Economia

  • Un piano salva ulivi per affrontare le pesanti perdite del comparto a causa del coronavirus

    Crack di 2 miliardi di euro per l’olio di oliva made in Italy. Il coronavirus ha messo in ginocchio il comparto che, a causa della chiusura prolungata e della difficile ripartenza di bar, ristoranti, agriturismi, ha visto ridurre sensibilmente le vendite ed il consumo. A questo si aggiungono anche le difficoltà per le esportazioni e il mancato – o ridottissimo – movimento di turisti che da sempre hanno fatto dell’olio extravergine di oliva il prodotto più acquistato durante le vacanze. E’ quanto emerge da uno studio di Coldiretti presentato durante l’assemblea di Unaprol.

    A pesare sul comparto è stato soprattutto il blocco del canale della ristorazione che rappresenta uno sbocco importante per l’olio Made in Italy, sia in patria che all’estero. Un impatto devastante a livello economico, occupazionale e ambientale per una filiera che conta oltre 400 mila aziende agricole specializzate in Italia ma anche il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp), con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo.

    Come se non bastasse, le imprese olivicole italiane hanno visto ridurre del 44% i prezzi pagati ai produttori (per un dato simile bisogna risalire al 2014) a causa della circolazione sul mercato mondiale di abbondanti scorte di olio ‘vecchio’ spagnolo, spesso pronto a essere spacciato come italiano a causa della mancanza di trasparenza sul prodotto in commercio, nonostante dal primo luglio 2009 sia obbligatorio indicare per legge l’origine in etichetta come prevede il Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009. Sulle bottiglie di extravergine prodotto con olive straniere in vendita nei supermercati, inoltre, è molto difficile leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” per le dimensioni assai minuscole e per il posizionamento per nulla in vista accentuando così la poca consapevolezza del consumatore.  Il danno economico e di immagine all’Uliveto italiano è molto grave e, se unito alla conseguenze della crisi provocata dal coronavirus, rischia di rovinare gli ottimi risultati, in termini di produzione, ottenuti durante l’ultima campagna olearia in cui sono stati prodotti 365 milioni di litri, con le regioni del Sud dove il raccolto è in qualche caso addirittura triplicato.

    Per rilanciare il settore Coldiretti ha elaborato un piano salva ulivi con un pacchetto di misure straordinarie a sostegno delle imprese agricole e frantoi che operano in filiera corta, quelle oggi maggiormente a rischio, con lo sblocco immediato delle risorse già stanziate per l’ammodernamento della filiera olivicola, anche attraverso la semplificazione delle procedure. Servono poi meccanismi di flessibilità per la certificazione delle produzioni di qualità a partire da Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione di origine protetta), biologiche e Sqnpi (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata). Una misura importante per l’Uliveto Italia e per la salute dei cittadini l’acquisto di extravergine italiano al 100. Nell’immediato vanno poi assicurati sostegno a fondo perduto per le imprese produttrici di olio totalmente made in Italy per compensare la riduzione delle vendite e un aiuto integrativo per gli oli certificati Dop e Igp in giacenza, sfusi o confezionati non venduti alla data del Dpcm dell’11 marzo.

  • Il coronavirus piega quasi 9 librerie su 10 e 6 su 10 riducono il personale

    Il coronavirus ha colpito duramente il settore delle librerie: oltre il 90% ha segnalato un peggioramento dell’andamento economico della propria attività a causa dello scoppio dell’emergenza sanitaria e oltre l’84% delle imprese è in difficoltà nel riuscire a fare fronte al proprio fabbisogno finanziario (pagare i propri dipendenti, fare fronte al pagamento di bollette e affitti, sostenere gli oneri contributivi e fiscali). Lo segnala il primo Osservatorio sulle Librerie in Italia, presentato nella 76a Assemblea Generale di Ali Confcommercio. I numeri parlano da soli: a ridosso dell’estate oltre il 70% delle librerie ha dichiarato di avere adottato la cassa integrazione e il 60% delle imprese ha ridotto o prevede di ridurre il proprio personale. Nonostante le criticità, alcune hanno fatto ricorso alla evoluzione digitale per far fronte alla emergenza: il 27% ha iniziato ad utilizzare o ha intensificato l’utilizzo del commercio elettronico. “I dati confermano tutta la fragilità delle librerie italiane, ma anche tutte le grandi opportunità che le nostre imprese hanno davanti a sé”, ha spiegato Paolo Ambrosini, presidente di Ali Confcommercio. “Secondo le nostre stime – rincara la dose – nel periodo marzo-aprile si profilano ben 140 milioni di minor fatturato, pari a circa 45 milioni di euro di mancati utili lordi. Un macigno pesantissimo”, dice, che grava sulle 3.670 librerie contate dall’Osservatorio (231 in meno negli ultimi cinque anni) che occupano 11 mila addetti. Con Lazio, Lombardia e Piemonte prime per numero di esercizi (il 25% è al Nord Ovest, 18% al Nord Est, 26% al Centro e 31% al Sud).

    “In questi momenti difficili è importante stare uniti, fare gruppo per dare più forza alla nostra forza”, ha aggiunto illustrando le richieste del settore alla politica: detrazione fiscale per i libri, come le medicine; un piano straordinario per l’apertura di nuove librerie nelle parti del Paese dove mancano; la revisione dei criteri di tax credit perché sia un reale beneficio per tutte le imprese. “Con i nostri imprenditori – ha concluso Ambrosini – ci impegniamo a realizzare il primo portale delle librerie italiane, investire di più nella formazione e rivedere il nostro rapporto con il sistema bancario”.

    Le librerie possono contare su una clientela di fiducia: sul totale dei clienti che nel corso dell’ultimo anno hanno acquistato almeno un articolo in libreria, quasi sette su dieci sono persone che appartengono alla clientela storica del negozio. Sei librerie su dieci ritengono che la figura del libraio sia il vero punto di forza della libreria per la sua capacità di fare da consulente al consumatore, consigliare i libri e diffondere cultura. Tra queste, il 95,5% ritiene che la propria libreria riesca a tradurre tale presenza in un vantaggio economico. In difficoltà soprattutto le librerie indipendenti in merito all’assortimento dei libri: il 62,8% non riesce a mettere a disposizione dei consumatori un assortimento aggiornato. Sul totale dei costi di gestione che le librerie indipendenti hanno sostenuto nel corso dell’ultimo anno, il 57,4% sono stati per ‘spese incomprimibili’ (es. affitti e utenze). Il dato si è ulteriormente aggravato a causa della pandemia. Solo l’8,4% delle librerie indipendenti ha chiesto credito negli ultimi mesi. Di queste, il 72,7% ha ottenuto una risposta positiva (il 58,7% si è vista accolta interamente la domanda, il 14% si è vista concedere un ammontare inferiore a quello desiderato). Cinque librerie indipendenti su dieci si sono servite dei distributori per rifornirsi di libri (50,1%), il 25,7% dei grossisti, solo il 5,3% dai distributori online.

  • Fiat 500 elettrica e innovazione tecnologica

    “La nuova Fiat 500 elettrica potrà essere tua a poco meno di 40.000 euro”.* Questo potrebbe essere lo slogan, ovviamente in chiave sarcastica, per la presentazione dell’icona del gruppo Fca in versione elettrica.

    Quando nacque a Torino, questa vera icona della motorizzazione di massa venne presentata ad un prezzo di 565.000 lire, quindi circa quattordici (14) stipendi di un operaio Fiat.

    Tornando alla versione 2020, ed in piena rivoluzione digitale e pseudo ambientalista, quella che dovrebbe essere la nuova frontiera della motorizzazione di massa ad impatto Zero viene proposta ad un prezzo vicino ai 40.000 euro, quasi  ventinove (29,6 per la precisione) volte lo stipendio di un operaio Fiat (1.350 euro).

    E’ quindi evidente come il mix tra tecnologia digitale e neoambientalismo applicato al mondo dell’automobile, a differenza del modello iconico di riferimento, rappresenti un elemento discriminante in virtù degli alti costi di accesso. La nuova versione della 500, di conseguenza, non può certo rappresentare un modello inclusivo come invece fu la Fiat 500 nel 1958, né può essere quel volano di nuovo sviluppo ecocompatibile come indicato dal talebanismo ambientalista. A tutto ciò si aggiungano anche le agevolazioni fiscali che vengono assicurate a questo tipo di motorizzazioni ed ecco ulteriormente tradito il principio della contribuzione fiscale a seconda delle proprie capacità che favorisce chi dispone di maggiori risorse per acquistare una 500 E.

    L’avvento della 500 nel 1958 diede inizio alla motorizzazione di massa all’interno di un boom economico diventando così essa stessa fattore e contemporaneamente volano di sviluppo in quanto accessibile ad una larga quota di popolazione.

    E’ evidente invece come la nuova 500 elettrica presentata dalla FCA diventi un elemento di ulteriore discriminazione per l’alto costo in rapporto allo stipendio medio, e quindi alle condizioni economiche del Paese, e fattore di segmentazione del mercato e di differenziazione economica e sociale.

    Una evidente conferma di come la semplice innovazione tecnologica non rappresenti la panacea per uno sviluppo condiviso e sostenibile se poi questa esclude la maggior parte degli utenti.

    Le due edizioni della 500 avranno quindi effetti economici e sociali divergenti se non addirittura contrapposti.

    Mai come oggi le strategie economiche, e i prodotti che ne conseguono, dimostrano l’assoluta mancanza di percezione della realtà circostante e del bacino di utenza diventando semplicemente declinazioni di principi finalizzati a favorire piccole élite. Pochi ancora hanno compreso come l’innovazione tecnologica, per diventare fattore di progresso economico e di una maggiore consapevolezza ambientale, debba risultare accessibile come nel 1958 lo fu la 500 presentata a Torino dalla Fiat.

    * 37.900 per 500 esemplari già venduti

     

  • Urge l’accordo sul Recovery Fund. Lo chiedono Angela Merkel e Ursula von der Leyen

    Angela Merkel e Ursula von der Leyen insieme per sostenere, entro luglio, un rapido accordo sul fondo di risanamento e sul bilancio a lungo termine dell’UE per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia da Coronavirus.

    La cancelliera tedesca e il capo della Commissione europea si sono confrontate virtualmente sulle modalità con le quali uscire dalla crisi. Un incontro non casuale visto che la Germania il 1° luglio ha assunto la presidenza del Consiglio dell’UE. Le due donne avranno sei mesi per promuovere le loro priorità, che sono pienamente allineate: negoziati sul cambiamento climatico, digitalizzazione, resilienza e post-Brexit con il Regno Unito.

    Il pacchetto UE da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione ha portato a diverse divisioni tra gli Stati Membri con i ‘quattro frugali’, vale a dire Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, a sostegno della fornitura di prestiti che devono essere rimborsati, anziché sovvenzioni, ai paesi colpiti dalla pandemia.

    I leader dell’UE si incontreranno ‘di persona’ il 17 e 18 luglio per un vertice straordinario, nel tentativo di raggiungere un accordo prima della pausa estiva. E la Merkel parrebbe non prendere neppure in considerazione altre opzioni.

    Nella conferenza stampa congiunta dopo la riunione virtuale delle due leader la Presidente von der Leyen ha anche sottolineato che l’erogazione del fondo ha bisogno dell’approvazione dell’europarlamento e della ratifica da parte dei parlamenti nazionali sottolineando anche che, sebbene siano previsti cambiamenti sia nel fondo di ricostituzione che nel quadro finanziario pluriennale (QFP) per le proposte 2021-2027, la costruzione generale non sarà messa in discussione.

  • Conte getta anche Caio nello spreco Alitalia

    Decolla la Newco di Alitalia. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato i nomi dei vertici che prenderanno i comandi della compagnia: Francesco Caio sarà il Presidente mentre Fabio Lazzerini l’amministratore delegato. “Il vertice neo-designato potrà da subito lavorare, con gli advisor già individuati dal Ministero dell’Economia, al nuovo piano industriale, che sarà poi notificato alla Commissione europea”, afferma il premier in un post su Facebook.

    La nuova società pubblica avrà una dotazione di 3 miliardi, una flotta di oltre 100 aerei ed arriva dopo oltre tre anni di amministrazione straordinaria, riportando la compagnia nelle mani pubbliche, da cui si era sfilata nel 2009 con l’arrivo dei Capitani coraggiosi. Con questa ultima iniezione di liquidità, ammonta a oltre 12 miliardi di euro il fiume di denaro pubblico confluito nelle cassa di Alitalia dal 1974 ad oggi. “In questi giorni abbiamo lavorato al dossier Alitalia in modo da procedere rapidamente alla sottoscrizione della nuova società, tramite un decreto proposto dal ministro Gualtieri e cofirmato dai ministri De Micheli, Patuanelli e Catalfo. Abbiamo condiviso le linee guida che orienteranno il piano industriale, che dovrà consentire il perseguimento di strategie aziendali nel segno della economicità di gestione, in modo da affrontare, con piena capacità competitiva, le complesse sfide del mercato dei trasporti aerei post-Covid 19”, spiega Conte nel suo post ad ampio raggio in cui parla anche dell’Ilva. Sul dossier “Ilva stiamo procedendo proprio in questi giorni per definire il coinvestimento pubblico e dare così attuazione agli accordi già sottoscritti il 4 marzo scorso”, scrive il premier. “Il soggetto individuato a questo fine è Invitalia e la trattativa con Arcelor Mittal per definire i dettagli della nuova governance è entrata nel vivo”, aggiunge Conte, sottolineando che su entrambi i dossier “ci siamo ripromessi di raggiungere ambiziosi obiettivi, ambientali e occupazionali, e siamo ben determinati a rispettare questo impegno”. Esprime soddisfazione la ministra dei Trasporti e delle Infrastrutture, Paola De Micheli, per la designazione dei vertici della Newco. “L’accelerazione di oggi con la designazione di Caio e Lazzerini apre una nuova era per la compagnia di bandiera e le qualità professionali del presidente e dell’ad siamo certi faranno maturare le condizioni per una
    nuova grande compagnia, come merita questo Paese”, afferma la ministra che nei giorni scorsi alla Camera ha spiegato che la nuova Alitalia avrà “un piano industriale in assoluta discontinuità con i precedenti modelli, che consentirà all’Italia di disporre di una compagnia aerea in grado di contribuire alla ripresa economica del Paese, ma soprattutto di competere sul mercato internazionale del trasporto aereo”.
    Intanto però i sindacati sono scettici ed in agitazione per possibili tagli al personale della newco. Nelle settimane scorse erano circolati numeri che indicavano una forza lavoro tagliata a 4-5 mila unità. In una lettera inviata oggi alla compagnia denunciano “forti criticità” sulla situazione nella quale versa il gruppo, con specifico riferimento alla “mancanza di condivisione della strategia messa in campo per la ripresa dell’attività post lockdown”, ritenendola “eccessivamente lenta, commercialmente fallace, dannosa per l’immagine della compagnia e con impatti gestionali, di turnazione, organizzazione del lavoro e retributivi su tutte le categorie, di terra e di volo, non più sostenibili”. Per cui Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo chiedendo “con estrema urgenza un tavolo di confronto” a cui far seguire “una cabina di regia permanente per l’attuazione e la verifica costante delle soluzioni congiuntamente individuate”.

  • Il coronavirus manda in bancarotta il Cirque du Soleil

    Il coronavirus spegne le luci di Broadway e chiude il Cirque du Soleil: il tendone dei sogni fa ricorso alla bancarotta assistita piegato dal virus che lo ha costretto a uno stop repentino di tutti i suoi spettacoli in giro per il mondo. Con la bancarotta il Cirque du Soleil punta a ristrutturare il proprio debito e tornare a incantare con i suoi spettacoli acrobatici i suoi milioni fan nel mondo. Un obiettivo che, al momento, sembra ambizioso: come tutte le società di intrattenimento che dipendendo su eventi di larga scala e affollati, il ‘circo dei sogni’ si scontra con i lockdown e i divieti di assembramento imposti a livello globale per cercare di contenere il coronavirus. Divieti che hanno spento le luci di Broadway almeno fino a gennaio 2021, facendo sprofondare in una crisi nera tutta l’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento.

    “Negli ultimi 36 anni – afferma Daniel Lamarre, numero uno di Cirque du Soleil Enetratainment Group – il Cirque du Soleil è stata un’organizzazione di grande successo. Con i ricavi zero legati alla forzata chiusura di tutti gli spettacoli per il Covid-19, il management ha deciso di agire in modo deciso per tutelare il futuro della società”. Il circo si è affacciato alla pandemia già appesantito da un forte debito accumulato negli ultimi anni per finanziare una serie di acquisizioni decise per diversificare la sua offerta. Nel 2017 ha infatti acquistato Blue Man Production, nel 2018 la società di intrattenimento per bambini VStar Entertainment Group. Nel 2019 ha aggiunto al suo portafoglio Works Enetrtainment e la sua troupe di prestigiatori chiamata Illusionists. Quando la pandemia è scoppiata il Cirque du Soleil aveva solo sulla Strip di Las Vegas, per la quale è un’istituzione da anni, sei spettacoli su 44 a livello globale.

    Nato sul successo di diversi artisti di strada del Quebec, il Cirque du Soleil – controllato dal fondo di private equity TPG Capital – ha presentato la sua richiesta di bancarotta in Canada. I maggiori azionisti, in base all’accordo raggiunto, inietteranno 300 milioni di dollari di liquidità nel Cirque du Soleil ristrutturato per facilitare la sua ripartenza, aiutare i dipendenti e farsi carico di alcuni degli oneri della società, fra i quali il rimborso dei biglietti per gli spettacoli cancellati. Per i fan del Cirque più famoso del mondo la bancarotta e la fine di un’era sono un colpo difficile da digerire, soprattutto perché al momento si naviga nel buio sul quando il sipario tornerà ad alzarsi.

  • Import export: il saldo finale

    All’interno di un mercato globale i flussi commerciali rappresentano l’hardwear del sistema stesso. Tuttavia un’analisi qualitativa degli stessi dovrebbe suggerire che la semplice apertura del mercato non rappresenti una garanzia assoluta. In altre parole, all’interno di un’economia digitale la parte software assume la medesima importanza e rilevanza del sistema stesso.

    Una parte degli autisti o dei facchini della Bartolini risultati positivi al Covid 19 vivono nei centri di accoglienza. Quindi per anni il mondo accademico in complicità con la politica ha giustificato sic et simpliciter l’apertura dei mercati applicando (qualora conosciuto) il principio di Samuelson, di fatto superato dai trasferimenti tecnologici in tempo reale dell’era digitale. In più, molto spesso, ignorando le inevitabili conseguenze di speculazioni all’interno in un mondo globale sottoposto sostanzialmente ad una deregulation normativa (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/). Contemporaneamente, delocalizzando le nostre produzioni, viene trasferito il primato di know how, frutto di decenni di innovazione e ricerca finanziata con investimenti non solo economici ma anche professionali ed in risorse umane.

    Viceversa importiamo persone con basse qualifiche professionali le quali venendo da situazioni di disperazione accettano contratti capestro da parte delle multinazionali, in questo caso dei servizi. Anche per questo secondo aspetto tanto il mondo accademico quanto quello politico hanno, in assoluta complicità e correità, sempre giustificato questa tendenza come la negativa disponibilità dei lavoratori italiani ad accettare lavori a bassa qualifica, molto spesso regolati da contratti che definire capestro risulta un eufemismo.

    La sintesi di questa disastrosa gestione di un mondo inevitabilmente globale ma, se privo nello specifico di ogni normativa, comune si trasforma in una giungla all’interno della quale il vantaggio tanto indicato dell’abbassamento dei prezzi, vantaggio sbandierato da questa ideologia politica economica, si manifesta persino falso (https://www.ilpattosociale.it/attualita/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    In altre parole, la sintesi di questi flussi commerciali privi di un minimo comune denominatore normativo si definisce sostanzialmente in una esportazione di cultura industriale alla quale si contrappone l’importazione di disperazione umana.

    Questi risultano gli effetti devastanti dell’adozione del modello speculativo della finanza applicato al settore servizi ed industriale del quale dovrebbe essere chiamata a risponderne l’intera classe politica, economica ed accademica italiana ma anche confindustriale per questo terribile fallimento strategico ed economico.

     

  • Effetto annuncio: la relazione causa effetto

    Persino ad una mente infantile non dovrebbe sfuggire l’effetto che determinati annunci possano causare all’economia in generale e ai consumi particolare.

    L’incertezza legata alla possibile estensione degli Ecobonus anche alle autovetture Euro 6 benzina, Diesel gpl e metano di fatto sta bloccando il mercato dell’auto in attesa di chiarimenti ed opportunità. Una situazione che secondo le ultime rilevazioni statistiche potrebbe portare alla chiusura del 50% dei concessionari automobilistici entro la fine dell’anno.

    Viceversa la scellerata affermazione del primo ministro su una possibile diminuzione dell’IVA, anche se temporanea,  ha un effetto negativo se non devastante per tutti quei consumi non di prima necessità. La loro stessa natura (non di prima necessità) permette infatti ai consumatori di poter procrastinare un acquisto in attesa degli effetti della diminuzione dell’IVA “promessa”. Ad una già difficile situazione economica legata alla diffusione del Covid-19 si aggiunge quindi l’infantile incapacità del Presidente del Consiglio e di tutti i Ministri economici di questo scellerato governo i quali, con le loro “grida manzoniane”, contribuiscono ad aumentare l’incertezza in relazione alle  dinamiche economiche immediate.

    Questo nuovo fattore determinato dalla incapacità di valutare strategicamente le proprie affermazioni  si trasforma inevitabilmente in maggiori costi economici in aggiunta ad un già difficile quadro economico nazionale.

    Sembra incredibile ma gli unici che ancora oggi danno ulteriore dimostrazione di non aver compreso  il valore fortemente depressivo di tali dichiarazioni sembra proprio la compagine governativa come i partiti che la sostengono.

    Non conoscere la relazione causa-effetto in relazione alle proprie affermazioni ma ancora peggio ignorarne le conseguenze dimostra l’assoluta inadeguatezza dell’intera compagine governativa.

  • Prospettive difficili per i costruttori di macchinari per plastica e gomma

    “Dopo un 2019 in ripiego – con un calo della produzione e dell’export di 6 punti, risultato peraltro atteso dopo un ciclo di crescita di 8 anni – non sarà certo il 2020 l’anno del recupero per l’industria italiana delle macchine per plastica e gomma, uno dei principali segmenti della meccanica strumentale del Paese. Difficile fare previsioni: quasi sicuramente non sarà nel 2021 che si tornerà ai livelli pre-crisi e una piena ripresa si concretizzerà probabilmente solo nel 2022”. Lo sottolinea Amaplast (l’associazione nazionale di categoria, aderente a Confindustria), segnalando come “il crollo degli ordini registrato nelle scorse settimane ha avuto un effetto praticamente immediato per i costruttori di ausiliari mentre ne risentiranno più avanti, anche nel corso del 2021, i fornitori di macchinari e impianti complessi e di maggior valore”. Amaplast segnala come i dati import-export relativi ai primi tre mesi evidenziano un cumulato che all’import risulta in calo di 7 punti
    e all’export di 13, rispetto all’analogo periodo del 2019 e “si tratta verosimilmente solo dei primi effetti – il cui picco probabilmente si verificherà nei prossimi mesi, con una coda che si protrarrà più a lungo – della crisi causata dalla pandemia”. A preoccupare è l’andamento nel continente americano che fa registrare, così come quello asiatico, un crollo delle esportazioni italiane di settore: -27% e -28%, rispettivamente (con -24% negli Usa e -27% in Cina). Per quanto riguarda il continente europeo nel suo insieme, l’arretramento è contenuto al 4%, ma con -3% la Germania e addirittura -40% per la Spagna. L’incognita sulla durata e l’intensità della pandemia nelle varie aree geografiche (nonché la possibilità che si ripresenti con nuove ondate nei prossimi mesi) “comporta grande incertezza da
    parte dei clienti esteri dei costruttori italiani di macchine per plastica e gomma, le cui vendite oltre confine si attestano mediamente al 70% della produzione, con punte del 90% per alcune tipologie di
    impianti. La contrazione degli ordini si accompagna alle limitazioni a cui sono ancora soggetti gli spostamenti delle persone, che rallentano o differiscono installazioni e manutenzioni, comportando tra l’altro anche ritardi nei pagamenti”. “Non va meglio naturalmente – osserva Amaplast – sul mercato interno, già strutturalmente debole, che non sembra al momento poter trarre beneficio immediato e consistente dalle misure straordinarie messe in campo dal governo per far fronte alla crisi”.

  • Un italiano su tre farà le vacanze nel giardino di casa

    L’emergenza coronavirus pesa anche sulla fase 3 e la paura del contagio da Sars-Cov-2 spinge un 32% degli italiani a dire no alle vacanze. Stando infatti al sondaggio effettuato in questo mese di giugno da Kantar per idealo – e che l’Adnkronos ha potuto consultare – il 31,9% degli italiani non andrà affatto in villeggiatura, il 31,7% dei nostri connazionali è ancora oggi indeciso su cosa fare mentre solo il 36,5% degli interpellati ha risposto che andrà in villeggiatura quest’estate.

    Insomma un ‘new normal’ che ha fatto contemporaneamente crescere la necessità di preparare la propria casa per l’estate. Tanto che le ferie di quest’anno si stanno delineando come le vacanze ‘in giardino’, preferibilmente nella seconda casa e scandite dalla ‘piscina-mania’. Un trend, rivela idealo, che mostra infatti sul fronte delle compere online un vero e proprio “boom di ricerche sul web di piscine gonfiabili, tende da sole, barbecue o mobili outdoor”. “L’anomalia” del primo trimestre “emerge chiaramente – sottolinea l’Istat – alla luce del fatto che al rallentamento della crescita del tasso di occupazione corrisponde un aumento degli inattivi più distanti dal mercato del lavoro, cioè di coloro che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare, associato al calo dei disoccupati”. A spiegarla è proprio l’impatto dell’emergenza sanitaria su disoccupazione e inattività. Dinamica che caratterizza in particolare, come sottolinea ancora l’Istituto, il mese di marzo, quando la progressiva chiusura dei settori produttivi non essenziali e le limitazioni nella possibilità di movimento delle persone per l’emergenza sanitaria hanno modificato i comportamenti individuali nella ricerca di lavoro. Mettersi alla ricerca di un lavoro o essere disponibile ad iniziare un impiego entro due settimane è stato “difficile, se non quasi impossibile” durante il lockdown. Così sono diminuiti i disoccupati e aumentati gli inattivi.

    Sono infatti circa 6 su 10 le abitazioni in Italia che dispongono di uno spazio all’aperto che, come emerge dalle ricerche online condotte sul portale idealo.it nell’ultimo mese, gli italiani stanno allestendo come ‘nuova meta’ dove trascorrere le prossime vacanze. In particolare, il portale di comparazione basato a Berlino anticipa all’Adnkronos che si sta registrando “un boom di interesse per le piscine con punte di crescita record del 5.052,9%. Non solo. Con gli occhi puntati alle vacanze nell’era Covid-19, le ricerche online degli italiani di tavoli da giardino sono cresciute del +2.843,1%, degli ombrelloni da esterno del 2.174,4% e dei set di mobili da giardino del 2.008,0%, accompagnate da ricerche di sedie da giardino (+1528,6%) e senza tralasciare il tradizionale barbecue (+442,7%).

    Per coloro che andranno in vacanza quest’anno, sembra essere indifferente la meta purché si tratti “di vacanze in movimento, all’aria aperta e distanziate”. Dalle ricerche condotte nell’ultimo
    mese su idealo.it risultano infatti in crescita quelle di prodotti per sport acquatici e pesca (+472,8%), abbigliamento e accessori outdoor (+220,8%) e articoli per arrampicata e alpinismo (+151,3%).

    Sono in particolare i gommoni e kayak i prodotti più cercati, con un aumento di 1.230,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sottolineano gli analisti. Non solo. Gli italiani stanno anche puntando di più sul campeggio visto che aumentano, rispetto al 2019, anche le ricerche di articoli per il camping con una crescita in media del +102,3% per i prodotti della categoria. E, in fine, tra coloro che andranno in vacanza, la maggioranza netta (60,9%) ha riferito che ha scelto una località di mare.

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