diritti

  • Essere con la Francia

    Mentre la Francia e l’intero mondo sono sconvolti  da una pandemia, che non vede ancora una soluzione vicina, il ras turco incita, di fatto, il mondo musulmano alla guerra Santa. il presidente Macron che, dopo la decapitazione del professore francese, atto di una violenza ed efferatezza degna solo di criminali sanguinari per i quali non vi può essere perdono nè in terra nè nell’aldilà, aveva giustamente difeso la libertà di espressione come uno dei pilastri della democrazia, è diventato il bersaglio delle ire islamiste, e con lui la Francia. Erdogan, l’uomo che, a detta di molti accreditati analisti ed osservatori, si è organizzato un colpo di stato per rendere il suo potere ancora più assoluto con la Turchia controllata da forze di polizia, azzerando ogni spazio di libertà di pensiero, ha dato il via, contro la Francis, ad un vero e proprio appello al mondo mussulmano. Già diversi inquietanti segnali dimostrano come si sia vicini ad una escalation di manifestazioni e violenze non solo verso Macron ed il suo paese ma, di fatto, contro l’Europa dove, già in passato, molti paesi hanno subito sanguinosi attentati. La Francia, come noi e qualunque altro Stato europeo, è messa in grave pericolo dal proclama di Erdogan e lo stesso è ormai diventato il mandante, non solo morale, di qualunque azione che porti a nuove violenze e vittime, non soltanto sul suolo europeo. Siamo diventati, a casa nostra, il bersaglio di sciagurati dittatori, di gruppi di massacratori in cerca di potere il cui obiettivo, come l’Isis ha dimostrato, è di distruggere civiltà e libertà.

    Ci appelliamo ancora una volta a quella maggioranza del mondo mussulmano che crede nella convivenza e nel rispetto gli uni degli altri, ma questo mondo deve alzare più forte la propria voce altrimenti i violenti prevarranno ancora ed il silenzio diventerà connivenza. E’ già molto tardi ma c’è ancora il tempo per evitare che tutti si finisca nel baratro. Un baratro sempre più vicino se Erdogan non sarà isolato, se alcuni governi, come quello italiano, continueranno a tacere inerti ed inermi, quello che tocca la Francia tocca ogni paese europeo, per prima l’Italia che da troppi anni ha una politica estera almeno ambigua.

  • La maggior parte dei cittadini europei vuole che i fondi dell’UE siano erogati in base allo Stato di diritto

    La pandemia di Coronavirus in Europa e il successivo collasso delle molteplici economie del blocco a 27 hanno avviato un acceso dibattito sull’assegnazione del Recovery Fund da parte di Bruxelles con la maggior parte dei residenti dell’UE che chiede una distribuzione del denaro basata sulla situazione dello Stato di diritto.

    In un sondaggio del Parlamento europeo del 20 ottobre, il 77% dei cittadini europei insiste affinché i fondi dell’UE vengano erogati solo ai paesi che attuano efficacemente lo Stato di diritto e difendono i principi democratici. Il sondaggio online è stato condotto dall’agenzia Kantar all’inizio di ottobre e ha coinvolto quasi 25.000 cittadini di età compresa tra i 16 e i 64 anni in tutta Europa.

    Più del 50% dei cittadini lussemburghesi, austriaci e maltesi è favorevole a vincolare i fondi dell’UE alla libertà di stampa, all’indipendenza della giustizia, alle iniziative contro la corruzione e alla protezione delle libertà civili.

    I risultati del sondaggio hanno fatto eco alle opinioni del Commissario europeo per i valori e la trasparenza, Vera Jourova, che ha dichiarato a luglio che i membri dell’Unione europea dovrebbero ricevere denaro dal bilancio dell’UE e dal Recovery Fund solo se dispongono di tribunali solidi e misure concrete ed efficaci contro la corruzione. Lavorando sulla questione, la Commissione ha presentato alla fine di settembre la sua prima relazione in assoluto per conoscere la situazione dello Stato di diritto nei 27 membri dell’UE. Sebbene possa servire come base per un ulteriore controllo dei paesi dell’UE, il rapporto non può portare ad azioni legali concrete contro nessuno di essi.

    Alla domanda su come spendere il budget dell’UE, il 54% degli intervistati desidera vedere i fondi stanziati per migliorare la salute pubblica e il 42% ha optato per la ripresa economica e nuove opportunità per le imprese.

    Portogallo, Grecia e Spagna sono stati tra i più convinti sostenitori di una maggiore spesa dell’UE per la sanità pubblica.

  • Canada’s Trudeau hits China on human rights, ‘coercive diplomacy’

    Canada’s prime minister Justin Trudeau on Tuesday criticised China’s “coercive diplomacy,” repressive measures in Hong Kong and detention of Uyghur Muslims, saying they are counterproductive both for Beijing and for the rest of the world.

    “We will remain absolutely committed to working with our allies to ensure that China’s approach of coercive diplomacy, its arbitrary detention of two Canadian citizens alongside other citizens of other countries around the world is not viewed as a successful tactic by them”, Trudeau said. He also stressed Canada’s “concern for the protection of human rights and places like Hong Kong” and “with the Uyghurs”.

    The Chinese embassy in Ottawa did not have an immediate response to Trudeau’s criticism of its diplomacy. China has repeatedly said Canada must set Meng Wanzhou, a senior executive of Chinese telecoms giant Huawei, free before relations can improve.

    Ties between the two countries deteriorated in 2018 after Canadian police arrested Meng on a US extradition warrant. She is charged with bank fraud related to violations of US sanctions against Iran. Soon after, China detained two Canadians and charged them with spying.

    Tuesday marked the 50th anniversary of Canada’s diplomatic ties with China. Trudeau said that Canada would “continue to work with our fellow like-minded nations around the world, to impress upon China that its approach to internal affairs and global affairs is not on a particularly productive path for itself or for all of us”.

     

  • Politically correct

    Finalmente, non si può più dire “negro” per identificare persone di pelle scura originarie dall’Africa. Non si deve più scrivere “padre” e “madre” in alcuni documenti pubblici ma basta definirli “genitore 1 e 2”.  Fortunatamente, anche quel dolcetto che compravamo in Svizzera che si chiamava “Moretto” non è più in vendita e la parola “eschimese” è stata abolita: ora dobbiamo parlare di “popolo inuit”.  Una deputata PD (ma proprio Moretti si doveva chiamare? Se ancora non lo sapesse, la informiamo che, con una petizione al Presidente della Repubblica, potrebbe ottenere di cambiare il cognome), più sensibile di alcuni suoi compagni di partito ha lanciato l’idea che anche nei cimiteri i crocefissi e le madonne dovrebbero godere di tendine a scomparsa in modo da non turbare credenti di altre religioni.  Vi dico la verità: anche il termine “afro-americano” usato adesso negli USA mi sembra discriminatorio in senso geografico. Non sarebbe meglio definirli “diversamente colorati”?

    Per non mettere in imbarazzo persone di culture diverse il Parlamento italiano ha recentemente approvata la Convenzione di Faro che all’art. 4 recita: “l’esercizio del diritto all’eredità culturale può essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica, per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui diritti e libertà”.  Certamente e solo per modestia, il Ministro Franceschini ha voluto dichiarare che il “rispetto degli altrui diritti ecc.” non sottende che i nudi dei nostri dipinti o delle statue debbano essere censurati per non urtare la sensibilità di sessuofobici o che Maometto raffigurato all’Inferno (dipinto in una Chiesa) debba essere sostituito con un anonimo peccatore. Noi pensiamo, però, che il raggiunto e benefico multiculturalismo ci imponga moralmente di buttare a mare tutta quella “spazzatura” artistica accumulata in secoli in cui ci crogiolavamo in una fallace identità europea. Oggi siamo moderni, democratici e multiculturali!

    Tutto bene dunque e credo proprio che siamo sulla strada giusta contro il becero razzismo, contro le discriminazioni sessuali e quelle religiose. Penso, tuttavia, che già che ci siamo dovremmo andare oltre e, con un piccolo sforzo, eliminare l’uso di quelle parole che potrebbero essere interpretate come la volontà di rinchiuderci in valori oramai superati. Qualche esempio? Perché continuare a credere che un gatto porti sfortuna quando attraversa la strada se è di colore nero? Tingerli tutti sarebbe improbo quindi abituiamoci a considerarlo un segno di buona ventura. Che ci attraversino pure la strada gatti di quel colore: da oggi porteranno fortuna. E perché, invece di parlare di “miseria nera”, non cominciamo a pronunciare: “miseria bianca”? Suonerebbe meno razzista.

    Impariamo dai tedeschi: a Berlino per definire i passeggeri della metropolitana trovati senza biglietto si diceva “Schwarfahrer” che voleva dire “viaggiatore in nero”. Oggi, finalmente, questa allocuzione è stata proibita e si deve più giustamente parlare di “passeggero senza un biglietto valido”. La stessa cosa dovremmo fare noi con gli abusivi. Basta chiamarli “portoghesi”! E finiamola di scrivere di “maggioranza bulgare”! Ma che non si parli più nemmeno di “conti in nero”. In fin dei conti (scusate il calembour) sempre e solo di numeri si tratta!

    Se vogliamo fare ancora di più, possiamo magari imitare gli svedesi. Da loro la seconda lingua più parlata oggi è l’arabo. Ebbene, come è cosa buona e giusta, si è data vita a un Partito Arabo Svedese il cui segretario, il sig. Krar Al-Hamede, ha fatto una interessante proposta al fine di favorire l’integrazione e una maggiore omogeneità sociale. Ecco la sua idea, che potremmo accogliere anche noi (speriamo che qualche partito progressista e di sinistra se ne faccia carico): “Se il multiculturalismo non è adatto per qualcuno, la società può aiutarne l’emigrazione…vogliamo concludere accordi con Paesi che possono interessare gli svedesi come Polonia, Thailandia, Nuova Zelanda o altri Paesi più omogenei e meno religiosi”. La sua idea è di offrire un generoso aiuto finanziario a quegli svedesi che vorranno volontariamente lasciare la Svezia per facilitare l’integrazione degli ex-stranieri. Sembra che in 24 ore il sito Facebook del partito abbia raccolto più di 200 like.  Purtroppo, anche in Svezia ci sono retrogradi e nostalgici di una presunta identità nazionale e qualcuno ha protestato. E’ pur vero che il sig. Al Hamede è stato due volte ricoverato in un ospedale psichiatrico, ma c’è restato poco e ora è completamente libero. Lo dimostra il fatto che il sito del partito è perfettamente funzionante. Siamo certi che è solo questione di tempo: come annunciato, il nuovo partito si presenterà alle elezioni parlamentari del 2022.

    Qualora per impicci burocratici non accadesse in Svezia, potremmo favorirlo noi in Italia. La generosità a favore di un’accoglienza estesa non ci manca (vedi la riduzione delle multe per gli scafisti delle ONG e le dichiarazioni di molta brava gente dentro e fuori la politica) e, magari, potremmo ottenere anche l’Alto Patronato della Ministra Bellanova.

  • Equilibrio di genere nei consigli di amministrazione: la direttiva europea non ancora adottata

    Si torna a parlare di equilibrio di genere al Parlamento europeo, l’occasione è quella della sessione planaria di ottobre. Nel 2012, la Commissione Europea ha proposto una direttiva per migliorare l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione: si richiedeva che il sesso sottorappresentato costituisse il 40% dei consiglieri di amministrazione delle società quotate in borsa. Sebbene il Parlamento europeo abbia sostenuto la proposta nel 2013, la direttiva non è stata ancora adottata a causa delle riserve di diversi Stati membri in seno al Consiglio.

    Nel 2020, le donne rappresentano solo il 28,7% dei membri del consiglio di amministrazione delle più grandi società quotate nell’Europa a 27. La percentuale è distribuita in modo non uniforme, con un solo Stato membro, la Francia, che raggiunge e supera il 40% delle donne membro di un consiglio. Gli Stati che si avvicinano al 40% sono Belgio, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia.

    Gli approcci normativi nazionali sono attualmente molto diversi, ma quelli che hanno assicurato i progressi più rapidi sono anche quelli che hanno normative più ‘rigide’(Belgio, Italia, Francia). Sono stati compiuti progressi anche in alcuni Stati che hanno verso la materia un approccio più morbido, come la Svezia e la Finlandia, anche se è previsto il ricorso a norme più severe in caso di fallimento delle regole ‘soft’.

    L’idea che si possano trarre vantaggi economici da un buon equilibrio di genere nei consigli di amministrazione delle società è promossa dall’Organizzazione Internazionale del lavoro, dalla Banca mondiale e dall’OCSE. Le interviste realizzate da McKinsey con i CEO mostrano anche quanto la diversità del consiglio di amministrazione migliori il processo decisionale eliminando il pensiero di gruppo.

    L’indagine non ha sempre prodotto però risultati soddisfacenti perché è stata posta sì l’attenzione sulla presenza femminile ma non è stato esaminato l’effettivo contributo e il modo con il quale le donne esercitano la loro influenza.

    I consigli di amministrazione ‘di genere’ hanno dimostrato di avere un approccio positivo in merito alla trasparenza delle aziende e le società gestite da CEO donne hanno maggiori probabilità di rimanere operative. Non avere donne in posizioni apicali invece può essere considerato ingiusto e uno spreco di capitale umano.

    Nel 2012 la Commissione ha proposto una direttiva sul miglioramento dell’equilibrio di genere nelle aziende/società quotate in borsa. La proposta era basata sull’Articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che fa riferimento al principio di parità di genere nell’occupazione e riconosce l’azione positiva come metodo per ottenerla. L’obiettivo che si prefiggeva era il raggiungimento, entro il 2018, di un minimo del 40% dei membri non esecutivi di sesso femminile sottorappresentato nei consigli di amministrazione nelle aziende del settore pubblico ed entro il 2020 nel settore privato. La direttiva non si applicherebbe alle PMI e agli Stati membri che hanno come obiettivo la presenza femminile al 33%.

    La proposta non è stata adottata perché molti Stati membri hanno espresso riserve sulla sussidiarietà e perché alcuni Paesi dispongono già di una legislazione nazionale al riguardo. A maggio 2020, otto Stati membri si sono opposti alla proposta. Tuttavia, la Commissione mantiene l’impegno, includendo la proposta tra le priorità della strategia sull’uguaglianza di genere 2020-2025.

    Il Parlamento ha fortemente sostenuto la legislazione in questo settore e ha adottato la sua posizione in prima lettura a larga maggioranza il 20 novembre 2013, richiedendo, tra l’altro, sanzioni più severe. Il Parlamento ha continuato a chiedere lo sblocco e l’approvazione sia a febbraio 2019 che gennaio 2020.

  • L’infanzia negata

    In molte occasioni, anche se non a sufficienza, organi di stampa, politici ed esponenti di mondi culturali ed associativi si sono occupati dell’infanzia negata ai milioni di bambini che, in troppi paesi del mondo, sono costretti a lavorare invece di giocare e andare a scuola. Milioni di bambini che soffrono la fame o che muoiono per malattie che altrove sono state debellate da tempo. Bambini che con il loro lavoro arricchiscono multinazionali, che non saranno mai donne e uomini con tutte le opportunità, o almeno le speranze, di coloro che hanno potuto studiare e che, attraverso il gioco, hanno appreso nozioni e sfumature, capacità di socializzare che poi saranno utili da adulti. Bambini costretti a diventare combattenti, guerrieri in realtà dove il terrorismo e la violenza sono pane quotidiano. L’infanzia negata è un delitto consumato quotidianamente contro tanti bambini e diventa una catastrofe per l’intera umanità che resterà priva di tante donne e uomini che non potranno affrontare l’età adulta con esperienze positive.

    Ma l’infanzia non è negata solo nei paesi poveri o eternamente in conflitto, l’infanzia non è negata, avvilita, solo dall’obbligo, dalla necessità di lavorare quando si è ancora troppo piccoli, l’infanzia ormai è negata ovunque vi sia qualcuno che induce i bambini ad azioni, attività non adatte alla loro età, ovunque vi sia qualcuno che abusa della loro credulità, che tramuta atteggiamenti sbagliati in atteggiamenti comuni e di moda. L’infanzia è colpevolmente negata se un genitore, per appagare il proprio io, condivide che bambini piccoli si tramutino in fotocopie di star, modelle o personaggi ricchi di follower e capaci di produrre denaro facile e veloce, ovunque un genitore, per stare più tranquillo, abbandona nelle mani dei più piccoli strumenti che li portano a navigare dove è pericoloso per la loro stessa sicurezza. Genitori disattenti, insegnanti distratti, personaggi equivoci, o solo interessati al loro personale guadagno, trasformano l’infanzia in una caricatura dell’età adulta togliendo i tempi necessari alla crescita, le sicurezze che nascono dalla conoscenza, le emozioni ed i sentimenti che, per svilupparsi negli adulti, hanno bisogno che i bambini siano stati bambini. Ecco allora tutti gli episodi di bullismo e poi di violenza feroce, le ragazzine ed i ragazzini che si prostituiscono per un vestito o la ricarica del cellulare, le bambine che sfilano imbellettate e le ragazzine in abiti succinti che si compiacciono dei complimenti salaci degli adulti e le piattaforme, come Tik tok, dove ci si esibisce e dove manipolatori, o peggio pedofili, reclutano le ingenue vittime.

    L’infanzia negata, che vediamo ogni giorno nelle strade delle nostre città, all’uscita delle scuole, nelle denunce, spesso disattese, di chi il pericolo lo ha visto e lo vede, è responsabilità di tutti coloro che tacciono e ammiccano credendo che le mode siano più importanti del rispetto di noi stessi e del futuro dei nostri figli e nipoti.

  • Zaki resta in carcere, Amnesty si appella a Roma

    Dopo i cinque mesi dell’incubo coronavirus, ora pure una tentata evasione di condannati a morte contribuisce a prolungare – stavolta di altri dieci giorni – la custodia cautelare in carcere in cui l’impietosa giustizia egiziana tiene dal febbraio scorso Patrick Zaki a causa di una decina di post scritti su Facebook forse da altri ma considerati propaganda sovversiva punibile con 25 anni di prigione.

    Il suo caso è monitorato con attenzione dall’ambasciata italiana al Cairo, che coinvolge nell’iniziativa le rappresentanze diplomatiche dei più importanti Paesi europei. Ma Amnesty International lo vorrebbe più alto nell’agenda del governo italiano.

    Il sistema di udienze per il rinnovo della custodia cautelare – dapprima scadenzate per 14 giorni e ora ogni 45 – era già saltato dal 7 marzo al 26 luglio a causa del coronavirus che ufficialmente impediva la comparsa in aula del giovane. Sabato 26 settembre si è tenuta una nuova udienza, ma lo studente dell’Alma Mater bolognese non era stato portato davanti alla Corte di assise. Dopo oltre 24 ore di angosciosa attesa, si è capito perché: per “motivi di sicurezza”, come ha rivelato una dei suoi due avvocati, Hoda Nasrallah, l’udienza è stata aggiornata al 7 ottobre. Stavolta non si tratta di Covid ma – almeno ufficialmente – della tensione creata da un sanguinoso tentativo di evasione compiuto mercoledì scorso da quattro condannati a morte che hanno ucciso un ufficiale di polizia e due reclute del corpo militarizzato in Egitto prima di essere abbattuti dai secondini nel complesso carcerario di Tora, quello alla periferia sud del Cairo dove è detenuto anche Patrick, ha riferito la legale.

    Si sono spente comunque le speranze di un rilascio del 29enne che è anche ricercatore in studi di genere presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr). Ma almeno non c’è stata la mazzata di altri 45 giorni di reclusione, che avrebbero protratto fino a novembre la pena che Patrick sta in pratica già scontando.

    “Questi giorni che ci separano dal 7 ottobre sono giorni in cui Amnesty International chiede al Governo italiano di rimettere nella propria agenda il nome di Patrick Zaki perché, complice l’estate, complice altro, quel nome da quell’agenda è scomparso”, ha detto all’Ansa Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che esorta anche i parlamentari italiani a prendere “iniziative” in vista del 7 ottobre.

    Peraltro, una fonte della campagna ‘Patrick Libero’ ha sottolineato che gli attivisti che si battono per la scarcerazione del giovane hanno “appreso con piacere che l’ambasciata d’Italia al Cairo, mercoledì, ha fatto un intervento scritto presso il ministero degli Esteri per ricordare che monitora attentamente il caso nell’ambito del monitoraggio europeo e continua a seguire l’esito delle udienze”, confidando di “riprendere a presenziare fisicamente” quando la pandemia di coronavirus “lo permetterà”.

  • Inquietanti dimostrazioni dittatoriali

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin; dal film “Il grande dittatore”

    La televisione pubblica tedesca ARD, circa una decina di giorni fa, in base ad un’analisi fatta, evidenziava la necessità di superare una “crisi interna” dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Una crisi causata dall’incapacità di nominare il nuovo segretario generale, visto che il mandato dell’uscente scadeva a metà del luglio scorso. Una simile situazione sta mettendo l’OSCE in difficoltà perché non può svolgere normalmente i propri obblighi statutari. Tra l’altro, nell’analisi della televisione tedesca, si evidenziava anche la diretta responsabilità del presidente di turno dell’OSCE, che quest’anno è il primo ministro albanese. Fatto che potrebbe aumentare i disagi, se non si interviene subito e con delle decisioni prese dalle diplomazie degli altri paesi membri. Perché “…in più l’Albania, che ha meno contatti e influenza diplomatica che altri paesi […] avrà questo incarico fino a fine anno”. La sopracitata analisi, riferendosi poi alla crisi in Bielorussia, causata subito dopo la rielezione di Lukashenko, evidenziava l’incapacità del presidente di turno dell’OSCE di intervenire per risolvere la crisi. Perché, il presidente di turno, e cioè il primo ministro albanese, “… non poteva frenare, oppure trovare una soluzione della crisi, perché non aveva i legami e le influenze tra i paesi membri dell’OSCE”. Anzi, Lukashenko “…lo ha ignorato, negandogli la visita” proposta ufficialmente proprio da lui, dal primo ministro albanese, nella veste di presidente di turno dell’OSCE. E non poteva essere diversamente. L’autore di queste righe ha informato di tutto ciò il nostro lettore tre settimane fa (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue; 7 settembre 2020).

    Nel frattempo però, il primo ministro albanese rifiuta in Albania la richiesta dell’opposizione per coinvolgere i rappresentanti dell’OSCE a redigere tutte le necessarie correzioni sulla Riforma elettorale, accordata il 5 giugno scorso dai partiti politici. Un accordo, quello, salutato anche dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcune importanti cancellerie europee e quella statunitense. Un accordo, quello, firmato da tutti, ma poi, subito dopo, ignorato dalla maggioranza governativa, che ha votato in Parlamento degli emendamenti cambiando così quanto accordato precedentemente. Emendamenti che adesso il primo ministro e i suoi rappresentanti stanno cercando di rappezzare di nuovo. Cosa che è tutt’altro che difficile per lui che, da più di un anno ormai, controlla indisturbato tutti i deputati eunuchi del parlamento. Tutto ciò mentre, da più di tre anni, in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Perciò il primo ministro può agire indisturbato per finalizzare i suoi obiettivi. Il primo tra i quali adesso è la vittoria nelle prossime elezioni politiche, fissate per il 25 aprile 2021. E tutto ciò anche sotto gli occhi dei rappresentanti internazionali. Proprio quelli che hanno infranto tutte le regole sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, mentre “costringevano” non diplomaticamente le parti, “ospitate” nella residenza dell’ambasciatrice statunitense, a firmare l’Accordo sulla Riforma elettorale del 5 giugno scorso. Adesso però, proprio loro, i “soliti rappresentanti internazionali”, stanno, chissà dove, a guardare, come sempre, con “occhi chiusi e orecchie tappate”. Proprio loro adesso fanno finta di niente e non reagiscono contro queste inquietanti dimostrazioni dittatoriali del primo ministro albanese. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato a tempo debito il nostro lettore. Esprimendo, allo stesso tempo, anche le sue perplessità e i suoi dubbi, sia sulla bontà dell’accordo, che sulla serietà e l’impegno del primo ministro e dei suoi a rispettare quell’accordo. Egli scriveva allora “…Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena”. (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’….;8 giugno 2020). Sempre in riferimento al sopracitato accordo, una settimana dopo egli scriveva: “… Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza” (Dannosa ipocrisia in azione, come un ‘déjà vu’…; 15 giugno 2020).

    In Bielorussia continuano, dal 5 agosto scorso, le massicce e motivate proteste dei cittadini contro Lukashenko, il suo regime dittatoriale e le manipolazione elettorali. Tra lui e il primo ministro albanese sono tante le somiglianze. Somigliano nel modo con il quale esercitano il potere conferito di fronte alle elezioni. Somigliano nel modo in cui si comportano e reprimono le proteste dei cittadini che chiedono il rispetto dei loro sacrosanti diritti. Somigliano, soprattutto, nella loro determinazione ad aggrapparsi al potere, costi quel che costi, usando tutti i noti e duri modi che caratterizzano le dittature. Anche il primo ministro Albanese, come Lukashenko, sta cercano un nuovo mandato. Non importa come e non importa con quale prezzo. Ma mentre in Bielorussia continuano le proteste contro Lukashenko, in Albania non si protesta da più di un anno. Questo grazie anche al comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali si sono dimenticati delle diverse “linee rosse” pubblicamente dichiarate con tanto di giuramenti e poi “stranamente dimenticate” e/o ignorate. Il che ha permesso al primo ministro di agire indisturbato ed attuare il suo progetto per “rimanere al potere fino al 2029”! E lui farà tutto il possibile perché ciò possa accadere. Almeno vincere le prossime elezioni che gli permetteranno il tanto ambito terzo mandato. Da sottolineare che il primo ministro albanese, nel suo disperato tentativo di vincere quel mandato, non ha niente da perdere. Mentre da guadagnare ne ha e come! Ragion per cui lui non guarderà in faccia a nessuno, proprio a nessuno. Non risparmiando neanche i suoi “fedelissimi, carichi di peccati”. Farà tutto ciò e ben altro purché lui possa realizzare il suo vitale obiettivo: vincere il terzo mandato per salvare tutto, ma proprio tutto quello che ha a che fare con lui stesso! Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con la “Riforma elettorale” e altro ancora, rappresenta il preludio di quello che il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri” stanno preparando per le prossime elezioni del 25 aprile 2021. Seguendo anche l’esempio di Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto e non smetterà di ripetere quello che ci insegna la storia. E cioè che in nessun paese una dittatura possa essere sconfitta con il “voto libero”! Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. La storia ci insegna che le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Compresa anche la dittatura ormai restaurata e funzionante in Albania. Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Spetta però ai cittadini reagire determinati e consapevoli che i dittatori sono tali e agiscono liberamente, solo perché rendono schiavo il popolo.

  • Cosa sta facendo l’Unione europea per proteggere i diritti dei passeggeri aerei?

    L’Unione europea dispone di una legislazione per proteggere i diritti dei suoi cittadini quando si viaggia in aereo. Il Parlamento europeo ha sostenuto per molti anni un livello di protezione più elevato e, nel contesto della pandemia da Covid 19, la Commissione europea ha adottato misure per garantire che i diritti dei passeggeri aerei rimangano protetti.

    Se ci viene negato l’imbarco o il nostro volo viene cancellato o notevolmente ritardato, nel regolamento sul risarcimento del volo sono stabilite regole comuni in materia di risarcimento e assistenza per i passeggeri ed i loro diritti minimi.

    Poiché l’intero percorso di viaggio può comprendere il volo aereo, i diritti dei passeggeri sono anche coperti dalla direttiva sui viaggi ‘tutto compreso’ (Package Travel Directive), che mira a raggiungere un livello elevato e il più uniforme possibile di protezione dei consumatori. Inoltre, la responsabilità dei vettori aerei per il trasporto dei bagagli è specificamente trattata in un regolamento del Consiglio sul trasporto aereo dei passeggeri e dei loro bagagli.

    Con l’obiettivo di migliorare le informazioni per i passeggeri in caso di ritardi e di chiarire le norme in materia di risarcimento, nonché di dare ai vettori aerei maggiore certezza sul diritto, la Commissione europea, nel 2013, ha presentato una proposta per rivedere le norme sui diritti dei passeggeri aerei.

    Tuttavia, il Parlamento europeo, in una risoluzione del 2014 su questa proposta, ha chiesto disposizioni aggiuntive. Queste includono: la garanzia che ci sia una persona di contatto della compagnia aerea in aeroporto in caso di problemi; ulteriori franchigie per il bagaglio a mano; maggiori importi per risarcimento in caso di ritardo; un elenco esaustivo di circostanze straordinarie in cui non è necessario pagare il risarcimento; meccanismi di garanzia contro il fallimento del vettore aereo. Il Parlamento ha ribadito la sua posizione in una risoluzione del 2019. Il Consiglio non ha ancora adottato una posizione sulla proposta. Dopo anni di stallo, le discussioni sono state riaperte nel 2019.

    L’Unione europea ha intrapreso diversi passi per garantire che i diritti dei passeggeri siano applicati in modo coerente e per proteggere i passeggeri in tutti i paesi dell’UE durante la pandemia Covid 19.

    Nel marzo 2020, la Commissione europea ha adottato linee guida interpretative sulle normative sui diritti dei passeggeri e ha pubblicato una nota informativa sulla direttiva sui viaggi ‘tutto compreso’. La Commissione ha ricordato che, ai sensi della legislazione dell’UE, i passeggeri hanno il diritto di scegliere tra rimborso (ad esempio in denaro o sotto forma di bonus) e itinerario alternativo, quando i biglietti di trasporto (aereo, treno, autobus/pullman e traghetti) o il pacchetto di viaggio viene annullato. Se la compagnia aerea propone un voucher, questa offerta non può pregiudicare il diritto del passeggero di optare invece per il rimborso. Le norme dell’UE stabiliscono anche una scadenza per il rimborso: entro sette giorni (a seguito della richiesta del passeggero) per il trasporto aereo ed entro quattordici giorni dalla risoluzione di un contratto di viaggio tutto compreso.

    Il Parlamento europeo ha invitato la Commissione a garantire che queste linee guida interpretative siano adeguatamente attuate nel contesto della situazione Covid 19 in via di sviluppo in una risoluzione del 17 aprile 2020.

    La Commissione ha successivamente riaffermato i diritti dei passeggeri in una raccomandazione adottata il 13 maggio 2020, che mira a rendere i buoni di viaggio un’alternativa interessante al rimborso per i viaggi cancellati. I buoni dovrebbero avere un periodo di validità minimo di un anno e dovrebbero essere rimborsati al più tardi quattordici giorni dopo la fine del periodo di validità se il buono non è stato utilizzato.

    Nel settembre 2020, la Corte di giustizia europea ha concluso che il risarcimento concesso ai passeggeri aerei ai sensi del regolamento può essere pagato nella valuta nazionale del luogo di residenza e non solo in euro.

  • In attesa di Giustizia: mamma li turchi!

    La giustizia è invisa a Recep Erdogan sotto ogni profilo, salvo che i cittadini, avvocati, magistrati e giornalisti inclusi, non siano disposti a piegare la testa.

    Dopo il tentativo di colpo di stato del 2016 vi è stata una stretta autoritaria, ma non è stata quella l’occasione per una ulteriore ed inarrestabile deriva dei diritti: in Turchia sono stati fatti arrestare centinaia di avvocati, colpevoli di aver svolto il proprio ruolo di difensori, magari nell’interesse di oppositori del regime; sono stati arrestati o privati delle funzioni anche decine di magistrati e centinaia di giornalisti. E la repressione non si arresta, anzi, si estende verso ampie schiere di oppositori del governo.

    Ma neppure la protesta in Turchia non si placa e anch’essa assume molteplici forme, come lo sciopero della fame durato 238 giorni e che ha portato alla morte l’avvocata Ebru Timtik di cui un po’, ma senza esagerare, si è parlato sui giornali di casa nostra.

    La donna ha patito sofferenze indescrivibili e pesava ormai 33 chili senza essere più in grado di reggersi in piedi e debilitata a tal punto che era divenuta impossibile anche l’ingestione di acqua. L’Avvocato Tamik, colpevole di aver difeso soggetti invisi al regime, ha subito sulla propria pelle un regime che ha cercato di contrastare manifestando per ottenere un giusto processo per sé e per chi fosse incarcerato, non di rado per anni, in attesa di un giudizio con l’accusa di essere terroristi per il solo fatto di avere preso posizione – anche solo dialetticamente – contro Erdogan.

    I processi che sono stati celebrati a carico di questi sventurati, infatti, si sono risolti in una farsa come hanno più volte denunziato gli osservatori che, rischiando, hanno avuto modo di seguirli da vicino.

    Tra gli elementi di accusa contro gli avvocati c’è persino il fatto che parlino con i loro assistiti, accusati di terrorismo, e perciò vengono considerati collusi. Aberrante: è un processo alla funzione difensiva.

    Del resto, in Turchia la negazione e la violazione dello stato di diritto e dei diritti umani è sistematica e non da ora. Già negli anni ’80 per esempio, a Istanbul furono inquisiti e condannati dei deputati nei confronti dei quali gravava l’accusa di aver parlato in curdo in Parlamento. E da allora la repressione si è estesa: linguistica, etnica, religiosa, politica, di orientamento sessuale. Viene da chiedersi come sia possibile che un Paese che è sull’uscio dell’Europa e del quale molti vorrebbero l’ingresso nella UE calpesti i valori più elementari del vivere civile e non sia sottoposto a pesanti sanzioni, come sta accadendo al Venezuela o alla Bielorussia. A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia: non sarà il ricatto sui migranti l’arma che permette l’impunità a una nazione guerrafondaia? Vi è da sperare che l’Europa e gli Stati democratici non si stiano mostrando forti con i deboli e deboli con i forti.

    Sulla scorta dell’atteggiamento assunto, tuttavia, non può che fondatamente temersi che l’Unione Europea sia purtroppo complice di questo pericolosissimo regime e del personaggio che lo incarna, foraggiato in ogni modo quando ne ha avuto la necessità, disinteressandosi del suo sistematico calpestio dei diritti fondamentali.

    Un colpo di reni, un segnale, da parte dell’Italia che risvegli le coscienze degli altri Paesi sarebbe auspicabile ma sembra improbabile finché alla Farnesina siederà lo statista che risponde al nome di Luigi Di Maio e, dunque, non lamentiamoci se da noi l’attesa di Giustizia è molto lunga: altrove non vi è neppure questa speranza.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker