Ambiente

  • Italia prima per nuove auto immatricolate nella prima metà del 2026, ma l’elettrico nella penisola stenta

    Il mercato delle autovetture nei 31 Paesi dell’area europea evidenzia un notevole dinamismo nel mese di giugno 2026, mostrando un incremento del 13,1% grazie a 1.407.332 unità immatricolate contro le 1.243.824 dello stesso mese dello scorso anno. Tale spinta consolida la traiettoria di crescita evidenziata da inizio anno, portando il bilancio del primo semestre a 7.232.066 immatricolazioni, in aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Resta tuttavia ampio il gap sui volumi registrati prima del Covid, con un calo del 14,2% sui primi sei mesi del 2019.

    Prendendo in esame le dinamiche dei cinque Major Market, il mese di giugno si caratterizza per una crescita generalizzata. La Germania guida il trend positivo con un incremento del 15,7%, seguita a pari merito da Francia e Regno Unito, entrambe attestate su una crescita dell’11,4%. Più contenuta la performance dell’Italia, che segna un +10,6%, e della Spagna, in aumento del 7,8%. Per quanto riguarda il bilancio complessivo dei primi sei mesi dell’anno, in testa si posiziona l’Italia (+9,5%), seguita da Regno Unito (+9,2%), Spagna (+6,2%), Germania (+5,8%) e infine Francia (+1,8%).

    Dal punto di vista dei volumi espressi mensilmente, l’Italia scende al quarto posto della graduatoria a giugno, pur conservando la terza posizione nella classifica cumulativa del primo semestre, come già in aprile e maggio. L’Italia resta invece in ultima posizione per quanto riguarda le auto ricaricabili (ECV), nonostante un ottimo andamento di crescita al 20,9% complessivo, composto da un 10,2% di vetture elettriche pure (BEV) — quota influenzata dal rush finale per i rimborsi degli incentivi ai concessionari, scaduti il 30 giugno, e caratterizzata da immatricolazioni concentrate in particolare su due Costruttori — e da un 10,1% di ibride plug-in (PHEV).

    Le distanze con gli altri Major Market europei si confermano nette: la Germania si posiziona al 39,3% di quota ECV (con BEV al 28,4% e PHEV al 10,9%), il Regno Unito sale al 42,5% (con BEV al 30,0% e PHEV al 12,5%), la Francia registra il 36,1% (con BEV al 29,6% e PHEV al 6,5%) e la Spagna si attesta al 23,2% (con BEV all’11,1% e PHEV al 12,1%). Nel totale del mercato europeo, la quota delle ECV si attesta a giugno al 36,0%, con le BEV al 25,6% (+6,4%) e le PHEV al 10,4% (+0,8%). Escludendo il mercato italiano, lo share delle elettriche pure in Europa salirebbe al 27,4%, con le plug-in stabili al 10,4%.

    La fisionomia del mercato non mostra variazioni di rilievo se si estende l’analisi all’intero primo semestre dell’anno. La Penisola resta all’ultimo posto (ECV al 17,5%, ripartito tra l’8,5% di BEV e il 9,0% di PHEV). Negli altri Major Market, invece, la diffusione di veicoli ricaricabili si attesta su livelli decisamente superiori: il Regno Unito raggiunge il 38,0% di quota ECV (con BEV al 25,0% e PHEV al 13,0%), la Germania si posiziona al 35,8% (con BEV al 24,8% e PHEV all’11,0%), la Francia al 33,8% (con BEV al 28,2% e PHEV al 5,6%) e la Spagna chiude al 21,8% (con BEV al 9,8% e PHEV al 12,0%). Nel complesso del mercato europeo, la penetrazione delle ECV nei sei mesi raggiunge il 32,5%: BEV al 22,2% (+4,7 p.p.) e PHEV al 10,3% (+1,6 p.p.). Al netto del dato italiano, la quota delle elettriche pure in Europa si attesta al 24,3% e quella delle ibride plug-in al 10,4%.

    Per quanto riguarda le politiche europee, la Commissione ha presentato l’Electrification Action Plan, piano che punta a raddoppiare l’elettrificazione nei consumi dell’Unione — inclusi quelli del settore dei trasporti — portandola dall’attuale 23% al 46% entro il 2040. Il piano sottolinea esplicitamente la necessità di ridurre il maggiore costo iniziale delle tecnologie elettriche, attivare strumenti fiscali e agevolazioni pubbliche per superare l’ostacolo rappresentato dai maggiori costi di acquisto di veicoli a zero emissioni, accumulatori e infrastrutture di rete. La rotta strategica è stata ribadita dal Commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, che ha preannunciato, entro la fine del 2026, un piano normativo teso alla progressiva cancellazione delle sovvenzioni pubbliche a favore dei combustibili fossili. Tale orientamento trova applicazione concreta anche nella flessibilità già introdotta nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo, che prevede per gli Stati membri la facoltà di allocare fino allo 0,3% del PIL annuo per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno della decarbonizzazione nel triennio 2026-2028, con un tetto cumulativo dello 0,6%. Per l’Italia, tale flessibilità potrebbe tradursi in uno spazio fiscale complessivo nell’ordine di circa 14 miliardi di euro.

  • Nel piacentino un progetto contro l’inquinamento luminoso

    Da alcuni anni in Europa e in Italia si sono sviluppati progetti finalizzati a tutelare il cielo notturno, sempre più minacciato e reso invisibile dalle luci artificiali delle nostre città. Nel piacentino l’iniziativa “Notte sull’Aserei”, promossa da La Cura del bosco Aps insieme ad altre realtà locali, supporta attivamente il progetto LUM dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF), collegato a sua volta al progetto Interreg Europa Centrale Darkersky4CE, volto a ridurre l’inquinamento luminoso nell’Europa Centrale.

    La raccolta fondi promossa da “Notte sull’Aserei” punta a implementare la rete di misurazione di Darkersky4CE proprio nel piacentino con l’acquisto di tre buiometri da installare a Capannette di Pey (Zerba), all’Osservatorio di Lazzarello (Alta Valtidone) e al Giardino degli Alberi maestri (Bettola).

    Daniele Gardiol, astrofisico, Dirigente tecnologo presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e coordinatore del progetto Darkersky4CE spiega che «l’inquinamento luminoso non è prodotto dall’illuminazione notturna in toto, bensì dall’illuminazione notturna eccessiva. Un eccesso che può avvenire sia in quantità, ovvero quando la luce è troppa; sia in qualità, ovvero quando è rivolta verso il cielo o direzionata in orizzontale o, ancora, quando si assesta su toni freddi, con temperature di colore superiori ai 3000 gradi Kelvin. Un altro fattore importante che determina l’inquinamento luminoso è poi il tempo, con zone, urbane e non, che restano illuminate per l’intera durata della notte. La somma di queste circostanze porta a una forma di inquinamento di cui spesso si sottovalutano gli effetti».

    L’inquinamento luminoso, rimarca Gardiol, «ha influenze nefaste di vario tipo. In primis, sulla salute umana, dato che altera i cicli circadiani e dunque il sonno delle persone, aumentando il rischio di sviluppare una serie di patologie; e poi sugli ecosistemi, poiché moltissime specie animali hanno abitudini notturne. L’inquinamento luminoso riduce la biodiversità dei territori e minaccia alcuni servizi ecosistemici importanti».

    Posto che «molte persone ignorano i problemi correlati all’inquinamento luminoso» e che «in Italia, non esiste una legge quadro nazionale sull’inquinamento luminoso, ma la materia è regolata da singole leggi regionali, non sempre applicate. Si potrebbero compiere dei passi in avanti in tal senso, proprio grazie alla sensibilizzazione», Gardiol rassicura che «l’intenzione non è certo contrastare l’illuminazione notturna, ma è invece quella di problematizzarla, di capire come migliorarla. Alcune soluzioni sono semplici, già disponibili e parzialmente applicate. Penso all’utilizzo dei temporizzatori, dispositivi che permettono alle luci di azionarsi automaticamente in un determinato intervallo di tempo. Un modo di illuminare che, oltretutto, potrebbe anche essere più sicuro nell’ottica di furti o intrusioni: se una luce si accende solo quando è necessario, allora ci avverte anche della presenza di qualcuno. Poi, come accennavo all’inizio, sarebbe bene prediligere luci calde, con temperature di colore inferiori ai 3000 K ed evitare le luci “sparate” verso l’alto, come, ad esempio, i lampioni sferici. Infine, si potrebbe considerare anche di calibrare l’intensità luminosa in funzione del traffico e della zona».

  • Premio Best of Namibia

    Nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, i membri del team del Cheetah Conservation Fund hanno partecipato alla cerimonia di premiazione dei Best of Namibia Awards per ricevere ufficialmente i premi per la Migliore Conservazione Ambientale e il Migliore Benessere Animale.

    A rappresentare il CCF alla cerimonia c’erano Calum O’Flaherty e Ruusa Uugwanga, addestratrice di cani per il rilevamento di escrementi e assistente agli animali. Ruusa ha anche rappresentato il CCF durante le interviste con i media, illustrando l’importanza del nostro lavoro di conservazione e l’impatto dei nostri programmi.
    I premi appartengono all’intera famiglia del CCF, ogni membro del team, dalla cura degli animali, alla ricerca, all’educazione e ai programmi di allevamento, fino al personale operativo e di supporto, contribuisce alla missione ogni singolo giorno.

  • L’inquinamento sempre più causa di morte

    Si parla spesso dei gravi problemi di salute dovuti al fumo delle sigarette e continuano invece a rimanere sotto traccia sia l’aumento di consumo delle sostanze stupefacenti, specie di quelle chimiche che hanno portato ad un considerevole e preoccupante rialzo della mortalità e dei crimini legati allo spaccio ed alla tossicodipendenza, sia allo spaventoso numero di morti collegati all’inquinamento dell’aria, l’aria che tutti comunque dobbiamo respirare.

    Invisibile l’inquinamento atmosferico colpisce inesorabile tutti noi, secondo i dati pubblicati da varie parti si calcola che nel mondo, ogni anno, circa otto milioni di persone perdano la vita a causa dell’inquinamento.
    I veleni che respiriamo direttamente e che, attraverso le piogge acide ed i venti, si depositano intorno a noi e sulle sostanze  che mangiamo non lasciano scampo mentre un colpevole silenzio ammanta la spaventosa realtà: se l’Europa ha fatto passi da gigante, a volte anche sbagliando le prospettive industriali necessarie alla sopravvivenza del continente, altri, come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, e non solo, continuano ad essere indifferenti di fronte ad un problema che causa e causerà milioni di morti.

    Intervenire è necessario e le misure debbono tenere conto delle realtà e delle conflittualità su tutto il pianeta.

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • I quattrini fan ballare i burattini

    Chi sono questi burattini che ballano perché pagati o perché sperano che prima o poi saranno pagati?

    Giornalisti, politici, uomini d’affari, finanzieri ed imprenditori, e spesso anche rappresentanti dell’intellighenzia, che continuano a sostenere non vi sia alcun cambiamento climatico mentre il mondo in alcune aree va arrosto ed in altre è sommerso da diluvi e catastrofi di ogni genere.

    Sono quei burattini che ignorano sia lo scioglimento dei ghiacciai a casa nostra sia quanto sta avvenendo in tante altre parti del mondo.

    Che sia dovuto alle azioni umane o alle modifiche che la natura mette in essere ogni tanti secoli o millenni quello che appare evidente è che non si prendono misure per sopperire ai pericoli ed alle necessità degli abitanti della terra, umani, animali, alberi ed insetti.

    In Mongolia, nelle immense praterie di quel Paese cinque volte più esteso dell’Italia, il 77% delle superficie è colpito da desertificazione e nelle praterie si sono aperti grandi voragini. Le voragini si aprono perché il terreno nelle regioni montane, che una volta era permanentemente congelato, si scioglie per via del riscaldamento globale. Il ghiaccio sciolto crea un vuoto nel sottosuolo che collassa dando luogo a enormi buche dalle quali fuoriescono gas e virus rimasti congelati per migliaia di anni.

    Quando il suolo si scongela i microbi decompongono la materia organica e rilasciano gas serra, metano e anidride carbonica. Oltre ai pericoli dovuti alla fuoriuscita di questi gas vi sono quelli legati a virus e batteri che potrebbero ritornare attivi e creare gravi problemi per la salute.

    Il 40% della popolazione mongola vive di pastorizia e quanto sta accadendo crea nuovi problemi anche dal punto di vista economico.

    L’ecosistema è sempre più a rischio, quanto accade in Mongolia, al pari delle conseguenze del terremoto in Venezuela o delle spropositate piogge in Thailandia, come in altre regioni africane, piuttosto che per la sempre più diffusa siccità di vaste aree, che porta carestie ed ulteriore povertà, dimostrando che, anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri, siamo tutti collegati.

    Mentre i burattini ballano, noi tutti dovremmo impegnarci per far comprendere, a chi ci governa in Italia ed in Europa, che la strada per combattere almeno i problemi legati all’inquinamento dev’essere un problema da affrontare con quei Paesi che, ad oggi, dell’inquinamento e delle sue conseguenze non si occupano o lo negano.

    L’Europa, con un pesante, eccessivo, sacrificio economico e sociale, ha abbattuto i suoi livelli di inquinamento ma se questo non sarà fatto da altri Paesi, Cina in testa, tutto risulterà vano, così come è vano e pazzesco che le autovetture che in Europa non possono più circolare, giustamente, perché pericolose in quanto troppo inquinanti, siano portate e vendute, quindi messe in circolazione, in Paesi africani o comunque extraeuropei.

    L’inquinamento non può essere spostato da un Paese all’altro ma deve essere controllato tramite regole condivise. Chi non si adegua a tali regole, necessarie per la sopravvivenza del pianeta, deve vedersi punito non comprando più i beni che produce a discapito della nostra salute.

  • A Laurie Marker, fondatrice del Cheetah Conservation Fund, assegnato il Dottorato in Scienze dall’Università di Oakland

    “Un futuro degno di essere affrontato”, il messaggio dal Discorso tenuto dall’antropologa davanti agli studenti dell’ateneo americano che riportiamo di seguito.

    Presidente, illustri docenti, gentili Ospiti, Consiglio di amministrazione del Cheetah Conservation Fund, Fiduciari e personale, Colleghi laureati e Amici, accetto questo dottorato honoris causa con profonda gratitudine e con un forte senso di responsabilità. Perché questo onore non è semplicemente un riflesso del passato. È una chiamata al futuro. Più di quarant’anni fa, quando iniziai a lavorare in Namibia, il ghepardo era in silenzioso declino. Gli agricoltori consideravano i predatori come avversari. L’habitat si stava riducendo. La scienza stava ancora scoprendo la fragilità genetica della specie. Molti credevano che l’estinzione fosse inevitabile. Ma la Namibia mi ha insegnato il cambiamento: l’estinzione non è inevitabile, quando le persone scelgono la collaborazione anziché il conflitto. Insieme agli agricoltori namibiani, ai leader governativi e alle comunità locali, abbiamo creato quello che è diventato il Cheetah Conservation Fund, non solo come organizzazione di soccorso, ma come laboratorio vivente per la coesistenza. Abbiamo dimostrato che i cani da guardia per il bestiame possono ridurre i conflitti con i predatori. Abbiamo dimostrato che il ripristino dei territori invasi dalla vegetazione può rivitalizzare gli ecosistemi. Abbiamo dimostrato che la scienza, se condivisa apertamente, può ispirare le politiche. E grazie al modello di conservazione comunitaria della Namibia abbiamo constatato come la concessione di diritti sulla fauna selvatica alle comunità locali crei resilienza economica e gestione ecologica responsabile. Non è stata beneficenza. Si trattava di un cambiamento sistemico. Ed è questo che la prossima era di leadership richiede. Perché oggi la perdita di biodiversità sta accelerando. L’instabilità climatica sta rimodellando i paesaggi. Il traffico illegale di fauna selvatica è diventato un’attività globale sofisticata. Gli ecosistemi stanno collassando più velocemente di quanto possa reagire la politica. Un cambiamento graduale non è più sufficiente. Il lavoro che abbiamo iniziato in Namibia si è esteso in tutta l’Africa, fino al Corno d’Africa, dove affrontiamo il commercio illegale di cuccioli di ghepardo vivi. Si è esteso a collaborazioni in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti per rafforzare l’applicazione delle leggi e la ricerca genetica. E ha raggiunto l’India, dove i ghepardi, un tempo estinti, sono tornati grazie alla cooperazione internazionale: un segnale che il ripristino è possibile quando le nazioni agiscono coraggiosamente insieme. Ma sia chiaro: il recupero delle specie non riguarda solo gli animali. Riguarda il ripensare il modo in cui l’umanità si relaziona con la Terra, con la fauna selvatica e con esse. Ai laureati qui presenti oggi: non state ereditando un mondo stabile, ma un mondo ad una svolta. Sarete voi a determinare se la sostenibilità è uno slogan o una realtà strutturale. Se lo sviluppo continuerà a degradare gli ecosistemi o li rigenererà. Se la cooperazione globale si frammenterà o si rafforzerà. La mia generazione ha lottato per dimostrare che conservazione e sviluppo economico possono coesistere. La vostra generazione deve andare oltre. Dovete riprogettare i sistemi in modo che la resilienza ecologica sia integrata nella finanza, nella governance, nell’agricoltura e nella tecnologia. Bisogna pensare oltre i confini. Il ghepardo non può sopravvivere in isole recintate. Ha bisogno di paesaggi collegati. Allo stesso modo, l’umanità non può prosperare in isolati compartimenti stagni di pensiero. Le politiche climatiche devono essere connesse ai sistemi alimentari. Le strategie per la biodiversità devono essere in linea con i diritti delle comunità. La tecnologia deve essere al servizio della salute del Pianeta. Il futuro richiede l’integrazione. E richiede coraggio. Nel corso del mio percorso di vita ci sono stati momenti in cui mi è stato detto che i miei obiettivi erano irrealistici: che gli agricoltori non sarebbero mai cambiati, che il commercio illegale era inarrestabile, che la cooperazione internazionale era troppo complessa. Ma le visioni audaci vengono spesso scartate prima ancora di essere realizzate. Se avessimo accettato i limiti convenzionali, oggi la Namibia non ospiterebbe la più grande popolazione mondiale di ghepardi selvatici. Le aree protette gestite dalle comunità non sarebbero un modello globale. E il ritorno dei ghepardi in India sarebbe ancora una chimera. Il progresso appartiene a coloro che sono disposti a immaginare al di là dei limiti attuali. Quindi vi chiedo: quale sistema riprogetterete? Quale modello fallimentare sfiderete? Su quale futuro non accetterete compromessi? Perché il mondo non ha bisogno di laureati passivi. Ha bisogno di architetti della resilienza. La mia visione per i prossimi decenni è chiara: esperti africani in materia di conservazione alla guida delle politiche ambientali globali. Aree protette comunitarie che si trasformano in centri di adattamento climatico. Giovani scienziati africani alla guida di istituti di ricerca internazionali. Innovazione tecnologica che smantella le reti di traffico di fauna selvatica. Partenariati globali che sostituiscono la concorrenza con una gestione condivisa. Non perché sia ​​un concetto ideale, ma perché è necessario. Il ghepardo corre con precisione e determinazione. Non insegue ogni movimento all’orizzonte. Sceglie il suo percorso e vi si dedica completamente. Allo stesso modo, scegliete con cura il vostro obiettivo, e perseguitelo con incrollabile convinzione. Oggi, accetto questo onore non come un traguardo, ma come un nuovo inizio. Il lavoro continua. La responsabilità aumenta. Le opportunità si ampliano. Laureati, il futuro non è qualcosa che  si intraprende. È qualcosa che si costruisce. Costruitelo con audacia. Costruitelo collaborando. Costruitelo con la scienza come bussola, e l’integrità come caposaldo. Perché finché i ghepardi daranno vita agli orizzonti selvaggi dell’Africa sapremo che il futuro per cui lottiamo è ancora possibile. E quando la storia guarderà indietro a questa generazione, che dica pure: non hanno ereditato una crisi, l’hanno trasformata. Grazie per questo straordinario onore. E congratulazioni a ognuno di voi. Che possiate correre verso un futuro degno del vostro coraggio.

  • Volkswagen, Green Deal e crisi dell’automotive europeo: quando l’ideologia sostituisce la strategia industriale

    Da 50.000 licenziamenti, cifra ipotizzata soltanto poche settimane fa, si è passati a stimare fino a 100.000 esuberi, con la possibile chiusura di quattro stabilimenti produttivi Volkswagen in Germania. Se tali previsioni dovessero trovare conferma, ci troveremmo di fronte alla più grave ristrutturazione industriale della storia del gruppo tedesco e a uno degli episodi simbolo della crisi che sta investendo l’intera industria automobilistica europea.

    Tuttavia ridurre il tutto ad una semplice crisi aziendale potrebbe essere decisamente fuorviante. La vicenda Volkswagen rappresenta il punto di incontro tra tre fattori che, sommati, stanno mettendo in discussione la competitività dell’intera industria europea.

    Le scelte politiche dell’Unione Europea, la concorrenza strategica della Cina che trova proprio nel dumping energetico ed economico una delle proprie forze ma anche gli errori di valutazione compiuti dagli stessi gruppi industriali stanno creando delle situazioni disastrose. L’adozione ceca e quindi puramente ideologica del Green Deal ha determinato una trasformazione dell’industria europea, i cui effetti già oggi cominciano ad essere evidenti. Negli ultimi anni la Commissione europea ha costruito gran parte della propria politica industriale attorno al Green Deal, e all’obiettivo della completa eliminazione della mobilità privata, ed al 2050 dell’intero ciclo economico. L’eliminazione dei motori endotermici dal 2035 è divenuta il simbolo di questa strategia, tuttavia la politica europea ha progressivamente sostituito una logica industriale con un’impostazione prevalentemente ideologica, imponendo un modello tecnologico unico anziché lasciare che fosse il mercato a determinare l’evoluzione della domanda. Invece di adottare il principio della diversificazione nella mobilità si è preferito imporre una visione massimalista. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre il mercato continua a privilegiare soluzioni ibride e tecnologie diversificate, Bruxelles continua a incentivare quasi esclusivamente la mobilità completamente elettrica, tanto da creare una situazione paradossale e contraddittoria se confrontata con quanto avviene nelle altre grandi economie mondiali.
    Gli Stati Uniti hanno imposto da tempo dazi del 100% sulle automobili elettriche cinesi, limitando progressivamente anche l’ingresso di veicoli dotati di tecnologie sviluppate in Cina per motivi di sicurezza nazionale entro il 2030, microchip compresi. La Cina, dal canto suo, protegge il proprio sistema industriale attraverso massicci finanziamenti pubblici, una politica energetica fondata su costi estremamente contenuti grazie ad un’espansione della produzione elettrica alimentata anche dall’apertura di decine di nuove centrali a carbone (52 nel 2025 ed 83 nel 2026). L’Europa, invece, continua ad aprire il proprio mercato proprio ai produttori che beneficiano di tali vantaggi competitivi, con il risultato che gli incentivi europei alla mobilità elettrica finiscono per sostenere indirettamente anche i produttori cinesi i quali si vedono oggetto di un doppio incentivo tanto nel paese d’origine quanto in Europa. Andrebbe quindi riconsiderato come Il vantaggio competitivo della Cina non derivi esclusivamente dall’efficienza industriale. Per anni Pechino ha sostenuto con finanziamenti pubblici l’intera filiera delle batterie e dei veicoli elettrici, il basso costo
    dell’energia consente alle imprese cinesi di produrre a costi molto inferiori rispetto ai concorrenti europei.
    Si crea così una forma di dumping energetico ed industriale che rende estremamente difficile la competizione per i costruttori occidentali. A questo vantaggio economico si aggiunge un ulteriore beneficio creato proprio dalla normativa europea. Le regole comunitarie sui crediti ambientali e sui limiti di emissione
    favoriscono infatti i produttori specializzati esclusivamente nelle auto elettriche, consentendo loro di accumulare crediti negoziabili e trasformare la regolazione ambientale in un’ulteriore fonte di
    profitto. La responsabilità della politica europea quindi risulta evidente.

    Tuttavia attribuire ogni responsabilità esclusivamente alle imprese sarebbe però semplicistico. La Commissione europea ha costruito una politica industriale fondata sull’idea che fosse possibile creare artificialmente un nuovo mercato attraverso norme, incentivi e divieti. Ma la domanda non nasce per decreto. Il consumatore europeo continua infatti a manifestare numerose perplessità verso la mobilità completamente elettrica, sia per ragioni economiche sia per limiti infrastrutturali ancora irrisolti. Il mercato ha quindi espresso un orientamento diverso rispetto a quello immaginato dalla politica.
    In questo contesto trova la propria collocazione la responsabilità di Volkswagen, in quanto il colosso di Wolfsburg non ha semplicemente subito le decisioni europee, le ha sostenute. Il management del gruppo di Wolfsburg ha visto nella transizione elettrica obbligatoria una straordinaria opportunità industriale, quindi un’opportunità speculativa senza precedenti. Il ragionamento appariva semplice.

    Se dal 2035 verrà confermato il divieto di produrre auto endotermiche, il mercato sarà costretto a sostituire progressivamente circa 300 milioni di veicoli. Per un costruttore capace di produrre circa dieci milioni di
    automobili all’anno sembrava prospettarsi una stagione di crescita garantita per decenni.
    Quella che poteva sembrare una strategia industriale si è invece rivelata una vera scommessa speculativa fondata su una domanda che il mercato non ha mai realmente espresso.

    Viceversa il più grande produttore di autoveicoli al mondo, Toyota, ha adottato una strategia diversa. Paradossalmente è proprio Toyota, pioniera della mobilità elettrificata con la Prius, a opporsi più decisamente alla transizione dell’automobile esclusivamente verso una modalità elettrica. Da anni Akio Toyoda sostiene che la decarbonizzazione debba essere perseguita attraverso una pluralità di tecnologie: motori endotermici sempre più efficienti, sistemi ibridi, idrogeno ed elettrico. Questa strategia ha consentito al gruppo giapponese di mantenere una maggiore flessibilità produttiva e una migliore capacità di adattamento all’evoluzione della domanda mondiale.

    Volkswagen ha invece scelto di concentrare gran parte della propria strategia sul successo della transizione elettrica promossa dall’Unione Europea, arrivando persino a dire che il motore endotermico andrebbe superato. Il rallentamento della domanda ha così trasformato quella che sembrava un’opportunità in un pesante problema industriale per Volkswagen e per l’intero settore industriale composto dalle diverse filiere internazionali. L’errore fondamentale consiste nell’aver ritenuto che una decisione politica potesse sostituire il comportamento dei consumatori, esattamente come una economia socialista si è cercato di imporre un prodotto invece di interpretare le esigenze dei cittadini.

    La storia economica insegna che nessun mercato può essere creato esclusivamente attraverso obblighi normativi. La domanda nasce quando un prodotto risponde alle esigenze del consumatore in termini di costo, utilità, affidabilità e convenienza. E nel caso delle automobili elettriche questo equilibrio non si è ancora realizzato. Non sorprende quindi che perfino lo stabilimento Audi di Bruxelles, nato specificamente per produrre veicoli elettrici premium, abbia incontrato enormi difficoltà produttive fino alla precipitosa chiusura con oltre 2500 licenziamenti. In considerazione poi dei contesti internazionali le valutazioni relative ad ogni politica europea andrebbero inserite nel contesto mondiale. Andrebbe ricordato allora come oggi Cina, Stati Uniti e India producono oltre la metà (52%) delle emissioni mondiali di CO₂.  Viceversa, l’intera Unione Europea contribuisce per circa il 6,7% delle emissioni globali e la Germania e l’Italia rappresentano rispettivamente circa l’1,2% e lo 0,8%. In considerazione di questi valori anche un azzeramento totale delle emissioni europee produrrebbe effetti climatici nulli sul piano globale, mentre i costi economici e occupazionali rischiano di essere enormi.

    La vicenda Volkswagen dimostra come politica, ideologia e strategie industriali possano alimentarsi reciprocamente fino a produrre effetti inattesi in quanto la Commissione europea ha immaginato di guidare il mercato attraverso regolazioni sempre più stringenti. Mentre Volkswagen ha ritenuto conveniente appoggiare tale strategia confidando nella nascita di una domanda garantita, la Cina ha avviato una strategia economica ed industriale che ha sfruttato la complicità disastrosa tra Commissione Europea e gruppi industriali investendo massicciamente nella propria capacità produttiva. La crisi di Volkswagen non rappresenta soltanto il fallimento di una strategia aziendale in quanto  evidenzia i limiti di un modello nel quale la politica pretende di sostituire le dinamiche economiche mentre  alcune grandi imprese rinunciano alla propria autonomia strategica confidando che siano le istituzioni a creare artificialmente nuovi mercati.
    L’industria automobilistica europea è cresciuta in oltre un secolo grazie all’innovazione tecnologica, alla capacità di interpretare i bisogni dei consumatori e alla competizione internazionale. Pensare che tale equilibrio possa essere sostituito da vincoli normativi e da una pianificazione di natura prevalentemente ideologica rischia di produrre un progressivo indebolimento della capacità industriale europea.
    I licenziamenti annunciati da Volkswagen potrebbero rappresentare soltanto il primo segnale di una crisi ben più ampia, destinata a coinvolgere l’intera filiera manifatturiera del continente.

  • Australia’s coal and gas exports violate our human rights, group says in new UN case

    A group of Australians have accused the government of violating their human rights by continuing to export coal and gas and are asking the UN to take action.

    The group say their lives have been harmed due to extreme weather in Australia – bushfires, floods, heatwaves, rising sea levels and toxic algal blooms – and the government’s support of fossil fuel companies is to blame.

    It is the first legal claim taken to an international body or court since 2025’s ruling by the International Court of Justice (ICJ) that countries can be sued over climate change.

    Any decision by the UN is not legally binding but Australia – one of the world’s largest coal and gas exporters – would be expected to respond.

    The BBC has contacted Environment Minister Murray Watt for comment.

    Dr Barry Traill, a wildlife ecologist and volunteer firefighter, is one of the ten litigants.

    In 2009, several of his friends died during the devastating Black Saturday bushfires in Victoria, despite being prepared and experienced, he said.

    “That deeply changed me,” Traill said, and “it became clear that the old rules around fires and survival no longer applied”.

    In 2019, he was on the frontlines battling severe blazes in Queensland during the so-called Black Summer fires where he saw that climate change was not a future problem.

    “It is already killing people and hurting lives, landscapes and communities across Australia,” he said.

    “Continuing to allow coal and gas companies to increase pollution, while people face worsening disasters, is a profound failure of responsibility.”

    Brendon Donohue has also joined the legal claim, describing how he was trapped in his home for 10 days in 2022 when floods in Brisbane damaged the power supply of his apartment block, meaning the lifts, intercom and exits were not accessible.

    “Because I live with blindness and mobility challenges, climate impacts affect me differently and can make everyday life much harder to navigate safely,” he said.

    Another case is that of Prof Anne Poelina, an Indigenous woman from the Kimberley region in Western Australia, who describes being displaced from the area around the Fitzroy River, one of the state’s most important waterways, because of catastrophic flooding.

    “When the river is healthy, our people are healthy,” she said, and “when the river suffers, our people suffer.”

    “What concerns me most is the intergenerational loss of cultural knowledge,” she added as “so much of our knowledge is not written down”, but passed on by being physically present on the land.

    One of the lawyers helping the group with their claim said that “climate harm caused by Australia’s coal and gas doesn’t stop at a border, and neither does Australia’s responsibility for it”.

    “They are asking the United Nations Human Rights Committee to declare that it’s unlawful for Australia to continue approving and subsidising coal and gas for export without a plan to protect people from dangerous climate change,” said Hannah White, senior lawyer with Environmental Justice Australia.

    Last July, the ICJ – considered the world’s highest court with global jurisdiction – ruled that countries can sue each other for climate change, including over historic emissions of planet-warming gases.

  • Appello di Tamaro alle istituzioni: la biodiversità non si protegge favorendo la caccia

    Sul Corriere della Sera Susanna Tamaro contesta l’estensione della possibilità di cacciare, alla base del testo del disegno di legge 1552 per modificare la legge 157 del 1992 (legge che proclama la fauna selvatica patrimonio dello Stato), osservando che «ormai la caccia è un’attività di nicchia che riguarda 500 mila persone in un Paese di 60 milioni di abitanti, dei quali il 90% è contrario alla caccia». Alla luce di questi dati, nota che cercare di accaparrarsi le simpatie elettorali dei cacciatori non ha molto senso: «Il vantaggio politico sembra essere abbastanza fragile» mentre «l’idea di far passare la caccia ‘un’attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi’ è quantomeno imbarazzante ed esautora il lavoro dell’Ispra, delle università e dei carabinieri forestali» perché «ci sono problemi di invasività, cinghiali in primis — problema peraltro sorto per l’importazione dei cacciatori negli anni Sessanta di cinghiali extra europei che hanno trasformato il nostro piccolo cinghiale in un palestrato ad alto tasso riproduttivo — ma ogni paese in Italia ha ormai la sua squadra di cinghiali che compie continue battute per tenerne il numero sotto controllo. Da qualche anno sono arrivati anche a casa mia i lupi, attirati dai succulenti bocconcini che sono i cinghialetti. Dunque, l’ordine preda-predatore viene ripristinato. Purtroppo, attaccano anche le pecore, ma tutti i pastori si sono forniti di cani dell’Asia centrale specializzati proprio nella difesa del gregge da parte dei lupi».

    Quarant’anni di vita in campagna portano Tamaro a osservare ancora che «il cambiamento climatico è stato molto rapido e ha provocato già squilibri e alterazioni nel mondo vivente, particolarmente negli uccelli migratori che arrivano generalmente tra l’inizio e la metà di marzo — tranne il rigogolo che giunge più tardi — e si trovano ad affrontare, nel periodo nuziale a riproduttivo, una grave scarsità di cibo. I mesi invernali infatti sono slittati in avanti, ormai abbiamo dicembri tiepidi e marzi gelidi e il freddo paralizza gli insetti. Senza insetti, le nidiate sono destinate ad essere deboli e a «pigolare sempre più piano» come ci ricorda il grande Pascoli. Che razza di tutela sarebbe uccidere queste creature sfinite dalla migrazione? Oltre al cambiamento climatico, gli stessi uccelli devono affrontare i grandi mutamenti nell’agricoltura: assenza di siepi, coltivazioni intensive, uso massiccio di pesticidi; ancora una volta sono gli insetti ad esserne vittime e gli insetti sono la base alimentare di grande parte del vivente. Secondo i dati del 2025 ricavati dal Farmland Bird Index, cioè l’indicatore che descrive l’andamento della popolazione degli uccelli nelle aree agricole — finanziato tra l’altro dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste — ci parla di un calo drastico — dal 33% al 50% — di molte specie. Le allodole, ad esempio, per citare un uccello spero noto a tutti, sono calate del 70%. Non solo quelli delle pianure, anche gli uccelli delle colline e delle montagne stati decimati dalla scomparsa di prati, pascoli e cespugli che erano il loro habitat di elezione. Grazie a questo drammatico calo, la Comunità Europea ha costituito la Nature Restoration Act, cioè un organismo dedicato alla salvaguardia della natura che richiede a ogni nazione membro l’adozione di un piano nazionale di ripristino della natura, fissando anche un tempo, il 2030, come termine per invertire la tendenza». Conclude quindi Tamaro che «le modifiche proposte dal disegno di legge 1552 vanno nella direzione opposta. Prolungare il periodo caccia fino alla stagione migratoria, colpendo volatili transahariani in un momento di fragilità, poter sparare ovunque senza limiti a ogni cosa che si muove è un crimine per cui la Comunità Europea ci ha dato e ci continuerà a dare pesanti sanzioni. Sanzioni che pagheranno i cittadini e che invece sarebbe giusto che si accollassero le associazioni venatorie. Si potrà sparare di notte, azionando i visori notturni, si potranno usare i richiami vivi, cioè degli uccellini tenuti in gabbiette minuscole — una volta venivano anche accecati — per attirare con il loro canto disperato i loro consimili in una trappola mortale. Si può immaginare qualcosa di più crudele? Ogni cacciatore potrà possedere fino a quaranta uccellini da richiamo: a parte l’abominevole escamotage, è un inutile e gratuito sadismo dato che ormai si possono tranquillamente scaricare delle app per ottenere lo stesso risultato, senza seviziare le creature innocenti.  Tutto questo è barbaro, inutile, antistorico, e cancella venticinque anni di battaglie di educazione ambientale del Paese. Gli esseri viventi non umani presenti nel nostro pianeta, insieme alle piante, sono patrimonio indisponibile, come sancisce anche l’articolo 9 della Costituzione definisce la natura «uno dei valori più nobili della Repubblica».

    Rilevando che «la caccia è un retaggio antistorico che riguarda ormai una minoranza di persone per lo più della mia età, 70 anni, destinate inevitabilmente ad assottigliarsi sempre più» e ricordando che «lo stesso papa Leone XIV, scrivendo alla Lipu che chiedeva un suo intervento sul disegno di legge, ha assicurato che non mancherà di promuovere ‘il rispetto e la tutela del creato’», Tamaro promuove «un appello alle alte cariche dello Stato, al presidente Mattarella, sempre sensibile e attento nei riguardi delle nuove generazioni, sicuramente turbate da queste inutili crudeltà, e alla premier Giorgia Meloni che ha ripristinato a livello istituzionale la figura di San Francesco come fondamento dell’identità nazionale, indicandolo come modello di vita e di rispetto per tutto il vivente. Che grande tristezza e che pericolo diventare la maglia nera dell’Europa! Siamo il Paese di San Francesco, siamo il Paese del Cantico delle Creature. Approvare una legge così lontana dalle disposizioni europee e fuori dalla sensibilità dei tempi non sarebbe molto diverso che vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie.

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