Economia

  • I Giochi olimpici di Cortina 2026 e la Guerra al Cio

    Sono passati pochi mesi dall’assegnazione alla località ampezzana ed al capoluogo lombardo dei prossimi giochi Olimpici invernali del 2026. Ero convinto, a torto, che la decisione del governo in carica di attribuire a Sport & Salute (sostanzialmente una sovrastruttura politica inserita nel Coni) la gestione della spesa complessiva dello stesso CONI avrebbe influito negativamente nell’assegnazione della sede delle Olimpiadi invernali 2026.

    Ora  la Lombardia, ed in minima parte il Veneto, avranno il compito di organizzare questo evento sportivo di respiro assolutamente mondiale mentre il governo non si rende ancora conto dell’errore commesso e soprattutto degli effetti disastrosi che potrebbe causare all’intero movimento sportivo Italiano (https://www.ilpattosociale.it/2019/06/27/olimpiadi-2026-cortina-e-milano-dal-giusto-entusiasmo-allimbarazzante-sedici-a-tre/).

    L’assegnazione delle Olimpiadi 2026 non ha comportato, infatti, alcun ravvedimento del governo il quale procede in questa direzione, quella cioè del controllo da parte dell’esecutivo in carica dell’attività finanziaria del CONI.

    Una scelta scellerata dettata dall’incompetenza più assoluta in quanto i principi fondamentali del Cio  stabiliscono l’assoluta distinzione tra Coni (ente sportivo) e gli organi politici governativi al fine di  garantirne l’indipendenza. Il Cio, infatti, con assoluta puntualità e durezza ha contestato questa riforma in sei punti minacciando non solo la  partecipazione alle olimpiadi di Tokyo, ma anche rimettendo in dubbio, come estrema ratio,  l’assegnazione delle Olimpiadi invernali di Cortina e Milano 2026.

    Ancora una volta gli organi governativi italiani nazionali e regionali hanno dimostrato una arroganza e soprattutto una mancanza di considerazione per le conseguenze di queste scellerate  decisioni politiche. Illudendosi, tra l’altro, che una volta assegnata la sede dei prossimi giochi olimpici invernali l’attenzione del Cio verso questo progetto  potesse in qualche modo diminuire. Questo contesto nel quale l’intero sistema dello sport italiano si viene a trovare è attribuibile alla sostanziale incompetenza e dal desiderio di rivalsa nei confronti del Presidente del CONI Malagò da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio  Giorgetti, il vero ideatore di questa riforma (alla quale ovviamente Zaia si è associato) affiancato dal “prezioso” apporto dell’ on. Valente dei 5 Stelle.

    Quindi, a causa di questa sete di vendetta unita al  desiderio di trovare nuove forme di potere, oltre ai duecento nuovi posti da assegnare ai propri protetti, e attraverso questa sciagurata riforma (assieme alla gestione del credito, le vere due forme di potere in Italia) si  vuole porre la spesa, una volta attribuita al CONI, sotto il controllo del governo e del Ministero dell’Economia.Una riforma  contraria ai principi del Cio i quali stabiliscono la assoluta separazione tra potere politico ed esecutivo con la gestione delle attività sportive.

    Questa volontà e desiderio di controllo politico sul Coni  e sulla sua spesa dimostra solo il delirio di onnipotenza di determinati personaggi politici, espressione e al tempo stesso sintesi dell’incompetenza oltre che della presunzione assoluta tale da non valutare gli effetti delle proprie scelte per il Paese intero.

    Ancora una volta si rischia il totale isolamento nel contesto del movimento sportivo mondiale per aver seguito il delirio di onnipotenza di due incompetenti assetati di potere e visibilità giunti ad una posizione di potere.

    “Sono dei piccoli uomini coloro che utilizzano lo Stato per vendette e piccoli vantaggi personali insensibili ai danni per la collettività…molto piccoli…”

  • E’ esploso nel mondo il credito ai privati

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato sul ‘Italia Oggi’ del 7 agosto 2019.

    La banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nel suo Rapporto economico annuale sostiene che «il rallentamento dell’economia mondiale sta peggiorando e si sta allargando». Questo giudizio ovviamente non farà piacere a Donald Trump che, invece, sostiene che l’economia americana non è mai andata così bene. Il presidente, in verità, più che limitarsi a considerare solo alcuni dati statistici favorevoli, dovrebbe soffermarsi su certi preoccupanti andamenti finanziari, quali il debito delle imprese.

    Non è un caso, infatti, se alcuni governatori della Federal Reserve e suoi presidenti regionali, tra cui quelli di New York e di St. Louis, abbiano chiesto che la banca centrale diminuisca il tasso di sconto. Secondo la Bri, «la decelerazione economica è più forte di quanto si aspettasse e sta creando tremori sui mercati finanziari». Sono quattro le ragioni identificate:

    1. le tensioni commerciali internazionali;
    2. il rallentamento della crescita in Cina, con Pechino concentrata sulla necessità non più procrastinabile della riduzione del debito;
    3. le politiche restrittive della Fed che influenzano, in particolare, i paesi emergenti dipendenti dai crediti e dai finanziamenti in dollari;
    4. la contrazione economica di molti paesi occidentali e anche di quelli emergenti.

    Il rallentamento si colloca all’interno di alcune tendenze in atto da più lungo periodo, quali l’inflazione più bassa delle aspettative, il ruolo sempre più imprevedibile della finanza globalizzata, la bassa produttività del lavoro, combinata con salari bloccati da tempo, e l’indebolimento dell’ordine economico del libero mercato a seguito delle misure protezionistiche.

    La preoccupazione della Bri, tuttavia, riguarda la crescita del debito, in particolare quello privato. La vulnerabilità maggiore è rappresentata dal «surriscaldamento del settore corporate, quello delle imprese, in molte economie avanzate».

    Il mercato dei leveraged loan, cioè dei crediti concessi a imprese già pesantemente indebitate e di bassa affidabilità, e, quindi, ad alto rischio, ha raggiunto i 3 mila miliardi di dollari. Ciò è paragonabile a quanto accadde con i crediti immobiliari subprime nella crisi del 2007-8. Sono aumentati i prodotti strutturati, titoli derivati, come i collateralized loan obligation (clo), che per il 60% sono detenuti dalle banche americane, per il 30% da quelle giapponesi e per il 10% da quelle europee.

    Naturalmente la somma citata rappresenta la parte evidente «in sofferenza» rispetto alla complessiva bolla di debiti corporate. Particolarmente interessati sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non è un caso che anche la Bank of England abbia recentemente condiviso le preoccupazioni della Bri. Si teme che se la situazione dovesse deteriorare, l’impatto economico sarebbe di molto amplificato attraverso il sistema bancario. Del resto la Bri aggiunge che si dovrebbe essere preoccupati dei debiti corporate più che di quelli degli Stati sovrani.

    In questi anni la qualità dei crediti concessi alle imprese è andata sempre più peggiorando. Negli Usa il lowest investment grade rating, cioè la valutazione più bassa applicata agli investimenti, rappresentava il 29% di tutti i crediti concessi nel 2000 mentre oggi è il 36%. La situazione in Europa è peggiore, perché nello stesso periodo questo rating è passato dal 14% al 36%. Per quanto riguarda il settore specifico delle obbligazioni corporate, il rating più basso, che era del 22% in Europa e del 25% negli Usa, è salito al 45% per entrambi.

    Le preoccupazioni menzionate relative alle economie dei paesi emergenti sono confermate anche da un recente studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), secondo il quale la passata politica di tasso zero della Fed li avrebbe indotti a indebitarsi in modo sproporzionato, soprattutto nei settori privati. Infatti, la percentuale del loro debito sul totale mondiale è passata dal 7% del 2007 al 26% del 2017. Nello stesso periodo il debito privato delle imprese e delle famiglie delle economie emergenti in rapporto al loro pil è passato dal 56 al 105%. I dati sono eloquenti.

    Com’è noto, i paesi in questione sono molto dipendenti dal dollaro e dalle sue evoluzioni valutarie per cui le politiche della Fed vi determinano forti ripercussioni. Vedesi l’instabilità dell’Argentina, del Brasile, dell’India, dell’Indonesia, della Turchia e del Sud Africa.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • La produttività da fattore economico a mito predigitale

    Da oltre vent’anni il  nostro Paese non esprime una politica industriale in quanto ministri, accademici ed economisti periodicamente si sono innamoratoli della New Economy prima e di app, gig and sharing economy successivamente.

    Ora, come d’incanto, dal lessico quotidiano queste “innovative definizione di economie” sono assolutamente sparite.

    Contemporaneamente la domanda internazionale che aveva illuso i governi Renzi e Gentiloni di aver trovato la quadra per lo sviluppo del nostro Paese si ferma portando la nostra crescita allo 0.0%. Ecco, allora, riemergere le convinzioni e soprattutto le dottrine economiche obsolete precedenti la creazione del mercato globale. In questo senso, in considerazione del profilo della politica economica perseguita, l’attuale compagine governativa, dopo aver negato ostinatamente le difficoltà internazionali, si ritrova a gestire l’emergenza senza possedere alcuna competenza. Basti pensare alle previsioni dell’ottobre 2018 con una maggioranza di governo che si ostinava ad affermare la propria sicurezza in una crescita del +2% ed addirittura del + 3% per il 2019 e il 2020.

    L’ultima rilevazione statistica relativa al PIL dell’anno in corso vede amaramente una “crescita” zero, mentre per il 2020 la crescita è stata calcolata probabilmente in un misero +0,3%, “solamente” -2,7 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni governative.

    A completare, tuttavia, il quadro disarmante relativo all’analisi economica assistiamo alle dichiarazioni dell’opposizione rispetto a questo governo e alla sua politica economica attraverso anche i  loro economisti “di riferimento” che parlano della diminuzione della produttività come causa della nostra mancata   crescita. Addirittura alcuni analisti si sono spinti persino ad affermare che se fossero stati mantenuti i livelli di produttività espressi nel 2018 oggi assisteremmo ad una crescita del +1%. Una analisi decisamente risibile e che comprende due errori clamorosi relativi al nuovo mercato globale.

    Per evidenziare tali ingiustificabili analisi  basta prendere ad esempio la Brembo. L’azienda lombarda si caratterizza per un alto tasso di produttività, frutto di continui investimenti in produttività e in digitalizzazione tanto da renderla una delle prime aziende al mondo nei sistemi frenanti. Eppure nel primo trimestre 2019 l’azienda di Bergamo ha registrato un calo del fatturato del -1,2%, con una diminuzione degli utili del 11,9% (prima evidenza dell’errore di valutazione).

    Passando ai quattordici distretti industriali del nord-est, come  quello della Calzatura della Riviera del Brenta, si nota che nel primo trimestre ha aumentato la cassa integrazione di oltre il 22% . Contemporaneamente, sempre nei distretti del Nord Est, solamente due, occhialerie e agroalimentare, risultano in crescita mentre tutti gli altri presentano flessioni e comunque arretramenti.

    Tornando alle analisi che si sono lette in questi giorni sia Brembo che i distretti industriali del Nord-Est rappresentano modelli di realtà industriali che più hanno investito nella digitalizzazione e, di conseguenza, nell’aumento della produttività: tuttavia registrano riduzioni di fatturati e soprattutto di ordinativi.

    La ragione di questa pericolosa inversione di tendenza rispetto al 2018 è identificabile nella diminuzione della domanda internazionale e, di conseguenza, le nostre aziende che fanno parte per la loro forte capacità innovativa delle filiere internazionali pagano una diminuzione del fatturato e degli ordini. Una cosa talmente evidente, essendo l’economia italiana Export Oriented ( primo errore di valutazione).

    In questo contesto di difficoltà internazionale, Volkswagen, in controtendenza, aumenta la redditività del 10% grazie al grandissimo successo della T-roc che dimostra, ancora una volta, come l’innovazione per risultare fondamentale e soprattutto vincente fino ad essere decisiva deve diventare innanzitutto espressione di una “innovazione di prodotto” e successivamente” di processo” (ed ecco chiarito il secondo errore di queste analisi  che si dichiarano in contrapposizione con la politica economica del governo).

    In questo contesto globale, anche se i distretti industriali hanno acquisito sempre nuova produttività grazie agli investimenti nell’innovazione tecnologica e di prodotto soffrono le dinamiche internazionali.

    Sembra invece incredibile come, ancora oggi, la produttività, che rappresenta sicuramente un fattore economico importante (espressione semplicemente della innovazione di processo), non sia così determinante in un mercato le cui dinamiche generali vengono  determinato dalla domanda (in quanto i nostri mercati sono saturi) e non certo dall’offerta come qualcuno sembra dimenticare.

    Si rimane basiti e senza parole nell’ascoltare dottrine economiche del governo ma al tempo stesso le posizioni espressione del fronte politico opposto, entrambe dimostrazione inequivocabile di un declino culturale che impedisce a questi soggetti di adattarsi alla nuova realtà ma soprattutto ai nuovi fattori del mercato globale. Sarà sempre troppo tardi quando queste dottrine toglieranno peso ai singoli fattori economici per capire che al mercato globale si reagisce con strategie globali e non attraverso il mantenimento di un parametro economico inteso come il mito predigitale della produttività.

     

     

  • L’inflazione desiderata

    L’annuncio del prossimo quantitative easing alla fine del proprio mandato rappresenta la migliore eredità del presidente della BCE Mario Draghi per legare e condizionare i primi mesi di attività del nuovo presidente Christine Lagarde. Sono invece piuttosto incerti gli obbiettivi e i possibili risultati  della seconda iniezione di liquidità voluta dalla BCE.

    Dal 2015 ad oggi il quantitative easing ha rappresentato sostanzialmente “una sospensione dalla realtà” nella valutazione della sostenibilità del rapporto debito pubblico PIL e la spesa pubblica (in continua progressione) della quale hanno beneficiato soprattutto i governi Renzi e Gentiloni. Questi, infatti, pur usufruendo di continue diminuzioni dello spread, con la conseguente riduzione dei tassi di interesse che hanno presentato una condizione unica dal dopoguerra ad oggi  per la riduzione del debito, hanno continuato, invece, ad aumentare la spesa pubblica in modo dissennato. Ne è prova il fatto che la  crescita del PIL dal 2015 al 2018 è sempre percentualmente inferiore alla crescita del debito e al tasso d’inflazione il cui  differenziale si è manifestato attraverso una riduzione del potere d’acquisto e, di  conseguenza, dei consumi.

    Tornando all’attualità del 2019 e al governo Conte, la Confesercenti ha rilevato come verranno meno  durante l’anno in corso oltre  un miliardo di consumi con una diminuzione del -0,4%, mantenendo quindi lo stato di deflazione. Questo secondo quantitative easing, tuttavia, si pone l’obiettivo di aumentare l’inflazione da sempre desiderato al  2% che rappresenta un livello auspicabile, ma solo e quando questa risulti essere espressione di un aumento della domanda.

    Nonostante ciò si ricerca ancora una volta questa inflazione da parte della BCE (il cui ruolo istituzionale sarebbe quello di combatterla) perché alleggerirebbe il rapporto debito/PIL nel breve periodo grazie ad una crescita nominale del PIL stesso. Una visione esclusivamente monetaristica e utilitaristica e di brevissimo respiro in quanto ad ogni rinegoziazione del debito l’inflazione verrebbe trasferita anche ai costi del servizio al debito stesso. In più questa tipologia di politica monetaria finalizzata all’aumento della semplice liquidità presenta una gravissima mancanza di valutazione relativa alla nuova strutturazione del mercato globale anche sotto il profilo finanziario. Nel mondo globale le politiche monetarie anche se continentali (BCE) sortiscono un brevissimo effetto e per altro molto limitato ma l’eccesso di liquidità porta una depatrimonializzazione degli stessi risparmi privati  (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    A questo si aggiunga come lo stesso aumento dell’inflazione da troppi anni sia espressione in Italia del semplice aumento della pressione fiscale e delle accise (come non ricordare la favorevole posizione all’aumento  dell’IVA finalizzata alla crescita dell’inflazione della ex ministro Padoan). A questa infrazione interna legata alla pressione fiscale si aggiunga quella perversa d’importazione legata alle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio e  suoi derivati. Nel 2013 ebbi l’ardire di scrivere come il mondo sarebbe cambiato quando gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l’indipendenza energetica.

    Da allora ad oggi gli Stati Uniti sono passati da primo importatore di petrolio a rappresentare il primo produttore ed esportatore di petrolio grazie agli investimenti dello Shale oil e shale gas.

    L’alleanza stretta successivamente con l’Arabia Saudita (prima nazione per riserve petrolifere) e con la Russia ha posto le condizioni internazionali perché la quotazione del petrolio si mantenga tra i 60 e i 70 dollari. Una forchetta di quotazione che garantisca alle aziende estrattive statunitensi una buona redditività  e non risulti penalizzante per i consumatori e le imprese. In questo modo risulta neutralizzato il potere dell’Opec che con il  continuo aumento dei prezzi del petrolio per anni ha rappresentato il cappio al collo alle imprese italiane e dello sviluppo mondiale.

    All’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza determina un forte livellamento sia del prezzo al consumo quanto dei margini aziendali la politica monetaria consentirebbe di raggiungere un aumento dell’inflazione e di un miglioramento del rapporto debito/Pil della durata massima di sei  mesi. In questo modo viene evitato il problema di affrontare i veri nodi della mancanza di una crescita e di conseguenza di un reale aumento dell’inflazione da domanda la quale può essere ottenuta attraverso una riconversione della spesa pubblica ed un progressivo abbassamento delle aliquote fiscali  e della loro progressività.

    In altre parole, l’ottima eredità lasciata dal presidente Mario Draghi attraverso l’annuncio del prossimo quantitative easing di cui beneficeranno i governi in carica lascerà invariata la dinamica dei problemi italiani che vengono determinati essenzialmente da due fattori responsabili della stagnazione italiana: la spesa pubblica, con la sua costante e progressiva crescita di quella improduttiva, e la gestione del credito, cioè il sistema bancario che da anni ha abbandonato la propria missione istituzionale.

    In un simile contesto la “sospensione dalla realtà” nella valutazione dei parametri fondamentali dell’economia italiana che il Q.E. ci regala per un altro periodo potrebbe dimostrarsi il colpo finale alla nostra credibilità.

  • IMF lowers global growth projections amid Sino-American trade war

    The International Monetary Fund downgraded its growth projection for 2019 amidst a Sino-American trade war and the increasing likelihood of a no-deal Brexit.

    The Washington-based institution now projects 3,2% global growth rather than 3,3% projected in April and 3,6% projected in January. The downgrade is mostly justified by declining investment, as business confidence is collapsing and the market is risk-averse. Consumer confidence is also affected.

    In May 2019 China and the US were embroiled in a spiralling trade was of escalating tariffs. Some US companies are moving their supply chains out of China to avoid tariffs. Global trade volumes are said to have declined by 0,5% since the first quarter of 2019.

    The IMF model still presumes an orderly UK exit, which means the risk to global growth is on the downside. The UK’s projected growth stands at 1,3% for 2019, which is marginally better than the 1,2% earlier this year.

    However, if the UK leaves without a transition arrangement, the economy could suffer a serious shock. For 2020, the IMF projects 1,4% growth, provided there is no disorderly Brexit. As for the US economy, the trade war is expected to cost dearly: from 2,9% growth projected in 2019, growth will drop to 1,9% in 2020.

    Another downside shock for the European economy – particularly Germany – would be the introduction of tariffs on European cars imported to the US.

    Responding to the economic slowdown, the US Federal Reserve is expected to cut interest rates by at least 25 basis points at the end of July. According to Der Spiegel, the European Central Bank is preparing for the second wave of quantitative easing by November. Both the ECB and the Bank of Japan already have their interest rates at zero.

    On Tuesday, American trade negotiators told CNBC that U.S. officials are planning to travel to China sometime between Friday and Thursday, August 1, but a deal is nowhere in sight. The US is willing to discuss easing restrictions on China’s Huawei in exchange for the purchase of U.S. agricultural produce but this will not pave the way to an end to the ongoing trade war.

  • Il camouflage fiscale degli ultimi governi

    Da oltre trent’anni il tema dell’evasione fiscale ha rappresentato la giustificazione classica per coprire le inefficienze nella gestione della spesa pubblica e contemporaneamente i risibili risultati delle ridicole politiche di sviluppo finanziate (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Di fatto questa tattica comunicativa ha permesso, in particolare agli ultimi governi Renzi/Gentiloni e Conte/Salvini, di operare delle scelte fiscali indegne se paragonate alla tanto agognata “giustizia fiscale” accomunata alla altrettanto  dichiarata “diminuzione della pressione fiscale”. Obiettivi che sicuramente rappresentano ancora oggi l’unica via per una politica di sviluppo e di sostegno alla domanda interna per i contribuenti italiani. Il governo Renzi, “ottimamente coadiuvato” dai dott. Padoan e Calenda, ha adottato come espressione della propria politica fiscale il concetto di contributo fiscale fisso di 100.000 euro per tutte le persone che residenti all’estero volessero porre il proprio domicilio fiscale in Italia. Di fatto una persona con un reddito da 1.000.000 si vedrà applicata una aliquota al 10%, o ancor meglio al 5% se il reddito risultasse di cinque milioni, per ridursi all’1%  con un reddito di 10 milioni. L’1% rispetto al 62% del total tax rate che mediamente viene pagato dai contribuenti italiani rappresenta effettivamente un insulto all’Italia che lavora. Quelli che si definiscono, rispetto al governo attuale, espressione della cultura economica occidentale hanno annullato in un solo battito di ciglia il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro (e sicuramente a loro insaputa).

    Non pago di questo vero e proprio insulto fiscale il  governo Gentiloni, sempre in questo aiutato dai preziosi dott.  Padoan e Calenda, nel dicembre 2017 ha inserito nella legislazione fiscale l’aliquota fissa (oggi definita flat tax) per le rendite finanziarie al 26% favorendo tutte le rendite superiori ai 750.000. In più viene prevista in questa innovativa normativa fiscale anche la possibilità della compensazione tra crediti e debiti fiscali tanto invocata dal mondo del lavoro ed imprenditoriale italiano ma concessa viceversa solo ai grandi “risparmiatori”.

    In questo quadro avvilente che dimostra le priorità dei governi Renzi e Gentiloni il governo in carica Conte/Salvini/Di Maio ha convertito in legge (n.58) il decreto legislativo n.34 che prevede la riduzione del 50% del calcolo dei contributi per gli sportivi residenti all’estero da due anni ed ora tornati sul suolo italico. In altre parole viene istituzionalizzato una sorta di reshoring fiscale a vantaggio delle società prevalentemente del settore calcistico mentre l’industria, i servizi ed il turismo attendono invano la riduzione del cuneo fiscale. Quest’ultimo fondamentale per ridare un po’ di fiato alla domanda interna e rendere più competitive  contemporaneamente le aziende italiane che competono nel mercato globale.

    Quindi mentre quota 100 e reddito di cittadinanza vengono inserite a debito e contemporaneamente la flat tax, oggi finanziariamente insostenibile, viene modificata nella proposta per la  stessa definizione della tassa (la doppia aliquota per due fasce di  reddito risulta ridicola in quanto non più flat) il governo sceglie di aiutare le società sportive. In  particolare quelle del mondo del pallone le quali, a fronte di un ingaggio di dieci milioni per un calciatore, non dovranno più pagare diciotto milioni complessivamente ma solo tredici, ed ovviamente questa copertura relativa alla riduzione del cuneo fiscale andrà anche a questa il debito.

    Il nostro paese si trova nella incredibile situazione nella quale a fronte di un aumento della pressione fiscale contemporanea  ad un quasi annullamento dei tassi di interessi con riduzione dei costi di servizio al debito (espressione del quantitative easing) riesce ad avere una crescita del debito superiore a quella del  Pil.

    In questo contesto l’Italia è l’unico paese in Europa ad essere ancora al di sotto di 1,4% di reddito disponibile rispetto al 2008. Un dato che di fatto boccia senza appello il gotha economico governativo italiano.

    In ultima analisi, quindi, questi  tre esempi di “camouflage fiscale” rappresentano l’arte di camuffare dietro la dichiarata ricerca di grandi obiettivi fiscali ed economici (anche quest’anno la pressione fiscale è aumentata e i consumi sono diminuiti dello 0,4% per  oltre un miliardo) la volontà di favorire gli interessi di pochi  a spese della collettività.

  • La Lombardia spicca il volo con le startup

    Secondo la terza edizione dell’indagine curata da Centro studi Assolombarda e Politecnico Milano, sono 20mila le startup knowledge intensive nate in Lombardia tra il 2009 e il 2017. Le “startup knowledge intensive“ (Ki), sono quelle che, pur non rientrando nei requisiti del D.L. 179/12, operano nei settori dei beni e servizi avanzati attraverso il contributo di capitale umano altamente qualificato.

    I dati relativi al territorio, messi a confronto con le altre regioni europee a maggiore vocazione produttiva – Baden-Württemberg, Bayern, Cataluña e Rhône-Alpes – testimoniano – si legge nell’indagine – un grande dinamismo dell’imprenditoria ad alto livello di conoscenza in Lombardia. L’analisi confronta le startup lombarde con quelle presenti negli altri quattro principali motori d’Europa. Complessivamente Lombardia, Baden-Württemberg, Bayern, Cataluña e Rhône-Alpes rappresentano il 21,4% delle startup create in Italia, Germania, Francia e Spagna e la sola Lombardia conta per il 4,5%.

    “Le startup knowledge intensive manifatturiere lombarde risultano capaci di grande slancio. Merito delle caratteristiche dell’ecosistema territoriale che mette a disposizione delle startup un fitto network integrato di multinazionali, grandi imprese, medie imprese a vocazione internazionale e piccole imprese familiari, con cui scambiare best practice, dialogare e fare business – dichiara Stefano Venturi, vicepresidente Assolombarda, presidente e ad Hewlett Packard Enterprise Italia -. “Ora occorrono ulteriori misure e incentivi a sostegno delle nuove iniziative imprenditoriali che consentano alle nostre startup di superare la fase di avvio e di irrobustirsi con il passare degli anni. Tra questi, per favorire le operazioni di open innovation e corporate venture capital tra aziende mature e startup, proponiamo di equiparare l’investimento in startup a quello in ricerca & sviluppo, e di aumentare il massimale di 1,8 milioni per la deduzione Ires riservata alle aziende che investono in startup innovative. Dallo studio emerge chiaramente che il potenziale di crescita può essere eccezionale. Basti pensare che nel 2017 le startup knowledge intensive ad alta crescita, pur rappresentando solo il 6% del totale analizzato, hanno prodotto ben il 72% del fatturato complessivo, impiegando il 41% degli addetti”.

    Dall’elaborazione del Centro Studi di Assolombarda emerge che il numero di startup knowledge intensive nate in Lombardia nel periodo considerato è superiore a quello di Baden-Württemberg (13,6 mila) e Rhône-Alpes (16,9 mila), con un tasso di natalità pari a 38,6 startup lombarde nate ogni 100mila abitanti, superiore a quello delle regioni tedesche, che restano ben sotto le 30 startup.

    Le startup knowledge intensive nel 2017 hanno realizzato un fatturato pari a 8,4 miliardi, circa un terzo del totale nazionale, e hanno impiegato 119mila persone, un quarto del totale Italia. Il punto di debolezza delle startup lombarde è il tasso di sopravvivenza. Infatti, le startup sopravvissute a fine 2017 in Lombardia sono appena sopra all’80% contro il 90% di Baden-Württemberg, Bayern, Cataluña. L’esito non cambia se si analizza il rischio chiusura, che in Lombardia si mantiene alto anche per le startup più mature, cioè quelle con 5-7 anni di vita. Basti pensare che il 4,4% delle startup al settimo anno rischia ancora di chiudere, invece le startup tedesche, già dopo il terzo anno di vita, registrano un crollo del rischio di chiusura che dal 3,5% scende all’1% circa al settimo anno di vita.

    Decisamente positivi i risultati del tasso di acquisizione: la Lombardia è in assoluto prima nel benchmark europeo per tasso di acquisizione: le startup lombarde risultano infatti molto attrattive agli occhi degli investitori, tanto da registrare la quota più alta di startup acquisite (3,1%). E in questo scenario la manifattura più avanzata, basata sulla scienza, raggiunge in Lombardia quota 5,6% (startup acquisite sul totale startup nate tra il 2009 e il 2017): la più alta di tutti i settori e di tutte le regioni analizzate.

  • L’Africa sarà liberata dai dazi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘Italia Oggi’ il 16 luglio 2019.

    Domenica 7 luglio, a Niamey in Niger, il vertice straordinario dei capi di Stato dei paesi dell’Unione Africana ha sancito l’inizio della fase attuativa dell’Accordo continentale africano di libero scambio (Affcta è l’acronimo in inglese) che mira ad abbattere progressivamente tutti i dazi e le altre barriere doganali all’interno dell’intero continente. Esattamente il contrario della politica delle barriere e dei dazi di Trump. È un evento di portata epocale, che potrebbe presto incidere sugli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. La visione e lo spirito che muovono l’Accordo hanno radici profonde e prospettive di lungo periodo: il rinascimento dell’Africa e il panafricanismo.

    Hanno firmato 54 dei 55 membri dell’Unione africana, fatta eccezione per l’Eritrea per le tensioni con l’Etiopia. Ha sottoscritto anche la Nigeria, che rappresenta il Paese più popoloso e potente dell’Africa. L’Affcta darà il contributo più forte per il superamento di 84 mila km di frontiere interne ereditate dal colonialismo. Lo scopo è l’integrazione, senza ridisegnare nuove frontiere. Eliminando i dazi sul commercio infra-africano, si crea un mercato di 1,2 miliardi di cittadini e di consumatori che potrebbe raddoppiare entro il 2050. Il commercio interno all’Africa rappresenta meno del 15% del totale delle esportazioni. Quello interno all’Unione europea è il 70% del totale e quello infra-asiatico è già del 50%. Perciò si prevede di portare il commercio fra i paesi africani almeno al 25% entro il 2023.

    La creazione della Zona di libero scambio e dell’unione doganale è il primo passo di un percorso ben programmato che prevede la realizzazione del mercato comune africano nel 2025 e l’unione monetaria nel 2030. I paesi africani si sono chiaramente ispirati all’esperienza dell’Unione europea, facendo tesoro delle difficoltà e degli errori commessi in Europa. Infatti, hanno messo l’unione monetaria alla fine del percorso.

    Indubbiamente si è tenuto conto anche dell’esistenza dei paesi Brics, che hanno saputo costruire nuove alleanze e istituzioni indipendenti, capaci di giocare un ruolo incisivo sullo scacchiere economico e politico globale. È un disegno ambizioso.

    L’Italia e l’Unione europea non possono limitarsi a guardare per vedere se l’Africa riuscirà o no a realizzarlo. Sarebbe grave, a nostro avviso, se ci si soffermasse a valutare i comportamenti presenti e passati dei governi e delle leadership africane. C’è un Grand Design da realizzare. È una sfida anche per la cooperazione internazionale ed europea.

    Il tutto inizia, nel maggio 2013 ad Addis Abeba in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione dell’Unione Africana, quando si definì il programma Agenda 2063 per «un’Africa integrata, prospera e pacifica guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica sulla scena internazionale». L’Agenda 2063 dettaglia, infatti, una serie d’iniziative da realizzare in tutti i campi per trasformare l’Africa in un moderno continente sovrano, che prenda in mano il proprio destino.

    In primo luogo vi è la realizzazione di una rete integrata continentale di treni ad alta velocità. Le infrastrutture occupano un posto prioritario nella lista dei progetti, come già evidenziato nel Piano di Sviluppo delle Infrastrutture in Africa (Pida). Senza infrastrutture stradali, ferroviarie, fluviali, portuali, aeroportuali, energetiche e della comunicazione, la Zona di libero scambio resterebbe una scatola «paralizzata» che bloccherebbe qualsiasi piano di sviluppo industriale, economico e civile.

    Si prevede la formulazione di una «strategia africana sulle commodity» per rendere il continente più forte nella definizione dei contratti di sfruttamento delle materie prime con i partner internazionali, per evitare che rimanga solo una grande miniera a cielo aperto e un semplice fornitore di minerali per il resto del mondo. L’Africa legittimamente vuole promuovere l’industrializzazione e la creazione di manifatture per garantire lavoro e reddito per i propri cittadini.

    L’Africa, purtroppo, finora è stata oggetto di un crescente land grabbing: vasti territori accaparrati da grandi interessi privati, da società internazionali e anche da altri Stati. Il fine è lo sfruttamento agricolo e minerario intensivo per fornire prodotti per destinazioni fuori dal continente africano. Spesso la mano d’opera locale è sfruttata al massimo e pagata al minimo, minando anche il tessuto sociale tradizionale, stravolgendo l’ambiente e lasciando, poi,sacche di povertà e di abbandono.

    Purtroppo, com’è noto, la regione sub-sahariana è il bersaglio principale di tali spregiudicate operazioni, che si giovano anche della corruzione di potentati locali e dell’ignoranza di molti. Si stima che, di tutti i territori acquisiti attraverso il land grabbing a livello mondiale, oltre il 40% sia in questa regione. Per esempio, una ricerca di alcuni anni fa quantificava l’acquisizione di terreni nella sola Repubblica Democratica del Congo in 7,2 milioni di ettari. Un terzo dell’Italia!

    9 su 10 paesi dell’Africa sub-sahariana sono «dipendenti dalle commodity», perché oltre il 60% di tutto il loro export è dato dalle commodity. Ed è una tendenza in crescita anche a livello globale. La Banca Mondiale conferma, infatti, l’aumento del rapporto debito/export nella regione sub-sahariana che è passato dal 65% del 2011 al 136% del 2017.

    L’Agenda 2063 è ricca di altri progetti relativi alle nuove tecnologie, alla finanza e anche alla ricerca spaziale. Fondamentale è la previsione di costruire un «grande museo africano» per promuovere la cultura africana in linea con gli ideali del pan-africanismo. Si vuole preservare il patrimonio culturale, stimolare gli africani a scrivere la vera storia dell’Africa e mostrare la sua influenza artistica, scientifica e letteraria sulle varie culture del mondo.

    Il summit di Niamey ha dovuto comunque riconoscere che l’impegno assunto nel 2013 di far tacere tutte le armi entro il 2020 non è stato ancora realizzato. La pacificazione e il superamento degli attuali conflitti in alcuni paesi sono, però, la condizione per l’effettiva operatività della Zona continentale africana di libero scambio senza dazi e barriere. E’ una grande sfida. Così come lo è il superamento delle frontiere e l’emissione di un unico passaporto africano per il libero movimento delle persone, che dovrebbe essere operante già dal prossimo anno.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Free o Fair Trade? I diversi casi di ceramica, riso e tessile

    Bruxelles ha rinnovato i dazi antidumping applicati alla ceramica da tavola proveniente dalla Cina. Questa scelta politica rappresenta una prova di consapevolezza ma soprattutto di tutela di un settore che ha perso 33.000 posti di lavoro. Una giusta ed oculata decisione che ovviamente stride con la infantile visione di economisti sostenuti da sempre dalle maggiori testate giornalistiche contrari ai dazi in quanto tali. Nella loro visione massimalista, infatti, questi non riescono a cogliere la differenza tra i dazi imposti come strumento politico di una guerra commerciale, come quella tra Stati Uniti e Cina, e i dazi compensativi finalizzati a riequilibrare gli effetti del dumping fiscale retributivo e normativo, per altro con risultati  abbastanza relativi.

    Il mondo politico ed accademico europeo rimane attaccato quindi alla visione del Free Trade “hic et nunc”. Nel mondo del Monopoli, quindi assolutamente illusorio, forse una maggiore concorrenza porterebbe ad una riduzione dei prezzi praticati al consumatore, espressione di una maggiore produttività. Un vantaggio attribuito alla politica commerciale del Free Trade (libero quindi in assenza di ogni tipo di dazio compensativo), ormai ampiamente disattesa dalla realtà, ma ancora oggi sostenuta appunto dal mondo politico ed accademico nella sua articolata complessità. In questo senso un esempio lampante proviene dal mondo della risicoltura, specialmente italiana, per la cui tutela l’Unione Europea ha imposto dazi all’importazione delle produzioni provenienti da Cambogia e Myanmar.

    La visione economica e politica fino ad ora espressione del Free Trade, senza dazi quindi, aveva portato le quotazioni del riso da 700 a 300 euro/tonnellata, senza alcuna minima riduzione sul prezzo finale al pubblico ma azzerando la marginalità degli agricoltori del riso italiano. L’effetto giustificativo, quindi, tanto ricercato, relativo ai positivi effetti della concorrenza legata al calo di oltre il oltre 60% della quotazione del riso, risultava concentrato nelle dinamiche commerciali di grossisti e rete distributiva a scapito di produttori e consumatori. Primo motivo per cui gli immediati vantaggi della concorrenza sono clamorosamente disattesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/17/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    Eppure si continua ancora oggi, come espressione industriale del Free Trade, a professare quella teoria economica dello sviluppo multilaterale attraverso le delocalizzazioni produttive, per esempio nel settore abbigliamento, in paese africani dove un operaio guadagna 26 dollari al mese (23,17 euro).

    Considerando lo stipendio medio di un operaio tessile italiano che si aggira attorno ai 1250 euro, anche aumentando la produttività e raggiungendo un rapporto 10 volte superiore a quello africano (10/1), rimarrebbero sempre 1019 euro di differenziale di costo (appunto l’extra guadagno speculativo sottratto al Pil divenuto così rendita di capitale) che rende ridicola di conseguenza la teoria del ricorso ad una maggior produttività (industria 4.0?) per compensare i bassi costi di produzioni delocalizzate. Per poi rilevare quotidianamente come i vantaggi economici espressione da tali “speculazioni produttive” non trovino alcun riscontro sul prezzo finale praticato al consumatore, esattamente come nel settore della risicoltura. Proprio come per la ceramica da tavola ed il riso la delocalizzazione rappresenta la forma speculativa industriale mediata dal mondo della finanza.

    Tornando alla ceramica da tavola che usufruirà giustamente con la nuova normativa ed il conseguente mantenimento dei dazi una tutela rispetto alla concorrenza, espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo, ancora una volta l’economia reale offre un esempio non viziato da ideologie politiche che per due  volte l’Unione Europea ha dimostrato di comprendere.

    Una riflessione a parte va fatta, invece, per un settore importante, come il tessile-abbigliamento, che ancora oggi non riesce ad ottenere delle tutele, pur rappresentando il secondo settore per occupazione ed export, continuando ad essere in balia delle speculazioni più sordide attraverso delocalizzazioni inaccettabili per le condizioni di vita dei lavoratori e la certificazione del prodotto. Una riflessione che dovrebbe finalmente mettere in discussione l’azione e le politiche poste in campo dalle diverse organizzazioni di categoria, anche loro come il mondo della politica unite in una forte caduta di credibilità.

    Il Free Trade (libero commercio), in ultima analisi ben rappresentato quotidianamente da interventi di politici, economisti ed accademici all’interno delle diverse testate giornalistiche e dei programmi televisivi, si illude ancora oggi che, attraverso il semplice aumento  della produttività (si ricordi il prima citato 10/1), le aziende che operano in Europa potrebbero competere con le imprese concorrenti locate in estremo Oriente, e ora anche in Africa, che godono di un assoluto dumping normativo, fiscale e retributivo e della assoluta mancanza di qualsiasi tipo di normativa a tutela dei prodotti e dei lavoratori. Di contro il Fair Trade (equo commercio) dimostra come la tutela dei vari settori produttivi da azioni di dumping provenienti da paesi assolutamente non comparabili sotto profilo normativo non rappresenti una politica conservatrice ma semplicemente una azione di compensazione a tutela dei consumatori e dei lavoratori.

     

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

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