Economia

  • Si lotti prima coi grandi elusori. Ue non può fare più finta di guardare altrove

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Maro Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi dell’11 ottobre 2019.

    La legge di bilancio è sempre un momento difficile per il governo, per i cittadini e per lo stato. Soprattutto se l’economia è in profonda stagnazione, a volte dentro, a volte appena fuori da una vera e propria recessione. Quando la crescita non c’è, inevitabilmente c’è scarsità di reddito e, di conseguenza, manca regolare gettito fiscale. Perciò, far quadrare i conti senza un aumento delle tasse, dell’Iva per quanto riguarda il nostro paese, diventa opera di un equilibrista. È una storia vecchia, ma l’Italia non può permettersi un’evasione fiscale ai livelli di una «repubblica delle banane».

    L’ultimo studio del ministero dell’economia riporta che nel 2016 l’evasione fiscale è stata di 107 miliardi di euro. Secondo la società inglese di ricerca, The Tax Research LLP, sarebbe addirittura di 190,9 miliardi di euro. Il totale europeo sarebbe di ben 823,5 miliardi. L’Italia è la prima in Europa, seguita dalla Germania con 125,1 miliardi di evasione. È il caso di ricordare che la nostra spesa pubblica per la sanità è di 115 miliardi e quella per la scuola di 60.

    Un secondo studio, “The European Tax Gap”, misura il rapporto tra tasse evase e il gettito fiscale. In Italia è del 23,29%. Siamo quarti in Europa, dopo la Romania, la Grecia e la Lituania. Nonostante che il denaro recuperato dall’evasione sia quadruplicato in poco più di 10 anni, dai 4,4 miliardi del 2009 ai 19,2 del 2019, il problema resta sostanzialmente irrisolto. Rispetto ai totali di evasione menzionati è davvero parva res, piccola cosa…

    Vi è poi l’elusione fiscale, cioè l’utilizzo di tutte le cosiddette «strade legali» e di alcuni trucchi per sottrarsi al fisco. La praticano in particolare le grandi imprese internazionali. Sfruttano i paradisi fiscali, ancora legalmente irraggiungibili dalle autorità degli stati. Sono noti i casi legali nei confronti, per esempio, di Amazon, Facebook, Google, Apple e di altri giganti del web. Si calcola che l’elusione dei grandi gruppi esteri in Italia potrebbe generare ammanchi di entrate tra i 5 e i 20 miliardi di euro (a secondo delle stime adottate). A tutto ciò si dovrebbero aggiungere le attività illegali (prostituzione, droga, criminalità organizzata, ecc) che nei calcoli stranamente non sono prese in considerazione. Il piano annunciato dal governo italiano per la lotta all’evasione dovrebbe portare nelle casse dello stato 7 miliardi di euro. Ridurre l’uso del contante a favore dei pagamenti elettronici farebbe aumentare il numero delle operazioni tracciate e potenzialmente anche diminuire il numero degli evasori.

    Aumentare la tracciabilità dei pagamenti è sicuramente importante, ma deve essere accompagnata, meglio se preceduta, dal potenziamento e dalla modernizzazione delle agenzie preposte alla lotta all’evasione. Oggi la grande evasione, purtroppo, corre sempre davanti alle regole e agli interventi dello stato. Si creano innegabili distorsioni e disuguaglianze tra coloro che si trovano in una condizione che permette di evadere le imposte e quelli che sempre le pagano. Al riguardo è opportuno ricordare che i 17 milioni di lavoratori dipendenti, pubblici e privati, e di pensionati pagano le imposte fino all’ultimo centesimo, in quanto, com’è noto, trattenute direttamente sulla busta paga e sulla pensione.

    In Italia vi sono poi 5 milioni di lavoratori autonomi, imprenditori, artigiani e partite Iva che potrebbero, se volessero, evadere anche percentuali significative rispetto al dovuto allo stato. Secondo alcune stime circa 33 miliardi di euro di imposte sul reddito (Irpef), pari al 63% del dovuto da parte degli autonomi, non arriverebbe al fisco.

    Ancora più evasa è l’Iva, l’imposta sugli scambi di beni e servizi. Si stima che ogni anno non sarebbe versata per 35 miliardi di euro. La lotta all’evasione ha tentato sempre di ricuperare l’Iva evasa. Esaminando il flusso degli acquisti e delle vendite si è in grado di ricostruire meglio anche il reddito degli operatori. Ci sembra che la strada sia quella giusta. Si stima che nel 2019 la semplice introduzione della fatturazione elettronica sembra possa produrre un gettito aggiuntivo di Iva superiore a 4 miliardi.

    In merito all’uso del contante l’accanimento mediatico ci sembra francamente esagerato e pretestuoso. I pagamenti telematici, bancomat e carte di credito varie, dovrebbero essere introdotti in modo progressivo e accompagnati dalle necessarie semplificazioni degli adempimenti fiscali e, soprattutto, non gravati da alcun costo per gli utenti. Se la lotta all’evasione e all’elusione è prioritaria per il rilancio dell’economia, diventa urgente migliorare le qualificazioni tecnologiche delle varie agenzie preposte e l’aumento dei relativi organici.

    Tutti devono pagare le tasse dovute e contribuire proporzionalmente al bene comune, così come prevede la nostra Carta costituzionale. La lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale deve, però, cominciare veramente con i grandi evasori.

    Si può ulteriormente accettare supinamente che grandi società operanti in Italia spostino la loro sede fiscale in Olanda per pagare meno tasse? O si deve, invece, pretendere che l’Ue adotti norme fiscali omogenee per tutti i paesi dell’Unione? Questo è il salto di qualità che si chiede all’Europa per avere maggiore credibilità.

    * già sottosegretario all’Economia ** economista

     

  • Da Monti a Gualtieri: il bullismo fiscale ed istituzionale

    La Tobin Tax rappresenta una tassazione applicata a tutte le transazioni finanziarie di borsa, inserita ed attuata unilateralmente dal governo Monti. Tale “scelta strategica” ha rappresentato un fiasco clamoroso in quanto dei possibili due miliardi di nuove risorse previste nel bilancio di previsione ne vennero incassati solo 870 milioni. La posizione del governo Monti, poi, comportò come inevitabile conseguenza un ulteriore isolamento normativo e politico in quanto le altre nazioni non applicavano tale normativa fiscale ed il valore di questa tassazione è direttamente proporzionale all’ampiezza dei sistemi normativi che l’adotterebbero.

    A questo isolamento politico del nostro Paese ne seguì quindi anche una minore attrattività della piazza finanziaria di Milano, con un ulteriore evidente danno per l’economia nazionale. Ovviamente si omise, allora come oggi, colpevolmente, di valutare ma sopratutto di comprendere le conseguenze finanziarie e politiche di questa scelta del governo Monti. Prova ne sia la volontà dell’attuale ministro Gualtieri di inserire all’interno della manovra economico-finanziaria l’applicazione della Web Tax in modalità assolutamente unilaterale esattamente come il governo Monti con la Tobin Tax.

    Mentre, infatti, l’Unione europea sta cercando con grandi difficoltà di elaborare un quadro normativo e fiscale omogeneo, e quindi inclusivo, il nostro governo, adottando l’atteggiamento sprezzante del governo Monti, inserisce questa normativa determinando un ulteriore isolamento del nostro Paese all’interno del quadro europeo.

    Gli ultimi due governi Conte hanno evidenziato una sempre maggiore marginalità del nostro Paese all’interno dell’Unione europea a causa, durante il governo Conte uno, delle farneticanti affermazioni relative ad una uscita imminente dall’euro e dell’intenzione di una “emissione a debito zero” dei  minibot  o, alternativamente, del conio di una moneta parallela. Tutto questo mentre il debito pubblico aumentava con un trend di più centosessanta (160) miliardi negli ultimi diciotto mesi.

    Confermando questa linea di comportamento, la scelta della introduzione di una Web Tax del governo Conte 2 esattamente come nel caso della Tobin tax rappresenta un atto di vero e proprio “bullismo fiscale” il quale presenta forme forse più eleganti rispetto al dozzinale “bullismo mediatico” del governo Conte 1, causando però  le medesime conseguenze.

    In un contesto internazionale qualsiasi atto di bullismo, va ricordato, viene naturalmente percepito come  espressione di una volontà di prevaricazione unita ad una arroganza tanto meno giustificabile quando a risultarne responsabili siano esponenti governativi incapaci di valutare il peso e le conseguenze delle proprie decisioni politiche, fiscali e finanziarie.

    Anche queste diverse forme di bullismo istituzionale rappresentano la conferma di un declino culturale del nostro Paese del quale non si vede il limite ultimo.

  • Le Regioni italiane sono sempre meno competitive in Europa

    L’Italia è un Paese ‘spaccato’: il Sud arranca per essere competitivo su scala continentale e il Nord continua a indietreggiare rispetto alle altre regioni europee. È la fotografia dell’Italia scattata dall’Indice di competitività regionale 2019, uno strumento realizzato ogni tre anni dalla Commissione Ue che permette di paragonare le regioni europee in termini d’innovazione, governance, trasporti, infrastrutture digitali, sanità e capitale umano. Lo strumento assegna un punteggio a ogni regione in base alle sue performance nei vari ambiti, fino a un massimo di 100 punti.

    La media italiana è di 42,1 punti, ampiamente superata dalla prima della classe, la Lombardia (57,01 punti), che però dal 2010 continua a perdere posizioni e oggi è 145/ma su 268 regioni europee monitorate. Sopra la media del Paese si piazzano tutte le regioni del Nord, eccezion fatta per la Valle d’Aosta (39,36 pt, 200/ma). Sotto i 42 punti è invece l’intero Mezzogiorno e il Centro Italia. Uniche ‘mosche bianche’ sono il Lazio, quarta italiana con 53,09 punti (163/ma in Ue) e l’Umbria (43,49 pt, 184/ma). Chiudono la classifica Puglia (22,72 pt, 235/ma), Sicilia (19,07 pt, 241/ma) e Calabria (18,42), che è in calo rispetto al 2010 ed oggi è 244/ma in Europa.

  • La triste favola del Re che portò all’estinzione i propri sudditi

    Alla fine di ogni estate il sovrano del Regno di Taxland, per ammansire i propri sudditi fiscali, individuava nella crescente evasione delle decime sul raccolto la motivazione che lo condannava e costringeva ad un aumento delle tasse sul macinato e al conseguente impoverimento del popolo lavoratore.

    Il Regnante, a giustificazione della propria inevitabile scelta, ricordava ai propri sudditi che se tutti avessero pagato il dovuto allora il maggiore gettito avrebbe permesso all’intera popolazione di avere una riduzione delle decime e perciò i sudditi avrebbero goduto di una maggiore disponibilità economica.

    Il sovrano, ovviamente, dimenticava, ma soprattutto ometteva colpevolmente, come ad ogni aumento delle tasse pagate dal popolo suddito corrispondesse parallelamente sempre un aumento delle proprie attribuzioni e costi generali per il mantenimento del palazzo e dei servitori mentre il livello di sopravvivenza della popolazione risultasse drasticamente in caduta verticale.

    In altre parole, tutte le affermazioni del sovrano erano viziate dal regale e conflittuale interesse di quest’ultimo con il semplice fine di migliorare il proprio appannaggio e conseguentemente il proprio potere attraverso l’esplosione percentuale delle decime che avrebbero trasformato i sudditi fiscali in veri e propri schiavi privi di ogni indipendenza economica e quindi progettualità di vita.

    Questa pericolosa sintesi di tasse e crescita della miseria per il popolo lavoratore si tradusse inevitabilmente in un calo demografico in quanto per una famiglia un figlio, e quindi anche solo una bocca in più da sfamare, rappresentava un costo aggiuntivo insostenibile.

    Questa progressione della pressione fiscale si tradusse quindi nella successiva estinzione della popolazione del regno che nel giro di pochi decenni passò da una posizione economica e politica importante alla propria estinzione economica e demografica.

    Tornando ai giorni nostri, nella prima metà degli anni settanta Indro Montanelli sottolineò come sempre (e soprattutto, aggiungiamo noi, esattamente come il Sovrano della favola) alla fine dell’estate i vari governi introducessero, con la complicità dei media asserviti ormai alla nomenclatura politica, la tematica dell’evasione fiscale a giustificazione dell’aumento delle tasse e della pressione fiscale complessiva.

    Da allora, ai tempi del regno, fino ad oggi nulla risulta cambiato auspicando, comunque, che l’infausto esito per il  popolo italiano non sia quello dell’estinzione come accadde nel regno di Taxland.

    Abbandonando il terreno della fantasia, l’amara realtà ha dimostrato come la classe politica italiana, nel remoto come recente passato e ancora oggi, rimanga assolutamente intellettualmente disonesta al di là di ogni colore politico. Ancora oggi infatti si cerca di ammansire le popolazioni (il cosiddetto popolo bue per il mercato finanziario) proponendo lo scenario di un favoloso futuro ma soprattutto immaginario nel quale, a fronte di un aumento di una pressione fiscale e di un contemporaneo allargamento della base, verrebbe ridotto per ogni singolo cittadino l’ormai insostenibile peso fiscale.

    Il grafico nella foto, reale quanto crudo, dimostra invece come ad ogni aumento della pressione fiscale sia sempre corrisposto un aumento della spesa pubblica, dimostrazione, ancora una volta, di come quest’ultima rappresenti la prima forma di potere per il ceto politico assieme alla gestione del credito (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Nella regno di Taxland, poi, il sovrano era con chiarezza assolutamente inattaccabile da una qualsiasi possibile critica dai sudditi fiscali in quanto protetto da un esercito di magistrati nominati a propria discrezione e rendendo quindi questa forma arcaica di sistema giudiziario al di fuori di ogni controllo terzo se non quello della famiglia reale.

    Questa triste favola dimostra ancora una volta come la realtà del vivere quotidiano dei sudditi fiscali italiani sia assolutamente più grama rispetto al più immaginifico mondo della fantasia della favola nella quale peraltro un sovrano ridusse all’estinzione i propri sudditi.

    P.S. Ogni riferimento a persone e organi contemporanei risulta assolutamente voluto e ricercato.

     

  • Magneti Marelli: dalla possibile quotazione alla cassa integrazione

    A soli dieci mesi dalla vendita  della Magneti Marelli ceduta ad una società giapponese dalla galassia del gruppo Agnelli, ecco partire la cassa integrazione per 910 dipendenti, compresi anche i centri di sviluppo in Italia che avrebbero dovuto rappresentare la garanzia di evoluzione dell’azienda stessa.

    L’allora amministratore delegato del gruppo Marchionne aveva indicato nella quotazione la via migliore per mantenere l’azienda in costante e continuo sviluppo all’interno di un perimetro dell’Automotive in forte e continuo sviluppo. Purtroppo la sua visione è risultata assolutamente disattesa ed inascoltata ed il gruppo torinese con sede legale in Olanda e fiscale a Londra ha ceduto l’azienda  al colosso giapponese Calsonic Kansei .

    Questa operazione ha portato alle casse della Holding Agnelli oltre due miliardi di extra dividendo e conferma ancora una volta il trend degli ultimi vent’anni che ha visto una diminuzione della capacità produttiva della famiglia torinese nel settore auto al 50% ed una diminuzione dei dipendenti del 40%.

    Molto spesso, e a ragione, si attribuiscono le responsabilità del declino economico del nostro paese ad una classe politica incapace di avere una visione futura di sviluppo strategico in ambito economico. Questa deficienza strategica purtroppo nello specifico è attribuibile anche alla classe imprenditoriale italiana (o meglio ad una sua parte, per fortuna) la quale perde il ruolo di traino all’interno del contesto italiano e preferisce accodarsi alla politica delle dismissioni, parallela manifestazione in ambito economico del declino culturale (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/24/1987-common-rail-2018-magneti-marelli-le-pericolose-similitudini/).

    Esattamente come avvenne con il common rail (invenzione e relativo brevetto nati in casa Fiat), destinato a rivoluzionare il motore a gasolio e che avrebbe potuto portare il gruppo torinese ai vertici mondiali, così anche in quel caso si preferì la cessione al gruppo Bosch al fine di capitalizzare immediatamente il valore dell’Innovazione. Con questa decisione si persero in un colpo solo il fattore moltiplicatore economico ed occupazionale che tale innovazione avrebbe potuto avere in ambito italiano ma anche il possibile ruolo guida che una società di imprenditori potrebbe e dovrebbe esprimere all’interno del proprio Paese.

    Mai come adesso questa tipologia di imprenditoria italiana rappresenta una delle cause del nostro declino economico.

  • La tutela del copyright crea un posto di lavoro ogni tre

    In Italia e in Europa, un posto di lavoro su tre è riconducibile alle industrie che utilizzano brevetti, marchi, disegni, modelli industriali e diritti d’autore, ossia ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale. A darne notizia è l’agenzia Ansa, riferendo del rapporto sull’impatto dei settori industriali ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (DPI) sull’economia dell’Ue pubblicato dall’Ufficio europeo dei brevetti (UEB) e dall’Ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale (EUIPO).

    In Italia, in particolare, queste imprese generano 7 milioni di posti di lavoro (31,5% di tutti gli impieghi) e contribuiscono con 774 miliardi di euro al Pil italiano (46,9%). Il settore più trainante nel nostro Paese, riferisce l’Ansa, è quello del design, in particolare dell’abbigliamento, accessori, arredamento, illuminazione e gioielli. I disegni industriali e modelli generano 3,79 milioni di posti di lavoro, pari al 17,2% di tutti gli impieghi e contribuiscono con 279 miliardi di euro al Pil del Paese (16,9%). Il significativo impatto economico delle industrie di design si conferma anche a livello europeo con la creazione di 30,7 milioni di posti di lavoro diretti e con il contributo del 16,2% al Pil dell’Ue. Le esportazioni del settore hanno generato un’eccedenza commerciale di oltre 66 miliardi di euro nel 2016 e nelle industrie di supporto sono stati creati 14,3 milioni di posti di lavoro.

    In Europa sono le industrie che fanno un uso intenso di marchi a rappresentare la percentuale maggiore di Pil Ue (37%) e creano complessivamente 46,7 milioni di posti di lavoro. Tra il 2014 e il 2016, l’occupazione in queste industrie in tutta l’Ue è cresciuta di 1,3 milioni di posti di lavoro rispetto al periodo 2011-2013, mentre l’occupazione totale nei 28 Stati membri dell’Ue è leggermente diminuita. “L’importanza delle industrie ad alta intensità di DPI rispecchia la forza dell’economia basata sulla conoscenza in Europa” afferma António Campinos, presidente dell’Ufficio europeo dei brevetti.

    Negli ultimi anni, le imprese per lo sviluppo di tecnologie che riguardano i cambiamenti climatici hanno rappresentato il 2,5% dell’occupazione e il 4,7 % del Pil nell’Ue nel biennio 2014-16, mentre i settori collegati alla quarta rivoluzione industriale hanno costituito l’1,9% dell’occupazione e il 3,9% del Pil nello stesso periodo. In generale in queste imprese i dipendenti guadagnano di più rispetto ai lavoratori di altre industrie: in media un premio salariale superiore del 47%. La differenza è significativa se si pensa che il salario settimanale medio nelle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale è di 801 euro, rispetto a 544 euro nelle altre aziende.

  • Ambiente: la miopia europea ed italiana

    Mentre l’Europa ed il nostro Paese eleggono ad icona di una “nuova stagione di sensibilità sostenibile” e come conseguenza si trovano a seguire una adolescente svedese in delirio di visibilità, dalla quale pretendono di individuare le nuove opzioni ambientaliste di sviluppo economico, il mondo della conoscenza, dell’industria e della scienza offrono visioni radicalmente diverse.

    I trend della crescita dell’inquinamento dimostrano, ancora una volta, come sotto accusa non sia tanto il modello industriale ed economico europeo (tanto meno italiano che è il più eco-sostenibile in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/) quanto la crescita esponenziale delle emissioni dei paesi dell’estremo Oriente, come dimostra il grafico.

    Contemporaneamente l’ottusità del nuovo mondo talebano-ambientalista individua nelle auto, in particolare quelle diesel, la causa dell’inquinamento quando invece questa, in virtù della tecnologia applicata alla motorizzazione diesel, risulta avere un impatto ambientale inferiore alla stessa motorizzazione elettrica, icona dell’ambientalismo di nuovo conio (https://www.tecnoandroid.it/2019/06/16/diesel-inquina-meno-elettrico-scomoda-verita-541122/amp?__twitter_impression=true).

    La componente talebana di tali posizioni emerge, poi, dalla negazione dei risultati delle nuove tecnologie applicate sia al mondo economico ed industriale che alla vita quotidiana. Di fatto viene negato implicitamente il valore stesso dell’evoluzione tecnico-scientifica che ha portato l’occidente all’attuale livello e qualità di vita, espressione di una cultura complessiva. Questo atteggiamento negazionista comporta anche il rischio di azzerare il vantaggio tecnologico ed industriale europeo a favore di progetti di sviluppo per i quali non esiste neppure la elementare copertura energetica (elettrificazione dei mezzi di trasporto) ai quali l’apporto delle stesse centrali nucleari risulterebbe ampiamente insufficiente.

    Mai come ora l’impreparazione, espressione di una posizione ideologica e moralista, anticamera di uno Stato etico della componente oscurantista dei movimenti ambientalisti, arriva a negare persino l’appello di 500 scienziati (https://www.startmag.it/energia/500-scienziati-greta-clima-onu-emergenza-climatica/) in contrapposizione al fenomeno mediatico di Greta non tanto in relazione ai cambiamenti climatici quanto alle cause degli stessi. Dimenticando contemporaneamente, o forse più semplicemente ignorando, i risultati di una  ricerca della NASA relativamente all’effetto fertilizzante dell’anidride carbonica  (https://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/carbon-dioxide-fertilization-greening-earth).

    Affrontare i cambiamenti climatici che hanno sempre caratterizzato le diverse fasi della storia evolutiva del nostro pianeta attraverso una visione politica ed oscurantista si traduce nella perdita della consapevolezza relativa al valore dello sviluppo come della conoscenza evolutiva, sintesi di conoscenza, sapere e tecnologia.

    Ulteriore conferma di un declino del nostro continente, incapace di valorizzare le proprie eccellenze e sempre più incline a avvitarsi in una decrescita sempre più infelice.

  • Contanti, da sinonimo di ricchezza a sintomo di evasione

    La moneta svolge fondamentalmente tre funzioni:

    • Unità di conto, ossia consente di misurare il valore di un bene o di un servizio;
    • Mezzo di scambio, in questo senso è lo strumento attraverso il quale si scambiano beni e servizi;
    • Riserva di valore, è cioè lo strumento che consente di accumulare riserve nel tempo per il mantenimento della capacità di acquistare beni o servizi.

    Al venir meno anche di una sola di queste funzioni di base, viene a cadere il concetto di moneta.

    In questo contesto si inserisce la stretta sull’uso dei contanti che da tempo è stata introdotta nel nostro Paese.

    Tutto ruota intorno all’imponente fenomeno dell’evasione e alle attività di contrasto del riciclo dei proventi delle attività illecite e di contrasto al terrorismo.

    Sui presupposti non si discute, ma occorre evitare di passare ad una pericolosa stagione di demonizzazione dell’uso del contante con importanti negative conseguenze, almeno a parere di chi scrive.

    Consideriamo, in primis, che oltre certi limiti, limitare l’uso della moneta metterebbe in discussione la moneta stessa che, in prospettiva, potrebbe perdere il suo valore a favore dell’uso e della diffusione di criptovalute. Fenomeno questo che comporterebbe elevati rischi per la mancanza di adeguati controlli, allo stato attuale, su queste monete virtuali.

    Ancora, limitare la circolazione della moneta, potrebbe portare ad una contrazione dei consumi. Valutate che, a tutt’oggi, l’italiano medio è avulso all’uso di carte di credito o di debito, che comunque hanno un costo sia per il possessore che per l’esercente, molti pensionati incassano ancora i denari sul conto delle poste e si recano in processione allo sportello il primo giorno del mese per prelevare.

    L’intervento del legislatore per contrastare l’uso del contante si sviluppa su molteplici fronti: sappiamo che non possiamo comprare un bene per un corrispettivo superiore a 3.000 euro regolandolo in denaro contante, gli istituti di credito hanno l’obbligo di segnalare i prelievi di contanti superiori a 10.000 euro al mese e a 1.000 euro al giorno, così come hanno l’obbligo di segnalare le operazioni superiori ai 10.000 euro (il limite è stato recentemente ridotto dai precedenti 15.000 euro).

    Se tutto ciò non avesse un sufficiente effetto deterrente, si aggiunga che i flussi mensili dei nostri movimenti bancari vengono inviati agli Uffici finanziari che li potranno utilizzare per elaborare liste selettive di contribuenti ritenuti a maggior rischio di evasione.

    Collateralmente a questa consolidata situazione, si susseguono oggi svariate ipotesi di interventi per disincentivare ulteriormente l’uso dei contanti: si va da possibili tassazioni sui prelievi di contanti effettuati nel mese oltre una certa soglia (la proposta è di 1.500 euro), a meccanismi di cash back per i pagamenti effettuati con carte, fino a aumenti selettivi dell’iva solo nel caso di pagamenti in contanti.

    La tassazione dei prelievi credo che sia veramente pericolosa, facendo perdere ulteriore fiducia nel sistema bancario già ampiamente compromessa, nonché fuori luogo: sarebbe una tassa aggiuntiva su denari già tassati, con il rischio di agevolare la circolazione della moneta cartacea anziché i depositi in banca e quindi di innescare un processo esattamente inverso a quello che si vorrebbe ostacolare.

    I meccanismi di cash back potrebbero essere efficaci, purché di una certa entità e con un semplice meccanismo di attuazione. A quest’ultimo proposito riterrei più idoneo il ristorno diretto sul conto carta piuttosto che il recupero sotto forma di credito di imposta in dichiarazione dei redditi.

    Farraginoso e fuori luogo sarebbe infine l’aumento selettivo dell’iva legato al tipo di pagamento: in primis incentiverebbe le transazioni “in nero”, penalizzerebbe gli onesti nostalgici dell’uso del contante e inserirebbe l’ennesima complicazione in un sistema tributario che tutto avrebbe bisogno fuorché questo.

    Ricordiamoci, inoltre, che le ipotesi al vaglio si innestano in un mastodontico meccanismo di comunicazioni automatiche di dati, di fatturazione elettronica e di sofisticati software di controllo che costantemente, a dispetto della nostra privacy, monitorano le nostre abitudini, i nostri consumi, i nostri risparmi con una logica diffusa e liceizzata improntata al reality “grande fratello”.

    Per quanto il fenomeno dell’evasione in Italia abbia ancora livelli enormi, il Governo parla di oltre 100 miliari di euro l’anno, ma potrebbero essere anche di più (secondo uno studio di The Tax Research LLP siamo i primi in Europa con 190 miliardi di euro di mancanti introiti, seguiti, comunque da Germania e Francia con rispettivamente 125 e 119 miliari di euro), risulta riduttivo, a mio parere, condurre tutto al mancato uso della moneta elettronica.

    La questione è molto più complessa e dovrebbe partire con una maggiore educazione civica delle nuove generazioni al rispetto della “cosa pubblica” e del nostro Paese. Il sistema fiscale, parallelamente, dovrebbe essere completamente rivisto, semplificato, reso più certo e equo. Una maggiore armonizzazione tra i Paesi dell’Unione sarebbe altrettanto necessaria per consentire una vera lotta all’evasione e al terrorismo, fenomeni potenzialmente collegati in quanto il primo potrebbe essere una fonte di finanziamento del secondo. Si dovrebbe garantire, infine, maggior tutela, rispetto e dignità ai contribuenti attraverso una più puntuale applicazione delle Statuto del Contribuente che ormai è costantemente calpestato per aperte ragioni di gettito, nonché evitare l’odiosa inversione dell’onere della prova che spesso porta all’assurdo che il contribuente sia un evasore, salvo prova contraria.

  • La produttività delle politiche monetarie

    Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

    L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

    Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

    Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

    Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

    In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

    Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

    In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

    Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

    Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

    Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

    Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

    Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

  • E-commerce ed economia digitale: la sostenibilità del dettaglio tradizionale

    L’economia digitale rappresenta sicuramente l’evoluzione contemporanea della economia reale i cui effetti dipendono dalle modalità di applicazione e dai modelli di consumo conseguenti. Essenzialmente questa  trova la sua massima applicazione quando viene utilizzata nel mondo dello studio, analisi e realizzazione di prodotto così come negli articolati processi produttivi (innovazione di prodotto e di processo). Dovrebbe quindi venire intesa come un fattore complesso ed innovativo dai risultati tanto interessanti quanto articolati.

    In altre parole, questa rappresenta la inevitabile evoluzione dell’economia in un contesto storico di inarrestabile innovazione tecnologica e ciò è maggiormente evidente nella riduzione del time-to-market (risposta al mercato quindi attraverso l’innovazione di processo abbinato alla ideazione) e fornisce un supporto straordinario. Mentre il valore aggiunto come espressione di una maggiore eco-compatibilità andrebbe considerato con maggiore attenzione specialmente per un mercato evoluto e contemporaneo.

    In altre parole,l’economia digitale presenta nella propria genesi dei particolari fattori positivi quando questa viene applicata in modo corretto al complesso mondo produttivo e dei servizi.

    Da anni, viceversa, in questa definizione complessiva di economia digitale l’e-commerce ottiene le stimmate del migliore e contemporaneo asset distributivo per i beni e servizi, e quindi, per sua semplice genesi e definizione, risponderebbe ai nuovi parametri di eco-sostenibilità come semplice nuova espressione digitale nella distribuzione.

    L’e-commerce certamente presenta, come ogni innovazione, il vantaggio per un consumatore di saltare l’interposizione commerciale (anche se Amazon come gli altri top player rimangono dei grossisti on-line) ma il supporto digitale offre l’illusione di una rapporto diretto. Ovviamente quando l’intera distribuzione di una gamma di beni ad alto valore aggiunto viene gestita direttamente dalla società produttrice assistiamo al noto passaggio degli anni ’80-‘90 dal dettaglio indipendente ai flag ship, poi diventati vere e proprie catene gestite dall’azienda stessa.

    Tornando al tema dell’impatto ambientale l’e-commerce gode della considerazione dell’intero mondo politico, accademico e degli economisti che non valutano con obiettività il costo ambientale legato alla parcellizzazione dei flussi delle merci. Esattamente come nel passato si era sposata la filosofia dei centri commerciali e delle grandi catene a discapito del dettaglio indipendente, salvo poi trovarsi con centri storici desertificati e bui dimostrando, ancora una volta, come sia necessario valutare l’innovazione nella sua articolata applicazione e gli stessi effetti complessivi.

    All’interno di un mercato competitivo nel quale i Big Player dell’e-commerce avviano politiche di incentivazione sempre più estreme anche attraverso la possibilità di resi gratuiti, nel solo 2018 i returns (la merce resa dopo averla ricevuta e provata) hanno toccato il valore di 369 miliardi di dollari, circa il 10% dell’intera movimentazione legata all’e-commerce.

    Per il 2020 la previsione indica la possibilità di raggiungere circa 550 miliardi di dollari di returns (450 mld di euro) in quanto il 39% delle persone in fascia di età dai 25 i 39 anni ha dichiarato di acquistare on-line con la sola intenzione di provare e successivamente rendere la merce dopo averla magari indossata per una paio di giorni. Questa movimentazione continua di pacchi e vettori, specialmente nell’ultimo tratto, il cosiddetto last Mile (il furgone che porta a casa del singolo consumatore il prodotto), risulta fondamentale nella creazione di un impatto ambientale assolutamente incalcolabile tale da diventare la prima causa, negli Stati Uniti, di inquinamento superando persino le centrali di produzione di energia.

    Questi dati offrono l’occasione per delle osservazioni e considerazioni.

    La prima, forse la più banale, è relativa al fatto che ogni evoluzione, per sua stessa natura, presenta dei costi indipendentemente dalla propria natura. Al tempo stesso emerge evidente come il concetto di impatto zero rappresenti l’indicazione di un percorso più che un traguardo da raggiungere anche in un mondo caratterizzato dalla continua e sempre più veloce innovazione tecnologica.

    La seconda, e sicuramente la più preoccupante, riguarda l’incapacità da parte della classe dirigente e politica di comprendere come le evoluzioni di per sé risultino certamente inevitabili ma contemporaneamente presentino  sempre un costo anche in termini di sostenibilità.

    Infine, proprio nell’ottica di una sostenibilità diffusa, riconsiderando i parametri di questa evoluzione come la loro applicazione allora, la distribuzione tradizionale ancora oggi non ha alcun concorrente che sia in grado di superare il proprio basso impatto ambientale. Quindi digitalizzazione ed innovazione rappresentano della tappe inevitabili del nostro mondo come dell’economia sia produttiva che distributiva.

    In considerazione, però, della rinnovata attenzione alla sostenibilità ambientale non si dovrebbe commettere l’errore di valutare solo l’aspetto innovativo escludendo le conseguenze per l’ambiente legate ai nuovi comportamenti che da tale innovazione scaturiscono. Nello specifico la distribuzione tradizionale impatta in modo molto minore nel contesto ambientale e meriterebbe una attenzione maggiore anche in funzione del servizio che offrono ai centri cittadini. In altre parole, l’evoluzione legata all’innovazione meriterebbe la stessa valutazione complessiva che viene riservata al mondo reale nella quale si inserisce. Al tempo stesso il concetto di eco sostenibilità non può assolutamente risultare limitato alla diminuzione dei tempi di risposta al mercato (time to market) ma andrebbe valutato in rapporto alla modifica dei comportamenti dei consumatori mondiali (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    In fondo la digitalizzazione dell’economia se non introduce una reale ottimizzazione nei flussi commerciali e di persone rappresenta una mera evoluzione della conoscenza con un conseguente modello di consumo.

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