magistrati

  • In attesa di Giustizia: pianto Greco

    Mala tempora currunt nella Repubblica delle Procure: dopo un paio di magistrati di Trani, il Procuratore Capo di Taranto arrestato, quello di Agrigento (noto per avere incriminato Salvini) finito a sua volta sotto processo per abuso di ufficio, GIP di Verbania che non ha compiaciuto la sua amica P.M. suscitandone il risentimento, le oscure vicende legate al mancato avvio di una indagine sulla “Loggia Ungheria”, ci mancava la Corte d’Appello di Palermo che ha assolto tutti gli imputati nel processo cosiddetto Stato-Mafia.

    Il Direttore de Il Fatto Quotidiano ha subito tuonato contro questa sentenza di cui non c’è ancora la motivazione e – quindi – “al buio”, pronunciando la sua inevitabile ed inappellabile “condanna di una assoluzione”.

    Ecco il problema con cui si cerca di oscurare quelli reali richiamandosi alla teoria secondo cui non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca: ci sono troppe assoluzioni, soprattutto nei processi che fanno audience; non dimentichiamo quella di Calogero Mannino e del generale Mori tanto per citarne un altro paio; ma le statistiche dicono che sono oltre il 50% del complessivo carico del sistema penale, comprese quelle che riguardano migliaia di “signori nessuno” che – però –  non valgono certo meno.

    Senza dimenticare le continue ricadute dello scandalo legato al “Sistema Palamara”, ci mancava quell’anima bella della Ministra Cartabia che pretende di limitare le comparsate dei P.M. in conferenza stampa tutte le volte che viene eseguito un arresto, per non parlare del divieto imposto di dare alle indagini nomi evocativi di colpevolezza (tipo “Mafia Capitale”): tutto perché qualcuno si è ricordato di avviare l’iter per recepire la direttiva europea sulla presunzione di innocenza il cui assunto di base è che nessuna autorità dello Stato può indicare come colpevole un soggetto prima che nei suoi confronti sia emessa una sentenza di condanna.

    Rosicando e ringhiando, Piercamillo Davigo, non molte settimane fa, insieme a Gratteri e Scarpinato ha provato a rialzare la testa ravvivando la Festa del Fatto Quotidiano (e quale, se no?) con un siparietto autoreferenzialmente denominato “La Giustizia al Tempo dei Migliori”.

    Che sarebbero poi proprio questi tre esegeti dei ceppi i quali, dinanzi ad una platea adorante, hanno illustrato soluzioni intelligenti ed originalissime per contrastare il malaffare tipo l’eliminazione totale del contante o pronunciato verdetti oracolari contro la proposta referendaria di riforma della carcerazione preventiva.

    Il clima, tuttavia, sta cambiando; e dire che fu proprio Piercamillo Davigo, nei ruggenti anni ‘90, a proclamare l’assunto secondo cui i Magistrati sono il meglio della società civile e i Pubblici Ministeri il meglio del meglio del meglio, promettendo che avrebbero rivoltato l’Italia come un calzino: ma tutto sommato è ormai acqua passata.

    Tanto è vero che anche il Procuratore Capo di Milano, alla vigilia della pensione ed indagato a Brescia per qualche marachella processuale in buona compagnia di alcuni suoi sostituti, ha singhiozzato in un’intervista al Corsera la fine di un’era iniziata con l’arresto di Mario Chiesa: sono ca…voli Amara anche nel tempio di Mani Pulite.

    Il pianto Greco segna il tramonto di una corporazione il cui agire non è più visto come salvifico nemmeno dall’opinione pubblica, con la doverosa eccezione di qualche irriducibile valvassore stile Floris o il solito Travaglio.

    Sono stati pessimi gli applausi ai magistrati, tanto più scroscianti quanto più numerosi ed “eccellenti” gli arresti, applausi che li compiacevano, che ricercavano, e sui quali hanno costruito carriere. Senza nulla togliere a quelle toghe che pur ci sono, lavorano bene e con onestà intellettuale persino Luciano Violante è arrivato a dire che i giudici devono soltanto fare giustizia e non provare a riscrivere la storia, quasi evocando Montesquieu secondo cui non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

    Adesso arrivano le pernacchie, che fanno comunque meno male delle manette ma non è bello neanche questo, solo un’altra forma della giustizia sociale che impropriamente la magistratura pretendeva di modellare.

  • In attesa di Giustizia: Carramba che sorpresa!

    Sono giorni in cui impazza la polemica per l’estensione del green pass e i controlli necessari al rispetto dei protocolli di prevenzione del contagio, le critiche alla Ministra Lamorgese per talune colpevoli inerzie nel disporne l’intervento si appaiano ai rilievi sulle obiettive difficoltà per le Forze dell’Ordine di assommare questi nuovi compiti di controllo a quelli istituzionali.

    Eppure, durante i lunghi mesi della pandemia, Carabinieri e Polizia di Stato si sono impegnati con dedizione alle verifiche sul rispetto delle misure di contrasto al diffondersi del virus: come, per esempio, è accaduto nei pressi di Modena nel febbraio di quest’anno in occasione di un controllo presso una macelleria equina di Scandiano, che avrebbe dovuto essere già chiusa, si intrattenevano amabilmente tre persone sorseggiando un calice di vino.

    Il particolare curioso, che ci porta a commentare questa vicenda, non è il mancato impiego delle mascherine o la temperatura corporea fuori norma dei presenti quanto la bizzarra composizione del terzetto: il titolare del negozio e…carramba che sorpresa! un magistrato donna della Procura di Modena ed un ergastolano in semilibertà.

    Cosa ci facesse un Pubblico Ministero a brindare, sotto sera, con questo garbato signore, condannato per omicidio, associazione mafiosa ed altre simili bagatelle, non è dato sapere con certezza perché Claudia Ferretti (questo il nome del Sostituto Procuratore della Repubblica) non ha fornito spiegazioni convincenti, riferendo di un’occasione per scambiarsi dei cordialissimi saluti. E dove meglio che in un retrobottega in orario di coprifuoco?

    Una ipotesi di reato non era configurabile, ma la segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura è stata inevitabile e dovuta: nel corso del procedimento disciplinare la Dottoressa Ferretti sembra che si sia difesa sostenendo che si è trattata di “una sciocchezza”.

    Incompatibilità ambientale e trasferimento ad altro ufficio: questo il destino che la Sezione Disciplinare del C.S.M., con il tradizionale rigore, avrebbe riservato alla P.M. sebbene per il pregiudizio arrecato all’immagine ed al prestigio della magistratura. Ammesso che ve ne sia ancora da pregiudicare.

    Ma tutto è bene ciò che finisce bene, particolarmente se ci si deve occupare di schiocchezzuole: la Dottoressa Ferretti ha anticipato la decisione dell’organo di autogoverno chiedendo di sua iniziativa di essere mandata a Firenze con funzioni di giudice civile: trasferimento disposto opportunamente a metà giugno, in prossimità del periodo feriale e procedimento disciplinare archiviato garantendo serenità alle meritate vacanze.

    La donna, poi, a dicembre andrà in pensione e – con una giustizia civile che ha il lustro come unità di misura della durata dei processi – non è ben chiaro di cosa si potrà occupare nell’arco di poco più di un paio di mesi nella nuova sede oltre che far apporre la targa con il nome sulla porta della sua stanza, la macchinetta Nespresso all’interno e verificare scrupolosamente l’accredito dello stipendio ogni 27 del mese.

    Procedimento disciplinare, quindi, interrotto per la scelta volontaria della incolpata di trasferirsi altrove; l’imminenza del pensionamento avrebbe, peraltro, condotto al medesimo risultato perché non può infliggersi sanzione a chi non fa più parte dell’Ordine Giudiziario.

    Alleluja! Non sapremo mai i motivi della composizione di quella allegra brigata che può ben essere stata frutto una casualità: del resto a chi non è mai successo di bere un bicchiere di quello buono, del tutto casualmente nel retrobottega di una macelleria equina, insieme ad un simpatico ergastolano? Da noi, si sa, accadono molte cose ad insaputa degli interessati…

    In attesa di Giustizia, da Modena per oggi è tutto, a voi studio centrale.

  • In attesa di Giustizia: quod deus iunxit…

    Quod Deus iunxit nemo potest disgiungere: uno dei principi fondamentali del diritto canonico che prevede l’indissolubilità del matrimonio. Eppure, c’è voluto un referendum, ma anche in un Paese come il nostro dalla radicata tradizione cattolica è passata la legge sul divorzio: molto più complicato sembra far approvare la legge di iniziativa popolare (in argomento c’è anche quella referendaria di Salvini) sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e del pubblico ministero.

    A giorni, grazie ad un forcing del radicale Magi e del solito Costa di Azione, dovrebbe riaprirsi il dibattito in commissione affari costituzionali ed è agevole prevedere il potenziale divisivo per la maggioranza di governo derivante dalla strenua opposizione di  PD, 5 Stelle e LEU.

    Ma, tant’è: la separazione delle carriere, diffusa e tradizionale in molti sistemi giuridici occidentali,  continua ad essere un tabù non sfatabile come dimostrano sistematiche manifestazioni di forte avversità.

    Questa, per esempio:  Giovanni  Salvi, attuale Procuratore Generale della Cassazione, che non è stato mai stato allineato alle iniziative delle Camere Penali.

    Evidenziò contrarietà persino alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha introdotto i principi del giusto processo schierandosi con i vertici dalla A.N.M. (neanche a dirlo).

    Al Giovanni Salvi non piaceva neppure l’introduzione di una regolamentazione per le investigazioni difensive: supporto indispensabile proprio del giusto processo e per cercare di realizzare – almeno entro certi limiti – la parità tra accusa e difesa.

    Neppure i referendum sulla giustizia del 2000 erano graditi a Salvi, uomo di cui si deve però ricordare la  grande cortesia e preparazione giuridica.

    Ora, però, non è più questione di pur sempre rispettabili opinione, forse ha un filo esagerato avviando (è nei suoi poteri) l’azione disciplinare nei confronti della Dott.ssa Banci Buonamici.

    Donatella Banci Buonamici, per chi non ne ha memoria, è il Giudice di Verbania che non ha convalidato i provvedimenti di fermo per il disastro della funivia del Mottarone (giuridicamente mancavano del tutto i presupposti in assenza di un concreto pericolo che gli indagati si rendessero irreperibili).

    Cinque capi d’accusa nei confronti del G.I.P. Banci Buonamici, che dovrà risponderne disciplinarmente al C.S.M.,  tra i quali uno spicca per singolare opinabilità: l’avere compromesso il prestigio e l’immagine della magistratura suscitando l’attenzione e la reazione dell’Unione delle Camere Penali a fronte del vespaio che la vicenda aveva suscitato a Verbania tra cahiers de dolèances del Procuratore Capo perché il Giudice aveva disatteso la sua richiesta, vista quasi come un atto di inimicizia che ha  fatto interrompere la tradizione del “caffè insieme”, sospetti sulle modalità di gestione delle tabelle di assegnazione dei fascicoli e presunte pressioni della Procura Generale.

    Sembrerebbe, quindi, che sia vietato discostarsi dal pensiero unico, figuriamoci anche solo ipotizzare che non vi sia più unicità delle carriere dei magistrati: resta solo da attendere con ansia le ragioni che i raffinati giuristi capitanati da Giuseppe Conte, uno che quando apre bocca si capisce perché ha scelto Fofò  Bonafede prima come assistente universitario e poi come Guardasigilli,  e da Enrico Letta ad ognuna delle cui esternazioni corrisponde una crescita di almeno il 2/3% del centrodestra nei sondaggi. Dio li benedica, anche in nome degli autori di Zelig.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Nella vicina Francia sta divampando un’accesa polemica tra il Ministro della Giustizia, Dupond Moretti, e l’U.S.M. che è il più importante sindacato di categoria dei Magistrati;  come dire, l’equivalente della nostra equilibrata A.N.M. Motivo? Un presunto conflitto di interessi: accade nientemeno che Dupond Moretti – nell’ambito di un più ampio progetto di riforma del sistema giudiziario – abbia proposto all’Assemblea Nazionale una disciplina a maggiore protezione degli avvocati e…Dupond Moretti è un avvocato penalista.

    Il Guardasigilli francese, in realtà, si è speso in favore non tanto della categoria quanto del diritto di difesa affermando (cosa ovvia che non dovrebbe scandalizzare nessuno) che gli studi legali sono luoghi sacri e non può esistere difesa adeguata senza segreto professionale: tanto è bastato per fare insorgere i magistrati che sostengono la malafede di un Ministro che lavorerebbe nell’interesse dei suoi amici e colleghi.

    Dupond Moretti si è limitato a ribattere che il suo intervento è volto a riaffermare, e non a torto visti i precedenti, lo Stato di diritto contro metodi da spie.

    Tutto il mondo è paese: veti incrociati e compromessi porteranno a delle modifiche della riforma nel suo insieme ma nel frattempo l’Assemblea, con voto bipartisan, ha approvato un emendamento che rafforza comunque la tutela del segreto professionale e si aspetta – da qui ad un paio di settimane – il voto del Senato.

    Basta quindi intercettazioni selvagge, perquisizioni e sequestri senza garanzie negli studi legali e intrusioni con ogni metodo nel rapporto confidenziale avvocato/cliente.

    Non è esattamente motivo di consolazione, ma in Francia sono successe cose che voi umani non potete neppure immaginare e che da noi, con grande scorno di Davigo e dei suoi claquers, non sono possibili mentre Oltralpe risultano ampiamente legittime: emblematico il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex Presidente Sarkozy, condannato insieme al suo storico difensore grazie ad intercettazioni illegali – e poi ammesse in giudizio – dopo un’indagine condotta per tre anni senza che gli interessati ne sapessero nulla.

    Lo scandalo, quindi, consiste nell’apporre un freno agli abusi investigativi, qualcosa che – evidentemente – si verifica anche altrove, anche in un Paese in cui vi è dipendenza gerarchica tra le Procure medesime ed il Ministro della Giustizia, e sebbene non via sia la separazione delle carriere che da noi viene presentata come il viatico per subordinare il potere giudiziario e l’esercizio dell’azione penale alla volontà della politica.

    Anche da noi, tuttavia,  succedono in continuazione cose strane come – tanto per ricordarne uno – il caso bizzarro del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara che subiva improvvisi, inspiegabili, guasti intermittenti a seconda degli interlocutori intercettati e degli argomenti trattati…e non si trattava del Presidente della Repubblica o del suo entourage come nella nota vicenda del processo Stato-mafia.

    No, al Quirinale Palamara – sia come Presidente dell’A.N.M. che come componente del C.S.M. – ci andava di persona: sistema più riservato e sicuro per confrontarsi con Giorgio Napolitano e i suoi collaboratori (come sostiene l’ex magistrato) o come, in termini più insidiosi sostiene Alessandro Sallusti, “per prendere ordini”.

    Non lo sapremo mai: a quel tempo Palamara forse non era ancora intercettato e poi da noi il Colle è intoccabile e, se tutto va male, un palmare – come tutte le diavolerie moderne – può avere un inatteso problema di funzionamento.

  • In attesa di Giustizia: compagni che sbagliano

    Lo avevamo previsto nell’articolo della settimana scorsa: come a teatro, il gran finale della stagione giudiziaria prima delle ferie propone reingressi dei protagonisti sul palcoscenico, saliscendi del sipario, ovazioni del pubblico (intese come lancio di uova preferibilmente marce).

    Giustappunto: a proposito di ferie giudiziarie, la cui mutilazione di quindici giorni per legge non è ancora stata digerita (fino a qualche anno fa duravano ufficialmente dal 1° agosto al 15 settembre, ufficiosamente circa da metà luglio fino almeno alla data astronomica dell’autunno) una menzione d’onore spetta ad un magistrato donna di Varese che ha motivato il rinvio di un’udienza da metà luglio a metà ottobre perché “il periodo di ferie deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche” con periodi “cuscinetto” di avvicinamento alle agognate vacanze e di soft landing al rientro.

    Tutto ciò è possibile nel rispetto di una “raccomandazione” del C.S.M. del 2016, Consiglio Superiore che – invece – è destinato a un duro lavoro anche in questo inizio di agosto: soprattutto la sezione disciplinare.

    Infatti, da un lato è stato disposto il rinvio di una settimana per decidere sulla richiesta di trasferimento d’urgenza del P.M. Storari – la rubrica si è occupata anche di questo – dall’altro sono pervenute altre richieste di sanzioni da parte del Procuratore Generale della Cassazione che nei confronti di cinque ex componenti del Consiglio medesimo ha chiesto la sospensione dalle funzioni: due anni per Luigi Spina, Antonio Lepre e Gianluigi Morlini, uno per Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, ritenuti responsabili di avere partecipato ad incontri con Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri (quest’ultimo fuori ruolo in quanto deputato non si sa più bene con quale formazione politica ed, a sua volta, sottoposto a procedimento disciplinare) volti alla spartizione degli incarichi direttivi.

    Non va in ferie neppure Francesco Prete, Procuratore Capo a Brescia che ha recentemente iscritto nel registro degli indagati il suo Collega Francesco Greco, alla guida – come è noto – della Procura di Milano, per omissione di atti di ufficio in relazione alla mancata apertura di un’inchiesta sulla famigerata “Loggia Ungheria”: un colpo di coda inquietante nella vicenda dei verbali di interrogatorio secretati dell’avvocato Amara finiti ovunque tranne dove avrebbero dovuto restare o essere trasmessi.

    E non vanno in ferie nemmeno Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino e Palermo (ma, tanto, è già in pensione) e Nicola Gratteri, Procuratore a Catanzaro, che da pulpiti diversi si scagliano contro la riforma del processo penale elaborata dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli Cartabia: “la peggiore riforma della giustizia mai vista” afferma Gratteri alla trasmissione “In Onda” su La 7 nel corso di un’intervista che sarebbe stata abbisognevole dei sottotitoli in italiano.  Caselli, invece, si schiera nettamente contro la modifica della prescrizione plaudendo implicitamente all’operato di Fofò Bonafede. Si vede che in tempi di chiusura delle discoteche ha nostalgia di un dj che pochi altri rimpiangono.

    A parte la querelle destinata a non esaurirsi sulla riforma, che sarà sottoposta a voto di fiducia, prosegue incessantemente a sprofondare nell’abisso la credibilità della magistratura: un abisso nel quale, come suggeriva Nietzsche, è meglio non guardare a lungo perché anche l’abisso ti guarda dentro.

    Nonostante tutto ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati non sembra interessata a formulare per i suoi iscritti quantomeno un richiamo generale al ritorno a comportamenti visibilmente virtuosi ed una presa di distanza netta dal verminaio scaturito in seguito all’ affaire Palamara e non solo da quello. La corporazione, piuttosto, si stringe a difesa tacita dei suoi componenti: in fondo sono solo compagni che sbagliano, come si diceva dei brigatisti quando rapine, omicidi e sequestri erano visti come un modo di interpretare il marxismo, le “diversità” viste come degenerazioni borghesi e proprio il PCI  – formidabili quegli anni in cui non si parlava di DDL Zan – discriminava gli omossessuali sino al punto di espellere Pier Paolo Pasolini dal partito per indegnità morale.

    Sipario? Forse…

  • In attesa di Giustizia: gran finale

    Siamo alle soglie delle ferie giudiziarie e – come alla conclusione di uno spettacolo – il sipario si alza e si abbassa perché sia offerto il giusto tributo ai protagonisti che riappaiono uno per volta, a coppie, tutti insieme, e qualcuno concede anche il bis.  Ecco…nel nostro caso mancano gli applausi perché c’è poco di cui compiacersi.

    Lato Procura di Milano, la fuga di notizie riferisce che si sta inasprendo lo scontro con quella di Brescia che richiede atti utili per le indagini nei confronti del P.M. De Pasquale, sotto accusa per avere occultato prove a discarico di imputati nel processo c.d. “ENI – Nigeria”: ma il Procuratore Greco rifiuta di collaborare sostenendo che vi sia da tutelare il segreto istruttorio di un’inchiesta ancora in corso.

    Quel segreto istruttorio milanese ad assetto variabile che ha condotto alla incriminazione di Piercamillo Davigo, di cui questa rubrica ha dato conto la settimana scorsa, e la cui difesa prende le mosse da un’intervista al Corsera con accurata selezione – così pare leggendola – dei soggetti di cui parlare e coinvolgere; nel frattempo, in sede disciplinare, della sua fonte Paolo Storari è stato richiesto il trasferimento immediato lontano da Milano, dalla Lombardia e dalle funzioni di Pubblico Ministero accompagnato dal tradizionale garrulo volo degli stracci e messaggi trasversali.  Come dire: un bel silenzio non fu mai scritto.

    Scendendo, di poco la penisola, abbiamo la Procura di Pavia con una brutta gatta da pelare: quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera che ha ucciso un ragazzo extracomunitario durante una colluttazione. Il politico locale è stato messo agli arresti domiciliari con provvedimento di fermo che può essere motivato solo con l’evidenza del pericolo di fuga. Che non c’è perché manca qualsiasi elemento con cui sostenere questa tesi: un po’ come accadde con gli indagati per i fatti della funivia del Mottarone. Ecco allora che, prima dell’udienza di convalida, dopo l’incolpazione (originariamente di omicidio volontario) vengono anche cambiati i presupposti della richiesta: pericolo di ripetizione del reato e di inquinamento delle prove…che però, per legge, non sono i presupposti del fermo a tacere del fatto che – essendo stato contestato l’eccesso in legittima difesa –  in ipotesi di reato colposo e soprattutto in un caso come questo, è ardito sostenere il rischio di commissione di altro fatto analogo. Quanto al pericolo di inquinamento delle prove, anche sotto tale profilo, non vi è traccia di una volontà in tal senso. L’assessore resta in carcere: qui si parla di libertà personale ad assetto variabile; il fatto è brutto ma l’andamento ondivago sussultorio dell’accusa non è poi tanto meglio.

    Scendiamo ancora: a Perugia Luca Palamara è stato rinviato a giudizio per corruzione e l’ex Presidente dell’A.N.M. ha commentato affermando che l’udienza preliminare è un “passaggio stretto”: bene, se n’è accorto, altro che udienza filtro per scongiurare le imputazioni non sostenibili in giudizio! Palamara, tuttavia, si dice certissimo che varrà assolto. Può darsi, non conosciamo gli atti nella loro interezza e nessuna ipotesi deve essere azzardata anche se cotanto ottimismo pare un filo eccessivo.

    Ed eccoci a Roma: il C.S.M. vota e boccia la riforma “Cartabia” sulla prescrizione. Ma perché, il Consiglio Superiore non sarà mica diventato una terza Camera? Già c’è chi sostiene che due siano troppe e va bene esprimere opinioni, è un diritto innegabile, ma un voto formale su questo tema prima di quello nella sede naturale sembra esorbitare dalle competenze costituzionalmente affidate al C.S.M.. Poi dicono che non condizionano la politica.

    In Parlamento, invece, la riforma sulla giustizia finirà con l’essere affidata al voto di fiducia perché le truppe cammellate dell’ex avvocato degli italiani sono in rivolta e non si può perdere tempo ad ascoltare piagnistei pentastellati  a basso contenuto di garantismo  (e denaro: quello del Recovery Fund).

    Intanto continua a  procedere di gran carriera la raccolta di firme per i referendum sulla Giustizia: non tutti i quesiti sono formulati in maniera impeccabile ma sono questioni per addetti ai lavori ed il successo, invece,  la dice lunga del sentiment dei cittadini a proposito di Giustizia.

    Cittadini che, nonostante le proteste contro il green pass, stanno tornando in massa a prenotare la vaccinazione. Magari la scelta non è dettata da un ritrovato senso civico volto a contrastare la circolazione del virus ma dal timore di non poter andare al cinema o al ristorante. Però resta apprezzabile.

    Insomma, va bene così in un Paese dove la libertà è alla mercè di un sistema allo sfascio in cui ormai sono tutti contro tutti, quella di vaccinarsi va – come concetto – capovolta: vaccinarsi è la libertà ed almeno quella non dipende dalle Procure.

    Sipario.

  • In attesa di Giustizia: il volo degli stracci

    Questa settimana Verbania ha faticato per mantenere il primato nella hit parade degli orrori (sì, con la “o) giudiziari ma alla fine l’ha spuntata nonostante la serrata concorrenza di Taranto e Milano.

    Giusto per mantenere elevata l’ansia di chi – vittima o presunto autore di un reato – è in attesa di Giustizia, ecco finire nuovamente sotto processo l’ex Procuratore di Taranto, Carlo Capristo, noto come tutore del cosiddetto “Sistema Trani” fin quando è stato a Capo di quella Procura dove – secondo le ipotesi di accusa che lo avevano già portato ad una privazione della libertà personale – forniva una subdola copertura alle attività illegali intraprese dagli ex P.M. Scimè e Savasta con il contributo, ovviamente prezzolato, del GIP Nardi. Tutte personcine che sono già state condannate, almeno in primo grado, a pene assai pesanti: quasi diciassette anni di reclusione per Nardi, una decina per Savasta e quattro per Scimè.

    Passato a dirigere l’Ufficio Inquirente del capoluogo ionico, secondo quanto emerge dalla nuova indagine, Capristo avrebbe gestito la sua funzione con altrettanto e durevole asservimento della funzione giudiziaria: il che, tradotto, significa con modalità tipicamente corruttive-collusive. Tanto per non perdere le buone abitudini e, magari, arrotondare un pochino il miserevole stipendio di circa 10.000€ netti al mese (oltre indennità varie) per tredici mensilità grazie anche agli spunti offerti dalle grandi vicende giudiziarie che interessavano la ex ILVA…questo è quanto si ipotizza a suo carico: il caso vuole che del collegio difensivo che proprio in quel contesto investigativo si andava allestendo fosse entrato a far parte anche l’avvocato Amara: e, come recita l’epitaffio del monumento a Niccolò Machiavelli, tanto nomini nullum par elogium.

    Eh, sì! Ricompare anche Piero Amara, destinatario di un nuovo provvedimento di arresto mentre Capristo questa volta se l’è cavata con una misura molto più blanda, l’obbligo di dimora, in quanto è ormai in pensione e – quindi – in condizioni di non nuocere. Forse.

    Per chi non lo ricordasse, Amara è quello dei verbali della Procura di Milano secretati e destinati incomprensibilmente a Davigo invece che sortire, come sarebbe stato logico attendersi, l’avvio di un’indagine e l’iscrizione delle persone citate durante gli interrogatori nel registro degli indagati.

    E Milano, già nella bufera per questa brutta storia si vede inquisire altri due P.M. dai Colleghi di Brescia competenti per le indagini sui magistrati meneghini: Sergio Spadaro, da poco transitato alla Procura Europea e il più noto Fabio De Pasquale che – si sospetta – abbiano celato elementi di prova a discarico degli imputati nel processo per le presunte tangenti ENI per corruzione internazionale in Nigeria. Il condizionale è d’obbligo (lo si è usato anche per Capristo), perché la presunzione di non colpevolezza vale anche per coloro che praticano questo canone costituzionale con grande parsimonia.

    Fatto sta che, come si suol dire, non c’è pace tra gli ulivi anche – e soprattutto – grazie agli Uffici Giudiziari di Verbania dove, per mantenere la vetta della poco commendevole classifica, alla Dottoressa Banci Buonamici, che non ha convalidato i fermi per la strage della funivia e disposto una sola misura di arresti domiciliari, è stata tolta la titolarità sul fascicolo dal Presidente del Tribunale ricorrendo ad una fumosa giustificazione circa le assegnazioni del carico su base tabellare: parole incomprensibili ai più che non si tenterà neppure di spiegare perché il provvedimento è troppo tempestivo rispetto alle lagnanze del Procuratore (quella che non vuole più bere il caffè con la Collega Giudice) per non suscitare almeno qualche perplessità.

    Il retro pensiero è che, ormai, si sembra giunti al punto in cui il P.M si sceglie il Giudice più gradito… tanto è vero che la Camera Penale di Verbania ha protestato dichiarando lo stato di agitazione e proclamando un giorno di astensione, subito seguita dalla Giunta dell’Unione che di giornate di astensione dalle udienze ne ha indette due, stigmatizzando come quanto avvenuto, e tutt’ora in via di evoluzione a Verbania, sia tanto inaccettabile quanto indicativo di una improcrastinabile separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti.

    Questa primavera è maturata tardi, solo alle soglie dell’estate, sarà forse per questo che – invece del volo delle rondini che l’annuncia – assistiamo a quello degli stracci all’interno stesso di quell’Ordine Giudiziario che, come dice Carlo Nordio, è già tanto se gode ancora della fiducia del trenta per cento dei cittadini.

  • In attesa di Giustizia: il ritorno dei grembiuli

    Questa settimana, in una rubrica che si interessa anche di legge e non solo di Giustizia, avrebbe potuto essere più divertente – si fa per dire – trattare di qualcuna delle recenti pensate del nostro legislatore: per esempio quanto previsto dalla regolamentazione delle tanto attese riaperture dei ristoranti e l’uso dei servizi igienici il cui accesso è stato consentito “solo per casi di assoluta necessità”. Chi sarà mai l’oscuro burocrate che ha pensato, e tradotto in una norma, una simile scempiaggine? E di quale autocertificazione o certificazione bisognerà essere muniti per poter andare al bagno, forse quella dell’urologo che diagnostica problemi alla prostata da mostrare (in occasione di un controllo) alle Forze dell’Ordine? Non lo sapremo mai: il Viminale, interpellato in proposito, per ora tace non meno che con riguardo al da farsi nel caso di un temporale improvviso che colga malcapitati avventori accomodati in esterno.

    Purtroppo, al peggio non c’è limite e qualche gustosa considerazione su una ennesima disciplina sciatta ed approssimativa cede il passo al commento sulle inarrestabili notizie circa il dilagante malcostume (per usare un garbato eufemismo) da cui è affetta una magistratura, con la “m” rigorosamente minuscola.

    Si apprende, infatti, che la Procura di Milano, oltre un anno fa, ha verbalizzato dichiarazioni dell’Avv. Amara, già noto per avere patteggiato accuse  di corruzione in qualche misura legate al cosiddetto “Sistema Palamara”, contenenti nuove rivelazioni ed illustrando – tanto per non farsi mancare nulla – l’esistenza della  loggia coperta “Ungheria”, una sorta di P2 del terzo millennio, fulcro dell’intreccio tra politica, ordine giudiziario e informazione: verbali in cui – salva la necessità di verificare la veridicità di quanto affermato da Amara – si rivolgono pesanti accuse a uomini appartenenti a diversi poteri dello Stato.

    Questi atti sembra che prima siano stati opportunamente insabbiati, poi – non è chiaro a che titolo ma questa è una certezza – fatti avere (peraltro in formato word e privi di firma) da parte di un Pubblico Ministero di Milano a Piercamillo Davigo, in allora componente del C.S.M., il quale, emersa molto successivamente la circostanza, sostiene di averne trattato “con chi di dovere”. Chi, appunto: il Quirinale, il Procuratore Generale della Cassazione, il Guardasigilli?

    Di tali accadimenti se ne ha notizia solo ora principalmente perché il Consigliere Nino Di Matteo, destinatario successivo di un plico anonimo con identico contenuto, ha provato a introdurre l’argomento, senza grandi risultati, nel corso del plenum di un C.S.M. sempre più delegittimato la cui difesa è affidata al suo Vice Presidente che sostiene fiaccamente essere in corso una manovra destabilizzante cui l’organo di autogoverno è assolutamente estraneo.

    Sarà…ma la vicenda si colloca nella preoccupante cornice disegnata dalle rivelazioni di Luca Palamara contribuendo alla caduta verticale di fiducia nelle istituzioni ed è curioso annotare come sia la direzione de Il Fatto Quotidiano che di Repubblica (che sono gli altri destinatari di questo scottante materiale) non abbiano immediatamente incaricato di approfondire uno dei loro indignati speciali, forse temendo una polpetta avvelenata.

    A monte di tutto vi è comunque la commissione di un crimine: la rivelazione di segreti istruttori e la norma non prevede eccezioni, neppure se commesso (come è accertato) da un P.M. e con destinatario un componente togato del C.S.M.. Su tale ipotesi di reato indaga la Procura di Roma ma, pare, solo nei confronti della ex segretaria di Davigo e con riferimento alla successiva spedizione dei verbali di Amara alle direzioni di testate giornalistiche. Per ora…

    Anche in assenza di questi chiarificatori sviluppi è evidente che Piercamillo Davigo avrebbe dovuto presentare un esposto alla Procura della Repubblica piuttosto che trattare “con chi di dovere” (e non sappiamo chi…) facendo uso addomesticato di quanto ricevuto ed appreso perché ricevere ed utilizzare qualcosa che proviene dalla commissione di un reato integra quello di ricettazione.

    C’è da temere che questa non sia l’ultima storia di corvi, gole profonde e veleni e, forse, quello che si è ipotizzato la settimana scorsa in questa rubrica circa regolamenti di conti in corso tra le toghe nel momento di massima vulnerabilità può rivelarsi un’ipotesi tristemente vera e se lo è anche il ritorno in auge di grembiuli e compassi, l’attesa di Giustizia in un sistema giudiziario fuori controllo ed irresponsabile è destinata a diventare una vana speranza.

  • In attesa di Giustizia: taci, il nemico ti ascolta

    Mentre vi è – lo abbiamo registrato anche di recente – chi non dispone del buon gusto di tenere la bocca chiusa (specie se l’utilità non va oltre la ossigenazione di una coppia isolata di neuroni), su talune vicende, senza che la cosa stupisca più di tanto, il silenzio è d’oro. Nel senso che vi sono fatti per trovare notizia dei quali bisogna mettersi d’impegno per recuperare qualcosa saccheggiando la rete, oppure avendo l’occasione di vivere personalmente quegli accadimenti.

    Per esempio: chi tra i lettori conosce il nome di Michele Nardi, inteso come l’ex giudice per le indagini preliminari a Trani e poi P.M. a Roma? Probabilmente nessuno e pochi sanno che poco più di una decina di giorni fa costui è stato condannato a sedici anni e nove mesi di carcere: l’accusa ne aveva chiesti venti.

    Avrà ammazzato qualcuno? No, ma – forse – una imputazione per omicidio sarebbe stata meno infamante di quelle poste alla base di una condanna così severa: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Michele Nardi è stato ritenuto al vertice di quello che è stato ribattezzato “il sistema Trani” un gruppo di magistrati, funzionari di polizia ed avvocati che manipolavano i processi: del gruppetto, secondo altra sentenza, faceva parte pure Antonio Savasta (altro Pubblico Ministero a Trani) che si è visto infliggere dieci anni di reclusione e sequestrare beni per un paio di milioni abbondanti di euro e, per ora, mancano all’appello l’ex Procuratore Capo di Trani, Capristo che è stato arrestato successivamente per concussione ed il suo successore al vertice di quella Procura Antonino Di Maio: il processo a costoro è da poco iniziato.

    Dunque, si sta accertando giudizialmente l’esistenza del “sistema Trani” con buona pace di chi in passato ha subito un processo in quel Tribunale: e viene da domandarsi se di vicende come questa non dovrebbe esservi una maggiore informazione tenendo da conto che la nostra Costituzione prevede che la Giustizia sia amministrata in nome del popolo italiano e ciò significa che i cittadini hanno (se viene concessa…) la possibilità di controllare come la giustizia sia amministrata. Anche a Trani, per utilizzare l’ultimo esempio, in ogni caso essendo informati circa l’esistenza e lo sviluppo dei processi a carico di magistrati sia pure nel rispetto della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.

    Ma in ordine a talune vicende tutto tace o, quantomeno, è fortemente silenziato.

    Se l’è cavata meglio Antonio Ingroia, ex P.M. antimafia divenuto in seguito avvocato e politico (non sembra con grande fortuna in entrambi i casi): solo un anno e dieci mesi di galera per peculato, inflitti a metà novembre. A quanto pare, l’uomo si concedeva pranzi da gourmet e soggiorni in alberghi di lusso a spese della società regionale “Sicilia e – Servizi”, oggi “Sicilia Digitale” di cui era stato posto al vertice dal Governatore Crocetta.

    Ricorrerà in appello, e nell’attesa, però, arriva per lui una buona notizia. “Giustizia è fatta!” proclama Antonio Ingroia: il 26 novembre scorso il TAR del Lazio gli ha “restituito” la scorta che gli era stata tolta riconoscendogli una perdurante esposizione al rischio per il ruolo svolto come inquirente e seppur cessato da almeno dieci anni. Di questo trionfo apprendiamo in quanto la comunicazione è stata seguita proprio dall’ufficio stampa di Ingroia. Ma questo sarà davvero un trionfo della giustizia? Se non altro, l’”ex” di turno potrà spostarsi senza il fastidio di comperarsi un’auto, pagare assicurazione, carburante, tagliandi e cambio pneumatici: viene tutto fornito graziosamente dal Ministero dell’Interno insieme all’autista.

    Certamente, bisognerebbe saperne di più per farsi un’idea più ragionata su vicende come queste ma – come sembra – il silenzio è d’oro allorché gli argomenti ridondano a disdoro di quella che resta una casta non adusa ad essere criticata, con la presunzione di essere intoccabile ma la cui popolarità è in caduta verticale. Taci, dunque, giornalista: il nemico ti ascolta.

  • In attesa di Giustizia: tetti di vetro

    Ci risiamo, c’è chi del parlare a sproposito sembra che ne faccia una ragione di vita: mentre è in corso il procedimento disciplinare suo a carico, il P.M. (o ex tale…) Luca Palamara preannuncia – o, forse, minaccia – di fare nuove rivelazioni a proposito delle scelte retrostanti agli attacchi giudiziari nei confronti di Matteo Salvini: e già dalle chat a suo tempo intercettate emergeva che il PD aveva chiesto ai magistrati di incastrarlo.

    Per altro verso si sono sopite ma riecheggiano ancora le voci circa un “aggiustamento” sfavorevole e pilotato della sentenza della Cassazione volta a creare un precedente nei confronti di Silvio Berlusconi che ne avrebbe determinato la decadenza da senatore ed un lungo fermo dalla vita politica attiva.

    Gli atti del procedimento penale riguardante sempre Luca Palamara, per conto loro, si sono rivelati una specie di vaso di Pandora da cui sono fluiti miasmi e liquami che hanno fortemente delegittimato la magistratura essendosi alzato il velo sul diffuso e squallido mercimonio degli incarichi sull’uso strumentale dell’azione giudiziaria, sui mezzucci con i quali – anche a costo di ricorrere alla calunnia – si interveniva per stroncare la carriera di questo o di quel magistrato a seconda di clientele, amicizie, schieramenti, convenienze.

    La realtà si è proposta come molto peggiore di quello che si immaginava e temeva: ora, tuttavia, il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, bontà sua, rivela di chi è la colpa della deriva morale della magistratura (m, rigorosamente, sempre minuscola): questo unto del Signore è costretto ad ammettere che c’è un problema di corruzione ma la responsabilità è degli avvocati che dovrebbero vigilare sul comportamento dei propri colleghi che inducono in tentazione i poveri giudici solleticandone l’ingordigia.

    Ecco, si va sempre a parare lì: la colpa è degli avvocati che sono disposti a tutto pur di vincere una causa. Nicola Gratteri prima di dare aria alla bocca dovrebbe, per esempio e non è l’unico di questi tempi, dare uno sguardo agli atti del processo a carico di un Pubblico Ministero che esercitava in Puglia (ora arrestato e con il giudizio in corso) che, a tacer di peggio, durante i colloqui con i difensori faceva allusioni del tipo “bell’orologio, avvocato” lasciando intendere che uno analogo come cadeau sarebbe stato gradito e che avrebbe garantito riconoscenza: uno che si era assicurato la copertura dell’allora capo del suo ufficio – attualmente ospite anche lui del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – e le cui continue e diffuse malefatte sono state svelate solo grazie al coraggio e all’onestà di una giovane sostituta.

    Sì, perché una Magistratura ancora immune da condizionamenti, pulita e coerente con la sua funzione esiste ancora, dei Magistrati che sono leali servitori dello Stato ci sono, ma non sembra proprio che sia il momento migliore per provare a difenderne l’onorabilità gettando fango sull’avvocatura con illazioni completamente fuori luogo perché è la notte del Potere Giudiziario, nella cui oscurità si sono svelati a muoversi veri e propri zombie fuoriusciti  da antri massonici e pronti a succhiare il sangue di una morente democrazia, famelici anche della propria specie che non esitano a cannibalizzare.

    Illustre Dottor Gratteri, un bel tacer non fu mai scritto o, come si dice da qualche parte: chi ha tetti di vetro non tiri sassi al vicino.

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