soldi

  • Bruxelles prolunga la liquidazione ordinata delle piccole banche italiane

    La Commissione Ue ha approvato il prolungamento del regime italiano per la liquidazione ordinata delle piccole banche fino al 20 novembre. Lo ha indicato Bruxelles in una nota. Si tratta degli istituti diversi dalle cooperative con asset totali inferiori a 5 miliardi. Lo schema era stato approvato a novembre 2020 per un anno. Bruxelles indica che non è mai stato usato e che facilita il lavoro quando le autorità nazionali competenti giudicano in dissesto una banca ammissibile al regime, hanno concluso che la risoluzione della banca non è nell’interesse pubblico e, di conseguenza, pongono la banca in liquidazione coatta amministrativa. Il regime consente allo Stato italiano di sostenere la vendita di attività e passività di una banca fallita ad un’altra banca.

    Secondo il regime prolungato, l’acquirente sarà selezionato sulla base di una procedura di gara competitiva e dovrebbe integrare in modo fattibile le attività acquisite entro un anno. Gli azionisti e i creditori subordinati delle banche fallite dovranno contribuire a coprire le perdite, contribuendo così a ridurre al minimo la necessità di aiuti. La Commissione ha riscontrato che la misura italiana ‘è in linea con le condizioni stabilite nella comunicazione bancaria del 2013 per i regimi di liquidazione ordinata delle piccole banche, ad eccezione della soglia di bilancio di 3 miliardi di euro’. In questo senso, lo schema italiano continuerà ad essere disponibile per le piccole banche (diverse dalle cooperative) con un totale attivo inferiore a 5 miliardi di euro. A tale riguardo, date le circostanze eccezionali in corso legate all’epidemia di coronavirus e le salvaguardie contro indebite distorsioni della concorrenza che l’Italia ha incluso nel regime, la Commissione continuerà ad accettare la soglia più elevata di 5 miliardi. Tale soglia è temporaneamente applicata anche in schemi simili con tutele simili a quelle attuate dall’Italia (il regime polacco di risoluzione per le banche cooperative e le piccole banche commerciali).

  • L’ultima cena

    Finalmente prende forma dopo tanti annunci ed anticipazioni la prima legge finanziaria del governo Draghi.

    Amaramente emerge come nella sostanza nulla sia cambiato nella articolazione dei capitolati di spesa dalle precedenti “leggi finanziarie”degli ultimi vent’anni  e soprattutto dalle due ultime, pessime espressioni dei  peggiori governi della storia della repubblica italiana dal dopoguerra ad oggi: i  governi Conte 1 e 2 appoggiati da due maggioranze diverse ma alle quali va attribuita comunque ogni responsabilità  (Conte 1 con 5 Stelle e Lega e Conte 2 con 5 Stelle e Pd).

    Sostanzialmente non si trova alcun effetto reale e distintivo nella attuale legge del governo Draghi se si pensa alla disponibilità aggiuntiva dei  finanziamenti dell’Ue: infatti si continua anche nella attuale legge di bilancio con il  bonus fiscale per le ristrutturazioni edilizie, introdotto dal governo Conte 2  (5 Stelle e Pd), il cui effetto si può quantificare a tutt’oggi in  un costo aggiuntivo per lo Stato di oltre 13 miliardi ed una percentuale di beneficiari pari allo 0,8% di condomini e lo 0,5% per le case unifamiliari.

    Definire questo rapporto costi/benefici fallimentare rappresenta certamente un eufemismo oltre che un insulto ad una oculata gestione delle  finanze del Paese. Basti pensare come lo stesso bonus assorba un miliardo in più di quanto, invece, viene destinato alla riduzione della pressione fiscale il cui beneficio va spalmato per gli  oltre quarantuno (41,5 per l’esattezza) di contribuenti.

    Paradossale, in più, come in calce a questa “riduzione della pressione fiscale” venga tolto il limite alle aliquote addizionali applicate dagli enti locali quasi a coprire i minori trasferimenti fiscali dal centro alla periferia del Paese.

    Contemporaneamente il governo Draghi ha destinato oltre cinquanta-sessannta (50/60)miliardi per la riqualificazione urbana, “decisamente una delle priorità in questo momento della cittadinanza italiana”,  le cui condizioni di estrema precarietà sembrano sfuggire all’intera compagine governativa. Non passa giorno, infatti, in cui sindaci raggianti e di ogni orientamento politico assieme ai partiti delle maggioranze di ogni colore non presentino progetti grazie alle risorse europee e non perdano occasione per manifestare il proprio entusiasmo per queste risorse a “babbo morto”.

    In questo desolante scenario dipinto dalle priorità del governo in carica sarebbe veramente opportuno in primo luogo ricordare al presidente Draghi come alla imbarazzante compagine ministeriale ed alla stessa maggioranza parlamentare come le risorse SIANO  quasi interamente a debito ed in quanto tali dovrebbero venire utilizzate per finanziare e realizzare infrastrutture fisiche e digitali e contestualmente finalizzate a favorire adeguamenti tecnologici in grado di trasformarsi in fattori competitivi capaci di esprimere un delta + di crescita del Pil in grado di sostenere il costo del servizio al debito aggiuntivo ed il suo pagamento successivo.

    Tornando, quindi, alle scarne cifre la somma complessiva di queste due voci (bonus edilizio e rigenerazione urbana) porta alla cifra astronomica di 63/73 miliardi. In  considerazione, tuttavia, dei risibili vantaggi della riduzione fiscale relativa alle aliquote Irpef, espressione di una dotazione finanziaria irrisoria calcolabile  in poche decine di euro al mese per i lavoratori, la cifra a disposizione diventerebbe di ottantacinque (85) miliardi (*).  Una somma enorme se venisse utilizzata per ridurre il carico fiscale sui consumi e quindi accise sui carburanti (82% delle merci viaggia su gomma) con un effetto calmierante anche sull’inflazione, abbassando l’Iva (**) e contribuendo cosi, a parità di retribuzioni, ad aumentare il potere di acquisto e quindi i consumi e conseguentemente la crescita economica la quale, per essere sostanziale, NON può essere basata sulla ottima vocazione delle imprese “export oriented” tralasciando ancora una volta un minimo sostegno alla domanda interna.

    In fondo questa, invece di rappresentare una legge finanziaria innovativa in relazione al momento drammatico pandemico ed alla figura di Mario Draghi è mestamente uguale a tutte le ultime manovre finanziarie degli ultimi vent’anni che hanno portato il nostro Paese ad essere l’unico in Europa a diminuire le retribuzioni la cui forbice rispetto alla Germania si attesta a -37,4%  https://www.ilpattosociale.it/attualita/che-altro-aggiungere/ .

    Amaramente, invece, ancora una volta la straordinarietà unita alla drammaticità di un biennio pandemico  disastroso non hanno prodotto alcun nuovo protocollo di spesa  e, come nella buona tradizione governativa italiana, vengono trasformati anche i fondi europei destinati al PNRR nell’ennesima grande abbuffata di spesa pubblica da consumarsi  durante l’ultima cena alla quale solo governo e partiti risultano invitati.

    (*) Per pura carità di patria si omette di inserire le quote di risorse destinate alla “transizione ecologica” per motivi di spazio certo ma non  per la minore entità della distrazione di fondi.

    (**) La prima decisione del governo Merkel per arginare gli effetti devastanti per la congiuntura legata alla diffusione del covid nel 2020.

  • Considerazioni

    Dal 20 maggio al 17 ottobre 2021 sono stati riscontrati innumerevoli casi di persone che hanno ricevuto il reddito di cittadinanza non avendone diritto perché possessori di ingenti patrimoni, avviate attività o perché non residenti in Italia o noti affiliati ad organizzazioni criminali, solo per fare alcuni esempi. Per colpa loro, e per colpa della mancanza di quei controlli che avrebbero dovuto essere fatti prima di assegnare il reddito di cittadinanza, lo Stato, e cioè noi, ha perso, solo in quei mesi, 20 milioni di euro! Milioni che non saranno mai risarciti. La domanda che poniamo, mentre in questi giorni si è tanto discusso, governo e partiti politici, proprio del reddito di cittadinanza come si intenda procedere da ora in avanti affinché, prima di continuare ad elargire il reddito, si facciano quei controlli che fino ad ora sono mancati.

  • I parassiti del reddito di cittadinanza intascano 127 milioni

    I finti poveri che hanno percepito il reddito di cittadinanza indebitamente hanno sottratto alle casse dello Stato un ammontare pari a 217 milioni di euro, di cui 127 milioni indebitamenti percepiti, 90 milioni richiesti ma non ancora riscossi. Le cifre emergono dall’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, rivelato dal Corriere della Sera, sul periodo da gennaio 2020 a settembre 2021 che segnala tra i percettori del reddito di cittadinanza anche proprietari di ville, auto di lusso, oppure evasori totali, appartenenti ad associazioni criminali e mafiose fino a stranieri non in possesso dei requisiti di residenza. Come conferma il generale Giuseppe Arbore, capo del Reparto che dispone e coordina le verifiche, «la platea già rilevante dei soggetti destinatari di risorse pubbliche è aumentata enormemente con il Reddito di cittadinanza e si è ulteriormente accresciuta con le misure previste dai decreti “Sostegni” e “Ristori”. Non sono furberie, ma un gravissimo danno economico e sociale» scrive il Corsera. A Reggio Calabria tra le 300 persone denunciate per aver percepito indebitamente il reddito figurano “ndranghetisti, già gravati da pesanti condanne passate in giudicato per associazione per delinquere di stampo mafioso”. A Palermo su 1.400 percettori abusivi che hanno sottratto 1,200 milioni di euro allo Stato 145 hanno precedenti condanne per mafia. Idem a Napoli con 120 denunciati per 1,2 milioni percepiti illecitamente. Ed era proprio la criminalità ad aver gestito le «1.532 domande presentate nel 2020 da stranieri abitanti a Genova, ma privi dei requisiti necessari» che sono riusciti a guadagnare 3,5 milioni di euro si legge nel rapporto della Guardia di Finanza su sprechi e truffe nella spesa pubblica. In totale sono stati sottratti 15 miliardi di euro e il danno erariale causato dai dipendenti della pubblica amministrazione ammonta a 8 miliardi di euro. Da gennaio 2020 al 30 settembre 2021 ci sono stati 65.600 controlli e 12 mila fascicoli aperti per delega dei magistrati penali, circa 1.700 per la Corte dei conti.

    Nell’area di Lecco 70 persone sospettate di aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza per un valore complessivo di 500 mila euro. Per questo 70 persone sono state denunciate dalla Guardia di Finanza di Lecco che, sotto la direzione della Procura locale e in collaborazione con l’Inps, ha provveduto immediatamente a revocare l’erogazione del contributo ai beneficiari che non ne avevano diritto. Secondo la ricostruzione delle Fiamme Gialle, titolari delle indagini dirette dalla procura lecchese, dei 70 soggetti individuati, 37 sono di origine extracomunitaria, 30 non hanno il requisito della residenza, 12 hanno una interdizione perpetua dai pubblici uffici, 8 non hanno comunicato di avere un familiare convivente in stato di detenzione, alcuni non hanno indicato tutti i redditi percepiti o vincite a giochi online o il possesso di immobili e auto di lusso, mentre altri sono stati individuati mentre lavoravano in “nero”. Inoltre è stato scoperto anche il caso di una persona colpita da interdizione perpetua dai pubblici uffici in quanto condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso.

  • Chi paga l’inflazione

    Alla fine l’inflazione esogena* è arrivata con grande e malcelata soddisfazione da parte della classe politica e dirigente italiana. Di per se l’inflazione può divenire un indicatore di situazioni diverse tra loro. Un valore, infatti, attorno al +2-3% può esprimere un paese in crescita economia, quindi sintesi contemporanea di aumenti del Pil e dei consumi, e rappresenta un valore positivo certificando una crescita complessiva, non solo legata all’export.

    La medesima crescita del +2-3% di inflazione, ma in questo caso importazione, quindi legata l’andamento dei prezzi delle materie prime, dovrebbe indurre il governo in carica a tamponarne gli effetti attraverso un reale alleggerimento fiscale sia per l’utenza privata che per le imprese con l’obiettivo di evitare di deprimere consumi e crescita economica.

    L’aumento, Infatti, del solo valore nominale dei prodotti manifatturieri (come sintesi finale dell’impennata dei prezzi delle materie prime e di quelle energetiche a monte della filiera) e dei servizi migliora nel breve termine il rapporto con il debito pubblico. Non va in dimenticato, infatti, come il debito pubblico, indipendentemente dal contesto, continui la propria esplosione avendo raggiunto quota 2.727 miliardi di euro anche per effetto dei primi finanziamenti europei legati all’attuazione del PNRR. La previsione legata agli effetti dell’aumento dell’inflazione risulta quindi quella di passare, nel rapporto tra debito pubblico e PIL, da un recente 160% al 158/155% nel breve periodo.

    Da parecchi giorni, a dimostrazione di quanto detto, si nota come una parte degli esponenti del governo, spalleggiato da servili quotidiani, parli impropriamente di una “discesa del debito pubblico”, quando invece è in discesa il solo rapporto con il Pil.

    Dopo stagioni di crescita zero dei prezzi fino alla soglia della deflazione, “finalmente” la tanto agognata inflazione permette allo storytelling governativo di “testimoniare” l’esito positivo delle strategie governative e il proprio entusiasmo vantando una “riduzione” del debito pubblico quando invece si ottiene la riduzione del rapporto del debito sul PIL, in buona parte legata all’avvio dell’inflazione (3%)**.

    Ovviamente questo incremento del tasso di inflazione verrà interamente pagato dai cittadini in quanto a margine di una minima riduzione dell’incremento delle bollette elettriche e del gas attraverso una manovra fiscale rimangono assolutamente escluse da questi benefici fiscali ovviamente le medie e grandi imprese e quindi viene drasticamente ridotta la loro competitività. Ed ovviamente non si pensa assolutamente di ridurre le accise sui carburanti (scelta invece operata dal governo tedesco).

    In questo contesto una manovra fiscale con la riduzione del carico fiscale sull’utenza rappresenterebbe l’unico modo per mantenere invariato il potere d’acquisto.

    L’inflazione, infatti, rappresenta la perdita di potere d’acquisto e, di conseguenza, la possibilità di avere un incremento dei consumi il quale unito ad una crescita del PIL rappresenta l’unica forma di crescita economica.

    Uno scenario ancora molto lontano da quello raccontato dal ministro Brunetta il quale inneggia ad un nuovo boom economico semplicemente legato ad un aumento della produzione industriale (+7%???) e comunque già in discesa a settembre (-0,5%) il cui valore comunque è espressione della splendida versione export-oriented della manifattura italiana ma non certo una crescita sostanziale e complessiva del Paese.

    Alla fine come sempre, ancora una volta, i costi del maggior debito (2.727) verranno scaricati, anche attraverso l’artificio contabile che l’inflazione permette, interamente sui cittadini italiani con una sostanziale riduzione del loro potere di acquisto.

    Francamente, invece di incontrare Greta Thunberg, sarebbe molto meglio preoccuparsi degli effetti devastanti sul reddito disponibile che l’inflazione al 3% determinerà.

    (*) malefica perché di importazione e non espressione di una crescita economia e dei consumi

    (**) un maquillage contabile agognato anche dal ministro Padoan e v.ministro Calenda da sempre favorevoli all’aumento dell’Iva nei governi Renzi e Gentiloni

  • REACT-EU: 4,7 miliardi di euro per sostenere l’occupazione, le competenze e le persone più bisognose in Italia

    La Commissione ha concesso 4,7 miliardi di € all’Italia a titolo di REACT-EU per sostenere la risposta del paese alla crisi del coronavirus e contribuire a una ripresa socioeconomica sostenibile.

    Il nuovo finanziamento è il risultato della modifica di due programmi operativi del Fondo sociale europeo (FSE) e del Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD). Il programma nazionale FSE dell’Italia dedicato alle “Politiche attive per l’occupazione” riceverà 4,5 miliardi di euro per sostenere l’occupazione nelle zone più colpite dalla pandemia. I fondi supplementari contribuiranno ad aumentare le assunzioni di giovani e donne, consentiranno ai lavoratori di partecipare alla formazione e sosterranno servizi su misura per le persone in cerca di lavoro. Contribuiranno inoltre a proteggere i posti di lavoro nelle piccole imprese delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

    In particolare:

    1. per sostenere l’occupazione l’Italia utilizzerà 2,7 miliardi di euro per ridurre del 30% le imposte versate dai datori di lavoro sui contributi previdenziali. Le piccole imprese delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna beneficeranno di tale riduzione se il lavoratore conserverà l’occupazione per almeno nove mesi dopo il periodo per il quale è richiesta l’agevolazione;
    2. per promuovere l’occupazione giovanile l’Italia investirà 200 milioni di euro per ridurre i contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro che, nel 2021 e nel 2022, assumeranno persone di età inferiore ai 36 anni con contratti a tempo indeterminato. È compresa la conversione dei contratti a tempo determinato. Un importo supplementare di 37,5 milioni di euro sarà utilizzato per sostenere i datori di lavoro che assumono donne e si tratterà anche in questo caso di un sostegno che ridurrà i contributi previdenziali;
    3. il “Fondo nuove competenze” riceverà un sostegno pari a 1 miliardo di euro; tale iniziativa associa la necessità di ridurre le conseguenze dell’emergenza del coronavirus sull’occupazione con la formazione dei lavoratori, finanziando le ore non lavorate (ad esempio a causa di difficoltà dell’impresa) a condizione che siano utilizzate dai lavoratori per frequentare corsi di formazione;
    4. l’Italia utilizzerà inoltre 500 milioni di euro per rafforzare e modernizzare la rete di servizi pubblici per l’impiego per attuare politiche attive del mercato del lavoro. Grazie a questo investimento, le persone in cerca di lavoro, in particolare i disoccupati di lunga durata, potranno concludere un contratto su misura con i centri per l’impiego, cosa che li aiuterà a trovare un’occupazione in base alle loro esigenze e alle competenze che possiedono;
    5. infine, 81,7 milioni di euro aiuteranno le autorità italiane a preparare, gestire, controllare e valutare i nuovi programmi;
    6. oltre ai nuovi finanziamenti dell’FSE, il programma nazionale italiano FEAD riceverà 190 milioni di euro per fornire aiuti alimentari alle persone bisognose. La domanda di aiuto per accedere a un’alimentazione sana e sufficiente è cresciuta notevolmente da quando è iniziata la crisi del coronavirus. Circa 10.000 organizzazioni partner in Italia forniranno pacchi alimentari più numerosi e di migliore qualità ad almeno 2,5 milioni di persone bisognose, oltre che migliori servizi sociali per i destinatari;

    Quale componente di NextGenerationEU, REACT-EU fornisce un’integrazione di 50,6 miliardi di euro in finanziamenti aggiuntivi (a prezzi correnti) ai programmi della politica di coesione nel corso del 2021 e del 2022. Le misure si concentrano sul sostegno alla resilienza del mercato del lavoro, all’occupazione, alle piccole e medie imprese e alle famiglie a basso reddito. Contribuiscono inoltre a predisporre basi che possano far fronte alle esigenze future per le transizioni verde e digitale e per una ripresa socioeconomica sostenibile, conformemente agli obiettivi di REACT-EU e alle raccomandazioni specifiche per paese del 2020 formulate per ciascun paese interessato nel contesto del semestre europeo.

    Tali risorse aggiuntive dovrebbero essere utilizzate per progetti che promuovano le capacità di superamento degli effetti della crisi nel contesto della pandemia di coronavirus, come anche per investimenti in operazioni che contribuiscano a preparare una ripresa verde, digitale e resiliente dell’economia.

    REACT-EU è entrato in vigore il 24 dicembre 2020 e può finanziare spese retroattivamente dal 1º febbraio 2020 al 31 dicembre 2023.

    I fondi REACT-EU integrano le risorse che l’Italia riceve dal dispositivo per la ripresa e la resilienza.

    Fonte: Commissione europea

  • Richard Nixon fece un grosso pateracchio 50 anni fa, cancellando il gold standard e introducendo la fluttazione dei cambi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 agosto 2021

    Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di «stampare moneta» senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione.

    Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della «deregulation».

    Negli Usa furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima.

    Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti.

    L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove «regole del gioco» spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.

    È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971.

    Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008.

    Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio.

    Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un «paniere stabile di monete». Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto!

    Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale». Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Stangata carte di credito e bancomat, fino a 85 euro l’anno

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Wall Street Italia del 13 agosto 2021

    La gestione di una carta di credito arriva a costare fino a 85 euro all’anno tra canoni, costi di attivazione e gli altri balzelli, con una spesa media annuo in crescita del +8,5% nell’ultimo biennio. Lo rimarca Consumerismo No profit, che segnala i pericoli insiti nel “Piano cashless” avviato dal Governo.

    Il canone mensile sul carte di credito applicato da banche e società finanziarie va da un minimo di 0 euro a un massimo di 6,30 euro, a seconda del tipo di carta utilizzata. Tale canone mensile è spesso gratuito solo per il primo anno di emissione della carta, mentre per i successivi periodi viene applicato un costo, aggiornato di anno in anno. A tale spesa, aggiunge Consumerismo, si aggiungono i costi di attivazione ed emissione della carta, che possono raggiungere i 10 euro e, quando si effettua un prelievo con carta di credito presso gli sportelli Atm, si va incontro a commissioni pari al 4%, che raggiungono addirittura il 5,2% in caso di prelievi all’interno di un paese extra Ue (circa il 4% in area Ue).

    A tali spese occorre poi aggiungere i costi per blocco o sostituzione della carta in caso di furto o smarrimento, quelli di ricarica per le carte prepagate, invio dell’estratto conto cartaceo, commissioni di cambio valuta applicate nei casi di pagamenti effettuati all’estero, ecc.

    Non va meglio sul fronte del Bancomat – aggiunge Consumerismo – il canone annuale di tale strumento può anche arrivare a 45 euro, e se si decide di prelevare da uno sportello ATM diverso da quello della banca presso la quale si ha il conto corrente, la commissione su ogni prelievo è pari a 1,83 euro.

    “Il piano del Governo per disincentivare i pagamenti in contanti rischia di tradursi in una stangata per i consumatori, mentre il Bonus Pos recentemente varato dall’esecutivo va ad unico vantaggio dei negozianti e non risolve il problema degli eccessivi costi di carte di credito e bancomat – afferma il presidente di Consumerismo, Luigi Gabriele – Una beffa per gli utenti che da un lato sono spinti a eseguire pagamenti elettronici, dall’altro devono affrontare costi crescenti per carte e bancomat, quando invece denaro elettronico e contanti dovrebbe coesistere all’interno del mercato.”

    “Chiediamo a Bankitalia e Ministero dell’economia di intervenire per creare una infrastruttura che abbatta le commissioni interbancarie sui pagamenti elettronici, e azzeri balzelli e costi assurdi applicati dalle banche su carte di credito e bancomat”, conclude Gabriele.

     

  • Da Bruxelles arrivano i primi 24,9 mld per l’Italia

    “Oggi i primi fondi NextGenerationEU all’Italia danno il via a una ripresa duratura per il Paese. Il piano di ripresa italiano, Italia Domani, ha l’ambizione necessaria per fare dell’Italia un motore per la crescita di tutta l’Unione europea. Un’Europa forte ha bisogno di un’Italia forte”. Lo scrive su Twitter Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Nel tweet un’infografica in cui campeggia la cifra di 24,9 miliardi di euro (un pre-finanziamento pari al 13% del Pnrr).

    Da Wall Street Italia del 13 agosto 2021

  • L’integralismo digitale

    Non ha alcuna importanza se il blackout digitale procurato al sistema informatico della Regione Lazio sia legato ad un attacco di un gruppo di hacker che pretenderebbero un riscatto per riportare alla normalità il sistema regionale oppure, siamo nella seconda ipotesi, se questo terremoto digitale risultasse legato ad un virus inseritosi nel computer di un impiegato a casa in smart working e successivamente utilizzato dal figlio durante una navigazione in siti hot. In entrambi i casi le conseguenti considerazioni non potrebbero modificarsi in alcun modo.

    Nessuno oggi è in grado di quantificare gli effetti di questa “guerra informatica”, soprattutto in relazione ai  “dati sensibili” ai quali dovrebbe venire assicurata la massima tutela, oppure ai profili personali che dovrebbero godere della privacy più assoluta o anche alle semplici banche dati. Attualmente, quindi, si brancola ancora nel buio in relazione alla genesi di questo atto di “terrorismo digitale“.

    Da anni, giustamente, gli investimenti in Cyber security continuano ad aumentare quanto gli esiti vincenti di attacchi tanto a siti istituzionali quanto ad aziende private. Finora questo tipo di problematiche legate alla malavita digitale ha avuto effetti pericolosi ed onerosi economicamente “solo“ per i singoli Stati o le imprese private.

    In piena pandemia e soprattutto in piena campagna di vaccinazione, invece, questo attacco, di fatto, ha bloccato pericolosamente la possibilità di prenotarsi per i prossimi vaccini e, di conseguenza, l’iter per ottenere il Green pass e quindi la stessa libertà dei singoli. Una situazione che si ripercuote direttamente sulla salute e sulla possibilità di libertà di movimento che il vaccino e il Green pass combinati assieme possono assicurare. Di fatto i cittadini della Regione Lazio si trovano in una situazione di default sanitario in relazione alla campagna vaccinale pagando le conseguenze in prima persona.

    È la prima volta che la cittadinanza è colpita da un attacco informatico limitando la possibilità ai cittadini stessi di accedere alle strutture sanitarie dedicate nello specifico alla campagna vaccinale. Questo effetto dovrebbe far pensare e rendere meno integralista la digitalizzazione della nostra economia e della nostra esistenza quotidiana. Per il semplice motivo che nel momento in cui un attacco informatico avesse per obiettivo la struttura digitale relativa ai pagamenti ed ai prelievi stessi presso i bancomat allora l’intera popolazione si troverebbe assolutamente priva di risorse economiche e di sostentamento, anche solo per una semplice spesa alimentare.

    Nella quotidianità della vita rappresenta di certo una forma di intelligenza quella di mantenere sempre una possibilità alternativa rispetto a quella in attuazione al fine di assicurare comunque lo “standard giornaliero qualitativo e valoriale” raggiunto. Nel momento in cui, invece, una parte dell’establishment economico e politico intende digitalizzare completamente ogni forma di pagamento allora un attacco informatico produrrebbe un default devastante per l’intera cittadinanza nella sua complessità.

    Mentre purtroppo per l’accesso ai sistemi sanitari e soprattutto al sistema di vaccinazione non esiste ancora un’alternativa per quanto riguarda i sistemi i pagamenti, l’uso del contante, ora più che mai, dovrebbe venire tutelato per evitare gli effetti devastanti di un attacco informatico che avesse per obiettivo i sistemi di pagamento elettronici.

    L’integralismo digitale che ammanta  buona parte della politica e del mainstream europeo dovrebbe trarre una serie di considerazioni importanti proprio in relazione alla sempre maggiore esposizione digitale” alla quale si sta portando l’intero sistema politico ed economico come quello relativo ai rapporti con la pubblica amministrazione.

    In questo contesto l’obiettivo di rendere sempre operativo e non penalizzante una possibilità alternativa al sistema informatico e all’uso del contante dovrebbe diventare un obiettivo di sicurezza finalizzato al mantenimento, anche se sotto attacco informatico, degli standard acquisiti.

    Una scelta che dimostrerebbe la volontà di assicurare il mantenimento dello stato dell’arte ad un sistema complesso come quello economico, politico e sociale di una società evoluta rispetto alla pura esaltazione dello strumento digitale.

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