Economia

  • La riforma delle Banche di Credito Cooperativo: l’autonomia tradita

    Uno dei lasciti più avvelenati ed indigesto del governo Renzi è sicuramente rappresentato dalla riforma del sistema delle banche del credito cooperativo. Questa tipologia di istituti di credito rappresentano il primo ed immediato braccio operativo economico e finanziario che agisce sul territorio specificatamente in rapporto alle peculiarità dello stesso.

    In altre parole, attraverso una singola forma associativa finalizzata all’unico obiettivo della mutualità il sistema degli istituti di credito cooperativo si articola in modelli operativi estremamente flessibili ma sempre all’interno del perimetro istituzionale in relazione alle caratteristiche tipiche del territorio nel quale operano. In questo senso è evidente che l’attività dell’Istituto possa diversificarsi a seconda che operi all’interno di un territorio caratterizzato da un’economia prevalentemente turistica o, viceversa, in un’altra realtà che trovi la propria peculiarità nella presenza di aziende artigianali e PMI in genere.

    La riforma voluta dal governo Renzi stravolge sostanzialmente l’impianto istituzionale come la mission specifica dei singoli istituti cooperativi per  inglobarli all’interno di una S.p.A. capogruppo la quale indica in modo univoco le direttive e, come da contratto, anche la selezione dei manager e dei vari direttori delle diverse “nuove agenzie”.

    Quindi, ad un originario modello estremamente flessibile in relazione alle esigenze del territorio, come il credito cooperativo si è dimostrato finora con la riforma imposta dal governo Renzi e dai ministri Padoan e Calenda, si passa ad una società per azioni centralizzata nella quale il margine di flessibilità risulta praticamente nullo per sintonizzarsi con le esigenze locali. In quanto alle singole BCC non viene riconosciuto nessun tipo di autonomia istituzionale gestionale ed amministrativa.

    Al tempo stesso si assiste anche alla modifica del principio istitutivo degli stessi istituti passando dal funzione principale della mutualità a quella della remunerazione del capitale tipica di una S.p.A. rendendola contemporaneamente anche soggetta a scalate esterne.

    Questa modifica implicita, o meglio questo tradimento, della funzione mutualistica costitutiva ed istituzionale operante in ambito locale a favore di una società di capitale e con una direzione generale manifesta una grandissima contraddizione con lo storytelling politico che le regioni del nord, Veneto e Lombardia in primis, ma anche Emilia Romagna e le stesse province autonome di Trento e Bolzano portano avanti con l’ottenimento dalle regioni e con il consolidamento dalle province di una propria autonomia da esercitare sul territorio.

    La declinazione politica ma ovviamente anche quella economica e finanziaria di un sistema caratterizzato da una forte autonomia regionale o provinciale rispetto all’istituzione statale centralista non può però venire rappresentata dalla semplicistica ed unica visione di una gestione regionale di una maggiore autonomia amministrativa basata su di una percentuale maggiore dei tributi prodotti localmente in opposizione ad una politica centralista.

    All’interno di un progetto di autonomia completo si dovrebbero tutelare i diversi e specifici soggetti pubblici politici privati, e quindi anche cooperativi, al fine di assicurare la qualità ma soprattutto la molteplicità degli stessi soggetti, i quali operando in autonomia (anche rispetto alla Regione ed alla provincia), possono assicurare la possibilità di generare qualità e sviluppo del proprio territorio attraverso la propria meritoria ed autonoma attività.

    Il silenzio complice delle regioni Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna, come delle province autonome di Trento e Bolzano relativamente a questa riforma delle banche di Credito Cooperativo rappresenta la massima espressione invece di  una visione vetero-centralistica da parte delle istituzioni politiche declinate nelle istituzioni regionali o provinciali. Non risulta possibile infatti realizzare nessun tipo di autonomia completa senza le presenze contemporanee di istituti di credito che nascano dalle singole realtà locali i quali operino espressamente e con caratteristiche specifiche nel territorio di competenza, in questo caso regionale o provinciale, e non sotto il controllo di una S.p.a. nazionale.

    Il silenzio delle regioni invece dimostra come la maggiore autonomia richiesta da anni dalle regioni del nord risulti semplicemente di carattere politico e che si debba manifestare solo attraverso il desiderio da parte degli organi regionali stessi di una nuova propria nuova centralità semplicemente in sostituzione di quella statale che la regione assumerebbe all’interno del territorio di propria competenza, in particolare in ambito amministrativo e fiscale.

    Senza un sistema di istituti specifico del territorio operativo, indipendentemente dalle istituzioni politiche, siano esse statali, regionali o provinciali non fa nessuna differenza grazie alle quote di risparmio dei residenti si passerebbe da un centralismo statale ad un centralismo regionale il quale anche se più vicino al territorio di competenza non garantisce soprattutto politiche di sviluppo adeguate. In altre parole, la regione resterebbe l’unica in grado di produrre risorse da destinarsi alle opere del territorio operando quindi in una posizione di nuova centralità (termine incompatibile con il concetto autonomia) in sostituzione della centralità dello stato attuale. Quando invece il concetto di autonomia non possa prescindere dalla presenza di una molteplicità di soggetti autonomi ed appunto indipendenti per i medesimi fini di sviluppo economico del territorio stesso.

    In questo senso il silenzio delle Regioni interessate da questa nefasta rivoluzione degli istituti di credito cooperativo risulta veramente imbarazzante per gli stessi presidenti delle istituzioni regionali e provinciali i quali dimostrano con il proprio silenzio assenso di ricercare non una maggiore autonomia del proprio territorio ma il semplice desiderio di sostituirsi alla attuale centralità allo Stato. Questa conversione favorita dalla complicità degli organi regionali renderà possibile una rinnovata centralità della Regione a scapito di organi indipendenti ed autonomi come le banche di credito cooperativo hanno assicurato fino ad oggi.

    Mai come oggi il silenzio si rivela simbolo di un passaggio politico ambiguo che non mira all’autonomia estesa dei territori ma semplicemente alle nuova centralità delle istituzioni regionali.

    Una centralità classica degli istituti statali e che avrà le medesimi problematiche quando risulterà essere espressione di quelli regionali.

  • Gli istituti bancari abbandonano i distretti industriali massima espressione contemporanea del Made in Italy

    Il sistema dei distretti industriali rappresenta la formula vincente per l’unione tra capitale industriale ed umano la cui visione è proiettata ai mercati internazionali (market oriented), e quindi premiano la felice sintesi di know how industriale e umano rendendo il prodotto finale espressione della sintesi culturale attuale del nostro Paese. Questi asset industriali complessi ed articolati, per rimanere in linea con le sfide della globalizzazione, ovviamente necessitano del supporto di una pubblica amministrazione efficiente e veloce ma soprattutto di un sistema creditizio che fornisca gli strumenti finanziari necessari a supportare gli investimenti con il fine di mantenere il livello “premium” dei prodotti espressione degli stessi distretti.

    Da una recente ricerca della First Cisl (sindacato dei lavoratori del sistema bancario e finanziario) emerge come dalla esplosione della crisi del 2008 mediamente i distretti industriali paghino una diminuzione degli sportelli bancari operanti nel territorio del 20%, con una parallela diminuzione del credito del 18% a fronte, viceversa, di un aumento dei depositi del 32%.

    In termini generali questi dati dimostrano come il sistema bancario stia sostanzialmente tradendo la propria funzione istituzionale in quanto a fronte di un aumento del depositi non solo non  corrisponda un aumento dei finanziamenti agli operatori del distretto ma addirittura si debba registrare una diminuzione degli affidamenti. Questa politica del sistema bancario è così l’ulteriore conferma della criticità nel suo complesso in quanto, parallelamente alla crescita dei depositi, viene avviata una politica di dismissioni immobiliari che testimonia come la crisi strutturale dell’intero sistema sia molto lontana dalla propria soluzione.

    Tornando ai numeri, espressione di questa politica di abbandono nel distretto dell’occhialeria di Belluno in testa alla classifica per redditività assieme al distretto del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e del prosciutto di Parma, si registrano per il primo una calo del -25% delle filiali bancarie mentre per il secondo del -34% ed il terzo del -16%. Parallelamente si riscontrano diminuzioni dei finanziamenti al sistema industriale distrettuale del -13% in riferimento al distretto di Parma ma che arrivano a picchi del -42% a Longarone (vera culla dell’occhialeria bellunese) del -33%  a Pieve di Cadore (sempre provincia di Belluno distretto dell’occhialeria) fino a -31% nel distretto del prosecco di Valdobbiadene.

    Nei distretti del Tessile Abbigliamento di Prato e Carpi le chiusure di filiali arrivano al -29 % e -20% rispettivamente, mentre per i distretti dell’oro come Vicenza, anche a causa della implosione  della Popolare di Vicenza, si registra un calo di filiali del -25% mentre i prestiti segnano un preoccupante -29%. Risultati, del resto, simili all’altro distretto orafo di Arezzo, colpito dalla crisi di banca Etruria con calo delle filiali del -19% e degli affidamenti del -24%.

    Infine il distretto conciario del vicentino evidenza una calo delle filiali del -26% e dei finanziamenti del -23%.

    Quindi ribadendo la funzione centrale del sistema bancario, espressione di un sistema creditizio da sempre istituzionalmente finalizzato al sostegno del  sistema economico e produttivo, quale futuro si potrà mai avviare se il sistema creditizio abbandona il settore industriale ed in particolare le eccellenze dei distretti dell’occhialeria, del tessile abbigliamento e dell’agroalimentare.

    E’ evidente come il sistema bancario italiano sia ormai scollegato completamente dalla realtà oggettiva di un sistema economico industriale perennemente in competizione nel mercato globale.

    Da sempre il tessuto connettivo dell’impresa nel suo articolato complesso viene rappresentato dal sistema creditizio il quale agevola le operazioni di investimento e sconta crediti a medio e lungo termine. Sembra incredibile come di fronte ad una situazione del genere, che vede i principali istituti bancari italiani impegnati in operazioni di dismissione immobiliare confermative di una crisi di sistema, nessuna attenzione maggiore venga dimostrata da parte delle autorità politiche ed economiche.

    Parallelamente alla valutazione della crisi bancaria si dovrebbe affiancare un sistema normativo  statale che potesse supportare le filiere produttive italiane, le uniche che possano assicurare occupazione e retribuzione di medio ad alto livello. Il mancato supporto del sistema bancario alle eccellenze dei distretti industriali dimostra la necessità di affrontare il tema del sostegno creditizio  alla crescita proprio alla luce dei dati emersi dalla ricerca presentata. Un approccio che risulti  espressione di un’impostazione innovativa esattamente come quando si passò dal sistema bancario pubblico a quello privato, con il fine quindi di delineare il nuovo perimetro operativo di un sistema creditizio ideato e realizzato per le reali esigenze del mondo industriale ed imprenditoriale dei distretti.

    Non esiste futuro industriale ed economico per una nazione senza un adeguato sistema bancario sintonizzato con le reali esigenze, nello specifico dei distretti industriali italiani, massima  espressione contemporanea del Made in Italy.

  • Luigi Pecchioli presenta a Piacenza “La costituzione economica”

    Sarà presentato lunedì 15 ottobre, alle ore 18, nella Sala Panini di Palazzo Galli, sede della Banca di Piacenza (via Mazzini, 14), il libro La costituzione economica di Luigi Pecchioli. L’autore dialogherà con Gianpaolo La Porta. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria ai seguenti contatti: tel. 0523 542137 – e mail relaz.esterne@bancadipiacenza.it. I primi che si prenoteranno riceveranno in omaggio una copia del volume.

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Il senso dello Stato

    Quale differenza passa tra una persona consapevole del ruolo istituzionale che ricopre ed un altrettanto convinto esponente del mondo accademico ma assolutamente irresponsabile in relazione agli effetti delle proprie dichiarazioni? 300 punti di spread che la nostra Borsa di Milano segna a causa proprio, e  non solo, delle polemiche tra l’Unione Europea ed  il governo in carica, ma anche e soprattutto per l’affermazione da parte di un esponente autorevole di questa maggioranza di governo circa l’intenzione di realizzare il Piano B, cioè l’uscita dall’euro rappresentata dallo schema teorico del ministro Savona inneggiato dal prof. Borghi.

    Le idee sono sempre una legittima espressione di intelligenza qualunque esse siano, ma proprio in rapporto alla figura istituzionale che una persona ricopre in un determinato periodo devono essere valutate anche negli effetti che possono causare per la Nazione per la quale si lavora e che ovviamente si rappresenta. Non comprendere questa differenza dimostra ancora una volta come la classe politica degli ultimi vent’anni (esattamente come quella attuale) non risulti in grado neppure di comprendere il valore simbolico e istituzionale che si rappresenta, ignorando gli evidenti effetti delle proprie dichiarazioni.

    La ribalta mediatica che offre una carica pubblica ed istituzionale, anche solo rappresentativa del governo in carica, non può limitarsi solo ed esclusivamente ad  un palcoscenico nel quale esprimere la propria opinione rinforzata dalla carica istituzionale o dall’essere ispiratore della maggioranza di governo. Questo privilegio in entrambi i casi inevitabilmente comporta anche degli obblighi di responsabilità nei confronti di quella nazione che questo palcoscenico ha offerto.

    In un paese normale, dotato di un minimo di sensibilità, le proprie idee invece di venire espresse in un momento di difficoltà come quello attuale, per gli evidenti contrasti con l’Unione Europea, troverebbero un secondo momento per la propria declinazione, una volta superata la crisi contingente. Questo atteggiamento di responsabilità può essere considerato “il senso dello Stato“, in altre parole, manifestazione della capacità ma anche della sensibilità istituzionale di valutare eventuali effetti, anche perversi e non voluti, provocati dalle proprie dichiarazioni e anteporre le priorità del proprio status alla propria idea. Viceversa, l’ennesimo comportamento irresponsabile di questo esponente politico dimostra ancora una volta come il declino culturale nostro Paese sia ormai irreversibile.

  • Ottanta euro e reddito di cittadinanza: la lezione non compresa

    Sembra incredibile come in Italia la storia possa passare inutilmente senza lasciare nessun segno e tanto meno nessuna indicazione a chiunque la volesse leggere e dalla cui comprensione elaborare le strategie future, specialmente in ambito economico. Molti, anzi troppi, ancora oggi sono convinti della totale differenza tra il PD ed il MoVimento 5 Stelle per quanto riguarda i propri programmi economici.

    Tuttavia,  paradossalmente, le differenze nelle “complesse visioni strategiche” risultano assolutamente minime in quanto entrambe si basano su di un impianto ideologico ed antieconomico molto simile, in relazione al passato prossimo, con l’introduzione degli 80 euro e più recentemente con l’avvento del reddito di cittadinanza.

    Destinare ottanta euro oppure un reddito di cittadinanza automaticamente non comporta in nessun modo come conseguenza l’aumento dei consumi che rappresenta l’obiettivo dichiarato tanto dal governo Renzi quanto della compagine governativa attuale. Si può considerare veramente imbarazzante la semplice constatazione di come ancora non si riesca a comprendere che i consumi rappresentino soprattutto una manifestazione di fiducia non tanto in relazione alla disponibilità economica attuale quanto in rapporto alle aspettative positive per quanto riguarda il futuro a medio/lungo termine.

    In altre parole l’aumento dei consumi dimostra una fiducia da parte dei consumatori riguardo le  prospettive di crescita economica nel breve e nel medio ma soprattutto nel lungo termine. Infatti in questo contesto positivo aumenta automaticamente anche l’accesso al credito al consumo il quale dimostra ulteriormente la quasi sicurezza di poter far fronte al nuovo impegno finanziario da parte delle famiglie.

    La recente esperienza dell’introduzione degli ottanta euro voluta dal governo Renzi che non ha mosso di un decimale il livello di consumi dimostra esattamente come una elargizione o, se si preferisce, una nuova disponibilità economica non sia in grado di modificare minimamente il sentiment del consumatore, il quale paradossalmente accresce il proprio deposito in banca (+3,4%) togliendo ulteriore liquidità al consumo.

    In tal senso si ricorda come l’indice dei consumi risulti inferiore dello 0,5% rispetto al tasso di inflazione (1/1,1 % il primo 1,6 il secondo) che di fatto stabilisce una regressione dei consumi stessi.

    In più il reddito di cittadinanza attuale, come gli ottanta euro in precedenza, rafforzano la posizione centrale dello Stato come erogatore di reddito oltre che di servizi declinando verso una forma istituzionale sempre più lontana da quella dello stato federale e quindi da uno stato nel quale ogni singola regione risponda con la propria responsabilità dell’utilizzo delle risorse finanziarie e del loro impiego, in una centralità ed un ruolo dello Stato che si allontana sempre più da una forma di Stato liberale capace di porre le proprie aziende (le uniche vere che creano reddito di occupazione) nelle migliori condizioni per competere in un mercato globale e concorrenziale.

    Questa conferma legata alle politiche sia del PD che dell’attuale governo in carica relativamente al posizionamento dello Stato non tiene poi in alcuna considerazione la conclamata inefficienza nelle erogazioni delle servizi dello Stato come della buona parte delle Regioni. Risulta infatti una contraddizione in termini fornire nuove risorse finanziarie a chi già non risulti in grado di gestire quelle attuali. La similitudine quindi tra l’impostazione politica economica dell’attuale governo come dei precedenti governi Gentiloni e Renzi dimostra che in buona sostanza non sia cambiato nulla nella visione ideologica della centralità dello Stato nell’erogazione di servizi, in questo caso anche di redditi aggiuntivi. Dimostrando ancora una volta come la politica economica e la crisi che attanaglia il nostro Paese non sia che l’aspetto di una peggiore e ben più profonda crisi culturale.

  • Svizzera e Toscana: i modelli di sviluppo Richemont

    La realtà supera spesso ogni  modello di riferimento. Al di là della la specificità del mercato alto di gamma della orologeria svizzera, della quale IWC è sicuramente uno dei massimi esempi, l’essenza del nuovo sito di produzione IWC dovrebbe rappresentare l’esempio della nuova strategia industriale che il gruppo di Schaffhausen sta consolidando.

    All’interno del nuovo centro di produzione infatti verranno realizzati sotto il medesimo tetto tutti  i vari componenti dei prestigiosi orologi, come le casse, ma  anche i movimenti degli orologi IWC.

    Una scelta strategica ed una politica industriale confermata anche dall’investimento che lo stesso gruppo Richemont sta realizzando parallelamente in Toscana. Il gruppo svizzero di proprietà sudafricana infatti ha trasformato quella che era una azienda di pelletteria, “Mont Blanc pelletteria”, nel gruppo “Richemont pelletterie” che produrrà per l’intero gruppo che possiede marchi di altissimo prestigio,  cinture, accessori e borse, quindi con un “valore unitario” certamente inferiore rispetto  all’alta orologeria svizzera. Tuttavia  viene  confermata la filosofia di organizzazione industriale.

    L’investimento di Schaffhausen nel sito di produzione dei famosi orologi IWC, come quelli in Toscana, dimostra la volontà del gruppo svizzero di organizzare la produzione attraverso una centralizzazione e gestione interna in assoluta antitesi rispetto all’outsourching, che ha come obbiettivo strategico la trasformazione di tutti i costi fissi in costi variabili.

    La scelta strategica viceversa viene considerata dal  gruppo svizzero valida sia per prodotti ad alto valore aggiunto, come l’orologeria, che per prodotti di pelle che hanno un valore inferiore, quindi indipendentemente dal ” valore intrinseco” del prodotto,ma semplicemente dal posizionamento nell’alto di gamma per ogni settore merceologico.

    In un mercato globale nel quale non esistono più le canoniche stagioni di vendita come di produzione l’intero arco dell’anno si presenta come una unica  stagione per entrambe le funzioni industriali, sempre  in costante e continua ricerca della sintonia con i mercati  che manifestano  esigenze e peculiarità tra le più diverse, il gruppo svizzero dimostra la propria soluzione strategica a tale richiesta del mercato globale  ed una delle ragioni del proprio  successo e della crescita rispetto alle altre dottrine economiche anacronistiche  per un  mercato globale. In più, l’applicazione della digitalizzazione nell’organizzazione produttiva (la tanto osannata industria 4.0) permette al gruppo svizzero di minimizzare l’impatto dei costi  della gestione ed organizzazione interna della produzione rispetto al vantaggio di un Time to Market assolutamente vincente e minimo rispetto ad un’azienda terziarizzata così da risultare perfettamente in sintonia con le diverse stagionalità di un mercato globale.

    Questa organizzazione strategico-industriale si confronta nel nostro Paese con il  senso generale della ineluttabilità delle vendita dell’ennesimo gruppo italiano, Versace, ad un azionista statunitense. Le ragioni possono risultare molteplici e non escludono una incapacità dell’attuale proprietà  di interpretare le innovazioni e richieste di un mercato sempre più esigente e competitivo.

    Sembra del resto incredibile come ancora una volta si assista ad una incapacità di interpretazione ma soprattutto di comprensione di come il sistema moda risulti  superato, in termini di riferimento, come modello industriale  dall’ agroalimentare e dal sistema del mobile e dell’arredamento.

    Certamente la legittima cessione dell’azienda da parte dalla famiglia nasce anche da un abbandono del mondo del credito che sempre meno sostiene le imprese e tanto meno i loro programmi di sviluppo, specie se Pmi.

    Ora, tornando al gruppo svizzero Richemont, resta da chiedersi come possano esistere, in Svizzera ed  in Italia, realtà economiche assolutamente  contemporanee e vincenti ma al tempo stesso distanti  da quella proposta economico strategica sostenuta dal mondo politico e dal mondo accademico negli ultimi vent’anni.

    Paradossale poi come “i nuovi e vincenti  modelli economici e soprattutto aziendali” non vengano più dalla elaborazione di modelli legati alla sola vitalità delle nostre Pmi (che continuano impavide e sole nel mercato internazionale) ma da aziende estere che hanno saputo rielaborare il nostro modello di “creazione del valore” classico degli anni ottanta ma che nel loro sviluppo risultano arenate anche per incapacità di sintonizzazione  delle proprie evoluzioni con il mercato globale.

    Non cogliere il significato strategico delle scelte del Gruppo Svizzero in Svizzera e in Toscana rappresenterebbe un errore di dimensioni epocali…

  • Meno dollaro e più euro nelle transazioni internazionali

    Lo sapevate che le imprese europee comprano aeroplani europei pagando in dollari anziché in euro? Lo ha detto Juncker, il presidente della Commissione europea, nel recente discorso sullo stato dell’Unione europea di fronte al Parlamento europeo e ce lo ricorda Paolo Raimondi, in un articolo pubblicato il 19 settembre su “Italia Oggi”. In un messaggio molto importante dal punto di vista geopolitico, messaggio che non si può ignorare e che, anzi, deve essere ricordato dopo le elezioni europee del maggio prossimo, Juncker ha detto che “l’euro deve avere un ruolo internazionale” e che “E’ già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa”. Ed ha aggiunto: “E’ assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari all’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale”. Ed ha citato a questo punto l’anomalia del pagamento in dollari di aerei europei da parte di imprese europee. Il dito è stato messo correttamente sulla piaga e bisogna dare atto a Juncker d’averlo fatto con convinzione e con la volontà di modificare la situazione. Tanto la nuova Commissione, quanto il Parlamento europeo che uscirà dalle urne, non potranno più far finta che il problema della prevalenza, molte volte ingiustificata, del dollaro esiste e che va risolto tenendo conto delle nuove realtà venutesi a creare nel mondo, come la presenza dell’euro nel pagamento degli scambi internazionali e dei Brics (Associazione in economia di 5 paesi: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). L’euro potrebbe diventare la leva per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale. Perché ciò possa accadere, l’euro deve essere rafforzato con i necessari miglioramenti del sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea. In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi Brics per cambiare profondamente la governance economica e monetaria del mondo, oggi ancora troppo dominata dal dollaro. Fantasia illuminata, sogni che corrono troppo? Non diremmo. Già ora i Brics operano tra loro con le rispettive monete nazionali, ma il loro peso sarebbe nullo senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro. Le possibilità di modificare il sistema non possono prescindere da questa nuova realtà rappresentata dall’Europa e dalla sua moneta. Tra l’altro, anche l’America ci mette del suo. I conflitti commerciali continui, infatti, combinato con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti e stanno provocando importanti reazioni in tutti i continenti. La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso  dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, si dà da fare per scavalcare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, è convinta che si stia bruscamente passando dagli investimenti stranieri in titoli americani, ai titoli cinesi in Yuan. Nei prossimi cinque anni si prevede il collocamento di titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a scapito dei titoli di stato Usa. Inoltre, tutti i paesi che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. Iran e Iraq hanno già eliminato il dollaro come valuta principale del loro commercio bilaterale. Teheran sta abbandonando la valuta americana per fare i pagamenti internazionali in euro nel settore petrolifero. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. Anche la Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina. La Russia fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia. Anche i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo l’idea di introdurre una moneta unica. Siamo consapevoli che esistono molti ostacoli alla “dedollarizzazione”. L’instabilità dei cambi valutari e la forte svalutazione delle valute in molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro rappresentano ancora un potente freno, ma i comportamenti protezionistici Usa spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung, le ha confermato di recente e persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo contro il dollaro nel mondo è stato avviato e non può più essere fermato. Oggi il 70% di tutte le transazioni del commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le varie monete asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi soltanto in moneta americana. Fino a quando? Non sarà così a lungo. Ecco perché Juncker ha ragione quando auspica un ruolo internazionale per l’euro. Ma questo ruolo non cadrà dall’alto. E’ necessario che l’Europa non stia alla finestra e si decida a muoversi politicamente verso l’obiettivo suggerito dal presidente della Commissione europea.

    Fonte: “Italia Oggi”del 19 settembre 2018

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

  • Premio Battaglia, nuovo bando per gli universitari

    La Banca di Piacenza ha individuato il tema per la nuova edizione del “Premio Francesco Battaglia”: “Salita al Pordenone, un evento promosso dalla Banca locale che non ha goduto di contributi né pubblici né della comunità”.
    Con il tema della nuova edizione del Premio – istituito nel 1986 per onorare la memoria dell’avv. Francesco Battaglia, già tra i fondatori e presidente della Banca per molti anni – la Banca di Piacenza prosegue nel l’attività volta alla valorizzazione di studi svolti localmente basando il focus, questa volta, sulla valorizzazione del contributo artistico e culturale che una realtà locale come la nostra Banca è in grado di offrire al territorio valorizzandone la conoscibilità ad un vasto pubblico.
    Il 6 settembre 2019, trentatreesimo anniversario della morte dell’avv. Battaglia, verrà assegnato il “Premio Francesco Battaglia” (dell’importo di € 3.000), all’autore dell’elaborato che per la profondità e l’acutezza del suo lavoro di ricerca originale, compiuta ai fini della partecipazione al Premio, abbia offerto un valido contributo alla conoscenza della tematica individuata. Potranno partecipare al concorso tutti gli studenti iscritti presso una delle sedi universitarie dell’Emilia Romagna, della Liguria o della Lombardia, presentando uno studio sull’argomento.
    L’elaborato dovrà essere inviato con plico raccomandato ovvero consegnato personalmente all’Ufficio Segreteria della Banca di Piacenza (tel. 0523 542152-251) in Via Mazzini, 20 entro venerdì 31 maggio 2019.
    Il regolamento del Premio prevede che possa anche essere riconosciuto a chi si sarà particolarmente distinto per la qualità dell’elaborato e per l’impegno dimostrato nello studio, un eventuale premio di partecipazione a titolo di rimborso delle spese che si saranno rese necessarie per reperire documentazione e svolgere ricerche sull’argomento.
    Il bando del concorso è a disposizione degli interessati sul sito internet della Banca www.bancadipiacenza.it

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