diritti

  • Mamme

    C’è una mamma, nel bosco, che aspetta le ridiano i figli quasi sequestrati da apparati dello Stato che invece si guardano bene dall’intervenire nei tanti, troppi casi di maltrattamento, indigenza, sporcizia, degrado nei quali vivono bambini nomadi o figli di famiglie “precarie”.

    C’è una mamma in carcere perché ha ucciso la sua bambina di due anni portandone in giro il cadavere in macchina per ore e chi poteva intervenire prima non lo ha fatto, una mamma assassina e non è la sola.

    C’è una mamma che disperata spera in un cuore nuovo per il suo bambino martirizzato da un’operazione sbagliata, da incuria, ignoranza, pressappochismo.

    E ci sono le mamme ucraine che tremano ogni giorno per i loro figli al fronte ma ugualmente difendono con dignità e coraggio il diritto alla libertà della loro patria.

    E ci sono le mamme di Gaza, quelle che vedono la tragedia dei loro bambini vittime di altre madri che hanno insegnato ai loro figli non la pietà e l’amore ma l’odio ed il martirio dei kamikaze.

    Ci sono le mamme dei tanti paesi che vivono sotto dittature violente o assediate dalla violenza dei fanatici e dei terroristi, mamme senza cibo né acqua per i loro figli, mamme alle quali non diamo abbastanza ascolto.

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • 27 gennaio

    Ricordare può fare paura, costringe a cercare sempre di più di conoscere gli orrori del passato e di fare i conti con la storia e con le persone di ieri e di oggi,

    Ricordare significa comprendere che, per sconfiggere il male, ciascuno si deve impegnare in ogni istante perché in questa epoca, che credevamo sarebbe stata un’epoca di progresso, libertà, democrazia, rispetto dei diritti di ciascuno, abbiamo invece scoperto come la forza del sopruso tenti quotidianamente di prevalere.

    Il Giorno della Memoria sancisca che ogni giorno ci deve non far dimenticare che il senso della nostra vita è saper garantire la vita degli altri.

  • Lectio Magistralis

    La massima forma di libertà intellettuale è quella che permette di riconoscere la correttezza di un ragionamento e dei suoi contenuti anche quando questo viene espresso in modi che non si considerino idonei soprattutto alla carica istituzionale che l’autore rappresenta.

    In occasione del World Economic Forum (WEF) 2026 a Davos, il Presidente Donald Trump ha ribadito la sua intenzione di rivoluzionare il mercato immobiliare statunitense attraverso un duro attacco ai grandi fondi privati e alle società di private equity.
    I punti chiave del suo discorso e delle relative politiche sono:
    1. Divieto per i Grandi Investitori. Trump ha annunciato un ordine esecutivo (EO) intitolato “Stopping Wall Street from Competing with Main Street Homebuyers” volto a vietare ai grandi investitori istituzionali l’acquisto di case unifamiliari.
    “L’America non sarà una nazione di affittuari”: Durante il discorso, ha dichiarato che le case devono essere costruite per le persone non per le corporation, accusando Wall Street di aver gonfiato i prezzi e sottratto il “sogno americano” della proprietà alle famiglie.
    2. Restrizioni ai Finanziamenti. L’ordine dispone che agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac smettano di garantire o facilitare prestiti destinati a investitori istituzionali per l’acquisto di residenze singole.
    3. Acquisto di Titoli Ipotecari con l’obiettivo di abbassare i tassi d’interesse per i privati, Trump ha proposto che il governo federale acquisti fino a 200 miliardi di dollari in mortgage bonds (titoli garantiti da ipoteca).

    Inoltre il Presidente degli Stati Uniti ha proposto altre Misure per l’Affordability. In questo senso infatti ha menzionato la possibilità di consentire l’uso dei fondi pensione 401(k) per gli acconti (down payments) e ha esortato le società di carte di credito a porre un tetto ai tassi di interesse al 10%.

    In un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti ha avuto il grande merito di proporre degli obiettivi concreti a favore della propria cittadinanza. In altre parole, ha offerto una Lectio Magistralis di Economia Politica, materia sconosciuta alla maggior parte del ceto politico tanto nazionale quanto europeo, ma che probabilmente neppure il mondo accademico sarà in grado di comprendere, troppo impegnato nella definizione delle proprie specifiche competenze.

    Mentre dall’altra parte dell’oceano si continua a parlare di transizione ecologica come di GreenDeal per realizzare una assolutamente infantile ed irrealizzabile decarbonizzazione della produzione. Sembra incredibile come dopo trent’anni di “Ideologia Economica ” (la materia preferita dal ceto governativo) e di strategie politiche lontane dalla legittima aspettative dei cittadini ma molto più vicina alle direttive finanziarie, in un modo forse inusuale il Presidente statunitense ha offerto una lezione di politica economica come mai nessuno prima.

    La storia si crea così, individuando gli obiettivi da raggiungere e successivamente trovando gli strumenti normativi e finanziari per conseguire gli obiettivi programmatici. Donald Trump il primo passo nella corretta direzione lo ha compiuto.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Landmark Rohingya genocide case against Myanmar heard at top UN court

    Myanmar wanted to erase the Rohingya people through its use of “genocidal policies”, The Gambia’s foreign minister Dawda Jallow has told the UN’s top court.

    The International Court of Justice (ICJ) is hearing a landmark case brought by the Muslim majority, West African nation in 2019, which accuses Myanmar of deliberately trying to destroy the minority Muslim population. Myanmar has previously denied the allegations.

    Jallow said The Gambia had reviewed “credible reports of the most brutal and vicious violations imaginably inflicted upon a vulnerable group”.

    Thousands of Rohingya were killed and more than 700,000 fled to neighbouring Bangladesh during an army crackdown in Myanmar in 2017.

    Jallow told the court on Monday that the Rohingya “had suffered decades of appalling persecution and years of dehumanising propaganda”, which was followed by the military crackdown and “continual genocidal policies meant to erase their existence in Myanmar”.

    A damning report issued by the UN in 2018 said top military figures in Myanmar must be investigated for genocide in Rakhine state and crimes against humanity in other areas.

    Myanmar rejected the report and has consistently said its operations targeted militant or insurgent threats.

    It will be given the opportunity to respond to The Gambia’s allegations during the ICJ hearings, which are expected to last until the end of the month.

    The court has also set aside three days to hear from witnesses, including Rohingya survivors, but these sessions will be closed to the public and media.

    A final decision is not expected for several months, if not years. While the ICJ cannot prosecute individuals for crimes of the utmost severity, such as genocide, its opinions carry weight with the UN and other international institutions.

    Jallow said that his country had bought the case against Myanmar out of a “sense of responsibility” following its own experience with a military government.

    “Sadly, Myanmar appears to be trapped in the cycle of atrocities and impunities,” Jallow said, referring to the military’s overthrow of the civilian government in 2021.

    The country’s former leader, Aung San Suu Kyi – who was deposed during the coup and jailed under charges widely condemned as politically motivated – saw her international reputation as a champion of human rights tarnished after she defended the army’s actions following allegations of genocide against the Rohingya.

    “We don’t just hope to get justice, we demand it and we would like to ask the court to take the actions against the Myanmar dictators, the leaders of the Myanmar military who committed the genocide,” one survivor, Monaira, told the Reuters news agency outside the court in the Hague in the Netherlands.

    More than one million Rohingya still live in refugee camps in Bangladesh’s Cox’s Bazar region alone – some of the largest and most densely populated camps in the world, according to the UN’s refugee agency.

    Others have made dangerous sea journeys to reach countries, including Malaysia and Indonesia.

    “We don’t want any more refugee life in Bangladesh because it’s been a long time, and this is the time when the final hearing is going to happen,” another survivor, Salma, said.

    The case is expected to set precedent in other genocide cases, including that bought by South Africa against Israel over the war in Gaza, as it is the first to be heard in more than a decade and is being seen as an opportunity for the ICJ judges to refine the rules around the definition of genocide.

    The 1948 UN Genocide Convention, under which The Gambia accuses Myanmar of breaching in its treatment of the Rohingya, was adopted following the mass murder of Jews by Nazi Germany and defines genocide as crimes committed “with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group”.

    Dawda Jallow said that “its words will be meaningless unless they are acted upon and enforced” in the case of Myanmar.

    He added that The Gambia was supported in its efforts to seek justice for the Rohingya by the 57 member states of the Organisation of Islamic Cooperation, as well as 11 other intervening countries including the UK, France, Germany and Canada.

    As well as the ICJ case, the International Criminal Court (ICC) is investigating Myanmar’s military ruler, Min Aung Hlaing.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Lettera aperta a Conte, Landini e la cara Elly

    Se oggi vedete i venezuelani felici non è perché stanno sostenendo una potenza straniera come gli Stati Uniti. Sono felici perché vedono la fine di un incubo. E ascoltare Giuseppe Conte, Elly Schlein e Maurizio Landini permettersi di fare la morale su quanto accaduto in questi giorni, rifugiandosi dietro discorsi sulle “basi giuridiche”, lo trovo francamente ridicolo e, personalmente, offensivo.

    Perché, a differenza vostra, io in Venezuela ci sono stato. Quel regime non l’ho studiato sui libri, non l’ho analizzato da lontano, non l’ho discusso nei salotti. Quel regime l’ho vissuto. L’ho visto con i miei occhi, a casa di un amico italo-venezuelano, nei miei venti giorni là. Era un altro presidente, ma la stessa identica logica di potere. E sentir parlare politici europei di cosa sia giusto o sbagliato per un Paese che a malapena conoscono, è semplicemente insultante.

    Perché mentre voi parlavate di legalità, i cittadini venezuelani facevano la fila per il cibo.

    Mentre difendevate la “sovranità nazionale”, loro cercavano solo di sopravvivere.

    Mentre rilasciavate dichiarazioni, chi poteva scappava.

    Scappava dalla fame vera.

    Scappava dalla violenza.

    Scappava dalla criminalità fuori controllo.

    Scappava dai cartelli della droga.

    Milioni di persone costrette a lasciare tutto. Un Paese ricchissimo ridotto in ginocchio.

    E sapete qual è la cosa più ipocrita? Che molti di quelli che oggi si indignano per quello che è successo non si sono MAI indignati mentre il Venezuela veniva distrutto giorno dopo giorno. Mai. Perché è facile difendere una dittatura lontana, quando non ci vivi sotto. È facile parlare di principi, quando a pagare non sei tu. È facile sentirsi moralmente superiori, quando il rischio lo corrono sempre gli altri.

    Per molti venezuelani, ciò che è accaduto non è stata un’aggressione. È stata la speranza. L’inizio, forse, di una nuova fase. Dopo anni di crisi, repressione, violazioni sistematiche dei diritti umani, potere mantenuto con la forza e collusioni criminali internazionali.

    E quindi mi rivolgo direttamente al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

    Egregi signori, chi difende una dittatura solo perché appartiene al proprio campo politico non difende la pace, non difende il diritto, non difende i popoli. Dimostra solo di preferire l’ideologia alla verità, e una narrazione comoda alla vita reale di milioni di persone.

    Mi piacerebbe capire da voi come riuscite a conciliare il “diritto internazionale” con la realtà di un popolo che oggi, per la prima volta dopo anni, ha sentito di poter respirare. Di poter sperare. Di poter credere, di nuovo, nella libertà.

    Sperando che questo messaggio vi arrivi davvero, vi ringrazio per l’attenzione.

    Giampiero Damiano

  • Iranian director given jail sentence while on trip to collect US awards

    Award-winning Iranian film-maker Jafar Panahi has been given a prison sentence on charges of creating propaganda against the political system, his lawyer has said, on the same day his new film won a string of awards in the US.

    Panahi has been handed a one-year sentence and a travel ban in Iran, his lawyer said on Monday.

    However, he was in New York to pick up three prizes, including best director, at the Gotham Awards for his latest film, It Was Just An Accident, which he shot illegally in Iran.

    Panahi, 65, has served two previous spells in prison in his home country, and said in an interview shortly before receiving his latest sentence that he planned to return.

    Film-makers ‘risking everything’

    Panahi is one of Iran’s leading directors but has been subjected to constraints from authorities including a ban on making films in the country as well as the prison sentences and travel restrictions.

    He didn’t refer to the new sentence in his Gotham Awards speeches, but praised “film-makers who keep the camera rolling in silence, without support, and at times, by risking everything they have, only with their faith in truth and humanity”.

    He added: “I hope that this dedication will be considered a small tribute to all film-makers who have been deprived of the right to see and to be seen, but continue to create and to exist.”

    It Was Just An Accident also won best screenplay and best international film, and is expected to be a contender at the Oscars in Hollywood in the spring.

    Panahi covertly shot the film, which tells the tale of five ordinary Iranians who are confronted with a man they believed tortured some of them in jail.

    He has said it was partly inspired by his last spell in jail and stories that other prisoners “told me about, the violence and the brutality of the Iranian government”.

    When the film won the top prize at the Cannes Film Festival in France in May, he used his acceptance speech to speak out against the restrictions of the regime.

    Panahi was jailed in 2022 for protesting against the detention of two fellow film-makers who had been critical of the authorities. He was released after seven months of the six-year sentence.

    He was previously sentenced to six years in 2010 for supporting anti-government protests and creating “propaganda against the system”. He was released on conditional bail after two months.

    In an interview with the Financial Times conducted in Los Angeles shortly before his latest sentence was delivered, he recalled a recent conversation with an elderly Iranian exile who he had met in the city.

    “She begged me not to go back,” he said. “But I told her I can’t live outside Iran. I can’t adapt to anywhere else.

    “And I said she shouldn’t worry, because what are the officials going to do that they haven’t done already?”

  • Le condizioni favorevoli ad una riedizione degli Anni di Piombo

    L’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa rappresenta la conferma di un clima sempre più pesante che si respira nel Paese e comunque anche nel continente europeo, ma, sia chiaro, non per la prima volta.

    Al di là della gravità del gesto in quanto tale, sono le reazioni dei principali organi istituzionali come delle più diverse compagini politiche ad indicare il livello preoccupante di pericolo per la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche.

    Innanzitutto, non si può escludere fin d’ora, che dopo l’attacco alla redazione attuato da queste frange violente, che non rappresentano ovviamente l’intera massa dei contestatori,  si possa assistere ad  una successiva escalation che porti  direttamente ad un attacco fisico nei confronti dei singoli giornalisti, esattamente come in passato avvenne per Casalegno, Tobagi, Tinelli e Montanelli, in quanto, oggi come cinquant’anni addietro, non si considerano i giornalisti come un patrimonio culturale di un paese ma semplicemente come una leva intellettuale finalizzata alla conferma di un’idea o di una visione politica (*).

    In questo contesto va decisamente interpretata l’affermazione quasi giustificava di questo assalto, inteso come un “avvertimento nei confronti dei giornalisti” unito ad una generica e blanda condanna dell’intera sinistra. Quest’ultima si conferma molto più tiepida nei confronti dell’attacco alla libera stampa torinese rispetto alla energica condanna avvenuta in occasione dell’assalto della sede della CGIL da parte di forze dell’estrema destra.

    Si percepisce, quindi, una analogia con l’atteggiamento bonario e comprensivo nei confronti dei terroristi dell’estrema sinistra ed una parte del PCI assieme a molti ambienti dell’estrema sinistra accademica (“compagni che sbagliano”) riscontrabile specialmente nel primo periodo degli anni di piombo.

    A questo tepore intellettuale che avvolge le frange più estreme della contestazione giovanile a favore della Palestina (ProPal) e contemporaneamente avversa al governo in carica (in questo molto simile all’Autonomia operaia degli anni ’70), corrisponde da parte dell’intero governo Meloni una imbarazzante sottovalutazione  delle tensioni  sociali che  tre anni di flessioni della produzione industriale (addirittura 25 consecutive) stanno creando in termini di crisi economica e perdita di posti di lavoro.

    Molto probabilmente ancora oggi buona parte della assolutamente inadeguata “intelligentia economica governativa” si dimostra convinta che gli effetti devastanti delle innumerevoli flessioni della produzione industriale siano stati compensati da un risibile aumento dei contratti nel settore turistico.

    Viceversa, la realtà oggettiva conferma come solo tra Veneto e Friuli (il mitico Nordest) siano oltre 70 i tavoli di crisi nel settore metalmeccanico ai quali vanno aggiunti i 450 posti di lavoro persi nel settore della occhialeria della provincia di Belluno, per non parlare della disastrosa situazione del settore Automotive che coinvolge l’intero mondo industriale del nord Italia con aumenti della cassa integrazione di oltre il 100%.

    In altre parole, la nefasta combinazione tra sottovalutazione di una parte della sinistra di una possibile declinazione eversiva e terroristica dei movimenti più estremisti tra quelli scesi in piazza e la ingiustificabile incapacità di una valutazione obiettiva delle disastrose politiche del governo Meloni stanno creando le condizioni favorevoli ad una nuova stagione degli Anni di Piombo.

    Non comprendere i potenziali pericoli generati dalle tensioni legata ad una situazione economica e sociale esplosiva certifica ancora una volta il senso di assoluta adeguatezza che avvolge nella sua articolata eterogeneità maggioranza ed opposizione.

    (*) Un dubbio che comunque dovrebbe assalire l’intera categoria in rapporto alle scelte ideologiche dimostrate

Pulsante per tornare all'inizio