Economia

  • Le famiglie europee sprecano alimenti surgelati per 624 euro l’anno

    Un miglior utilizzo degli alimenti surgelati può far risparmiare alle famiglie europee fino a 624 euro l’anno, secondo quanto emerge dalla seconda edizione di Frozen in Focus, report annuale presentato da Findus, parte del Gruppo Nomad Foods, leader del settore surgelati in Europa, che ha coinvolto 10.750 adulti in Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svezia e Croazia.

    Secondo lo studio, una famiglia europea su due getta ogni mese verdure fresche non consumate, mentre meno di 3 su 10 fanno lo stesso con quelle surgelate. Un dato che evidenzia il ruolo che una gestione più efficiente degli alimenti può avere nella riduzione dello spreco domestico e nel contenimento della spesa delle famiglie. I risultati si inseriscono in uno scenario di crescente pressione sui sistemi alimentari europei, in cui cambiamenti climatici, tensioni geopolitiche ed evoluzione delle normative stanno rendendo più instabili le filiere. Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ogni anno nel mondo circa 526 milioni di tonnellate di alimenti vengono sprecate a causa di sistemi di refrigerazione insufficienti, pari a circa il 12% dello spreco alimentare globale. In questo contesto, i prodotti surgelati possono rappresentare un alleato concreto nella lotta al food waste, grazie alla lunga conservabilità, alla porzionatura flessibile e alla possibilità di utilizzare solo ciò che serve, quando serve.

    Lo studio evidenzia un diffuso gap percettivo: permangono alcune percezioni che attribuiscono ai prodotti freschi un maggiore valore nutrizionale rispetto ai surgelati. Ad esempio, a livello europeo, il 65% ritiene che le patate fresche siano più nutrienti di quelle surgelate, mentre il 63% pensa lo stesso per pesce e pollo. Una convinzione diffusa anche nel nostro Paese: il 62% degli italiani considera le patate fresche più nutrienti delle equivalenti frozen, percentuale che sale al 63% nel caso del pesce e persino al 66% per il pollo.

    Sul fronte degli sprechi, l’Italia mostra però risultati migliori rispetto alla media europea: se il 46% degli europei dichiara di buttare ogni mese verdure fresche non consumate, la quota scende al 39% nel nostro Paese. Inoltre, oltre un italiano su due (53%) afferma di non gettare mai le verdure surgelate, contro il 42% a livello europeo. Quasi la metà degli italiani (48%) riconosce inoltre che un maggiore utilizzo dei surgelati in cucina possa contribuire a ridurre lo spreco alimentare.

    “I prodotti surgelati possono rappresentare un alleato concreto per aiutare le famiglie a gestire meglio la spesa e ridurre gli sprechi alimentari, senza rinunciare alla qualità e al valore nutrizionale degli alimenti”, commenta Renato Roca, Country Manager Italia di Findus. “In un contesto in cui il costo della vita continua a incidere sulle scelte di acquisto, è importante promuovere una cultura alimentare sempre più consapevole, nella quale fresco e surgelato convivano valorizzando le caratteristiche e i benefici di entrambe le categorie. Grazie alla lunga conservabilità e alla possibilità di utilizzare solo ciò che serve, i surgelati rappresentano una soluzione pratica per contribuire a un’alimentazione più sostenibile”.

    A livello europeo, il 36% dei consumatori dichiara di utilizzare già i prodotti surgelati per risparmiare denaro, a conferma del ruolo del frozen come alleato concreto nella gestione della spesa alimentare.

  • Anche i ricchi piangono: diminuiscono i consumi di lusso

    Il consumo entra in una nuova fase di pressione: incertezza economica, calo di fiducia nelle istituzioni e diffusione crescente dell’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui le persone scoprono, valutano e acquistano i prodotti. Il nuovo studio di Roland Berger, “The consumer playbook is changing: How economic pressure, geopolitical uncertainty and AI adoption are reshaping retail”, giunto alla sua quinta edizione, dimostra come il comportamento dei consumatori si stia trasformando in modo strutturale. Per la ricerca sono stati intervistati, tra febbraio e marzo 2026, 6.000 consumatori in tre grandi aree geografiche: Europa (Italia, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi), Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti), Nord e Sud America (Brasile, Messico e Stati Uniti).

    Mentre la salute fisica e quella mentale si confermano gli ambiti valutati più positivamente, entrambi al 69%, quasi la metà degli intervistati (47%) esprime un giudizio negativo sulla situazione economica del proprio Paese, e solo il 37% valuta positivamente clima e sostenibilità. In Italia questa percezione critica è ancora più marcata: il 56% dei consumatori italiani giudica negativamente la situazione economica nazionale e il 45% guarda con pessimismo a clima e sostenibilità. È proprio questa convivenza tra stabilità personale e incertezza collettiva a caratterizzare il consumo nel 2026.

    Il secondo cambiamento riguarda la fiducia e le modalità di scoperta dei prodotti. La comunicazione di marca tradizionale perde visibilmente efficacia: solo il 21% degli intervistati cita la reputazione del brand tra le tre principali motivazioni d’acquisto. Allo stesso tempo, le reti personali diventano la seconda fonte più importante nella scoperta dei prodotti: il 40% scopre nuovi prodotti tramite amici e familiari, il 21% tramite raccomandazioni dirette tra pari. Per le aziende questo significa che la sola visibilità non basta più: contano il valore percepito come credibile, le prove concrete di qualità e la presenza nei momenti sociali in cui si formano le decisioni d’acquisto.

    Il terzo motore di cambiamento è l’Intelligenza Artificiale, la cui influenza va ormai ben oltre la semplice ricerca. In media, il 70% dei consumatori tra i 18 e i 64 anni utilizza regolarmente l’IA per la ricerca di prodotti; tra i 18-24enni la quota sale già al 93%. L’IA si trasforma così da semplice strumento di ricerca a filtro che precede la decisione d’acquisto: seleziona le opzioni, confronta i prodotti e orienta i consigli. I brand che non risultano visibili né affidabili in questo ambiente digitale di raccomandazione rischiano di non essere più percepiti come rilevanti dai consumatori.

    Lo studio evidenzia inoltre come il mercato si stia polarizzando sempre più in due direzioni opposte: da un lato, consumatori che puntano consapevolmente su durata e qualità; dall’altro, un mercato che si orienta chiaramente verso prezzi contenuti e offerte discount. Il 42% degli intervistati ha ridotto la spesa in beni di lusso nel 2025, un terzo ha acquistato più spesso presso i discount, e il 23% prevede di intensificare ulteriormente questa abitudine nel 2026. A sottolineare i cambiamenti delle abitudini dei consumatori è anche il segmento discount, che da ormai tempo, non è più un fenomeno legato ai redditi più bassi: i consumatori di tutte le fasce di reddito ne fanno ormai il punto di partenza abituale per i propri acquisti.

    “Ciò che colpisce non è tanto la contrazione della spesa, quanto il cambiamento del processo decisionale. Il consumatore di oggi non compra meno: compra in modo diverso. Valuta con maggiore attenzione il rapporto tra prezzo e valore, cerca conferme attraverso persone e strumenti digitali e diventa sempre meno prevedibile. Questo rende il mercato più competitivo, perché la fedeltà al brand non può più essere data per acquisita ma va conquistata a ogni scelta d’acquisto”, dice Stefano Sorrentino, Partner di Roland Berger Italia.

  • La transizione ideologica e la riforma degli ETS

    La sopravvivenza dei complessi sistemi industriali europei, giapponesi e persino americani non dipende affatto dall’applicazione dei puri principi del libero mercato, ma oggi viene pesantemente condizionata dagli effetti di scellerate politiche economiche e istituzionali imputabili ai governi nazionali e, soprattutto, a quelli europei.

    Solo in Europa, infatti, si coltiva ancora l’illusione cieca e di matrice puramente ideologica per la quale l’assalto sistematico ai nostri asset industriali strategici — a partire da un settore chiave come l’automotive — sia una semplice e legittima espressione della concorrenza legata al libero mercato globale di cui la Cina ne risulta il principale attore.

    La realtà si dimostra invece ben diversa, e mentre i modelli economici nazionali esteri proteggono e pianificano le proprie realtà industriali ed economiche, l’istituzione comunitaria si dimostra l’unica capace di commettere errori sempre peggiori nel tentativo di rimediare a quelli precedenti.

    L’esempio più lampante di questa deriva si conferma con la riforma del sistema ETS, che rischia di azzerare definitivamente il settore manifatturiero, portando a compimento un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del continente attraverso l’imposizione di obiettivi irrealizzabili che si sommano a target già oggi totalmente impossibili da raggiungere.

    Questa cosiddetta transizione elettrica si scontra violentemente con la realtà dei numeri e della storia recente. Andrebbe infatti considerato come nel 2011 la quota di energia rinnovabile nella media UE si attestasse al 21% e nel 2025 abbia raggiunto appena il 23%, con l’Italia ferma poco sopra il 22%, registrando una crescita misera di soli due punti percentuali in ben quattordici anni. Rimane un mistero come si possa immaginare di guadagnarne altri ventitré nei prossimi quindici anni così come indicato nella riforma degli ETS approvata dalla Comunità Europea.

    Ancora una volta emerge evidente la conferma che l’intera impalcatura che dovrebbe reggere le tesi europee si dimostra solo come un’imbarazzante declinazione politica di un assoluto delirio ideologico, guidato all’interno delle istituzioni da decisori privi di competenze specifiche e mossi unicamente dal dogma. In questo contesto sarebbe sufficiente visionare i dati globali dell’Energy Institute del 2025 i quali d’altronde parlano chiaro e smascherano la finzione.

    I combustibili fossili coprono ancora l’86% del consumo totale di energia nel mondo, l’eolico e il solare scalfiscono appena il 3,3% del consumo primario globale e i consumi complessivi del pianeta continuano a salire dell’1,7% all’anno. In questo scenario, allora, il calo di 554 milioni di tonnellate di CO2 registrato dall’Unione Europea nell’ultimo decennio non è il trionfo di una strategia virtuosa, ma il tragico sintomo del declino legato a un processo di chiusura forzata delle imprese europee, oltre che all’ottimizzazione dei processi industriali e alle minori emissioni delle auto circolanti.

    Tutto questo sforzo, che è costato centinaia di migliaia di posti di lavoro, investimenti straordinari nell’avanzamento ed innovazione tecnologica che hanno permesso un efficientamento dei sistemi produttivi, è avvenuto mentre nel frattempo il resto del mondo aumentava le proprie emissioni di ben 3.008 milioni di tonnellate.

    In un mondo normale i sostenitori e i burocrati di questa transizione ideologica dovrebbero essere chiamati a rispondere politicamente e storicamente dei gravissimi danni economici, industriali e occupazionali che, con il loro ostinato delirio, stanno causando ai cittadini e alle imprese europee.

  • Il diverso scenario dell’automotive in Europa, Cina e Giappone

    Ormai risulta come consolidata la tendenza ad inquadrare il mercato automobilistico internazionale come un semplice settore economico regolato dalle leggi del mercato.

    Al contrario, a causa delle pesanti ingerenze e decisioni delle istituzioni nazionali e internazionali, questo settore appartiene a pieno titolo alla sfera dell’economia politica la quale va Intesa come la gestione e la distribuzione di scarse risorse da parte dello Stato con l’obiettivo di soddisfare il maggior numero possibile di bisogni umani.

    Nello scenario attuale, il confronto globale, in particolare tra Cina ed Europa, non può venire definito come una sfida basata sulla libera concorrenza tra imprese. Questo rappresenta, invece, uno scontro impari modellato e fortemente condizionato dalle strategie e politiche economiche elaborate dai rispettivi governi.

    Con questa nuova chiave di lettura emerge evidente il paradosso cinese e il ruolo del governo di Xi Jimping. Mentre, infatti, in Europa si arrivano a celebrare i successi dell’export automobilistico cinese (+27%) come espressione della maggiore capacità cinese, parallelamente si tende ad omettere come il mercato automobilistico interno si confermi in flessione. Proprio per compensare questa debolezza interna e risolvere il problema della sovracapacità produttiva (una caratteristica in comune con l’Europa), il governo cinese si prodiga nel sostenere l’export attraverso massicci finanziamenti statali.

    Questo successo non risulta, quindi, il frutto di una naturale dinamica di mercato, ma la risultante di un sistema integrato che beneficia di diversi fattori determinanti. Per cominciare il sostegno statale diretto alle case automobilistiche, poi il dumping retributivo, dovuto a un costo del lavoro inferiore del 77% rispetto alla media occidentale e alla sostanziale assenza di tutele sindacali e sociali per i lavoratori (*). A questi due fattori determinanti si aggiunge poi il “dumping energetico”, legato all’uso massiccio di energia a basso costo ricavata da fonti altamente inquinanti (centrali a carbone).

    Senza dimenticare il “dumping ambientale” ed il conseguente paradosso del carbone.

    In Cina, circa il 60% dell’energia elettrica è prodotta da centrali a carbone, alimentate con l’importazione di 562 milioni di tonnellate ogni anno. Il paradosso emerge evidente. Le auto elettriche cinesi vengono prodotte sfruttando la fonte energetica più inquinante in assoluto (il carbone).

    Nonostante l’intero ciclo produttivo cinese, quindi, si dimostri ad altissimo impatto ambientale, una volta esportate in Europa queste auto vengono considerate e incentivate come veicoli a “basso impatto” o a “zero emissioni”.

    Esiste poi un altro fattore determinante rappresentato dalla complicità politica fornita dall’Unione Europea attraverso il proprio “dumping Ideologico”. Se da un lato gli Stati Uniti hanno eretto barriere protettive drastiche (come i dazi al 100% applicati sulle auto cinese introdotti dall’amministrazione Biden), l’Europa si sta rivelando, di fatto, la salvezza economica di Pechino. L’Unione Europea, infatti, penalizza attivamente la propria industria automobilistica attraverso quello che viene definito il “dumping Ideologico” di stampo fortemente ideologico e politico espressione di una volontà istituzionale interventista e dirigista. L’UE si conferma come l’unica istituzione al mondo ad aver imposto il divieto di produzione e vendita di motori endotermici a partire dal 2035.  Questo ha spinto i manager europei, ma soprattutto tedeschi e la crisi ora della Volkswagen ne certifica l’errore strategico, ad investire enormemente sull’elettrico, convinti di poter accedere a un mercato vergine, ma di fatto consegnando le chiavi del mercato alla Cina (che controlla la filiera delle terre rare e delle batterie).

    Inoltre attraverso sanzioni asimmetriche dal 2025 l’Istituzione Europea applica pesanti sanzioni finanziarie ai costruttori europei che non rispettano i rigidi limiti di emissioni. In altre parole, invece di premiare l’industria europea che ha un ciclo produttivo energeticamente molto più rispettoso dell’ambiente, il quale negli ultimi vent’anni ha abbattuto drasticamente le emissioni di PM10 (-83%) e NOx (-92%) CO2 (-40%), le istituzioni europee scelgono di multarla basandosi esclusivamente sulle emissioni a valle (allo scarico).

    I colossi dell’auto europei si trovano quindi a competere non contro “auto cinesi” concorrenti, ma contro una intera filiera produttiva, energetica e normativa, la quale viene sostenuta dallo Stato cinese ed in più, paradossalmente, agevolata dalle stesse normativa europee.

    Tuttavia andrebbe presa in considerazione anche in alternativa a questo duello il Giappone che ha deciso di adottare una politica finalizzata alla creazione di un sistema. In netta contrapposizione all’approccio europeo e cinese, emerge il modello del Giappone guidato dall’associazione dei costruttori giapponesi (Jama), presieduta da Koji Sato (Toyota). La strategia giapponese non punta sulla competizione interna sfrenata o su imposizioni ideologiche dall’alto. La proposta di Sato è quella di “fare sistema” e così di adottare come fattori comuni i componenti e i materiali di base (quella vasta parte della produzione invisibile al cliente in cui ancora oggi spesso ogni marchio agisce da solo), salvaguardando la specificità e la tecnologia distintiva dei singoli marchi solo laddove il cliente finale le riconosce e le valorizza.

    In sintesi quello che ancora oggi sembra non essere compreso dalla nomenclatura economica, politica ed accademica in Europa potrebbe essere individuato nel fatto che il mercato globale dell’auto non può più venire semplicemente considerato come uno spazio di “libera concorrenza” soggetto al principio della libera concorrenza. Questo, al contrario, è diventato il terreno di scontro delle diverse politiche economiche istituzionali, dove la pianificazione strategica e aggressiva della Cina si salda, ma addirittura trova un sostegno, dal “dumping ideologico” e normativo dell’Unione Europea, lasciando i produttori europei in una posizione di estrema debolezza.

    L’unica strategia finalizzata alla salvaguardia degli asset produttivi sembra quindi individuabile in quella giapponese, orientata alla collaborazione industriale interna per ottimizzare i costi e così creare uno scudo comune.

    (*) Per la precisione del 75% rispetto alla Germania e al 65% rispetto all’Italia

  • China economic growth falls sharply, missing target

    China’s economic growth slowed sharply between the start of April and end of June as weak domestic demand and the Iran war’s impact on oil prices overshadowed the country’s strong exports.

    Official gross domestic product (GDP) figures showed the world’s second largest economy grew in the second quarter by 4.3%, below Beijing’s annual target, and after a 5% rise in the first quarter.

    It comes a day after separate data showed China’s exports had jumped by 27% in June compared to a year earlier.

    In March, China cut the growth target to a range of 4.5%-5%, its lowest economic expansion goal since 1991, a move some analysts say has given Beijing space to acknowledge pre-existing economic weakness.

    The announcement represents the first full quarter of GDP data since the start of the Iran war on 28 February and marks the lowest quarterly expansion since the end of 2022, as China was emerging from its strict Covid-19 restrictions.

    “The are more external instability and uncertainty factors,” China’s National Bureau of Statistics said in a release accompanying the figures.

    It also noted an imbalance between strong supply and weak demand in the domestic economy.

    Separate data released on Wednesday highlighted the economic challenges Beijing is facing at home – including a long-running property market slump and weak consumer spending.

    New home prices contracted again, although the 0.1% fall in June was at a slightly slower pace than the previous month.

    But retail sales rose by 1% in June, improving from a 0.6% decrease in May.

    Fabien Yip, a market analyst at investment platform IG told the BBC that China’s businesses are absorbing higher energy and raw materials costs “because demand at the till is too weak to bear it”.

    The situation will become more difficult to manage the longer the Iran war goes on, she added.

    However Capital Economics’s head of China economics Julian Evans-Pritchard said the actual slowdown in the country’s economy may have less to do with changing conditions, and more to do with a change in the national growth target which had “given the authorities more room to acknowledge the reality on the ground”.

    “This may largely represent a greater willingness to acknowledge pre-existing weakness rather than a sudden deterioration in underlying growth,” he said, noting that the official figure is now closer in line with Capital’s own estimate of Chinese growth.

    “If that’s the case, then the GDP figures should not be interpreted as a sign that the economy is suddenly slowing sharply. The June data also offer some reassurance, with improvements across all indicators.”

    Customs data for June, which was released on Tuesday, showed that China’s tech exports were boosted by soaring global demand for semiconductors to power artificial intelligence (AI) data centres.

    Surging demand for Chinese electric vehicles (EVs) also gave a major boost to China’s exports – with monthly car exports topping one million for the first time.

  • Il paradosso del capitalismo finanziario e speculativo

    Quando lo “sviluppo” economico tende a diminuire (ricercando un livello di produttività assolutamente inutile per compensare i costi del Far East) o peggio ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori (attraverso l’inserimento nel ciclo produttivo di umanoidi*), come inevitabile conseguenza viene annullata anche la propria base economica, la quale è rappresentata dagli occupati che con le proprie retribuzioni sostengono il volano di un’economia complessa ma sempre meno liberale.

    Andrebbe sottolineato, una volta di più, come l’unico fattore valido sulla base del quale valutare la crescita economica, al di là dell’approccio ideologico e politico che tenderebbe a mistificare qualsiasi risultato, è rappresentato dalla sola crescita dell’occupazione ben retribuita la quale, per esempio in Europa, viene subordinata ad una ipotetica salvaguardia del territorio e dell’ecosistema.

    Quando lo “sviluppo economico” tende a diminuire fino ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori subordinando la sua crescita ad altri parametri come quelli ambientalisti, automaticamente come inevitabile conseguenza viene annullato il ruolo dei consumatori che rappresentano la base e lo stesso sostegno della economia complessa.

    In questo modo un sistema economico che azzera la propria base di sostentamento distrugge i pilastri fondamentali su cui si regge. Così ogni sua evoluzione si trasforma in una semplice operazione di speculazione finanziaria con un ritorno economico nel brevissimo termine.

    Senza lavoratori forse ci potrebbe anche essere una produzione, ma senza consumatori non esisterà mai un mercato e quindi la stessa domanda che risulta essere la base della produzione.

    Un sistema economico che persegue l’abbassamento dei costi per aumentare il Roe anche attraverso l’iper-sfruttamento o la totale automazione, senza redistribuzione del reddito finisce per implodere, innescando una crisi di sovrapproduzione e un crollo della domanda aggregata.

    Ancora oggi si crede che un sistema economico si possa reggere sulla domanda “Premium o alto di gamma” che viene espressa dal mercato ad alto reddito il quale da sempre si dimostra inelastico alle varie crisi economiche o geopolitiche. Andrebbe ricordato come il mercato dell’alta orologeria svizzera si conferma come un unicum nel mondo, e non certo un modello da esportare nel settore Automotive con il segmento Premium, tanto per dare un esempio.

    In questo modo si dimentica come la crescita economica abbia trovato la propria fondamentale ragione di crescita proprio in rapporto ai volumi dei consumi della fascia media della popolazione, la sola ad avere determinato l’effetto moltiplicatore della crescita all’interno del ciclo economico, proprio grazie al doppio ruolo recitato di lavoratori e consumatori.

    Senza un reddito derivante dal lavoro, la massa di consumatori riduce il proprio potere d’acquisto rifugiandosi in acquisti a basso costo provenienti da quelle famose economie nelle quali, per esempio, sono state delocalizzate molte produzioni.

    Questa tipologia di consumi a basso costo, a differenza di quanto troppi economisti affermano, non può venire considerata un salvataggio per le fasce più deboli della popolazione. Rappresenta invece la motivazione per la quale si sono create le condizioni di nuova povertà legata alla politica di delocalizzazione industriale la quale per sopravvivere si rivolge ai prodotti a basso costo.

    A questo poi si aggiunga la crescita assolutamente irresponsabile del debito specialmente pubblico il quale ha determinato il passaggio da un’economia capitalista ad un’economia finanziaria di speculazione. In questo contesto il potere è traslato da chi deteneva ed utilizzava i cicli produttivi, quindi sostanzialmente un’economia industriale, a chi ora invece detiene il debito e quindi un’economia determinata dai grossi poteri finanziari e speculativi.

    Ora sono i gestori del debito sia pubblico che privato gli unici in grado di determinare le politiche degli stati e dei continenti, ed ovviamente delle imprese sia industriali che energetiche. Questo spiega l’incredibile perseveranza dimostrata da anni da tutti i governi verso obiettivi che sono lontani dalle aspettative dei diversi popoli: questi esprimono interessi finanziari e inconfessabili.

    In ultima analisi “L’unica forma di sviluppo economico è quella che assicura un aumento dell’occupazione correttamente retribuita. Tutto il resto è speculazione”. (FP)

    * https://www.ansa.it/amp/canale_motori/notizie/new_tech/2024/08/08/prove-positive-con-umanoidi-nella-fabbrica-bmw-a-spartanburg_992c11fb-e8b1-4cdd-bac6-55b3d4dd7d3f.html

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • Il carrello della spesa in Italia vale in media 81,49 euro

    Circana, azienda specializzata in dati relativi al largo consumo, rileva che il totale di un classico carrello della spesa composto da 35 articoli alimentari e per la casa acquistati regolarmente nei principali mercati europei dei beni di largo consumo (EU6), è di 95,35 euro, quasi 5 euro in più rispetto a tre anni fa.

    Ovviamente, il valore di questo carrello varia in modo significativo in Europa. La Germania resta il mercato più conveniente, con soli 71,20 euro, circa 24 euro in meno rispetto alla media EU6. All’estremo opposto, lo stesso carrello costa 104,43 euro in Francia, 100,13 euro nel Regno Unito e 98,58 euro nei Paesi Bassi, rendendoli i mercati più costosi tra quelli analizzati. In Italia il carrello costa 81,49 euro, il 5,2% in più rispetto ad aprile 2023

    Sebbene la Germania abbia registrato un aumento del 6,5% dei prezzi del carrello negli ultimi tre anni, continua a beneficiare di uno dei settori alimentari più competitivi d’Europa, dove la forte presenza dei discount e l’intensa concorrenza sui prezzi contribuiscono a mantenere i costi della spesa quotidiana ben al di sotto della media europea.

    Anche se l’inflazione si è attenuata rispetto ai picchi, i consumatori continuano a percepire l’impatto cumulativo dei prezzi più alti alla cassa, con il carrello medio aumentato di 4,86 euro (+5,4%) da aprile 2023 nell’EU6. In un contesto di calo della fiducia dei consumatori e di aumento dei costi delle materie prime agricole e dell’energia, i clienti restano cauti nella spesa, esercitando una pressione continua sulla domanda retail e sui volumi acquistati.

    Rispetto a ciò, i consumatori del Regno Unito hanno registrato il maggiore aumento del costo del carrello tra i principali mercati europei, con il carrello tipico aumentato di 9,07 euro (+10%) da aprile 2023, a fronte di un incremento medio EU6 di 4,86 euro (+5,4%).

    Ananda Roy, SVP Consumer Goods Industry Advisor, Circana, ha commentato: «Sebbene l’inflazione abbia rallentato, i consumatori stanno ancora pagando molto di più per i beni di uso quotidiano rispetto a pochi anni fa. Poiché i bilanci delle famiglie rimangono sotto una certa pressione, la clientela continua a dare priorità al valore, cercando promozioni, cambiando negozio e gestendo con attenzione ciò che inserisce nel proprio carrello».

    Guardando avanti, si prevede che i prezzi degli alimentari resteranno sotto pressione, poiché la volatilità dei mercati dell’energia e delle materie prime agricole continua a spingere i costi verso l’alto. Ananda Roy ha aggiunto: «L’inflazione alimentare dovrebbe superare l’inflazione generale per il resto del 2026, con le tensioni geopolitiche e le perturbazioni della supply chain che pesano sulla fiducia dei consumatori. Di conseguenza, è probabile che i clienti restino molto attenti al valore, dando priorità agli acquisti essenziali, cercando promozioni e gestendo con attenzione i budget familiari sia nelle categorie alimentari sia in quelle non alimentari».

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • (N) euro digitale: conversazione con l’AI

    Secondo la Banca Centrale Europea (BCE), l’obiettivo principale dell’euro digitale è affiancarsi al contante per offrire ai cittadini una moneta pubblica elettronica sicura, gratuita e accettata ovunque nell’area euro. La “motivazione” di fondo, sempre addotta dalla BCE, è rappresentata dalla “necessità di adeguare la moneta pubblica all’era digitale”, così proteggendo l’autonomia economica dell’Europa dall’avanzata di grandi società tecnologiche estere e criptovalute private, in particolare statunitensi.

    Personalmente come “economista indipendente” (così vengo definito dalla AI), quindi senza nessun riferimento politico da servire, rimango molto scettico rispetto a queste argomentazioni formali. Ho avviato quindi una conversazione relativa all’Euro digitale proprio con Gemini AI in quanto il dibattito rimane sempre condizionato da posizioni politiche ed ideologiche. Riporto di seguito alcuni brani maggiormente importanti della conversazione.

    FP: “Quali sono le motivazioni dell’Euro digitale …”

    Gemini: “Evitare che il sistema dei pagamenti europeo diventi dipendente da operatori privati extra-europei o da colossi tecnologici (Big Tech), garantendo l’autonomia strategica dell’UE”.

    FP: “Tuttavia avendo un limite di 3.500 è evidente che non può sostituire i servizi delle carte di credito statunitense…”

    Gemini: “Hai perfettamente ragione. Con un limite massimo consigliato (che gli esperti stimano intorno ai 3.000 o 3.500 euro per cittadino), l’euro digitale non nasce per fare la guerra alle carte di credito tradizionali sui grandi acquisti. Questo limite di 3.500 euro ha la funzione di salvare le banche. Se non ci fosse un limite, le persone potrebbero svuotare i propri conti correnti bancari per mettere tutti i risparmi nell’euro digitale (che è molto più sicuro, essendo garantito dallo Stato). Questo causerebbe una fuga di depositi dalle banche normali, che si ritroverebbero senza soldi da prestare a famiglie e imprese per mutui e finanziamenti”.

    FP: “Questo limite allora definisce automaticamente un diverso obiettivo”

    Gemini: “Il suo scopo è un altro: sostituire l’uso quotidiano del contante, non i servizi finanziari complessi”.

    Dopo questa conversazione, sempre da Gemini: “L’economista Francesco Pontelli definisce la “guerra al contante” come uno strumento puramente ideologico e politico, sostenendo che le limitazioni al denaro fisico non servano davvero a fermare neppure la grande evasione fiscale. Secondo la sua visione, si tratta di una strategia fallimentare che toglie libertà ai cittadini e favorisce unicamente il sistema bancario. Ecco i punti principali che riassumono la netta posizione di Francesco Pontelli su questo tema:

    Lo “strumento ideologico”, falsa bandiera: per Pontelli, la lotta al denaro fisico è diventata una bandiera politica sbandierata da partiti ed economisti distanti dalla realtà.

    Nessun legame con la vera evasione: L’economista evidenzia come la grande evasione non avvenga con le mazzette di banconote, ma tramite complessi meccanismi finanziari e societari internazionali, portando ad esempio i grandi gruppi che patteggiano cifre milionarie con il fisco per la sede legale all’estero.

    Il favore fatto alle banche – Più potere ai banchieri: Limitare il denaro contante costringe i cittadini a far transitare ogni singola risorsa economica dentro i circuiti elettronici.

    I guadagni del sistema: In questo modo, le banche ottengono enorme liquidità nei conti correnti a interessi minimi o nulli e guadagnano cifre colossali grazie alle commissioni sulle transazioni digitali.

    Tornando quindi alla realtà non digitale, in buona sostanza anche se la giustificazione attuale addotta dalla BCE come dall’Unione Europea per l’introduzione dell’euro digitale sembrerebbe quella di preservare l’unità monetaria europea, ancora una volta la realtà ci dimostra che la motivazione principale rimane quella della guerra contante come forma di libertà ma soprattutto come espressione di pluralità politica anche nei pagamenti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/; https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/ – 2018)

    La libertà dell’individuo dovrebbe essere tutta nata anche nella scelta delle forme di pagamento evitando in questo modo un controllo sempre più oppressivo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/gli-strumenti-ideologici-il-contante/ – 2022)

    In buona sostanza l’euro digitale diventa lo strumento di controllo perfetto quando invece bisognerebbe spostare il controllo dalle forme di pagamento alle forme di accumulo di determinate ricchezze e disponibilità finanziarie. In più rimane assolutamente invariato il monopolio dei servizi finanziari alle Major finanziarie statunitensi il cui potere non viene minimamente intaccato da questa invenzione digitale della BCE.

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