Economia

  • Federchimica invoca la crescita tramite una politica chiara per l’industria

    Negli ultimi quattro mesi 2019 la chimica italiana, secondo i dati diffusi in occasione dell’Assemblea annuale di Federchimica, ha visto la produzione restare ferma sui livelli dell’anno scorso e a inizio 2019, ed il presidente dell’associazione delle imprese di categoria (affiliata a Confindustria), Paolo Lamberti, ha richiamato tutti gli associati, e non solo loro, osservando che «è imperativo tornare a crescere».

    La chimica ‘paga’ contrazione del settore automotive, ma non solo quello; tirano infatti soltanto i consumi non durevoli delle famiglie, come cosmetica, detergenza e chimica destinata all’alimentare. E la flessione non riguarda soltanto il mercato italiano, ma anche l’export (-0,3% in valore nel primo trimestre, -0,6% nel solo mercato europeo che pesa circa per il 60% sulle esportazioni della chimica tricolore)

    «Negli anni recenti la Chimica si è dimostrata tra i comparti che meglio hanno saputo resistere al forte calo della domanda interna, con una quota di produzione destinata all’export che supera il 50%; dal 2010, le esportazioni sono cresciute più di quasi tutti gli altri principali produttori europei» ha osservato Lamberti, prima di proseguire: «Tornare a crescere è imperativo. Sono assolutamente necessarie semplificazione normativa e riforma della Pubblica amministrazione, ambiti dove il divario tra l’Italia e gli altri Paesi è massimo. Sono interventi che non generano debito pubblico e non vanno contro le regole europee, ma serve visione e volontà politica per attuarle. Per crescere abbiamo bisogno di investimenti per la ricerca e sviluppo così come della valorizzazione dei nostri centri di eccellenza per rendere attraente l’Italia per i ricercatori, italiani ed esteri».

    Senza citare direttamente il ministro dell’Ambiente, contrario a simili impianti, Lamberti ha osservato che «non si può pensare di fare a meno dei termovalorizzatori: in Italia ne abbiamo solo 39, mentre sono 126 in Francia e 121 in Germania, due Paesi considerati assolutamente virtuosi da un punto di vista ambientale». Ma più in generale, ha proseguito, «servono politiche stabili e di lungo periodo che favoriscano competitività e innovazione. E’ necessario che la politica industriale torni in cima alle priorità europee: auspichiamo la presenza di un Commissario di rilievo in grado di coordinare una vera politica industriale, che incentivi anche nuove eccellenze, in ambito manifatturiero e digitale».

    Di 56 miliardi di euro il valore della produzione della chimica nello stivale, le 2.800 aziende attive nel settore (con circa 110 mila addetti) fanno dell’Italia il terzo produttore europeo e l’undicesimo al mondo.

     

  • Il salario minimo ed il contesto italiano

    Da oltre un ventennio il pensiero economico dominante, espressione della nomenclatura nazionale, internazionale ed accademica, ha basato tutta la propria strategia di sviluppo sul principio della concorrenza considerata come l’unica artefice del benessere per i consumatori del mercato globale.

    Un vantaggio che risulterebbe essere espressione della maggior competitività, e di conseguenza produttività, che le imprese sarebbero costrette ad esprimere nell’affrontare appunto la concorrenza di e da ogni latitudine. Un principio concettualmente corretto ma che presenta la grande limitazione applicativa nel non tenere in alcuna considerazione il fattore “ambientale e normativo specifico nazionale” nel quale questa concorrenza si trovi ad esprimersi.

    La assoluta impossibilità di riformare la Pubblica Amministrazione italiana, infatti, rende il sistema paese assolutamente anticompetitivo nei confronti delle imprese italiane che operano nel mercato globale. Questo immobilismo normativo della PA di fatto trasforma ogni aumento della produttività interna alle aziende in una semplice diminuzione del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto).

    Questa teoria economica, quindi, manifestazione di un approccio superficialmente generalista e massimalista alle diverse realtà economiche (espressioni dei diversi contesti nazionali) trova ora una ulteriore espressione nella volontà di introdurre il salario minimo. Ennesima conferma di come tali iniziative normative siano frutto di approcci ideologici ed economici come della mancanza di un minino di conoscenza delle specificità del mondo globale (principio della concorrenza) ed ultimamente anche dei soli asset industriali italiani (salario minimo).

    Il settore industriale italiano è rappresentato per oltre il 95% da PMI le quali trovano il proprio successo nel grande livello qualitativo e specificità delle proprie lavorazioni, rientrando perciò nelle filiere tanto nazionali quanto internazionali nonostante paghino i costi aggiuntivi dell’inefficienza  della pubblica amministrazione e del sistema infrastrutturale. Questo successo che pone le nostre PMI come sintesi felice di know-how industriale e professionale al vertice mondiale è costretto a scontare  il costo aggiuntivo della pubblica amministrazione italiana che da sempre rema contro il  settore industriale a causa della posizione ideologica espressione della pubblica amministrazione stessa. In più, all’interno di un mercato globale emerge evidente come oltre al problema della concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera si aggiunga quello della estrema facilità del  trasferimento tecnologico in una economia digitale assolutamente senza più barriere (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/15/il-valore-della-filiera-by-ducati/).

    Tornando alla proposta del salario minimo, questo rappresenterebbe un aggravio di costi per queste aziende che rientrano per proprio ed esclusivo merito all’interno di queste filiere ad alto valore aggiunto sia nazionali che internazionali. Viceversa altre economie, come quella tedesca, nelle quali le grandi aziende rappresentano l’asse portante del settore industriale risulta evidente come il  salario minimo possa venire applicato e soprattutto compensato attraverso una compressione dei costi pagati alle aziende contoterziste che partecipano alla filiera del prodotto finito e contemporaneamente anche attraverso la ricerca di sinergie interne all’azienda stessa.

    In altre parole il salario minimo viene applicato in Germania ed assorbito grazie ad una riduzione dei costi che vengono trasferiti sul sistema complesso delle aziende a monte della filiera. Anche perché va ricordato che tutti i prodotti risultano complessi nel senso che rappresentano la sintesi di molteplici know-how industriali e professionali che intervengono nelle diverse fasi di lavorazione del prodotto stesso.

    Il maggior aggravio di costi può essere sopportato solo a valle della filiera (l’azienda mandante e titolare del prodotto finito che lo pone sul mercato) perché altrimenti qualora venisse applicato alle diverse PMI determinerebbe un effetto moltiplicatore per ogni singola fase del processo produttivo a monte del prodotto finito. Ritornando quindi all’asset tipico industriale italiano emerge evidente come questo fattore moltiplicatore dei costi interni (il salario minimo appunto) porterebbe le nostre PMI al di fuori di mercato fortemente concorrenziale e di conseguenza delle filiere. Un ragionamento talmente semplice che parte dalla conoscenza degli asset industriali evidentemente sconosciuti alle menti elaboratrici di questa iniziativa normativa. Una volontà politica espressione della assoluta incompetenza che riesce a trasformare un’idea concettualmente corretta ma in un contesto diverso (come in Germania) in un fattore anticompetitivo drammatico per l’intero asset industriale italiano. Ancora oggi si cerca di individuare nell’Unione Europea il nemico che impedirebbe la nostra crescita economica, quando, invece, siamo noi italiani con la nostra ignoranza i peggiori nemici di noi stessi.

  • EU considers freezing Customs Union negotiations with Turkey

    Amid growing concerns about the aggressive offshore drilling activities that are currently being carried out near the Cypriot coast by the Turkish government, the European Union is mulling putting Ankara’s accession chapters under discussion ahead of the European Council meeting in 20-21June,

    Turkey disputes the existence of an Exclusive Economic Zone that belongs to Cyprus. Instead, Turkey’s authoritarian President Recep Tayyip Erdoğan claims he has the legal right to send exploration vessels in the are, a move that EU-member Cyprus says violates its sovereignty.

    According to the draft joint communique, the EU leaders are preparing “to respond appropriately and in full solidarity with Cyprus,” and to reiterate that the bloc condemns “Turkey’s continued illegal actions in the Eastern Mediterranean” while noting that “Turkey continues to move further away from the European Union”.

    The EU’s leaders plan to publicly declare that Turkey’s EU accession negotiations have come to a standstill and no further chapters in the accession process can be considered for opening or closing at this time, including the change of status of the Customs Union with the EU and visa liberalisation for Turkish passport holders.

    “No further work towards the modernisation of the EU-Turkey Customs Union is foreseen,” the leaders are expected to say at the end of the week.

    The EU is also prepared to show Turkey that further escalation is possible if any illegal drilling continues. Greek Prime Minister Alexis Tsipras has already said that he may demand that the EU sanction Turkey because of Ankara’s continued violations of Cyrpus’ territorial waters.

    The dispute adds to a series of disagreements between the EU and Turkey in areas such as the rule of law and democratic standards, especially since a so-called failed coup against Erdoğan’s Islamist government in July 2016.

    Cyprus was split in 1974 into the EU-member Greek Cypriot south and the internationally unrecognised Turkish Cypriot north when Turkey invaded in response to a coup by local supporters of a formal union with Greece.

  • Made in Italy: avanti piano e sempre nella direzione errata

    L’Italia rappresenta l’unico Paese al mondo nel quale la storia non insegna nulla, ma proprio nulla. Durante il governo Renzi si è assistito ad una esilarante quanto inutile e velleitaria iniziativa definita ‘Italian taste’, sintesi delle professionalità di Calenda e Martina che ovviamente è attualmente e per fortuna finita nel dimenticatoio (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/).

    Il governo ora in carica, mediando il medesimo approccio al mercato, propone lo Stellone della Repubblica italiana in aggiunta logo Made in Italy a conferma della italianità del brand a cui già ora viene attribuita una delle massime credibilità nel mondo. Alla assoluta inutilità di queste iniziative (del governo Renzi come del Governo attuale) si aggiunge inoltre un aspetto paradossale in quanto questa ultima iniziativa (il famoso stellone) è persino a pagamento e non invece espressione di un nuovo protocollo di certificazione della filiera italiana. Queste due iniziative a distanza di quattro anni l’una dall’altra risultano simili in quanto espressione della medesima ignoranza dei mercati esteri, evidentemente sconosciuti, e delle relative aspettative dei consumatori che li compongono. Sembra incredibile come non vengano tenute in assoluta considerazione le opinioni dei buyer internazionali che sono portatori del sentiment dei consumatori internazionali.

    Se avessero infatti dimostrato un minimo di umiltà, gli autori di queste due iniziative, del 2015 e del 2019, avrebbero avuto sicuramente la possibilità di comprendere come il mercato internazionale chieda, ed ora esiga, semplicità ed immediatezza, da sempre espressione del brand Made in Italy, e venga quindi interpretata come negativa qualsiasi aggiunta di loghi legati all’‘italian taste’ come all’odierno Stellone della Repubblica.

    Ogni iniziativa normativa e d’immagine che vada a sovrapporsi al reale valore percepito (sostanzialmente queste due iniziative rappresentano un semplice e puro gioco di immagine e di visibilità per chi le propone) arrecano un danno al valore espressione del Made in Italy e soprattutto confondono il consumatore finale il quale, viceversa, richiede affidabilità e certificazione reale. Inoltre l’applicazione dello Stellone della Repubblica avrebbe anche la terribile conseguenza di togliere valore stesso al logo Made in Italy a tutti quei prodotti di aziende italiane che non intendono pagare per la sua applicazione. Ancora una volta uno dei pochi quanto sicuri asset di sviluppo economico e soprattutto industriale legati ad una comprovata aspettativa dei consumatori internazionali verso  prodotti che risultino espressione della filiera italiana viene sottoposta ad una ulteriore ridicola e dannosa sovrapposizione normativa. L’unico augurio è che anche questa dimostrazione di presunzione venga dimenticata velocemente come quella del governo Renzi.

    Tuttavia si continua nel percorso di confusione relativa alla tutela della filiera produttiva italiana legata al Made in Italy quando il mercato chiede solo chiarezza, quest’ultima invece espressione del declino culturale che emerge da queste due iniziative legislative.

     

  • Il nuovo socialismo 4.0: disprezzo per lavoro e risparmio

    Gli ultimi tre governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese dal 2015 in poi saranno ricordati come i peggiori della storia repubblicana.

    Il governo Renzi nel 2015 riuscì a raddoppiare la velocità di  crescita del debito rispetto al PIL dilapidando anche i 30 miliardi di minor esborso dei costi al servizio del debito pubblico (passato senza alcun merito del governo da 93 a 63 miliardi/anno) frutto insperato degli effetti del Quantitative Easing varato dalla BCE. Si scelse, invece, di aumentare la spesa pubblica attraverso l’elargizione degli ottanta euro (10 miliardi), il finanziamento di industria 4.0, quasi interamente a vantaggio della grande industria ed ovviamente non delle PMI. Scelte di politica economica legittime ma che tuttavia non giustificano il raddoppio della velocità di crescita del debito rispetto al PIL il cui progresso risultava assolutamente legato esclusivamente alla domanda internazionale in forte aumento. In questo contesto infatti si collocava il desiderio inespresso e inconfessabile di Padoan e Calenda relativo ad un aumento dell’IVA che avrebbe portato nel breve periodo ad un aumento del valore nominale del PIL stesso la cui differenza tra crescita ed inflazione sarebbe risultata interamente a carico dei consumatori attraverso una perdita del potere di acquisto.

    Durante il governo Gentiloni nel 2018 (anno in cui si manifestano gli effetti della finanziaria del 2017) a conferma di tale declino i consumi risultano “aumentati” del +0,3% a fronte di un’inflazione al +1,2%, quindi logica conseguenza è una contrazione dei primi del -0,9% nonostante il debito continuasse a correre.

    Ora il presidente della Consob Savona, espressione dell’intelligentia del governo Conte sostenuto da Lega e 5 stelle, afferma senza pudore come  il debito pubblico sia sostenibile fino a 200% del PIL (riproponendo il modello Made in Japan)inserendo nella complessa valutazione dello stesso come “garanzia” anche il risparmio privato. In altre parole i contribuenti non solo versano le tasse per sostenere la spesa pubblica ma devono ora offrire in più una sorta di “garanzia impropria ed imposta” attraverso il proprio risparmio, frutto di sacrifici e di rinunce.

    Francamente mai si era  arrivati ad un tale disprezzo da parte della politica nel suo complesso per il lavoro che ha reso questo “monte  risparmio” uno dei più importanti al mondo e che invece meriterebbe una tutela aggiuntiva. Va inoltre ricordato come il risparmio complessivo degli italiani ammoniti a 10.200 miliardi, metà dei quali circa è fatto di investimenti immobiliari mentre la seconda è rappresentata da liquidità investita in prodotti finanziari che una circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 giudicò ad alto rischio e scarsa liquidabilità.

    A questa visione assolutamente fantasiosa da parte del  presidente della Consob fa da contraltare  lo schieramento politico Cottarelli il quale intenderebbe attuare una finanziaria incentrata sul varo di una patrimoniale che potesse riportare il rapporto debito/PIL al 100%. In questo senso si ricorda che per riportare i due valori ad un simile rapporto percentuale sarebbero necessari circa 510 miliardi per arrivare al rapporto indicato da Cottarelli. Una finanziaria quindi che si trasformerebbe in un prelievo del 5% del risparmio totale in immobili e prodotti finanziari dei contribuenti italiani, al cui confronto il prelievo forzoso del 6 x1000 del 1992 risultato ridicolo. Ovviamente dimenticando quanto diceva Luigi Einaudi il quale affermava che una patrimoniale potesse essere sostenibile solo con un sistema fiscale equo e successivamente con un abbassamento della pressione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/13/lillusione-patrimoniale/).

    In questo contesto di articolazione della spesa pubblica una patrimoniale assolutamente insostenibile aprirebbe un respiro di soli tre/cinque anni per ritrovarsi nella medesima situazione attuale in quanto non interesserebbe minimamente i meccanismi della spesa stessa.

    Savona come Cottarelli dimostrano in questo modo l’assoluto disprezzo per il frutto del lavoro dei contribuenti italiani, che già finanziano la spesa pubblica attraverso il versamento delle tasse (ed una pressione fiscale insopportabile specialmente se rapportata ai servizi resi dalla PA), i quali ora invece dovrebbero ulteriormente contribuire per eliminare i disavanzi della spesa pubblica che hanno portato ad un debito  ormai insostenibile.

    Centro destra e centro sinistra in altre parole hanno come obiettivo il risparmio dei contribuenti italiani per porre rimedio alla propria incapacità di intervenire sui meccanismi della spesa pubblica dei quali il debito ne risulta l’espressione. Entrambi rappresentano la nuova visione del socialismo  4.0 la cui massima espressione si manifesta nella affermazione della “superiorità degli interessi dello Stato MA soprattutto di coloro che in suo nome operano” rispetto al lavoro degli imprenditori, dei lavoratori e dei professionisti italiani che formano il parco buoi dei contribuenti.

    Una superiorità degli interessi dello Stato e delle persone che operano in questo senso tale da  determinare  come inevitabile conseguenza il disprezzo per il frutto del sacrificio dei cittadini italiani i quali vengono chiamati a rispondere attraverso il proprio risparmio dell’incapacità degli ultimi vent’anni dei governi alla guida nostro Paese ed in particolare degli ultimi tre, dal 2015 ad oggi.

    Dopo il declino culturale nel quale siamo immersi da oltre due decenni  le volontà e le tesi di Cottarelli e Savona uniti nel voler utilizzare il risparmio privato risultano i più fulgidi esempi della ormai conclamata  metastasi culturale.

  • Il sorpasso della Spagna espressione della “maggiore produttività complessiva”

    Da sempre in Italia la benzina e il gasolio rappresentano il nemico principale della classe pubblica  e, contemporaneamente, anche la cassa alla quale attingere in caso di ricerca di coperture per la finanza pubblica (il Governo Monti aumentò le accise sui carburanti di venti centesimi) o per finanziare nuovi capitoli di spesa corrente. Nella visione ideologica dominante che ha condizionato l’attività di tutti i governi alla guida del nostro Paese attraverso l’appesantimento dei costi dei carburanti si evidenziava, allora come oggi, la metafora dello scontro ideologico relativo alle strategie di mobilità privata alla quale la politica nel suo complesso ha sempre contrapposto quella pubblica.

    Per decenni non abbiamo avuto una singola professionalità in grado di comprendere come un sistema intermodale risultasse fondamentale per creare i fattori competitivi che permettessero a tutti i settori economici, primario, secondario e terziario, di presenziare nei tempi richiesti dai mercati. Una velocità che nel mercato globale e con una distribuzione che risponde al principio della riduzione del magazzino rappresenta adesso uno dei fattori fondamentali raggiungere gli obiettivi di budget.

    In altre parole, il sistema logistico o “intermodale” rappresentava, ieri come oggi, la sintesi di strategie  e risorse pubbliche destinate alla realizzazione di infrastrutture all’interno delle quali si sarebbero dovuti sommare gli investimenti privati delle aziende favorendo quindi una  crescita economica complessiva. Il maggiore gettito fiscale generato dalla crescita marginale del Pil avrebbero così coperto gli investimenti pubblici in infrastrutture. In Italia, invece, abbiamo assistito ad uno scontro frontale ideologico tra le opposte posizioni  che ha portato al crollo degli investimenti in conto capitale da oltre vent’anni (si omette il “valore sinergico” di Mose e per ora Pedemontana) con molteplici  danni per il tessuto economico italiano senza precedenti  progressivi ed esponenziali che ci hanno portato al disastro attuale.

    Un sistema logistico avanzato (termine  attuale per sistema intermodale) rappresenta il tessuto connettivo che permette o dovrebbe permettere alle aziende del settore primario e secondario ma anche il terziario di ridurre al massimo i tempi di risposta al mercato (time to market) e contemporaneamente a ridurre i costi che influiscono sul prezzo finale. Questo sistema evidentemente dovrebbe essere la sintesi di una visione strategica da parte del settore pubblico coniugata con gli investimenti del settore privato tali da rendere questo sistema economicamente competitivo e sostenibile.

    In questo disastro italiano quasi interamente attribuibile alla miopia della classe politica degli ultimi trent’anni (tanto nazionale che regionale e comunale) avviene quello che sembrava impossibile solo vent’anni fa, e cioè il sorpasso nel settore primario della Spagna. Il paese iberico, infatti, esporta tredici (13!) miliardi di prodotti agricoli, ben il triplo rispetto ai nostri quattro (4) miliardi, per altro in calo del 5% nell’ultimo anno. Una capacità di presidiare i mercati strettamente legata alla velocità di consegna, espressione di un sistema logistico competitivo. La produzione del settore agricolo così raggiunge i 21 milioni di tonnellate contro i 16,3 italiani. A fronte di un prezzo del gasolio di 1,20 euro noi rispondiamo con 1,60/1,90. Questo permette all’economia agricola spagnola di proporre  i propri prodotti come per esempio le arance ad un prezzo inferiore per kg di 0,50 euro. Legato infatti alla competitività del sistema logistico viene rilevato come il costo chilometrico risulti essere di 1,22 euro in Spagna per la merce trasportata che è di gran lunga inferiore rispetto al nostro di 1,6 euro: anche così vengono spiegati i prezzi minori dei prodotti ortofrutticoli spagnoli rispetto a quelli italiani. Questo divario spinge il sistema agricolo spagnolo verso il consolidamento del sorpasso nei confronti di quello italiano, se riportata ai settori industriali questa antieconomicità del sistema logistico si traduce in un aumento del proprio peso a livello esponenziale.

    Va infatti ricordato come i prodotti ormai rappresentino la sintesi di diversi know-how industriali e professionali “dispersi” sul territorio e quindi il singolo prodotto risulti  soggetto a diverse lavorazioni  successive ad alto valore aggiunto all’interno  dei siti produttivi dando così vita al traffico di perfezionamento passivo (TPP). In questo modo il saldo finale complessivo delle diseconomie legate ad un sistema logistico ed infrastrutturale inadeguato rende  l’intera filiera produttiva del nostro paese antieconomica e di conseguenza inospitale  ad ogni tipologia di investimenti. In altre parole, il sorpasso spagnolo nel settore primario dimostra quanto banali possono risultare le teorie economiche che prevedono ed indicano la soluzione alle problematiche italiane nel semplice aumento della produttività. Il concetto di produttività così come viene inteso dai professori Monti, Giavazzi e Alesina si riduce semplicemente nella compressione del C.L.U.P. (costo del lavoro per unità di prodotto). Viceversa, la produttività di un paese viene rappresentata dalla sintesi di un settore industriale integrato ad un sistema logistico adeguato e con una pubblica amministrazione a servizio di entrambi.

    Ancora oggi in Italia l’idea di realizzare le infrastrutture per diminuire i tempi del mercato e così consentire l’ingresso dei nostri prodotti nei mercati integrati viene intesa come un favore al settore privato in antitesi rispetto al trasporto pubblico. Una visione disastrosa la quale unita alle semplicistiche sovrapposizioni al concetto di produttività complessiva, la sola compressione del C.L.U.P., inesorabilmente ci destinano al declino economico e culturale.

  • Tassi negativi sui depositi delle banche alla Bce: nel 2018 hanno reso 7,5 miliardi a Francoforte

    L’11 giugno 2014, la Bce ha introdotto un tasso di interesse negativo sui depositi presso la Banca Centrale e questo, secondo un’analisi condotta da Deposit Solutions, ha fatto sì che nel solo 2018, le banche della eurozona abbiano trasferito alla BCE circa 7,5 miliardi di euro sulle giacenze liquide, ossia 21 milioni di euro al giorno, con un impatto medio sugli utili del -4.3% nel solo 2018. La maggior parte di questi pagamenti è stata effettuata da banche tedesche, francesi e olandesi che, nel periodo 2016-2018, hanno pagato rispettivamente 5,7, 4,1 e 2,5 miliardi di euro, con un impatto sugli utili compreso tra il -9.1% della Germania e il -4% della Francia. Nello stesso intervallo di tempo, le banche Italiane hanno rappresentato il 5.2% dei trasferimenti, per un controvalore di circa 900 milioni di euro di interessi negativi. Con un impatto sul profitto del -2,4%, le banche italiane hanno versato meno tassi di interesse negativi di quelle francesi e tedesche, ma più delle controparti spagnole, che negli ultimi tre anni hanno pagato 764 milioni.
    I pagamenti dei tassi di interesse negativi continuano a crescere anno dopo anno, ma non in Italia. I pagamenti annuali di interessi delle banche tedesche sono quasi raddoppiati negli ultimi tre anni e sono aumentati di anno in anno anche in Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo. L’aumento è stato particolarmente oneroso per le banche spagnole che nel 2016 hanno versato circa 125 milioni di euro di tassi di interesse negativi, e nel 2018 più di tre volte tanto, attestandosi sui circa 400 milioni di euro. In controtendenza, l’Italia è stata l’unico paese dell’Eurozona ad aver registrato un calo dei pagamenti di anno in anno.

  • In Norvegia palazzi che producono più elettricità di quanta ne consumano

    Powerhouse, un consorzio di architetti, ingegneri, ambientalisti e designer di Oslo, ha realizzato in Norvegia un palazzo “a energia positiva”, cioè un edificio che produce più elettricità di quanto ne consumi e può quindi cederla agli edifici circostanti e al fornitore statale.

    L’edificio si chiama Brattørkaia: costituito da 8 piani nel centro della cittadina di Trondheim, affacciata su un fiordo dell’Atlantico, produrrà 485mila chilowattora all’anno (il consumo medio di un’abitazione, in Norvegia, è di 20mila). Sebbene non rappresenti un unicum nel suo genere – lo studio Snohetta ha realizzato diverse case private, una scuola Montessori, un paio di uffici, e anche un college universitario in Canada, una palazzina nell’ateneo di Harvard, in Massachusetts, l’archivio municipale di San Diego, edifici industriali in Europa sono stati realizzati per produrre più energia di quanta ne usino – Brattørkaia ha rappresentato una sfida tecnologica ed ambientale di assoluto rilievo: in un Paese in cui i raggi solari scarseggiano nei mesi invernali e le temperature rigide aumentano la necessità di riscaldamento, non era scontato riuscire nell’opera di produrre energia in eccesso. Powerhouse Brattørkaia fa tesoro di soluzioni che lo studio Snohetta ha adottato in edifici minori: il tetto di pannelli solari con un certo grado di pendenza per massimizzare la raccolta dei raggi, un atrio cilindrico per raccogliere luce naturale fino all’ultima goccia, la facciata curva per catturare i venti del Nord e trasformarli in aerazione interna. Solo per fare qualche esempio. Strumenti che Powerhouse sta utilizzando anche per un altro grande progetto in corso: lo Svart Hotel, albergo “a energia positiva” dalla forma di anello in costruzione sull’acqua di un fiordo oltre il Circolo polare artico.

    Secondo la Commissione Europea, gli edifici urbani pesano per il 40% del consumo energetico e per il 36% delle emissioni di gas serra dell’Ue. Più di un terzo del totale. Sulla scia del consorzio Powerhouse, in Norvegia altri due studi d’architettura, Haptic Architects e Nordic, hanno annunciato il progetto di una smart city sostenibile vicino all’aeroporto di Oslo.

  • En NY: se reúne el GCI sobre Venezuela y del Grupo de Lima

    Los Ministros de Relaciones Exteriores de Canadá, Chile y el Perú, miembros del Grupo de Lima, junto con la Alta Representante de la UE y los Ministros de Relaciones Exteriores de Portugal y Uruguay, miembros del Grupo Internacional de Contacto, se reunieron hoy en las Naciones Unidas, en Nueva York, para abordar la situación de Venezuela.

    La reunión reflejó la decisión de ambos grupos de aumentar los contactos a efectos de contribuir a una solución política, pacífica y democrática a la crisis venezolana. Ellos acordaron que si bien la solución requiere que sea venezolana, el impacto regional de la crisis demanda que la región y la comunidad internacional jueguen un rol más activo en apoyar un pronto retorno de la democracia en Venezuela.

    Ambos grupos confirmaron su compromiso para una transición pacífica dirigida a elecciones libres y justas. A este respecto, expresaron su apoyo a todos los esfuerzos en curso hacia este objetivo. Ellos reiteraron su apoyo a la Asamblea Nacional democráticamente electa y afirmaron la necesidad de restaurar y respetar plenamente sus poderes, así como la liberación de todos los prisioneros políticos.

    Acordaron continuar una estrecha coordinación, incluyendo el acercamiento a otros actores internacionales relevantes. Ambos grupos continuarán asimismo trabajando juntos denunciado las violaciones de derechos humanos en el país, en el marco del Consejo de Derechos Humanos y otros organismos multilaterales.

    El Grupo de Lima y el Grupo Internacional de Contacto coincidieron en la gravedad de la situación humanitaria, incluyendo la crisis migratoria, y se comprometieron a continuar proporcionando asistencia humanitaria a la población venezolana y a los países vecinos afectados, en consonancia con principios internacionalmente aceptados. Expresaron su apoyo a la respuesta coordinada de las Naciones Unidas y subrayaron la necesidad de incrementar el apoyo internacional, garantizando que los agentes humanitarios son capaces de llevar su asistencia sin restricciones ni interferencias

    Por su parte la Alta Representante de la UE y los Ministros de Relaciones Exteriores de Portugal y Uruguay, en representación del Grupo Internacional de Contacto (ICG), reiteraron que se reunieron en Nueva York con los Ministros de Relaciones Exteriores de Canadá, Perú y Chile, en representación del grupo de Lima, para discutir el situación en venezuela. Esto es parte de la decisión del ICG de intensificar el compromiso diplomático con los actores relevantes de la comunidad internacional. Discutieron la situación en Venezuela como parte de la decisión del ICG de intensificar el compromiso diplomático con los actores relevantes comunidad internacional.

    El intercambio fue precedido por una reunión preparatoria entre los miembros del Grupo de Contacto Internacional. También asistió el recientemente nombrado Asesor Especial del Alto Representante para Venezuela, Enrique Iglesias.

    Las discusiones se centraron en los esfuerzos en curso para contribuir a una solución política, pacífica y democrática, a través de elecciones libres y justas; así como en formas de ampliar la asistencia para enfrentar la grave situación humanitaria que afecta a la población venezolana.

    En este sentido, el Alto Representante Mogherini también tuvo una reunión con el Secretario General Adjunto de las Naciones Unidas y el Coordinador de Ayuda de Emergencia, Mark Lowcock.

    El Grupo de Contacto Internacional continuará su divulgación con jugadores internacionales. Un encuentro con la Comunidad del Caribe (Caricom) se llevará a cabo en un futuro próximo.

     

  • Turismo italiano: il mare non attira più turisti

    Anche se la stagione estiva è appena iniziata, anche dal punto di vista meteorologico, c’è allarme tra gli operatori turistici. Il rilancio di Egitto, Turchia, Grecia, Spagna si sta facendo sentire sul mercato e sempre più famiglie cercano la settimana di vacanza al mare al prezzo più basso.

    “Per la prima volta negli ultimi cinque anni – commenta Massimo Feruzzi di Jfc, attività di consulenza turistica e marketing territoriale – la durata media della vacanza balneare scende sotto i 10 giorni, e più precisamente a 9,2 giorni di vacanza media, contro i 10,3 dello scorso anno. È il trionfo del nomadismo: il 67,8% degli italiani che intendono quest’estate fare una vacanza in una località balneare è disposto a cambiare scelta all’ultimo minuto se ha la certezza di trovare un’opzione “light & hight”, nasce da qui l’altissima quota dei nuovi turisti nomadi, altamente infedeli a qualsiasi località”. Il turista è sempre più alla ricerca dell’occasione, mentre gli operatori hanno aumentato i prezzi e diminuito gli investimenti, come sottolinea l’indagine previsionale effettuata da Jfc su un campione di circa 7mila operatori. Il mare resta la meta preferita ma in discesa rispetto all’anno scorso, 53,7% del totale (-6 punti percentuali rispetto all’estate 2018).

    Rimane la grande attenzione al budget: la mancanza di disponibilità economica si fa sentire nel 38,4% dei casi (lo scorso anno questo indicatore valeva il 18,4%). Questo è in contrasto col dato che dimostra come ben quattro operatori su dieci abbiano aumentato i prezzi. Gli alberghi delle località balneari (Centro-Nord) hanno apportato un aumento di prezzo dei listini pari al +2,2%; gli alberghi del Sud hanno rincarato del +4,1%; le strutture plein air (villaggi turistici, campeggi ed aree di sosta) delle località balneari hanno aumentato i prezzi del +4,3%; le altre strutture ricettive extra-alberghiere (RTA, B&B, agriturismi, case e appartamenti per vacanze, ostelli per la gioventù) hanno apportato un aumento dei prezzi pari al +5,5%; i servizi di spiaggia subiranno un aumento complessivo che si attesta al +2,1%; la ristorazione aumenta di una quota pari al +1,5%; i costi del viaggio rispetto allo scorso anno crescono del 3,3%; le spese per lo svago (visite, escursioni, divertimento su base nazionale) segnano un incremento pari al +1,9%.

    La spesa media è stata quantificata in 616 euro a persona per una settimana di vacanza al mare in Italia (contro i 620 euro dello scorso anno); spesa che diventa pari ad euro 1.490 per nucleo familiare composto da genitori e un figlio di età inferiore agli 8 anni.

    Per le mete turistiche di mare in Italia si prevede un decremento complessivo delle presenze del 4,1% e degli arrivi dell’1,6%. Anche il dato relativo al fatturato del comparto balneare italiano si allinea a queste previsioni, con una flessione di 3,3 punti percentuali. Il margine aziendale calerà di circa 8 punti percentuali rispetto alla stagione 2018. Vince la classifica generale per l’offerta mare nel suo complesso l’Emilia-Romagna, seguita da Sardegna e Veneto; come area balneare più famosa svetta la Sardegna, seguita da Emilia-Romagna e Veneto; l’area balneare considerata più trendy fa invece riferimento alla Sardegna, seguita da Sicilia e Puglia; per quanto riguarda l’area balneare con la “migliore ricettività”, vince l’Emilia Romagna, seguita da Sardegna e Toscana; la classifica dell’area balneare con le migliori spiagge vede in vetta ancora la Sardegna, seguita da Calabria e Sicilia; infine, la classifica delle aree balneari regionali con più servizi vede la vittoria dell’Emilia-Romagna, seguita da Veneto e Toscana.

    Calabria, Sicilia e Veneto sono le mete con il tasso di crescita più alto. Tutte le restanti aree segnano indici negativi, con la Puglia che, dopo anni di crescita costante, nell’estate 2019 perderà sino al 13,6% di presenze e fatturato. In Puglia tutti i tre ambiti analizzati segnano indici negativi, con il Salento che perderà oltre l’11% in termini di presenze e quasi il 14% di fatturato. Altre aree in forte sofferenza saranno quelle sarde (ad eccezione dell’area sudovest), con forti ripercussioni generalizzate. Male anche l’area balneare nord del Lazio (-2,8% di presenze e -3,3% di fatturato) ed il levante ligure (-2,2% di presenze e –2,4% di fatturato).

     

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