Economia

  • Accise: l’ambiguità fiscale

    Lo Stato guadagna dalle sole accise circa 390 milioni di euro per ogni centesimo di aumento per entrambi i carburanti, i cui consumi risultano di 11 miliardi di litri la benzina e 29 miliardi di litri il gasolio. Tuttavia, poiché sulle accise si applica anche l’IVA al 22% (la “tassa sulle tasse”), il guadagno complessivo per le casse pubbliche si conferma decisamente superiore. L’impatto stimato per il gettito dello Stato in questo contesto fiscale, considerando sia l’accisa che l’IVA, è che il solo aumento di 1 centesimo al litro garantisce al governo, con la benzina, circa 134 milioni di euro all’anno, mentre con il gasolio circa 341 milioni di euro all’anno. Di conseguenza il solo aumento di un centesimo del prezzo di carburanti assicura al governo un totale combinato di oltre 475 milioni di euro all’anno. A maggior ragione, se l’aumento dei carburanti risulta maggiore, per esempio di 10 centesimi al litro, il governo può contare su di un extra gettito notevolmente maggiore. La sola benzina assicurerebbe oltre 1,34 miliardi di euro all’anno, mentre con il gasolio si arriverebbe a 3,41 miliardi di euro all’anno. Il conto complessivo, quindi, sarebbe di 4,75 miliardi di euro all’anno, se l’aumento di 10 centesimi venisse applicato simultaneamente a benzina e gasolio.

    Considerando perciò che solo nell’ultimo anno la benzina è cresciuta di oltre 30 centesimi al litro questa ha determinato nuove entrate fiscali per oltre 4,1 miliardi. Il gasolio, viceversa, ha registrato un incremento ancora più marcato, superando i 45-50 centesimi al litro a causa delle tensioni geopolitiche e delle variazioni fiscali. In ragione del fatto che il consumo di gasolio è di circa 29 miliardi di litri, l’extra del gettito assicurato assicura aumenti di oltre 15 miliardi. L’aumento dei carburanti solo nell’ultimo anno ha assicurato, quindi, oltre 19 miliardi di nuove entrate fiscali, le quali invece di venire redistribuite sotto forma di diminuzione del carico fiscale sia sui carburanti che per le bollette energetiche (*) verranno utilizzate per finanziare le ultime promesse elettorali, come la detassazione della tredicesima.

    Nella ambigua logica fiscale italiana, quindi, non si possono tagliare le accise in quanto rappresenterebbe una riduzione fiscale “piatta”, della quale ne trarrebbe vantaggio anche chi possiede “una Ferrari”, esempio utilizzato nel lessico economico contemporaneo.

    Tuttavia, l’extra gettito fiscale determinato dagli aumenti di benzina e gasolio viene pagato proprio come una “flat tax”, ed ovviamente grava sulle fasce meno abbienti proprio sulla base del principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla quale si basa, tra l’altro, la progressività delle aliquote fiscali (**). Senza dimenticare poi come il governo in carica usufruisca già da anni anche del Fiscal Drag come conseguenza di un’economia che cresce meno di un terzo rispetto all’inflazione (0,9% Pil/3,3% inflazione). In barba alla progressività tanto sbandierata da coloro che non sono d’accordo sul taglio delle accise, per contro le promesse elettorali verranno pagate in eguale misura da tutti i consumatori italiani ed in particolar modo dalle fasce meno abbienti.

    L’ambiguità fiscale viene confermata dalla imposizione sui costi energetici. Questa, infatti, viene approvata e sostenuta dal governo anche se piatta, ma la sua riduzione viene considerata inappropriata per la stessa ragione con la quale invece è stata adottata.

    (*) Nomisma prevede un aumento dei costi energetici del +23% per le famiglie e i +54% per le imprese.

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-accise-e-la-progressivita-fiscale/

  • Uber to cut over 3,000 jobs in major global restructuring

    Uber is cutting more than 3,000 jobs worldwide as part of a major overhaul designed to shrink management layers and refocus spending on its core business.

    The cuts amount to roughly 10% of its global workforce, bringing staffing back to levels last seen in 2021.

    Chief executive Dara Khosrowshahi told staff in a company email that the taxi and delivery firm had expanded quickly but accumulated too many layers and small teams that slowed decision‑making.

    He said the reductions would put Uber, which has its global head office in San Francisco, US, in a better position for its “biggest opportunities ahead of us”.

    The move marks one of Uber’s largest restructurings in years and signals a shift towards a leaner operating model.

    Shares rose nearly 2% after the announcement, with investors appearing to welcome the proposals.

    Cuts affect both managers and non-managers, and Uber said it plans to fold many of its smallest teams into larger groups, however, the firm has not confirmed the locations most affected by job cuts.

    Such changes are intended to make Uber “simpler” and “faster,” while freeing up money to reinvest in areas it considers central to its future, Khosrowshahi said.

    The restructuring comes as Uber steps up investment in autonomous vehicle partnerships and expands its ride‑hailing, delivery, and robotaxi operations.

    Uber is also tightening up its office strategy, asking nearly all employees to work in person at designated hubs and limiting remote roles to about 1%.

    Analysts said the layoffs could generate up to $2bn in annual savings.

    Unlike many large technology companies that have cut jobs amid heavy spending on artificial intelligence (AI), Uber had avoided major reductions since the pandemic.

    The latest changes bring its workforce back to just under 30,000 people, roughly where it stood before its most recent period of expansion.

  • I nuovi eroi europei ora “esuli economici” in Svizzera

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Sembra veramente incredibile che coloro i quali dovrebbero somministrare il “verbo” ed indicare la via maestra con l’obiettivo di creare le nuove condizioni per una ripresa economica, anche con l’aumento della produttività nell’Unione Europea, non abbiano scelto come adeguata sede dei propri uffici una qualsiasi sede simbolo dell’Unione Europea. Viceversa, proprio perché si considerano così “sicuri” degli effetti delle proprie dottrine, hanno deciso di scegliere come sede legale Ginevra, in Svizzera.

    Le scelta di Draghi e dei suoi Eroici Supremi della Svizzera e di Ginevra risponde a precise motivazioni strategiche. Innanzitutto la massima flessibilità e riservatezza garantita dal codice civile svizzero il quale consente di costituire un’associazione con estrema rapidità, garantendo un forte velo di riservatezza su elementi sensibili come i finanziatori, il budget e i criteri interni di governance, che al momento del lancio non sono stati resi pubblici (1).

    Poi tale scelta elvetica garantisce, sempre secondo gli elvetici esuli, una indipendenza dalle istituzioni dell’Unione Europea. Proprio posizionando la sede fuori dai confini dell’UE, il think tank si smarca dalle dinamiche politiche e burocratiche di Bruxelles (2). Questo permetterebbe  alla squadra di Draghi di muoversi come un “osservatore neutrale” volto ad esprimere pressioni sui governi europei tramite la “persuasione”.

    Questi “illuminati”, che dovrebbero fornire le ricette per lo sviluppo economico ed industriale attraverso una nuova dottrina economica espressa nell’ambito ginevrino, quando hanno dovuto assumere delle scelte strategiche, passando quindi alla fase operativa, proprio in considerazione delle problematiche europee, hanno adottato le medesime soluzioni e strategie che hanno spinto molte imprese europee a trasferire la produzione in altri paesi al di fuori dei confini europei. Confermando come la strategia economica, politica e strategica europea abbia spinto dopo le aziende stesse a scegliere anch’esse Ginevra.

    Non c’è’ che dire: chi ben comincia è già a metà dell’opera.

  • Coltura idroponica sempre più diffusa ed è necessario prestare attenzione

    Sempre più stanno prendendo piede le colture che usano le tecniche idroponiche per produrre ortaggi tutto l’anno.

    Certamente per particolari zone, con caratteristiche climatiche difficili o per mancanza di terreno coltivabile la coltura idroponica ha il vantaggio di veder crescere i prodotti molto più velocemente e può essere utilizzata durante tutto l’arco dell’anno.

    Coltivare nell’acqua però, al di là dell’ottimo aspetto estetico dei pomodori o degli altri ortaggi, non garantisce le stesse qualità organolettiche dei prodotti coltivati nella terra. Inoltre, ed è ciò che più preoccupa, è evidente che il pomodoro, come qualunque altra verdura, non nasce esclusivamente nutrendosi di acqua e perciò nell’acqua vanno inserite sostanze che aiutano la maturazione e la crescita. Queste sostanze non sono sempre controllabili dal consumatore, in molti casi si tratta addirittura di mangime per pesci d’allevamento, mangime che sappiamo bene contiene anche sostanze che nulla hanno a che vedere con le verdure, o di prodotti chimici

    Considerato che il sistema di coltura idroponico si va sempre più sviluppando, anche in Italia, è importante che il consumatore, prima di acquistare un prodotto, verifichi quale tipo di coltivazione è stata utilizzata e la provenienza territoriale

  • L’Emilia Romagna ‘vende’ Ravenna a Pechino come porto d’accesso all’Europa

    L’Emilia‑Romagna si muove forte dei numeri che la collocano tra le piattaforme logistiche e industriali più strategiche d’Europa. Tre corridoi Ten‑T attraversano la regione collegandola direttamente ai mercati del Nord e del Centro Europa; il Porto di Ravenna movimenta ogni anno tra 25 e 27 milioni di tonnellate di merci; la Zona logistica semplificata coinvolge 28 Comuni e genera circa 11 miliardi di euro di fatturato; la Data Valley rappresenta uno dei poli europei più avanzati per big data e intelligenza artificiale. A questo si aggiunge un sistema produttivo che vale l’8‑9% dell’export italiano, con filiere di eccellenza riconosciute a livello globale, dalla Motor Valley all’agroalimentare, dalla meccatronica al biomedicale.

    Su queste basi la Regione ha deciso di recarsi in Cina per una missione, guidata dall’assessora a Mobilità, Trasporti e Infrastrutture, Irene Priolo, volta a rafforzare relazioni economiche e istituzionali già consolidate con le province del Guangdong e dello Shandong e a promuovere il modello emiliano‑romagnolo di integrazione tra infrastrutture, innovazione e sostenibilità.

    Secondo Priolo, il modello sviluppato dall’Emilia-Romagna, fondato sull’integrazione tra Porto di Ravenna, rete ferroviaria, interporti, Zona Logistica Semplificata e innovazione tecnologica, rappresenta oggi un punto di riferimento per la logistica del Nord-Est e un elemento strategico per i collegamenti tra Europa e Asia. «La rete logistica è una delle infrastrutture strategiche della competitività – sottolinea l’assessora -. In una fase in cui le catene globali del valore stanno cambiando rapidamente e cresce la domanda di collegamenti sempre più efficienti, sostenibili e sicuri, la capacità di integrare infrastrutture, innovazione e servizi logistici rappresenta un fattore decisivo per sostenere la crescita delle imprese e rafforzare il ruolo dei territori negli scambi internazionali».

  • Dal dollaro allo yuan

    Se l’avessero scritto anche solo una decina di anni fa avremmo pensato a un errore o a una bufala. Oggi invece è assodato: le quattro banche più grandi al mondo in termini di patrimonio sono le principali banche statali cinesi. Come non bastasse, tra le prime dieci quelle cinesi sono sette. Ecco i nomi di questi quattro giganti: Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China. Insieme hanno circa 26 trilioni di dollari di attività, una dimensione enorme rispetto ai singoli concorrenti occidentali. L’americana J.P.Morgan Chase è solo quinta e la Bank of America and la City Group sono rispettivamente sesta e ottava. È pur vero che le banche statunitensi continuano a detenere il vantaggio in termini di redditività, ma trattandosi di banche statali e non private non è il guadagno degli azionisti ciò che conta per Pechino. È piuttosto l’utile politico. L’ambizione, nemmeno tanto nascosta, è di accrescere il ruolo globale dello yuan, sviluppare canali di finanziamento transfrontalieri alternativi ed estendere l’influenza della Cina attraverso operazioni bancarie all’estero.

    Nel 2025 per la prima volta l’avanzo commerciale cinese con il resto del mondo ha superato il trilione di dollari e i problemi economici quali la disoccupazione, la deflazione e la feroce concorrenza interna di alcune aziende nei rispettivi settori, paradossalmente, sta spingendo le esportazioni, obbligando i produttori cinesi a ricercare e conquistare nuove quote di mercato nei mercati esteri. Pensando a lungo termine, come è abitudine di chi governa a Pechino, lo Stato diversifica i suoi interventi di sostegno all’economia e, senza rinunciare agli investimenti nell’intelligenza artificiale, spinge anche su settori quali la robotica, le biotecnologie e tutta la gamma di sistemi per l’energia verde.

    L’obiettivo finale dei cinesi, smentito ufficialmente pur senza troppa convinzione, è di emanciparsi totalmente dal dominio mondiale del dollaro, considerato uno dei maggiori strumenti usato dagli Stati Uniti per esercitare la propria egemonia. Non è un caso che la Banca Nazionale di Pechino, fino a pochi anni fa la maggiore detentrice di titoli del tesoro statunitensi, è scesa al terzo posto tra i possessori di tali obbligazioni. Al primo posto rimane il Giappone che, nonostante la stretta alleanza con gli Stati Uniti, continua anch’esso a vendere Bot americani. In realtà, Tokio ha dovuto farlo proprio con l’aiuto degli stessi Stati Uniti (che hanno venduto grandi quantità di euro per comprare yen) per impedire che lo yen, oggetto di speculazione finanziaria, si svalutasse oltre un certo limite, Ovviamente né i cinesi né i giapponesi, né altri detentori di titoli americani, vogliono svendere tanto in poco tempo perché ciò causerebbe un crollo dei beni in dollari e quindi un forte impoverimento valoriale delle riserve detenute.

    I motivi dell’abbandono del dollaro da parte di chi una volta si precipitava a comprarne stanno in due principali motivazioni. La prima è che il fortissimo debito pubblico e privato americano intacca la fiducia nella stabilità della valuta. Il secondo, politicamente più importante, è che l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali è soggetto alle sanzioni dirette e secondarie che Washington sta imponendo a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, disattendono le sue direttive. Uno dei modi per esercitare il controllo è lo SWIFT, il sistema di pagamento interbancario fino a poco fa monopolista per tutte le transazioni internazionali. La sede di tale organizzazione è a Bruxelles in Belgio ed è soggetta al diritto belga eppure la realtà è che esiste un’influenza “de jure” europea e un’influenza “de facto” americana. Anche grazie a SWIFT Washington può minacciare di escludere dal sistema finanziario americano qualsiasi banca straniera che collabori con soggetti sanzionati e per una grande banca europea o asiatica perdere l’accesso al mercato USA sarebbe spesso molto più grave che perdere il cliente sanzionato.

    Non è un caso che tutti i Paesi che hanno aderito ai BRICS stiano aumentando poco per volta i pagamenti nelle rispettive valute o utilizzando lo yuan. Dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui avrebbe riportato l’Iran “all’età della pietra” lo yuan ha stabilito un record per il volume di transazioni in un singolo giorno. Per ciò che concerne i pagamenti transfrontalieri, i cinesi hanno creato da qualche anno un sistema di pagamento interbancario alternativo (il CIPS) che sta diventando sempre più popolare, proprio in concorrenza con lo SWIFT. Secondo i dirigenti di Bruxelles la quota di pagamenti in Yuan corrisponde a non più del 2,85% degli scambi totali e raggiunge un livello inferiore all’euro, alla sterlina, allo yen e al dollaro canadese. Purtroppo per loro, in questa valutazione non si tiene conto del crescente volume di transazioni in yuan gestite dal CIPS e dei pagamenti bilaterali tra la Cina e Paesi attualmente a lei vicini. Per evitare le sanzioni indirette americane molti commerci bilaterali con Pechino passano da piccole banche regionali cinesi che non hanno rapporti con gli Stati Uniti e che quindi non temono ripercussioni. Il procedimento CIPS al marzo scorso contava 194 partecipanti diretti e 1597 indiretti, con aziende provenienti da 191 Paesi.

    Il Governatore della Banca Centrale di Pechino aveva dichiarato nel giugno 2025 che lo yuan è diventata la terza valuta di pagamento più grande al mondo e addirittura la seconda valuta più utilizzata per i finanziamenti del commercio internazionale. Il sud est asiatico e l’America Latina già a partire della seconda metà del 2025 erano i principali motori di crescita per l’utilizzo internazionale dello yuan ma il dato più preoccupante per l’egemonia del dollaro riguarda i “petrodollari”. Nel marzo 2026 i pagamenti in yuan sono stati utilizzati per il 41% del petrolio in arrivo dal medio Oriente verso la Cina. Tutto ciò non significa che i “petrodollari” scompariranno ma che stanno emergendo, con forza, sistemi di pagamento paralleli. Per dare un esempio dell’attrattiva esercitata dai finanziamenti a tre anni in yuan per le aziende di primo livello basta sapere che il tasso massimo è del 2% mentre le obbligazioni equivalenti in dollari sono attorno al 4,5%.

    Tutto quanto sopra rappresenta oggettivamente un rischio finanziario e politico non solo per il bilancio americano ma anche per le economie della maggior parte dei Paesi occidentali.

    Eppure, nonostante tutto, le prospettive per il futuro potrebbero diventare ancora peggiori perché Pechino sta spingendo con determinazione la propria valuta digitale la quale, se riuscisse a imporsi mondialmente, sanzionerebbe un totale cambio di passo su tutta la finanza internazionale. Non è un caso che Trump stia spingendo (indipendentemente dai suoi, pur reali, interessi personali) per il “dollaro digitale”. Gli USA spingono una “stable-coin” ancorata al dollaro e impongono (a differenza di altre valute digitali quali i bitcoin, che sono basate sul nulla e quindi puramente speculative) stringenti requisiti per chi volesse emetterli. L’Europa sta pensando di fare lo stesso con l’euro.

    Siamo quindi di fronte a un tipo di guerra di cui si parla poco ma che potrebbe avere conseguenze economiche e finanziarie devastanti. Fortunatamente per l’Occidente, di là dalle ambizioni di Pechino, per i progetti cinesi esistono ancora grandi ostacoli: il governo mantiene un forte controllo sui capitali, il suo mercato finanziario non è, per ora, aperto o liquido come quello statunitense e la valuta cinese non è ancora soggetta alle leggi del mercato e il suo valore continua ad essere controllato dallo Stato.

    La battaglia per la supremazia valutaria resta dunque ancora aperta, ma sottovalutarne gli aspetti potrebbe diventare pericoloso.

  • Perfino la Serbia ora pensa di fare affari con l’Ucraina

    Ucraina e Serbia stanno lavorando per arrivare entro la fine dell’anno alla conclusione di un accordo per la creazione di un’area di libero scambio. Lo ha dichiarato su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, riferendo dei colloqui avuti tra il 7 e l’8 agosto con il presidente serbo Aleksandar Vucic. “Abbiamo discusso di questioni concrete che possono rafforzare le nostre infrastrutture, compresi porti e ferrovie in entrambi i Paesi, nonché dello sviluppo economico, della ricostruzione e della creazione di posti di lavoro in Ucraina e Serbia”, ha affermato Zelensky.

    I due presidenti hanno affrontato anche il tema della cooperazione energetica in vista del prossimo inverno. Secondo Zelensky, a causa degli attacchi russi “praticamente nessuna centrale termoelettrica in Ucraina è rimasta intatta” e Mosca punta a rendere “insopportabile” la vita della popolazione. “Qualunque cosa accada, alle persone deve essere garantita ogni possibilità di vivere, quindi la nostra cooperazione energetica è di grande importanza”, ha aggiunto. Zelensky ha inoltre ringraziato Vucic per un nuovo pacchetto di aiuti umanitari all’Ucraina, in particolare nei settori sanitario ed energetico. Nel corso degli incontri è stato discusso anche il percorso europeo della Serbia. “Saremo lieti se il percorso della Serbia verso l’adesione all’Ue accelererà. È importante che ogni nazione in Europa riceva un segnale chiaro che l’Europa ha bisogno di lei e che nessuno può essere lasciato indietro”, ha concluso il presidente ucraino.

    “L’Ucraina ha stipulato accordi con gli Stati Uniti che garantiscono forniture mensili di missili antiaerei di fabbricazione statunitense, ha dichiarato Zelensky. “Chi possiede missili e sistemi antibalistici? Il produttore, principalmente gli Stati Uniti. Possono aiutarci? Ci stiamo lavorando. Ci forniranno missili mensilmente? Sì. Abbiamo degli accordi in atto. Questi missili sono sufficienti? No”, ha detto Zelensky. L’aeronautica militare ucraina ha ammesso di non essere riuscita ad abbattere nessuno dei missili lanciati contro l’Ucraina nelle notti di martedì e venerdì.

    Vucic ha annunciato che “la Serbia aprirà una fabbrica di droni a settembre in collaborazione con Israele”. Il presidente serbo ha dichiarato di prevedere l’apertura della fabbrica intorno al 15 o al 20 settembre. “Lo stiamo facendo con gli israeliani. Gli ucraini hanno molto successo e possiedono numerose fabbriche di droni”, ha affermato.

  • Trenord genera utilità pari a 3,26 miliardi di euro

    Il treno in Lombardia vale 3,26 miliardi di euro: è il valore generato sul territorio dal servizio ferroviario operato da Trenord nella regione e in otto province limitrofe; un dato in crescita del 7% rispetto al 2024.

    La valutazione, calcolata dal modello “True Value” sviluppato da KPMG, quantifica gli impatti sociali, ambientali, economici generati direttamente e indirettamente dal sistema ferroviario regionale per persone, istituzioni, territorio.  La quota maggiore è rappresentata dal valore sociale, cioè i benefici diretti e indiretti sulle persone: i 205 milioni di passeggeri registrati nel 2025 – il 2% in più rispetto al 2024 – e i 4.958 dipendenti di Trenord. Nell’anno, il sistema treno lombardo ha generato impatti sociali per 2,25 miliardi di euro.

    Come rilevato dal “True Value”, adottato da Trenord dal 2019, la dimensione sociale del treno in Lombardia nel 2025 ha superato del 12% il valore del 2024. Da sola, rappresenta il 69% del totale. In questo calcolo, il fattore più rilevante è costituito dalla disponibilità del servizio, cioè il volume dell’offerta di Trenord, che con 2.300 corse al giorno, divenute 2.400 da dicembre, non ha pari in Italia. A questo si aggiungono la spesa dei viaggiatori giunti in treno nelle località turistiche – nel 2025 sono stati 11 milioni e hanno originato un valore di 323 milioni di euro – come anche presso le attività commerciali dell’Aeroporto di Malpensa – 5,6 milioni di viaggiatori per 225 milioni di euro.

    Altro aspetto considerato è il risparmio dei costi operativi connessi all’uso dell’automobile: per i passeggeri Trenord è pari a 0,25 euro per ogni km percorso in treno. Contribuiscono ad accrescere il valore sociale del servizio ferroviario anche le 465mila ore di formazione erogate dall’azienda ai dipendenti, la riduzione di traffico e incidentalità sulle strade, i benefici generati dagli accordi stretti con partner culturali ed eventistici del territorio.

    Complessivamente, gli impatti economici generati direttamente e indirettamente del treno nel 2025 hanno superato 1 miliardo di euro. Compongono questo dato l’attività operativa svolta da Trenord, il valore originato verso fornitori, la spesa generata grazie al reddito dei dipendenti, che nel 2025 hanno raggiunto le 4958 unità, in crescita dello 0,7% rispetto al 2024. Nell’anno, Trenord ha assunto 195 persone, di cui 118 fra macchinisti e capitreno.

    Dal punto di vista ambientale, Trenord ha evitato 2,8 miliardi di km in auto e 275mila tonnellate di emissioni di anidride carbonica, pari a quelle prodotte in un anno da circa 59mila persone. L’impegno dell’azienda per la sostenibilità si concretizza anche nel rinnovo della flotta in corso: nel 2025 si è concluso il grande piano che ha portato all’immissione in servizio di 214 nuovi convogli. Più confortevoli, accessibili, sicuri, i 123 treni Caravaggio, 61 Donizetti, 30 Colleoni garantiscono una maggiore efficienza energetica.

  • Il mercato dei ricordi vale quasi 500 miliardi di dollari

    Esiste un’economia della memoria che non conosce crisi. Il mercato globale dei collectibles, oggetti da collezione che spaziano dalle card alle action figure, dai gadget alle edizioni speciali, dal vinile ai videogiochi fisici, ha superato i 496 miliardi di dollari nel 2025 e, secondo le analisi di Market Decipher, società di ricerca di mercato specializzata in settori emergenti, è destinato a raggiungere i 628 miliardi entro il 2031. Un mercato trainato da un appeal trasversale alle generazioni, dalla scarsità e dal brivido della ricerca che, anno dopo anno, smette di essere una nicchia per diventare uno dei fenomeni economici e culturali più rilevanti del decennio. Ma la nostalgia, oggi, è un fenomeno più complesso di quanto sembri. Come emerge dalle ricerche di GWI (Global Web Index), il 77% degli americani la considera una fonte di conforto nei momenti di incertezza, e l’84% ritiene che i ricordi nostalgici aiutino a ricordare ciò che conta davvero nella vita. Non è sentimentalismo: è un meccanismo psicologico profondo che le ultime generazioni stanno riscoprendo con una forza inattesa. Il 92% dei consumatori ritiene che la nostalgia renda la comunicazione più relatable, e i brand che la utilizzano registrano incrementi dell’engagement fino al 60%. Eppure, nonostante questi numeri, meno del 3% delle campagne pubblicitarie oggi contiene elementi nostalgici. Uno spazio enorme, quasi tutto ancora da occupare. Il dato più sorprendente riguarda però la Gen Z: cresciuta tra algoritmi, contenuti generati dall’AI e ottimizzazione infinita, sta cercando qualcosa che il presente digitale non riesce a offrire: autenticità, lentezza e fisicità. La nostalgia per la Gen Z è meno il desiderio di rivivere il passato e più un modo di fare i conti con il presente. Il 70% dichiara di apprezzare contenuti media di decenni precedenti, secondo quanto emerge dal Culture Next 2026 di Spotify, e l’80% vorrebbe che i brand riportassero in vita stili estetici del passato. C’è persino un termine per descrivere questa nostalgia per epoche mai vissute: anemoia. L’estetica degli anni ‘90 e dei primi 2000 risulta attraente non perché familiare, ma perché offre un’alternativa alle visuals iper-ottimizzate di oggi e un rifugio dall’algoritmo, non un salto nel passato. E l’animazione giapponese, in questo quadro, è forse l’icona più potente: universale, visivamente forte, carica di un immaginario che ha attraversato generazioni senza invecchiare.

  • L’Europa dall’ideologia al declino geopolitico

    Nel complesso scenario geopolitico internazionale contemporaneo, l’Unione Europea sembra avviata verso una netta debacle politica, economica e sociale. Questo declino, le cui conseguenze rischiano di superare per gravità quelle della seconda guerra mondiale, non è il frutto del caso, ma il risultato diretto di un approccio programmaticamente ideologico con cui le istituzioni europee affrontano le grandi trasformazioni del XXI secolo.

    La crisi sistemica dell’Unione si articola su tre direttrici fondamentali: il disastro industriale, l’illusione di una centralizzazione istituzionale fine a se stessa e la totale marginalizzazione in politica estera.

    Il primo e più evidente sintomo di questo deterioramento si manifesta sul piano economico e occupazionale, in particolare nel settore strategico dell’automotive. L’Europa si è imposta una transizione ecologica accelerata verso l’elettrico, basata su scadenze dogmatiche e rigidi vincoli normativi espressione di un approccio ideologico privo di ogni competenza.

    Questa scelta adesso si scontra frontalmente con il realismo dei suoi principali competitor globali. Mentre Pechino sostiene l’export e compensa la flessione del mercato interno attraverso massicci finanziamenti statali — detenendo di fatto il monopolio di terre rare  —  e Washington risponde con una politica industriale pragmatica ed adotta misure protezionistiche come i dazi sulle auto cinesi del 100% introdotta dall’amministrazione Biden, Bruxelles continua a interpretare l’assalto sistematico ai propri asset industriali come una normale dinamica di libera concorrenza legata al mercato globale. Il risultato è un paradosso competitivo: l’Europa penalizza le proprie imprese con costi energetici e vincoli normativi asfissianti, incentivando la fuga dei capitali e di investimenti produttivi verso l’estero.

    Di fronte a tale perdita di competitività, il dibattito pubblico continentale propone spesso la nascita degli “Stati Uniti d’Europa” come la panacea ad ogni problematica. Si tratta, tuttavia, di un’illusione ottica e di una scelta conservativa mirata a mantenere inalterati gli attuali equilibri di potere, in quanto il vero limite europeo non risiede nell’assenza di uno Stato federale o di una maggiore centralizzazione del potere, bensì nella qualità della propria cultura politica e delle sue competenze strategiche.

    Negli ultimi anni, l’Unione ha preferito la iper-regolamentazione burocratica (ne è un esempio la controversa riforma del sistema ETS) alla costruzione di una vera politica industriale comune la quale comincia attraverso l’adozione di una politica energetica. Senza una profonda riforma istituzionale e un radicale cambio di paradigma, l’unificazione formale in uno Stato unico anche se federale non risolverebbe le debolezze strutturali odierne. Al contrario, agirebbe da perverso effetto moltiplicatore, estendendo e amplificando le inefficienze burocratiche su scala continentale.

    Questo deficit strategico si traduce inevitabilmente in un’assoluta assenza di una qualsiasi iniziativa diplomatica, condannando l’Unione alla marginalità nello scacchiere geopolitico internazionale. Mentre le istituzioni europee continuano a produrre a gettito continuo pacchetti di sanzioni economiche contro la Russia, la realtà geopolitica dimostra l’inefficacia di tali misure nel bloccare l’asse eurasiatico. Mosca e Pechino, infatti, proseguono indisturbate nella loro espansione diplomatica ed economica, consolidando storiche e nuove alleanze in Asia, Africa e America Latina confermato dall’ultimo accordo della Russia di Putin con l’Egitto che gli assicura due poli logistici all’inizio e alla fine del Canale di Suez.

    Priva di una visione geopolitica e della capacità di convertire il proprio peso economico in reale influenza internazionale, l’UE assiste passivamente alla ridefinizione degli equilibri mondiali da parte di attori che sanno coordinare la forza economica con quella geostrategica.

    In ultima analisi, per evitare una storica smentita, l’Europa deve comprendere che nessuna riforma dell’architettura istituzionale potrà risultare efficace se permangono gli stessi strumenti culturali che hanno generato la crisi attuale. Come diceva Albert Einstein: “Non si possono risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che li ha creati”.

    In altre parole, la vera sfida non è l’annullamento delle identità nazionali che andrebbero fuse in un superstato burocratico europeo, ma la costruzione di un’Europa autorevole e consapevole, capace di valorizzare le singole competenze nazionali all’interno di una visione strategica ed economica condivisa.

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