magistrati

  • In attesa di Giustizia: l’ultimo raglio

    “I fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito sulla domanda di grazia”. Così annota Francesca Nanni, Procuratore Generale di Milano, in merito al provvedimento di clemenza che ha riguardato Nicole Minetti, suscitando le ire di Marco Travaglio che scaglia un anatema nei confronti dell’alto magistrato milanese: “Egregia procuratrice, lei è libera di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna su gravissimi reati senza che abbia scontato un minuto di pena…ciò che lei non può fare  è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto, in un comunicato che non ammette contraddittorio”.

    Con questo raglio – che fa anche rima con il cognome –  il Direttore sembra essere nella imminenza di proporre una querela nei confronti del Procuratore Generale di Milano “se non si rimangiano tutto e ci chiedono scusa” e nel frattempo, sulla prima pagina del suo rotolone Regina quotidiano pubblica un articolo dal titolo gravemente irrispettoso  “Grazia, Graziella e Mattarella” nel quale non manca di dare ulteriore prova del difetto congenito di cultura costituzionale, se non di semplice umanità lamentando nuovamente che a Nicole Minetti non sia stata fatta scontare nemmeno un po’ di galera…dove rischia di finire lui se quella querela per diffamazione verrà davvero proposta trattandosi di un’accusa palesemente calunniosa e ribadita continuando a sproloquiare nelle ospitate sulle reti televisive amiche o sulle colonne della sua creatura editoriale.

    C’è da temere che non finirà qui: il Procuratore Generale di Milano è persona riservata, equilibrata e composta nei modi, che parla solo attraverso atti del Suo Ufficio, per cui è altamente improbabile che alimenti questa sterile polemica ma qualcun altro potrebbe farlo ergendosi a difensore di strampalate teorie.

    Il primo che viene in mente è un esperto del settore: il senatore grillino Roberto Scarpinato, uomo che nella sua precedente vita da magistrato è stato cultore della cosmologia manettara e dell’esoterismo giudiziario capace – in una delle sue tante e fallimentari indagini – di ipotizzare stragi di mafia per annientare i vecchi referenti politici frutto di un concerto dei boss con il  criminale di guerra Arkan, con la destra eversiva, Licio Gelli e leghe separatiste, non senza il contributo di un avvocato faccendiere. L’avvocato farabutto non poteva mancare…

    Ci sarà, dunque, un ultimo raglio, sperando che tale sia davvero? Lo sapremo solo vivendo.

  • In attesa di Giustizia: illegalità diffusa

    Sembra il sequel dell’articolo della settimana scorsa ed in un certo senso lo è: per i lettori benpensanti che dovessero continuare a ritenere che le intercettazioni illegali siano una rarità frutto di qualche mera e comprensibile svista ecco servite le ragioni della protesta proclamata dagli avvocati penalisti che si asterranno dalle udienze per tutta la prima settimana di giugno.

    Nel corso di un procedimento penale pendente alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica intercettazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle apposite salette del carcere locale “Capanne”; tali intercettazioni erano state disposte nell’ambito di una indagine per associazione a delinquere relativa al traffico di stupefacenti ma il provvedimento autorizzativo del giudice riguardava esclusivamente i colloqui intercorsi tra uno specifico difensore (a sua volta indagato, il che ne consente l’ascolto) ed il suo assistito; viceversa, dalle risultanze processuali, è emerso che le operazioni di intercettazione sono durate sei mesi registrando i colloqui di almeno altri quindici avvocati e detenuti diversi da quelli indagati indicati nel decreto autorizzativo, conversazioni nel corso delle quali i difensori hanno interloquito con i loro assistiti nell’esercizio delle loro funzioni ed in tali conversazioni, protette dal segreto professionale, sono stati inevitabilmente trattati argomenti di natura strettamente difensiva, ivi incluse le strategie processuali che gli indagati e/o imputati avevano il diritto assoluto di non anticipare all’accusa, nonché vicende personali e riservate che nulla avevano a che fare con il fatto-reato oggetto delle indagini.

    Posto, quindi, che uno solo dei soggetti intercettati era imputato in un procedimento trattato dal titolare delle indagini che aveva originato l’intercettazione, l’ufficio del pubblico ministero si è trovato nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse di difese estranee alla posizione attenzionata, violando la legge e procurandosi una posizione di indebito vantaggio processuale.  Le registrazioni dei colloqui illegittimamente captati, avrebbero dovuto essere immediatamente distrutte ed invece sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali, con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata.

    La normativa vigente da oltre vent’anni impone l’immediata interruzione delle operazioni di intercettazione non appena risulti che non riguarda soggetti per i quali vi è l’autorizzazione, e che tale obbligo avrebbe potuto e dovuto essere rispettato adottando elementari accorgimenti tecnici e organizzativi, quali, ad esempio, il monitoraggio in tempo reale degli accessi alle sale colloqui. La mancata adozione di tali misure – prescindendo dai possibili profili di responsabilità penale e/o disciplinare – integra una gravissima violazione del diritto di difesa e del segreto professionale e risulta clamorosamente violata una regola fondamentale e invalicabile di uno Stato di diritto, costituita dalla libera, effettiva, piena e garantita fruibilità di tale diritto, una violazione tanto più esecrabile in quanto compiuta ai danni di soggetti privati della libertà, del tutto estranei all’indagine. Chi autorizza e chi dispone una modalità di indagine così invasiva, attuata in uno dei luoghi coperti dal massimo livello di tutela costituzionale della riservatezza e del diritto di difesa, è gravato da una evidente responsabilità, laddove è ragionevole prevedere lo sviamento o comunque l’errore da parte degli operatori ai quali è affidato il compito operativo il che impone all’autorità giudiziaria ed agli agenti di polizia giudiziaria una rigorosissima sorveglianza sul rispetto dei limiti entro i quali la captazione è stata (come si presume) legittimamente disposta…e, tanto perché si sappia sta succedendo la stessa cosa anche a Napoli. Forse la rubrica ne tratterà la settimana prossima anche se ci sarebbe una interessante questione su una prova fisica raccolta durante l’autopsia di Chiara Poggi, prima trascurata e poi dimenticata per diciannove anni in un congelatore che potrebbe confermare la bontà dell’alibi di Alberto Stasi, trascurata anche dai media perché sottende aspetti tecnici e medico legali che mal si adattano a sbraitanti commentatori…e l’attesa di giustizia continua.

  • In attesa di Giustizia: la saga degli orrori continua

    Sarebbe interessante avere argomenti diversi di cui trattare ma da Pavia non smettono di emergere aspetti inquietanti che hanno caratterizzato l’originaria indagine per l’omicidio di Chiara Poggi che non possono essere trascurati e segnalati ai lettori con una informazione che non sia quella strillata da pseudo-qualsiasi cosa e tuttologi durante le trasmissioni televisive.

    Poco se ne è detto ma sulla piattaforma Infinity di Mediaset e su altri media sono stati postati l’audio e le trascrizioni di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi ed il suo difensore dell’epoca, Prof. Angelo Giarda, che sono state intercettate il che pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del mancato rispetto di garanzie costituzionali che assistono il rapporto tra cliente ed avvocato.

    Nel nostro ordinamento questo genere di comunicazioni, siano esse epistolari piuttosto che telefoniche, telematiche o altro hanno una protezione rafforzata a presidio non solo del diritto alla riservatezza ma anche di quello di difesa, entrambi assicurati da altrettanti canoni della Costituzione; ne deriva che l’art. 103 del codice del processo penale non solo vieta qualsiasi genere di intercettazione di tal genere ma ne stabilisce la inutilizzabilità nel caso che siano “accidentali”: il che significa non solo che sono proibite ma che ne è assolutamente inibito l’impiego in sede processuale ed – a maggior ragione – in qualsiasi altra, più che mai in ambito di mera cronaca; il problema, peraltro, non è il carattere accusatorio o difensivo che questi intercalari possano avere ma il fatto stesso che un colloquio tra imputato e difensore possa essere ascoltato, letto, captato e, peggio che mai, trasformato in materiale mediatico.

    E’ inquietante, altresì, che di queste captazioni se ne sappia ora perché rinvenute da una Procura, facendole riaffiorare da un limbo investigativo in cui erano evidentemente state in precedenza occultate e rese inaccessibili ai privati, come possono essere l’imputato ed il suo patrono, nella consapevolezza che si trattasse di attività illegali.

    Al peggio, però, non c’è mai limite e viene allora da domandarsi chi – tra coloro che hanno avuto accesso al fascicolo attuale di indagini – le abbia non tanto ottenute ma ne abbia fatto diffusione ad organi di informazione.

    Il lettore benpensante, forse, considererà che si è trattato, almeno inizialmente, di un errore, un eccesso di zelo dell’addetto agli ascolti, magari un guasto tecnico degli apparati di intercettazione… ma che di regola sono cose che non succedono.

    Invece, succedono! Se non ci fosse il rischio reale che accadano non ci sarebbero norme che le vietano rigorosamente e che succedano lo può assicurare chi oggi ne scrive a cui è capitato (oltre a quelle in cui ha avuto il fondato sospetto), in almeno quattro occasioni, di avere la prova provata di essere lui stesso il primo intercettato per arrivare a suoi assistiti di cui non si conosceva un’utenza fruibile da mettere sotto controllo. Una prima volta la prova fu nella scoperta, uscendo dallo studio in ora serale, di un’auto civetta parcheggiata proprio di fronte al portone con a bordo il P.M. che stava facendo una certa indagine in compagnia di appartenenti alla Polizia Giudiziaria che all’evidenza attendevano un assistito che aveva preso un appuntamento (salvo poi non presentarsi ed in seguito arrestato altrove). Una volta successiva, invece, dagli anfratti di un fascicolo molto voluminoso emersero le trascrizioni dimenticate – anche perché del tutto inutili – di conversazioni tra il sottoscritto e la moglie di un latitante, in un’altra invece furono rinvenute le tracce residue di una “ambientale” allestita con tanto di micro telecamera e microfono posizionati nella plafoniera sovrastante la scrivania del sottoscritto. E la quarta, si domanderà ora il lettore? La quarta fu quando un cliente che aveva telefonato poco prima per prendere un appuntamento fu catturato dai Carabinieri appostati in portineria mentre aspettava l’ascensore per salire a conferire con il suo avvocato.

    Come scrive Jacopo Pensa, grande penalista milanese e poeta per passione: nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto.

  • In attesa di Giustizia: il terzo mondo è qui

    Sarebbe, più che mai, il momento del silenzio in attesa che si parli in udienza: viceversa, come c’era da immaginarsi, alla chiusura delle indagini è riesploso l’affaire Garlasco con una virulenza conseguente alla discovery degli elementi raccolti – e sin qui non rivelati – a carico di Andrea Sempio. Silenzio, quanto mai opportuno a partire dai commenti (per non dire dalle anticipazioni di sentenza) sugli esiti degli accertamenti dei RIS sulla famigerata “impronta 33” con una relazione finale che, a voler usare un garbato eufemismo, sputtana senza mezzi termini il lavoro fatto sulla scena del crimine dal reparto in allora guidato da Luciano Garofano.

    Ad ascoltare le trasmissioni televisive nuovamente e totalmente dedicate, non una esclusa, e spigolando qua e là si trova lo strapeggio di tutto: su Facebook, per quello che può valere, qualcuno ha persino opinato che le nuove indagini sarebbero esaltate da una stampa di regime o ne sono nientemeno che una promanazione ma non è da meno la stampa cosiddetta informata, che riporta ai negazionismi di più o meno recente memoria.

    Per capire bisognerebbe leggere le carte, le vecchie carte prima di tutto, documentandosi sulle sentenze di assoluzione e di condanna di Alberto Stasi. Come in quasi tutte le motivazioni si trovano fisiologicamente inceppi, incongruenze, passi falsi, tipici dei processi indiziari. D’altronde le sentenze le redigono i giudici, e i giudici sono uomini: tuttavia non ci si può (o, almeno, non ci si potrebbe…) dire realmente convinti da una condanna costruita su di un claudicante costrutto indiziario, in cui mancano il movente e l’arma del delitto, ed è persino incardinata su errori, incongruenze e falsità ancorché dovute a negligenza o ignoranza. A tacere della esistenza di un’indagine per corruzione a carico del titolare delle vecchie inchieste, è normale alzare la testa da quelle letture con dubbi.

    Ciò che turba maggiormente è, poi, il tristemente tradizionale circo equestre di presunti esperti, criminologi beceri e urlanti, che hanno tolto il palcoscenico ai virologi di pandemica memoria, ma non è da meno quello di giornalisti, che hanno dato vita a vere e proprie faide ed esposti alla magistratura, con insulti incrociati. Povero Sempio, responsabile o meno che sia, non avrà mai un giusto processo dopo che per mesi è stata inquinata la possibilità di serena valutazione di ogni possibile giudice popolare…e magari anche di qualche magistrato di carriera. L’unico obiettivo è dire: colpevole!…sulla base di una presunta competenza acquisita sul campo; ne deriva che persino cronisti regolarmente muniti di tesserino professionale si accodano ad altri personaggi improbabili, per non dire impresentabili, in uno Stato di diritto e in una società civile: dalle criminologhe bistrate ai periti di molta parte, a difensori di parte civile che difendono il nuovo indagato invece che stare, silenziosamente, lungo il fiume a vedere cosa porta la corrente.

    Da che mondo è mondo, alcuni casi di cronaca nera hanno sconvolto e acceso l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma in questo ci troviamo di fronte a un processo indiziario con due sentenze di assoluzione e una cassazione che va contro l’assoluzione (oggi non sarebbe più possibile neppure fare il ricorso grazie ad una riforma successiva alla condanna di Stasi), ad una condanna fondata su indagini sbagliate o deviate, inconsistenza degli indizi se non da una delirante valutazione degli elementi  Se si pensa che una persona debba essere condannata perché nel luogo del delitto non risultano le sue impronte già questa è un’ assurdità giuridica…o l’ora della morte, che viene ristretta o allargata o addirittura non considerata quella indicata dal primo anatomopatologo che indicava una forbice molto molto più ampia in cui Stasi era coperto da alibi o, peggio, il fatto di non avere considerato l’alibi visto che a quell’ora Stasi stava lavorando alla tesi…

    Se in questo contesto inquietante oltre alla morte di una giovanissima donna in maniera così atroce, ci mettiamo l’ipotesi di un giovane uomo che da più di un decennio è in galera ed a tutto ciò la gogna anticipata di un indagato che è assistito dalla presunzione di non colpevolezza ma avviato al tritacarne di una Corte d’Assise preventivamente ingravidata di pregiudizi, dobbiamo essere consapevoli che Garlasco è roba da terzo mondo e il terzo mondo è qui.

  • In attesa di Giustizia: BARD

    Stasi è innocente ma deve restare in galera: non è solo uno caso giudiziario, è uno scandalo. Tutta la vicenda era dall’inizio piena di dubbi ragionevoli in presenza dei quali il codice dice che si deve assolvere. Ora però siamo molto oltre il ragionevole dubbio: c’’è addirittura una Procura della Repubblica che esclude la presenza di Alberto Stasi sulla scena del delitto, e sostiene questa sua tesi sulla base di elementi che solo in parte sono noti perché non sono state ancora concluse le indagini consentendo l’accesso a tutti gli atti di investigazione.

    Sarebbe, tra l’altro, stato accertato che alcuni indizi ritenuti utili per condannare Stasi sono stati manipolati, e soprattutto che l’orario del delitto non è quello stabilito dalla sentenza di condanna ma è spostato di un paio d’ore e dunque coincide con un momento nel quale Stasi aveva l’alibi. Tutto questo è indipendente dal fatto che la Procura ipotizza che Andrea Sempio sia colpevole, che agì da solo: che sia colpevole o innocente, a questa stregua, non incide con il fatto che comunque Stasi possa essere, e sia, innocente. Con tutti questi elementi nuovi che sono emersi dalla indagine del P.M. Napoleone siamo molto oltre il ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza, siamo molto vicini alla prova provata della sua innocenza, tuttavia Alberto Stasi resta in prigione dopo aver scontato dieci anni di pena, trascinato nel fango come assassino della sua fidanzata. Un più che presunto innocente rimane in carcere perché così vuole la burocrazia penale. Sarà necessario che arrivi la richiesta di rinvio a giudizio per Sempio, poi che questa richiesta sia accettata, poi dovrà essere avviato il processo a suo carico, e solo a questo punto sarà possibile chiedere la revisione di quello per Stasi e, se la richiesta sarà accolta, bisognerà aspettare il nuovo dibattimento, che sarà a carico di una persona che la stessa giustizia, prima di processare, ha ritenuto implicitamente innocente.

    Il caso Garlasco è un simbolo, è un esempio…Negativo, un po’ come lo è stato il caso Tortora. Ci indica tutti i limiti della giustizia ed è ben vero che l’errore giudiziario è sempre possibile, non si può evitare, ma basterebbe attenersi scrupolosamente all’articolo 533 del codice di procedura penale contenente la regola che impone il proscioglimento o l’assoluzione se sussistono dei dubbi. Anche minimi dubbi: è la regola BARD, Beyond Any Reasonable Doubt, per dirla all’americana che fa più fine, peraltro sistematicamente ignorata in parte per superficialità dei giudici, in parte per la pressione giustizialista che esercita la stampa, talvolta per la pressione della politica. Nel caso di Stasi successe che nei giorni precedenti all’ultima sentenza di condanna un grande giornale mandò in edicola un libretto riassuntivo della vicenda in chiave colpevolista, che probabilmente influenzò i giudici, perlomeno i giudici popolari, frutto di una tendenza forcaiola, che pervade le istituzioni, la magistratura e i mezzi di informazione.

    Insieme alla ripresa di interesse per il caso Garlasco, in questi giorni ha fatto scalpore quella della grazia concessa a Nicole Minetti e in proposito – anzi a sproposito – si è detto di tutto: è una mascalzonata colpa di Nordio (Ranucci che fa il saputello ignora il perché il Ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia ma solo di Giustizia) o forse di Mattarella, magari – questo sì ma lo sussurra solo qualche avvocataccio che ha votato SI al referendum – della lentezza con cui (parliamo di anni) è stata trattata la richiesta della condannata di espiare la pena con affidamento in prova ai servizi sociali che sarebbero terminati prima della presentazione della domanda di grazia se solo si fosse fissata un’udienza. Tuttavia, un colpevole in questo caso si è trovato con certezza, basta leggere il parere favorevole formulato dalla Procura Generale di Milano: ove si parla di “presa di distanza dal passato deviante…dal contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati della Minetti…nei quali protagonisti erano personalità di potere e di rilevanza pubblica come il Presidente del Consiglio dei Ministri…che indubbiamente crearono un clima idoneo a condizionare le scelte di una giovane donna ingenerando un senso di impunità e assenza di limiti al controllo sociale…”. Ecco, in questo caso un colpevole si è trovato oltre ogni ragionevole dubbio: Silvio Berlusconi, chi altri?

  • In attesa di Giustizia: la banalità della tragedia

    Studia, studia, altrimenti finirai con il fare il Pubblico Ministero: è un modo di dire un po’ in disuso, ironico e paradossale, che in Calabria ha mostrato come la realtà possa grottescamente confermare la saggezza popolare.

    A Platì è una notte di novembre di molti anni fa, quando venne fatto partire il blitz della cosiddetta Operazione Marine e 125 abitanti su 3.800 vengono arrestati con l’accusa di essere mafiosi mentre un altro centinaio sono gli indagati a piede libero: questa spettacolare operazione coordinata dall’ineffabile Nicola Gratteri si concluderà molti anni dopo con solo otto condanne e, fin qui, siamo nella fisiologia delle iniziative visionarie di un Procuratore che si ritiene unto dal Signore. Alla parte tragica di questa maxi indagine fece seguito l’onere per lo Stato di pagare decine di sostanziosi indennizzi per ingiusta detenzione ma alla banalità della tragedia che ha privato della libertà personale una moltitudine di innocenti si assomma una componente ridicola della vicenda che ha dell’incredibile. Secondo i Carabinieri, coordinati da Gratteri ma anche secondo il GIP che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. Secondo gli inquirenti la prova di uno iattante predominio mafioso a Platì è rappresentato da una delibera del Comune del 2001 intitolata “valorizzazione aree latitanti”: secondo Gratteri & C. ciò dimostrerebbe che i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti sarebbero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto di straordinaria gravità con tanto di esplicita delibera comunale, tanto che il Giudice, nell’ordinanza di custodia cautelare afferma che tale delibera era sintomatica dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti mentre il furore manettaro non ne conosce.

    Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia affiorano le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati recuperano le delibere precedenti a quella del 2001 che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina facendo questa scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti” dal correttore automatico…e nessuno a rileggere neppure prima di arrestare centinaia di persone.

    La notizia dello strafalcione è ghiotta ed inizia a trapelare ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che la legge impone di svolgere proprio al PM), sostiene che si tratti di un abbaglio segnalato dei difensori, ed all’ ANSA dichiara che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”…detto da lui che parla una lingua aborigena che italiano sicuramente non è.

    Di fronte al tribunale della libertà, tuttavia, viene evidenziato che la parola “latistante” nella lingua italiana esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc e nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”.

    Inquietante nota di colore è quella che evidenzia come il termine “latistante” fosse persino utilizzato nei quiz usati per l’accesso al concorso in magistratura.

    La banalità di questa tragedia è tale che fa venir persino da sorridere, se fosse la sceneggiatura di un film, magari un sequel dell’indimenticabile e profetico “Tutti dentro!” interpretato da Alberto Sordi e non l’intessuto di un provvedimento di cattura che porta in intestazione la Stella della Repubblica. Della Repubblica delle Procure.

  • In attesa di Giustizia: una punizione per chi?

    “Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi che il P.M. Gianfranco Colace e la GUP Lucia Minutella, entrambi di Torino, avevano presentato contro le sanzioni emesse nei loro confronti dalla severissima sezione disciplinare del C.S.M.

    Colace – che di questa rubrica è uno degli antieroi –  aveva intercettato indirettamente il senatore Stefano Esposito per circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) per poi chiederne il rinvio a giudizio sulla base di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 di quella Costituzione che i magistrati dicono di amare imponesse (ed imponga) di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per intercettare un parlamentare.

    Sul punto si era espressa severamente la Corte Costituzionale, già nel dicembre 2023 ed il C.S.M. aveva definito la condotta dei due incolpati “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”.

    A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (a Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità, la Dottoressa Minutella se l’è cavata con la censura che è poco più che un bonario buffetto.
    Il senatore Esposito venne intercettato casualmente mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (finita con il proscioglimento) e, sebbene Esposito fosse stato individuato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica” il P.M. continuò a farne intercettare le telefonate con Muttoni: in buona sostanza, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni…un senatore fa sempre gola ai P.M.

    La richiesta di rinvio a giudizio di Esposito contemplava tra le fonti di prova 126 ascolti che lo riguardavano ed il GUP Minutella l’accolse senza battere ciglio mettendo Esposito sotto processo per sette anni, prima di essere assolto dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza (Colace aveva sbagliato anche quella).

    Una punizione c’è stata, si dirà, ma per chi? Per un magistrato che viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, è una punizione severa? E che dire del passaggio al civile? Come se questo settore contasse meno del penale.

    Forse la punizione è per i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace, quello che ha già dimostrato ignoranza inescusabile nelle materie di sua (presunta) competenza.

  • In attesa di Giustizia: emblematico

    Hanno guidato la vittoriosa tenzone referendaria giurando di voler solo difendere la Costituzione e l’ indipendenza della magistratura dall’esecutivo, reclamando la estraneità del potere giudiziario a qualsiasi interesse che non sia l’amministrazione della giustizia, e presa di distanza dalla politica eppure…eppure ci sono poltrone e poltroncine, abitualmente occupate proprio da magistrati, che fanno molta gola (non solo per il prestigio) che costituiscono nient’altro che affidamenti da parte del Governo o del Parlamento per ottenere i quali si deve essere messi fuori ruolo con una delibera del C.S.M.: tradotto, si viene sollevati dalla noia di andare in udienza, di scrivere sentenze, di fare indagini, per assumere le vesti del boiardo di Stato con trattamenti economici tutt’altro che disprezzabili allineati con quello del Primo Presidente della Cassazione. In soldoni, nel senso vero della parola, sui 240.000 euro all’anno con qualche eccezione migliorativa: il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per esempio, supera i 300.000.

    Attualmente sono circa duecento i magistrati che si impegnano alacremente per quel datore di lavoro che sostengono di aborrire ma non possono restare fuori ruolo per oltre dieci anni…alla fine dei quali si saranno – comunque – dimenticati come si fa anche una banale udienza di rinvio. Meglio, quindi, il fuori ruolo con tutti i suoi benefits aggiuntivi che l’horror vacui di uffici disadorni che non brulicano di premurosi assistenti, la mancanza di prestigiose auto di servizio e delle frequentazioni del jet set della politica, della imprenditoria, dell’accademia.

    Come rimediare dopo essersi sudati la poltrona dei sogni evitando di perdere quelle future? Emblematica è la mossa che ha fatto il Dott. Roberto Rustichelli, alla vigilia della fine del mandato come Presidente dell’Antitrust. Proveniente dal Tribunale delle Imprese di Napoli, questo magistrato ha già ampiamente superato il limite massimo di dieci anni fuori ruolo avendo assunto l’incarico a maggio 2019,  nominato dagli allora presidenti delle Camere  Roberto Fico ed Elisabetta Casellati: il suo mandato di sette anni quindi scadrà il mese prossimo, precisamente il 6 maggio, stessa data a partire dalla quale ha comunicato di voler lasciare la toga. Il Consiglio Superiore della magistratura voterà l’accettazione delle dimissioni nella seduta di mercoledì 8 aprile.

    Per Rustichelli uscire dall’ordine giudiziario è una strada obbligata per ottenere nuovi incarichi pubblici di rilievo che, sicuramente, gli sono stati proposti se non garantiti: altrimenti non si spiegherebbe la scelta. Prima di guidare l’Antitrust, aveva già lavorato per l’esecutivo per quasi 12 anni (dal 2001 al 2013) come consigliere giuridico della Presidenza del Consiglio e come vice capo di gabinetto del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola nel governo Berlusconi III. Al momento della nomina a presidente dell’Autorità, quindi, aveva già superato il limite massimo di dieci anni.  Il C.S.M. aveva comunque autorizzato l’incarico, sostenendo che quel limite non valesse per i membri delle autorità indipendenti. Ora che il mandato è scaduto, però, il tetto si applicherebbe a qualsiasi altra poltrona, obbligando Rustichelli a tornare in magistratura. Che orrore la politica: viva la Toga, la Costituzione e l’indipendenza.

  • In attesa di Giustizia: riflessioni

    Il dopo referendum ha regalato momenti sguaiati tanto di giubilo quanto di lamentazioni in stile ultime grida dalla savana con l’eccezione – tra le poche – delle riflessioni dell’Avv. Enrico Fontana, della Camera Penale di Modena di cui è stato anche presidente: al suo pensiero la rubrica affida il commento post consultazione popolare.

    Dopo la tempesta il mare nella quiete lascia sulla costa segni inequivocabili della furia delle onde e del vento…Dopo il referendum nasce la resa dei conti contro chi ha votato SI: c’è chi saltella e intona cori da stadio anche in sedi istituzionali contro chi ha perso, si aprono indagini e si dispongono perquisizioni…

    Ma è caccia al colpevole anche all’interno del fronte del SI, dove si succedono dimissioni più o meno spontanee ed attacchi frontali fra coloro che sino al 23 marzo si trovavano sulla stessa trincea contro un nemico comune … proprio ora che, vittoria in mano, si scopre che il nemico è probabilmente più forte: se è pur vero che dopo Caporetto il generale Cadorna venne sostituto da Armando Diaz, cadde il Governo Boselli e subentrò Orando è altrettanto vero che alla resistenza sul Piave e sul Grappa e poi alla vittoria portarono la riunificazione e la ritrovata unità della nazione.

    L’esito del referendum non è una Caporetto, il fronte del SI conta oltre 12 milioni di voti, ma ciò non basta a mutare in vittoria quella che è e resta una sconfitta, di cui occorre comprendere le ragioni e saper curare le ferite.

    L’euforia della vittoria, dei balli e delle canzonette è stata smaltita in fretta anche sul fronte del NO vincitore, atteso che le dimissioni si succedono sia nella ANM che nelle tanto discusse “correnti”: anche la vittoria ha un prezzo.

    Eppure per chi ha combattuto sul fronte del SI il nemico è il giustizialismo, l’assenza di garanzie, il processo sommario ed inquisitorio … nemico che ora senza dubbio è assai più forte e per evitare che dilaghi occorre arginarne lo straripante potere, occorre combattere il disfattismo anche inasprendo i controlli sul fronte interno, ma senza consentire che il nemico (ri)entri tra le proprie fila che vanno serrate e non sparigliate.

    Occorre valorizzare gli ideali liberali e garantisti, occorre certo, laddove necessario, rinnovare la classe politica e dirigente, ma ciò avvenga senza campagne di fango che da un lato minano questi stessi ideali, dall’altro lato offrono il fianco agli assalti dell’avversario. Occorre aprire una stagione di serio e costruttivo dibattito tanto all’interno del fronte del SI e della maggioranza (che ancora è tale) di centro destra quanto con i contraddittori del NO.

    Al di là della tante menzogne e mistificazioni che hanno caratterizzato questa campagna referendaria, che senza dubbio lasceranno un segno indelebile e qualche maceria, il confronto accesso, frontale e schietto può e deve essere terreno fertile per un dialogo che in ogni istituzione democratica e liberale deve proseguire nell’interesse primario del cittadino.

    Non nascondo la personale convinzione che la Magistratura sia chiamata solo ad applicare le leggi ed il Parlamento, il solo che ha investitura popolare, ad approvare le leggi, con la necessitata conseguenza che chiamato a far politica sia il Parlamento ed il Governo che ne è emanazione, mentre la Magistratura da tale campo debba stare fuori, atteso che non è la sua partita.

    Ora che il referendum parrebbe aver legittimato tale invasione di campo, con la correntocrazia e la esplicita discesa in campo politico della ANM, l’avvocatura e la politica tutto devono fare, tranne che abbandonare il campo, sia esso, come auspico, un campo di confronto e di dialogo o un campo di scontro, sul quale si può anche aver perso una battaglia, ma non certo la guerra.

    Ciò chiarito, occorre anche saper ringraziare, avversari valorosi che mai si sono sottratti al confronto ed indomiti alleati: come ad El Alamein, mancò la fortuna non il valore.

    La strada da percorrere è ancora lunga.

  • In attesa di Giustizia: in morte della cultura della giurisdizione

    Il referendum è andato come è andato ed – approfittando della scomparsa di Bruno Contrada di poco precedente – c’è da scommetterci, i professionisti dell’antimafia avranno una occasione in più per esibirsi nei numeri più applauditi del loro repertorio: ci sarà chi dirà che la condanna di Contrada è stata poi revocata e, quindi la giustizia ha trionfato, e chi opinerà che i pubblici ministeri avevano comunque ragione e – quindi – ha perso, non mancheranno i cavillatori da bar Sport che si esibiranno in spericolate interpretazioni di norme e formule giuridiche studiate su Chat GPT, e gli scenaristi ben informati (non si sa da chi) secondo i quali Caponnetto avrebbe detto che Falcone gli aveva sussurrato che Borsellino, con uno sguardo, gli aveva lasciato intuire che Contrada era un farabutto, infine qualche pavido vignettista abbozzerà un disegnino ricco di ombre che sottintendono risvolti e misteri inconfessabili, mai del tutto chiariti. Dèjà vu.

    Invece, proprio durante una campagna referendaria per il SI fallimentare e non priva di contorni volgari – senza mai neppure tentare correzioni in corsa – sarebbe, probabilmente stato utile riprendere un brano dal libro di Lino Jannuzzi sul caso Contrada, “Lo sbirro e lo Stato”, ma la memoria è breve ed è impresa ardua tornare a letture risalenti a quasi vent’anni fa.

    Il caso del ‘pentito’ Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai P.M. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla.

    Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolse Contrada, domandò perché i verbali di quei due interrogatori siano stati nascosti e non portati al processo…senza approfondire più di tanto chi e come abbia fatto tornare la memoria al collaboratore di giustizia.

    La risposta fu che i verbali non erano stati depositati perché irrilevanti in quanto non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada (con buona pace delle fanfaluche di Marco Travaglio sulla funzione di primo difensore da riconoscere al P.M.), per esigenze di segreto investigativo relativo ad altre indagini in corso e amenità simili. Il C.S.M. adottò la severissima sanzione della censura per violazione dei doveri di imparzialità e correttezza mentre si faceva marcire un uomo in carcere. Piuttosto che niente e ciò dimostra che quello di De Pasquale non è un caso isolato.

    La riforma del C.S.M. e del sistema disciplinare è abortita con il referendum, Contrada è morto e la decantata cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata.

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