diritti

  • Due anni di galera alle giornaliste bielorusse che hanno seguito le proteste contro Lukashenko

    Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso. La sentenza, l’ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita “assurda” dal legale delle reporter dato che le giornaliste “stavano solo facendo il loro mestiere”.

    Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. “Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci”, ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter. Andreyeva e Chultsova, 27 e 23 anni, nella loro ultima dichiarazione in aula hanno nuovamente respinto le accuse contro di loro, definendole politicamente motivate in quanto la loro unica ragione per essere alla protesta era quella di documentare cosa stava accadendo (live via streaming). Ma evidentemente il loro lavoro non è piaciuto ai piani alti del regime, dato che le forze dell’ordine si sono presentate nell’appartamento da dove stavano trasmettendo – e che aveva una buona visuale sulla piazza dove stava avvenendo la manifestazione in ricordo di Raman Bondarenko, attivista massacrato di botte da frange estremiste vicine alle autorità – e le hanno arrestate.

    “Andreyeva e Chultsova avevano appena coperto un’azione di protesta”, ha ricordato il legale Syarhey Zikratski. “Tutti abbiamo seguito i loro servizi. Le parole che hanno usato erano solo una descrizione di ciò che stava accadendo e sono state erroneamente utilizzate come base per l’accusa contro di loro”, ha dichiarato Zikratski sottolineando che il lavoro giornalistico non può essere definito “disturbo dell’ordine civile”, come sentenziato dalla corte. Il marito di Andreyeva, Ihar Ilyash, anch’egli un giornalista, si è scagliato contro la sentenza: “Ora tutti noi giornalisti dobbiamo riferire ancora di più cosa sta avvenendo per distruggere completamente questo regime terroristico”.

    Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato un incontro, lunedì 22 febbraio, con Vladimir Putin per “estesi colloqui”. Lukashenko ha negato di voler chiedere a Mosca un altro prestito, questa volta per 3 miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci. “Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese”, ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev.

    Il Cremlino ha confermato l’incontro precisando che i 2 leader si concentreranno sui “rapporti bilaterali”, benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell’agenda “internazionale”. Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell’Unione in un’ottica di “maggiore integrazione”. Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un’annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.

  • Turkey arrests hundreds over alleged PKK links in Iraq executions

    Turkey on Monday announced the detention of more than 700 people over alleged links to the Kurdistan Workers’ Party (PKK), after it accused the group of executing 13 Turkish nationals in northern Iraq.

    Over the weekend, Ankara said PKK rebels had executed the 13 kidnapped Turks, while the PKK blamed Turkish airstrikes on their bases for their deaths. Αccording to the Turkish Defence Minister, Hulusi Akar, the victims, which were mostly soldiers, police and civilians, lost their lives during a Turkish military operation against the PKK and were found in a cave complex in the Iraqi Kurdistan Region’s mountainous Gare area.

    Twelve of them were shot in the head and one in the shoulder, Akar said on Sunday.

    The US State Department said in a statement the same day that it “deplores the death of Turkish citizens”, if the reports were confirmed, prompting Erdogan to accuse Washington of supporting the Kurdish militants and to label the statement as “deplorable”.

    “You say you don’t support the terrorists but you are actually on their side,” Erdogan said in a televised speech.

    The incident is expected to further fuel a spat between the two NATO allies, with Erdogan slamming the US for supporting the Syrian Kurdish militias of the People’s Protection Units (YPG), which Turkey sees as linked to PKK.

    PKK has been classified as a terrorist organisation by the US and Western countries, as well as by the European Parliament.

  • La consapevole e arrogante violazione dei criteri

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Il mondo in cui viviamo, da che è nato, da che fa parte di quest’immenso, infinito Universo, va avanti grazie all’incessante ed infallibile funzionamento di un insieme di fenomeni e di processi intrinsechi. Fenomeni e processi che sono nati con l’Universo, dalla notte dei tempi, molto prima dell’apparizione del Homo sapiens. Fenomeni e processi che garantiscono non solo l’esistenza e la sopravvivenza del mondo, ma soprattutto il suo sviluppo multiforme e multidimensionale. Con il passare del tempo e con il continuo sviluppo ed arricchimento del sapere, il genere umano ha cominciato a definire e descrivere tutto, fenomeni e processi compresi, usando come base quelle che ormai, in senso generico, vengono semplicemente riconosciute come leggi e regole. Sono delle espressioni concise e sintetiche, non solo matematiche, le quali cercano di descrivere lo stato d’essere e quello che potrebbe accadere con qualsiasi sistema. Sia quelli naturali, che sociali ed altri. Sono delle leggi e regole che, tra l’altro, descrivono, spiegano e prevedono l’evoluzione del sistema, fluttuazioni comprese, in base alle conoscenze acquisite. Evoluzione che porterà sempre a degli equilibri, nuovi o preesistenti, del sistema. Si tratta proprio di quei fenomeni e processi che determinano il comportamento e l’evoluzione del sistema, sia quello naturale, che sociale ed altro. E grazie a un simile, continuo, infallibile, intrinseco, nonostante spesso sconosciuto funzionamento, il sistema stesso non si [auto] distrugge. Anche quando, in seguito a delle “perturbazioni” interne e/o esterne al sistema, altri fenomeni e processi tendono a farlo. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’Universo, sia a livello dell’infinitamente piccolo delle particelle, che a quello intergalattico. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’essere umano e il funzionamento del suo organismo, partendo da una singola cellula. Questo ci insegnano anche le scienze che studiano i raggruppamenti e le società umane. E nell’ambito della coesistenza sociale, il genere umano, da quando è stato dotato di consapevolezza ed, in seguito, anche di responsabilità, ha cominciato tra l’altro a concepire dei criteri e a darsi delle regole. Non solo, ma in base a quei criteri, dall’antichità ai giorni nostri, ha legiferato per rispettare le regole date. Costituendo così un insieme di diritti ed obblighi condivisi, o che si dovrebbero condividere da tutti e che dovrebbero garantire la stabilità e lo sviluppo delle società stessa.

    Tale è anche quell’insieme di criteri che, dal 1993, vengono riconosciuti da tutti come i Criteri di Copenaghen. Sono tre i criteri i quali devono essere presi in considerazione e rispettati da ogni Stato che ha come obiettivo l’adesione nell’Unione europea. Si tratta del criterio politico, quello economico e i cosiddetti “Acquis communautaire”. Sono stati approvati dal Consiglio europeo a Copenaghen nel 1993, prevedendo già allora l’allargamento dell’Unione con i Paesi dell’Europa dell’est. Sono dei criteri che derivano dagli articoli 6 e 49 del Trattato di Maastricht e delineano quello che uno Stato candidato deve obbligatoriamente fare per rendere possibile l’adozione e l’attuazione delle normative e della legislazione dell’Unione europea. Il criterio politico prevede la presenza, nello Stato candidato, di istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Il criterio economico, prevede il funzionamento di un’economia di mercato, capace di affrontare le forze del mercato e la pressione concorrenziale all’interno dell’Unione Europea. In più, lo Stato candidato deve altresì rispettare gli “Acquis communautaire”; quell’insieme di diritti ed obblighi accettati e condivisi da tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Diritti ed obblighi che devono essere accettati e rispettati anche da ogni Paese candidato all’adesione nell’Unione europea.

    L’Albania è uno dei Paesi che ha cominciato il suo percorso per aderire all’Unione europea da più di venti anni fa. Nel 2000 è stato riconosciuto come un “Paese candidato potenziale”. Poi, nel 2003 l’Albania ha avviato i negoziati sull’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, firmato nel 2006. Nel 2009 l’Albania ha consegnato ufficialmente l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi nel 2014 l’Albania è stata riconosciuta dal Consiglio europeo come un “Paese candidato” all’adesione, ancora in attesa, però, di aprire i negoziati, come tale, con l’Unione europea. Un’apertura quella, condizionata, nel 2014, non solo dall’adempimento dei criteri comunitari, ma anche dal superamento di cinque condizioni poste dal Consiglio europeo. Purtroppo, ad oggi, i criteri dell’adesione continuano a non essere rispettati, mentre le condizioni, da cinque, sono diventate quindici! Un lungo, difficile processo europeo quello dell’Albania, che negli ultimi anni si sta rendendo ancora più difficile, al limite dell’impossibile. Da anni ormai e a più riprese, il nostro lettore è stato informato di quel processo e delle realtà locali che lo stanno rendendo sempre più difficile e lo stanno [volutamente] ostacolando. Sono tanti i fenomeni negativi generati, ufficialmente verificati e denunciati nel “sistema Paese”. Sono numerosi e, purtroppo, sempre in aumento anche i preoccupanti processi che impediscono l’apertura dei negoziati come “Paese candidato” con l’Unione europea. Ed è proprio una simile ed aggravata realtà che ha costretto i rappresentanti di alcuni Stati membri dell’Unione, anche nell’ambito del Parlamento e del Consiglio europeo, a bloccare il percorso europeo dell’Albania. Un blocco quello che verrebbe tolto solo e soltanto dopo l’adempimento delle ormai quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo durante il suo vertice del marzo 2020.

    Purtroppo, dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, il governo albanese sta volutamente e con arroganza violando i criteri dell’adesione all’Unione europea. Riferendosi ai Criteri di Copenaghen, quello politico prevede la presenza di istituzioni che possano garantire la democrazia. Ebbene tutti sanno che ormai l’Albania ha poco o, addirittura, niente in comune con una vera democrazia, tranne una facciata che si sta sgretolando ogni giorno che passa. Non solo, ma in Albania si sta paurosamente restaurando una nuova e camuffata dittatura. Il criterio politico di Copenaghen prevede il funzionamento dello “Stato di diritto”. Purtroppo, sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, in Albania spesso e volutamente non si rispettano neanche le leggi in vigore. E sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, ciò che rappresenta una vera e propria preoccupazione è la cattura ed il controllo del sistema “riformato” della giustizia da parte del primo ministro e/o dai suoi pochi “fedelissimi”. Durante questi ultimi anni, ma anche nelle ultime settimane, si sta verificando, testimoniando e denunciando una consapevole e pericolosa connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. In quanto al criterio economico, tutto è ormai controllato da pochissimi oligarchi, “amici” dei massimi rappresentanti politici. Perciò, una simile realtà vissuta e sofferta in Albania, non potrebbe, mai e poi mai, avere niente in comune neanche con gli “Acquis communautaire”. Al nostro lettore la valutazione e le conclusioni!

    Chi scrive queste righe pensa che quella albanese rappresenta veramente un’allarmante realtà che si sta aggravando ogni giorno che passa. Una realtà che diventerà ancora più preoccupante nelle settimane seguenti, tenendo presente le elezioni del 25 aprile prossimo. Una realtà ormai nota e presa sempre più seriamente in considerazione anche dalle cancellerie occidentali. Una realtà che ha fatto aumentare da cinque a quindici le condizioni sine qua non poste nel 2020 dal Consiglio europeo. Una realtà che, guarda caso, viene “stranamente” ignorata però dalla Commissione europea, come lo dimostrano tutti i suoi rapporti ufficiali dal 2014 ad oggi. Nel frattempo il primo ministro albanese, sta consapevolmente e con arroganza violando regole, leggi e criteri, compresi anche quelli di Copenaghen. Lui, con la sua ormai ben nota arroganza, la sua innata presunzione, il suo smisurato protagonismo, nonché con la sua testimoniata invidia di “avere di più”, ha dimostrato la determinazione ad avere un terzo mandato, costi quel che costi! Questi sono però anche i sui difetti che lo spingono in questa sua folle, pericolosa ed irresponsabile corsa. Difetti dai quali occorre guardarsi bene. Guardarsi bene tutti, sia in Albania che nell’Unione europea, per non permettere mai l’[auto] distruzione del sistema Paese!

  • Pechino conferma l’arresto della reporter accusata di aver spiato per l’Australia

    Cheng Lei, ex giornalista e volto noto della Cgtn, il canale della tv statale cinese in lingua inglese, è stata arrestata il 5 febbraio per spionaggio con l’accusa formale di “aver fornito segreti di Stato all’estero”. Cheng, nata nella provincia di Hunan, ma in possesso della cittadinanza australiana dopo essere emigrata da bambina, fu presa in custodia a Pechino dalla polizia del dipartimento sulla sicurezza nazionale lo scorso agosto senza spiegazioni, quando i suoi figli, di nove e undici anni, erano dai nonni in Australia durante la chiusura delle scuole per la pandemia del Covid-19.

    La svolta è stata riferita lunedì in mattinata dal ministro degli Esteri australiano Marise Payne, rimarcando che il governo australiano “ha espresso le sue serie preoccupazioni sulla detenzione di Cheng” in merito “al suo benessere e alle condizioni di detenzione”. Payne ha riferito che i funzionari consolari hanno visitato la donna sei volte finora, di cui l’ultima a fine gennaio. Cheng, che alla Cgtn ha lavorato per quasi un decennio, aveva regolarmente partecipato agli eventi tenuti dall’ambasciata australiana. Poche ore dopo è maturata la conferma del ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui il suo caso “è in fase di ulteriore elaborazione”, assicurando che “tutti i diritti di Cheng sono stati completamente garantiti. Speriamo che l’Australia rispetti la sovranità giudiziaria cinese e la smetta di interferire nella gestione del caso in qualsiasi modo”, ha affermato in conferenza stampa il portavoce Wang Wenbin.

    La vicenda è destinata a infiammare ancora di più i pessimi rapporti esistenti tra Pechino e Canberra, in uno scontro a tutto campo dalla diplomazia al commercio. Le tensioni hanno avuto un’impennata dopo che Canberra ha chiesto un’indagine internazionale sull’origine della pandemia e Pechino ha risposto con rappresaglie commerciali. Un altro australiano, lo scrittore Yang Hengjun, è sotto processo a Pechino, accusato di spionaggio dopo l’arresto di gennaio 2019 all’aeroporto di Guangzhou.

    A Hong Kong, intanto, all’attivista radiofonico pro-democrazia Wan Yiu-sing, 52 anni, è stata contestata la “sedizione”, per quello che è il secondo caso finora registrato dal ritorno dell’ex colonia nel 1997 sotto la sovranità cinese. Il dipartimento di polizia sulla sicurezza nazionale ha notificato quattro capi d’accusa, tutti riconducibili ad altrettante trasmissioni radiofoniche online dello scorso anno.  Intanto, si avvicina il processo per altri 8 attivisti, tra cui 3 ex parlamentari, per le proteste dello scorso anno: le contestazioni si riferiscono all’incitamento del 30 giugno a partecipare a una manifestazione non autorizzata del giorno dopo. Tra gli imputati, Wu Chi-wai del Democratic Party e 4 esponenti della League of Social Democrats, incluso il carismatico ex deputato ‘Long Hair’ Leung Kwok-hung.

  • L’appoggio a Navalny porta all’espulsione reciproca di diplomatici tra Ue e Russia

    L’Europa risponde alla Russia. O meglio, lo hanno fatto i Paesi colpiti dall’espulsione dei loro diplomatici – Germania, Polonia e Svezia – con una misura speculare. Occhio per occhio, dunque. La scelta è stata subito bollata da Mosca (che aveva accusato i diplomatici di aver preso parte alle proteste pro-Navalny) come “infondata” e ultima di una serie di azioni definite “ingerenze nei nostri affari interni”. E via accusando.

    L’Europa intesa come Unione, invece, si sta ancora leccando le ferite per l’umiliazione inflitta all’Alto rappresentante della politica estera Josep Borrell. “Era un viaggio delicato, lo sapevamo prima che partisse”, ha dichiarato il portavoce della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Borrell presenterà una relazione sul suo viaggio a Mosca al collegio dei commissari, alla plenaria del Parlamento europeo, e al Consiglio Esteri il 22 febbraio, e in quelle sedi si discuteranno “le implicazioni e le conseguenze”. Ma, assicura l’Ue, durante i colloqui tra Borrell e l’omologo Serghei Lavrov si sono raggiunti dei “momenti di tensione” anche “feroci”, sottolineando che l’Alto rappresentante “ha portato tutti i messaggi dell’Unione”.

    Il rapporto tra la Russia e l’Occidente, già difficili, promettono insomma di diventare ancora più roventi e questo potrebbe avere dei risvolti di politica interna, dato che è proprio sul ‘resto del mondo’ che poggia ora la strategia del team di Navalny per ottenere la liberazione del principe degli oppositori russi. “Faremo in modo che ogni leader straniero possa discutere con Putin nient’altro che della sua scarcerazione”, ha assicurato in un messaggio alla base Leonid Volkov, responsabile della rete regionale del Fondo Anti-Corruzione e luogotenente di Navalny. Il Fondo, ha rassicurato Volkov, è in grado di operare anche senza il suo leader, che ha dato istruzioni precise prima di finire in cella. Ci saranno “nuove inchieste” e “nuove manifestazioni pacifiche” nel prossimo futuro, oltre che un forte impegno a veder approvate dure sanzioni agli oligarchi della cerchia di Putin – colpendo così anche “il suo portafoglio”.

    Lo zar, però, intanto gongola. Un sondaggio del Levada Center, rispettato istituto demoscopico russo, mostrerebbe infatti come il video sul suo ‘palazzo segreto’ – cavallo di battaglia di Navalny per incendiare la protesta – abbia avuto un impatto meno incisivo del previsto sulla società. Stando al Levada, la video-inchiesta sulla reggia principesca del Mar Nero è stata vista solo dal 26% degli intervistati. Un dato che si presta a varie interpretazioni. Un quarto della popolazione (sopra i 18 anni) non è male, ma è ben lontano dalle oltre 100 milioni di visualizzazioni sbandierate dal Fondo. Ancora. Un altro 10% dice di conoscere il contenuto del video, anche se non l’ha visto, mentre un 32% ne ha sentito parlare, benché non ne conosca i dettagli. Il 31% degli intervistati invece non ne sa proprio nulla. Ma il dato forse più interessante è il seguente: il 77% tra chi ha visto il film, ne conosceva il contenuto o almeno ne ha sentito parlare – dunque il 68% del campione – non ha cambiato il proprio atteggiamento nei confronti di Putin. Per il 17% invece l’atteggiamento è peggiorato (e c’è un 3% per il quale è persino migliorato). Un terzo (33%) dei consapevoli si dice poi sicuro che le informazioni del video non siano “vere” mentre un altro 24% è convinto che, anche se lo fossero, il Paese ha cominciato a vivere meglio con Putin. Il che non suona come una condanna senz’appello. Insomma, la diga del consenso putiniano sembra tenere.

    Intanto il Partito Libertario (non registrato) ha notificato al comune di Mosca l’intenzione di tenere una manifestazione il prossimo 23 febbraio. Per sostenere Navalny ma anche per chiedere l’annullamento della pena del deputato comunale Yulia Galyamina e sollecitare il rilascio di Azat Miftakhov, lo studente condannato a sei anni di carcere in gennaio. Come dire, c’è vita nell’opposizione russa oltre a Navalny.

  • Birmania in piazza, i generali minacciano la repressione

    Minacce di una repressione armata, idranti sparati sulla folla nella capitale, la legge marziale nella seconda città più popolosa del Paese: in Birmania il regime golpista fa capire di essere pronto a usare la forza, ma nel Paese le manifestazioni di protesta contro il colpo di stato di inizio mese diventano ogni giorno più grandi. Da una parte un esercito abituato a comandare, dall’altra una risposta popolare che i generali probabilmente non avevano messo in conto: due forze contrapposte che fanno aumentare il rischio di violenze con il passare delle ore.

    In centinaia di migliaia sono scesi nelle strade di Yangon, l’ex capitale, in scia ad altre imponenti manifestazioni degli ultimi giorni. Ma altre proteste si sono viste a Mandalay, nonostante la proclamazione della legge marziale con coprifuoco notturno, e persino nella vasta capitale Naypyidaw, costruita negli ultimi anni della dittatura con il chiaro intento di rendere difficili assembramenti anti-governativi. Qui – dove vivono molti dipendenti statali – in mattinata la polizia ha usato gli idranti nel tentativo di disperdere la folla, mentre a Yangon e in altre città del Paese, le forze dell’ordine si sono limitate a impedire l’accesso ai palazzi del potere.

    Il capo delle forze armate, generale Min Aung Hlaing, è apparso in televisione per giustificare il golpe, di nuovo con la motivazione dei “brogli elettorali” nelle elezioni dello scorso novembre in cui ha trionfato la “Lega nazionale per la democrazia” di Aung San Suu Kyi, e annunciando nuove inchieste sulle presunte irregolarità. Ma sono spiegazioni che non convinceranno una folla fatta in gran parte di giovani, che scendono in piazza in un’atmosfera di protesta gioiosa e con scritte, chiaramente ispirate a “meme” imparati in fretta nei pochi anni su Internet, che deridono il regime. Con l’accesso a Internet ormai ristabilito, per quanto le connessioni siano molto rallentate (forse anche per i picchi di utenti collegati per informarsi e condividere immagini delle proteste), nessuno sembra avere ormai paura di esprimere il proprio dissenso.

    Diversi negozi hanno inoltre iniziato a togliere dagli scaffali prodotti dei conglomerati dell’esercito, come la popolare Myanmar Beer.

    Il rischio è però che una popolazione giovane, senza memoria della repressione della “rivoluzione di zafferano” del 2007 e ancor meno del massacro che schiacciò le proteste pro-democrazia nel 1988, sottovaluti la determinazione di un esercito che si sente il garante indispensabile della stabilità nazionale e ha enormi interessi in ballo. “Provvedimenti devono essere presi contro le infrazioni che mettono in pericolo la stabilità dello Stato e la sicurezza pubblica”, ha ammonito la rete statale. Da parte sua, la giunta è probabilmente conscia che la Birmania del 2021 è distante anni luce da quella del 2007: un’eventuale repressione armata finirebbe su tutti i social media, con conseguenze disastrose sull’immagine dei militari in patria e nelle relazioni internazionali. Oggi è arrivato anche l’appello di papa Francesco, che ha espresso la sua solidarietà al popolo birmano e esortato la giunta a rimettere in libertà gli almeno 160 politici e altri dissidenti arrestati.

  • Il femminicidio? Secondo molte sentenze è una manifestazione di gelosia

    I femminicidi raccontano che il luogo e l’ambito più pericolosi per la donna spesso sono la sua abitazione e la sfera sentimentale. Sono i due elementi tra loro correlati che affiorano da uno studio sulla violenza di genere (“Femminicidi a processo”) condotto da ricercatori e docenti dell’università di Palermo coordinati dalla sociologa Alessandra Dino. Due elementi che purtroppo troppo spesso ricorrono nella lunga scia di storie di donne ammazzate.

    Alessandra Dino sottolinea, nel saggio, gli “effetti perversi” prodotti, sia nelle sentenze giudiziarie che in alcune cronache giornalistiche, della definizione di “gelosia”, utilizzata quasi come una sorta di attenuante per delitti che vanno invece classificati semplicemente e ancor più tragicamente come “futili e abbietti”.  I percorsi della ricerca, promossa dal Miur, svelano gli stessi caratteri del fenomeno che si ritrovano negli ultimi casi di cronaca di cui sono state vittime la cantante palermitana Piera Napoli uccisa in casa dal marito, Ilenia Fabbri sgozzata in cucina a Faenza e Roberta Siragusa, la 17enne assassinata e bruciata, sostiene l’accusa, dal fidanzato Pietro Morreale a Caccamo nel Palermitano.

    I ricercatori dell’università di Palermo hanno analizzato per la loro indagine, dalla quale è stato ricavato un volume in fase di pubblicazione, 370 sentenze emesse tra il 2010 e il 2016. Tra le carte giudiziarie si fa riferimento nel 27,4% in “una crisi nella sfera della relazione sentimentale” presentata nelle più varie declinazioni. In alcune sentenze – fanno notare i ricercatori- viene chiamata ancora “gelosia” e spesso è associata a una dimensione “morbosa”. Per Alessandra Dino si tratta di uno dei tanti “pregiudizi”, non solo lessicali ma anche giudiziari. “Lo vediamo – dice – nelle motivazioni e nei dispositivi di alcune sentenze. Quasi sempre a un delitto per ‘gelosia’ vengono riconosciute le attenuanti generiche e quasi mai all’imputato viene contestata l’aggravante dei motivi abietti e futili”. In qualche sentenza si legge perfino che l’assassino ha agito sotto la spinta di una “non controllata gelosia”.

    I ricercatori di Palermo, che hanno interpellato anche 30 testimoni privilegiati (magistrati, avvocati, medici legali) hanno approfondito la lettura dei femminicidi per ricavarne alcune tipologie fortemente connotate. Il marito o il fidanzato uccide per esercitare “possesso e dominio”. Il gesto estremo diventa in questi casi l’affermazione del potere incondizionato dell’uomo sulla donna e come la “negazione totale della libertà della donna di autodeterminarsi”.

    L’indagine ha poi individuato pochi casi (appena il 3,3%) di uccisioni collegate a una violenza sessuale e alcuni episodi di “femminicidio altruistico” compiuto da mariti che non sopportano le sofferenze della moglie ammalata e la uccidono per risparmiarle altre pene. In generale, nella statistica criminale, il numero delle donne uccise è cresciuto in percentuale nel rapporto con i morti di genere maschile. È un altro indicatore che esprime la maggiore vulnerabilità della donna. E serve a dare un senso alle proposte di cui si fa portavoce Alessandra Dino: alzare il livello di prevenzione sul territorio, puntare sulla formazione di magistrati e operatori, creare una rete di protezione dei soggetti femminili a rischio. Senza trascurare la lettura della dimensione culturale dei femminicidi.

  • Per non cedere di un passo

    1) Qual è la situazione, in questo momento, dei popoli che abitano l’Amazzonia brasiliana? Come si sta diffondendo il Covid-19? Quale notizie vi arrivano dai popoli con i quali collaborate e che sostenente? 
    L’epidemia si è ormai diffusa in tutto il continente sudamericano e sta colpendo in modo particolarmente duro le comunità indigene. Solo in Brasile i contagi indigeni confermati sono oltre 46.508 e i decessi almeno 929 (dati APIB), ma il vero numero degli infettati è probabilmente molto più alto, perché i casi sono ampiamente sottostimati e il numero di test diagnostici effettuati è esiguo. Il virus costituisce un pericolo mortale per tutti, ma lo è ancora di più per i popoli indigeni: le loro comunità vengono infatti colpite in modo sproporzionato.
    Coloro che in passato sono stati sfrattati dalle loro terre hanno perso molta della loro autosufficienza e del benessere di un tempo: avevano centinaia di piante medicinali per curare disturbi che gli sono familiari, ma oggi dipendono dagli ospedali per le malattie portate dagli esterni, e pur trovandosi in precario stato di salute spesso non hanno accesso a un’adeguata assistenza sanitaria. Allo stesso tempo, molti altri indigeni che vivono ancora sulle loro terre, e sono quindi più forti, vedono i loro territori invasi, spesso con l’avallo delle autorità. Gli viene detto di auto-isolarsi per proteggersi dall’epidemia ma per loro è impossibile se nella foresta ci sono migliaia di invasori!

    Secondo un rapporto realizzato dalle organizzazioni Yanomami e Ye’kwana, a permettere la rapida diffusione del virus nella terra yanomami sono proprio la negligenza e la complicità del governo di Bolsonaro rispetto alla continua invasione e distruzione di ampie porzioni del territorio da parte dei cercatori d’oro illegali. Nell’area abitano anche diversi gruppi di incontattati, tra i popoli più vulnerabili del pianeta: se dovessero entrare in contatto con qualcuno dall’esterno si troverebbero esposti a rischi estremi. In dicembre gli Yanomami hanno consegnato al Congresso brasiliano una petizione che ha raccolto 439.000 firme (https://www.minersoutcovidout.org/) per chiedere l’immediata espulsione dei circa 20.000 cercatori d’oro illegali dall’area.

    2) Quali sono le principali minacce per i popoli indigeni del Brasile? 

    Senza dubbio l’invasione e la distruzione delle loro terre: che siano taglialegna, cercatori d’oro, allevatori o coloni non fa molta differenza. La retorica razzista del Presidente Bolsonaro alimenta le invasioni dei territori indigeni da parte di coloro che si sentono incoraggiati dal disprezzo che mostra per questi popoli e dall’indebolimento di agenzie federali come il FUNAI (il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni) e l’IBAMA (l’Istituto per l’ambiente e le risorse naturali), che si sono viste ridurre drasticamente il budget e lo staff.

    Manovra dopo manovra, Bolsonaro e il suo governo continuano a promuovere un vero e proprio “genocidio legalizzato” dei popoli indigeni del paese. Il Presidente sostiene, ad esempio, la proposta del “Marco Temporal” (limite temporale) che stabilisce che i popoli indigeni che al 5 ottobre 1988 – giorno in cui fu promulgata la Costituzione brasiliana – non abitavano fisicamente sulle loro terre, non hanno più alcun diritto a viverci. Se venisse approvata avrebbe un impatto devastante su centinaia di territori indigeni, distruggendo la vita di decine di migliaia di persone.

    3) I popoli indigeni che abitano l’Amazzonia sono molti. Alcuni non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno e infatti vengono definiti “incontattati”. Cosa intendiamo?

    L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo. Ma è anche la dimora ancestrale di almeno 1 milione di indigeni. Sono divisi in circa 400 tribù, ognuna con la sua lingua, la sua cultura, il suo territorio.

    Molti dei popoli amazzonici brasiliani contano oggi meno di 1.000 individui, ma il loro numero varia moltissimo, dai 60.000 Ashàninca del Perù ai 3 Akuntsu del Brasile. Il caso più estremo è quello de “l’ultimo della sua tribù”, un uomo che vive isolato in un angolo di foresta circondato dal bestiame degli allevatori e dalle piantagioni di soia nello stato brasiliano di Rondônia, uno dei più violenti del Brasile. Molti popoli sono in contatto con il mondo esterno da oltre 500 anni. Le tribù incontattate (https://www.survival.it/tribuincontattate), invece, non hanno rapporti con le società che li circondano; la più alta concentrazione di questi popoli si trova proprio in Amazzonia. Il FUNAI stima ci siano almeno 100 gruppi, e sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Intere popolazioni rischiano di essere spazzate via dalle violenze di esterni che le derubano di terre e risorse, e da malattie come influenza e morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie.

    4) I popoli indigeni sono i veri custodi della biodiversità, cosa significa e perché?

    I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. Le prove scientifiche hanno ormai ampiamente dimostrato che sanno prendersi cura dei loro ambienti e della fauna meglio di chiunque altro. Da generazioni le gestiscono e ne dipendono, e le loro conoscenze sono uniche e insostituibili.

    Non è un caso che l’80% della biodiversità del nostro pianeta si trovi proprio nei territori indigeni. Anche le immagini satellitari dell’Amazzonia sono impressionanti, perché spesso la deforestazione si ferma proprio laddove incominciano i confini dei territori indigeni. Per questo è fondamentale che questi popoli vengano riconosciuti come i partner principali nella lotta ai cambiamenti climatici (https://www.survival.it/su/cambiamenticlimatici) e che i loro diritti territoriali siano rispettati, a beneficio anche di tutti noi.

    5) Per primi avete denunciato che in Amazzonia si sta compiendo un genocidio. Perché è così difficile fermarlo?
    Per la nostra esperienza – e Survival lavora a stretto contatto coi popoli indigeni in Amazzonia da oltre 50 anni – questo è uno dei momenti peggiori per i popoli indigeni del Brasile dai tempi della dittatura militare. Da un lato, fin da subito Bolsonaro ha dichiarato guerra ai primi popoli del paese senza nemmeno tentare di nasconderlo, dall’altro la sua ‘non’ gestione della pandemia ha portato la crisi a un livello superiore, ancora più grave. I suoi sono tutti atti di criminale irresponsabilità. I popoli indigeni ovviamente, stanno contrattaccando e stanno resistendo. Hanno già ottenuto molti successi, ma la lotta è dura perché il governo è ampiamente controllato dalla lobby delle tre “B” come viene chiamata: ovvero da quella delle armi, dei buoi (l’agrobusiness) e della bibbia (gli evangelici) – Biblia, Boi, Bala.

    Il presidente Bolsonaro sta inoltre facendo grande pressione perché il Congresso approvi il suo Decreto Presidenziale MP910, noto come “il decreto del land grabbing”, che comporterebbe la vendita di vaste aree indigene a scopo di sfruttamento commerciale. Inoltre, mancando di proteggere i popoli indigeni dagli invasori e bloccando i piani sanitari necessari a combattere il Covid-19 tra le loro comunità, Bolsonaro sta di fatto incoraggiando la diffusione della pandemia.

    La leader indigena Brasiliana Celia Xakriaba lo ha detto molto chiaramente: “Ci rendiamo conto che la pandemia è una crisi per tutta l’umanità, ma sappiamo che i Brasiliani non saranno sterminati completamente. Per i popoli indigeni tuttavia rappresenta una reale minaccia di sterminio”.

    6) Che cosa state facendo voi di Survival e che cosa possiamo fare perché non si compia il genocidio?

    A fianco dei popoli indigeni del Brasile Survival International (https://www.survival.it/) sta conducendo una campagna internazionale per fermare il genocidio in corso nel paese (https://www.survival.it/genocidiobrasile), coinvolgendo in azioni mirate l’opinione pubblica internazionale.

    Ad esempio, insieme a molti popoli e organizzazioni indigene abbiamo fatto pressione su politici brasiliani di spicco e abbiamo partecipato a una maratona di tweet indirizzati ai membri del Congresso che hanno bloccato il primo tentativo di fare votare l’MP910. Più di recente, grazie alla pressione dell’opinione pubblica internazionale, abbiamo ottenuto anche la destituzione di Ricardo Lopes Dias, un missionario evangelico che era stato nominato capo del Dipartimento governativo per gli Indiani incontattati con il chiaro intento di raggiungerli e assimilarli.

    I 50 anni di esperienza e i tanti successi ottenuti da Survival nel corso del tempo, dimostrano che la pressione dell’opinione pubblica internazionale è di gran lunga l’arma più efficace per ottenere cambiamenti reali per i popoli indigeni e garantire loro un futuro. Per questo non ci arrenderemo, e non cederemo mai di un passo.

  • “Minority SafePack”: la Commissione risponde all’iniziativa dei cittadini europei

    La Commissione europea ha risposto all’iniziativa dei cittadini europei “Minority SafePack – un milione di firme per la diversità in Europa”, la quinta iniziativa dei cittadini andata a buon fine che ha ottenuto il sostegno di oltre un milione di persone in tutta l’UE.

    L’iniziativa mira a migliorare la protezione delle persone appartenenti a minoranze nazionali e linguistiche. La risposta della Commissione valuta attentamente le proposte avanzate dagli organizzatori, illustrando in che modo la legislazione dell’UE vigente e recentemente adottata sostiene i diversi aspetti di questa iniziativa. La risposta delinea ulteriori azioni di follow-up.

    L’inclusione e il rispetto dell’ampia diversità culturale dell’Europa sono una delle priorità e degli obiettivi della Commissione europea. Negli ultimi anni, da quando l’iniziativa è stata inizialmente presentata nel 2013, è stata adottata un’ampia gamma di misure riguardanti diversi aspetti delle proposte in essa contenute. La comunicazione valuta ciascuna delle nove proposte sulla base dei suoi meriti, tenendo conto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. Non vengono proposti altri atti giuridici, ma la piena attuazione della legislazione e delle politiche già in vigore costituisce un potente arsenale per sostenere gli obiettivi dell’iniziativa.

    L’iniziativa dei cittadini europei Minority SafePack chiede l’adozione di una serie di atti giuridici per migliorare la protezione delle persone appartenenti a minoranze nazionali e linguistiche e rafforzare la diversità culturale e linguistica nell’Unione.

    Gli organizzatori, il 10 gennaio 2020, hanno ufficialmente presentato alla Commissione la loro iniziativa che è riuscita a raccogliere 1 128 422 dichiarazioni di sostegno valide e ha raggiunto le soglie necessarie in 11 Stati membri. Il 5 febbraio 2020 la Commissione ha incontrato gli organizzatori.

    Il 15 ottobre 2020 gli organizzatori hanno presentato la loro iniziativa e le relative proposte nel corso di un’audizione pubblica organizzata presso il Parlamento europeo. La Commissione disponeva quindi di 3 mesi per adottare una comunicazione in cui esporre le sue conclusioni giuridiche e politiche sull’iniziativa.

    L’iniziativa Minority SafePack è stata discussa nella sessione plenaria del Parlamento europeo del 14 dicembre 2020. Nella risoluzione adottata il 17 dicembre 2020, il Parlamento europeo ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa.

  • Anche in Tunisia si contesta l’inettitudine del governo, ma lì scattano centinaia di arresti

    Sono centinaia le persone arrestate dalla polizia tunisina durante gli scontri notturni con i giovani che protestano contro il governo. Secondo l’ultimo bilancio, il numero dei fermati è superiore a 630, considerando le diverse città del Paese nordafricano teatro dei disordini.

    Le manifestazioni sono state scatenate dalla difficile situazione socio-economica nel 10/mo anniversario, caduto giovedì scorso, della rivolta che diede origine alla primavera araba e che portò alla destituzione del presidente Zine El-Abidine Ben Alì. Da quel giorno la Tunisia sarebbe in lockdown anti-Covid dalle 16 fino alla mezzanotte, ma questo non ha scoraggiato migliaia di giovani dal riversarsi sulle strade per 3 notti consecutive. Molti degli arrestati hanno fra i 14 e i 17 anni, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, e gli scontri sono stati particolarmente accesi a Ettadhamen, un quartiere della banlieue nord-orientale di Tunisi.

    Qualche notte dopo si è ripetuto lo stesso copione dei giorni precedenti: sassaiole, esplosioni, fuochi d’artificio lanciati dai tetti delle case da parte dei giovani manifestanti a cui la polizia e la gendarmeria hanno reagito con gas lacrimogeni per spingerli a tornare nelle proprie abitazioni.

    Il mese di gennaio in Tunisia è ormai tradizionalmente segnato da proteste e manifestazioni, in concomitanza con l’anniversario della Rivoluzione dei gelsomini e la caduta del regime di Ben Ali, ma quest’anno l’appuntamento è stato ostacolato da un confinamento totale di quattro giorni deciso per arginare la seconda ondata di coronavirus.

    I disordini notturni si verificano in un contesto di grave peggioramento della situazione politica, economica e sociale del Paese. A fare da sfondo sono le accese tensioni tra le varie forze politiche che siedono in Parlamento, molto frammentato dalle elezioni del 2019, mentre il governo sempre più indebolito è stato oggetto di un rimpasto sabato scorso ed è in attesa del voto di fiducia dei deputati. Tunisi, Biserta, Menzel Bourguiba, Sousse, Nabeul, Kasserine e Siliana sono state le aree maggiormente colpite dalle azioni sovversive dei giovani che hanno incendiato copertoni, saccheggiato negozi e aggredito agenti di polizia.

    Intanto nel Paese e sui social network monta la rabbia verso una classe politica litigiosa, che non è in grado di gestire la pandemia di Covid-19 (il bilancio è di oltre 180 mila contagi e 5.692 vittime su quasi 12 milioni di abitanti) mentre la situazione economica e lavorativa sta peggiorando, con l’aumento dei prezzi, della disoccupazione e l’inefficienza dei servizi pubblici.

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