La Commissione europea ha proposto nuove norme per rendere realtà i viaggi senza soluzione di continuità in tutta Europa. Le tre proposte adottate semplificano la pianificazione e la prenotazione dei viaggi regionali, a lunga percorrenza e transfrontalieri, in particolare dei viaggi ferroviari che coinvolgono più operatori, garantendo al contempo una migliore tutela dei passeggeri ferroviari per l’intero viaggio.
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Un solo viaggio, un solo biglietto, pieni diritti: la Commissione semplifica la prenotazione dei viaggi in Europa e i viaggi in treno
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La Premier Meloni sugli episodi nei cortei del 25 aprile: “Direi che abbiamo un problema”
Dopo gli episodi verificatisi in occasione dei cortei svoltisi a Roma e Milano per il 25 aprile la Premiere Meloni ha dichiarato, su Facebook: “Ricapitolando. Durante alcune delle manifestazioni per il 25 aprile, cioè manifestazioni che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione: aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), cioè la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore. Si sono viste addirittura immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione; sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati; la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”.
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Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future
Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.
Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.
It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.
In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.
“At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.
“We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.
The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.
Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.
The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.
Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.
The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.
Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.
Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.
Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.
News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.
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Le Democrazie da esportazione
Le diverse e perfettibili realtà democratiche occidentali sicuramente rappresentano l’applicazione nella realtà di modelli che subiscono le più diverse interpretazioni ideologiche e politiche, le quali, di fatto, determinano un progressivo allontanamento dagli stessi principi fondativi del modello democratico. Questo, tuttavia, non significa che la democrazia reale, proprio perché spesso si manifesta più come una interpretazione rispetto ad una obiettiva applicazione, venga così giustificata nello scendere a compromessi con i propri principi fondativi, come si è assistito negli ultimi decenni.
Nessuno contesta la superiorità di una “cattiva” democrazia, come sono ora una buona parte di quelle soprattutto in Europa, le quali esprimono semplicemente l’imposizione di uno schema ideologico ed istituzionale, i cui costi andranno completamente scaricati sui cittadini, anche attraverso l’adozione di modelli elettorali che tendono a circoscrivere la possibilità di espressione della volontà dei cittadini esprimibile solo attraverso un voto. Il valore della Democrazia, anche se in una applicazione parziale, rimarrebbe comunque preferibile rispetto a qualsiasi altro modello oligarchico, o peggio, anche se quest’ultimo si dimostrasse in grado di interpretare al meglio le esigenze dei cittadini.
La crisi delle democrazie occidentali nasce anche dai compromessi commerciali con Nazioni che esprimono regimi totalitari, giustificandola con la presunzione di essere in grado di influenzare anche in questo modo un asset politico ed istituzionale che non ha alcuna intenzione di introdurre il modello occidentale.
In altre parole, la giustificabile ricerca del massimo sviluppo economico rappresenta comunque la prima ragione di una crisi della democrazia stessa, in quanto questa crescita si basa su di un compromesso economico e soprattutto politico, dato che qualsiasi accordo dovrebbe essere stipulato tra sistemi omologhi, cioè tra nazioni che condividano una comune base politica ed istituzionale.
Il mercato globale, infatti, ha dimostrato come senza una base di regole condivise risulti impossibile creare uno sviluppo duraturo poiché l’unico fattore determinante delle scelte economiche si conferma quello della ricerca del minor costo possibile.
Allo stesso modo, in ambito politico il compromesso con regimi lontani ed espressione di dumping economici e sociali, sostenuto dalla sola convenienza e speculazione economica rappresenta una forma di compromissione pericolosa della democrazia.
Viceversa, le crisi che si susseguono dal 2008 ad oggi in ambito finanziario, economico, sanitario e bellico esprimono sostanzialmente tutte le criticità nella coesistenza tra sistemi economici finanziari, politici ed istituzionali che poco o nulla dimostrano di avere in comune. Ma soprattutto emerge ancora una volta come l’idea della globalizzazione sia ormai destinata ad una profonda radicale revisione che dovrebbe partire dalla condivisione di regole comuni in ambito economico e politico.
Gli ultimi due conflitti espressi dalla guerra russo ucraina e dall’aggressione degli Stati Uniti ed Israele nei confronti di una dittatura come l’Iran esprimono proprio questa incompatibilità nel conseguimento di traguardi economici e politici, che certamente non potrà venire diminuita attraverso l’utilizzo delle armi e dell’esercito.
L’occidente si era illuso che l’esportazione dei propri prodotti rappresentasse il cavallo di Troia per conquistare non solo i nuovi mercati ma anche esportare di conseguenza un modello istituzionale. Quando invece le nazioni che hanno subito le delocalizzazioni, in ambito economico, rappresentano ora i principali concorrenti di quei prodotti che una volta l’occidente esportava.
L’esportazione della democrazia, esattamente come le delocalizzazioni produttive, attraverso l’utilizzo di una guerra oltre ad essere una contraddizione in termini molto spesso ha determinato, proprio come in economia, il rafforzamento proprio dei regimi totalitari che si intendeva invece abbattere.
Anche in politica come per l’economia, quindi, la globalizzazione non vale se si traduce in un semplice elemento o strumento speculativo, quando invece dovrebbe rappresentare l’esito in un processo politico ed economico molto più complesso.
La presunzione occidentale è stata quella di considerare le economie export oriented come strumenti in grado di rappresentare i valori fondativi delle democrazie occidentali. Viceversa queste ultime stanno invece importando proprio alcuni elementi istituzionali, espressione del dumping normativo legislativo, utilizzandoli come strumenti finalizzati al conseguimento immediato di obiettivi che la democrazia invece prevedrebbe come espressione di un percorso molto più lungo e complesso.
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Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea
Non erano solo le menzogne ad essere pericolose.
Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.
George Orwell; da “1984”
L’Albania e la Serbia sono due dei Paesi balcanici che, da anni ormai, stanno proseguendo i loro percorsi per l’adesione all’Unione europea. Ma viste le non poche inadempienze degli obblighi e delle condizioni poste da parte delle istituzioni dell’Unione europea, la strada si presenta ancora molto in salita per i due Paesi.
L’Albania ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione con l’Unione europea il 12 giugno 2006. Si tratta di un accordo con il quale comincia ufficialmente anche lo stesso processo dell’adesione. In seguito, il 28 aprile 2009, il governo albanese ha presentato l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi, durante la riunione del Consiglio europeo del 26 e 27 giungo 2014, è stata presa la decisione di dare all’Albania lo status del Paese candidato all’adesione. Mentre, durante il vertice del 24 marzo 2020, il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati con l’Albania. In seguito, il 19 luglio 2022, durante la prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, sono stati avviati ufficialmente i negoziati dell’adesione. Adesso però bisogna anche chiuderli. E questo rappresenta una grande sfida vista la realtà albanese, condizionata dalla continua violazione dei principi dello Stato di diritto, dalla corruzione diffusa, dall’abuso di potere ed altro.
Invece la Serbia ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea il 29 aprile 2008. Poi, seguendo le procedure, il 22 dicembre 2009 ha presentato ufficialmente la domanda di adesione all’Unione Europea. Alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea il 1° marzo 2012. In seguito, il Consiglio europeo, durante il vertice del 27 e 28 giugno 2013 ha preso la decisione di avviare i negoziati di adesione con la Serbia non più tardi del gennaio 2014. Negoziati che sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Ma dal 2022 il percorso europeo della Serbia risulta essere molto rallentato. Tra le cause di questo rallentamento, oltre ai problemi legati al funzionamento dello Stato di diritto, vi sono anche i rapporti della Serbia con il Kosovo ed il riconoscimento della sua indipendenza, nonché un’ambigua politica estera, non in sintonia con quella dei Paesi occidentali, bensì spesso orientata verso la Russia e la Cina.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, la Serbia non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione europea alla Russia. Una scelta quella, che continua tuttora, contestata sia dai massimi rappresentanti dell’Unione che da alcuni Stati membri. Il ministro degli Esteri tedesco dichiarava già a metà aprile del 2022 che “…Se la Serbia vuole aderire all’Unione europea, deve sostenere la politica estera degli altri membri dell’Unione […] e quindi imporre alla Russia le sanzioni necessarie”.
Il 4 settembre 2024, durante il Forum economico orientale svoltosi a Vladivostok in Russia, il vice primo ministro serbo ha avuto un incontro molto cordiale con il presidente russo. Lui ha garantito che la Serbia “…non diventerà mai un membro della NATO, non imporrà mai sanzioni alla Federazione Russa e non permetterà mai che il suo territorio venga usato per qualsiasi azione anti-russa”. Aggiungendo, tra l’altro, che “…la Serbia non è solo un partner strategico della Russia. La Serbia è anche un alleato della Russia. E questa è la ragione per cui la pressione dell’Occidente contro di noi è [così] grande”.
Ma quella scelta della Serbia è stata però sempre giustificata, in varie occasioni, dal primo ministro albanese, un “caro amico” del presidente serbo. In una sua intervista, nel giugno 2022, rilasciata al noto media “Politico Europe” che tratta, tra l’altro, anche gli sviluppi nell’Unione europea, il primo ministro albanese ha dichiarato: “Bisogna capire che la Serbia si trova in una posizione molto diversa rispetto a molti altri, a causa della sua storia e dei suoi legami speciali con la Russia”. Aggiungendo anche: “Penso che la Serbia sia sulla strada giusta”.
Le ultime elezioni in Serbia per rinnovare l’Assemblea nazionale, cioè il Parlamento serbo, si sono svolte il 17 dicembre 2023. La coalizione capeggiata dal Partito Progressista Serbo dell’attuale presidente della Repubblica ha ottenuto una maggioranza assoluta. Ma il risultato di quelle elezioni è stato duramente contestato, documenti alla mano, dai partiti dell’opposizione che accusavano di brogli e di manipolazioni elettorali. Il nuovo governo si è insediato però solo il 1o maggio 2024, dopo le continue proteste in piazza dell’opposizione.
In Albania le ultime elezioni politiche si sono svolte l’11 maggio 2025. Si è trattato però di un vero e proprio massacro elettorale che ha permesso al partito capeggiato dal primo ministro di ottenere una maggioranza assoluta. Come ha fatto in Serbia il presidente della Repubblica. Il nostro lettore è stato ampiamente informato dei clamorosi brogli e manipolazioni elettorali in Albania, nonché del diretto coinvolgimento della criminalità organizzata per garantire quella che il primo ministro albanese si è vantato di essere stata una “grandissima e meritata vittoria” (Sic!).
Nel frattempo, come sopracitato, il processo europeo della Serbia si è molto rallentato. Mentre dal 3 novembre 2024, dopo il crollo della tettoia nella stazione ferroviaria di Novi Sad, di cui il nostro lettore è stato altresì informato, in Serbia continuano le proteste, sempre più massicce dei cittadini degli studenti e degli agricoltori con i loro trattori in varie città. Con lo slogan “La corruzione uccide” i manifestanti chiedono nuove elezioni.
Da fonti ben informate e credibili risulta che durante una riunione di più di un mese fa del COELA, l’acronimo del “Gruppo di Lavoro sull’Allargamento e Paesi impegnati nei negoziati di adesione all’Unione europea” (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU), i rappresentanti di alcuni Paesi membri, ma soprattutto della Germania, hanno chiesto che il primo ministro albanese non blocchi i procuratori e i giudici a procedere sul caso della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, di cui il nostro lettore è stato ampiamente informato. Perché se no, allora si bloccherebbe il percorso europeo dell’Albania
Guarda caso però il 28 febbraio scorso il noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo scritto dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali. Gli autori criticano anche l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!
Chi scrive queste righe è convinto che gli autori del sopracitato articolo hanno mentito e nascosto le verità, per “giustificare” il loro fallimento clamoroso nell’ambito dei negoziati per l’adesione all’Unione europea sia dell’Albania e sia della Serbia. Invece loro sono i veri responsabili di una simile e molto preoccupante situazione. Aveva ragione George Orwell quando affermava che non erano solo le menzogne ad essere pericolose. Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.
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In attesa di Giustizia: quanto pesa la pagella
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che il vero timore dell’A.N.M., in vista del referendum, non sia la separazione delle carriere bensì il funzionamento correntizio del C.S.M. è sufficiente dare una scorsa ai dati resi pubblici i quali indicano che, dal 2021 al 2025, ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio Superiore, cioè a dire che sono stati promossi a livelli superiori di carriera (e di trattamento economico).
Esaminando tutte le deliberazioni dal C.S.M., insediatosi nel gennaio 2023, emergono casi che si stenta a credere possano avere generato giudizi positivi e siano sfuggiti all’azione disciplinare: dal P.M. che ha rivelato ad un amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è quello che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e distruggere la sim ed anche chi ha intrattenuto rapporti cordiali con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendone pure munifici doni natalizi. Ci sono, naturalmente, alcuni dei tanti magistrati coinvolti con Palamara sul mercanteggiamento delle nomine: per molti di questi non si è mai neppure avviata l’azione disciplinare perché il Procuratore Generale dell’epoca, titolare del potere di incolpazione, aveva emanato una circolare in cui sosteneva che si trattava di fatti di lieve entità, trascurabili sotto il profilo delle violazioni deontologiche, Ci sono, poi, non solo P.M. “disinvolti” ma anche giudici che hanno depositato sentenze con ritardi enormi di due o tre anni: tutti promossi, con soddisfazione anche ai genitori che hanno fatto tanti sacrifici per educarli e farli studiare.E, che dire, risalendo nel tempo, di quella pattuglia di raffinati giuristi che indagò e condannò Enzo Tortora, tanto per citare un caso noto a tutti? Il P.M. Felice Di Persia, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del C.S.M. per la corrente di Magistratura indipendente, Lucio Di Pietro – che lo affiancò – è diventato Procuratore Generale a Salerno e poi Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
Il magistrato Luigi Sansone è andato a presiedere la Sesta Sezione penale della Cassazione mentre Il P.M. Diego Marmo, che aveva definito Tortora «cinico mercante di morte», e che l’aveva accusato di essere «stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra», è diventato Procuratore Capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Se non altro, in quello stesso anno – meglio tardi che mai – ha chiesto scusa alla famiglia Tortora.
Un altro dei giudici, Orazio Dente è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata mentre un’ultima lanterna juris, Angelo Spirito, già nel 1998 risultava in servizio alla Corte di Cassazione.
E a proposito del C.S.M.: il plenum, nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti di questi magistrati: tra i pochi a ribellarsi, ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei colleghi napoletani che avevano arrestato gente per omonimia tenendola in galera per due anni e mezzo. Inoltre: anche le ispezioni ministeriali promosse dal Ministro Vassalli non hanno condotto a nulla così come ogni causa al tribunale civile ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità. In sostanza, nessuno ha ufficialmente sbagliato nel caso Tortora.
Nel mondo della malagiustizia italiana, succede ed è già successo di tutto. E quindi: dove eravamo rimasti? Come disse proprio Enzo Tortora quando tornò da uomo libero a condurre Portobello. Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c’è un referendum. -
Grazie
Grazie a tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato alle Olimpiadi riaffermando la necessità di ritrovare, attraverso lo sport, il senso della competizione corretta e della fratellanza tra i popoli.
Grazie agli atleti italiani, a tutti e particolarmente a coloro che, con le loro meritate e sofferte medaglie, hanno fatto onore al nome dell’Italia nel mondo.
Grazie a chi ha lavorato, lontano dalle luci della ribalta, come volontario garantendo, con il suo contributo, che queste Olimpiadi, in tempo di guerre, segnassero una speranza per un futuro di comprensione reciproca.
Grazie a Vladislav Heraskevych, ci ha ricordato, pagando il grave prezzo di non poter gareggiare, che troppi atleti, troppe giovani vite, troppe persone inermi sono morte in Ucraina per il delirio di onnipotenza di Putin e per le mancate decisioni di chi ha anteposto i suoi interessi alla giustizia.
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Mamme
C’è una mamma, nel bosco, che aspetta le ridiano i figli quasi sequestrati da apparati dello Stato che invece si guardano bene dall’intervenire nei tanti, troppi casi di maltrattamento, indigenza, sporcizia, degrado nei quali vivono bambini nomadi o figli di famiglie “precarie”.
C’è una mamma in carcere perché ha ucciso la sua bambina di due anni portandone in giro il cadavere in macchina per ore e chi poteva intervenire prima non lo ha fatto, una mamma assassina e non è la sola.
C’è una mamma che disperata spera in un cuore nuovo per il suo bambino martirizzato da un’operazione sbagliata, da incuria, ignoranza, pressappochismo.
E ci sono le mamme ucraine che tremano ogni giorno per i loro figli al fronte ma ugualmente difendono con dignità e coraggio il diritto alla libertà della loro patria.
E ci sono le mamme di Gaza, quelle che vedono la tragedia dei loro bambini vittime di altre madri che hanno insegnato ai loro figli non la pietà e l’amore ma l’odio ed il martirio dei kamikaze.
Ci sono le mamme dei tanti paesi che vivono sotto dittature violente o assediate dalla violenza dei fanatici e dei terroristi, mamme senza cibo né acqua per i loro figli, mamme alle quali non diamo abbastanza ascolto.
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Board of Peace
Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.
Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.
Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.
Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.
Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.
Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.
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27 gennaio
Ricordare può fare paura, costringe a cercare sempre di più di conoscere gli orrori del passato e di fare i conti con la storia e con le persone di ieri e di oggi,
Ricordare significa comprendere che, per sconfiggere il male, ciascuno si deve impegnare in ogni istante perché in questa epoca, che credevamo sarebbe stata un’epoca di progresso, libertà, democrazia, rispetto dei diritti di ciascuno, abbiamo invece scoperto come la forza del sopruso tenti quotidianamente di prevalere.
Il Giorno della Memoria sancisca che ogni giorno ci deve non far dimenticare che il senso della nostra vita è saper garantire la vita degli altri.