In attesa di Giustizia: Pinocchietti
Nel numero della settimana scorsa questa rubrica si è occupata di quella che sembra essere la scomposta reazione di un magistrato al ritardo della Presidente Meloni nella firma di un decreto che dispone l’aumento di stipendio per i magistrati. La storiella che vi stanno raccontando è che il Governo nega ai magistrati il riconoscimento persino di arretrati mai pagati ma le cose non stanno così. I magistrati hanno ricevuto per intero gli aumenti previsti: le somme di cui oggi si discute sono la differenza tra quell’aumento e quello che risulta applicando una interpretazione della legge data dal Consiglio di Stato. Non si tratta, quindi di stipendi indebitamente negati o trattenuti, ma del ricalcolo di un residuo in termini percentuali a una cifra.
Nel privato i contratti collettivi si negoziano tra sindacati e imprese, e i rinnovi arrivano spesso in ritardo; anche la grande maggioranza dei dipendenti pubblici rinnova i contratti trattando con un’Agenzia dedicata espressamente alla Pubblica Amministrazione…ma non tutti: magistrati, avvocati dello Stato, professori universitari e alti dirigenti di forze armate e polizia non hanno un contratto: i loro stipendi sono fissati dalla legge e si adeguano automaticamente. Per i magistrati l’adeguamento avviene ogni tre anni con un decreto del Presidente del Consiglio, sulla base dell’aumento medio delle altre categorie del pubblico impiego calcolato dall’ISTAT.
Allora di cosa stiamo parlando? Nel 2021 il governo Draghi fissa l’aumento al 4,85%. L’Associazione Nazionale Magistrati e alcuni magistrati impugnano il decreto e il TAR Lazio dà loro torto. Nel 2025 il Consiglio di Stato ribalta la decisione: l’ISTAT avrebbe dovuto includere nel calcolo alcune voci, come gli arretrati e le indennità di missione degli altri dipendenti pubblici, e calcolare la media in modo diverso cosicchè l’aumento sale al 6,22%. Nel 2026 il TAR applica gli stessi principi al triennio successivo. Il conto stimato è di circa 970 milioni lordi, e la presidente del Consiglio ha annunciato che non firmerà il decreto per pagarli. Non c’erano dati falsi né somme negate: c’era una norma letta in due modi diversi.
L’adeguamento vale per tutte le magistrature, ordinarie, amministrative e contabili. I giudici amministrativi, decidendo sul ricorso dei colleghi, hanno quindi deciso anche sul proprio stipendio. Giuridicamente non c’è incompatibilità, ma il problema di opportunità è evidente. E’ quello del famoso brocardo “nemo iudex in causa propria”, che, nel caso di specie, viene disinvoltamente dimenticato.
Non c’è, dunque, stato nessun diniego all’aumento salariale sebbene così sia stata presentata la questione ed oltre a smentire una modalità di comunicazione da Pinocchietti c’è un’ultima considerazione da fare a proposito dell’ANM che da anni è andata ben oltre la tutela “sindacale” della categoria ma si comporta ormai, a tutti gli effetti, come una parte politica: il ricorso che qu interessa è del 2021, prima di questo governo, e le sentenze vanno eseguite ma chi sceglie di confrontarsi con la politica, non può stupirsi se le sue richieste vengono valutate anche con un metro politico. Dopo mesi di scontro aperto sul referendum, è difficile chiedere al governo di non domandarsi se l’insistenza di oggi non serva anche a metterlo in difficoltà, proprio mentre deve spiegare agli italiani dove trovare le risorse per sostenere famiglie e imprese. Occuparsi di amministrazione della giustizia è altra cosa e se c’è chi ha voluto trasformarsi in un attore politico deve accettare di essere giudicato come tale.




