diritti

  • La Commissione avvia una consultazione pubblica sugli aspetti giuridici della protezione transfrontaliera degli adulti vulnerabili

    La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica sulla protezione transfrontaliera degli adulti vulnerabili (ossia non in grado di difendere i propri interessi).

    La consultazione è incentrata sulla situazione transfrontaliera degli adulti che necessitano di un adeguato sostegno per gestire le proprie questioni personali e finanziarie, ad esempio a causa di disabilità intellettive, problemi di salute mentale o demenza. I loro diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, devono essere equamente tutelati nei casi transfrontalieri in tutta l’UE.

    Sono appena 10 gli Stati membri firmatari della convenzione dell’Aia del 2000 sulla protezione internazionale degli adulti. Molti adulti vulnerabili che ad esempio possiedono conti bancari o beni immobili in un altro Stato membro, o devono trasferirsi all’estero, rischiano dunque di dovere affrontare barriere giudiziarie, amministrative o linguistiche. Come prevede la strategia per i diritti delle persone con disabilità, la Commissione collaborerà con gli Stati membri per attuare la convenzione dell’Aia del 2000 nel pieno rispetto della Convenzione UNCRPD. La consultazione intende orientare la prossima proposta della Commissione su ulteriori misure volte a rafforzare la protezione degli adulti vulnerabili in situazioni transfrontaliere, raccogliendo pareri sull’attuale funzionamento della cooperazione transfrontaliera e su eventuali miglioramenti futuri.

    La consultazione pubblica sarà disponibile in tutte le lingue dell’UE fino al 29 marzo 2022.

    Fonte: Commissione europea

  • Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta

    Spesso le aspettative falliscono, e più spesso dove più sono promettenti;

    e spesso soddisfano dove la speranza è più fredda e la disperazione più consona.

    William Shakespeare

    Come era già stato annunciato la scorsa settimana, lunedì 20 dicembre, alle ore 16.00, moltissimi sostenitori del partito democratico albanese erano radunati di fronte alla sede del partito. Erano veramente in tanti e tutti ben motivati. Si trattava dei sostenitori del nuovo Movimento per la ricostituzione del partito democratico. Bisogna anche sottolineare che si tratta del primo partito oppositore della dittatura comunista, costituito trentuno anni fa, il 12 dicembre 1990. Si tratta proprio di quel partito che, nonostante il periodo buio nel quale vivevano terrorizzati gli albanesi, ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato, in seguito, alla caduta della dittatura comunista. Una delle più sanguinose e spietate dittature dell’Europa. Ma che, purtroppo, quel partito democratico, il maggiore partito dell’opposizione dal 2013, durante questi ultimi anni, mentre in Albania si stava restaurando una nuova e camuffata dittatura sui generis, ha continuamente mancato e deluso nel compimento dei suoi obblighi politici ed istituzionali. Ma ha anche offeso la fiducia dei suoi iscritti e sostenitori, nonché di molti cittadini albanesi, che vedevano nell’opposizione politica la sola speranza per arginare, fare fronte e combattere la pericolosa alleanza del potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la sempre più attiva criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali ed internazionali, soprattutto da oltreoceano e con obiettivi concreti in Albania e nei Balcani. Il nostro lettore, durante queste ultime settimane, sempre dati e fatti accaduti alla mano, è stato informato degli sviluppi in corso in Albania che riguardano il partito democratico albanese. La ragione è stata proprio la nascita del nuovo Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021). Un Movimento capeggiato dal capo storico del partito, allo stesso tempo presidente della Repubblica (1992-1997) e primo ministro (2005-2013), che sta diventando sempre più ampio, attirando tutta l’attenzione pubblica. Un Movimento che ha scombussolato, da alcuni mesi, anche la “quiete” politica in Albania.

    I rappresentanti del Movimento, compreso il capo storico del partito, dalla scorsa settimana avevano annunciato ed invitato non solo i sostenitori del partito democratico e dell’opposizione, ma anche i cittadini a protestare, lunedì 20 dicembre, davanti alla sede del Consiglio dei ministri. Si tratta della prima protesta chiamata da un partito politico, dopo circa venti mesi. I motivi erano due. Il primo riguardava un accordo, che va contro gli interessi dell’Albania ed altri Paesi balcanici, anzi, che favoreggia senza ombra di dubbio e dati economici alla mano, gli interessi economici e regionali della Serbia. Un accordo convenuto e sottoscritto dal presidente della Serbia, dal primo ministro della Macedonia del Nord e dal primo ministro dell’Albania. Un accordo che nell’arco di due anni ha cambiato nome, dal “Mini-Schengen balcanico” all’accordo dei “Balcani Aperti” (Open Balcan). Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di questi sviluppi regionali, nell’ambito dell’accordo Open Balcan, fortemente voluto e sostenuto, già dal 1999, soprattutto dal suo vero ideatore; un multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Ma l’accordo Open Balcan, sempre fatti, dati e obiettivi geopolitici ed economici ormai noti e dichiarati alla mano, è anche un accordo che permette, sia alla Russia, che alla Cina di essere attivamente presenti nella regione balcanica (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021 ecc…). E proprio nell’ambito dell’accordo Open Balcan, lunedì 20 dicembre si è organizzata e svolta in Albania l’ennesima riunione tra il presidente della Serbia, il primo ministro della Macedonia del Nord ed il primo ministro dell’Albania. Proprio per denunciare e contestare quell’accordo è stata convocata e svolta anche la prima protesta chiamata da un partito politico dopo quasi venti mesi.

    Il secondo motivo della protesta riguardava gli accordi concessionari e palesemente corruttivi del governo albanese, mentre le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia “stanno a guardare”. Avendo però i massimi riconoscimenti ed elogi da parte dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. Chissà perché?! Si sa però che i rappresentanti del sempre più vasto Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese, hanno pubblicamente dichiarato, dallo scorso settembre e durante queste ultime settimane, che non permetteranno mai che accordi simili siano attuati e che combatteranno la corruzione e l’abuso del potere, nonché si impegneranno perché il sistema della giustizia diventi finalmente un giusto, imparziale ed indipendente sistema. Cosa che non ha fatto, volutamente e/o perché costretto, colui che, fino alla settimana scorsa, aveva usurpato la dirigenza del partito democratico albanese.

    Durante la settimana appena passata sono state prese importanti decisioni in Albania. Ma durante la settimana appena passata si sono fatte anche delle misere, vergognose e disperate manipolazioni. Tutta l’attenzione pubblica era, però, focalizzata su quanto si attendeva accadesse sabato scorso, 18 dicembre. Per quel giorno erano stati annunciati due avvenimenti politici importanti. Il primo riguardava il referendum per confermare, da parte di tutti gli iscritti del partito democratico albanese, l’espulsione dell’usurpatore del partito democratico albanese. Un’espulsione decisa l’11 dicembre scorso, durante il congresso straordinario del partito, convocato, per la prima volta in assoluto, con la richiesta di più di un quarto dei delegati del congresso (Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021). Mentre il secondo avvenimento politico riguardava un congresso, convocato dall’usurpatore, sempre il 18 dicembre, come una sfida a quello svolto una settimana fa.

    Ebbene, sabato scorso, tutti gli iscritti del partito democratico sono stati invitati a confermare o a rifiutare l’espulsione di colui che dirigeva il partito fino ad una settimana fa. Una decisione presa, quella del referendum, non perché quanto hanno deciso l’11 dicembre 4446 delegati dei 4935 presenti al congresso avesse bisogno di un’ulteriore conferma. Lo prevede anche lo Statuto del partito. Ma l’11 dicembre il congresso straordinario del partito democratico, convocato da molto più di un quarto dei delegati, ha deciso di confermare quella decisione per togliere ogni dubbio, rendendo l’ultima parola agli iscritti, alla base del partito. Ebbene, sabato scorso, sul tutto il territorio, con il loro voto, gli aventi diritto hanno confermato la decisione presa dal congresso straordinario dell’11 dicembre 2021. E cioè l’espulsione dell’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Perciò, da domenica scorsa, quando la commissione del referendum ha comunicato ufficialmente il risultato finale, il partito verrà diretto da una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico albanese fino al 22 marzo 2022, quando si svolgerà il congresso ricostitutivo del partito e saranno eletti anche i suoi nuovi dirigenti. Una decisione quella presa durante il sopracitato congresso dell’11 dicembre scorso.

    Ma sabato scorso l’ormai espulso usurpatore del partito democratico albanese con pochissimi suoi “fedeli” avevano convocato un altro congresso. Che, infatti, più che un vero congresso era una specie di “anticongresso”, per “annebbiare” quanto era stato deciso una settimana fa. Ma anche per “sfumare” quanto si attendeva essere confermato dal referendum che si stava svolgendo lo stesso giorno, il 18 dicembre. Un compito veramente difficile, ma che in realtà era impossibile. Sì, perché la maggior parte dei delegati del congresso, ufficialmente noti come tali, avevano ormai espresso la loro convinzione e decisione una settimana fa. Ragion per cui loro non potevano essere presenti nel congresso del 18 dicembre. Questo semplice ma testardo fatto lo sapevano benissimo anche l’ormai ex dirigente del partito democratico e quei pochissimi suoi “fedeli”. Ma per portare il loro “progetto” fino in fondo, avevano preso le loro misure. Misure misere e vergognose, che in realtà, fotografie, riprese video e denunce fatte alla mano, sono state smascherate subito e senza ombra di dubbio. Sono suonate ridicole ed inverosimili le dichiarazioni della persona incaricata per la gestione della votazione quando ha dichiarato la partecipazione al congresso di 5004 delegati! Una misera bugia quella sua, perché la sala dove si svolgeva il congresso non poteva contenere quel giorno più di 1958 persone sedute. Ha contato le sedie in diretta un giornalista, a congresso finito. Ma lo confermava facilmente anche una ricerca su internet. E guarda caso, subito dopo essere stata resa nota quella misera bugia, i gestori dell’apposito sito hanno “corretto” la capienza della sala, da 2100 che era, a 5600. Ma avevano dimenticato di “correggere” anche il numero dei posti seduti in sala, lasciando quello reale, e cioè 2100! E si sa, i gestori del sito internet sono dipendenti dell’amministrazione governativa. Mentre l’ex dirigente/usurpatore del partito democratico è stato per tutti questi anni, fatti realmente accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, una “stampella” del primo ministro. Con tutte le derivanti e drammatiche conseguenze. Ma non bastava solo quella misera bugia. Perché è risultato e documentato che in sala sono stati portati anche dei minori, degli alluni delle scuole medie superiori, studenti di un’università privata, proprietà di un deputato del gruppo parlamentare del primo ministro e di altre persone, che non solo non erano delegati del congresso, ma che non avevano niente a che fare con il partito democratico. Sono stati portati semplicemente per riempire la sala. In più e se per un momento si possa anche presumere che tutti i presenti al congresso del 18 dicembre scorso erano dei delegati, il congresso non poteva prendere nessuna decisione, non essendo raggiunto il quorum necessario. Un’impresa fallita vergognosamente quella degli organizzatori del “anticongresso” di sabato scorso. Ma anche un’ulteriore occasione per gli albanesi di rendersi conto e di conoscere colui che, per otto lunghi anni, aveva usurpato la direzione del partito democratico albanese.

    Chi scrive queste righe, cercando, come sempre, di informare oggettivamente il nostro lettore su quello che accade in Albania, nella regione balcanica e altrove, ha rapportato anche questi ultimi sviluppi. Egli però è convinto che la persona che si trova realmente in grande difficoltà non è solo l’ex dirigente del partito democratico, ormai ufficialmente espulso, ma anche è soprattutto il primo ministro. La protesta svolta lunedì pomeriggio davanti ai suoi uffici ne era un chiaro e significativo messaggio. Mentre sono sempre molto attuali le parole scritte da William Shakespeare. E cioè che “Spesso le aspettative falliscono, e più spesso dove più sono promettenti; e spesso soddisfano dove la speranza è più fredda e la disperazione più consona”. Sia per il primo ministro albanese, la sua “stampella” ed altri loro “compari” e sostenitori, sia per i tantissimi onesti e sofferenti cittadini albanesi, che non hanno niente in comune con loro.

  • La Ue vuole imporre ai rider lo status di lavoratori dipendenti

    Subordinati o autonomi? In ogni caso, tutelati. La Commissione europea dà l’altolà alla deregulation delle grandi piattaforme dei servizi digitali e sbarra la strada al lavoro ‘usa e getta’. Stabilendo, con una cesura netta tra flessibilità e sfruttamento, che le decine di migliaia di rider di UberEats, Deliveroo o Glovo – ma anche il drappello di tutti gli altri lavoratori della gig economy – in Europa dovranno in certi casi essere considerati dipendenti e non più collaboratori autonomi. Con l’onere di dimostrare il contrario in tribunale che finisce tutto sulle spalle delle aziende. Uno schiaffo, quest’ultimo, che ha fatto subito infuriare la Confindustria europea, secondo la quale molti lavoratori delle piattaforme sono autonomi per scelta.

    Dopo la rivoluzione delle abitudini e del delivery portata dal Covid, per Bruxelles è arrivato il momento di prendere di petto i cambiamenti del mercato del lavoro e di compiere una rivoluzione dei diritti sociali. Che, ha tuonato il commissario al Lavoro, Nicolas Schmit, devono essere alla base di tutti i modelli di business. Compreso quello di Uber e delle piattaforme digitali con il loro esercito di addetti spesso invisibili per banche dati e Inps, che la Ue stima passeranno dai 28 milioni attuali a 43 milioni nel giro dei prossimi 4 anni.

    Anche se il cambiamento per ora riguarderebbe soltanto una parte minore del plotone (tra gli 1,7 e i 4,1 milioni di lavoratori dei 5,5 milioni che Bruxelles considera siano attualmente classificati come autonomi in modo erroneo) il percorso parte con il riconoscimento della reale natura legale dei rapporti di lavoro. In una speciale lista di criteri da spuntare per la regolarizzazione, Bruxelles prevede che in presenza di almeno due indicatori da scegliere tra la definizione dall’alto del livello di retribuzione, la supervisione delle mansioni, le restrizioni su orari o uno specifico codice di abbigliamento da rispettare, ci si trovi a tutti gli effetti davanti a un rapporto di lavoro dipendente. E scatti il vincolo di assunzione. Con il corollario di diritti che ne segue. Insomma, ha sintetizzato il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, “chi viene utilizzato come dipendente dovrà avere diritti adeguati”. Anche se questo, per gli industriali europei, rischia di compromettere un comparto florido che fa della flessibilità e dell’innovazione il suo punto di forza. “Nessuno sta cercando di uccidere, fermare o ostacolare la crescita” delle piattaforme, ma anche quel tipo di business deve “adattarsi” agli standard sociali europei, è stata la replica di Schmit. Con Bruxelles che in contemporanea ha aperto alla contrattazione collettiva per gli autonomi.

    L’applicazione del regolamento comunque – una volta superato il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio – dipenderà molto dalle decisioni che vengono prese dai singoli Stati membri, che vedono affastellarsi sempre più cause tra lavoratori e autonomi nei tribunali nazionali. In almeno dodici capitali, tra cui Roma, l’intervento della Ue era richiesto a gran voce, con tanto di missiva spedita a Bruxelles la scorsa settimana. Per il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, le misure comunitarie rappresentano “un passo molto importante” e “una priorità” su cui il governo è impegnato e continuerà a lavorare “per garantire tutele a tutti nel presente e nel futuro”. Un auspicio condiviso anche dal leader del M5S, Giuseppe Conte, che ricordando il presidio di lavoro offerto dai rider nei mesi più duri della pandemia e denunciandone le condizioni “precarie, al limite del caporalato”, evidenzia come sia “fondamentale una tutela europea anche per evitare che vengano aggirate le normative nazionali”. L’Italia, però, secondo l’ex premier “deve fare di più” per “dare un senso al principio di dignità scolpito nella Costituzione”. Con o senza il benestare delle piattaforme alla Ue.

  • Schiaffo dell’Alta Corte di Budapest a Orban: in Ungheria prevale il diritto Ue

    Questa volta lo schiaffo a Viktor Orban arriva proprio dai giudici ungheresi: la Corte costituzionale di Budapest ha respinto un ricorso del premier di Fidesz contro il primato del diritto europeo. Orban si era infatti rivolto agli alti togati ungheresi, un anno fa, nel dicembre 2020, per mettere in discussione una sentenza della Corte di giustizia europea, secondo la quale l’Ungheria aveva violato la legge Ue, permettendo di respingere fisicamente e far arrestare i richiedenti asilo al confine con la Serbia.

    “Il caso non può essere oggetto di un riesame del giudizio della Corte di Giustizia europea”, secondo la pronuncia di oggi, né può portare ad un “esame del primato della legge Ue”, ha deciso la Corte costituzionale di Budapest. Una decisione arrivata a sorpresa: il premier infatti, proprio qualche ora prima, alla radio pubblica, aveva affermato di attendere una sentenza a suo favore. Del resto i 15 giudici della Corte sono tutti nominati dalla maggioranza governativa del parlamento ungherese, ma questo stavolta non ha aiutato il premier.

    L’esecutivo di Fidesz ha interpretato comunque la pronuncia a suo favore; con la ministra della giustizia Judit Varga che su Twitter ha rimarcato come la sentenza rafforzi le posizioni di Budapest, “costruendo una forte barriera legale oltre alla chiusura fisica delle nostre frontiere”.

    Sulla decisione ha espresso soddisfazione, sia pur con cautela, il commissario europeo alla Giustizia, Didier Raynders, che ha commentato a margine del consiglio europeo Giustizia: “Sono piuttosto soddisfatto che la Corte costituzionale ungherese sembra accordarsi al nostro parere, dico sembra perché ancora non ho letto il testo”. “La Corte costituzionale non ha voluto opporsi ad una sentenza della Corte di giustizia europea – ha aggiunto – e questo riguardava la questione della primazia del diritto europeo. L’obiettivo è fare in modo che il governo ungherese attui la decisione della Corte di giustizia europea”. Reynders ha poi ricordato come “sin dall’inizio” di questa vicenda avesse “segnalato che non eravamo assolutamente soddisfatti della posizione assunta dal governo” di Budapest, cioè di “adire alla Corte costituzionale per andare contro una decisione della Corte di giustizia” europea.

    Orban si era mosso motivato anche dalla pronuncia dell’Alta Corte polacca, che si era espressa andando nella direzione opposta, affermando il primato del diritto polacco su quello europeo.

    La sentenza di oggi ha fatto esultare Amnesty International Ungheria, che ha salutato l’esito con soddisfazione. Mentre il giornale on line HGV.HU ha messo nero su bianco che il giudizio della Corte abbia disatteso le aspettative di Orban, dal momento che non ne ha sostenuto le politiche governative sui rifugiati.

  • Imperatore della Cina libera

    Zhang Zhan è una cittadina cinese che ha avuto il coraggio di denunciare da subito i tentativi del governo cinese di mettere la museruola ed obbligare al silenzio i giornali indipendenti che pubblicavano le vere notizie sulla pandemia. E’ la cittadina che ha cercato di far sapere, ai cinesi ed al mondo, con parole ed immagini, come erano trattate le famiglie dei pazienti ammalati di covid 19. Per questo è stata incriminata e condannata a quattro anni di carcere senza neppur poter ricevere visite dai famigliari. Dal maggio 2020 ha più volte fatto lo sciopero della fame ed ora è allo stremo delle forze. Altre persone, medici, giornalisti, cittadini comuni hanno subito e continuano a subire l’intollerante Potere dell’“imperatore cinese” Xi Jinping mentre il dragone allunga sempre più le mani in ogni area del mondo, Italia compresa, non solo con la Via della Seta ma specialmente con l’istituto Confucio che apparentemente promuove lo studio della lingua cinese ma, nella realtà, si incunea nella cultura e nelle abitudini degli altri paesi creando dipendenze e sottraendo informazioni.

    Certo nessuno di noi, singolarmente, avrà la forza di far liberare Zhang Zhan né altre persone ingiustamente incarcerate in Cina, in Turchia e in tanti altri paesi dove la parola giustizia e democrazia non compaiono nel vocabolario del Potere. Ma le nostre voci insieme possono aiutare molto chi sta soffrendo ingiustamente e ciascuno di noi può, anche attraverso le azioni quotidiane, dimostrare che non accettiamo più di comperare ed usare i prodotti, non solo cinesi, fatti da veri e propri schiavi. Ciascuno di noi può, ogni giorno, ricordare a se stesso e a chi ha intorno che la democrazia nella quale viviamo, per quanto imperfetta, è un bene inestimabile che dobbiamo saper difendere da chi, anche oggi, in casa nostra, con parole e fatti di odio mina il vivere civile.

  • Myanmar: Soldiers accused of shooting, burning 13 villagers

    Soldiers have been accused of killing 13 people from a village in central Myanmar, 11 of whose burned bodies were discovered on Tuesday.

    The incident occurred near the city of Monywa, after local militias opposing military rule carried out at least two bomb attacks on a military convoy.

    Locals say soldiers then swept through nearby villages, rounding up and killing six men and five teenagers.

    The military junta is yet to comment on the incident.

    Locals say that people’s defence forces volunteers – armed groups formed to resist military rule in towns and villages – from the area planted two improvised explosives on a road used by the military in an attempted attack.

    One of these devices detonated early, killing the two men planting it. When the second device exploded, two more men were reportedly detained and shot dead.

    Residents allege the military then swept through nearby villages, rounding up and capturing six men and five teenage boys, who were in hiding. Their hands were tied, and they were shot before their bodies set alight.

    Armed volunteer people’s defence forces in towns and villages in Myanmar have carried out hundreds of bombings and assassinations targeting officials working with the military government after the violent suppression of pro-democracy rallies made peaceful protest almost impossible.

    What is the background to the violence?

    Mass protests had broken out across Myanmar after the military seized control of the South East Asian country in February and declared a year-long state of emergency following a general election.

    The military claimed there had been widespread fraud during the election late last year, which had returned elected leader Aung San Suu Kyi and her National League for Democracy (NLD) party to power. The election commission has dismissed these claims.

    Since then, the military has engaged in a brutal campaign of repression, killing at least 1,303 people in the demonstrations and arresting more than 10,600.

    Earlier this week, Ms Suu Kyi was sentenced to four years in prison for inciting dissent and breaking Covid-19 rules, in the first of a series of verdicts that could see her jailed for life.

    Monywa is also close to a controversial Chinese-owned copper mine, which has provoked protests from local villagers going back 10 years over grievances that the Chinese company operating it, Myanmar Wanbao, is in a joint venture with a conglomerate controlled by the Myanmar military.

  • In attesa di Giustizia: tabù

    Fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso ogni volta che si registrava un sovraccarico di lavoro nel settore penale degli uffici giudiziari il rimedio era nel ricorso all’amnistia: nulla che, allora, sconvolgesse la coscienza dei cittadini; il provvedimento decongestionava efficacemente l’arretrato cancellando fascicoli per “reati nani” tipo l’ingiuria, la guida senza patente, i furtarelli in supermercato.

    Storicamente, a parte l’amnistia “Togliatti” che accompagnò un momento storico di pacificazione sociale,  si è sempre trattato di forme di “perdono” contenute di solito accompagnate dall’indulto e cioè a dire da uno “sconto” di pena (generalmente ricompreso tra i sei mesi e i due anni) per coloro che erano stati condannati definitivamente, ma non per tutti ed esclusi alcuni reati molto gravi come la rapina o grossi traffici di droga, che contribuiva a dare un po’di sollievo a carceri sempre alle prese con il sovraffollamento.

    Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una modifica della Costituzione che ha previsto una maggioranza parlamentare di problematico raggiungimento (2/3 sul testo complessivo e 2/3 su ogni singolo articolo della legge) per l’approvazione di un’amnistia, e non casualmente dai tempi di Mani Pulite che hanno segnato l’inizio dell’epopea giustizialista, parlare di provvedimenti di clemenza è diventato un tabù e solo sollecitarli (tranne quando a farlo è stato il Pontefice) è diventata una manifestazione di pensiero politicamente scorretto, il sintomo di una manovra volta a soccorrere – neanche a dirlo – amici e compagni di partito corrotti e corruttori sebbene, per la verità, un’amnistia per tali reati non vi sia mai stata.

    L’arretrato di milioni di processi penali non celebrati si è – ovviamente – ancor più appesantito a causa del fermo quasi totale dei Tribunali in tempi di pandemia: ma guai a parlare di soluzioni che consistano nella estinzione dei reati, anche di piccolo cabotaggio, per dare respiro ad un sistema allo stremo.

    I tabù, peraltro, possono essere astutamente sfatati: ecco allora, tra le pieghe della riforma che dovrebbe farci guadagnare i fondi del PNRR, spuntare la panacea di tutti i mali. Nella legge delega, infatti, è previsto che gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace ed uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito dei criteri indicati dal Parlamento con legge, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati di indicare nei progetti organizzativi delle Procure al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo anche conto del numero degli affari da trattare e delle risorse disponibili il tutto allineandosi con le capacità di assorbimento del carico da parte degli uffici giudicanti.

    Tradotto: un’operazione di eugenetica giudiziaria mediante selezione delle indagini che si possono accantonare e dei processi che non si faranno mai perché non ci sono uomini, aule, risorse, denari.

    Un’amnistia strisciante approvata per legge che rafforza quanto già previsto in termini analoghi da una circolare del Consiglio Superiore della Magistratura di qualche anno fa: la parolaccia “clemenza”, però non viene pronunciata in nome, piuttosto, della positiva visione prospettica di una ottimizzazione del funzionamento degli Uffici. Anche il popolo pentastellato, che con quei paroloni ha una rarefatta dimestichezza, plaude all’iniziativa che se non altro ha il merito di sfilare la foglia di fico che da lustri ricopre le pudenda di un’amministrazione della Giustizia in perenne debito di ossigeno che si arrangia come può.

    A prescindere da alcuni profili di dubbia costituzionalità di una disciplina che sembra violare, primo tra tutti, il principio di obbligatorietà della azione penale sarebbe stato forse preferibile mettere mano ad una consistente depenalizzazione: soprattutto nelle leggi speciali più che nel codice esistono migliaia di reati semplicemente ridicoli che, prima della destinazione all’oblio intasano e rallentano le Procure con adempimenti iniziali indispensabili quali la iscrizione della notizia di reato, la convalida di un sequestro, la formazione di un fascicolo che verrà poi dimenticato. Qualche esempio? L’utilizzo di stalloni non autorizzati dal veterinario provinciale nella monta equina o l’impiego di vernici non omologate per dipingere le linee di galleggiamento delle navi, tanto per citarne un paio e, chi ne ha voglia, può ritrovare un vecchio articolo di questa rubrica (La parabola dei pappagallini) che tratta l’argomento.

    Sfortunatamente, anche la depenalizzazione è un tabù, la sola parola è impronunciabile da un legislatore per il quale il ricorso al diritto punitivo, invece che essere visto come dovrebbe e cioè uno strumento sussidiario di controllo sociale, è fonte inesauribile di soddisfacimento della pancia dell’elettorato con quanto ne deriva in termini di consenso.

    Per la Giustizia, probabilmente, l’attesa è ancora lunga.

  • La metamorfosi di un vigliacco messo alle strette

    I codardi non possono mai essere morali.

    Mahatma Gandhi

    Da più di due mesi ormai, l’attenzione pubblica, mediatica e politica in Albania si sta concentrando su un nuovo Movimento che, come obiettivo fondamentale e come missione, ha la ricostituzione del partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione in Albania. Si tratta del primo partito, costituito nel dicembre 1990 per opporsi alla dittatura comunista, ma che, purtroppo, dopo trentun anni, ha ormai perso quasi tutto della sua fisionomia politica e combattente. Un partito che adesso, più che un partito che dovrebbe avere e rispettare il sacrosanto obbligo politico, morale, civile e patriottico di opporsi alla nuova dittatura che si sta consolidando in Albania in questi ultimi anni, è diventato, nolens volens, un “alleato” dell’attuale primo ministro. Tutto dovuto alla totale irresponsabilità degli attuali dirigenti del partito, ma soprattutto del capo del partito che dal 2013 lo sta dirigendo. Tutto ebbe inizio un mese dopo che il capo storico del partito, a sua volta presidente della Repubblica (1992-1997) e poi primo ministro (2005-2013), dichiarò le dimissioni irrevocabili da tutte le sue cariche, in seguito alla sconfitta elettorale del partito democratico nelle elezioni del 23 giugno 2013. Ma, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, l’attuale capo del partito democratico più che un dirigente che rispetta lo Statuto del partito durante il suo multidimensionale operato si presenta come un usurpatore del partito. Si presenta come un individuo che, purtroppo, ha trasformato il partito da un’istituzione politica e parte dei valori a livello nazionale in un’impresa molto rimunerativa a gestione familiare. Un’impresa che è stata sempre vista di “buon occhio” dal primo ministro e dai suoi, quando si è trattato e si tratta di assegnare degli appalti pubblici milionari. Il nostro lettore è stato da tempo informato di tutto ciò, a più riprese, dal 2017 in poi. Proprio da quando tra l’usurpatore del partito democratico e il primo ministro c’è stato un accordo occulto solo tra loro due, i contenuti del quale non sono stati mai resi pubblici. Un accordo, le cui gravi conseguenze da allora hanno generato però innumerevoli danni e sofferenze per la maggior parte degli albanesi. Così come il nostro lettore, sempre fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, è stato informato durante questi ultimi mesi sia delle evidenti e gravi conseguenze dell’incapacità e dell’irresponsabilità politica e personale dell’usurpatore del partito democratico sia anche di un nuovo e sempre più vasto Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021).

    Si tratta di un Movimento al quale diede inizio il capo storico del partito democratico proprio il 16 settembre scorso a Tirana, durante un incontro con la base e gli iscritti del partito. L’obiettivo primario di questo Movimento è la ricostituzione del partito sulle fondamenta del conservatorismo occidentale, con un programma simile a quelli dei partiti conservatori europei e del partito repubblicano statunitense, ovviamente adattato alle tradizioni, alle condizioni sociali e politiche e alle esigenze future dell’Albania. Parlando del Movimento, il 16 settembre scorso, il capo storico del partito ha detto che si tratta di un importante impegno, con una valenza storica, che la base del partito democratico si sta avviando a compiere per avere un partito democratico più unito, più forte, più aperto e più sicuro, tenendo presente le sfide del futuro. La scorsa settimana l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di questo Movimento e dei suoi obiettivi (Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso; 22 novembre 2021).

    Bisogna sottolineare che, nel frattempo, questo Movimento ha messo in serie e vistose difficoltà non solo l’usurpatore del partito democratico, ma soprattutto il primo ministro. Anche perché proprio l’abbattimento del regime da lui restaurato e consolidato in questi ultimi anni rappresenta uno degli obiettivi pubblicamente e ripetutamente dichiarati del Movimento. Ragion per cui si sono messi in moto tutti i potenti mezzi governativi ed altri ancora contro questa avviata iniziativa ed azione politica che sta avendo un grande e sempre crescente appoggio. E non solo dalla base, dagli iscritti e dai rappresentanti politici del partito democratico a tutti i livelli, ma anche da altri cittadini che stanno soffrendo sempre più la vera, drammatica e quotidianamente vissuta realtà albanese. Non a caso tutta la propaganda del primo ministro, la vasta schiera dei media da lui controllati, gli analisti e gli opinionisti a pagamento si stanno ormai dando da fare, per appoggiare palesemente e senza batter ciglio l’usurpatore del partito democratico. Proprio colui che fino a pochi mesi prima era un bersaglio quanto facile da affrontare, tanto ridicolo da prenderlo in giro ed umiliarlo, riferendosi alle continue contraddizioni ed incoerenze logiche, espresse durante le sue dichiarazioni pubbliche. Ormai sembrerebbe che gli “strateghi” del primo ministro stiano cercando di fare del loro meglio, proprio per aiutare a sopravvivere la “stampella” del primo ministro, e cioè l’usurpatore del partito democratico albanese.

    Proprio colui che soltanto nell’arco di questi due ultimi mesi è passato, da un lungo ed evidenziato “silenzio e scomparsa pubblica”, per più di un mese, ad una riapparizione mediatica, proprio negli studi televisivi controllati dalla propaganda governativa. Si è anche “ricordato” di diffondere per il pubblico le sue “opinioni e convinzioni”, tramite i “cinguettii” su Twitter. Ma così facendo però, ha messo chiaramente e pubblicamente in evidenza la metamorfosi delle sue affermazioni, che in realtà rappresenta lo stato d’anima di un vigliacco messo alle strette. Di un individuo, però, che ha la capacità di essere portatore attivo di quello che George Orwell, nel suo rinomato e molto letto romanzo 1984, chiamava il “Bipensiero” (Doublethink). E cioè la capacità, innata oppure inculcata, di un individuo di sostenere simultaneamente due pensieri del tutto diversi, due opinioni in palese contraddizione logica; di accettarle come esatte e di difendere, convinto, in pubblico la veridicità di entrambe! Il 9 settembre scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, in palese violazione dello Statuto del partito, aveva preso personalmente la decisione di espellere dal gruppo parlamentare il capo storico del partito democratico. Ma, da grande ipocrita e bugiardo qual è, l’usurpatore ha espresso la sua massima valutazione politica ed umana per il suo predecessore. Alcuni giorni dopo, trattando quella decisione personale dell’usurpatore del partito, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “Lo ha fatto, da vigliacco, da misero ipocrita, bugiardo ed impostore qual è, all’ultimo momento, proprio la sera di giovedì scorso e poche ore prima che cominciasse, nella mattinata del giorno seguente, la prima sessione della decima legislazione del Parlamento. Una forzata e ordinata decisione, presa da una persona che, come dicono in tanti in Albania, è sotto pressione, perché è ricattata e ricattabile” (Meglio perderli che trovarli; 13 settembre 2021). Dopo aver preso quella “sofferta decisione della sua vita”, l’usurpatore del partito democratico, per alcune settimane, ha continuato ad elogiare il capo storico del partito. Lo ha fatto, “recitando il suo ruolo”, rivolgendosi anche al primo ministro in parlamento, affermando: “Non tolgo neanche una virgola alle parole [di riconoscimento e di elogio] che ho detto…e le valutazioni che ho fatto…”, riferendosi al capo storico del partito. Nel frattempo però il Movimento per la ricostituzione del partito democratico cresceva e diventava sempre più un grande pericolo personale per lui. Ma anche per il primo ministro, suo “protettore”. Ragion per cui, l’usurpatore “decise di attaccare”. Non importava più quello che aveva detto fino a poco fa. L’unica cosa che importava era lui stesso. La sua “metamorfosi” verbale cominciata il 23 ottobre scorso, quando considerò il capo storico del partito una persona che “…sta cercando di far diventare il partito democratico un bunker per i propri problemi”. In seguito e mentre il Movimento cresceva, l’usurpatore ha parlato del “triangolo delle Bermuda”, un lato del quale era l’ormai il suo nemico dichiarato, il capo storico del suo partito. Per poi arrivare finalmente ad una aperta “dichiarazione di guerra”, il 12 novembre scorso, durante un’intervista rilasciata per una rete televisiva a lui “amica”. In quell’intervista ha attaccato il capo storico del partito, affermando che “solo adesso lo stava veramente conoscendo per quello che realmente era”. Ma tutto quello che ha dichiarato “faceva a pugni” con quanto lui stesso aveva detto pubblicamente fino a pochi giorni fa. Ma non importava più. La metamorfosi verbale era, nel frattempo, avviata e non poteva più fermarsi. Il 7 novembre scorso l’usurpatore diceva, riferendosi sempre al suo ormai dichiarato nemico, che “il suo tempo era finito”. Mentre in queste ultime settimane, sia l’usurpatore del partito democratico che quei pochissimi “fedeli” rimasti hanno aumentato gli “attacchi” contro il “nemico comune”. La “metamorfosi” però non è rimasta solo verbale. È diventata anche decisionale. Circa un mese fa, il capo storico del partito democratico aveva annunciato la convocazione del congresso straordinario del partito l’11 dicembre 2021, chiesto, come prevede lo Statuto, da un quarto dei delegati (in realtà erano state raccolte le firme di più della metà dei delegati del congresso e che continuano ad aumentare). Allora l’usurpatore del partito ha dichiarato che non avrebbe mai permesso un simile congresso, nonostante in questo caso lo Statuto prevede la convocazione senza dover chiedere nessun permesso né dal capo del partito e né da tutti gli organi dirigenti del partito, riconoscendo ai delegati la “sovranità”. E siccome neanche tutti gli “argomenti” usati da lui e dai suoi pochissimi “fedeli” sono serviti a nulla, allora si è arrivati alla “trovata”. L’usurpatore ha dichiarato la convocazione del congresso del partito per il 18 dicembre 2021! Proprio una settimana dopo la convocazione chiesta e decisa da un quarto dei delegati (attualmente sono circa 70% dei delegati che hanno firmato le schede)! Chissà quale sarà l’altra “metamorfosi” decisionale, oltre a quelle verbali, pronunciata dall’usurpatore del partito e/o da chi per lui?! Ma senz’altro sarà una metamorfosi di un vigliacco messo alle strette.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane testimonia la grave crisi esistenziale che sta attraversando l’usurpatore del partito democratico albanese e i suoi veramente pochi, pochissimi “fedeli”. Sono diventati ridicoli e del tutto incredibili. In pieno panico, e anche costretti e ricattati in lingua inglese, stanno agendo da codardi e vigliacchi. Però come non dare ragione a Mahatma Gandhi, il quale era convinto che i codardi non possono mai essere morali.

  • In Liberia le donne accorrono per arruolarsi

    Il piccolo esercito della Liberia addestrato dagli Stati Uniti sta reclutando altre 200 persone per rafforzarsi, metà delle quali sarebbero donne. Il progetto è realizzato anche in vista di una nuova politica volta a raggiungere l’uguaglianza di genere.

    Il numero di donne candidate è estremamente alto, con più di 7.000 che si sono presentate lunedì scorso in una caserma militare nella capitale, Monrovia, per l’addestramento fisico prima del reclutamento.

    Il generale Prince C. Johnson ha dichiarato alla BBC che è stato organizzato un allenamento di fitness per le donne dell’area di Monrovia perché la ricerca ha dimostrato che erano meno in forma rispetto alle donne delle aree rurali. Queste ultime però, come era naturale, non se la sono cavata molto bene quando si è trattato di soddisfare i requisiti accademici per il reclutamento. Il candidato infatti deve essere almeno diplomato o possedere una formazione professionale per qualificarsi per l’arruolamento.

    Oltre al desiderio di prestare servizio nell’esercito, molte donne vedono in questo un’opportunità per superare gli alti livelli di disoccupazione. La Liberia infatti sta ancora scontando le conseguenze della guerra civile terminata quasi 20 anni fa durante la quale sono state uccise circa 250.000 persone.

  • Un po’ di sale in zucca a tutti

    Se, come dicono gli esagitati no pass, fossimo in un sistema che non tiene conto della libertà non si sarebbero rispettate fino ad oggi, anche in modo eccessivo, manifestazioni e proteste e tutti avremmo l’obbligo, da tempo, di usare le mascherina anche all’aperto, quando vi è la presenza di più persone. Dopo l’implacabile aumento dei contagi che continua da più giorni, non sarebbero possibili manifestazioni fatte senza utilizzare i dispositivi di sicurezza cha l’Oms e l’Istituto Superiore di Sanità continuano a ricordare come essenziali. Se fossimo in una democrazia capace di darsi regole e di farle rispettare il personale sanitario, che non si è vaccinato, sarebbe fuori dal lavoro e tutti coloro che fanno propaganda contro il vaccino sarebbero, da tempo, stati sanzionati. Se fossimo una democrazia, come la democratica repubblica austriaca, avremmo tutti l’obbligo del vaccino. Se fossimo in una democrazia autentica la risibile minoranza che, giorno dopo giorno, procurando disordine e aumento del contagio, sfila ed emana, via social, minacce non avrebbe quotidianamente pubblicità gratuita sui mezzi di informazione. E non vedremmo espulsi dagli ospedali e dai luoghi di cura tutti quei malati non covid che la pandemia ha emarginato e in alcuni casi, per colpa dei mancati ricoveri, condannato a morte. E se fossimo in una democrazia nella quale la rappresentanza politica avesse a cuore gli interessi collettivi, e non quello di cercare consenso per il proprio partito, con battute ad effetto o strizzando l’occhio alle frange più irragionevoli ed estreme, si sarebbe da mesi provveduto a riorganizzare sul territorio quell’assistenza sanitaria che manca da troppi anni e che, salvo rari ed encomiabili casi, è stata insufficiente soprattutto in periodo pandemico procurando ulteriori morti. Se fossimo in una democrazia autentica tutti coloro che, rivestendo un ruolo politico o pubblico, continuano ad ammiccare, più o meno palesemente, ai no vax e ai no pass dovrebbero rendere conto delle proprie azioni. Ma noi siamo noi perciò la stragrande maggioranza degli italiani continua ad essere costretta a rischiare più del necessario per colpa di qualche migliaia di esagitati che trovano appagante sfilare senza mascherina e sbandierando tricolori e bandiere che sviliscono proprio nel momento nel quale, per difendere la loro presunta libertà, mettono a repentaglio la salute di tutti gli altri. Ormai è nei fatti: la stragrande maggioranza degli italiani rischierà e subirà nuove restrizioni per colpa di una risicata minoranza, per l’incapacità della politica di fare prevenzione, emanare regole certe e per la mancanza di determinazione nel farle rispettare. Anche l’Unione Europea ha le sue colpe perché è stata, ed è priva, di un piano pandemico di prevenzione e risposta celere ed è incapace di chiedere agli Stati membri l’applicazione di regole comuni almeno per difendere i confini interni ed esterni dal sempre più incalzante diffondersi del virus. Mantenere Schengen dovrebbe sottendere l’immediato obbligo di gran pass per ogni spostamento dall’esterno e interno all’Unione, con qualsiasi mezzo si viaggi, sappiamo bene, infatti, che mentre per i passaggi aerei c’è l’obbligo di tampone chi viaggia in torpedone, auto etc non si deve presentare nessun documento che attesti non si sia malati di covid. E resta comunque in attesa di risposta una domanda che assilla specialmente le fasce economicamente più deboli: il denaro speso per curare chi non ha voluto vaccinarsi inciderà sulle tasse, sulla maggiore futura carenza di servizi, sul debito pubblico? E se si può consentite a pochi di mettere a rischio la salute e la vita fisica, economica e sociale di molti qual è il concetto di democrazia che si applica in Italia?

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