Economia

  • Olimpiadi 2026: sempre più Lombardia e Milano e meno Cortina

    Considero l’opportunità di organizzare e svolgere le Olimpiadi Invernali nel 2026, o una parte di esse, a Cortina d’Ampezzo come un’ottima opportunità per ridare non solo smalto ma proprio linfa economica alla località ampezzana come al territorio cadorino bellunese.

    Il traguardo dello svolgimento dei giochi  olimpici potrebbe infatti rappresentare l’occasione  per ricreare un centro sportivo ed agonistico del bob italiano che con una “modica” spesa di 30 milioni per l’aggiornamento della pista di bob già esistente (a Cesana ne costò 115 per Torino 2006) ne rappresenterebbe un classico esempio (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/24/olimpiadi-cortina-2026-i-tre-fattori-del-successo/). Anche in considerazione del fatto che gli atleti della nazionale di bob adesso si vedono costretti a lunghi spostamenti verso la Germania per le proprie sessioni di allenamento.

    Recentemente avevo espresso dei forti dubbi in merito alla scelta di far disputare la discesa libera e supergigante lungo la  bellissima e molto tecnica pista Stelvio di Bormio lasciando i soli gigante e speciale sulle piste della Conca ampezzana. Allora avanzai delle fortissime perplessità relative  alla capacità politica strategica ma soprattutto negoziale della Regione Veneto, come del comitato promotore, i quali stavano perdendo di vista l’obiettivo principale. Quello, va ricordato, di offrire un’opportunità per il rilancio d’immagine, comunicazione e quindi anche economico  alla località di Cortina d’Ampezzo: un obiettivo che assume una doppia valenza anche in considerazione dei disastri di poco più di un mese fa che hanno flagellato il Cadore e l’interno bellunese.

    Questo tipo di impostazione e soprattutto di sbilanciamento e considerazione a favore di Milano rispetto a Cortina d’Ampezzo è stato successivamente confermato dalla scelta del logo nel quale la località ampezzana viene rappresentata semplicemente da una scia sulla neve mentre dal logo  stesso emergono evidenti le guglie del Duomo di Milano.

    Ora emerge invece un’altra preoccupante problematica relativa allo svolgimento delle gare di sci alpino. Già nella trattativa con Milano la regione Veneto aveva tradito, per lo svolgimento delle gare di fondo, il sostegno alla candidatura della località di Asiago che storicamente rappresenta la patria del fondo, senza ottenere peraltro nessun tipo di concessione a fronte della propria rinuncia.

    A tale azzeramento delle giuste e condivisibili ambizioni ed aspirazioni della località asiaghese, per il quale ripeto la Regione Veneto non ha ottenuto in cambio assolutamente nulla, ora si giunge ad un altro inquietante scenario che dimostrerebbe ancora una volta l’incapacità della Regione Veneto come del comitato promotore di Cortina 2026 rispetto alla stessa regione Lombardia e Milano che rappresenterebbero gli unici e soli gestori  delle Olimpiadi stesse.

    Sembrerebbe confermato infatti in ambito della Fis (federazione internazionale di sci alpino) che a causa di una norma che tenderebbe a disincentivare la migrazione dei Giochi Olimpici tra una località ed un’altra non solo la discesa libera e il supergigante verrebbero svolti sulla pista Stelvio di Bormio ma tutte le gare di sci alpino maschile. Viceversa a Cortina d’Ampezzo verrebbero svolte le gare olimpiche del solo sci alpino  femminile.

    Se venisse confermata, come sembra, tale impostazione risulterebbe evidente l’assoluta incapacità negoziale nella gestione di una trattativa politica della Regione Veneto come del comitato promotore di Cortina 2026. Inoltre aprirebbe anche uno scenario economico di maggiore difficoltà nel reperimento degli sponsor privati necessari  anche alla semplice gestione delle manifestazioni olimpiche ora limitate alle sole gare femminili. Risorse economiche private che dovrebbero sopperire alla totale assenza e disinteresse del governo in carica  per le Olimpiadi del 2026 il quale non perde occasione per confermare la propria assoluta indisponibilità anche ad una minima copertura con risorse statali.

    In altre parole, Cortina d’Ampezzo verrebbe relegata ad un ruolo assolutamente marginale e comprimario all’interno dello svolgimento dei  sempre meravigliosi giochi olimpici del 2026.

    Quindi, come ampiamente anticipato dal sindaco di Milano, viene confermato il ruolo centrale e a questo punto preminente della città meneghina come anche della regione Lombardia la quale ha ottenuto anche le gare di snowboard a Livigno anche o soprattutto a causa del risibile spessore manageriale espresso dalla Regione Veneto come dal comitato Cortina 2026. Credo, anzi sono convinto, che tutta l’operazione miri a marginalizzare la posizione di Cortina d’Ampezzo e di conseguenza a rendere minimi se non addirittura nulli  tutti i vantaggi economici, logistici , comunicativi e strategici per l’intera conca capezzana ed a maggior ragione per il Cadore e la provincia di Belluno che molto hanno sofferto nell’ultimo periodo e per le quali le Olimpiadi potevano diventare un’opportunità importante di rilancio.

    Alla luce di tale evoluzione in ambito negoziale, Cortina d’Ampezzo viene utilizzata come elemento caratterizzante l’olimpiade stessa quando invece i veri interessi economici strategici stanno andando in altre zone di competenza del sindaco di Milano e della Regione Lombardia, a cominciare da Bormio come da tutta la Valtellina (località e valli stupende comunque).

    L’organizzazione di questo importante evento mondiale dovrebbe rappresentare l’occasione per porre in campo, anche sotto il profilo delle risorse umane, le migliori capacità professionali delle quali evidentemente il Veneto, considerati i risultati, non dispone.

    L’inconsistenza negoziale della pattuglia veneta nelle elaborazioni delle complesse decisioni strategiche ed operative che sottendono la scelta delle diverse località montane dove si svolgeranno le competizioni olimpiche risulta imbarazzante ed addirittura offensiva in considerazione del patrimonio mondiale che le Dolomiti nella loro interezza rappresentano.

  • I costi occulti della crisi degli istituti bancari italiani

    Desta un sincero sconcerto l’assoluta miopia della compagine governativa, ma anche politica nella sua particolare complessità, in relazione alla gestione complessa della crisi bancaria italiana nella sua articolazione.

    Dopo che il Ministero del Tesoro investì 6,9 miliardi nel Monte di Paschi di Siena, il cui valore ora risulta svalutato di 5,5 miliardi (si ricorda che si tratta  sempre di risorse dei contribuenti ) nella gestione dei crediti inesigibili, la banca senese ha messo all’asta le pugliesi Saline di Margherita di Savoia (per circa 16,2 milioni), che rappresentano comunque un importante tassello della filiera agroalimentare italiana.

    In questo senso va, infatti, ricordato come il costante basso tasso della crescita italiana dipenda solo in parte dallo scarso aumento della produttività (unico mantra del pensiero economico italico), che ovviamente esclude dall’applicazione di tale pensiero la pubblica amministrazione. Esso dipende soprattutto dalla perdita di asset che, inseriti in filiere complesse produttive, diventano fattori non solo di creazione di valore aggiunto ma direttamente esponenti moltiplicatori del valore stesso con creazione di Pil  e successiva  crescita economica consolidata.

    Una moltiplicazione di valore aggiunto  che, viceversa, non può scaturire dalla semplice commercializzazione di “un prodotto turistico”, sempre positivo ma a scarso effetto moltiplicatore, anche sociale, di questa tipologia di economia. Da questo, infatti, la filiera produttiva si distingue proprio per il valore e l’effetto moltiplicatore dei singoli  fattori che partecipano alla filiera stessa e che contribuiscono alla creazione di un prodotto complesso che distribuisce la propria crescita di valore nelle diverse fasi di produzione.

    Ora, invece, esattamente come negli anni ‘90 vennero ceduti  tutti gli asset relativi alla filiera dello zucchero (dalla coltivazione della  barbabietola alla sua raffinazione), ora, nella complessa gestione di una crisi bancaria ancora distante dalla sua definizione, si procede nella scellerata cessione di asset compresi in filiere complesse produttive. Se poi queste determinate operazioni risultano espressione di responsabilità di una banca di fatto pubblica il senso del paradosso diventa insopportabile.

    Il problema della tutela normativa degli asset produttivi e di sostegno con politiche fiscali di  vantaggio”,  già di per sé sottovalutato da vent’anni da ogni governo, trova oggi nella gestione della crisi bancaria un ulteriore scenario sfavorevole che dovrebbe per contro far scaturite una rinnovata attenzione da parte del mondo della politica e del governo. Questi, invece, risultano assolutamente distratti dalle tematiche  di spesa pubblica (una della due forme di potere in Italia assieme alla gestione del credito https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/) contribuendo all’impoverimento progressivo di fattori produttivi che concorrono alla determinazione della crescita economica italiana.

    P.S. Nel frattempo lo stabilimento del caffè Hag e Splendid chiude per delocalizzare la produzione…

  • Sostenibilità efficienza energetica e sistemi industriali

    Da molto tempo, forse da troppo, uno dei concetti fondamentali per cercare di distinguersi e di offrire una visione positiva e “modernista” quanto autoreferenziale da parte di economisti e politici risulta legata alla proposizione del concetto di eco-sostenibilità come via dello sviluppo economico, quasi in contrapposizione all’immobilismo e alla mancanza di sensibilità dell’altra “parte del mondo industriale”.

    La sostenibilità ambientale rappresenta da sempre, e  non da oggi, un fattore economico tanto  importante da diventare anche un elemento competitivo semplicemente perché la sua corretta applicazione si trasforma in un passaggio importante in quanto permette una ottimizzazione del  consumo di energia per la articolata produzione. Una visione “vetero-economica” che però molte  aziende hanno già compreso, magari senza un’elaborazione concettuale da offrire al mondo della comunicazione.

    In questo senso infatti, al fine di comprendere l’attualità del concetto di eco sostenibilità, andrebbe analizzata con un occhio maggiormente obiettivo la situazione attuale del sistema industriale italiano e il  proprio posizionamento nella articolata realtà economica ed industriale europea.

    L’Italia, va ricordato, rappresenta la seconda economia manifatturiera e soprattutto i settori metalmeccanico e tessile-abbigliamento sono  i primi due settori per le esportazioni con degli attivi commerciali record per la bilancia commerciale e mantengono le preminenza rispetto ad altri settori, anche per quanto riguarda l’occupazione.

    Nella visione “eco-modernista” che contraddistingue i nuovi sostenitori di una rinnovata ricerca della sostenibilità il grafico in foto dimostra come questo concetto venga applicato CON OTTIMI RISULTATI e  con grande successo dal sistema industriale italiano in rapporto soprattutto all’Europa ed ai principali competitor. Una  semplice analisi dei dati  evidenzia senza possibilità di interpretazioni diverse l’efficienza energetica raggiunta IN QUESTO MOMENTO STORICO dal sistema industriale italiano: un risultato notevole se rapportato alle dimensioni delle nostre imprese industriali che sono perlopiù PMI (95%) e che scontino quindi una crescente e maggiore difficoltà di accesso al credito, anche a causa di una inferiore rappresentatività all’interno del sistema politico nazionale. Comunque, senza ombra di dubbio, questi risultati dimostrano come il concetto di sostenibilità sia ampiamente applicato nel nostro sistema industriale.

    I grafici, infatti, dimostrano come, per quanto riguarda il consumo energetico/per milione di unità di prodotto, tolta la Gran Bretagna (10,6) che rappresenta un’economia fortemente influenzata dalla componente finanziaria, il nostro sistema industriale necessiti di sole 14,2 tonnellate di oil/per milione di prodotto. Una quantità inferiore rispetto alla Francia (14,9), alla Spagna (15,7) ma soprattutto ben al di sotto di quanto necessiti al sistema industriale tedesco (prima economia manifatturiera europea) con 17 milioni di tonnellate, sempre per milione di prodotto, il quale dimostra come le dimensioni delle industrie non assicurino il vantaggio di usufruire di una qualche  economie di scala.

    Questo dato, da solo, annienta e ridicolizza tutti i modelli economici proposti dal mondo variegato della politica ed accademico per i quali la sola grande industria internazionale (alla quale il nostro tessuto industriale caratterizzato al 95% da Pmi dovrebbe ispirarsi) rappresenti la dimensione necessaria non solo in rapporto al mercato globale ma anche per quanto riguarda il reperimento di  investimenti anche finalizzati alla ottimizzazione energetica e quindi all’obiettivo della eco-sostenibilità.

    Questi dati annichiliscono anni di discorsi e di vision economiche inutili e prive di ogni supporto  economico e risultano assolutamente sconnesse con la realtà oggettiva quanto i loro sostenitori.

    In più, sotto il profilo della efficienza energetica, il sistema industriale italiano basato sulle PMI presenta un consumo energetico medio per milioni di prodotti di circa -2,6 milioni inferiore anche  rispetto alla media europea (16,8) e di 2,8 rispetto alla prima economia manifatturiera, cioè la Germania (17).

    Tenendo poi in considerazione i dati  relativi alle emissioni, ecco come la Francia, che da tempo ha puntato sull’energia nucleare, presenti un più basso tasso di emissioni per milione di prodotto (85,5 tonnellate di Co2/milione di prodotto), mentre l’Italia registra delle emissioni comunque inferiori rispetto alla Spagna (127,4) ed alla Germania stessa (136,7), ma anche alla media europea (130,5).

    Anche in questa analisi emerge evidente come il concetto di sostenibilità rappresenti per chi lo propone ora NUOVO OBIETTIVO invece che rappresentare un semplice bigliettino da visita autoreferenziale in considerazione dei dati qui riportati che dimostrano i traguardi già raggiunti dal sistema industriale italiano e in buona sostanza dalle Pmi.

    Paradossale andando avanti, poi, se si intendesse passare al grafico relativo alla produzione di rifiuti. Mettendo sempre in rapporto la produzione di rifiuti/per milioni di prodotto nella classifica che comprende le maggiori realtà industriali ed economiche europee, l’Italia, ed il suo articolato sistema industriale, risulta la nazione più virtuosa. Il nostro Paese, infatti, con 43,2 tonnellate/milione di prodotto, si dimostra molto più ecosostenibile rispetto ai dati molto più alti della Spagna (54,7), della stessa Gran Bretagna (64) e della Germania, da sempre il nostro competitor manifatturiero (67,6). Il sistema industriale italiano in più, anche  rispetto alla media europea, presenta una produzione di rifiuti inferiore della metà (Italia 43,2/89,3 Ue), un rapporto che conferma ancora una volta la assoluta centralità delle dinamiche di investimento relative alla sostenibilità del sistema industriale italiano di cui questi dati ne offrono la conferma.

    Questi grafici offrono la fotografia del nostro sistema industriale il quale probabilmente dovrebbe essere più consapevole delle proprie caratteristiche e prerogative, come degli ottimi risultati, già raggiunti in tema di eco-sostenibilità.

    Una consapevolezza che dovrebbe trasformarsi in iniziative propositive al fine di ottenere da una parte una maggiore tutela normativa (legge Made in Italy), con una forte pressione politica nella Unione Europea, titolare della competenza normativa, dall’altra dovrebbe contemporaneamente esprimere una nuova capacità comunicativa nelle forme come nei contenuti, con l’obiettivo di rendere noti e facilmente verificabili i propri plus di sostenibilità ad un consumatore sempre più  sensibile a queste tematiche legate al valore complessivo di un prodotto  reale, espressione della filiera produttiva italiana.

    La conoscenza di questi dati, tra l’altro, dovrebbe convincere e rafforzare le politiche di fiscalità di vantaggio relative al “reshoring produttivo”, una tematica abbandonata ormai anche delle stesse categorie dei rappresentanti industriali, troppo spesso distratte dalle dinamiche politiche e sempre meno attente alle reali aspettative del mercato, espressione complessiva della nuova sensibilità dei consumatori. Inoltre la consapevolezza del valore espresso da questi grafici dovrebbero indurre da soli, se opportunamente comunicati, un valore aggiunto e soprattutto CONTEMPORANEO per l’intera filiera del made in Italy, da troppo tempo diventata semplice cassa di risonanza della creatività senza nessun collegamento a valori indentificativi e condivisibili dagli stessi consumatori.

    Non comprenderlo e soprattutto non attuare le politiche necessarie di comunicazione, inserendo tali nuovi fattori eco-sostenibili già raggiunti come espressione attuale del valore complessivo ed articolato della filiera, rappresenterebbe il più grosso errore culturale di questo Paese e soprattutto delle diverse associazione di categoria che dovrebbero porsi il problema della perdita di valore delle politiche di comunicazioni complessive assolutamente ancorate a modelli degli anni ottanta.

    Un sistema industriale italiano criticato e persino dileggiato per la sua dimensione dalle grandi menti accademiche, ma che ora con questi dati dimostra ancora una volta come possa invece  rappresentare, anche in rapporto alla quantità di materiale necessario/per milione di prodotto,  il sistema industriale con il più alto grado di sostenibilità integrata all’interno dell’Europa.

    Un  sistema con simili Plus meriterebbe  una diversa considerazione da parte della classe politica ma anche un azzeramento della credibilità mediatica dei cosiddetti economisti che hanno sempre puntato sulle aziende di grande dimensioni come l’espressione vincente all’interno di un mercato globale.

    La sommatoria virtuale di fattori come le esportazioni, unita all’occupazione ed ora anche alla sostenibilità complessiva, di fatto azzerano la credibilità di tali modelli economici degli ultimi trent’anni, riportando al centro dello sviluppo del nostro Paese l’intero sistema industriale italiano, espressione di un sentimento ed attenzione alla eco-sostenibilità certamente poco valutata e considerata probabilmente dalle stesse associazioni di categoria. La consapevolezza richiede un immediato salto culturale dell’intero settore industriale per non vanificare il valore dei traguardi raggiunti forse “a propria insaputa”.

  • Commission hopes euro can challenge greenback’s reserve currency status

    As part of its effort to bolster its international standing amid spats with the United States of tariffs and foreign policy, the European Commission is hoping to promote the euro as an alternative to the supremacy of the dollar for all international transactions, including those involving energy, commodities, and aircraft manufacturing, as well as in derivative operations.

    As part of the drive, the Commission also announced that will also strive to convince African states to denominate their public debt in euros in what would be the first serious challenge to Washington’s economic leadership, which Brussels sees as a way to counter the unilateralist “America First” policies of the Donald J. Trump administration.

    Europe’s efforts to establish a clearinghouse known as a Special Purpose Vehicle (SPV) to safeguard the 2015 Iran nuclear deal – which the US pulled out of earlier this year after accusing Tehran of being in violation of the terms of the agreement, which prompted Washington to re-impose crippling economic sanctions on the Islamic Republic – have fallen completely flat.

    The main guarantors of the Iran nuclear deal – Germany, France, and the UK – have refused to host the proposed clearinghouse, which could be used to help match Iranian oil and gas exports against purchases of EU goods in a barter arrangement that would circumvent the US’ sanctions. This would expose to the three European powerhouses to being subject to stiff penalties imposed by the Americans that would have a potentially devastating effect on the French, German, and British economies, while at the same time severely strain relations with the United States.

    Pressure has also been brought to bear on Austria, Luxembourg, and Belgium to host the SPV, but the three governments have serious misgivings about the practical purpose of the Special Purpose Vehicle, particularly as they fear the depth of the US’ expected retaliation.

    Initially, the European Commission hopes to begin closing energy contracts that are denominated in euros as a way to gradually promote the spread to other international commodities that could be traded in Europe’s common currency. At present, more than 80% of contracts for EU energy imports are priced and paid for in dollars, which currently trades at $1.13 to €1.

  • Artigiano in Fiera sempre più da record

    I numeri dell’Artigiano in Fiera sono sempre più impressionanti. Le stime dello scorso anno parlavano di 150.000 visitatori al giorno per il mercato più grande del mondo, con più di 3000 espositori da oltre 100 Paesi, che resterà aperto nei padiglioni di Fiera Milano a Rho fino al 9 dicembre.

    A giudicare dalle prime ore dello scorso weekend la 23esima edizione farà segnare nuovi primati. Fin dall’apertura gli organizzatori hanno dovuto raddoppiare tutti i varchi d’accesso previsti.

    Per la cerimonia inaugurale si è scelto quest’anno il tema “un ponte con l’Africa” per presentare un progetto di cooperazione attraverso un’intesa con Egitto e Madagascar tesa a sviluppare una rete tra imprese artigiane italiane e africane.

    All’inaugurazione della rassegna, promossa da Ge.Fi. – Gestione Fiere Spa e tenutasi all’interno dell’area eventi Africa, sono intervenuti il presidente di Artigiano in Fiera, Antonio Intiglietta, l’amministratore delegato di Fieramilano, Fabrizio Curci, il ministro della Solidarietà sociale dell’Egitto, Ghada Wali, il ministro e capo dell’ufficio economico dell’Ambasciata del Senegal in Italia, Amadou Lamine Cissé, la promotrice di Ferronerie d’Art (impresa e comunità del Madagascar), Violette Ralalaseheno, il direttore generale di E4Impact Foundation, Frank Cinque, il rappresentante degli enti di formazione, Stefano Salina, e il presidente Comitato direttivo di Artigiano in Fiera, Maria Teresa Azzola.

    Particolare attenzione ai giovani, alle donne e al tema dell’innovazione in Africa. Una cooperazione tra le realtà artigiane e gli operatori della formazione professionale con il coinvolgimento di importanti enti italiani (Formaper, Galdus, Capac-Confcommercio, ENAIL-ACLI); collaborazioni, a livello universitario, tese alla formazione manageriale e imprenditoriale a sostegno delle start-up d’impresa, con il supporto di E4impact; il coinvolgimento degli artigiani all’interno della piattaforma e-commerce europea Artimondo, a partire dai settori Food e Cosmesi.

    “È un tema vero – ha sottolineato il presidente di Ge.Fi. Antonio Intiglietta – bisogna decidere se il futuro della nostra umanità si costruisce costruendo barriere o ponti. Se vogliamo costruire ponti bisogna investire nell’umanità, nei giovani, nelle donne nei paesi dove vivono”. “Questa intesa – ha detto Amadou Lamine Cisse’, ministro-consigliere e capo dell’ufficio economico dell’Ambasciata del Senegal in Italia – dimostra ancora una volta l’interesse per questa fiera, un globo intero dove i colori della pelle sono una ricchezza prima che una differenza”.

    “I giovani africani – ha concluso Intiglietta – sono capaci di grandi cose, di bellezze inaudite di qualità, di intelligenza nel lavoro. E allora noi vogliamo creare un progetto di collaborazione in cui dalla formazione coi nostri enti alla formazione imprenditoriale con l’università fino al collegamento con la Fiera e le piattaforme e-commerce si generi un nuovo modo di rapportarsi fra di noi che è quello di investire sulle persone valorizzando i loro paesi e i loro territori”.

    Diverse anche le novità tra i padiglioni italiani. Dopo l’esordio dello scorso anno, la Nazionale italiana degli chef è tornata ad esibirsi nella cucina dell’Artimondo Restaurant, lo spazio dedicato alle ricette del made in Italy, in collaborazione con la Federazione Italiana Cuochi.

    Grande novità anche la presenza dell’Associazione pizzaiuoli napoletani che, all’Artigiano in Fiera, continua la sua opera di tutela e di promozione della ricetta originale della pizza.

    “A fare la differenza – spiega Gianluca Pirro, portavoce dell’Associazione – è la manualità nel preparare l’impasto e soprattutto la stesura con la famosa tecnica dello schiaffo. La nostra associazione porta in tutto il mondo questa tecnica, dalla Cina al Giappone e fino a Taiwan”.

    L’Associazione pizzaiuoli napoletani, lo scorso anno, dopo otto anni di negoziati internazionali, a Jeju, in Corea del Sud, ha ottenuto con voto unanime del Comitato di governo dell’Unesco il riconoscimento di unicità della pizza napoletana come una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea. E proprio all’Artigiano in fiera i pizzaiouli celebrano un anno dal risultato.

  • L’interpretazione statistica

    La caduta del livello culturale rispetto alle politiche economiche ed in relazione agli articolati effetti per l’economia reale, che vede contrapposti maggioranza ed opposizione, può venire simbolicamente rappresentata dalle “dotte analisi e deduzioni” scaturite dal grafico riportato.

    Emerge, infatti, come dal settembre 2017 al 2018 si siano persi 184.000 contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato risultano cresciuti esattamente del doppio: 368.000.

    Nel banale ed avvilente confronto politico questo dato viene presentato come una crescita della occupazione di 184.000 unità, indicatore delle politiche vincenti della coalizione di governo, ora all’opposizione (Governi Renzi e Gentiloni), soprattutto in rapporto agli ultimi dati drammatici  relativi alla crescita economica ed all’aumento della disoccupazione invece imputabili alla compagine governativa in carica.

    Uno dei principi fondativi di qualsiasi rilevazione statistica sul quale il mio professore di statistica all’Università non transigeva veniva indicato su come le rilevazioni dovessero risultare per sistemi ed elementi omologhi con l’obiettivo di ottenere dalle rilevazioni statistiche una foto reale e successivamente diventare un punto di partenza per una analisi più approfondita.

    Nello specifico, tornando al grafico, a fronte di un saldo positivo dei contratti (+184.000) abbiamo la perdita di 184.000 contratti a tempo indeterminato e molto spesso di altrettanti posti di lavoro.

    In altre parole, basterebbe riservare un approccio anche solo leggermente più professionale ed economicamente appropriato per comprendere come un semplice saldo positivo possa nascondere una realtà ben diversa proprio perché vengono confrontati numeri che sono espressione di entità economiche diverse e nello specifico addirittura con ricadute economiche opposte.

    La veridicità di tale analisi emerge dall’andamento dei consumi come del Pil dell’anno in corso che dalle rosee previsioni del Governo Gentiloni (+1,4% ma a novembre 2017 si fantasticava di un +1,6%, sempre con l’appoggio e sostengo del Centro studi di Confindustria) si sia mestamente, trimestre dopo trimestre, ripiegati verso un modesto 1,1/0,9% (confermato anche dall’Ocse), anche per la frenata della domanda estera di prodotti intermedi delle nostro Pmi e del crollo del nostro export, segnale preoccupante della incertezza dei maggiori mercati internazionali.

    Recentemente poi una ulteriore conferma della vera realtà economica che i saldi del grafico non  esprimono (o meglio le interpretazioni di “parte” non valutano) viene invece offerta dai dati relativi ai consumi. Dopo dei trimestri sostanzialmente piatti sul fronte della crescita, e con tassi di incrementi sempre ampiamente inferiori al tasso di inflazione, gli ultimi dati indicano chiaramente un crollo dei consumi del -2,5% con un allarmante flessione dei consumi alimentari (la prima dal 2012) dello -0,6%.

    Recentemente, infatti, il direttore di una della più importanti catene di distribuzione italiane alla domanda a cosa mai attribuisse il calo della spesa media rispose con il candore della conoscenza diretta dell’economia reale, indicando nell’esplosione dei contratti a tempo determinato la responsabilità di  tale preoccupante calo. A conferma di tale analisi va infatti ricordato come un consumatore non determini il proprio volume di acquisti in relazione alla disponibilità attuale ma soprattutto alle aspettative di guadagno future. In questo senso l’impatto economico di nuovi  contratti a tempo indeterminato risulta sicuramente superiore in quanto offre uno scenario futuro positivo e gestibile ed anche per l’accesso al credito al consumo che diventa uno strumento per acquisti importanti ma consapevoli proprio in relazione alla positiva aspettativa di retribuzione che tale contratto offre.

    Tornando, poi, al quadro generale se all’impatto per i consumi di questi saldi si aggiunge come da oltre due trimestri la crescita del Pil italiano risulti ampiamente al di sotto del tasso di inflazione (stagflazione ampiamente sottostimata se non addirittura omessa da ogni organo di informazione), il quadro economico rimane sconfortante anche se con “saldi occupazionali” fortemente positivi, i quali invece animano i deprimenti confronti politici. Il declino culturale di un paese può assumere le più diverse espressioni e forme.

    Questa incapacità dei due schieramenti politici, sia governativo come della attuale opposizione, di interpretare ed analizzare le ricadute economiche delle rilevazioni statistiche dimostra e conferma un deficit culturale imbarazzante di entrambe le compagini politiche e dei rispettivi “economisti” a gettone.

  • Una nuova iniziativa per la separazione bancaria

    Latore di una petizione con le firme di 217 parlamentari e personalità importanti, dall’Italia e dall’Europa, il parlamentare europeo Marco Zanni si è recato al Congresso americano per sostenere il ripristino della legge Glass-Steagall sulla separazione bancaria e per promuovere la cooperazione tra Stati Uniti e Italia a favore dello sviluppo economico nazionale e internazionale. Zanni stesso ha stilato un piano per la realizzazione di una banca per le infrastrutture che ha presentato ai suoi interlocutori. Alcuni congressisti si sono dimostrati particolarmente interessati alla controversia tra l’Italia e l’UE, ma altri hanno insistito su una potenziale alleanza per promuovere credito su vasta scala, per attuare nuovi investimenti nelle infrastrutture e per ripristinare il Glass-Steagall Act, sia pure non immediatamente. Alcuni parlamentari repubblicani hanno auspicato che una legge bipartisan per le infrastrutture venga approvata presto e hanno discusso con lui la questione della politica creditizia. Non è stato chiarito se la missione di Zanni fosse ufficiale. Temiamo che l’iniziativa avesse un carattere informale. Ciò nonostante è bene che sia stata sollecitato il ripristino della legge sulla separazione bancaria. Le banche, comprese quelle italiane, non si troverebbero nella situazione di crisi che constatiamo se quelle d’affari fossero separate da quelle ordinarie. E’ bene anche che Zanni ne abbia parlato con gli americani, padrini della Glass-Steagall, ma forse sarebbe opportuno che ne parlasse anche in Italia e che spingesse la Lega, il suo partito, a farsi promotrice dell’iniziativa in seno al governo. Al parlamento italiano esistono diversi progetti di legge in proposito. Perché non dare il via ad un dibattito sulla separazione, proprio nel momento in cui la BCE terminerà, dal gennaio prossimo, il suo sostegno all’Italia con il Quantitative Easing, cioè il programma d’acquisto dei nostri titoli di Stato? L’impegno esplicitato negli Usa sarebbe ancor più credibile se Zanni dimostrasse questa sollecitudine anche nel parlamento italiano e nei confronti del governo in cui il suo partito rappresenta il 50%.

  • La crescita dei depositi bancari in dieci anni: +75%

    Negli ultimi dieci anni, sicuramente gli anni più difficili dal dopoguerra per la crisi economica originata dalla crisi finanziaria negli Stati Uniti ma arrivata da noi nella sua massima espressione nel novembre 2011 e nella quale ancora il nostro Paese si trova, il sistema bancario ha aumentato i propri depositi del 75%. Un dato sicuramente impressionante se confrontato con altri della economia reale in quanto a tale crescita di risorse depositate non ha fatto riscontro alcun aumento dell’attività bancaria istituzionale. Non da oggi l’accesso al credito, specialmente per le Pmi, vede un forte rallentamento degli investimenti anche nelle zone economiche (distretti industriali) che risultando export oriented e come tali rappresentano il modello vincente di economia (per visone dei dati completi anche riferiti agli ultimi quattro anni, https://www.ilpattosociale.it/2018/10/11/gli-istituti-bancari-abbandonano-i-distretti-industriali-massima-espressione-contemporanea-del-made-in-italy/).

    La crescita dei depositi poi dimostra in modo inequivocabile come l’incertezza, prima legata alla crisi economica internazionale successivamente alla solita politica italiana priva di ogni strategia economica di sviluppo, blocchi la propensione all’acquisto mortificando a sua volta la domanda interna e quindi l’economia stessa. I dati in questo senso sono sconfortanti. A fronte di una crescita del debito come della spesa pubblica, inarrestabili dal 2012 in poi, l’ultima rilevazione statica impietosamente dimostra, ancora una volta, l’assoluto fallimento delle politiche economiche dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte/Salvini/DiMaio.

    La crescita del Pil nell’ultimo trimestre è di + 0%, il che rende un miraggio il raggiungimento del 1,1% (sceso dalla previsione del +1,4% previsto “dall’esperto” Padoan), mentre i consumi risultano arretrati del 2,5%, con un calo allarmante degli acquisti dei beni alimentari dello -0,6% (prima volta dal 2012).

    I dati poi delle crescite precedenti del PIl sono attribuibili solo alla crescita della domanda delle filiere internazionali nelle quali per la grande capacità di innovazione le nostre Pmi vengono inserite assumendo dopo il confronto di quelli attuali e dimostrando la assoluta inconsistenza reale delle politiche dei governi precedenti. Solo un mese addietro il direttore di una società della grande distribuzione affermò come la crisi del consumi fosse da attribuire interamente alla diversità di tipologie di contratti negli ultimi anni. A tal fine, infatti, si ricorda come dal settembre 2017 al 2018 risultino diminuiti di 184.000 unità i contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato siano aumentati di 368.000 unità.

    Il saldo positivo di 184.000 contratti, quindi, sotto il profilo statistico si riverbera come un fattore fortemente negativo se venisse valutato l’effetto economico delle due tipologie di contratto sull’andamento dei consumi. Quindi, in attesa di entrare in una fase di recessione, il nostro paese vive da due trimestri una fase di stagflazione (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/31/lincubo-stagflazione/) nella quale la crescita del Pil rimane abbondantemente al di sotto della crescita del Pil ed il cui differenziale si traduce in una perdita di potere di acquisto dei consumatori.

    In questo contesto economico quindi anche il settore del credito al consumo, ed in particolare quello relativo ai prestiti personali che indica una crescita del+2,7% per l’anno in corso, indica come una parte dei cittadini, sempre più incerti nella propria visione futura, da una parte mantenga liquido in banca parte del proprio reddito (riducendo la domanda interna) mentre l’altra ricorra sempre più al credito al consumo per “finanziare” la gestione quotidiana della propria vita. In questo contesto allora la crescita dei depositi bancari del 75% diventa un insulto alla economia reale.

    Il sistema bancario in altre parole certifica per l’ennesima volta il tradimento della propria funzione istituzionale non finanziando l’economia delle Pmi e dei distretti industriali ma utilizzando le immeritate nuove risorse finanziarie a disposizione per sostenere la deriva finanziaria del sistema nel suo complesso.

    Quando un sistema bancario cresce a discapito e durante una profonda crisi economica e finanziaria come quella italiana (che dura da 10 anni, unico paese del mondo!) dimostra il tradimento della propria funzione economica, come di quella istituzionale, con la complicità di una classe politica che al riparo da qualsiasi ricaduta diretta economica che la possa coinvolgere dimostra la propria incompetenza se non complicità.

  • I prezzi dell’oro rimbalzeranno nel 2019

    Secondo gli analisti di Wells Fargo le quotazioni dell’oro ricominceranno a salire. Dopo la flessione vista quest’anno, gli esperti della banca americana mettono in conto per il 2019 un aumento delle quotazioni dell’8% rispetto ai valori attuali che porterà i prezzi sopra i 1.300 dollari all’oncia al termine del prossimo anno.

    Lunedì 26 novembre le quotazioni dell’oro con consegna immediata hanno segnato sui mercati asiatici un recupero dello 0,2% a 1.225 dollari al barile

  • Peggiorata l’economia in Germania

    L’economia tedesca non se la passa bene. Come riporta Wall Street Italia, l’indice Ifo, che che misura la fiducia delle imprese tedesche, a novembre, è sceso a 102 punti dai 102,8 registrati nel precedente mese di ottobre, confermando in questo modo un peggioramento delle condizioni economiche.

    L’indice Ifo relativo alle aspettative è sceso a 98,7 punti dai 99,8 punti di ottobre mentre l’indice che misura le condizioni attuali ha registrato una flessione a 105,4 punti dai 105,9 del mese precedente.

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