Dalla terra alla tavola proponendo piccoli gesti per grandi cambiamenti: chi è Debora Arici e perché il suo libro “Tu sei Natura” parla a tutti noi
In un’epoca dominata da ritmi frenetici e cibi sempre più processati, il rischio più grande che corriamo è quello di perdere il contatto con ciò che ci nutre davvero. Ma tornare alla terra, alla semplicità e al benessere autentico non è un’utopia lontana: è una scelta concreta che possiamo fare ogni giorno. A guidarci in questa rivoluzione gentile è Debora Arici, nutrizionista, ex chef, forager e creatrice del seguitissimo progetto social che lei ha chiamato icookwithnature (“cucino con la natura”) che conta ormai più di un milione e mezzo di followers. Con la sua formazione presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e la passione per il riconoscimento delle piante spontanee, Debora ha conquistato migliaia di persone proponendo un approccio al cibo e allo stile di vita accessibile, spontaneo e privo di sovrastrutture, unendo la cucina tradizionale e sostenibile con le tecniche di fermentazione provenienti da tutto il mondo. Nel suo libro “Tu sei Natura: Vivere e mangiare al naturale per guadagnare salute, tempo e denaro” (Fabbri / Rizzoli), Debora raccoglie e sistematizza la sua filosofia: una guida pratica per imparare a scegliere alimenti veri, trasformare gli scarti in risorse, cucinare erbe spontanee e riappropriarsi di gesti antichi per vivere con più consapevolezza ed energia.
In questa intervista abbiamo parlato con lei di sostenibilità, di come semplificare la quotidianità per i giovani e per le famiglie, e di come la natura e la sua biodiversità rappresentino la risposta più rivoluzionaria per il nostro futuro.
Ciao Debora, partiamo subito dal percorso che ti ha portato fino a qui oggi. Hai una laurea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un percorso come nutrizionista olistica. Qual è stato il momento esatto o la scintilla in cui hai capito che le erbe spontanee e la natura dovevano diventare il vero cuore del tuo progetto?
Sì, hai detto bene, laurea in scienze gastronomiche a Pollenzo dove ho potuto approfondire ogni aspetto relativo all’origine degli alimenti che mangiamo. Cosa a cui facciamo sempre meno attenzione. E quindi già lì, grazie a quel percorso di studi, ho potuto porre una maggiore attenzione alla natura e alle sue straordinarie leggi e dove ho potuto seguire il mio primo corso di filmaking. Ho sempre lavorato nelle cucine ma grazie a questo percorso di studi ho avuto l’upgrade di conoscenze manageriali per diventare una chef di cucina. La trattoria dove ho lavorato per sei anni ha ricevuto la valutazione massima (“I tre gamberi) dalla rivista “il Gambero Rosso”. In quegli anni sentivo dentro di me crescere una curiosità infinita su quale effetto facesse sulle persone il cibo che stavo preparando. Ecco che allora nasce la volontà di iscrivermi a Scienze della Nutrizione. Facoltà che non c’era a Brescia, la città più vicina a dove vivo, e pertanto mi sono dovuta iscrivere a Milano. Per due anni mi sono alzata alle cinque del mattino per prendere il treno per Milano dove seguivo le lezioni fino alle due del pomeriggio per poi riprendere di corsa il treno e raggiungere il ristorante dove lavoravo dalle tre e mezza del pomeriggio fino all’una di notte. Due anni così, finché mi resi conto che mi stavo per ammalare. Decisi, quindi, di lasciare il mio lavoro per dedicarmi interamente allo studio e al conseguimento della laurea magistrale in alimentazione e nutrizione umana. Dopo la laurea a Milano, è arrivata la fatidica domanda: “E adesso cosa faccio?” Non sapevo se specializzarmi bene in nutrizione o se specializzarmi in comunicazione, in editing e produzione di video, perché mi piaceva molto creare documentari. Ogni viaggio o experience che facevamo con l’università realizzavamo un documentario. Il primo l’ho fatto quando sono andata in Corea per studiare la loro cultura gastronomica. Documentario che poi è stato pubblicato sul sito internet dell’Università. Queste alcune brevi note sui miei studi.
Questo background accademico e sul campo è fondamentale. Com’è avvenuto poi il passaggio dalla teoria al vivere quotidianamente la natura e alla scelta di fare di questo sapere il tuo progetto principale?
Venendo invece alla tua domanda posso dirti che in questi anni ho vissuto a contatto con la natura, vicino ad un bosco dove ho sempre autoprodotto il mio cibo, curando personalmente l’orto e il frutteto. Ho sempre raccolto le erbe spontanee, in particolare il tarassaco. Erbe che ho sempre utilizzato per i pasti che portavo a tavola. Quindi ho costruito uno mio stile di vita con la natura e grazie alla natura. E nel tempo mi sono accorta che questa cosa, che per me era assolutamente spontanea, alle persone sembrava una cosa fuori norma, cioè quando veniva qualcuno a trovarmi mi diceva “Wow! Ma tu cucini così? Ma tu davvero fai questo? Ma che bello!” Come se non fosse più una cosa normale, una cosa della quotidianità delle persone. Quindi mi sono accorta che la società si stava allontanando sempre di più da quello che in realtà ci ha da sempre fatto stare bene. Da quello che è il nostro vero nutrimento, un cibo vivo, un cibo pulito, un cibo autentico che viene appunto dalla natura e da un uomo che la sa rispettare. Da un cibo che non è prodotto solo per apparire, per essere solo venduto. Al supermercato vedo mele grandi, quasi come dei meloni. Poi vedo le more, a volte più grandi dei pomodori datterini e allora mi dico: “Ma dove stiamo andando?” Perché le mele che ho nel mio frutteto sono più piccole del pugno di una mano, ma sono molto più saporite. Le more del sottobosco sono grandi come l’unghia di un dito, ma sono molto saporite. E quindi ho capito, cioè dentro di me ho sentito che dovevo fare qualcosa, dovevo assolutamente fare qualcosa affinché la millenaria memoria di utilizzo delle specie spontanee che Dio, madre natura, l’universo, ci ha dato a disposizione, sta scomparendo. Loro, queste piante spontanee sono ancora qui, sotto i nostri occhi, ma noi non abbiamo più la capacità di riconoscerle e di utilizzarle. Sia per nutrirci, ma anche per comprenderle nella nostra vita, perché le piante spontanee non hanno solo uno scopo nutritivo. Possono averne, infatti, molti altri. Possono essere utili per farne dei tessuti (penso ai vestiti realizzati con l’ortica), dei rimedi curativi (dalle tisane agli impacchi), dei farmaci, dei pigmenti colorati o anche avere un valore simbolico e profondamente spirituale e, cosa che in tanti hanno dimenticato, anche un valore ludico (dal fare collanine con le margherite al far scoppiettare le vescicole della silene vulgaris o emettere suoni con un filo d’erba).
Mia nonna, ad esempio, mi diceva di soffiare sull’infruttescenza (il soffione) del tarassaco per affidare al vento i miei sogni affinché, come quei semini, potessero trovare il giusto terreno per nascere e crescere. Questo ancora oggi mi emoziona tantissimo. Detto questo, una pianta è stata anche galeotta nella mia vita. All’Università di Pollenzo decisi di fare una tesi in etnobotanica, scienza che unisce l’antropologia (una scienza sociale) alla botanica (una scienza biologica). A tale scopo ho intervistato le persone del mio paese sul loro rapporto con la flora locale. Mentre solo gli anziani over 80 sembravano conservare questi saperi, un solo ragazzo ventenne ha saputo darmene prova, raccontandomi di quando da piccolo mangiava i germogli di rovo. Un anno dopo quel’intervista, lui mi ha invitato a cena ed è nata la nostra storia d’amore: la dimostrazione che una pianta può davvero anche essere galeotta! Insomma, negli anni è cresciuto sempre di più in me il desiderio di fare qualcosa per trasmettere e recuperare le antiche conoscenze sull’uso delle piante spontanee. Volevo spingere le persone ad agire, perché mi sono resa conto che allontanarci da questo sapere ci rende vittime di un sistema che ha come unico fine il profitto economico. Stiamo delegando la nostra alimentazione a un meccanismo che non punta realmente a nutrirci. Questo è un segnale culturale chiarissimo. L’anno scorso, al rientro da due sole settimane di vacanza, ho trovato un nuovo supermercato proprio al centro della piazza del mio paese. Mi ha sconvolta: la piazza, che per definizione è il luogo della relazione, dello scambio di storie, semi e ricette, è stata occupata da un luogo che genera solo flusso economico, non comunità. È per questo che poi ci troviamo davanti a frutta “fuori natura” — mele perfette, more enormi. Le vedi, dici “wow!”, le porti a casa… e non sanno di niente. È l’esito inevitabile di un sistema progettato per vendere, non per nutrirci.
Ho sentito proprio l’esigenza di fare qualcosa a 360° vedendo questi giovani che al supermercato comprano quello che costa meno, senza chiedersi da dove arriva, cosa c’è dentro o senza leggere un’etichetta. Ragazzi che quando passa un’auto riconoscono subito un’Audi, una Ford o una Mercedes, ma quando si trovano in un prato hanno quasi paura di starci. Dicono: “Oddio, mi sporco! Oddio, mi può pungere un’ape!”. E io dico sempre: “Ma guarda che l’ape, quando ti punge, muore… Secondo te vuole davvero sacrificarsi per pungere te?”. C’è una vera e propria paura di stare nella natura. Non c’è più la capacità di distinguere il verde: per molti è tutto semplicemente “verde”, non esiste più il tarassaco o la piantaggine. C’è una distanza enorme e siamo un po’ tutti vittime di questo sistema, con ripercussioni dirette sul nostro benessere. A un certo punto mi sono detta: “Va bene Debora, devi fare qualcosa”. C’era questa spinta fortissima dentro di me perché ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura. Ecco perché il libro l’ho intitolato “Tu sei Natura”: per abbattere questo confine. La natura non è un posto dove andare ogni tanto: noi siamo natura, ne facciamo parte.
La spinta a cambiare le cose era fortissima, ma come sei passata da questa visione e dal desiderio di scrivere un libro a metterci la faccia sul web e a costruire una community da oltre un milione di persone?
Oltre a questa spinta interiore, c’est stata anche una forte pressione esterna. Tutte le persone che venivano a trovarmi o per cui cucinavo, sentivano la necessità di condividere quello che faccio. Mi dicevano: “Ma Debora, com’è possibile che tu non sia su Instagram?”. Io non avevo nemmeno un account social, niente di niente. Poi capita che vado a lavorare come chef in un ristorante. Il mio primo giorno inizio a organizzare la cucina, a conoscere lo staff. Il giorno dopo torno, sempre carichissima per mettere a posto le cose, e tutti mi guardano e dicono: “Debora, ma ti ho cercata su Instagram e non ci sei! Come mai?”. Lì mi sono detta: “Ma guarda com’è strano questo mondo. Hai la possibilità di guardarmi negli occhi e non mi fai domande, ma appena arrivi a casa apri il telefono per vedere se ci sono su Instagram, cosa faccio o come mi vesto”. All’inizio mi sono detta: “Come posso fissare e salvare questa conoscenza che sta sparticipando? Scrivo un libro”. Poi però ho fatto i conti con la realtà: la gente legge meno e sta sempre con lo smartphone in mano. Allora ho capito che, per comunicare davvero con le persone, dovevo adeguarmi e andare dove si trovavano loro. Il primo giorno che sono venuti a fare le riprese… un disastro! Ero gasatissima, volevo spaccare il mondo, poi mi hanno puntato la telecamera in faccia e mi si è chiuso lo stomaco: non riuscivo più a dire una parola! Per me significava uscire totalmente dalla mia zona di comfort, battere la paura del giudizio, l’ansia di dover essere perfetta come gli altri. Ma poi mi sono detta: “Il mio obiettivo è troppo importante. Devo superare questi blocchi”. All’appuntamento successivo mi sono buttata e ho registrato i primi video. Questo succedeva tre anni fa. E se allora mi avessi detto: “Debora, fra tre anni avrai un milione e mezzo di followers”, ti avrei riso in faccia! Anche perché io parlo di cose semplicissime: come ricavare i semi da un ortaggio, come farlo germogliare, quali erbe raccogliere nei prati, come riconoscerle e come cucinarle per non distruggerne i nutrienti. Ho solo iniziato a condividere le mie competenze, tra studi ed esperienza sul campo. Quella che era partita come una semplice pagina Instagram oggi è una community di un milione e mezzo di persone. Anzi, oggi mi sento di dire che è un vero e proprio movimento: perché ognuno degli “amici della natura” che ne fa parte continua a diffondere questo messaggio.
Grazie per questa esperienza così profonda e spirituale, oltre che formativa. Andare controcorrente ha rivelato un’enorme esigenza condivisa: il desiderio di fare un passo indietro, riconnettersi alla natura e ripartire dalle cose essenziali della vita. Tra le tante curiosità, vorrei chiederti una cosa più tecnica: come riesci a sintetizzare così tante informazioni in pochissimi secondi e a rendere semplice e riproducibile a casa ciò che spesso viene considerato complessissimo? Qual è il lavoro e il percorso che c’è dietro questa tua capacità?
Per quanto mi riguarda, tutto è sempre partito da una necessità, da cui poi è nata un’intuizione. La mia necessità era inizialmente quella di ridurre lo scarto alimentare. Quando ho scoperto che sul pianeta siamo 8 miliardi, ma produciamo cibo per 12 miliardi, ho realizzato che ogni giorno buttiamo via l’equivalente del cibo necessario a nutrire 4 miliardi di persone. Lo vediamo al supermercato, ma anche a casa nostra: il frigorifero è sempre pieno, ci dimentichiamo le cose là in fondo e dopo mesi le ritroviamo tutte ammuffite. Da qui la necessità di invertire la rotta e la conseguente intuizione mi è arrivata mentre mangiavo una mela. Io mangio anche la buccia — ho la fortuna di avere i miei alberi — ma mi rimaneva in mano il torsolo. Mi sono detta: “Perché buttarlo via? Da questo torsolo si può fare l’aceto di mele! E invece di trasformarlo subito in un rifiuto organico, perché non riattivare la nostra memoria millenaria?”. C’è chi lo mette nel compost per ridarlo a Madre Natura sotto forma di fertilizzante e humus, ed è bellissimo. Ma possiamo fare ancora di più. Noi non vediamo i microrganismi con i nostri occhi e abbiamo questa falsa idea di essere separati da loro: “Io sono qui e i batteri sono lì”. In realtà i microrganismi vivono nel nostro intestino, sulla nostra pelle, dappertutto. La scienza dimostra che il loro DNA nel nostro corpo è cento volte superiore al nostro! E la stessa cosa vale per il cibo. Allora mi sono chiesta: “Perché non sfruttiamo gli acetobatteri presenti sulla buccia e sul torsolo della mela per fare l’aceto in casa?”. È semplicissimo: prendi il torsolo della mela, aggiungi una tazza d’acqua e un cucchiaio di zucchero. I microrganismi nutrendosi dello zucchero e delle fibre trasformeranno tutto in aceto di mele, creando persino la “madre”, che potrai riutilizzare all’infinito. L’ho fatto anche con i torsoli di pera! Quindi vedo che funziona, l’intuizione prende forma e lì nasce il grande entusiasmo di condividerlo: “Ragazzi, fatelo tutti, è una cosa bellissima!”. A questo punto subentra la fase di comunicazione, e devo tanto al mio professore di semiotica all’università. Lui mi ha insegnato che il canale ha il potere di modificare il messaggio. Non basta avere un’idea e lanciarla in radio, in TV o sui social: ricordate il gioco del telefono senza fili? La frase di partenza non era mai quella che arrivava alla fine. La mia voglia di far arrivare il messaggio era così forte che ho dovuto imparare la lingua specifica di quel canale per non far alterare il contenuto. Su Instagram, ad esempio, hai a disposizione 60 secondi, a volte persino meno di 40. In meno di un minuto dovevo condensare tutto. Ho capito che dovevo togliere ogni fronzolo e far emergere solo la verità, che è sempre schietta e diretta. È l’unico modo per arrivare al cuore delle persone e far percepire il valore reale di quello che stai proponendo. E vi assicuro che per fare un video di meno di un minuto, spesso dietro ci sono dalle tre alle sei ore di lavoro!
Dal tuo lavoro traspare chiaramente la volontà di metterti nei panni degli altri e di mostrare ogni singolo passaggio con semplicità. Da antropologo e documentarista, intuisco l’enorme sforzo di sintesi che c’è dietro, unito a una spontaneità autentica che aggiunge verità al messaggio e dona una carica straordinaria di buon umore e speranza. Oggi assistiamo a un forte ritorno alla terra: molti giovani cercano un'”ecologia profonda”, spostandosi pur di ritrovare le proprie radici. Pensando a questo desiderio di ritorno all’essenziale e all’esperienza di campus e soggiorni studio dedicati a questi temi. Se dovessi immaginare un campus o un viaggio formativo per giovani under 30, ti andrebbe di parteciparvi? E soprattutto, come struttureresti la giornata tipo di questa esperienza per fare in modo che lasci un valore concreto e applicabile una volta tornati a casa?
L’agriturismo è senza dubbio il luogo e il campus ideale: lì si vive con la natura non solo per produrre cibo, ma per produrre vere e proprie esperienze. Lo dico perché per me è stato fondamentale. Quando è finita la mia prima laurea a Pollenzo, mi sono detta: “Ho tantissime nozioni, ma non le ho mai toccate con mano”. Conoscevo il metodo di produzione di ogni formaggio, olio o pasta d’Italia, ma sentivo il bisogno assoluto di farne esperienza diretta. Così ho deciso di fare tre mesi di volontariato con il WWOOFing, lavorando nelle aziende agricole in cambio di vitto e alloggio. Lì ho trovato il pezzo che mi mancava per mettere in pratica le conoscenze, perché uno studio lo devi sempre concretizzare. Ma soprattutto, stare tre mesi sul campo mi ha fatto capire il valore reale del cibo. È incredibile pensare che per avere una testa d’aglio — l’alimento tra i più economici che ci sia — ci vogliano sei mesi! E se sbagli l’epoca di semina, salti direttamente all’anno successivo. Noi non diamo più valore né al cibo né al tempo trascorso all’aperto. Non è un caso che l’80% della popolazione sia carente di vitamina D, che è un pro-ormone fondamentale coinvolto in oltre 3.000 reazioni enzimatiche, dal sistema immunitario alle ossa. Il mio non è un discorso di nostalgia del passato, ma di pura biologia: oggi la speranza di vita si è allungata, ma arriviamo a cent’anni dipendenti dai farmaci, dalle carrozzine o dall’assistenza. Non arriviamo in salute o in vera autonomia, proprio perché già a trent’anni siamo carenti di elementi essenziali. Viviamo chiusi tra uffici, auto e case, del tutto sedentari e privi di luce solare. Ecco perché per me il campus perfetto per un under 30 deve basarsi sull’esperienza sul campo e sul WWOOFing, toccando con mano le realtà agricole per capire quanto il cibo incida sulla nostra salute e longevità. La scienza oggi conferma questa nostra necessità biologica di stare nella natura. Pensate a un esperimento straordinario fatto con degli anziani in una casa di riposo: li hanno fatti camminare a piedi nudi su un semplice prato in città. Prima di togliere le scarpe, i loro globuli rossi nel flusso sanguigno erano tutti aggregati e lenti; appena hanno camminato qualche minuto sull’erba e sono rientrati, gli eritrociti si erano completamente separati e scorrevano veloci! La frequenza magnetica della terra e la carica degli elettroliti agiscono come prevenzione cardiovascolare immediata. Per non parlare dei terpeni rilasciati dalle piante che, quando li respiriamo, stimolano la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. La nostra biologia ci sta letteralmente chiedendo di tornare alla natura. In questo campus metterei a confronto anche le diverse realtà: farei vedere la produzione sostenibile, ma mostrerei anche gli allevamenti intensivi, per far comprendere quanto il sistema attuale possa diventare perverso e violento. Mi sconvolge che ancora oggi pochissimi sappiano leggere il codice impresso sulle uova: se la prima cifra è un 3, significa che le galline sono stipate in capannoni, chiuse in gabbie più piccole di un foglio A4, ammassate e trattate continuamente con antibiotici. E quegli antibiotici finiscono nel tuorlo dell’uovo, così come finiscono nel latte delle mucche. Non a caso i nostri bambini sviluppano un’antibiotico-resistenza preoccupante già in tenera età. Inquiniamo i mari con cromo e cadmio per rincorrere il profitto, e poi dobbiamo dire alle donne in gravidanza di non mangiare troppo tonno perché i metalli pesanti accumulati nei grassi del pesce possono danneggiare il feto. Tutto quello che immettiamo nell’ambiente torna inevitabilmente nel nostro piatto. Ecco perché serve una visione olistica. Un percorso che unisca la formazione scientifica all’esperienza diretta nelle realtà produttive è l’unico modo concreto, a mio parere, per restituire ai giovani la consapevolezza della nostra stessa esistenza.
Per un adolescente o un giovane di vent’anni che vive ancora in famiglia con genitori che magari hanno ritmi e abitudini del tutto diversi, l’inizio di questo percorso deve essere accessibile e non divisivo. Pensando a un giovane che vorrebbe iniziare già da stasera a fare piccoli passi verso questo stile di vita, quali sono le primissime azioni concrete — tra cose da togliere o da aggiungere — che gli consiglieresti di provare subito a casa, anche per far comprendere alla propria famiglia il valore di questa scelta?
Ti direi innanzitutto che questi giovani possono iniziare aiutando la mamma in cucina, senza starsene sul divano ad aspettare che sia tutto pronto. E soprattutto, direi loro anche di divertirsi! E come ci si può divertire? Per esempio: quando cucino, invece di buttare via il colletto dell’indivia, della catalogna, del porro o della lattuga, lo metto in un goccio d’acqua sul davanzale della finestra. In poco tempo ricresce e fa spuntare dei nuovi germogli! Questo insegna un valore bellissimo: il valore dell’attesa e l’idea che uno scarto conservi una memoria in grado di ridarci vita e nutrimento. Perché andare a comprare i germogli pronti quando possiamo autoprodurli sul davanzale e usare quelle micro-foglioline per arricchire un’insalata, un piatto di pasta o un panino? Molte volte, poi, questo scarto mette le radici e si trasforma in una vera e propria pianta — succede spesso con il sedano, con il porro o perfino con il ciuffo dell’ananas. È un’attività splendida da fare anche con i più giovani: cominciare a coltivare qualcosa, anche solo sul davanzale di casa, per toccare con mano la realtà della materia organica. Quello che ha cambiato me profondamente è stato proprio riscoprire il sapore unico delle cose appena raccolte. Se hai un davanzale al sole puoi piantare lo zafferano, il rosmarino, le fragole; se è all’ombra, puoi mettere il prezzemolo o le fragoline di bosco. Quindi ti risponderei dicendo che i primi passi sono questi: aiutare in cucina, coltivare qualcosa e iniziare a prendersi la responsabilità del proprio nutrimento. E poi, farsi delle domande. Quando si va a fare la spesa, invece di scegliere d’istinto quello che costa meno, iniziamo a leggere le etichette per cercare i prodotti con meno ingredienti e meno lavorati, dando anche il nostro contributo quando si fa la spesa. Da dove arriva davvero ciò che mettiamo nel carrello? Quel cibo finirà direttamente nel nostro stomaco, nel nostro sangue e nei nostri organi. Chiedersi se un alimento provenga da un’agricoltura o da un allevamento intensivo oppure sostenibile è il primo passo per tutelare la propria salute. Prendiamo l’esempio del pesce: è d’allevamento o pescato? Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi sono sconsigliati perché modificano il profilo nutrizionale dell’alimento; il pesce, infatti, naturalmente ricco di Omega-3 antinfiammatori, negli allevamenti rischia di sviluppare grassi pro-infiammatori nocivi per l’organismo. Se si sceglie il pesce pescato, invece, può venirci in aiuto l’etichettatura con le zone FAO:
Zona FAO 37 (Mar Mediterraneo) o Zona FAO 27 (Atlantico nord-orientale): le opzioni migliori da preferire. Zone ad alto rischio inquinamento (es. FAO 61 – Pacifico nord-occidentale o acquacoltura intensiva come per il pangasio): da evitare per il rischio di metalli pesanti e lunghi tempi di trasporto. Farsi queste domande al momento della spesa non è un semplice dettaglio: significa tutelare il proprio benessere immediato, la propria energia e la propria longevità. E un’altra utile domanda è senz’altro questa: “Il supermercato è davvero l’unico posto dove posso trovare da mangiare?”. Esistono reti molto più sostenibili: i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), le fattorie locali, i mercati rionali o i mercatini dei contadini che scelgono di produrre in armonia con la natura senza inquinare. Farsi delle domande significa sviluppare un pensiero critico, smettendo di prendere per buono tutto ciò che sentiamo in TV o dagli altri per iniziare finalmente a prenderci la responsabilità della nostra vita.
Quali sono i tuoi desideri e i progetti per il futuro verso cui dovremmo concentrare le nostre energie, e come immagini la collaborazione tra le persone che condividono questi valori?
Se devo pensare a proposte per il futuro, sicuramente ti direi senza ombra di dubbio quella di lavorare tutti insieme per salvaguardare la biodiversità. E per fare questo dobbiamo certamente fare rete tra tutte le realtà che lavorano e vivono con questo spirito. Non dobbiamo isolarci. Mi piacerebbe inoltre tantissimo vedere in ogni paese un “mercato della terra”, e un orto scolastico, tutti con prodotti locali, stagionali e coltivati in modo naturale.
Gentile Debora, grazie per il tempo dedicatoci e buona fortuna!




