Economia

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • L’Italia reclama investimenti. Bisognerebbe quindi far ripartire subito i cantieri

    Pubblichiamo di seguito l’articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi del 13 febbraio 2019

    Recessione tecnica, recessione economica, crisi economica. Troppe definizioni e poche decisioni, quando, invece, in Italia necessiterebbe un programma concreto di rilancio dell’economia, fatto d’investimenti, di lavori pubblici, d’incentivi per la modernizzazione e l’occupazione. In situazioni di emergenza, sarebbe necessario un accordo bipartisan per lo sviluppo, come ha saputo fare, anche con molte difficoltà, la Germania. In casa nostra, purtroppo, ieri come oggi, si preferisce «gufare», «tifare» per il fallimento dell’altro, facendo perdere tutti, soprattutto il paese.

    L’ultima cosa di cui si ha bisogno sono le pagelle delle agenzie private di rating e del poco affidabile Fondo Monetario Internazionale. Gli analisti e la stampa internazionale, come al solito, puntano il dito sul nostro alto debito pubblico e sui ritardi delle cosiddette riforme strutturali dell’economia italiana. Temono che una successiva contrazione economica possa avere delle conseguenze sull’intero sistema. Secondo noi, una delle debolezze più preoccupanti, da correggere con urgenza, è la bassa produttività dell’economia italiana.

    Dal 2000 il nostro sistema non ha registrato alcun aumento della produttività! Si ha tale aumento quando, attraverso nuove tecnologie e innovazioni, si produce di più con la stessa mano d’opera. La crescita della produttività è il motore della competitività di ogni sistema. Occorre dire, in verità, che le nostre imprese sono state comunque capaci di mantenere un elevato grado di competitività, sfruttando l’innata creatività scientifica e imprenditoriale e mantenendo, nonostante tutto, la bilancia commerciale positiva, sostenuta da un export che dal 2009 è cresciuto del 25%. Nel medio periodo, però, la scarsità dell’innovazione e della modernizzazione non regge il confronto con gli altri paesi che investono, e molto, nelle nuove tecnologie.

    La mancata crescita della produttività non è, comunque, imputabile solo all’alto indebitamento pubblico. Il Giappone, per esempio, ha un gigantesco rapporto debito/pil del 237% ma è il primo paese al mondo, prima degli Usa e della Germania, per la crescita della produttività. Non si può, quindi, imputare l’entrata in «recessione tecnica» soltanto all’effetto di fattori esterni, quali la contrazione economica cinese e tedesca. Nemmeno a certi retaggi del passato, come i disastri della grande crisi finanziaria ed economica del 2008. Ciò detto, ovviamente la nostra economia soffre più degli altri quando le citate locomotive frenano.

    Nel 2017 l’export di soli beni, senza i servizi, dell’Italia verso gli altri paesi europei è stato di 250 miliardi di euro, pari al 55% di tutte le nostre esportazioni. La Germania ha, invece, esportato in Europa beni per 750 miliardi: detiene il 22,4% di tutto il commercio infra Ue, mentre la quota italiana è appena del 7,4%. L’Italia mantiene la quinta posizione, dietro anche all’Olanda, alla Francia e al Belgio.

    Il più grande surplus nel commercio interno all’Ue (export meno import) è detenuto dall’Olanda con ben 200 miliardi di euro. Mentre l’Italia nel 2017 ha avuto un surplus di oltre 8 miliardi, la Francia e la Gran Bretagna, invece, hanno registrato un deficit nel commercio di beni con gli altri paesi europei rispettivamente di 107 e 110 miliardi di euro. Sono dati, questi ultimi, per certi versi sorprendenti.

    L’Eurostat prevede una momentanea contrazione dell’economia europea. Senz’altro la causa principale è legata all’altalenante guerra dei dazi che Donald Trump ha lanciato contro la Cina e l’Ue. La Germania, in particolare, soffre degli scandali, originati negli Usa, contro le emissioni di gas e dei dazi americani sull’import di auto tedesche. Negli anni passati, l’Europa, in primis la Germania, ha beneficiato della politica cinese di modernizzazione. La Cina è il più grande mercato di macchinari tedeschi di vario tipo. La flessione della crescita cinese in corso va, quindi, a impattare l’export tedesco e comunitario.

    Non possiamo, quindi, negare i rischi di crescenti difficoltà per la nostra economia. Anche perché si deve tener presente che l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha ancora recuperato la perdita di pil provocata dalla grande crisi globale del 2008. È ancora di circa il 4% sotto il livello pre crisi. Anche gli investimenti, pubblici e privati, sono sotto del 19,2%. In dieci anni, poi, gli investimenti pubblici sono scesi dal 3% all’1,9% del pil. I consumi delle famiglie e il loro reddito disponibile sono inferiori rispettivamente dell’1,9% e dell’8,8% rispetto a dieci anni fa.

    L’ingresso dell’Italia in una fase di recessione ha già fatto sentire il suo segno negativo anche sulla borsa, in particolare sui titoli bancari. Si teme che la decrescita possa generare nel sistema bancario nuovi crediti deteriorati e rallentare lo smaltimento dello stock in sofferenza. A fine 2017 i suddetti crediti deteriorati ammontavano ancora a 264 miliardi di euro, pari al 17,6% del totale. E ciò avviene mentre la Bce sta riducendo il quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli di Stato, che finora ha aiutato a sostenere i debiti pubblici sul mercato.

    Con la recessione il governo, a corto di munizioni, potrebbe essere tentato di aumentare il debito, sempre più caro e meno gestibile, o di aumentare la pressione fiscale. Occorre evitare di rincorrere la spirale negativa e, invece, è importante mettere in campo azioni anticicliche di sostegno agli investimenti, all’innovazione e al lavoro. Bisognerebbe far ripartire, senza perdere ulteriore tempo, tutti i cantieri e gli investimenti, anche privati, già decisi e finanziati. Sostenere i consumi è importante ma non sufficiente a rimettere in moto un’economia in recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • In Lombardia frena la crescita

    I dati del quarto trimestre non sono del tutto negativi, ma è lo sguardo in prospettiva a preoccupare. Il 2019 si profila come un anno difficile per imprese lombarde, in salita per produzione, domanda interna e commesse internazionali.

    I dati raccolti nel monitoraggio trimestrale di Unioncamere Lombardia vanno tutti in questa direzione, segnalando una regione che viaggia ancora ad una velocità superiore rispetto alla media nazionale ma che inevitabilmente, trimestre dopo trimestre, perde slancio.

    Nella media annua la produzione cresce del 3% (+0,8% rispetto alla media italiana), un dato in calo rispetto al +3,7% dell’anno precedente. Il rallentamento è visibile anche negli ordini interni ed esteri, che restano positivi (2,3 e 3,3%) ma con valori dimezzati rispetto a quanto accadeva ad inizio anno. Un rallentamento che si riflette anche nell’ambito occupazionale, con un saldo negativo dello 0,3% tra ingressi e uscite, ma che soprattutto fa preoccupare in ottica futura. In linea con quanto accade per l’indice di fiducia monitorato dall’Istat, in calo costante dallo scorso luglio, anche in Lombardia abbiamo dati analoghi.

    Per la domanda interna il saldo tra ottimisti e pessimisti è in rosso ormai da tre rilevazioni ma ciò che più preoccupa è il cambiamento di umori in termini di produzione. Qui il saldo tra ottimisti e pessimisti è ormai quasi azzerato, toccando un punto di minimo mai registrato dal 2014. Nel quarto trimestre a prevedere un calo dei ricavi superiore al 5% è un quarto del campione, anche in questo caso il valore più elevato registrato dalla fine del 2016.

    C’è da segnalare anche un preoccupante calo degli investimenti, motore della ripresa nel biennio 2017-2018 in Italia così come in Lombardia. In questi anni è sicuramente stata importante la massa di incentivi messa in campo dai precedenti governi, utilizzata in media dal 69% delle imprese industriali che hanno investito. Ad investire lo scorso anno è stato il 61% del campione, in lieve frenata rispetto all’anno precedente, risultato di valori estremamente variegati rispetto alle dimensioni delle aziende: l’87% per le aziende oltre i 200 addetti, il 45% per quelle tra 10 e 49. Valori comunque destinati a ridursi, se le attese delle imprese dovessero tradursi in modo lineare in scelte concrete.

    Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, si dice preoccupato per questo scenario e che chiede al Governo una decisa inversione di rotta nella politica economica. “Quanto più tarderà – chiarisce – tanto più pesanti dovranno essere gli sforzi per tentare il recupero. C’è preoccupazione per il 2019 ed è un fattore determinante per chi fa impresa: la fiducia, che nell’immediato si ripercuote su occupazione e investimenti”.

    “Valuto con moderato ottimismo – spiega Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia – i segnali di crescita fatti registrare dalla Lombardia. La nostra regione, con le sue imprese, sta puntando su innovazione, tecnologia e digitalizzazione, elementi che ci consentono di fronteggiare un momento storico poco favorevole, sia a livello nazionale, sia internazionale”.

    “In termini prospettici – aggiunge il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio – la crescita del comparto manifatturiero lombardo nel 2019 lascia trasparire qualche difficoltà, legata da un contesto nazionale ed internazionale dominato da rischi di revisione al ribasso, ad un mutato clima di fiducia e alle mutate prospettive per gli investimenti, previsti in peggioramento. È pertanto opportuno mantenere alta l’attenzione sulle comuni strategie di intervento legate alla competitività”.

    Strategie che d’ora in poi potranno basarsi anche su una collaborazione inter-regionale, come previsto dal recente accordo siglato tra le Unioni regionali delle Camere di Commercio di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, protocollo d’intesa che ha proprio l’obiettivo di supportare l’economia dei territori a cogliere le opportunità offerte da una dimensione territoriale più ampia e dall’integrazione delle strategie.

    Una macro-area che comprende 30 Camere di commercio e più di 2 milioni di imprese attive iscritte ai registri camerali, che genera 750 miliardi di valore aggiunto (il 48% del totale nazionale) e 290 miliardi di export, i due terzi del totale in Italia.

     

  • L’Unione europea: espressione del ritardo culturale

    La decisione della Commissione europea di non approvare la fusione tra le due aziende, francese e tedesca, Alstom e Siemens rappresenta il ritardo culturale, economico e storico della classe dirigente europea.

    Il Prof. Monti ha ricordato, sulle pagine del Corriere della Sera, come il principio della concorrenza e del potere conferito alla Commissione rappresenti uno dei pilastri  fondativi nel 1956 dell’Unione stessa.

    E’ evidente che un principio rimane tale indipendentemente dal momento storico in cui venga applicato ma andrebbe anche, all’interno di una evoluzione storica, aggiornato non solo nell’applicazione ma soprattutto nei contenuti. Risulta superfluo ricordare come, rispetto al 1956, il mondo, nella sua complessità, sia notevolmente diverso: un’evoluzione che evidentemente la Commissione europea, come il professor Monti, non sembrano tenere nella debita considerazione.

    Fino alla caduta del muro di Berlino la concorrenza tra aziende, espressione di sistemi economici nazionali, vedeva contrapposti sistemi normativi che presentavano un minimo comune denominatore legato alla legislazione sulla sicurezza del lavoro relativa ad  aspetti previdenziali e sanitari comuni, il che si traduceva in un costo della manodopera sostanzialmente compatibile. Questo,  in ultima analisi, rappresentava, con le diverse applicazioni, il mondo dell’economia occidentale contrapposto al  blocco sovietico e cinese.

    In questo contesto è evidente come una corretta  concorrenza potesse esprimersi soprattutto attraverso l’innovazione tecnologica ma anche con la capacità di trasferire conoscenza nei prodotti finali o nei processi.

    Ora, all’interno di un mondo globale e di un mercato privo di barriere, soprattutto normative, a tutela sia dei consumatori che dei lavoratori, i grandi gruppi, specialmente a livello infrastrutturale, si confrontano con concorrenti provenienti dai paesi dell’estremo Oriente che beneficiando di costi del lavoro, espressione di  normative sulla sicurezza, come sull’igiene e sulla previdenza dei lavoratori, assolutamente incompatibili con il nostro mercato. Ed è grave non aver capito da parte del professor Monti, assieme al presidente della Commissione europea, come la mancanza di una base normativa comune anche nel mondo globale rappresenti il vero problema per l’applicazione della stessa concorrenza basata esclusivamente sul parametro del  costo del lavoro.

    Si pensi come, per esempio, l’importazione di riso senza dazi dai paesi in via di sviluppo abbia ridotto il costo/tonnellata del riso da 700 a 300 euro senza che sia stato trasferito nessun beneficio in termini di prezzo  per i consumatori  europei.

    Quindi, tanto il prof. Monti quanto la Commissione  europea continuano a parlare e a disquisire di un  principio assolutamente corretto,  come quello della concorrenza (unito ad un altro mantra come quello dell’ aumento della produttività), ma in un mondo globale  che loro evidentemente non hanno compreso nella sua articolata diversità.

    La concorrenza dei gruppi provenienti dalla Cina e dalla Asia che fruiscono di costi complessivi assolutamente improponibili in Europa dimostra la necessità di creare dei grandi gruppi europei i quali riescano a trasferire la concorrenza sul piano della qualità e della tecnologia più quello dei costi. In questo contesto quindi la creazione di un gigante europeo rappresentava sicuramente una visione strategica mondiale e non legata solo mercato domestico (europeo) .

    Viceversa questa scellerata decisione condanna tanto la Commissione europea quanto la sua approvazione da parte del professor Monti. Il principio della concorrenza rappresenta un aspetto fondamentale dello sviluppo economico se parta da una base normativa condivisa da parte di tutti gli operatori di mercato.

    Rifarsi ai Principi fondativi del 1956 cercandoli attuali ed applicabili “sic et nunc” nel 2019 rappresenta invece il ritardo culturale di chi piuttosto dovrebbe avere una visione prospettica per il futuro.

    Anche questo è un aspetto inesorabile del declino culturale europeo del quale quello economico non è che una semplice manifestazione.

  • Allarme giallo per Europa ed Italia

    L’attenzione che politica e stampa dedicano ai dazi alla Cina sta portando a trascurare il fatto che la maggior parte degli investimenti di Pechino in Europa non è rivolta alla realizzazione di infrastrutture ma ad acquisizioni che consentano al Paese asiatico di prendere possesso di tecnologie e know-how di cui non dispone. Sebbene la Cina si stia aprendo ad investimenti e acquisizioni sul proprio territorio da parte occidentale, il piatto della bilancia delle acquisizioni pende decisamente a favore di Pechino.

    Mentre è sempre più padrona dell’Africa, la Cina ha rafforzato la sua presenza in Europa soprattutto nei Paesi dell’Europa orientale, provocando timori di ulteriori frammentazioni all’interno dei Paesi che aderiscono all’Unione europea che fino ad ora non appaiono essere ben presenti alla stessa Commissione europea. Nel 2017, poco dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, Xi Jinping si presentò al World Economic Forum come il nuovo alfiere del libero mercato, ma dietro la difesa di quel libero scambio che invece gli Usa di Trump appaiono ripudiare in nome dell’America first si coglie sempre più il timore che Pechino stia utilizzano la libertà degli scambi come strumento egemonico e di espansione, nell’ottica della tutela anzitutto dei propri interessi piuttosto che della promozione del benessere di tutti tramite la globalizzazione.

    In questo contesto, anche l’attuale governo italiano appare ben poco consapevole dei rischi che possono prospettarsi e che devono comunque essere tenuti in conto come possibili. A dispetto del sovranismo di cui si fa portavoce, l’attuale maggioranza ha in più occasioni strizzato l’occhio a Mr Ping (come Luigi Di Maio ebbe a dire del presidente cinese Xi Jinping in occasione di una sua visita nella Repubblica Popolare) dimostrando di non saper cogliere quanto la politica commerciale sia uno strumento della politica tout court e delle relazioni internazionali.

  • Come cambia il paniere Istat nel 2019

    Ogni anno i media lo attendono per raccontare come sono cambiati i consumi in Italia. Chi lo critica sostiene che non sia in grado di interpretare le attese, le esigenze e i problemi di una normale famiglia.

    Il paniere Istat è uno strumento statistico, l’indice dei prezzi al consumo, che misura le variazioni nel tempo dei prezzi di un insieme di beni e servizi. Vuole essere rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in un determinato anno. L’Istat produce tre diversi indici dei prezzi al consumo: il NIC, che misura l’inflazione per tutta la collettività nazionale, immaginando l’Italia come un’unica grande famiglia di consumatori; il FOI, che analizza i consumi dell’insieme delle famiglie di operai e impiegati; l’IPCA, l’indice armonizzato europeo, per verificare la convergenza delle economie dei paesi membri dell’Unione Europea.

    NIC e FOI si basano sullo stesso paniere, ma la popolazione di riferimento è diversa: per il NIC è quella presente sul territorio nazionale; per il FOI è l’insieme delle famiglie residenti con a capo un operaio o un impiegato. L’IPCA ha in comune con il NIC la popolazione di riferimento, ma si differenzia dagli altri due indici perché il paniere esclude le lotterie, il lotto e i concorsi pronostici.

    In questi giorni è stato pubblicato l’aggiornamento del 2019 del paniere ISTAT, strumento con cui viene misurata l’inflazione sulla base dei prezzi al consumo di centinaia di prodotti, tra i più acquistati dagli italiani.

    L’aggiornamento tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e, in alcuni casi, arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. In particolare, quest’anno per il calcolo degli indici NIC e FOI figurano 1.507 prodotti, mentre per il calcolo dell’indice IPCA è stato adottato un paniere di 1.524 prodotti.

    Per quanto riguarda l’ingresso di prodotti che hanno acquisito maggiore rilevanza nella spesa delle famiglie, sono da segnalare frutti di bosco e zenzero tra i beni alimentari, mentre nella sezione trasporti entrano bicicletta elettrica e i servizi di scooter sharing.

    Per la categoria degli abbonamenti a pay TV compaiono per la prima volta le spese per piattaforme web TV.

    Escono dal paniere, in modo prevedibile, i supporti digitali vergini tra cui CD e DVD e le lampadine a risparmi energetico, queste ultime in favore della tecnologia a LED.

    Analizzando l’infografica è possibile osservare le macro categorie che più pesano su base annua sulle tasche degli italiani: al primo posto figura il settore alimentare (16,3%), seguito dai trasporti (14,4%) e dai servizi ricettivi e di ristorazione (11,8%). Importante anche il carico delle spese per le bollette energetiche pari all’11%, mentre il costo della salute incide mediamente per l’8,5%.

    Ogni anno la domanda è sempre la stessa: questi nuovi prodotti sono una moda passeggera o rimarranno nei futuri panieri del nostro Paese?

    Risulta difficile dare una risposta immediata. Basti pensare che dal 2017 nel paniere del nostro istituto di statistica troneggiano i preparati vegetariani e anche i centrifugati di frutta. E dal 2015 hanno avuto grande rilevanza i principali alimenti senza glutine, la pasta e i biscotti. Ma poi nel 2018 si sono nuovamente imposti vini liquorosi e bevande gassate, giusto per fare esplodere le contraddizioni salutiste della nostra spesa quotidiana.

    Per essere più precisi va detto che alla rilevazione partecipano 79 comuni in forma completa e 15 in forma parziale in tutta Italia.

    Nel complesso, le quotazioni di prezzo usate ogni mese per stimare l’inflazione sono circa 6.000.000 e hanno una pluralità di fonti: 458.000 sono raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e 238.000 direttamente dall’Istat; oltre 5.200.000 tramite scanner data; più di 86.000 arrivano dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

  • Poesia e numeri reali

    La follia rappresentata dagli attuali esponenti del governo ha avuto l’ardire pochi mesi fa di prevedere per il 2019 ed il 2020 una crescita rispettivamente del 2% e del  3% (ministro Savona 8 ottobre 2018, ora presidente Consob).

    Anche i bimbi sapevano benissimo come la ripresa economica gestita dai governi Renzi e Gentiloni risultasse semplicemente legata all’aumento della domanda internazionale più che da meriti di investimenti strutturali propri. In altre parole le nostre PMI, per la loro capacità, facevano  parte di filiere internazionale ad alto valore aggiunto. Prova ne è che i flussi finanziari risultarono negativi già nel 2015, nel 2016 e confermati successivamente.

    Partendo da questa situazione critica l’attuale governo invece, incapace di comprenderne le dinamiche nel breve come medio termine, è  riuscito in pochi mesi, complice anche un rallentamento internazionale, a portare il nostro paese sull’orlo del baratro. Di fatto, sempre a causa della propria incompetenza assoluta unita ad una arroganza ideologica che ricorda i gruppi eversivi di sinistra e destra, hanno riportato il nostro paese nelle medesime condizioni del novembre 2011 (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/12/novembre-2011-2018/).

    Il governo in carica si è dimostrato sordo e probabilmente incapace di comprendere come tutti gli indicatori degli ultimi sei mesi segnalassero un forte rallentamento della crescita economica e di conseguenza anche di quella italiana risultando la nostra economia export-oriented.Viceversa gli  ispiratori della manovra economica di cui abbiamo già parlato, Borghi – Bagnai – Savona, isolati  nel loro delirio autoreferenziale hanno varato un Def con una crescita prevista del 1,2%.

    Poche ore fa, la conferma della frenata economica, l’Unione Europea ha attribuito per il 2019 una crescita dell’economia italiana vicino allo 0,2%, la quale alla fine dell’anno si tradurrà in una crescita zero. Logica conseguenza vuole che noi abbiamo un differenziale tra il Def e la crescita reale dell’1% di crescita PIL. Questo determina una mancanza di copertura finanziaria per l’anno in corso non tanto legata al reddito cittadinanza o a quota 100 nel sistema pensionistico (finanziati interamente a debito e con coperture legate alle clausole di salvaguardia) quanto alle semplici spese correnti.

    Quindi risulterà inevitabile una manovra correttiva per finanziare appunto le sole “spese correnti” quanto meno di quindici miliardi. Questi miliardi rappresentano il primo costo tangibile della decrescita “felice” promessa da questi irresponsabili ed incompetenti ora al governo. A questi ovviamente andranno aggiunti i 23 miliardi per il 2020 e 29 per il 2021 delle clausole di salvaguardia per l’evidente impossibilità di raggiungere gli obiettivi di crescita prefissati dal governo in carica.

    Numeri e non poesie, espressione di un governo accecato da una ideologia devastante  per il  nostro sistema economico italiano.

  • Attenzione al ritocchi improvvisi del decreto legge Carige

    Pubblichiamo di seguito l’articolo del Presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, apparso sulle colonne di MF venerdì 1 febbraio 2019

    Il decreto legge Carige, in corso di conversione alla Camera, ha riaperto i riflettori su molti aspetti inerenti le banche, aspetti che in effetti meriterebbero l’attenzione del legislatore. Su queste colonne, un   accreditato osservatore del settore come Angelo De Mattia si è già espresso, con l’equilibrio di sempre: invero, appare quantomeno inopportuno che, nel momento in cui il Parlamento si appresta a varare una Commissione d’inchiesta sull’intero mondo bancario, ci si avventuri in riforme non inquadrate nel dovuto contesto unitario. Basti un esempio, al riguardo: si vogliono vietare per legge gli incentivi ai dipendenti bancari per la vendita di prodotti finanziari (così additandoli all’opinione pubblica quali, quantomeno, soggetti da cui guardarsi) e si trascurano paradossalmente (come, per il vero, si è finora fatto anche in Abi e da parte dei sindacati) i promotori finanziari, per i quali l’incentivazione è addirittura in re ipsa, nel loro stesso rapporto di lavoro. Così soggiacendo, senza volerlo, al pensiero unico e alla discriminazione fra lavoratori del credito imposta dalle banche che vogliono continuare a poter contare su una situazione di mercato privilegiata per loro anche sotto il profilo che, com’è noto, le banche rispondono comunque, nei confronti del risparmiatore, dell’operato dei loro dipendenti, ma non dell’operato dei promotori siccome (considerati) liberi professionisti. Una visione della problematica bancaria nella sua totalità evita incidenti di percorso come questo, di discriminare cioè i lavoratori dipendenti rispetto ai lavoratori autonomi. Ma la stessa cosa può dirsi quando si affrontano (possibili) problemi di una categoria di banche (le Popolari) e non si spende una parola sul fatto dei (possibili) problemi di banche di altre categorie (Casse e Spa) e, ancor meno, si dice che proprio ad una Popolare ci si affida—di questi tempi —per aiutare una Cassa. Insomma, anche qua sembra dominare il pensiero unico: che impone di operare con la macchina del fango (anche sotto, falsa, specie di voler correre in aiuto), proprio come si fece, deliberatamente, a proposito della famose quattro banche, allorché la grossa stampa arrivò a parlare sistematicamente di quattro Popolari quando in realtà fra quelle quattro vi era una sola Popolare, essendo le altre Spa o Casse ed ex Casse. Per non parlare di quanto al proposito disse (e fece) Matteo Renzi (l’indagine penale pendente in merito a Roma farà forse luce sull’ affaire, come invece si rifiutò di fare la Commissione Casini) e di quanto, senza opposizione, ovvio, da parte del governo Renzi, fece l’Ue, che considerò aiuto pubblico un aiuto privato (quello del Fondo di tutela dei depositi), con la stessa addomesticata facilità con la quale ora considera privati gli aiuti direttamente dello Stato. Insomma, i fatti a quest’ultimo riguardo accreditano fortemente l’opinione che, per la finanza mondiale il vero nemico da abbattere è il voto capitario, e basta: per il semplice motivo che esso impedisce che i fondi speculativi internazionali si approprino di tutte le banche, come sta regolarmente avvenendo in Italia o già è avvenuto (eccezione fatta per le medio piccole banche, escluse dalla riforma Renzi e quindi graziate dall’impossessamento estero). Anche qui un conto sono gli Ips (per i quali Assopopolari opera, anche sul piano tecnico-pratico, con un aiuto a favore delle associate che non conosce precedenti) e un altro conto sono le aggregazioni, in tipologie varie, per non dire le fusioni vere e proprie. Delle quali si potrà parlare ma solo a bocce ferme, e cioè dopo il verdetto (che non potrà tardare molto, pervenute le risposte dalla Corte di giustizia europea) del Consiglio di Stato.

  • La recessione…finalmente

    Il titolo rappresenta sicuramente una immagine surreale dello scenario economico e finanziario del nostro Paese.  Il confronto  mediatico che si è inaugurata tra maggioranza ed opposizione rappresenta invece,  ancora una volta, l’immagine deprimente della realtà oggettiva di questa  classe politica e dirigente.

    Da una parte la ex maggioranza accusa giustamente il governo in carica di aver portato il nostro paese ad una recessione quando loro, grazie alla sola ed unica crescita della domanda internazionale, erano invece riusciti ad avere delle trimestrali con segno positivo. Questa crescita, tuttavia ,era assolutamente attribuibile alla sola capacità delle PMI italiane di venire inserite all’interno di filiere estere ad alto valore aggiunto. Dimenticando, gli esponenti ora all’opposizione, l’esplosione del debito pubblico che ha raddoppiato la propria velocità di crescita con i governi Renzi e Gentiloni. Questi due governi infatti hanno utilizzato in modo improprio i vantaggi finanziari del quantitative easing introdotto nel gennaio 2015 dalla BCE. Non va dimenticato infatti come la riduzione dei tassi di interesse, cioè dei costi del servizio al debito, avesse raggiunto oltre i 30 miliardi l’anno.

    La medesima ex maggioranza ora all’opposizione si dimostra incapace di registrare e ricordare gli evidenti segnali economici che indicavano come già dal secondo trimestre 2018 l’Italia fosse entrata in stagflazione a causa di un tasso di  crescita economica inferiore al tasso di inflazione stesso. Il semplice differenziale tra questi due valori si è rivelato fondamentale per la diminuzione dei consumi nel terzo trimestre, sempre nel 2018, attraverso una riduzione dei consumi complessivi  del  -2,5% ed alimentari dello -0,6%, la prima dal 2014. Senza considerare poi la scelta di utilizzare la fiscalità di vantaggio per attirare redditi milionari e non imprese a forte investimento, oltre all’adozione di una flat tax  per le finanziarie che favoriva di fatto quelle superiori ai 750.000 euro.

    Viceversa, la maggioranza attualmente al governo ha dimostrato una mediocrità e sordità mai registrata in Italia in relazione a tutti i segnali di un rallentamento della domanda internazionale che automaticamente si sarebbe riflessa sulla crescita economica italiana. Sordi quanto incapaci da credere e affermare, ancora oggi, una crescita al 1,5%. In questo incredibile scenario come non ricordare quell’11 gennaio 2019 nel quale di Maio parlava di nuovo boom economico per il nostro Paese. Quindi, sempre sordi ad ogni input che arrivasse dall’economia internazionale, hanno varato una manovra finanziaria con una crescita prevista  al 1.5% (ma con clausole di salvaguardia da 23 e 29 miliardi per il 2020 2021). Uno scenario economico  internazionale il cui andamento  renderà inevitabile una manovra correttiva in corso del 2019. Il tutto per finanziarie a debito due chimere con una copertura pari alla validità delle creme sciogli pancia di Vanna Marchi.

    In un contesto economico del genere questo governo, dimostrando la più assoluta sordità e mediocrità intellettuale, insiste nelle chiusure domenicali convinto di poter gestire l’e-commerce ma soprattutto confermando l’ideologica intenzione dello Stato liberale in uno Stato etico: anticamera dello Stato Socialista. Per non parlare della TAV la quale rappresenta l’ultima occasioni per il nostro Paese per non diventare il primo paese dell’Africa settentrionale.

    Finalmente la recessione è arrivata e permette fin da ora a questi ridicoli personaggi da operetta di vomitarsi accuse di ogni tipo, quando entrambi gli schieramenti  dimostrano di non comprendere come l’intera classe politica degli ultimi 20 anni abbia portato il nostro Paese in questa situazione non avendo fatto tesoro assolutamente della lezione novembre 2011.

    La recessione quindi “finalmente” dovrebbe zittire tutte le grida di questi ridicoli personaggi che popolano il mondo politico e soprattutto economico italiano.

  • La France aurait-elle oublié la liberté économique?

    Texte d’opinion publié le 7 novembre 2018 sur Capital.fr.

    Dans le confort de notre richesse occidentale, notre quotidien tend à nous faire oublier la principale source de notre niveau de vie élevé: la liberté économique. Des millions d’individus dans le monde nous l’envient, alors qu’ils subissent quotidiennement la pauvreté et l’oppression politique qui découle de l’absence de liberté en général. La liberté est une source de bienfaits, paradoxalement à redécouvrir dans une France qui peine à rétablir ses équilibres économiques.

    La liberté économique engendre la prospérité

    L’avantage le plus évident d’un régime de liberté économique est qu’il est le plus susceptible de mener à la prospérité générale, c’est-à-dire à des revenus et niveaux de consommation élevés ou croissants pour la plus grande partie de la population.

    La croissance économique dépend principalement de la qualité des institutions, et donc de la liberté économique. Hong Kong en fournit une bonne illustration. Ce minuscule pays dépourvu de ressources naturelles a toujours trôné au sommet de l’indice mondial de liberté économique publié chaque année par l’institut Fraser. Une liberté qui rime rétrospectivement avec enrichissement : alors que le PIB par habitant de Hong Kong équivalait à 58 % du niveau français en 1950, il en représentait 130 % en 1997 au moment de sa rétrocession à la Chine.

    Depuis quelques décennies, plusieurs gouvernements de pays pauvres ont heureusement permis une plus grande liberté économique, permettant à des milliards d’êtres humains de profiter de la croissance qu’elle facilite. Ainsi, entre 1981 et 2015, la proportion de la population mondiale vivant dans l’extrême pauvreté a chuté de 42 à 10 %.

    Un enjeu humain et sociétal

    Une production et des revenus par habitant plus élevés permettent aux individus d’adopter le mode de vie qu’ils préfèrent, plus matérialiste pour certains, plus spirituel pour d’autres. Certains choisissent plus de loisirs et moins de consommation. Bref, un revenu par habitant supérieur signifie plus d’opportunités pour plus de gens.

    Les pays les moins économiquement libres sont aussi ceux où la liberté politique est la plus restreinte. La liberté économique et les autres composantes de la liberté individuelle font généralement partie d’un tout. On observe effectivement une forte corrélation entre l’indice de liberté économique et l’indice de liberté politique de l’organisation Freedom House comparant les pays selon les droits politiques et les droits civils.

    Bien sûr, la liberté économique n’est pas une condition suffisante de la liberté individuelle en général. On connaît des États autoritaires qui permettent une large mesure de liberté économique. C’est le cas par exemple de Singapour. En revanche, la liberté économique semble bien constituer une condition nécessaire de la liberté individuelle : on imagine difficilement une liberté individuelle conséquente si les individus se voient dicter quoi acheter et vendre et où travailler.

    Une notion à redécouvrir en France ?

    Évidemment, un certain niveau d’intervention de la part de l’État est inévitable, notamment pour les échanges qui imposent à des tiers des coûts significatifs qui ne sont pas compensés par des avantages plus élevés : c’est ce que l’on appelle les «  externalités négatives  ». Un exemple se trouve dans les cas de pollution qui ne peuvent aisément être résolus par des droits de propriété librement transférables. Ceci étant dit, il est préférable de viser un minimum d’interventions afin de ne pas perdre les bénéfices de la liberté économique.

    Les politiques publiques devraient donc s’appuyer sur une forte présomption en faveur de la liberté. Cette présomption ne devrait être mise de côté que dans les rares cas où il est possible de montrer que l’intervention publique profite pratiquement tout le monde. En cas de doute, la liberté économique devrait prévaloir.

    Paradoxalement, ce message peut paraitre révolutionnaire en France, pays ayant retenu la notion de Liberté dans sa devise. Nous sommes seulement le 57ème pays sur 162 en termes de liberté économique. Au sein de l’Union européenne nous sommes parmi les derniers en la matière, en 24ème position sur 28. A l’exception de la Hongrie, de la Slovénie, de la Croatie et de la Grèce, tous nos voisins font plus confiance que nous à la liberté économique. Notre propension à nous en défier, en préférant miser sur des politiques « volontaristes » explique sans doute en partie pourquoi nous peinons aujourd’hui à retrouver une croissance significative. Le chômage et les déficits publics restent endémiques chez nous, nous restons les 25ème sur 28 pays de l’Union européenne sur ces deux domaines. Des contreperformances qui montrent qu’au lieu de chercher, en vain, à organiser la prospérité à coups de lois et de décrets, nous aurions probablement plus de chances de l’obtenir en libéralisant notre économie…

    Nicolas Marques est directeur général de l’Institut économique Molinari et Alexandre Moreau, analyste en politiques publiques à l’Institut économique de Montréal.

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