Economia

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • I predoni della finanza italiana e l’inflazione

    In un’ottica di un mercato globale ogni scelta del singolo attore comporta degli effetti anche per gli altri soggetti di questo complesso scenario internazionale in continua evoluzione. Partendo da questa considerazione andrebbe finalmente preso in considerazione il nesso tra le strategie finanziarie del mondo degli istituti di credito italiani in accordo con i diversi governi succedutisi alla guida del Paese e la inevitabile ricaduta di tali operazioni nella vita quotidiana per imprese e lavoratori.

    Mentre l’Italia è ancora oggi all’interno di una crisi economica e sociale il mondo degli istituti di credito si dimostra ancora alla spasmodica ricerca di un baricentro finanziario ed operativo: basti ricordare l’esodo incentivato con il Fondo di Solidarietà (finanziato dal sistema degli istituti di credito) che sta raggiungendo le centomila (100.000) unità.

    In più, in seguito ad innumerevoli crisi sistemiche legate anche a crescite drogate dall’utilizzo senza limiti di derivati (in questo spalleggiati da una compagine governativa probabilmente complice) il sistema bancario continua ad aumentare le proprie iniziative per conseguire l’obiettivo principale, cioè la creazione di valore da distribuire agli azionisti.

    L’Amministratore delegato di Unicredit, con l’approvazione del presidente Padoan (ex ministro dell’economia nel governo Renzi), durante le prime trattative per l’acquisizione di MpS ha preteso da parte dello Stato, e quindi dai contribuenti, l’impegno ad assumersi l’onere dei costi sociali degli esuberi, oltre tre (3) miliardi, al fine di rendere sostenibile l’operazione. Questa richiesta da parte dell’Istituto UniCredit di scaricare ancora una volta sullo Stato i costi di un’operazione finanziaria si aggiunge alla strategia dello stesso Padoan quando, in qualità di ministro dell’Economia, decise la ricapitalizzazione con 6,5 miliardi di risorse pubbliche fornendo ancora ossigeno alla moribonda Monte dei Paschi (https://www.ticinolive.ch/2021/09/21/istituti-di-credito-il-sistema-italiano/).

    Adesso, senza nessuna vergogna, il medesimo Padoan, in questo caso in qualità di presidente UniCredit, assieme all’amministratore delegato pretendono una nuova ricapitalizzazione di sette (7) miliardi con il medesimo obiettivo di rendere meno onerosa (per l’acquirente Unicredit) e con un maggiore valore aggiunto per gli azionisti l’intera operazione. In altre parole questi nuovi predoni del sistema finanziario italiano pretendono sostanzialmente la creazione di una new company MpS i cui vantaggi andrebbero interamente all’acquirente privato il quale invece di operare, forte del proprio know how, per un risanamento della banca senese acquisterebbe la new Company priva di debiti e personale in esubero interamente scaricati allo Stato (il venditore).

    La bad company, viceversa, gravata di tutti gli oneri economici e sociali, rimarrebbe in carico allo Stato con un ulteriore costo aggiuntivo che già oggi ammonta a quasi 17 miliardi di sole risorse finanziarie dilapidate (*) alle quali aggiungere il costo in termini economici di una inevitabile ricaduta per contribuenti ed imprese dell’operazione in corso.

    I sette (7) miliardi di risorse pubbliche pretesi dall’acquirente minimizzano così il rischio d’impresa rendendo questa operazione finanziaria profittevole a senso unico, cioè a favore del solo operatore privato UniCredit, in quanto lo Stato invece di liberarsi di una capitolo di spesa, come rappresentava da troppo tempo la banca senese, si accollerà l’intero ammontare dei costi economici e sociali per renderli sostenibili e quindi profittevoli per il mercato quando  invece andrebbero contabilizzati all’acquirente.

    In fondo si applica una “sintesi” tra le privatizzazioni delle concessioni della rete autostradale ed il modello Alitalia ora Ita Airways: debito e costi maggiorati solo per lo Stato, e quindi i contribuenti, e sinergie economiche per gli operatori privati.

    Il tutto avviene all’interno di un momento storico nel quale l’economia reale del nostro Paese riesce a segnare una buona crescita ma incerta per la carenza delle materie prime e segnata dall’esplosione dei loro costi come del costo del petrolio

    Sette (7) miliardi dell’operazione new company MpS rappresentano il 26% delle accise annualmente versate dai contribuenti italiani allo Stato. Ridurre ora le accise sui carburanti disinnescherebbe o quantomeno ridurrebbe il Drive inflattivo determinato dalla crescita del prezzo del petrolio e soprattutto allontanerebbe la pericolosa ombre di una stagflazione.

    Si ricorda, Infatti, come lo 82% delle merci viaggi su gomma e, di conseguenza, ogni aumento dei costi della distribuzione si riverserà inevitabilmente sul prezzo finale al banco.

    Una vera sciagura mentre tutti gli esponenti politici straparlano di transizione energetica, si accetta contemporaneamente di ridurre il potere d’acquisto dei cittadini italiani e la competitività per le imprese italiane non intervenendo per ridurre l’impatto inflattivo.

    La stessa discussione in corso in questi giorni sull’utilizzo dei fondi del PNRR e su una giusta riduzione del cuneo fiscale relega la politica a sostegno della domanda interna ai margini dell’attenzione.

    Poi qualcuno si sorprende se dal 1991 le retribuzioni medie in Italia risultino diminuite del –3,4% mentre in Germania segnano un +33,7% ed in Francia un +29,6% (fonte OCSE), la conferma di come negli ultimi ventinove anni (29) la domanda interna sia stata sacrificata ed ogni possibile sostegno dirottato verso la spesa pubblica vero strumento del potere politico aumentata del 46% solo dal 2000 al 2019.

    Sembra incredibile, poi, come tutto questo avvenga alla luce del sole ed a nessun ministro o Presidente del Consiglio vengano chieste chiarificazioni tantomeno da un parlamento ormai affetto da narcolessia ampiamente retribuita.

    In altre parole con questo tipo di operazioni finanziarie, nelle quali lo Stato si libera di un capitolo di spesa, alla fine si creano “dividendi” con risorse pubbliche solo per gli azionisti del gruppo privato, contemporaneamente per il soggetto pubblico invece i capitoli di spesa crescono. Un classico esempio di finanza “argentina” nata dall’alleanza tra predoni della finanza e “rappresentanti dell’interesse pubblico” in virtù di interessi comuni.

    Quando la spirale inflazionistica lasciata libera dal governo e i prezzi continueranno ad aumentare, e magari la benzina assieme al gasolio avranno raggiunto dei prezzi/costi insostenibili per la filiera distributiva e, di conseguenza, i prezzi dei principali generi di consumo saliranno alle stelle non si dovrà guardare solo alle quotazioni del petrolio. Si renderà necessario, invece, comprendere gli effetti di quelle politiche distrattive di risorse di finanza pubblica a favore di gruppi privati ed espressione della complicità tra soggetti pubblici con i nuovi predoni della finanza.

    (*) A.  6.5 mld la prima ricapitalizzazione voluta da Padoan in qualità di ministro dell’economia

    1. 3 mld di costi aggiuntivi per gli oneri sociali del personale in esubero
    2. 7 mld gli ultimi pretesi per un aumento di capitale
    3. incalcolabile il danno reputazionale per l’intero sistema economico italiano
  • Parte la revisione del Patto di stabilità: gli investimenti green in cima alle priorità della Ue

    Regole più semplici, più coinvolgenti rispetto agli Stati membri, più flessibili sugli investimenti green. Comincia su questo binario la consultazione sulla possibile revisione di uno dei capisaldi più divisivi dell’Unione Europea, il Patto di Stabilità e Crescita. Il 19 ottobre, dopo il collegio dei commissari, il vicepresidente della commissione Ue Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari

    Economici Paolo Gentiloni hanno dato il via alla consultazione pubblica, partendo da un documento, di 14 pagine, sull’impatto della crisi Covid sulle economie europee. Un documento che vuole essere la base per discutere su una migliore applicazione delle regole fiscali. La consultazione pubblica, secondo lo schema della Commissione, dovrebbe chiudersi con la fine dell’anno. E, nella primavera del 2022 l’esecutivo europeo punta a mettere in campo una sua proposta.

    L’obiettivo di una modifica dei Trattati, osservano fonti europee a Bruxelles, è poco meno di un’utopia. La revisione potrebbe portare a modifiche regolamentari – che è l’obiettivo più ambizioso e difficile – o ad una diversa interpretazione delle regole oggi in vigore. Il percorso, come prevedibile, è irto di ostacoli già solo nel timing dell’iniziativa. Dal gennaio 2023 il Patto di Stabilità (con i suoi canonici paletti del tetto per il deficit pari al 3% del Pil e di quello dell’iter per arrivare ad un debito pari al 60%) tornerà in vigore e l’obiettivo dei cosiddetti Paesi frugali, messo nero su bianco in un ‘position paper’ dell’inizio di settembre, è quello di tergiversare il più possibile nel superamento delle regole attuali.

    Molto dipenderà anche dal futuro esecutivo tedesco e da chi, a Berlino, rivestirà il ruolo di ministro delle Finanze. Anche se il candidato alla cancelleria Spd, Olaf Scholz, pur sottolineando come l’attuale Patto sia già flessibile ha spiegato che, questo, “non è il momento dell’austerità”.

    Una certa flessibilità l’esecutivo europeo la vorrebbe innanzitutto sugli investimenti green, scorporandoli dal computo del deficit e del debito con quella che, a Bruxelles, già chiamano “golden rule”. Poi c’è il tema del rientro del debito. Il ritorno al limite del 60%, a causa degli effetti della crisi pandemica, per molti Paesi è pressoché irraggiungibile, soprattutto se si vuole evitare di strangolare la ripresa economica con interventi da lacrime e sangue.

    La media del debito dei Paesi dell’eurozona ruota attorno al 100% del Pil. L’obiettivo della consultazione pubblica è quindi trovare un percorso che porti ad una riduzione graduale, ma effettiva del debito. Anche perché, come si evincerà dal documento della Commissione, la crisi del Covid ha portato alla luce la necessità e l’opportunità di più investimenti, pubblici e privati.

  • PMI: strategie per uscire dalla crisi

    Dott. Ielo, lei è stato dirigente di banca ed è attualmente direttore generale di una società di consulenza legale ed economica internazionale specializzata nella gestione delle crisi di impresa, in fondi e bandi pubblici e lo sviluppo di mercati esteri oltre che consigliere economico di importanti imprese ed enti e docente presso diverse realtà di formazione. Alla luce della sua lunga esperienza, quali sono attualmente le principali difficoltà delle imprese?

    La prima difficoltà è certamente quella di “rimanere in vita”. Solo a Roma, giusto per fare un esempio, la Confcommercio stima che saranno 18.000 le imprese che chiuderanno entro la fine del 2021. Immaginatevi quali possano essere le cifre in tutta l’Italia. Si tratta ovviamente di stime, ma comunque purtroppo prossime al vero perché basate su concreti indicatori economici.

    In merito, invece, a tutte quelle imprese che riusciranno a sopravvivere, diversi autorevoli sondaggi su questa crisi riportano che le più citate problematiche che hanno le aziende ed i liberi professionisti riguardano innanzitutto gli attuali molteplici e complessi vincoli normativi (che li costringono ad un regime burocratico asfissiante), una pressione fiscale fra più alte d’Europa (l’osservatorio economico europeo la parametra ad un 64% circa) e la difficoltà a trovare nuovi clienti e mercati.

     Quale sarà, secondo lei, la risposta delle PMI a tutto questo?

    Come detto, per alcune la risposta sarà quella di cercare di “chiudere” nel modo più indolore possibile. Per tutte le altre, o di finire nelle mani degli usurai (si stima che oltre 176 mila imprese italiane sono segnalate come insolventi e pertanto non possono accedere ad alcun prestito bancario) o di lanciarsi in rischiosi investimenti fai da te (come le criptovalute o i sedicenti facili investimenti online) o, per i più prudenti, usare l’antico metodo di tagliare le spese e attendere tempi migliori (azione che, generalmente, comporta licenziamenti e/o pericolosi cali nella qualità produttiva e di sicurezza sul lavoro). Per i pochi più coraggiosi, se così possiamo dire, e lungimiranti, la risposta sarà quella di affidarsi a seri consulenti per vagliare con attenzione tutte le possibili soluzioni future per fare una diagnosi economico-finanziaria della situazione. Solo partendo da questo è possibile valutare seriamente il da farsi. In generale mi chiedo quale sarà la ripercussione sul sistema dei servizi offerti al cittadino dallo stato italiano, visto che la “macchina paese”, formata da una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, è stata fino ad oggi alimentata solamente dal 10% di imprenditori che versando i propri contributi hanno provveduto al mantenimento in vita di questo sistema. Un sistema che tuttavia si è rivelato a dir poco perverso, in quanto, ai tagli operati sul sistema sanitario, quello della cultura e dell’istruzione, sono corrisposte ulteriori stringenti normative emanate a discapito della classe imprenditoriale. Di positivo c’è che esistono alcuni strumenti utili da attivare il prima possibile (come fondi, bandi e strategie finanziarie integrate al marketing, etc.) ma troppo spesso non vengono presi in considerazione nonostante possano offrire un grande aiuto per recuperare liquidità e produttività.

    Perché avviene questo?

    Perché, come detto, il volume degli adempimenti normativi e fiscali e, aggiungo, il volume delle informazioni spesso imprecise o false su internet, è tale che spesso gli imprenditori e i loro stessi consulenti non riescono ad avere il tempo ed il giusto distacco per studiare e intraprendere le giuste strategie.

    E cosa può fare un imprenditore per trovare le persone giuste a cui fare affidamento?

    Curriculm e passaparola possono ancora aiutare molto. Ovvero, informarsi sul percorso formativo e lavorativo dei consulenti contattati o chiedere ad amici e conoscenti se hanno avuto modo di conoscere una persona che abbia dimostrato nei fatti di essere stato competente e in grado di migliorare la situazione sono strumenti antichi ma tuttora validi. È un percorso che vuole il suo tempo perché è impegnativo esporre la propria situazione a più persone ma, a mio parere, può sempre valerne la pena.

    È corretto aggiungere che esiste oggi anche la possibilità di fare consulenze online e con costi più bassi (certamente a breve) ma non credo che possa essere una soluzione percorribile quando il problema delle imprese è oggi radicato, diffuso e sistemico. Per agire correttamente e intelligentemente bisogna saper distinguere bene cosa sia possibile fare da cosa sia più opportuno fare. E per fare questo ci vuole tempo ma, più esperto e capace è il consulente e meno tempo si perderà.

     Come vede il bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

    Nonostante tutto e nonostante l’attuale difficile situazione, il bicchiere lo vedo sempre mezzo pieno. E questo non perché io sia un inguaribile ottimista o contento della situazione attuale, tutt’altro, ma perché l’aver ricoperto nella mia carriera diversi importanti ruoli di responsabilità in contesti differenti ma complementari fra loro (in Italia e all’Estero) mi ha dato modo di poter cambiare il mio punto di osservazione professionale (e personale) sulla società e sui mercati, aiutandomi, di fatto, a vedere soluzioni che spesso altri non vedono. Certamente la situazione economica attuale è difficile e la crisi è strutturale, globale e non passeggera. Un buon consulente può essere di grande aiuto per le aziende italiane ma, oggettivamente, si tratta sempre di dare un buon colpo alla botte e un buon colpo al cerchio. Per trovare soluzioni di più lunga durata, a mio avviso, occorrerebbe lavorare per dedicarsi seriamente a riforme di sistema ormai urgentissime, prima fra le quali quella tributaria e fiscale.

    È di fatto impensabile credere di poter essere competitivi con Paesi appartenenti al nostro stesso continente che applicano una tassazione media del 20% e che agiscono con una metodologia burocratica molto più “snella” della nostra. Tutto ciò negli anni ha portato solamente ad un impoverimento del nostro Paese e ad una perdita di risorse umane ed economiche davvero importante.

    Continuare a “svendere” pezzi di storia imprenditoriale italiana, quali banche, compagnie aeree, società energetiche, ci condurrà definitivamente al tracollo ed è impensabile attrarre investitori esteri a queste condizioni.

    Mi piacerebbe piuttosto pensare ad un Italia partecipata e non colonizzata; il nostro artigianato, le nostre produzioni alimentari ed enologiche, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra paesaggistica meritano una focalizzazione economica diversa soprattutto in grado di rivolgersi al lungo periodo.

    Ma di questo, ne parleremo un’altra volta…

  • Le materie prime sono rovinose. Chi vuole svilupparsi deve puntare sulla tecnologia

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 13 ottobre 2021

    Il rapporto «State of Commodity Dependence 2021» recentemente pubblicato dalla Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, evidenzia l’aumento nell’ultimo decennio del numero dei paesi dipendenti dalle materie prime: da 93 paesi nel 2008-2009 a 101 nel 2018-2019.

    L’Unctad considera un paese dipendente dalle esportazioni di merci quando più del 60% del totale delle sue esportazioni è composto di materie prime e di prodotti agricoli. Più che una condizione, è una vera trappola, che blocca la crescita di molte economie.

    Il valore nominale delle esportazioni mondiali di materie prime ha raggiunto 4.380 miliardi di dollari nel 2018-2019, con un aumento del 20% rispetto al 2008-2009. La dipendenza rende i paesi più vulnerabili agli shock economici con inevitabili impatti negativi sulle entrate fiscali, sull’indebitamento e sullo sviluppo economico.

    Infatti, nel 2008-2009 la maggior parte dei paesi, il 95%, che dipendeva dalle materie prime, è rimasta tale nel 2018-2019. Naturalmente, la dipendenza tende a colpire principalmente i paesi in via di sviluppo.

    Lo sono ben 87 dei 101 emersi nel 2019. In specifico, dei 101 paesi, 38 facevano affidamento sulle esportazioni di prodotti agricoli, 32 sulle esportazioni minerarie e 31 sui combustibili.

    La dipendenza è particolarmente forte in Africa. Tre quarti dei paesi africani sono dipendenti per oltre il 70% del loro export. In Africa centrale e occidentale essa è mediamente pari al 95%.

    Anche tutti i 12 paesi del Sud America hanno un livello di dipendenza dalle materie prime superiore al 60% e per tre quarti di essi la quota supera l’80%. Nell’Asia centrale, il Kirghizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, hanno registrato una quota media delle esportazioni di materie prime sul totale dell’export di merci superiore all’85.

    Consapevole di ciò, l’Unctad ha esortato i paesi in via di sviluppo a migliorare le proprie capacità tecnologiche per sfuggire alla “trappola”. Un processo non facile in assenza di sostegni e di trasferimenti di tecnologia.

    L’analisi mostra infatti che i livelli di tecnologia sono molto bassi nei paesi succitati. Il Technology Development Index, l’indice di sviluppo tecnologico dei paesi cosiddetti commodity-dependent developing countries, è mediamente dell’1,55 rispetto al 5,17 dei paesi in via di sviluppo che non dipendono dalle materie prime, come Cina, India, Messico, Turchia e Vietnam.

    Il Frontier Technology Readiness, relativo all’utilizzo delle nuove tecnologie, dà un punteggio medio dello 0,25 ai paesi dipendenti rispetto allo 0,47 degli altri.

    Si tenga presente che l’indice dei prezzi delle materie prime, elaborato dall’Unctad, che, a causa della pandemia, nel periodo gennaio 2020 – aprile 2021 era diminuito del 36%, a luglio ha raddoppiato il suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 41%.

    L’indice Fao sul cibo ha già raggiunto i 127,4 punti lo scorso agosto, con un aumento del 3,1% in un mese. Si ricordi che alla vigilia dell’esplosione dei prezzi dei beni alimentari del 2011, che portarono alle rivolte del pane in molti paesi, l’indice era di punti 137,1.

    Secondo l’Unctad, la correlazione tra i prezzi delle materie prime e la crescita economica può arrivare al 70%. Milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, non hanno ancora accesso a cibo, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari. Si prevede che la domanda di cibo aumenterà del 60%, man mano che la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi entro il 2050.

    La trappola delle materie prime, di fatto, è il proseguimento moderno del vecchio rapporto colonialistico. Sembra di rileggere La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, scritta prima del 1776, che, di là delle teorie economiche, come la divisione del lavoro, invitava le colonie inglesi nel Nord America a limitarsi a produrre cotone perché le manifatture e lo sviluppo industriale erano riservati all’Inghilterra.

    Si ricordi che quell’imposizione coloniale fu una delle cause principali che portarono alla Rivoluzione americana e alla nascita e all’indipendenza degli Stati Uniti.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Il caso Georgieva scuote il Fmi e gli Usa valutano le dimissioni

    Il ‘caso Georgieva’ scuote e imbarazza il Fondo monetario internazionale a ridosso del tradizionale appuntamento autunnale che a Washington vedrà riuniti tutti i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali mondiali. La posizione della direttrice del Fondo appare sempre più in bilico dopo le gravi accuse secondo cui avrebbe favorito la Cina quando lavorava alla Banca Mondiale, manipolando alcuni dati.

    Così all’indagine interna condotta dal board del Fondo si sarebbe aggiunta quella del Tesoro americano che, secondo fonti dell’amministrazione Biden, starebbe discutendo anche l’ipotesi di clamorose dimissioni. In particolare, nella stanza del segretario al Tesoro Janet Yellen si starebbe valutando se debbano essere gli Stati Uniti, i maggiori azionisti del Fondo monetario internazionale, a chiedere eventualmente il passo indietro della direttrice. Anche se per ora al Tesoro nessuno conferma e ci si limita ad affermare pubblicamente come per gli Usa “l’integrità delle istituzioni internazionali è una priorità assoluta”.

    Intanto Kristalina Georgieva, 68 anni, economista e politica bulgara che è stata anche commissario europeo per la programmazione finanziaria e il bilancio, si difende con forza respingendo ogni addebito. Sentita dal board del Fondo avrebbe affermato – secondo il testo della sua testimonianza ottenuto dal Financial Times – di non aver “mai fatto pressione per alterare dati o analisi solo per far piacere a un particolare governo”, e di non aver “mai fatto pressione su nessuno per manipolare dati”. La direttrice generale del Fondo avrebbe quindi evidenziato “cinque errori fondamentali” commessi secondo lei nel rapporto dello studio legale WilmerHale, quello a cui la Banca Mondiale ha affidato l’inchiesta: “Sono giunti a conclusioni sbagliate sulla base di impressioni e opinioni di persone che non hanno partecipato agli eventi”, ha denunciato la Georgieva.

    Ma in base alle testimonianze di centinaia di ex dipendenti della Banca Mondiale la politica bulgara sarebbe stata “direttamente coinvolta” negli sforzi per migliorare il posizionamento della Cina nel rapporto ‘Doing Business 2018’, mantenendola al 78mo posto invece di certificare lo scivolone all’85ma posizione. Si tratta di un rapporto annuale in cui si misurano i costi sostenuti dalle aziende in base alle leggi e ai regolamenti in 190 Paesi, per stabilire così dove è più conveniente fare impresa. Le presunte pressioni della Georgieva per modificare i dati, aggiunge l’inchiesta, sarebbero state esercitate mentre la Banca mondiale cercava di ottenere l’appoggio di Pechino per un aumento di capitale.

  • Il pericoloso abbrivio antidemocratico

    Il mondo della comunicazione in questo periodo si spende con passione nel confronto ideologico tra le interpretazioni dei risultati delle elezioni amministrative di ottobre, nelle analisi di saluti romani ed ovviamente a proposito delle manifestazioni no green pass.

    Contemporaneamente, proprio venerdì 08.10.2021, a pagina due de Il Sole 24 Ore svettava un titolo che avrebbe dovuto suscitare i brividi ai garanti della democrazia a corrente alternata del mondo televisivo. Questo recitava così: “Il diritto alla Privacy cede il passo. Priorità alla lotta all’evasione”. Un diritto fondamentale come quello della libertà individuale, del quale la tutela della privacy ne rappresenta una propria estensione, per restare tale tanto nella definizione e nella sua articolata applicazione non può venire limitato a seconda del momento ed usato come strumento nel raggiungimento di un obiettivo politico o, peggio, ideologico.

    In altre parole, per combattere un reato definito da leggi ordinarie del codice penale si limitano i perimetri di garanzie costituzionali espressione dei principi della Carta Costituzionale.

    Nel nostro Paese, ormai, si stanno cedendo ancora oggi, nella più assoluta indifferenza, quote importanti dei diritti espressione di una seppur imperfetta democrazia: un processo cominciato a partire dal 2011 con il governo Monti, una vera sciagura sotto il profilo delle democrazia applicata al mondo della privacy dei correntisti, mentre i risultati economici vantati dal senatore a vita vanno interamente attributi all’allora Presidente della BCE Mario Draghi grazie all’acquisto al mercato secondario dei titoli del debito pubblico invenduti   che permise la discesa dello spread.

    Tornando alle garanzie Costituzionali, questo pericoloso declino democratico risulta ordito con l’obiettivo di creare nuovi orizzonti istituzionali ed ideologici espressione di una precisa fede politica antiliberale.

    Nello specifico, poi, dell’evasione fiscale (fenomeno conclamato quanto complesso) le fonti di questa ideologia politica risultano già ampiamente ridicolizzate da approfondite analisi di organi molto più competenti delle stesse segreterie di partito (https://www.cgiamestre.com/gli-sprechi-sono-il-doppio-dellevasione/).

    Tutto questo avviene quando ancora il nostro Paese non può dichiararsi uscito dall’emergenza sanitaria pandemica e di certo sta attraversando una drammatica crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra, nonostante un ministro continui a parlare di boom economico ottenendo solo la conferma di essere espressione egli stesso di una sottomarca di classe politica e governativa.

    La elementare consapevolezza del contesto drammatico, certificata dalla perdita di oltre un milione e centomila (1.100.000) posti di lavoro ai quali la ripresa di quest’anno porterà 490.000 nuovi contratti ma tutti a tempo determinato, avrebbe dovuto modificare le priorità di chi ha avuto ed ancora oggi detiene le redini del futuro del nostro Paese (10.01.2019 https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    La costante riduzione del perimento democratico degli ultimi anni riservata all’esercizio di diritti dei singoli cittadini si può immaginare come una strada in discesa con una fortissima pendenza nella quale ogni valore democratico viene sacrificato con estrema facilità grazie all’abbrivio favorito dalla discesa stessa.

    Viceversa la stessa definizione e riconquista delle medesime libertà risultano da sempre la difficile sintesi dell’impegno e del sacrificio di generazioni le quali hanno percorso la medesima strada in senso opposto, cioè IN SALITA.

    La storia, poi, insegna come ciascuna porzione di democrazia sacrificata in nome di una qualsiasi ideologia politica dominante oltre a vanificare il sacrificio delle precedenti generazioni, le quali in suo nome si sono battute, non sarà mai più recuperabile se non a costo di drammatici sacrifici politici ed umani.

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • La Commissione adotta misure eccezionali a sostegno dei settori vitivinicolo e ortofrutticolo

    Le misure a favore del settore vitivinicolo adottate includono l’aumento del sostegno a strumenti di gestione del rischio quali l’assicurazione del raccolto e i fondi di mutualizzazione, nonché l’estensione delle misure di flessibilità già in vigore fino al 15 ottobre 2022. Per il settore ortofrutticolo, il sostegno alle organizzazioni di produttori – solitamente calcolato in base al valore della produzione – sarà compensato in modo da non essere inferiore all’85% del livello dello scorso anno.

    Janusz Wojciechowski, Commissario per l’Agricoltura, ha dichiarato: “Dalle gelate primaverili alle inondazioni e alle ondate di calore, quest’anno le condizioni meteorologiche estreme sono state particolarmente difficili per i settori vitivinicolo e ortofrutticolo. Ciò avviene dopo un 2020 già complicato a causa della crisi Covid-19. Queste misure di sostegno indispensabili daranno sollievo ai produttori dell’UE in questi tempi difficili, in aggiunta a quelle già proposte nel 2020 e prorogate nel 2021.

    Le misure eccezionali per il vino includono quanto segue:

    • i paesi dell’UE possono continuare a modificare i loro programmi di sostegno nazionali in qualsiasi momento, mentre di solito ciò può essere fatto solo due volte l’anno (rispettivamente entro il 1º marzo e il 30 giugno di ogni anno);
    • per le attività di promozione e informazione, ristrutturazione e riconversione dei vigneti, vendemmia verde e investimenti, la possibilità di concedere un contributo più elevato a carico del bilancio dell’UE è prorogata fino al 15 ottobre 2022;
    • il contributo del bilancio dell’UE all’assicurazione del raccolto è stato aumentato dal 70% all’80% fino al 15 ottobre 2022;
    • il sostegno dell’UE a copertura dei costi di costituzione dei fondi di mutualizzazione è stato raddoppiato: dal 10%, 8% e 4% nel primo, secondo e terzo anno di attuazione al 20%, 16% e 8%;
    • una proroga delle flessibilità concesse per le misure del programma vitivinicolo fino al 15 ottobre 2022.

    Per il settore ortofrutticolo, il sostegno UE alle organizzazioni di produttori – solitamente calcolato in base al valore della produzione annua – sarà compensato in modo da essere pari almeno all’85% del livello dello scorso anno, anche se il valore di quest’anno è inferiore. Tale compensazione sarà offerta quando la riduzione della produzione è legata a calamità naturali, avversità atmosferiche, fitopatie o infestazioni parassitarie, è al di fuori del controllo dell’organizzazione di produttori e inferiore di almeno il 35% rispetto all’anno precedente. Inoltre, se i produttori dimostrano di aver adottato misure preventive contro la causa della riduzione della produzione, il valore della produzione utilizzato per il sostegno sarà lo stesso dell’anno scorso.

    A causa delle sfide senza precedenti causate dalla pandemia di Covid-19, nel maggio 2020 è stato adottato un primo pacchetto di misure. Queste misure sono state integrate da un secondo pacchetto per il settore vitivinicolo adottato nel luglio 2020.

    Nell’ambito del pacchetto, oggi è stata adottata una serie di misure sotto forma di atti di esecuzione. Per quanto riguarda gli atti delegati, essi dovranno superare un periodo di controllo di 2 mesi in sede di Parlamento europeo e di Consiglio.

    Fonte: Commissione europea

  • La crisi dei chip frena la crescita della manifattura europea

    Frena la crescita del settore manifatturiero in Eurozona, anche se resta sopra la soglia dei 50 punti che indicano comunque un’espansione dell’attività. Pesa la crisi dei chip. In Italia, anche se ostacolato dai ritardi sulle forniture, il manifatturiero cresce rapidamente e resta solido.  Per la zona euro l’indice finale Ihs Markit Pmi è sceso, lievemente, a 58,6 punti, dalla precedente stima flash di 58,7, ma il dato è notevolmente inferiore rispetto ai 61,4 punti di agosto, registrando il livello più basso da febbraio. I dati Pmi manifatturieri a livello nazionale hanno rivelato come a settembre siano state le nazioni relativamente più piccole ad aver osservato i miglioramenti maggiori, con l’Austria in cima alla classifica. L’economia austriaca è stata inoltre l’unica ad osservare una crescita manifatturiera mensile più veloce, mentre nelle altre nazioni si sono registrati rallentamenti. Allo stesso tempo, la Germania ha osservato il maggiore rallentamento rispetto ad agosto, con il relativo indice Pmi principale crollato di oltre 4 punti.

    Il crollo del Pmi manifatturiero, spiega Ihs Markit, è stato causato dai due principali componenti dell’indice, i nuovi ordini e la produzione, che hanno segnalato considerevoli moderazioni della crescita rispetto ad agosto. In entrambi i casi, l’espansione è stata ancora elevata anche se la più debole in 8 mesi. Allo stesso tempo, dopo i forti tassi di incremento osservati nei mesi precedenti, i nuovi ordini esteri, incluso il traffico intra eurozona, sono aumentati al tasso più lento da gennaio. L’interruzione sulla fornitura è stata uno degli ostacoli principali ai programmi di produzione di settembre, mentre la più debole condizione della domanda è stata un’altra causa. Continuano ad allungarsi notevolmente a settembre i tempi medi di consegna dei fornitori, con l’entità del deterioramento che inoltre è stata maggiore di quella di agosto. La carenza di componenti elettronici e materie prime è stata particolarmente diffusa, e le aziende hanno accusato la scarsa disponibilità di container e i problemi logistici in alcune parti dell’Asia.

    In Italia l’indice destagionalizzato Pmi Ihs Markit a settembre ha registrato 59,7, segnalando il quindicesimo mese consecutivo di miglioramento delle condizioni operative del settore manifatturiero. L’indice principale è diminuito da 60,9 di agosto, “mostrando il tasso di espansione più lento da febbraio, rimanendo però in generale abbastanza rapido”. Lewis Cooper, Economista di Ihs Markit, ha sottolineato che “gli ultimi dati hanno evidenziato l’ennesimo miglioramento delle condizioni manifatturiere italiane. Con un tasso di espansione mensile in leggera diminuzione”. Tuttavia “le interruzioni sulla fornitura hanno tuttavia continuato a trattenere il settore. A causa delle diffuse carenze di materiale e problemi di natura logistica, si sono intensificati i ritardi delle consegne. Di conseguenza, le aziende sono rimaste in attesa dei beni per poter completare i loro ordini, il che, assieme alla forte domanda, ha provocato un nuovo e forte aumento delle pressioni sulla capacità”.

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