Economia

  • Il nuovo record del debito pubblico italiano

    2755 miliardi: a questo ammonta il nuovo record del debito pubblico italiano mentre contemporaneamente, da molti mesi ormai, si leggono teorie economiche basate su principi squisitamente scolastici in base ai quali l’inflazione ridurrebbe il peso del debito pubblico.

    Questa visione economica prende spunto da un modello matematico e non, come la realtà in continua evoluzione dimostra, da una analisi complessa all’interno di un articolato mercato finanziario nel quale i creditori, cioè i sottoscrittori dei titoli del debito pubblico, tendono sempre ad aumentare le proprie aspettative in termini di interessi corrisposti in virtù proprio del maggior rischio legato all’inflazione.

    Questi modelli scolastici possono anche fare parte di un bagaglio culturale ma la mancata attualizzazione rispetto ad un nuovo e complesso mercato globale ne esclude l’applicazione e soprattutto le impossibili aspettative anche del governo in carica.

    La Banca d’Italia pone fine a discussioni e teorie adottate dai sostenitori tanto della compagine governativa attuale quanto, in passato, da Calenda e Padoan del governo Renzi nel 2016 i quali erano favorevoli ad un aumento dell’IVA proprio per innescare una spirale inflattiva.

    Allora come oggi l’obiettivo è quello di ottenere l’illusione di una riduzione del debito pubblico quando invece si verifica, ma solo per un periodo molto limitato, un miglioramento del rapporto tra debito pubblico e PIL avendo quest’ultimo un aumento nominale proprio legato all’inflazione.

    L’errore grossolano emerge chiaro dall’attribuzione di un valore “positivo” all’inflazione in termini di riduzione del debito pubblico come espressione della differenza tra il tasso di interesse corrente pagato dallo Stato con quello che indica la perdita di valore della moneta. Un corretto confronto invece andrebbe proposto nella valutazione della differenza tra i tassi applicati ai titoli del debito in scadenza e quelli sicuramente superiori richiesti in presenza di una spirale Inflattiva dai nuovi finanziatori.

    Viceversa il diverso valore tra il tasso di inflazione e quello degli interessi sul debito pubblico indica chiaramente il valore della depatrimonializzazione degli asset economici italiani espressi in valuta in costante perdita di valore.

    Sembra incredibile come non ci sia stata nessuna evoluzione intellettuale dal momento dell’apprendimento delle teorie economiche alle sempre più complesse dinamiche dei mercati finanziari contemporanei tanto in ambito politico e governativo quanto in ambito accademico.

    Contemporaneamente emerge anche come non ci sia stato ancora oggi un aggiornamento all’interno dei testi di economia nei quali accanto al modello classico relativo agli illusori vantaggi attribuibili all’inflazione nell’andamento del debito pubblico vengano quantomeno illustrate le complesse dinamiche dei mercati finanziari del terzo millennio che rendono gli effetti congiunti dei tassi di interesse e dell’inflazione nel loro complesso sempre più marginali.

  • Quale futuro

    Quale futuro, viene da chiedersi, potrà mai avere un Paese nel quale i partiti si adoperano a favore del prolungamento delle concessioni balneari (che mi vede favorevole ad un periodo di transizione) fino a cinque anni con la previsione anche di un possibile indennizzo quando, contemporaneamente, vengono “messe a gara” le concessioni idroelettriche che rappresentano il 40% di quella energia sostenibile la quale, unita allo sfruttamento dei notevoli giacimenti di gas naturale dei quali il nostro Paese è dotato (invece di investire sui rigassificatori finalizzati all’import di gas), determinerebbe la vera ed unica via verso una maggiore indipendenza energetica da ogni forma di import di prodotti energetici?

    Solo in questo modo si potrebbe preservare e sviluppare un asset fondamentale nell’ottica di uno sviluppo del nostro Paese libero da ricatti politici o bellici grazie ad una maggiore indipendenza energetica.

    Adottare, invece, ancora una volta, la scolastica applicazione del principio della concorrenza porterebbe il nostro Paese ad una situazione di vulnerabilità proprio come già accade ora in tempi di guerra e pandemia. In questo senso andrebbe ricordato come la privatizzazione dell’ENI, spacciata per una sorta di efficientamento del settore pubblico, alla fine abbia visto l’ingresso di due fondi privati all’interno della società la quale, ora, come da copione, specula sull’aumento della quotazione del prodotto finanziario legato al Gas pur godendo di forniture di gas con contratti a lunga scadenza, quindi con prezzi sostanzialmente stabili.

    Nonostante ci si dimostri non ancora in grado di comprendere la lezione strategica ora si intende adottare la medesima strategia per le concessioni idroelettriche le quali, invece, rappresentano, pur con i necessari adeguamenti tecnologici ed investimenti, un asset strategico fondamentale nel settore dell’approvvigionamento energetico che non può essere soggetto a speculazioni private (e tantomeno estere) come le recenti privatizzazioni hanno dimostrato con la vicenda Autostrade (ponte Morandi) ed Eni, attualmente attiva con la propria azione speculativa finalizzata alla massificazione del Roe dei fondi privati ora azionisti.

    Potrebbe essere molto utile ricordare a questi professionisti dei paradigmi liberali sic et nunc ed impermeabili ad ogni tipo di aggiornamento come le privatizzazioni con l’adozione del principio di libera concorrenza, se veramente venissero adottate per il raggiungimento di un miglioramento del servizio/prodotto ad un prezzo più equo, non dovrebbero avere mai come oggetto dei Monopoli, ed a maggiore ragione se infrastrutturali, i quali sono per loro stessa natura indivisibili mentre invece possono venire applicate piuttosto ai servizi a questi collegati .

    Viceversa la classe politica italiana si batte strenuamente a favore della concessioni balneari anche in previsione di un ritorno elettorale immediato nel voto amministrativo o per le prossime elezioni politiche del 2023 e pongono le basi per la cessione di un importantissimo asset energetico come le concessioni idroelettriche italiane a capitali ed interessi privati i quali possono declinare anche verso forme speculative.

  • Il Fondo europeo per gli investimenti sostiene il finanziamento di infrastrutture marittime sostenibili

    Il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) ha effettuato un investimento iniziale di 70 milioni di euro nel Fondo per le infrastrutture marittime sostenibili, gestito da Eurazeo. L’investimento del Fondo europeo per gli investimenti beneficia del sostegno del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), il principale pilastro del piano di investimenti per l’Europa. Il Fondo per le infrastrutture marittime sostenibili mira a sostenere la transizione del settore marittimo globale verso un’economia neutra in termini di emissioni di carbonio entro il 2050, in linea con l’obiettivo del Green Deal europeo di azzerare le emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050.

    Con un totale di 200 milioni di euro raccolti, a tutt’oggi il fondo ha già raggiunto più della metà del volume previsto. L’investimento totale contribuirà a finanziare tre attività principali: navi dotate di tecnologie rispettose dell’ambiente che utilizzano carburanti più efficienti o alternativi, attrezzature e infrastrutture portuali innovative a sostegno della transizione verde, nonché risorse che sostengono lo sviluppo delle energie rinnovabili offshore.

    Soddisfazione è stata espressa dal Commissario per l’Economia,Paolo Gentiloni che ha dichiarato: “Data la grande quantità di merci trasportate quotidianamente sui nostri oceani, è chiaro che il settore marittimo debba apportare un contributo significativo al nostro obiettivo di neutralità in termini di emissioni di carbonio entro il 2050. Il fatto che il piano di investimenti per l’Europa contribuisca a sostenere questo fondo per le infrastrutture marittime sostenibili è un’ottima notizia. Questa operazione getta le basi per un solido finanziamento a favore di navi e infrastrutture portuali più sostenibili al fine di promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili offshore.”

    Finora il piano di investimenti per l’Europa ha mobilitato 546,5 miliardi di euro di investimenti a favore di oltre 1,4 milioni di piccole e medie imprese.

    Fonte: Commissione europea

  • L’ortofrutta traina il Made in Italy, export da record

    Vola l’export di frutta e verdura tricolore che con i quasi 5,6 miliardi di euro archiviati nel 2021 – un numero che vale un +8% sull’anno precedente – fa segnare il suo record storico e trascina verso nuove vette il comparto agroalimentare, fiore all’occhiello di un ‘Made in Italy’, atteso – dopo i fasti degli ultimi mesi – a mantenere una velocità di crociera spedita nonostante le difficoltà imposte dall’aumento dei prezzi per energia e  materie prime e dal protrarsi del conflitto in Ucraina. A celebrare l’exploit dell’ortofrutta italiano e a guardare con “ottimismo” al futuro prossimo è Macfrut, salone internazionale del settore in cartellone alla Fiera di Rimini, fino a venerdì.

    “Penso che siano giorni importanti per la filiera agroalimentare, per il settore primario, per l’ortofrutta, per il settore avicolo – ha scandito all’inaugurazione della kermesse romagnola il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli – riapre una fiera importante per il nostro Paese e per il Sistema Paese, nuovamente in presenza, nuovamente con tante persone: è un bel segnale di ripresa”. Comunque da confermare.

    Adesso, ha argomentato infatti Patuanelli, “la sfida è quella di produrre cibo di qualità in quantità sempre superiori e sempre in aumento perché siamo sempre di più su questo pianeta. L’innovazione – ha sottolineato – è l’unico strumento che abbiamo per arrivarci. La capacità di trasferimento tecnologico, il dotare di strumenti per l’agricoltura di precisione tutte le aziende del Paese è l’obiettivo: solo in questo modo – ha chiosato – riusciremo a consumare meno input ambientali e a livello globale produrre più cibo”.

    Un traguardo da raggiungere partendo da una fiera, ha puntualizzato il presidente di Macfrut, Renzo Piraccini, che “si apre nel segno dell’ottimismo nonostante il clima di grande incertezza e le tensioni internazionali conseguenti alla guerra in Ucraina che speriamo possano rapidamente rientrare”. Ottimismo, evidenzia, dato dai numeri della rassegna con 830 espositori di cui il 28% esteri, dal 2021 chiuso “con la cifra record di 5,6 miliardi di esportazioni” e da una “campagna commerciale che si apre finalmente sotto i migliori auspici”.

    Al centro della fiera romagnola, giunta alla sua 39esima edizione, diverse novità a partire dall’International ‘Cherry Symposium’, in omaggio alla ciliegia, frutto simbolo di quest’anno; il primo salone europeo dedicato al mondo delle spezie, erbe officinali ed aromatiche, lo ‘Spice & Herbs Global Expo’, che fa il suo esordio con oltre 50 espositori in rappresentanza dell’intera filiera mentre è l’avocado il frutto esotico al centro della terza edizione del ‘Tropical Fruit Congress’.

    In scena nel quartiere fieristico di Rimini, ancora, ‘Biosolutions International Event’, salone internazionale  dedicato ai prodotti naturali per la difesa, nutrizione e biostimolazione delle piante e tanto spazio alla ‘Smart Agriculture’ con le ultime novità in fatto di droni, robot e sensoristica a tutela dell’agricoltura e della sua sostenibilità.  Particolare attenzione, poi, anche al continente africano con gli ‘Africa Days’ e la presenza, all’inaugurazione del salone di Alitwala Kadaga, ministra per le politiche comunitarie dell’Uganda e Gourouza Magagi Salmou, ministra dell’Industria e imprenditoria del Niger. In contemporanea a Macfrut, infine, si è aperto il ‘Poultry Forum’, evento internazionale dedicato al settore avicolo.

  • Il significato ancora incompreso dello spread

    Era il novembre 2011 quando lo spread toccò i 575 punti base e qualcuno ancora oggi crede che vada attribuito alla “competenza” del governo Monti la successiva  riduzione, quando invece fu proprio Draghi, come presidente della BCE, attraverso l’acquisto al mercato secondario di tutti i titoli invenduti del debito pubblico italiano, a permettere la sua riduzione fino a quotazioni accettabili. Una strategia del presidente della BCE che vide la netta opposizione della Germania tanto da richiedere una discussione animata al Bundestag risolta con una approvazione obtorto collo alle politiche monetarie operate dalla Banca europea.

    In pratica questo atto di generosità “europea” altro non fu se non l’anticipazione di quel Quantitative  Easing, poi adottato dal 2016 dalla BCE, a favore di tutti i titoli europei del debito pubblico con l’obiettivo di fornire gli strumenti finanziari all’incremento della crescita economica.

    L’andamento del valore dello spread, quindi, o meglio della differenza dei rendimenti tra i bund tedeschi ed i titoli del debito pubblico italiano, indicava sostanzialmente, allora come oggi, il livello di credibilità attribuibile alla guida politica e governativa del nostro Paese.

    In più questa  valutazione si estende alle conseguenti strategie adottate dall’Italia espresse da quel mondo finanziario al quale il nostro Paese si rivolge per finanziare il proprio debito.

    L’altalenante andamento del valore dello spread è stato spesso  “interpretato”  dalla classe politica italiana  a proprio uso e consumo, talvolta è stato persino indicato anche come uno strumento di pressione nei confronti di un particolare schieramento politico alla guida del Paese.

    Queste imbarazzanti e sostanzialmente povere di contenuti analisi altro non rappresentavano che le espressioni di competenze quantomeno parziali e probabilmente anche di piccoli interessi di bottega politica. Queste sempre legittime interpretazioni oggi  si sciolgono come neve al sole nel periodo storico in cui alla guida del nostro Paese siede  la massima espressione del potere finanziario europeo e mondiale del recente passato: Mario Draghi.

    Come non ricordare le teorie complottiste di esponenti politici, ancora oggi all’interno del governo, i quali vedevano nell’andamento dello spread la volontà di influenzare le scelte del nostro Paese e della sua maggioranza a sostegno del governo. Quando, invece, l’andamento dello spread  rappresentava solo una classica espressione di sfiducia nei confronti di tutti i governi che dal 2011 ad oggi si sono alternati alla guida del nostro Paese i quali, seppure con alcune specificità, hanno sempre e solo aumentato la spesa pubblica contemporaneamente alla pressione fiscale.

    Andrebbe ricordato agli autori di tali tesi come la finanza,  specialmente se speculativa, non esprima alcun sesso o genere né tantomeno un senso di appartenenza ad uno specifico contesto politico ma semplicemente si allea alternativamente basandosi solo ed esclusivamente sul parametro del proprio interesse  immediato e magari speculativo.

    Il  fatto che oggi, poi, questo valore espresso dallo spread (200 punti base) abbia sempre come riferimento il titolo tedesco in un momento nel  la quale la stessa Germania sta vivendo uno dei periodi più difficili degli ultimi decenni,  anche a causa della propria esposizione nell’approvvigionamento energetico, dimostra quanto questo valore, relativamente basso,  debba invece venire  considerato molto negativo  per il nostro Paese. Quindi non così distante da quella sfiducia espressa nel novembre 2011 con i 575 punti base al governo dell’epoca. A maggior ragione se poi, proprio da oltre un anno,  alla guida del nostro Paese si trovi una delle massime espressioni di quel  “potere finanziario” il quale dimostra ancora una volta la propria natura terza non  praticando alcuno sconto, oggi come allora.

    Sembra incredibile come la storia economica, anche recente, del nostro Paese non insegni nulla alla classe politica e dirigente italiana.

  • La Commissione approva una misura italiana di aiuti di 44 milioni di euro a sostegno della modernizzazione delle attività di trasformazione alimentare di Mutti SpA

    La Commissione europea ha approvato una misura italiana di aiuti di 44 milioni di euro a favore dell’impresa alimentare Mutti SpA, nel rispetto delle norme dell’UE in materia di aiuti di Stato.

    L’aiuto sosterrà il progetto di Mutti SpA destinato a migliorare gli standard tecnologici e ambientali in materia di trasformazione alimentare, soprattutto in termini di riduzione del consumo di acqua e di energia. L’investimento ha inoltre come scopo la trasformazione digitale, in particolare l’utilizzo dei dati e delle tecnologie digitali per migliorare i processi aziendali e i sistemi di produzione nel settore manifatturiero.

    Il bilancio totale del progetto d’investimento ammonta a 105 milioni di euro, di cui 44 saranno coperti dall’Italia mediante sovvenzioni dirette. Il progetto sarà attuato nell’arco di tre anni (2022-2024).

    La Commissione ha valutato la misura in base alle norme dell’UE in materia di aiuti di Stato, ponendo particolare attenzione sull’articolo 107, paragrafo 3, lettera c) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che consente agli Stati membri di sostenere lo sviluppo di determinate attività economiche secondo condizioni precise, nonché in base agli orientamenti per gli aiuti di Stato nei settori agricolo e forestale e nelle zone rurali per il periodo 2014-2020, prorogati fino al 31 dicembre 2022.

    La Commissione ha ritenuto che il regime fosse adeguato e necessario per conseguire gli obiettivi del progetto di investimento. La Commissione ha inoltre concluso che il regime è proporzionato, ovvero limitato al minimo indispensabile, e non avrà effetti negativi indebiti sulla concorrenza e sugli scambi nell’UE. Sulla base di queste premesse, la Commissione ha approvato la misura nel rispetto delle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.

    Fonte: Commissione europea

  • La scolastica inflazione

    Fino a pochi giorni fa l’avvento dell’inflazione nell’economia italiana veniva da buona parte della nomenclatura economica indicato come un fenomeno positivo in prospettiva in quanto indicato in grado di ridurre il valore del debito pubblico nella propria progressiva crescita.

    Questa interpretazione, prettamente scolastica, dell’azione dell’inflazione viene in più applicata ad un sistema economico ideale caratterizzato da fattori a valore costante (1. andamento consumi interni, 2.tassi di interessi nazionale ed internazionali, 3.crescita Pil, 4.andamento debito pubblico, 5.entità spesa pubblica, 6. Saldo import-export,  7.contesti internazionali economici e politici, 8.quotazione della valuta) ed, ancora una volta, viene clamorosamente smentita nella capacità di incidere proprio di questi fattori (1-8)all’interno di una reale e dinamica visione del sistema economico.

    La spirale inflattiva europea, ed in particolare quelli italiana, non si manifesta come espressione di uno sviluppo  economico, e quindi legata ad una crescita dei consumi, ma semplicemente risulta come il terribile effetto combinato e determinato da un aumento dei prezzi legato ad una diminuzione della disponibilità (2021) di merce e materie imputabili alla esplosione degli acquisti della Cina unito alle problematiche legate nelle gestione della supply chain di filiere estreme.

    La stessa crescita del PIL italiano nel 2021, come già dimostra  la  caduta del primo trimestre del 2022 con .0,4%, era sostenuta dall’esplosione della spesa pubblica che ha oltrepassato i 1000 miliardi dei quali buona parte a debito (fattore 4).

    In questo contesto la visione, o ancora peggio la convinzione, di un “benefico” impatto dell’inflazione nasce dalla presunzione di un mantenimento di tassi di interesse, di costi di servizio al debito, sempre vicino allo zero se non addirittura negativi (fattore 2) garantito il Quantitive Easing dell’allora presidente della Bce  Mario Draghi ed il mantenimento del valore di cambio della valuta (fattore  8) .

    In un simile contesto, poi, la  strategia monetaria espansiva della massima autorità monetaria europea, finalizzata ad incrementare i mezzi finanziari per un aumento della  crescita economica, ha invece contemporaneamente creato una vera e propria “sospensione dalla realtà” illudendo le massime istituzioni nazionali in un mantenimento di queste condizioni macroeconomiche (fattori 2 e 8).

    Il complesso contesto internazionale da oltre un anno, invece, indica come questa politica monetaria espansiva abbia subito una inversione proprio a causa dell’inflazione crescente ed abbia indotto le massime autorità delle banche centrali a rivedere la strategia elaborando quindi una politica monetaria restrittiva e perciò con una progressiva crescita dei tassi.

    La fine di questa sospensione dalla realtà di tassi irrisori se non negativi  e una crescita economica già ferma nel primo trimestre2022 non sono stati sufficienti a rivedere l’elaborazione di questa scolastica sicurezza la quale si infrange contro il volgere dinamico di una complessa realtà economica.

    in più, al netto della terribile conseguenza della guerra cominciata il 24 febbraio, l’inflazione già indicata oltre il 5% non poteva non determinare che un aumento dei tassi di interesse anche in relazione alla scena internazionale con un’economia statunitense in crescita tanto da indurre la stessa Fed per prima ad un aumento dei tassi di interesse.

    Inevitabilmente la disparità sui tassi di interesse tra le due sponde dell’oceano ha spinto gli investitori a spostare nel dollaro buona parte delle risorse, anche grazie ad una economia in crescita, la quale ora offre tassi di interesse più alti ma con una conseguente svalutazione dell’euro: il record della valuta statunitense sull’euro  lo conferma ampiamente.

    La sintesi terribile tra l’inflazione ed i  diversi fattori prima indicati (1-8) pone le condizioni per un’ulteriore crescita del debito pubblico con buona pace di chi pensava che l’inflazione lo avrebbe  ridotto dimenticando come il  sistema economico attuale rappresenti un complesso articolato alla ricerca di un equilibrio senza mai raggiungerlo e non dipenda da una banale alchimia contabile tra tasso di inflazione ed interesse.

    Il fatto, poi, che questa “benvenuta” inflazione risulti la tassa più iniqua in assoluto in quanto colpisce le fasce più deboli della popolazione risulta assolutamente ininfluente alle brillanti menti che la invocano.

  • La migliore Italia

    In un periodo di crisi completa, assoluta espressione di una sintesi nefasta tra i postumi della pandemia, e del perseverare del covid, e la terribile guerra voluta da Putin ed ancora in assenza di una strategia diplomatica europea la situazione economica volge drammaticamente verso una recessione figlia anche della infantile illusione di una ripresa nel 2021 legata, invece, quasi esclusivamente ai bonus ed alla esplosione della spesa pubblica ben oltre i mille (1.000) miliardi.

    In questo contesto l’Italia, quella vera, cioè del lavoro e delle imprese dalla cui unione nasce la possibilità di creare una vera crescita del Pil, con l’obiettivo di superare l’impasse dell’intero mondo politico italiano, dimostra la propria capacità di reazione alle avversità.

    Questa Italia della concretezza opposta a quella della politica si espone per la sopravvivenza della propria azienda e dei posti di lavoro assicurati sul territorio e dimostra di non attendere le vuote dinamiche politiche, troppo prese dagli accordi di lista in vista delle prossime elezioni di giugno, i cui vertici non si dimostrano neppure in grado di comprendere come senza ordini dei mercati esteri, e quindi anche di quello russo, il fatturato non possa crescere e tanto meno possono venire assicurati i posti di lavoro*.

    La distonia del mondo politico viene poi confermata dalle “iniziative politiche” di alcuni leader privi di un minimo senso del ridicolo e della tempistica i quali blaterano di un necessario aumento delle retribuzioni non ponendosi in alcun modo nell’ottica del primo obiettivo odierno rappresentato dalla sopravvivenza del tessuto industriale minato dalla recessione.

    Questa è la vera ed unica Italia di cui essere fieri, composta da persone intraprendenti e capaci di affrontare anche le terribili conseguenze di una economia di guerra e lontana anni luce dall’imbarazzante atteggiamento della politica ad ogni livello, comunale, regionale e nazionale, la quale sembra giocare anche in questo terribile momento (oltre due anni!) con la sopravvivenza di un sistema economico e quindi con le prospettive di vita dei cittadini solo ed esclusivamente per un vantaggio personale sia esso professionale, economico, narcisistico o ideologico.

    Solo pochi anni fa venni premiato proprio a Fermo, capitale del distretto calzaturiero marchigiano, per la mia attività a favore del Made in Italy, del quale il distretto calzaturiero marchigiano ne rappresenta un valido esempio, e posso assicurare come già dal 2014 questo importante distretto industriale soffrisse gli effetti delle sanzioni nei confronti di uno dei principali mercati di riferimento come la Russia.

    Ora, dopo otto anni di estrema difficoltà, ha deciso invece di reagire per la propria stessa sopravvivenza: a loro dovrebbe andare il più convinto appoggio come a tutte le famiglie il cui futuro dipende dalla continuazione dell’attività produttiva della aziende e dalla decisione degli imprenditori marchigiani di affrontare le conseguenze di una terribile guerra senza attendere i vuoti tempi della politica.

    Questa è l’unica Italia nella quale ci si dovrebbe riconoscere con orgoglio e speranza contrapposta alla mediocrità nella quale siamo immersi.

    *https://www.corriereadriatico.it/fermo/fermo_sfidano_europa_sanzioni_guerra_ucraina_calzaturieri_partono_fiera_mosca_ultime_notizie-6646537.html

  • Pil cinese oltre le attese, ma c’è l’incognita Shanghai

    Le misure draconiane della Cina per contenere il Covid-19, utili per la ripresa post pandemica e per tenere il virus sotto controllo negli ultimi due anni, stanno ora emergendo come la più grande minaccia alla crescita. Il campanello d’allarme è ufficialmente suonato per la leadership comunista con il Pil, salito del 4,8% annuo nei primi tre mesi del 2022 (dal 4% di fine 2021 e dal 4,4% atteso) e dell’1,3% su base congiunturale, meno dell’1,5% rivisto di ottobre-dicembre 2021 e più dello 0,6% della vigilia.

    Il funzionamento dell’economia “è stato generalmente stabile”, ma i “frequenti focolai” di Covid-19 e uno “scenario internazionale sempre più grave e complesso”, nel mezzo della guerra Ucraina-Russia, hanno creato ulteriori tensioni sull’evoluzione dell’intero anno, ha ammesso nel briefing Fu Linghui, portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica. L’economia è aumentata più rapidamente del previsto dagli analisti, ma gli ultimi dati hanno rivelato la contrazione delle vendite al dettaglio (-3,5% a marzo su -1,6% atteso, primo calo da luglio 2020, per un magro +3,3% nei primi tre mesi), pagando i blocchi anti-Covid. La produzione industriale ha avuto un rialzo del 5% (da attese del 4,5%), scontando il calo del manifatturiero e ha chiuso il trimestre a +6,5%, tenendo a malapena il passo con il Pil, trainato principalmente da investimenti ed export.

    La congiuntura aumenterà la pressione sul governo centrale e sul presidente Xi Jinping che ha riaffermato il suo impegno per la politica zero-Covid malgrado i costi crescenti e i lockdown nelle città più grandi del Paese. I contagi sono saliti in tutta la Cina ad aprile e Shanghai, il principale hub finanziario, è bloccata. L’ondata Omicron è scoppiata in una fase delicata dell’economia, già provata dalla crisi del debito nel settore immobiliare (che valeva circa un terzo del Pil) e di un’ampia perdita di slancio con la stretta sul settore hi-tech e Internet.

    A inizio marzo, malgrado le prevedibili ricadute internazionali dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, il premier Li Keqiang ha annunciato un Pil per il 2022 del 5,5%, il più basso in 30 anni. I dati dei primi tre mesi non includono del tutto gli eventi di Shanghai, che a fine di marzo ha visto il lockdown più grave della Cina dall’emergenza del coronavirus di Wuhan di inizio 2020, tra pesanti polemiche per la gestione della crisi e casi di Covid – accertati e asintomatici – attualmente stabili sopra quota 20.000 al giorno.

    La scorsa settimana, Nomura ha stimato che 45 città, responsabili del 40% del Pil cinese, erano in blocco completo o parziale, limitando la circolazione a 370 milioni di persone, e ha aggiunto che il Paese “è a rischio di recessione”.

    Gli investimenti in immobilizzazioni sono saliti del 9,3% nei primi 3 mesi del 2022 sullo stesso periodo dello scorso annuo, oltre le stime dell’8,5%. Male la disoccupazione urbana: 5,8% dal 5,5% di febbraio, ai livelli più alti da due anni.

    Intanto, il vicepremier Liu He ha sollecitato la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento in risposta alle disfunzioni del Covid. “Dovremmo risolvere i problemi in sospeso uno per uno nelle regioni chiave”, ha detto Liu a una riunione sulla logistica. Il ministero dell’Industria e della Tecnologia ha chiarito venerdì che lavorerà con 666 aziende produttrici di semiconduttori, automobili e beni medicali a Shanghai per far ripartire le attività a regime. La produzione di circuiti integrati, ad esempio, è scesa del 4,2% nei primi 3 mesi dell’anno: è la performance trimestrale peggiore dal -8,7% di inizio 2019.

  • Il nuovo gregge digitale

    Mentre il nostro Paese è ancora all’interno del peggiore periodo dal dopoguerra, nulla cambia nella strategia governativa finalizzata alla dominazione orwelliana dello stato sul singolo cittadino, anche se quest’ultimo sia ancora  vittima degli effetti di una terribile pandemia le cui terribili conseguenze sociali ed economiche si sommano a quelle di una nuova  guerra continentale.
    Esattamente come le pecore, che credono di essere considerate una forma di evoluzione darwiniana ma solo al momento della tosatura si rendono conto di valere solamente in funzione della quantità di vello prodotto, diventando quasi consapevoli di rappresentare soltanto il punto di inizio di una complessa  filiera produttiva, così il popolo italiano, che non solo ha già subito in trent’anni, per esclusiva responsabilità della sua classe politica e dirigente, la perdita del -3,4% del proprio potere di acquisto rispetto alla crescita di quello tedesco (+34,7%) e francese (oltre +24%), si illude ora di avere ottenuto un servizio aggiuntivo utilizzando la moneta digitale sostenuta da istituti di credito e Stato.
    Al momento della “propria tosatura digitale” non solo cede una porzione della propria libertà a soggetti terzi pubblici ma anche a privati i quali, di fatto, profilano la vita dell’utilizzatore della moneta digitale. In più lo stesso consumatore diventa, esattamente come una pecora, l’inizio di una filiera impropria finalizzata alla semplice creazione di ricchezza senza causa (termine fiscale) basata solo ed esclusivamente sulla applicazione impropria del principio di un signoraggio digitale.

    Ora più che mai il popolo italiano rappresenta solo ed esclusivamente un gregge digitale da tosare violandone la privacy e sottraendogli una porzione della propria libertà in nome di un progresso digitale e di una illusoria equità fiscale.
    Questa “evoluzione della moneta digitale” sempre più assume i connotati delle servitù di passaggio riscosse non solo in decime (percentuale sull’ammontare del raccolto ed ora sulla transazione economica digitale prelevata dal sistema bancario) ma anche in cessione coatta di informazioni personali a soggetti terzi per i quali rappresentano una forma di nuova ricchezza negoziabile con istituzioni ed operatori interessati ai profili personali.
    Mai come ora la società digitale assume sempre più le caratteristiche di un nuovo medio evo in cui il popolo italiano rappresenta il nuovo gregge digitale destinato alla tosatura.

    N.B. https://www.money.it/pagamenti-carta-bancomat-tutti-dati-inviati-agenzia-entrate-piano-governo

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