Economia

  • La Truss esordisce sulle orme della Thatcher: via le tasse e Stato minimo

    Un taglio di tasse che, in questa dimensione e in un unico annuncio, non si vedeva dal 1972: esattamente mezzo secolo. Inizia col botto, e non senza polemiche, “la nuova era” di politica economica promessa dalla  versione riveduta e corretta del governo Tory britannico, passato due settimane fa, ultimo atto del regno di Elisabetta,  dalla leadership di Boris Johnson a quella – poco carismatica ma ideologicamente più radicale – di Liz Truss.

    L’occasione per mettere qualche carta sul tavolo è stato l’intervento con cui il neocancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng, promosso a primo titolare delle Finanze di origini familiari africane nella storia isolana al numero 11 di Downing Street, ha illustrato alla Camera dei Comuni con la premier accanto quella che era stata presentata come una “mini manovra” aggiuntiva: una correzione di bilancio, fatta di misure pubblicamente preannunciate da giorni e imposta dagli effetti nel Regno del terremoto energetico globale aggravato dalla guerra fra Russia e Ucraina, da un’inflazione balzata al 10% e da una recessione che le ultime stime della Bank of England indicano aver fatto capolino in anticipo sul previsto già nel terzo trimestre del 2022. Ma che in realtà ha assunto le forme d’una svolta in piena regola: sulle orme del ricordo liberista di quella Margaret Thatcher addirittura superata per entità iniziale delle riduzioni fiscali.

    La premessa di una strategia da ‘o la va o la spacca’ per provare a ridare slancio all’economia dell’isola, fra scossoni geopolitici, conseguenze del post pandemia e danni collaterali del dopo Brexit. Strategia fatta del resto di deregulation e meno tasse, ma anche d’intervento pubblico a colpi d’extra deficit per assicurare il promesso congelamento delle bollette sull’energia per due anni alle famiglie e alle imprese. Nel quadro di un cocktail ad alto rischio che Kwarteng e Truss giudicano necessario correre, convinti di poter compensare gli esborsi, almeno a medio termine, con un rimbalzo del Pil; ma che suscita allarmi da più parti, in primis sulla tenuta delle finanze pubbliche.

    “Di fronte alla peggiore crisi energetica da generazioni, non possiamo non essere vicini alla gente, ha proclamato il cancelliere di genitori ghanesi a Westminster, difendendo i costi del blocco delle bollette: 150 miliardi di sterline a regime, con 60 miliardi di sovvenzioni governative ufficializzate per i soli primi sei mesi. Non senza rivendicare al contempo la scure fiscale come una cruciale terapia shock per la ripartenza.

    Ecco quindi spiegata la decisione di ridurre dal 2023 le aliquote sul reddito (dal 20 al 19% quella minima, dal 45 al 40 quella per chi guadagna dalle 150.000 sterline annue in su); di abolire l’imposta di bollo sulle transazioni immobiliari fino a 250.000 sterline (a 425.000 per chi acquista la sua prima casa); di cancellare l’incremento dell’1,25% sui contributi previdenziali della National Insurance e quello della Corporate Tax sui profitti delle aziende dal 19 al 25% predisposti dall’ex cancelliere Rishi Sunak in era BoJo dopo l’emergenza Covid per finanziare l’assistenza sanitaria e sociale; d’introdurre vendite tax free per i viaggiatori stranieri; d’eliminare il tetto fissato dal 2008 sui bonus di banchieri e top manager per ridare smalto all’attrattività della City.

    Scelte che economisti come Paul Johnson, dell’Institute for Fiscal Studies, giudicano “insostenibili”. Una perplessità che si estende anche ai mercati, a guardare il calo della sterlina a un nuovo minimo sul dollaro dal 1985.

    Di fronte a questi annunci, per varie ragioni, si indignano opposizioni e realtà impegnate nel sociale. Replicando a Kwarteng, la cancelliera dello Scacchiere ombra del Labour, Rachel Reeves, da un lato ha accusato il governo Truss di portare il debito pubblico a livelli “senza precedenti”; dall’altro ha denunciato gli interventi sulle tasse, paralleli alla decurtazione dell’Universal Credit per i più poveri, come una classica “ricetta conservatrice”. Destinata a “gratificare chi è già ricco”.

  • La tempesta lmperfetta

    Dall’inizio della pandemia il nostro sistema economico e sociale è sottoposto ad una serie di problematiche  per le quali nessun governo precedentemente aveva pensato e tanto meno posto in essere delle strategie di contrasto. Ogni governo degli ultimi 30 anni ha, infatti, continuato ad aumentare la spesa pubblica corrente ed il debito come se questi fattori fossero assolutamente ininfluenti all’interno di una strategia di sviluppo economico.

    Successivamente la pandemia con l’inflazione e contemporaneamente la carenza di materia prime per la nostra industria di trasformazione hanno posto ancor più sotto stress il nostro sistema industriale ed economico e di conseguenza anche quello occupazionale e sociale.

    Mentre il governo Draghi parlava, nel 2021,  di un nuovo boom economico simile a quello degli anni sessanta, il nostro Paese è arrivato all’esplosione inaspettata della guerra in Ucraina già con il prezzo del gas a +537% e da questo primato si sono poi succedute le terribili conseguenze della crisi economica ed energetica all’interno di un’economia di guerra.

    Gli altri governi della stessa Unione europea stanno optando per sostanziali e complessive politiche fiscali finalizzate alla riduzioni delle tasse, viceversa quello italiano continua con la  discriminante, ed  anche  umiliante, politica dei Bonus per la necessaria presentazione del certificato ISEE.

    In un simile contesto emerge l’incapacità di elaborare una politica fiscale complessiva che abbia la doppia funzione di attutire per i consumatori l’impatto dell’inflazione esogena (1), cioè  determinata da fattori esterni (carenza e aumento dei costi delle materie prime e dei prodotti energetici), alla quale si aggiungono  i terribili effetti (2) di una politica monetaria della Bce incapace di comprendere perfino la diversa  genesi inflattiva europea e la conseguente politica monetaria (infatti la Cina ha abbassato i tassi d’interesse).

    Molti commentatori indicano questa sintesi di fattori economici, monetari e sociali come la “tempesta perfetta” sottintendendo la sostanziale irresponsabilità delle classi politiche e governative nazionali.

    Una definizione calzante, forse, per i vertici Istituzionali, governativi e politici, degli altri paesi ma non certamente per il nostro.

    Non va dimenticato, infatti, come la percezione di questa crisi non venga assolutamente dimostrata da determinate autorità politiche, anche  locali, le quali continuano nella propria gestione ideologica delle città come se questi terribili eventi, come la crisi economica ed energetica, rappresentassero un’occasione più che una disgrazia.

    Andrebbe ribadito ancora una volta come all’interno di un periodo di una complessa  crisi  come l’attuale, ogni risorsa economica umana e professionale dovrebbe essere lasciata libera  con l’obiettivo di creare le condizioni favorevoli ad una ripresa il più possibile veloce ed immediata eliminando ogni vincolo burocratico di ogni tipo e sorta.

    La scellerata scelta, invece, del sindaco di Milano, Sala, di impedire l’ingresso nella città alle autovetture euro 5 diesel va esattamente nella direzione opposta , confermando da una parte di non essere in grado di comprendere gli effetti devastanti per il tessuto industriale economico ed occupazionale derivanti dalla guerra come della pandemie e dall’inflazione. In più lo stesso sindaco dimostra di essere vittima di un narcisismo ideologico che pone la sua figura come le proprie decisioni al di sopra del problematico contesto storico.

    Un’unica persona come il  sindaco  mette così a rischio, o quanto meno in difficoltà, la complessa movimentazione di persone e  cose, e quindi di idee ed iniziative per oltre trecentomila (300.000) persone, nella sola area di Milano. Per cui il nostro Paese non si trova a subire solo i terribili effetti di  una tempesta derivante da fattori indipendenti dal controllo governativo, politico ed istituzionale, ma ne aggrava le conseguenze con l’opera irresponsabile di autorità governative anche locali.

    In questo periodo, sempre a causa di una sostanziale incompetenza e soprattutto di un approccio ideologico considerato superiore, alla stessa tragica unicità del momento storico economico,  le diverse classi politiche anche locali continuano per la propria strategia ideologica, prive di ogni collegamento con il contesto storico ed economico.

    Emergere chiaro perciò per quale motivo il nostro Paese subisca gli  effetti più disastrosi legati al succedersi della pandemia e della guerra.

    In quanto alla tempesta perfetta si aggiunge l’imperfetto operato dal governo e dei sindaci, i quali  si rivelano di una  assoluta impermeabilità alle difficoltà espresse, anche dai propri concittadini , Introducendo vincoli alla movimentazione urbana (Milano stop euro 5) o magari aumentandosi i propri emolumenti (Padova), e soprattutto non ponendosi neppure il dubbio  se, in un contesto di eccezionale gravità, non sarebbe il caso di riporre nella fondina i propri obiettivi ideologici,e dare la massima priorità ad una ripresa economica sostenuta anche dalla eliminazione di quanti più possibili vincoli burocratici e normativi anche nella semplice movimentazione urbana.

    P.S. In relazione, poi, all’impatto delle auto: 11.08.2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-colpevole-immaginaria-lautomobile/

  • Il nuovo film del 2023: “The retourn of relocations”

    Già dal mese di gennaio del nuovo anno 2023, caratterizzato dalle conseguenze determinate dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, le imprese italiane, soprattutto quelle  industriali  ed  esponenti del Made in Italy,  si presenteranno alle fiere internazionali con le proprie collezioni e le gamme di prodotti dei quali è già ora difficile preparare un listino prezzi in considerazione della imprevedibilità degli effetti dell’escalation dei costi energetici.

    Operando sempre all’interno di questa problematica situazione  va comunque ricordato  come, già da anni, il Made in Italy sconti i costi burocratici assolutamente anticompetitivi che nessuna crescita della produttività industriale potrà mai compensare. A questa diseconomia strutturale  per le  imprese italiane si aggiunga, già dopo la pandemia, l’esplosione dei costi energetici e delle materie prime, successivamente amplificati dalla guerra.

    Il quadro economico  per i produttori  del Made in Italy risulta così assolutamente insostenibile e senza una possibilità di visione strategica futura: in altre parole, l’intera filiera non è più in grado di attrarre alcuna tipologia di investimenti.

    In questo contesto si ricorda come, per le attività produttive italiane, il costo del gas naturale risulti cresciuto del +1609% (*) mentre quello dell’energia elettrica del +862% (*), del cotone del +88% (*) dell’acciaio del +50% (*).

    Tornando quindi all’appuntamento fieristico, accanto agli stand italiani nella medesima fiera esporranno i concorrenti francesi e tedeschi i quali hanno usufruito del blocco dell’aumento della energia elettrica al +4% i primi, mentre le aziende germaniche, pure nella difficoltà europea, possono avvalersi di forniture del medesimo gas russo ad un costo pari ad 1/3 rispetto a quello imposto alle imprese italiane.

    A questi fattori di maggiore competitività si aggiungono anche gli effetti dell’accordo bilaterale, sempre tra la  Francia e la Germania, che  che prevede appunto lo scambio tra le due realtà economiche di gas in cambio di energia elettrica  a prezzi calmierati.

    In questo contesto catastrofico ovviamente ogni plus relativo all’unicità dei prodotti della filiera  italiana, espressione del Made in Italy e del know how sintesi di eccellenze produttive e professionali, unito al continuo sviluppo di una maggiore competitività e produttività si dimostrerà assolutamente insufficiente a compensare le diseconomie strutturali del nostro Paese.

    La totale mancanza di visione strategica degli ultimi governi che non hanno saputo neppure utilizzare i proventi (gli oltre quaranta miliardi del fiscal drag) per compensare la perdita di competitività delle imprese italiane hanno determinato questo scenario futuro.

    Viceversa, si è optato come strumento di contrasto alla crescita delle bollette la solita elemosina del bonus, delle più disparate ispirazioni, lasciando così per le aziende gli effetti della crisi energetica sostanzialmente invariati.

    Questo nuovo film, sugli schermi il prossimo anno ed intitolato “2023: the retourn of relocation”, vedrà ancora una volta protagonista il fenomeno delle delocalizzazioni produttive incentivate anche dagli insostenibili costi energetici e come attori principali avrà le aziende italiane, le quali, anche  se forti di una buona capitalizzazione ed in grado di riuscire a non sospendere l’attività negli ultimi due anni, non avranno altra soluzione se non delocalizzare a causa della insostenibilità della crisi energetica. Gli spettatori, ovviamente, saranno le decine di migliaia di professionisti che assisteranno all’azzeramento del proprio know how oltre alla cancellazione dei propri posti di lavoro.

    Va ricordato, inoltre, come  per  la realizzazione di questo film si debbano ringraziare tutte le autorità istituzionali, ed in  particolare i Presidenti del Consiglio dal 2020 alla fine del 2022, assieme alle istituzioni di ogni ordine e grado.

    Una menzione particolare, tuttavia, va ai parlamentari tutti, ammesso che conoscessero quanto stavano votando, i quali si sono dimostrati molto più preoccupati di eliminare il tetto ai compensi ad alcuni manager pubblici che delle sorti del ceto produttivo italiano.

    (*) fonte Confindustria

  • Una crisi energetica, economica o culturale?

    Quando frequentavo il liceo classico R. Franchetti a Mestre alla fine degli anni ‘70 in un editoriale apparso sul Corriere della Sera Alberto Ronchey, commentando le difficoltà di relazione con il mondo sovietico che si apriva timidamente all’economia occidentale, scrisse che sarebbero stati sufficienti 6/8 mesi di studio della lingua russa impegnandosi dieci ore al giorno per assumere una padronanza decente.

    Da perfetto liceale perditempo mi rivolsi a mio papà affermando: “questo dev’essere matto se pensa che mi metta a studiare il russo…”. Mio papà mi guardò sorridendo, avendo ben chiaro di quale gamba andassi zoppo, e mi replicò: “quando sarai laureato comincerai a studiare…”.

    Non capii francamente il senso di quella frase ma sapevo perfettamente che se lo diceva era solo per il mio interesse poiché mi voleva bene, ma lo stesso non capii.

    I dati riportati da una ricerca di Ansa-Centimetri, anche se relativi a qualche anno addietro, dimostrano quanto avessero ragione e soprattutto quale fosse l’idea di cultura di mio papà ed ovviamente del grande Ronchey.

    La cultura non è tanto il conoscere la letteratura ed altre discipline culturali ed umane. Queste sono importanti, anzi fondamentali, e devono o dovrebbero rappresentare la conditio sine qua non. La cultura, poi, si manifesta con l’apertura mentale alla conoscenza e alla valutazione di quanto non si conosca e che si presenta alla nostra attenzione.

    Non sono le citazioni o i riferimenti ad opere di persone importanti (o non solo) ma la consapevolezza di conoscere solo una millesima parte di quanto offra il mondo intelligente umano.

    Solo queste persone culturalmente evolute potrebbero gestire gli investimenti in cultura di cui un paese ne ha bisogno come oggi della corrente elettrica in piena crisi energetica ed economica.

    I risultati avvilenti riportati dimostrano quanto siano rare le persone aperte ed intelligenti mentre la politica culturale, ancora oggi, si coniuga con una scuola ed una università utilizzati come strumenti per l’affermazione di valori ideologici.

    La nostra crisi, l’ennesima da trent’anni a questa parte, emerge innanzitutto come culturale e la crisi economica ne risulta l’espressione più evidente ma non l’unica. Pensare di superarla senza un processo culturale complesso ed articolato è assolutamente impossibile.

  • Gas alle stelle, commodity no

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso il 7 settembre su ItaliaOggi.

    La guerra in Ucraina andava bene per spiegare l’aumento dei prezzi, ma diventa quasi un imbarazzo quando essi scendono. Quindi, nella narrazione dominante circa la crescente e galoppante inflazione odierna c’è qualcosa che non torna. Come mai gli indici internazionali delle commodity registrano diminuzioni dei prezzi negli ultimi mesi?

    Aiutano i dati forniti dal rapporto «Commodity Market Outlook», pubblicato lo scorso aprile dalla Banca Mondiale, che analizza globalmente gli indici dei prezzi per tre maxicategorie: energia, prodotti agricoli e metalli in generale. Un indice è una sorta di paniere ponderato dei prezzi delle varie materie prime che ne fanno parte. Posto a 100 gli indici al primo gennaio 2020, cioè prima della pandemia, essi scendono per tutte e tre le categorie fino a luglio-agosto di quell’anno. Poi, durante il 2020, essi iniziano una progressiva salita fino a raggiungere al primo marzo 2022, quindi all’inizio della guerra in Ucraina, il livello di 216 per l’indice dei prodotti energetici, di 150 per quelli agricoli e 182 per i metalli.

    Se la discesa dei prezzi nei primi mesi del 2020 potrebbe essere spiegata con la restrizione della domanda dovuta ai lockdown produttivi e alle riduzioni dei consumi, diventa, però, molto difficile sostenere la stessa spiegazione per la seconda metà di quell’anno e per l’inizio del 2021 quando, invece, i prezzi salgono. Infatti, anche in quei mesi produzioni e consumi erano in ritirata. La ripresa degli ultimi mesi del 2021 e dei primi del 2022 non è sufficiente a spiegare l’aumento dei valori degli indici in questione. Gli scostamenti sono troppo grandi rispetto ai modesti cambiamenti nelle produzioni e nei consumi.

    Il rapporto della Banca Mondiale di aprile affermava che «la guerra in Ucraina ha causato gravi interruzioni dell’approvvigionamento e prezzi storicamente più elevati per una serie di materie prime. Per la maggior parte di esse, i prezzi dovrebbero essere significativamente più elevati nel 2022 rispetto al 2021. I prezzi non energetici dovrebbero aumentare di circa il 20% nel 2022».

    Non è stato così. Il 2 agosto scorso la Banca Mondiale ha riportato i dati più recenti sui prezzi delle commodity. A luglio, rispetto al mese precedente, i prezzi dell’energia in generale erano scesi di 1,3%, (quelli del petrolio del 10%, mentre quelli del gas in Europa erano saliti del 50%). I prezzi dei prodotti agricoli erano diminuiti del 7,4%, quelli del cibo di 8,5% e quelli dei metalli del 13,4%, in specifico lo stagno del 19,5%, il ferro del 17%, il rame e nichel ciascuno del 16%. Dai massimi di marzo il pezzo del rame è sceso del 30%.

    Un altro esempio: il Bloomberg Commodity Spot Index, che prende in considerazione contratti future per 23 commodity, lo scorso luglio è diminuito del 20% rispetto al mese precedente.

    L’andamento anomalo dei prezzi, sia in salita sia in discesa, può essere spiegato soltanto attraverso il ruolo negativo giocato dalla speculazione, in particolare dei future. Quando i

    mercati percepiscono un possibile futuro aumento dei prezzi, i future speculativi operano come dei moltiplicatori. Lo stesso avviene per le attese di riduzione dei prezzi. Chi acquista un future su un indice assume una posizione lunga (long), rialzista, e crede che i prezzi saliranno oltre quello di acquisto. Chi vende un future assume una posizione corta (short), ribassista, e ritiene che il prezzo di mercato dell’indice in scadenza sia più basso. Entrambi guadagnerebbero sulla differenza di prezzo.

    Il volume dei future può determinare le attese di crescita o di ribasso e di conseguenza gli andamenti del mercato. Com’è noto, i future speculativi non comportano la reale transazione delle merci trattate. Solo il 2% lo fa! Alla scadenza del contratto, o prima se è rinegoziato, è pagata soltanto la differenza. Nel frattempo, però, l’effetto della speculazione si è trasferito sui prezzi delle reali operazioni di compravendita.

    L’ultimo rapporto della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea rileva che anche i derivati otc (non regolamentati e altamente speculativi) sulle commodity sono cresciuti di quasi il 30% durante il 2021.

    Nelle ultime settimane, i future hanno giocato al ribasso poiché ci si aspetta una recessione, con la diminuzione dei consumi e delle produzioni a livello globale. Il contratto fatto oggi prevede che domani la merce avrà un prezzo più basso. Mentre quasi tutti i future sugli indici delle commodity sono oggi ribassisti, quelli sul gas europeo negoziati a Amsterdam sono grandemente rialzisti.

    È l’eterna altalena che arricchisce pochi grandi speculatori e impoverisce le fasce della società e i Paesi più deboli.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Dalla moda al cibo, la guerra non piega il made in Italy

    Il 75% delle esportazioni italiane è composto da macchinari, metallurgia, moda, autoveicoli, agroalimentare, chimica e farmaceutica: è il Made In Italy che quotidianamente si afferma sul mercato mondiale. Ed il trend positivo dell’export – sia in tema di volumi che di prezzi, negli ultimi due anni ha segnato risultati positivi con un record nel 2021 e un +22,4% nei primi sei mesi del 2022. E’ quanto emerge dal XXXVI dal Rapporto sul Commercio estero “L’Italia nell’economia internazionale” che è stato presentato a Napoli nel complesso monumentale di San Lorenzo, alla presenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Un trend positivo che non è stato piegato dalla pandemia, né dal conflitto tra Russa e Ucraina, tra le cause dell’aumento del prezzo delle materie prime e dell’energia. Anzi, la pandemia, rileva il Rapporto, ha impresso un’ulteriore accelerazione ad alcuni trend che erano già in atto nei principali mercati di sbocco: la Germania, la Francia, gli Stati Uniti, la Svizzera, la Spagna, il Regno Unito, il Belgio e la Polonia.

    Il 52% dell’export è verso i Paesi Ue, il 48% verso Paesi extra europei. Nel 2021 sono stati esportati beni per 516 miliardi di euro a fronte di importazioni per 472 miliardi. Nel primo semestre dell’anno in corso è verso la Turchia che le esportazioni hanno registrato la maggior crescita (più 35,8% rispetto allo stesso periodo del 2021) mentre verso la Russia la flessione è stata del 17,6%.

    Le esportazioni italiane sono cresciute del 18,2% nel 2021 (sul 2020) e del 22,4% nel primo semestre 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente anche se il conflitto russo-ucraino ha costretto a rivedere le stime del commercio mondiale. Un conflitto, hanno ammonito gli analisti, che sta esasperando le spinte inflattive e sta generando tensioni.

    “Come rileva il Rapporto Ice-Istat, sebbene le stime di crescita del commercio mondiale siano ben inferiori rispetto a quelle ipotizzate prima dell’aggressione russa contro l’Ucraina, restano nel breve-medio periodo prospettive di crescita che le aziende italiane hanno il potenziale per cogliere. Per questo, in una fase congiunturale così critica e al contempo di grandi trasformazioni, è essenziale non abbandonare le riforme e non deviare dagli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Il conflitto finora, ha spiegato il presidente dell’Ice Agenzia Carlo Ferro, “ha influito maggiormente sul fronte delle importazioni e del prezzo dell’energia. Se guardiamo all’aspetto esportativo, dato il valore dell’export con Mosca, se proseguissimo con la flessione che dallo scoppio del conflitto è di circa un terzo rispetto alla Russia, alla fine perderemmo meno di un punto percentuale di export complessivo del Paese.

    C’è una percezione di peso del rapporto commerciale con la federazione russa che non è totalmente corretta”. “Il Made in Italy si difende grazie alla capacità dei nostri imprenditori che si affermano sul mercato, piuttosto che con la presenza di un ministero o di un ministro”, ha detto invece il responsabile dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, rispetto all’ipotesi di un dicastero del Made In Italy. Più che a un polo italiano del lusso bisognerebbe ragionare sulla creazione di una sorta di consorzio tra i grandi marchi per trovare delle sinergie su alcuni temi, a partire dalla distribuzione. E’ questa l’idea lanciata, invece, da Diego Della Valle, presidente e amministratore delegato di Tod’s: «Sotto l’aspetto della distribuzione sarebbe importante riuscire fare qualcosa insieme. Poi, per il resto, ognuno può fare la sua strada”.

  • Grazie ad Amazon le piccole e medie aziende italiane hanno dato lavoro a 60.000 persone

    Sono più di 20.000 le realtà italiane che hanno scelto di utilizzare il negozio online di Amazon nel 2021 e, ad oggi, hanno creato in totale circa 60.000 posti di lavoro in Italia. È quanto emerge dai risultati del Report 2022 sulle Piccole e Medie Imprese (Pmi) italiane che vendono su Amazon.it.

    Inoltre, nel 2021, più della metà delle Poi che vendono su Amazon ha esportato i propri prodotti registrando vendite all’estero per circa 800 milioni di euro, intorno al 25% in più rispetto all’anno precedente: di questi, più di 60 milioni di euro sono stati registrati al di fuori dell’Unione Europea.

    “Sono numeri – si legge in una nota – che confermano il contributo di Amazon nel sostenere l’economia italiana attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e favorendo la digitalizzazione e l’internazionalizzazione del tessuto imprenditoriale, in linea con il più ampio obiettivo dell’azienda annunciato lo scorso maggio di aiutare i partner di vendita a raggiungere 1.2 miliardi di euro di export all’anno entro il 2025”.

    “I numeri di questa nuova edizione del Report annuale sulle piccole e medie imprese che vendono su Amazon rappresentano la cifra del nostro impegno quotidiano. Siamo molto orgogliosi del fatto che le oltre 20.000 Poi italiane che vendono su Amazon.it. abbiano creato fino ad oggi circa 60.000 posti di lavoro, perché questo evidenzia l’impatto positivo che riescono ad avere sull’intera economia italiana, anche grazie al successo ottenuto su Amazon”, ha commentato Mariangela Marseglia, VP e Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “Crediamo nell’enorme potenziale del nostro tessuto imprenditoriale e siamo consapevoli che Amazon può contribuire attivamente alla transizione digitale delle Poi offrendo loro la possibilità di aprirsi a nuovi canali e di raggiungere così nuovi clienti in diversi Paesi, coerentemente con l’obiettivo del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza di supportare le imprese nei processi di internazionalizzazione”, ha aggiunto.

    Secondo il Report, nel 2021 più di 200 Pmi italiane che vendono su Amazon hanno superato 1 milione di euro di vendite per la prima volta e circa 5.000 partner di vendita hanno superato 100mila euro di vendite. Complessivamente, le oltre 20.000 realtà imprenditoriali hanno venduto oltre 200 prodotti al minuto su Amazon. Le 5 categorie di prodotto di maggior successo all’estero sono state Casa e Cucina; Bellezza; Sport e Tempo Libero; Industria e Scienza; Salute e Cura della persona.

    “Siamo un alleato per le Pmi italiane ed europee e ogni giorno ci impegniamo per offrire nuovi strumenti e programmi per aiutarle a esprimere tutto il loro potenziale attraverso i canali digitali ed essere competitive sia in Italia che all’estero. Il loro successo è il nostro successo e questi obiettivi raggiunti confermano ancora una volta che siamo sulla buona strada e che continueremo ad innovare per conto dei nostri clienti e di tutte le realtà che hanno scelto di collaborare con Amazon per espandere il proprio business”, afferma Xavier Flamand, VP, EU Seller Services di Amazon.

    Le Pmi non vendono solo nel proprio Paese, ma anche in tutto il mondo attraverso i negozi Amazon, raggiungendo un export totale di circa 800 milioni di euro nel 2021. Analizzando le vendite all’estero delle Pmi nelle singole regioni, la Lombardia si attesta al primo posto con un valore di oltre 125 milioni di euro, seguono, al secondo posto, la Campania con oltre120 milioni di euro e al terzo il Lazio con oltre 70 milioni euro. Segue il Veneto con oltre 70 milioni di euro mentre il Piemonte chiude la top 5 con un valore di oltre 50 milioni di euro. Tra le altre regioni con un elevato livello di export figurano Toscana (oltre 50 milioni di euro), Puglia (oltre 50 milioni), Emilia-Romagna (oltre 40 milioni) e Sicilia (oltre 25 milioni). Le Pmi che vendono su Amazon hanno sede in tutte le 20 regioni italiane e in tre regioni ci sono oltre 2.000 partner di vendita: in Lombardia (oltre 3.250), Campania (oltre 2.750) e Lazio (oltre 2.000). La top 5 delle regioni con maggiore presenza di Pmi include anche la Puglia (oltre 1.700) e il Veneto (oltre 1.500). È significativa la presenza di Pmi anche in Emilia-Romagna con oltre 1.500, in Piemonte e Sicilia con oltre 1.250, in Toscana con circa 1.250 e in Abruzzo con oltre 500 Pmi “I risultati annunciati – prosegue la nota – sono frutto del continuo impegno di Amazon nel supportare le piccole e medie imprese italiane a digitalizzare e internazionalizzare il proprio business. In particolare, attraverso il programma di formazione gratuito “Accelera con Amazon», lanciato a fine 2020 con l’obiettivo di aiutare le Pmi e startup italiane nel loro percorso di digitalizzazione, Amazon ha supportato più di 11.000 imprenditrici e imprenditori italiani, e ne aiuterà ulteriori 20.000 entro la fine del 2022”.

    “La storia della nostra azienda nasce 50 anni fa, quando mio padre e mia madre hanno iniziato a lavorare insieme in un piccolo negozio di vernici, per poi sviluppare un polo produttivo che ci ha consentito di ampliare la nostra offerta, fino ad approdare su Amazon nel 2018. Abbiamo aderito al programma di formazione di ‘Accelera con Amazon’ per sfruttare tutte le risorse messe a disposizione per la nostra crescita digitalizzazione”, commenta Francesca Mazza, Responsabile Export Department di Colorificio Mazza, storica azienda a conduzione familiare situata a Roma. “Per vendere efficacemente online bisogna studiare, capire e analizzare: è tutto spiegato in modo semplice e chiaro ma ci vogliono impegno ed entusiasmo per sfruttare tutte le potenzialità offerte da Amazon. Grazie ad Accelera con Amazon, abbiamo acquisito maggiori competenze nell’ambito del digital marketing e questo ci ha consentito di migliorare l’identità digitale del nostro brand: dall’immagine dei prodotti all’ottimizzazione del targeting del cliente», prosegue.

    La vetrina Made in Italy di Amazon, nata nel 2015, è un ulteriore strumento a disposizione delle piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon, finalizzato a valorizzare i prodotti realizzati nel nostro Paese da piccole e medie imprese e artigiani non solo per i clienti di Amazon.it, ma anche di Amazon.de, Amazon.fr, Amazon.es, Amazon.co.uk e Amazon.com e recentemente anche di Amazon.co.jp e Amazon.ae. Oggi, sono oltre 4.500 gli artigiani e le Pmi che usufruiscono della Vetrina Made in Italy di Amazon, la cui selezione di prodotti ha raggiunto oltre 1 milione di prodotti.

    A partire dal 2019, in aggiunta, oltre 2.000 piccole e medie imprese italiane hanno iniziato a vendere su Amazon grazie all’accordo con Agenzia Ice, rendendo disponibili oltre 240.000 nuovi prodotti per i clienti di Amazon. “Da quando nel 2017 abbiamo iniziato a vendere attraverso Amazon i nostri prodotti totalmente Made in Italy abbiamo da subito riscontrato successo, con percentuali di incremento del nostro fatturato nei primi 2 anni dal 300% al 500%. E ora che il nostro business è consolidato, la crescita è costante e ogni anno il fatturato aumenta mediamente del 35%/40%, con l’export che vale l’80%”, spiega Andrea Magnone, co-founder di Emilia Food Love, azienda della provincia di Reggio Emilia che vende prodotti della tradizione enogastronomica emiliana. “Abbiamo aperto ai clienti degli Stati Uniti in pieno lockdown, il 1° aprile 2020, e registrato nei primi tre mesi un aumento del fatturato del 500%. Ora, gli Stati Uniti valgono il 35% del nostro fatturato, in continua crescita, e l’export in tutta Europa pesa il 45%, con particolare successo in Germania e in Inghilterra”, aggiunge.

  • La Fed è un pericolo pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 30 agosto 2022

    Come ogni anno, nell’ultima settimana di agosto l’attenzione del mondo della finanza internazionale è puntata sul seminario organizzato dalla Federal Reserve Bank di Kansas City nella cittadina di Jackson Hole tra le montagne del Wyoming. Il tema di quest’anno è «Riesaminare i vincoli su economia e politica», per cercare di far fronte all’inflazione galoppante e alla recessione incipiente. In altre parole alla stagflazione.

    Dal discorso del presidente della Fed, Jerome Powell, emerge la mancanza di ammissione degli errori fatti in passato. Invece, egli avverte che, per mettere sotto controllo l’inflazione, sarà necessario uno sforzo prolungato e doloroso per le famiglie e le imprese.

    Egli parla di alti tassi d’interesse per un periodo più lungo, sperando che «a un certo punto sarà opportuno rallentare il ritmo degli aumenti». Purtroppo, come sempre, gli effetti delle politiche monetarie della Fed si riverseranno su tutto il resto del mondo, in particolare sui Paesi emergenti e sull’Europa.

    Per capire sia la grave situazione sia la «pochezza» della visione e della politica del banchiere centrale è il caso di ricordare quanto disse nei due passati incontri di Jackson Hole. Nel 2021 si distinse per le affermazioni relative alla «temporaneità» dell’inflazione, che, secondo lui, sarebbe tornata sotto il fatidico, magico 2%. Un «wishful thinking», un pio desiderio.

    Nel 2020, invece, Powell affermò che avrebbe continuato ad acquistare asset fino a ottenere progressi sostanziali quali la massima occupazione e la stabilità dei prezzi. «La mia opinione, disse, è che il test di un nuovo progresso sostanziale sia stato soddisfacente per quanto riguarda l’inflazione». Un altro abbaglio. Oggi il bilancio della Fed è di 9.000 miliardi di dollari, con un aumento di circa 4.800 miliardi dal Covid del 2020.

    Nel discorso di qualche giorno fa, egli ha spiegato la crisi in corso negli Stati Uniti affermando che «l’alta inflazione attuale è il prodotto di una forte domanda e di un’offerta limitata». Ancora una volta l’abusata e semplicistica legge del mercato, dove domanda e offerta non trovano equilibrio. In questo modo si cercano delle spiegazioni e delle giustificazioni oggettive per coprire le politiche finanziarie «soggettive», cioè le decisioni e i comportamenti errati e tolleranti verso le speculazioni e le innumerevoli bolle del debito.

    La politica del tasso zero e degli acquisti di titoli attraverso i quantitative easing hanno gonfiato a dismisura il debito pubblico e privato. Siamo in una situazione peggiore di quella del 2008, con un’incipiente crisi finanziaria con effetti globali. Infatti, tutti gli strumenti di «gestione della crisi» sono già stati utilizzati!

    Powell ha affermato che, dalle crisi economiche dei passati cinquanta anni, ha imparato tre lezioni.

    La prima lezione è che «la banca centrale può e dovrebbe assumersi la responsabilità per raggiungere un’inflazione bassa e stabile». Troppo ovvia. Ci mancherebbe altro.

    La seconda lezione riguarda il fatto che «le attese pubbliche rispetto all’inflazione futura possono giocare un ruolo importante nel tracciare il percorso dell’inflazione nel tempo».

    Quando mancano i programmi e le politiche ancora una volta si ricorre alla psicologia più spicciola per rimpiazzare l’economia. Powell spera che non ci siano altri «grandi choc» e ricorda la Great Inflation del 1979 quando l’allora governatore della Fed, Paul Volcker, intervenne con alti tassi d’interesse. Dimentica, però, di dire che nel giugno 1981 il tasso era del 20%!

    La terza e ultima lezione sarebbe stare sul pezzo fino alla fine, a qualunque costo. Ricorda che nei 15 anni precedenti l’inizio degli anni Ottanta tutti i tentativi di contenere l’inflazione fallirono. In seguito, Volcker impose «una politica monetaria molto restrittiva per un lungo periodo». Prospettiva amara.

    Veramente l’ottimismo è poco. Ovviamente le tensioni geopolitiche tra gli Usa, la Cina e la Russia contribuiscono a ridurre ancora di più le speranze di affrontare insieme anche le grandi sfide economiche, finanziarie e monetarie globali. L’unico spazio operativo rimasto è il G20, che alcuni addirittura vorrebbero smantellare.

    Spazi enormi per l’Europa si aprono se vuole giocare a tutto campo il ruolo di pacificatore, da un lato e, dall’altro di riformatore del sistema economico, finanziario e monetario tra i Paesi del cosiddetto mondo occidentale e i Paesi degli altri continenti, a partire dalla Cina.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Milano città più cara d’Italia per fare la spesa alimentare, costa il doppio di Napoli

    Milano si conferma la città più cara dove fare la spesa alimentare, a Napoli si spende circa la metà. Ma ad Aosta spetta il primato dei servizi più costosi. Il dato emerge da una indagine del Codacons che ha messo a confronto prezzi e tariffe di un paniere di beni e prestazioni nelle principali città italiane, per capire come cambia lo scontrino medio degli italiani a seconda della zona di residenza.

    Sul fronte degli acquisti alimentari a Milano, per riempire un carrello contenente prodotti che spaziano dall’ortofrutta al pesce, si spendono circa 116 euro, il 17,7% in più della media nazionale e addirittura il +54% rispetto alla città più economica, Napoli, dove per gli stessi acquisti bastano 75 euro.

    Per i servizi, dal ginecologo al dentista, passando per tintorie e parrucchieri, è Aosta la città dove si spende di più, con una media di 458 euro per un paniere ad hoc, il 29,7% in più sulla media nazionale. Tra le città più costose figurano anche Trento e Bologna mentre le più economiche, in base allo studio del Codacons, sarebbero Napoli, Pescara e Palermo.

    Non mancano le curiosità: per il taglio capelli uomo conviene trasferirsi a Catanzaro, dove bastano appena 14,29 euro contro i 26,3 euro di Trieste, il cappuccino meglio a Roma (1,18 euro) che a Trento (1,68 euro), mentre per lavare e stirare un abito in tintoria i cittadini di Torino spendono in media 8,43 euro, il 25% in meno della media nazionale. Il petto di pollo più economico è venduto a Pescara (in media 8,82 euro al kg), le alici più “salate” a Roma (9,71 euro al kg), proibitivo il salmone a Milano (quasi 30 euro al kg).

  • I monopoli ed i “liberali all’italiana”

    E’ ormai conclamato che il nostro Paese è l’unico, negli ultimi trent’anni, in tutta Europa, a registrare una crescita negativa (-3,4%) della ricchezza disponibile per i cittadini italiani a fronte, nel medesimo periodo, di una crescita in Germania del +34,7%. Questo diverso andamento del “benessere economico” è stato determinato sostanzialmente da due visioni di crescita economica sostanzialmente fallimentari.

    Nella prima la ragione del declino economico del nostro Paese viene perfettamente rappresentata dal fallimento della politica governativa di qualsiasi ispirazione ideologica e sempre basata sui “benefici effetti” della costante crescita della spesa pubblica e, di conseguenza, del debito.

    Nel secondo caso, invece, vengono  messi  a nudo  gli infantili postulati che hanno caratterizzato il pensiero liberale degli ultimi trent’anni in relazione ad una transizione monopolistica e la conseguente gestione.

    Andrebbe, infatti, ricordato come un monopolio statale manifesti le proprie negatività anche con una degenerazione dei servizi e contemporaneamente con la ricerca di priorità gestionale che si manifestano attraverso il conseguimento di obiettivi personali o di  lobby, ovviamente a scapito dell’utenza.

    L’esempio più classico della inefficienza dei monopoli statali viene rappresentato dall’elefantiaco complesso della pubblica amministrazione. Anche se con il lodevole obiettivo di risolvere questo pantano normativo il variegato, e spesso assolutamente autoreferenziale, mondo liberale ha sempre indicato nella privatizzazione di ogni  monopolio la soluzione ad ogni problema. Esattamente come nel caso di una gestione  pubblica, anche nella gestione privatistica di un monopolio chiunque avrebbe intuito come gli obiettivi primari sarebbero stati facilmente individuabili nel  massimo ritorno dell’investimento (Roe) e comunque sempre a scapito del contribuente o nello specifico dell’utenza.

    La vicenda autostrade in cui, per puro spirito speculativo finalizzato al vile conseguimento del massimo rendimento degli investimenti, sono state ridotte del 98% le spese di manutenzione, con la compiaciuta complicità anche dello Stato, che ha portato alla morte di quarantatré (43) persone, ne rappresenta l’esempio più eclatante.

    In piena crisi energetica il gestore nazionale dell’acquisto e della distribuzione del Gas, con due fondi privati come soci, rappresenta, ancora una volta, l’ennesima infantile evoluzione di un pensiero liberal scolastico che  non si attaglia alla realtà economica complessa.

    Qualsiasi monopolio, in quanto tale, deve essere sottratto all’interesse privato, presente sia nella gestione pubblica che privata poiché viene meno a un principio liberale fondamentale che rimane quello della concorrenza.

    In altre parole, molti ancora oggi  credono che le privatizzazioni, ancora oggi, siano  in antitesi con un’economia statalista/socialista.

    Viceversa, nella gestione di qualsiasi monopolio non ha alcuna importanza se il principale azionista sia pubblico o privato perché alla fine gli extracosti (necessari a conseguire gli obiettivi politici o economici) andranno sempre a pesare sull’utenza finale.

    Un pensiero talmente semplice che dimostra quanto il variegato mondo liberale  sia in ritardo culturale perlomeno di una  trentina d’anni necessari per comprendere come anche queste politiche di trasferimento dei monopoli dello Stato ai privati abbiano creato una diminuzione della ricchezza disponibile in parte causata da un aumento dei costi dei servizi.

Back to top button