Economia

  • Tre pretendenti per Borsa Italiana

    E’ come previsto una corsa a tre per l’acquisizione di Borsa Italiana, il gruppo che gestisce Piazza Affari e anche lo strategica piattaforma del mercato telematico dei titoli di Stato Mts, di proprietà del London Stock Exchange (Lse). Le manifestazioni di interesse di Deutsche Borse, degli svizzeri di Six e della cordata Euronext-Cdp sono arrivate. Ora il venditore deve decidere i tempi limite di presentazione delle proposte vincolanti, che probabilmente saranno posti attorno alla metà di ottobre.

    Il mercato apprezza i movimenti dei possibili acquirenti, con il titolo di Deutsche, la prima a comunicare l’avvenuta consegna dell’offerta, che a Francoforte è salito dell’1,8% a 2,78 euro tenendo i massimi recenti, così come si trova ai prezzi massimi anche Euronext a Parigi, cresciuta dell’1,7% a quota 101,7. Le mosse del governo italiano, che ritiene Borsa un asset strategico per il Paese, fanno pensare a una preferenza per la cordata Euronext-Cdp, ma anche Deutsche è molto determinata ed è una società dell’area euro, con Six che potrebbe mettere sul piatto un’offerta molto consistente. L’eventuale acquisizione da parte della cordata con Cassa depositi e prestiti, porterebbe Euronext alla creazione della prima società di gestione di Borsa europea con circa 1.900 società quotate nei diversi listini. Secondo i primi calcoli, Borsa Italiana peserebbe in ricavi per circa il 30% nel nuovo gruppo.

    Gli analisti vedono l’operazione in una forchetta di prezzo che va da 3,3 miliardi fino a 3,8, ma i ‘rilanci’ potrebbero superare facilmente quota quattro miliardi. Non è solo una questione di soldi, ma su questo piano Six ha le mani piuttosto libere, non essendo quotata e avendo dimostrato di saper raccogliere una notevole liquidità. Non a caso ha da poco investito 2,8 miliardi per la Borsa spagnola e sta iniziando una forte campagna in Italia per compattare anche investitori locali.

    Il ‘pacchetto’ completo dovrebbe comprendere il 63% di Mts, con Lse che ha tempi meno stretti per la cessione dopo che l’Antitrust Ue ha rinviato al 16 dicembre la nuova scadenza sulla decisione per l’acquisizione da parte di Londra di Refinitiv, il fornitore globale di dati e infrastrutture del mercato finanziario, partecipata da Blackstone e Thomson Reuters. L’Antitrust aveva sospeso l’esame a luglio per consentire alle parti di fornire informazioni rilevanti sull’operazione, ma comunque Lse per completarla deve comunque cedere Borsa Italiana.

  • Il tempismo francese e la irresponsabilità italiana

    Il presidente Conte e il ministro dell’economia Gualtieri hanno confermato che le risorse del Recovery Fund non verranno utilizzate per abbassare le tasse. Contemporaneamente in Francia il governo Marcon ha già presentato il piano per utilizzare le risorse europee varate al fine di offrire uno scenario di sviluppo all’economia europea nei prossimi anni.

    Nel nostro paese, invece, in piena e profonda recessione economica si attende, senza speranza, tale “governo” Conte il quale serenamente indica nel quindici (15) di ottobre la data per l’appuntamento nel quale prenderà contatti con l’Unione Europea.

    A seguito di questo primo contatto, i progetti per ottenere i finanziamenti da Recovery Found verranno presentati nei primi giorni di gennaio: 2021. Da quel momento del nuovo anno in poi si comincerà ad elaborare e sottoporre i progetti strategici economici per il cui finanziamento necessitano della approvazione europea.

    Il governo francese, con una grande tempistica, dimostra un’attenzione sicuramente più responsabile verso le conseguenze della crisi da covid-19. In questo senso, infatti, all’interno dell’articolato piano “Marshall” francese delle risorse disponibili, oltre venti (20) miliardi verranno utilizzati per abbassare le tasse. Una prima tranche per ridurre l’imposizione fiscale sul valore aggiunto (la nostra Iva) ed una seconda sulla fiscalità degli immobili strumentali (la nostra Imu). Come anticipato pochi giorni fa, la Francia sta ponendo in atto una avveduta strategia di politica economica finalizzata al raggiungimento del traguardo del secondo posto, come economia manifatturiera, in Europa ora appannaggio del nostro sistema industriale.

    Nella più assoluta distrazione di questo governo stiamo assistendo all’ultima tappa della desertificazione industriale ed economica del nostro paese guidata da una classe politica indegna la quale dimostra per l’ennesima volta un mix devastante di superficialità ed arroganza, classiche esalazioni di un deficit culturale.

    Non passa giorno in cui elementi del governo dichiarino la propria volontà della ricerca di svolta ecologica: un concetto privo di ogni riferimento economico reale ma soprattutto ignaro di ogni traguardo già raggiunto dal nostro sistema industriale.

    Va ricordato come proprio il nostro sistema industriale sia tra i meno impattanti sotto il profilo ambientale in ambito europeo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). La mancanza di conoscenza (l’ignoranza per intenderci) di questo ottimo traguardo già raggiunto dal sistema industriale italiano qualifica l’attuale governo il quale, nella determinazione delle linee guida relative all’utilizzo dei Recovery Fund, realizza il disastro perfetto economico. Un traguardo, invece, riconosciuto ed ammirato all’estero e per questo la Francia ora cerca di superare proprio nella componente industriale l’economia italiana.

    In un paese normale con un governo decente al fine di determinare le strategie economiche risulterebbe evidente partire dalla considerazione dei risultati e dei traguardi già raggiunti precedentemente alla crisi da covid-19, valorizzandoli ed offrendo agli esset industriali più supporto economico e finanziario. Ricordando, poi, come il fattore temporale risulti fondamentale nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

    Viceversa, il governo, in preda ad un delirio ideologico ambientalista, si conferma incapace anche solo di comprendere come contenuti e tempistica rappresentino la sintesi per offrire una prospettiva di crescita del nostro Paese.

  • Il racconto dell’attualità, della politica e dell’economia fatto da Francesco Pontelli è diventato un libro

    Politica, economia e attualità è una miscellanea dei numerosi e interessanti articoli scritti dal noto economista Francesco Pontelli. I temi trattati spaziano dal Made in Italy all’inflazione, dalla politica fiscale all’e-commerce passando per i Giochi olimpici di Cortina che avranno luogo nel 2026. Partendo dall’Italia e dall’Unione Europea lo sguardo dell’autore è sempre rivolto a 360° verso l’intricata realtà che lo circonda. Le dinamiche della globalizzazione vengono qui analizzate a partire anche da casi particolari come, ad esempio, la produzione biellese di filati. Pontelli ha la capacità di trovare inedite chiavi di lettura e suggerire modelli interpretativi affatto scontati.

    Francesco Pontelli è stato, dal 2007 al 2013, docente idoneo presso il Dipartimento INDACO del Politecnico di Milano. È inserito nella Banca dati docenti dell’agenzia ICE (Istituto commercio estero). Articolista puntuale e pungente del sito Il Patto sociale – Informazione Europa.

    Il libro è disponibile anche su Amazon al seguente link:

    https://www.amazon.it/Politica-economia-attualit%C3%A0-Francesco-Pontelli-ebook/dp/B08HML9R1L/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=francesco+pontelli&qid=1599646878&s=books&sr=1-1

  • Ogni euro nella manifattura ne vale 2,1 per l’Italia

    L’industria manifatturiera giocherà un ruolo fondamentale per la crescita economica e consentirà all’Italia di superare la crisi provocata dalla pandemia. Per ogni euro investito nell’industria italiana se ne generano 2,1 per il sistema Paese. Dall’annuale Forum di Ambrosetti a Cernobbio, sul lago di Como, arriva l’immagine futura dell’industria italiana tra resilienza, rilancio dopo la crisi sanitaria globale e competitività di lungo periodo. A causa della crisi economica, rileva uno studio di The European House – Ambrosetti per Fondazione Fiera Milano, il 70% delle aziende italiane ha registrato un calo di fatturato rispetto allo scorso anno e, di questi, quasi la metà ritiene che il proprio fatturato subirà una flessione superiore al 25% nel 2020.  Lo studio evidenzia la necessità di riportare i temi dell’industria al centro del dibattito strategico e dell’agenda d’azione nazionale.

    Il Dna competitivo dell’industria italiana ha consentito al Paese di avere un ruolo chiave per lo sviluppo della manifattura europea e mondiale. A fine 2019, l’Italia rientrava nella top 5 mondiale dei Paesi con surplus manifatturiero superiore ai 100 miliardi di dollari; 922 prodotti italiani (su un totale di 5.206) rientravano nelle prime 3 posizioni al mondo per surplus commerciale. Permangono però alcune grandi questioni di fondo che “zavorrano” il potenziale dell’industria italiana: rallentamento della produttività, funzionamento poco efficace della pubblica amministrazione, ecosistema dell’innovazione ancora poco dinamico, diffusione di una cultura antindustriale e progressivo impoverimento delle relazioni tra l’industria e le parti sociali.

    La ripartenza del Paese non può prescindere da un “piano d’azione serio e articolato – emerge dalla ricerca – per colmare il divario di competitività ad attrattività tra l’Italia e i suoi competitor internazionali”.

  • 2020 da dimenticare, ma non per la produzione di vino

    È vincente l’Italia del vino nell’anno del Covid-19. Nonostante un calo produttivo (-1% rispetto allo scorso anno) e una congiuntura economica non proprio favorevole, lo Stivale è sul tetto del mondo per quantità mettendo a segno 47,2 milioni di ettolitri e in fila le storiche rivali del settore, con la Francia che registra una produzione di 45 milioni di ettolitri e la Spagna, 42 milioni. Buone, se non ottime le aspettative che emergono sotto il profilo della qualità dell’uva, considerata, per alcuni casi, eccellente. Preoccupa invece l’export, sulla base di quanto presentato da Ismea, Assoenologi e Unione italiana vino (Uiv) con il quadro di sintesi e le stime di vendemmia 2020. Secondo infatti gli analisti a una qualità alta e a una quantità leggermente inferiore alla media dell’ultimo quinquennio (-4%) fa da contraltare la particolare situazione economica internazionale, che registra una notevole riduzione degli scambi globali di vino (-11% a valore e -6% a volume nel primo semestre sul pari periodo 2019) e una contrazione, la prima dopo 20 anni di crescita, delle esportazioni del vino made in Italy (-4% nei primi 5 mesi), sebbene inferiore a quella dei principali competitor.

    L’argomento export e consumi entra dunque, gioco forza, nei tavoli di confronto istituzionali con la ministra per le Politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova che, in occasione della presentazione del report Ismea Assoenologi e Uiv, ha annunciato la richiesta al ministro degli Esteri Luigi Di Maio di riaprire il Tavolo sul vino con la partecipazione dell’Istituto commercio estero (Ice) e Farnesina. Bellanova, ricordando che la sua attenzione nei confronti del settore non è in discussione, ha sottolineato che nel “Dl Agosto la misura destinata alla ristorazione del valore di 600 milioni a fondo perduto è ad una sola condizione, gli acquisti di prodotto made in Italy. Una misura importante, capace di generare – ha specificato – fatturato pari al quadruplo dell’importo destinato a ciascuna impresa, e che evidentemente avrà un effetto virtuoso proprio sul vino e proprio nei segmenti di eccellenza particolarmente colpiti dalla crisi”.

    Dal punto di vista di produzione a livello regionale il report economico conferma il Veneto prima regione con una crescita di un +1% e 11 milioni di ettolitri, seguita da Puglia (8,5), Emilia-Romagna e Abruzzo. Tra le principali aree produttive, in un quadro di raccolto di circa il 20% dell’uva al 3 settembre, segno più per Piemonte e Trentino-Alto Adige (+5%), Lombardia e Marche (+10%), Emilia-Romagna e Abruzzo (+7%). Calo della produzione invece in Toscana e Sicilia (-15%), Friuli-Venezia Giulia (-7%) e Puglia (-5%). Più in generale l’annata produttiva vede in leggero incremento il Nord (+3% sul 2019) mentre al Centro e al Sud le quantità si dovrebbero ridurre rispettivamente del 2 e del 7%. Positivi i giudizi degli operatori. “L’annata 2020 – afferma il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella – si presenta con delle uve di ottima qualità, sostenute da un andamento climatico sostanzialmente positivo, che non possono che darci interessanti aspettative per i vini provenienti da questa vendemmia”. “Il settore vitivinicolo italiano – dichiara Raffaele Borriello, direttore generale Ismea – ha dato prova di una straordinaria capacità di ripresa e resilienza riuscendo a reggere l’urto di questa crisi senza precedenti che si è abbattuta sul sistema produttivo globale”. “Il bilancio previsionale della vendemmia – commenta il presidente dell’Unione italiana vini, Ernesto Abbona – si annuncia positivo sia per la diffusa qualità delle uve, con diverse punte di eccellenza, sia per una quantità leggermente inferiore allo scorso anno che ci aiuterà a gestire il mercato in maniera equilibrata”.

  • Il futuro delle banche centrali

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il 5 settembre 2020

    A fine agosto si è tenuto il tradizionale simposio economico di Jackson Hole, nello stato americano del Kansas, dove i banchieri centrali regolarmente si incontrano per tracciare la linea sui futuri orientamenti monetari, economici e finanziari globali. Quest’anno, per l’emergenza della pandemia del Covid19, è stato il primo incontro di carattere virtuale.

    Solitamente ci si aspetta che sia la Federal Reserve americana a indicare la strada maestra. Invece lo ha fatto la più spregiudicata Bank of England. Il suo nuovo governatore, Andrew Bailey, infatti, ha messo in secondo ordine il «salvifico» target d’inflazione del 2% per «applicare le lezioni degli ultimi mesi e anche quelle dell’ultimo decennio o dalla crisi finanziaria del 2007-09 in poi».

    La novità principale, secondo Bailey, è stata la grande e prolungata espansione dei bilanci delle maggiori banche centrali «in appoggio sia alla politica monetaria sia agli obiettivi di stabilità finanziaria». Soprattutto per fronteggiare la crisi provocata dal Covid. Di conseguenza, in futuro i bilanci delle banche centrali dovranno sempre più essere considerati come uno strumento per la creazione di stimoli monetari, attraverso l’acquisto di asset, cioè di titoli finanziari di vario tipo.

    Al riguardo si ricordi che il bilancio della Banca Centrale Europea è aumentato di 1.700 miliardi di euro: da gennaio a luglio si è passati da 4.664 a 6.360 miliardi. Di questi, non meno di 715 miliardi sono stati immessi nel sistema nel solo mese di luglio. Il collasso economico attuale ci indicherebbe che la crisi non sarebbe stata generata primariamente nel settore bancario bensì «tra i fondi, i trader e le imprese».

    Di conseguenza, la Bank of England propone la strategia del «go Big, go Fast», cioè di «operazioni aggressive di acquisto di asset». Se fino ad oggi questi asset sono stati prevalentemente obbligazioni di stato, adesso si propone, invece, di allargare i settori di acquisto, in particolare verso quello corporate, il cosiddetto «corporate debt». Ciò è giustificato con l’intento di affiancare le banche e i mercati finanziari nel sostegno alle attività economiche, anche se, si ammette, «inevitabilmente si aumenta il rischio gestionale per le banche centrali».

    Si propone, quindi, di rendere centrale e generalizzato l’acquisto di asset privati, finora fatto quasi eccezionalmente dalle banche centrali. Il rischio di cui si parla, in verità, è quello che, incamerando nei loro bilanci titoli potenzialmente tossici o di dubbia esigibilità, le banche centrali possano trasformarsi in vere e proprie «bad bank». Per Bailey, un obiettivo rimane sempre «il raggiungimento della sostenibilità del target d’inflazione del 2%», ma con la necessaria flessibilità per non alzare in modo prematuro il tasso d’interesse qualora la ripresa dovesse incominciare.

    Più importante è la scelta degli strumenti da usare, che potrebbero includere, in modi più sistematici, anche i tassi d’interessi negativi, gli incentivi alle banche per garantire una certa liquidità e persino l’acquisto da parte delle banche centrali di titoli commerciali appena emessi.

    Nel suo discorso di apertura del simposio, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell è stato molto più blando. Forse per evitare, come già in passato, «gli schiamazzi» di Donald Trump contro di lui nelle ultime settimane di campagna elettorale presidenziale. Powell si è più concentrato a spiegare gli effetti nella politica monetaria dopo la Grande Crisi Finanziaria piuttosto che dare indicazioni più precise sulle politiche attuali e future della Fed.

    Di fatto si è limitato ad annunciare un atteggiamento più morbido rispetto alla tradizionale politica monetaria finora ancorata fermamente al target d’inflazione del 2%. In caso di un simile aumento dei prezzi, la Fed farebbe scattare quasi automaticamente una politica monetaria più restrittiva con un aumento dei tassi d’interesse. Powell ha parlato di un target d’inflazione media, «average inflation targeting», facendo intendere un atteggiamento più «flessibile», più permissivo anche in caso di un aumento dei prezzi superiore al 2%.

    In verità si tratta di qualcosa che era già nei fatti e nei comportamenti della Fed. Non è certo la «rivoluzione copernicana» nella politica monetaria che certa stampa ha voluto dipingere. È però un messaggio ai mercati e a Wall Street relativo ai tassi d’interesse zero o addirittura negativi che potrebbero restare più a lungo. In ogni caso è chiaro che l’inflation target rimane, insieme alla comunicazione e alla trasparenza, il pilastro della politica monetaria della Fed.

    A nostro avviso, la parte più rilevante del discorso di Powell è quella concernente l’eventuale sostegno diretto alla ripresa economica e all’occupazione. Il governatore ha affermato che «quando l’occupazione è inferiore al suo massimo livello, com’è chiaramente oggi, noi opereremo per correggere questa mancanza usando i nostri strumenti di sostegno alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro». Anche per l’Europa sarà importante vedere come tale politica potrà manifestarsi concretamente dopo le elezioni presidenziali di novembre.

    Da parte sua, Philip R. Lane, il membro irlandese del comitato esecutivo della Banca centrale europea, si è concentrato a dare un dettagliato e oggettivo rapporto sui vari interventi di quantitative easing adottati per fronteggiare l’emergenza economica, occupazionale e finanziaria provocata dalla pandemia.

    In particolare ha riportato che il programma pandemics emergency purchase program (Pepp), di acquisti da parte della Bce di titoli pubblici e privati in possesso del sistema bancario, originariamente di 750 miliardi di euro, è stato ampliato a 1.350 miliardi. Dovrebbe affiancare il Recovery Fund di 750 miliardi dell’Unione europea per assicurare una forte ripresa delle attività produttive e dell’occupazione. Speriamo che ciò avvenga e, almeno per il nostro paese, non si sprechi questa grande opportunità

    Certo, ancora una volta a Jackson Hole non si è affrontata la questione centrale, quella della riforma del sistema finanziario.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • “L’inutile” crescita della produttività

    Da oltre due decenni nelle più diverse stagioni economiche, ma con una crescita della nostra economia mediamente pari ad un terzo della media europea, l’intero establishment economico ha sempre individuato nella mancanza della crescita della produttività la ragione principale del nostro inferiore tasso di sviluppo.

    Ancora oggi, all’interno di una crisi economica mondiale nella quale l’Italia in Europa presenta la più alta percentuale di diminuzione del PIL (stimato in un -12,4%), ecco ripartire il mantra unificante che individua nella ricerca di un aumento della produttività la soluzione ai mali endemici della economia italiana.

    Una tesi che potrebbe avere un senso solo se analizzata e soprattutto applicata non in modo grossolano come fino ad oggi si è assistito ma in modo specifico per diversi settori economici.

    Va ricordato, infatti, per offrire un quadro comprendente i nostri principali competitori, come proprio in questa crisi da covid 19 la Francia abbia già dimostrato con degli atti legislativi l’intenzione di rilanciare il settore manifatturiero ed industriale con l’obiettivo di sottrarre al nostro Paese la seconda piazza in Europa di economia industriale dietro la Germania.

    Contemporaneamente nel nostro Paese una classe politica assolutamente inappropriata non è ancora in grado di elaborare alcun piano strategico economico e tantomeno emerge una strategia che ponga come oggetto principale lo sviluppo della manifattura e dell’industria nella loro articolata complessità.

    All’interno di questa incapacità di elaborazione il mantra della “ricerca di una maggiore produttività” ne rappresenta una delle stelle polari più evidenti nell’indicare la soluzione vincente per una ripresa economica.

    In un recente studio pubblicato da Il Sole 24 Ore emerge come, dato 100 il valore della produttività del 1999, l’industria manifatturiera registri oggi un indice di 1229 certificando quindi la più alta crescita dell’indice di produttività in Italia, con l’ovvia conseguenza di aver ridotto il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) al netto ovviamente della pressione fiscale e previdenziale in costante aumento.

    Quindi il settore industriale, all’interno di un mercato globale, attraverso l’innovazione non solo di processo ma anche di prodotto ha risposto in modo propositivo alla concorrenza globale, come ampiamente già sottolineato (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-produttivita-da-fattore-economico-a-mito-predigitale/#).

    Per contro, partendo sempre dall’anno 1999, la pubblica amministrazione ha ridotto il proprio indice di produttività all’87,5%. La differenza tra l’andamento dei  due indici, il primo (manifatturiero) di forte crescita, il secondo (pubblica amministrazione) in contrazione, di fatto dimostra come con la propria decrescita sostanzialmente il settore pubblico annulla il valore ottenuto dal settore industriale esposto alla concorrenza globale (https://www.ilpattosociale.it/attualita/1977-la-produttivita-lineare-2020-la-produttivita-progressiva-e-verticale/).

    Questi dati di fatto dimostrano, ancora una volta, come all’interno di un sistema competitivo globale un’economia per quanto risulti in grado di affrontare le sfide internazionali del mercato globale attraverso l’innovazione di processo e prodotto che si traduce in un aumento della produttività veda vanificati tutti i propri sforzi da una pubblica amministrazione la quale invece regredisce nella propria capacità di offrire servizi ad aziende e cittadini.

    Ecco così spiegato il senso “dell’inutile” crescita della produttività se il fattore della pubblica amministrazione risulti avverso tanto alle aziende quanto ai lavoratori e ai cittadini.

  • Va in porto la scalata di Del Vecchio a Mediobanca

    La Bce ha dato via libera, seppur non tramite una comunicazione ufficiale sul sito ma
    con una lettera inviata agli interessati, ossia Delfin, la finanziaria di Leonardo Del Vecchio: l’imprenditore potrà salire fino al 20% di Mediobanca. La segnalazione, inviata anche a Bankitalia, che aveva fatto da tramite con Francoforte, gestore della Vigilanza Unica Europea sulle banche, è destinata a essere ufficializzata solo dagli interessati e quindi non da Piazzetta Cuccia, che non ha avuto nessun ruolo se non quello di oggetto del contendere. Così per la prima volta nei 74 anni di vita dell’Istituto fondato da Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia, un singolo azionista potrà superare la soglia del 10%. Un tabù infranto da Del Vecchio, che con il suo 9,89% da
    domani potrà iniziare ad acquistare titoli, che nel frattempo, sulle attese del semaforo verde di Francoforte, hanno visto crescere il loro valore.

    Che si arrivasse a questo ormai tutti se l’aspettavano, a partire dallo stesso Del Vecchio, che ha messo le mani avanti definendo l’investimento come un’operazione esclusivamente finanziaria. Il patron di Luxottica, già ora il principale azionista anche se al di sotto del patto di consultazione che sorveglia il 12,6% del capitale di Piazzetta Cuccia, si è inoltre impegnato a non esprimere nessuna lista per il rinnovo del Cda il prossimo 28 ottobre. Una scelta di stile e di rispetto nei confronti dei pattisti di lunga data come Ennio Doris (Mediolanum 3,3%), Benetton (Schematrentaré 2,1%) e Silvio Berlusconi (Fininvest 2%), di un ex-pattista come Vincent Bolloré (6,73%) e di un socio istituzionale come BlackRock (3,28%). Ma nello stesso tempo anche un modo per compiacere l’Eurotower.
    La partita però non riguarda tanto Mediobanca, quanto Generali, controllata da Piazzetta Cuccia al 12,86%, di cui Del Vecchio è azionista con il 4,84%. Piazzetta Cuccia da sempre si confronta con gli altri soci sulle strategie del Leone di Trieste, con un dialogo che finora ha coinvolto Delfin e gli altri azionisti, tra i quali il gruppo Caltagirone (5,11%) e la famiglia Benetton (3,99%). Proprio la partecipazione nel Leone di Trieste rischia di sollevare la questione di un possibile conflitto di interessi di Delfin, presente con forza sia nella controllante che nella controllata. Ora, con una quota in Piazzetta Cuccia e una partecipazione diretta nel Leone, il ruolo di Del Vecchio si consolida e diventa sempre più determinante, anche se non esprimerà consiglieri di amministrazione in Mediobanca. Un primo segno del nuovo corso sarà proprio la questione relativa alla quota in Generali. Nell’ultimo piano industriale di Piazzetta Cuccia era prevista una cessione del 3%, poi accantonata dallo stesso amministratore delegato Alberto Nagel. Con i due cappelli indossati da Del Vecchio potrebbe essere più difficile riproporre la cessione di una parte di quella quota nel nuovo piano industriale, che sarà presentato in Piazzetta Cuccia nella seconda metà di novembre.

  • Estate passabile per la ristorazione al mare ma non per quella nelle città d’arte

    Agosto a tinte fosche per i bar e i ristoranti del Belpaese, dopo un periodo “disastroso”, ed un futuro che si preannuncia denso di nubi a causa di una netta ripresa dei contagi da Covid in tutta la penisola. “Generalmente rispetto agli altri anni c’è un calo, anche del 30%”, del fatturato di bar e ristoranti ad agosto di quest’anno ma “la situazione è anche a macchia di leopardo: nelle zone balneari agosto non è andato male mentre nelle città d’arte le cose stanno andando molto male”, dice il presidente di Fiepet, l’associazione di categoria di Confesercenti, Giancarlo Banchieri. Gli fa eco Roberto Calugi, direttore generale Fipe-Confcommercio che parla di una “boccata di ossigeno” ad agosto per i bar e i ristoranti di quei luoghi “legati ai posti di villeggiatura, come mare e montagna” perché c’è stato il “turismo italiano” mentre “nelle città d’arte, dove è mancato tantissimo il turismo straniero, la situazione è drammatica”. Infatti, nelle città d’arte “quel flusso internazionale non è stato compensato dagli italiani che in estate preferiscono il mare,” sottolinea Banchieri. Bar e ristoranti nelle città balneari di Emilia Romagna, Riviera Ligure o all’Argentario in Toscana “hanno tenuto” e “lavorato come l’anno scorso, se non di più”, spiegano i due esponenti di Fiepet e Fipe. Nel complesso “ci aspettiamo un calo del 30%” dei ricavi “con questa differenziazione”, precisa Banchieri.

    Ma il buon andamento di bar e ristoranti nelle zone di villeggiatura e del divertimento estivo non deve illudere che la crisi del settore sia superata. “E’ un po’ una fiammata”, afferma Calugi. “Non scambiamo un fuoco di paglia per un’uscita dal problema, nel senso che chi ad agosto ha lavorato meglio deve fare i conti con quattro-cinque mesi in cui non ha lavorato e i prossimi mesi in cui faranno fatica a lavorare”, avverte il direttore generale di Fipe-Confcommercio. “Dalle nostre rivelazioni, abbiamo una media da gennaio ad agosto, del 40% di perdita del settore di fatturato con situazioni a macchia di leopardo con un 30% dei nostri che ha perso anche l’80% di fatturato”, fa notare Calugi, ricordando che in città come Milano, Firenze, Venezia e Roma molti ristoranti e bar “non hanno nemmeno riaperto”.

    Naturalmente l’evoluzione dell’emergenza Covid “è la cosa più difficile e preoccupante” circa le prospettive future del settore. “Quello che succederà nei prossimi mesi nessuno lo sa. Le previsioni non sono incoraggianti”, aggiunge Banchieri, sottolineando che tra gli addetti ai lavori “prevale un sentimento di ansia e di paura”. Sempre guardando ai prossimi mesi, il presidente Fiepet spiega che la possibilità di ampliare i dehors “è stata una cosa positiva” in tutte le città ma andando incontro all’autunno e poi all’inverno, “le possibilità di star fuori, soprattutto al centro-nord, verranno meno” per cui “con un flusso di turismo scarso, con uno smart working che rischia di essere un’abitudine consolidata e con meno posti a sedere all’interno dei locali per motivi di distanziamento, ci sono molte preoccupazioni”.

  • Il nuovo parco giochi digitale

    Il fondo statunitense Kkr, investitore con 1,8 miliardi nella società FiberCop (la nascente società dovrà gestire la migrazione alla Fibra), si vedrà riconosciuta come quota azionaria il 37,9%, Telecom (partecipata già dalla cassa depositi e prestiti) possiederà la quota maggioritaria del 58% mentre a Fastweb verrà assegnato un 4,5% in ragione del proprio investimento. Il controllo di questa società di conseguenza risulta essere in capo a società e fondi privati.

    Un’operazione che ricorda da vicino quella relativa all’autostradale operata alla fine degli anni 90 e che ha portato il sistema infrastrutturale autostradale italiano all’attuale situazione culminata con il disastro del Ponte Morandi di Genova (https://www.ilpattosociale.it/attualita/autostrade-lincompiuta/).

    Tornando al settore digitale, questa operazione più finanziaria che infrastrutturale vede l’operatore politico e pubblico attori principali anche attraverso la garanzia che viene assicurata all’investitore privato (Kkr) di un rendimento del 9% per il proprio impegno finanziario. Un impegno al rendimento minimo assicurato sulla carta dall’aumento dell’utenza, nella realtà qualora questo non venisse raggiunto dall’aumento delle tariffe.

    Ancora una volta, se da una parte l’esperienza della gestione privata di autostrade non ha insegnato nulla, in quanto la Germania e la Svizzera dimostrano come le reti infrastrutturali possano tranquillamente essere gestite nell’interesse di cittadini da un ente pubblico, così nella telefonia lo Stato invita legittimamente un fondo privato straniero assicurandogli addirittura il rendimento minimo del 9%, di fatto regalando il monopolio a degli operatori privati con un ruolo marginale, anche azionario, di cassa depositi e prestiti.

    Si sceglie quindi una strategia economica spuria a metà tra pubblico e privato la quale tuttavia assicura la perdita di indirizzo da parte dello Stato a favore della gestione della società come sempre finalizzata a rendimenti immediati (Roe) a discapito degli investimenti di medio e lungo termine.

    Una soluzione scellerata per una rete infrastrutturale che dimostra il livello della visione strategica delle infrastrutture fisiche o digitali della nostra classe dirigente e politica. L’Italia con le proprie infrastrutture continua ad essere il parco giochi per interessi privati molto spesso garantiti dallo Stato stesso.

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