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  • Il debito pubblico e il Covid

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 16 febbraio 2021.

    La pandemia e il 2020 hanno cambiato in modo profondo, forse definitivo, alcune idee di un certo liberismo economico, che è stato dominante nei passati quattro decenni.

    Per far fronte all’emergenza, si è dovuto mettere da parte l’approccio del rigore a tutti i costi e dell’austerità come toccasana dei bilanci. Si è riscoperto, invece, il ruolo centrale e fondante dell’economia reale e del credito produttivo, quale motore di sviluppo, di avanzamento tecnologico e anche di ampliamento dell’occupazione.

    Molte annose questioni, come quella riguardante il debito pubblico degli Stati, dovranno, quindi, essere rivisitate e affrontate con metodologie e programmi diversi. Ciò dovrebbe essere ovvio per tutti. Particolarmente dopo che nel 2020 l’emergenza sanitaria, economica e finanziaria ha dettato l’agenda ai governi costringendoli a mettere in campo aiuti e stimoli fiscali per 12.000 miliardi di dollari. E le stesse banche centrali sono state costrette a creare almeno 8.000 miliardi di nuova liquidità. Ovviamente, sono tutte risorse create contraendo nuovi debiti.

    Secondo l’Istituto di finanza internazionale di Washington, il debito aggregato, pubblico e privato, che era già tre volte il Pil mondiale, nel 2021 dovrebbe mediamente aumentare del 20% nelle cosiddette economie avanzate e in quelle di altri Paesi emergenti.

    Mario Draghi, sorprendendo molti, in verità anche noi, è stato forse l’economista che, avendo avuto ruoli istituzionali assai rilevanti a livello mondiale, per primo ha riconosciuto il cambiamento di paradigma.

    Al Meeting di Rimini, tenutosi il 18 agosto dello scorso anno, in merito al debito disse: «La ricostruzione, in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve, è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se, invece, verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo».

    A dire il vero, Draghi su questo tema era già intervenuto all’inizio del lockdown. Nella sua lettera, pubblicata il 25 marzo dal Financial Times, affermava: «I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici… I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico».

    Giustamente, egli ha sollecitato un modo differente di pensare e di intervenire. «Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra», ha affermato, aggiungendo che «ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale».

    Questa è la ragione e l’inudibile necessità di riflettere in modo nuovo e innovativo anche sulla gestione e su una possibile riduzione, se non cancellazione, di almeno parte del debito pubblico. Nei mesi scorsi, in verità, ci sono state delle proposte rilevanti.

    Recentemente oltre 100 economisti, soprattutto francesi, italiani e spagnoli, hanno scritto un manifesto in cui si sostiene che «Il debito detenuto dalla Bce si può e si deve annullare». Il 25% del debito pubblico europeo è detenuto dalla Banca centrale europea, cioè una quota di debiti pari a circa 2.500 miliardi di euro, che i cittadini europei devono a loro stessi.

    Nella storia, la cancellazione del debito non è sempre stata un tabù: alla Conferenza di Londra del 1953, per esempio, i partecipanti, guidati dagli Stati Uniti, decisero la cancellazione di due terzi del debito pubblico della Germania, che iniziò così il suo percorso di ripresa e di prosperità.

    La loro proposta è chiara. I paesi europei e la Bce siglano un accordo in cui quest’ultima si impegna a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si dovrebbero impegnare a investire lo stesso importo nella ricostruzione ambientale e sociale. Ricetta semplice, impegnativa ed efficace.

    Vi sono anche altre proposte simili, come quella che prevede che i debiti accesi per far fronte alla crisi attuale siano nella forma di titoli irredimibili, senza scadenza e senza interessi, garantiti dalla Bce.

    Del resto, anche un grande paese come il Giappone ha dovuto e deve fare i conti con la sua situazione debitoria. Pur essendo un paese avanzato e tecnologizzato forse più dell’Europa, ha il più grosso debito pubblico al mondo, pari a 252% del suo Pil. Nel 2020 ha aumentato il suo bilancio del 20% attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato. Ma in Giappone oltre il 40% di tutto il debito pubblico è in mano alla Banca centrale e il resto, in maggioranza, è posseduto dalle banche e dalle famiglie giapponesi. Non è in una situazione idilliaca, ma controllando il suo debito, il Giappone non è soggetto a pressioni esterne o a speculazioni da parte dei mercati internazionali.

    In conclusione, la cosa decisiva è che il «debito buono» venga utilizzato per la crescita economica. In tal modo aumentando il denominatore, il tasso debito/Pil inevitabilmente si abbassa. Ma non è la frazione matematica che interessa. Con la ripresa economica si possono finalmente affrontare i problemi reali delle famiglie e delle imprese.

    Il fatto che Draghi, nel frattempo, sia diventato capo del governo del nostro paese, ci fa ben sperare. Certo, anche noi, come cittadini e come singoli, dovremmo modificare i nostri comportamenti, ispirandoli al rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il Covid affligge anche le sale da gioco, occupazione a rischio

    Rosso sempre più profondo per i giochi, travolti da un lockdown di cui per ora non si intravede la fine e i cui lavoratori sono sempre più a rischio. A confermarlo è la Cgia Mestre, che ha anticipato ad Agipronews qualche dato della ricerca sugli effetti del Covid sul settore, ormai quasi completata. “Le sale gioco sono tra gli esercizi a cui è stato imposto il più lungo periodo di chiusura: 166 giorni di sospensione dell’attività, che equivalgono a quasi metà dello scorso anno senza poter lavorare”, conferma il ricercatore Andrea Vavolo. La stima delle perdite per il comparto degli apparecchi, che da solo vale circa la metà dell’intero gioco legale, è pesantissima. “Riteniamo – aggiunge Vavolo – che l’emergenza Covid abbia determinato un calo della raccolta di slot machine e Videolotteries di almeno il 50%, pari a oltre 23 miliardi di euro, a cui è corrisposto un dimezzamento del fatturato delle imprese del settore, calato di almeno 1,7 miliardi”.

    Un vero e proprio crac, cui – sostiene la Cgia – non possono bastare i ristori previsti dal Governo nei decreti varati negli ultimi mesi. I fondi previsti a sostegno dell’economia – 29 miliardi – coprono, infatti, solo il 7% del fatturato delle aziende andato in fumo a causa della pandemia. La crisi Covid, innestata su un quadro già critico, rappresenta anche una minaccia per l’occupazione. Secondo una stima relativa al 2018, la Cgia individua circa 57 mila lavoratori che orbitano nel settore degli apparecchi, tra addetti di sala, personale delle aziende di gestione e dipendenti la cui occupazione negli esercizi pubblici (bar, tabaccherie, ecc.) dipende dalla presenza delle macchine nel locale. Posti di lavoro che la crisi sanitaria e il lungo lockdown stanno mettendo fortemente in pericolo.

  • A fine 2020 1,25 milioni le famiglie salariate dallo Stato col reddito di cittadinanza

    Aumenta il numero delle famiglie che percepiscono il Reddito o la Pensione di cittadinanza (per gli over 67): con il mese di dicembre 2020 salgono a 1,25 milioni i nuclei beneficiari, coinvolgendo in totale 2,9 milioni di persone. Il dato segna un incremento del 3,3% rispetto al mese precedente (1.249.809 beneficiari rispetto ai 1.209.381 di novembre scorso). La fotografia aggiornata arriva dall’Osservatorio statistico dell’Inps, che fa il punto anche sul Reddito di emergenza, la misura nata a maggio scorso per aiutare le famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza Covid, prevedendo un sostegno economico che va da 400 a 800 euro. In otto mesi, da maggio a dicembre scorso, sono circa 1,5 milioni le mensilità pagate, in base ai tre diversi decreti che hanno istituito e prorogato il Rem: il decreto Rilancio (per 2 mesi), il decreto Agosto che introdotto la possibilità di richiedere un’altra mensilità indipendentemente dall’averla già chiesta o meno e il decreto Ristori di ottobre che ha previsto due ulteriori mensilità per novembre e dicembre 2020.

    Col prossimo decreto Ristori 5 si vedrà se il Rem sarà eventualmente prorogato e se ci saranno altri fondi per Reddito e Pensione di cittadinanza.

    Dagli ultimi dati Inps, l’importo medio risulta di 528 euro. Solo il 15% dei nuclei percepisce un importo medio superiore a 800 euro mensili. Il Mezzogiorno, con la Campania resta in testa. Il 61% dei nuclei percettori di Reddito o Pensione di cittadinanza risiede infatti tra Sud e isole (quasi 765mila nuclei, per 1,9 milioni di persone), il 23% al Nord (291mila nuclei, 584 mila persone) e il 16% al Centro (194mila nuclei, 403mila persone). La regione con il maggior numero di famiglie beneficiarie è la Campania, con il 21% delle prestazioni erogate, seguita dalla Sicilia (18%), dal Lazio (10%), dalla Lombardia e dalla Puglia (9%): in queste 5 Regioni risiede il 67% dei nuclei che ricevono il sostegno. Quanto alla cittadinanza di chi lo richiede, nell’85% dei casi risulta erogato ad un italiano, nel 9% ad un cittadino extra-comunitario in possesso di un permesso di soggiorno, nel 5% ad un cittadino europeo ed infine nell’1% ai familiari considerando i diversi casi.

    Nel 34% dei nuclei beneficiari è presente almeno un minore e l’importo medio mensile risulta di 647 euro; mentre nel 17% dei nuclei è presente almeno un disabile e l’importo medio percepito è di 518 euro.

  • Crescono i depositi bancari, ma si teme una nuova ondata di crediti deteriorati

    Un paradossale ‘circolo vizioso’ rischia di frenare la ripresa italiana nei prossimi mesi: famiglie e imprese che se lo possono permettere stanno aumentando molto il risparmio ma questo dato, normalmente positivo, non si traduce in risorse disponibili all’investimento e deprime ancora più i consumi già in frenata a causa dei lockdown e dei timori per il futuro. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha certificato così un allarme che già da alcune settimane faceva capolino dai dati di settore: la liquidità erogata dalle banche soprattutto alle imprese, grazie anche alle garanzie statali, resta parcheggiata nei depositi e nei conti correnti. Lo ha fatto proprio alla Giornata del Risparmio, l’appuntamento organizzato dall’Acri, quest’anno tenuto in maniera solo virtuale. L’allarme è stato condiviso dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri che ha chiesto appunto di “incanalare tali risorse verso l’economia reale” e dal padrone di casa Francesco Profumo. In un telegramma anche il capo dello Stato Sergio Mattarella ha posto l’accento sulle risorse del risparmio che “se adeguatamente utilizzate, potranno contribuire a sostenere una rapida ripresa di consumi e investimenti, una volta domata la pandemia e ridotta l’incertezza sulle prospettive future. È indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia” ha ammonito il Presidente della Repubblica che ha indicato anche l’utilizzo delle risorse in arrivo dalla Ue per gli investimenti che devono essere mirati a “ridurre i divari, per un Paese che torni a offrire opportunità, per un futuro dignitoso, specie alle giovani generazioni”.

    E se da un lato le banche registrano un boom dei depositi, nei prossimi mesi dovranno fare i conti con l’inevitabile aumento dei crediti deteriorati. Al momento la situazione è ‘congelata’ grazie alle moratorie che verranno peraltro prorogate assieme alle garanzie sui prestiti oltre la scadenza di dicembre come ha assicurato Gualtieri. E però, ha ribadito Visco ripetendo quanto già detto qualche settimana fa, e anche qui in sintonia con il Mef questo deve spingere le banche a prepararsi per tempo per evitare “l’accumulo” dei crediti nei bilanci. La vigilanza è flessibile ma vuole evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2012 quando dovette intervenire a furia di ispezioni e sotto la spinta della Bce per far aumentare coperture e accantonamenti a un settore bancario non convinto.

    Il governatore non vuole “un’azione indiscriminata” ma che le banche facciano quello che è il loro dovere: “sostenere i progetti imprenditoriali meritevoli, riconoscere senza indugio le perdite derivanti da esposizioni per cui si prevede un’elevata probabilità di insolvenza, ristrutturare i prestiti dei debitori in situazione di difficoltà”. Tre eterni principi validi anche nell’attuale situazione di emergenza.

    Peraltro, in base ai dati Banca d’Italia, le rettifiche fino a ora sono state portate avanti da poche banche di grandi dimensioni e “diverse banche, sia tra quelle significative sia tra quelle meno significative, presentano tassi di copertura sui crediti in bonis molto inferiori alla media del sistema. È necessario che questi divari siano colmati” ha detto Visco.

    Se il sistema bancario ha quindi, dopo qualche iniziale lentezza, sostenuto le misure straordinarie (i prestiti sono a 100 miliardi e le moratorie a 300), lavorando “notte e festivi” compiendo “quasi miracoli” come ha rivendicato il presidente Abi Antonio Patuelli, deve ora mantenere la sua solidità. Banche in crisi o comunque in difficoltà potrebbero mettere ulteriore sabbia in una ripresa ancora incertissima. Gualtieri ha indicato quale una delle soluzioni, le aggregazioni fra banche “promosse dai mercati e basate su solidi piani industriali, che siano in grado di consentire il conseguimento di economie di scala e di diversificazione e i necessari investimenti in tecnologia e innovazione”.

  • Il Mes: il tragico “palleggio” tra il -2% ed il +11,9%

    Durante l’arco dell’intera estate tutti gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno disquisito dell’utilizzo o meno delle risorse del Mes in una tragicommedia, che vedeva coinvolta anche l’opposizione, in relazione ai tassi di interesse richiesti al servizio.

    La contrapposizione era relativa alla valutazione se il Mes comportasse dei costi superiori a quelli richiesti dal mercato nel sottoscrivere i titoli del debito pubblico italiano (*). Uno spettacolo indicato, da dotti e telegenici commentatori, come l’essenza del confronto politico che arricchisce il tessuto democratico del nostro Paese.

    Viceversa nessuno ha considerato, ieri come oggi, ma soprattutto valutato appieno le conseguenze della eccezionalità del momento legato alla prima ondata del covid-19 come alla possibilità, ora triste realtà, di una seconda sotto il profilo squisitamente gestionale ma anche strategico. Questa eccezionalità avrebbe dovuto ispirare un atteggiamento molto più pragmatico al di là della propria posizione ideologica al fine di comprendere come il Mes, proprio per la sua specifica destinazione per il SSN, potesse essere una risorsa da utilizzare in una duplice finalità. La prima sicuramente finalizzata ad attrezzare con la massima urgenza il sistema sanitario in previsione di una possibile seconda ondata, quindi aumentare il numero dei posti disponibili in terapia intensiva in un’ottica prudenziale molto più indicata di un banco con le rotelle.

    Contemporaneamente con una seconda altrettanto importante che permettesse allo stesso sistema sanitario nazionale di non tralasciare le patologie passate in secondo piano rispetto al covid 19.

    Da allora a tutt’oggi la sanità pubblica, in un momento di eccezionale gravità e difficoltà, non ha ottenuto nessuna risorsa aggiuntiva extrabilancio che il Mes avrebbe invece assicurato. In questo senso, infatti, si ricorda come solo Veneto, Friuli-Venezia e Valle d’Aosta abbiano aumentato la capacità delle terapie intensive.

    Gli effetti di tale disastroso e vergognoso attendismo del governo centrale e di buona parte delle Regioni vengono espressi dal singolo dato riportato nel titolo. Questo da solo pone la maggioranza, come l’intero quadro politico, di fronte alle proprie responsabilità che dovrebbe portare ad un cambiamento di passo nella gestione della sanità pubblica. Come conseguenza diretta di una struttura sanitaria di fronte ad una seconda ondata dei contagi risultano aumentate dell’11,9% le morti da tumore al colon legate al ritardo nella diagnosi. Quindi, invece di utilizzare le risorse disponibili che il Mes avrebbe reso disponibili immediatamente in previsione di una possibile seconda ondata ma anche per non rendere di una secondaria importanza le altre patologie mortali, l’aumento di oltre il 11,9% di questa tipologia di decessi rappresenta il Vergognoso risultato di questo attendismo attribuibile all’intera classe politica nella sua complessità. A causa di manieristiche disquisizioni tra differenze decimali di interesse si è verificata una crescita dell’11,9% di maggiori decessi per ritardi nelle diagnosi.

    La responsabilità di questi decessi va interamente attribuita al miserabile gioco politico che rappresenta un costo insostenibile per la cittadinanza.

    Quando per una classe politica dirigente risultano prioritarie le differenza decimali relative ad un finanziamento esclusivo ed immediato per il SSN e che rappresenta meno del 2% dell’ammontare dell’intero debito pubblico risulta, come logica conseguenza, che il quadro istituzionale ed economico siano destinati ad implodere.

     

  • La Bce spinge per arrivare all’‘euro-bitcoin’

    La People’s Bank of China guida la corsa, la Bce insegue e la Fed avanza con cautela. Procede in ordine sparso la corsa delle banche centrali verso la creazione della valuta digitale: ma il tema entra di prepotenza nel dibattito fra i banchieri centrali. Proprio alle valute digitali il Fondo monetario internazionale ha dedicato una sessione di lavori su “Cross-Border Payments and Digital Currencies”. Con un panel in cui è intervenuto il presidente della Fed Jerome Powell. La Fed – ha spiegato Powell – sta valutando i benefici di una valuta digitale ma non ha ancora deciso.  “E’ una delle aree in cui per gli Stati Uniti è più importante fare bene che arrivare per primi”, ha detto Powell riferendosi all’ipotesi da molti già chiamata Fedcoin.

    L’azione delle banche centrali sul tema della valuta digitale di banca centrale – vera e propria creazione di moneta fatta a fronte di depositi – nasce proprio per la preoccupazione per le criptovalute: tanto più, come nel caso di Libra, le ‘stablecoin’ di Facebook, quelle che assicurerebbero protezione dalle maxi-fluttuazioni di bitcoin e simili ancorandosi a un paniere di valute tradizionali. Il Financial Stability Board, l’organismo che mette insieme i banchieri centrali e le autorità di regolamentazione finanziaria del G20, giusto una settimana fa ha avvertito dei rischi per la stabilità finanziaria, dandosi come obiettivo una maggior regolamentazione.

    Ma l’innovazione corre più veloce delle regole. E così le banche centrali valutano di entrare loro stesse nel gioco. Lo sta facendo la Cina. E se la Fed è cauta, la Bce accelera, con un progetto sperimentale in corso, una consultazione pubblica e una decisione finale sull’euro digitale già a metà 2021. C’è la sfida del mondo ‘crypto’, c’è Libra e una tale espansione dei pagamenti elettronici da mettere a rischio il controllo dell’offerta di moneta, la stabilità finanziaria, e persino il concetto di ‘sovranità digitale’ caro all’Ue. Ma, come emerge dalle parole stesse della presidente della Bce Christine Lagarde, c’è di più: si tratta di rendere “la nostra valuta adatta all’era digitale. Quando vediamo quanto velocemente si stanno diffondendo i pagamenti digitale, specie fra i giovani, è importante venire incontro a questa domanda”. E ancora, col digitale si “rafforza il ruolo internazionale dell’euro”. Fra le righe, si capisce che in gioco c’è la domanda globale, nei prossimi decenni, per la valuta, come riserva di valore, ma anche come unità di conto per i pagamenti digitali. Assicurarsela vuol dire garantirsi la propria fetta di ‘privilegio esorbitante’ dato dall’avere investitori desiderosi di detenere titoli in euro in ogni parte del mondo.

  • L’illusione di un pasto gratis

    Uno degli argomenti che contrappone le diverse visioni politiche ed economiche espresse nel Parlamento è relativo all’utilizzo del Mes, a maggior ragione ora che i titoli del debito pubblico presentano un rendimento negativo come logica espressione di una fortissima politica monetaria espansiva della Bce.

    Nessuno, tuttavia, sembra in grado di cogliere i costi di questa politica monetaria espansiva, in particolare gli schieramenti politici con i propri economisti i quali addirittura chiedono, o meglio pretenderebbero, delle emissione di titoli del nostro debito senza limiti, a maggior ragione adesso, con tassi negativi.

    Un debito pubblico, come i suoi costi complessivi del servizio, per sua stessa natura ricade sulle generazioni future. La storia italiana dimostra come per tutte le emissioni di debito pubblico nessuno dei responsabili governativi risulti chiamato a risponderne.

    Rispetto, quindi, alla vita quotidiana dei cittadini italiani la classe politica vive in una sorta di assoluta irresponsabilità relativamente agli effetti delle proprie scelte politiche ed economiche.

    Viceversa, un atteggiamento prudenziale, in particolar modo in un periodo di grande incertezza come quello attuale, dovrebbe riportare entrambe le visioni economiche ad una maggiore consapevolezza e responsabilità in relazione al nuovo debito sia sotto forma di Mes che di nuove emissioni di titoli del debito stesso, anche se a tassi negativi.

    Sembra sfuggire incredibilmente ad entrambi gli schieramenti il costo reale per i contribuenti rappresentato dalla “depatrimonializzazione nel risparmio privato” (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    Ancora oggi buona parte degli schieramenti politici si illude che un debito negativo non abbia costi ma solo vantaggi invitando di conseguenza ad una proliferazione di emissioni di titoli del debito italiano.

    All’interno di un ciclo economico con tassi negativi che avvantaggia la spesa pubblica contemporaneamente il loro peso (ed in forma positiva quindi come un costo) viene trasferito ed assume forma e peso attraverso la depatrimonializzazione del risparmio il cui peso grava sulle spalle dei contribuenti, soprattutto per i risparmiatori.

    Una ulteriore insostenibile forma di irresponsabilità della politica la quale si aggiunge al debito odierno con effetti per il futuro in forma di costi immediati del servizio allo stesso ma scaricati sul risparmio privato.

    Non capirlo è grave ed indice di una superficialità imbarazzante perché potrebbe contribuire alla illusione di un debito a costo negativo come la Panacea per ogni problema.

    Sembra incredibile come nessuno abbia ancora compreso il valore del principio che in economia “Nessun pasto è gratis…” di Milton Friedman.

    Non conoscere, o peggio, ignorare le conseguenze a medio e lungo termine di queste politiche monetarie espansive rappresenta un’altra forma del nostro declino culturale.

    Inserire nuova liquidità in un sistema che la disperde, tanto da non essere neppure in grado di utilizzarla, come dimostrano i 20 miliardi da 10 mesi bloccati ed inutilizzati nel fondo infrastrutturale, non produce alcun effetto anticiclico.

    La politica monetaria espansiva nel nostro Paese, quindi, con la irresponsabile emissione di ulteriore debito pubblico senza alcuna ricalibratura della spesa pubblica produrrà come uno unico effetto scaricare i vantaggi dei tassi negativi per lo Stato in forma di costi aggiuntivi per i risparmiatori.

  • Ancora il mito dell’avanzo primario…Mala tempora currunt

    E’ evidente ed accettato da tutti come la straordinaria e drammatica situazione economica legata alla crisi da covid-19 presenti degli aspetti macroeconomici e finanziari di sostenibilità dei paesi preoccupanti, in particolare nel medio e lungo termine. Altrettanto chiaro risulta come nell’immediato lo Stato debba farsi carico degli effetti economici devastanti ma, con la medesima attenzione ed apprensione, dovrebbe ragionare sulle strategie di uscita da questa situazione.

    Nella difficile opera di ricerca dovrebbero, e ripeto, dovrebbero trovare spazio anche i contributi delle maggiori autorità economiche e finanziarie nel suggerire le priorità economiche da seguire. In questo senso però risulta molto imbarazzante l’intervento del presidente della Banca d’Italia Visco il quale, convenendo con l’insostenibilità finanziaria di una politica di semplice ricorso al debito, individua nell’avanzo primario del 1,5% la via per ridurre il debito e fornire nuovo ossigeno alla nostra economia.

    In questo senso si ricorda al presente alla Banca d’Italia, che rappresenta la massima autorità economica e finanziaria italiana, come l’Italia abbia un avanzo di bilancio da più anni e nonostante questo il debito sia sempre aumentato ad una velocità doppia rispetto al PIL. Si aggiunga inoltre come il governo Monti abbia istituzionalizzato con una legge ordinaria il raggiungimento dell’avanzo primario. In altre parole, il percorso indicato per uscire da questa situazione di disequilibrio economico e finanziario viene indicato in un fattore già presente nei bilanci pre-covid che ci avevano portato al raggiungimento del rapporto debito pubblico/PIL ad oltre il 135%. Dimenticando, quindi, oppure ancora peggio, omettendo, la responsabilità che le stesse autorità economiche, assieme alle diverse compagini governative succedutesi dal 2011 ad oggi alla guida del Paese, hanno nei confronti dell’esplosione del debito pubblico come diretta conseguenza della crescita della spesa pubblica.

    Risultati devastanti di scelte di politica economica e di spesa pubblica finalizzate solo ed esclusivamente al conseguimento del consenso elettorale in più con la silenziosa complicità della Banca d’Italia. La politica ha aumentato, dal 2015 in poi, la spesa pubblica sempre a debito per gli 80 euro assieme al più recente reddito di cittadinanza, agli sgravi fiscali per le imprese del meridione (che penalizza il cuore industriale italiano al nord), al reddito di cittadinanza, per non dimenticare quota 100. Tutti assieme rappresentano solo le maggiori e macroscopiche scelte dei governi di diverso orientamento politico che però hanno sempre solo ed esclusivamente utilizzato la spesa pubblica inseguendo chimere di maggiore occupazione o maggiore benessere attraverso l’utilizzo del debito.

    A sostegno della tesi del presidente Visco si aggiunge quella del Fondo Monetario Internazionale, da sempre seminatore di ovvietà, il quale individua nella maggiore spesa pubblica la via alla spesa per la ripresa economica. Anche in questo caso la memoria è un fattore assolutamente sottovalutato in quanto l’Italia fino al 2019 ha registrato una esplosione della spesa pubblica ad una velocità doppia rispetto al Pil cresciuto solo ed esclusivamente grazie al traino dell’export.

    Il nostro Paese sta assistendo nell’ultimo decennio ad una metamorfosi delle autorità economiche le quali da espressione di articolate competenza specifiche subiscono una kafkiana metamorfosi verso una nuova forma di sintesi di riconoscenza nei confronti del mondo politico da cui ormai dipendono rivelando al tempo stesso come ormai sia superata la divisione tra tecnici e politici che invece assicurerebbe visioni perlomeno intellettualmente oneste se non preparate.

    Se queste sono le maggiori autorità economiche italiane ed internazionali…Mala tempora currunt per il nostro Paese.

    P.S. in relazione al tema   si ripropone una visione assolutamente personale: https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-politica-monetaria-lillusione-di-bce-progressisti-e-sovranisti/

  • Cinque banche globali corrotte

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi il 3 ottobre 2020

    Il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (Icij) è al centro dell’attenzione dei media perché è entrato in possesso di 2.500 pagine di segnalazioni di attività sospette (Sar) riguardanti le banche. Trattasi di documenti riportati, tra il 1999 e il 2017, alla FinCEN, Financial Crimes Enforcement Network del Departimento del Tesoro americano che li ha resi parzialmente pubblici. La FinCEN è l’agenzia governativa con il compito di combattere il riciclaggio di denaro.

    Sono gli stessi giornalisti che nel 2016 hanno pubblicato i cosiddetti Panama Papers, e hanno fatto emergere lo scandalo di vaste attività relative a evasioni fiscali e al riciclaggio dei soldi sporchi con il coinvolgimento di grossi personaggi e di banche internazionali.

    Adesso, emergerebbe, ancora una volta, una vastissima rete di traffici illegali e di movimenti di denaro riciclato per il traffico di droga e di armi e per evitare controlli e tasse attraverso società fittizie e finanche per il finanziamento del terrorismo.

    C’è di tutto e di più: coinvolgimento di discussi personaggi russi e ucraini, pericolose operazioni in Venezuela e in Malesia, finanche alcune operazioni per conto di Paul Manafort, l’ex manager della campagna elettorale di Donald Trump, attualmente in carcere per frode fiscale e bancaria. Sono tutte segnalazioni che, comunque, sarebbero dovuto essere indagate per arrivare a eventuali condanne.

    I documenti identificano le responsabilità di cinque banche globali: due americane, la JP Morgan, prima banca Usa, e la Bank of New York Mellon, due inglesi, la Hsbc, Hong Kong Shanghai Bank Corporation, la maggiore banca europea, e la Standard Chartered Bank e la tedesca Deutsche Bank. Le transazioni sospette di riciclaggio e per altre attività illegali ammonterebbero a oltre 2.000 miliardi di dollari!

    Sembra un ammontare stratosferico ma i file resi pubblici rappresenterebbero meno dello 0,02% degli oltre 12 milioni di attività sospette che le differenti istituzioni finanziarie hanno riportato alla FinCEN nel periodo 2011-17. Sono molti gli aspetti inquietanti in questa scandalosa storia. Vorremmo evidenziarne due che, secondo noi, meriterebbero una particolare attenzione.

    In primo luogo c’è il ruolo della Deutsche Bank che, secondo i documenti, deterrebbe il peggior primato con ben 1.300 miliardi di dollari in transazioni sospette. È la seconda volta che la banca tedesca scala la piramide negativa: lo aveva già fatto quando è diventata il numero uno al mondo per i derivati finanziari over the counter, noti strumenti speculativi sempre più aleatori e di difficile, complicata e rischiosa gestione.

    La stampa tedesca torna a chiedersi cosa stia realmente succedendo da molti anni in questa banca che porta il nome della Germania nel suo logo. Anche secondo noi i continui riferimenti ai coinvolgimenti della DB in operazioni di vario tipo sono motivo d’imbarazzo e di vergogna per l’intera Europa, non solo per la Germania. Ci si chiede come sia possibile che, anno dopo anno e scandalo dopo scandalo, le autorità tedesche e quelle europee non siano ancora riuscite a costringere la banca a ripulire veramente i suoi comportamenti e tornare a essere una delle maggiori banche promotrici di grandi progetti industriali e di sviluppo reale, come ai tempi del presidente Alfred Herrhuasen, prima che fosse ucciso dai terroristi.

    Il secondo aspetto riguarda i comportamenti assai discutibili delle banche coinvolte. Da anni, nonostante fossero state pesantemente accusate, condannate e sanzionate dalle autorità di controllo, quasi sempre americane, esse hanno continuato indisturbate a fornire i propri servizi per operazioni sporche, illegali e di riciclaggio. Gli esempi non mancano.

    Secondo le analisi pubblicate, nel 2012 la ‘HSBC, per bloccare il procedimento criminale, ammise di aver riciclato 881 milioni di dollari per un cartello della droga latino-americano e pagò un’ammenda di 1,9 milioni. Le accuse sarebbero state cancellate definitivamente qualora la banca avesse dimostrato di partecipare alla lotta contro il riciclaggio nei successivi cinque anni. I file dell’Agenzia americana proverebbero invece che l’Hsbc, violando il patteggiamento, non solo ha continuato nelle operazioni di riciclaggio di soldi sporchi ma sarebbe stata implicata in una grande «piramide finanziaria» che coinvolgeva parecchi paesi.

    Lo stesso sarebbe avvenuto con la Standard Chartered, accusata di aver favorito transazioni finanziare verso gli Usa da parte di clienti dell’Arab Bank legati alle reti terroristiche. Sebbene multata per 670 milioni di dollari, avrebbe continuato con simili operazioni anche durante il «periodo di buona condotta».

    Anche le altre banche menzionate, compresa la Deutsche Bank, hanno mantenuto lo stesso comportamento. Accusate di attività illecite hanno pagato le multe per bloccare le sanzioni penali continuando imperterrite a operare as usual. Certo è molto conveniente pagare la multa di 1 dollaro per 100 incassati illegalmente.

    Ma, in merito, il controllo dei governi e delle agenzie preposte è indipendente e davvero stringente? Poiché la pandemia sta mettendo a soqquadro tutti i sistemi, economici, sociali e sanitari, non si capisce perché la grande finanza resti intoccabile.

    Naturalmente le banche hanno spesso dichiarato di non conoscere l’identità dei correntisti finali. È singolare che oltre il 20% dei rapporti inviati alla FinCEN abbia un cliente con un indirizzo presso le Virgin Islands britanniche, uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo.

    In conclusione, si ricordi che anche per l’Unodc, l’Ufficio dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, non meno di 2.400 miliardi di dollari di denaro illecito sarebbero riciclati ogni anno. Sono dati sconvolgenti.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La politica monetaria: l’illusione di Bce, progressisti e sovranisti

    Dal 2015 la BCE ha adottato una politica monetaria fortemente espansiva attraverso il quantitative easing. Fino al 2019 e all’inizio del 2020 pre- covid l’inflazione media europea è risultata al di sotto del 2%, dato che viene indicato come l’indicatore di progresso e sviluppo economico.

    Dall’avvento della crisi mondiale legata alla pandemia la Bce insiste, attraverso una politica monetaria espansiva, con l’obiettivo di raggiungere la crescita dell’inflazione al 2% ma non avendo ancora realizzato come la politica monetaria all’interno di un mercato globale abbia perso parte, se non tutta, della propria efficacia.

    L’innovazione tecnologica permette infatti di ridurre i costi di intermediazione in qualsiasi settore industriale compreso soprattutto quello dei servizi anche finanziari.

    Con scenari internazionali certamente non rosei da anni, ad esclusione delle due macroaree degli Stati Uniti e della Cina, e con la possibilità di accedere a prodotti e a servizi espressione di sistemi economici con costi del lavoro risibili rispetto ai nostri risulta evidente come il settore economico continentale, soprattutto con una situazione di stagnazione, potrà sperare in una crescita dei prezzi espressione di una domanda marginale in crescita.

    La possibilità di reperire attraverso l’innovazione tecnologica beni (di consumo o intermedi) e servizi da ogni parte del mondo, espressione del mercato concorrenziale, determina di per sé una tendenza alla riduzione dei costi ma anche conseguentemente dei prezzi e quindi dei fatturati con un conseguente peggioramento del rapporto debito PIL. Perché, va ricordato, come sostanzialmente la ricerca di un maggiore tasso di inflazione da parte della BCE nasce proprio dalla speranza di riequilibrare il rapporto debito/PIL attraverso l’incremento nominale legato all’inflazione.

    Di conseguenza, se la politica monetaria rappresenta un’arma priva di effetti sarebbe interessante individuare quali potrebbero rimanere gli altri fattori importanti per ridare allo scenario economico una prospettiva di crescita, italiana in particolare.

    Sostanzialmente, più della politica monetaria la spesa pubblica, cioè la sua qualità unita alla pressione fiscale rappresentano i due fattori che possono maggiormente incidere sulla crescita economica e, di conseguenza, occupazionale. Spesa pubblica e pressione fiscale rappresentano i due fattori di maggiore potere da parte della classe politica e che non verranno mai ridotti in quanto ciò comporterebbe una sua riduzione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Questo ovviamente avviene in Italia in quanto in Germania e in Francia si assiste ad una scelta di ridurre, parzialmente e temporaneamente, la pressione fiscale sia a carico delle imprese (riduzione Imu per gli immobili strumentale) che sui beni di consumo (riduzione Iva).

    In altre parole, la classe politica si dimostra convinta ancora, e vale sia per la corrente “progressista” che “sovranista” (che invita ad un ritorno alla lira), che la politica monetaria abbia degli effetti sostanziali nelle politiche di sviluppo economico.

    L’illusione monetaria riunisce sotto lo stesso tetto i sostenitori del mercato globale senza alcuna barriera o protezione per i prodotti espressione del know-how nazionale con i sovranisti che vedono nel ritorno alla lira il volano per aumentare le esportazioni assieme alle autorità monetarie (Bce) che vedrebbero così riconfermata la propria funzione. Quando invece solo un radicale intervento sulla qualità della spesa pubblica e sulla pressione fiscale rappresentano gli unici due fattori che possano realmente creare le condizioni per una crescita. Entrambi, però, ridurrebbero il peso della compagine politica nella sua totalità ma comunque responsabile di questa situazione e che ancora spera, attraverso la politica monetaria, di accrescere o quantomeno mantenere la propria centralità e il proprio potere.

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