Economia

  • Boom a Wall Street: successo o trappola?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 23 gennaio 2020

    Nei giorni scorsi l’indice azionario Dow Jones della borsa di Wall Street ha raggiunto i massimi storici con ben 29.400 punti. Forse potrebbe salire ancora. Ad agosto registrava 25.500 punti.

    Ci si deve domandare, però, se ciò sia un positivo sintomo di salute del sistema finanziario ed economico americano, oppure sia l’indice di un possibile devastante futuro sconquasso. Come accadde nel 2008, ciò che avviene negli Stati Uniti, di solito, determina conseguenze globali.

    A nostro avviso, l’andamento di Wall Street è la riprova che il sistema, drogato dalle politiche di grande liquidità e dai tassi d’interesse molto bassi, addirittura negativi in certe parti del mondo, non può più vivere senza le necessarie dosi di droga. Proprio come accade per gli abituali consumatori di stupefacenti.

    È la trappola del tasso d’interesse zero!

    Dopo le politiche monetarie espansive della Federal Reserve, che avrebbero dovuto rimettere in moto l’economia e portarla fuori dalle paludi della recessione, Washington ha provato a «pilotare» il sistema monetario e bancario verso la normalità. Perciò i tassi d’interesse base della Fed a un certo punto sono saliti.

    Ma, dall’inizio del 2019, se non già prima, il mondo della politica e della finanza statunitense si è duramente scontrato sull’opportunità di abbassare o no il costo del denaro e ritornare a inondare il sistema con nuova liquidità.

    La svolta definitiva si ebbe il 17 settembre scorso quando il cosiddetto mercato finanziario overnight andò in tilt. Il costo dei crediti interbancari a brevissimo termine, necessari per coprire le emergenze di certe banche e di altri istituti finanziari, schizzò dal 2 al 10%. Mancò la liquidità richiesta o l’indispensabile fiducia reciproca? Pensiamo, in verità, entrambe.

    Per sopperire a tale improvvisa scarsità di liquidità intervenne la Fed, che, di conseguenza, nel giro di 4 mesi ha fatto crescere il suo bilancio di oltre 400 miliardi di dollari!

    L’andamento del bilancio della Fed, che riflette la liquidità riversata nel sistema, balza dagli 800 miliardi del 2008 ai 4.500 del 2018, per poi scendere a 3.800 miliardi nell’agosto 2019. Adesso è di circa 4.200 miliardi di dollari. Questi dati fanno comprendere meglio la situazione.

    L’economia reale ha visto poco o niente di questa recente nuova liquidità. È rimasta nel sistema bancario e finanziario ed è andata a gonfiare la bolla della Borsa valori. Se per i passati 4 mesi sovrapponiamo la curva dell’espansione monetaria della Fed e quella dell’indice S&P 500, che da ottobre è cresciuto di oltre il 12%, le due curve combaciano. A dimostrazione che gli indici di Wall Street dipendono dalla nuova liquidità della banca centrale. Al riguardo, è opportuno notare che le banche too big to fail sono sempre più concentrate nel riacquisto delle proprie azioni e nella speculazione sugli indici azionari.

    Tra i vari derivati otc sembra che nell’ultimo periodo siano aumentati quelli riguardanti le private equity, le azioni. Secondo il terzo rapporto trimestrale 2019 dell’agenzia governativa americana Office of the Comptroller of the Currency (Occ) che controlla il sistema bancario, le banche che hanno fatto trading con i derivati azionari hanno guadagnato 1,8 miliardi di dollari. La JPMorgan in particolare.

    Sono sempre più numerosi gli economisti (e non solo) che temono lo scoppio della bolla a Wall Street. Che cosa succederebbe se lo stimolo monetario non potesse più essere fermato? Fino a quando si può continuare a gonfiare la bolla? Che cosa succede in un mondo in cui la maggioranza dei titoli obbligazionari ha un tasso d’interesse negativo? Quale potrebbe essere l’effetto di qualche sconquasso geopolitico oppure di qualche rinnovato scontro sui dazi o sulle monete? Tutti interrogativi cui non è facile dare risposte rassicuranti.

    Si ricordi che, nella Grande Crisi finanziaria ed economica appena passata, l’indice Dow Jones era sceso dai 14 mila punti di ottobre 2007 ai 6.600 del marzo 2009. Un crollo superiore al 50% che, com’è noto, accompagnò l’onda della recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il “socialismo ambientalista” contro l’evoluzione tecnologica e climatica

    Negli ultimi vent’anni le automobili hanno ridotto la propria capacità inquinanti del 96%. I veicoli con motore a scoppio sono passati  infatti da emissioni di 1600 mg/km agli attuali 80 di un diesel Euro 6. Per emettere 100 grammi di polveri sottili, quindi, un’auto con questa omologazione deve percorrere 20.000 km. Considerando la percorrenza media italiana di poco superiore agli 11.000 km all’anno è evidente che per emettere nell’atmosfera 100 g di polveri sottili un automobilista impieghi circa ventuno (21) mesi. Un dato molto interessante perché una stufa a pallet ci impiega trentadue (32) ore per emettere nell’atmosfera  i medesimi 100 grammi di polveri sottili. In più, buona parte delle polveri sottili inquinanti deriva dell’utilizzo  dei freni e dall’usura degli pneumatici.

    Questi semplici numeri dimostrano, ancora una volta, come ad una costante e continua evoluzione tecnologica che ha saputo esprimere l’industria automobilistica dall’Euro1, ad ogni Euro6 non abbia corrisposto in alcun modo un’evoluzione del pensiero ecologista e tanto meno di tutela  dell’ambiente.

    E’ evidente che la lotta al trasporto privato, in particolar modo del centro, i cittadini non possono realizzarla attraverso continui divieti assolutamente privi di contenuto tecnologico ed ecologico. Al fine di ottenere i risultati reali, anche in tema di inquinamento acustico, non esiste altra soluzione se non probabilmente l’apertura di nuovi servizi sostitutivi adeguati alle esigenze private e per questo non penalizzanti.

    La compagine ecologista ed ambientalista, quindi, non rappresenta altro che la metamorfosi di un pensiero che vede la centralità dell’azione pubblica in campo economico, ma anche dei trasporti, frutto di una ideologia che il sistema elettorale occidentale ed italiano hanno ampiamente allontanato.

    Il frutto di questa ideologia ambientalista assolutamente svincolata dall’evoluzione tecnologica e dalle sue prospettive non tiene in alcuna  considerazione, per esempio, che in soli 50 anni  se tutte le auto in Italia ed Europa fossero elettriche le intere miniere di cobalto sarebbero esaurite. Ovviamente senza considerare la maggiore produzione di energia elettrica marginale necessaria a movimentare il parco auto.

    All’evoluzione tecnologica del complesso sistema dell’industria automobilistica non ha corrisposto alcun aggiornamento del pensiero ambientalista e tanto meno delle ideologie che lo sottendono. I risibili risultati dei blocchi del traffico voluti da sindaci convinti di ottenere visibilità attraverso le proprie iniziative testimoniano semplicemente la loro granitica ignoranza. E soprattutto il tentativo di fare  rientrare dalla porta di servizio l’ideologia socialista  finalizzata alla penalizzazione del bisogno privato, anche se professionale (politicamente ingiustificato secondo questa ideologia), a favore della somministrazione di servizi per classi sociali. Una visione già  ampiamente sconfitta politicamente.

  • Appalti, qualche miglioramento alla nuova disciplina è stato apportato

    La normativa sugli appalti e subappalti è stata profondamente incisa dal DL 124 del 2019 che ha modificato le modalità di versamento delle ritenute e dei contributi sui redditi da lavoro dipendente. Come ricorderete, avevamo scritto, a ridosso della pubblicazione del decreto, evidenziando criticità e discriminazioni insite nella nuova norma e auspicando interventi legislativi risolutori.

    In effetti, qualche miglioramento nella versione definitiva è stato apportato, anche se siamo lontani dai canoni di semplicità e snellimento burocratico che servirebbero a far ripartire il sistema economico del nostro Paese.

    Veniamo alla normativa in vigore dal 1° gennaio 2020. L’art 17 bis del Dlgs 241 del 1997, introdotto dal citato DL 124, ha previsto l’obbligo, a determinate condizioni che vedremo, per le imprese appaltatrici e subappaltatrici, di versare le ritenute operate sui redditi da lavoro dipendente e assimilati e i relativi contributi, escludendo la possibilità di compensarle con eventuali posizioni creditorie, in deroga alle regole comuni.

    Dall’altro lato, al committente è stata attribuita una funzione di controllo sul corretto operato dell’impresa appaltatrice, dovendo verificare la corrispondenza dei conteggi dei modelli F24 con l’elenco dei lavoratori impiegati presso di sé, il dettaglio delle ore lavorate, la retribuzione corrisposta e le ritenute operate. In caso di discrepanze il committente dovrà sospendere il pagamento dei corrispettivi fino alla concorrenza del 20% del valore dell’opera, o fino al minor importo non versato, e dovrà effettuare un’apposita segnalazione all’agenzia delle entrate entro 90 giorni.

    L’art.17 bis del citato Dlgs si applica ai committenti che affidano l’esecuzione di una o più opere o servizi ad un’impresa appaltatrice per un importo complessivo annuo superiore a duecentomila euro.

    Vengono presi in considerazione tutti i contratti di appalto o subappalto, comunque denominati, caratterizzati dal prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del Committente con impiego di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili.

    La normativa in questione potrà essere disapplicata purché l’impresa appaltatrice, nell’ultimo giorno del mese precedente a quello della scadenza del versamento, soddisfi i seguenti requisiti:

    1)            sia in attività da almeno tre anni, sia in regola con gli obblighi dichiarativi e abbia eseguito nel corso dell’ultimo triennio versamenti complessivi nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei propri ricavi;

    2)            Non abbia iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito (per imposte sui redditi, IRAP, ritenute e contributi previdenziali) per importi superiori a cinquantamila euro.

    La sussistenza di detti requisiti dovrà risultare da un idoneo certificato rilasciato dall’Agenzia delle Entrate con validità di quattro mesi. Da questo punto di vista, pertanto, rimangono inalterati i possibili effetti discriminatori nei confronti delle imprese neo costituite già rilevati a ridosso dell’emanazione del decreto legge.

    I miglioramenti apportati sono veramente limitati, rispetto alla versione originaria della norma che aveva suscitato sgomento negli addetti ai lavori, e si riducono, in realtà, nell’aver eliminato l’inversione dell’onere di versare le somme delle ritenute operate che era stato inizialmente traslato in capo al committente.

    In effetti, resta, in primis, l’impossibilità di versare le ritenute compensando eventuali posizioni creditorie, con evidenti ricadute negative per la gestione finanziaria delle imprese, già fortemente compromessa dal lungo periodo di credit crunch a cui sono state sottoposte da parte degli istituti bancari. Si complica, inoltre, la gestione delle ritenute e dei relativi versamenti che dovranno essere fatti in maniera distinta per la parte attribuita a ciascun committente al fine di consentire i controlli di cui abbiamo detto.

    Qualche difficoltà, non da poco, potrebbe derivare dal fatto che il limite di duecentomila euro annui si riferisce a tutti i contratti stipulati e, quindi, potrebbe generare l’obbligo di rispettare la normativa in questione in maniera retroattiva con evidenti criticità. Si pensi al caso di due imprese legate da rapporti di appalto che stipulano vari contratti in corso d’anno e solo con la sottoscrizione dell’ultimo superano detto limite: ebbene la normativa si applica a tutti i contratti stipulati e non solamente all’ultimo. Questa almeno la chiave di lettura proposta dall’Agenzia delle Entrate in occasione del forum di Italia Oggi. Gli evidenti problemi legati alla possibile retroattività potrebbero essere risolti facendo decorrere la normativa solo dal momento successivo al superamento del limite e, ovviamente, ai contratti ancora in essere.

    Un altro aspetto problematico è legato al luogo di svolgimento del contratto: la norma parla di quelli caratterizzati dal prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del Committente. A tale proposito come verranno identificati i cantieri esterni? L’applicazione letterale sembrerebbe escluderli (almeno se di durata minima), anche se, probabilmente, la ratio posta a base della norma porterebbe a ricomprenderli.

    Non si dimentichi, infine, che la novella fa riferimento all’uso di beni strumentali del committente, indipendentemente dal valore degli stessi. Se ne dovrebbe desumere che, un contratto di appalto a prevalente uso di manodopera svolto presso la sede del committente ma utilizzando beni strumentali, ancorché di modico valore, di proprietà dell’appaltatrice sia escluso dalla disciplina. A tal proposito si immagini l’impresa di pulizia che svolge il servizio presso il committente utilizzando scope e ramazze proprie: siamo certi che l’esclusione sarebbe legittima e genuina nonché sposi le motivazioni che hanno indotto il legislatore al varo della nuova disciplina?

    Come anticipato, quindi, la complessità della legge è evidente e non adeguata alle esigenze di semplificazione del sistema da più parti auspicate e necessita, senza dubbio, di ulteriori chiarimenti ufficiali che sarebbe opportuno arrivassero prima della metà di febbraio, quando scadrà il termine per il versamento delle ritenute operate nel mese di gennaio.

  • Intesa per potenziare i collegamenti aerei tra Italia e Cina

    Ampliare i collegamenti aerei tra Italia e Cina, a favore dello sviluppo reciproco del turismo e del business. E’ l’obiettivo di un importante memorandum di intesa firmato dal presidente dell’Enac, Nicola Zaccheo, e il suo omologo cinese in occasione del negoziato aereo bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese, svoltosi a Pechino. La delegazione italiana, guidata dal presidente dell’Enac Zaccheo e dal direttore generale Alessio Quaranta, era composta da rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell’Ambasciata italiana a Pechino,oltre che da un team di dirigenti e tecnici dell’Ente. L’incontro per il negoziato è stato aperto da un indirizzo di saluto dell’ambasciatore italiano in Cina Luca Ferrari. L’importante accordo è stato raggiunto proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquant’anni dall’inizio delle relazioni diplomatiche con Pechino, anno dedicato anche allo sviluppo della cultura e del turismo tra l’Italia e la Cina.

    Il Memorandum prevede un considerevole ampliamento delle intese precedenti risalenti al 2015 e in particolare: incremento della capacità in termini di frequenze passeggeri fino a 164 voli settimanali per parte, di cui 108 con decorrenza immediata, con un incremento di 28 a partire dalla stazione estiva 2021 e di ulteriori 28 a partire dalla stagione estiva 2022; punti di destinazione liberi nei rispettivi territori; code sharing domestico su tutti i collegamenti nel territorio dell’altra Nazione; co-terminalizzazione (possibilità di servire con lo stesso volo più scali dell’altro Paese), ad eccezione delle principali rotte (Pechino-Shanghai, Pechino-Guangzhou e Shanghai-Guangzhou per i vettori italiani; Roma e Milano per le compagnie cinesi); per il trasporto cargo 14 frequenze a settimana con possibilità di operare diritti di traffico di quinta libertà su 4 punti ‘intermedi’ e su 4 punti ‘oltre.

    ”L’Italia diventa la nazione europea con il numero più alto di collegamenti aerei con la Cina, grazie all’accordo siglato da Enac con l’aviazione civile cinese”, ha commentato la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli. “Voglio esprimere la mia soddisfazione per un risultato di grande valore – ha sottolineato – che porterà più turismo e più rotte per il made in Italy,nella direzione auspicata da tanti operatori commerciali, e che rinsalda i legami tra i due paesi. La natura stessa dell’accordo, che prevede un incremento della capacità e punti di destinazione liberi sui territori, avrà una ricaduta positiva per diversi scali nel nostro paese. Sono certa che il nostro tessuto economico saprà cogliere l’importanza di questa sfida”.

    Analogo il commento di Zaccheo: ”Si tratta di un risultato eccezionale ottenuto grazie al lavoro svolto dall’Enac con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Sono state triplicate le frequenze aeree settimanali tra i due Stati. Con la liberalizzazione del numero di città italiane e cinesi che potranno avere collegamenti diretti e in code sharing regionale, così come con l’aumento delle tratte anche peri l trasporto cargo, nel prossimo triennio si apriranno enormi opportunità di sviluppo commerciale, turistico e industriale per il nostro Paese”.

     

  • La Ue non può perdere l’acciaio

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi l’11 gennaio 2020.

    La crisi e l’irrisolta questione della franco-indiana ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto pongono al centro il futuro della politica industriale in Italia e in Europa. Oltre alle molto dolorose conseguenze occupazionali, sociali, politiche e legali.

    L’Unione europea è la prima produttrice al mondo di beni strumentari e di prodotti industriali. In molti settori è anche all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Una forza che si basa principalmente sull’iniziativa privata delle imprese di media dimensione, che rappresentano l’asse portante dell’economia. Una componente che finora ha potuto dialogare in modo produttivo con le restanti imprese di grandi dimensioni nei settori storici delle attività industriali che si sono grandemente sviluppate dopo la seconda guerra mondiale.

    Nonostante tutte le difficoltà, l’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa. Da noi, però, l’onda lunga partita nel 1992 con le mal fatte privatizzazioni delle partecipazioni statali sta travolgendo le grandi imprese industriali italiane. Si è assistito, quindi, alla progressiva perdita di controllo di Ilva, Fiat, Pirelli, Magneti-Marelli, ma anche di molte aziende simbolo del made in Italy, come quelle dell’alimentare, della meccanica e della moda. Lo stesso è successo anche nel sistema bancario italiano, già di per sé fragile in mezzo ai giganti bancari internazionali too big to fail.

    In quest’ottica, l’industria dell’acciaio è emblematica. Per un lungo periodo ha avuto un’importanza strategica nell’economia europea e italiana e ha promosso innovazione, crescita e occupazione. La crisi economica, figlia dello sconquasso finanziario globale del 2008, ha determinato un crollo nelle produzioni e nei commerci mondiali che hanno colpito tutti i settori economici, in primis quello dell’acciaio. Come è noto, esso è strutturalmente legato ai settori dell’auto, delle costruzioni, dell’elettronica e delle industrie rinnovabili. In questo periodo la siderurgia europea ha perso il 27% della produzione e oltre 40 mila posti di lavoro. Tanto che persino la Commissione europea ha dovuto impegnarsi con specifici programmi di rilancio.

    Oggi l’Europa, con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale. La Cina, però, produce più della metà di tutto l’acciaio! In Europa il settore rappresenta l’1,3% del pil. Nell’insieme dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone. Direttamente a circa 330 mila. È un settore ad alta intensità di capitale che investe ogni anno circa 4 miliardi di euro in macchinari più moderni. Nei costi di produzione dell’acciaio la parte relativa all’energia rappresenta il 40%. E l’industria europea, purtroppo, paga prezzi per l’energia più alti dei suoi concorrenti. È un problema che il governo dovrebbe affrontare perché riguarda l’intero comparto industriale nazionale.

    In Italia l’industria siderurgica, con circa 33 mila occupati, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione avviene già con il sistema a forno elettrico, che è molto meno inquinante rispetto a quello a ciclo continuo con altoforno. L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Il nuovo piano industriale deve essere una transizione verso la de carbonizzazione. La grande sfida è di mettere in campo riconversioni verso forni a idrogeno. La sostenibilità ambientale e la difesa della salute non possono in nessun modo essere messe in secondo piano.

    La crisi del settore a livello mondiale sarebbe dovuta a una sovrapproduzione rispetto alla situazione di stagnazione economica generalizzata.

    Detto ciò, però, la Cina, aumentando costantemente la sua produzione a prezzi più bassi, inevitabilmente mette in difficoltà i produttori europei. L’Europa, quindi, rischia di diventare dipendente dalle forniture estere di un materiale fondamentale per la sua economia. Senza considerare le garanzie e la qualità del prodotto importato. Di conseguenza, i produttori europei sono in crisi e molti hanno deciso di tagliare produzione e occupazione. Anche le loro azioni sono in caduta nelle borse. Secondo noi, l’Organizzazione mondiale del commercio non può essere indifferente nel gestire la qualità dei prodotti commerciati.

    Per esempio, la British Steel, in bancarotta, è stata acquistata da un’impresa cinese. Altre acciaierie, se dovessero chiudere, rischiano di essere smantellate e trasportate in Cina, in India o in altri paesi, dove i controlli di qualità, il rispetto della salute e dell’ambiente e i diritti sindacali e civili sono spesso lacunosi. Questa è stata anche la strada dissestata delle localizzazioni, già sperimentata dagli stessi Stati Uniti alla ricerca di costi più bassi. Il risultato per Washington sono stati deficit nei commerci di beni (senza i servizi) per centinaia di miliardi di dollari. Nel 2018 il deficit è stato di quasi 900 miliardi!

    Se alcuni settori industriali e altre infrastrutture sono considerati strategici, allora è necessario che restino attivi e sotto il controllo nazionale ed europeo. Non si tratta di ritornare a un passato in cui si producevano i panettoni di stato ma, se fosse necessario, e non vi fossero imprenditori all’altezza, la partecipazione pubblica non solo è auspicabile ma inevitabile. Non scordiamoci mai che l’Italia e l’Europa dovranno confrontarsi con la potenza economica cinese la cui gestione è notevolmente politica e statale. Per non parlare degli Stati Uniti che, al di là della retorica neoliberista, hanno una fortissima presenza statale nei settori considerati di interesse nazionale. Basti pensare che il solo bilancio militare del 2019 è di oltre 700 miliardi di dollari.

    In Europa, la Francia e la Germania non sono mai arrossite quando lo stato è intervenuto come azionista stabile nei settori privati. Anche noi, come fanno le loro banche d’investimento, dovremmo mettere in campo la Cassa depositi e prestiti ogni qualvolta si reputi indispensabile difendere i livelli di produzione e di occupazione. Ovviamente in una logica di investimento produttivo e non di dissipazione com’è spesso avvenuto in passato (vedi Alitalia). Intanto il nostro paese, la partita Ilva non la può perdere.

    * già sottosegretario dell’economia ** economista

  • Legge di bilancio 2020: cambia nuovamente il regime forfettario

    Il presente articolo rappresenta il primo di una serie di contributi che vorrei dedicare alle novità introdotte dalla legge di bilancio 2020 (L. 160 del 27/12/2019) che ritengo possano avere maggior impatto sui contribuenti e quindi possano destare maggior interesse.

    Analizzeremo oggi il regime forfettario di cui alla legge 190/2014 che è stato oggetto, negli anni, di vari maquillages che ne avevano esteso la portata applicativa, per giungere alla versione attuale che ne ridimensiona la diffusione aumentando le cause di esclusione.

    In proposito, dal 1 gennaio 2020, il regime forfettario sarà applicabile dagli imprenditori ed esercenti arti professioni purché, nell’anno precedente (quindi, 2019 con riferimento al 2020) abbiano conseguito ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65.000 euro e abbiano sostenuto spese per lavoro dipendente per importi non superiori a 20.000 euro. Quest’ultimo limite è stato reintrodotto dalla recente legge di bilancio discriminando, ingiustamente a nostro parere, le attività con più intenso utilizzo di manodopera e quindi con possibili ricadute negative in termini occupazionali.

    E’ preluso l’accesso al regime, come in precedenza, nel caso di esercizio di attività che prevedano regimi speciali iva, in caso di residenza fiscale estera (salvo alcuni particolari casi) e compimento in via esclusiva o prevalente di cessioni di fabbricati o loro porzioni, di terreni edificabili o di mezzi di trasporto nuovi. Ritengo quest’ultima fattispecie più di scuola che altro, essendo alquanto improbabile rispettare i limiti di fatturato previsti cedendo fabbricati.

    Sono impossibilitati ad accedere al regime anche coloro che posseggano contemporaneamente redditi da partecipazione in società di persone, associazioni o imprese familiari. E’ altresì causa di sbarramento, introdotta con evidenti scopi anti elusivi, il controllo (diretto o indiretto) di società a responsabilità limitata o di associazioni in partecipazione che esercitino attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dal contribuente. A tal proposito, a titolo di esempio, nulla osta all’applicazione del regime forfettario al commercialista che controlli una società a responsabilità limitata operante nel settore della ristorazione.

    Con analogo spirito anti elusivo, nel 2018, in fase di revisione del regime, era già stata introdotta la norma (oggi confermata) che escludeva la possibilità di adire al regime laddove l’attività fosse esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in essere, o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi di imposta. La causa non opera in caso di pensionamento obbligatorio o laddove la cessione del rapporto sia avvenuta anteriormente ai due periodi di imposta.

    Con la legge di bilancio 2020 è stata reintrodotta la condizione ostativa di accesso al regime qualora il contribuente, nell’anno precedente, abbia conseguito redditi da lavoro dipendente o assimilati superiori a 30.000 euro. Nulla osta in caso di cessazione del rapporto di lavoro nell’anno precedente purché non ne sia intervenuto uno nuovo ancora in essere al 31 dicembre o non si siano conseguiti redditi da pensione.

    Anche con riferimento a questa soglia di sbarramento, sinceramente, non si ravvisa la ratio della norma apparentemente introdotta con il solo intento di impedire l’accesso al regime di vantaggio in concomitanza con il possesso di redditi da lavoro dipendente oltre soglia. A tal proposito, forse, non si sono valutati attentamente gli effetti sulla propensione ad adottare comportamenti tesi all’evasione delle imposte, o alla rinuncia all’attività, dettati dall’impossibilità di aderire al regime forfettario.

    Regime forfettario che non solo prevede una tassazione sostitutiva al 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività) ma che consente notevoli semplificazioni amministrative e contabili il cui appeal è forse maggiore del rapporto di tassazione. Si pensi all’esclusione da tutti gli adempimenti IVA e IRAP nonché dagli ISA.

    La sommatoria degli effetti, maggior tassazione dettata dal cumulo dei redditi e maggiori oneri amministrativi, nonché la soggezione agli indici di affidabilità fiscale (ISA), che spesso in condizioni di esercizio di attività marginali potrebbero dare risultati non sufficienti, potrebbero essere un valido incentivo a tentare di occultare le prestazioni eseguite con evidenti danni per l’erario e la collettività intera. Specularmente, i contribuenti più virtuosi e meno avvezzi a comportamenti illeciti, potrebbero essere disincentivati a intraprendere attività in mancanza di accesso al regime forfettario per l’eccessivo carico fiscale che ne deriverebbe e per gli adempimenti amministrativi richiesti con analoghe conseguenze negative in termini di gettito per l’erario e per la collettività che ne risulterebbe impoverita.

    A parte queste considerazioni personali, che spero siano smentite nei fatti, i pensionati e i lavoratori dipendenti siano avvisati: al conseguimento di redditi superiori ai 30.000 euro l’accesso al regime forfettario per l’eventuale attività di lavoro autonomo svolta è preclusa.

  • Pitti Uomo: dei successi e delle prospettive

    La rassegna fieristica fiorentina Pitti Uomo dimostra ancora una volta la propria caratura mondiale proponendo dati e prospettive che coinvolgono il complesso sistema tessile abbigliamento italiano all’interno di un mercato globale.

    Il fatturato dell’intero settore Uomo cresce del +4% raggiungendo quasi quota 10 miliardi (9.900 mln) ma soprattutto presenta un dato ancora più indicativo relativo all’inversione di tendenza del valore della produzione italiana complessiva. Mentre l’anno precedente si era registrata una flessione del  -1,7% per i primi nove mesi del 2019 cresce del +1,9% il valore del fatturato prodotto e confezionato italiano. Una conferma di quanto, ancora oggi, possa risultare competitivo il sistema industriale PMI del tessile-abbigliamento italiano anche all’interno di un mercato fortemente compresso sul fattore costi.

    I dati positivi relativi alla crescita del fatturato e della produzione italiana vanno quindi interamente attribuiti alla capacità imprenditoriale e manageriale delle aziende italiane e suggeriscono contemporaneamente una serie di considerazioni.

    Mentre la domanda globale continua a dimostrare la propria attenzione verso un prodotto made in Italy, le associazioni di categoria cavalcano a livello comunicativo il solo fattore “sostenibilità” legato al riconoscimento di eventuali sgravi fiscali. Una posizione ed una strategia comunicativa condivisibile ma espressione di una mancanza di consapevolezza relativa a come già dal 2018 in Europa il sistema italiano delle PMI risulti ampiamente a minore impatto ambientale. Quindi  le rivendicazioni di sostegni fiscali dovrebbero risultare espressione del giusto riconoscimento dei traguardi raggiunti con grande impegno (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). L’incompetenza dei governi invece riconosce sgravi  fiscali per le tecnologie elettriche nella movimentazione (peraltro quasi tutte estere) senza sostenere invece gli ottimi risultati raggiunti dalle PMI italiane.

    Tornando alle considerazioni che la rassegna di Firenze propone, Pitti ha anche dovuto registrare un calo di afflusso di circa -10% legato soprattutto alla diminuzione dei buyer nazionali. È noto a tutti, ormai, come la distribuzione indipendente italiana stia soffrendo la concorrenza, spesso scorretta, dell’e-commerce successiva a quella della grande distribuzione negli ultimi due decenni. Uno dei fattori  che rende le piattaforme on-line convenienti è relativo alla compressione dei costi che vengono scaricati interamente sulla componente distributiva. Questa, a sua volta, determina una parcellizzazione delle consegne merci contribuendo molto più del traffico privato all’aumento dell’inquinamento dei centri storici: una problematica sicuramente sconosciuta ai sindaci italiani che continuano a penalizzare l’afflusso nelle città (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/23/e-commerce-ed-economia-digitale-la-sostenibilita-del-dettaglio-tradizionale/).

    Questa diminuzione del 10% delle presenze italiane meriterebbe una maggiore attenzione da parte del Governo il quale invece si occupa semplicemente delle grandi crisi come Alitalia ed Ilva ma anche della grande distribuzione come Auchan e Carrefour.

    La sparizione del dettaglio indipendente nei centri storici delle città (circa 14 al giorno) meriterebbe una politica fiscale a sostegno delle piccole attività, magari a conduzione familiare, le quali invece vengono ogni anno gravate di nuovi obblighi fiscali come la fatturazione elettronica e lo scontrino digitale. In preda a questo furore fiscale inoltre non vengono assolutamente tutelati neppure i dipendenti di queste piccole attività. Quasi che la tutela dei lavoratori non sia espressione  di una democrazia e quindi del  riconoscimento dei diritti  ma semplicemente del numero dei richiedenti al fine di ottenerne il riconoscimento.

    Comunque, ancora una volta, Pitti rappresenta la fotografia del secondo sistema industriale italiano. Abbandonato da una classe politica che lo utilizza semplicemente per miserevoli passerelle ma anche con associazioni di categoria più interessate agli incentivi fiscali che non ai modelli un’impresa. Cominciando ad avviare un’analisi attenta in relazione all’esplosione dell’export di alcune province della Regione Toscana che pongono una diversa interpretazione del “modello d’impresa” come della sua crescita  (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Sempre più Firenze rappresenta il punto di riferimento per un sistema industriale il quale si trova circondato dal disinteresse della politica e dalla mancanza di una visione strategica.

    La sua crescita avviene nonostante tutto questo. Onore al merito.

  • Corrispettivi telematici: obbligatori dal 1 gennaio 2020 con sei mesi di tolleranza

    Si è completata in questi giorni la rivoluzione del fisco digitale con l’obbligo diffuso a tutti i commercianti al minuto (salvo operazioni escluse di cui al DM 10.5.2019) di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi giornalieri.

    L’adempimento era già in vigore dal 1 luglio 2019 per i soggetti con un volume di affari realizzato nel 2018 superiore ai 400.000 euro.

    I commercianti potranno adempiere alla normativa avvalendosi di due procedure alternative: l’installazione di registratori di cassa di nuova generazione in grado di trasmettere direttamente i corrispettivi al termine della chiusura giornaliera, oppure la procedura web messa a disposizione gratuitamente sul portale dell’agenzia delle entrate “fatture e corrispettivi”.

    Per incentivare l’impiego dei registratori di nuova generazione è previsto un credito di imposta per l’acquisto di prodotti nuovi tecnologicamente avanzati o l’adattamento di quelli già in uso. L’importo del credito di imposta previsto (250 euro massimo per il nuovo e 50 euro massimo per l’adattamento del vecchio) probabilmente non coprirà gli investimenti richiesti ai commercianti ma, quanto meno, contribuirà a coprire parzialmente la spesa.

    Certo è che per gli esercenti con poche transazioni sarà preferibile orientarsi verso la procedura web gratuitamente disponibile previa registrazione.

    Analogamente a quanto avviene per la fattura elettronica, la trasmissione dei corrispettivi telematici dovrà avvenire entro 12 giorni dall’effettuazione dell’operazione.

    Per i primi sei mesi di applicazione del nuovo regime, tuttavia, le sanzioni di cui all’art. 2 comma 6 del D.lgs 127/2015 (100% dell’imposta del corrispettivo non memorizzato o non trasmesso nei termini con il minimo di 500 euro per infrazione) non si applicheranno se la trasmissione avverrà entro il mese successivo. Pertanto, i commercianti minori (quelli con volume di affari 2018 inferiore a 400.000 euro) avranno tempo sino al 30 giugno per impratichirsi con la nuova procedura usufruendo di un soglia di tolleranza temporale entro la quale godranno dell’esenzione dalle sanzioni.

    Durante questo periodo, coloro che non si sono ancora dotati di registratori fiscali telematici, potranno utilizzare i vecchi registratori di cassa, registrando i corrispettivi ex art. 24 DPR 633/72 e comunicandoli all’agenzia delle entrate generando un file xml conforme a specifici parametri. L’utilizzo della procedura web consente, come già anticipato, di certificare i corrispettivi e adempiere alla comunicazione telematica in maniera contestuale.

    I consumatori riceveranno, analogamente a quanto avveniva in passato, un “documento commerciale” che dovrà specificare data e ora di emissione, numero progressivo, ditta denominazione o ragione sociale dell’emittente, numero di partita iva, ubicazione dell’esercizio, descrizione dei beni ceduti o dei servizi resi, ammontare del corrispettivo complessivo e di quello pagato.

    Il documento commerciale garantirà la data di acquisto per la decorrenza della garanzia o per effettuare il cambio merce, laddove consentito. Qualora sia indicato il codice fiscale o la partita Iva del cessionario (committente) il documento commerciale assumerà valore fiscale e sarà idoneo a consentire la deducibilità o la detraibilità della spesa ai fini delle imposte sul reddito nonché consentirà la successiva fatturazione (elettronica) differita.

    Con l’entrata a regime della procedura, verrà completa la rivoluzione digitale del fisco che comporterà una maggior tempestività e efficienza nell’aggiornamento delle banche dati a disposizione dell’agenzia delle entrate che vedrà incrementata la mole delle informazioni a disposizione per effettuare controlli incrociati, generare liste selettive di contribuenti e quindi combattere più efficacemente l’evasione.

    Dal canto suo, il contribuente dovrà cercare di sfruttare al massimo le nuove tecnologie per efficientare i propri processi interni, ridurre i tempi di registrazione, migliorare le analisi statistiche di vendita e, quindi, i sistemi di controllo interno e gli adeguati assetti da cui non è più possibile esimersi, non solo perché richiesti dalla normativa, ma perché fondamenta di una corretta gestione aziendale.

  • Il ritardo culturale accademico

    Considerati tra i maggiori esperti di economia mondiali i proff. Alesina e Giavazzi criticano le posizioni di Trump sui dazi (dimenticando come  questa politica sia stata avviata ben prima dalla stessa Unione Europea con l’alluminio) citando la legge di Samuelson. Sostanzialmente questa teoria afferma come  la differenza di costi di produzione tra Cina e Stati Uniti, per esempio, nella produzione di magliette e computer provocherà essenzialmente la sparizione nell’industria tessile negli Stati Uniti che verrà sviluppata (il termine delocalizzazione produttiva risulta sconosciuto) in Cina mentre la realizzazione dei prodotti alto di gamma, come i computer, troverà massimo sviluppo negli Stati Uniti.

    Questa teoria  dei “vantaggi comparati” si basa (semplificando) sulla analisi di  due Nazioni come Stati Uniti e Cina che presentano costi  del lavoro  fortemente differenti.

    E’ evidentemente come questa analisi comparativa possa venire applicata a tutte le nazioni dell’Occidente sviluppato rispetto a quelle del Medio ed estremo Oriente e dell’Africa Occidentale.

    La  maggiore incidenza percentuale dei costi di produzione per i prodotti a minore valore aggiunto rispetto ad una produzione alto di gamma inevitabilmente ha determinato lo spostamento della produzione, per esempio di magliette, nei paesi a basso costo di manodopera. (*)

    Francamente si rimanere basiti sentendo una teoria economica applicata “sic et simpliciter” in un contesto storico economico in continua e progressiva  evoluzione. Anche perché la storia contemporanea sta evidenziando come il vantaggio competitivo in ambito tecnologico (vedi 5G) proprio della Cina e dei paesi dell’estremo Oriente dimostri esattamente che la differenziazione tra prodotti di alto e basso di gamma come di alto o basso contenuto tecnologico risulti sostanzialmente superata in un’analisi comparativa.

    In più le delocalizzazioni produttive non vengono introdotte in applicazione dei principi della legge di Samuelson ma semplicemente hanno rappresentato l’applicazione del principio speculativo mediato dal settore finanziario al settore industriale. Una legittima strategia che presenta l’unico obiettivo non tanto della crescita delle aziende quanto della riduzione dei costi e di conseguenza di un maggiore rendimento del capitale investito (Roe).

    Sembra incredibile come due  tra i maggiori economisti del mondo non attribuiscano importanza in un’ottica di sviluppo strategico al “reshoring produttivo” (uno degli obiettivi della politica dell’amministrazione statunitense odierna).

    Inoltre, a puro titolo di cronaca, le ultime rilevazioni statistiche dimostrano come il nostro Paese non cresca da oltre vent’anni, quindi ben prima della nascita del mercato globale che avrebbe dovuto rappresentare la  panacea per lo sviluppo senza limiti e tanto meno confini. Inoltre la stessa globalizzazione, con la conseguente concorrenza tra sistemi fiscali nazionali, ha dimezzato le tassazione societaria (fonte WSJ) la quale non ha determinato come conseguenza alcun aumento dei consumi specialmente per le economie occidentali ed in particolare italiana.

    Il ritardo culturale viene poi dimostrato ancor più dalla mancata analisi del contesto contemporaneo  nel quale la digitalizzazione permette trasferimenti tecnologici in tempo reale indipendentemente dalla nazione nella quale  vengano  ideati ( https://marketingambientale.blogspot.com/2017/11/francesco-pontelli-economista.html?m=1).

    Il contesto economico contemporaneo viene inteso come cristallizzato e quindi privo di ogni evoluzione nell’analisi di Alesina e Giavazzi i quali  non riservano alcuna importanza al fattore  evolutivo.

    Se sono queste le intelligenze di riferimento vent’anni dopo l’ingresso nel terzo millennio dalle quali dovrebbero trovare uno spunto tutte le strategie economiche del mondo occidentale fermiamoci un attimo perché il loro ritardo culturale, esattamente come il nostalgico ritorno ai mercati bloccati e chiusi tanto cari ai sovranisti, non ci permettono di nutrire alcuna speranza.

    Il  vero declino culturale emerge quando le classi apicali della società continuano ad applicare regole economiche come se negli ultimi vent’anni non fosse cambiato il mondo nella sua globalità ma come  semplice esibizione di  puro nozionismo culturale. A questa si aggiunge l’incapacità di comprendere come il mondo digitalizzato, ormai  in aggiornamento perenne, rende inevitabile la rivisitazione e la rielaborazione di  ogni legge economica.

    Questo intervento in ambito economico rappresenta il segno del nostro declino inarrestabile e contemporaneamente le ragioni  del ritardo culturale di  una intera classe dirigente ed accademica. Ogni analisi economica decontestualizzata dalla evoluzione del mercato risulta assolutamente manieristica. Sicuramente la strategia deve virare verso la tutela del lavoratore più che del lavoro ma l’unico parametro oggettivo per valutare gli effetti positivi di ogni strategia o iniziativa economica viene rappresentato dalla semplice ricaduta positiva di occupazione stabile. Tutto il resto rappresenta poesia o peggio ancora ideologia.

    (*) Chissà se ricordano  i due professori  dove viene prodotta la Apple (https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_21/gli-errori-trump-nostri-4656361e-2422-11ea-8330-496805e4bde5.shtml)

     

  • L’epidemia economica sugar free

    Cominciano a definirsi i primi termini dell’epidemia legata all’introduzione della sugar tax. Insieme alla plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/27/imposizione-fiscale-sulla-plastica-ovvero-linutile-ravvedimento/) questa sciagurata politica adottata dal governo bloccherà ogni investimento, specialmente di operatori esteri come, nello specifico, la Coca-Cola che ha annunciato lo spostamento della propria produzione dalla Sicilia all’Albania come anche il blocco di ogni investimento e stabilizzazione di contratti a termine (https://www.focusicilia.it/2019/12/20/coca-cola-addio-alla-sicilia-la-produzione-sara-a-tirana/). Soprattutto la tassa indurrà ogni azienda del settore se non a cambiare location produttive verso paesi limitrofi privi di una simile tassazione vessatoria quantomeno ad adottare una posizione di attesa e con il conseguente blocco di ogni politica di sviluppo. Paradossale, poi, come tale tassazione, che viene indicata candidamente come espressione di una rinnovata attenzione all’ambiente ed alla salute pubblica, risulti applicata alla produzione, non di certo quindi alle importazioni le quali godono di una svalutazione competitiva pari all’importo della tassazione applicata alle aziende che producono in Italia. E’ perciò evidente l’incapacità del governo in carica, così come dai ministri competenti, di individuare le fasi del ciclo di vita del prodotto da tassare.

    Sarebbe stato sufficiente anche solo copiare il quadro normativo fiscale relativo ai soft drink applicato all’interno dell’Unione Europea e comunque sempre applicato all’ultima fase del ciclo del prodotto, quindi al consumo, per evitare la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro che questa ottusa scelta del governo Conte II sta già determinando.

    Mai come con l’attuale governo si è assistito ad una sovrapposizione tra ideologia anacronistica e incompetenza relativamente alla semplice comprensione degli inevitabili danni economici conseguenti all’applicazione di un nuovo quadro normativo.

    L’epidemia fiscale che sta dilagando all’interno del sistema economico nazionale è interamente imputabile ad una compagine governativa composta da 5 Stelle e Partito Democratico che si avvia a diventare la più pericolosa della storia italiana. I termini del disastro economico si delineano sempre più chiaramente determinando uno scenario con conseguenze inenarrabili. Il fatto poi di averla rimandata ai primi mesi del 2020 dimostra una innegabile pavidità nella capacità di imporre le proprie strategie ma anche una insopportabile mancanza di assunzione di responsabilità.

    Una sintesi espressione della mediocrità politica italiana in grado di aumentare lo stato di incertezza che rappresenta il vero nemico per qualsiasi tipo di investimento. L’Italia, non da oggi, rappresenta l’ultimo Paese per l’altra attività di investimenti dall’estero in Europa. Questa epidemia economica sugar free forse riuscirà a farla diventare tra le ultime nel mondo.

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