diritti

  • I Mondiali di calcio

    Al di là delle dichiarazione del Presidente della Fifa il recente passato ed il presente parlano chiaro, i Mondiali sono costati la morte di troppi lavoratori migranti e tutti hanno vissuto in condizioni ben lontane da un minimo rispetto della dignità della persona.

    Certo bisogna aggrapparsi alla speranza che anche paesi che sono stati sponsor di movimenti terroristi e che non hanno rispettato i più elementari diritti umani possano aprirsi al mondo e migliorare, ciò non toglie che la grande festa dei Mondiali non possa e non debba ignorare quanto è avvenuto e continua ad avvenire.

    Dispiace che l’Italia non sia uno dei più importanti protagonisti dei Mondiali di calcio ma, visto dove si svolgono, è meglio non esserci e forse sarebbe opportuno dare un segnale da parte nostra spegnendo, ciascuno di noi, i riflettori su un evento che è costato troppe vite e troppe sofferenze.

    In ultimo un elogio a tutti i volontari animalisti che stanno cercando di salvare i cani randagi che le autorità hanno condannato a morte, c’è più cuore negli animalisti che in tanti sbandieratori dei diritti umani pronti sempre a calare le braghe davanti al business o al divertimento.

  • Nasce l’Unione Italiana Apolidi per dare voce agli invisibili

    Nasce UNIA, l’Unione Italiana Apolidi, la prima organizzazione in Italia di apolidi per gli apolidi, che mira a migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone che vivono in Italia senza la cittadinanza di nessuno stato. Si stima infatti che siano circa tre mila le persone apolidi, ovvero senza la cittadinanza di nessuno Stato che vivono nel nostro Paese. Il numero esatto delle persone apolidi è difficile da definire proprio a causa dell’invisibilità che vivono rispetto alle istituzioni. La causa principale di apolidia in Italia ed in Europa è legata al fatto che molte persone non hanno acquisito una cittadinanza in seguito alla dissoluzione dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, una situazione che ha posto le basi per la successiva trasmissione dell’apolidia di generazione in generazione.

    L’assenza di un’identità legale significa spesso che le persone apolidi hanno un accesso limitato a diritti fondamentali, come l’istruzione, cure mediche adeguate, misure di protezione sociale o un regolare impiego. Gli apolidi privi di documenti incontrano difficoltà a compiere anche attività più semplici, che molto spesso si danno per scontato, come aprire un conto in banca, ottenere la patente o prendere in affitto un’abitazione.

    L’Italia è all’avanguardia nella tutela delle persone apolidi, avendo ratificato entrambe le convenzioni internazionali sull’apolidia. È inoltre uno dei pochi paesi al mondo ad aver predisposto una procedura per la determinazione dello status di apolide, tuttavia rimangono molteplici sfide per garantire l’effettivo godimento dei diritti delle persone che vivono questa condizione.

    L’Unione Italiana Apolidi (UNIA) nasce dalla volontà di quattro giovani che hanno sperimentato in prima persona cosa significhi essere invisibile.

     «Nasciamo per colmare un vuoto: normativo, di rappresentanza, di conoscenza e soprattutto di diritti. L’ambizione è quella di diventare il punto di riferimento nel dialogo con le istituzioni», spiega il presidente di UNIA Armando Augello Cupi.

    Per raggiungere questo obiettivo, sono tre i punti fondamentali:

    –        Promuovere informazioni chiare ad affidabili per informare sia le persone apolidi dei propri diritti sia gli uffici pubblici interessati

    –        Riformare le procedure di determinazione dell’apolidia in modo da renderle maggiormente accessibili ed efficienti, in linea con gli standard internazionali

    –        Facilitare in maniera efficace l’ottenimento della cittadinanza italiana per le persone apolidi attraverso, per esempio, la riduzione dei tempi della procedura e l’esenzione dal test di lingua, uniti a un’applicazione flessibile del requisito relativo al reddito.

    La creazione di UNIA è stata supportata da PartecipAzione, il programma di INTERSOS e UNHCR che promuove l’integrazione delle persone rifugiate nella vita economica, sociale e culturale del nostro Paese.

    L’apolidia non è un fenomeno limitato al nostro Paese[2]. Nel mondo vivono almeno 4,3 milioni di persone prive di cittadinanza, tuttavia si stima che il numero effettivo di persone apolidi sia molto più alto, date le lacune nella raccolta dei dati [3]. Nel 2014 l’Agenzia Onu per i rifugiati ha lanciato la campagna #IBelong per l’eliminazione dell’apolidia, di cui ricorre in questi giorni l’ottavo anniversario.

  • Alla battaglia ideale per l’Ucraina uniamo quella per gli iraniani oppressi

    Le migliaia di giovani che si ribellano alla violenta dittatura iraniana, affiancati da tante donne ed anche uomini adulti che finalmente non tollerano più i troppi divieti che sopprimono ogni libertà, ci ricordano, ancora una volta, quanto sia importante preservare la nostra democrazia e le conquiste di civiltà che abbiamo raggiunto.

    I Cittadini iraniani che sacrificano la loro vita in questi giorni di dura, violenta repressione sono un esempio che deve indurci a cercare tutti di alimentare la speranza con messaggi ed azioni di condivisione e sostegno.

    Uniamo alla battaglia ideale a favore dell’Ucraina anche quella per la libertà degli iraniani oppressi da una violenza barbara.

  • In attesa di Giustizia: magistrati dietro le sbarre

    Francesco Maisto era – ora è andato in pensione – un magistrato illuminato o, più semplicemente, un magistrato come dovrebbe essere un magistrato: noto tra l’altro per lo straordinario equilibrio con cui determinava la pena da infliggersi a coloro che doveva condannare.

    Maisto soleva dire che, nel quantificare la reclusione tra il minimo ed il massimo previsto dalla legge, teneva conto di una serie di fattori aggiuntivi di afflittività come il sovraffollamento carcerario, la mancanza di igiene, la pessima qualità del cibo e la scadente assistenza sanitaria, la ridotta capacità delle strutture penitenziarie di fornire strumenti di rieducazione.

    Francesco Maisto non aveva mai sperimentato la privazione della libertà personale nelle patrie galere ma aveva quella coscienza e consapevolezza delle condizioni in cui versava (e tuttora versa) la popolazione carceraria che tanto un giudicante quanto un inquirente dovrebbero avere. Così, purtroppo non è e – francamente – potrebbe non essere neppure necessario sperimentare quanto hanno fatto recentemente cinquantacinque tra giudici e Pubblici Ministeri belgi: sarebbe, forse, bastevole non prestare orecchio al blaterare sconclusionato dell’avvocaticchio degli Italiani, dei suoi (fortunatamente ridotti) seguaci e del megafono mediatico affidato alla direzione di Marco Travaglio.

    Ma, chiederete voi, cos’è successo a Bruxelles e dintorni? Che quei magistrati hanno volontariamente scelto di essere incarcerati per un certo periodo, per la verità di non lunghissima durata nel carcere di Haren, di nuovissima edificazione e non ancora ufficialmente aperto (quindi deserto), per comprendere meglio le condizioni di vita dei detenuti.

    A parere del Guardasigilli belga, Vincent Van Quickenborne, ciò varrebbe anche a migliorare – mediante i suggerimenti dei “detenuti”  sperimentatori – ad ottimizzare il funzionamento della struttura penitenziaria. Giustissimo, sebbene ci sia una notevole differenza tra chi entra in un carcere nuovo di zecca, vuoto e con la chance di uscirne a richiesta quando vuole e chi ci deve effettivamente scontare una pena o una carcerazione preventiva. Tuttavia, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

    Qualcosa di simile è, viceversa, impensabile alle nostre latitudini dove si annovera un unico precedente di questo tipo, volontario e lontanissimo nel tempo: quello del giudice Pasquale Saraceno che chiese espressamente di entrare in carcere per alcuni mesi dando modo a Piero Calamandrei – uno dei padri costituenti – di trattarne l’elogio nello scritto “Bisogna vedere, bisogno starci, per rendersene conto”.

    In epoche più recenti, quando alla direzione della Scuola Superiore della Magistratura c’era il Professor Valerio Onida, era stata prevista la frequenza dei giovani a “stage penitenziari” della durata di soli quindici giorni. Non stupirà che, per le polemiche e opposizioni di varia natura provenienti dall’Ordine Giudiziario, non se ne fece poi nulla perdendo un’occasione di crescita umana e professionale.

    D’altro canto, giovani magistrati cresciuti a “manette e mani pulite” è quantomeno improbabile che possano avere la sensibilità per sottoporsi ad esperienze simili che mortificherebbero quel malinteso senso di superiorità morale inculcato da trentennali sermoni davighiani e da quella generosa giurisprudenza disciplinare, di cui si è occupata di recente questa rubrica, che riconduce a banali marachelle anche grossolani comportamenti e squinternate decisioni che costano libertà, lacrime e onorabilità ai cittadini in attesa di giustizia.

    Qualcosa, forse, vedremo in un prossimo futuro sebbene si tratti di esperienze postume: la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio dei P.M. milanesi De Pasquale e Spadaro e verificheremo come andrà a finire per questi bricconcelli che sembra (fondatamente) abbiano  nascosto prove a favore di imputati pur di “vincere” un processo sottoponendoli ad oltre un lustro di indagini e giudizi per poi essere assolti. E, per una volta, se l’impianto accusatorio contro questi due P.M. si rivelerà consistente, anche da queste colonne, baluardo di garantismo e rispetto della libertà  si leverà un grido: in galera!

  • Hong Kong judge finds five guilty over children’s books

    A Hong Kong judge has found five speech therapists guilty of publishing seditious children’s books.

    Their books – about sheep trying to hold back wolves from their village – were interpreted by authorities as having an overtly political message.

    After a two-month trial a government-picked national security judge said their “seditious intention” was clear.

    It comes amid a crackdown on civil liberties since 2020, when China imposed a new national security law.

    Beijing has said the law is needed to bring stability to the city, but critics say it is designed to squash dissent.

    The law makes it easier to prosecute protesters and reduces the city’s overall autonomy, while also increasing Beijing’s influence over political and legal decision-making in the city.

    The group of five speech therapists, who were founding members of a union, produced cartoon e-books that some interpreted as trying to explain Hong Kong’s pro-democracy movement to children.

    In one of the three books a village of sheep fight back against a group of wolves who are trying to take over their settlement.

    In another one, the enemy attackers are portrayed as dirty and diseased wolves.

    “The seditious intention stems not merely from the words, but from the words with the proscribed effects intended to result in the mind of children,” wrote Judge Kwok Wai-kin in his judgement, AFP news agency reports.

    He said the books’ young readers would be led to believe that Chinese authorities were coming to Hong Kong with the “wicked intentions” of ruining the lives of the city’s inhabitants.

    Lai Man-ling, Melody Yeung, Sidney Ng, Samuel Chan and Fong Tsz-ho, who have already spent more than a year in jail awaiting the verdict, will be sentenced in the next few days.

    The group, who are aged between 25 and 28 and had pleaded not guilty, face up to two years in prison.

    “In today’s Hong Kong, you can go to jail for publishing children’s books with drawings of wolves and sheep. These ‘sedition’ convictions are an absurd example of the disintegration of human rights in the city,” said Gwen Lee from rights group Amnesty International.

    The group was charged under a colonial-era sedition law which until recently had been rarely used by prosecutors.

    Also on Wednesday, the head of Hong Kong’s journalist union was arrested just weeks before he was due to leave the city to take up a fellowship at Oxford University.

    Ronson Chan, 41, was taken away by police while reporting on a meeting of public housing owners – his employer Channel C said.

    Police confirmed they had arrested an individual after he refused to show his ID and acted “uncooperatively”.

  • L’Onu accusa la Cina di compiere crimini contro gli uiguri

    Le accuse alla Cina sulle “gravi violazioni” dei diritti umani nello Xinjiang sono “credibili” e  lo stato è tale da richiedere un'”urgente attenzione” internazionale: l’Ufficio dell’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani si è spinto fino a rilevare che “la portata della detenzione arbitraria e discriminatoria degli uiguri e di altri gruppi a maggioranza musulmana può costituire crimini internazionali, in particolare contro l’umanità”.

    A pochi minuti dalla scadenza del suo mandato, l’Alto Commissario Michele Bachelet ha diffuso il rapporto a lungo atteso sullo stato dei diritti umani nello Xinjiang, sgretolando le ragioni delle politiche contro il  radicalismo opposte dalla Cina. Che ha reagito furiosamente: “Il cosiddetto rapporto critico è pianificato e inventato in prima persona dagli Usa e da alcune forze occidentali. E’ del tutto illegale e non è valido”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin. “E’ un miscuglio di disinformazione ed è uno strumento politico usato come parte della strategia occidentale di far leva sullo Xinjiang per controllare la Cina”, ha aggiunto.

    Le quasi 50 pagine del lavoro hanno messo in discussione le strategie contro terrorismo ed estremismo “e le politiche associate che hanno portato a schemi intrecciati di restrizioni gravi e indebite su una ampia gamma di diritti umani”, tra problematiche “di standard internazionali sui diritti umani” con concetti vaghi e aperti che danno ai funzionari ampi margini di discrezionalità. Il rapporto copre un periodo pluriennale durante il quale le autorità cinesi avrebbero detenuto arbitrariamente fino a 1,8 milioni di uiguri e di altre minoranze, secondo molti lavori investigativi di gruppi per i diritti umani, ricercatori, media e attivisti, tra torture, sterilizzazioni forzate e lavori di rieducazione, sradicamento delle tradizioni linguistiche, culturali e religiose, in quello che Usa e diversi parlamenti occidentali hanno definito genocidio e crimini contro l’umanità. Il rapporto ha formulato anche 13 raccomandazioni a Pechino, incluso il rilascio tempestivo dei detenuti in centri vocazionali, prigioni o altre strutture.

    Adrian Zenz, antropologo tedesco, è forse la persona più invisa a Pechino per aver sollevato in modo sistematico la questione, finendo per essere colpito da sanzioni. “Non è forte sotto tutti i punti di vista, ma è un ottimo inizio. Non credo che il rapporto sia il miglior risultato possibile, ma date le circostanze, è meglio di quello che avrebbe potuto essere”, ha ammesso con realismo. Su Twitter ha apprezzato il metodo principale seguito, in linea con il suo, ovvero “l’uso di documenti del governo cinese per provare le violazioni dei diritti”, senza artifici.

    “Questo rapporto è estremamente importante e apre la strada a un’azione significativa da parte degli organismi dell’Onu e della comunità imprenditoriale”, ha commentato il presidente del Congresso uiguro mondiale Dolkun Isa.

    Bachelet aveva promesso la diffusione del rapporto entro la fine del mandato a dispetto delle pressioni, difendendosi dalle accuse di indulgenza verso Pechino, affermando che il dialogo “non significa chiudere gli occhi, che siamo tolleranti, che distogliamo lo sguardo o che chiudiamo gli occhi. E ancor meno che non possiamo parlare francamente”. L’ex presidente del Cile era stata criticata per la visita fatta a fine maggio in Cina e nello Xinjiang tra varie restrizioni. Aveva avuto anche una videoconferenza con il presidente Xi Jinping che aveva ammonito che le “questioni relative ai diritti umani non dovrebbero essere politicizzate, strumentalizzate o trattate con doppi standard”, osservando che la Cina ha “un percorso di sviluppo dei diritti umani che si adatta alle sue condizioni nazionali”.

    Sophie Richardson, a capo di Human Rights Watch per la Cina, anche lei finita nelle sanzioni di Pechino, ha notato che il rapporto Bachelet non è quello che Xi “voleva un mese prima del 20° Congresso del Partito comunista”, quando il leader cercherà un inedito terzo mandato.

  • L’Unione europea aderisce alla Convenzione dell’Aia sulle sentenze

    L’Unione europea ha aderito alla Convenzione dell’Aia sulle sentenze, uno strumento importante per agevolare gli scambi e gli investimenti multilaterali basati su regole. La Convenzione stabilisce le condizioni per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze in materia civile e commerciale, compresi i contratti dei consumatori e i contratti di lavoro, e i possibili motivi di rifiuto. L’adesione dell’UE garantirà certezza e prevedibilità del diritto alle imprese europee che operano in diversi paesi, anche al di fuori dell’UE. Anche l’Ucraina ha aderito alla Convenzione.

    Ad oggi sei Stati hanno firmato la Convenzione dell’Aia sulle sentenze, elaborata nel 2019. La Convenzione è nata perché diverse leggi e prassi in tutto il mondo rendevano il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze straniere difficili, se non impossibili. Questa incertezza giuridica e i relativi costi per le imprese hanno spesso ostacolato il flusso degli scambi e degli investimenti internazionali, negando in ultima analisi la giustizia.

    Fonte: Commissione europea

  • In attesa di Giustizia: liberté, egalité, ospitalité

    Pietrostefani, Tornaghi, Manenti ed altri ancora sono nomi noti alle cronache sebbene a lungo dimenticati, almeno fino a quando non è sembrato che la Francia – Paese nel quale avevano trovato da decenni  rifugio – si fosse determinata ad estradarli verso l’Italia per scontare le pene a cui erano stati condannati per gravi reati di sangue e di eversione contro l’ordinamento dello Stato.

    Hassan Iquioussen, invece, è un personaggio sicuramente meno conosciuto, almeno al di qua delle Alpi Graie, e si tratta di un Imam nei cui confronti il Ministro dell’Interno francese aveva recentemente emesso un decreto di espulsione in quanto considerato pericoloso: vicino ai Fratelli Musulmani, che in varie occasioni non ha mancato di manifestare apertamente antisemitismo, omofobia, xenofobia e di legittimare l’omicidio di chi avesse tradito la fede musulmana, spesso abilmente impiegando i termini usati salvo poco tempo fa quando gli è sfuggita la frase “taglieremo loro le teste prima che loro taglino le nostre”. Chi siano i destinatari di tale auspicio è piuttosto chiaro: siamo noi, gli infedeli.

    Dunque, una personcina che sarebbe stato di tutta opportunità rispedire al suo Paese di origine ma… grazie ad un tempestivo ricorso, il Tribunale amministrativo ha annullato la decisione ministeriale e l’Imam può serenamente continuare a risiedere nella sua zona prediletta, al confine con il Belgio.

    La sentenza è un inno all’ospitalità affermando che qualche parolina di troppo, per quanto di esplicita provocazione non può giustificare l’espulsione di chi mantiene il pieno diritto di condurre una normale vita famigliare con i suoi congiunti nella terra che ha scelto come sua residenza.

    Insomma, tiene famiglia ed i  francesi, si vede, non hanno il corrispondente diritto a sentirsi un po’ più sicuri di non incappare in qualche giovanotto (Iquioussen è un idolo nella fascia di età andante dai quindici ai quarant’anni) indottrinato al taglio delle teste.

    Molto ospitali, i giudici francesi: per chi non lo sapesse anche gli ex brigatisti italiani, alla fine, non sono stati consegnati alla nostra giustizia perché – in fondo – è ormai storia vecchia, questi gentiluomini si sono comportati bene per tanti anni, hanno messo su famiglia pure loro, hanno un lavoro e qualche ammazzatina a fondamento ideologico anni ’70 non può certo giustificare la prigione proprio adesso che sono dei miti pensionati o quasi. Figuriamoci, poi, in Italia! Dove – sempre secondo la Corte parigina – non vi è garanzia che siano stati sottoposti ad un giusto processo nel quale non hanno neppure potuto difendersi personalmente. E, certo: hanno preferito restare serenamente seduti in qualche barettino della Rive Gauche a sorbirsi un Pernod o a gustarsi un croque monsieur piuttosto che accomodarsi sulle panche di una Corte d’Assise.

    Liberi tutti, allora! Del resto siamo nella terra della libertà, della uguaglianza ed – evidentemente – della ospitalità.

    Far scontare una pena, tuttavia, non equivale a riparare le vittime di un delitto o i loro famigliari ma non è neppure vendetta sociale, anche se sono passati molti anni dai fatti: è semplicemente quella giustizia degli uomini che prima o poi ci si aspetta che arrivi e si manifesti con uno dei suoi esiti possibili.

    Non sempre è così, e i lettori di questa rubrica lo sanno bene: se poi il Presidente di un Collegio giudicante – come quello che si è occupato dei nostri terroristi – si chiama Belin, forse non ci si deve sorprendere più di tanto delle idee che gli passano per la testa. Una testa di Belin, appunto, con licenza parlando.

  • Il dubbio

    Dallo scorso 7 aprile  ArchieBattersbee era tenuto in vita dalle macchine in seguito ad un incidente domestico. I medici avevano assicurato i genitori di non avere più speranze di riportarlo ad una vita autonoma e di come il distacco delle apparecchiature rappresentasse l’unica opzione che lo Stato britannico potesse prendere in considerazione, peraltro confermata da numerose sentenze dei tribunali anglosassoni.

    Nonostante la strenua opposizione dei genitori, domenica alle 13:15 sono state staccate le apparecchiature e successivamente è subentrato il decesso del bimbo. Uno dei motivi, espressione cristallina della logica secondo quale la pena di morte, essendo definitiva e perciò impossibile da rimediare, in presenza di un errore risulta inaccettabile, va  identificato proprio nella natura stessa di un ordinamento statale il quale, nonostante la complessità delle norme, esprime comunque la fallibilità umana.

    In altre parole, in una società secolarizzata deve sempre essere tenuta in debita considerazione la possibilità dell’errore come espressione di un sistema giuridico e quindi la necessità di porre rimedio anche attraverso istituti quali il risarcimento in denaro.

    Il dubbio quindi, o quanto meno la certezza della propria fallibilità, dovrebbe rappresentare sempre il principio ispiratore di una società secolarizzata la quale non può prevedere delle pene, come quella di morte, la  quale, per sua stessa natura, non contempla la possibilità di rimediare alla natura umana e quindi alla sua fallibilità.

    Viceversa, in questa terribile contemporaneità, la scienza, esattamente come una qualsiasi religione assolutistica, o peggio, come una sorta di  ideologia massimalista, diventa dispensatrice di verità assolute e per questo incontestabili.

    Sulla base di questi “Comandamenti scientifici” il sistema giuridico di un Paese, anche se secolarizzato, si assume l’arbitrio di togliere la vita ad un bimbo. Un sistema giuridico statale quindi che, all’interno di un delirio tecnologico e scientifico assurto a vera e propria religione, nega qualsiasi possibilità di dubbio in relazione alla evoluzione della degenza del bimbo e contemporaneamente non prende in considerazione la possibilità di un errore adottando la “certezza teologica” dispensata dalla scienza.

    Molto spesso questi sistemi politici, individuando teocrazie, adottano la certezza assoluta dei principi religiosi come ordinamento statale.

    La  nostra contemporaneità, invece, dimostra che la teocrazia può manifestarsi come l’espressione dell’adozione dei principi assoluti della scienza che, per propria stessa natura, invece, dovrebbe partire, come principio ispiratore, dal dubbio da cui avviare una  costante e continua evoluzione…

    Un dubbio che solo l’ottusità umana e il delirio tecnologico/scientifico, divenuto  un vero e proprio integralismo religioso, possono ignorare.

  • Entrati in vigore i nuovi diritti per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata nell’UE

    A partire dal 2 agosto, tutti gli Stati membri devono applicare norme stabilite a livello dell’UE per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata di genitori e prestatori di assistenza. Le norme, adottate nel 2019, fissano norme minime per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per prestatori di assistenza. Istituiscono anche diritti aggiuntivi, come il diritto di richiedere formule di lavoro flessibili, che aiuteranno chi ne ha bisogno a portare avanti la propria carriera e la propria vita familiare senza dover sacrificare né l’una né l’altra. Questi diritti, che vengono ad aggiungersi a quelli già esistenti in materia di congedo di maternità, si inquadrano nel pilastro europeo dei diritti sociali e la loro istituzione costituisce un passo essenziale verso la costruzione di un’Unione dell’uguaglianza. La direttiva sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata mira ad aumentare i) la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ii) il ricorso al congedo familiare e a modalità di lavoro flessibili. Nel complesso, il tasso di occupazione delle donne nell’UE è inferiore del 10,8% rispetto a quello degli uomini. Inoltre, solo il 68% delle donne con responsabilità familiari lavora, rispetto all’81% degli uomini con responsabilità analoghe. La direttiva concede ai lavoratori dei periodi di congedo per prendersi cura di familiari che hanno bisogno di aiuto e, nel complesso, garantisce che i genitori e i prestatori di assistenza siano in grado di conciliare lavoro e vita privata. 

    Fonte: Commissione europea

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