collanine con le margherite al far scoppiettare le vescicole della silene vulgaris o emettere suoni con un filo d’erba).

    Mia nonna, ad esempio, mi diceva di soffiare sull’infruttescenza (il soffione) del tarassaco per affidare al vento i miei sogni affinché, come quei semini, potessero trovare il giusto terreno per nascere e crescere. Questo ancora oggi mi emoziona tantissimo. Detto questo, una pianta è stata anche galeotta nella mia vita. All’Università di Pollenzo decisi di fare una tesi in etnobotanica, scienza che unisce l’antropologia (una scienza sociale) alla botanica (una scienza biologica). A tale scopo ho intervistato le persone del mio paese sul loro rapporto con la flora locale. Mentre solo gli anziani over 80 sembravano conservare questi saperi, un solo ragazzo ventenne ha saputo darmene prova, raccontandomi di quando da piccolo mangiava i germogli di rovo. Un anno dopo quel’intervista, lui mi ha invitato a cena ed è nata la nostra storia d’amore: la dimostrazione che una pianta può davvero anche essere galeotta! Insomma, negli anni è cresciuto sempre di più in me il desiderio di fare qualcosa per trasmettere e recuperare le antiche conoscenze sull’uso delle piante spontanee. Volevo spingere le persone ad agire, perché mi sono resa conto che allontanarci da questo sapere ci rende vittime di un sistema che ha come unico fine il profitto economico. Stiamo delegando la nostra alimentazione a un meccanismo che non punta realmente a nutrirci. Questo è un segnale culturale chiarissimo. L’anno scorso, al rientro da due sole settimane di vacanza, ho trovato un nuovo supermercato proprio al centro della piazza del mio paese. Mi ha sconvolta: la piazza, che per definizione è il luogo della relazione, dello scambio di storie, semi e ricette, è stata occupata da un luogo che genera solo flusso economico, non comunità. È per questo che poi ci troviamo davanti a frutta “fuori natura” — mele perfette, more enormi. Le vedi, dici “wow!”, le porti a casa… e non sanno di niente. È l’esito inevitabile di un sistema progettato per vendere, non per nutrirci.

    Ho sentito proprio l’esigenza di fare qualcosa a 360° vedendo questi giovani che al supermercato comprano quello che costa meno, senza chiedersi da dove arriva, cosa c’è dentro o senza leggere un’etichetta. Ragazzi che quando passa un’auto riconoscono subito un’Audi, una Ford o una Mercedes, ma quando si trovano in un prato hanno quasi paura di starci. Dicono: “Oddio, mi sporco! Oddio, mi può pungere un’ape!”. E io dico sempre: “Ma guarda che l’ape, quando ti punge, muore… Secondo te vuole davvero sacrificarsi per pungere te?”. C’è una vera e propria paura di stare nella natura. Non c’è più la capacità di distinguere il verde: per molti è tutto semplicemente “verde”, non esiste più il tarassaco o la piantaggine. C’è una distanza enorme e siamo un po’ tutti vittime di questo sistema, con ripercussioni dirette sul nostro benessere. A un certo punto mi sono detta: “Va bene Debora, devi fare qualcosa”. C’era questa spinta fortissima dentro di me perché ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura. Ecco perché il libro l’ho intitolato “Tu sei Natura”: per abbattere questo confine. La natura non è un posto dove andare ogni tanto: noi siamo natura, ne facciamo parte.

    La spinta a cambiare le cose era fortissima, ma come sei passata da questa visione e dal desiderio di scrivere un libro a metterci la faccia sul web e a costruire una community da oltre un milione di persone?

    Oltre a questa spinta interiore, c’est stata anche una forte pressione esterna. Tutte le persone che venivano a trovarmi o per cui cucinavo, sentivano la necessità di condividere quello che faccio. Mi dicevano: “Ma Debora, com’è possibile che tu non sia su Instagram?”. Io non avevo nemmeno un account social, niente di niente. Poi capita che vado a lavorare come chef in un ristorante. Il mio primo giorno inizio a organizzare la cucina, a conoscere lo staff. Il giorno dopo torno, sempre carichissima per mettere a posto le cose, e tutti mi guardano e dicono: “Debora, ma ti ho cercata su Instagram e non ci sei! Come mai?”. Lì mi sono detta: “Ma guarda com’è strano questo mondo. Hai la possibilità di guardarmi negli occhi e non mi fai domande, ma appena arrivi a casa apri il telefono per vedere se ci sono su Instagram, cosa faccio o come mi vesto”. All’inizio mi sono detta: “Come posso fissare e salvare questa conoscenza che sta sparticipando? Scrivo un libro”. Poi però ho fatto i conti con la realtà: la gente legge meno e sta sempre con lo smartphone in mano. Allora ho capito che, per comunicare davvero con le persone, dovevo adeguarmi e andare dove si trovavano loro. Il primo giorno che sono venuti a fare le riprese… un disastro! Ero gasatissima, volevo spaccare il mondo, poi mi hanno puntato la telecamera in faccia e mi si è chiuso lo stomaco: non riuscivo più a dire una parola! Per me significava uscire totalmente dalla mia zona di comfort, battere la paura del giudizio, l’ansia di dover essere perfetta come gli altri. Ma poi mi sono detta: “Il mio obiettivo è troppo importante. Devo superare questi blocchi”. All’appuntamento successivo mi sono buttata e ho registrato i primi video. Questo succedeva tre anni fa. E se allora mi avessi detto: “Debora, fra tre anni avrai un milione e mezzo di followers”, ti avrei riso in faccia! Anche perché io parlo di cose semplicissime: come ricavare i semi da un ortaggio, come farlo germogliare, quali erbe raccogliere nei prati, come riconoscerle e come cucinarle per non distruggerne i nutrienti. Ho solo iniziato a condividere le mie competenze, tra studi ed esperienza sul campo. Quella che era partita come una semplice pagina Instagram oggi è una community di un milione e mezzo di persone. Anzi, oggi mi sento di dire che è un vero e proprio movimento: perché ognuno degli “amici della natura” che ne fa parte continua a diffondere questo messaggio.

    Grazie per questa esperienza così profonda e spirituale, oltre che formativa. Andare controcorrente ha rivelato un’enorme esigenza condivisa: il desiderio di fare un passo indietro, riconnettersi alla natura e ripartire dalle cose essenziali della vita. Tra le tante curiosità, vorrei chiederti una cosa più tecnica: come riesci a sintetizzare così tante informazioni in pochissimi secondi e a rendere semplice e riproducibile a casa ciò che spesso viene considerato complessissimo? Qual è il lavoro e il percorso che c’è dietro questa tua capacità?

    Per quanto mi riguarda, tutto è sempre partito da una necessità, da cui poi è nata un’intuizione. La mia necessità era inizialmente quella di ridurre lo scarto alimentare. Quando ho scoperto che sul pianeta siamo 8 miliardi, ma produciamo cibo per 12 miliardi, ho realizzato che ogni giorno buttiamo via l’equivalente del cibo necessario a nutrire 4 miliardi di persone. Lo vediamo al supermercato, ma anche a casa nostra: il frigorifero è sempre pieno, ci dimentichiamo le cose là in fondo e dopo mesi le ritroviamo tutte ammuffite. Da qui la necessità di invertire la rotta e la conseguente intuizione mi è arrivata mentre mangiavo una mela. Io mangio anche la buccia — ho la fortuna di avere i miei alberi — ma mi rimaneva in mano il torsolo. Mi sono detta: “Perché buttarlo via? Da questo torsolo si può fare l’aceto di mele! E invece di trasformarlo subito in un rifiuto organico, perché non riattivare la nostra memoria millenaria?”. C’è chi lo mette nel compost per ridarlo a Madre Natura sotto forma di fertilizzante e humus, ed è bellissimo. Ma possiamo fare ancora di più. Noi non vediamo i microrganismi con i nostri occhi e abbiamo questa falsa idea di essere separati da loro: “Io sono qui e i batteri sono lì”. In realtà i microrganismi vivono nel nostro intestino, sulla nostra pelle, dappertutto. La scienza dimostra che il loro DNA nel nostro corpo è cento volte superiore al nostro! E la stessa cosa vale per il cibo. Allora mi sono chiesta: “Perché non sfruttiamo gli acetobatteri presenti sulla buccia e sul torsolo della mela per fare l’aceto in casa?”. È semplicissimo: prendi il torsolo della mela, aggiungi una tazza d’acqua e un cucchiaio di zucchero. I microrganismi nutrendosi dello zucchero e delle fibre trasformeranno tutto in aceto di mele, creando persino la “madre”, che potrai riutilizzare all’infinito. L’ho fatto anche con i torsoli di pera! Quindi vedo che funziona, l’intuizione prende forma e lì nasce il grande entusiasmo di condividerlo: “Ragazzi, fatelo tutti, è una cosa bellissima!”. A questo punto subentra la fase di comunicazione, e devo tanto al mio professore di semiotica all’università. Lui mi ha insegnato che il canale ha il potere di modificare il messaggio. Non basta avere un’idea e lanciarla in radio, in TV o sui social: ricordate il gioco del telefono senza fili? La frase di partenza non era mai quella che arrivava alla fine. La mia voglia di far arrivare il messaggio era così forte che ho dovuto imparare la lingua specifica di quel canale per non far alterare il contenuto. Su Instagram, ad esempio, hai a disposizione 60 secondi, a volte persino meno di 40. In meno di un minuto dovevo condensare tutto. Ho capito che dovevo togliere ogni fronzolo e far emergere solo la verità, che è sempre schietta e diretta. È l’unico modo per arrivare al cuore delle persone e far percepire il valore reale di quello che stai proponendo. E vi assicuro che per fare un video di meno di un minuto, spesso dietro ci sono dalle tre alle sei ore di lavoro!

    Dal tuo lavoro traspare chiaramente la volontà di metterti nei panni degli altri e di mostrare ogni singolo passaggio con semplicità. Da antropologo e documentarista, intuisco l’enorme sforzo di sintesi che c’è dietro, unito a una spontaneità autentica che aggiunge verità al messaggio e dona una carica straordinaria di buon umore e speranza. Oggi assistiamo a un forte ritorno alla terra: molti giovani cercano un'”ecologia profonda”, spostandosi pur di ritrovare le proprie radici. Pensando a questo desiderio di ritorno all’essenziale e all’esperienza di campus e soggiorni studio dedicati a questi temi. Se dovessi immaginare un campus o un viaggio formativo per giovani under 30, ti andrebbe di parteciparvi? E soprattutto, come struttureresti la giornata tipo di questa esperienza per fare in modo che lasci un valore concreto e applicabile una volta tornati a casa?

    L’agriturismo è senza dubbio il luogo e il campus ideale: lì si vive con la natura non solo per produrre cibo, ma per produrre vere e proprie esperienze. Lo dico perché per me è stato fondamentale. Quando è finita la mia prima laurea a Pollenzo, mi sono detta: “Ho tantissime nozioni, ma non le ho mai toccate con mano”. Conoscevo il metodo di produzione di ogni formaggio, olio o pasta d’Italia, ma sentivo il bisogno assoluto di farne esperienza diretta. Così ho deciso di fare tre mesi di volontariato con il WWOOFing, lavorando nelle aziende agricole in cambio di vitto e alloggio. Lì ho trovato il pezzo che mi mancava per mettere in pratica le conoscenze, perché uno studio lo devi sempre concretizzare. Ma soprattutto, stare tre mesi sul campo mi ha fatto capire il valore reale del cibo. È incredibile pensare che per avere una testa d’aglio — l’alimento tra i più economici che ci sia — ci vogliano sei mesi! E se sbagli l’epoca di semina, salti direttamente all’anno successivo. Noi non diamo più valore né al cibo né al tempo trascorso all’aperto. Non è un caso che l’80% della popolazione sia carente di vitamina D, che è un pro-ormone fondamentale coinvolto in oltre 3.000 reazioni enzimatiche, dal sistema immunitario alle ossa. Il mio non è un discorso di nostalgia del passato, ma di pura biologia: oggi la speranza di vita si è allungata, ma arriviamo a cent’anni dipendenti dai farmaci, dalle carrozzine o dall’assistenza. Non arriviamo in salute o in vera autonomia, proprio perché già a trent’anni siamo carenti di elementi essenziali. Viviamo chiusi tra uffici, auto e case, del tutto sedentari e privi di luce solare. Ecco perché per me il campus perfetto per un under 30 deve basarsi sull’esperienza sul campo e sul WWOOFing, toccando con mano le realtà agricole per capire quanto il cibo incida sulla nostra salute e longevità. La scienza oggi conferma questa nostra necessità biologica di stare nella natura. Pensate a un esperimento straordinario fatto con degli anziani in una casa di riposo: li hanno fatti camminare a piedi nudi su un semplice prato in città. Prima di togliere le scarpe, i loro globuli rossi nel flusso sanguigno erano tutti aggregati e lenti; appena hanno camminato qualche minuto sull’erba e sono rientrati, gli eritrociti si erano completamente separati e scorrevano veloci! La frequenza magnetica della terra e la carica degli elettroliti agiscono come prevenzione cardiovascolare immediata. Per non parlare dei terpeni rilasciati dalle piante che, quando li respiriamo, stimolano la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. La nostra biologia ci sta letteralmente chiedendo di tornare alla natura. In questo campus metterei a confronto anche le diverse realtà: farei vedere la produzione sostenibile, ma mostrerei anche gli allevamenti intensivi, per far comprendere quanto il sistema attuale possa diventare perverso e violento. Mi sconvolge che ancora oggi pochissimi sappiano leggere il codice impresso sulle uova: se la prima cifra è un 3, significa che le galline sono stipate in capannoni, chiuse in gabbie più piccole di un foglio A4, ammassate e trattate continuamente con antibiotici. E quegli antibiotici finiscono nel tuorlo dell’uovo, così come finiscono nel latte delle mucche. Non a caso i nostri bambini sviluppano un’antibiotico-resistenza preoccupante già in tenera età. Inquiniamo i mari con cromo e cadmio per rincorrere il profitto, e poi dobbiamo dire alle donne in gravidanza di non mangiare troppo tonno perché i metalli pesanti accumulati nei grassi del pesce possono danneggiare il feto. Tutto quello che immettiamo nell’ambiente torna inevitabilmente nel nostro piatto. Ecco perché serve una visione olistica. Un percorso che unisca la formazione scientifica all’esperienza diretta nelle realtà produttive è l’unico modo concreto, a mio parere, per restituire ai giovani la consapevolezza della nostra stessa esistenza.

    Per un adolescente o un giovane di vent’anni che vive ancora in famiglia con genitori che magari hanno ritmi e abitudini del tutto diversi, l’inizio di questo percorso deve essere accessibile e non divisivo. Pensando a un giovane che vorrebbe iniziare già da stasera a fare piccoli passi verso questo stile di vita, quali sono le primissime azioni concrete — tra cose da togliere o da aggiungere — che gli consiglieresti di provare subito a casa, anche per far comprendere alla propria famiglia il valore di questa scelta?

    Ti direi innanzitutto che questi giovani possono iniziare aiutando la mamma in cucina, senza starsene sul divano ad aspettare che sia tutto pronto. E soprattutto, direi loro anche di divertirsi! E come ci si può divertire? Per esempio: quando cucino, invece di buttare via il colletto dell’indivia, della catalogna, del porro o della lattuga, lo metto in un goccio d’acqua sul davanzale della finestra. In poco tempo ricresce e fa spuntare dei nuovi germogli! Questo insegna un valore bellissimo: il valore dell’attesa e l’idea che uno scarto conservi una memoria in grado di ridarci vita e nutrimento. Perché andare a comprare i germogli pronti quando possiamo autoprodurli sul davanzale e usare quelle micro-foglioline per arricchire un’insalata, un piatto di pasta o un panino? Molte volte, poi, questo scarto mette le radici e si trasforma in una vera e propria pianta — succede spesso con il sedano, con il porro o perfino con il ciuffo dell’ananas. È un’attività splendida da fare anche con i più giovani: cominciare a coltivare qualcosa, anche solo sul davanzale di casa, per toccare con mano la realtà della materia organica. Quello che ha cambiato me profondamente è stato proprio riscoprire il sapore unico delle cose appena raccolte. Se hai un davanzale al sole puoi piantare lo zafferano, il rosmarino, le fragole; se è all’ombra, puoi mettere il prezzemolo o le fragoline di bosco. Quindi ti risponderei dicendo che i primi passi sono questi: aiutare in cucina, coltivare qualcosa e iniziare a prendersi la responsabilità del proprio nutrimento. E poi, farsi delle domande. Quando si va a fare la spesa, invece di scegliere d’istinto quello che costa meno, iniziamo a leggere le etichette per cercare i prodotti con meno ingredienti e meno lavorati, dando anche il nostro contributo quando si fa la spesa. Da dove arriva davvero ciò che mettiamo nel carrello? Quel cibo finirà direttamente nel nostro stomaco, nel nostro sangue e nei nostri organi. Chiedersi se un alimento provenga da un’agricoltura o da un allevamento intensivo oppure sostenibile è il primo passo per tutelare la propria salute. Prendiamo l’esempio del pesce: è d’allevamento o pescato? Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi sono sconsigliati perché modificano il profilo nutrizionale dell’alimento; il pesce, infatti, naturalmente ricco di Omega-3 antinfiammatori, negli allevamenti rischia di sviluppare grassi pro-infiammatori nocivi per l’organismo. Se si sceglie il pesce pescato, invece, può venirci in aiuto l’etichettatura con le zone FAO:

    Zona FAO 37 (Mar Mediterraneo) o Zona FAO 27 (Atlantico nord-orientale): le opzioni migliori da preferire. Zone ad alto rischio inquinamento (es. FAO 61 – Pacifico nord-occidentale o acquacoltura intensiva come per il pangasio): da evitare per il rischio di metalli pesanti e lunghi tempi di trasporto. Farsi queste domande al momento della spesa non è un semplice dettaglio: significa tutelare il proprio benessere immediato, la propria energia e la propria longevità. E un’altra utile domanda è senz’altro questa: “Il supermercato è davvero l’unico posto dove posso trovare da mangiare?”. Esistono reti molto più sostenibili: i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), le fattorie locali, i mercati rionali o i mercatini dei contadini che scelgono di produrre in armonia con la natura senza inquinare. Farsi delle domande significa sviluppare un pensiero critico, smettendo di prendere per buono tutto ciò che sentiamo in TV o dagli altri per iniziare finalmente a prenderci la responsabilità della nostra vita.

    Quali sono i tuoi desideri e i progetti per il futuro verso cui dovremmo concentrare le nostre energie, e come immagini la collaborazione tra le persone che condividono questi valori?

    Se devo pensare a proposte per il futuro, sicuramente ti direi senza ombra di dubbio quella di lavorare tutti insieme per salvaguardare la biodiversità. E per fare questo dobbiamo certamente fare rete tra tutte le realtà che lavorano e vivono con questo spirito. Non dobbiamo isolarci. Mi piacerebbe inoltre tantissimo vedere in ogni paese un “mercato della terra”, e un orto scolastico, tutti con prodotti locali, stagionali e coltivati in modo naturale.

    Gentile Debora, grazie per il tempo dedicatoci e buona fortuna!

  • La crisi della Volvo conferma il contesto antieconomico europeo

    La crisi dell’industria automobilistica europea non può essere interpretata esclusivamente come il risultato della transizione verso l’auto elettrica o, ancora peggio, l’esito della concorrenza tra singoli costruttori europei e dell’estremo oriente. Il problema si dimostra più profondo e riguarda il confronto tra due differenti modelli di politica industriale che mai come in questo periodo contrappongono l’Europa alla Cina.

    Da una parte la politica europea, caratterizzata da sempre più stringenti vincoli ambientali e normativi, dall’altra la strategia cinese, fondata su un forte sostegno pubblico alla produzione industriale e sulla costruzione di filiere tecnologiche integrate che utilizzano il dumping energetico retributivo e fiscale come strumenti competitivi.

    La Cina ha sviluppato nel settore automobilistico una strategia che combina sostegno finanziario, agevolazioni fiscali, politiche energetiche, investimenti industriali e controllo di importanti segmenti nella filiera delle batterie. Questo sistema consente ai suoi produttori di beneficiare di condizioni particolarmente favorevoli che si traducono in costi inferiori (dumping) e come naturale conseguenza in prezzi aggressivi all’interno dei mercati internazionali. Il vantaggio competitivo cinese, quindi, non dipende tanto dall’efficienza delle singole imprese quanto dal contesto economico e politico nel quale si opera ed assicurato da un intervento diretto dello Stato.

    Ed è proprio in questa prospettiva che assume rilevanza il tema del dumping, inteso come possibile fattore di distorsione della concorrenza attraverso sovvenzioni e condizioni produttive che penalizzano i concorrenti esteri. Il dumping fiscale, energetico e retributivo, insieme alle differenze normative, contribuisce a delineare un quadro nel quale le imprese europee competono in condizioni di assoluto svantaggio, ponendo un interrogativo fondamentale sulla reale parità delle condizioni concorrenziali tra Europa e Cina.

    In altre parole, la competizione attuale nel settore automobilistico non è più tra i diversi gruppi automobilistici quanto tra i colossi europei automobilistici contrapposti allo stato cinese che utilizza proprio il settore automobilistico per aumentare la propria ingerenza economica e politica (*).

    Questa asimmetria nasce dalle scelte della Commissione europea in materia di transizione energetica. L’imposizione di obiettivi stringenti per la riduzione delle emissioni e la progressiva restrizione dello spazio riservato ai motori endotermici (divieto al 2035) hanno obbligato i costruttori europei ad affrontare investimenti onerosi e una trasformazione radicale dei propri modelli produttivi. Il vero problema non risulta tanto la necessità di ridurre l’inquinamento, quanto il rischio di perseguire tale obiettivo senza garantire condizioni industriali adeguate a sostenere la competitività delle imprese europee con quelle dell’estremo oriente.

    Si determina così un paradosso. Mentre l’Europa impone ai propri costruttori una trasformazione tecnologica particolarmente impegnativa, la Cina consolida la propria posizione nel settore della mobilità elettrica grazie a una filiera sviluppata su larga scala e a politiche industriali di sostegno. In questo scenario, la transizione rischia di trasformarsi da opportunità di innovazione in un fattore di vulnerabilità economica, favorendo la penetrazione dei produttori cinesi nel mercato europeo e mettendo sotto pressione le aziende continentali, i loro fornitori e l’occupazione.

    La crisi di Volvo rappresenta un esempio significativo delle difficoltà che attraversano il settore nell’ambito europeo. Volvo, un costruttore fortemente orientato all’elettrificazione e, pur appartenendo ad un gruppo cinese come Geely, può incontrare gravi problemi economici e occupazionali operando all’interno dell’Unione Europea. Vanno così interpretati i 2500 licenziamenti decisi dalla casa svedese Volvo che dimostra come la scelta tecnologica, da sola, non garantisca il successo industriale, mentre la competitività ed i principi della libera concorrenza dipendono dai costi di produzione, dalla domanda, dagli investimenti e dalle condizioni del mercato internazionale.

    Il rischio per l’Europa è quello di assistere a un progressivo ridimensionamento della propria industria automobilistica, con conseguenze che vanno ben oltre il progressivo default del settore automobilistico. La perdita di quote di mercato può tradursi in minori investimenti, chiusure produttive, riduzione dell’occupazione e dispersione di competenze tecnologiche costruite in decenni di attività industriale.

    La questione, dunque, non consiste nello scegliere tra tutela ambientale e sviluppo industriale, ma nel comprendere che nessuna transizione può essere sostenibile se compromette sistematicamente la capacità produttiva e occupazionale del continente. L’Europa dovrebbe affiancare agli obiettivi ambientali una politica industriale coerente, capace di ridurre gli svantaggi energetici, sostenere l’innovazione, rafforzare le filiere strategiche e contrastare attraverso gli strumenti commerciali previsti dalle regole internazionali, cosi evitare le distorsioni della concorrenza sleale cinese (dumping fiscale energetico e retributivo cinese).

    Il vero problema dell’automotive europeo è quindi il rischio di una competizione impari tra un sistema che impone ai propri produttori vincoli sempre più onerosi (Ue) ed un altro che sostiene strategicamente la propria industria per conquistare i mercati internazionali (Cina).

    Se questa asimmetria non verrà finalmente affrontata, la transizione rischierà di favorire proprio quei concorrenti che l’Europa dovrebbe essere in grado di affrontare e superare sul piano tecnologico, economico e industriale.

    Il pericolo verso il quale si procede velocemente è quello di un vero e proprio suicidio industriale europeo, sacrificando capacità produttiva, occupazione e autonomia strategica.

    La crisi della Volvo ci dimostra una volta di più come l’Europa non sia più una regione nella quale le istituzioni intendono favorire gli investimenti, in quanto il contesto normativo europeo è talmente controproducente da riuscire a mettere in crisi persino gli investimenti cinesi.

    Questo rappresenta l’ennesima conferma che è il dumping fiscale, energetico, retributivo e normativo dello stato cinese a fornire il contesto competitivo alle imprese automobilistiche cinesi unito all’ipertrofia normativa ideologica europea.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/lauto-di-troia/

  • Più verde e meno cemento per ridurre il calore delle città

    L’accelerazione del cambiamento climatico, con le sue sempre più preoccupanti conseguenze, impone che misure idonee siano prese senza ulteriori tentennamenti e terrapiattismi e, nello stesso tempo, che siano attuate quelle norme che già in parte ci consentirebbero di impedire un ulteriore deteriorarsi del clima e delle sue nefaste conseguenze.

    Nel 2024 è entrato in vigore il Regolamento UE sul ripristino della natura, nel Regolamento si stabilisce che entro il 2030 gli Stati membri sono tenuti a restaurare almeno il 20% delle aree marine e terrestri e tra quelle terrestre sono ovviamente comprese le aree agricole e le città.

    Occorre riportare l’ambiente in condizioni adatte alla vita degli essere umani come della fauna e della flora perché l’ecosistema è un tutt’uno e non si può salvare una specie se non si salvano le altre.

    Le coltivazioni intensive oltre che ad un enorme consumo di acqua impoveriscono anche i terreni e già si parla di intere piantagioni di the, caffè, banane che nei prossimi anni potrebbero scomparire, diventare sterili. Se a questo aggiungiamo l’eccessiva cementificazione di troppe aree un tempo coltivate, l’abbandono di zone industriali senza che questi spazi siano bonificati e riconvertiti, il taglio, dissennato, di alberi e perciò l’aumento dei veleni che gli stessi contribuivano a smaltire, si comprende bene che oltre ai danni dei cambiamenti climatici ci sono i danni che quotidianamente l’uomo perpetra contro la natura e perciò, contro se stesso.

    Secondo la FAO, l’Organizzazione Mondiale delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, quasi un terzo del pianeta è degradato in modo estremo.

    Rigenerare significa anche utilizzare nuovi modi di produzione, che poi erano sistemi antichi, utilizzando gli insetti impollinatori invece di ucciderli con l’eccessivo uso di diserbanti e fertilizzanti.

    Un’agricoltura moderna ed avveduta deve inserire nelle aree coltivate rifugi naturali, siepi, alberi, piccole zone d’acqua per far vivere, ed esserci utili, tanti piccoli insetti ed erbivori.

    Nei luoghi abitati dobbiamo tornare a dare spazio ad aree verdi e viali alberati, come facevano gli amministratori di un tempo lontano ai quali dobbiamo il poco verde che resta dopo i massicci tagli effettuati da tanti moderni sindaci capaci di cementificare selvaggiamente per costruire marciapiedi enormi ed inutili piste ciclabili contornate da asfalto.

    Camminare tra gli alberi, avere tanti piccoli spazi verdi nei quartieri, migliora la vita di tutti e, durante i mesi caldi, le aree verdi abbassano la temperatura di almeno due gradi, i cittadini che non possono permettersi una vacanza avrebbero almeno un po’ di verde intorno a casa per poter respirare meglio e trovare momenti di aggregazione reciproca.

    E’ scientificamente dimostrato che soggiornare, avere contatti con il verde, con gli alberi, riduce lo stress, l’ansia, la depressione e riduce il rischio di malattie cardiovascolari perché siamo indotti anche a muoverci di più.

    Se nei luoghi abitati fossero finalmente inserite aree verdi, piantumate le strade e le piazze e gli slarghi, se nelle aree urbane fossero utilizzate pavimentazioni che non assorbono calore si potrebbe, secondo il CNR, avere abbassamenti delle temperature anche di 4 gradi e con l’esperienza di questa estate e le previsioni per le prossime non c’è tempo da perdere, al 2030 manca veramente poco e per ora non vediamo la necessaria attenzione da prete degli amministratori locali e della politica regionale e nazionale.

  • Italia prima per nuove auto immatricolate nella prima metà del 2026, ma l’elettrico nella penisola stenta

    Il mercato delle autovetture nei 31 Paesi dell’area europea evidenzia un notevole dinamismo nel mese di giugno 2026, mostrando un incremento del 13,1% grazie a 1.407.332 unità immatricolate contro le 1.243.824 dello stesso mese dello scorso anno. Tale spinta consolida la traiettoria di crescita evidenziata da inizio anno, portando il bilancio del primo semestre a 7.232.066 immatricolazioni, in aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Resta tuttavia ampio il gap sui volumi registrati prima del Covid, con un calo del 14,2% sui primi sei mesi del 2019.

    Prendendo in esame le dinamiche dei cinque Major Market, il mese di giugno si caratterizza per una crescita generalizzata. La Germania guida il trend positivo con un incremento del 15,7%, seguita a pari merito da Francia e Regno Unito, entrambe attestate su una crescita dell’11,4%. Più contenuta la performance dell’Italia, che segna un +10,6%, e della Spagna, in aumento del 7,8%. Per quanto riguarda il bilancio complessivo dei primi sei mesi dell’anno, in testa si posiziona l’Italia (+9,5%), seguita da Regno Unito (+9,2%), Spagna (+6,2%), Germania (+5,8%) e infine Francia (+1,8%).

    Dal punto di vista dei volumi espressi mensilmente, l’Italia scende al quarto posto della graduatoria a giugno, pur conservando la terza posizione nella classifica cumulativa del primo semestre, come già in aprile e maggio. L’Italia resta invece in ultima posizione per quanto riguarda le auto ricaricabili (ECV), nonostante un ottimo andamento di crescita al 20,9% complessivo, composto da un 10,2% di vetture elettriche pure (BEV) — quota influenzata dal rush finale per i rimborsi degli incentivi ai concessionari, scaduti il 30 giugno, e caratterizzata da immatricolazioni concentrate in particolare su due Costruttori — e da un 10,1% di ibride plug-in (PHEV).

    Le distanze con gli altri Major Market europei si confermano nette: la Germania si posiziona al 39,3% di quota ECV (con BEV al 28,4% e PHEV al 10,9%), il Regno Unito sale al 42,5% (con BEV al 30,0% e PHEV al 12,5%), la Francia registra il 36,1% (con BEV al 29,6% e PHEV al 6,5%) e la Spagna si attesta al 23,2% (con BEV all’11,1% e PHEV al 12,1%). Nel totale del mercato europeo, la quota delle ECV si attesta a giugno al 36,0%, con le BEV al 25,6% (+6,4%) e le PHEV al 10,4% (+0,8%). Escludendo il mercato italiano, lo share delle elettriche pure in Europa salirebbe al 27,4%, con le plug-in stabili al 10,4%.

    La fisionomia del mercato non mostra variazioni di rilievo se si estende l’analisi all’intero primo semestre dell’anno. La Penisola resta all’ultimo posto (ECV al 17,5%, ripartito tra l’8,5% di BEV e il 9,0% di PHEV). Negli altri Major Market, invece, la diffusione di veicoli ricaricabili si attesta su livelli decisamente superiori: il Regno Unito raggiunge il 38,0% di quota ECV (con BEV al 25,0% e PHEV al 13,0%), la Germania si posiziona al 35,8% (con BEV al 24,8% e PHEV all’11,0%), la Francia al 33,8% (con BEV al 28,2% e PHEV al 5,6%) e la Spagna chiude al 21,8% (con BEV al 9,8% e PHEV al 12,0%). Nel complesso del mercato europeo, la penetrazione delle ECV nei sei mesi raggiunge il 32,5%: BEV al 22,2% (+4,7 p.p.) e PHEV al 10,3% (+1,6 p.p.). Al netto del dato italiano, la quota delle elettriche pure in Europa si attesta al 24,3% e quella delle ibride plug-in al 10,4%.

    Per quanto riguarda le politiche europee, la Commissione ha presentato l’Electrification Action Plan, piano che punta a raddoppiare l’elettrificazione nei consumi dell’Unione — inclusi quelli del settore dei trasporti — portandola dall’attuale 23% al 46% entro il 2040. Il piano sottolinea esplicitamente la necessità di ridurre il maggiore costo iniziale delle tecnologie elettriche, attivare strumenti fiscali e agevolazioni pubbliche per superare l’ostacolo rappresentato dai maggiori costi di acquisto di veicoli a zero emissioni, accumulatori e infrastrutture di rete. La rotta strategica è stata ribadita dal Commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, che ha preannunciato, entro la fine del 2026, un piano normativo teso alla progressiva cancellazione delle sovvenzioni pubbliche a favore dei combustibili fossili. Tale orientamento trova applicazione concreta anche nella flessibilità già introdotta nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo, che prevede per gli Stati membri la facoltà di allocare fino allo 0,3% del PIL annuo per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno della decarbonizzazione nel triennio 2026-2028, con un tetto cumulativo dello 0,6%. Per l’Italia, tale flessibilità potrebbe tradursi in uno spazio fiscale complessivo nell’ordine di circa 14 miliardi di euro.

  • Nel piacentino un progetto contro l’inquinamento luminoso

    Da alcuni anni in Europa e in Italia si sono sviluppati progetti finalizzati a tutelare il cielo notturno, sempre più minacciato e reso invisibile dalle luci artificiali delle nostre città. Nel piacentino l’iniziativa “Notte sull’Aserei”, promossa da La Cura del bosco Aps insieme ad altre realtà locali, supporta attivamente il progetto LUM dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF), collegato a sua volta al progetto Interreg Europa Centrale Darkersky4CE, volto a ridurre l’inquinamento luminoso nell’Europa Centrale.

    La raccolta fondi promossa da “Notte sull’Aserei” punta a implementare la rete di misurazione di Darkersky4CE proprio nel piacentino con l’acquisto di tre buiometri da installare a Capannette di Pey (Zerba), all’Osservatorio di Lazzarello (Alta Valtidone) e al Giardino degli Alberi maestri (Bettola).

    Daniele Gardiol, astrofisico, Dirigente tecnologo presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e coordinatore del progetto Darkersky4CE spiega che «l’inquinamento luminoso non è prodotto dall’illuminazione notturna in toto, bensì dall’illuminazione notturna eccessiva. Un eccesso che può avvenire sia in quantità, ovvero quando la luce è troppa; sia in qualità, ovvero quando è rivolta verso il cielo o direzionata in orizzontale o, ancora, quando si assesta su toni freddi, con temperature di colore superiori ai 3000 gradi Kelvin. Un altro fattore importante che determina l’inquinamento luminoso è poi il tempo, con zone, urbane e non, che restano illuminate per l’intera durata della notte. La somma di queste circostanze porta a una forma di inquinamento di cui spesso si sottovalutano gli effetti».

    L’inquinamento luminoso, rimarca Gardiol, «ha influenze nefaste di vario tipo. In primis, sulla salute umana, dato che altera i cicli circadiani e dunque il sonno delle persone, aumentando il rischio di sviluppare una serie di patologie; e poi sugli ecosistemi, poiché moltissime specie animali hanno abitudini notturne. L’inquinamento luminoso riduce la biodiversità dei territori e minaccia alcuni servizi ecosistemici importanti».

    Posto che «molte persone ignorano i problemi correlati all’inquinamento luminoso» e che «in Italia, non esiste una legge quadro nazionale sull’inquinamento luminoso, ma la materia è regolata da singole leggi regionali, non sempre applicate. Si potrebbero compiere dei passi in avanti in tal senso, proprio grazie alla sensibilizzazione», Gardiol rassicura che «l’intenzione non è certo contrastare l’illuminazione notturna, ma è invece quella di problematizzarla, di capire come migliorarla. Alcune soluzioni sono semplici, già disponibili e parzialmente applicate. Penso all’utilizzo dei temporizzatori, dispositivi che permettono alle luci di azionarsi automaticamente in un determinato intervallo di tempo. Un modo di illuminare che, oltretutto, potrebbe anche essere più sicuro nell’ottica di furti o intrusioni: se una luce si accende solo quando è necessario, allora ci avverte anche della presenza di qualcuno. Poi, come accennavo all’inizio, sarebbe bene prediligere luci calde, con temperature di colore inferiori ai 3000 K ed evitare le luci “sparate” verso l’alto, come, ad esempio, i lampioni sferici. Infine, si potrebbe considerare anche di calibrare l’intensità luminosa in funzione del traffico e della zona».

  • Premio Best of Namibia

    Nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, i membri del team del Cheetah Conservation Fund hanno partecipato alla cerimonia di premiazione dei Best of Namibia Awards per ricevere ufficialmente i premi per la Migliore Conservazione Ambientale e il Migliore Benessere Animale.

    A rappresentare il CCF alla cerimonia c’erano Calum O’Flaherty e Ruusa Uugwanga, addestratrice di cani per il rilevamento di escrementi e assistente agli animali. Ruusa ha anche rappresentato il CCF durante le interviste con i media, illustrando l’importanza del nostro lavoro di conservazione e l’impatto dei nostri programmi.
    I premi appartengono all’intera famiglia del CCF, ogni membro del team, dalla cura degli animali, alla ricerca, all’educazione e ai programmi di allevamento, fino al personale operativo e di supporto, contribuisce alla missione ogni singolo giorno.

  • L’inquinamento sempre più causa di morte

    Si parla spesso dei gravi problemi di salute dovuti al fumo delle sigarette e continuano invece a rimanere sotto traccia sia l’aumento di consumo delle sostanze stupefacenti, specie di quelle chimiche che hanno portato ad un considerevole e preoccupante rialzo della mortalità e dei crimini legati allo spaccio ed alla tossicodipendenza, sia allo spaventoso numero di morti collegati all’inquinamento dell’aria, l’aria che tutti comunque dobbiamo respirare.

    Invisibile l’inquinamento atmosferico colpisce inesorabile tutti noi, secondo i dati pubblicati da varie parti si calcola che nel mondo, ogni anno, circa otto milioni di persone perdano la vita a causa dell’inquinamento.
    I veleni che respiriamo direttamente e che, attraverso le piogge acide ed i venti, si depositano intorno a noi e sulle sostanze  che mangiamo non lasciano scampo mentre un colpevole silenzio ammanta la spaventosa realtà: se l’Europa ha fatto passi da gigante, a volte anche sbagliando le prospettive industriali necessarie alla sopravvivenza del continente, altri, come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, e non solo, continuano ad essere indifferenti di fronte ad un problema che causa e causerà milioni di morti.

    Intervenire è necessario e le misure debbono tenere conto delle realtà e delle conflittualità su tutto il pianeta.

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • I quattrini fan ballare i burattini

    Chi sono questi burattini che ballano perché pagati o perché sperano che prima o poi saranno pagati?

    Giornalisti, politici, uomini d’affari, finanzieri ed imprenditori, e spesso anche rappresentanti dell’intellighenzia, che continuano a sostenere non vi sia alcun cambiamento climatico mentre il mondo in alcune aree va arrosto ed in altre è sommerso da diluvi e catastrofi di ogni genere.

    Sono quei burattini che ignorano sia lo scioglimento dei ghiacciai a casa nostra sia quanto sta avvenendo in tante altre parti del mondo.

    Che sia dovuto alle azioni umane o alle modifiche che la natura mette in essere ogni tanti secoli o millenni quello che appare evidente è che non si prendono misure per sopperire ai pericoli ed alle necessità degli abitanti della terra, umani, animali, alberi ed insetti.

    In Mongolia, nelle immense praterie di quel Paese cinque volte più esteso dell’Italia, il 77% delle superficie è colpito da desertificazione e nelle praterie si sono aperti grandi voragini. Le voragini si aprono perché il terreno nelle regioni montane, che una volta era permanentemente congelato, si scioglie per via del riscaldamento globale. Il ghiaccio sciolto crea un vuoto nel sottosuolo che collassa dando luogo a enormi buche dalle quali fuoriescono gas e virus rimasti congelati per migliaia di anni.

    Quando il suolo si scongela i microbi decompongono la materia organica e rilasciano gas serra, metano e anidride carbonica. Oltre ai pericoli dovuti alla fuoriuscita di questi gas vi sono quelli legati a virus e batteri che potrebbero ritornare attivi e creare gravi problemi per la salute.

    Il 40% della popolazione mongola vive di pastorizia e quanto sta accadendo crea nuovi problemi anche dal punto di vista economico.

    L’ecosistema è sempre più a rischio, quanto accade in Mongolia, al pari delle conseguenze del terremoto in Venezuela o delle spropositate piogge in Thailandia, come in altre regioni africane, piuttosto che per la sempre più diffusa siccità di vaste aree, che porta carestie ed ulteriore povertà, dimostrando che, anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri, siamo tutti collegati.

    Mentre i burattini ballano, noi tutti dovremmo impegnarci per far comprendere, a chi ci governa in Italia ed in Europa, che la strada per combattere almeno i problemi legati all’inquinamento dev’essere un problema da affrontare con quei Paesi che, ad oggi, dell’inquinamento e delle sue conseguenze non si occupano o lo negano.

    L’Europa, con un pesante, eccessivo, sacrificio economico e sociale, ha abbattuto i suoi livelli di inquinamento ma se questo non sarà fatto da altri Paesi, Cina in testa, tutto risulterà vano, così come è vano e pazzesco che le autovetture che in Europa non possono più circolare, giustamente, perché pericolose in quanto troppo inquinanti, siano portate e vendute, quindi messe in circolazione, in Paesi africani o comunque extraeuropei.

    L’inquinamento non può essere spostato da un Paese all’altro ma deve essere controllato tramite regole condivise. Chi non si adegua a tali regole, necessarie per la sopravvivenza del pianeta, deve vedersi punito non comprando più i beni che produce a discapito della nostra salute.

  • A Laurie Marker, fondatrice del Cheetah Conservation Fund, assegnato il Dottorato in Scienze dall’Università di Oakland

    “Un futuro degno di essere affrontato”, il messaggio dal Discorso tenuto dall’antropologa davanti agli studenti dell’ateneo americano che riportiamo di seguito.

    Presidente, illustri docenti, gentili Ospiti, Consiglio di amministrazione del Cheetah Conservation Fund, Fiduciari e personale, Colleghi laureati e Amici, accetto questo dottorato honoris causa con profonda gratitudine e con un forte senso di responsabilità. Perché questo onore non è semplicemente un riflesso del passato. È una chiamata al futuro. Più di quarant’anni fa, quando iniziai a lavorare in Namibia, il ghepardo era in silenzioso declino. Gli agricoltori consideravano i predatori come avversari. L’habitat si stava riducendo. La scienza stava ancora scoprendo la fragilità genetica della specie. Molti credevano che l’estinzione fosse inevitabile. Ma la Namibia mi ha insegnato il cambiamento: l’estinzione non è inevitabile, quando le persone scelgono la collaborazione anziché il conflitto. Insieme agli agricoltori namibiani, ai leader governativi e alle comunità locali, abbiamo creato quello che è diventato il Cheetah Conservation Fund, non solo come organizzazione di soccorso, ma come laboratorio vivente per la coesistenza. Abbiamo dimostrato che i cani da guardia per il bestiame possono ridurre i conflitti con i predatori. Abbiamo dimostrato che il ripristino dei territori invasi dalla vegetazione può rivitalizzare gli ecosistemi. Abbiamo dimostrato che la scienza, se condivisa apertamente, può ispirare le politiche. E grazie al modello di conservazione comunitaria della Namibia abbiamo constatato come la concessione di diritti sulla fauna selvatica alle comunità locali crei resilienza economica e gestione ecologica responsabile. Non è stata beneficenza. Si trattava di un cambiamento sistemico. Ed è questo che la prossima era di leadership richiede. Perché oggi la perdita di biodiversità sta accelerando. L’instabilità climatica sta rimodellando i paesaggi. Il traffico illegale di fauna selvatica è diventato un’attività globale sofisticata. Gli ecosistemi stanno collassando più velocemente di quanto possa reagire la politica. Un cambiamento graduale non è più sufficiente. Il lavoro che abbiamo iniziato in Namibia si è esteso in tutta l’Africa, fino al Corno d’Africa, dove affrontiamo il commercio illegale di cuccioli di ghepardo vivi. Si è esteso a collaborazioni in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti per rafforzare l’applicazione delle leggi e la ricerca genetica. E ha raggiunto l’India, dove i ghepardi, un tempo estinti, sono tornati grazie alla cooperazione internazionale: un segnale che il ripristino è possibile quando le nazioni agiscono coraggiosamente insieme. Ma sia chiaro: il recupero delle specie non riguarda solo gli animali. Riguarda il ripensare il modo in cui l’umanità si relaziona con la Terra, con la fauna selvatica e con esse. Ai laureati qui presenti oggi: non state ereditando un mondo stabile, ma un mondo ad una svolta. Sarete voi a determinare se la sostenibilità è uno slogan o una realtà strutturale. Se lo sviluppo continuerà a degradare gli ecosistemi o li rigenererà. Se la cooperazione globale si frammenterà o si rafforzerà. La mia generazione ha lottato per dimostrare che conservazione e sviluppo economico possono coesistere. La vostra generazione deve andare oltre. Dovete riprogettare i sistemi in modo che la resilienza ecologica sia integrata nella finanza, nella governance, nell’agricoltura e nella tecnologia. Bisogna pensare oltre i confini. Il ghepardo non può sopravvivere in isole recintate. Ha bisogno di paesaggi collegati. Allo stesso modo, l’umanità non può prosperare in isolati compartimenti stagni di pensiero. Le politiche climatiche devono essere connesse ai sistemi alimentari. Le strategie per la biodiversità devono essere in linea con i diritti delle comunità. La tecnologia deve essere al servizio della salute del Pianeta. Il futuro richiede l’integrazione. E richiede coraggio. Nel corso del mio percorso di vita ci sono stati momenti in cui mi è stato detto che i miei obiettivi erano irrealistici: che gli agricoltori non sarebbero mai cambiati, che il commercio illegale era inarrestabile, che la cooperazione internazionale era troppo complessa. Ma le visioni audaci vengono spesso scartate prima ancora di essere realizzate. Se avessimo accettato i limiti convenzionali, oggi la Namibia non ospiterebbe la più grande popolazione mondiale di ghepardi selvatici. Le aree protette gestite dalle comunità non sarebbero un modello globale. E il ritorno dei ghepardi in India sarebbe ancora una chimera. Il progresso appartiene a coloro che sono disposti a immaginare al di là dei limiti attuali. Quindi vi chiedo: quale sistema riprogetterete? Quale modello fallimentare sfiderete? Su quale futuro non accetterete compromessi? Perché il mondo non ha bisogno di laureati passivi. Ha bisogno di architetti della resilienza. La mia visione per i prossimi decenni è chiara: esperti africani in materia di conservazione alla guida delle politiche ambientali globali. Aree protette comunitarie che si trasformano in centri di adattamento climatico. Giovani scienziati africani alla guida di istituti di ricerca internazionali. Innovazione tecnologica che smantella le reti di traffico di fauna selvatica. Partenariati globali che sostituiscono la concorrenza con una gestione condivisa. Non perché sia ​​un concetto ideale, ma perché è necessario. Il ghepardo corre con precisione e determinazione. Non insegue ogni movimento all’orizzonte. Sceglie il suo percorso e vi si dedica completamente. Allo stesso modo, scegliete con cura il vostro obiettivo, e perseguitelo con incrollabile convinzione. Oggi, accetto questo onore non come un traguardo, ma come un nuovo inizio. Il lavoro continua. La responsabilità aumenta. Le opportunità si ampliano. Laureati, il futuro non è qualcosa che  si intraprende. È qualcosa che si costruisce. Costruitelo con audacia. Costruitelo collaborando. Costruitelo con la scienza come bussola, e l’integrità come caposaldo. Perché finché i ghepardi daranno vita agli orizzonti selvaggi dell’Africa sapremo che il futuro per cui lottiamo è ancora possibile. E quando la storia guarderà indietro a questa generazione, che dica pure: non hanno ereditato una crisi, l’hanno trasformata. Grazie per questo straordinario onore. E congratulazioni a ognuno di voi. Che possiate correre verso un futuro degno del vostro coraggio.

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