Economia

  • “Un tram che si chiama desiderio” di spesa

    Una delle più macroscopiche forme di distonia tra le reali condizioni del sistema economico italiano e le istituzioni è relativo alle aspettative legate alla possibilità di gestire una parte dei fondi europei legati al Recovery Fund. Non passa giorno nel quale ogni istituzione statale, regionale ma anche comunale non avanzi progetti nuovi e ovviamente “straordinari ed innovativi” per i quali andrebbero utilizzati i fondi che sembra L’Unione Europea abbia intenzione di regalarci.

    In questo contesto di grande euforia istituzionale certamente un ruolo importante viene svolto dai vari sindaci di città articolate e complesse che vorrebbero a propria disposizione queste risorse finanziarie per rivoluzionare la complessa movimentazione metropolitana. Le aspettative dei diversi sindaci assumono i connotati di veri e propri voli pindarici di fantasia uniti a ridicole ipotesi di rivoluzione urbana assolutamente distaccate da una qualsiasi sostenibilità economica e soprattutto da un’analisi comparativa con i mezzi alternativi a disposizione.

    In questo contesto il tram rappresenta il sogno proibito di tutti i sindaci per i quali sono disposti, come hanno già fatto a Mestre a Firenze, a tagliare qualsiasi tipologia di albero con particolare attenzione a quelli secolari pur di realizzare il percorso del tram. Una scelta, quindi, monotematica con il tram al centro dei desideri frutto essenzialmente di una scelta ideologica priva, come si diceva prima, di una reale valutazione in relazione a determinati fattori.

    Va innanzitutto ricordato infatti come per sua stessa natura il tram, rappresentando un vettore vincolato a terra, dispone nel suo utilizzo di un grado di flessibilità pari allo zero soprattutto se in relazione anche alle stesse filovie le quali, anche se vincolate a dei cavi sollevati, sono prive di rotaie.

    Generalmente, poi, in tutte le città i percorsi dei tram nascono con lo stesso sviluppo urbanistico della città stessa per cui inserirle all’interno di una viabilità già compromessa rappresenta uno stupro ed una scelta che da una parte crea maggiore tempi di attesa per le autovetture (e quindi aumenta l’inquinamento) e dall’altra non risolve assolutamente la movimentazione cittadina se non lungo l’unica direttrice servita dai binari.

    Quindi due fattori negativi, cioè l’assoluta assenza di flessibilità moltiplicata per una rete stradale già problematica esistente all’interno delle città, a differenza di quanto avviene in matematica, non danno un risultato positivo ma anzi raddoppiano la negatività di entrambi i fattori.

    In altre parole, due rigidità che rappresentano l’opposto del concetto di flessibilità non potranno mai determinare una positiva strategia flessibile in rapporto alle diverse esigenze della mobilità cittadina. Nonostante questo, i sindaci reclamerebbero ben 11 miliardi di quelli messi a disposizione dal Recovery Fund per la realizzazione di queste reti intrecciate di tram.

    In questo contesto di assoluta euforia il fattore costi risulta assolutamente marginale nella scelta dei sindaci mentre, specialmente a livello europeo, dovrebbe diventare fondamentale per ottenere l’approvazione degli stessi piani.

    In breve si sottolinea come la realizzazione di una rete tranviaria necessita di 8,9 milioni al km. In considerazione delle reti esistenti a Firenze, Padova e Venezia possiamo stimare nella lunghezza media di una rete tranviaria in circa 15 km il cui solo costo dell’allestimento è pari a 133,5 milioni.

    Una medesima cifra, o meglio, con il medesimo finanziamento concesso dalla Ue ciascun comune potrebbe acquistare circa 333,7 autobus completamente elettrici considerando il prezzo medio di questa innovativa tipologia di vettori tra i 300.000 ed i 500.000 euro. A questo si aggiunga poi come il tram abbia un costo di gestione mediamente doppio rispetto a quello di un autobus il quale garantisce in più la massima flessibilità in relazione alla domanda di movimentazione urbana in continua evoluzione.

    Questo accanimento con il quale invece i sindaci continuino a chiedere investimenti più costosi a basso tasso di flessibilità e con costi di gestione superiori rimane uno dei grandi misteri della politica soprattutto locale.

    Non è tuttavia da escludere come la scelta del tram, assolutamente insostenibile sotto il profilo economico, rappresenti in buona sostanza l’ultimo strumento per dimostrare la propria appartenenza intellettuale da parte di una certa politica che ha abbracciato ciecamente il più intransigente ambientalismo. Con l’obiettivo dichiarato non tanto di rendere una città più fruibile, e quindi competitiva, ma semplicemente penalizzare l’utenza privata.

    Una semplice analisi comparativa dimostra come il tram abbia assunto i connotati di uno strumento fortemente politicizzato ed economicamente insostenibile il quale viene caricato di un ruolo “sociale e politico” con l’obiettivo di penalizzare il “privato”.

    Il tram, quindi, diventa il personaggio principale di una riedizione 2021 del film “Un tram chiamato desiderio” il cui obiettivo è quello di soddisfare la volontà di affermazione dei sindaci prettamente ideologica anche se applicata alla movimentazione urbana.

    Le risorse finanziarie di provenienza statale oppure europee diventano, ancora una volta, uno strumento politico ed ideologico. Per di più a debito.

  • Presidente Draghi anche la rete idrica ha bisogno di lei

    Tra le tante assurdità che abbiamo ascoltato nei mesi scorsi anche quella che il bonus rubinetti aiuterebbe a diminuire lo spreco d’acqua, come ha dichiarato l’on. Alessia Rotta del Pd. I nuovi rubinetti devono avere una portata d’acqua limitata a 6 litri al minuto. All’esponente del Pd purtroppo sfugge la realtà, e che cioè la grande dispersione di acqua, bene non rinnovabile e fonte primaria di vita, deriva dall’obsolescenza della rete idrica nazionale, problema che da anni segnaliamo, non solo dalle pagine del Patto Sociale, ai vari governi che si succedono. Governi che hanno tutti continuato ad ignorare il grave problema nonostante vi siano ancora aree prive di acqua corrente giornaliera, una perdita economica costante e, in certe regioni, un giro malavitoso dietro le cisterne che rifornisco le abitazioni prive di acqua corrente. Sulla tragica situazione del nostro sistema idrico ci sono state molte inchieste giudiziarie e molti illeciti arricchimenti e sperperi per i troppi enti inutili che dovrebbero essere preposti a gestire l’acqua nei vari territori. Enti che in molti casi hanno assicurato posti ad esponenti di partito, Pd compreso! Basti pensare che il Pd di fatto controlla l’acquedotto lucano e pugliese, ma anche Hera e Publiacqua. Il 48%, almeno, dell’acqua della rete idrica si disperde perché la nostra rete ha più di 50 anni, è in gran parte ammalorata e rotta, è di proprietà pubblica, giustamente ma, ingiustamente, è gestita da una miriade di società miste comunali, regionali o da consorzi che nulla hanno fatto per rimediare al dissesto. Mentre aumentano le dispersioni d’acqua sono aumentare le tariffe salite quasi del 100% in dieci anni a tutto danno dei cittadini per la spesa e dello Stato perché la perdita dell’acqua è una perdita anche economica, basta pensare ai periodi di siccità che devono essere affrontati dal pubblico. Le tariffe variano da territorio a territorio e nonostante il rincaro delle tariffe molte sono le perdite dovute alla mala gestione e ai poltronifici. Speriamo che il Presidente Draghi intervenga anche su questo urgente problema, che i partiti volutamente ignorano, perché rimettere in sesto la rete idrica ed eliminare tanti enti inutili e fonte di sperpero significa far risparmiare lo Stato, i cittadini e dare posti di lavoro veri ed utili.

  • La Cina è sempre più vicina

    Mentre tutto il mondo affronta la pandemia e, di conseguenza, vede una grave recessione economica l’unica nazione che sembra in buona salute, nonostante il covid sia partito da lì, è la Cina che continua ad espandersi anche acquisendo sempre più importanti pezzi di aziende e strutture nel mondo ed in Italia, come dimostra un rapporto del Copasir. Secondo un’analisi, che si ferma al 2019, già due punti del nostro Pil sarebbero in mani asiatiche, sono infatti 405 le imprese italiane in mano ai cinesi e 760 sono le imprese partecipate, come riporta anche un articolo di Carlo Cambi. Oltre a queste ci sono le molte imprese avviate direttamente dai cinesi in Italia che, in città come Prato, posseggono interi quartieri ed hanno affittato rami d’azienda anche di supermercati. Il capo del colosso della farmaceutica mondiale Chem China ha comperato la produzione di gomme della Pirelli e sta acquisendo molte aziende agricole e vitivinicole con proprietà estese per 40.000 ettari. Anche le penne Omar sono ormai cinesi come gli yacht Ferretti, la moda per bambini o vari impianti di imballaggi di carta, ed ancora la Candy e le cucine Berloni, per non parlare della produzione di olio. I cinesi sono entrati nel capitale di Cassa Depositi e Prestiti e perciò hanno il 35% delle nostre reti energetiche. Ora la Cina si sta interessando alle medie imprese in vari settori, imprese, le medie e le piccole, che sono la colonna portante del nostro sistema ma che, a causa del covid, hanno sofferto in modo particolare diventando, molte, l’anello debole aggredibile sia dai capitali cinesi che dalle organizzazioni criminali che, come i cinesi, dispongono di molta liquidità. Particolare interesse hanno, i cinesi, per le imprese di robotica e delle nuove tecnologie, infatti hanno già acquisito, come soci, quote della Epistolio di Varese e l’Istituto italiano di tecnologia nel quale lavorano più di 1.700 ricercatori provenienti da tutto il mondo. La Cina ha rilevanti quote di capitale di Enel, Terna, Snam, Ansaldo Energia, e sulla così detta Via della Seta gli acquisti continuano anche in altri settori, dall’immobiliare al turismo. A Venezia, Firenze, Roma, Milano locali storici, palazzi, alberghi sono diventati e continuano a diventare di proprietà del dragone. I cinesi, con i tedeschi, sono nel gruppo Aspi (autostrade) e hanno messo gli occhi sul porto di Taranto. In un mondo libero dove vigesse un mercato corretto saremmo preoccupati solo in parte ma conosciamo bene come il governo cinese attui in molti settori il dumping, anche sociale, e come regole diverse, all’interno della stessa Organizzazione Mondiale del Commercio, non garantiscano, purtroppo, una leale concorrenza. Se a questo aggiungiamo i molti problemi legati alla contraffazione ed all’ingresso in Europa di merci illegali comprendiamo bene che ai problemi economici si aggiungano quelli della sicurezza e della salute e che il danno colpisce il sistema Italia consumatori compresi.

  • Piaggio tiene malgrado Covid e mette sul mercato nuovi modelli

    Piaggio tiene nell’anno della pandemia e rilancia con undici nuovi modelli a due ruote e uno stabilimento in Indonesia in arrivo nel 2021. Il Gruppo ha chiuso il 2020 con un utile a 31,3 milioni di euro, rispetto ai 46,7 milioni del 2019. Nel complesso i dati hanno confermato “l’efficacia della risposta del Gruppo alla pandemia che ha colpito l’economia mondiale”, afferma Roberto Colaninno, presidente e amministratore delegato.

    I ricavi si sono attestati a 1,31 miliardi di euro, in contrazione del 13,6% rispetto all’anno precedente a causa delle misure di contenimento per il Covid-19 che hanno provocato la chiusura delle attività produttive e commerciali per diverse settimane in molte Paesi. A garantire la tenuta dei conti è stata la performance del secondo semestre che ha visto i ricavi in crescita dell’1,3%, l’utile netto con un incremento dell’82,3% e le vendite di scooter e moto nel mondo aumentate del 20,7%. E con il 2020 ormai alle spalle il consiglio d’amministrazione ha deciso di proporre all’assemblea degli azionisti un saldo sul dividendo di 2,6 centesimi di euro per ciascuna azione, con un dividendo totale pari a 6,3 centesimi di euro, per complessivi 22,5 milioni di euro.

    Piaggio è riuscita a vendere nel mondo 482.700 veicoli, rispetto ai 611.300 nel 2019.  Il mercato dell’Asia Pacific ha registrato volumi in crescita del 9,4%, mentre quelli di Emea – Americas e India hanno presentato una flessione delle vendite rispettivamente dell’1,7% e 49,6%.  Nel segmento dei veicoli a 2 ruote, Piaggio ha rafforzato la propria leadership del mercato europeo raggiungendo una quota complessiva del 14,2%.

    Il 2020 va in soffitta con una “sostanziale tenuta dei risultati, sia sui mercati europei, sia su quelli asiatici”, aggiunge Colaninno. Le prospettive per il 2021 appaiono positive. Nell’anno in cui Moto Guzzi compie i suoi primi 100 anni di vita e Vespa i primi 75, il gruppo è pronto a lanciare undici nuovi modelli a 2 ruote ed un veicolo commerciale leggero. Prevista anche la costruzione del nuovo dipartimento di e-mobility a Pontedera (Pisa), l’avvio di un nuovo stabilimento in Indonesia e il completo rifacimento del sito produttivo e delle aree museali di Moto Guzzi. Centrale sarà anche il tema dei veicoli elettrici a 2 ruote. Piaggio è infatti reduce da un accordo con altri 3 grandi produttori per la costituzione di un consorzio che porterà alla realizzazione di batterie intercambiabili per motocicli e veicoli elettrici leggeri. Una vera e propria rivoluzione che ha l’obiettivo di arrivare all’utilizzo di una batteria unica per tutti i produttori.

  • La stagflazione politica-amministrativa

    In passato si era già affrontato il problema del nostro Paese per le inevitabili ricadute economiche della gestione delle due forme massime di potere italiano rappresentate (1) dalla gestione della spesa pubblica e da quella del credito (2) nel lontano novembre 2018 (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    L’esercizio di questi due poteri, interamente in mano alla classe politica (1) che interagisce con i vertici degli Istituti bancari (2), come poteva risultare ampiamente prevedibile invece di partorire delle politiche che potessero supportare il sistema economico italiano si sono rivelati dei veri e propri strumenti di autofinanziamento elettorale e sostegno finanziario al sistema bancario, totalmente a danno del sistema Italia.

    Questa metastasi economico-istituzionale ha prodotto negli ultimi vent’anni degli effetti devastanti, ora amplificati dopo un anno di pandemia.

    Anche durante l’ultimo anno questa alleanza tra due poteri ha dimostrato i propri effetti: basti in questo senso ricordare come dei 150 miliardi di garanzie statali destinati alle imprese stanziati dal governo Conte 2 solo 39 miliardi di reali risorse effettivamente si siano rese disponibili in termini di garanzie statali per gli imprenditori. Una buona parte di queste garanzie statali di Cassa Depositi e Prestiti risultano, viceversa, trattenute all’interno del circuito bancario ed utilizzate per rientri dei fidi della clientela e conseguentemente riduzione dei rischi stessi per l’istituto bancario.

    In questa operazione il silenzio del governo relativo a tale distorsione rispetto alla funzione originale di queste garanzie risulta assolutamente complice.

    Sicuramente la devastante pandemia da covid-19 ha amplificato un disastroso trend iniziato proprio nel 2000.

    Va ricordato, infatti, come dall’inizio del terzo millennio ad oggi la spesa pubblica sia aumentata del 85% ma con effetti fortemente contraddittori. In questo senso, per cominciare, va ricordato come, dato 100 il 1999, il sistema privato abbia aumentato la propria produttività di 29 punti (129) mentre la pubblica amministrazione lo abbia ridotto di 12,5 (87,5). L’aumento della spesa pubblica quindi, pur rendendo disponibili maggiori risorse finanziarie (frutto della sintesi di maggior debito e maggiore pressione fiscale), non ha prodotto alcun miglioramento dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione e quindi della sua efficienza a supporto dell’impresa. Addirittura, e siamo appunto all’effetto paradossale, questa maggiore dotazione finanziaria per la P.A. ha determinato un abbassamento delle produttività vanificando, così, in buona parte i risultati ottenuti dal settore privato sempre sul fronte della produttività. Un fattore determinante assieme alla scarsa crescita da oltre vent’anni caratterizzante la nostra economia (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/).

    In più, durante l’ultimo ventennio, i governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno continuato a sperperare risorse pubbliche col duplice obiettivo di mantenere i propri bacini elettorali. Contemporaneamente hanno condotto delle battaglie politiche aspramente criticate dalla BCE (*) a favore della moneta elettronica (anche attraverso fiscalità premianti) come contropartita all’azione degli Istituti bancari nell’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano.

    Questa assoluta mancanza di responsabilità, che coinvolge tutti i ministri economici degli ultimi governi, parte dalla comune considerazione di come, seppur basso, un tasso di crescita potesse comunque risultare compatibile con la gestione della finanza pubblica italiana, perlomeno nell’immediato che rappresenta l’orizzonte massimo di valutazione della classe politica italiana. Un pensiero espressione di una cultura economica irresponsabile come testimoniano gli ultimi dati relativi alla crescita del reddito disponibile degli italiani.

    Va ricordato come agli inizi del 2000 il reddito medio italiano rappresentasse l’83% di quello tedesco: ora, dopo vent’anni, questo rappresenta ormai solo poco più del 67%.

    In altre parole, al di là dell’andamento sinusoidale dell’economia internazionale, il nostro Paese ha registrato una diminuzione di reddito prodotto rispetto alla Germania pari al -0,75 % annuo

    All’interno di un mercato competitivo nel quale la Germania rappresenta la prima industria manifatturiera e noi la seconda è evidente che gli effetti devastanti di questo declino economico si manifestino in una progressiva perdita di competitività e un contemporaneo aumento dei costi sia per le imprese quanto per i consumatori.

    Solo al fine di offrire un esempio di economia quotidiana: per un’impresa italiana attualmente il gasolio alla pompa viene erogato al prezzo medio di 1,48 euro, in Germania viceversa risulta di 1,21 (**), una differenza di poco superiore al 22%, ovviamente a favore dell’utenza e delle imprese tedesche.

    Se poi si valuta anche il differenziale di reddito disponibile è evidente come il carburante in Italia venga pagato circa il 50% in più di quanto in Germania.

    A questo immediato “svantaggio competitivo” per l’economia italiana risulta inevitabile aggiungere, per quanto riguarda il trasporto delle merci su gomma (82% del totale) ma anche in termini più generali per l’economia nel suo complesso, ovviamente il costo delle autostrade. La concessione di un monopolio pubblico a gruppi privati, come sostenuto dall’intera classe di economisti ad accademici negli anni 90, non ha creato alcun vantaggio per l’utenza e tantomeno aumentato gli investimenti nelle Infrastrutture. Con buona pace delle teorie economiche che sostenevano strategie diverse da quanto realizzato in Svizzera ed in Germania.

    Due semplici esempi che mettono in evidenza come la nostra struttura economica sia caratterizzata da una serie di rendite di posizione a favore tanto dello Stato quanto di gruppi privati i quali hanno determinato una diminuzione per l’impresa della competitività e dei cittadini del reddito disponibile attraverso un continuo aggravio dei costi di servizio.

    In altre parole, il costante aumento delle tariffe dei servizi (sia in termini di costi diretti quanto di qualità del servizio stesso) forniti dalla pubblica amministrazione, pur con un aumento di risorse finanziarie e compensato da una bassa inflazione, risulta il primo elemento di una stagflazione.

    Il secondo elemento è conseguenziale al primo, individuabile nella sempre bassa crescita che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni la nostra economia.

    Una vera e propria stagflazione politica – amministrativa che definisce in modo chiaro il fallimento di una scuola economica e politica i cui effetti sono stati un progressivo aumento della spesa pubblica e del debito ma con una diminuzione del reddito disponibile dei cittadini anche per i consumi.

    Si aggiunga poi che a causa di servizi della pubblica amministrazione sempre più scadenti molti contribuenti sono stati costretti a rivolgersi a soggetti privati per ottenere gli stessi servizi finanziati già col prelievo fiscale.

    Un doppio costo che drena risorse al circuito economico. In altre parole, la sintesi di un fallimento economico politico.

    (*) solo negli ultimi sei mesi la BCE ha richiamato due volte il Governo Conte ad una posizione neutrale rispetto alle forme di pagamento.

    (**) Grazie ad una riduzione dell’IVA a sostegno della ripresa economica post pandemia.

  • GameStop: è un vero caso Giuffrè

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 23 febbraio 2021

    Da un po’ di tempo si narra la favola dell’assalto dei piccoli risparmiatori e dei microinvestitori contro i big di Wall Street. Perché solo i giganti della finanza dovrebbero fare grandi profitti, si dice, e la massa di piccoli e piccolissimi investitori no? Organizzate intorno a delle piattaforme speciali di trading online, a volte con nomi seducenti, come l’app di brokeraggio Robinhood Markets Inc., milioni di persone, giovani, pensionati, lavoratori, studenti e in genere risparmiatori, avrebbero formato una falange armata e starebbero sfidando i grandi fondi, inclusi gli hedge fund speculativi. La narrazione continua.

    Sarebbe la vittoria della «speculazione popolare e democratica» contro quella delle elite finanziarie. È doveroso, comunque, ricordare che, secondo la Goldman Sachs, il commercio al dettaglio di singole azioni rappresenta già ora circa il 25% del volume complessivo del mercato azionario di Wall Street rispetto al 10% del 2019.

    Il racconto è nato, soprattutto, intorno a GameStop Corp., la multinazionale di videogiochi con sede in Texas. Nonostante il suo prolungato dissesto, nel mese di gennaio, all’improvviso, il suo valore di listino schizzò da 17 a 483 dollari. Un aumento di 28 volte in tre settimane! GameStop ha 47 milioni di azioni. In questo breve lasso di tempo le sue azioni hanno cambiato di mano 554 milioni di volte, più di 11 volte il totale di tutte quelle disponibili. All’inizio di febbraio, però, crollò a 50 dollari. Una chiara operazione speculativa.

    Investor’s Business Daily, organo specializzato sul mercato azionario, riporta che un gruppo ristretto di hedge fund e pochi altri grandi investitori avrebbero guadagnato con le loro azioni GameStop circa 16 miliardi di dollari. Analisi condivisa dal Washington Post. La dinamica è la solita: i piccoli vengono convinti a comprare le azioni facendo salire il loro valore mentre i big le vendono prima del loro crollo. Così le vendite fanno crollare il prezzo.

    Una parte importante di simili «giochi al massacro» sarebbe orchestrata attraverso derivati finanziari: scommesse al ribasso e allo scoperto fatte da chi già sa che il valore delle azioni crollerà. Nulla di nuovo, se non il cannibalismo tra grossi pescecani, con il crescente rischio di crisi sistemiche.

    La novità è che il giochino altro non è che una piramide finanziaria, costruita con strumenti più sofisticati. In passato, i costruttori di piramidi finanziarie raccoglievano soldi tra piccoli risparmiatori, attratti da promesse di notevoli guadagni. Raggiunto un bel gruzzolo, i costruttori-truffatori sparivano nottetempo lasciando i malcapitati con un pugno di mosche.

    Adesso, invece, simili operazioni sono fatte con i nuovi strumenti tecnologici online, con gli smartphone e con le monete digitali, utilizzando piattaforme compiacenti. Però, il metodo non cambia.

    Negli Usa il problema è esploso, tanto che alcune agenzie governative, come la Security Exchange Commission, hanno aperto delle indagini per verificare l’eventuale manipolazione del mercato. Verifiche in tal senso stanno compiendo anche il Dipartimento del Tesoro e quello di Giustizia dell’amministrazione Biden, nonché il procuratore generale di San Francisco, che ha citato in giudizio numerosi broker coinvolti. La citata app Robinhood dovrebbe affrontare dozzine di cause legali con persone che sostengono che la società avrebbe manipolato il mercato.

    Il Comitato per i servizi finanziari della Camera dei Deputati americana ha convocato delle udienze su questo e altri casi simili, con un focus sulle vendite allo scoperto e sulle piattaforme di trading online.

    Annunciando i lavori, la presidente della Commissione, Maxine Waters, ha dichiarato: «Gli hedge fund hanno una lunga storia di comportamenti predatori del tutto indifendibili. I fondi privati che depredano i fondi pensione dei cittadini americani, che lavorano sodo, devono essere fermati. I fondi privati, che effettuano vendite predatorie allo scoperto a scapito di altri investitori, devono essere fermati. I fondi privati impegnati in strategie da avvoltoi, che danneggiano i lavoratori, devono essere fermati».

    Ci sembra tutto un déjà vu, una riedizione del 2008 in salse diverse.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Sostenibilità e competitività

    In risposta agli effetti devastanti sotto il profilo sociale ed economico dovuti anche a fattori preesistenti ed amplificati dall’impatto della pandemia molto spesso si indica la necessità di una ripresa anche culturale del nostro Paese negli ultimi vent’anni.

    In modo alquanto superficiale o comunque parziale si è portati a far credere come una ripresa culturale italiana, che avrebbe indubbiamente degli effetti positivi anche economici, si possa identificare essenzialmente nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale e storico. Indubbiamente il patrimonio culturale italiano, al quale va sicuramente aggiunto anche il patrimonio ambientale che rende il nostro Paese unico al mondo, va valorizzato nella sua articolata complessità.

    Questa “rinnovata” strategia, tuttavia, non rappresenta una vera e propria svolta culturale della quale l’Italia sente il bisogno ma soprattutto non presenta i connotati di un vero e proprio riscatto culturale. Da troppo tempo, probabilmente proprio a causa delle barriere culturali che nascono da preconcetti ideologici, competitività e sostenibilità vengono considerate strategie ed obiettivi incompatibili all’interno di una strategia di crescita economica complessa. Buona parte dei sostenitori della priorità del perseguimento degli obiettivi di sostenibilità individuano nell’industria e nei prodotti che questa propone il principale veicolo di inquinamento dimenticando, per esempio, come una semplice email produca 2 gr di Co2.

    Partendo, quindi, da questo principio prevalentemente ideologico risulta evidente come venga individuato, per il conseguimento degli obiettivi di sostenibilità, l’aggravio della tassazione già insostenibile per le imprese italiane come per gli utenti. In questo senso infatti il (per fortuna) ex ministro Costa del governo Conte 2 aveva proprio in animo di aumentare la tassazione e le accise sui carburanti. La sintesi di tali approcci ideologici non fa altro che tradursi in un aggravamento della competitività del “Sistema Italia” all’interno di un mercato globale.

    Non sazi dell’utilizzo della leva fiscale come strumento per il conseguimento della sostenibilità del sistema si è arrivati addirittura ad una ridicola Sugar e Plastic Tax: la prima addirittura espressione di uno Stato etico nel quale vengono penalizzati fiscalmente gli stili di vita. Questo approccio, quindi, si accontenta di penalizzare la competitività di un sistema economico nazionale come espressione della vittoria di un’ideologia ambientalista assolutamente svincolata dal contesto di una economia reale. Viene premiato, in altre parole, il semplice ritorno mediatico immediato rispetto alla concretezza delle misure attuate il cui peso si ripercuote sulla competitività delle imprese a favore di quelle del Far Est esentate da questa “virtuosa leva fiscale” ambientalista.

    Dall’altra parte ed in fortissima contrapposizione rispetto agli effetti come all’utilizzo della leva fiscale la ricerca della competitività ha spinto molte industrie a delocalizzare in paesi a basso costo di manodopera anche all’interno della stessa Unione Europea con l’obiettivo di ottenere in primis una maggiore competitività grazie ad un costo del lavoro inferiore ma soprattutto una maggiore redditività e remunerazione del capitale investito. Il costo del lavoro complessivo inferiore, va ricordato, è espressione anche di normative assolutamente tolleranti relative al rispetto dei già minimi fattori di sostenibilità produttiva.

    Se questo, seppure in maniera semplificata, rappresenta il contesto di partenza dal quale elaborare delle innovative strategie economiche in grado di offrire una sintesi tra i due obiettivi maggiore sostenibilità e maggiore competitività di insieme forse possono intravedersi i primi timidi segnali di un vero risveglio culturale del quale non solo il nostro Paese sembra averne bisogno.

    Uno degli aspetti fondamentali che attraggono investimenti all’interno di paesi a basso costo di manodopera è determinato anche da una normativa alquanto lacunosa in termini di tutele del personale impiegato quanto dell’ambiente circostante. In altre parole, in determinati paesi si possono utilizzare tipologie di produzione anche con l’utilizzo di determinate lavorazioni assolutamente incompatibili con le normative europee e statunitensi. Prima più timidamente Obama, successivamente con maggiore decisione Trump, ora l’amministrazione Biden hanno riportato al centro dello sviluppo economico del proprio Paese la tutela della produzione made in USA.

    In questo contesto di rinnovata attenzione all’economia reale assume sempre maggiore importanza un nuovo approccio economico decisamente innovativo. Partendo infatti dalla salvaguardia della competitività di impresa e del sistema economico, che rappresentano fattori di sviluppo, questi possono essere preservati solo attraverso un minimo di normative condivise a tutela dei lavoratori, del consumatore e della sostenibilità ambientale. Allora ecco come comincia a delinearsi quel salto culturale al quale si accennava precedentemente.

    Al fine di superare il contrasto tra la ricerca di una maggiore sostenibilità, molto spesso opposta alla competitività, e la avveduta politica governativa si apre l’opportunità di intervenire con l’obiettivo di creare una sintesi tra i due fattori. All’interno, infatti, di questa nuovo pensiero economico viene richiesto allo Stato di inserire una Border Carbon Tax la quale dovrebbe venire applicata a tutti i prodotti, di consumo o intermedi, i quali siano espressione di economie i cui sistemi normativi risultino al di sotto di standard minimi di sostenibilità ambientale applicati viceversa alla produzione nazionale. Questa tassazione non si ripercuoterebbe sulla competitività delle imprese ma solo sulle importazioni da paesi con bassissimi standard di eco compatibilità e sostenibilità. I proventi di tale tassazione andrebbero investiti per finanziare ulteriori evoluzioni verso una maggiore sostenibilità complessiva avviando quindi un processo virtuoso nella rincorsa alla maggiore sostenibilità possibile sia nei paesi dove questa tassazione venga applicata quanto in quelli che non intendano subirla.

    In altre parole, come il recente blocco di una fornitura di filati di cotone made in China voluta dalla presidenza Biden, in quanto negli stabilimenti veniva utilizzato personale in stato di schiavitù, ora alla stessa amministrazione viene proposto il diverso utilizzo della leva fiscale per la prima volta finalizzata per un duplice obiettivo. Il doppio effetto sarebbe quello di ridare competitività alle produzioni all’interno dei paesi che hanno subito in questi ultimi anni l’effetto speculativo delle delocalizzazioni e di finanziare l’evoluzione sostenibile. Contemporaneamente tutte le nazioni che dovessero subire questa tassazione sarebbero incentivate ad una maggiore ricerca di sistemi produttivi con minore impatto ambientale. Il combinato di questi due politiche porterebbe tanto i paesi già evoluti quanto quelli in via di sviluppo complessivamente ad una maggior ricerca di una riduzione dell’impatto ambientale dei sistemi economici nazionali.

    Per una volta, quindi, il corretto utilizzo della leva fiscale potrebbe rappresentare quel riscatto culturale nel nostro Paese come del mondo occidentale nel suo complesso. Riuscire attraverso un equo quanto corretto intervento dello Stato in linea con questo nuovo dottrina economica ad avviare un processo virtuoso attraverso la leva fiscale la quale, per la prima volta, invece di diminuire la competitività innescherebbe un nuovo percorso virtuoso.

    La rivoluzione culturale viene rappresentata dall’abbandono di una cultura ambientalista da sempre penalizzante per i paesi dell’economia occidentale per passare attraverso l’utilizzo della leva fiscale per innescare un processo virtuoso verso una sostenibilità globale che coinvolga tutti gli attori del mercato globale.

    Se la competitività rappresenta un fattore del mercato globale la sostenibilità non può di certo scaturire da un sistema normativo nazionale o al massimo europeo esentando il resto degli attori dello stesso mercato mondiale.

  • Il debito pubblico e il Covid

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 16 febbraio 2021.

    La pandemia e il 2020 hanno cambiato in modo profondo, forse definitivo, alcune idee di un certo liberismo economico, che è stato dominante nei passati quattro decenni.

    Per far fronte all’emergenza, si è dovuto mettere da parte l’approccio del rigore a tutti i costi e dell’austerità come toccasana dei bilanci. Si è riscoperto, invece, il ruolo centrale e fondante dell’economia reale e del credito produttivo, quale motore di sviluppo, di avanzamento tecnologico e anche di ampliamento dell’occupazione.

    Molte annose questioni, come quella riguardante il debito pubblico degli Stati, dovranno, quindi, essere rivisitate e affrontate con metodologie e programmi diversi. Ciò dovrebbe essere ovvio per tutti. Particolarmente dopo che nel 2020 l’emergenza sanitaria, economica e finanziaria ha dettato l’agenda ai governi costringendoli a mettere in campo aiuti e stimoli fiscali per 12.000 miliardi di dollari. E le stesse banche centrali sono state costrette a creare almeno 8.000 miliardi di nuova liquidità. Ovviamente, sono tutte risorse create contraendo nuovi debiti.

    Secondo l’Istituto di finanza internazionale di Washington, il debito aggregato, pubblico e privato, che era già tre volte il Pil mondiale, nel 2021 dovrebbe mediamente aumentare del 20% nelle cosiddette economie avanzate e in quelle di altri Paesi emergenti.

    Mario Draghi, sorprendendo molti, in verità anche noi, è stato forse l’economista che, avendo avuto ruoli istituzionali assai rilevanti a livello mondiale, per primo ha riconosciuto il cambiamento di paradigma.

    Al Meeting di Rimini, tenutosi il 18 agosto dello scorso anno, in merito al debito disse: «La ricostruzione, in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve, è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se, invece, verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo».

    A dire il vero, Draghi su questo tema era già intervenuto all’inizio del lockdown. Nella sua lettera, pubblicata il 25 marzo dal Financial Times, affermava: «I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici… I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico».

    Giustamente, egli ha sollecitato un modo differente di pensare e di intervenire. «Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra», ha affermato, aggiungendo che «ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale».

    Questa è la ragione e l’inudibile necessità di riflettere in modo nuovo e innovativo anche sulla gestione e su una possibile riduzione, se non cancellazione, di almeno parte del debito pubblico. Nei mesi scorsi, in verità, ci sono state delle proposte rilevanti.

    Recentemente oltre 100 economisti, soprattutto francesi, italiani e spagnoli, hanno scritto un manifesto in cui si sostiene che «Il debito detenuto dalla Bce si può e si deve annullare». Il 25% del debito pubblico europeo è detenuto dalla Banca centrale europea, cioè una quota di debiti pari a circa 2.500 miliardi di euro, che i cittadini europei devono a loro stessi.

    Nella storia, la cancellazione del debito non è sempre stata un tabù: alla Conferenza di Londra del 1953, per esempio, i partecipanti, guidati dagli Stati Uniti, decisero la cancellazione di due terzi del debito pubblico della Germania, che iniziò così il suo percorso di ripresa e di prosperità.

    La loro proposta è chiara. I paesi europei e la Bce siglano un accordo in cui quest’ultima si impegna a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si dovrebbero impegnare a investire lo stesso importo nella ricostruzione ambientale e sociale. Ricetta semplice, impegnativa ed efficace.

    Vi sono anche altre proposte simili, come quella che prevede che i debiti accesi per far fronte alla crisi attuale siano nella forma di titoli irredimibili, senza scadenza e senza interessi, garantiti dalla Bce.

    Del resto, anche un grande paese come il Giappone ha dovuto e deve fare i conti con la sua situazione debitoria. Pur essendo un paese avanzato e tecnologizzato forse più dell’Europa, ha il più grosso debito pubblico al mondo, pari a 252% del suo Pil. Nel 2020 ha aumentato il suo bilancio del 20% attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato. Ma in Giappone oltre il 40% di tutto il debito pubblico è in mano alla Banca centrale e il resto, in maggioranza, è posseduto dalle banche e dalle famiglie giapponesi. Non è in una situazione idilliaca, ma controllando il suo debito, il Giappone non è soggetto a pressioni esterne o a speculazioni da parte dei mercati internazionali.

    In conclusione, la cosa decisiva è che il «debito buono» venga utilizzato per la crescita economica. In tal modo aumentando il denominatore, il tasso debito/Pil inevitabilmente si abbassa. Ma non è la frazione matematica che interessa. Con la ripresa economica si possono finalmente affrontare i problemi reali delle famiglie e delle imprese.

    Il fatto che Draghi, nel frattempo, sia diventato capo del governo del nostro paese, ci fa ben sperare. Certo, anche noi, come cittadini e come singoli, dovremmo modificare i nostri comportamenti, ispirandoli al rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La “transizione ideologica” verso la sharing economy

    Uno dei pilastri della ideologia ambientalista viene rappresentato sicuramente dalla sharing Economy opposta all’economia tradizionale perché quest’ultima si basa sull’acquisto del bene, quindi espressione del “becero ed anacronistico” consumismo a “forte impatto ambientale”.

    La condivisione, invece, tra più soggetti del medesimo bene, specialmente se nell’ambito della movimentazione urbana, diventa un vero e proprio Must per questa nuova ideologia sharing tanto da riconoscerle i connotati di economy. Se poi, a questa ora sharing economy si aggiunge anche l’alimentazione elettrica dei monopattini il quadro idilliaco ed astrale proposto dalle diverse forme di ideologia ambientalista prende forma.

    Lo stesso governo dimissionario Conte ha sostenuto fiscalmente (ovviamente a debito) l’acquisto di monopattini elettrici individuati come la via maestra per abbattere le emissioni di CO2 all’interno del perimetro urbano. Una scelta basata su paradigmi e luoghi comuni privi di ogni riscontro verificabile ma al tempo stesso espressione di una ideologia politica la cui sintesi trasforma questa nuova attenzione verso l’ambiente in una vera e propria ideologia svincolata spesso dal semplice riscontro relativo ai dati reali.

    Risultano, viceversa, fondamentali nella valutazione dell’impatto ambientale proprio la attendibilità delle fonti di quei dati come base giustificativa di un’ideologia, per non diventare invece l’anello debole di questo rinnovato integralismo ambientalista.

    Arcadis (*) è una società multinazionale di ingegneria quotata al NASDAQ e che si occupa anche di consulenza ambientale tanto da detenere la leadership mondiale. Attraverso una propria ricerca relativa all’impatto ambientale appunto dei monopattini elettrici in sharing ha potuto stabilire come l’emissione di CO2 per km dei monopattini sia pari a 105,5 grammi per km. Solo per fornire un confronto una Mercedes 350 de (elettrodiesel) ne emette 29gr/Co2 mentre una Golf 2000 turbo diesel 102gr/Co2. Una Toyota Yaris full hybrid 64gr/Co2 mentre una FcA Panda mild hybrid 89gr/Co2 (**). Una motocicletta al di sotto di 750 cc emette invece 204gr/Co2 i quali diventano 231gr/Co2 per le cilindrate superiori.

    Nella valutazione delle emissioni di Co2 viene tenuto in considerazione il processo produttivo, che per quanto riguarda i monopattini elettrici avviene nell’estremo Oriente, il quale non garantisce il rispetto di nessun parametro ambientale unito ovviamente alla valutazione della quota inquinante per permettere ai monopattini di arrivare sui mercati in relazione al ciclo di vita medio degli stessi monopattini che risulta essere di 18 mesi.

    Questa valutazione complessiva ed articolata ridicolizza le posizioni degli ultimi anni sostenute dalle diverse frange ambientaliste quanto dai sindaci delle diverse città italiane, espressione delle più diverse forze politiche.

    Contemporaneamente ripropone ancora una volta come all’interno di una rinnovata o corretta attenzione all’impatto ambientale la riduzione della filiera produttiva, da anni proposta da chi scrive come vera opzione strategico produttiva, rappresenta una scelta non solo vantaggiosa sotto il profilo economico ma valida sotto il profilo della compatibilità e della sostenibilità ambientale.

    Risulta evidente da questi dati come buona parte dell’ideologia ambientalista rappresenti il veicolo politico per contestare un sistema economico assolutamente perfettibile ma espressione imperfetta di una visione liberale e democratica opposta ad un integralismo socialista tipico degli ambienti ambientalisti.

    La complessiva digitalizzazione dell’economia e della conoscenza dovrebbe rappresentare un’occasione per tutti per abbandonare strategie basate sulla semplice ideologia politica e passare senza timore ad ideologie politiche ed ambientaliste basate sulla conoscenza, ora disponibile liberamente. Invece si continua con i soliti luoghi comuni legati a schieramenti politici più che alla valutazione oggettiva delle varie opzioni anche in ambito di sostenibilità nella complessa ed articolata questione ambientalista.

    Non possedere una conoscenza approfondita all’interno di un determinato settore non è grave in quanto facilmente colmabile attraverso la volontà di accedere ad una aggiornamento come ad un approfondimento, ignorare o peggio ancora negare la realtà con i suoi dati per pura scelta ideologica rappresenta la peggiore forma di stupidità.

    (*) www.arcadis.com

    (**) valori di CO2 che vanno divisi ovviamente per il numero di passeggeri presenti in auto

  • Amsterdam supera Londra per appeal agli occhi degli investitori

    Londra non è più la capitale europea della finanza. Con la Brexit, Amsterdam attira più investimenti ed è diventata il nuovo principale ‘hub’ finanziario del Vecchio Continente. E questa è una diretta conseguenza della Brexit, in quanto la causa principale dello ‘shift’ è il divieto imposto alle istituzioni finanziarie con sede nell’Ue di investire oltremanica, perché Bruxelles non ha riconosciuto alle Borse e alle sedi di negoziazione del Regno Unito lo stesso status di vigilanza del suo. Il motivo? Essenzialmente perché Londra, a sua volta, non ha riconosciuto alcuna vigilanza europea alle aziende Ue che operano nella City. Ora si punta a riaprire il negoziato, ma non sarà facile farlo. E nel frattempo i capitali sono volati da Londra ad Amsterdam.

    Tuttavia, ci si chiede: perché questi capitali si sono rivolti principalmente ad Amsterdam e non a Francoforte o a Parigi? Secondo gli esperti esistono almeno due ragioni. La prima è che Amsterdam è molto più simile a Londra di Francoforte e Parigi, non solo per la lingua ma anche perché culturalmente l’Olanda è più simile alla City di Londra. Gli operatori finanziari si sentono più a loro agio lì che nelle altre sedi europee. La seconda ragione è più sostanziale: perché l’Olanda ha una fiscalità nettamente più vantaggiosa per il mercato dei capitali rispetto a quella delle altre capitali europee.

    L’Olanda viene equiparata cioè a un ‘paradiso fiscale’. Insomma, le grandi aziende, le cosiddette corporate, riescono ad avere accordi ad hoc, soprattutto per quanto riguarda le tasse sugli utili societari, con le autorità olandesi. Inoltre anche per quanto riguarda il trading azionario conviene di più spostarlo ad Amsterdam perché si pagano meno tasse. E questo indubbiamente pone un problema di fondo all’Unione europea: come fare a rendere più equo il ‘campo di gioco’? Ovviamente Amsterdam ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno, visto che è diventata la calamita che attira la maggior parte dei capitali in uscita da Londra. Il Financial Times ha stimato uno spostamento immediato di 6,5 miliardi di euro verso l’Ue, non appena il periodo di transizione della Brexit si è concluso alla fine dello scorso anno. Si tratta di circa la metà del volume d’affari che le banche e gli intermediari londinesi avrebbero normalmente gestito se il Regno Unito fosse stato ancora un Paese membro. Come nota lo stesso Ft la strada verso l’unione dei mercati dei capitali in Europa è “ancora lunga”. A Bruxelles, il fulcro di questa strategia è l’Unione dei mercati dei capitali da tempo promessa, che mira a sbloccare i flussi di investimento transfrontalieri e ad aumentare l’accesso ai finanziamenti per le imprese europee.

    Il piano d’azione sull’Unione dei mercati dei capitali (Cmu) è stato lanciato dall’Ue a settembre del 2015 e deve ancora essere completato. In un rapporto, citato dal Ft, e preparato dal chief financial officer della Cmu, Kalin Anev Janse e da Rolf Strauch, il suo chief economist, si chiede un notevole potenziamento dei poteri di vigilanza dei due regolatori europei esistenti, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali. Questi due organismi, oltre ad avere un ruolo guida nella definizione delle normative su settori come la finanza verde e digitale, dovrebbero aumentare i loro poteri esecutivi e ottenere l’autorità di supervisionare direttamente i grandi partecipanti finanziari internazionali. “La sfida per l’Ue è definire e costruire un modello di vigilanza efficiente che armonizzi i mercati e garantisca la trasparenza e la protezione degli investitori”, afferma il documento. “Attualmente, pratiche di vigilanza divergenti nell’Ue ostacolano gli investimenti transfrontalieri”.

    Tutto ciò concorda con le ambizioni della Commissione europea, poiché l’Ue persegue la cosiddetta autonomia strategica nei servizi finanziari. Mairead McGuinness, commissario europeo per i servizi finanziari, ha assicurato che Bruxelles “punta sulla Cmu” e sta facendo “un sacco di lavoro” in questo senso.  Ovviamente esistono numerose raccomandazioni da parte di Bruxelles contro il dumping fiscale, dirette contro l’Olanda, ma anche contro Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo e Malta. L’obiettivo è quello di contestare le pratiche fiscali “aggressive”, che vanno a vantaggio delle grandi società, incentivandole a spostare la loro sede in Olanda. Uno strumento essenziale per Bruxelles per ridurre il dumping fiscale di Paesi come l’Olanda è il Recovery Plan. Tra gli obiettivi del Recovery infatti c’è una clausola, in base alla quale viene sostenuto che l’emissione di ingenti quantità di debito dell’Ue potrebbe aiutare a promuovere l’integrazione dei mercati dei capitali. In altre parole si tratterebbe di un ‘do ut des’: aiuti contro la pandemia in cambio di misure in favore di un più equo mercato europeo dei capitali. Ovviamente anche questa strada è stretta e lunga. Tuttavia non c’è dubbio che in una fase come questa, in cui l’agenda europea è dominata dalle questioni legate alla pandemia, uno scambio di questo tipo potrebbe servire ad ammorbidire la posizione delle autorità olandesi.

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