diritti

  • YouTube blocks account of Russian ultranationalist ideologue

    YouTube has permanently blocked the account of Tsargrad TV channel and its former chief editor, pro-Kremlin analyst Aleksandr Dugin, due to violation of the legislation on sanctions and trade rules, Interfax reported on Tuesday.

    “Google complies with all applicable sanctions and trade compliance laws. If we find that an account is in violation of these laws, we take appropriate action”, representatives of Google, which owns YouTube, told the news agency.

    The founder of Tsargrad TV channel, Konstantin Malofeyev has been under US sanctions since 2014, over his participation in the annexation of Ukraine’s Crimea by Russia, and his financial support to Russia-backed separatists in Eastern Ukraine.

    The Tsargrad TV channel, which describes itself as an outlet for conservative Orthodox Christians, was disabled without the right to restore, according to RFE/RL. On Tuesday, it posted on Russia’s VKontakte (VK) social network that all content will be available on its website, following YouTube’s blocking.

  • Londra non dimentica Hong Kong nelle mani di Xi Jinping

    Il Regno Unito ha sospeso gli accordi di estradizione con Hong Kong ed esteso alla sua ex colonia l’embargo sulle armi già in vigore per la Cina continentale dal massacro di piazza Tienanmen. Dopo il colpo inferto al colosso della telefonia cinese Huwaei e la promessa di visti a pioggia per gli Hong Kongers, Londra ha deciso di intensificare lo scontro con Pechino seguendo l’esempio, e la volontà, degli Stati Uniti. Le misure erano già state anticipate nelle scorse ore dallo stesso premier britannico Boris Johnson che ha espresso timore per la violazione dei diritti umani in Cina, anche se, ha sottolineato, questo non lo spingerà a diventare “sinofobo su ogni questione”. La conferma delle misure è arrivata dal ministro degli Esteri Dominic Raab. Parlando alla Camera dei Comuni, il ministro ha espresso preoccupazione per la nuova legge sulla sicurezza nazionale varata da Pechino e per i presunti abusi, perpetrati in particolare nella provincia dello Xinjiang, ai danni della minoranza uigura. Raab ha descritto le misure come ragionevoli e proporzionate: “Proteggeremo i nostri interessi vitali, difenderemo i nostri valori e faremo in modo che la Cina rispetti i suoi obblighi internazionali”. La decisione di Londra segue quella già presa da Usa, Australia e Canada che hanno sospeso gli accordi di estradizione perché la nuova legge sulla sicurezza “erode l’indipendenza giudiziaria di Hong Kong” permettendo alle persone estradate nella regione amministrativa speciale di essere processate nei tribunali continentali. L’embargo disposto da Londra vieta poi alle società britanniche di esportare armi potenzialmente letali, i loro componenti o munizioni, nonché attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione delle manifestazioni interne. Pechino ha contestato le nuove misure ancor prima che fossero state formalmente annunciate da Raab. L’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming, ha detto alla Bbc che Londra si è fatta “comandare” dagli Stati Uniti e ha respinto le accuse delle violazioni dei diritti umani del popolo uiguro. “La gente dice che la Cina sta diventando molto aggressiva. È totalmente sbagliato”, ha detto Liu, “La Cina non è cambiata. Sono i paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, che hanno iniziato questa cosiddetta nuova guerra fredda contro Pechino”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha “condannato con forza” le misure e ha chiesto al Regno Unito di “non fare ulteriori passi falsi per evitare altri danni alle relazioni tra Londra e Pechino”. Wang in particolare ha difeso la legge sulla sicurezza nazionale che, secondo il governo britannico, lede il principio ‘Un Paese due sistemi’ sui cui dal 1997 si è basata l’autonomia di Hong Kong.

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • In Cina donne uigure sterilizzate con la forza

    Continuano le atrocità di Pechino nei confronti degli uiguri e questa volta le vittime sono le donne, stando ad un nuovo rapporto sulla persecuzione che si protrae da anni. Pare infatti che molte donne siano costrette ad essere sterilizzate o dotate di dispositivi contraccettivi nello Xinjiang nel tentativo di limitare l’aumento della popolazione di uiguri musulmani. Il Partito Comunista Cinese ha relegato negli ultimi tre anni la comunità uigura nel campo di rieducazione dello Xinjiang, una regione autonoma della Cina che confina con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Pechino ha etichettato i campi come “centri di aiuto”, progettati, secondo il Partito Comunista, per combattere l’estremismo religioso. Precedenti documenti trapelati hanno però mostrato che si tratta invece di campi di rieducazione ideologica. Le Nazioni Unite stimano che oltre un milione di musulmani siano stati incarcerati nello Xinjiang. Il motivo principale per il quale le persone vengono mandate nei campi è quello di avere troppi bambini. Il rapporto cita statistiche del governo, documenti statali e interviste con ex detenuti e un ex istruttore del campo di detenzione. Le detenute hanno dichiarato di aver ricevuto iniezioni che hanno interrotto le mestruazioni o causato sanguinamenti insoliti in linea con gli effetti dei farmaci anticoncezionali. L’indagine ha rilevato che i funzionari sottopongono regolarmente le donne di minoranza uigura ai controlli di gravidanza e costringano centinaia di esse ad usare dispositivi intrauterini, alla sterilizzazione e persino all’aborto. Le associazioni per la difesa dei diritti hanno denunciato la pratica come un “genocidio lento e doloroso”. E’ probabile, secondo il rapporto in questione, che le autorità dello Xinjiang si stiano impegnando nella sterilizzazione di massa di donne con tre o più bambini. La Cina ha negato le accuse, definendole “prive di fondamento”.

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • Censurato e riaperto in poche ore il canale Youtube di Radio Radio

    “Ventisei ore per ripensarci, ed evitare il peggio. A questo punto il soggetto di cui parliamo non è certo Radio Radio, bensì la piattaforma multinazionale di YouTube”. E’ quanto si legge sul sito ufficiale della storica emittente radiofonica romana Radio Radio che, dopo la cancellazione di domenica 14 giugno del suo canale TV da parte del noto colosso statunitense, ha visto la mattina del 15 giugno revocare l’oscuramento avvenuto ‘per violazione delle norme della community’. La sospensione del canale sarebbe dovuta ad una segnalazione riguardante video con contenuti discriminatori su minori che, come dichiarato dal direttore di radioradio.it Fabio Duranti che aveva fatto partire immediatamente una diffida in cui si intimava a Youtube il ripristino del canale previa azioni legali, non sono mai stati pubblicati.

    Alla notizia della censura tante e immediate le rimostranze dei numerosi fan dell’emittente che a Roma e dintorni è nota, e amata, per l’ampio spazio dedicato allo sport, e alle due squadra della capitale, e per i talk di approfondimento di temi di attualità affrontati con modalità fuori dal coro come l’emergenza coronavirus raccontata in queste settimane con personaggi poco presenti nei salotti televisivi abituali e teorie che la maggior parte dei media definirebbe complottiste.

  • Hong Kong police arrest dozens of pro-democracy protestors

    Dozens of pro-democracy protestors were arrested in Hong Kong on Tuesday after people took to the streets to mark the first anniversary of the anti-government movement.

    The demonstrators occupied roads and blocked traffic, carrying banners and yelling slogans, such as: “Hong Kong independence, the only way” and “Rejuvenate Hong Kong, revolution of our era”.

    Public gatherings have been banned since March because of the coronavirus pandemic. Police used pepper spray to disperse protesters. 53 people had been arrested for participating in an illegal assembly, police said, adding that it had used “minimum necessary force” to disperse the crowd.

    The demonstrations in Hong Kong began last year when people took to the streets to reject a bill that would have facilitated extradition to China. The protests, often followed by brutal crackdowns by security forces, evolved into a wider movement calling for greater freedoms in what is the most concerted challenge to Beijing’s rule since the former British colony’s 1997 handover. Beijing has denied the arrests were politically motivated and has blamed the West for provoking unrest.

    The protests escalated last month, when China’s parliament decided to impose national security laws on Hong Kong, and made it a criminal offence to disrespect the Chinese national anthem.

    City leader Carrie Lam said that “Hong Kong cannot afford such chaos”, adding that residents needed to prove Hong Kong people “are reasonable and sensible citizens of the People’s Republic of China” if they want their freedoms and autonomy to continue.

     

  • US Congress approves China sanctions over Uyghur crackdown

    The United States House of Representatives on Wednesday approved a legislation calling for human rights sanctions on Chinese officials deemed responsible for the oppression of Uyghur Muslims.

    The Chinese Communist Party has for the last three years forced the Uyghur community into re-education camp in Xinjiang, an autonomous region in China that borders the former Soviet republics of Central Asia.

    Beijing has labelled the camps as “help centres”, which the Communist Party claims are designed to combat religious extremism. Leaked documents showed that the centers are forced ideological re-education camps. The United Nations estimates that more than a million Muslims have been incarcerated in the camps.

    The bill singles out the region’s Communist Party secretary, Chen Quanguo, a member of China’s political bureau, or Politburo, as responsible for “gross human rights violations” against the Uyghurs.

    In support of the bill, congressman Michael McCaul stressed that Beijing is out to “completely eradicate an entire culture simply because it doesn’t fit within what the Chinese Communist Party deems ‘Chinese’”.

    The Uyghur Human Rights Act will now be sent to the White House, where president Donald Trump can either veto the bill or sign it into law. Uyghur activists urged Trump to sign it into law “as a matter of priority and take immediate steps to implement it”.

  • Nuovo provvedimento allo studio di Pechino rinfocola le tensioni con Hong Kong

    La Cina si avvia a imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gettando le basi per nuove tensioni con gli attivisti pro democrazia dell’ex colonia, dopo le dure e violente proteste del 2019. La norma è in discussione a Pechino, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – sempre più in rotta con la Cina su diversi fronti, a cominciare dalle accuse sulle responsabilità cinesi sulla pandemia da Covid-19 – ha già avvertito: se la nuova legge entrerà in vigore, gli Usa reagiranno con forza. Mentre l’Unione europea insiste sul principio ‘un Paese, due sistemi’ e su un “dibattito democratico a Hong Kong e il rispetto dei diritti e delle libertà”.

    L’obiettivo di Pechino è quello di “istituire un quadro giuridico e un meccanismo di applicazione migliorati per la protezione della sicurezza nazionale” nell’ex colonia, ha detto nella conferenza stampa tenuta in tardissima serata da Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo, in merito ai temi che saranno discussi da domani nella sessione plenaria dell’assemblea parlamentare cinese i cui lavori si chiudono il 28 maggio. Pechino ha chiarito più volte, con maggiore insistenza negli ultimi tempi, di volere una nuova legislazione sulla sicurezza da applicare a Hong Kong dopo le turbolenze dello scorso anno, tra proteste sfociate in autentici scontri violenti, sulla base della considerazione che la situazione dell’ex colonia rappresenti un buco nella sicurezza nazionale del Dragone.

    La proposta rafforzerebbe i “meccanismi di applicazione” della delicata normativa nell’hub finanziario, ha osservato Zhang. E farebbe leva sull’articolo 23 della mini-costituzione di Hong Kong, la Basic Law, secondo cui la città deve emanare leggi sulla sicurezza nazionale per proibire “tradimento, secessione, sedizione (e) sovversione” contro il governo cinese. La clausola non è mai stata applicata a causa dei profondi timori che potesse produrre la riduzione dei diritti e dello status speciale di Hong Kong, dove è ad esempio tutelata la libertà di espressione, nell’ambito degli accordi siglati da Cina e Gran Bretagna prima del passaggio dei territori sotto la sovranità di Pechino nel 1997. Un tentativo di emanare l’articolo 23 nel 2003 fu bruscamente accantonato dopo che mezzo milione di persone scese per le strade a protestare. Ora, il controverso disegno di legge è ritornato sul tavolo in risposta all’ascesa del movimento democratico nell’ex colonia britannica.

    Dai senatori repubblicani Ted Cruz e Mitt Romney all’ex consigliera di Obama, Susan Rice, è un coro bi-partisan quello che si è alzato negli Stati Uniti in difesa di Hong Kong e di condanna alla Cina. Sui social da ieri notte si moltiplicano i messaggi di critiche a Pechino, dopo la decisione di inasprire le leggi che prevedono l’arresto, nella regione autonoma, di chiunque venga accusato di “tradire la Cina”. Romney scrive: “Io sto con il popolo di Hong Kong nella continua ricerca di libertà e autonomia”.  Critiche alla Cina arrivano anche dal senatore Josh Hawley, tra i promotori del documento di condanna bi-partisan del Congresso e dal senatore, ed ex candidato presidenziale, Cruz secondo il quale le “nuove leggi imposte da Pechino segnano la fine dell’autonomia di Hong Kong”. Rice, ex consigliera di Barack Obama e ambasciatrice Usa all’Onu, “La Cina sta marchiando ciò che è rimasto della democrazia di Hong Kong. E cosa ha fatto o detto finora Trump? Niente. Lascia che se ne occupi il ragazzo Mike Pompeo. Trump dimostra ancora quanto sia debole e spaventato da Pechino”.

    Sottolineando in una nota che “l’Ue ritiene che il dibattito democratico, la consultazione delle principali parti interessate e il rispetto dei diritti e delle libertà a Hong Kong rappresenterebbero il modo migliore di procedere nell’adozione della legislazione nazionale in materia di sicurezza, come previsto dall’articolo 23 della legge di base” l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha affermato che la stessa Ue “sostiene al contempo l’autonomia di Hong Kong e il principio ‘un Paese due sistemi’ e continuerà a seguire da vicino gli sviluppi”.

    Gran Bretagna, Australia e Canada hanno a loro volta espresso “profonda preoccupazione” per la legge sulla sicurezza che la Cina intende introdurre a Hong Kong. Attraverso una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri, Dominic Raab, Marise Payne e Francois-Philippe Champagne che è stata diffusa dal Foreign Office, i tre Paesi ricordano gli impegni “legalmente vincolanti” sull’autonomia di Hong Kong firmati nelle dichiarazione congiunta che segnò la restituzione alla Cina della ex colonia britannica.

  • Due pesi e due misure

    Doppio peso e doppia misura, sono due cose che il Signore aborrisce

    Da “Proverbi di Salomone; 20/10”

    Sì, il Signore aborrisce, detesta tutti coloro che volutamente usano criteri diversi per valutare simili situazioni. Lo conferma quanto è stato scritto nel Libro dei Proverbi di Salomone (Pv. 20/10): “Pondus et pondus, mensura et mensura, utrumque abominabile apud Deum”. Lo stesso messaggio biblico si conferma anche nel Libro del Deuteronomio (Dt. 25; 13-15): “Non avrai nel tuo sacchetto due pesi diversi, uno grande e uno piccolo. Non avrai in casa due tipi di efa (l’unità ebraica di misura; n.d.a.), una grande e una piccola. Terrai un peso completo e giusto, terrai un’efa completa e giusta, perché tu possa avere lunga vita nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà, poiché chiunque commette tali cose, chiunque commette ingiustizia è in abominio a Signore”.

    In questo periodo di pandemia, sono tante e spesso inattese, le serie ed urgenti problematiche da affrontare e risolvere, problematiche, con le quali si stanno confrontando i governi e le istituzioni specializzate in tutto il mondo. In questo periodo sono state prese delle decisioni difficili. Sono state attuate anche molte misure insolite e restrittive, che hanno coinvolto centinaia di milioni di cittadini in tutti i continenti. Misure che spesso, riferendosi al rispetto delle libertà e dei diritti umani in alcuni paesi, sono al limite dell’intollerabile. E si tratta proprio di quelle libertà e di quei diritti previsti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti umani e dalla Convenzione europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle Libertà fondamentali. Diritti e libertà sancite anche dalle Costituzioni dei singoli paesi. Tranne nelle dittature.

    Il Consiglio d’Europa, riferendosi a quanto è accaduto e sta accadendo in molti paesi europei in questo periodo di pandemia, il 7 aprile scorso ha pubblicato un Documento informativo intitolato “Il rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo, nell’ambito della crisi sanitaria del COVID-19”. L’obiettivo di questo documento è quello di informare ed istruire le istituzioni che hanno potere decisionale in tutti i paesi membri del Consiglio d’Europa, per meglio affrontare la crisi. Ma, allo stesso tempo, di non violare neanche i principi base della democrazia, dello Stato di diritto e di rispettare i diritti innati e fondamentali dell’uomo. E non a caso. Perché durante questi ultimi mesi, sono state verificate delle tendenze totalitaristiche da parte di alcuni dirigenti anche in determinati paesi europei. Preoccupato da questi sviluppi, il Consiglio d’Europa ribadisce che “La principale sfida sociale, politica e legale con la quale si affronteranno i nostri Stati membri, sarà la loro capacità di rispondere con efficacia a questa crisi, garantendo, allo stesso tempo, che le misure che verranno prese non violino […] i valori fondamentali dell’Europa riguardo la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti dell’uomo”. Ma per evitare ed impedire ogni tipo di abuso con il potere conferito, si avverte che “Ai governi non si deve dare ‘carta bianca’ dai parlamenti, per prendere qualsiasi tipo di misura”. Ogni competenza che i parlamenti delegano ai governi deve solo e soltanto “abbassare il pericolo dell’abuso da parte dei governi”. Il sopracitato documento, tra l’altro, considera come molto importante la libertà dei media, ragion per cui si ribadisce che i governi. “…hanno il dovere di garantire, durante tutto lo stato dell’emergenza, la libertà dei media ad aver accesso alle informazioni ufficiali”. E anche che i governi “…non devono usare le misure dell’emergenza per chiudere la bocca ai giornalisti critici, oppure agli oppositori politici”.

    Il 30 marzo scorso, il Parlamento ungherese ha approvato una legge dando pieni poteri al primo ministro per combattere il coronavirus. In base a quella legge a lui sono stati conferiti poteri straordinari senza limiti di tempo. Diritti e poteri che permettono al primo ministro di chiudere anche il Parlamento e/o di cambiare o sospendere leggi esistenti. Il Parlamento ungherese ha dato così “carta Bianca” al primo ministro, il quale potrà ormai e fino a quando deciderà lui, governare liberamente per decreto, da solo e senza essere impedito da nessuno!

    Sono state diverse e immediate le reazioni da parte delle massime autorità dell’Unione europea e di altre istituzioni internazionali. Reazioni che esprimevano la massima preoccupazione per quella decisione del parlamento ungherese e per le probabili conseguenze. All’inizio di marzo il Consiglio Europeo aveva programmato un richiamo per l’Ungheria, avvertendo che non avrebbe tollerato un “indefinito e incontrollato stato di emergenza che non garantisce i principi base della democrazia”. Mentre il Consiglio d’Europa ha avvisato che “uno stato d’urgenza indefinito e incontrollato non può garantire il rispetto dei principi fondamentali della democrazia”.

    L’8 aprile scorso la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha ordinato alla Polonia di sospendere immediatamente l’attività della Camera Disciplinare, accogliendo la richiesta della Commissione europea. La Camera era stata costituita nel 2017 per trattare i casi disciplinari contro i giudici. Ma secondo la Commissione europea, tramite la Camera Disciplinare il governo polacco poteva controllare la magistratura, parte del sistema della giustizia. Il che, secondo la Commissione europea, potrebbe mettere in pericolo l’indipendenza del potere giuridico in Polonia.

    Le reazioni delle massime autorità dell’Unione europea, nel caso dell’Ungheria, e la delibera della Corte di Giustizia dell’Unione europea, nel caso della Polonia, esprimono la preoccupazione reale delle strutture dell’Unione europea, riferendosi alla violazione delle libertà e dei diritti previsti. Cosa che non è successa, però e purtroppo, nel caso dell’Albania. È vero che l’Albania non è un paese membro dell’Unione, ma dal 1995 l’Albania è membro del Consiglio d’Europa. Poi, il 26 marzo scorso, il Consiglio europeo ha deciso però l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea! Il nostro lettore, durante tutte queste settimane, è stato informato di questa decisione e di tutte le sue preoccupanti conseguenze. Così com’è stato informato spesso, e a tempo debito, della galoppante e ben radicata corruzione a tutti i livelli, della connivenza dei massimi rappresentanti politici e/o istituzionali con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali, nonché dell’abuso continuo del potere conferito, a scapito dei cittadini e della cosa pubblica, anche in questo periodo di pandemia. In Albania, dati e fatti accaduti e pubblicamente denunciati alla mano, il primo ministro controlla personalmente, oltre al potere esecutivo e quello legislativo, anche il potere giudiziario. Soprattutto in questi mesi. La riforma del sistema di giustizia e l’operato della Commissione Indipendente di Qualifica, una struttura simile alla Camera Disciplinare polacca, sono una “storia di successo” per i massimi rappresentanti della Commissione europea. Invece, sempre dati e fatti accaduti pubblicamente denunciati alla mano, purtroppo si tratta di una riforma volutamente fallita. Lo testimonia, tra l’altro e soprattutto, il non funzionamento, da più di due anni, della Corte Costituzionale, con tutte le gravi e derivate conseguenze.

    A chi scrive queste righe, lo spazio non gli permette di presentare al nostro lettore tanti altri argomenti che dimostrerebbero, nel caso dell’Albania, l’operato con due pesi e due misure da parte dei massimi rappresentanti dell’Unione europea. Egli è comunque convinto che purtroppo in Albania sta accadendo proprio quello che teme il Consiglio d’Europa. Essendo però altrettanto convinto che tutto ciò accade anche grazie al modo di operare con due pesi e due misure delle istituzioni europee. E l’Albania ne rappresenta un caso molto significativo ed eloquente. A tutti ricorda però che usare doppio peso e doppia misura sono due cose che il Signore aborrisce.

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