Ambiente

  • In Italia ci sono oltre 3mila lupi, quasi mille sulle Alpi

    Il lupo non è più una specie a rischio in Italia. Anzi, gli interventi di conservazione ne hanno fatto aumentare la popolazione che ora supera i 3.300 esemplari, 950 nelle regioni alpine e quasi 2.400 lungo il resto della penisola. La stima è dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha compiuto un monitoraggio tra il 2020 e il 2021 su mandato del ministero della Transizione Ecologica.

    La notizia non è accolta con piacere dall’Unione dei Comuni e degli Enti montani italiani (Uncem), tantomeno dalla Coldiretti, che chiedono un piano nazionale a difesa degli agricoltori e degli allevamenti. Ma quello dei lupi è un argomento che divide. Un piano nazionale era stato presentato nel 2019 dall’allora ministro dell’Ambiente Sergio Costa ma non è stato mai approvato dalla Conferenza Stato-Regioni per una spaccatura fra i territori, tra chi voleva la possibilità di abbattimento e chi difende la conservazione della specie.

    Se si calcola l’estensione delle aree dove è presente il lupo (41.600 chilometri quadrati sulle Alpi e 108.500 chilometri quadrati nelle regioni peninsulari), la specie occupa quasi la metà del territorio italiano, afferma il Wwf. Ovunque la popolazione di lupo è cresciuta, sulle Alpi di più, indica l’Ispra secondo cui il range può essere compreso tra 822 e 1.099 esemplari sulle Alpi e tra 2.020 e 2.645 nel resto .

    Il monitoraggio, spiega l’Istituto, “è stato documentato con 6.520 avvistamenti fotografici con fototrappola, 491 carcasse di ungulato predate, 1.310 tracce, 171 lupi morti, oltre che da 16.000 escrementi rinvenuti sul terreno. Sono state condotte 1.500 analisi genetiche che hanno permesso di identificare la specie. In totale sono stati percorsi a piedi 85.000 chilometri per raccogliere i dati necessari all’indagine”.

    Il Wwf rileva che “le minacce” per la conservazione della specie “restano attuali. Bracconaggio e mortalità accidentale continuano a ucciderne centinaia ogni anno, e l’ibridazione col cane mette a repentaglio l’integrità genetica della specie”. Il conflitto con gli allevatori, anche se inferiore ad esempio rispetto a quello causato dai cinghiali, “può localmente avere un impatto elevato su alcune aziende zootecniche”, osserva il Wwf ricordando l’efficacia delle azioni di prevenzione dei danni.

    Federparchi chiede ora che gli interventi di «conservazione delle aree protette siano rivolti verso quelle centinaia di specie, importanti per la biodiversità, che in Italia sono concretamente a rischio, seguendo le indicazioni scientifiche delle Liste Rosse».

  • Tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030: ogni cittadino può registra il proprio con l’app MapMyTree

    Per tutti i cittadini che desiderano prendere parte all’impegno di piantare tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030 è disponibile l’applicazione web MapMyTree. Ogni persona che pianta un albero avrà la possibilità di registrarlo e mapparlo affinché venga contato ai fini dell’obiettivo dell’UE.

    Nell’ambito del Green Deal europeo, la strategia dell’UE sulla biodiversità si impegna a piantare almeno 3 miliardi di nuovi alberi nell’UE entro il 2030, nel pieno rispetto dei principi ecologici,  che significa che bisogna piantare l’albero giusto nel luogo giusto e con uno scopo adeguato. Questo aumenterà la superficie forestale dell’UE, ne sosterrà la resilienza, rafforzerà la biodiversità e contribuirà ad affrontare la triplice crisi planetaria dei cambiamenti climatici, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento.

    Le foreste subiscono una pressione sempre maggiore a causa delle minacce e del rischio di catastrofi, ma è sempre più riconosciuto il loro ruolo come soluzioni basate sulla natura per mitigare i cambiamenti climatici e adattarvisi affrontando la perdita di biodiversità e il degrado del suolo. Il contatore MapMyTree è operativo dallo scorso dicembre, quando è stato aperto alle organizzazioni partecipanti.

    Fonte: Commissione europea

  • Sos piante selvatiche, dal ginepro alla liquirizia

    La moda della cosmesi naturale, delle fragranze per la casa e dell’alimentazione plant based ha un rovescio della medaglia: può mettere a rischio specie vegetali selvatiche. A lanciare il grido d’allarme è la Fao che, nella Giornata della Terra, sottolinea l’aumento del 75% della domanda di ingredienti ricavati da piante selvatiche vulnerabili negli ultimi 20 anni. Una costante erosione del patrimonio botanico globale che mette a rischio in particolare le «Wild Dozen», 12 specie spontanee, non riprodotte in colture convenzionali, che diventano le specie-simbolo del rischio di perdita di biodiversità. Soltanto negli Stati Uniti, si calcola che nel 2020 i consumatori abbiano speso 11,3 miliardi di dollari di integratori alimentari a base di erbe. Secondo il rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura sono in stato di conservazione “critico” o quanto meno vulnerabili: la Boswellia sacra che produce una resina, il franchincenso, utile nell’aromaterapia; l’albero Pygeum africanum con usi erboristici; l’albero di caritè da cui si ricava un equivalente del burro di cacao; la pianta aromatica Nardo che è in “pericolo critico”; la gomma arabica; l’Idraste; l’euforbia che è impiegata come additivo alimentare (E902) e nell’industria cosmetica e farmaceutica, nonché per la produzione di cere e vernici industriali; l’argan; il baobab africano; la noce del Brasile; la liquirizia, e il ginepro, indispensabile per la produzione del gin e impiegato anche per scopi sia terapeutici che religiosi. Del 21% delle specie di piante medicinali e aromatiche di cui è stato accertato lo stato di vulnerabilità, il 9% sono considerate in pericolo di estinzione. Ma un freno alla vendita di queste piante selvatiche avrebbe pesanti conseguenze sociali. La Fao stima che circa un miliardo di persone dipendono da tali specie per la propria sussistenza.

  • In Italia funzionano 37 termovalorizzatori, ma ne servono altri 30

    In Italia ci sono 37 termovalorizzatori, in prevalenza al nord, un dato che a livello europeo si confronta ad esempio con i 126 impianti della Francia e con i 96 della Germania, secondo una mappa di Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, energia e ambiente) su dati Ispra (l’istituto per la protezione e la ricerca ambientale che fa capo al ministero della Transizione ecologica).

    Nel 2019, spiega Utilitalia nel “Libro bianco sull’incenerimento dei rifiuti urbani” (realizzato dai Politecnici di Milano e di Torino e dalle Università di Trento e di Roma Tor Vergata) al loro interno sono state trattate 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e rifiuti speciali da urbani, producendo 4,6 milioni di Mwh di energia elettrica e 2,2 milioni di Mwh di energia termica; questa energia (rinnovabile al 51%) è in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie. A Brescia l’impianto di A2A attivo dal 1998 fornisce teleriscaldamento a più del 50% delle abitazioni ed il gradimento degli abitanti sale: quello complessivo è salito al 64% e il 91% dei bresciani lo ritiene un impianto “sempre più efficiente” e per l’85% è “all’avanguardia” e “sicuro”.

    Secondo il Libro bianco di Utilitalia infatti, la preoccupazione relativa alle emissioni di polveri sottili sarebbe sfatata in quanto la discarica ha un impatto otto volte superiore a quello del recupero energetico negli inceneritori. Ci sono, infatti, limiti molto stringenti, che non hanno eguali nel panorama delle istallazioni industriali, assicura Utilitalia. Relativamente alle Pm10, lo studio evidenzia che il contributo degli inceneritori è pari solo allo 0,03% (contro il 53,8% delle combustioni commerciali e residenziali), per gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa) è pari allo 0,007% (contro il 78,1% delle combustioni residenziali e commerciali) e per le diossine ed i furani si attesta allo 0,2% (contro il 37,5% delle combustioni residenziali e commerciali). L’85% delle ceneri pesanti prodotte dalla combustione, inoltre, sono ormai interamente avviate a processi di riciclaggio, con ulteriori miglioramenti degli impatti ambientali rispetto all’utilizzo delle materie vergini in attività quali la produzione di cemento e la realizzazione di sottofondi stradali.

    All’Italia, secondo Utilitalia, mancano impianti per trattare 5,7 milioni di tonnellate di spazzatura all’anno e al Centro e al Sud c’è dunque “una carenza impiantistica e se non si inverte questa tendenza, continueremo a ricorrere in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica: attualmente ci attestiamo al 20% e dobbiamo dimezzare il dato nei prossimi 13 anni”, rileva la Federazione ricordando che l’Ue ha fissato al 2035 gli obiettivi del riciclaggio effettivo pari al 65% e della riduzione del ricorso alla discarica al di sotto del 10% e che all’Italia servono oltre 30 impianti per il trattamento dei rifiuti fra termovalorizzatori (per bruciare la spazzatura non riciclabile e produrre energia) e impianti di compostaggio (per trasformare i rifiuti organici in fertilizzante compost).

  • Un protocollo per il salvataggio, la riabilitazione e il rilascio dei ghepardi

    I progetti di ricerca incentrati sulla riabilitazione e sul rilascio di grandi predatori sono particolarmente impegnativi, a causa dei tipi di minacce che i predatori devono affrontare in natura. Per i ghepardi, il conflitto uomo-fauna selvatica, la perdita dell’habitat e il commercio illegale di fauna selvatica e animali domestici sono le tre principali minacce che mettono in pericolo la specie in tutto il suo areale. I ghepardi spesso rimangono feriti o orfani a causa di una o più di queste minacce. Il Cheetah Conservation Fund (CCF) riceve spesso questi animali nella nostra struttura di riabilitazione in Namibia. Il protocollo sviluppato dal CCF per la riabilitazione e il rilascio di ghepardi orfani nati in natura è stato ora pubblicato sulla rivista Oryx, con il titolo Raccomandazioni per la riabilitazione e il rilascio di ghepardi selvatici allevati in cattività: l’importanza della gestione pre e post rilascio per ottimizzare la sopravvivenza di Eli Walker, Stijn Verschueren, Anne Schmidt-Kuentzel e Laurie Marker.

    Il documento, pubblicato nel febbraio 2022 da Oryx, raccoglie gli ultimi 15 anni di ricerca sulla riabilitazione e il rilascio di ghepardi orfani catturati in natura in Namibia. L’origine di questa ricerca risale agli anni ’70, all’inizio del mio lavoro nell’Africa Sudoccidentale, che oggi è il Paese della Namibia. Nell’ambito di un progetto di ricerca con Wildlife Safari (un parco zoologico dell’Oregon, USA), sono venuta in Africa per scoprire se un ghepardo nato in cattività potesse imparare a cacciare.

    Il lavoro è continuato nel 1991, quando ho fondato il CCF, trasferendomi nel Paese appena diventato Namibia. Il primo obiettivo del CCF era impedire che i ghepardi venissero rimossi dalla natura, lavorando per affrontare il conflitto uomo-fauna selvatica all’interno della comunità agricola. Questo conflitto aveva provocato la perdita di oltre 800 ghepardi all’anno nel decennio precedente. Molti dei ghepardi che erano stati uccisi erano cuccioli giovani e orfani le cui madri erano state intrappolate o uccise. Abbiamo costruito la nostra struttura di soccorso e riabilitazione e abbiamo iniziato i lavori per rimettere in libertà i ghepardi riabilitati. I programmi del CCF sono cresciuti nel corso degli anni e siamo stati in grado di affrontare le principali minacce al ghepardo, portando la difficile situazione del ghepardo alla consapevolezza popolare, in Namibia e in tutto il mondo.

    In tutti gli areali del ghepardo la specie viene ancora rimossa dalla natura a un ritmo allarmante. Poiché la popolazione di ghepardi è scesa a soli 7.100 adulti e adolescenti rimasti nel 9% del loro areale storico, la riabilitazione e il rilascio di ghepardi feriti e orfani potrebbe essere una parte importante della strategia di conservazione. Per portare la nostra lunga storia di riabilitazione e rilascio di successo alla nostra vasta gamma di partner, il CCF ha sviluppato un sistema di protocolli ripetibili nelle “Raccomandazioni per la riabilitazione e il rilascio di ghepardi selvatici allevati in cattività: l’importanza del pre e post rilascio gestione per ottimizzare la sopravvivenza”. Il nostro studio ha mostrato alti tassi di successo dei candidati al rilascio nel raggiungimento dell’indipendenza (75-96%) e le stime di sopravvivenza corrispondevano alle stime delle specie.

    Il ripristino di popolazioni sane di ghepardi in tutta la gamma delle specie richiederà gli sforzi di tutte le parti interessate. Pubblicando il nostro protocollo di riabilitazione e rilascio, il CCF spera di rafforzare l’impegno per la riabilitazione e il rilascio, per contribuire a garantire un futuro per il ghepardo in natura. Il CCF ha collaborato con diversi partner governativi e privati ​​per rendere possibile questo obiettivo. Siamo incredibilmente grati per il supporto a lungo termine e continuo del Ministero dell’Ambiente, delle Foreste e del Turismo della Namibia, nonché delle nostre riserve partner come la Riserva naturale privata di Erindi e la Riserva naturale di NamibRand.

    Il nostro lavoro è altrettanto importante per le strategie globali sul ghepardo nei Paesi dell’area in cui il ghepardo si è estinto in un passato non troppo lontano. I governi di Paesi come l’India, la Nigeria e l’Arabia Saudita ora chiedono aiuto per ristabilire le popolazioni di ghepardi. Negli attuali paesi degli areali che hanno perso molti ghepardi c’è molto interesse nel rafforzare e recuperare le popolazioni di ghepardi. La pianificazione per la reintroduzione in diversi Paesi è attualmente in corso. Riabilitare i ghepardi in natura è importante ma è un’operazione molto difficile. A volte può essere estremamente triste quando un animale rilasciato non riesce a farcela in natura. Le persone di successo rendono il lavoro utile, ma il monitoraggio a lungo termine degli animali rilasciati richiede un impegno finanziario. Puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro donando oggi.

    Nel Centro, la strategia di conservazione del CCF si concentra sul mantenimento dei ghepardi allo stato brado attraverso programmi di supporto della comunità nell’educazione ambientale e nella formazione degli agricoltori. Anche la riabilitazione e il rilascio di ghepardi orfani nati in natura è una parte importante dei nostri sforzi per salvare la specie. Nel CCF, continueremo a migliorare le nostre tecniche e condivideremo con le parti interessate alla conservazione dei ghepardi e altri partner ciò che impariamo. Ci auguriamo che il nostro protocollo pubblicato venga utilizzato dai professionisti della conservazione dei ghepardi in tutta la gamma del ghepardo, e speriamo che possa servire come base da cui è possibile costruire una migliore pratica nella riabilitazione e nel rilascio dei ghepardi. Il CCF è sempre aperto alla collaborazione in questo impegno.

  • Giornata della Terra

    Il 22 aprile si celebra la Giornata mondiale della Terra mentre, nonostante le petizioni e gli appelli, continua uno spaventoso consumo del suolo e le condizioni dell’aria peggiorano di giorno in giorno. Anche la dissennata guerra che la Russia ha portato in Ucraina, mentre diventa ormai difficile contare i morti civili e riconoscere le salme, dalle immagini che ci arrivano da coraggiosi giornalisti ci dimostrano che è in atto una totale devastazione dovuta a bombe, a missili particolarmente potenti e a spaventosi incendi.

    Continue colonne di fumo nero si alzano da tutto il paese e tra i detriti e le rovine di intere città rifiuti tossici di ogni genere renderanno sempre più difficile la sicurezza e la salute di chi riuscirà a tornare alle macerie della sua casa.

    Nella Giornata mondiale della Terra non possiamo non denunciare che, mentre sembra che, più o meno giustamente, non si vogliano usare, neppure per breve tempo, le centrali a carbone per sostituire provvisoriamente quel gas russo con il quale Putin finanzia la sua guerra, continuano invece i voli commerciali e turistici nello spazio procurando nuova violenza all’ecosistema è sempre inquinamento.

    22 aprile, qualche buon proposito? Non sprechiamo l’acqua, non consumiamo la terra, mettiamo a posto case e capannoni abbandonati senza continuare a costruirne di nuovi, chiediamo regole nuove per poter ripulire i greti ed i letti del fiumi, firmiamo una petizione per ottenere che nello spazio ci possano andare solo gli scienziati e cerchiamo, per quello che possiamo, di sostenere il popolo ucraino che combatte e muore per difendere libertà e democrazia.

  • La sostenibilità conviene

    Come scrive sul suo sito, Alice sostiene e promuove uno stile di vita (più) sostenibile, etico e consapevole creando contenuti sui social (dove è nota come @aliceful) e collaborando con scuole, enti, associazioni, aziende e partecipando a numerosi eventi e iniziative su queste tematiche. Oggi Alice ha trent’anni e oltre trentamila followers.

    Ciao Alice. Potresti raccontarci da dove nasce tanto ammirevole impegno nel promuovere stili di vita sostenibili, etici e consapevoli?

    Sicuramente l’educazione ricevuta da bambina mi ha aiutato a sviluppare un certo senso critico. Fin da piccola, ad esempio, mi hanno insegnato a non sprecare l’acqua, la luce e il cibo e a casa mia si fa ancora l’orto. La mia è una famiglia di risparmiatori e di persone rispettose dell’ambiente. In particolare i miei nonni erano custodi di tante preziose conoscenze dell’antica cultura dell’autosufficienza di cui tanto avremmo ancora tutti bisogno. Poi, grazie a mio padre, amante degli sport all’aria aperta, ho imparato ad apprezzare ancora di più la natura e la sua forza creativa.

    Qual è stato il tuo percorso di studi?

    Al momento di scegliere il mio percorso universitario mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Marketing e Comunicazione d’Impresa con indirizzo pubblicitario. Affrontai la cosa con entusiasmo tanto che non appena conclusi i miei studi trovai subito lavoro presso un’agenzia di digital marketing ma ci volle altrettanto poco tempo per rendermi conto che non era quello che avrei voluto fare nella vita.

    Cosa di quel lavoro non ti piaceva?

    Il fatto di passare ore della mia vita a cercare di trovare sempre nuove ed efficaci strategie di comunicazione per riuscire a vendere prodotti il più delle volte inutili. Non solo era diventato molto stressante ma lo percepivo sempre più come incompatibile con tutte le attuali emergenze climatiche e sociali.

    E cosa ti ha fatto decidere di cambiare percorso?

    A far scattare la molla decisiva fu un post ironico su Facebook riferito al mio lavoro di digital marketer che diceva “prova a spiegare a tua nonna che lavoro fai”. E io ci provai. Mi presi infatti qualche minuto ma sentii un profondo senso di inadeguatezza verso tutto quello che mi aveva insegnato mia nonna. Persona intelligente, semplice e schietta e che ho sempre ammirato e che ancora oggi porto nel mio cuore con grande senso di gratitudine. Come detto ci provai. Ripensai alla frase di Albert Einstein quando disse “se non lo sai spiegare a un bambino di 6 anni, vuol dire che non lo sai” e mi sforzai, quindi, di immaginare cosa avrei detto a mia nonna per spiegarle il mio lavoro. “Cara nonna, i social media sono come delle piazze dove le persone si trovano a dire quello che pensano, quello che vorrebbero fare, quello che a loro piace, etc. In queste piazze ci sono anche quelli che, come me, cercano di vendere dei prodotti. Sia prodotti utili e sia prodotti inutili. Il mio lavoro consiste nel creare continuamente nuovi cartelloni e frasi per convincere le persone in queste piazze a comprare qualsiasi cosa: sia i prodotti utili che quelli inutili”. Conoscendo lo spirito pratico di mia nonna, mi sono immaginata le sue possibili reazioni: “Ti abbiamo educato e fatto studiare per questo?”. “L’essenziale, le cose utili, non hanno bisogno di essere pubblicizzate”. “A cosa serve questo marketing?”.

    Insomma, qualcosa dentro di me si era mosso. Ho passato diverse notti insonni fino a quando nel 2018 ho deciso di licenziarmi e di aprire la mia partita iva per dedicarmi completamente alla libera professione di divulgatrice di contenuti sulla sostenibilità ambientale.

    Parliamo di questi contenuti. Se domani il Ministero della Pubblica Istruzione dovesse incaricarti di redigere un progetto per inserire nel nuovo programma didattico delle scuole elementari contenuti utili all’educazione di stili di vita e alimentari più sostenibili, cosa proporresti?

    Per quanto io ami molto condividere con gli altri queste tematiche e mi piacerebbe formarmi sempre di più in qualità di insegnate, non credo di essere all’altezza di una sfida del genere. Sicuramente suggerirei di porre l’attenzione su modelli formativi che sul piano dell’educazione ambientale hanno già dato molti risultati positivi. Penso ad esempio all’esperienza delle scuole che adottano il metodo Montessori (metodo molto più utilizzato ed apprezzato nel Mondo che in Italia). Vicino al mio paese di origine ce n’è una. Insegnano, ad esempio, ai bambini a prendersi cura di una pianta per tutto l’anno scolastico, non ci sono i voti, si dà valore alla collaborazione e non alla competizione. Tutte cose molto importanti per creare la consapevolezza di quanto ogni nostro gesto può influire sul benessere dell’ambiente e della società. So che esistono altri metodi di insegnamento altrettanto positivi ma io non ne ho ancora approfondito i programmi. Detto ciò, posso aggiungere che se un certo tipo di impostazione culturale partisse dall’alto questo aiuterebbe già moltissimo. Ricordo che su un testo di economia della mia università c’era scritto che delocalizzare le aziende in paesi dove non c’è la copertura sindacale può essere una buona strategia economica. È un esempio per dire che se ai giovani non si insegna che lo sfruttamento scriteriato delle risorse umane e naturali è la principale causa delle attuali e sempre più gravi emergenze climatiche e sociali è più difficile far cambiare loro opinione nel tempo. Noi dobbiamo abbandonare il punto di vista antropocentrico. Noi siamo ospiti su questo pianeta. Dobbiamo partire da questo ragionamento. Se gli adulti non “decostruiscono”, non smontano l’idea che i nostri bisogni vengono prima di tutto il resto, difficilmente cambieranno le cose e, soprattutto, le future generazioni non avranno la giusta consapevolezza di cosa sia successo. Tutto parte da qui. Quello che sto cercando di fare è di sviluppare nelle persone un pensiero critico che li porti a capire le conseguenze disastrose che una visione antropocentrica del mondo sta avendo sull’ambiente e sulla società.

    Sogni nel cassetto?

    In primis che ci siano sempre più persone nel Mondo che prendano coscienza della gravissima attuale situazione ambientale e su ciò che ognuno di noi può fare per cambiarla. Nel relativo, tra tanti altri progetti, mi piacerebbe portare anche nelle aziende italiane corsi di formazione sulla sostenibilità a tutto tondo (dalle scelte alimentari al risparmio energetico, ad esempio) perché sono certa che ciò possa contribuire a migliorare non solo la salute di tutte le persone coinvolte (dal dirigente agli impiegati) ma possa portare a valutazioni imprenditoriali più lungimiranti e profittevoli per il futuro dell’azienda stessa.

    Se qualcuno volesse cogliere questa opportunità, come potrebbe contattarti?

    Tramite il mio sito (www.alicepomiato.it) o tramite il mio profilo instagram (@aliceful).

  • Mobilità sostenibile: le scelte necessarie per un futuro a emissioni zero

    Sarà la mobilità una delle principali e più difficili sfide per la decarbonizzazione degli anni a venire per i governi e per i cittadini di tutto il mondo. Un’inversione di tendenza radicale e globale, una “rivoluzione” delle politiche dei singoli Paesi e delle abitudini del quotidiano di tutti noi, accompagnate da straordinarie innovazioni tecnologiche come la mobilità elettrica, la guida autonoma e la MaaS (Mobility as a Service). E’ da questo presupposto che nasce l’idea del libro Inversione a E di Renato Mazzoncini, Professore del Politecnico di Milano e AD di A2A.

    Il saggio è staro al centro dell’incontro organizzato dal Centro di ricerca GREEN in collaborazione con Egea e A2A giovedì 7 aprile alle 17.30 presso la sede dell’Università Bocconi, a Milano in via Sarfatti 25.

    A discutere insieme all’autore Marco Percoco, Direttore di GREEN – Centro di Ricerca sulla geografia, le risorse naturali, l’ambiente, l’energia e le reti dell’Università Bocconi, Giorgio Busnelli, Director Consumer Goods, Amazon.it & Amazon.es, Marisa Parmigiani, Head of Sustainability Unipol Group e Presidente CSR Manager Network, Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi.

  • In Italia vengono riciclati più di 7 imballaggi su 10 all’anno

    In Italia più di 7 imballaggi su 10 ogni anno possono avere una seconda vita e, con oltre 170 milioni di tonnellate di imballaggi riciclati negli ultimi 24 anni, il nostro Paese conferma, in Europa, la sua posizione di leadership in questo settore dell’economia circolare. Nel riciclo pro-capite siamo infatti al secondo posto, dietro al Lussemburgo e davanti alla Germania. A fare il punto di un settore dell’economia circolare italiana che riguarda quasi il 30% dei rifiuti urbani è Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, garante per l’Italia del raggiungimento degli obiettivi Ue, presentando i risultati di 25 anni di attività. Tra il 1998 e il 2021 il sistema consortile ha versato ai Comuni italiani 7 miliardi e 370 milioni di euro, per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata dei materiali di imballaggio una volta giunti a fine vita. A questi si aggiungono più di 4 miliardi di euro destinati dal sistema al finanziamento di attività di trattamento, riciclo e recupero, per un totale di oltre 11 miliardi. Risorse, ha sottolineato il presidente Conai Luca Ruini, provenienti da “tutte le aziende che costituiscono il consorzio: sono state loro a farsi carico dei costi del corretto fine vita degli imballaggi con l’obiettivo che questi, diventando rifiuti, non abbiano un impatto sull’ambiente”. Conai, ha spiegato Ruini riassumendo i benefici derivanti dall’attività di recupero, “gestisce poco più della metà degli imballaggi avviati a riciclo. Un impegno che, a oggi, ha già evitato il riempimento di circa 183 nuove discariche di medie dimensioni”, evitando al contempo l’emissione in atmosfera di circa 56 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari a 130.000 voli Roma-New York andata e ritorno. Notevole anche il risparmio di materia: quasi 63 milioni di tonnellate, l’equivalente in peso di 6.300 torri Eiffel. Ma in questi 24 anni si è registrato anche un importante risparmio di energia, pari a quella che consumano circa 200 milioni di persone in un anno.

    Un trend che è cresciuto costantemente nel tempo. Nel 1998, infatti, meno di un anno dopo la nascita del sistema Conai, l’Italia avviava a riciclo poco più di 3 milioni e 300.000 tonnellate di rifiuti di imballaggio all’anno, circa il 30% dell’immesso al consumo. Negli ultimi anni ha triplicato questo numero, arrivando a oltre 9 milioni e mezzo annui: “Più di sette imballaggi su dieci ogni anno possono avere una seconda vita”, ha sottolineato Ruini.

  • Impariamo a fare uso attento e consapevole dell’acqua

    Il 22 marzo è stata la Giornata mondiale dell’acqua mentre in tutto il mondo si aggravano i problemi dovuti alla sempre più forte siccità. La mancanza di piogge ha creato e crea sempre più difficoltà alle coltivazioni e sempre più vaste sono le aree nelle quali le popolazioni sono allo stremo per la carestia dovuta proprio alla mancanza d’acqua e all’impossibilità di coltivare. Il cambiamento climatico, il dissesto idrogeologico, il continuo attacco di alcuni Stati all’ecosistema con il taglio di intere foreste e le evidenti conseguenze sui venti e le precipitazioni fanno sempre più temere per la sopravvivenza in vaste aree del mondo, sopravvivenza degli esseri umani, degli animali, delle piante. Anche in Italia si sono abbassati in modo pericoloso i letti di molti fiumi e le falde.

    In attesa che i programmati interventi dei governi siano realizzati e si cominci ad invertire  la rotta dobbiamo anche noi, cittadini ed imprese, fare tutto quanto è possibile per realizzare un miglior utilizzo dell’acqua anche attraverso il risparmio ed un consumo più attento e consapevole. Coltivare con l’innaffiamento a goccia, non lasciare i rubinetti inutilmente aperti, organizzare raccolte d’acqua per quando piove per poterla poi utilizzare per innaffiare e per tutti gli usi per i quali  non è necessario che sia potabile dovrebbe essere un impegno di tutti.

    Quello che, proprio nell’occasione della Giornata mondiale dell’acqua, vogliamo ricordare al governo italiano e a tutte le forze politiche è che in Italia la rete idrica non solo è obsoleta ma disperde più del 30% dell’acqua che dovrebbe trasportare nelle nostre case creando ogni giorno un danno  irrecuperabile, infatti l’acqua dispersa nel terreno non torna nella falda ma evapora e sparisce. Per questo uno dei primi interventi, delle grandi opere, da realizzare, come abbiamo spesso scritto sulle pagine del Patto Sociale, è proprio il rifacimento della rete idrica nazionale. Ci auguriamo  che qualcuno cominci finalmente ad occuparsene.

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