Economia

  • Opium production in Myanmar surges to nine-year high

    The production of opium increased sharply in Myanmar, rising to a nine-year high, according to the UN.

    It touched nearly 795 metric tonnes in 2022, nearly double the production in 2021 – 423 metric tonnes – the year of the military coup.

    The UN believes this is driven by economic hardship and insecurity, along with higher global prices for the opium resin that is used to make heroin.

    The coup plunged much of Myanmar into a bloody civil war that still continues.

    “Economic, security and governance disruptions that followed the military takeover of February 2021 have converged, and farmers in remote, often conflict-prone areas in northern Shan and border states, have had little option but to move back to opium,” said Jeremy Douglas, the regional representative for the UN Office on Drugs and Crime (UNODC).

    The region, where the borders of Myanmar, Thailand, and Laos meet – the so-called Golden Triangle – has historically been a major source of opium and heroin production.

    The UN report released on Thursday said Myanmar’s economy was confronted by external and domestic shocks in 2022 – such as the Russia-Ukraine war, continued political instability and soaring inflation – which provide “strong incentives” for farmers to take up or expand opium poppy cultivation.

    Myanmar is the world’s second-largest producer of opium, after Afghanistan. The two countries are the source of most of the heroin sold around the world. Myanmar’s opium economy is valued at up to $2bn (£1.6bn), based on UN estimates, while the regional heroin trade is valued at approximately $10bn.

    But over the past decade crop substitution projects and improving economic opportunities in Myanmar have led to a steady fall in cultivation of the opium poppy.

    The annual opium survey conducted by the UN, however, shows that production in Myanmar has risen again. Opium production in 2022 has been the highest since 2013, when the figure stood at 870 metric tonnes.

    Since the coup the UN has also monitored even larger increases in synthetic drug production. In recent years, this has supplanted opium as the source of funding for armed groups operating in the war-torn border areas of Myanmar.

    However, opium requires a lot more labour than synthetic drugs, making it an attractive cash crop in a country where the post-coup economic crisis has dried up many alternative sources of employment.

    Opium farmers’ earnings grew last year to $280/kg, a sign of the attractiveness of opium as a crop and commodity, as well as strong demand. It is a key source of many narcotics, such as heroin, morphine and codeine.

    Opium poppy cultivation areas in 2022 rose by a third to 40,100 hectares, according to the report, which also pointed to increasingly sophisticated farming practices. Average opium yields have also risen to the highest value since the UNODC started tracking the metric in 2002.

    Mr Douglas said Myanmar’s neighbours should assess and address the situation: “They will need to consider some difficult options.”

    He added that these solutions should account for the challenges people in traditional opium-cultivating areas face, including isolation and conflict.

    “At the end of the day, opium cultivation is really about economics, and it cannot be resolved by destroying crops which only escalates vulnerabilities,” said Benedikt Hofmann, UNODC’s country manager for Myanmar.

    He added: “Without alternatives and economic stability, it is likely that opium cultivation and production will continue to expand.”

    According to an earlier UNODC report, prices for opium soared in Afghanistan last spring after the ruling Taliban announced a ban on cultivation.

  • L’imbuto digitale

    L’innovazione tecnologica rappresenta sicuramente una leva importante finalizzata al mantenimento e allo sviluppo della competitività di un Paese ed all’ampliamento dei servizi alla cittadinanza.

    In questo contesto lo stesso complesso sistema di digitalizzazione contribuisce ad accorciare il Time to Market e quindi ad accrescere la competitività delle imprese all’interno dei mercati globali nei quali la tempistica rappresenta ormai un fattore vincente.

    Quando l’innovazione, tuttavia, viene applicata in modo univoco nei confronti dell’accesso ai servizi della pubblica amministrazione questa assume i connotati di un imbuto digitale, finalizzato alla creazione di una rendita di posizione di imprese che si occupano di servizi digitali necessari per bypassare il restringimento.

    In altre parole, all’interno di uno Stato che fosse anche espressione di valori democratici e liberali la digitalizzazione, essendo questa irreversibile, non comporterebbe tuttavia, come avvenuto in Italia, l’esclusione dai medesimi servizi di un qualsiasi altro accesso, ma non digitale.

    Così configurato questo processo di digitalizzazione diventa semplicemente una imposizione normativa di regole digitali escludenti, le quali accrescono il potere, non solo economico, di aziende e della stessa classe politica. Senza dimenticare come venga cosi ristretto il perimetro democratico all’interno del quale i diritti vengono tutelati e resi disponibili indipendentemente dall’accesso e dalla configurazione più o meno digitale.

    In questo contesto, poi, a riprova di questa ispirazione digitale come semplice espressione di interessi corporativi, risulta infatti ridicolo come gli scontrini emessi dalle casse dei supermercati abbiano assunto una lunghezza imbarazzante: una chiara quanto banale conferma di una rendita di posizione a favore delle imprese che producono carta chimica.

    In ambito internazionale si parla poi spesso di un ipotetico processo di avvicinamento normativo tra i paesi che aderiscono all’Unione Europea. Contemporaneamente si dimentica come, nello specifico, il Portogallo, la Spagna, la Francia e la Germania, cioè le più importanti concorrenti a livello economico e soprattutto produttivo del nostro Paese, non abbiano adottato, pur favorendo la digitalizzazione, lo Spid come accesso ai servizi della pubblica amministrazione e tantomeno una sua obbligatorietà.

    In fondo anche se nel terzo millennio, il nostro Paese continua ad adottare il vecchio principio delle decime anche se in versione digitale.

  • Il calzaturiero aumenta i ricavi del 13,9% nei primi nove mesi del 2022

    Il comparto calzaturiero italiano continua il percorso di recupero post-pandemia registrando nei primi nove mesi del 2022, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un incremento a doppia cifra del fatturato (+13,9%). E’ la fotografia scattata dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici che evidenzia anche un aumento dell’export (+23,7% in valore e +11,7% in volume, trainato dalle griffe del lusso), che ha già superato i livelli pre-Covid (con l’eccezione, però, delle scarpe con tomaio in pelle, che presentano un gap del -11% in quantità sul 2019). Risultati positivi nei mercati comunitari (con aumenti nell’ordine del +25% in valore in Francia e Germania), in Nord America (+62%) e in Medio Oriente (+58,5%). Bene anche la Cina, ma soprattutto per l’alto di gamma (+43% in valore, con un +34% nel prezzo medio). Pesanti, invece, le conseguenze della guerra in Russia e Ucraina (-32% nei primi 9 mesi nell’insieme, con un -40% dall’inizio del conflitto); tra gli stati dell’ex blocco sovietico cresce il Kazakistan (+33,4%).

    Nel report emerge anche la risalita nei consumi interni: +13,3% in spesa gli acquisti delle famiglie, ma ancora -3,5% sulla situazione già largamente insoddisfacente di tre anni addietro. Il contestuale balzo dell’import (+30% quantità) e la propensione al risparmio indotta dal carovita rendono sempre più serrata la competizione sul mercato nazionale, sfavorito anche da una stagione autunnale partita molto in ritardo. Cresce, inoltre, la quota di vendite off-price, mentre in estate appare sostenuto il ritmo dei flussi turistici, anche se il recupero nello shopping straniero è ancora parziale.

    Analizzando nel dettaglio le esportazioni, le vendite estere di calzature hanno raggiunto l’ennesimo primato in valore, toccando i 9,35 miliardi di euro (+23,7% su gennaio-settembre 2021), per un totale di 165,2 milioni di paia (+11,7%): non un record quello delle quantità, ma comunque il miglior risultato dal 2017 ad oggi. Il prezzo medio al paio è salito a 56,60 euro (+10,7%). Sia in valore che in volume sono state superate le cifre dei primi 9 mesi 2019 pre-Covid (rispettivamente del +20,4% e di un più modesto +3,9%). Decisamente positivo l’export verso gli Usa che – dopo la fine della “guerra dei dazi” con la Ue nell’autunno 2021 nell’ambito delle dispute sulla digital tax e lo scampato pericolo di imposte aggiuntive sui prodotti del fashion – nel 2022, grazie al cambio favorevole, hanno registrato nei primi nove mesi un sensibile incremento (+61% in valore e +28% in volume). Crescita altrettanto vigorosa si evidenzia per il Canada. La Cina, dopo la frenata nel bimestre aprile-maggio (-25% nelle quantità e -13% in valore) legata alle restrizioni adottate in diverse città per fronteggiare i nuovi focolai Covid, da giugno è ripartita con vigore. Il terzo trimestre ha registrato un aumento del +86% in valore (con un +17,4% in volume), grazie ai risultati conseguiti dalle griffe del lusso. Il cumulato dei primi nove mesi segna così un +43% in valore, con un molto più ridotto +7% nelle paia. All’interno della top 20 delle destinazioni è il mercato che presenta il prezzo medio più alto: 213,39 euro/paio, +33,6% su un anno addietro. Forte preoccupazione destano ovviamente le notizie sulla recrudescenza del virus. Restando nel Far East (+27,4% in valore globalmente) torna a crescere la Corea del Sud (+22,5%); bene il Giappone (+25,5% in valore), che presenta però, così come Hong Kong, un gap considerevole col pre-pandemia. Confortanti anche i dati sul Medio Oriente, dove svettano gli Emirati Arabi (15 mercato, in aumento del +68% in valore e del +49% in quantità su gennaio-settembre 2021). Tornando nel Vecchio Continente, tra i membri della Ue27 cresce del 26% la Germania (+18% in paia), da sempre uno dei principali clienti delle calzature Made in Italy (è il secondo in termini di volume); positivi anche altri importanti sbocchi comunitari, quali Spagna (+23% circa in valore), Paesi Bassi (+36%), Polonia (+16%) e Belgio (+19%), tutti già abbondantemente oltre i numeri pre-Covid. Riparte l’export verso il Regno Unito (+23% in valore e +1,6% in quantità) dopo il crollo dell’ultimo biennio, successivo all’uscita dall’Unione. Le cifre attuali restano comunque marcatamente inferiori a quelle 2019: -29% in valore e -39% in volume.

    Secondo Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici, «nonostante l’incremento a doppia cifra del fatturato settoriale 2022, con previsione di ritorno a consuntivo sui livelli pre-pandemia, e i segni positivi in gran parte delle variabili, il forte aumento dei costi erode i margini delle imprese, costrette ad affrontare, oltre ai rincari delle materie prime, la fiammata senza precedenti degli energetici. Permane inoltre una rilevante disomogeneità tra le aziende, con due su cinque tuttora con fatturato sotto i valori pre-emergenziali. Gli effetti della crisi – prosegue Ceolini – appaiono evidenti nei dati relativi alla demografia delle imprese (con 180 chiusure tra i produttori di calzature da inizio anno, tra industria e artigianato, -4,5%), mentre nei livelli occupazionali trovano conferma il rimbalzo già registrato nei primi 2 trimestri (+2,3%, insufficiente, comunque, a ripianare le perdite subite nel biennio precedente) e la marcata riduzione, rispetto al 2021, delle ore di cassa integrazione guadagni autorizzate nell’area pelle (-81,6%, con ancora però un +80% sul 2019). Nelle aspettative a breve domina – conclude – l’incertezza, in un panorama mondiale in cui – dopo il lungo periodo flagellato dalla pandemia – inflazione, caro bolletta e turbolenze geopolitiche minano il clima di fiducia, frenando la domanda di beni».

  • La Bce tira dritto su tassi e costo del denaro

    La Banca centrale europea non defletterà dalla politica monetaria di rigore avviata ormai da alcuni mesi col rialzo del tasso ufficiale di sconto e il conseguente rincaro del costo del denaro. Le parole pronunciate da Isabel Schnabel, membro del consiglio direttivo Bce, in occasione di un simposio sull’indipendenza delle banche centrali organizzato dalla banca centrale svedese – «Il nostro mandato è la stabilità dei prezzi e faremo tutto il necessario per conseguire il nostro mandato» – lasciano intendere che gli appelli provenienti da più parti perché Francoforte adotti una politica monetaria meno rigida non verranno accolti.

    Dopo le critiche alla linea del rigore lanciate dal ministro Guido Crosetto, uno stop al rialzo dei tassi era stato invocato anche dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli. A detta del presidente dell’associazione bancaria italiana, «Il rischio è di favorire nuove spinte per la recessione, quando è indispensabile che proseguano gli sforzi per la ripresa dello sviluppo e dell’occupazione». Più polemicamente, Confconsumatori ha invocato un cambio di rotta da parte della Banca centrale europea argomentando che la spirale inflazionistica che Christine Lagarde vuole contrastare rendendo meno agevole prendere denaro in prestito «dipende da tensionigeo-politiche e non da eccesso di domanda. Siamo, infatti, di fronte a un preciso aumento dei costi dell’energia e alla scarsità delle materie prime e, dunque, la crisi non dipende da dinamiche del mercato ordinarie». Le parole della Schnabel, per quanto ufficiose, lasciano intendere che l’istituto che batte la moneta comunitaria non intende cambiare rotta.

  • Ci mancava Monsignor Georg

    In Ucraina la popolazione continua ad essere falcidiata dalla scellerata guerra di Putin ed in Russia altri civili sono sterminati dal tiranno che impone loro di travestirsi da soldati per andare a morire al fronte.

    Gli Stati che devono aiutare la difesa Ucraina, anche per difendere la loro stessa libertà, sono poco tempestivi nel fare arrivare concretamente gli aiuti militari  promessi.

    In Europa le istituzioni sono messe a dura prova dagli scandali legati alla corruzione e le attività di spionaggio, controinformazione, si mischiano pericolosamente con gli affari illeciti.

    In Iran ogni giorno assistiamo, come sempre impotenti, alle stragi di giovani, la comunità internazionale, il cosiddetto ONU, non ha alcuna capacità di intervento.

    Negli Stati Uniti ci sono volute 15 votazioni per eleggere lo speaker della Camera e le fratture aumentano.

    In Afghanistan ogni giorno la fame e l’ingiustizia, la privazione di ogni forma di libertà che le donne devono subire, ci ricordano gli errori dei 10 anni nei quali siamo stati inutilmente in quel Paese e quanto sia stato miope non concedere al comandante Massud gli aiuti che chiedeva per combattere i talebani.

    Kim Jong-un, il satrapo della Corea del Nord, lancia missili nucleari dove gli pare, il Messico è al centro dell’alta finanza del narcotraffico mondiale e l’arresto di El Chapo junior sta scatenando una vera guerra.

    In Africa e Medio Oriente si trascinano da anni violenze e battaglie tra stati, religioni e organizzazioni terroriste mai sgominate, dall’Isis agli Shabaab ed al Qaeda, la carestia e la siccità mietono continue vittime e non si fermano gli esodi, le fughe disperate di coloro che cercano di arrivare in Europa e spesso muoiono in mare o sulla sciagurata strada dei Balcani.

    Non dovrebbero lasciare indifferenti le varie realtà sudamericane dove popolazioni, come quella venezuelana, sono allo stremo per indigenza.

    Ovunque gli hacker ormai possono colpire, banche, ministeri, ospedali, sistemi informatici che dovrebbero custodire i dati più sensibili di ogni paese, sono tutti violabili perché il progresso, sposato in modo acritico, ha fatto utilizzare la rete senza regole e senza antidoti,ha messo ciascuno di noi, come individui e come Stato, nelle mani di qualunque pirata, delinquente o megalomane, basta avere gli strumenti e tutto può essere violato, nessuno è più sicuro neppure in casa propria, alla faccia di quelle buffonate che sono chiamate sicurezza informatica e privacy.

    La violenza nei giovani, negli adolescenti è ancora più presente che negli adulti, la libertà incondizionata è diventata sopruso, senza empatia, senza riferimenti affettivi, senza valori da preservare e mete autentiche da raggiungere. L’isolamento dei singoli si manifesta in una asocialità tra persone ed in una esasperata ricerca di contatti social che nulla hanno più a che fare con la capacità di relazionarsi. Tutti chiusi in noi stessi troviamo il vuoto perché il pensiero, l’autocritica, la fantasia costruttiva, il rispetto di se e degli altri sono solo un ricordo del passato, un ricordo che va cancellato secondo una certa parte dell’intellighenzia. Così dal doveroso, giusto rispetto per il diverso si è arrivati a fare proselitismo perché la diversità diventi dominante, se non ti senti sufficientemente soddisfatto di quello che sei puoi cambiare sesso, inventarti una nuova falsa identità, drogarti fino allo stremo o quel tanto sufficiente, ogni giorno, per reggere allo stress di aver rifiutato i normali strumenti che aiutano a conoscersi ed ad affrontare la vita.

    Troppe religioni storiche confondono la spiritualità con l’interesse e l’interesse genera violenza e sopruso, basta pensare a Kirill, a quegli imam che incitano all’uccisione di chi non è musulmano o a quegli importanti prelati che hanno usato i beni della chiesa per il proprio arricchimento e piacere mentre proliferano sempre nuove, pericolose sette.

    Alla confusione che regna sovrana ovunque nel mondo, confusione in politica, nell’economia, nella società, nella sfera privata, e anche nelle nella religione ci mancava solo Monsignor Georg che sulla salma di Papa benemerito Benedetto XVI sponsorizza il suo libro.

  • Politica o finanza?

    Ancora una volta lo scontro tra il mondo della politica, compresi ministri del  governo in carica, con le principali istituzioni finanziarie europee dimostra come sia precario l’equilibrio tra i due ruoli  istituzionali.

    Da una parte (1) il governo rivendica una maggiore autonomia decisionale relativa alle politiche economiche e finanziarie, ed in particolare in relazione al debito pubblico, dimostrando cosi quasi di voler tornare alla regola soppressa  nel 1981 che obbligava la Banca Centrale, nello specifico la Banca d’Italia, ad acquistare i debiti, i titoli e il debito pubblico italiano. Si dimentica però come questa fu proprio la politica monetaria che la BCE ha attuato fin dal 2011 attraverso il presidente Mario Draghi il quale acquisiva al mercato secondario  titoli invenduti del debito pubblico facendo abbassare quindi lo Spread. Successivamente questo intervento divenne istituzionale con l’introduzione del quantitative easing per offrire ossigeno alla economia europea.

    All’interno di questa contrapposizione si trovano le principali istituzioni monetarie(2) e finanziarie le quali  rivendicano innanzitutto la propria vocazione istituzionale, cioè la lotta alla inflazione, quanto la stessa autonomia. In questo contesto di separazione dal mondo della politica le stesse  giustificano le proprie scelte soprattutto in relazione alla crescita dei tassi di interesse sulla base degli scenari economici forniti dai diversi algoritmi perché va considerato e ricordato come la presidente della BCE giustificò la mancata previsione di una inflazione di lungo termine da una previsione errata degli algoritmi.

    Tornando ora allo scontro tra i due soggetti emerge evidente l’ipocrisia che entrambe le posizioni esprimono.

    Il governo ed il  mondo della politica in generale potrebbero rivendicare una maggiore autonomia dalle autorità monetarie nel momento in cui loro stessi rispondessero in proprio ed in solido degli eventuali disastri  causati con proprie strategie. Non è assolutamente sufficiente il mandato elettorale per ottenere una cambiale in bianco relativa alla propria azione quanto la sua eventuale perdita come il prezzo da pagare per gli errori commessi. Basti ricordare come la classe politica e governativa italiana abbia portato  il nostro Paese alle soglie della pandemia con un rapporto tra debito pubblico e PIL pari a 155% e, contemporaneamente, ha operato in modo da creare le condizioni per cui negli ultimi trent’anni il reddito disponibile dei cittadini italiani si sia ridotto del -3,4% mentre in Germania nel medesimo periodo è aumentato del +34,7%.

    Quando, e solo quando , il mandato elettorale risulterà revocabile come un  qualsiasi contratto nel settore privato, solo  allora la politica potrà rivendicare una maggiore autonomia, pur restando la responsabilità di rispondere in solido degli eventuali errori ma soprattutto i danni arrecati al Paese.

    Non una voce si è mai levata in cielo contro la BCE quando questa con politiche monetarie espansive come il quantitave  easing aveva inondato il mercato di liquidità portando gli interessi, e quindi i costi del servizio al debito, sotto la soglia dello  zero offrendo una possibilità unica nel suo genere dal dopoguerra ad oggi, cioè di ridurre il debito pubblico.

    Viceversa tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese fino alla soglia del 2020 con la terribile pandemia hanno aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Contemporaneamente si sono  ridotti gli investimenti per il sistema sanitario, dimostrando ancora una volta come la spesa pubblica rappresenti la prima forma di arricchimento per lobby e potentati vari.

    Tornando alle istituzioni finanziarie, nel 1992, in un’intervista negli Stati Uniti, un importante economista affermò che l’economia sarebbe finita di li a pochi anni in quanto in tutte le società finanziarie erano entrati i matematici con l’applicazione dei loro algoritmi. Questa sottomissione algoritmica dell’intero mondo economico ma anche politico vissuta come una possibile riduzione dei costi e aumento delle redditività se da una parte ha tolto capacità di analisi, come molteplici espressioni di professionalità di alto livello, dall’altra ha permesso a persone prive di ogni competenza di raggiungere le vette dei principali organi finanziari solo ed esclusivamente per amicizie o vicinanze politiche. L’unica competenza richiesta rimane quella di leggere i risultati proposti dagli algoritmi.

    In altre parole lo scontro tra i due soggetti non è altro che guerra fratricida tra due banali espressioni del genere umano, le quali utilizzano la politica come il palcoscenico per le proprie vanesie ambizioni o per servire gli interessi della minoranza nei confronti della maggioranza.

    Mai come ora, ed in particolare in questi giorni, l’immagine sintesi di questo scontro tra politica italiana e mondo delle istituzioni finanziarie risulta imbarazzante e degradante soprattutto in funzione delle difficoltà che le imprese e i cittadini stanno affrontando da oltre tre anni.

  • Il 2023 dell’Africa si apre all’insegna del debito

    Se il 2022 non è stato “facile” per l’economia dell’Africa Subsahariana, quello che si apre sembra non essere roseo. All’inizio del 2022 la regione soffriva a causa della pandemia e dei suoi effetti sull’economia. Il 2023 si apre con molte nazioni che stanno affrontando un’altra crisi: il debito insostenibile. La newsletter settimanale di Bloomberg spiega che la crisi è in  atto da anni, i prestiti a lungo termine sono più che raddoppiati raggiungendo i 636 miliardi di dollari nel decennio 2011-2021, una cifra che supera il Prodotto interno lordo di oltre 40 Paesi africani considerati nel loro insieme. La pandemia da Covid ha peggiorato la situazione economica e la guerra in Ucraina ha spinto sull’orlo del baratro molti Paesi, chiudendo l’accesso ai finanziamenti, esaurendo le riserve di valuta estera e mandando in tilt i bilanci nazionali. Non a caso il Fondo monetario internazionale parla di una regione che “vive sul filo del rasoio”. Il Ghana si è unito a Zambia e Etiopia nel tentativo di ristrutturare le passività, paesi come Nigeria e Kenya sono appesantiti da un debito sempre più preoccupante.

    Il debito è il problema maggiore che i Paesi della regione dovranno affrontare anche se l’agenzia di ratings, Fitch, prevede che il debito medio “nell’Africa subsahariana migliorerà e sarà al di sotto del 65% nel 2023, dopo aver raggiunto il 72% nel 2020, aiutato dalla ripresa economica dopo la pandemia, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli sforzi per ridurre i deficit di bilancio, ma questo livello si confronta con una media del 57% nel 2019, prima della pandemia, e con meno del 30% tra il 2007 e il 2013”. Secondo l’analisi del debito pubblico dei 19 Paesi dell’Africa subsahariana, quasi la metà dei Paesi (42%) a cui Fitch assegna un rating nella regione “hanno un rapporto debito-Pil superiore al 70%, mentre il rapporto medio debito-reddito continuerà a essere superiore al 300%, il doppio del valore del 2013”. Questo, secondo Fitch, prova il deterioramento dei fondamenti economici dei paesi della regione, nonché delle prospettive di evoluzione di queste economie. I rischi che dovranno affrontare questi paesi, dovuti al significativo rallentamento globale, sono legati all’elevata inflazione, alle difficili condizioni finanziarie, al generale indebitamento delle economie determinato dalla pandemia e ora dall’invasione russa dell’Ucraina. Fitch, inoltre, prevede che l’inflazione media nella regione scenderà dal circa 8% del 2022 al 5,5% di quest’anno e che la crescita del Pil sarà intorno al 4%, vicino alla media del 3,8% nei 5 anni fino al 2019, ma ben al di sotto della crescita registrata fino al 2014. In alcuni Paesi della regione, tuttavia, l’inflazione è ben al di sopra della media regionale.

    A ciò si aggiunge che ci sono 8 Paesi dell’Africa Subsahariana con pagamenti del debito pubblico, nel 2023, che rappresentano un quarto delle riserve estere. Secondo Bloomberg i responsabili politici africani possono far ben poco per influenzare i venti contrari globali, ma possono adottare misure per costruire una sorta di “tesoretto”. L’aumento dei prezzi delle materie prime in un continente in cui ce ne sono in abbondanza – dai diamanti ai minerali di ferro, alla bauxite, al cobalto, al platino, al rame, alle cosiddette terre rare, al petrolio e al gas – offre la possibilità di creare fondi di stabilizzazione o fondi sovrani per proteggersi da shock futuri. Il 2022, inoltre, è stato un anno in cui la maggior pare delle valute africane hanno perso valore, una tendenza che potrebbe proseguire anche nel 2023.

    Tra le monete più deboli ci sono quelle dei Paesi con un contesto complesso sia dal punto di vista economico sia da quello politico-sociale come il Sudan e lo Zimbabwe, mentre le monete di Ghana, Malawi, Sierra Leone, Etiopia ed Egitto, potrebbero subire un ulteriore deprezzamento di oltre il 10% a causa dell’inflazione. Non dovrebbe, invece, subire scossoni il franco Cfa, adottato da molti Paesi francofoni, la cui stabilità è legata all’euro. Sul fronte politico molti paesi saranno chiamati alle urne durante il 2023 e anche questi appuntamenti potrebbero far crescere il malcontento delle popolazioni già fortemente sofferenti per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. I cittadini di 8 Paesi saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. In Nigeria, il peso massimo del continente con oltre 200 milioni di abitanti, le lezioni generali sono previste per il 25 febbraio. Il presidente uscente Muhammadu Buhari non potrà candidarsi avendo già portato a termine 2 mandati. La Sierra Leone andrà al voto a giugno, la Liberia a ottobre, il Madagascar a novembre, i  presidenti uscenti di questi paesi – rispettivamente Jiulius Maada Bio, George Weah e Andrei Rajoelina – potranno candidarsi per un secondo mandato. In Gabon, la Costituzione consente al presidente Ali Bongo di ricandidarsi, in questo caso si tratterà di un terzo mandato settennale. Prima di lui il governo del Gabon e’ stato nelle mani del padre Omar Bongo per 41 anni. La Repubblica democratica del Congo andrà alle urne il 20 dicembre, la registrazione degli elettori è già iniziata, il presidente uscente, Felix Tshisekedi, ha già annunciato la sua ricandidatura, anche se molti analisti temono che possano essere rinviate a causa della perenne condizione di guerra che regna nell’Est del paese. Anche lo Zimbabwe andrà alle urne. Le elezioni generali, invece, sono già state rinviate in Sud Sudan, non si terranno quest’anno e la transizione è stata prorogata di due anni, fino al 2024. Il Sud Sudan non ha avuto elezioni presidenziali dalla sua indipendenza nel 2011. Nel 2013 è scoppiata una sanguinosa guerra civile e ancora oggi, nonostante gli accordi di pace, il paese vive una instabilità cronica.

  • Le bollette intaccano i risparmi, è boom di prelievi

    L’onda lunga della crisi economica generata dalla pandemia, ma soprattutto l’aumento delle bollette energetiche seguito alla guerra in Ucraina si fanno sentire sempre di più sui risparmi di famiglie e aziende. Così il salvadanaio degli italiani, dopo quasi tre anni di crescita costante, torna a svuotarsi. Un’inversione di tendenza certificata dai dati, che indicano come solo negli ultimi 3 mesi sono stati prelevati da conti correnti e altre forme di risparmio oltre 50 miliardi di euro.

    Si tratta di una diminuzione del 2,4%, spiega il Centro studi di Unimpresa, visto che a luglio l’ammontare delle riserve delle famiglie e delle imprese depositate nelle banche del Belpaese era a quota 2.097 miliardi, mentre ad ottobre la cifra è calata a 2.047 miliardi. Una fotografia scattata analizzando i dati della Banca d’Italia, spiega la confederazione delle imprese, secondo la quale “il deflusso improvviso potrebbe avere qualche ripercussione” sulla raccolta da parte delle banche e degli istituti di credito.

    “Quella che abbiamo sotto gli occhi è una situazione drammatica che noi, purtroppo, avevamo prospettato da tempo”, commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, sottolineando come “stanno venendo meno le forze e la liquidità, sia per le famiglie sia per le imprese, specie quelle più piccole. I costi sono insostenibili – prosegue – le bollette energetiche non più gestibili. Ecco perché, chi ha la possibilità attinge alle proprie riserve. Al governo riconosciamo l’impresa di aver confezionato una legge di bilancio comunque positiva e in tempi brevissimi. Tuttavia segnaliamo l’urgenza di avviare un piano straordinario di interventi pubblici e di sostegni a partire da gennaio”.

    Fino al luglio scorso, da oltre 2 anni si era registrata una crescita costante dei risparmi degli italiani, complice anche il periodo della pandemia e del lockdown che ha portato a un drastico calo dei consumi: 1.823 miliardi a dicembre 2019, 1.956 miliardi a dicembre 2020, 2.050 miliardi a ottobre 2021, 2.075 miliardi a dicembre 2021. Una tendenza all’accumulo che è proseguita per tutto l’anno in corso, salvo invertire la rotta da agosto in poi.

    Sono soprattutto i conti correnti la forma di accumulo più utilizzata da aziende e cittadini, sia durante la fase di risparmio sia come fonte a cui attingere in caso di liquidità necessaria in tempi rapidi: il saldo totale era pari a 1.182 miliardi a fine 2019, a 1.349 miliardi a fine 2020, a 1.449 miliardi a ottobre 2021 e a 1.480 miliardi a dicembre 2021, e ancora in aumento fino a 1.497 miliardi fino a luglio 2022. Poi la discesa di 45 miliardi (-3,0%) a 1.452 miliardi toccati a ottobre scorso. Più lineare invece l’andamento delle altre forme di deposito e accumulo di liquidità, come i depositi con durata prestabilita, i depositi rimborsabili con preavviso, i pronti contro termine.

  • Le nuove convergenze parallele

    La storia della politica italiana ha partorito concetti in grado di andare oltre la logica fisica i quali, tuttavia, erano in grado di indicare un percorso finalizzato ad una ipotetica crescita del Paese.

    Il concetto di convergenza parallele partiva, in relazione ai due soggetti interessati, cioè la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista da una parte, dal rifiuto da parte del PCI alla realizzazione di uno Stato totalitario, e dall’altra alla caduta della pregiudiziale anticomunista della Democrazia Cristiana verso un compromesso nell’interesse dello Stato italiano.

    Il terzo millennio ha visto, come molti avevano previsto, la fine dell’ideologia e dei progetti politici di ampio respiro sostituiti da visioni di basso cabotaggio finalizzate all’ottenimento del massimo consenso nella  prossima consultazione elettorale.

    Tuttavia, pur venendo meno il quadro ideologico e politico che partorì questo possibile scenario, il medesimo principio viene ora  applicato ma con altri obiettivi. Quindi, anche se all’interno di una contraddizione  evidente, le convergenze parallele vengono trasformate dalla classe politica in strumenti finalizzati al conseguimento di obiettivi di parte.

    Il governo in carica da poco più di tre mesi è riuscito in soli due Consigli di Ministri ad eliminare gli sconti fiscali dei carburanti per oltre 30 centesimi, non tenendo in alcuna considerazione di come, all’interno di un contesto europeo, l’economia italiana presenti il più alto tasso di inflazione ed in particolare nel settore alimentare, quello cioè maggiormente soggetto alle variazioni dei costi di distribuzione. Una decisione giustificata dapprima con la ricerca di fondi per i Comuni, quasi una tassa di scopo, e successivamente entrata nei rivoli  della spesa pubblica e quindi esentati dalla  definizione di un obiettivo.

    Gli effetti di tale decisione saranno disastrosi per quanto riguarda l’inflazione nel settore alimentare che si sta proiettando verso un +13% ed in particolare per quelle fasce di popolazione meno abbienti  costrette per motivi di lavoro utilizzare i mezzi privati.

    Al di là di ogni considerazione relativa alla coerenza tra le promesse elettorali e la realtà governativa di questa coalizione e della considerazione dimostrata verso i propri elettori, questa decisione ha ricevuto  l’appoggio persino di un esponente considerato l’economista del PD: Carlo Cottarelli. Il rappresentante del pensiero economico del PD ha sottolineato come sia stata giusta l’eliminazione di questo conto in quanto aiutava anche i “possessori di Ferrari”.

    E’ evidente che quando una manovra fiscale finalizzata all’aumento della pressione fiscale ottiene il favore dell’opposizione questa già sulla carta ha le stimmate per rivelarsi assolutamente contraria agli interessi dei paesi e dei suoi cittadini. Andrebbe infatti ricordato, tanto agli esponenti economici del governo in carica quanto a Cottarelli, il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro sulla base del quale ogni diminuzione del carico fiscale applicato ad un bene di consumo determini un maggiore vantaggio immediato per le fasce di popolazione a medio e basso reddito.

    Contemporaneamente la loro sospensione, come quella attuata dal governo Meloni, non viene neppure recepita dalle fasce di popolazione ad alto reddito indicate in modo grossolano dai guidatori di Ferrari.

    Il concetto di nuove  convergenze parallele si dimostra quindi assolutamente attuale anche se nel precedente millennio era applicato ad una visione politica ed ideologica dello Stato, mentre ora viene utilizzato n modo subdolo ed intellettualmente disonesto con l’unico obiettivo di aumentare ancora di più la spesa pubblica che rappresenta da sempre la prima forma di potere nel nostro Paese (*).

    Questa convergenza di intenti tra maggioranza ed opposizione dimostra ancora una volta come, al di là quindi delle collocazioni meramente geografiche dei diversi partiti all’interno del Parlamento, questi si dimostrino uniti consapevolmente nella strategia  finalizzata a mantenere il proprio potere attraverso sia la costante crescita della spesa pubblica e, di conseguenza, del  carico fiscale come confermato dagli ultimi trent’anni della storia politica italiana. La logica politica ma soprattutto utilitaristica che sottende una  tale visione puramente economica e  contabile sostenuta dalla costante crescita della pressione fiscale risponde alla volontà di rafforzare l’esercizio del potere a spese del contribuente che ha visto nell’ultimo decennio ridursi il reddito disponibile del -12%. Contemporaneamente rappresenta la versione “moderna” di uno Stato Socialista.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/ (novembre 2018)

  • L’illusione europea ed italiana

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    All’interno della Unione Europea un accordo rappresenta la sintesi della volontà politica  espressa da Paesi diversi uniti nella realizzazione di un progetto comune. Al di là del contenuto normativo e strategico (1) andrebbe sottolineato come uno dei fattori fondamentali per il successo di un qualsiasi progetto sia indubbiamente rappresentato  dalla tempestività (2) con la quale viene raggiunto e reso operativo.

    L’accordo relativo ad un tetto al prezzo del gas (#pricecap) non presenta alcuno dei sopracitati fattori fondamentali per il suo successo. A questo si aggiunga come i due ultimi governi italiani alla giuda del nostro Paese abbiano posticipato ogni iniziativa straordinaria per rendere meno impattante l’escalation dei costi energetici in quanto entrambi erano avvinti in una speranzosa attesa, di oltre dieci mesi,  di un parto normativo europeo.

    Il tempo in attesa di questa annunciazione, tuttavia, non è certamente passato, in quanto i governi Draghi prima e Meloni adesso si trovano a gestire un tasso di inflazione pari, se non superiore, al doppio di quella dei partner europei (*). Questa, poi, mina alla base ogni fattore competitivo delle imprese italiane e la stessa sopravvivenza economica di molte famiglie del ceto medio.

    A questa inedia politica degli ultimi due governi italiani, i cui costi vengono tranquillamente scaricati sui ceti produttivi, si aggiunge un banale ed inappropriato favore espresso dal governo in carica, motivato da una discesa delle quotazioni del gas, e quindi del costo dell’energia elettrica alla quale ancora rimane agganciato, attribuito proprio all’approvazione di tale messianico accordo. Quando, invece, tali quotazioni in discesa rispetto ai mesi precedenti dipendono da un forte rallentamento della domanda di energia -15% (A) certificata da una preoccupante discesa della produzione industriale pari al -1% sul mese precedente e -1,9 quella annuale (B).

    L’indice negativo di segnali economici esprime un forte rallentamento del ciclo produttivo ed economico ma anche la cristallina espressione degli effetti di una  speranzosa inattività dei governi Draghi e Meloni i quali di fatto hanno abbandonato a sé stessi le categorie produttive e le famiglie del ceto medio basso.

    Nessuna correlazione si può individuare quindi tra una ancora futura applicazione dell’accordo relativo al tetto del prezzo del gas e la sua discesa nelle quotazioni internazionali. Viceversa, di certo, l’inedia governativa degli ultimi due governi, unita ad un inaccettabile quanto imbarazzante entusiasmo per il conseguimento del price cap, hanno portato il nostro sistema economico e soprattutto industriale all’interno di una crisi molto più problematica rispetto ai partner europei.

    (*) La Germania ha appena destinato una manovra finanziaria di duecento miliardi (200) il cui effetto si dimostrerà nella seconda metà del 2023

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