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  • Richieste di mutuo in contrazione nel primo trimestre 2026

    Nel primo trimestre del 2026 la domanda dei mutui immobiliari richiesti dalle famiglie italiane registra una contrazione del -12,4%, un calo dovuto almeno in parte alla crescita molto sostenuta nello stesso trimestre del 2025. La domanda di mutui nel primo trimestre 2026 è stata, infatti, significativamente superiore a quella del pari periodo sia del 2023 sia del 2024. Se consideriamo il solo mese di marzo, la richiesta di mutui subisce un contraccolpo del -15,0%. Come si evince dal grafico sottostante, da luglio 2025 si è delineato un lento decrescendo che ha portato a una contrazione della domanda da ottobre fino ai giorni nostri. Nel 2025, il fenomeno delle surroghe segna un +25,1%, mentre i nuovi mutui erogati sono cresciuti del 15,1%. Va però segnalato che il fenomeno della surroga è in frenata da ottobre 2025 perdendo nell’ultimo trimestre 9,2 p.p, a conferma di un ridimensionamento che interessa l’intero comparto (Fonte: il Sistema di Informazioni Creditizie EURISC).

    “Le forti tensioni geopolitiche stanno minando le prospettive di crescita, alimentando il rischio di una frenata dei mercati. Questa complessa congiuntura pone le famiglie in una situazione di incertezza e di prudenza nel richiedere finanziamenti di lungo periodo; così come, analogamente, il perdurare delle tensioni sui costi delle materie prime energetiche, fanno ipotizzare un rialzo dell’inflazione, il che genera incertezza nelle modalità di definizione dei tassi di interesse. È una situazione che abbiamo visto sovente in questi ultimi anni. Oggi, quasi nove mutui su dieci (86%) vengono stipulati a tasso fisso, una scelta che riguarda sia i nuovi contratti sia le surroghe. A spingere i consumatori verso questa soluzione sono le condizioni di mercato favorevoli, che offrono la sicurezza di un canone costante nel tempo” commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

    L’importo medio richiesto ha un valore di 161.059 in questo primo trimestre dell’anno, con uno scostamento del +4,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del valore più alto di questi ultimi 10 anni, se pensiamo che nel 2016 l’importo medio si aggirava a poco più di 122.000 euro.

    Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo trimestre del 2026 le richieste di mutuo si concentrano nella fascia 100.000-150.000 euro con il 30,6% e 150.000-300.000 euro per il 31,3%, un dato sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo del 2025.

    Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata emerge che il 43,5% del totale richiede mutui tra 25-30 anni. È proprio questa fascia di durata a raccogliere la maggior parte delle richieste, poiché per effetto di un importo medio sempre più elevato è necessario per le famiglie diluire il debito nel tempo con rate più piccole per non pesare troppo sul bilancio famigliare.

    Anche la domanda per classi di età si mantiene pressoché stabile rispetto allo stesso trimestre del 2025. Infatti, continua a essere il range di età compresa tra i 35-44 anni a raccogliere la maggiore incidenza con il 47,7% del totale.

  • Una grave e preoccupante realtà economica

    Una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati.

    Hannah Arendt, da “The crisis in Education”, 1954

    Per valutare e conoscere meglio la grave, preoccupante e pericolosa realtà albanese, basta sapere tutto ciò che da diversi anni ormai sta accadendo con l’economia del Paese. In questo ambito basta analizzare la significativa svalutazione dell’Euro rispetto alla moneta locale. Una preoccupante svalutazione, di circa 20% in questi ultimi anni, priva di ogni giustificazione finanziaria, poiché l’economia albanese non è per niente competitiva. Risulta perciò che una simile e significativa svalutazione sia legata unicamente al riciclaggio del denaro proveniente da vari traffici illeciti.

    Per “bloccare” una simile svalutazione la Banca d’Albania, dal 2024, ha cominciato ad intervenire sul mercato, comprando Euro, sia per far fronte al crescente rafforzamento della moneta locale nei confronti di quella europea e di altre monete straniere, sia per incrementare le riserve valutarie del Paese. Un simile intervento è stato fortemente sconsigliato dal Fondo Monetario Internazionale, in seguito alla decisione presa dal Consiglio di Sorveglianza della Banca.

    Nonostante ciò la Banca d’Albania continua però a comprare l’Euro. Dai dati ufficiali risulta che durante il 2024, per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, sono stati acquistati 649 milioni di Euro. La Banca d’Albania ha inoltre acquistato anche 283,8 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie. Perciò nel 2024 sono stati acquistati in totale 932.8 milioni di Euro. Un intervento quello che però non è riuscito a “bloccare” la svalutazione del Euro.

    La Banca d’Albania, ha continuato, anche durante il 2025, ad intervenire sul mercato valutario con una somma di denaro ancora più consistente. Sempre secondo i dati ufficiali, la Banca ha comprato 729.1 milioni di Euro per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, mentre è intervenuta ed ha comprato anche 297.9 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie del Paese. Perciò nel 2025 la Banca d’Albania ha acquistato, in totale, 1 miliardo e 27 milioni di Euro, pari al 3,8% ­del Prodotto Interno Lordo del Paese. Sono dati ormai resi pubblici e molto significativi.

    Secondo gli specialisti economici e finanziari, un simile intervento d’acquisizione, da parte della Banca d’Albania, avrebbe dovuto generare anche una “svalutazione interna” della moneta locale, cioè una verificata inflazione. Però, sempre secondo i dati ufficiali delle istituzioni specializzate del Paese, chissà perché non risulta una simile inflazione!

    Ma, nonostante tutti questi importanti interventi sul mercato valutario, la moneta locale continua a rafforzarsi. Per il 2025, paragonata con l’anno precedente, la svalutazione del Euro è stata di 1.5%. Una svalutazione che continua anche in questi mesi, raggiungendo un livello del cambio di circa 1% in meno rispetto a quello del gennaio 2026.

    Bisogna sottolineare però che il rafforzamento della moneta albanese nei confronti dell’Euro e di altre importanti monete straniere è cominciato già dal 2018. E risulta essere un rafforzamento continuo, dati ufficiali alla mano. Allora viene naturale la domanda: cosa ha generato un simile rafforzamento? L’economia albanese si è sviluppata fino a simili livelli, per giustificare e garantire questo rafforzamento? In base a delle serie e professionali analisi fatte, ai dati ufficiali ed alla realtà pubblicamente nota, la risposta è no!

    Si tratta perciò di interventi finanziari fuori dal sistema economico e finanziario. In Albania i settori che incidono sullo sviluppo dell’economia sono l’industria e l’agricoltura. Secondo i dati ufficiali la produzione agricola da anni sta diminuendo. Le ragioni di una simile diminuzione sono la crescente mancanza della mano d’opera locale, causata dal problematico e continuo spopolamento, la concorrenza dei prodotti provenienti da altri Paesi, la mancanza delle sovvenzioni statali, l’abuso dei fondi IPARD dell’Unione europea per sostenere l’agricoltura e lo sviluppo rurale nei Paesi candidati all’adesione ecc. Dai dati ufficiali risulta che la diminuzione dei prodotti agricoli locali, dal terzo trimestre del 2020, è diventata continua e si sta sempre più aggravando, con tutte le derivate conseguenze, compreso anche l’impatto sull’economia.

    Le due componenti base dell’industria albanese sono quella pesante ed il settore manifatturiero. L’industria pesante comprende gli impianti per la generazione dell’energia elettrica, nella maggior parte idrica, e l’industria dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. Nel settore manifatturiero in Albania contribuiscono principalmente la produzione dell’abbigliamento e delle calzature. Si tratta di prodotti che comunemente sono fatti su commissione per delle imprese straniere. Sempre dai dati ufficiali risulta che la produzione di questi settori industriali in Albania ha cominciato una continua diminuzione dal 2023, influenzando negativamente anche la crescita economica.

    Sempre in base ai dati ufficiali legati alla vera realtà economica e alle analisi fatte, soprattutto da alcune strutture specializzate internazionali, risulterebbe che la continua svalutazione dell’Euro nei confronti della moneta albanese sia causata da attività illecite della criminalità organizzata locale ed internazionale. Attività legate ai traffici illeciti delle sostanze stupefacenti che generano ingenti quantità di denaro, moneta europea compresa, che entrano in Albania per essere riciclate e poi anche investite soprattutto nel settore dell’edilizia. E proprio una simile presenza di enormi somme di denaro, soprattutto in Euro, causano la continua e preoccupante svalutazione della moneta europea. Si tratta di una realtà di cui, in seguito alle indagini fatte da giornalisti specializzati, ultimamente si stanno occupando anche noti media, europei e di oltreoceano.  Il nostro lettore è stato informato, da anni ormai, di una simile, grave e molto preoccupante realtà.

    Di fronte ad una simile situazione, che ormai sta preoccupando anche le istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, il primo ministro albanese e la propaganda governativa, da lui e/o da chi per lui gestita, stanno cercando di offrire un’altra realtà. Si tratta di una realtà fasulla, che niente ha a che vedere con quella vera, vissuta e spesso sofferta. Il primo ministro ed i suoi ubbidienti collaboratori cercano di ingannare l’opinione pubblica. Loro negano sfacciatamente le vere ragioni della continua e pericolosa svalutazione dell’Euro. E sempre sfacciatamente affermano che il livello del cambio tra la moneta europea e quella albanese sia legato al “successo economico” di questi ultimi anni in Albania (Sic!).

    Il primo ministro albanese ed i suoi subordinati si sforzano, sempre di più ogni anno che passa, di convincere che l’eccesso della moneta europea in Albania sia dovuto agli investimenti stranieri. Una di quelle bugie che hanno le gambe corte, come dice il proverbio. Sì, perché da anni ormai non ci sono importanti investimenti stranieri da generare un simile eccesso della moneta europea. Non solo, ma risulta che, fatti documentati alla mano, alcuni tali investitori non solo non hanno inserito denaro nell’economia albanese, ma hanno addirittura ottenuto e portato fuori milioni dagli impoveriti fondi statali, in seguito a degli accordi corruttivi. Questa è la vera e testimoniata realtà, denunciata dalle istituzioni internazionali, nota pubblicamente sia in Albania che ormai anche nelle cancellerie europee e di altri Paesi. In quanto al turismo che cita spesso il primo ministro, si tratta, nella maggior parte, semplicemente di un turismo mordi e fuggi che genera guadagni minimi.

    Chi scrive queste righe condivide quanto affermava Hannah Arendt. Sì, una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati. Proprio così. Lo conferma quanto sta succedendo da alcuni anni in Albania, sotto la diretta responsabilità istituzionale e personale del primo ministro che, parafrasando Hannah Arendt, opera in base a “valutazioni preconfezionate”.

  • Domanda di prestiti stazionaria nell’arco del 2025

    La domanda di prestiti nei dodici mesi del 2025 ha subito delle oscillazioni: i primi mesi dell’anno sono risultati attivi dal punto di vista del numero di richieste, dopo è seguito un periodo di contrazione da aprile a giugno e nell’ultimo semestre vi è stata una ripresa. In generale, la domanda è rimasta prudente con un +1,1% rispetto al 2024 (fonte: Eurisc, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da Crif).

    A trainare il comparto sono stati i prestiti personali con un +10%, mentre quasi in modo speculare la domanda del finalizzato tradizionale ha subito una contrazione del -7,5%. L’andamento divergente delle due forme tecniche rispecchia l’evoluzione della modalità di pagamento delle famiglie italiane verso le varie forme di Buy Now Pay Later, come alternativa ai prestiti small ticket (prestiti sotto i 5.000 euro).

    Le domanda di dilazione del pagamento sono aumentate del 49,8% rispetto al 2024 per un importo medio di 1.120 euro (-11,6% rispetto al 2024). La domanda di dilazione è aumentata considerevolmente da settembre (+64,9%) per poi impennarsi a novembre e dicembre rispettivamente con un +125,4% e un +132,6%. Il cambiamento in atto è trasversale tra le diverse generazioni: 23% per la fascia 25-34 anni, 22,3% per il range 35-44 e 23,1% per i 45-54 anni.

    L’importo medio dei finanziamenti richiesti cresce del 6,7% con un valore medio di 9.831 euro. La dinamica di crescita coinvolge anche i prestiti finalizzati con un valore di 7.450 euro (+12,4% rispetto al 2024), mentre i prestiti personali si mantengono pressoché stabili con 11.899 euro (+0,1% vs 2024).

    Un italiano su due richiede importi inferiori ai 5.000 euro (47,0% del totale), seguiti dagli scaglioni appena superiori: 10.000-20.000 euro (20,1%) e 5.000-10.000 euro (18,3%). La domanda, seppur in prevalenza di piccoli importi, viene dilazionata su un arco temporale superiore ai 5 anni per il 34,2% degli italiani, per pesare il meno possibile sul bilancio familiare. La dinamica prudente delle famiglie italiane si rispecchia anche nello spaccato delle due forme tecniche: il 70,5% delle richieste di prestiti finalizzati ha durata inferiore ai 3 anni; mentre i prestiti personali si concentrano nella fascia di durata superiore ai cinque anni (53,3% del totale).

    Osservando, infine, la distribuzione delle richieste di prestiti (personali più finalizzati) in relazione all’età del richiedente, il Barometro Crif evidenzia come nel 2025 il 63,1% del totale prestiti sia stato erogato a persone tra i 25 e i 54 anni.

  • La fine di oltre 20 anni di retorica governativa

    Negli ultimi 20 anni (2005-2025), la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è stata caratterizzata da un andamento troppo debole, segnato da profonde recessioni (2008/09 e 2020/21) e un recupero post-pandemico più dinamico rispetto alla media storica. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024, il PIL reale è aumentato solo del 9,3% complessivamente quindi con un tasso medio di crescita annuale pari al 0,38%.

    Ognuno dei 14 governi delle sette legislature che si sono succeduti alla guida del Paese si sono attribuite le crescite economiche “decimali” come grandi risultati, specialmente se successive ad un periodo di crisi.

    La stessa crescita del governo Draghi nasceva dalla peggiore flessione del PIL (la base statistica) segnata dall’Italia durante la pandemia in Europa.

    Le stesse crescite decimali vengono sempre calcolate a prezzi correnti, quindi influenzate e drogate dall’andamento dell’inflazione, le quale di fatto azzerano qualsiasi merito relativo ad una ipotetica crescita.

    Da qualche anno finalmente emerge con chiarezza la retrocessione reale dell’economia italiana desumibile dall’andamento delle retribuzioni italiane in rapporto alla crescita di quelle europee contrapposta alla flessione di quella italiana con una riduzione del -4%, seconda solo quella della Grecia con un -5%.

    La qualità del maquillage economico utilizzato dai diversi ministri dell’economia come dai presidenti del Consiglio, vengono ora definitivamente azzerate dall’ultima ricerca che si occupa dell’andamento del Pil/pro capite per le macro aree regionali in Europa.

    In altre parole, questa importante ricerca pone in relazione il reddito disponibile (Pil/pro capite) delle aree economicamente più avanzate italiane con le medie dei paesi europei.

    Emerge in un modo inequivocabile come l’andamento di tali rapporti definisca un’economia in vera e propria recessione mascherata anche se sotto il profilo contabile la crescita rimane sempre superiore ad uno zero/virgola.

    Dal 1995 al 2023 il rapporto al prodotto interno lordo pro capite in Veneto ha perso 45 posizioni in Europa e in Friuli Venezia Giulia addirittura 50 mettendo in crisi il modello del NordEst.

    Anche la vicina Emilia Romagna registra una perdita di 36 posizioni mentre la Lombardia, pur sempre l’unica vera locomotiva italiana, segna una flessione di 25 posizioni, ma che rappresentano una vittoria rispetto alle 54 posizioni  perse dal Piemonte.

    Questi dati inequivocabili ridicolizzano la retorica dell’intera classe governativa che ha spacciato una crescita decimale dell’economia nazionale come una vittoria del Paese.

    Quando, invece, rappresenta solo un trucco contabile se confrontato con le crescite delle altre regioni Europee finalizzato a mascherare una reale recessione resa ora conclamata dalla rilevazione Pil/pro capite.

    Le ragioni di questa retorica governativa sono legate alla volontà di mistificare una realtà drammatica dell’economia italiana mentre le cause risultano molteplici ed articolate.

    Innanzitutto dal 2001 in poi si sono pagate le totali assenze di una politica industriale, a cominciare dalla fine degli anni ottanta, e certificata dalla mancanza di una politica energetica, allora come oggi, che rappresenta il primo anello della catena di crescita di valore, volta a fornire competitività ad un sistema industriale impegnato all’interno di un mercato sempre più globale.

    La scelta poi di puntare molto sull’economia turistica, componente importante della economia nazionale ma non certo per la creazione di valore aggiunto (*) rappresenta la dimostrazione che i pur notevoli tassi di crescita della economia turistica non si siano tradotti in un parallelo aumenti della ricchezza disponibile.

    Contemporaneamente a questa totale assenza di strategia economica ha fatto riscontro un aumento della pressione fiscale che rappresenta il sostegno economico della spesa pubblica la quale è letteralmente esplosa ma lasciando sostanzialmente invariato, anzi in diminuzione, il reddito disponibile. Parallelamente anche il debito pubblico risulta passato dai 1350 mld del 2001 ai 1987 mld nel 2011 fino ai 3131 mld del 2025.

    Come conclusione si può tranquillamente affermare che lo studio relativo all’andamento della ricchezza disponibile indicata dal rapporto PIL/pro capite abbia di fatto messo una pietra tombale alla retorica governativa dei governi degli ultimi vent’anni. Elementare definizione di una situazione nella quale anche se si cresce ma meno della concorrenza automaticamente si perdono posizioni economiche e ricchezza prodotta.

    (*) Un’economia con la più bassa concentrazione di manodopera per milione di fatturato

  • Tra Tobin Tax e debito pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La disperazione degli incompetenti alla guida del Paese in questa occasione si materializza con la crescita della Tobin Tax in alternativa ad un aumento della tassazione sui dividendi.

    La situazione economica attuale si conferma molto difficile se non disperata a differenza di quanto il governo intenda comunicare, e soprattutto in una prospettiva futura dopo oltre trenta flessioni della produzione industriale la quale avvia il Paese verso una sicura    desertificazione industriale ed occupazionale senza precedenti, soprattutto a causa della disastrosa politica europea del Green Deal.

    In considerazione, poi, del fatto che i maggiori incrementi di spesa pubblica vengano destinati agli armamenti ed alla difesa finanziati con nuove tassazioni (il fiscal drag evidentemente non risulta sufficiente!), il governo Meloni, in perfetta continuità con la politica del governo Monti, che la introdusse, aumenterà la Tobin Tax, senza considerare gli effetti di un ulteriore aumento della tassazione sulle transazioni di borsa.

    Anche se già presente in altri paesi della comunità europea, l’introduzione della Tobin Tax in Italia ha determinato una significativa diminuzione dei volumi azionari scambiati sulla Borsa Italiana. I dati indicano che i volumi azionari sono passati da 1.081 miliardi di euro nel 2013, anno di introduzione dell’imposta, a 613 miliardi di euro nel 2021.Questa flessione rappresenta un calo di circa il 43% nel periodo considerato e viene spesso correlata dagli analisti finanziari all’impatto dell’imposta che ha determinato una sostanziale riduzione dei volumi. Nonostante questo, invece di adottare delle politiche fiscali che tendano a sviluppare l’economia, il governo Meloni insiste ed accresce la tassazione destinando l’intero mondo borsistico italiano ad una  ulteriore marginalità. Ma soprattutto si conferma una perfetta continuità nelle strategie economiche e fiscali tra il governo Monti (2011) con il governo in carica (2025) che ha determinato una evoluzione del debito pubblico da1987 mld (2011) a 3081 mld (2025). Basti pensare come dai dati pubblicati dal Censis emerga come l’Italia spenda più nel pagamento degli interessi sul debito che in investimenti.

    A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), ma molto al di sopra della media europea (1,9%). A questo si aggiunga come la situazione italiana è ancora più preoccupante in quanto i titoli del debito pubblico italiano risultano in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero, con il 33,7% del totale (più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia (della quale si vorrebbe addirittura prelevare le riserve auree).

    Mentre la precarietà dell’equilibrio finanziario italiano si dimostra sempre più un fattore destabilizzante e al governo si pensa all’ennesimo condono edilizio, ancora una volta vengono disattese le priorità del settore industriale il quale chiede, e pretenderebbe giustamente, una nuova politica energetica in grado di fornire gli strumenti per la competitività delle imprese.

  • La pagliuzza nell’occhio del vicino

    Se quanto i giornali riportano e cioè che Salvini, notoriamente simpatizzante di Putin, alza un grido di protesta ed allarme per gli eventuali cento milioni portati all’estero da persone ucraine corrotte ci viene legittimo chiedere da che pulpito viene la predica visto che la Lega deve ancora risarcire, allo Stato italiano e per parecchi anni a divenire, una rilevante cifra di denaro preso senza titolo.

    Per amor di patria e di governo non aggiungiamo altro se non la considerazione che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro e Salvini, che ogni tanto sgrana in pubblico il Rosario, non dovrebbe dimenticarsi di questo.

  • Natale spinge gli acquisti, i clienti cercano value for money

    Secondo i dati dell’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, combinati con le previsioni macroeconomiche provenienti dal Mastercard Economics Institute (MEI), la spesa dei consumatori in Europa (escluso il settore auto) è prevista in aumento del 3,1% su base annua considerando il periodo delle festività che va dal 1° novembre al 24 dicembre 2025.

    Anche per i consumatori italiani si registra un aumento stimato del 2,1%. Il quadro che emerge è tuttavia quello di consumatori che prediligono piccoli piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, cercando anche un valore emozionale attraverso le esperienze.

    Le previsioni di crescita più elevate in Europa riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%).

    Il consumatore europeo appare resiliente. Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa. Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui una bassa disoccupazione e un potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. La spesa durante il periodo di feste rifletterà probabilmente un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per piccoli piaceri accessibili. Chi compra va in cerca del valore emotivo dietro l’acquisto. Negli ultimi mesi, i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar – categorie particolarmente apprezzate durante la stagione festiva. La domanda di articoli di grande valore come mobili ed elettronica si è indebolita in tutta Europa, con alcune eccezioni, come l’Italia, dove i consumatori continuano a prediligere accessori per la casa ed elettrodomestici – che rappresentano il 4.7% della loro spesa durante le festività.

    Le categorie di beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con le generazioni Gen Z e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita. La moda second-hand sta guadagnando particolare spazio in Spagna (+4.4%), seguita da Francia (+1.3%) e Italia (+0.5%), dove i più giovani scelgono di acquistare articoli usati, complici l’attenzione alla sostenibilità ambientale e al budget.

    I carrelli della spesa riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente, con gli europei che prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività. Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente a 37 e 36 euro.

    Nel 2025, i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la loro quota nel mercato della moda online in Francia, Germania e Regno Unito. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio. Anche in Spagna si registrano progressi per la moda di fascia alta, sia online che offline. In controtendenza l’Italia che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0.3%) sia in store (-0.4%).

    I viaggiatori europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano ora fuori dall’Europa, con Thailandia ed Egitto come gli unici Paesi con più di una meta nella classifica per il periodo novembre-dicembre 2025. Tra le destinazioni europee, Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni di voli anno su anno, con un aumento pari al +8,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

    Natalia Lechmanova, Chief Economist Europe di Mastercard, afferma: «Durante la stagione delle festività di fine d’anno, i consumatori europei mostrano resilienza e capacità di adattamento. Sebbene la crescita complessiva della spesa al dettaglio resti moderata, si osserva una forte domanda di piccoli piaceri accessibili, acquisti di importo contenuto ed esperienze di viaggio. Dai prodotti alimentari premium e le specialità festive fino alle vacanze invernali a lungo raggio, i comportamenti di spesa riflettono un attento equilibrio tra prudenza e piacere».

    Luca Corti, Country Manager Italia di Mastercard, commenta: «Da anni osserviamo l’ascesa dell’experience economy in tutta Europa, Italia compresa, e questo trend emerge chiaramente anche dalle nostre stime per i consumi nel periodo delle festività. Oggi i consumatori non cercano più solo prodotti, ma trasferiscono anche nell’acquisto di beni un valore emotivo ed esperienziale. La predilezione per piccoli piaceri accessibili, momenti di gratificazione personale, viaggi ed eventi dimostra che l’experience economy continua a guidare le scelte di spesa, trasformando ogni acquisto in un’occasione di piacere e connessione».

  • La rapacità fiscale italiana mette in fuga quasi 200 miliardi di euro

    Jannick Sinner è stato biasimato come uno che fugge dalle tasse per aver preso la residenza a Montecarlo, l’Olanda viene biasimata come paradiso fiscale e chi vi sposta la sede aziendale viene bollato come traditore della patria. Considerare che uno Stato che induce un proprio cittadino o azienda a trasferirsi è forse uno Stato che chiede troppo per quello che offre, che troppa ingordigia priva il Belpaese dei suoi elementi più performanti non sembra purtroppo far parte dell’orizzonte del pensiero nello Stivale. Peccato, anzitutto in termini di vivacità intellettuale e dibattito culturale. Ma peccato anche perché una soluzione al problema dell’evasione fiscale appare tanto più efficace e realistica quanto più si fonda su un’analisi non solo di quanto viene evaso ma anche del perché si evade.

    Il Global Tax Evasion Report 2024 di EuTax Observatory, gruppo di riceva della Paris School of Economics stima in 196,5 miliardi di euro la somma complessiva di quanto non dichiarato e non versato al fisco, spesso tramite spostamento all’estero delle somme su cui versare le tasse. Centoottantuno di quei miliardi sono infatti depositati in conti correnti di banche offshore oppure impiegati in attività finanziarie all’estero. Ottantadue miliardi e 600 milioni sono depositati in Svizzera, 61,5 miliardi in altri Paesi dell’Unione europea fiscalmente più benigni dell’Italia, 26,6 in Asia (do you know Singapore?) e 11 miliardi in aree offshore delle Americhe. Altri 15,5 miliardi sono stati invece dirottati su investimenti immobiliari anzitutto in Costa Azzurra e Parigi (con buona pace dell’ex premier transalpino che ha accusato l’Italia di concorrenza fiscale sleale) e poi a Dubai e Singapore (se è così attraente forse sarebbe da studiare e magari copiare prima di biasimarla, le best practices magari esistono anche in tema di tasse e imposte).

    Quello che troppo spesso ci si scorda di aggiungere è che non tutto quello che viene evaso o eluso è perso per il fisco. Secondo la relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), nel 2024 sono stati recuperati complessivamente 26,3 miliardi di euro (con un incremento del 6,5% rispetto al 2023, pari a 1,6 miliardi di euro), di cui circa 22,8 miliardi, provengono dai controlli ordinari effettuati dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza (12,6 miliardi sono stati versati dai contribuenti dopo aver ricevuto un atto dell’Agenzia delle Entrate; 5,7 miliardi a seguito di una cartella e 4,5 miliardi sono frutto delle attività di promozione della compliance). Gli incassi da misure straordinarie, sempre riferiti all’Agenzia delle Entrate (Rottamazione delle cartelle e pagamenti residui derivanti dalla definizione delle liti pendenti e dalla vecchia pace fiscale), ammontano a 3,5 miliardi, con una flessione di oltre il 30% rispetto al 2023.

  • MpS e Mediobanca: opportunità speculativa o strategia economica?

    Cercando di interpretare gli scenari che possono scaturire dall’esito di questa operazione di acquisizione di Mediobanca, è da augurarsi che l’obiettivo ispiratore o quantomeno l’unico traguardo da conseguire sia rappresentato dalla creazione di semplici plusvalenze finanziarie.

    Viceversa, si può intravedere anche come all’interno di una visione più complessiva questa acquisizione si possa inserire all’interno di una volontà di mantenere un asset a controllo italiano in un’ottica di sviluppo complessivo del Paese.

    Mediobanca rappresentava la massima espressione italiana di una banca d’affari anche se nell’ultimo decennio ha cercato di aprire degli sportelli fisici per altro non con grandissimi risultati.

    MpS, nonostante abbia cominciato a distribuire dividendi, rappresenta comunque un istituto risanato a spese dello stato e da manager provenienti dal settore pubblico in considerazione della sottoscrizione di capitale da parte del Ministero dell’Economia. Di conseguenza la sua operatività dovrebbe rispondere anche ad un interesse complessivo del Paese.

    In questo contesto, quindi, credo, ma soprattutto mi auguro, che questa operazione abbia come obiettivo la neutralizzazione dell’operazione che aveva come probabile una “fusione” (?) con la francese Natixis per la gestione del risparmio gestito.

    In questo contesto, allora, l’operazione di acquisizione può essere interpretata come un tentativo di fermare, a ragione, la possibile “cessione” del settore risparmio gestito o, come qualcuno afferma, la creazione di una joint venture con i francesi di Natixis, non perché questo tipo di operazioni finanziarie siano di per sé negative in quanto possono realmente creare sinergie e sviluppo non indifferenti.

    Tuttavia l’obiettivo da perseguire rimane quello di assicurare che l’asset generale delle Assicurazione Generali rimanga integro e con un controllo italiano anche se con un azionariato diffuso, e quindi anche estero. Non a caso il francese Donnet ricopre la carica di CEP nelle Assicurazioni Generali.

    Ogni operazione finanziaria che possa determinare anche un minimo l’indebolimento della struttura complessiva delle assicurazioni Generali, rappresenta quindi un attacco stesso all’autonomia del colosso assicurativo triestino ed alla sua centralità nello sviluppo del Paese.

    Forse l’operazione di MPS con l’acquisizione di Mediobanca, la quale si era dichiarata favorevole a questa operazione con il colosso francese, rappresenta la nascita di una strutturale opposizione a questo progetto, il quale, come inevitabile conseguenza, determinerebbe l’indebolimento della stessa integrità delle Assicurazioni Generali rendendola appetibile per le scalate finanziarie e minando così il suo peso internazionale.

  • Smartphone e criptovalute, ma le operazioni di riciclaggio di un cinese vengono comunque scoperte

    Le autorità inquirenti di Prato hanno scoperto un vero e proprio istituto bancario illegale, in via Respighi nel comune toscano, che in pochi mesi sarebbe servito a riciclare oltre 9 milioni di euro di criptovalute. Il procuratore capo Luca Tescaroli in una nota dell’1agosto ha parlato di un “banca illegale, centrale di riciclaggio, basata sull’impiego di criptovalute, e di rilascio di carte d’identità elettroniche contraffatte valide per l’espatrio e di altri documenti di identità” che secondo gli inquirenti si tratterebbe di una “realtà criminale riconducibile a esponenti dei gruppi cinesi di notevolissime dimensioni economiche delle attività gestite sul piano transnazionale”. I carabinieri del nucleo operativo antifalsificazioni e della sezione criptovalute del comando antifalsificazione di Roma, la guardia di finanza di Prato e i carabinieri di Prato sono partite dalla perquisizione di un cittadino cinese di 45 anni rinvenendo quattro telefoni su uno dei quali sono stati trovati “due softtware wallet Token pochet collegati a due indirizzi telematici, sui quali risulta una movimentazione di criptovalute”, tra aprile e luglio scorsi, “per valori ingenti di criptovalute”. Analizzando le transazioni in uscita, gli investigatori avrebbero appurato come i fondi venivano depositati “su una piattaforma attestata in Cambogia, che è stata segnalata dalla FinCen del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America come un istituto finanziario che opera come centro di riciclaggio di denaro. Sul secondo indirizzo.  L’analisi delle transazioni in uscita hanno evidenziato che la maggior parte dei fondi sono stati inviati su wallet privati”. Il quarantacinquenne orientale ed altri soggetti a lui collegati sono risultati “avere il possesso materiale di dette criptovalute per un controvalore di 117mila euro.

    Nel corso della medesima operazione, sono stati rinvenuti complessiva 15mila euro in contanti (4mila nelle disponibilità del quarantacinquenne, il resto a disposizione di un secondo soggetto) “due stampanti, due laminatori, numerose tessere bianche, con microchip e banda magnetica, e altre con sola banda magnetica, funzionali alla predisposizione di carte d’identità elettroniche, e pellicole ologrammate”.

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