diritti

  • Ancora un premio per il documentario ‘Stai fermo lì’ della giornalista Clementina Speranza

    Ancora un alloro per il documentario Stai fermo lì, della giornalista Clementina Speranza, che trionfa al Memorial Piero Iuvara, il concorso di cortometraggi dedicato alla figura del poeta, giornalista e apprezzato commediografo catanese. La pellicola, che ha come protagonista il giovane attivista persiano Babak Monazzami, ha conquistato e commosso la platea con la sua potente denuncia sui diritti umani negati, in Iran prima e ancora adesso in Germania, e ha ricevuto il primo premio come Miglior cortometraggio al III Memorial Piero Iuvara – Short Film Fest.

    Clementina Speranza ha presentato una versione inedita di 15 minuti, tratta dall’originale pellicola di 60 minuti. Babak Monazzami ha una forte somiglianza con Johnny Depp, parla sei lingue ed è un artista poliedrico: è stato presentatore di un programma di viaggi in Tv e ha iniziato a vendere a Roma i suoi primi dipinti. Suoi i quadri presenti nel documentario e la copertina del film che presenta un suo autoritratto.

    Il documentario ripercorre la vita di Babak partendo dal ricordo della guerra tra Iran e Iraq. Aveva tre anni durante i bombardamenti degli aerei iracheni, quando con la sua famiglia si rifugiò sulle montagne. La sua vita inizia scappando e rifugiandosi. E prosegue così, perché in Iran molte cose sono proibite: non è permesso professare una religione diversa da quella musulmana, non si può ballare, non si può ascoltare musica occidentale, non si può ballare, non si può giocare a carte, non si può camminare a fianco a una ragazza se non è un parente di primo grado.

    Babak vuole vivere come un giovane occidentale ma questo gli comporta molti problemi, fino a costringerlo alla fuga dall’Iran. È l’Italia il Paese che sceglie. È a Milano che inizia la sua nuova vita dove è finalmente felice e realizza anche un video musicale con la cantante italiana Giusy Ferreri. Ma anche da Milano sarà costretto ad allontanarsi.

    Per un errore della Polizia tedesca viene trattenuto per quasi due anni in un campo di rifugiati, anche se lui era già rifugiato politico in Italia. “Chi ritornerà a Babak i due anni di vita rubati?”, chiede Clementina Speranza rivolgendosi alla platea alla fine della proiezione.

    Nel documentario Babak ha raccontato tanti episodi della sua vita in modo garbato, senza spettacolarizzazioni, con molto pudore. Clementina Speranza ha lasciato che Babak raccontasse e ha poi messo in ordine i ricordi. Forse la bellezza di questo lavoro sta nella spontaneità. Non c’è nulla di artefatto. “È come se Babak stesse parlando con ognuno di noi faccia a faccia”, afferma la giornalista.

    La sala della Delegazione Comunale di Massannunziata (Mascalucia, Catania) Stai Fermo lì si è confrontato con quattro film: I Miricani (Regia di Dan Strano), La fame negata (Regia di Francesco Maricchiolo), Un Rêve a Versailles (Regia di Serena Viviani Siclari) e Embrasse Moi (Regia di Hristo Todorov) che ha ricevuto il Premio della Critica.

    “A Piero piaceva scrivere le sceneggiature per i cortometraggi, sono entusiasta di questo evento. Sono felice che abbia vinto Clementina Speranza, la storia del suo documentario mi ha emozionata e sono certa che anche Piero applaude da lassù e sorride felice che abbia vinto una giovane donna”, ha affermato Mary Lanzafame, moglie di di Piero Iuvara, presente sul palco durante la premiazione.

    Durante la premiazione Clementina Speranza ha portato i saluti di Babak e ha aggiunto: “Sono molto contenta per questo riconoscimento assegnatomi, oltre che dalla giuria, anche dal consenso del pubblico. Il premio va alla storia di Babak, e desidero dedicarlo ai giovani iraniani morti in nome della libertà. Non mi piace pensare che siano morti invano e continueremo a ricordarli perché sono eroi contemporanei. Se Babak fosse rimasto in Iran sarebbe sicuramente morto come gli oltre 54 mila iraniani uccisi dagli uomini del Regime Islamico. Sembra un paradosso – continua Speranza – se si pensa che tutto questo avviene proprio lì nella terra dell’antica civiltà persiana, lì dove è nato il Cilindro di Ciro il Grande, simbolo di tolleranza religiosa e dei diritti umani risalente al 539 a.C., scoperto a Babilonia e oggi conservato al British Museum di Londra. Il Regime Islamico minaccia anche le voci dei dissidenti in esilio. Dedico questo premio anche a coloro che continuano a lottare fuori dall’Iran per la libertà del loro popolo. Voci come quella di i Rayhane Tabrizi (attivista e presidente dell’Associazione Manaa) finita in una lista nera di dissidenti creata dal regime, o quella di Pegah Moschirpour (attivista nota al gran pubblico dopo l’apparizione sul palco del Festival di Sanremo) che dopo diffamazioni, minacce e un messaggio lasciato dietro la porta di casa, vive tutelata dalle forze dell’ordine italiane. O come quella di Mehrbanoo Memarzadeh danzatrice e attivista politica che nelle sue performance, a Dusseldorf, interpretava il ruolo delle madri iraniane che chiedono giustizia (madri i cui figli sono stati imprigionati o uccisi dalla Repubblica Islamica), e il 21 luglio 2026, appena ha aperto la porta della sua casa di Aachen è stata picchiata brutalmente ed è finita in ospedale. Lo dedico, quindi, anche a coloro che continuano a lottare fuori dall’Iran per la libertà del loro popolo.

    Anche Babak ha subito diverse minacce e aggressioni in Germania, che non sempre gli è stato permesso di denunciare –sottolinea la giornalista –. L’episodio più feroce nel 2022, a Berlino, è finito su tutte le più importanti testate tedesche tra cui BILD, The Guardian, Spiegel, Welt, Berlin Zeitung, Berlin Morgenpost e dove i colpevoli non sono stati mai ritrovati dalla polizia tedesca seppure il fatto sia avvenuto in una strada piena di telecamere e davanti agli occhi di tre sentinelle della polizia che piantonavano l’Ambasciata iraniana. L’ultima aggressione, in strada, davanti casa sua a marzo 2025. Anche Babak ha richiesto di essere tutelato dalla polizia, ma la richiesta non è mai stata presa in considerazione in Germania. Seguo il caso di Babak da diversi anni e sono testimone che anche i suoi diritti di cittadino tedesco non vengono rispettati, come se fosse un ostaggio politico. Sono state le ingiustizie da lui subite a convincermi a narrare la sua storia. L’ultima proprio il 4 agosto 2026, quando alcuni poliziotti tedeschi hanno fatto irruzione nell’alloggio in cui si trovava Babak, con l’anziana mamma e la sorella utilizzando metodi spropositati e parecchio aggressivi per risolvere questioni ordinarie.

    Questa volta ho visto tutto: ero in video chiamata. Sembrava un’irruzione della polizia iraniana in Iran: sembrava di guardare uno dei video che arrivano dall’Iran. Proveremo ad agire legalmente, seppure in Germania è difficile, anzi pressoché impossibile, trovare un avvocato che agisca contro la polizia. Non è normale che non si riesca ad avere tranquillità e sicurezza neanche tra le mura domestiche, non è normale che la polizia continui a sbagliare e a non essere ritenuta responsabile dei danni che provoca. Babak è un mediatore di pace, un artista, credo abbia già avuto una vita difficile e abbia finalmente tutto il diritto di vivere sereno dedicandosi al sociale e all’arte”.

    Il documentario con parte del racconto della vita di Babak ha ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali: il Premio per la Pace rilasciato dall’Ambasciata Svizzera, Miglior Film Cine Migrare, Premio USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana) con una menzione speciale, Special Prize Trapani Film Festival e Bimonthly Winner Monza Film Festival (Honorable Mention), ed è stato proiettato anche in Corea del Sud, presso il Museo d’Arte Moderna di Ulsan, con sottotitoli in coreano.

    Stai fermo lì è iscritto ad altri Festival e presto a Milano si terranno delle proiezioni con talk con la presenza della regista, del protagonista e altri ospiti.

  • Nuovi diritti che facilitano la riparazione dei prodotti

    La direttiva sul diritto alla riparazione, entrata in vigore nel luglio 2024, incoraggia il consumo sostenibile agevolando la riparazione dei prodotti anziché la loro sostituzione. A partire dal 31 luglio la direttiva è diventata applicabile, aiutando i consumatori a risparmiare denaro, ridurre i rifiuti, estendere il ciclo di vita dei loro prodotti e limitare le emissioni di gas a effetto serra.

    In virtù di questa direttiva i consumatori possono infatti chiedere la riparazione dei propri prodotti rotti (ad esempio smartphone, lavatrici o frigoriferi), anche dopo la scadenza della garanzia legale.

    I fabbricanti devono offrire tali riparazioni a un prezzo commisurato ed entro un lasso di tempo ragionevole. Sono inoltre tenuti a fornire informazioni chiare sui loro siti web in merito ai propri servizi di riparazione e ai prezzi indicativi. Non saranno autorizzati a rifiutare la riparazione o a ricorrere a pratiche che la impediscano o scoraggino i consumatori dall’avvalersene. Infine i fabbricanti dovranno garantire l’accessibilità di pezzi di ricambio a prezzi abbordabili.

    Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: “L’Europa non deve diventare un continente che abbandona la tecnologia. Il futuro è intelligente, riparabile e circolare. Semplificando la riparazione, sosteniamo l’innovazione, rafforziamo l’industria europea e riduciamo la nostra dipendenza dalle importazioni di materie prime.

    Michael McGrath, Commissario per la Democrazia, la giustizia, lo Stato di diritto e la tutela dei consumatori, ha dichiarato: “Scegliere di riparare un prodotto anziché sostituirlo significa scegliere l’accessibilità economica, la circolarità e la competitività. La direttiva sul diritto alla riparazione centra tutti e tre questi obiettivi. La sua piena applicazione in tutta l’UE farà davvero la differenza per i consumatori, l’ambiente e le piccole imprese, aiutandoci nel contempo a realizzare la nostra ambizione di un’economia europea pulita e competitiva.”

    Gli Stati membri devono incoraggiare le riparazioni, ad esempio attraverso buoni o fondi per le riparazioni. La Commissione sta inoltre sviluppando una nuova piattaforma europea online per la riparazione che consenta ai consumatori di trovare facilmente servizi di riparazione nelle loro vicinanze

  • Riforma della Politica

    Quanto è avvenuto e sta avendo dimostra, in modo lampante, che a nessuna forza politica interessa avere una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere i loro rappresentanti a Roma ed i partiti a battersi sui programmi, anche attraverso un sistema, proporzionale con le preferenze, che pur mantenendo il diritto o l’obbligo alle coalizioni, prima del voto, garantisca quella trasparenza che da troppi anni rende le elezioni un rito per pochi.

    Da tempo le leggi elettorali nascono per consolidare il potere di chi lo detiene, per poi, spesso, trasformarsi in un boomerang.

    Una legge dovrebbe garantire correttezza democratica e non vi è democrazia con premi di maggioranza eccessivi e cittadini che non possono scegliere, infatti ad ogni elezione si vede come il partito più numeroso sia quello degli astenuti.

    A destra come a sinistra importa avere parlamentari proni al volere delle segreterie, il dibattito è sempre più inesistente come dimostrano i tanti errori, per carenza politica e culturale, sia di tanta parte del governo che delle opposizioni.

    La prima riforma che l’Italia dovrebbe affrontare è la riforma della politica partendo dal ritorno alla democrazia proprio all’interno dei partiti diventati centri magici di potere e di impreparazione sempre tesi a polemiche ed insulti ed incapaci di confronto, sia all’interno che all’esterno.

  • Il food delivery è un cattivo affare, non soltanto per i rider

    Un’indagine su 1.946 consumatori italiani mostra che il food delivery è ormai molto diffuso: il 41,1% dichiara di utilizzare piattaforme di consegna. Il peso economico complessivo di questi servizi resta però contenuto: circa l’1,5% della spesa alimentare totale. I principali motivi per cui le persone utilizzano le piattaforme di delivery sono la comodità (27,2%), la voglia di gratificazione o di piatti specifici (17,2%) e la mancanza di tempo (14,1%). Gli elementi che contano di più quando si sceglie un servizio di consegna sono la qualità del cibo (4,4 su 5) e la chiarezza su tempi e costi (4,3 su 5). I temi legati alla sostenibilità, invece, pesano meno nelle decisioni concrete (3,6 su 5).

    “Le grandi piattaforme di consegna di cibo a domicilio si sono imposte grazie alla loro efficienza operativa, all’ampia copertura geografica e alla standardizzazione dell’esperienza utente”, spiega Annamaria Tuan, professoressa di Marketing all’Università di Bologna e coordinatrice della ricerca. “Ma questi vantaggi si accompagnano a criticità strutturali sempre più evidenti, come segnalano anche recenti indagini della magistratura relative al settore del food delivery: condizioni di lavoro controverse, impatto ambientale significativo, asimmetrie di potere nei confronti dei ristoratori e progressiva estrazione di valore dai territori”.

    I 265 ristoratori coinvolti nell’indagine confermano questa visione. Emerge infatti una tensione strutturale: da un lato le piattaforme globali sono riconosciute come uno strumento necessario per raggiungere i clienti, ma dall’altro sono accompagnate da molte criticità, come commissioni elevate, perdita di controllo sulla relazione con il cliente, visibilità regolata da algoritmi poco trasparenti.

    Le aziende di delivery peraltro versano in cattive condizioni. L’ultimo bilancio depositato da Foodinho, cui fa capo Glovo, risale al 2022 ed attesta una forte espansione del fatturato (+30%, da 113 milioni del 2021 a 147,4), quindi una crescita del business, ma ricavi sotto zero: nel 2022 la società ha registrato una perdita netta di 50,9 milioni di euro, rispetto ai 47,8 milioni del 2021, per via di svalutazioni di partecipazioni per 11,3 milioni di euro relative a Glovo Infrastructure srl e Social Food srl, oltre che per il costo del personale, raddoppiato a 15,4 milioni, e per i costi per servizi (156,3 milioni); somme a cui vanno aggiunti 42,3 milioni di euro accantonati in un fondo rischi legato proprio alle cause pendenti dal 2021 con i rider. Per ovviare al default la capogruppo ha messo mano al portafoglio per un totale di 64 milioni di euro. Negli anni, la controllante diretta, ovvero la spagnola Glovoapp23 Sa, e la capogruppo, cioè la holding tedesca Delivery Hero Se, hanno iniettato in Glovo 109,2 milioni di euro e prestato altri 34,8 milioni, per non parlare dell’accensione di nuovi finanziamenti per 32,4 milioni. Tuttavia questo denaro è stato usato per ripianare i buchi delle imprese controllate.

  • Ribellarsi contro un autocrate corrotto è un obbligo

    Mi ribello; dunque esisto.

    Albert Camus

    Le proteste contro i progetti abusivi e clientelistici del primo ministro albanese continuano sempre più massicce. Proteste che sono cominciate il 31 maggio scorso in una bellissima spiaggia che si trova a circa 14 chilometri a nord di Valona. La ragione di questa protesta era la recinzione con delle transenne e filo spinato di un terreno su quella spiaggia. Durante la protesta delle “guardie private” hanno aggredito i manifestanti. Mentre hanno trascinato e maltrattato brutalmente uno di loro, come hanno testimoniano le immagini trasmesse quel giorno in diretta.

    Ma, guarda caso, proprio su quel terreno il genero dell’attuale presidente statunitense insieme con sua moglie, figlia del presidente, vogliono sviluppare un progetto che prevede la costruzione di un complesso residenziale di lusso. Quel progetto è stato fortemente sostenuto dal primo ministro albanese. Almeno fino all’inizio delle massicce proteste quotidiane cominciate a Tirana il 1 giugno scorso e che continuano tuttora. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste la scorsa settimana (Da più di due settimane massicce proteste in Albania; 15 giugno 2026).

    Già dopo la prima settimana delle proteste a Tirana ha reagito la Commissione europea. Ed è stata critica verso le scelte del primo ministro. Una cosa insolita questa, visto che durante l’ultimo decennio i massimi rappresentanti della Commissione sono stati sempre “convinti sostenitori dei successi” dell’attuale primo ministro, nonostante la vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese testimoniasse proprio il contrario. Chissà perché?! Però meglio tardi che mai!

    Il 7 giugno scorso un portavoce della Commissione europea, riferendosi proprio al progetto del genero del presidente statunitense sulla spiaggia a nord di Valona, ha dichiarato che quel progetto potrebbe mettere l’Albania in rotta di collisione con le norme ambientalistiche dell’Unione europea, compromettendo la sua capacità di chiudere il capitolo 27 dei negoziati di adesione. Un capitolo che tratta l’ambiente e i cambiamenti climatici. “L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il rispetto degli standard europei e ci aspettiamo che le autorità albanesi agiscano senza perdere tempo”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea.

    Il portavoce ha altresì dichiarato che “nel processo di adesione all’Unione europea, come parte degli standard conclusivi per la negoziazione del capitolo 27 sull’ambiente ed i cambiamenti climatici, l’Albania è obbligata a rispettare pienamente la legislazione dell’Unione europea in questo settore, comprese anche le ‘Direttive Uccelli e Habitat’”. Perciò, ha affermato il portavoce, l’Albania deve abrogare le modifiche fatte alla legge sulle aree protette e di “porre fine” alla legge sugli investimenti strategici. Perché nell’ambito del processo dell’adesione all’Unione europea, l’Albania è tenuta a rispettare le normative che riguardano l’ambiente dell’Unione stessa.

    Il portavoce della Commissione europea ha anche affermato che l’Albania non solo deve adeguare la propria legislazione alle direttive europee su uccelli e habitat, ma deve altresì “abrogare la legge del 2015 sugli investimenti strategici”. Per anni, la legge sugli investimenti strategici è stata uno degli strumenti più importanti del primo ministro albanese per “attrarre grandi investimenti”. Ma quella legge è considerata dalla Commissione europea come uno degli ostacoli che l’Albania deve rimuovere per chiudere il capitolo 27 dei negoziati sull’ambiente e i cambiamenti climatici.

    Bisogna evidenziare però che la Commissione europea dichiara che il sopracitato progetto del genero del presidente statunitense potrebbe diventare un ostacolo all’integrazione europea, perciò deve essere cancellato. Ma il primo ministro albanese, da innato voltagabbana qual è, che dalla presentazione del progetto è stato un suo dichiarato sostenitore, adesso, dopo le forti reazioni della Commissione europea sta cercando addirittura di negare proprio l’esistenza stessa del progetto (Sic!). Per lui adesso “se non c’è un progetto, cosa si dovrebbe cancellare?”!

    Nel frattempo le proteste quotidiane continuano massicce a Tirana. Ieri è stata la ventunesima. Ma la protesta di sabato scorso, 20 giugno, è stata, senza ombra di dubbio, la più grande e massiccia protesta svoltasi in Albania dalla caduta del regime comunista nel 1991. Si potrebbe affermare altresì che la protesta di sabato scorso, per la sua partecipazione, è simile alle grandi proteste europee. Dalle immagini riprese dai droni e dalle valutazioni degli specialisti risulterebbe che alla protesta di sabato scorso potrebbero esserci stati circa 200.000 partecipanti.

    Bisogna sottolineare però che sabato scorso sono arrivati a Tirana migliaia di manifestanti da diversi Paesi europei, dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Australia. Alcuni di loro, per essere presenti la sera del sabato scorso a Tirana, avevano viaggiato anche per circa due giorni. E tutti loro, nonostante la stanchezza, hanno partecipato alla protesta. Sono stati tanti coloro che hanno preso la parola e hanno dichiarato che, sebbene fossero cittadini dei Paesi in cui vivevano, si sentivano sempre albanesi. Bisogna evidenziare che anche la protesta di sabato scorso è stata pacifica, come tutte le altre. Mentre in alcuni casi non sono mancate le provocazioni di persone infiltrate seguendo gli “orientamenti” partiti dagli uffici del primo ministro, che si trova in una grande difficoltà.

    I più noti media internazionali, che hanno seguito le proteste a Tirana dai primi giorni, continuano a trasmettere con molta realtà e professionalità ogni sera quanto accade. Alcuni di loro, quelli televisivi, trasmettono in diretta le immagini delle proteste. Bisogna però sottolineare che tutti i giornalisti non informano semplicemente dell’andamento delle proteste, bensì denunciano gli abusi di vario tipo del primo ministro albanese. Una svolta molto significativa questa, visto che fino a poche settimane fa, alcuni di quei media sostenevano il suo operato.

    I manifestanti, durante le proteste, compresa anche quella di sabato scorso, continuano a denunciare le violazioni della legge per le aree protette e di tutte le aree considerate come habitat naturali per gli uccelli rari, soprattutto per i rinomati fenicotteri, che ormai sono diventati un simbolo delle proteste. Loro adesso, durante le massicce e quotidiane proteste, denunciano anche la galoppante corruzione partendo dai più alti livelli istituzionali e politici. Denunciano l’abuso di potere conferito e usurpato da parte del primo ministro, nonché la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Loro denunciano il continuo e pericoloso spopolamento dell’Albania, così come la preoccupante situazione nelle scuole, negli ospedali ed altro.

    La grandissima partecipazione degli albanesi della diaspora alla enorme protesta di sabato scorso, 20 giugno, ha di nuovo denunciato la grave realtà in Albania. Loro chiedono al Primo Ministro le sue irrevocabili dimissioni, considerandolo come diretto responsabile di quello che da anni accade in Albania. Ma, allo stesso tempo, ha testimoniato anche i clamorosi abusi durante il “conteggio” dei voti proprio di quella diaspora nelle “elezioni” politiche dell’11 maggio 2025. Il nostro lettore è stato informato dettagliatamente, fatti accaduti, denunciati e pubblicamente noti alla mano, che quelle dell’11 maggio 2025 non sono state delle elezioni, bensì un vero e proprio massacro elettorale.

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche la scorsa settimana che gli sviluppi legati alle massicce proteste quotidiane a Tirana hanno messo in una vistosa crisi il primo ministro. Una crisi testimoniata palesemente anche dai suoi strani comportamenti. Una crisi che lo costringe a diventare un voltagabbana, che nega senza batter ciglio le sue dichiarazioni precedenti.

    Chi scrive queste righe pensa che ribellarsi contro un autocrate corrotto è un obbligo civile e morale. Aveva ragione Albert Camus quando affermava “Mi ribello; dunque esisto”.

  • Two reportedly killed as women take part in rare protest in Afghanistan

    Taliban police used live fire to disperse a rare protest against the detention of women accused of violating strict Islamic dress codes in the western Afghan city of Herat, witnesses and protesters said.

    Medics told the BBC two people died, but did not specify how. A number of others at the protest were injured.

    Both men and women had taken to the streets days after local Taliban government officials reportedly began arresting women perceived to be “improperly wearing the hijab”.

    Police in Herat denied there had been any deaths, but have acknowledged they responded to the protest, telling the BBC that officers had “taken action to ensure security and maintain public order”.

    It is unclear what methods police used to break up the protest. Witnesses say the police opened fire, but the police did not confirm this when asked directly by the BBC.

    One protester told AFP that the security forces “used sticks, whips and firearms to disperse the crowd. They even fired shots into the air”.

    He told the news agency he saw people wounded. “People are extremely frightened,” he said. AFP also quoted a photographer who said he had seen security forces “striking protesters and firing weapons in the direction of the crowd”.

    “Based on what I personally witnessed, a significant number of people were injured,” the photographer said.

    The BBC could not independently verify the accounts.

    Gunfire can be clearly heard in videos circulating online, while women can be heard screaming “don’t beat [them]”.

    Sayed Masoud Hosseini, spokesperson for the Herat Police Command, said the protesters “acted in a manner that disturbed public order”.

    He added they were trying to “create tension under the pretext of protesting issues related to the observance of hijab and opposing Islamic hijab, which is considered a divine obligation”.

    In one clip, some protesters can be heard chanting “education, work, freedom”, the BBC’s Afghan service reported.

    Richard Bennett, the United Nations’ special rapporteur on the situation of human rights in Afghanistan, said on social media site X he was “alarmed by excessive use of force against seemingly peaceful protesters in Herat today”, calling on those responsible to be “held accountable”.

    Protests against the Taliban, especially by women, have been rare in Afghanistan since they retook power in August 2021.

    Initial attempts by women to defy the strict new rules brought in to control everything from their clothes to their education petered out, with women telling the BBC they were cowed by officials’ response to their protests – including being beaten, abused, jailed and even threatened with death by stoning.

    The wearing of a hijab is one of many rules brought in by the Taliban, who made it mandatory in May 2022.

    However, this latest crackdown in Herat was reportedly only announced on Friday.

    A number of eyewitnesses told BBC Afghan that since Saturday they had “seen with their own eyes women being arrested for not wearing the hijab”.

    One woman said the markets had since been “deserted”, while another told BBC Afghan that officers from the Ministry for Propagation of Virtue and Prevention of Vice, the so-called morality police, were checking cars and rickshaws for women wearing the hijab improperly.

    City officials have given conflicting accounts on whether or not women were being detained, with the Herat Provincial Information and Culture Department saying reports of dozens of arrests were “incorrect and rumoured”.

  • Un solo viaggio, un solo biglietto, pieni diritti: la Commissione semplifica la prenotazione dei viaggi in Europa e i viaggi in treno

    La Commissione europea ha proposto nuove norme per rendere realtà i viaggi senza soluzione di continuità in tutta Europa. Le tre proposte adottate semplificano la pianificazione e la prenotazione dei viaggi regionali, a lunga percorrenza e transfrontalieri, in particolare dei viaggi ferroviari che coinvolgono più operatori, garantendo al contempo una migliore tutela dei passeggeri ferroviari per l’intero viaggio.

  • La Premier Meloni sugli episodi nei cortei del 25 aprile: “Direi che abbiamo un problema”

    Dopo gli episodi verificatisi in occasione dei cortei svoltisi a Roma e Milano per il 25 aprile la Premiere Meloni ha dichiarato, su Facebook: “Ricapitolando. Durante alcune delle manifestazioni per il 25 aprile, cioè manifestazioni che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione: aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), cioè la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore. Si sono viste addirittura immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione; sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati; la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”.

  • Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future

    Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.

    Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.

    It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.

    In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.

    “At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.

    “We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.

    The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.

    Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.

    The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.

    Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.

    The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.

    Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.

    Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.

    Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.

    News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.

  • Le Democrazie da esportazione

    Le diverse e perfettibili realtà democratiche occidentali sicuramente rappresentano l’applicazione nella realtà di modelli che subiscono le più diverse interpretazioni ideologiche e politiche, le quali, di fatto, determinano un progressivo allontanamento dagli stessi principi fondativi del modello democratico. Questo, tuttavia, non significa che la democrazia reale, proprio perché spesso si manifesta più come una interpretazione rispetto ad una obiettiva applicazione, venga così giustificata nello scendere a compromessi con i propri principi fondativi, come si è assistito negli ultimi decenni.

    Nessuno contesta la superiorità di una “cattiva” democrazia, come sono ora una buona parte di quelle soprattutto in Europa, le quali esprimono semplicemente l’imposizione di uno schema ideologico ed istituzionale, i cui costi andranno completamente scaricati sui cittadini, anche attraverso l’adozione di modelli elettorali che tendono a circoscrivere la possibilità di espressione della volontà dei cittadini esprimibile solo attraverso un voto. Il valore della Democrazia, anche se in una applicazione parziale, rimarrebbe comunque preferibile rispetto a qualsiasi altro modello oligarchico, o peggio, anche se quest’ultimo si dimostrasse in grado di interpretare al meglio le esigenze dei cittadini.

    La crisi delle democrazie occidentali nasce anche dai compromessi commerciali con Nazioni che esprimono regimi totalitari, giustificandola con la presunzione di essere in grado di influenzare anche in questo modo un asset politico ed istituzionale che non ha alcuna intenzione di introdurre il modello occidentale.

    In altre parole, la giustificabile ricerca del massimo sviluppo economico rappresenta comunque la prima ragione di una crisi della democrazia stessa, in quanto questa crescita si basa su di un compromesso economico e soprattutto politico, dato che qualsiasi accordo dovrebbe essere stipulato tra sistemi omologhi, cioè tra nazioni che condividano una comune base politica ed istituzionale.

    Il mercato globale, infatti, ha dimostrato come senza una base di regole condivise risulti impossibile creare uno sviluppo duraturo poiché l’unico fattore determinante delle scelte economiche si conferma quello della ricerca del minor costo possibile.

    Allo stesso modo, in ambito politico il compromesso con regimi lontani ed espressione di dumping economici e sociali, sostenuto dalla sola convenienza e speculazione economica rappresenta una forma di compromissione pericolosa della democrazia.

    Viceversa, le crisi che si susseguono dal 2008 ad oggi in ambito finanziario, economico, sanitario e bellico esprimono sostanzialmente tutte le criticità nella coesistenza tra sistemi economici finanziari, politici ed istituzionali che poco o nulla dimostrano di avere in comune. Ma soprattutto emerge ancora una volta come l’idea della globalizzazione sia ormai destinata ad una profonda radicale revisione che dovrebbe partire dalla condivisione di regole comuni in ambito economico e politico.

    Gli ultimi due conflitti espressi dalla guerra russo ucraina e dall’aggressione degli Stati Uniti ed Israele nei confronti di una dittatura come l’Iran esprimono proprio questa incompatibilità nel conseguimento di traguardi economici e politici, che certamente non potrà venire diminuita attraverso l’utilizzo delle armi e dell’esercito.

    L’occidente si era illuso che l’esportazione dei propri prodotti rappresentasse il cavallo di Troia per conquistare non solo i nuovi mercati ma anche esportare di conseguenza un modello istituzionale. Quando invece le nazioni che hanno subito le delocalizzazioni, in ambito economico, rappresentano ora i principali concorrenti di quei prodotti che una volta l’occidente esportava.

    L’esportazione della democrazia, esattamente come le delocalizzazioni produttive, attraverso l’utilizzo di una guerra oltre ad essere una contraddizione in termini molto spesso ha determinato, proprio come in economia, il rafforzamento proprio dei regimi totalitari che si intendeva invece abbattere.

    Anche in politica come per l’economia, quindi, la globalizzazione non vale se si traduce in un semplice elemento o strumento speculativo, quando invece dovrebbe rappresentare l’esito in un processo politico ed economico molto più complesso.

    La presunzione occidentale è stata quella di considerare le economie export oriented come strumenti in grado di rappresentare i valori fondativi delle democrazie occidentali. Viceversa queste ultime stanno invece importando proprio alcuni elementi istituzionali, espressione del dumping normativo legislativo, utilizzandoli come strumenti finalizzati al conseguimento immediato di obiettivi che la democrazia invece prevedrebbe come espressione di un percorso molto più lungo e complesso.

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