Economia

  • Italia al top nella corruzione. In base però a indici internazionali farlocchi, basati sulla ripetizione di luoghi comuni

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi del 5 dicembre 2019.

    Nel 2021 il G20 sarà presieduto dall’Italia. La fase di preparazione dei lavori, però, inizierà già da questo mese. Tra i vari dossier economico-finanziari, il nostro paese sembra intenda preparare con grande attenzione anche quelli concernenti la lotta alla corruzione. Non si può negare che la corruzione a casa nostra sia un problema profondo e diffuso in diverse fasce della società. Molto spesso, però, l’Italia è stata pesantemente e ingiustamente penalizzata da giudizi poco affidabili. Di conseguenza, spesso è finita in fondo alle graduatorie stilate sull’attendibilità dei paesi.

    Per esempio, il Corruption perception index (Cpi), l’indice di percezione della corruzione più noto e diffuso, che copre circa 180 paesi ed è preparato da Transparency International, nel 2018 pone l’Italia ancora al 53mo posto, assieme a Grenada e Oman.

    Al primo posto c’è la Danimarca, che sarebbe il paese meno corrotto al mondo. Detti indici fondamentalmente derivano da rilevazioni di percezione e si basano su interviste fatte a un numero selezionato di soggetti. Ciò viene giustificato dal fatto che il delitto di corruzione, di solito, non è palese ed è difficile da individuare. La percezione, però, oltre a essere molto soggettiva, può essere determinata da varie situazioni istituzionali e processuali, spesso totalmente differenti da paese a paese.

    Il sistema di contrasto alla corruzione in Italia, almeno teoricamente, è molto forte. Si fonda su alcune peculiarità: l’autonomia del pubblico ministero, l’indipendenza della magistratura, l’obbligatorietà dell’azione penale, un buon funzionamento delle attività d’indagine e l’assoluta libertà di stampa anche per la pubblicazione di notizie di reato fin dall’inizio delle indagini.

    Fatte salve le prerogative del presidente della repubblica, tutti i funzionari pubblici, fino alle più alte cariche dello Stato, possono essere sottoposti a investigazione anticorruzione. In altri paesi è previsto il cosiddetto «interesse nazionale» nel perseguire, ad esempio, una public company in casi di corruzione internazionale. Da noi, invece, no.

    Nel nostro sistema giuridico anche la semplice informazione di garanzia e l’iscrizione nel registro degli indagati, qualora oggetto di conoscenza legittima, possono essere pubblicate in tempo reale sui media.

    Tutto ciò conferma l’esistenza di una relazione direttamente proporzionale tra regole forti, lotta alla corruzione e percezione della stessa. Si potrebbe avere un grande paradosso per cui «più si combatte la corruzione e più la si rendi percepibile».

    Singolare, comunque, è il fatto che l’Italia, pur occupando un posto basso nei suddetti indici, venga sempre più chiamata ad assistere gli altri paesi che ne intendono copiare il sistema di lotta alla corruzione. È ovvio, quindi, che i metodi usati nella rilevazione della percezione debbano essere rivisti.

    In verità, suscitano perplessità le stesse definizioni di corruzione. Concepita inizialmente nel Cpi soltanto come bribery, la corruzione con o senza tangente, si è allargata alla frode internazionale, al riciclaggio e alla mala amministrazione. Naturalmente, paese che vai e percezione e interpretazione del concetto di corruzione che trovi. Infatti, oltre alla corruzione classica, vi sono altre forme tra cui la frode, l’appropriazione indebita, l’estorsione ecc.

    Anche le stesse domande poste nelle interviste possono essere intese in modi differenti. A ciò occorre aggiungere che tali indici pongono l’accento su alcuni concetti del liberismo economico, relativi agli scambi, al mercato, alla concorrenza, sottovalutando altri aspetti come l’eguaglianza e la giustizia sociale ed economica.

    Gli effetti negativi della corruzione sull’economia e sul sistema paese sono, purtroppo, tanti: distrazione di risorse, interpretazioni errate delle normative, riduzione dei livelli degli investimenti, dell’efficienza, della competitività e della produttività. I riverberi negativi incidono non poco sulla crescita e sul gettito fiscale.

    La collocazione nei posti bassi degli indici per una valutazione poco attendibile delle percezioni non è affatto indolore. Si indeboliscono l’immagine e la reputazione del paese e ciò, inevitabilmente, determina interessi più alti e meno investimenti internazionali. Si tenga inoltre presente che gli enti che stilano gli indici di corruzione sono di solito privati, a cominciare da Transparency International.

    Ciò non è un male in sé ma non può nemmeno essere considerato come l’emblema dell’indipendenza e dell’obiettività. Si ricordi, infatti, che, anche se in campi diversi, operano le tre note agenzie private americane di rating, quelle che sono state accusate di aver avuto un ruolo centrale nello scatenamento della Grande Crisi. Anche loro distribuiscono pagelle sullo stato delle economie, spesso con conseguenze devastanti. L’Italia ne sa qualcosa.

    Ecco perché ci sembra giusto e doveroso che l’Italia, ponga con forza all’attenzione del G20 e del suo Anti-Corruption working group la necessità di ridefinire i metodi usati nella formulazione degli indici suddetti, affiancando al criterio della percezione altri elementi più oggettivi e meglio misurabili. Senza dimenticare, ovviamente, di tenere conto delle strategie e degli strumenti adottati per la prevenzione, il contrasto e la repressione della corruzione. Nell’affrontare il delicato problema della corruzione, sarebbe opportuno coordinarsi con i paesi Brics, che nel loro ultimo summit di Brasilia su questo tema hanno deciso di impegnarsi anche per il recupero di fondi e attività trasferite all’estero.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Nutella e pecore

    Esiste un limite all’ignoranza. L’onorevole Salvini ed i suoi consulenti economici affermano di non mangiare più la Nutella né di volerla tutelare perché utilizza anche delle nocciole turche. La Ferrero ha recentemente acquisito in Toscana una coltivazione di nocciole la quale viene integrata ovviamente con nocciole provenienti dall’estero, come la Turchia. Questo non per volontà speculativa ma semplicemente per il grandissimo successo mondiale della Nutella per la quale viene richiesta una quantità che il territorio italiano non riesce a soddisfare.

    Per lo stesso motivo nel distretto tessile del cashmere di Biella non troverete neppure una pecora al pascolo nelle campagne biellesi. Questo però non impedisce al distretto industriale piemontese di rappresentare il polo mondiale dei tessuti alto di gamma.

    Sembra incredibile come ancora oggi non si conosca e si arrivi addirittura a negare il valore del nostro sistema industriale specificatamente “di trasformazione”, identificando, viceversa, l’italianità, e di conseguenza una giustificata tutela, non come espressione di know how culturale, industriale e professionale e in quanto tali assolutamente meritevoli di ottenere un riconoscimento normativo.

    Nella ottusa visione strategica economica dell’onorevole Salvini, e del gruppo dei suoi consulenti economici, invece la motivazione di una tutela deriva e si identifica nella semplice provenienza delle materie prime.

    Esiste un limite all’ignoranza e mi sembra che in questo caso sia stato ampiamente superato.

  • Ripensare l’economia: a Piacenza se ne parla con Stefano Zamagna

    Sabato 14 dicembre, alle ore 16, nella Basilica di Santa Maria di Campagna in Piazzale delle Crociate a Piacenza, il Presidente della Pontificia Accademia scienze sociali Stefano Zamagna interverrà all’incontro dal titolo Ripensiamo l’economia con il progetto Assisi 2020. L’accesso sarà riservato solo a chi avrà segnato la sua presenza inviando una mail a relaz.esterne@bancadipiacenza.it o avrà telefonato al numero 0523 542356.

  • Il Giappone lancia un pacchetto di incentivi fiscali a supporto della crescita debole del Paese

    Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha annunciato un pacchetto fiscale di 13 trilioni di yen (162,7 miliardi di dollari), per dare impulso alla debole crescita del Paese. Gli esperti avvertono che l’economia del Giappone potrebbe rallentare dopo le Olimpiadi di Tokyo del 2020, anche se quest’anno i dati parlano di una sua espansione. Le esportazioni giapponesi sono altalenanti anche a causa dell’impatto della Brexit e delle tensioni in Medio Oriente.

    Abe ha parlato di “un solido pacchetto politico” che si basa su tre pilastri per garantire la ricostruzione e la sicurezza delle catastrofi, fornendo un intenso sostegno per superare i rischi economici al ribasso e permettere il perdurare della vitalità economica dopo le Olimpiadi di Tokyo. Il pacchetto ammonta a 26 trilioni di yen (239 miliardi di dollari) in cui sono inclusi prestiti governativi, garanzie di credito e spese del settore privato.

    Il progetto così concepito proteggerà dai rischi economici al ribasso, preparerà il Paese ad una crescita a lungo termine dopo le Olimpiadi e migliorerà la sua capacità di resistenza a condizioni meteorologiche estreme. Previste nel pacchetto anche migliori condizioni di lavoro, il supporto alle piccole imprese e la promozione dello sviluppo di tecnologie avanzate con maggiori servizi di formazione per le competenze.

  • Google founders Page, Brin step back from top roles

    Co-founders of the internet giant Google, Larry Page and Sergey Brin, have stepped down from their executive positions at Alphabet Inc., Google’s parent company, that does ambitious research projects, including artificial intelligence and driverless vehicles.

    Page, chief executive and Brin, president of Alphabet, said on 3 December they would hand control to Sundar Pichai, Google’s existing CEO. He will lead Alphabet as well, and will have to tackle global regulatory threats as well as employee discontent.

    “With Alphabet now well-established, and Google and the Other Bets operating effectively as independent companies, it’s the natural time to simplify our management structure”, Page and Brin wrote in a blog post. “We’ve never been ones to hold on to management roles when we think there’s a better way to run the company. And Alphabet and Google no longer need two CEOs and a President”.

    Page and Brin, both 46, met in 1995 when they were Stanford students, and founded Google in 1998. Google’s services, ranging from online search, digital advertising and video, to email, cloud computing systems, phones and smart speaker hardware, make it one of the world’s most profitable companies today. Pichai has contributed to making such technology available globally.

    The duo have rarely made public appearances, which hardly makes their announcement a surprise. They will, however, remain on Alphabet’s board and will control more than 51% of shares. As of April, Page held 26.1% of Alphabet’s total voting power, Brin 25.25% and Pichai less than 1%.

    The move comes as at a turbulent period for Google, who showed lower profit compared to the previous year, after facing series of controversies. Governments on five continents demand better safeguards, less anti-competitive conduct and more taxes from Google. Thousands of employees have protested, and some have even resigned.

    “This process of continuous evolution – which the founders often refer to as ‘uncomfortably exciting’ – is part of who we are.”, Pichai said in an email to Google employees.

    Both in Europe and in the US, antitrust investigations into Google have been focusing on its advertising and search businesses. Google’s subsidiary, Youtube, has also faced series of complaints, related to child exploitation and radicalization content.

    The European Union has opened preliminary investigations into Google and Facebook’s data practices:

    “These investigations concern the way data is gathered, processed, used and monetized, including for advertising purposes”, said a spokesperson for the EU Commission.

    “I want to be clear that this transition won’t affect the Alphabet structure or the work we do day to day”, Pichai said. “I will continue to be very focused on Google and the deep work we’re doing to push the boundaries of computing and build a more helpful Google for everyone”.

    Page’s voice has been impaired because of a chronic condition, but Alphabed confirmed his health did not influence the decision to step back.

    Page and Brin are also involved in other activities. Page is attempting to develop flying cars, while Brin expressed his interest in cryptocurrency.

    “We are deeply humbled to have seen a small research project develop into a source of knowledge and empowerment for billions – a bet we made as two Stanford students that led to a multitude of other technology bets. We could not have imagined, back in 1998 when we moved our servers from a dorm room to a garage, the journey that would follow”, the duo concludes in their blog post.

     

  • Gli appalti si complicano, parola d’ordine semplificare

    L’Italia muore di burocrazia, questo il risultato che trova conferma anche nella ricerca della CGIA pubblicata a gennaio 2019, su dati della Commissione europea riferiti al 2017.

    Peggio di noi, in Europa, solo la Grecia e questo, visti i trascorsi , dovrebbe allarmare più che mai.

    Il coordinatore dell’Ufficio Studi Paolo Zabeo, in un’intervista pubblicata da ADNKRONOS il 12 gennaio 2019, segnalava come “il livello medio complessivo sia preoccupante. L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, che ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che, purtroppo, non vogliono più investire in Italia anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”.

    Le aziende e i professionisti che le assistono devono confrontarsi quotidianamente con adempimenti vari, comunicazione di dati, procedure in deroga e chi più ne ha più ne metta. Reverse charge, split payment sono ormai termini di uso comune, non solo per gli addetti ai lavori, che identificano situazioni in cui gli adempimenti sono traslati a carico di soggetti cui, in realtà non competerebbero. Questo sacrificio viene richiesto, ancora una volta, per arginare frodi in ambito iva o, comunque, cercare di ridurre il “vat gap” che ci vede primeggiare in Europa.

    Analoghi modus operandi sono stati adottati, già in passato, nel campo delle ritenute fiscali e previdenziali per limitare il fenomeno dei mancati versamenti.

    Ricordo che la ratio di effettuare le ritenute (previdenziali o fiscali) e rimettere il relativo versamento in capo al committente si basa sull’assunto del contrasto di interessi per cui, sottraendo l’adempimento alla “discrezionalità” del soggetto inciso si avrebbe maggior certezza che lo stesso venga effettuato correttamente.

    Apparentemente nemmeno questo meccanismo è ormai sufficiente in Italia per cui siamo costretti ad andare ancora a monte. Tant’è che il Dl 124/2019, all’art. 4, trasferisce in capo al committente (purché sostitutivo di imposta e residente in Italia), l’obbligo di versare le ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilati operate dall’impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice.

    E’ chiaro che il traslare questo tipo di adempimenti comporta un maggior aggravio burocratico in un sistema che invece dovrebbe essere notevolmente semplificato per riacquistare appeal e efficienza. L’adempimento è, tra l’altro, oltremodo macchinoso comportando che l’impresa appaltatrice fornisca al committente l’elenco nominativo dei soggetti con le relative ritenute operate, dimenticando che un medesimo lavoratore potrebbe aver lavorato presso più committenti con difficoltà quindi di ripartire e riattribuire l’onere sugli stessi.

    La novella prevede ancora che l’appaltatrice fornisca al committente la provvista in denari per effettuare il versamento, privando pertanto il contribuente di effettuare il versamento in compensazione con eventuali crediti tributari dallo stesso vantati.

    Unico modo, ad oggi, per sottrarsi all’inversione del soggetto incaricato ad effettuare il versamento delle ritenute è quello di operare con società appaltatrici che siano in esercizio da almeno cinque anni ovvero abbia eseguito nei due anni precedenti versamenti complessivi registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro nonché non abbiano pendenze con l’amministrazione finanziaria per importi superiori a cinquantamila euro.

    Emerge chiaramente come una simile condizione falsi la concorrenza penalizzando aziende di recente costituzione che, non solo verranno discriminate dai committenti che preferiranno evitare tutta la complessità burocratica descritta, ma anche laddove riuscissero a lavorare, non potranno usufruire legittimamente della compensazione di eventuali crediti vantati.

    Le intenzioni di fondo del legislatore saranno pur legittime e condivisibili, ma forse andrebbero perseguite con modalità differenti, senza aggravi burocratici e senza discriminazioni.

    Mi interrogo, infine, sulla tenuta del sistema e sui suoi fondamentali posto che servono continue deroghe. Deroghe che spesso e volentieri complicano la vita dei cittadini, ingenerano incertezza e accrescono il rischio di essere sanzionati. Tutto questo in un apparato che è già di per sé farraginoso e complicato e, come anticipato in premessa, andrebbe semplificato e non burocratizzato.

  • Mes e bail-in, quando la confusione regna sovrana

    Valanghe di dichiarazioni stanno ricoprendo da troppe settimane le cronache relativamente alla valutazione dell’impatto del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) provenienti dal settore politico, parlamentare e governativo. Mai come in questo caso la confusione regna sovrana creando a sua volta disorientamento.

    Sostanzialmente, rispetto al precedente Fondo salva-Stati le variazioni sono due nell’immediato. Partendo dal presupposto per cui anche l’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, è comunque soggetto alla legge statunitense non si riesce a capire, invece, per quale motivo chi opera all’interno del Mes come funzionario designato dall’Unione Europea debba godere di una assoluta immunità. L’istituto dell’immunità, va ricordato, viene riconosciuto dalla nostra Costituzione come espressione di garanzia al fine di assicurare l’assoluta libertà politica. Vederlo adesso esteso a dei “semplici” funzionari europei nell’esercizio delle proprie funzioni risulta sicuramente non comprensibile.

    In secondo luogo il Mes, ed arriviamo all’altro elemento di criticità, esprime il proprio giudizio unitamente alla Commissione europea (ed in questo caso risulta vincolante) relativamente alla sostenibilità del debito sovrano di un paese in difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie e che avesse quindi richiesto l’intervento del Mes (questo Istituto infatti è la fotocopia europea del FMI). Una valutazione che deve trovare sempre l’unanimità dei componenti, ma nel caso di una possibile criticità, questa maggioranza assoluta viene abbassata all’85 % degli aventi diritto in quanto il paese oggetto dell’analisi perde il diritto di voto. In questo contesto di straordinarietà relativamente alla maggioranza e considerando che la Germania detiene il 27% di voti risulta evidente come il Mes difficilmente potrà adottare una posizione ma sopratutto una iniziativa contraria all’interesse del gigante tedesco. Per fortuna l’introduzione o la variazione del fondo Salva Stati nel Mes non comporta come naturale conseguente l’utilizzo del bail-in, come in modo alquanto azzardato qualcuno afferma.

    Molto più critica potrebbe essere invece l’adozione di una garanzia europea, come anticipato e richiesto dalla Germania, la quale vedrebbe come fattore caratterizzante la necessità per gli Istituti bancari in possesso di titoli di Stato di una ulteriore garanzia patrimoniale. In questo caso, avendo il sistema bancario italiano investito da molti anni il surplus di liquidità (legato sia al quantitative easing che alla crescita dei depositi) in titoli del debito pubblico e non in finanziamenti alle PMI, le criticità per gli stessi istituti verrebbero sicuramente accresciute (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/). Rilevando tra l’altro come gli stessi titoli del debito sovrano vengano,  in un contesto di valutazione europea, indicati come  titoli a rischio.

    Viceversa se veramente per i politici che sostengono la inevitabilità di questa proprietà transitiva con l’introduzione del Mes fosse molto più opportuno preoccuparsi delle oltre 10 piccole banche, sei delle quali presentano un Cet 4,5 (indice relativo alla sostenibilità patrimoniale dell’Istituto di credito la cui sufficienza viene indicata con il livello 8), per il loro necessario salvataggio si potrebbe utilizzare il bail in. In questo caso mettendo a serio rischio veramente e soprattutto drammaticamente i risparmi depositati presso questi istituti di credito.

    L’introduzione del  bail-in, giova ricordarlo, venne approvata dall’intera componente parlamentare italiana europea completamente all’oscuro, per manifesta propria ignoranza,  del significato ma soprattutto delle conseguenze che questo comportava per quanto riguarda i risparmi italiani. In questo sicuramente in ottima compagnia con il Presidente dell’Associazione bancaria italiana il quale, a distanza di un anno, si accorse di quanto il bail-in potesse essere disastroso per la tenuta e soprattutto per la sicurezza dei risparmi italiani presso questi istituti di credito.

    Quindi il dibattito e la forte contrapposizione tra i sostenitori del Mes ed i suoi strenui oppositori certifica ancora una volta, anche in campo economico, il risibile livello culturale raggiunto dalla nostra classe politica e dirigente, quando poi risulterà sufficiente non ratificare questo accordo come richiesto da tutti i parlamenti dell’Unione Europea per lasciare invariata la normativa precedente.

  • Imposizione fiscale sulla plastica, ovvero l’inutile “ravvedimento”

    Il governo Conte 1 nel 2018 aveva aumentato l’imposizione fiscale (contributo Conai) sulla produzione della plastica da 187cent/kg a 208/kg: 208 euro a tonnellata. Non soddisfatto, sempre il governo in carica Conte 2 continua nel delirio pseudo-ecologista aumentando ulteriormente il carico fiscale complessivo passando da 208 centesimi a 0.5€/kg con un aumento del +240% (la proposta fu inutilmente di 1€/kg +500%), cioè 500 euro a tonnellata. Nonostante questa parziale inversione gli effetti combinati risulteranno devastanti per il settore produttivo italiano in quanto questa tassazione non colpisce i prodotti importati dall’estero perché non è una tassa sul consumo.

    Sembra incredibile come si riesca con scientifica stupidità a demolire uno dei settori principali dell’economia italiana come quello della produzione di plastica manifestando una presunzione ideologica come espressione di una corrente di pensiero ambientalista.

    In altre parole, tornando alla realtà dei fatti e partendo dal presupposto che una tassa non modifica ne può intaccare l’utilizzo di un bene strumentale come la plastica i concorrenti esteri che producono plastica hanno ricevuto da questo governo una “svalutazione competitiva” del 240% a parità di costi sostenuti.

    La follia ideologica come manifestazione infantile di un ambientalismo privo di competenza si rivela disastrosa per la tenuta del settore industriale italiano della plastica che rappresenta il 40% della produzione europea. Ed hanno pure il coraggio di definire questa parziale correzione come un ravvedimento.

  • Tiffany passa a Lvmh per 14,7 miliardi di euro

    Dopo settimane di trattative, Lvmh, colosso francese del lusso, ha raggiunto l’accordo per l’acquisto Tiffany & Co., la storica catena di gioielleria americana. La transazione, riferisce una nota del colosso francese guidato da Bernard Arnault, vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro, ossia 16,2 miliardi di dollari: l’acquirente Lvmh pagherà un prezzo di 135 dollari per ogni azione di Tiffany.

    Il corteggiamento a Tiffany è andato avanti per un mese. L’offerta iniziale presentata a fine ottobre dal colosso del lusso francese era di 120 dollari per azione, per una transazione valutata circa 14,5 miliardi di dollari. Ma per aggiudicarsi l’iconica gioielleria Arnault ha dovuto alzare il tiro. L’acquisto di Tiffany, si legge nella nota, rafforzerà la posizione di Lvmh nell’alta gioielleria e accrescerà la sua presenza negli Stati Uniti. Con l’acquisto della catena di gioiellerie resa immortale dalla pellicola ‘Colazione da Tiffany’ – con Audrey Hepburn nei panni della naive Holly Golightly in tubino Givenchy – il colosso francese del lusso va ad arricchire il suo portafoglio di brand tra i quali annovera ben 75 maison.

    «Siamo felici di accogliere Tiffany nella famiglia Lvmh – afferma il presidente di Lvmh, Bernard Arnault – . E’ un’azienda che vanta un’heritage e un posizionamento unici al mondo nel settore dell’alta gioielleria. Tiffany ci ispira un immenso rispetto e una grande ammirazione. Abbiamo l’ambizione di far brillare questo marchio emblematico con tutta la determinazione e la cura che abbiamo saputo mettere in campo per tutte le altre maison che si sono unite a noi nel tempo. Siamo fieri che Tiffany si unirà alle griffe del gruppo».

    Spiega Alessandro Bogliolo, amministratore delegato di Tiffany: «Tiffany si è concentrata sulla realizzazione delle sue priorità strategiche per garantire una crescita sostenibile. Questa operazione, che arriva in un momento in cui il nostro marchio è impegnato in un importante processo di trasformazione, fornirà supporto, risorse e slancio aggiuntivi per raggiungere questi obiettivi. A Parigi miriamo a diventare la maison dell’haute joaillerie della nuova generazione. Nel gruppo Lvmh, Tiffany raggiungerà nuovi traguardi facendo affidamento sulla sua esperienza, competenza senza pari e sui suoi valori molto forti».

    Soddisfatto dell’accordo raggiunto anche il presidente del cda di Tiffany, Roger N. Farah: «A seguito di un esame strategico che comprende una revisione interna approfondita e una consulenza di esperti esterni – sottolinea Roger N. Farah – il consiglio di amministrazione di Tiffany ha concluso che questa transazione con Lvhm apre prospettive molto promettenti. Si tratta di un gruppo che apprezza i punti di forza di Tiffany e saprà investire nei suoi team e nelle sue attività uniche, offrendo al contempo un prezzo interessante e un certo valore ai suoi azionisti».

    Fondata nel 1837 da Charles Lewis Tiffany, la gioielleria americana ha aperto il suo primo negozio nel centro di Manhattan. Con i suoi 300 punti vendita nel mondo, oggi Tiffany è tra i maggiori gioiellieri al mondo.

  • Meccanismo Europeo di Stabilità e sovranismo

    Riceviamo dall’On Nicola Bono un articolo che pubblichiamo con piacere

    Se il Meccanismo Europeo di Stabilità si chiama “salva stati” vuol dire che uno Stato si è messo in pericolo di dissesto con le sue politiche e quindi ha bisogno di essere aiutato con congrui aiuti finanziari, che naturalmente presuppongono un adeguato sistema di monitoraggio e controllo.

    La polemica sul nuovo trattato del MES è quindi strumentale ed esagerata, essendo le regole modificate solo per due aspetti e cioè per l’attribuzione a carico dello stesso MES della valutazione di salvataggio e per l’introduzione della misura di ristrutturazione del debito, con conseguente perdita di valore dei titoli pubblici del Paese richiedente l’intervento, detenuti da privati.

    Di fatto non cambiano le regole fondamentali del precedente trattato, perché l’accettazione di ogni singola ipotesi di salvataggio dipenderà dalla volontà politica degli stati membri creditori.

    Semmai c’è da preoccuparsi del possibile venir meno del diritto di veto per l’Italia, triste conseguenza non delle modifiche al trattato, ma delle politiche fallimentari dei nostri governi che hanno portato ad una progressiva riduzione del PIL italiano rispetto a quello dell’UE, con il rischio di scendere al di sotto della percentuale minima del 15% e vanificare ulteriormente le capacità di incidenza del nostro Paese.

    Ma allora qual è la motivazione di questa riforma? Perché gridare allo scandalo, aprire una polemica così graffiante e soprattutto accusare la Germania e l’UE dell’ennesimo attentato alla nostra sovranità, quando in realtà sono le nostre politiche che minano le economie altrui e mettono l’Euro a rischio di svalutazione?

    I nostri leader sovranisti che oggi protestano con veemenza, non ricordano i tempi del governo Giallo-Verde quando facevano i bulli e mostravano i muscoli e i denti con dichiarazioni di grande impatto emotivo contro le “regole dell’UE”, vantandosi di volere sfondare di proposito tutti i parametri di contenimento previsti dai trattati e, in particolare, quelli del debito pubblico, salvo poi quando stretti all’angolo sul tema di rischiare l’uscita dall’UE e dall’Euro, non disdegnavano di rilevare che “l’Italia è troppo grande per fallire”?

    Non gli è passata neanche per un attimo l’idea che questa riforma sia il frutto avvelenato di una politica velleitaria e provocatoria che, a fronte di un Paese che continua a fare lievitare il debito pubblico solo per finanziare le ripetute campagne elettorali, e approva leggi finanziarie senza uno straccio di prospettiva di sviluppo e di crescita occupazionale, le modifiche apportate al MES fossero il minimo sindacale per tutelarsi? O, al contrario, è proprio questo il vero motivo della polemica?

    Ecco perché il sovranismo non è la soluzione al problema, ma solo un’illusione avendo la pretesa di continuare ad alimentare una società di Peter Pan e spacciare politiche di accattonaggio dei consensi da comprare con l’incontenibile aumento del debito pubblico, presentate come pulsioni nobili ed alte di presunta difesa dei diritti di autogoverno degli italiani. Ma autogoverno per quali fini?

    Forse quello del diritto ad aumentare a dismisura l’indebitamento pubblico per distribuire mance e perpetuare quella che è stata brillantemente definita da Luca Ricolfi la “Società Signorile di Massa”?

    Come è possibile non capire che il punto non è essere liberi di fare debiti, ma come invertire un declino di deficit produttivo e incapacità competitiva che ci sta portando alla rovina?

    Cosa fare? Quello che avremmo dovuto fare da prima, a prescindere dai richiami UE, e cioè chiudere questa scellerata stagione del “Pensiero Unico della Spesa” che è l’unico principio ispiratore di tutti i partiti e seguire l’esempio di tutti gli altri Paesi Europei che non a caso hanno da decenni i PIL in crescita con valori più che doppi rispetto a noi, e lavorare per la libertà e l’indipendenza dei popoli europei, costruendo garanzie di difesa dei diritti di tutti attraverso l’istituzione della piena cittadinanza Europea e comune appartenenza ad una entità federale che unisca l’Europa, superando questa specie di circolo culturale che è l’Unione Europea, prima che i singoli stati siano del tutto fagocitati dai tre imperi di USA, Russia e Cina.

    *già Sottosegretario per i BB. e le AA. Culturali

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