magistrati

  • In attesa di Giustizia: Tafazzi a via Arenula

    Quando si occupa un ruolo di grande rilievo come quello di Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia è indispensabile saper fare buon governo (in tutti i sensi) delle parole e l’attuale titolare di quella prestigiosa funzione, la Dott.ssa Giusi Bartolozzi, pur essendo un magistrato è riuscita – in un confronto sul referendum con la Senatrice Ilaria Cucchi – a dire una bestialità sesquipedale capace di aver fatto guadagnare qualche punto percentuale al fronte del NO confermando implicitamente molti dei timori che (in perfetta malafede) vengono quotidianamente propinati ai comuni cittadini da A.N.M. e sodali assortiti.

    E’ stata usata una espressione gergale che gli avvocati conoscono bene ma hanno il pudore e l’intelligenza di tener per sé anche quando possa essere giustificata dal contesto: proprio mentre Giorgia Meloni, in altro ambito, dichiarava che “a differenza di quello che si dice, la riforma non è contro i magistrati” – come in effetti non è – Giusi Bartolozzi ha affermato “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”. Olè, sembra di vedere all’opera Giacomo Poretti nella indimenticabile autoflagellazione gioiosa, insensata e controproducente del Tafazzi di Mai dire gol negli anni ’90. Bartolozzi è ingiustificabile come non lo sono tutti coloro che – da uno o dall’altro schieramento – utilizzano espressioni sguaiate ed incivili oltre che essere quasi sempre errate. Tuttavia, quando si occupa un ruolo di prestigio non si può e non si deve lasciarsi andare, bisogna avere standing e la sensibilità umana e politica necessaria che – in questo caso – sembra difettare gravemente alla Bartolozzi e non per la prima volta.

    Quasi inutile dire che la giustificazione postuma del Capo di Gabinetto è la classica pezza peggiore del buco avendo illustrato che ha, invece, una grande stima dei magistrati, proclamata più volte nel corso del medesimo occorso, e che si riferiva solo a quei casi in cui a finire sotto processo e condannati sono gli innocenti: il che lascia supporre che vi sia anche una dose di malafede nei giudicanti. Un po’ come quando Gratteri ha detto che parlando di massoni, collusi con la mafia e corrotti che voteranno Si il riferimento era solo ai calabresi… Di scuse, anche in questo caso, neanche a parlarne…

    E’ il trionfo della miope stupidità di tutti coloro che con le loro uscite infelici fanno perdere voti ad una battaglia sacrosanta e quasi già vinta in partenza.
    Detto questo, i “plotoni di esecuzione”, almeno qualcuno, nelle aule giudiziarie esistono davvero e sono composti da quei giudici, di solito 3 o 5 – ma esiste anche la figura del boia impersonata dal giudice monocratico – che pur di condannare l’imputato sono disposti all’utilizzo di ogni arma. Sono quelli disposti alla violazione di qualsiasi regola quando giova all’accusa: ad ammettere prove nuove ritenute sempre indispensabili quando le chiede l’accusa negandole sempre perchè superflue se le ha chieste la difesa, a consentire l’audizione dei  testimoni che la Procura si è scordata di citare tempestivamente rispettando il codice ma  limitando il numero dei testimoni della difesa che invece li ha regolarmente indicati, a consentire il rinvio del processo quando il P.M. ammette che non lo ha studiato, ma a negarlo al difensore che soffre di una malattia invalidante…. ma non troppo a dispetto dei certificati medici.

    L’esistenza dei plotoni di esecuzione non è, quindi, una fantasia ed agli avvocati capita di dover andare in udienza con l’elmetto rispondendo alle scorrettezze con un rispetto ancora maggiore delle garanzie e delle norme processuali incombenti sulla difesa ma la Dottoressa Bartolozzi ha comunque sbagliato: innanzitutto nel lessico, come tutti coloro che si scagliano contro i giudici come categoria unitaria, insultandoli all’ingrosso e la categoria “giudici” non lo merita.

  • In attesa di Giustizia: correnti impetuose

    Probabilmente molti elettori, e forse anche molti tra i lettori de Il Patto Sociale, si saranno domandati in cosa consista il “correntismo” della magistratura che la riforma sottoposta a referendum si propone quantomeno di indebolire introducendo il sorteggio dei componenti del C.S.M fino ad oggi eletti dagli appartenenti all’Ordine Giudiziario con tanto di campagna elettorale per ciascun candidato sostenuto, appunto, dalla rispettiva corrente di appartenenza. Facciamo, dunque, un esempio che aiuti ad orientarsi il 22 e 23 marzo.

    Il P.M. Tizio, capo della corrente Alfa, ha chiamato un collega, il giudice Sempronio componente del CSM, per “segnalargli” che il P.M. Caio, ha fatto domanda per l’ambito posto di Procuratore della Repubblica di Vattelapesca: tutti e tre fanno parte della corrente Alfa. A seguito della segnalazione, il giudice Sempronio chiama il P.M. Mevio, eletto al Csm per la corrente Beta, per chiedergli se sia disposto a votare in favore di Tizio. Il P.M. Mevio gli fa presente che ci sarebbe anche il buon P.M. Nullo che aspira allo stesso posto ed è molto più bravo di Mevio, ma che però non appartiene a nessuna corrente. A seguito del colloquio, il P.M. Augusto, dopo avere avuto l’autorizzazione del suo capo corrente, la Beta, si rende disponibile a votare il P.M. Mevio per la procura di Vattelapesca, a condizione però che il giudice Sempronio e la sua corrente Alfa gli ricambino il favore votando il giudice Filano, che appartiene alla corrente Beta e ha fatto domanda per il posto di presidente del tribunale di Roccapizzopapero. A seguito dell’accordo, Mevio viene nominato Procuratore della Repubblica di Vattelapesca, e Filano diventa presidente del tribunale di Roccapizzopapero. Intanto il P.M. Nullo, ignaro del tutto perché è un benpensante, continua a spalare carte e a fare domande per posti che non otterrà mai perché non ha una corrente che lo sostenga…fa il ricorso al Tar e lo vince, ma il giudice Sempronio e il P.M. Mevio, forti dell’accordo raggiunto, se ne sbattono della sentenza ed altrettanto fa il CSM che conferma la nomina del P.M. Caio solo modificando la motivazione con l’aggiunta di qualche elegiaco riferimento a competenze mai emerse di Nevio quand’anche fosse un ciuccio matricolato.

    Questo è quanto e quello che non vi dicono i fieri avversari del sorteggio è che già dal 2017 – prima dello scandalo Palamara – il C.S.M. ha adottato il sorteggio per la selezione dei magistrati che devono far parte delle commissioni di concorso per l’accesso alla magistratura: sorteggio che è stato introdotto proprio per ridurre i condizionamenti che venivano esercitati anche nella delicatissima incombenza di individuare chi potesse avere qualifiche e valori personali tali da poter decidere competenze, preparazione e attitudine per svolgere la delicatissima funzione di magistrato.

  • In attesa di Giustizia: quanto pesa la pagella

    Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che il vero timore dell’A.N.M., in vista del referendum,  non sia la separazione delle carriere bensì il funzionamento correntizio del C.S.M. è sufficiente dare una scorsa ai dati resi pubblici i quali indicano che, dal 2021 al 2025, ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio Superiore, cioè a dire che sono stati promossi a livelli superiori di carriera (e di trattamento economico).
    Esaminando tutte le deliberazioni dal C.S.M., insediatosi nel gennaio 2023, emergono casi che si stenta a credere possano avere generato giudizi positivi e siano sfuggiti all’azione disciplinare: dal P.M. che ha rivelato ad un amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia  che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è quello che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e distruggere la sim ed anche chi ha intrattenuto rapporti cordiali con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendone pure munifici doni natalizi. Ci sono, naturalmente, alcuni dei tanti magistrati coinvolti con Palamara sul mercanteggiamento delle nomine: per molti di questi non si è mai neppure avviata l’azione disciplinare perché il Procuratore Generale dell’epoca, titolare del potere di incolpazione, aveva emanato una circolare in cui sosteneva che si trattava di fatti di lieve entità, trascurabili sotto il profilo delle violazioni deontologiche, Ci sono, poi, non solo P.M. “disinvolti” ma anche giudici che hanno depositato sentenze con ritardi enormi di due o tre anni:  tutti promossi, con soddisfazione anche ai genitori che hanno fatto tanti sacrifici per educarli e farli studiare.

    E, che dire, risalendo nel tempo, di quella pattuglia di raffinati giuristi che indagò e condannò Enzo Tortora, tanto per citare un caso noto a tutti? Il P.M. Felice Di Persia, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del C.S.M. per la corrente di Magistratura indipendente, Lucio Di Pietro – che lo affiancò – è diventato Procuratore Generale a Salerno e poi Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
    Il magistrato Luigi Sansone è andato a presiedere la Sesta Sezione penale della Cassazione mentre Il P.M. Diego Marmo, che aveva definito Tortora «cinico mercante di morte», e che l’aveva accusato di essere «stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra», è diventato Procuratore Capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Se non altro, in quello stesso anno – meglio tardi che mai – ha chiesto scusa alla famiglia Tortora.
    Un altro dei giudici, Orazio Dente è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata mentre un’ultima lanterna juris, Angelo Spirito, già nel 1998 risultava in servizio alla Corte di Cassazione.
    E a proposito del C.S.M.: il plenum, nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti di questi magistrati: tra i pochi a ribellarsi, ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei colleghi napoletani che avevano arrestato gente per omonimia tenendola in galera per due anni e mezzo. Inoltre: anche le ispezioni ministeriali promosse dal Ministro Vassalli non hanno condotto a nulla così come ogni causa al tribunale civile ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità. In sostanza, nessuno ha ufficialmente sbagliato nel caso Tortora.
    Nel mondo della malagiustizia italiana, succede ed è già successo di tutto. E quindi: dove eravamo rimasti? Come disse proprio Enzo Tortora quando tornò da uomo libero a condurre Portobello.  Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c’è un referendum.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per lui

    Prosegue tra cadute di stile, interpretazioni mendaci della Costituzione e della legge la volgarissima campagna referendaria dei sostenitori del NO che ha prodotto anche l’insulto in diretta ai cittadini da parte dell’ineffabile Procuratore di Napoli. Diventato, ormai, una star televisiva Gratteri ha pontificato che voteranno SI indagati, imputati, corrotti e corruttori, appartenenti alla massoneria deviata ed altri delinquenti assortiti. Fattogli notare che in quel modo aveva ingiuriato alla cieca milioni di italiani, il nostro si è corretto precisando che si riferiva solo ai calabresi dimostrando un’intelligenza sociale al di sotto della soglia di povertà.

    E’ improbabile che Nicola Gratteri legga Il Patto Sociale altrimenti credo che, tra i suoi lettori, avrebbe molti bersagli da colpire con i suoi strali: primo tra tutti proprio il curatore di questa rubrica che pubblicamente confessa che voterà SI, ma non serve chiamare la Polizia non essendo un eversore, un congiurato contro la democrazia, un framassone deviato e neppure un indagato, questo  almeno  finché non arriverà una querela di Gratteri, Travaglio, Davigo,  Parodi o qualcun altro della compagnia di giro dei manettari con i polsi degli altri.
    Da settimane ci sono Colleghi e Magistrati che contribuiscono a spiegare la riforma agli elettori e lo fanno con tanta pazienza, in pubblici dibattiti lontano dai riflettori ma anche al bar durante conversazioni occasionali, senza mortificare chi la pensa diversamente o mettere delle etichette, senza provare a demolire la reputazione di nessuno e impegnarsi in risse da saloon, slogan sguaiati, senza paventare pericoli immaginari a reti unificate non meno che sui social media.

    Chi voterà e sosterrà il SI lo faccia sempre con rispetto degli altri e delle altrui idee: la libertà di pensiero non necessita di autorizzazioni: può essere utile ricordare il pensiero di Agostino Viviani a proposito della separazione delle carriere ben illustrata in una intervista a Radio Radicale trent’anni fa quando disse, tra le altre cose, che giudicanti ed inquirenti devono avere carriere separate perché hanno e devono avere mentalità e formazioni culturali diverse…Già, ma chi era Agostino Viviani per poter tenere testa con il suo pensiero a Nicola Gratteri, Giuseppe Conte e alla Giunta dell’A.N.M.? Era ed era stato tante cose: partigiano, avvocato e giurista, deputato socialista, primo firmatario della legge sulla responsabilità dei magistrati, componente laico del C.S.M. ed era anche il nonno di Elly Schlein. Ma nessuno è perfetto.

    Chissà cosa penserebbe e come commenterebbe oggi il confronto dialettico sul referendum, lui che aveva fatto parte di un C.S.M. non ancora condizionato (se non altro non pesantemente come è ora) dal potere delle correnti che è, poi, il vero punctum pruriens di una riforma che lo ridisegna ed i cui criteri di elezione fanno paura perché volti a smontare un sistema ben rodato di attribuzione amicale delle poltrone e degli incarichi più appetibili. E la paura, di solito, ce l’ha chi teme di perdere il controllo, un privilegio, un potere esercitato male.

    Perché non parla di questo Gratteri, perché non spiega quale potere si sta sfidando per provocare reazioni tanto scomposte? Quali prerogative sono messe a repentaglio per scatenare tutto questo? Un richiamo, quantomeno ad una maggiore continenza verbale, da parte di Mattarella e rivolto a tutti non sarebbe a questo punto un fuor d’opera.

    Sarebbe, poi, un gesto apprezzato se il Procuratore di Napoli trovasse il coraggio e l’umiltà per chiedere scusa: è una delle forme più alte di rispetto verso le persone e verso quella Giustizia della quale si sente proprietario esclusivo.

    Per la vergogna, invece, se non l’ha ancora provata, il tempo è scaduto.

  • In attesa di Giustizia: dedicato agli antifa

    I fautori del NO al referendum sulla Separazione delle Carriere, diventato ormai un voto politico contro il Governo, dovrebbero studiare un po’ di più anche la storia.

    Ecco, allora, qualche passaggio dalla Relazione alla Maestà del Re Imperatore del Ministro della Giustizia Grandi presentata nell’udienza del 30 gennaio 1941-XIX per l’approvazione del testo dell’“Ordinamento Giudiziario”:

    Sire, ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il testo del nuovo Ordinamento Giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore….
    …Può affermarsi che soltanto con l’avvento del Fascismo il problema del riordinamento della Magistratura, dei servizi e degli uffici giudiziari fu affrontato con organicità di metodo ed in modo totalitario.
    L’ordinamento del Pubblico Ministero non si discosta sostanzialmente da quello precedente, per cui la separazione delle funzioni requirente e giudicante non importa anche la separazione di ruoli.
    Sull’argomento è qui sufficiente accennare alle ragioni fondamentali che hanno sconsigliato il ritorno al regime della separazione dei ruoli, quale fu concepito ed attuato nella originaria legge del 1865 e soppresso con la legge del 1890. Non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente … e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta. Ciò determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della Magistratura, in contrasto con la sostanziale
    unicità della funzione. Sono ragioni d’ordine pratico, sia perché la separazione importerebbe una inammissibile differenziazione nella progressione nei due ruoli, sia perché non potrebbe giovare ai fini di una specializzazione
    di funzioni e, quindi, ad una più perfetta formazione dell’abito e delle attitudini dei singoli magistrati, in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto.
    Anzitutto ho attribuito ai magistrati del Pubblico Ministero una più larga partecipazione a tutti gli organi che in varie forme presiedono all’amministrazione e alla disciplina della Magistratura.
    Ho inoltre integrato, con la partecipazione del Procuratore del Re Imperatore, la costituzione dei Consigli Giudiziari, organi distrettuali di fondamentale importanza per le larghe e complesse attribuzioni ad essi spettanti nei riguardi del personale giudiziario dipendente dalle singole Corti.

    Non dovrebbero neppure dimenticare i sostenitori del NO che a quel tempo il Pubblico Ministero dipendeva eccome dal potere politico, vigeva lo Statuto Albertino e la Costituzione Repubblicana quando prevedette solo la separazione delle funzioni e non delle carriere, senza colpe, guardava al processo a matrice inquisitoria nel quale è fisiologica la unicità delle carriere: tutt’ora è così in Paesi come l’Iran, la Corea del Nord, il Vietnam, la Russia e altri campioni ancora dei diritti umani.

    E, inoltre, i Padri Costituenti non avevano previsto che il C.S.M. diventasse un poltronificio governato dalle correnti non meno della sua indulgente sezione disciplinare.

    Si può discutere se la legge potesse essere fatta meglio – anche al meglio non c’è limite – o sul contenuto dei futuri decreti attuativi che faranno la differenza in merito al sorteggio dei componenti del C,S.M. e dell’Alta Corte di Disciplina ma, intanto, studiate di più prima di riempirvi la bocca di slogan; e non dimentichino mai una cosa quelli dell’A.N.P.I. e coloro che gridano che la Costituzione non si tocca, gli storici e i giuristi da accatto mediatici: con il NO difendete una legge del ventennio contro la giustizia liberale e i veri fascisti siete voi.

  • In attesa di Giustizia: Minneapolis, Italia

    Rocco Maruotti, chi era costui? Forse un leone da tastiera, un profilo fake creato ad arte sui social media, un hater in servizio permanente effettivo? Nossignori, è un magistrato, attualmente in forza come Sostituto alla Procura della Repubblica di Rieti ed è anche il Segretario Generale della sua Associazione di categoria ed è l’autore di un inquietante post su Facebook – rapidamente cancellato – in cui commenta la foto che documenta l’aggressione, avvenuta recentemente a Minneapolis, conclusasi con l’uccisione di Alex Pretti da parte di agenti della Immigration and Custom Enforcement.

    E cosa scrive Rocco Maruotti che è stato Ricercatore di diritto penale in due Università? Forse la sua è una dotta dissertazione in diritto comparato sulle regole di ingaggio delle forze di polizia o discetta sull’esistenza dell’uso legittimo delle armi come causa di giustificazione? Nulla di tutto ciò: sostiene che “anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario si ispira la riforma Meloni – Nordio”. In sostanza ipotizza che scenari simili diventerebbero la quotidianità anche nel nostro Paese se la risposta referendaria fosse nel senso della approvazione della legge costituzionale nota come sulla separazione delle carriere…che di fatto già esiste essendo comprensibilmente possibile il cambio di funzioni da inquirenti a giudicanti e viceversa una sola volta e solo nei primi dieci anni dal superamento del concorso. La legge che sarà sottoposta a scrutinio confermativo è, peraltro, più complessa e tocca ben altri gangli sensibili per la magistratura come il sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore, volto ad affievolire il sistema di potere correntizio descritto da Palamara e Sallusti in tre libri e la generosa gestione del disciplinare sottraendola ad una apposita sezione del CSM.

    Le parole sono pietre e non è ammissibile che il Dottor Maruotti se la cavi – dopo aver rimosso il post – sostenendo che intendeva dire altro: dall’alto del suo ruolo e delle sue competenze la pezza è peggiore del buco poiché l’argomento non è la formazione della Nazionale, discussa al bar tra tifosi. Rocco Maruotti con quelle parole ha reso evidente ciò che buona parte della sua categoria si ostina a negare e cioè che il voto al referendum altro non è che un voto politico soprattutto contro il Governo e non solo contro una riforma che è falso che intacchi le garanzie sulla indipendenza ed autonomia dell’Ordine Giudiziario, rimaste del tutto inalterate: basta leggere la Costituzione nelle due versioni, prima e dopo la riforma, per rendersene conto. Il vero timore è rispetto ad una legge intesa a prevenire la capacità condizionamento dei raggruppamenti interni all’A.N.M. che hanno smarrito le finalità ideali da cui sono nati per divenire strumento di gestione amicale degli incarichi apicali e fuori ruolo più appetibili. Dopo questa boutade chi si sentirebbe sicuro ad essere indagato da uno come Rocco Maruotti? E come costui ce ne sono altri, non tutti grazie a Dio, ma non è certo un caso isolato.

  • In attesa di Giustizia: giù le mani da Enzo Tortora

    Proprio in questa rubrica avevamo auspicato che finissero le strumentalizzazioni del pensiero di Giovanni Falcone nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere: nei giorni scorsi è scomparsa Anna, sua sorella, e sembra che – fortunatamente – nessuno abbia approfittato dell’evento per riproporre distorsioni delle idee che il magistrato aveva sulle riforme necessarie alla Giustizia.

    Ci ha pensato, però, Marco Travaglio con un editoriale a somministrare (almeno ai lettori del Fatto Quotidiano) una bufala che è meglio definibile come sesquipedale fesseria e cioè a dire iscrivendo d’ufficio Enzo Tortora tra i migliori testimonials del NO al referendum che sembra definitivamente calendarizzato per il 22 – 23 marzo.

    Tale illuminato pensiero, espresso su quello che può definirsi l’house organ delle Procure, smentirebbe l’assunto che l’unicità delle carriere renda i giudici meno indipendenti poichè Tortora fu arrestato per un’accusa infamante, condannato a dieci anni di carcere in primo grado ma poi assolto in appello con sentenza divenuta definitiva dopo il rigetto del disperato ricorso in Cassazione della Procura Generale di Napoli.

    Secondo questa sagace interpretazione la separazione delle carriere avrebbe senso solo se gli esiti dei processi ostentassero il 100% delle condanne il che, fortunatamente, non è; ovviamente non è questo il punto, non è questa la finalità della riforma che tocca ben altri nervi scoperti dell’Ordine Giudiziario: il sorteggio dei componenti del C.S.M. per mitigare l’impatto delle correnti e degli inciuci sottostanti e la creazione di un Organo Disciplinare dotato di quella autonomia atta ad escludere una giustizia che si propone abitualmente più come addomesticata che semplicemente domestica.

    Seguendo il ragionamento di Travaglio dovremmo allora considerare degli idioti i legislatori inglesi, portoghesi, canadesi, norvegesi, danesi, indiani, americani, spagnoli, svedesi e tanti altri del mondo occidentale che hanno adottato un sistema ordinamentale inutile se non dannoso…e potrebbe anche essere, in effetti, se mancanti dei maitre à penser come Travaglio o Gratteri i quali, all’evidenza, non sanno che molte assoluzioni vengono pronunciate quando l’accusato è già civilmente morto e la riforma mira ad avere  giudici più autonomi, indipendenti e meno condizionabili dal peso politico delle Procure e delle correnti sin dalle indagini preliminari quando si gioca la partita della vita per un indagato ma l’appiattimento sulle tesi del P.M. è più evidente ed i margini di esercizio del diritto di difesa molto ridotti.  Giù le mani da Enzo Tortora, Direttore Travaglio, non è pane per i suoi denti.

  • In attesa di Giustizia: intelligenza con il nemico

    Confidando di non annoiare i lettori – che, peraltro, saranno chiamati ad esprimere il voto al referendum sulla separazione delle carriere e devono essere informati – è del tutto opportuno ritornare in argomento confutando con termini nuovi la inesistente paura del controllo politico sul Pubblico Ministero impiegata per suggestionare l’elettorato: quello che non ci dicono e di cui non si dolgono i sostenitori del NO è in proposito ad un’anomalia che  si rinviene già ora in quella che può definirsi intelligenza col “nemico politico”. Poiché nessuno neppure vi allude, vediamo di cosa si tratti utilizzando dati empirici per illustrarla e ferma restando l’inesistenza dei diversi timori paventati in virtù dello scudo rappresentato da una Costituzione non toccata dalla riforma sotto il profilo di garanzie di indipendenza della Magistratura.

    Se il Governo, in particolare quello in carica, fosse così ostile e pericoloso da aver osato, attraverso il Ministro della Giustizia, attentare all’autonomia dell’Ordine Giudiziario si dovrebbe dedurre che chi ne fa parte dovrebbe tenersi alla larga da politica ed Esecutivo per non contaminarsi e non dovere un giorno rispondere di collaborazionismo.

    A tacere di analoghe situazioni relative ad altri Dicasteri, il sito istituzionale del Ministero della Giustizia offre la possibilità di verificare il gran numero di magistrati collocati fuori ruolo dal C.S.M. per assumere incarichi alle dipendenze proprio del Potere Esecutivo: molti di questi provengono da Procure della Repubblica. L’elenco – per brevità – sarà incompleto ma sufficientemente esaustivo:

    Dr.ssa Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro, Dr. Vittorio Corasaniti, Vicecapo vicario; Dr.ssa Monica Sarti, Ispettore Capo, Dr. Giancarlo Cirielli Vicecapo; Dr. Antonio Mura, Capo dell’Ufficio Legislativo, Dr.ssa Linda Vaccarella, Vicecapo; Dr. Federico Carrai: Capo dell’Ufficio di Segreteria del Sottosegretario Del Mastro; Dr.ssa Antonia Giammaria: Capo del Dipartimento Affari di Giustizia; Dr.ssa Lina Di Domenico: Capo del Dipartimento Organizzazione Giudiziaria, Dr.ssa Rosa Patrizia Sinisi, Vicecapo; Dr.ssa Antonella Ciriello, Capo del Dipartimento Innovazione Tecnologica; Dr. Stefano Carmine De Michele, Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria; Dr. Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile, Dr.ssa Cristina Rotunno, Vicecapo…e si potrebbe continuare anche con gli apicali delle Direzioni generali ed i semplici addetti ai vari uffici e dipartimenti e può concludersi che l’apparato burocratico del Ministero della Giustizia è in grandissima parte affidato a magistrati e non solo per le postazioni che richiedono competenze specialistiche proprie dei magistrati ma per tutte le altre che potrebbero essere affidate (fors’anche con migliori risultati: pensiamo  a mo’ di esempio, al dipartimento per la innovazione tecnologica) a soggetti di diversa appartenenza e formazione. A ciò si aggiunga che, tra tutti quelli nominati, sono in maggioranza i magistrati impegnati a livello associativo con l’A.N.M. e le correnti contro qualsiasi Esecutivo che ne metta a repentaglio il potere: basti pensare che Romano Prodi ebbe il veto alla nomina di Giuliano Pisapia come Guardasigilli poiché favorevole alla separazione delle carriere e, quindi, temibile nemico delle Toghe e la Giustizia fu affidata a Mastella.

    Come possono, dunque, conciliarsi le proteste contro la riforma a fronte di una disponibilità ed un attaccamento alla mission nemica, quale che sia il colore della coalizione di Governo? Prospettive di carriera, trattamento economico, soddisfazione dell’ego? Poco importa.

    Certo è che tra i tanti gesti simbolici ostentati dei Comitati del NO: dallo sfoggio di coccarde tricolori e copie della Costituzione (forse mai neppure aperta), frasi di Calamandrei, tra una maratona oratoria e l’altra dei tanti oratori che, con variabile efficacia, si stanno spendendo nella campagna referendaria, come mai non si sono mai immaginate come segnale le dimissioni in massa dei magistrati allocati fuori ruolo presso i diversi Ministeri e Authority? Questo sì, costituirebbe una inequivocabile presa di distanza dai luoghi del male.

  • In attesa di Giustizia: Buon Natale

    Continua a tenere banco la querelle innescata dalla Presidente dell’Ufficio GIP di Milano che ha richiamato i giudici ad uniformare le decisioni (allineandosi sulle richieste della Procura) relative all’indagine sulla edilizia privata: si ha ora notizia di un comunicato congiunto con il  Primo Presidente del Tribunale di Milano – forse una pezza peggiore del buco – da cui si apprende che la prassi del “fascicolo contenitore” rimane ben salda nella tradizione milanese: solo “dopo un certo periodo di tempo in presenza di una nuova richiesta proveniente dalla Procura, la stessa può essere riassegnata ad altro giudice”  il tutto senza che sia indicato un criterio temporale preciso, ma soprattutto si ricava che l’assegnazione rimane un atto discrezionale del dirigente. Sarebbe preferibile rendere conoscibili le logiche di assegnazione, a partire dal criterio di funzionamento dei softwares impiegati ai quale viene affidata la prima assegnazione dei fascicoli: rimane il criterio dei turni? i criteri sono noti ai P.M. per il c.d. canestro?

    La precostituzione del giudice naturale è un principio che la Costituzione affida alla legge, non a prassi, regolamenti e nemmeno ai macchinari o alle valutazioni discrezionali dei presidenti di sezione o del CSM, meno che mai è nota la promulgazione in Gazzetta di un codice di procedura penale ambrosiano.

    Cambieranno le cose con la separazione delle carriere? Proviamo ad immaginare come potrebbe essere vissuto il prossimo Natale negli Uffici Giudiziari…

    Un effetto collaterale potrebbe registrarsi proprio la sera della Vigilia: un Pubblico Ministero ed un Giudice, che da anni passavano il Natale insieme come vecchi amici e colleghi di scrivania, si fermano sulla soglia del Palazzo di Giustizia con il panettone in mano e l’imbarazzo negli occhi. “Scusa se non vengo nella tua stanza a festeggiare”, dice il P.M., “ora non si può più ed è meglio evitare commistioni: sai, l’apparenza…”.
    Poi, con un filo di voce, quasi commosso: “Ma tu mi vuoi sempre bene?”. Il giudice lo guarda e risponde: “SÌ, ma ognuno a casa sua. Se ci vedono mentre brindiamo, domani dicono che le mie sentenze sanno di spumante e tanto ci pensano i criteri di assegnazione dei fascicoli a tenerci vicini vicini”.  Così ognuno torna mestamente verso il proprio albero, con le lucine accese e il codice sotto il braccio.

    Si fa sera, sulla mail nome.cognome@giustizia.it di entrambi arriva quella di un avvocato proprio mentre stanno preparando la pasta con le vongole: gli avvocati, si sa, non vanno mai in ferie (quelle, tra l’altro, sono retribuite…) e sono pronti a difendere anche a Natale, a difendere il Natale.

    “Ma fate seriamente e vi separate pure la sera della Vigilia? Non vi hanno spiegato che non è una questione fisica ma di terzietà ed indipendenza? Cosa state a casa da soli a fare la scena e poi andate in vacanza insieme e vi telefonate tutti i giorni!  Venite da me, a casa mia potete stare tranquilli: è come un campo neutro, come dovrebbe essere l’aula del Tribunale, ed io sono la parte processuale che presidia il rispetto elle garanzie ad ogni costo e con il codice vigente non quello di Mani Pulite!”.

    Buon Natale al P.M., al Giudice e all’Avvocato che si ritrovano attorno allo stesso tavolo. Il P.M. porta lo spumante, il Giudice vigila sull’equo taglio delle fette di panettone e pandoro, l’avvocato assaggia per primo e se deve fare qualche obiezione sulla bontà delle bollicine o dei lievitati la formula senza esitazioni (quasi) certo della equidistanza del Giudice.

    Abbiamo voluto scherzare un po’, almeno una volta, in una rubrica che leggendola non ha mai messo allegria, nemmeno quando al Ministero della Giustizia sedeva Fofò Bonafede (ora assurto, per ignoti meriti, al Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria): può sembrare – ed è – una sorta di vignetta quella che si è intesa offrire ai lettori questa settimana. Sarebbe, però auspicabile assistere ad un simile brindisi di mezzanotte, tutti insieme: in alto i calici alla giustizia giusta ed alla separazione delle carriere ma, almeno, non a quella del Natale.

  • In attesa di Giustizia: mancanze

    Il rischio è quello di un “abuso di argomento” ma, tant’è: non si può evitare, a campagna referendaria già iniziata, con i contendenti che si battono anche sulla data e sulle giornate destinate al voto nel timore (o nella speranza) che ciò contribuisca al risultato da ciascuna auspicato ed – in qualche modo – anche questa rubrica partecipa a quella campagna cercando di fare chiarezza su alcuni punti.

    Qualcuno, lato No al referendum sulla Giustizia, ha ricordato una sentenza della Corte Costituzionale del 2020 secondo la quale “Le differenze che connotano le posizioni del PM e dell’avvocato difensore impediscono di ritenere che il principio di parità possa tradursi in un’assoluta simmetria di poteri e facoltà” il che suggerirebbe di lasciare invariato l’assetto dell’Ordine Giudiziario in ossequio ad una decisione del Giudice delle Leggi. Invero, la riforma non trasforma affatto il PM in un avvocato dell’accusa sul modello americano, ribadendone piuttosto la qualità di magistrato con tutte le corrispondenti garanzie, ma mira a garantire che il giudice, la cui imparzialità rispetto ai fatti di causa è presidiata da istituti come la ricusazione e l’astensione, sia effettivamente equidistante dalle parti che sostengono tesi opposte. Un sistema accusatorio, come è (o dovrebbe essere il nostro) funziona soltanto così tanto è vero che la riforma costituzionale sul c.d. “giusto processo” è stata clonata sull’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. L’asimmetria dei poteri tra accusa e difesa in sede procedimentale a cui allude quella sentenza non ha nulla a che spartire con la terzietà del giudice o con la riforma, bensì è qualcosa di fisiologico nella distinzione dei ruoli; anzi, se malintesa, può compromettere quella terzietà, perché introduce nel sistema l’idea che il pubblico ministero, per via del mandato pubblico che esercita, stia un gradino più in alto del difensore mostrando nostalgia per il sistema inquisitorio.

    E che dire se, in nome della parità tra le parti, il PM non sarà più costretto a portare anche le prove a favore dell’imputato e che possa impugnare tutte le sentenze di assoluzione, facoltà che oggi gli è preclusa?

    Sia subito chiaro che è ben diverso essere tenuti a fornire prove favorevoli nelle quali ci si è casualmente imbattuti rispetto a cercarle dopo aver selezionato nelle investigazioni come prima opzione la colpevolezza, avere avviato iniziative che limitano la libertà ed esercitato l’azione penale: sarebbe un’ipotesi mitologica di cui in aula non si hanno testimonianze, tanto che se venisse abrogato l’art. 358 che prevede per il P.M. l’obbligo (non sanzionato se eluso) di svolgere indagini anche a favore dell’indagato, nessuno se ne accorgerebbe mentre impugnare o meno le assoluzioni  non è previsto per tutte già oggi e non è una conseguenza implicata dalla riforma. A tal proposito, l’idea che sia una limitazione irragionevole che il pubblico ministero possa impugnare le assoluzioni non considera la funzione strutturale del processo penale che non è quella di accertare le verità storiche e trovare un colpevole ad ogni costo ed i limiti all’appello avverso le sentenze di proscioglimento è volto a contenere il potere soverchiante dell’autorità pubblica nei confronti dei singoli accusati ed, in termini generali, contribuisce al rispetto del principio del ragionevole dubbio che non può essere più evidente che di fronte a due decisioni di segno opposto.

    Un altro tema è quello della efficienza del sistema: occorrerebbe ripensarlo questo sì, fatta la premessa maggiore che non è la stessa cosa di “velocità del sistema”, quanto piuttosto un tempo ragionevole combinato che non toglie qualità al processo in sé e della decisione. Detto questo: tutto ciò non ha a che fare né tanto né poco con la riforma ma solo con i tempi per l’attesa di giustizia.

    In questa acerrima contesa a colpi di false o volutamente confuse indicazioni al corpo elettorale una irrimediabile mancanza di voci autorevoli e serene per trattare la materia come quelle di Leonardo Sciascia e Marco Pannella.

Pulsante per tornare all'inizio