Economia

  • Alibaba: la realtà senza tutele

    Una rassegna fieristica rappresenta l’espressione del livello raggiunto dalle imprese in un determinato settore: in altre parole rappresenta lo stato dell’arte di un determinato settore industriale o di servizi.

    All’interno di due settori trainanti per l’Italia come quello metalmeccanico e tessile-abbigliamento questi momenti fieristici presentano, attraverso la propria produzione, anche il livello di know-how (industriale e professionale) raggiunto dalle aziende ed in termini generali dal made in Italy.

    Prima dell’avvento del digitale, addirittura in occasione degli appuntamenti fieristici, in particolar modo se di prodotti intermedi, come per esempio dei tessuti o filati nel tessile abbigliamento, veniva applicata una sorta di tutela fisica dei prodotti esposti i quali potevano venire semplicemente apprezzati per la “mano” ma nulla più a fronte di tentativi di tagli e strappi finalizzati alla clonazione.

    Con l’avvento del telefonino e dell’economia digitale questi prodotti, espressione complessa di studi e ricerche notevoli, possono venire copiati in un modo istantaneo: in questo senso viene interpretato molto spesso il cartello “no photo” esposto da alcune aziende all’interno dei propri stand. In altre parole, la tutela proprio all’interno di un momento di incontro come una fiera non viene mai meno. Questo risulta fondamentale perché la semplice salvaguardia di un prodotto (finale, intermedio o strumentale non vi è alcuna differenza) rappresenta la tutela dell’intera filiera che contribuisce alla realizzazione, attraverso il proprio know how industriale e professionale, del prodotto esposto soprattutto in una logica di politica di sviluppo economico (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Da sempre la sintesi dell’azione di una classe politica e dirigente dovrebbe risultare dal doppio obiettivo di una tutela del know-how espresso attraverso i prodotti dal complesso sistema industriale sempre all’interno di una politica di sviluppo. In questo contesto, allora, ecco come l’accordo siglato dal ministro Di Maio e dall’Ice con la piattaforma Alibaba (*), sulla base del quale verranno posti on-line i prodotti (strumentali ed intermedi) del Made in Italy in una piattaforma B2B, rappresenta un autogol clamoroso in assenza di una ferrea tutela del know-how e dei diritti di copyright espressi.

    Si ricorda in tal senso che solo nel settore calzaturiero italiano sono circa duemila (2.000) i marchi clonati da aziende cinesi la cui tutela è impossibile in considerazione della vastità e complessità del sistema giudiziario cinese. A conferma, infatti, solo Zegna, Kartel e Ferrero sono riuscite ad ottenere la tutela dei propri prodotti attraverso una sentenza dei Tribunali cinesi.

    In questo contesto porre on-line il nostro “stato dell’arte” come espressione del livello tecnologico, stilistico e della ricerca raggiunto in ogni settore dal Made in Italy senza contemporaneamente l’introduzione di una chiara e precisa normativa aggiuntiva a tutela di quanto viene esposto offre così la possibilità a tutte le industrie cinesi di copiare in modo ancora più agevole.

    Francamente non si riescono a capire le ragioni dell’entusiasmo di un tale ministro Di Maio incapace di comprendere le problematiche implicite di un accordo con la piattaforma cinese e che espone l’intero settore del made in Italy, privo di tutele aggiuntive, ad un vero e proprio rischio clonazione. E’ incredibile in questo contesto anche il silenzio di Confindustria. Quasi che la tutela delle produzioni dei propri associati risulti secondaria agli accordi politici con il governo.

    Non comprendere le conseguenze delle proprie scelte quando si assumono posizioni di governo non rappresenta più un difetto ma una colpa grave.

  • Calcio economicamente imprescindibile per l’Italia: vale 5 miliardi di fatturato

    I numeri non mentono mai: 4,6 milioni di praticanti, 1,4 milioni di tesserati per la Figc, un fatturato stimabile intorno ai 5 miliardi di euro. Il calcio rappresenta il principale sport italiano, confermandosi un vero e proprio asset strategico in grado di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’intero Sistema Paese. È quanto attesta la quinta edizione del Bilancio Integrato, sviluppato con la consulenza di PwC e pubblicato oggi sul sito della Figc, che analizzando i numeri del calcio italiano illustra i programmi di sviluppo della Federazione e i risultati raggiunti nel 2019, mettendo in luce l’efficienza organizzativa nell’ultimo anno alimentata anche dal processo di internalizzazione della strategia commerciale. Da sottolineare anche lo sviluppo delle squadre nazionali, il potenziamento dell’attività giovanile e la crescita del calcio femminile.

    “Questa edizione del Bilancio Integrato ha un valore determinante per la programmazione dell’era post-Covid perché fotografa la dimensione e l’impatto socio-economico del calcio nel nostro Paese prima della pandemia”, ha dichiarato il presidente della Figc Gabriele Gravina. Il calcio rappresenta sempre più la grande passione degli italiani: 32,4 milioni di italiani si dichiarano interessati a questo sport, un numero rappresentativo del 64% della popolazione italiana over 18, mentre a livello globale il calcio italiano registra un’audience pari a 2,3 miliardi di telespettatori. “I riscontri sono davvero impressionanti, sia per l’enorme coinvolgimento tra i nostri concittadini, sia per il rilevante indotto economico, sociale e sanitario generato”, ha sottolineato ancora Gravina. Numeri che si traducono in importanti riflessi dal punto di vista economico: il fatturato diretto generato dal settore calcio è stimabile intorno ai 5 miliardi di euro, ovvero il 12% del Pil del calcio mondiale viene prodotto nel nostro Paese. Un sistema che continua inoltre a rappresentare il principale contributore a livello fiscale e previdenziale del sistema sportivo, con quasi 1,3 miliardi di euro generati solo dal calcio professionistico (in crescita del 47% tra il 2006 e il 2017 per un aggregato nell’arco del periodo di 12,6 miliardi di euro) e un’incidenza del 71,5% rispetto al gettito fiscale complessivo generato dal comparto sportivo italiano. A ciò si aggiunge una raccolta derivante dalle scommesse nel 2019 pari a 10,4 miliardi di euro, un numero quasi 5 volte più elevato rispetto al 2006. La Figc negli ultimi 15 anni è stata sempre in grado di produrre un utile, per un valore economico complessivamente creato pari a 48,7 milioni di euro.

    Dati importanti soprattutto nell’ottica di quanto è accaduto successivamente con la pandemia di Covid che ha di fatto rischiato di mettere in ginocchio il sistema, soprattutto quello dei club. “Il calcio è sempre più la grande passione degli italiani, come Federazione abbiamo il dovere di sviluppare programmi adeguati, come già stiamo facendo, per impedire che il Covid la pregiudichi irrimediabilmente”, ha dichiarato ancora Gravina. Rilevante, infine, l’analisi dell’impatto socio-economico generato dal Sistema Calcio; il risultato di un programma di studio sviluppato in partnership con la UEFA (SROI – Social Return on Investment Model). L’analisi, nello specifico, ha definito il rilevante impatto socio-economico del calcio italiano, che risulta pari nel 2018-2019 a 3,1 miliardi di euro, dato che considera l’indotto economico, nonché quello sociale e sanitario. Nel modello di gestione dei principali asset infrastrutturali della Figc assume particolare importanza il Centro Tecnico Federale di Coverciano, su cui la Figc ha investito complessivamente 8,4 milioni di euro nel quadriennio 2016-2019 per la messa in sicurezza, l’ammodernamento e la crescita del livello dei servizi. Nel corso del 2019, la Federazione ha inoltre investito nel percorso della futura realizzazione di una nuova accademia federale presso il Salaria Sport Village di Roma. Diversi i programmi strategici impostati dalla Figc. A cominciare ovviamente dall’attività delle 19 rappresentative nazionali, con 262 partite disputate, oltre 600 calciatori e calciatrici convocati con ottimi risultati sportivi.

    Il bilancio, infine, analizza anche lo sviluppo del calcio femminile, ovvero lo sport che sta crescendo di più al mondo e che finalmente anche in Italia sta trovando un concreto sviluppo delle sue potenzialità: solo negli ultimi 10 anni le tesserate per la Figc sono cresciute del 46,6%.

  • Stablecoin: monete a ruota libera

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 18 novembre 2020

    La digitalizzazione è indubbiamente un profondo ed efficiente ammodernamento di tutti i settori della società. In particolare dei processi tecnologici, economici e finanziari. Anche nei settori dei pagamenti si è avuto un vero a proprio «boom digitale» e sono sottoposti a dei cambiamenti continui, a un ritmo incalzante. L’e-commerce, per esempio, sta celermente soppiantando i tradizionali settori di vendita. Le transazioni e i pagamenti hanno sempre più accantonato l’uso del contante, anche quello della carta di credito di plastica. Oggi si acquista e si paga attraverso specifiche «app» presenti negli smartphone personali.

    Una ricerca della Bce ha evidenziato che, in un breve lasso di tempo, sono state avanzate ben oltre 200 nuove proposte e iniziative nel campo dei pagamenti. Sono dei servizi così innovativi e ambiti dal grande business tanto da essere offerti a titolo gratuito in cambio, però, della disponibilità e della gestione di informazioni e di dati riguardanti i singoli utenti. Naturalmente a discapito della privacy.

    A proporli sono le cosiddette imprese bigtech, i giganti tecnologici globali, quali Google, Amazon, Facebook e molti altri tra cui la cinese Alibaba. Sono i dominatori assoluti dei listini di tutte le borse valori intenzionali. La loro forza sta non solo nell’abbondanza della liquidità ma anche nel controllo delle piattaforme online, dei social media e delle tecnologie di comunicazione mobile.

    Tale sistema presuppone l’esistenza di conti correnti coperti da disponibilità o da garanzie reali. Se tenuto sotto un puntuale controllo da parte delle istituzioni di vigilanza, non vi sarebbero rischi o particolari problemi. Anzi, potrebbe agevolare e velocizzare il segmento dell’economia finanziaria e bancaria. La cosa, però, cambia completamente quando certe grandi organizzazioni economiche e finanziarie internazionali intendono creare delle monete digitalizzate private. È il caso delle cripto valute la cui volatilità, opacità e mancanza di controlli hanno già creato seri rischi alla stabilità dell’intero sistema.

    La storia dei bitcoin docet: valori saliti alle stelle e poi crollati improvvisamente, mentre le banche centrali, incapaci di intervenire, stavano a guardare preoccupate. Adesso sul mercato sono arrivate le cosiddette stablecoin globali. Sono degli strumenti finanziari sviluppati proprio per ovviare alla volatilità delle cripto valute, in quanto il loro prezzo dovrebbe essere stabilizzato rispetto a un asset di riferimento: una moneta, come il dollaro e l’euro, l’oro o altre materie prime, oppure titoli e indici di borsa. Esse devono avere come sottostante un portafoglio di asset, di «attività di riserva».

    In altre parole, le stablecoin sarebbero delle cripto valute ancorate, per esempio, a delle monete garantite dalle tradizionali istituzioni internazionali. Esse hanno già suscitato grande attenzione e curiosità soprattutto quando Facebook ha annunciato di voler attivare la libra, che sarebbe la sua stablecoin globale in grado di operare senza utilizzare i sistemi di pagamenti e di compensazione e senza i vincoli dei regolamenti esistenti.

    Vi sono, poi, altri metodi usati da certe stablecoin, sganciati da affidabili entità centrali, per le quali la stabilizzazione sarebbe data dall’andamento di un algoritmo che detterebbe il comportamento di espansione o di riduzione delle stablecoin stesse. La loro affidabilità è certamente dubbia e molto inferiore, così come quella data dalle cosiddette collateralized stablecoin che usano appunto degli asset digitali come collaterali per garantire la loro emissione. Come al solito non è sempre oro ciò che luccica!

    È chiaro che un’espansione significativa e non regolamentata del loro uso potrebbe produrre effetti negativi e destabilizzanti sul sistema economico.

    Lo hanno sottolineato anche il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea che hanno definito le stablecoin una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza».

    Infatti, le loro assicurazioni e garanzie potrebbero non essere sufficienti a far fronte alla richiesta di rimborsi in eventuali situazioni di «run», di corsa al riscatto da parte dei detentori. Pertanto il loro valore potrebbe «oscillare» molto, «contagiando» l’intero sistema finanziario. Essendo un vero e proprio meccanismo di pagamento, una inadeguata gestione dei rischi di liquidità, di quelli operativi e cibernetici potrebbe provocare una crisi sistemica.

    Inoltre, aspetto non irrilevante, gli emittenti delle stablecoin andrebbero ad aumentare il cosiddetto shadow banking, la cui dimensione da anni ha di molto sorpassato il tradizionale settore bancario. Attraverso un loro eventuale ingente acquisto di titoli influirebbero pesantemente sui mercati, sull’operatività delle stesse banche e sulle politiche monetarie e dei tassi di interesse. Senza attente e stringenti misure di controllo da parte delle agenzie governative preposte, vi è anche un alto rischio che esse siano vulnerabili all’abuso criminale e all’uso per il riciclaggio e per il finanziamento di attività terroristiche.

    In Europa, le varie istituzioni stanno studiando le caratteristiche e gli effetti delle stablecoin con grande attenzione e preoccupazione. La Commissione europea intende approntare un regolamento del mercato delle cripto attività, senza il quale giustamente teme effetti incontrollabili e molto destabilizzanti. Le stablecoin dovrebbero rispettare i requisiti legali, i regolamenti e gli standard previsti per tutti i sistemi e gli strumenti di pagamento.

    La Bce e le banche centrali nazionali stanno elaborando nuove norme relative alla sorveglianza sui sistemi dei pagamenti, soprattutto su quelli elettronici. Per far fronte alla richiesta di innovazione e alla sfida di ineludibili modernizzazioni, Francoforte pensa di introdurre un euro digitale, affidabile e privo di rischi. Esso affiancherebbe il contante senza sostituirlo, rendendo il sistema dei pagamenti più fruibile, più celere ed efficiente.

    Si ricordi che le stablecoin sono dei mezzi di pagamento emessi da privati. Sono delle valute private, come nel medioevo quando ogni principe, piccolo o grande che fosse, coniava le proprie monete. È in gioco la sovranità monetaria pubblica! Chi ha il dovere di intendere lo faccia!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Dalla libertà al confronto di pensiero

    La libera manifestazione di pensiero rappresenta l’elemento caratterizzante ed elementare di una democrazia.

    Nell’epoca contemporanea, caratterizzata da una crescente importanza dei media tradizionali assieme a quella esponenziale dei social media, una democrazia avanzata dovrebbe garantire non solo la libertà di pensiero ma anche la possibilità di replicare a qualsiasi tesi venga sostenuta in modo da offrire la completezza d’informazione.

    In una democrazia contemporanea dovrebbe venire concesso il medesimo spazio editoriale per la assoluzione di un imputato quantomeno proporzionato allo spazio dedicato al suo arresto o imputazione. Questo impegno dovrebbe essere tanto più pressante per gli editori televisivi, i quali sempre più assumono le caratteristiche di sostenitori di una corrente politica rispetto ad un’altra e, conseguentemente, tutte le trasmissioni di opinione vengono pilotate in quel senso.

    All’interno le due trasmissioni di un editore privato non identificabile con Mediaset, a distanza di  tre giorni, un medesimo esponente del mondo finanziario (in camicia bianca molto renziana) ha potuto esporre le proprie tesi prive di qualsiasi contraddittorio. La prima in una trasmissione che va in onda verso le 21 dove ha sostenuto come questa crisi possa rappresentare un’occasione unica per trasformare l’Italia in un ufficio mondiale e trasferire tutte le produzioni in giro per il mondo controllandole da remoto. Una follia che non meriterebbe neppure un commento se non l’evidente ignoranza relativa alla catena di formazione del valore che persino Confindustria sta cominciando a fare propria (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/). Il giovedì successivo questo stesso personaggio, con la medesima camicia, ha individuato in questo momento storico un’ottima occasione per un’operazione che abbia come obiettivo il ritorno ad un rapporto sostenibile tra debito e PIL. Le condizioni di base sono rappresentate dai bassi tassi di interesse legati alle politiche monetarie espansive e alla grande quantità di denaro dei risparmiatori che rimane inerte nei conti correnti.

    In buona sostanza si tratterebbe del solito patto con i risparmiatori i quali dovrebbero sottoscrivere circa 300/400 miliardi di nuovi titoli del debito pubblico con un bassissimo interesse ma indicizzati alla crescita del PIL il cui rimbalzo sembra o viene dato per imminente.

    Una tesi alquanto bizzarra in quanto per riportare in equilibrio il rapporto tra debito e PIL i miliardi necessari sarebbero 8/900, tanto per cominciare, e non certo i 400 indicati, essendo il nostro debito pubblico arrivato alla soglia di 2.600 miliardi mentre il nostro PIL risulta in decrescita del – 11% .

    Tenendo, poi, in considerazione gli scarsi risultati ottenuti dalla seconda emissione di BTP Futura, ampiamente al di sotto degli obiettivi del Ministero del Tesoro, risulta evidente come alla base delle motivazioni che determinano le scelte di investimenti intervengano parametri molto diversi e complessi rispetto ai soli  indicati da questo operatore finanziario. Altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo i Bund tedeschi siano ancora i più ricercati pur offrendo rendimento negativo.

    All’interno di una democrazia avanzata, quindi, non è più sufficiente garantire la libertà di pensiero quanto garantire il più possibile il confronto tra opposte posizioni politiche ed economiche. Un compito ed un impegno disattesi molto spesso dai giornalisti ma soprattutto dagli Editori pubblici e privati.

    Sono molto lontani, purtroppo, i tempi in cui il principio “i fatti separati dalle opinioni” (*) rappresentava il codice etico per un giornalista come per il suo editore.

    (*)  Lamberto Sechi direttore di Panorama editore Mondadori.

  • Pensare al Paese reale prima di agire

    C’è un tempo per sognare ed un tempo per agire, c’è un tempo per contestare ed un tempo per collaborare, c’è un tempo per pensare ed un tempo per fare ma nessuno di questi vari tempi appartiene alla maggior parte di coloro che, dalla maggioranza o dall’opposizione, dai giornali o dalle televisioni si considerano i rappresentanti politici, culturali, scientifici degli italiani.

    C’è un tempo per tutto e, nel silenzio, i tanti in isolamento forzato sentono crescere la rabbia per i tanti errori, le tante inadempienze commessi e faticano a riaccendere quella speranza necessaria per potere immaginare quel futuro che rischia di essere così diverso dalle piccole certezze che ci eravamo conquistati.

    Si fatica perché si sente ogni giorno più forte il distacco tra il paese reale, le difficoltà quotidiane dei più e i “pasticci” di certe banche ed operazioni finanziarie, le incongruenze di certi interventi, dai banchi con le ruote ai sussidi per i monopattini elettrici, mentre troppe persone non riescono a mettere in tavola il pasto o a pagare le bollette e l’affitto.

    Se la Campania andava chiusa prima è stata la camorra a far ritardare il provvedimento? E non è forse vero che tanti contagi, malati, e perciò anche morti, li dobbiamo alla scellerata apertura delle discoteche per soddisfare gli interessi di alcuni? E quali sono le imprese che hanno guadagnato vendendo quegli stessi monopattini elettrici che ora, dopo averne finanziato l’acquisto, ci si rende conto che sono pericolosi? Quali sono i dati reali che ci sappiano dire quante attività sono state svendute per necessità e se chi le ha acquisite è collegato, a vario titolo, con le più note associazioni criminali, quelle stesse che con l’usura si sono troppe volte sostituite allo Stato? E quanto, proprio lo Stato, ha in incassato tenendo aperte, in piena pandemia, le sale da gioco dai bingo alle sale scommessa? Quanto ha incassato lo Stato, perdendo in salute dei cittadini, e quanto hanno incassato le attività criminali che, in un modo o nell’altro, controllano gran parte del gioco? Qualcuno ha pensato a quelle categorie che, nonostante le varie e diverse chiusure delle regioni, continuano a lavorare? Dove vanno a mangiare il cibo da asporto, l’unico che bar e ristoranti possono somministrare, ora che il freddo e la pioggia sono arrivati? Non tutti possono farlo sul posto di lavoro perché la loro attività non ha un ufficio! Qualcuno ha pensato che forse occorrerebbe un aiuto alle associazioni di volontariato che in diversi modi e realtà sfamano tante persone sempre più numerose e bisognose di attenzioni reali ed immediate? Quante sono le categorie che i vari provvedimenti non hanno preso in considerazione? Qualcuno sa come risolvere il problema dei vaccini antinfluenzali che in regioni come la Lombardia ancora mancano anche per le persone più a rischio? Qualcuno pensa e dopo aver pensato si confronta con la realtà, acquisisce dati, esperienze altrui e poi agisce? O forse i prossimi acquisti e sovvenzioni saranno per i banchi elettrici e i pattini a rotelle?

  • Gli annunci di Pfizer e Moderna spostano i trend delle Borse

    L’annuncio a pochi giorni di distanza prima di Pfizer e poi di Moderna in merito alla predisposizione di due vaccini efficaci almeno al 90% contro il coronavirus ha ridato entusiasmo ai mercati. La possibilità concreta a breve termine di contrastare la pandemia significa infatti che l’ondata in corso può essere contenuta ed eventuali ondate successive potranno essere ancor più circoscritte se non prevenute. In soldoni, i mercati si attendono meno lockdown e un ritorno alla normalità per quanto riguarda lo svolgimento delle ordinarie attività, anche economiche. E questo non può che innescare un trend rialzista dei listini.

    Il 9 novembre l’annuncio di Pfizer ha entusiasmato soprattutto l’Europa (+4,6% contro il +1,13% dell’indice americano S&P 500). Analogamente, l’annuncio di Moderna il 16 novembre è valso un +1,98% per la Borsa di Milano, +1,70% per quella di Parigi, +1,64% per quella di Londra e + 0,52% per quella di Francoforte (dove il titolo Moderna ha chiuso in rialzo del 7,9% a 82 euro), mentre negli States l’indice Standard & Poor’s ha guadagnato l’1,04% e il Nasdaq lo 0,69% (qui il titolo Moderna ha registrato un incremento intorno all’8%, a quota 96 dollari).

    Sostanzialmente, i mercati sono tornati ai livelli di ottobre, quando ci si attendeva ancora la seconda ondata pandemica, poi effettivamente giunta con conseguente rallentamento anche delle attività economiche. Osservando più analiticamente i mercati stessi, si nota che la speranza di vincere la battaglia contro Covid-19 appare in grado di ridare fiato ai titoli ciclici, a discapito del comparto tecnologico, che maggiormente aveva beneficiato del lockdown. Si tratta di un elemento molto importante in chiave prospettica, guardando cioè al 2021. Per tutto l’anno corrente, caratterizzato dal blocco dovuto alla pandemia, i titoli tecnologici Usa sono stati il motore della ripresa, ma ora la prospettiva di un vaccino sta spingendo i flussi verso altri settori, come quelli ciclici, che hanno ancora strada da fare per recuperare le valutazioni pre-Covid.

    Finché il mondo appariva sotto lo scacco del virus le attività economiche tradizionali, diversamente dalle imprese digitali, pativano prospettive di recessione, crollo del settore immobiliare, calo dei prezzi petroliferi, ridotti margini di profitto dovuti a bassi tassi di interesse. E infatti dall’inizio del 2020 il comparto growth è cresciuto di oltre il 25% mentre quello value si è contratto di oltre il 7%. Nel momento in cui appare possibile ‘armarsi’ per respingere l’offensiva di Covid-19, si torna a intravedere la possibilità di produrre e consumare come un tempo. In questo quadro, le aziende digitali appaiono costose e sopravvalutate quanto a prospettive di crescita. E infatti all’affiorare di una speranza non irrealistica di poter tornare a incontrarsi dal vivo e non solo online chiusi in casa propria, i titoli petroliferi sono stati tra i più performanti in Borsa (lunedì l’annuncio di Moderna ha fatto crescere Eni del 5% a Piazza Affari), mentre Zoom il 9 novembre (all’annuncio di Pfizer) ha perso il 17%.

    “I guadagni di oggi sono dei titoli non tecnologici, ovvero di quelli che erano stati penalizzati dal Covid. Da inizio anno i titoli tecnologici hanno guadagnato circa il 40%, mentre il resto dei mercati era morto, inclusa la Borsa Usa se si esclude la tecnologia. Se guardiamo a ciò che è accaduto dopo la notizia dell’arrivo di un vaccino notiamo che a festeggiare è l’economia tradizionale, e non quella tech” ha osservato lunedì 16 Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, rimarcando anche che “l’economia del Vecchio continente ha molti meno titoli tecnologici di quella statunitense, è un’economia di composizione più tradizionale”.

  • Per le banche il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009

    Per le banche a livello globale il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009, più difficile di questo 2020. Potrebbe accadere nonostante gli istituti di credito siano in condizioni migliori rispetto al 2009 per resistere allo stress. E pur con le misure di sostegno in atto e le prospettive di vaccini contro il Covid 19. Lo sostiene un’analisi di S&P Global Ratings, in cui viene stimato che il ritorno ai livelli pre-pandemia non possa arrivare prima del 2023, ma anche oltre. Un ripristino “lento, incerto e altamente variabile a seconda delle aree geografiche”, secondo l’analista, Emmanuel Volland.

    La spiegazione viene individuata in quattro fattori di rischio, a partire dal peggioramento e dalla lunghezza della crisi da Covid 19. Secondo fattore, la durata finita delle misure di sostegno che hanno stabilizzato le banche. “Non possono durare per sempre e il progressivo previsto ritiro nel 2021 rivelerà un quadro più fedele della qualità delle attività bancarie” spiega l’analista Gavin Gunning. Altri due fattori sono indicati in un probabile aumento della leva finanziaria e prevedibili maggiori insolvenze societarie, insieme a un indebolimento nella proprietà e dunque nella qualità del credito bancario. Promettente per una ripresa l’annuncio di uno o più vaccini in approvazione per fine anno e disponibili per la metà del prossimo. Ma sarebbe solo un primo passo verso un ritorno alla normalità.

    Nello specifico delle banche europee ci sono analisti che stimano che il successo del lancio di un vaccino anti-Covid potrebbe aumentare i guadagni di 9 miliardi di euro (14%), con SocGen e UniCredit che potrebbero trarne vantaggio. Nei numeri d’altra parte S&P testimonia la prospettiva di difficoltà col fatto di avere intrapreso dall’inizio della pandemia 236 azioni di rating negativo, relative al coronavirus, allo shock sul prezzo del greggio e ad altri fattori di stress sulle banche a livello globale.

    Spostando lo sguardo sull’Italia, un quadro viene fornito dalla recente analisi del centro studi Orietta Guerra della Uilca sui conti economici del terzo trimestre 2020 degli 8 maggiori istituti di credito. Si evidenzia una contrazione complessiva dell’utile contabile di 8,5 miliardi di euro (5,3 miliardi col goodwill negativo dell’incorporazione di Ubi in Intesa Sanpaolo). Un calo (-93,2%) dovuto all’impatto degli oneri d’integrazione del piano industriale e ad altre operazioni straordinarie di Unicredit e all’aumento delle rettifiche di valore (3.036 milioni), di cui una parte per fronteggiare il deterioramento del credito, causa l’incidenza del Covid 19 sull’economica nazionale e internazionale. Ritenuto soddisfacente (-7,2%) il livello medio del margine operativo, oltre al fatto che nei primi nove mesi del 2020 le maggiori banche italiane abbiano ridotto i crediti deteriorati netti di 2,9 miliardi e che secondo operazioni di derisking non ancora contabilizzate, si arriverebbe a una riduzione di oltre i 6 miliardi. Per contro preoccupano le 2,7 milioni di domande di moratoria sui prestiti concesse dal sistema bancario per circa 294 miliardi, che alla scadenza, con un lockdown di cui non si conosce la durata, potrebbero trasformarsi in parte in npl.

  • Italia: nuove emergenze e vecchie strategie

    Il nostro Paese all’interno della seconda ondata della pandemia da covid-19 si è trovato sostanzialmente impreparato in considerazione degli “investimenti strategici” (leggi  banchi a rotelle e monopattini elettrici) i quali ovviamente non hanno alcun effetto nel contenimento della pandemia.

    In questo momento di profonda incertezza, al quale si aggiunge la possibilità che si verifichi una terza ondata nel mese di febbraio/marzo, stupiscono e sorprendono le anticipazioni della prossima manovra finanziaria per il 2021. Va considerato, infatti, come alla fine di questo periodo emergenziale le negative ripercussioni per il tessuto economico nazionale ed internazionale si manterranno per un medio – lungo termine. Questo per ricordare come le manovre finanziarie, tanto per l’Unione  Europea quanto nel nostro Paese, dovranno avere un respiro molto più ampio in senso temporale rispetto alla fine della pandemia sanitaria. In questo senso quindi la politica economica del governo dovrà, o meglio dovrebbe, da una parte dimostrare di sostenere la ripresa dell’economia italiana dall’altra incentivare investimenti dall’estero.

    In questo contesto doppiamente emergenziale sotto il profilo sanitario ed economico l’ultima trovata del governo Conte 2, in piena pandemia, è sostanzialmente rappresentata dalla sciagurata reintroduzione della Sugar e della Plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/attualita/lepidemia-economica-sugar-free/).

    Innanzitutto credere di modificare i comportamenti  di consumo  delle persone attraverso la legislazione fiscale rappresenta l’aberrazione dello Stato etico i cui effetti contro  la lotta al fumo risultano  assolutamente risibili.  Inoltre la Sugar tax sostanzialmente colpisce le bibite gassate ed ovviamente i redditi più bassi essendo piatta (flat): un effetto evidentemente sconosciuto a chi si erge a favore delle fasce più deboli della popolazione. La Plastic Tax, invece, riuscirà a mettere in forte difficoltà il settore leader della plastica italiano il quale, durante la pandemia, ha fornito sistemi sanitari monouso fondamentali per il contenimento della pandemia stessa.

    Il settore della plastica italiana detiene in Europa una posizione leader assoluta la cui competitività verrà minata da un’ulteriore imposizione fiscale specifica oltre a quella ordinaria già di per sé insostenibile.

    La risultante di questa strategia delinea in modo ancora una volta cristallino come la classe politica e governativa sia convinta di attivare la ripresa economica attraverso un ulteriore incremento della pressione fiscale generale e specifica. Una scelta ideologica espressione dell’incapacità di comprendere i flussi economici e gli effetti di queste scelte strategiche soprattutto in  prospettiva della attrattività del nostro Paese per eventuali investimenti esteri. Il solo aver annunciato queste due nuove forme di tassazione ha escluso il nostro Paese da qualsiasi manifestazione di interesse per investimenti futuri relativi a questi due settori.

    Una scelta politica e strategica che di fatto uccide la speranza residuale di diventare finalmente un paese che attrae investimenti. Il nostro Paese, quindi, rappresenta un unicum all’interno dell’Unione Europea ma probabilmente anche nel mondo.

    Paradossale, poi , se si considera come tutte le nazioni egualmente colpite da questa pandemia intendano attraverso la fiscalità di vantaggio reimportare le produzioni una volta delocalizzate (reshoring produttivo).

    Viceversa l’Italia, anche attraverso il solo annuncio di questa nuova tassazione alla fine dello scorso anno,  ha già determinato la delocalizzazione in Albania dello stabilimento Coca-Cola di Catania con la perdita di 350 posti di lavoro. In questo modo, in piena pandemia, le possibilità di sviluppo e ripresa economica vengono minate ancora una volta dalla solita politica fiscale la quale determina una sempre maggiore pressione fiscale.

    La miopia di questa classe politica impedisce persino di copiare modelli virtuosi come la Germania la quale,  fin dal primo lockdown, ha  abbassato l’IVA riducendo anche i prezzi dei carburanti, mentre la Francia, con le risorse da Recovery Fund, diminuirà la tassazione per gli edifici  strumentali (la nostra IMU) di circa 20 miliardi.

    Caso unico al mondo invece l’Italia, per uscire da questa terribile pandemia e dalla devastante crisi economica, intende aumentare la pressione fiscale ed in questo modo favorire la delocalizzazione produttiva.

    A questo punto non c’entra neanche più l’impostazione ideologica nel determinare le scelte di politica economica e fiscale in quanto basterebbe copiare chi da sempre presenta un quadro economico e finanziario nazionale  sicuramente  migliore del nostro: ma anche per copiare è necessaria un’intelligenza media unita alla capacità di riconoscere modelli superiori.

    La perseveranza in un ulteriore aumento della pressione fiscale è la semplice ed evidente manifestazione di una congenita e pericolosissima stupidità e di un massimalismo ideologici uniti alla elementare incapacità di comprendere l’eccezionalità degli effetti di questo periodo nel medio-lungo termine.

    In ultima ed amara analisi l’Italia è l’unico paese al mondo che intende uscire dalla crisi pandemica attraverso un aumento della pressione fiscale. Una forma di miopia che il nostro Paese non si può più permettere.

  • Autostrade: la sintesi vergognosa tra politica e “prenditori”

    Le frasi ironiche estrapolate dalle conversazioni dell’attuale presidente di Edizioni Holding Mion con i vertici di Autostrade in relazione alla felicità dei Benetton, i quali traevano maggiori profitti dalla minore manutenzione, lascia allibiti per la qualità umana dei protagonisti. Dimostra, ora in modo inequivocabile, quello che una volta poteva essere semplicemente ipotizzato, il vergognoso spessore culturale ed etico di questa famiglia di “prenditori” del nord est trasformatasi in semplici esattori.

    Contemporaneamente non solo il Re è Nudo ma anche l’impero brucia. In questo vergognoso scambio di valutazioni tra questi biechi personaggi che agivano in nome e per conto della famiglia trevisana viene contemporaneamente messa a nudo quella dottrina politico-economica degli anni ‘90 che i governi Prodi, D’Alema e Berlusconi, con i loro ministri economici, hanno portato avanti.

    La storia, infatti, testimonia come l’intera classe politica, accademica e dei media appoggiasse tutta unita la cessione di monopoli infrastrutturali come autostrade e successivamente Telecom Tim a soggetti privati con la già risibile allora motivazione legata ad una ricerca dell'”efficentamento” e finalizzata “al miglioramento del servizio” per l’utenza. Obiettivi raggiungibili secondo questa dottrina politica tutta italiana solo con un sano spirito imprenditoriale privato.

    Allora come oggi la privatizzazione di un servizio indivisibile come autostrade è essenzialmente la donazione ad un concessionario privato per il quale il concetto di efficientamento rappresenta una clamorosa menzogna in quanto il monopolio rimane tale.

    La Germania e la Svizzera dimostrano, invece, come un’infrastruttura fisica ed indivisibile non possa essere soggetta alla concorrenza e quindi un semplice trasferimento di un monopolio da pubblico a privato non possa assicurare alcun efficientamento. Come logica conseguenza delle strategie economiche di questi due paesi, che certamente non fanno parte dell’area socialista, all’interno di un sistema economico la gestione pubblica diventa un fattore fondamentale nella crescita della competitività dell’intero sistema nazionale. In Italia, viceversa, la gestione di un servizio indivisibile diventa un’occasione speculativa offerta dalla politica ad un’imprenditoria incapace ormai di reggere il confronto con il mondo globale.

    Si rimane comunque basiti di fronte a questa insensibilità dimostrata dai manager scelti su mandato dell’azionista e per perseguire gli obiettivi economici indicati dall’azionista di riferimento.

    Una povertà morale, umana ed etica dimostrata in questa vicenda drammatica dal gruppo trevisano nella sua articolata complessità nella quale, si ricorda, sono decedute quarantatré (43) persone solo ed esclusivamente per responsabilità della mancata manutenzione.

    Una scelta speculativa ed irresponsabile che però assicurava un extra dividendo all’azionista. Vergognatevi.

  • La lira turca va a picco, Erdogan caccia il governatore della Banca centrale

    L’aveva messo a capo della Banca centrale di Turchia neppure un anno e mezzo fa perché seguisse i suoi dettami, abbattendo drasticamente i tassi d’interesse, definiti “la madre e il padre di tutti i mali”. E Murat Uysal, sino ad allora vice del rigorista Murat Cetinkaya, ha eseguito fedelmente. Ma di fronte alla peggiore crisi della lira turca da quando è al potere, Recep Tayyip Erdogan ha fatto fuori anche il suo uomo, ultimo capro espiatorio di un tracollo imputato di volta in volta a complotti internazionali e sabotaggi interni.

    Dall’inizio dell’anno, la divisa di Ankara ha perso circa un terzo del suo valore, toccando i minimi storici contro il dollaro e scavallando nelle scorse ore l’ennesima soglia simbolica delle 10 lire per 1 euro. Una caduta progressiva accelerata dall’ultima riunione di politica monetaria, il mese scorso, che ha lasciato invariato al 10,25% il tasso di riferimento, infliggendo l’ennesimo schiaffo alle attese degli economisti, che puntavano su un credito meno facile in cambio di maggiore stabilità. La situazione si è fatta allarmante, con l’inflazione ufficiale all’11,89% e molte imprese fortemente indebitate in valuta estera a rischio bancarotta. Ma la coperta sempre più corta non ha convinto il presidente turco a rinunciare alla sua campagna contro il “triangolo del diavolo di tassi d’interesse, tassi di cambio e inflazione”. E così dopo appena 16 mesi è arrivato un nuovo ribaltone. Alla guida della Banca centrale andrà il responsabile strategico del budget presidenziale Naci Agbal 52 anni, già ministro delle Finanze tra il 2015 e il 2018. È a lui che Erdogan affida la missione che appare sempre più impossibile di coniugare crescita ed equilibrio finanziario, mentre cresce l’allarme per il deficit delle partite correnti e il crollo delle riserve in valuta forte. Al fianco del presidente resta intoccabile il genero e super-ministro del Tesoro Berat Albayrak, che insiste nel negare ogni difficoltà. Anzi, assicura, la Turchia – dove non c’è mai stato un lockdown totale e un blocco del sistema produttivo – ha già iniziato la ripresa e beneficerà di un vantaggio competitivo dopo la pandemia di Covid-19. Un’ennesima scommessa azzardata con le prossime elezioni nel mirino, previste nel 2023. Ma per il primo test basterà attendere il 19 novembre, con la prima riunione di politica monetaria guidata dal nuovo governatore. I mercati attendono inquieti.

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