Economia

  • Release G20: la proposta per lo sviluppo dell’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

    Lo sviluppo e il futuro dell’Africa sono sempre menzionati nelle conferenze internazionali dei Paesi cosiddetti avanzati. Ma spesso ci si ferma a mere parole vuote o a pochi aiuti caritatevoli.

    Eclatante è il caso della pandemia: nessuna sospensione dei brevetti dei vaccini che permetterebbe la loro produzione anche in loco ma tante promesse di “regalare” centinaia di milioni di dosi in modi e tempi troppo incerti.

    Eppure, tutti sanno che le economie dei Paesi africani sono state colpite duramente, in particolare quelli della regione sub sahariana. Sono state già penalizzate dalla Grande Crisi per responsabilità altrui.

    Si aggiunga che nei prossimi tre anni il debito pubblico dei Paesi africani supererà i 950 miliardi di dollari.

    In questa situazione povera di idee e di interventi concreti, vi è, per fortuna, una iniziativa lungimirante, la proposta del cosiddetto “Release G20”, fatta da un gruppo di ong italiane impegnate nella cooperazione internazionale, coordinate dall’organizzazione LINK2007 con sede a Milano. Essa propone la ristrutturazione e la riconversione di parte del debito in investimenti in valuta locale finalizzati agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

    Nello specifico, si propone una conversione flessibile, totale o parziale, del debito sovrano di uno Stato africano debitore in un fondo in valuta locale. Ciò garantirebbe l’alleggerimento del peso del debito e nello stesso tempo favorirebbe il progresso delle comunità tramite l’avvio di investimenti produttivi di medio-lungo termine. Il fondo sarebbe gestito dal governo del singolo Stato, il quale, in assenza di pressioni dovute al debito, potrebbe promuovere e realizzare i progetti di sviluppo.

    Al fine di garantire il rispetto dei principi di trasparenza, efficacia e accountability, “Release G20” prevede l’utilizzo di efficaci meccanismi di monitoraggio e di supervisione da parte del Ministero delle finanze dello Stato interessato e il coinvolgimento degli altri ministeri competenti e delle organizzazioni della società civile. Questi strumenti e procedure servirebbero a rafforzare le capacità amministrative e operative nell’utilizzo dei fondi.

    La proposta è stata fatta pervenire al G20 a presidenza italiana. Pochi giorni prima della Conferenza ministeriale “Sviluppo” del G20 tenutasi a Matera il 29 giugno, essa è stata presentata in un incontro online, promosso dalla rete di ong LINK2007 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).

    Nel citato incontro online, cui hanno partecipato numerosi ambasciatori dei Paesi africani, il vice ministro Marina Sereni ha spiegato che «ridurre il debito dei Paesi più poveri è una sfida cui l’Italia non si sottrae, soprattutto ora che, con la crisi di Covid-19, diventa sempre più difficile, in particolare in Africa, perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu». Ha ricordato, inoltre, che “i ministri delle finanze del G20 stanno lavorando a strategie di finanziamento di questi obiettivi, accogliendo così le proposte che emergono, come nel caso di quest’incontro, dalle organizzazioni della società civile”.

    Ibrahim Assane Mayaki, responsabile di “NEPAD”, l’agenzia per lo sviluppo dell’Unione Africana, ha dichiarato che “la ristrutturazione del debito può aiutare l’Africa ad andare avanti a perseguire gli obiettivi dell’Onu in tutti i settori chiave”. Ha ricordato che “il continente perde circa 90 miliardi di dollari ogni anno a causa di flussi finanziari illeciti. Per tale ragione, “Release G20” è fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu”.

    La trasformazione del debito sovrano in investimenti per la ripresa post Covid-19 sarebbe auspicabile non solo in una prospettiva politica di rafforzamento della collaborazione tra gli Stati ma anche per qualificare la cooperazione internazionale con l’avvio di un’effettiva programmazione di investimenti orientati dai principi dell’equità e della sostenibilità.

    In un più recente incontro online organizzato dall’Eurispes, Roberto Ridolfi, presidente di LINK2007, ha invitato i Paesi BRICS a far propria e a sostenere con forza l’iniziativa “Release G20”. Il che non sarebbe irrilevante ai fini della sua concreta realizzazione.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Glory and Pride Made in Usa

    La foto apparsa sul Corriere della Sera esprime il sentimento di riconoscimento e di orgoglio del Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’industria ed in questo caso dell’Industria dei grandi mezzi di trasporto. In questa visita ad uno dei più grandi costruttori di camion statunitensi il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato che la pubblica amministrazione americana (il primo acquirente di beni e servizi al mondo) passerà immediatamente nell’acquisto dall’attuale 55% al  60%  di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per raggiungere il 65% nel 2024 ed il 75% nel 2029.

    La strategia per riprendersi dalle conseguenze devastanti della pandemia a livello mondiale per l’amministrazione Democratica statunitense è quella di  puntare sulla produzione di beni e servizi Made in Usa attraverso l’azione diretta della pubblica amministrazione.

    La foto è assolutamente impensabile per un leader italiano ed europeo e dimostra il sentimento di orgoglio  di un presidente degli Stati Uniti per il livello raggiunto ed espresso  attraverso i propri prodotti dal settore del trasporto merci. Una strategia che parte dall’orgoglio e dal riconoscimento del valore anche come volano esercitato all’interno dell’economia statunitense da questi fondamentali asset industriali.

    Contemporaneamente, tuttavia, questo orgoglio non impedisce alla stessa amministrazione statunitense di investire parallelamente in nuovi percorsi ferroviari tanto per le merci quanto per i cittadini. Quando una politica di sviluppo parte dal sincero sentimento di riconoscimento dei risultati ottenuti da tutti i settori economici, nessuno escluso, quanto dall’orgoglio per il  valore degli stessi come sintesi di investimenti in ricerca tecnologia (1) e know how industriale (2) e professionale (3) allora in questo rinnovato contesto di fiducia ogni investimento, anche in settori diversi, produrrà un effetto moltiplicatore sull’economia complessiva del paese avendo mantenuto e tutelato  la produzione nazionale e i suoi asset storici.

    L’amministrazione statunitense sta dimostrando al mondo e soprattutto all’Europa e all’Italia come la ripartenza dopo una grave pandemia debba trovare la propria ispirazione dal riconoscimento del valore espresso in tecnologia e capacità industriale e professionale che i prodotti attualmente esprimono offrendo loro nuove risorse finanziarie ma anche normative per un miglioramento anche a livello di impatto ambientale.

    L’Italia viceversa, e l’Europa in particolare, con la semplice introduzione del divieto di vendita dei motori endotermici dal 2035 di fatto annulla quel vantaggio tecnologico europeo dimostrando di non avere nessun sentimento di riconoscimento e quindi un sostanziale disprezzo per l’intera filiera produttiva e contemporaneamente nessun tipo di orgoglio per il livello tecnologico raggiunto e per  le potenzialità di sviluppo dei prodotti del settore automotive.

    Dalla foto emerge quindi la vicinanza di un Presidente degli Stati Uniti ad un settore industriale in particolare ma anche un’attenzione a tutte le filiere produttive  nazionali con l’introduzione di nuovi protocolli della pubblica amministrazione statunitense.

    Joe Biden esprime in questo modo il proprio riconoscimento con la  Gloria e l’Orgoglio  per il livello attuale dei prodotti americani.

    Glory and Pride Made in Usa

  • L’unico modello di sostenibilità in Italia

    Da tempo sostengo, inascoltato, come la carenza di manodopera che molte aziende denunciano da una parte sia sicuramente legata alla mancanza di figure tecnico-professionali, quindi da decenni di mancati investimenti nella  formazione professionale tanto degli enti statali quanto di quelli  regionali. Contemporaneamente questa mancanza di “professionisti” è  legata anche ad una abbassamento del livello retributivo offerto come espressione, specialmente nei livelli professionali più bassi, della concorrenza tra lavoratori.

    Nel secondo caso risulta fondamentale il ruolo giocato dalle cooperative le quali usufruendo di un regime fiscale assolutamente privilegiato si trasformano in fornitrici di manodopera a basso costo proprio in virtù di un regime fiscale che le favorisce. La vicenda della Grafiche Venete dopo uno scandalo simile alla Fincantieri denota il comportamento di alcune grandi aziende le quali crescono “importando  i costi della delocalizzazione“, cioè attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo fornita da cooperative esenti da ogni obbligo fiscale.

    Ecco perché da anni ad una crescita economica delle imprese in termini di fatturato e di occupazione solo parzialmente corrisponda in minima parte la crescita  dei consumi. Una dinamica economica che dovrebbe anche determinare minori  aspettative relative all’impatto economico ed occupazionale delle risorse europee del PNRR, in particolar modo nel settore infrastrutturale, molto simile alla dinamica perversa dei subappalti. Troppo spesso, infatti, questa crescita di fatturato e redditività è frutto di un abbassamento del livello retributivo per le figure professionali meno qualificanti e si manifesta anche attraverso ritmi e ore lavorate molto più simili ai paesi dell’estremo Oriente che non all’occidente avanzato.

    A questa depatrimonializzazione e svalutazione progressiva  del valore del lavoro si aggiunge il ruolo di figura “terza” dello Stato il quale assicura a tutto il mondo delle cooperative un regime fiscale assolutamente ingiustificato specialmente quando queste forniscono manodopera a basso costo. Si evita ogni commento sulla assenza totale di un controllo, anche superficiale, dei quadri dirigenti del variegato mondo della cooperazione.

    Da questa latitanza dirigenziale nascono cooperative prive di ogni controllo e molto spesso si trasformano in strumenti  di vessazioni inaudite.

    Mentre il Parlamento, come espressione della un sistema politico e sindacale, rimane distratto dalla lodevole  tutela delle minoranze  “di genere” non si cura della tutela di quel “genere” dei lavoratori in questi ambiti cooperativi.

    Il mondo delle imprese non può pensare di crescere semplicemente attraverso il fatturato il quale ovviamente rappresenta sempre il parametro principale. Contemporaneamente la stessa azienda deve contribuire in parte alla crescita economica dell’area geografica di appartenenza attraverso il lavoro valutato e retribuito con parametri occidentali. Questa nuova attenzione non può ovviamente tradursi in una specie di autarchia professionale cioè attraverso l’assunzione di  sola manodopera autoctona ma semplicemente con l’applicazione dei  contratti nazionali  integrati da quelli aziendali per quanto riguarda anche  la manodopera delle figure di più basso livello professionale. Un principio ormai disatteso, come dimostra questo pessimo esempio di una parte dell’imprenditoria veneta ma già evidente da anni nel settore dei servizi.

    Mai come ora la politica ed i sindacati cavalcano l’onda di un nuovo paradigma di sostenibilità con l’obiettivo di rilanciare la propria centralità di figure istituzionali dopo aver disatteso clamorosamente una delle principali  funzioni  legata alla tutela dei lavoratori, dimostrandosi, ancora una volta, incapaci di elaborare un quadro di sviluppo economico veramente sostenibile ed al tempo stesso compatibile con le esigenze minime dei lavoratori e delle professionalità espresse.

    Mai come ora il concetto di sostenibilità andrebbe rivisto adottando cosi parametri  legati al contesto economico italiano all’interno di un mercato globale e di conseguenza lontani dall’ ideologia di sostenibilità massimalista.

    Questa semplice scelta politica produrrebbe effetti notevoli sul benessere dei lavoratori e delle imprese e del contesto sociale nel quale operano (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Solo questo può rappresentare il modello di sostenibilità di cui ha bisogno il nostro Paese con l’obiettivo di assicurare una crescita economica unita a quella dei consumi e a quella sociale e culturale.

    P.S. A parte qualche caso isolato emerge il silenzio degli autori dei libri alla cui realizzazione partecipavano lavoratori pakistani con turni anche di 16 ore al giorno. Il mondo della cultura ha perso un’altra occasione per dimostrare la propria diversità dal mondo dell’ interesse economico speculativo. La cultura evidentemente ha un prezzo ed evidentemente è già stato ampiamente pagato come il silenzio degli autori dimostra.

  • Per Luxottica multa da 125 milioni dall’Antitrust francese

    Maxi-multa per Luxottica. L’antitrust francese ha sanzionato per oltre 125 milioni di euro il gruppo fondato da Leonardo Del Vecchio, primo fornitore di occhiali al mondo, per aver imposto, ai negozi di ottica in Francia, i prezzi di vendita al dettaglio degli occhiali e per avere inoltre vietato loro di vendere su internet. “Sanzione sproporzionata e priva di fondamento”, è stata la reazione di EssilorLuxottica, il colosso nato dalla fusione fra la società italiana e il gruppo di lenti transalpino.

    L’Autorità francese garante della concorrenza (Fca) ha inflitto multe, ma meno salate, anche ad altre due aziende dell’eyewear. Il conglomerato del lusso Lvmh si è visto comminare una multa di 500.000 euro per gli stessi motivi di Luxottica mentre Chanel è stata sanzionata per 130.000 euro solo per aver vietato agli ottici di vendere gli occhiali online. Rigettate invece tutte le accuse a Safilo, che si è detta soddisfatta.

    Vittime delle pratiche commerciali anticoncorrenziali sono stati “importanti marchi ottici nazionali” come Alain Afflelou, Krys, Optical Center e pure Gran Vision, la catena con 7.000 negozi nel mondo che EssilorLuxottica ha di recente acquistato per 7 miliardi di euro.

    Luxottica, multata in modo pesante in quanto leader del settore, tra il 2005 e il 2014, secondo l’antitrust francese, ha diffuso “prezzi cosiddetti ‘raccomandati’ ai suoi distributori e li ha incoraggiati a mantenere un certo livello di prezzi al dettaglio per i suoi prodotti”. Si tratta di marchi propri o in licenza: da Ray-Ban e Oakley passando per Chanel, Prada, Burberry, Bulgari, Dolce & Gabbana, Armani, Michael Kors, Miu Miu e Ralph Lauren.

    Per l’authority di Parigi l’azienda di Del Vecchio ha redatto liste di “prezzi raccomandati” e ha concluso contratti di distribuzione selettiva con i suoi distributori “interpretati come un divieto, in particolare, di sconti e promozioni al dettaglio” e “Gli ottici che persistevano nell’ignorare i messaggi di Luxottica erano soggetti a misure di ritorsione”. Vietata inoltre “la vendita online di occhiali da sole e montature per occhiali da parte degli ottici”, un’infrazione considerata tuttavia minore dall’antitrust.

    EssilorLuxottica ha annunciato che presenterà ricorso, “sicura di poter dimostrare che la decisione è sbagliata dal punto di vista fattuale e da quello legale”, ricordando che la decisione conclude un’indagine avviata nel 2005 “che era già stata considerata insufficiente dall’Fca nel 2017”.

  • Il mercato dei droni per la logistica ha raggiunto in Itali il valore di 73 milioni

    Negli ultimi anni i droni sono stati impiegati in diversi campi di applicazione, dall’automotive, al largo consumo, dal farmaceutico fino ad arrivare nel settore della logistica. E proprio sulle applicazioni dei droni in campo logistico si concentra una parte del nuovo Snapshot Last Mile Solutions, realizzato dal Dipartimento di Ricerca di World Capital, che analizza diversi case study in giro per il mondo.

    Un esempio concreto è quello di DHL Express, che ha stretto una partnership strategica con la società di veicoli aerei autonomi EHang per lanciare consegne con droni, al fine di affrontare le sfide dell’ultimo miglio in Cina. Le sue caratteristiche includono decollo e atterraggio verticale, identificazione visiva, pianificazione intelligente del percorso, volo completamente automatizzato e connessione e pianificazione in tempo reale. Il drone copre una distanza di circa otto chilometri tra la sede del cliente e il centro servizi DHL e il peso massimo supportato per il trasporto è di cinque chili.

    In campo logistico dunque si registra un grande fermento, evidenziato anche dal fatto che il 31% degli operatori del settore si mostrano interessati a introdurre progetti con droni entro i prossimi 3 anni in ambiti che vanno del trasporto, alla sicurezza, all’inventario di magazzino.

    “I droni rappresentano sicuramente un grande cambiamento, soprattutto per i processi della supply chain – commenta Andrea Faini, ceo di World Capital – L’impiego di questi strumenti tecnologici all’interno dei magazzini comporta una rivisitazione degli spazi immobiliari logistici, che dovranno essere pensati e costruiti al fine di migliorare l’interazione tra le macchine e le persone impiegate all’interno.”

    Dando uno sguardo generale sul mercato professionale italiano dei droni, nel 2020 il comparto ha registrato un valore di 73 milioni di euro, con una riduzione del 38% rispetto al 2019 causata dalle forti limitazioni e restrizioni imposte dalla pandemia. L’80% delle imprese dell’offerta sostiene però che il mercato avrà un forte sviluppo entro i prossimi 3 anni. Questo il dato stimato dalle ricerche condotte dall’Osservatorio Droni della School of Management del Politecnico di Milano, che si occupa di studiare il mercato, le applicazioni e la normativa dell’industria dei droni in Italia e all’estero.

    Nonostante l’impatto del Covid, la crisi pandemica ha dato una spinta ad alcune applicazioni, evidenziando il potenziale dei droni in specifiche attività, come per esempio il monitoraggio della popolazione, la consegna di materiale medico, la comunicazione delle linee guida sul distanziamento sociale e la sanificazione di immobili e strade. Sono infatti oltre 60 i progetti a livello internazionale nati come risposta all’emergenza sanitaria censiti dall’Osservatorio; di questi il 70% promossi da pubbliche amministrazioni.

    Oggi sono diversi i campi professionali in cui vengono utilizzati i droni: dalle utility, con l’ispezioni delle linee elettriche e delle infrastrutture lineari, all’ambito agricolo, dove queste tecnologie vengono impiegate per spargere sostanze sui campi.

    “Gli impieghi dei droni sono davvero molteplici e diffusi in tutti i Paesi del mondo. La pandemia ha rappresentato solamente una battuta d’arresto in un settore che sta attraversando un forte fermento e un’importante crescita di interesse e applicazioni. Ci aspettiamo sicuramente che questa tecnologia diventerà di utilizzo comune per le aziende entro i prossimi 3-5 anni” – commenta Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio Droni del Politecnico di Milano.

  • Clamoroso errore di comunicazione e strategia

    Considero francamente un grandissimo errore politico, ed anche sotto il profilo della comunicazione, quello di Mario Draghi e del suo governo nell’aver scelto la professoressa Fornero come consulente del governo in carica. Esistono moltissime figure professionali che possono arricchire le dinamiche governative in particolar modo in un momento così complesso.

    Rappresenta una scelta veramente sconcertante aver introdotto all’interno della compagine dei propri consulenti governativi una figura già ampiamente compromessa con il governo Monti, come l’ex ministro Fornero, ed anche per questo ancora oggi fortemente divisiva.

    In un momento, poi, in cui si chiedono ancora una volta alla cittadinanza ulteriori sacrifici, navigando assolutamente a vista relativamente alle problematiche della variante Delta, mentre contemporaneamente si allunga la lista delle multinazionali, specialmente nel settore Automotive, che avviano le procedure dei licenziamenti per le molte filiali industriali collocate nel nostro Paese.

    All’interno di una stagione ancora difficile, soprattutto per i cittadini, e a “soli” diciassette (17) mesi dall’inizio della pandemia, sarebbe stato sicuramente più opportuna una figura professionale nuova e, come ho detto prima, non divisiva in relazione al proprio operato come l’ex ministro del governo Monti.

    La percezione della distanza tra il governo in carica e buona parte della popolazione e degli elettori comincia a diventare imbarazzante soprattutto quando contemporaneamente lo stesso governo si appella ancora una volta ad un senso del bene comune con l’obiettivo di superare questo ulteriore terribile periodo.

    Risulta francamente imbarazzante come un Presidente del Consiglio, seppur privo di un qualsiasi mandato elettorale proprio per l’eccezionalità del momento storico, non dimostri alcuna attenzione per il sentiment generale e per le aspettative dei cittadini, i quali, dopo oltre un anno e mezzo di sacrifici, non possono ritrovarsi il ministro del governo Monti che ancora oggi non è n grado di indicare quanti fossero gli esodati.

    Una responsabilità, va ricordato, condivisa con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per la programmazione ed il coordinamento economico, tale Tabacci Bruno, vero superstite dalla prima Repubblica che ha cambiato nove (9) partiti, sempre per il “bene del Paese” ovviamente.

    È mai possibile che non esista nell’emisfero occidentale un professionista (F/M) non ancora in pensione ed ovviamente non compromesso come la pensionata (dal 2018) Fornero? Il classico caso di un errore di comunicazione e strategia che esprime il senso di lontananza tra la presunzione del governo e le aspettative dei cittadini.

  • African universities face greatest-ever challenge to educate future digital revolution leaders

    Sub-Saharan Africa has the lowest rates of access to quality education in the world. A recent UNESCO report shows that well over half of teens aged 15 to 17 are out of school, without the possibility of resuming school.  Access to education is a prerequisite enabler in achieving the United Nation’s Sustainable Development Goal 4 by “ensuring inclusive and equitable quality education and promoting lifelong learning”, but, unfortunately, the continent is projected to fall short of its education commitments for 2030.

    As governments commit available, but meagre, resources to combat the raging coronavirus pandemic and to bolster their dwindling economies, analysts fear that education will miss out on the priority list despite its critical relevance to the development of Sub-Sahara Africa.

    While primary education remains a most pressing matter in terms of international development initiatives, the Sub-Saharan university system has peculiarly escaped the attention of policymakers. Keeping African youth invested in the continent’s, in spite of its high levels of brain drain, is an emerging concern.

    “If we don’t look after them, if we don’t equip them, if we don’t give them the propers skills and prepare them, then they’re not going to be useful in the labor market”, Cynthia Samuel-Olonjuwon, the International Labour Organisation Regional Director for Africa, told African leaders.

    Angolan entrepreneur, Mirco Martins, warns that the continent risks the consequences of creating a lost generation if Africa’s youthful population does not acquire relevant education and skills. In what he called a “double-edged dynamic” of African demographics, Martins observes that whereas Africa boasts of a population growing younger by the day compared to the global North, its immensely untapped human resources will likely waste away, instead of benefiting it.

    Martins advises that African leaders should expand access to higher education on key enabling technologies to underpin the youthful Sub-Saharan workforce as the backbone of the region’s digital revolution.

    Writing in the Africa Report, Kenyan-born Dr. Lydiah Kemunto Bosire contests the argument that brain drain is a factor in the diminishing returns of Africa’s education system. She argues that more sophisticated analyses are needed to understand migratory flows in and out of the continent. Instead, she opines, African leaders “should be alarmed about our low capacity to compete in a context where talent is global.”

    University World News’ Chang Da Wan points to the African continent’s universities as the problem. Graduates in the global South “are trained for jobs in a more advanced economy, but may not have the knowledge, skills and capability to contribute meaningfully to the society to which they belong,” he writes.

    The technology magazine Interesting Engineering notes that by 2050, growing access to the internet; improvements in technology; distributed living and learning; and a new emphasis on problem-solving will have changed the nature and trajectory of education in the global South.  Africa’s growing digitization may accelerate the quicker upskilling and access to higher education.

    Digitization of education in Africa is corroborated by a recent report suggesting that South Africa leads globally in learning practical STEM trades via smartphones. “We’re seeing more people learning online, especially women, who have since embraced what has historically been seen as male-oriented disciplines,” Anthony Tattersal, vice-president of Coursera EMEA, who published the study, told ItWeb.

    A number of initiatives are underway to ensure the most marginalised are not left out of the digital revolution. For instance, the University of Pretoria’s Future Africa partnership with Nepoworx is training students on green skills and enabling undertake enterprise development, and sustainability research. The program seeks to upskill 900 youth, women and entrepreneurs over the next three years to enable them to participate in the green economy.

    Undoubtedly, advancing practical skills in engineering, science, and technology is essential in closing in on unemployment, inequality, and infrastructural gaps. With foreign direct investment targeting SDGs, private sector financing for higher education, both locally and abroad, could come in handy. Such investment in human capital is a sure way to supply the human resources that are necessary to shake up the whole of Africa with innovative and new ways of thinking.

  • In 10 anni gli italiani hanno dovuto pagare 46 miliardi in più di tasse

    Decennio ‘amaro’ per le famiglie italiane, culminato con la crisi Covid, che ha eroso ulteriormente il loro potere d’acquisto: a partire dal 2011, il Prodotto interno lordo è salito di 2,8 miliardi, mentre la pressione fiscale è cresciuta di 46 miliardi. A metterlo nero su bianco il Consiglio e la Fondazione nazionali dei commercialisti, il cui Osservatorio ha censito “333.000 famiglie, il 20% in più rispetto al 2019”, precipitate, a causa dei fendenti della pandemia, “nell’area della povertà assoluta”, mentre il ‘peso’ dei tributi non si è attenuato. L’anno passato, infatti, “la pressione fiscale generale pari al 43,1%, è aumentata di 0,7 punti di Pil, mentre quella delle famiglie, pari al 18,9%, è cresciuta di 1 punto di Pil”, si legge nel dossier.

    La perdurante congiuntura economica negativa del decennio passato ha depresso fortemente i guadagni, poiché “dal 2003 al 2018, il reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore”, e nel contempo è incrementato il divario Nord-Sud (+1,6%), arrivando a raggiungere i -478 euro al mese. Laddove, poi, in casa prevale il reddito da lavoro autonomo, la crisi ha colpito ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%, recita l’analisi dei professionisti. Nel Mezzogiorno, viene sottolineato, la spesa mensile media di una famiglia nel 2020 risulta pari al 75,2%, rispetto ad una che vive nelle regioni settentrionali: 1.898 contro 2.525 euro.

    Appare, perciò, “evidente” come i nuclei della Penisola, su cui grava il peso dell’Irpef, hanno pagato e continuano a pagare un conto salatissimo a causa degli squilibri macroeconomici e di finanza pubblica del nostro Paese, dichiara il presidente dei commercialisti Massimo Miani, visto che “la principale imposta italiana, includendo anche le addizionali locali, nel 2020 ha raggiunto il livello di 191 miliardi, pari all’11,6% del Pil”.

  • L’inflazione Usa è già al 3,1%

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 luglio 2021.    

    Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali.

    L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che «per la prima volta dagli anni Ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva». È la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo.

    I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro.

    Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto, il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale.

    Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse, ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari.

    È vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia.

    Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Fed hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente «transitorio». Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, «transitorio» è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare.

    Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l’attuale aumento dell’inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi.

    C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di «inflazione controllata» del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Le cinque truffe finanziarie più frequenti

    Sono cinque le più grandi truffe finanziarie che gli esperti finanziari hanno visto finora nel 2021. Come riporta Wall Street Italia del 30 giugno, riprendendo un post apparso su BusinessInsider, le grandi trappole sono:

    Truffa dell’identità sintetica

    Uno dei nuovi tipi di frode emersi quest’anno è simile al furto d’identità, ma l’hacker non arriva a conoscere l’intera identità della persona. Si chiama “frode d’identità sintetica”. “È come la frode del furto d’identità, ma in questo tipo di frode alcune informazioni vengono rubate da un individuo e alcune informazioni sono fittizie”, dice l’esperto finanziario Nabity. “Per esempio, il nome può essere fittizio ma l’indirizzo viene rubato per ottenere l’autorizzazione da un’organizzazione. Queste informazioni vengono poi utilizzate per aprire conti falsi e fare transazioni. In questo caso, l’uso di un indirizzo può danneggiarti”. Quindi, come si può evitare tutto questo? Nabity consiglia di creare una password unica e indecifrabile per ogni nostro account online.

    Criptovalute senza valore

    Il 2021 è stato finora un anno in cui sempre più persone hanno iniziato a parlarne e a mostrare interesse nell’investire nel settore cripto. Secondo il consulente finanziario RJ Weiss, una delle più grandi truffe di denaro finora nel 2021 è stata quella degli influencer che spingono i loro follower a investire in criptovalute senza valore e senza rivelare che sono pagati per farlo.

    Teorie di short-squeeze

    Chi non ricorda il caso GameStop? Da lì, è stato un susseguirsi di post riguardanti teorie di short-squeeze. “Questi post sono pieni di disinformazione, propaganda e sciocchezze. Molti post dicono esplicitamente di ignorare i dati di mercato contrari alla loro tesi”, dice un altro esperto. “La verità è che i veri short squeeze sono rari e sono spesso confusi con le normali bolle speculative.

    Truffe con i soldi dei sosia delle celebrità

    Le persone sono sempre alla ricerca della prossima cosa migliore in cui investire o fare soldi, e spesso, quando sentono il nome di una celebrità, pensano automaticamente che l’opportunità sia credibile. Tendenza 2021 nel mondo delle truffe finanziarie è quella che coinvolge sosia di persone famose come il CEO di Tesla Elon Musk. “In una truffa, i fantomatici portavoce di Musk affermavano che stavano tenendo un ‘evento speciale’ e pubblicavano un link correlato chiedendo l’invio di una certa quantità di criptovaluta entro un periodo di tempo molto breve, promettendo un ritorno a volte doppio”.

    Misure di stimolo e truffe COVID-19

    Con i ristori e le misure di stimolo che arrivano nei conti delle persone in momenti diversi in considerazione della crisi COVID-19, i truffatori hanno trovato un’opportunità per prendere soldi in molti modi diversi. Una delle truffe più comuni del 2021 finora hanno coinvolto proprio ristori e assegni elargiti per il covid. “Che sia via testo, e-mail o telefonata, questi truffatori hanno detto tutti la stessa bugia, che è necessario ‘confermare’ le proprie informazioni personali prima di poter ricevere l’assegno. Una volta consegnato il tuo numero di previdenza sociale e altri dati, sei fritto”, dice l’analista Dvorkin.

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