diritti

  • In attesa di Giustizia: la bandiera della libertà

    Gli avvocati, come noto, non godono di grande popolarità: visti come cavillosi mestatori intenti a fare mercimonio della professione per assicurare impunità ai colpevoli nei processi penali e ragioni non dovute alla parte assistita negli altri settori della giurisdizione.

    La difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del giudizio, recita la nostra Costituzione e – con le inevitabili eccezioni – il ministero degli avvocati è svolto con lealtà e rispetto della legge con l’obiettivo principale di far rispettare le garanzie che ad ognuno spettano in ogni sede giudiziaria.

    Paradigma della sacralità della funzione difensiva è l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh: impegnata nella difesa di attivisti, oppositori di regime e donne iraniane arrestate per il solo fatto di essersi tolte il velo in pubblico, ha vinto il Premio per la Scrittura per la Libertà nel 2011 e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero l’anno dopo.

    Già arrestata e condannata nel suo Paese per aver cooperato con il Centro di difesa per i Diritti Umani, è stata nuovamente catturata e processata per reati contro la sicurezza nazionale, per tali intendendosi il suo quotidiano contrasto a qualsiasi forma di autoritaria compressione della libertà: lo scorso mese è stata condannata a trentotto anni di carcere e centoquarantotto frustate da infliggersi in pubblico affinché sia di esempio.

    Poco si sa del processo a carico di Nasrin Sotoudeh se non che non è stato sostanzialmente consentito un contraddittorio e, quindi, la difesa stessa è stata mutilata irrimediabilmente.

    Una donna a difesa della libertà,  delle donne e non solo, dei diritti fondamentali di tutti che paga con la sua libertà ed il suo sacrificio, un’autentica martire immolatasi sapendo a cosa andava incontro in una battaglia disperata per la giustizia nel suo Paese dove, diversamente da noi, non c’è neppure attesa. Non c’è e basta.

    Un esempio per chiunque, una vicenda di cui si parla poco o nulla un grido nel silenzio sulle atrocità che questa donna coraggiosa ha combattuto da sempre.

    In un mondo globalizzato dove qualsiasi accadimento, anche il più banale e dal più remoto dei luoghi sembra riverberarsi come un’onda d’urto  sull’intero pianeta di vicende come queste l’opinione pubblica di interessa poco e punto e le coscienze che si smuovono non sono molte.

    Tra queste quelle dei suoi Colleghi, degli Avvocati con la A maiuscola, di coloro che preferiscono essere chiamati difensori perché rende meglio l’idea; la mobilitazione è massiccia, simbolicamente tre Camere Penali (Roma, Milano e Brescia) hanno già iscritto come socia onoraria Nasrin Sotoudeh, le altre 127 si stanno muovendo in tal senso e – tra le altre iniziative – il 18 aprile ci sarà un flash mob degli avvocati milanesi: in toga davanti al Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran a reclamare la liberazione dell’avvocata.

    Servirà, non servirà? Un significato profondo, tuttavia, questa manifestazione lo esprime: quelle toghe provocatoriamente indossate saranno un simbolo di libertà e di amore, estremo visibile di chi porta nel cuore il destino dei più deboli e degli oppressi, un vessillo che nessuna violenza può ammainare, se mai rendere ancora più orgoglioso chi lo veste con dignità, coraggio, e quotidianamente si impegna nell’interesse di quella Giustizia che deve essere vista  non come strumento repressivo bensì come una categoria dello spirito, comportante vincoli etici ed indicazioni culturali inderogabili.

  • In attesa di Giustizia: l’isola felice… che non c’e’

    In attesa di Giustizia: il titolo della rubrica è stato scelto apposta ad evocare una endemica lentezza del nostro sistema giudiziario a fare il paio con decisioni discutibili, norme di problematica razionalità e non sempre intellegibili.

    La risoluzione delle controversie, particolarmente sulla interpretazione delle leggi, la loro corretta applicazione ai casi concreti e la adeguatezza delle motivazioni poste a base delle sentenze (sia di condanna che di assoluzione) è affidata alla Corte di Cassazione, Giudice di terza istanza che non entra nel merito delle questioni ma analizza solo che nei processi  vi sia stato rispetto del diritto sostanziale e processuale nel pervenire alla decisione.

    La Corte Suprema – come non del tutto propriamente qualcuno la chiama – ha sede unica a Roma e su di essa convergono i ricorsi provenienti da tutte le sedi giudiziarie del Paese; un lavoro immane, basti dire che, nel settore penale che impiega sei sezioni più una “stralcio”, sono affluiti negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di ricorsi: dai 44.029 del 2008 ai 51.956 del 2018 con un picco di 56.632 nel 2017. Come dire che, facendo una media imperfetta, se le sette sezioni lavorassero senza sosta, sabato, domenica e feste comandate incluse, per pareggiare i conti dovrebbero decidere una ventina di ricorsi al giorno previa, per ciascuno (che magari riguarda più posizioni) relazione introduttiva, requisitoria del Procuratore Generale e discussione degli avvocati. Tutto ciò senza considerare che i Giudici – sono cinque per ogni Collegio Giudicante – devono, nel frattempo, studiarsi i processi per l’udienza successiva e ad ognuno dei componenti ne viene anche affidato un certo numero per approfondire le questioni e poi scrivere le motivazioni della sentenza. Missione impossibile, direte voi: e invece, no ma vedremo a che prezzo.

    Potrà ancor di più sorprendere che in varie occasioni, e tra queste nel 2018 secondo l’Ufficio di statistica della Cassazione, non solo si è smaltito per intero il carico dell’anno ma si è anche aggredito l’arretrato: in soldoni, restando agli ultimi dati, ogni 100 nuovi ricorsi ne sono stati decisi quasi 111, smaltendo le pendenze di anni pregressi.

    Non siamo al cospetto di superuomini, però: il trucco c’è ma i non addetti ai lavori non lo possono scoprire e consiste nelle declaratorie di inammissibilità (oltre il 70% dei ricorsi esaminati) la stragrande maggioranza delle quali sono affidate alla sezione “stralcio” di cui si diceva prima che è la Settima Penale dopo un filtro – si fa per dire – iniziale che consiste in un’occhiata al ricorso, quando perviene, da parte di un Sostituto Procuratore Generale la cui richiesta di inammissibilità (se vi è, e vi è molto spesso), pomposamente definita requisitoria scritta, consiste in una crocetta apposta su un modulo prestampato: tipo un quiz a risposta multipla. La Settima Sezione, dove il ricorso viene trattato senza la presenza del difensore che può solo mandare uno scritto, dal canto suo quasi mai si pronuncia diversamente dalla dichiarazione di inammissibilità ed in ruolo può avere diverse decine di cause al giorno. Avete letto bene, immaginate l’attenzione prestata.

    I ricorsi che restano assegnati alle altre sezioni per essere esaminati in contraddittorio restano comunque moltissimi e una gran parte viene anche in questa sede dichiarato inammissibile: possibile? Inammissibilità significa avere – per esempio – dedotto una nullità non prevista dal codice, aver firmato un atto senza essere legittimato, avere sbagliato i termini per un’impugnazione: cose da ignoranza crassa, insomma. Peraltro, se si vanno a guardare le motivazioni di altre sentenze della Cassazione, diverse da quelle che individuano l’inammissibilità, si scopre che la levatura argomentativa è obiettivamente modesta nella gran parte dei casi.

    E, allora tutto si spiega: la Corte non è un’isola felice ma una sede dove la qualità va a scapito della quantità: con buona pace della funzione di indirizzo e di interpretazione della legge che dovrebbe avere.

    E’ ben vero che anche dal lato degli avvocati – bisogna convenirne – il livello qualitativo delle impugnazioni in Cassazione è tutt’altro che eccelso e che, come si dice da qualche parte, chi ha tetti di vetro non dovrebbe tirare sassi ai vicini. Ma il 70% abbondante di inammissibilità (con quel metodo di analisi e decisione descritto) cui si aggiunge un altro 10% abbondante di rigetti deve far riflettere. Forse abbiamo scoperto che l’isola felice non c’è ed al suo posto hanno messo un sentenzificio.

  • OEA/CIM, Lanzamiento de la Ley Modelo en las Américas contra el feminicidio

    El pasado viernes 15 de marzo de 2019, en la sede de la OEA, la Comisión Interamericana de Mujeres lanzó oficialmente la Ley Modelo Interamericana para Prevenir, Sancionar y Erradicar la Muerte Violenta de Mujeres y Niñas (Femicidio/Feminicidio), documento que busca crear o actualizar la legislación en la región, así como fortalecer las acciones integrales de prevención, protección, atención, investigación, persecución, sanción y reparación para garantizar el derecho de todas las mujeres y niñas a una vida libre de violencia, tal como lo establece la Convención de Belém do Pará, instrumento internacional suscrito y ratificado por 32 Estados de la región.

    El encuentro fue inaugurado por Luis Almagro, Secretario General de la OEA, quién destacó la importancia de redoblar los esfuerzos para combatir los femicidios en la región. Rita Segato, reconocida antropóloga argentina que dictó una conferencia magistral sobre el origen de la muerte de mujeres por razones de género, señaló que “la capacitación a estudiantes de derecho y publicidad es fundamental para combatir los femicidios y contribuir con el cambio cultural”.  Posteriormente, Sylvia Mesa, Presidenta del Comité de Expertas del MESECVI, y Paula Narvaéz, Asesora de la Oficina Regional de ONU Mujeres para las Américas y El Caribe, presentaron los detalles de la Ley Modelo y el trabajo conjunto entre los mecanismos para materializar este instrumento.

    Noelia Díaz Esquivel, Secretaria General del Sindicato de Periodistas de Paraguay, y Arlette Contreras, abogada e inspiradora del movimiento Ni Una Menos en Perú, compartieron sus testimonios y la situación en sus respectivos países. Ambas, además de ser destacadas activistas y defensoras de derechos humanos, son sobrevivientes de intentos de femicidio que han tenido que enfrentar la exposición mediática, la impunidad en los procesos judiciales y la revictimización producto de la violencia institucional y mediática.

    El evento contó también con la participación de Liriola Leoteau, Directora Ejecutiva del Instituto Nacional de la Mujer de Panamá (INAMU) y Presidenta del MESECVI; Carmen Moreno Toscano, Secretaria Ejecutiva de la CIM; Luz Patricia Mejía Guerrero, Secretaria Técnica del MESECVI; y Rosa Celorio, Vice-Decana de Derecho Internacional y Profesora de la Escuela de Derecho de la Universidad de George Washington.

    El femicidio es la expresión más extrema e irreversible de la violencia y discriminación contra las mujeres, radicalmente opuesto a todos los derechos y garantías establecidos en las legislaciones internacionales y nacionales en materia de derechos humanos. Así lo ha reiterado el Comité de Expertas del MESECVI, a través del Tercer Informe Hemisférico sobre Prevención.

  • La Commissione registra l’iniziativa dei cittadini europei “Europe CARES – Un’istruzione di qualità e inclusiva per i bambini con disabilità”

    La Commissione europea ha deciso di registrare un’iniziativa dei cittadini europei dal titolo “Europe CARES — Un’istruzione di qualità e inclusiva per i bambini con disabilità”.

    Scopo dell’iniziativa è garantire: “Il diritto all’istruzione inclusiva dei bambini e degli adulti con disabilità all’interno dell’Unione europea”. Come si afferma nell’iniziativa, pur se “oltre 70 milioni di cittadini dell’UE hanno una disabilità e 15 milioni di bambini hanno esigenze educative speciali“, molti “incontrano ostacoli eccessivi nell’esercizio del loro diritto a un’istruzione inclusiva di qualità“. Gli organizzatori invitano pertanto la Commissione a “elaborare un progetto di legge su un quadro comune dell’UE in materia di istruzione inclusiva che garantisca che nessun bambino resti indietro per quanto riguarda i servizi di intervento precoce, l’istruzione e la transizione verso il mercato del lavoro.”

    I trattati stabiliscono che l’UE può intervenire giuridicamente per combattere le discriminazioni fondate sulla disabilità e sostenere l’impegno degli Stati membri in relazione ai sistemi di istruzione e di formazione professionale. La Commissione ha pertanto ritenuto giuridicamente ammissibile l’iniziativa e ha deciso di registrarla. In questa fase della procedura, la Commissione non analizza il merito.

    La registrazione dell’iniziativa avrà luogo il 4 marzo 2019, data dalla quale decorrerà il periodo di un anno per la raccolta delle firme a sostegno dell’iniziativa da parte degli organizzatori. Se l’iniziativa riceverà un milione di dichiarazioni di sostegno in almeno sette Stati membri nell’arco di un anno, la Commissione la esaminerà e reagirà entro tre mesi. Essa potrà decidere di dare o di non dare seguito alla richiesta e, in entrambi i casi, dovrà giustificare la sua decisione.

  • In nome dei diritti

    Non appena qualcuno si rende conto che obbedire a leggi ingiuste
    è contrario alla dignità dell’uomo, nessuna tirannia può dominarlo.
    Mahatma Gandhi

    Nella seconda metà del XVIII secolo si accentuarono gli attriti e gli scontri armati tra le popolazioni delle colonie britanniche della costa atlantica del nord America e l’esercito del re Giorgio III di Gran Bretagna. Scontri che si trasformarono in una vera e propria guerra, dall’aprile 1775 fino a settembre 1783. Guerra che si concluse con la proclamazione dell’indipendenza delle tredici colonie, che formarono gli Stati Uniti d’America. In quel periodo critico per le popolazioni delle colonie, alcuni lungimiranti uomini erano convinti che la proclamazione dell’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna era l’unica soluzione. Ormai essi sono considerati come i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America.
    Riuniti in un congresso a Filadelfia, i rappresentanti delle tredici colonie proclamarono, il 2 luglio 1776, l’indipendenza delle colonie dall’Impero britannico. Per l’occasione è stato reso pubblico anche un documento, quello della Dichiarazione dell’Indipendenza. Documento che viene considerato tuttora come uno dei più importanti testi della storia mondiale degli ultimi secoli. Alcuni concetti base di quel documento continuano a rappresentare dei saldi pilastri del pensiero democratico e giuridico. In seguito quei concetti sono stati adottati e hanno trovato espressione in diverse Costituzioni e nelle giurisprudenze di altrettanti Paesi evoluti in tutto il mondo. Partendo proprio dalla Costituzione statunitense, resa pubblica il 15 settembre 1787 ed entrata in vigore due anni dopo.
    Nel secondo paragrafo della Dichiarazione di Indipendenza, i Padri Fondatori affermavano: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
    Un altro documento, altrettanto importante, è anche La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 26 agosto 1789. Nel primo articolo di questa Dichiarazione si stabilisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti…”. Per arrivare poi, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata a Parigi il 10 dicembre 1948, con la Risoluzione 217 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche in questo documento, nel primo articolo si sancisce che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti…”. Per poi stabilire, nel secondo articolo che: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione”.
    Sono dei sacrosanti diritti, per i quali l’umanità, da secoli, ha combattuto e continua a combattere. Sono dei diritti inalienabili, nati insieme con l’uomo e che con l’uomo devono rimanere sempre. Diritti che rappresentano chiari e invalicabili punti di riferimento e che si intrecciano e trovano espressione anche nei valori fondamentali dell’umanità.
    In nome di quei diritti domenica 10 febbraio, è stato onorato il quindicesimo anniversario del giorno del ricordo delle Foibe. Una ricorrenza per non dimenticare, tra l’altro, tanta atrocità, tanto odio, ma anche una diabolica strategia di sterminio e di pulizia etnica messa in atto da parte dei titini. Oscenità e crudeltà attuate soprattutto tra il 1943 e il 1945, ma anche alcuni anni in seguito, che hanno causato migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati, uccisi, incatenati e buttati, qualche volta anche vivi, nelle foibe. Ma purtroppo, il calvario dei profughi e dei sopravvissuti degli eccidi delle foibe, non di rado è continuato anche nel territorio della madrepatria. Tutto quanto rappresenta, tra l’altro, anche delle palesi e urlanti violazioni degli inalienabili diritti della vita, della libertà, della proprietà e della cittadinanza.
    In nome di quei sacrosanti diritti e di quei valori sono stati sempre degli individui, dei gruppi etnici e/o sociali, nonché delle intere popolazioni, che hanno contribuito a rovesciare sistemi e regimi, mettendosi dalla parte del giusto e del bene. In nome dei diritti continuano a protestare in Venezuela. Chiedono il riconoscimento dei loro diritti anche i gilet gialli in Francia. In nome dei loro diritti, da giorni ormai, stanno protestando anche i pastori e gli allevatori in Sardegna.
    Papa Francesco, nel suo messaggio per la 52a giornata della Pace, parlava anche dei vizi della politica. Si riferiva a quei vizi che “indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale”. E soprattutto chiedeva il rispetto dei diritti dell’uomo da parte di tutti, sempre e ovunque.
    In nome dei diritti sono tante e continue le ragioni per cui i cittadini dovrebbero e devono protestare anche in Albania. In alcuni casi lo stanno facendo. Da più di un anno ormai, si sta protestando quotidianamente per la difesa del Teatro Nazionale. Teatro che il primo ministro vuol distruggere, per poi costruire dei grattacieli in pieno centro di Tirana (Patto Sociale n.316). Stanno protestando quotidianamente, da più di tre mesi, anche gli abitanti di un quartiere della capitale che rischiano di avere le loro case distrutte. Anche in questo caso per dare vita ad un famigerato progetto, palese espressione dell’abuso del potere e della corruzione governativa. E tutto ormai è stato verificato, fatti e dati alla mano. Dall’inizio dello scorso dicembre stanno protestando anche gli studenti delle università. Anche loro protestano convinti, in nome dei loro diritti, violati continuamente e senza scrupoli da chi governa. Non sono mancati neanche altri casi di proteste in altre città e per altre specifiche ragioni. Ma sempre per difendere i diritti calpestati dei cittadini. Quei diritti che le leggi in vigore dovrebbero tutelare. E che, invece e purtroppo, si sta dimostrando che le leggi non sono uguali per tutti.
    In Albania la situazione sta peggiorando precipitosamente ogni giorno che passa. E ogni giorno che passa si sta verificando la restaurazione di un nuovo regime, voluto e ideato direttamente dal primo ministro e attuato dai suoi luogotenenti. In queste condizioni l’opposizione ha chiamato i cittadini a scendere in piazza sabato prossimo, 16 febbraio.
    Chi scrive queste righe valuta che questa opposizione, negli ultimi anni, non ha convinto per niente. Anzi! I dirigenti dell’opposizione hanno infranto e smentito, a più riprese, la fiducia dei cittadini. Che sia questa la volta buona, dopo tante delusioni! Nel frattempo chi scrive queste righe è convinto che sono tantissime e sacrosante le ragioni non solo per protestare in Albania, ma per ribellarsi. Dando ragione a Balzac, per il quale la rivolta è il risultato della riflessione delle masse. Soltanto così, considerando la vissuta realtà, si può arrivare a rovesciare il regime del primo ministro. In nome dei diritti!

  • A Milano un convegno sul Premio Sacharov, l’onorificenza che ogni anno il Parlamento Europeo conferisce a chi si è distinto per la difesa dei diritti umani

    L’Ufficio d’informazione a Milano del Parlamento europeo promuove in collaborazione con CIPMO l’iniziativa: PARLAMENTO EUROPEO – PREMIO SACHAROV 2018 Per la libertà di pensiero e i Diritti dell’uomo Conferito a OLEG SEMTOV, Ucraina. L’evento si svolgerà giovedì 31 gennaio 2019 alle ore 16.00 nella sala Conferenze dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano in Corso Magenta, 59.

    Ad introdurre i lavori Bruno Marasà, Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, moderatore Janiki Cingoli, Presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente – CIPMO. I Relatori saranno Ilaria Viarengo, Professoressa di Tutela Internazionale dei Diritti umani alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano, Lorenzo Cremonesi, Inviato speciale del Corriere della Sera, Tiziana Prezzo, Reporter a Sky TG24, Ruggero Giuliani, Vice Presidente di Medici Senza Frontiere – Italia

    Il 12 dicembre 2018 il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sacharov a Oleg Sentsov, regista ucraino e oppositore dell’annessione della Crimea alla Russia.

    Gli altri due finalisti erano le 11 ONG che salvano le vite dei migranti nel Mar Mediterraneo e Nasser Zefzafi, il leader di Hirak, un movimento di protesta di massa attivo nella regione marocchina del Rif che lotta contro la corruzione, l’oppressione e l’abuso di potere.

    Assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela, il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale alla causa della libertà di pensiero.

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

  • E’ tempo di Disability Pride, per abbattere tutte le barriere

    Si svolgerà il prossimo 15 luglio a Roma Il Disability Pride, la giornata internazionale dedicata all’abbattimento delle barriere che ostacolano la libertà delle persone con disabilità. Co-organizzato dall’Associazione Luca Coscioni insieme a tante altre associazioni che si occupano del tema, l’inizio dell’evento è fissato alle ore 18.00 di quando inizierà il corteo che, da Piazza Venezia lungo via del Corso, arriverà fino a Piazza del Popolo, dove alle 20 inizieranno gli spettacoli e gli interventi delle associazioni promotrici dal palco centrale. La partecipazione al Disability Pride è aperta a tutti. Chi vuol contribuire alle spese organizzative può farlo con una donazione sul https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-puoi-fare-tu/dona/per rendere, come recita lo slogan,#LiberiDiScegliere.

  • Dove si va di questo passo?

    L’illegalità è come una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa,
    ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo tanto male.

    Papa Francesco

    Il 26 agosto 1789, in Francia, veniva approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. L’articolo 16 della Dichiarazione sanciva che “Ogni società, in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione”.

    Il principio base di ogni democrazia costituzionale, secondo il barone di Montesquieu, è la separazione dei poteri. Lo aveva trattato nel suo libro “Lo spirito delle leggi” già nel 1748. Secondo Montesquieu, le tre funzioni fondamentali dello Stato, e cioè la funzione legislativa, quella esecutiva e la funzione giuridica, debbono essere affidate a delle istituzioni diverse. Istituzioni che si devono rapportare ognuna con le altre, basandosi sulla reciproca indipendenza. Montesquieu era convinto che solo così si poteva evitare qualsiasi minaccia alla libertà.

    Il 4 giugno scorso la Corte dei Conti albanese (la sua esatta nominazione è l’Alto Controllo dello Stato; n.d.a.) ha presentato la sua strategia per il periodo 2018 – 2022. Durante quell’attività era presente anche il presidente del Parlamento. Lui, purtroppo, rappresenta nel migliore dei modi anche la continuità del regime comunista nell’attuale governo e maggioranza parlamentare. Essendo stato l’ultimo ministro degli Interni durante la dittatura, lui sembrerebbe abbia anche molti scheletri nell’armadio (Patto Sociale n.278). Ultimamente hanno attirato l’attenzione alcune strane esortazioni e dichiarazioni pubbliche. Le sue non nascoste e pubblicamente espresse nostalgie per il regime comunista, il modo in cui conduce e gestisce le plenarie, le accuse all’Olanda sulle droghe, sono soltanto alcune.

    L’ultima, il 4 giugno scorso, durante la sopracitata attività della Corte dei Conti. Il presidente del Parlamento ha dichiarato la sua convinzione, secondo la quale “Il Parlamento […] realizzerà la verifica dei conti finanziari della Corte dei Conti e farà tutto in pubblico’. Aggiungendo poi che “in questo modo risolveremmo il dilemma ‘chi vigila i guardiani’ e garantiremmo la Costituzione, la legge e i cittadini che la Corte dei Conti sia, a sua volta, un’istituzione da loro controllata”! Perché secondo il presidente del Parlamento, e riferendosi all’attività della Corte dei Conti “nessuno è perfetto […] Il governare del popolo, con il popolo e per il popolo si garantisce, prima di tutto, tramite il controllo parlamentare e la verifica finanziaria della sua attività”!

    Il presidente del Parlamento ha dimostrato così, pubblicamente, di avere un grave e intrinseco problema. Lui, impregnato della mentalità della dittatura comunista, non riconosce il principio base di ogni democrazia costituzionale, formulato da Montesquieu, e cioè quello della separazione dei poteri e dell’indipendenza delle istituzioni rappresentative. Il contenuto di queste dichiarazioni urta palesemente con quanto prevede la stessa Costituzione albanese. Il suo articolo 162, riferendosi alla Corte dei Conti, non lascia spazio a nessun equivoco. L’articolo sancisce che “La Corte dei Conti è la più alta istituzione del controllo economico e finanziario [dello Stato]. Essa si sottomette soltanto alla Costituzione e alle leggi”. Il che significa che il Parlamento, secondo la Costituzione, non ha nessun potere di controllo e/o di qualsiasi altro tipo sulla Corte dei Conti, che si sottopone, a sua volta, soltanto alle leggi che ne derivano dalla Costituzione. Sempre dalla Costituzione si sanciscono anche le istituzioni che controllano e vegliano sul rispetto delle leggi. Di certo il Parlamento non ha però nessun obbligo e/o diritto istituzionale di vegliare sul rispetto, da parte di altre istituzioni indipendenti, delle leggi deliberate del Parlamento, rappresentante soltanto del potere legislativo. E basta! La Costituzione prevede e sancisce anche quali siano le istituzioni indipendenti nella Repubblica d’Albania. E per la Costituzione, essere indipendente significa chiaramente che tali istituzioni non debbano avere nessuna dipendenza dagli altri due poteri (esecutivo e giuridico) e neanche dal potere politico. Perché la Costituzione non prevede, in nessun suo articolo, che la Corte dei Conti si possa “sottomettere alla volontà della maggioranza governativa”. Volontà espressa, con le sue sopramenzionate dichiarazioni, dal presidente del Parlamento, quale rappresentante di quella maggioranza. Da sottolineare che, da alcuni anni, nei rapporti ufficiali della Corte dei Conti sono stati evidenziati molti scandali e abusi clamorosi in vari ministeri e/o istituzioni statali e dell’amministrazione pubblica. Valida ragione, perciò, per “mettere sotto controllo” anche la Corte dei Conti. Su “Il Patto Sociale” della scorsa settimana (n.314) l’autore di queste righe trattava l’incapacità, da qualche settimana, della Corte Costituzionale albanese di deliberare. Nel frattempo anche la Corte Suprema si trova bloccata nella sua attività. Adesso si tenta di “mettere sotto controllo” anche la Corte dei Conti. Dove si va di questo passo?!

    Durante la scorsa settimana è stato denunciato un altro fatto grave. Si tratta dell’accordo tra l’Albania e la Grecia per il confine marino. Un accordo del tutto non trasparente, da parte delle autorità albanesi (Patto Sociale n. 297; 301). La gravità di questo scandalo la svela e la conferma anche una dichiarazione del ministro greco della Difesa del 6 giugno scorso. Lui affermava che la Grecia sta vivendo un “…importante momento storico della storia della nazione”. Lui è altresì convinto che “molto presto” allargheranno le loro acque territoriali, [avranno] “il riconoscimento delle aree economiche esclusive, lo sfruttamento delle risorse sottomarine e il Paese entrerà in una nuova epoca”. Se risultasse tutto vero, per le autorità albanesi si tratterebbe addirittura d’un atto di alto tradimento, come previsto e definito dalla Costituzione e dalle leggi in vigore.

    Sempre durante la scorsa settimana il primo ministro bulgaro, in visita a Tirana, ha dichiarato che “in Albania verrà aperto un Centro di Coordinamento per i combattenti dell’ISIS che rientranno”. Si tratterebbe di un progetto di cui si sta parlando nelle cancellerie europee, come ha fatto sapere anche il noto quotidiano francese “Le Monde”. La reazione pubblica in Albania è stata immediata, mentre manca, come sempre in questi casi, la trasparenza da chi di dovere. Lo scandalo è tuttora in corso e ormai nessuno può fare lo struzzo.

    Chi scrive queste righe, la scorsa settimana, dalle pagine de “Il Patto Sociale” si domandava: “Nel malaugurato caso l’Albania, per volere del presidente, del primo ministro e/o di chi di dovere, possa essere orientata verso un conflitto armato o un qualsiasi altro atto che potrebbe rappresentare alto tradimento, chi lo può stabilire? Perché la Corte Costituzionale non funziona più!”. Forse si sta verificando almeno uno. Egli è altresì convinto che l’Albania, di questo passo, sta andando verso un nuovo regime. Perciò anche la reazione dei cittadini e di chi di dovere deve essere immediata, massiccia e decisa. Perché se no, gli albanesi saranno costretti a rivivere il loro recente passato.

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