diritti

  • Iranian director given jail sentence while on trip to collect US awards

    Award-winning Iranian film-maker Jafar Panahi has been given a prison sentence on charges of creating propaganda against the political system, his lawyer has said, on the same day his new film won a string of awards in the US.

    Panahi has been handed a one-year sentence and a travel ban in Iran, his lawyer said on Monday.

    However, he was in New York to pick up three prizes, including best director, at the Gotham Awards for his latest film, It Was Just An Accident, which he shot illegally in Iran.

    Panahi, 65, has served two previous spells in prison in his home country, and said in an interview shortly before receiving his latest sentence that he planned to return.

    Film-makers ‘risking everything’

    Panahi is one of Iran’s leading directors but has been subjected to constraints from authorities including a ban on making films in the country as well as the prison sentences and travel restrictions.

    He didn’t refer to the new sentence in his Gotham Awards speeches, but praised “film-makers who keep the camera rolling in silence, without support, and at times, by risking everything they have, only with their faith in truth and humanity”.

    He added: “I hope that this dedication will be considered a small tribute to all film-makers who have been deprived of the right to see and to be seen, but continue to create and to exist.”

    It Was Just An Accident also won best screenplay and best international film, and is expected to be a contender at the Oscars in Hollywood in the spring.

    Panahi covertly shot the film, which tells the tale of five ordinary Iranians who are confronted with a man they believed tortured some of them in jail.

    He has said it was partly inspired by his last spell in jail and stories that other prisoners “told me about, the violence and the brutality of the Iranian government”.

    When the film won the top prize at the Cannes Film Festival in France in May, he used his acceptance speech to speak out against the restrictions of the regime.

    Panahi was jailed in 2022 for protesting against the detention of two fellow film-makers who had been critical of the authorities. He was released after seven months of the six-year sentence.

    He was previously sentenced to six years in 2010 for supporting anti-government protests and creating “propaganda against the system”. He was released on conditional bail after two months.

    In an interview with the Financial Times conducted in Los Angeles shortly before his latest sentence was delivered, he recalled a recent conversation with an elderly Iranian exile who he had met in the city.

    “She begged me not to go back,” he said. “But I told her I can’t live outside Iran. I can’t adapt to anywhere else.

    “And I said she shouldn’t worry, because what are the officials going to do that they haven’t done already?”

  • Le condizioni favorevoli ad una riedizione degli Anni di Piombo

    L’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa rappresenta la conferma di un clima sempre più pesante che si respira nel Paese e comunque anche nel continente europeo, ma, sia chiaro, non per la prima volta.

    Al di là della gravità del gesto in quanto tale, sono le reazioni dei principali organi istituzionali come delle più diverse compagini politiche ad indicare il livello preoccupante di pericolo per la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche.

    Innanzitutto, non si può escludere fin d’ora, che dopo l’attacco alla redazione attuato da queste frange violente, che non rappresentano ovviamente l’intera massa dei contestatori,  si possa assistere ad  una successiva escalation che porti  direttamente ad un attacco fisico nei confronti dei singoli giornalisti, esattamente come in passato avvenne per Casalegno, Tobagi, Tinelli e Montanelli, in quanto, oggi come cinquant’anni addietro, non si considerano i giornalisti come un patrimonio culturale di un paese ma semplicemente come una leva intellettuale finalizzata alla conferma di un’idea o di una visione politica (*).

    In questo contesto va decisamente interpretata l’affermazione quasi giustificava di questo assalto, inteso come un “avvertimento nei confronti dei giornalisti” unito ad una generica e blanda condanna dell’intera sinistra. Quest’ultima si conferma molto più tiepida nei confronti dell’attacco alla libera stampa torinese rispetto alla energica condanna avvenuta in occasione dell’assalto della sede della CGIL da parte di forze dell’estrema destra.

    Si percepisce, quindi, una analogia con l’atteggiamento bonario e comprensivo nei confronti dei terroristi dell’estrema sinistra ed una parte del PCI assieme a molti ambienti dell’estrema sinistra accademica (“compagni che sbagliano”) riscontrabile specialmente nel primo periodo degli anni di piombo.

    A questo tepore intellettuale che avvolge le frange più estreme della contestazione giovanile a favore della Palestina (ProPal) e contemporaneamente avversa al governo in carica (in questo molto simile all’Autonomia operaia degli anni ’70), corrisponde da parte dell’intero governo Meloni una imbarazzante sottovalutazione  delle tensioni  sociali che  tre anni di flessioni della produzione industriale (addirittura 25 consecutive) stanno creando in termini di crisi economica e perdita di posti di lavoro.

    Molto probabilmente ancora oggi buona parte della assolutamente inadeguata “intelligentia economica governativa” si dimostra convinta che gli effetti devastanti delle innumerevoli flessioni della produzione industriale siano stati compensati da un risibile aumento dei contratti nel settore turistico.

    Viceversa, la realtà oggettiva conferma come solo tra Veneto e Friuli (il mitico Nordest) siano oltre 70 i tavoli di crisi nel settore metalmeccanico ai quali vanno aggiunti i 450 posti di lavoro persi nel settore della occhialeria della provincia di Belluno, per non parlare della disastrosa situazione del settore Automotive che coinvolge l’intero mondo industriale del nord Italia con aumenti della cassa integrazione di oltre il 100%.

    In altre parole, la nefasta combinazione tra sottovalutazione di una parte della sinistra di una possibile declinazione eversiva e terroristica dei movimenti più estremisti tra quelli scesi in piazza e la ingiustificabile incapacità di una valutazione obiettiva delle disastrose politiche del governo Meloni stanno creando le condizioni favorevoli ad una nuova stagione degli Anni di Piombo.

    Non comprendere i potenziali pericoli generati dalle tensioni legata ad una situazione economica e sociale esplosiva certifica ancora una volta il senso di assoluta adeguatezza che avvolge nella sua articolata eterogeneità maggioranza ed opposizione.

    (*) Un dubbio che comunque dovrebbe assalire l’intera categoria in rapporto alle scelte ideologiche dimostrate

  • Sì a nuovi posti nelle carceri ma pene rieducative

    Sicuramente i più di diecimila nuovi posti, programmati entro il 2027, nel sistema penitenziario italiano sono estremamente necessari e ci auguriamo che il governo rispetti i tempi programmati.

    Il sistema carcerario italiano è praticamente al collasso, come molte denunce e troppi suicidi hanno dimostrato, occorrono nuovi posti, nuove strutture, occorre rimodernare le attuali carceri e recuperare altri edifici costruiti per la detenzione e lasciati più o meno abbandonati.

    Risolvere il sovraffollamento ed eliminare condizioni di vita indegne per un paese civile è però solo una parte del problema.

    Non solo è necessario che i detenuti possano, debbano, o lavorare o studiare ma vanno costruite anche strutture ad hoc per alcune problematiche che si trascinano da troppo tempo, e cioè luoghi protetti dove collocare sia le persone che hanno compiuto reati, ma sono state riconosciute incapaci di intendere e di volere, ed i tossicodipendenti, purtroppo sempre molto, troppo, numerosi, e che, per la gran parte, non dovrebbero essere collocati nei comuni penitenziari.

    Ad oggi i luoghi per queste persone sono talmente esigui da creare una vera emergenza, la necessità di una soluzione non può essere ulteriormente rimandata.

    Occorre inoltre rivedere le condizioni di vita della polizia penitenziaria, anche per loro non sono accettabili quelle attuali, sia dal punto di vista della collocazione abitativa sia per quanto riguarda la necessità di una maggior professionalità e di adeguamenti economici.

    La democrazia di uno Stato si vede anche per come tratta sia chi commette reati sua coloro che sono preposti alla loro sorveglianza.

    La prima volta che mi sono occupata di questi problemi era il 1993, l’anno nel quale, entrando come parlamentare a San Vittore per una visita di controllo, mi fu detto che Cagliari si era suicidato con un sacchetto di plastica (a me restano ancora molti dubbi).

    Sono passati trentadue anni e la situazione di degrado, che avevo denunciato allora, è rimasta immutata mentre nel frattempo sono aumentate le persone che commettono reati e sono aumentati anche i tipi di reato. Bene fa il governo a creare nuovi posti ma ancora non basta perché se chi sbaglia deve scontare una pena è altrettanto vero che la pena oltre ad essere remunerativa dovrebbe anche essere rieducativa.

  • Preoccupante sostegno europeo

    La storia è un insieme di menzogne concordate.

    Napoleone Bonaparte

    Venerdì scorso, 21 novembre, a Tirana, capitale dell’Albania, si è svolto il Vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici per discutere del Piano di crescita “Il nostro percorso verso l’Unione europea” (Regional Leaders’ Summit on the Growth Plan “Our pathway to EU”). Erano presenti i capi dei governi, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato e altri funzionari della Commissione europea, nonché rappresentanti di varie organizzazioni regionali.

    Il vertice di Tirana si è svolto solo alcuni giorni dopo che a Bruxelles, il 18 novembre scorso ha avuto luogo il Forum annuale sull’Allargamento dell’Unione europea. Tutto ciò mentre continuano gli attacchi micidiali dell’esercito russo sull’Ucraina e si sta discutendo, a livello internazionale, del piano di pace di 28 punti presentato dal presidente statunitense.

    Ragion per cui anche le politiche di allargamento ormai sono condizionate da queste preoccupanti situazioni geopolitiche e geostrategiche. Lo ha ribadito, tramite un videomessaggio, la presidente della Commissione europea il 18 novembre scorso, durante il Forum annuale sull’Allargamento. Per lei  “…in tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta per la pace”. Perché, ha aggiunto, l’allargamento è un “investimento nella nostra sicurezza e libertà collettiva”.

    Però le “ragioni geopolitiche e geostrategiche” devono essere valutate con la massima serietà, responsabilità e lungimiranza, tenendo ben presente ogni singolo Paese candidato all’adesione nell’Unione. E non si devono “appoggiare”, proprio per “ragioni geopolitiche e geostrategiche”, certi autocrati al potere in alcuni Paesi balcanici. L’Unione europea deve garantire l’attivazione di regole e clausole di tutela quando nuovi Stati membri non rispettino gli obblighi comunitari. Sì, perché, come ci insegna anche la storia recente, l’Unione europea dovrebbe essere ben attenta ad altre problematiche causate da ulteriori attriti interni tra gli Stati membri, compresi i nuovi Paesi aderenti, che possano generare poi forti disaccordi in sede decisionale.

    Se si trascurano determinati criteri, si rischia realmente di poter favorire anche un Paese in cui si stia consolidando un regime autocratico anche se camuffato di pluripartitismo di facciata. Un Paese in cui siano stati evidenziati, dai rapporti ufficiali dalle istituzioni specializzate, compresi quelle dell’Unione europea, dei seri problemi legati alla diffusa corruzione, alla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata ed altri raggruppamenti occulti internazionali, all’abuso del potere istituzionale conferito e anche usurpato, alla violazione dei fondamentali diritti dell’essere umano ed altro. Il che potrebbe, con molta probabilità, generare poi seri problemi nel futuro per l’Unione europea. Ragion per cui non si dovrebbe mai trascurare l’adempimento dei tre noti Criteri di Copenaghen: il criterio politico, il criterio economico e quello dell’acquis comunitario. Proprio il primo criterio prevede, tra l’altro, la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia e lo Stato di diritto in tutti i Paesi candidati all’adesione nell’Unione europea.

    Durante il vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici, svoltosi a Tirana venerdì scorso, 21 novembre, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato ha dichiarato, tra l’altro, che la stessa Europa non può sentirsi sicura senza l’adesione dei Paesi balcanici all’Unione europea. “…Questo è un errore che abbiamo commesso in passato e dobbiamo correggerlo”, ha aggiunto lei.

    Rivolgendosi poi ai massimi rappresentanti dei Paesi balcanici presenti al vertice, la Commissaria all’Allargamento e alla Politica di Vicinato ha dichiarato: “Ci restano ancora due anni affinché il Piano di Crescita diventi un vero successo e prepariamo il terreno per il vostro ingresso nell’UE. Dobbiamo sfruttare ogni giorno per lavorare per il futuro europeo dei Balcani occidentali”. Mentre all’inizio della scorsa settimana, a Bruxelles, la Commissaria all’Allargamento e la Politica di Vicinato ha elogiato i “successi” dell’Albania, perciò del primo ministro albanese, suo caro amico, nel suo percorso europeo. Lei ha detto “convinta” che “L’Albania è il miglior caso del potere trasformativo dell’allargamento”.

    Alla fine del vertice di Tirana era stata prevista anche una conferenza stampa congiunta del primo ministro albanese e della Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato. Loro hanno informato i giornalisti presenti su alcuni argomenti trattati durante il vertice. E come al solito, sono state delle dichiarazioni che si riferivano ai “risultati positivi ottenuti”, esprimendo riconoscimento per il “valoroso supporto” della Commissione europea e l’ottimismo della stessa Commissione per il raggiungimento di tutti gli obiettivi posti. Poi, dopo le loro dichiarazioni, sono stati i giornalisti a fare delle domande.

    Ma prima di fare riferimento sia alle domande dei giornalisti che alle risposte ricevute, bisogna però sottolineare che recentemente è stato reso pubblico uno dei più clamorosi scandali in Albania di questi ultimi anni. Si tratta di uno scandalo in seguito ad alcuni manipolati appalti pubblici legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, espressione dell’abuso con il potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli. Uno scandalo che vede direttamente coinvolti la vice primo ministro, che è anche ministro delle Infrastrutture e dell’Energia, reso noto dopo lunghe indagini di un coraggioso procuratore. Da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro. Chissà perché?! Proprio colui che, guarda caso, risulta coinvolto personalmente in quello scandalo.

    Un giornalista ha chiesto al primo ministro del sopracitato scandalo. E lui non poteva non dare la colpa agli altri. Per il primo ministro si tratta di “…un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo”. Mentre la Commissaria sull’Allargamento ha rifiutato di rispondere alla stessa domanda, dicendo:  “non commenterò casi concreti”.

    Una giornalista ha chiesto a lei se le elezioni dell’11 maggio in Albania rispettavano gli standard dell’Unione europea. E si riferiva al massacro elettorale dell’11 maggio scorso di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Un massacro elettorale evidenziato dal rapporto ufficiale dell’OSCE/ODIHR, (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025), ma anche dal rapporto ufficiale della stessa Commissione europea (Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà; 10 novembre 2025).

    Ebbene, la risposta della Commissaria all’Allargamento è stata clamorosa: “Le elezioni sono state libere e oneste” (Sic!). Una dichiarazione che contrasta in modo stridente con i due sopracitati rapporti che affermano proprio il contrario. Sì perché in nessuna riga dei due rapporti risulta una simile affermazione. Lei doveva dare un’altra risposta, per essere in accordo almeno con il rapporto della Commissione Europea che rappresenta. Chissà perché una simile dichiarazione?! Si sa però che lei, la Commissaria all’Allargamento sempre ha “applaudito i successi” raggiunti dal primo ministro albanese. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Bruxelles, dichiarando che l’Albania è “un’ispirazione per i Balcani occidentali” (Sic!).

    Chi scrive queste righe considera preoccupante il sostegno che la Commissaria all’Allargamento sta dando al primo ministro albanese, con il quale stanno manipolando la storia e la realtà. Aveva ragione Napoleone Bonaparte, affermando che la storia è un insieme di menzogne concordate.

  • La Commissione vara lo strumento di segnalazione (whistleblower tool) per il regolamento sull’IA

    La Commissione europea ha varato uno strumento di segnalazione (whistleblower tool) per il regolamento sull’intelligenza artificiale (IA). Lo strumento fornirà alle persone un canale sicuro e riservato per segnalare presunte violazioni del regolamento sull’IA direttamente all’ufficio dell’UE per l’IA, il centro di competenze in materia di IA della Commissione.

    Gli informatori possono fornire informazioni pertinenti in qualsiasi lingua ufficiale dell’UE e in qualsiasi formato pertinente. Lo strumento offre un modo sicuro per segnalare potenziali violazioni della legge che potrebbero pregiudicare i diritti fondamentali, la salute o la fiducia dei cittadini. Il massimo livello di riservatezza e protezione dei dati è garantito attraverso meccanismi di cifratura certificati. Tale sistema consente di dar seguito alle segnalazioni in maniera sicura, permettendo agli informatori di ricevere aggiornamenti sullo stato di avanzamento della loro segnalazione e sulla possibilità di rispondere a ulteriori domande dell’ufficio per l’IA, senza comprometterne l’anonimato.

    Il regolamento dell’UE sull’IA mira a promuovere l’innovazione e l’adozione dell’IA nell’UE, affrontando al tempo stesso i potenziali rischi per la salute, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone e salvaguardando la democrazia e lo Stato di diritto. Segnalando le informazioni sulle violazioni, gli informatori possono aiutare l’ufficio per l’IA a individuarle precocemente, contribuendo in tal modo allo sviluppo sicuro e trasparente delle tecnologie di IA.

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • Da Putin allo Jugendamt la giornata internazionale dei bambini

    Il venti novembre è stata la Giornata Mondiale per l’Infanzia.

    La difesa dei bambini dovrebbe essere una priorità comune e condivisa

    Mentre in alcuni paesi i bambini sfilavano e enunciavano i punti della Carta, nata per difendere i loro diritti, in altri si contavano i bambini morti o gravemente feriti.

    Tanti ricordano, anche in modo non sempre civile, i bambini palestinesi che non sono stati risparmiati dalle bombe, pochi sottolineano come la guerra d’invasione, che Putin ha scatenato contro l’Ucraina, continui a massacrare bambini ed adolescenti.

    Se Israele bombardava alla ricerca dei terroristi di Hamas, Putin bombardava e bombarda le abitazioni civili solo per distruggere il popolo ucraino, e quale modo migliore, per cercare di piegare il coraggio disperato di chi difende la propria terra e libertà, se non quello di colpire gli inermi? Di minare il futuro uccidendo o sottraendo bambini?

    Tutti sappiamo che il futuro di ogni popolo è legato alla vita dei propri figli. Uccidere i bambini ucraini o rapirli e deportarli è la strada che Putin ha scelto per cercare di distruggere la storia, la cultura del popolo ucraino e questo delitto, che continua a perpetrare, non distoglie il presidente americano dal suo obiettivo di un accordo, per lui vantaggioso economicamente, che segni la resa dell’Ucraina allo zar, assassino e rapitore.

    Si parla poco di quanto è avvenuto ed avviene perché in fondo anche l’Europa ha i suoi scheletri nell’armadio, basta pensare allo Jugendamt, l’istituto tedesco che può sequestrare i bambini di coppie binazionali ed imporre loro di vivere in Germania senza più avere contatti col genitore non tedesco.

    La Carta Universale dei bambini elenca i loro diritti, il diritto alla famiglia è ben evidenziato ma ci sono troppi bambini che, per disgrazia, non ce l’hanno e troppi altri che ce l’hanno ma ne sono stati privati dalla mano di un uomo, come Putin, o da un ente pubblico come lo Jugendamt.

    Allora cerchiamo tutti di dire meno parole emozionanti e invece di adoperarci perché le ingiustizie finiscano ed i bambini tornino ai loro genitori, ai loro parenti e alle guerre ingiuste si sostituisca una pace giusta.

  • Entro il 2030 30 milioni di bambini rischiano di morire prima dei 5 anni

    30 milioni di bambini nei prossimi 5 anni rischiano di morire a causa di conflitti, cambiamenti climatici e violenza diffusa e della parallela diminuzione dei fondi per la cooperazione internazionale.

    La denuncia arriva da Fondazione CESVI che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, ricorda che, solo nell’ultimo anno, il taglio dei finanziamenti ha messo a rischio i servizi e i progetti di lotta alla fame e alla malnutrizione di cui beneficiano oltre 14 milioni di minori, rischiando di lasciare senza assistenza 2,3 milioni di bambini affetti da deperimento acuto e di causare fino a 369mila decessi infantili in più, oltre mille al giorno.

    Attualmente, nel mondo, sono quasi 40 milioni i bambini con meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta mentre circa 1 miliardo di minori è esposto a shock climatici e ambientali con quasi il 90% del carico globale delle malattie associate ai cambiamenti climatici, al degrado ambientale e all’inquinamento che ricade proprio sui più piccoli. A questo si aggiunge la violenza causata dall’uomo: nell’ultimo anno le Nazioni Unite hanno rilevato oltre 41mila gravi violazioni contro i bambini durante conflitti armati tra cui quasi 12mila casi di uccisione o mutilazione e oltre 7.400 casi di reclutamento o utilizzo di minori come soldati e quasi 5mila casi di rapimento.  I conflitti nella Striscia di Gaza, in Sudan, in Myanmar e in Burkina Faso sono stati i più letali per i bambini.

    Complessivamente, sono oltre 500 milioni i minori che vivono in zone colpite da intensi conflitti, di cui 218 milioni nella sola Africa, dove ben il 32,6% del totale dei bambini risiede in zone colpite da violenza armata. Tra i contesti più drammatici, il Sudan, il Paese con la più grave crisi umanitaria al Mondo (30,4 milioni di persone, più di 3 sudanesi su 5, con bisogni umanitari urgenti), dove la guerra ha stravolto la vita di 24 milioni di bambini esponendoli anche ad uccisioni, mutilazioni, rapimenti, violenze sessuale e reclutamento da parte di gruppi armati e dove più di 12 milioni di persone sono a rischio di violenza di genere e abusi. Nel Paese, grazie al sostegno della Cooperazione Italiana, CESVI ha avviato un progetto dedicato alla protezione delle donne, dei bambini e dei sopravvissuti alla violenza di genere e sta realizzando spazi sicuri (Protection Safe Corners) all’interno dei centri di salute, dove le persone più vulnerabili possano ricevere assistenza psicologica e supporto legale in un ambiente protetto, riservato e dignitoso. In questi spazi, gestiti da psicologi e operatori specializzati, vengono forniti servizi di assistenza sociale per le vittime, supporto psicosociale, sostegno economico e distribuzione di kit per l’igiene e la dignità femminile.

    Anche in Italia, seppure di diversa origine, si registrano significative situazioni di pericolo per bambini e adolescenti. In particolare, in Italia 1 minore su 4 è a rischio di povertà ed esclusione sociale anche a causa di esposizione al rischio di maltrattamento. Secondo l’ultima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia di Fondazione CESVI, le regioni italiane dove è più pericoloso essere bambini sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, dove non solo sono presenti fattori di rischio elevati, ma si riscontrano anche importanti criticità sul fronte del sistema dei servizi di contrasto, che risultano al di sotto della media nazionale.  In linea generale, quasi tutte le regioni del Meridione, secondo il rapporto,  sono “ad elevata criticità” sul fronte del rischio del maltrattamento, anche a causa di condizioni socio-economiche più difficili: nelle regioni del Mezzogiorno il 43,6% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni è a rischio di povertà o di esclusione sociale, un dato estremamente più elevato sia rispetto alla media nazionale (26,7%) che rispetto ai dati territoriali relativi al Centro (26,2%) e al Nord Italia (14,3%).

  • Taliban order women to wear burkas to access hospitals, charity says

    The Taliban authorities in Afghanistan have ordered female patients, caretakers and staff to wear a burka – a full Islamic veil – to enter public health facilities in the western city of Herat, medical charity Médecins Sans Frontières (MSF) says.

    MSF said the restrictions came into effect from 5 November.

    “These restrictions further impede women’s lives and limit women’s access to health care,” Sarah Chateau, the agency’s programme manager in Afghanistan, told the BBC. She said even those “in need of urgent medical care” had been affected.

    A spokesman for the Taliban government has denied MSF’s account. Reports say restrictions have been partially relaxed since the alarm was raised.

    MSF, which supports paediatric services at Herat Regional Hospital, said it had observed a 28% drop in admissions of patients whose conditions were urgent during the first few days of the new enforcement.

    Ms Chateau said Taliban members had been denying entry to women without the burka by standing at the entrance of the health facilities. A burka is a one-piece veil that covers the face and body, often leaving just a mesh screen to see through.

    A Taliban spokesperson for the Propagation of Virtue and Prevention of Vice Ministry, which enforces strict religious doctrines, dismissed reports that women were being forced to wear the burka.

    “This is totally false. The position of the vice and virtue ministry is generally on the wearing of hijab,” Saif-ul-Islam Khyber said.

    Hijab means covering up generally but also describes the headscarves worn by Muslim women.

    The Taliban official also rejected reports that women were banned from medical centres for not wearing the burka.

    At the same time, the Taliban official said: “Hijab is interpreted differently in different parts of the country, most of which are in conflict with Sharia [law].”

    Activists have also alleged that Taliban guards have been enforcing the wearing of burkas for women to enter key facilities for the past week.

    One female activist from Herat province told the BBC that the dress code was applicable for those who want to enter hospitals, schools and government offices.

    There has also been criticism on social media over the Taliban’s reported decision to impose the burka in Herat.

    An Afghan activist posted a video on X showing some women setting fire to the garments in protest at the Taliban’s rule. The BBC has not independently verified the video.

    The Taliban enforced the burka during their first stint in power in the 1990s.

    Since seizing power in August 2021, the Taliban government has imposed numerous restrictions, particularly for women, in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    In 2022, the Taliban issued a decree ordering women to wear an all-covering Islamic face veil in public. Taliban officials then described the face veil edict as “advice”.

    “Even though the veil edit was announced earlier, this is the first time we are seeing the enforcement of the burka in Herat. In the past few days more and more women are coming to the hospital with burkas,” Ms Chateau said.

    Since returning to power, the Taliban have barred women from most workplaces and universities and girls from secondary schools. The UN has repeatedly urged the Taliban to end what it describes as “gender apartheid”.

    Last week, the UN said it had suspended operations at a key border crossing between Afghanistan and Iran because of restrictions on Afghan women staff working at the border.

    Islam Qala, in Herat province, has been the main crossing point for hundreds of thousands of Afghans forced to leave Iran in the past year.

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