Economia

  • Exploit di immatricolazioni di auto ad aprile in Italia. Ma il Covid ha lasciato il segno

    Ad aprile sono state immatricolate 145.033 nuove auto in Italia: un mega rimbalzo di +3.276,8%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Quello però era uno dei periodi peggiori dell’era pandemica, in pieno primo lockdown a causa del Covid. Insomma, la crescita del mercato automobilistico del Belpaese è solo apparente.

    Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, ad aprile sono state immatricolate 145.033 autovetture, contro le 4.295 unità registrate ad aprile 2020, che aveva chiuso a -97,5% a causa del lockdown totale. Un confronto sfalsato. Facendo quindi riferimento all’ultimo aprile normale, cioè ad aprile 2019, si evidenzia un calo del 17,1%. A spiegare l’effetto coronavirus sui dati è Paolo Scudieri, presidente di Anfia, Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica. “Come già accaduto a marzo, anche ad aprile dell’anno in corso l’apparente crescita del mercato è in realtà frutto del confronto con l’aprile peggiore della storia, visto che nel 2020 le vendite erano risultate praticamente azzerate”.

    Il rialzo non riflette l’effettiva situazione del mercato, che è in realtà molto più negativa di quanto non dicano le statistiche e ciò perché nel 2019 non erano in vigore incentivi per le vetture più richieste, che sono quelle con emissioni di CO2 da 61 a 135 gr/km, mentre dall’1 gennaio 2021 sono in vigore incentivi per questa fascia di autovetture per 250 milioni di euro. Questo stanziamento ha indubbiamente sostenuto la domanda senza riuscire però a compensare completamente l’impatto fortemente negativo della pandemia. La spinta degli incentivi prenotati prima dell’esaurimento dei fondi dovrebbe continuare nella prima metà di maggio. Poi, secondo il Centro Studi Promotor, per il mercato dell’auto si aprirà una crisi ben più severa di quella del primo quadrimestre di quest’anno che potrebbe portare il 2021 a chiudere il suo consuntivo anche molto al di sotto del risultato catastrofico del 2020 in cui, con 1.381.646 auto vendute, si ritornò ai livelli di 50 anni fa, cioè degli anni ’70 del secolo scorso. Un ulteriore calo su questi livelli aprirebbe uno scenario pericoloso per il mercato italiano dell’auto che potrebbe precipitare addirittura sui livelli degli anni ’60 del secolo scorso con tutto quello che ne consegue, anche per il prodotto interno lordo del Paese, su cui l’incidenza dell’auto e del suo indotto tocca il 12,5% .Fra i big del settore, il Gruppo Stellantis, frutto della fusione fra Fca e e Psa, ad aprile registra 58.404 immatricolazioni di auto, rispetto a 2.682 dello stesso mese del 2020, vale a dire un incremento del 2.077,6%. Ad aprile 2020 l’Italia era soggetta al primo massiccio lockdown per il Covid. Nei primi 4 mesi del 2021 le immatricolazioni di Stellantis sono state 238.398, a fronte di 145.752 dello stesso periodo del 2020, in aumento del 63,6%.

  • Ancora Africa e Cina anche nel libro di Riccardi

    L’ultimo libro di Riccardi, Riccardi vivendo da anni a Shangai e viaggiando per il mondo ha ben presenti i vari aspetti del problema Africa-Cina, affronta la realtà, spesso ignorata più o meno volutamente, dei rapporti tra il continente africano e la mega potenza cinese, rapporti sui quali, in diverse occasioni, ci siamo soffermati sul Patto Sociale. Nel libro si evidenzia come il continente africano potrebbe arrivare, nel 2050, ad avere una popolazione di due miliardi e mezzo, con la Nigeria che potrebbe superare gli Stati Uniti per numero di abitanti, inoltre, dopo la pandemia, è prevista in Africa una notevole crescita del Pil, solo per la regione sub sahariana si parla di un incremento del 3,4% con una crescita record per il Kenya del 7,6.

    Oggi la Cina, che da molti anni investe in più comparti ed in modi diversificati in Africa, è la più grande economia del mondo per Pil a parità di potere d’acquisto ed è il primo paese nel commercio globale. I cinesi nell’ormai lontano 2003 avevano investito in Africa 75 milioni di dollari e nel 2019 sono arrivati ad investimenti per 2,7 miliardi di dollari! Per il continente africano la Cina è il primo partner commerciale visto che investe ogni anno diversi miliardi e che sono più di 10.000 le aziende cinesi che operano nei vari stati africani.

    Il resto del mondo si sappia regolare ma soprattutto l’Unione Europea, area nella quale è costante e sempre più numeroso l’arrivo di migranti e profughi dall’Africa mentre non decollano, in modo idoneo e sufficiente, le nostre politiche economiche, commerciali e sociali verso il continente africano.

  • Scambi commerciali mondiali giù di oltre il 7% nel 2020 ma nel 2021 faranno +7,6%

    Il commercio internazionale è pronto a ripartire. Lo confermano le stime di Ice Agenzia e Prometeia, secondo cui nel 2021 gli scambi internazionali registreranno un rimbalzo del 7,6%. La ripresa si consoliderà nel 2022 con un’ulteriore crescita del 5,3%, riportando le importazioni dei mercati analizzati sui livelli prima della crisi. Entusiasta, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha commentato: “Dobbiamo essere fiduciosi perché le imprese italiane, dopo un periodo di difficoltà e coraggiosa resistenza possono vedere aprirsi nei prossimi mesi una fase di nuove possibilità”.

    Il rapporto Ice-Prometeia traccia un quadro non roseo per il 2020, l’anno in cui è iniziata la crisi pandemica. Lo scorso anno si è infatti chiuso con una caduta degli scambi mondiali poco superiore al 7% su base annua. E’ da riconoscere, tuttavia, come gli scambi commerciali internazionali abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’arginare la diffusione dell’epidemia. Nell’ultimo anno infatti i flussi commerciali dei beni legati all’emergenza – dai dispositivi di protezione, ai prodotti farmaceutici, al materiale medico/sanitario – sono cresciuti in valore del 17%. Il settore più collegato all’emergenza sanitaria, la chimica farmaceutica, ha sperimentato un’espansione della domanda internazionale dell’8%. Il dato si confronta con flessioni superiori al 20% per i settori collegati alla mobilità (automotive e mezzi di trasporto) o a oltre il 10% per alcuni comparti tecnologici (meccanica in particolare) e di consumo (sistema moda e arredo), tra quelli di particolare rilevanza per l’Italia.

    Di Maio ha ricordato che il documento Ice-Prometeia “riflette inevitabilmente l’eccezionalità dell’anno appena trascorso. Un’eccezionalità, purtroppo, di segno negativo. Un dato su tutti: -7,2% il volume degli scambi mondiali nel 2020 rispetto al 2019. Il secondo peggior calo degli ultimi 20 anni. Sono statistiche che preoccupano e possono scoraggiare, ma sfogliando il rapporto troviamo anche evidenze di una imminente ripresa che ci porta a guardare con ottimismo al futuro”. Il mercato globale “è estremamente competitivo, ma ci sono ancora margini consistenti per riposizionarsi e cogliere nuove opportunità di affari”, ha sottolineato il ministro.

    Dai dati Ice-Prometeia arrivano comunque anche segnali incoraggianti. “Tra i Paesi del G8, l’Italia è il secondo per minor flessione dell’export e questo contributo ha consentito di attenuare un più forte calo dei consumi interni”, ha ricordato Carlo Ferro, presidente di ICce Agenzia. “Inoltre, nonostante il calo delle esportazioni ci sono eccellenze settoriali, gli ‘Oscar dell’export’, che hanno performato positivamente su alcuni mercati, indice della capacità delle nostre filiere di resistere agli shock inaspettati. Per esempio, il riso verso la Germania, la pasta verso Giappone e UK, il vino verso la Corea del Sud e l’Olanda e l’olio di oliva verso la Francia. Oltre il farmaceutico e l’alimentare, che sono cresciuti come settori, ci sono performance dell’export settore-Paese particolarmente positive: i componenti elettronici verso gli Stati Uniti, le macchine tessili verso la Turchia, le materie plastiche verso la Cina, le calzature in Corea del Sud, per fare alcuni esempi”, ha ribadito Ferro.

  • Illycaffè supera le chiusure imposte dal Covid: bilancio in attivo con le vendite domestiche

    Il rischio era reale: che quel 60% di consumatori che costituiva il mercato fuori casa, vale a dire ristoranti e bar, si sgretolasse, visto che la categoria ristorazione con la pandemia è rimasta chiusa a lungo. Invece, una strategica sterzata a colpi di digital transformation ha accelerato l’offerta domestica (+21%) e dell’ecommerce (+39%). Di quest’ultimo numero, il 50% è costituito di nuovi clienti, che potrebbero fidelizzarsi al marchio triestino. Così la illycaffè nell’anno della pandemia ha praticamente capovolto i dati tra i 2 segmenti di mercato riuscendo a spuntare un bilancio in utile (5 milioni netti).

    L’Assemblea dei soci ha approvato un EBITDA adjusted 57,7 milioni sancendo una crescita (+30%) delle vendite nei supermercati italiani, e di una generica crescita del mercato del 10%. I ricavi chiudono a 446,5 milioni (-14%). Anche la posizione finanziaria netta è negativa per 103,3 milioni, con un miglioramento di 10,7 milioni sull’anno precedente. Se il mercato italiano e quello europeo in genere si riprendono lentamente, inoltre, quelli dove la campagna vaccinale è stata massiva, come Gran Bretagna e Stati Uniti, stanno recuperando rapidamente fino ai livelli pre-Covid. Anche l’Asia è in fase avanzata di recupero, in particolare la Corea del Sud.

    Insomma, se la pandemia non creerà nuovi sconquassi, nel 2022 l’azienda tornerà a regime reinserendosi nel solco della crescita rapida e stabile che ha segnato gli ultimi anni di attività. A detta dell’a.d., Massimiliano Pogliani, i primi mesi del 2021 sono “andati molto bene”: si può ipotizzare l’aggancio alla ripresa del Paese.  “Abbiamo affrontato la pandemia con solidi fondamentali, una chiara visione del valore della marca e un deciso impegno sulla digitalizzazione del business. I risultati 2020, ancorché penalizzati dalla debolezza dei consumi fuori casa, confermano la forza del brand illy, l’efficacia delle azioni sviluppate per mitigare l’impatto della pandemia, e la nostra capacità di rispondere alle mutate esigenze dei consumatori”, dunque, guardiamo “al futuro con ottimismo”, incalza.

    In questo contesto, si inquadra anche la strategia di espansione nel mercato Usa: da un lato ci sono i 100 milioni di dollari che l’azienda intende investire in quell’area geografica e dall’altro l’ingresso della Rhone Capital nel board triestino (l’Assemblea di venerdì scorso è stata la prima cui ha partecipato la realtà di private equity globale) che dovrebbe facilitare il rafforzamento del marchio negli States.

  • Le contraddizioni per l’interesse di Stato

    La promessa, e ormai la quasi certezza, dopo l’approvazione parlamentare del PNRR, di una disponibilità finanziaria garantita dal Recovery Fund ha dato vita ad una imbarazzante esplosione di voli pindarici applicati al mondo dell’economia dalla politica senza precedenti.

    Uno degli aspetti più preoccupanti della gestione pandemica, da febbraio 2020 ad oggi, è evidentemente l’incapacità di comprendere le conseguenze di questo shock sanitario e delle devastanti conseguenze economiche e occupazionali.

    In questo contesto di confusione la scelta del termine ‘Resilienza’ dovrebbe indicare la volontà di riportare il nostro Paese alle condizioni precedenti la pandemia da covid-19, in quanto la resilienza è la capacità di un filato di tornare alla sua forma originale dopo essere stato sottoposto ad una pressione. Il concetto di ‘Rivoluzione’ utilizzato dagli esponenti dei partiti di maggioranza risulterebbe sicuramente distonico col titolo stesso del Piano finanziario e quindi con gli obiettivi indicati.

    Al di là, tuttavia, delle contraddizioni scaturite persino nel titolo adottato, esponenti del governo e i maggiori leader dei partiti di questa ma anche delle precedenti maggioranze hanno abbracciato, vinti dall’euforia finanziaria (buona parte a debito per altro), questi temi a forte impatto mediatico senza comprenderne la loro trasposizione all’interno della realtà economica quotidiana. Tra questi sicuramente quelli più gettonati possono venire individuati nella digitalizzazione della pubblica amministrazione unita alla transizione ecologica la quale ha raggiunto addirittura i connotati di una dottrina “religiosa”.

    In particolar modo, per quanto riguarda l’ultimo argomento, nessuno ha intenzione di negare l’importanza, all’interno di un sistema economico evoluto, di indicare in modo chiaro un valore economico in relazione ad un minore impatto ambientale da poter inserire nelle caselle degli stessi bilanci. Un valore, quindi, che deve essere documentabile perché altrimenti rimarrebbe semplicemente un’espressione di un contenuto etico difficilmente trasportabile all’interno dell’agone economico.

    Contemporaneamente si avverte sempre più nitida la sensazione di come a questi postulati con connotati ancora troppo ideologici non corrispondano comportamenti adeguati e consoni, espressione della fedeltà a questi principi nella vita quotidiana e soprattutto nelle strategie economiche e nelle conseguenti politiche normative e fiscali.

    La transizione ecologica, una volta individuato il valore economico da inserire in bilancio, dovrebbe rappresentare la direzione verso la quale muoversi attraverso delle politiche fiscali incentivanti, l’accorciamento delle filiere e la tutela del made in Italy (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/ 5/3/2020).

    Contemporaneamente una attenta politica fiscale innovativa con l’applicazione di una Border carbon tax fornirebbe l’opportunità di riproporre la concorrenza su basi normative e di impatto ambientale condivise (https://www.ilpattosociale.it/attualita/sostenibilita-e-competitivita/ 22.02.2021).

    Inoltre, per la prima volta, l’imposizione di una tassa sui prodotti provenienti dalle economie con standard ambientali decisamente inferiori rispetto a quanto richiesto alle nostre produzioni avrebbe il merito di innescare una positiva rincorsa decisamente concorrenziale verso l’evoluzione dei sistemi produttivi a sempre minore impatto ambientale proprio per evitare questo tipo di tassazione.

    Questi due semplici ma reali obiettivi rappresenterebbero la direzione verso la quale l’azione del governo in carica e il parlamento dovrebbero dirigere la propria attenzione, consapevoli dell’importanza di trovare un equilibrio sostenibile tra innovazione e ed economia reale.

    In questo contesto come logica conseguenza sarebbe fortemente auspicabile un comportamento coerente di tutti i manager operanti all’interno delle società a partecipazione statale nominati dal governo attuale e da quelli precedenti.

    All’interno delle aziende con lo Stato stesso come azionista l’azione di moral suasion del governo stesso dovrebbe trovare espressione nelle strategie economiche come primo atto di una presa di coscienza di una rinnovata attenzione all’impatto ambientale nella gestione aziendale. Non va dimenticato, infatti, come lo Stato, in quanto azionista di maggioranza, attraverso il proprio management, determini l’attività economica all’interno dei mercati concorrenziali. Dovrebbe risultare facilmente riscontrabile perciò la coerenza tra l’azione dei manager nominati dallo Stato e dal governo e i principi scelti ed adottati dal medesimo governo e quindi imposti a tutti gli altri attori del palcoscenico economico.

    Poste Italiane S.p.A è controllata al 29,3% dal Mise e al 35% da cassa depositi e prestiti, il management di conseguenza risulta di nitida espressione governativa. Questa azienda ha assegnato ad una società francese la fornitura delle buste le quali verranno prodotte in Romania per rendere economicamente sostenibile la riduzione del 8% del prezzo indicato da Poste Italiane. In questo senso, quindi, il management, disattendendo quanto indicato dallo stesso governo, continua nel perseguire una strategia economica finalizzata solo a privilegiare il minor costo indipendentemente dal conseguente maggior impatto ambientale, espressione di una produzione delocalizzata lontana dal mercato di utilizzo che inevitabilmente comporta.

    In più, disattendendo clamorosamente all’innovazione governativa di una attenzione alla transazione ecologica, contemporaneamente si penalizza il sistema industriale italiano, espressione già da anni di standard di minor impatto ambientale tra i migliori in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/ 10.12.2018).

    Questa vergognosa strategia seguita da un’azienda partecipata dal Mise e da CdP dimostra, ancora una volta, come i principi di attenzione all’ambiente, che si trasformeranno probabilmente in nuovi vincoli per gli operatori economici, non saranno validi per le aziende che operano in nome del governo.

    Questo doppiopesismo esclusivamente a favore delle società a partecipazione statale risulta ormai intollerabile ed insopportabile. Viene dimostrato, ancora una volta, come una disciplina normativa possa venire tranquillamente disattesa da chi opera in virtù di un mandato governativo a tutela di interessi statali “superiori”.

    In questo senso sempre più ci si avvicina ad una economia socialista e contemporaneamente ci si allontana da una liberale e democratica.

  • Italia nono mercato al mondo per i venditori di acqua confezionata

    Il mercato mondiale dell’acqua confezionata è stimato in oltre 387 miliardi di litri, per un valore al dettaglio di 155 miliardi di euro, con prezzo medio al litro attorno ai 40 centesimi, che diventano 30 nella Ue e 20 in Italia, quindi tra i più bassi. E l’Italia è il nono mercato mondiale e il terzo per esportazioni di acqua imbottigliata. Si apprende dal nuovo report dell’Area studi Mediobanca sul settore, che aggrega i dati economico-finanziari, per il triennio 2017-2019, di 82 aziende nazionali con fatturato 2019 superiore al milione di euro.

    Il consumo mondiale è cresciuto nell’ultimo ventennio del 7,4% annuo e le previsioni indicano ritmi analoghi. In Italia il comparto dovrebbe avere chiuso il 2020 in stabilità e la Cina rappresenta il maggiore mercato: 103,1 miliardi di litri per 26,1 miliardi di euro al dettaglio, primato incontrastato dal 2009, quando ha superato e doppiato gli Usa, che valgono 50 miliardi di litri e 34,6 miliardi di dollari. Dal 2000, il mercato cinese è cresciuto del 13,7% all’anno, quello Usa del 5,8%. Dinamici Messico (+5,9%), Indonesia (+11,4%), India (+13,7%), Brasile (+6,9%) e Thailandia (+6,8%).

    Il consumo medio individuale mondiale è di 50,4 litri per abitante, ma per circa metà della popolazione scende a 17,7 litri. L’Italia, con i suoi 13,5 miliardi di litri, è il nono mercato mondiale, sostenuto dalla ricchezza delle fonti (oltre 300) e da elevati consumi per abitante: 222 litri. Vanta poi altri primati: è il secondo esportatore di acqua imbottigliata minerale della Ue, con 605 milioni di euro, dopo la Francia (761 milioni), e il terzo mondiale, preceduto anche dalla Cina.

    Se si guarda alle potenzialità, secondo il report, emerge che il mercato sia maturo in molti Paesi, specialmente in Italia. I produttori puntano quindi a innovazione e sostenibilità per incentivare i consumi. Dal 2012 il mercato italiano è cresciuto del 2,4% l’anno, quello tedesco ha ristagnato, quello francese del 2,5%, lo spagnolo del 2,9%. I produttori cercano di agire sull’innovazione attraverso acque aromatizzate, arricchite o funzionali, ad esempio per gli sportivi. Le bottiglie in Pet, in Italia l’82% del mercato, possono rappresentare un’importante componente del costo finale. La riduzione del peso della bottiglia è quindi un obiettivo primario dell’industria, anche per ridurre l’impatto ambientale, considerando che in Italia il 46% delle bottiglie va al riciclo, lontano dai livelli di Paesi come la Germania (95%), ove vige un sistema di vuoto a rendere.

  • Berlino ragiona su un piano B per il gasdotto Nord Stream 2

    Una moratoria, una exit strategy, un piano alternativo, una trattativa internazionale: la Germania, come riferisce un resoconto dell’agenzia di stampa Agi, è alla disperata ricerca di un ‘uovo di colombo’ che le permetta di uscire dal vicolo cieco chiamato Nord Stream 2. Sullo sfondo del braccio di ferro sul mega-gasdotto russo-tedesco la questione sempre più difficile dei rapporti con Mosca, a maggior ragione con il riacuirsi della crisi ucraina, le tensioni intorno al destino di Aleksei Navalny e la non meglio specificata “linea rossa” posta minacciosamente da Vladimir Putin nelle relazioni con l’Occidente. Tensioni che iniziano a fare sempre più breccia a Berlino, nonostante che Angela Merkel abbia finora sempre tenuto duro nel volere difendere la pipeline lunga 1.200 chilometri volta a raddoppiare il flusso di gas naturale dalla Russia alla Germania – in generale dovrebbe portare nell’Unione europea ulteriori 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno – considerandola niente più che un “progetto economico”.  Ma a questo punto nessuno nei palazzi di potere berlinesi esclude che sia necessario trovare un “piano B”, non solo tra i Verdi – da sempre contrari al gasdotto – ma anche tra le fila della Grosse Koalition ancora al governo, ossia Cdu/Csu e Spd. Dove per la prima volta si ragiona apertamente su quali possano essere le opzioni per salvare il salvabile (la costruzione della pipeline è quasi ultimata) e al tempo stesso modificare la natura di Nord Stream, anche alla luce della strenua opposizione di Washington, che – come ribadito in varie occasioni dallo stesso Joe Biden e dal segretario di Stato Tony Blinken – vuole impedire la sua realizzazione “a qualsiasi costo”.

    Pressioni sempre più dure (tanto che qualcuno teme che possano appesantire non poco le relazioni con gli Usa, per l’appunto dopo che si era tanto sperato in uno spettacolare rilancio dopo la difficilissima stagione trumpiana), alle quali si aggiungono anche quelle di diversi Paesi dell’Est europeo nonché’ delle repubbliche baltiche. Idem la Francia, che in varie occasioni si è espressa esplicitamente contro il progetto.  Ecco che d’improvviso a Berlino si cominciano a sentire toni
    nuovi. “La domanda è se il gasdotto venga effettivamente utilizzato, se ci passerà effettivamente del gas, e quanto”, ha detto giorni fa la ministra alla Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer a un dibattito a Parigi. “Ne stanno già ragionando i giuristi”, ha aggiunto Akk, che pure non vede “molto spazio di manovra” per un vero e proprio blocco dei cantieri. Sono segnali che si moltiplicano. “Il fatto è che per la nostra politica estera il prezzo da pagare rischia di diventare troppo alto”, commenta a microfoni spenti un deputato della Cdu, il partito di Frau Merkel. Così nel partito che fu di Adenauer   di Kohl si fanno più rumorose le voci di chiedere di mettere “nel freezer” il gasdotto. Mentre in casa Spd si inizia a ragionare sul fatto che la realizzazione del progetto potrebbe essere connesso a precise
    richieste di natura politica da rivolgere a Mosca. Alla Welt il parlamentare cristiano-democratico nonché esperto di politica estera Roderich Kiesewetter lo ha detto chiaramente: “Abbiamo bisogno di una soluzione che salvi la faccia a tutte le parti in causa. Potrebbe esserlo una moratoria”. La stessa Kramp-Karrenbauer e altri esponenti della Cdu si erano già d’accordo sulla possibilità di valutare la possibilità di questa ‘moratoria’. Evidentemente, il punto è capire a quali condizioni legare questa sorta di sospensione del progetto. Qualche idea in proposito arriva proprio dai socialdemocratici: “E’ possibile collegare l’attività del gasdotto a determinate condizioni: e’ di questo che dovremmo parlare”, ha affermato per esempio il portavoce della Spd per gli affari esteri al Bundestag, Nils Schmid, che invece è contrario ad un blocco ‘tout court’, troppo difficile adesso è quasi terminato.

    Nondimeno, è un’esternazione significativa, se si considera che la Spd ha sempre difeso a spada tratta il progetto, a cominciare dal leader del partito Norbert Walter-Borjans e dal ministro alle Finanze (nonché candidato cancelliere) Olaf Scholz, senza considerare governatori direttamente interessati per motivi geografici, come Manuela Schwesig in Meclemburgo, terra d’approdo della pipeline. In realtà l’idea della moratoria si potrebbe facilmente coniugare con le condizionalità di principio. A detta della Cdu, sarebbe l’opzione ‘freezer’ già di per sé sarebbe “un segnale” rivolto al governo russo per cui situazioni come l’arresto di Navalny oppure una nuova escalation nell’Ucraina orientale non verrebbero più accettate passivamente. Per la Spd, in più, si tratterebbe di rendere esplicito il meccanismo: se determinate condizioni non saranno rispettate Nord Stream 2 si “spegne” in automatico. Vedi al capitolo diritto internazionale e diritti civili, in particolare. Il problema è che un semplice blocco dei lavori avrebbe un costo esorbitante: oltre 10 miliardi per violazione di contratti in essere e altri in risarcimento danni, dato che quasi il 95% della tubatura sottomarina è terminato. Denaro che peserebbe sulle tasche dei contribuenti tedeschi, il che non è il massimo nell’attuale super-anno elettorale (le urne federali si apriranno il 26 settembre, in mezzo ci sono anche 3 elezioni regionali).

    “Un’alternativa potrebbe essere che il gasdotto venga portato a termine, ma che non si importi il gas russo finché non si siano chiarite le grandi questioni di politica estera ancora aperte”, spiega ancora il cristiano-democratico Kiesewetter alla Welt. Secondo questo schema, anche il tema dei risarcimenti potrebbe risultare contenuto se le motivazioni di un eventuale fermo sono determinate da questioni di diritto internazionale (vedi alla voce sanzioni). Tra i socialdemocratici invece l’altra possibilità della quale si ragiona è esplorare con gli stessi americani “se la politica energetica possa essere utilizzato come strumento di sanzione nei confronti della Russia”, afferma ancora Schmid. “E quali obiettivi si possono perseguire? La liberazione di Navalny? Il ritiro dal Donbass?”. Il punto politico è che per la Germania diventa sempre più complicato gestire la pressione sul caso Nord Stream 2. Se sul fronte interno l’opposizione dei Verdi inizia ad avere un’eco sempre piu’ forte (la candidata alla cancelleria Annalena Baerbock ha ribadito che fosse stato per lei il gasdotto sarebbe una storia già finita, il  martellamento da parte statunitense non conosce cedimenti: per dire, due parlamentari Usa, il repubblicano Michael McCaul e la democratica Marcy Kaptur, hanno scritto al segretario di Stato Blinken una lettera nella quale affermano che la pipeline “permetterebbe a Putin di utilizzare le risorse energetiche russe come un’arma volta ad esercitare pressione politica su tutta l’Europa”. Pertanto, “è necessario assicurarsi che Nord Stream 2 non venga mai terminata”.

  • Scudo Ue contro le scalate di Paesi terzi alle aziende

    L’Europa alza lo scudo contro le scalate ostili e sfodera il suo ‘golden power’. Con una proposta di legge ormai pronta ad essere svelata il prossimo 5 maggio dalla vicepresidente Margrethe Vestager, Bruxelles avverte le potenze straniere, soprattutto a Oriente: chi nel post-pandemia vorrà fare ‘shopping’ selvaggio dei gioielli strategici europei, fiaccati dalla crisi, dovrà prima vedersela con norme più rigide. Non si tratta, dicono i funzionari Ue, di scoraggiare gli investimenti esteri, ma di garantire condizioni uguali per tutti. Questo significa innanzitutto riempire il vuoto legislativo che regola gli aiuti di Stato pompati dai governi stranieri nelle casse di società spesso controllate con l’obiettivo di depredare gli asset più preziosi del Vecchio Continente.

    La mossa guarda in modo distinto alle aziende di Pechino che, gonfie di sussidi governativi, sono ormai da anni indaffarate in scalate sul territorio europeo approfittando della disastrata situazione economica. Non a caso, tra gli Stati membri c’è anche chi si è già mosso: soltanto una ventina di giorni fa, il governo Draghi ha deciso di fare uso del proprio golden power per bloccare l’acquisizione della lombarda Lpe, attiva nel settore dei chip, da parte della cinese Shenzhen Investment.

    Stando ai primi dettagli del disegno di legge Ue, anticipati da alcuni media internazionali, sono 2 le principali novità che la Commissione si appresta a introdurre rispetto al passato. Innanzitutto, il suo potere d’intervento: l’antitrust Ue avrebbe per la prima volta diritto di veto sulle acquisizioni di aziende europee alimentate da aiuti pubblici esteri. Non solo: così come già accade per le operazioni che coinvolgono le società europee, qualora Bruxelles riscontrasse che un’acquisizione facilitata da sussidi di Paesi terzi nuoce alla concorrenza, avrebbe il potere di chiedere impegni correttivi alle società, come la vendita di attività. Sarebbe poi introdotto l’obbligo di notifica anticipata per le operazioni dalla portata potenzialmente più distorsiva. Si tratterebbe, secondo quanto indica il Financial Times, di tutte quelle acquisizioni che superano i 500 milioni di euro. Mentre per Reuters, a essere assoggettate all’obbligo di notifica sarebbero le imprese straniere che, forti di aiuti pubblici di oltre 10 milioni di euro, acquisiscono più del 35% del capitale di una società europea con un fatturato di oltre 100 milioni di euro. L’esecutivo Ue è ancora al lavoro per definire la soglia critica per le sovvenzioni estere capaci di distorcere il mercato, ma con tutta probabilità sarà superiore ai 5 milioni di euro.

    Alcuni tipi di aiuti, come le garanzie illimitate, saranno considerati particolarmente nocivi. L’obbligo di notifica ex-ante dovrebbe poi riguardare anche gli appalti pubblici per contratti da almeno 250 milioni di euro. Qui, notava già un anno fa Bruxelles nel suo libro bianco che anticipa la proposta, i sussidi potrebbero distorcere la concorrenza permettendo alle imprese estere di gareggiare al ribasso.

  • Archegos: un altro fondo a picco

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 22 aprile 2021

    La morte in carcere dello speculatore americano Madoff, non chiude un ciclo. Anzi, il susseguirsi di continui fallimenti e di sconquassi finanziari dimostra che dopo la Grande Crisi non sia cambiato proprio niente. Aveva orchestrato il più grande «schema Ponzi», la piramide finanziaria truffaldina, che pagava i primi investitori con i nuovi capitali raccolti. Un’operazione di almeno 50-60 miliardi di dollari!

    La vicenda di Madoff, con la sua condanna a 150 anni di prigione, sembra la classica esagerazione americana: punire un singolo, con il massimo della pena e della pubblicità mediatica, e lasciare i meccanismi e il potere della finanza pressoché intatti.

    Il più recente caso è quello del fondo hedge Archegos, fondato dallo speculatore Bill Hwang. Com’è noto, i fondi hedge gestiscono i capitali degli investitori con l’intento di evitare loro rischi e volatilità dei titoli. Il problema, però, è come lo fanno.

    Il suo primo fondo, il Tiger Asia Management, fu investito dal crollo della Lehman Brothers. In seguito, fu accusato dalla Security Exchange Commission di insider trading in operazioni di vendita allo scoperto, anche con titoli cinesi. Se la cavò con una multa soft di 44 milioni di dollari. Però, per quattro anni non poté operare sul mercato di Hong Kong.

    Nel 2014 creò l’Archegos Capital Management. Si tratta di un fondo hedge ancora più ristretto e selezionato, un family fund, con cui gestisce i suoi capitali e quelli di pochi altri privilegiati. In questo modo sfugge ai controlli e alla vigilanza delle agenzie preposte. Fa parte, appunto, del cosiddetto shadow banking.

    Lo strumento più spregiudicato di Archegos è stato l’utilizzo della leva finanziaria, il leverage, per avere maggiori disponibilità finanziarie partendo da un piccolo capitale. È arrivato così a gestire tra 50 e 100 miliardi di dollari.

    Nell’operazione sono state coinvolte tutte le maggiori banche mondiali, tra cui la giapponese Nomura, le americane Goldman Sachs e Morgan Stanley, il Credit Suisse, la Deutsche Bank, ecc. Con i prestiti, Hwang ha investito, tra l’altro, in azioni americane e cinesi, dando i titoli in garanzia. L’accordo era che, qualora essi dovessero perdere di valore, le banche creditrici avrebbero potuto chiedere di reintegrare le garanzie, la cosiddetta margin call, o, in ultima istanza, vendere i titoli per contenere le perdite. È esattamente ciò che è successo. Il Credit Suisse, per la seconda volta in poche settimane, avrebbe perso circa 4 miliardi di euro.

    Le banche conoscono perfettamente i giochi, per cui la loro sorpresa non è invocabile. Esse usano, appunto, i cosiddetti fondi hedge, entità autonome e separate dalle stesse banche, per fare delle operazioni molto rischiose e incassare commissioni e guadagni consistenti. In una situazione anomala di tassi bassissimi e anche negativi, quando la leva finanziaria è molto alta, basta un piccolo cambiamento della politica monetaria o uno scossone negativo dei titoli messi a garanzia per far cadere il castello di carte. E i derivati emessi su detti titoli sono, ovviamente, i primi a risentirne.

    Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea nel 2019 il valore nozionale dei derivati finanziari otc ha raggiunto il picco di 640 mila miliardi di dollari. Come abbiamo più volte evidenziato, si tratta di operazioni molto rischiose che sono tenute solitamente fuori dei bilanci delle banche coinvolte e non sottoposti alle regole e alla vigilanza delle autorità preposte. Per esempio, non sono disciplinate dalle cosiddette stanze di compensazione, le clearing house, che garantiscono che le controparti siano in grado di portare a termine i contratti derivati.

    Gli esperti del settore e taluni economisti, anche molto noti, si affrettano sempre ad affermare che dovrebbe essere preso in considerazione il valore lordo di mercato (gross market value), quello che evidenzia il rischio e cosa sarebbe necessario per chiudere i contratti dei derivati in essere in un determinato momento. Naturalmente, si tratta sempre di parecchie migliaia di miliardi di dollari.

    Il caso del recente crac di Archegos dimostra, in verità, il contrario. Esso prova che, in caso di crisi, è il nozionale che entra in gioco. E può creare un enorme effetto valanga difficilmente arrestabile.

    Siamo alle solite. I grandi pescecani della finanza continuano a creare rischi sistemici. Manca, purtroppo, una legislazione stringente e globale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il coprifuoco

    Con il coprifuoco alle 22 o alle 23, ma anche con il minimo dubbio che non possa venire annullato per l’inizio della stagione turistica (che per le città d’arte parte sicuramente prima), fioccano già le prime disdette di prenotazioni per i mesi di giugno e luglio. Da Cortina d’Ampezzo alla Riviera romagnola i flussi turistici esteri dirottano le proprie prenotazioni verso lidi più “sicuri” non solo per la prevenzione pandemica ma soprattutto in relazione per la libertà di movimento. Il solo annuncio di un possibile mantenimento del coprifuoco (e della mancanza di certezza del suo annullamento) si è trasformato nell’ennesima mazzata per il settore turistico dopo una già disastrosa stagione invernale.

    La compagine governativa, così come la maggioranza parlamentare, sembra non possedere quel minimo di sensibilità comunicativa e di marketing che la renda in grado di comprendere gli effetti devastanti anche solo attraverso le dichiarazioni rilasciate.

    Dopo oltre 14 mesi di disastrosa gestione pandemica e finalmente alle porte di una decente piano vaccinale, il mantenimento del coprifuoco, specialmente in prospettiva della stagione turistica, rappresenta un autogol clamoroso anche per la sua scarsissima influenza sotto il profilo epidemiologico. Probabilmente è sconosciuto all’intera classe governativa lo studio pubblicato dall’università di Stanford nel quale vengono confrontati gli effetti di lockdown rigidi rispetto a politiche di contenimento del contagio meno restrittive. I risultati dimostrano come le differenze tra le due strategie risultino minime (https://www.borsainside.com/news/76083-uno-studio-e-di-stanford-rivela-i-lockdown-non-frenano-la-diffusione-del-virus/).

    Questa scellerata imposizione rappresenta un ulteriore aiuto alla concorrenza turistica estera e l’ennesima dimostrazione di come si possa annientare giorno dopo giorno, mese dopo mese uno dei principali settori di sviluppo italiano come quello turistico. Si possono ottenere tutte le risorse europee del Recovery Fund ma in considerazione dello spessore strategico dimostrato negli ultimi 14 mesi gli effetti saranno quelli di un ulteriore aumento della spesa pubblica con ricadute decimali sul PIL e ancora meno diventeranno fattori stabili moltiplicativi di sviluppo: difficile, se non impossibile, creare le condizioni per un disastro più completo.

    Durante la prima fase dell’esplosione pandemica il coprifuoco poteva rappresentare uno strumento emergenziale finalizzato ad una prima azione di contrasto alla diffusione del contagio in previsione della individuazione di una strategia alternativa in attesa della vaccinazione. Viceversa, dopo oltre un anno e con la possibilità di avviare finalmente (ma con un ritardo indegno) una campagna di vaccinazione di massa il suo mantenimento diventa semplicemente uno strumento di controllo di massa. Lo stesso nelle mani di questo governo, come di quello precedente, si manifesta anche come un fattore devastante per i suoi effetti in previsione di una ripresa dell’economia turistica.

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