Economia

  • Non solo Suv per le vie di Milano: la presenza del Qatar in Italia è capillare

    Ha destato grande scalpore nelle settimane scorse vedere girare per le strade di Milano, in vista delle Olimpiadi, veicoli di grande cilindrata con targhe del Qatar. Ma il Qatar in effetti a Milano, e non solo a Milano in Italia, è di casa già da anni.

    Sotto la Madonnina già nel 2015 il fondo sovrano qatariota ha comprato per 2 miliardi di euro il 40 per cento di Coima Res Siiq, cui facevano capo i grattacieli di Porta Nuova, diventati il simbolo di Milano. E nell’agosto del 2022 lo stesso fondo, Qia, dopo una generosa opa, ha acquistato la totalità delle azioni ordinarie ed è diventato azionista unico della società. Sempre a Milano, il Qatar Investment Authority è anche proprietario di altri pregiatissimi palazzi, come quello di via Santa Margherita, che ospita gli uffici di Credit Suisse. Prima ancora che nel capoluogo lombardo, il medesimo fondo aveva fatto shopping in Sardegna: risale infatti al 2012 l’acquisto per 650 milioni di euro di Smeralda Holding, che detiene alcuni tra gli alberghi più lussuosi al mondo (il Cala di Volpe o il Pevero golf club, nonché la Marina di Porto Cervo) e anche 2.300 preziosi ettari di terreni immacolati nella costa gallurese. Nel settore dell’hotellerie l’Emirato del Golfo Persico ha comprato anche, sempre tramite il proprio fondo di investimento, il Gallia di Milano, l’albergo che ospita le trattative del calciomercato, l’Excelsior, l’albergo della Dolce vita felliniana, e il sontuoso St. Regis a Roma,il Gritti Palace di Venezia, che ospitò Winston Churchill e Charles De Gaulle, il Baglioni e il Four Seasons a Firenze.

    Ancora in Sardegna il Qatar ha comprato dal San Raffaele l’ospedale Mater Olbia, acquistato dal San Raffaele, portando la quota detenuta da Innovation arch, società lussemburghese della Qatar foundation, da un iniziale 60 per cento al 75 per cento, man mano che gli altri soci (la Fondazione policlinico Agostino Gemelli detenuta dall’Istituto Toniolo, presieduto dall’Arcivescovado di Milano, e dall’Università Cattolica, titolare di un 35 per cento, la srl Luigi Maria Monti Mater Olbia, creata da una fondazione legata al Vaticano, titolare del residuo 5 per cento) si sono defilati (nel 2021 Mater Olbia ha fatto registrare un passivo di 24 milioni nel 2021).

    Mentre faceva affari con enti legati al Vaticano il Qatar non ha mancato peraltro di sostenere anche la religione musulmana, alla quale il Paese del resto è legato, fornendo 22 milioni (come si legge nel ilbro Qatar Papers, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot) per il proselitismo islamico nello Stivale, su un totale di 72 milioni che nel 2014 la Ong Qatar Charity ha distribuito in tutta Europa. I finanziamenti sono arrivati a Piacenza, Bergamo, Brescia, Catania, Mirandola, Vicenza, Saronno e a Ravenna, dove 800mila euro di sostegno hanno consentito di costruire la seconda moschea più grande in Italia, dopo quella di Roma, per un costo totale di 1,3 milioni di euro. A Sesto San Giovanni il sostegno finanziario per una moschea si è invece scontrato con la contrarietà del Comune alla realizzazione del centro di preghiera.

    Se l’Islam predica il velo per le donne, più o meno esteso sul corpo a seconda delle versioni dell’Islam stesso, il Qatar non ha mancato peraltro di fare business anche coi veli; nel 2012 ha comprato quote di Valentino per 700 milioni, poi è entrato anche nell’azionariato di Pal Zilieri.

    Ma il Qatar fa affari con l’Italia anche in ambiti strategici, come difesa ed energia. Il ministero della Difesa emirati ha commissionato a Fincantieri quattro corvette della classe Al Zubarah, 28 tra elicotteri ed altri velivoli a NHIndustries, partecipata da Leonardo, e ha stretto un accordo da 6,8 miliardi di euro per 24 aerei da caccia con il consorzio Eurofighter, cui l’Italia partecipa tramite Leonardo. Nel campo dell’energia Qatar Petroleum ha acquistato il 23 per cento del più grande rigassificatore d’Italia, al largo di Porto Viro, in provincia di Rovigo e il magnate di Doha, Ghanim Bin Saad Al Saad, ha allestito una cordata di imprenditori per rilevare dalla russa Lukoil la raffineria Isab di Priolo quando le sanzioni alla Russia per l’attacco all’Ucraina hanno posto il problema delle proprietà russe in Europa.

  • Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

    Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

    Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

    La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

    Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

    Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

  • E’ arrivato il momento di una nuova strategia europea

    I tassi di crescita dell’economia nelle macroaree mondiali risultano mediamente dalle tre alle quattro volte superiori a quelle espresse dai paesi dell’Unione Europea. Nel 2025 la crescita europea è stata del +1,4% (sintesi delle diverse crescite dei paesi), una percentuale assolutamente ridicola se confrontata con quella degli Stati Uniti (+4,3%), della Cina (+ 5%), dell’India (+ 7,4%).

    Il semplice confronto tra questi tassi di sviluppo economici dovrebbe imporre, a chi ora indica nella sola riaffermazione della centralità della istituzione europea come la soluzione di tutti i mali, la necessità di un cambio di visione e, di conseguenza, di strategia economica. Perché anche ad un bimbo risulterebbe chiaro che mantenendo le priorità espresse da oltre dieci anni nell’Unione Europea con il mantenimento dei postulati imposti dal green deal (decarbonizzazione totale al 2050 dell’economia, obbligo della vendita di sole auto elettriche dal 2035, per citare due sicuri suicidi), l’intera Europa sia destinata  ad una sicura  deindustrializzazione e ad un inevitabile  nanismo economico, con una inevitabile marginalizzazione della istituzione europea nello scenario mondiale.

    In questo contesto si tradurrebbe in un ulteriore disastro annunciato la volontà per il 2025 di erogare al settore automotive ulteriori sanzioni totali per oltre 15-16 miliardi di euro, le quali, con l’introduzione dell’Euro 7, non farebbero che destinare il territorio europeo ad una assoluta marginalità economica e di conseguenza politica.

    Si manifesta ora, però, un elemento di discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Le conseguenze economiche dell’applicazione di questo quadro ideologico in economia, infatti, finora sono state abilmente destinate e ovviamente pagate dai soli cittadini e lavoratori, in considerazione della perdita di oltre 50.000 posti di lavoro nel settore della filiera Automotive. Viceversa adesso la vicenda Stellantis può aprire un diverso scenario e soprattutto una reale rimodulazione delle priorità europee.

    Dal 2024 ad oggi l’ex casa torinese ha perso oltre il 77% del proprio valore e l’ha costretta ad una svalutazione di oltre 22,2 miliardi del patrimonio legata ad un radicale “reset” aziendale finalizzato a correggere la precedente strategia, giudicata troppo sbilanciata verso l’elettrico (BEV) rispetto alla reale domanda del mercato. Per la prima volta a pagare le conseguenze della suicida strategia europea non sono più solo i lavoratori, i quali hanno assistito come già detto alla perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, quanto gli investitori che vedono azzerare i propri investimenti determinati, per la verità, da una “opportunità di speculazione” fornita proprio dalla politica della Commissione europea.

    L’idea, infatti, di trovarsi di fronte un mercato di oltre 300 milioni di automobili da riconvertire alla mobilità elettrica, come indicato dall’obbligo europeo, rappresentava sulla carta un’opportunità di investimento che si sarebbe tradotta in una vera e propria forma di speculazione, grazie all’intesa tra finanza e potere politico europeo. Solo questa, infatti, rappresentava la motivazione per la quale le grandi case europee avevano appoggiato la politica relativa alla rimodulazione della mobilità verso il solo fattore elettrico.

    Ora forse, proprio in considerazione che a pagare le conseguenza siano i grandi capitali, si potrebbero creare le condizioni per una rottura del sodalizio tra speculazione e classe politica europea e cosi determinare una vera e propria inversione delle priorità, come sembra sta succedendo anche in Canada.

    Invece di richiedere un maggiore centralità e forza all’istituzione europea, come da più parti si sente auspicare, anche attraverso l’abolizione del principio della unanimità, sarebbe opportuno mettere in campo nuove professionalità soprattutto in economia in grado di valorizzare il know how europeo e soprattutto con l’obiettivo di assicurare un futuro al settore automobilistico come ai 13 milioni di persone che ci lavorano.

    In altre parole, l’Unione Europea rappresenta l’unica macroarea nella quale invece di cercare di conseguire il massimo vantaggio economico per i propri abitanti si cerca di imporre un quadro ideologico ambientalista i cui risultati in termini di crescita e di perdita di posti di lavoro sono ormai sotto gli occhi di tutti.

  • Italia maggior beneficiario delle operazioni della Banca europea per gli investimenti

    La Banca europea per gli investimenti (Bei) ha registrato risultati record nel 2025, con investimenti per 100 miliardi di euro, di cui l’Italia è stato il principale beneficiario, con 12,3 miliardi di euro. Questo quanto emerso dalla conferenza stampa di presentazione delle attività della Bei, tenuta a Roma dalla vicepresidente del gruppo, Gelsomina Vigliotti. Nel nostro Paese “sono stati raggiunti obiettivi importanti sulla questione climatica”, ha osservato Vigliotti, con 6,9 miliardi investiti. Nello specifico, lo scorso anno la Banca ha firmato 105 operazioni finanziarie in Italia per un valore complessivo di 12,31 miliardi di euro, pari a circa lo 0,5 per cento del Pil nazionale. Queste risorse contribuiranno ad attivare circa 37,5 miliardi di euro di investimenti nell’economia reale, equivalenti all’1,7 per cento del Pil.

    L’attenzione della Bei si è rivolto però anche fuori dall’Ue, dove il gruppo “porta i valori” europei, in particolare in Africa e in Ucraina. La nazione invasa dalla Russia è del resto un obiettivo prioritario per la Banca, che “è presente fin dall’inizio della guerra”, forte di una presenza storica nel Paese e delle competenze acquisite in loco, come ha spiegato Vigliotti. Per questo motivo, la ricostruzione dell’Ucraina vedrà la Bei partecipare quanto possibile a progetti e iniziative europee, senza dimenticare il lavoro svolto tuttora, in particolare per le forniture di energia alla popolazione “in un momento difficile”, quando i bombardamenti russi colpiscono le infrastrutture civili del Paese su base quotidiana.

    Altro ambito in cui la Bei si dice pronta a intervenire, qualora venisse richiesto, è quello relativo alla ricostruzione delle aree del Meridione d’Italia colpite dal maltempo nelle ultime settimane. In questa prospettiva, gli eventi calamitosi “saranno purtroppo sempre più frequenti” in futuro e “bisogna attrezzarsi a prevenirli”, ha evidenziato Viglione, e la Banca “ha avuto purtroppo esperienza in Italia e in Europa” nell’intervento dopo grandi disastri, perché “sempre di più vediamo come è necessario fare degli investimenti di adattamento a questi disastri”. “Un euro speso in prevenzione permette di risparmiarne sei nella ricostruzione”, ha proseguito Vigliotti. “Quello che di più stiamo sperimentando, l’abbiamo fatto a Ischia e nei Campi Flegrei, è avere una mappatura dei rischi”, individuare gli interventi necessari “e fornire la finanza per fare queste operazioni”, ha aggiunto.

    Spazio anche alla difesa e alla sicurezza, per le quali la Bei nel 2025 ha destinato circa 4 miliardi di euro. In Italia è stato finanziato l’acquisto di 10 elicotteri leggeri per l’esercito, fornendo 107,5 milioni di euro al ministero della Difesa. In generale, come spiegato da Vigliotti, la Banca “ha risposto all’appello della Commissione europea” sul tema: si tratta di investimenti “con uno spettro molto ampio”, riguardando anche la sicurezza cibernetica, le infrastrutture e i droni. Inoltre, “abbiamo sviluppato un prodotto specifico per le piccole e medie imprese”, ha detto ancora la vicepresidente, sottolineando i rapporti storici con l’industria della difesa italiana, basata anche sugli strumenti a utilizzo duale.

    Sul tema dell’innovazione, infine, Vigliotti ha ricordato come sia necessario sostenere “le imprese e le startup che possono diventare campioni del futuro”. Bisogna seguire queste realtà “per tutto il ciclo di vita delle imprese” ma “la carenza di risorse è spesso nella fase finale”, quando c’è bisogno di fondi rilevanti “per competere a livello internazionale”, portando tali aziende “fuori dall’Europa”. A livello geopolitico “c’è l’interesse di mantenere in Europa quello che abbiamo contribuito a creare”, ha spiegato Vigliotti, secondo cui il lavoro in corso con il Fondo europeo per gli investimenti e gli Stati membri Ue potrà portare a un migliore accompagnamento delle imprese con potenziale per inserirsi anche sui mercati globali.

  • L’anticipo storico e la sua tutela

    La crescita dell’export sicuramente rappresenta un fattore di consolidamento dell’economia nazionale italiana, come in generale per tutte le economie europee. Tuttavia la sua articolazione fa sorgere qualche perplessità soprattutto in relazione ad una, ancora oggi, latitante politica industriale e contemporaneamente al trasferimento di know how che l’export determina.

    L’export italiano nel 2025-2026 è trainato dalla farmaceutica (+35-39%), dall’agroalimentare (+5-10%) e dai macchinari. In termini assoluti, tuttavia, i settori chiave vengono rappresentati dalla meccanica (circa 16-18%), metallurgia (11-12%) e moda (10-11%), mentre agroalimentare e vitivinicolo sono settori solidi e in costante crescita: valgono il 9,7% export. Meccanica e metallurgia, quindi, esprimono oltre il 30% dell’intero Export italiano manifatturiero e sono proprio i settori che più risentono dei costi dell’energia che ne minano la competitività. Pur avendo una posizione dominante anche nei confronti dell’agroalimentare, non ricevono quella attenzione che meriterebbero, soprattutto in rapporto al contributo economico ed occupazionale che questi settori congiuntamente assicurano.

    Come logica conseguenza una qualsiasi politica industriale dovrebbe partire non dalla scelta di quali settori privilegiare (un vezzo molto comune alla politica la quale si dimostra molto disponibile a sostenere il settore vitivinicolo ed agroalimentare in genere), quanto, viceversa, da una politica energetica che assicuri la competitività alla manifattura sia nel settore primario che secondario, compreso quello del Tessile abbigliamento.

    In questa importante quota di export legato al settore metalmeccanico non andrebbe dimenticato il pericolo rappresentato comunque dal trasferimento di sistemi produttivi (know how) i quali potranno sempre avvalersi di un minor costo della manodopera della nazione importatrice.

    Un pericolo al quale non si può in alcun modo porre rimedio, ma la cui conoscenza rappresenta sicuramente o dovrebbe rappresentare uno stimolo per l’innovazione nel settore manifatturiero, assicurando così un “anticipo storico” rispetto alle economie concorrenti.

    In questo contesto allora la tutela delle filiere rappresenterebbe sicuramente il primo passo verso questo obiettivo, esattamente come è avvenuto negli ultimi anni per lo Swiss made sia nel settore alimentare che in quello industriale e degli orologi.

  • Gli stanziamenti dello Stato arrivano col contagocce e Spid diventa a pagamento

    Secondo la normativa italiana, un cittadino non è tenuto a fornire alla pubblica amministrazione dati che quest’ultima ha già, ma la digitalizzazione che semplifica la fornitura e la gestione dei dati e che dovrebbe essere completata entro il 2026, con i fondi Pnr, anche attraverso il wallet (portafoglio) digitale italiano ed europeo, non è priva di intoppi. Lo Stato ha promesso che Spid sarebbe stato gratuito per sempre per i cittadini ma Infocert e Aruba lo hanno reso a pagamento a partire dal secondo anno di abbonamento spiegando, nel caso di Infocert, che la decisione è stata presa perché lo Stato non ha ancora dato ai fornitori del servizio i 40 milioni di euro necessari a coprire almeno parte dei costi per lo stesso, ora erogato in perdita. Poste italiane, che fornisce il 70% degli Spid, ha introdotto una tariffa di 6 euro.

    I 40 milioni rappresentano già una forte riduzione rispetto ai 150 milioni che originariamente erano stati programmati per lo Spid, ma ad oggi l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), l’ente tecnico pubblico che gestisce Spid ed eroga i fondi, ha annunciato che saranno anticipati solo 100mila euro, cui seguiranno prima una tranche del 20% il prossimo settembre e poi erogazioni bimestrali, sulla base del conseguimento di certi obiettivi da parte dei fornitori. Le solite cose all’italiana, insomma e mentre la pubblica amministrazione si riserva di fare come le pare i i fornitori potrebbero anche decidere di chiudere il servizio: a luglio scade la convenzione con lo Stato.

    Per gli accessi con identità digitali ci si può servire anche di CieID (carta d’identità elettronica, che dal 3 agosto soppianterà definitivamente quella cartacea tradizionale), ma su 100 accessi solo 5 avvengono attraverso questo sistema mentre 95 avvengono tramite Spid.

    Ad oggi, le condizioni pratiche dai fornitori di Spid sono le seguenti.

    Aruba Id, gestito da Aruba Pec, offre la possibilità di attivare lo Spid gratuitamente tramite carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi (Cns), firma digitale o tessera sanitaria. Se si sceglie invece l’attivazione tramite videochiamata il costo è di 29,90 euro + iva (circa 36 euro). Dal secondo anno, Aruba applica un canone annuale di circa 6 euro (4,90 euro + Iva).

    Anche PosteId consente l’attivazione gratuita con Cie, Cns o firma digitale per il primo anno, ma dal secondo anno applica un canone annuo di circa 6 euro, tranne che per i cittadini con almeno 75 anni, i residenti all’estero, i minorenni e coloro che utilizzano lo Spid per finalità professionali.

    Il servizio Spid Power di SpidItalia, o Register.it, ilprimo anno costa circa 70 euro, mentre dal secondo anno, a questi 70 euro si aggiungeranno circa 12 euro. La registrazione può avvenire tramite Cie, Cns, firma digitale o videochiamata, con costi variabili a seconda della modalità scelta.

    InfoCert Id consente di ottenere Spid con registrazione è gratuita se si utilizza Cie, Cns o firma digitale, mentre per registrazione via video applica un costo di 19,80 euro + iva (24 euro circa). Dal secondo anno, InfoCert prevede un canone annuo di 4,90 euro + iva.

    Anche TeamSystem Id ha introdotto un canone annuale per lo Spid personale pari a circa 7 euro + iva, circa 8,50 euro. La registrazione può avvenire tramite diverse modalità, inclusi Cie, Cns, firma digitale, tutte modalità gratuite, o videochiamata.

    Id InfoCamere, gestito dalla società delle Camere di Commercio italiane, è privo di canone annuo se si utilizza l’identificazione avviene tramite Cie, Cns o firma digitale, e non prevede canoni annuali di rinnovo se non per registrazioni con videochiamata.

    Tim Id, gestito da Telecom Italia, Tim Id non prevede alcun canone annuale, la registrazione può essere gratuita se si sceglie Cie, Cns o firma digitale come metodo di riconoscimento, mentre il riconoscimento via video/webcam può avere costi variabili.

    Sielte Id consente di ottenere Spid senza costi ricorrenti, sempre a patto di utilizzare modalità di riconoscimento gratuite come Cie, Cns o firma digitale. Eventuali costi sono legati esclusivamente alla procedura di identificazione da remoto.

    Namiral Id offre Spid senza canone annuo per chi utilizza strumenti di identificazione digitale già certificati. I costi emergono solo nel caso di riconoscimento via webcam.

    Lepida Id è il provider Spid non prevede canoni annuali per lo Spid e consente l’attivazione tramite Cie, Cns o firma digitale.

    Il servizio Spid Etna Id è offerto da Etna Hitech e non applica canoni annuali per le identità personali. L’attivazione è gratuita tramite Cie, Cns e firma digitale, mentre il riconoscimento da remoto può prevedere un costo.

    Intesi Group per lo Spid personale non applica un canone annuo, mentre eventuali costi possono essere legati esclusivamente alla modalità di riconoscimento scelta in fase di attivazione, in particolare nel caso di identificazione da remoto tramite video.

  • Dopo il Sud America sotto con l’India: la Ue discute un trattato di libero scambio

    I leader dell’India e dell’Unione europea, a Nuova Delhi, hanno annunciato non solo un accordo commerciale, ma un’intesa più ampia che abbraccia la difesa e la sicurezza, apre a ulteriori sviluppi e ambisce a una cooperazione più incisiva sulla scena internazionale. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno dichiarato conclusi con successo i negoziati per l’accordo di libero scambio, iniziati nel 2007, interrotti nel 2015 e ripresi nel 2022. La loro durata, ampiezza e complessità spiegano l’enfasi dei leader: Modi ha definito l’intesa “la madre di tutti gli accordi”; von der Leyen ha parlato di due partner che “fanno la storia”; Costa di “un nuovo capitolo” nelle relazioni bilaterali. Si tratta di una “pietra miliare”, sintetizza la dichiarazione congiunta.

    L’accordo di libero scambio mette insieme due potenze economiche che insieme rappresentano il 25 per cento del prodotto interno lordo mondiale e un terzo del commercio globale. Con la sua entrata in vigore si creerà un’area di libero scambio di due miliardi di persone. L’obiettivo è incrementare ulteriormente gli scambi di beni e servizi, che secondo dati del ministero del Commercio e dell’industria indiano ammontavano nell’anno fiscale 2024-25 (concluso a marzo del 2025) a circa 136,54 miliardi di dollari, con esportazioni indiane per 75,85 miliardi di dollari e importazioni per 60,68 miliardi di dollari. Dalla dichiarazione odierna di conclusione dei negoziati alla firma di un vero e proprio trattato ci vorranno ancora diversi mesi, con l’entrata in vigore dell’accordo presumibilmente l’anno prossimo.

    L’India – spiega una scheda informativa del ministero del Commercio indiano – ha ottenuto un accesso preferenziale ai mercati europei sul 97 per cento delle linee tariffarie, pari al 99,5 per cento del valore commerciale. Ciò significa, innanzitutto, l’eliminazione dei dazi (attualmente tra il 4 e il 26 per cento) per settori ad alta intensità di manodopera come tessile, pelletteria e calzature, tè, caffè, spezie, articoli sportivi, giocattoli, gemme, gioielli e alcuni prodotti marini, per un totale del 70,4 per cento delle linee tariffarie e del 90,7 per cento delle esportazioni. Inoltre, i dazi saranno azzerati gradualmente, in tre-cinque anni, per altri prodotti marini, alimenti trasformati, armi e munizioni. Infine, sono previste riduzioni per prodotti avicoli, verdure conservate, prodotti da forno e altri beni tra cui automobili e acciaio. In cambio, l’India apre il suo mercato alle esportazioni dell’Ue con l’eliminazione immediata dei dazi sul 49,6 per cento delle linee tariffarie e l’eliminazione graduale (nell’arco di cinque, sette e dieci anni) su un altro 39,5 per cento; un ulteriore tre per cento delle linee tariffarie sarà soggetto a riduzioni di dazi e quote, come nel caso di mele, pere, pesche e kiwi. L’India, inoltre, ha ottenuto una clausola di salvaguardia su settori sensibili quali latticini, cereali, pollame, farina di soia, alcuni tipi di frutta e verdura.

    Per quanto riguarda i servizi, l’accordo prevede l’accesso dell’India a 144 sottosettori dell’Unione europea, tra cui tecnologia dell’informazione e servizi abilitati dalla tecnologia dell’informazione, servizi professionali, educativi e alle imprese. Allo stesso tempo, l’Ue avrà accesso a 102 sottosettori indiani, che comprendono servizi professionali, servizi aziendali, telecomunicazioni, servizi marittimi, finanziari e ambientali. L’accordo fornisce anche un quadro per la mobilità aziendale, che copre i viaggi di breve durata, temporanei e di lavoro in entrambe le direzioni. Sono previsti, inoltre, accordi sulla sicurezza sociale entro cinque anni e un quadro per studenti indiani con visti post-studio. L’accordo, infine, rafforza le tutele della proprietà intellettuale in relazione a copyright, marchi, design, segreti commerciali e varietà vegetali.

    All’annuncio dell’accordo commerciale si accompagnano diverse altre iniziative di cooperazione economica. Le parti, infatti, hanno incaricato le rispettive squadre negoziali di completare, al più presto, i negoziati per un accordo sulla protezione degli investimenti e un accordo sulle indicazioni geografiche. La collaborazione sarà rafforzata anche attraverso la creazione di un hub di innovazione e il lancio di un partenariato per le start-up. L’accordo per la cooperazione scientifica e tecnologica è stato rinnovato fino al 2030 e saranno avviati colloqui esplorativi sull’associazione dell’India al programma di ricerca e innovazione Horizon Europe. È stato convenuto di avviare anche un dialogo sull’istruzione e le competenze.

    Oggi, inoltre, sono stati firmati un partenariato per la sicurezza e la difesa e un memorandum d’intesa sul quadro globale di cooperazione in materia di mobilità; è stato lanciato il negoziato per un accordo sulla sicurezza delle informazioni ed è stata annunciata l’apertura di un ufficio pilota dell’Ue in India volto a migliorare la mobilità delle competenze. È stata adottata l’agenda strategica globale congiunta “Verso il 2030”, che punta ad accelerare i progressi attraverso cinque pilastri chiave: prosperità e sostenibilità, tecnologia e innovazione, sicurezza e difesa, connettività e sfide globali, nonché “fattori abilitanti” quali competenze, mobilità, imprese e legami interpersonali. Particolare attenzione è stata riservata alle tecnologie critiche emergenti. Intelligenza artificiale, quantistica, semiconduttori avanzati, tecnologie pulite e biotecnologie sono tra gli ambiti prioritari indicati. Sull’idrogeno verde è stata istituita un’apposita task force.

    Modi, Costa e von der Leyen hanno sottolineato la dimensione politica del partenariato, che unisce grandi democrazie con valori condivisi, in un contesto globale segnato da tensioni e cambiamenti nelle regole del multilateralismo e dell’ordine internazionale fondato sul diritto. I due partner intendono migliorare il coordinamento nei forum multilaterali, anche per riformarne le istituzioni, e cooperare con Paesi terzi. In particolare, riconoscendo l’interconnessione tra l’Europa e l’Indo-Pacifico, è stato ribadito l’impegno comune a promuovere un Indo-Pacifico libero, aperto, in pace e prospero, e a rafforzare la connettività regionale, anche attraverso il progetto del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) e il connesso Corridoio digitale Ue-Africa-India.

  • Lectio Magistralis

    La massima forma di libertà intellettuale è quella che permette di riconoscere la correttezza di un ragionamento e dei suoi contenuti anche quando questo viene espresso in modi che non si considerino idonei soprattutto alla carica istituzionale che l’autore rappresenta.

    In occasione del World Economic Forum (WEF) 2026 a Davos, il Presidente Donald Trump ha ribadito la sua intenzione di rivoluzionare il mercato immobiliare statunitense attraverso un duro attacco ai grandi fondi privati e alle società di private equity.
    I punti chiave del suo discorso e delle relative politiche sono:
    1. Divieto per i Grandi Investitori. Trump ha annunciato un ordine esecutivo (EO) intitolato “Stopping Wall Street from Competing with Main Street Homebuyers” volto a vietare ai grandi investitori istituzionali l’acquisto di case unifamiliari.
    “L’America non sarà una nazione di affittuari”: Durante il discorso, ha dichiarato che le case devono essere costruite per le persone non per le corporation, accusando Wall Street di aver gonfiato i prezzi e sottratto il “sogno americano” della proprietà alle famiglie.
    2. Restrizioni ai Finanziamenti. L’ordine dispone che agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac smettano di garantire o facilitare prestiti destinati a investitori istituzionali per l’acquisto di residenze singole.
    3. Acquisto di Titoli Ipotecari con l’obiettivo di abbassare i tassi d’interesse per i privati, Trump ha proposto che il governo federale acquisti fino a 200 miliardi di dollari in mortgage bonds (titoli garantiti da ipoteca).

    Inoltre il Presidente degli Stati Uniti ha proposto altre Misure per l’Affordability. In questo senso infatti ha menzionato la possibilità di consentire l’uso dei fondi pensione 401(k) per gli acconti (down payments) e ha esortato le società di carte di credito a porre un tetto ai tassi di interesse al 10%.

    In un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti ha avuto il grande merito di proporre degli obiettivi concreti a favore della propria cittadinanza. In altre parole, ha offerto una Lectio Magistralis di Economia Politica, materia sconosciuta alla maggior parte del ceto politico tanto nazionale quanto europeo, ma che probabilmente neppure il mondo accademico sarà in grado di comprendere, troppo impegnato nella definizione delle proprie specifiche competenze.

    Mentre dall’altra parte dell’oceano si continua a parlare di transizione ecologica come di GreenDeal per realizzare una assolutamente infantile ed irrealizzabile decarbonizzazione della produzione. Sembra incredibile come dopo trent’anni di “Ideologia Economica ” (la materia preferita dal ceto governativo) e di strategie politiche lontane dalla legittima aspettative dei cittadini ma molto più vicina alle direttive finanziarie, in un modo forse inusuale il Presidente statunitense ha offerto una lezione di politica economica come mai nessuno prima.

    La storia si crea così, individuando gli obiettivi da raggiungere e successivamente trovando gli strumenti normativi e finanziari per conseguire gli obiettivi programmatici. Donald Trump il primo passo nella corretta direzione lo ha compiuto.

  • World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    A latere del Meeting del World Economic Forum a Davos tra i temi geopolitici e strategici trovano un proprio spazio anche la sicurezza alimentare e la prevenzione medica, con le controverse opinioni espresse da un industriale italiano, relative alla filiera alimentare, che destano scalpore.

    Andrea Illy sostiene che “i cibi artificiali coltivati in laboratorio ‘rappresentino la via da seguire’, nonostante la massiccia resistenza dell’opinione pubblica”. “Il 70% dell’impronta ecologica dell’agricoltura è dovuto alle proteine animali”. “Perché dovrei usare gli animali quando posso coltivare la carne [in laboratorio]?”

    Sembra incredibile come mentre buona parte del mondo medico si trovi concorde nel principio secondo il quale una sana alimentazione rappresenti la migliore cura nella prevenzione delle malattie cardiache tumorali, al contrario di una parte degli industriali, supportata dalle istituzioni europee in preda sempre al delirio GreenDeal. Esattamente come in Danimarca, dove è stata introdotta l’obbligatorietà dell’utilizzo del Bovaer (3-NOP) dal gennaio 2025 per ridurre le emissioni di metano delle mucche fino al 30%, si continua a spingere per l’inserimento di nuove sostanze chimiche nella stessa filiera agroalimentare. Contemporaneamente nascono numerosi dubbi relativi all’utilizzo di questo prodotto chimico, il quale avrebbe compromesso la qualità del latte ed inoltre creato problemi digestivi con casi diffusi di diarrea severa e calo dell’appetito, calo della produttività e riduzione della resa lattiera in circa 400-600 aziende agricole monitorate. Non ultimi si sarebbero registrati sintomi gravi con casi di febbri atipiche, collassi (vacche che non riescono ad alzarsi) e, in episodi isolati segnalati sui social, decessi di capi.

    In altre parole, in Danimarca è stata introdotta nella filiera agroalimentare una sostanza per eliminare le flatulenze delle mucche, le quali, secondo questo delirio ideologico, rappresenterebbero una delle principali cause di inquinamento, superiore a quella degli aerei e delle navi porta container.

    Inoltre, la implicita ammissione da parte dell’intervistato, il quale pur ammettendo di avere il 70% della popolazione contrario a questa nuova forma di alimentazione, sottende implicitamente il desiderio di un intervento delle istituzioni europee a favore di questa nuova tipologia di carne e di filiera alimentare, magari attraverso qualche incentivo fiscale o peggio norma obbligatoria della carne coltivata.

    Nella legittimità dell’opinione rivendico la possibilità di affermare che siamo di fronte ad una follia assoluta, nel senso che non si tutelano le filiere agroalimentari italiane ed europee anche in un’ottica di prevenzione medica. Viceversa, si configura una volontà politica ed industriale finalizzata a distruggerle per un delirio ambientalista legato alla follia del GreenDeal unita ad una volontà speculativa di matrice industriale.

    Una convergenza tra politica e industria alimentare la quale fa sorgere il sospetto di una convergenza di interessi tra il delirio ambientalista europeo ed una volontà speculativa di determinate realtà industriali.

  • Crescono investimenti e occupazione dell’industria farmaceutica

    Negli ultimi dieci anni, l’Italia si è imposta come un grande “hub” europeo dell’industria farmaceutica, progredendo significativamente in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export. Oggi è uno dei principali motori del sistema economico e produttivo italiano che pesa il 10% di tutto l’export nazionale.

    Ciò è stato merito comune di tutte le aziende operanti in Italia, distinguibili in tre principali i numerosi gruppi multinazionali presenti nel nostro Paese.

    Per le aziende del made in Italy farmaceutico FAB13 i risultati del 2024 sono stati molto positivi. I ricavi sono aumentati del 12% rispetto al 2023, raggiungendo i 18,9 miliardi di euro aggregati, con la componente estera in crescita del 14%, anche se il mercato domestico è salito solo del 2% a causa della stagnazione della domanda nazionale. Le esportazioni hanno fatto registrare un +16% rispetto al 2023, molto più di quanto è cresciuto l’export totale di prodotti farmaceutici dell’Italia (+10%). Gli investimenti totali (al netto di acquisizioni di aziende, prodotti e licenze) sono cresciuti del 21% rispetto al 2023, con al loro interno gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), pari a 1,4 miliardi, in progresso del 27%. Gli occupati sono cresciuti del 3% rispetto al 2023: +2% in Italia; +4% all’estero. È quanto emerge dal Rapporto e dalla relazione del Prof Marco Fortis, economista e Direttore Generale e Vicepresidente della Fondazione Edison, presentato durante l’evento “FAB13 2025: le 13 aziende storiche del made in Italy farmaceutico” appartenenti a Farmindustria, tenutosi alla Camera dei Deputati. La relazione evidenzia che le industrie storiche familiari crescono grazie all’internazionalizzazione continuando sempre a consolidare in Italia.

    Nel contesto di forte crescita della farmaceutica in Italia, si conferma il ruolo di primo piano svolto dalle industrie italiane, che nelle FAB13 hanno un importante punto di riferimento: 13 aziende del made in Italy farmaceutico che, sviluppatesi negli ultimi decenni hanno acquistato una notevole rilevanza nel panorama dell’industria farmaceutica europea e mondiale. Si tratta di: Alfasigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili, Recordati e Zambon.

    Le FAB13 contano 65 siti produttivi, di cui 29 in Italia, e 51 centri di R&S in tutto il mondo, con un’estesa rete di filiali (in totale sono 289) che supportano le operazioni globali dell’intero gruppo. Questa struttura capillare permette alle FAB13 di continuare a mantenere una forte presenza sia a livello nazionale che internazionale, garantendo efficienza operativa e capacità di innovazione. Le FAB13 contribuiscono a garantire le cure a milioni di italiani, rafforzando l’autonomia produttiva del sistema farmaceutico nazionale. Negli anni recenti le FAB13 hanno fatto acquisizioni all’estero, sviluppato partnership, ottenuto licenze di commercializzazione e l’approvazione di farmaci innovativi; sono pioniere nello sviluppo di terapie personalizzate innovative e farmaci orfani, rispondendo ai bisogni dei pazienti con malattie rare.

    Le FAB13 occupano il 22% degli addetti dell’intera industria farmaceutica in Italia. Gli occupati risultano complessivamente 50.400 circa, di cui oltre 35.000 all’estero (70%) e 15.000 in Italia (30%). Di questi, la metà sono donne. La percentuale di laureati e diplomati supera l’80%. Oltre il 90% dei dipendenti delle FAB13 sono assunti a tempo indeterminato. Elevata l’incidenza di occupati nella R&S, pari al 56% in Italia. Per quanto riguarda gli investimenti in R&S, sono cresciuti nel 2024 del 27% rispetto al 2023, superando gli 1,4 miliardi di euro e rappresentando il 43% degli investimenti complessivi delle FAB13. Consistenti anche gli investimenti per acquisizioni di aziende, licenze e prodotti al fine di ampliare il portfolio e rafforzare la loro competitività globale: circa 1,4 miliardi nel 2024.

    Nel 2024, il valore della produzione dei gruppi multinazionali e italiani iscritti a Farmindustria ha raggiunto in maniera aggregata i 56,1 miliardi di euro, registrando un incremento dell’87% rispetto al 2016, mentre l’export si è attestato a 53,8 miliardi di euro, con un incremento del 152% rispetto al 2016. Particolarmente rilevante l’andamento delle esportazioni di prodotti farmaceutici ad alta tecnologia, cresciute del 193%. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi destinati alla Ricerca e Sviluppo (R&S) e 1,7 miliardi alle attività produttive (dal 2016 crescita del 38%). Gli occupati del settore risultano pari a 67.000 unità (+12% rispetto al 2016). L’Italia è il sesto esportatore mondiale di farmaci e si conferma il terzo esportatore mondiale di farmaci confezionati (alle spalle di Germania e Svizzera).

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