Economia

  • Lo sviluppo sostenibile

    Non passa giorno in cui politici ed economisti, come qualsiasi “esperto” dei più disparati settori non faccia un appello alla necessità di virare verso uno sviluppo sostenibile. Un concetto tanto condivisibile quanto nebuloso nella sua stessa definizione quindi soggetto ad interpretazioni contrastanti.

    Per quanto riguarda il settore industriale ed in particolare quello al quale sono vicino, come il tessile abbigliamento, risulta evidente che la sostenibilità possa venire intesa per esempio nelle filature attraverso  un minore consumo di acqua. Una  direzione verso la quale il distretto di Biella è impegnato da anni peraltro.

    Il continuo richiamo però al semplice concetto di sostenibilità lo trovo francamente riduttivo in quanto la sostenibilità rappresenta un aspetto della filiera italiana e quindi nel concetto di tutela della filiera e del made in Italy e andrebbe integrato per contribuire ad un discorso più complessivo. In altre parole si pone grande attenzione ad un parametro (il concetto di sostenibilità) quando risulterebbe maggiormente opportuno dare il giusto valore al concetto di insieme che comprende anche la sostenibilità: il made in Italy.

    L’idea di sostenibilità poi viene molto spesso, e probabilmente troppo spesso, utilizzata anche per il settore della movimentazione delle persone come delle merci.

    In particolare negli ultimi anni ha ottenuto una grandissima enfasi lo sviluppo delle auto elettriche vendute come auto ad impatto Zero (quando invece il ciclo di produzione delle batterie risulta il più inquinante) e di conseguenza preferibili ai motori a combustione interna, specialmente quelli Diesel che notoriamente invece risultano i meno inquinanti del mondo.

    Inserendo questa semplice rilevazione nel contesto generale si ricorda come da anni ormai il mese di luglio ed agosto rappresentino i mesi con il picco assoluto di consumo di energia elettrica attribuibile all’utilizzo dei condizionatori. I blackout che si susseguono in tutte le città, o meglio in parecchie zone di molte città, successivamente nascono dall’incapacità della rete elettrica di sostenere questo aggravio di consumi elettrici.

    Sarebbe simpatico ed istruttivo capire e comprendere come la medesima rete elettrica potrebbe sostenere anche la eventuale ricarica delle batterie delle automobili durante i mesi di agosto e di luglio se già non riesce a sostenere quella dei condizionatori.

    A questa domanda se ne dovrebbe aggiungere una seconda molto semplice relativa sempre al  concetto di sostenibilità. Partendo dal dato acclarato che la produzione di energia rappresenta la prima fonte di inquinamento in Italia, nel momento in cui con le auto elettriche dovessimo richiedere un ulteriore aumento della produzione di energia inevitabilmente aumenterebbe l’inquinamento per la produzione dell’energia aggiuntiva annullando di fatto il vantaggio di utilizzare le auto elettriche.

    Due semplici esempi per dimostrare come la sostenibilità e soprattutto lo sviluppo economico sostenibile devono indicare una direzione verso la quale muoversi ma che deve sempre comprendere una valutazione complessiva dell’impatto ambientale e non solo l’ultimo anello di una filiera.

    La medesima mancanza di visione strategica che la classe politica e dirigente italiana ebbe negli anni 60-70 quando in un modo altrettanto miope abbandonò le filovie nel trasporto urbano a favore dei pullman a gasolio. Adesso si ripropone la stessa miopia che ripropone la medesima decisione per l’utenza privata non comprendendo l’impatto devastante relativo alla produzione di energia aggiuntiva necessaria a sostenere la nuova utenza automobilistica.

    In altre parole la sostenibilità risulta un concetto complesso ed articolato che necessita di un approccio non semplicistico come da troppi anni assistiamo in Italia ed in Europa. Così come viene pensato ed utilizzato il solo concetto di sostenibilità non è sufficiente in quanto non viene considerato all’interno di un articolato  processo produttivo complesso ma come semplice caratteristica di una unica fase dello stesso.

    La sostenibilità dovrebbe diventare invece l’elemento qualificante di un intero processo produttivo inserito in una filiera come per il made in Italy.

  • Il costo dell’ignoranza

    Come abbiamo già precedentemente rilevato le previsioni di crescita del governo Gentiloni si sono miseramente schiantate contro il muro dell’economia reale che porta tale crescita al 1,1% rispetto al 1,4 previsto al governo Gentiloni e da Confindustria.

    Di fronte a questa pericolosa deriva economico-finanziaria il governo attuale invece è completamente strabico occupandosi di TAV, TAP, no-vax invece di pensare al castello economico finanziario che sta crollando.

    Il buy back rappresenta, in ambito finanziario, per un’azienda privata quotata un’azione finalizzata o a sostenere la caduta del valore del proprio titolo oppure in un’azienda particolarmente sana il modo di investire il proprio cash flow in modo da strutturarla finanziariamente. Quindi il buy-back rappresenta una scelta finalizzata al mantenimento o all’esaltazione del valore azionario e quindi patrimoniale dell’azienda stessa.

    Quando però si entra nel mondo finanziario dei titoli del debito sovrano i valori e soprattutto gli obiettivi possono risultare addirittura invertiti. Risulta infatti passata praticamente inosservata una nota del Financial Times il quale ha sottolineato come ancora oggi sia stata riacquistata dal Ministero del Tesoro una quota di titoli del debito pubblico pari a un miliardo. Peraltro un’operazione già avvenuta nel recente passato. In altre parole, l’organo emittente, cioè il Ministero del Tesoro, non avendo riscontrato nessun interesse neppure con tassi in rialzo da parte del mercato finanziario,  stesso si è visto costretto a riacquistare quello che lui stesso aveva emesso. Ci si trova di conseguenza nella medesima situazione degli anni ‘80 nella quale, in preda ad un’inflazione del 20% lo Stato italiano emetteva titoli di Stato non per rinnovare i titoli del debito pubblico in scadenza ma semplicemente per pagare gli interessi sul debito tanto l’inflazione bruciava ricchezza nel giro di un unico anno.

    Ora la situazione risulta ancora più grave perché il mercato, che come sempre cerca  operazioni che assicurino marginalità, non trova conveniente investire risorse finanziarie in un titolo che pur avendo rendimenti superiori presenta un “rischio stato” molto più elevato rispetto anche a quello della Grecia.

    Quindi, mentre negli anni ‘80 l’inflazione stessa giustificava l’emissione di titoli per pagare gli interessi ora il nostro paese si trova nella situazione nella quale i titoli vengono riacquistati dall’organo emittente, cioè il Ministero del Tesoro, perché non riscontrano nessun interesse da parte degli operatori finanziari in quanto non considerati sicuri (e stiamo parlando di debito sovrano quindi di un debito statale).

    In questo contesto di assoluta sfiducia nei confronti della politica economica dell’attuale governo questo dovrebbe rappresentare l’argomento base in prospettiva della definizione del Def che prevede già 25  miliardi come minimo (ricordo quando fossi inascoltato già a febbraio quando parlavo di 30 miliardi necessari) per neutralizzare l’aumento dell’IVA…, sopportare l’aumento dei tassi di interessi del  servizio al debito pubblico…, reperire le risorse finanziarie per le spese inserite nella bilancia del 2018 ora scoperte con l’abbassamento dello 0, 3% del PIL ( da 1,4 a 1,1%).

    Invece l’assoluta inconsistenza economica finanziaria di buona parte dei rappresentanti del governo in carica pone le basi per una esplosione del debito stesso, come dello Spread, e per la riproposizione delle medesime condizioni economico-finanziarie del novembre 2011.

    Questi sono solo una parte dei costi dell’ignoranza che regna sovrana in questo governo che ormai ha dimostrato la propria inconsistenza culturale in tutti i propri campi ma soprattutto in quello economico-finanziario.

  • Jepp, Maserati, innovazione di processo e prodotto

    Non ho mai conosciuto Marchionne, tanto che non so neppure la sua marca di sigarette preferite. Quindi, rispetto a questo proliferare di aneddoti relativi alla vita professionale dell’amministratore di FcA, io non ho nulla da aggiungere se non le mie più sentite condoglianze alla famiglia.

    Tuttavia, dall’esito delle diverse tipologie di innovazione nella gestione di FcA, che di fatto hanno salvato il gruppo che perdeva 5,4 milioni al giorno al momento del suo arrivo, si possono trarre delle interessanti conclusioni.

    Oltre il 70% dei profitti dell’intero gruppo vengono dal marchio Jeep che rappresenta un must del mondo del fuoristrada. Il successo di tale marchio nasce dall’abbassamento della soglia di accesso economico al mondo Jeep (vera icona dai tempi della Seconda guerra mondiale) attraverso l’innovazione di prodotto come di processo che hanno permesso il mantenimento dell’attività produttiva in Italia ed ovviamente mantenuto ed aumentato il livello occupazionale, creando così una gamma di prodotti con un primo modello di Entry Level che ha allargato la base dei consumatori quindi delle vendite e aumentato conseguentemente il fatturato.

    Viceversa, la gestione del mondo Macerati, pur subendo le medesime innovazioni di processo come di prodotto, non ha ottenuto i risultati sperati. Va ricordato innanzitutto comunque come attraverso Maserati il gruppo FcA abbia salvato ed acquisito lo stabilimento della Bertone dando un’occupazione a quasi 900 persone che altrimenti avrebbero ingrossato i numeri della disoccupazione.

    Tuttavia da quasi un anno buona parte dei dipendenti degli stabilimenti Maserati di Torino, e da qualche mese anche a Modena, risultano in cassa integrazione a causa del non raggiungimento dei target di vendita fissati da FcA per le diverse autovetture, nonostante la nascita del SUV del marchio del Tridente.

    La considerazione che emerge in maniera abbastanza evidente è come l’innovazione di processo risulti sicuramente importante ma non risolutiva se non viene accoppiata ad una altrettanto forte innovazione di prodotto che incontri i favori della clientela. Un concetto talmente generale ma valido per ogni settore  quindi applicabile sia mercato delle automobili come dei maglioni od degli occhiali.

    Risulta quasi superfluo ricordare come negli ultimi anni tutto il mondo degli economisti e dei politici abbia investito tutta la propria attenzione sull’innovazione di processo come se questa rappresentasse la soluzione di ogni problema (industria 4.0). Il processo e la sua innovazione rappresentano la disposizione e la capacità attraverso le quali si propone un’azienda rispetto al mercato globale al cui interno non esistono più le stagionalità ma si vende e si produce dodici mesi all’anno. In altre parole, innovazione di processo pone le basi fondamentali per passare successivamente all’innovazione di prodotto. Come dimostrano le PMI italiane che non sono state in grado finanziariamente di innovare nei processi ma sono molto forti nella innovazione di prodotto e stanno ottenendo degli ottimi risultati soprattutto nell’export, anche se in flessione nel primo semestre 2018.

    Il mondo alle PMI dimostra come una forte innovazione di prodotto, con grande difficoltà a causa delle tempistiche sempre più strette tra produzione e distribuzione, riesca tuttavia a sopperire anche alla mancanza di una forte innovazione di processo. Viceversa l’innovazione di processo non seguita da un’adeguata rielaborazione e connessione del prodotto alle reali aspettative del mercato, quindi del consumatore, non ottiene alcun risultato economicamente positivo, dimostrando ancora una volta come le strategie economiche degli ultimi anni proposte nel mondo economico nazionale si siano rivelate assolutamente parziali e prive di visione complessiva dei mercato globale. Queste strategie risultano intrise da una idea di massificazione di prodotto tipica della ideologia economica tanto cara al mondo degli economisti e docenti.

    Rinnovo le mie condoglianze alla Famiglia Marchionne.

  • Il tempo delle favole è terminato

    Sembra incredibile come gli argomenti relativi alle polemiche politiche non prendano in alcuna considerazione la terza riduzione di previsioni di crescita del 2018 per l’Italia. Mentre gli Stati Uniti segnano per l’ultimo trimestre una crescita del +4,1% e l’Unione europea del +2,3%, in Italia la previsione di crescita si ferma a un +1,1% (il terzo ribasso in tre settimane dal +1,4 del governo Gentiloni, Padoan  e Calenda)

    Ed ancora oggi si continuano a considerare economicamente valide e vantaggiose le politiche economiche proposte dai governi Renzi e Gentiloni, come ora quelle proposte dal governo Di Maio-Salvini.

    Politiche economiche espressioni, come sempre, di interventi straordinari e mai di strategie economiche di crescita e comunque ispirate da professionalità economiche ormai superate come Padoan o Calenda ed ora dai sovranisti che puntano tutto sulla svalutazione come fattore competitivo per favorire le  esportazioni.

    Quanto invece la semplice politica statunitense (“semplice” per modo di dire) ha visto l’abbassamento della Corporate tax (la tassazione sugli utili di impresa) che ha portato ad una riallocazione delle produzione all’interno del perimetro statunitense e di conseguenza a nuovi posti di lavoro, e questo inevitabilmente ha  aumentato la domanda interna, come la crescita del 4,1% conferma. In questo senso basti ricordare la riallocazione produttiva dei Pick Up Dodge voluta dal compianto Sergio Marchionne che cosi creò migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.

    In altre parole, la riduzione della tassazione ha di nuovo reso competitiva la produzione all’interno degli Stati Uniti anche in rapporto ai servizi della pubblica amministrazione rispetto e paesi a basso costo di manodopera. Viceversa in Italia si è voluto finanziare l’industria 4.0, di fatto escludendo, con questo tipo di innovazione tecnologica, tutte le PMI per evidente difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie che a tutt’oggi non ha portato nessun beneficio né per quanto riguarda le esportazioni (in forte frenata nel primo semestre 2018) che per quanto riguarda la maggior competitività e il sistema industriale stesso. Le esportazioni continuano a crescere ad un tasso dallo 0 ,4% annuale ma il PIL cresce del 1,1%, due decimali inferiori all’aumento dell’inflazione.

    Contemporaneamente, e sostanzialmente, la ricetta proposta dei luminari economisti delle migliori università italiane era allora, e rimane anche adesso, quella di dover aumentare la produttività per far fronte alla competizione di paesi a basso costo di manodopera, espressioni di dumping fiscale normativo e sanitario.

    L’ennesimo calo del PIL, ora a quota 1,1% rispetto alle previsioni di 1,4%, dimostra sostanzialmente come tale la semplicistica visione naufraghi clamorosamente nel mare del mercato globale.

    A questo va aggiunto, perché sarebbe ora e tempo di cominciare a fare chiarezza sulle prospettive delle scelte operate, che si è puntato molto sul turismo che rappresenta una risorsa economica di basso livello a bassa concentrazione di manodopera e fortemente dequalificata professionalmente che quindi incide molto poco nella creazione di valore aggiunto rispetto ad un sistema industriale.

    Tornando quindi al chiaro esempio della crescita statunitense va ricordato che buona parte infatti della crescita del PIL risulta legata ad un aumento della domanda interna, frutto di una sensazione di positività da parte di consumatori in relazione alla propria posizione professionale soprattutto in prospettiva e ad una maggiore disponibilità economica…

    Da noi invece si parla di Gig Economy, sharing Economy e app Economy espressione di una mediocrità intellettuale applicata all’economia che ci destina ad un declino inesorabile…

  • Chi ritiene negativa la globalizzazione si goda lo spettacolo della Turchia

    Di seguito l’analisi che il giurista Sabino Cassese ha pubblicato sul Corriere della Sera alcuni giorni fa per spiegare perché il sovranismo non possa pretendere di sconfiggere la globalizzazione e possa solo rappresentare un problema, come dimostra la Turchia, non solo per i Paesi i cui governi scelgono quella via ma anche per chi a quei governi non soggiace e non li ha eletti.

    ‘Perché Erdogan è messo in difficoltà dalla crisi che ha quasi dimezzato il valore di scambio della lira turca? A quale titolo l’Unione Europea ha stabilito nel 2014, e successivamente ampliato, sanzioni contro la Russia? Perché Polonia e Ungheria debbono dar conto all’Unione Europea delle loro leggi sull’ordinamento giudiziario? Perché l’Italia deve sottostare ai criteri dell’Unione Europea sul deficit e sul debito pubblico? Questi vincoli hanno origini e ragioni diverse e discendono da fonti diverse, da regole del diritto internazionale, da accordi tra Stati, dai mercati.

    L’Unione Europea ha un accordo di associazione e uno di libero scambio con l’Ucraina e ha introdotto sanzioni (restrizioni economiche e individuali) contro la Russia, colpevole di aver annesso illegalmente la Crimea e di aver destabilizzato l’Ucraina. Vuole, quindi, punire una evidente violazione del diritto internazionale. I mercati (risparmiatori e investitori, possessori di lire turche) hanno scarsa fiducia sia nei programmi politici ed economici del governo turco, sia nella qualità dell’«équipe» che li gestisce. Chi possiede una valuta vuole aver assicurazioni sull’affidamento che dà l’emittente.

    I Paesi membri dell’Unione hanno sottoscritto trattati in cui si impegnano a rispettare alcuni principi giuridici (indipendenza dei giudici) ed economici (equilibrio di finanza pubblica.

    Essi debbono quindi dar conto all’Unione del rispetto di tali principi, se limitano l’indipendenza dei giudici o hanno un alto debito pubblico con bassa crescita economica (lo spread sale e la borsa scende).

    Pur provenendo da fonti diverse, questi vincoli hanno un tratto in comune. Discendono dalla interdipendenza che lega gli Stati nel mondo. Essi non sono più isole separate. Si influenzano reciprocamente. Le sorti dell’uno sono legate alle sorti dell’altro. Un vicino aggressivo può domani essere un pericolo. La politica economica allegra di un «partner» deve preoccupare gli Stati che sono associati ad esso. A dispetto dei «sovranisti», quindi, gli Stati non sono interamente sovrani, devono godere anche della fiducia dei propri vicini e dei mercati. Quelli che chiamiamo mercati sono anche loro, in ultima istanza, composti di risparmiatori-investitori, quindi di «popolo». Se, per un verso, gli Stati controllano i mercati, per altro verso sono i mercati a controllare gli Stati. Tra gli studiosi della globalizzazione, questa viene chiamata «horizontal accountability», per dire che i governi non debbono rispondere solo ai propri elettorati, ma anche, orizzontalmente, ad altri governi e ad altri popoli. Non basta godere della fiducia dei propri elettorati, bisogna anche rassicurare i mercati e dare affidamento ai propri vicini. È bene che questo accada? Se le sorti sono comuni, se la crisi di un Paese può trascinare altri nella caduta, è certamente utile che tutti vengano richiamati al rispetto delle regole condivise. I «sovranisti» lamenteranno l’invasione di altri protagonisti nella vita degli Stati, una diminuzione dei poteri del popolo. Ma questo perché hanno un concetto troppo elementare della democrazia, intesa come un rapporto esclusivo, stretto soltanto tra un popolo e il suo governo’.

  • Draghi rassicura: la Ue cresce nonostante le turbolenze commerciali

    «Nonostante le incertezze sul commercio globale, i dati indicano che l’Eurozona precede su un terreno di crescita solida e diffusa», ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, spiegando che anche l’inflazione continuerà a riavvicinarsi ai livelli desiderati dalla Bce, ma «uno stimolo monetario significativo è ancora necessario».

    Nel sesto anniversario dal ‘whatever it takes’, la promessa con cui Draghi assicurò qualsiasi intervento per la tenuta dell’euro durante la grande crisi finanziaria, «oggi l’euro poggia su basi molto più solide di allora» e la Bce «è una banca centrale diversa, con un insieme di strumenti di politica monetaria molto più ricco».

    La Bce ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, come da attese. In una nota l’Eurotower spiega che il costo del denaro rimarrà ai livelli attuali almeno fino a tutta l’estate 2019. La Banca centrale europea annuncia inoltre che terminerà a dicembre gli acquisti netti di titoli con cui conduce il ‘quantitative easing’.

    Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è intanto riuscito a strappare un accordo con il presidente Usa Donald Trump in tema di commercio. Le preoccupazioni maggiori per le mosse di Trump riguardano Berlino, in ansia per il piano di imporre dazi per 200 miliardi di dollari sulle auto straniere: Trump in vista delle elezioni in Congresso del prossimo novembre – secondo molti osservatori – potrebbe convincersi che la linea dura e nazionalista paghi di più per sostenere i repubblicani. Anche perché nel frattempo la Casa Bianca segue con grande interesse gli sviluppi politici in tutta Europa, con l’avanzare dei movimenti e partiti populisti un po’ ovunque.

  • Italia patria del turismo culturale

    Come sempre in estate è tempo di bilanci per quanto riguarda il settore turistico. Spesso pensando al turismo estivo del Bel Paese immaginiamo spiagge meravigliose e coste paradisiache, ma il turismo estivo italiano non è solo questo.

    L’immagine dell’Italia è profondamente legata anche al concetto di cultura, inteso non solo come patrimonio artistico-culturale-paesaggistico, ma anche gastronomico, artigianale, folkloristico. Per questo c’è sempre più  interesse nei confronti delle tradizioni culturali e del patrimonio enogastronomico del nostro Paese. Le nostre città d’arte fanno da traino per il turismo culturale, che continua a crescere. Ma è l’intero comparto a far registrare performance positive: nel 2017 le strutture ricettive italiane hanno avuto 122 milioni di arrivi e più di 427 milioni di presenze, con un aumento rispetto al 2016 rispettivamente del 4,5 e del 6 per cento.

    Il nostro patrimonio culturale richiama moltissimi visitatori. Secondo i dati 2017 del Centro studi turistici, le città d’arte possono mettere a disposizione 46mila esercizi (il 25% del totale) per 953mila posti letto (il 19% del complesso) e nel 2017 sono riuscite ad attrarre quasi 44 milioni di visitatori (il 35,8% del totale) per 115 milioni di presenze. Una fetta consistente, da tempo in crescita e destinata, secondo le previsioni, ad aumentare nei prossimi anni.

    Ma dove si dirigono i flussi turistici in cerca di cultura? Prevalentemente su sei città: Roma, Firenze, Napoli (compresa Pompei), Torino, Venezia e Milano. Ci sono anche altri centri di richiamo, come Verona, Trieste, Padova, Bologna, Genova, ma non hanno lo stesso impatto.

    È abbastanza evidente che le mete più gettonate siano anche quelle con una forte presenza di patrimonio storico-culturale. Tant’è che nel 2017 i monumenti e i musei di Roma sono stati visitati da 21 milioni di persone, con un aumento del 66% negli ultimi sette anni, quelli di Firenze da 6,5 milioni (+32% sempre nel periodo 2010-2017), l’area campana (Napoli e Pompei) da 6 milioni (+45%), a Torino ci sono stati 1,3 milioni di appassionati d’arte (+44%), a Venezia 900mila (+20%) a Milano 800mila (+25%).

    Altri dati, provenienti da una ricerca dell’Unicredit e Touring Club Italiano, mostrano le regioni italiane più frequentate dai turisti. Il primo posto è occupato dalla Lombardia, secondo dal Lazio, terzo dal Veneto e quarto dalla Toscana. Malgrado occupi solo la settima posizione, la regione Campania appare fra i primi posti fra il Turismo culturale. Infatti secondo le ricerche riportate dal Ministero per i Beni culturali, la Campania occupa il secondo posto per le visite nei suoi siti d’arte.

    L’aumento dei turisti culturali va di pari passo con quello delle presenze nei musei e nei siti archeologici. Se si concentra lo sguardo sui luoghi d’arte statali, ci si rende conto che la crescita dei visitatori va avanti da decenni, anche se l’aumento non è costante: nel 1965 i visitatori complessivi (sia paganti sia con ingressi gratuiti) dei monumenti erano 12,7 milioni mentre l’anno scorso sono arrivati a 50,2 milioni.

    Per quanto riguarda il sud Italia, c’è da registrare una nuova tappa molto importante per il nostro patrimonio culturale. Stiamo parlando dell’iniziativa da poco presentata a Matera, prossima capitale europea della cultura 2019, dal nome Progetto Rete Siti Unesco, che mette insieme 14 siti Unesco di 5 regioni del Meridione – Basilicata, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia – per promuovere le risorse paesaggistiche, culturali, enogastronomiche di questi territori in un’offerta turistica unica e integrata, anche attraverso l’uso della tecnologia.

    Il progetto, che prevede un investimento complessivo di 1.080.000 euro, è stato cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, elaborato dall’Associazione Province Unesco Sud Italia e promosso dall’Upi (Unione delle Province d’Italia).

    “È un progetto del Sud per il Sud, dove gli attori locali collaborano per valorizzare i loro territori aumentando il turismo sostenibile nell’area. L’Italia è uno dei maggiori competitor nel settore del turismo culturale, in ragione del vastissimo patrimonio culturale che possiede” ha dichiarato il Presidente Associazione Province Unesco Sud Italia, Giuseppe Canfora .

  • Ritorna la bolla dei derivati, ma questa volta è off-shore

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso sul ItaliaOggi il 19 luglio 2018.

    Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank. Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.

    Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati.

    Ma come sempre, «fatta la legge trovato l’inganno». Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della «casa madre americana» alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc.

    In pratica la semplice noticina «senza garanzia» permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti. Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere.

    Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene «confezionata» nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi «assegnati» alle filiali estere «senza la garanzia Usa».

    La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi.

    In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari.

    Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione «Trading and Market» della Cftc, ha recentemente pubblicato il report «Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemy», spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la «pacchia non è finita». Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema. Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.

    E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.

    Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto. Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica.

    Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Crescita, inflazione, consumi: gli effetti dei differenziali di crescita

    Oltre al sostegno al debito pubblico fortemente sostenuto dalla iniezione di liquidità della BCE con il Q.E., uno dei desideri reconditi inconfessabili del presidente della Banca Centrale Europea rimaneva  quello di stimolare non solo la ripresa economica ma anche parallelamente l’inflazione. Un desiderio inconfessabile condiviso anche dalla componente economica dei governi Renzi e Gentiloni i quali addirittura erano favorevoli all’aumento dell’IVA considerata strumento idoneo all’aumento dell’inflazione che ne sarebbe scaturita. Questi desideri nascevano dalla possibilità legata alla ripresa dell’inflazione di rendere inevitabilmente meno pesante il fardello del debito pubblico in costante crescita di circa 56 miliardi all’anno anche se veniva professata l’austerità che sarebbe stata imposta  dall’Europa. In altre parole si tentava con l’artificio valutario di coprire i disastri della gestione della spesa pubblica dei governi Renzi e Gentiloni.

    Tutto sommato con le opportune diversità questo pensiero o desiderio risulta simile a quello  dei sovranisti che vedono nel ritorno alla Lira e nella conseguente immediata esplosione dell’inflazione l’unico metodo per togliere peso al debito pubblico in aggiunta anche alla considerazione, assolutamente infantile in un contesto competitivo, che la stessa inflazione si trasformasse in  fattore competitivo per le stesse imprese e export oriented.

    Nel luglio 2018 tutte le tre, diverse per genesi ma coincidenti per fini desideri di inflazione, possono considerarsi soddisfatte. Dopo gli avveniristici indicatori di crescita coniati dal governo Gentiloni, supportati come sempre da Confindustria, indicati in un tasso di aumento del Pil a +1,4%, due successive correzioni hanno portato il tasso di crescita per il  2018 prima all’1,3% ed ora all’1,2% e all’ 1% per il 2019. Viceversa, l’inflazione dalle ultime rilevazioni risulta del +1,3% grazie soprattutto all’aumento della quotazione del barile di petrolio come nel contingente dall’aumento dei prezzi della verdura fresca del 2,2%.

    In altre parole la strategia economica monetarista, che ha fornito esclusivamente delle sterili iniezioni di liquidità ed inflazione conseguente (peraltro molto al di sotto delle previsioni a causa della domanda interna in continua a flessione), ha portato ad una crescita nominale del PIL inferiore all’inflazione stessa. Una perversa contraddizione in termini.

    Questo ovviamente determina una perdita di capacità di spesa dei consumatori italiani. L’andamento infatti dei consumi rileva un +1.1% per il 2018 il che dimostra ancora una volta l’effetto perverso del differenziale tra  crescita inflazione e consumi. Si evidenzia, ancora una volta, come l’inflazione che non risulti legata ad un aumento della domanda (quindi espressione di un economia in crescita e comunque calcolata  mediamente entro  il  +2%) ma a fattori esogeni, e quindi importata, potrà fornire un sollievo al peso del debito il cui costo comunque ancora una volta andrà a gravare sulle capacità economiche dei cittadini. Quindi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto attribuibile al “costo dell’inflazione” nell’economia italiana ne consegue un ulteriore calo dei consumi legato alla politica valutaria.

    Draghi, Padoan, Calenda e sovranisti nel loro complesso, in questo spalleggiati ormai dalla sempre più ridicola posizione di Confindustria, potranno essere anche entusiasti degli obiettivi raggiunti ma che  verranno pagati in termini di minore  capacità e disponibilità economica dai cittadini italiani, come tutti gli indicatori economici stanno dimostrando.

    Sembra incredibile come, mentre tutti affermino che il mercato nella sua forma odierna  risulti  cambiato in virtù della globalizzazione, ancora oggi  si cerchino facili e banali ricerche e strategie di sviluppo attraverso la semplice leva monetaria la quale sta portando il nostro Paese verso la marginalità economica mondiale.

     

  • Bertolli: il patrimonio italiano disperso

    L’inconsistenza economica, unita ad una visione strategica che come termine temporale non va oltre il weekend, ha regnato sovrana all’interno delle compagini governative degli ultimi vent’anni. Tutti i ministri, come i diversi Presidenti del Consiglio associati ad economisti da fiera di paese, hanno sempre individuato nell’acquisizione di aziende e brand italiani da parte di gruppi esteri o private Equity come un fenomeno positivo che manifestava “il valore e l’apprezzamento delle nostre imprese”, come, senza dignità, affermò l’ex presidente del consiglio Renzi, spalleggiato dai suoi Centurioni Calenda e Padoan.

    Contemporaneamente, queste meravigliose espressioni della cultura economica e politica italiane affermavano, senza pudore, di voler combattere “l’italian sounding”, considerato giustamente come un fenomeno che arreca un danno patrimoniale, economico e di immagine ai prodotti italiani scimmiottando la provenienza dall’italico Paese.

    Nel frattempo il gruppo spagnolo Deoleo, titolare del marchio Bertolli, ha deciso di aprire uno stabilimento di produzione di olio d’oliva sulla East Coast degli Stati Uniti. La California rappresenta infatti il 15% delle quote di mercato e, legittimamente, i titolari spagnoli utilizzano il brand italiano per rendere più appetibile la propria produzione di olio la quale, lontana dal luogo di origine storico del brand, ovviamente non proporrà alcuna peculiarità di prodotto espressione del Made in Italy (classico esempio di italian sounding anche se assolutamente legittimo).

    Sembra incredibile come questa operazione, assolutamente legittima in quanto i capitali investiti devono risultare liberi da qualunque vincolo per poter adottare ogni strategia che consenta di ottenere maggior remunerazione (Roe), rappresenta l’ennesima sconfitta di una classe politica ed economica incapace di vedere oltre le proprie immediate “maledette provvigioni di vendita”, che siano politiche o economiche, incapaci di comprendere il danno economico e d’immagine per il patrimonio storico e industriale del nostro Paese di cui il marchio Bertolli rappresentava sicuramente un esempio.

    Se poi a questo aggiungiamo la folle iniziativa di votare a favore delle importazioni di olio tunisino, che solo nel primo trimestre di quest’anno risultano quadruplicate, abbiamo il quadro completo di una classe politica dirigente ormai ridotta a livello di piazzisti di quarto ordine. Sembra incredibile come, per disonestà intellettuale o per incapacità culturale, da trent’anni a questa parte, in nome di una ipotetica internazionalizzazione delle aziende, vengano svenduti interi pilastri degli asset industriali italiani senza valutare il danno economico e patrimoniale per l’intero sistema economico italiano.

    Un sistema economico che dovrebbe trovare invece il proprio sostegno finanziario per un’opera di internazionalizzazione da parte in un sistema creditizio e bancario in linea con le necessità delle aziende italiane che si trovano a combattere contro i colossi mondiali senza avere nessun supporto finanziario e figuriamoci fiscale.

    Un sistema politico e bancario che hanno viaggiato all’unisono negli ultimi decenni, incapaci, inconsapevoli o semplicemente ignorando il valore patrimoniale dell’industria italiana la quale, anche nella sua declinazione sottocapitalizzata delle PMI, rappresenta il futuro del nostro Paese. Viceversa, la storia di Bertolli e della dispersione del suo patrimonio è l’esempio impietoso della misera visione strategica e della più assoluta inconsistenza della classe politica e dirigente italiana.

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