diritti

  • Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea

    Non erano solo le menzogne ad essere pericolose.

    Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.

    George Orwell; da “1984”

    L’Albania e la Serbia sono due dei Paesi balcanici che, da anni ormai, stanno proseguendo i loro percorsi per l’adesione all’Unione europea. Ma viste le non poche inadempienze degli obblighi e delle condizioni poste da parte delle istituzioni dell’Unione europea, la strada si presenta ancora molto in salita per i due Paesi.

    L’Albania ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione con l’Unione europea il 12 giugno 2006. Si tratta di un accordo con il quale comincia ufficialmente anche lo stesso processo dell’adesione. In seguito, il 28 aprile 2009, il governo albanese ha presentato l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi, durante la riunione del Consiglio europeo del 26 e 27 giungo 2014, è stata presa la decisione di dare all’Albania lo status del Paese candidato all’adesione. Mentre, durante il vertice del 24 marzo 2020, il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati con l’Albania. In seguito, il 19 luglio 2022, durante la prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, sono stati avviati ufficialmente i negoziati dell’adesione. Adesso però bisogna anche chiuderli. E questo rappresenta una grande sfida vista la realtà albanese, condizionata dalla continua violazione dei principi dello Stato di diritto, dalla corruzione diffusa, dall’abuso di potere ed altro.

    Invece la Serbia ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea il 29 aprile 2008. Poi, seguendo le procedure, il 22 dicembre 2009 ha presentato ufficialmente la domanda di adesione all’Unione Europea. Alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea il 1° marzo 2012. In seguito, il Consiglio europeo, durante il vertice del 27 e 28 giugno 2013 ha preso la decisione di avviare i negoziati di adesione con la Serbia non più tardi del gennaio 2014. Negoziati che sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Ma dal 2022 il percorso europeo della Serbia risulta essere molto rallentato. Tra le cause di questo rallentamento, oltre ai problemi legati al funzionamento dello Stato di diritto, vi sono anche i rapporti della Serbia con il Kosovo ed il riconoscimento della sua indipendenza, nonché un’ambigua politica estera, non in sintonia con quella dei Paesi occidentali, bensì spesso orientata verso la Russia e la Cina.

    Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, la Serbia non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione europea alla Russia. Una scelta quella, che continua tuttora, contestata sia dai massimi rappresentanti dell’Unione che da alcuni Stati membri. Il ministro degli Esteri tedesco dichiarava già a metà aprile del 2022 che “…Se la Serbia vuole aderire all’Unione europea, deve sostenere la politica estera degli altri membri dell’Unione […] e quindi imporre alla Russia le sanzioni necessarie”.

    Il 4 settembre 2024, durante il Forum economico orientale svoltosi a Vladivostok in Russia, il vice primo ministro serbo ha avuto un incontro molto cordiale con il presidente russo. Lui ha garantito che la Serbia “…non diventerà mai un membro della NATO, non imporrà mai sanzioni alla Federazione Russa e non permetterà mai che il suo territorio venga usato per qualsiasi azione anti-russa”. Aggiungendo, tra l’altro, che “…la Serbia non è solo un partner strategico della Russia. La Serbia è anche un alleato della Russia. E questa è la ragione per cui la pressione dell’Occidente contro di noi è [così] grande”.

    Ma quella scelta della Serbia è stata però sempre giustificata, in varie occasioni, dal primo ministro albanese, un “caro amico” del presidente serbo. In una sua intervista, nel giugno 2022, rilasciata al noto media “Politico Europe” che tratta, tra l’altro, anche gli sviluppi nell’Unione europea, il primo ministro albanese ha dichiarato: “Bisogna capire che la Serbia si trova in una posizione molto diversa rispetto a molti altri, a causa della sua storia e dei suoi legami speciali con la Russia”. Aggiungendo anche:Penso che la Serbia sia sulla strada giusta”.

    Le ultime elezioni in Serbia per rinnovare l’Assemblea nazionale, cioè il Parlamento serbo, si sono svolte il 17 dicembre 2023. La coalizione capeggiata dal Partito Progressista Serbo dell’attuale presidente della Repubblica ha ottenuto una maggioranza assoluta. Ma il risultato di quelle elezioni è stato duramente contestato, documenti alla mano, dai partiti dell’opposizione che accusavano di brogli e di manipolazioni elettorali. Il nuovo governo si è insediato però solo il 1o maggio 2024, dopo le continue proteste in piazza dell’opposizione.

    In Albania le ultime elezioni politiche si sono svolte l’11 maggio 2025. Si è trattato però di un vero e proprio massacro elettorale che ha permesso al partito capeggiato dal primo ministro di ottenere una maggioranza assoluta. Come ha fatto in Serbia il presidente della Repubblica. Il nostro lettore è stato ampiamente informato dei clamorosi brogli e manipolazioni elettorali in Albania, nonché del diretto coinvolgimento della criminalità organizzata per garantire quella che il primo ministro albanese si è vantato di essere stata una “grandissima e meritata vittoria” (Sic!).

    Nel frattempo, come sopracitato, il processo europeo della Serbia si è molto rallentato. Mentre dal 3 novembre 2024, dopo il crollo della tettoia nella stazione ferroviaria di Novi Sad, di cui il nostro lettore è stato altresì informato, in Serbia continuano le proteste, sempre più massicce dei cittadini degli studenti e degli agricoltori con i loro trattori in varie città. Con lo slogan “La corruzione uccide” i manifestanti chiedono nuove elezioni.

    Da fonti ben informate e credibili risulta che durante una riunione di più di un mese fa del COELA, l’acronimo del “Gruppo di Lavoro sull’Allargamento e Paesi impegnati nei negoziati di adesione all’Unione europea” (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU), i rappresentanti di alcuni Paesi membri, ma soprattutto della Germania, hanno chiesto che il primo ministro albanese non blocchi i procuratori e i giudici a procedere sul caso della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, di cui il nostro lettore è stato ampiamente informato. Perché se no, allora si bloccherebbe il percorso europeo dell’Albania

    Guarda caso però il 28 febbraio scorso il noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo scritto dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali. Gli autori criticano anche l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!

    Chi scrive queste righe è convinto che gli autori del sopracitato articolo hanno mentito e nascosto le verità, per “giustificare” il loro fallimento clamoroso nell’ambito dei negoziati per l’adesione all’Unione europea sia dell’Albania e sia della Serbia. Invece loro sono i veri responsabili di una simile e molto preoccupante situazione. Aveva ragione George Orwell quando affermava che non erano solo le menzogne ad essere pericolose. Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.

  • In attesa di Giustizia: quanto pesa la pagella

    Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che il vero timore dell’A.N.M., in vista del referendum,  non sia la separazione delle carriere bensì il funzionamento correntizio del C.S.M. è sufficiente dare una scorsa ai dati resi pubblici i quali indicano che, dal 2021 al 2025, ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio Superiore, cioè a dire che sono stati promossi a livelli superiori di carriera (e di trattamento economico).
    Esaminando tutte le deliberazioni dal C.S.M., insediatosi nel gennaio 2023, emergono casi che si stenta a credere possano avere generato giudizi positivi e siano sfuggiti all’azione disciplinare: dal P.M. che ha rivelato ad un amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia  che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è quello che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e distruggere la sim ed anche chi ha intrattenuto rapporti cordiali con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendone pure munifici doni natalizi. Ci sono, naturalmente, alcuni dei tanti magistrati coinvolti con Palamara sul mercanteggiamento delle nomine: per molti di questi non si è mai neppure avviata l’azione disciplinare perché il Procuratore Generale dell’epoca, titolare del potere di incolpazione, aveva emanato una circolare in cui sosteneva che si trattava di fatti di lieve entità, trascurabili sotto il profilo delle violazioni deontologiche, Ci sono, poi, non solo P.M. “disinvolti” ma anche giudici che hanno depositato sentenze con ritardi enormi di due o tre anni:  tutti promossi, con soddisfazione anche ai genitori che hanno fatto tanti sacrifici per educarli e farli studiare.

    E, che dire, risalendo nel tempo, di quella pattuglia di raffinati giuristi che indagò e condannò Enzo Tortora, tanto per citare un caso noto a tutti? Il P.M. Felice Di Persia, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del C.S.M. per la corrente di Magistratura indipendente, Lucio Di Pietro – che lo affiancò – è diventato Procuratore Generale a Salerno e poi Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
    Il magistrato Luigi Sansone è andato a presiedere la Sesta Sezione penale della Cassazione mentre Il P.M. Diego Marmo, che aveva definito Tortora «cinico mercante di morte», e che l’aveva accusato di essere «stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra», è diventato Procuratore Capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Se non altro, in quello stesso anno – meglio tardi che mai – ha chiesto scusa alla famiglia Tortora.
    Un altro dei giudici, Orazio Dente è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata mentre un’ultima lanterna juris, Angelo Spirito, già nel 1998 risultava in servizio alla Corte di Cassazione.
    E a proposito del C.S.M.: il plenum, nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti di questi magistrati: tra i pochi a ribellarsi, ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei colleghi napoletani che avevano arrestato gente per omonimia tenendola in galera per due anni e mezzo. Inoltre: anche le ispezioni ministeriali promosse dal Ministro Vassalli non hanno condotto a nulla così come ogni causa al tribunale civile ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità. In sostanza, nessuno ha ufficialmente sbagliato nel caso Tortora.
    Nel mondo della malagiustizia italiana, succede ed è già successo di tutto. E quindi: dove eravamo rimasti? Come disse proprio Enzo Tortora quando tornò da uomo libero a condurre Portobello.  Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c’è un referendum.

  • Grazie

    Grazie a tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato alle Olimpiadi riaffermando la necessità di ritrovare, attraverso lo sport, il senso della competizione corretta e della fratellanza tra i popoli.

    Grazie agli atleti italiani, a tutti e particolarmente a coloro che, con le loro meritate e sofferte medaglie, hanno fatto onore al nome dell’Italia nel mondo.

    Grazie a chi ha lavorato, lontano dalle luci della ribalta, come volontario garantendo, con il suo contributo, che queste Olimpiadi, in tempo di guerre, segnassero una speranza per un futuro di comprensione reciproca.

    Grazie a Vladislav Heraskevych, ci ha ricordato, pagando il grave prezzo di non poter gareggiare, che troppi atleti, troppe giovani vite, troppe persone inermi sono morte in Ucraina per il delirio di onnipotenza di Putin e per le mancate decisioni di chi ha anteposto i suoi interessi alla giustizia.

  • Mamme

    C’è una mamma, nel bosco, che aspetta le ridiano i figli quasi sequestrati da apparati dello Stato che invece si guardano bene dall’intervenire nei tanti, troppi casi di maltrattamento, indigenza, sporcizia, degrado nei quali vivono bambini nomadi o figli di famiglie “precarie”.

    C’è una mamma in carcere perché ha ucciso la sua bambina di due anni portandone in giro il cadavere in macchina per ore e chi poteva intervenire prima non lo ha fatto, una mamma assassina e non è la sola.

    C’è una mamma che disperata spera in un cuore nuovo per il suo bambino martirizzato da un’operazione sbagliata, da incuria, ignoranza, pressappochismo.

    E ci sono le mamme ucraine che tremano ogni giorno per i loro figli al fronte ma ugualmente difendono con dignità e coraggio il diritto alla libertà della loro patria.

    E ci sono le mamme di Gaza, quelle che vedono la tragedia dei loro bambini vittime di altre madri che hanno insegnato ai loro figli non la pietà e l’amore ma l’odio ed il martirio dei kamikaze.

    Ci sono le mamme dei tanti paesi che vivono sotto dittature violente o assediate dalla violenza dei fanatici e dei terroristi, mamme senza cibo né acqua per i loro figli, mamme alle quali non diamo abbastanza ascolto.

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • 27 gennaio

    Ricordare può fare paura, costringe a cercare sempre di più di conoscere gli orrori del passato e di fare i conti con la storia e con le persone di ieri e di oggi,

    Ricordare significa comprendere che, per sconfiggere il male, ciascuno si deve impegnare in ogni istante perché in questa epoca, che credevamo sarebbe stata un’epoca di progresso, libertà, democrazia, rispetto dei diritti di ciascuno, abbiamo invece scoperto come la forza del sopruso tenti quotidianamente di prevalere.

    Il Giorno della Memoria sancisca che ogni giorno ci deve non far dimenticare che il senso della nostra vita è saper garantire la vita degli altri.

  • Lectio Magistralis

    La massima forma di libertà intellettuale è quella che permette di riconoscere la correttezza di un ragionamento e dei suoi contenuti anche quando questo viene espresso in modi che non si considerino idonei soprattutto alla carica istituzionale che l’autore rappresenta.

    In occasione del World Economic Forum (WEF) 2026 a Davos, il Presidente Donald Trump ha ribadito la sua intenzione di rivoluzionare il mercato immobiliare statunitense attraverso un duro attacco ai grandi fondi privati e alle società di private equity.
    I punti chiave del suo discorso e delle relative politiche sono:
    1. Divieto per i Grandi Investitori. Trump ha annunciato un ordine esecutivo (EO) intitolato “Stopping Wall Street from Competing with Main Street Homebuyers” volto a vietare ai grandi investitori istituzionali l’acquisto di case unifamiliari.
    “L’America non sarà una nazione di affittuari”: Durante il discorso, ha dichiarato che le case devono essere costruite per le persone non per le corporation, accusando Wall Street di aver gonfiato i prezzi e sottratto il “sogno americano” della proprietà alle famiglie.
    2. Restrizioni ai Finanziamenti. L’ordine dispone che agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac smettano di garantire o facilitare prestiti destinati a investitori istituzionali per l’acquisto di residenze singole.
    3. Acquisto di Titoli Ipotecari con l’obiettivo di abbassare i tassi d’interesse per i privati, Trump ha proposto che il governo federale acquisti fino a 200 miliardi di dollari in mortgage bonds (titoli garantiti da ipoteca).

    Inoltre il Presidente degli Stati Uniti ha proposto altre Misure per l’Affordability. In questo senso infatti ha menzionato la possibilità di consentire l’uso dei fondi pensione 401(k) per gli acconti (down payments) e ha esortato le società di carte di credito a porre un tetto ai tassi di interesse al 10%.

    In un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti ha avuto il grande merito di proporre degli obiettivi concreti a favore della propria cittadinanza. In altre parole, ha offerto una Lectio Magistralis di Economia Politica, materia sconosciuta alla maggior parte del ceto politico tanto nazionale quanto europeo, ma che probabilmente neppure il mondo accademico sarà in grado di comprendere, troppo impegnato nella definizione delle proprie specifiche competenze.

    Mentre dall’altra parte dell’oceano si continua a parlare di transizione ecologica come di GreenDeal per realizzare una assolutamente infantile ed irrealizzabile decarbonizzazione della produzione. Sembra incredibile come dopo trent’anni di “Ideologia Economica ” (la materia preferita dal ceto governativo) e di strategie politiche lontane dalla legittima aspettative dei cittadini ma molto più vicina alle direttive finanziarie, in un modo forse inusuale il Presidente statunitense ha offerto una lezione di politica economica come mai nessuno prima.

    La storia si crea così, individuando gli obiettivi da raggiungere e successivamente trovando gli strumenti normativi e finanziari per conseguire gli obiettivi programmatici. Donald Trump il primo passo nella corretta direzione lo ha compiuto.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Landmark Rohingya genocide case against Myanmar heard at top UN court

    Myanmar wanted to erase the Rohingya people through its use of “genocidal policies”, The Gambia’s foreign minister Dawda Jallow has told the UN’s top court.

    The International Court of Justice (ICJ) is hearing a landmark case brought by the Muslim majority, West African nation in 2019, which accuses Myanmar of deliberately trying to destroy the minority Muslim population. Myanmar has previously denied the allegations.

    Jallow said The Gambia had reviewed “credible reports of the most brutal and vicious violations imaginably inflicted upon a vulnerable group”.

    Thousands of Rohingya were killed and more than 700,000 fled to neighbouring Bangladesh during an army crackdown in Myanmar in 2017.

    Jallow told the court on Monday that the Rohingya “had suffered decades of appalling persecution and years of dehumanising propaganda”, which was followed by the military crackdown and “continual genocidal policies meant to erase their existence in Myanmar”.

    A damning report issued by the UN in 2018 said top military figures in Myanmar must be investigated for genocide in Rakhine state and crimes against humanity in other areas.

    Myanmar rejected the report and has consistently said its operations targeted militant or insurgent threats.

    It will be given the opportunity to respond to The Gambia’s allegations during the ICJ hearings, which are expected to last until the end of the month.

    The court has also set aside three days to hear from witnesses, including Rohingya survivors, but these sessions will be closed to the public and media.

    A final decision is not expected for several months, if not years. While the ICJ cannot prosecute individuals for crimes of the utmost severity, such as genocide, its opinions carry weight with the UN and other international institutions.

    Jallow said that his country had bought the case against Myanmar out of a “sense of responsibility” following its own experience with a military government.

    “Sadly, Myanmar appears to be trapped in the cycle of atrocities and impunities,” Jallow said, referring to the military’s overthrow of the civilian government in 2021.

    The country’s former leader, Aung San Suu Kyi – who was deposed during the coup and jailed under charges widely condemned as politically motivated – saw her international reputation as a champion of human rights tarnished after she defended the army’s actions following allegations of genocide against the Rohingya.

    “We don’t just hope to get justice, we demand it and we would like to ask the court to take the actions against the Myanmar dictators, the leaders of the Myanmar military who committed the genocide,” one survivor, Monaira, told the Reuters news agency outside the court in the Hague in the Netherlands.

    More than one million Rohingya still live in refugee camps in Bangladesh’s Cox’s Bazar region alone – some of the largest and most densely populated camps in the world, according to the UN’s refugee agency.

    Others have made dangerous sea journeys to reach countries, including Malaysia and Indonesia.

    “We don’t want any more refugee life in Bangladesh because it’s been a long time, and this is the time when the final hearing is going to happen,” another survivor, Salma, said.

    The case is expected to set precedent in other genocide cases, including that bought by South Africa against Israel over the war in Gaza, as it is the first to be heard in more than a decade and is being seen as an opportunity for the ICJ judges to refine the rules around the definition of genocide.

    The 1948 UN Genocide Convention, under which The Gambia accuses Myanmar of breaching in its treatment of the Rohingya, was adopted following the mass murder of Jews by Nazi Germany and defines genocide as crimes committed “with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group”.

    Dawda Jallow said that “its words will be meaningless unless they are acted upon and enforced” in the case of Myanmar.

    He added that The Gambia was supported in its efforts to seek justice for the Rohingya by the 57 member states of the Organisation of Islamic Cooperation, as well as 11 other intervening countries including the UK, France, Germany and Canada.

    As well as the ICJ case, the International Criminal Court (ICC) is investigating Myanmar’s military ruler, Min Aung Hlaing.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

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