magistrati

  • In attesa di Giustizia: lesa maestà

    Ci sono vicende che rendono emblematico il nome che si è dato a questa rubrica: come quella di Beniamino Zuncheddu di cui – bontà loro – si sono occupati recentemente anche rappresentanti della “buona stampa” sia pure senza andare molto oltre i titoli ad effetto.

    La storia è quella di un uomo per il quale sedici mesi sono stati sufficienti per svolgere indagini e celebrare il giudizio di primo grado e quello di appello, conclusi con una condanna all’ergastolo, devastandone la vita; poi sono serviti 32 anni per restituirgli la libertà, l’onore, l’affetto della famiglia.

    Beniamino Zuncheddu entrò in carcere che aveva ventisette anni e ne è appena uscito, alla soglia dei sessanta, liberato in attesa di una decisione, che appare scontata, sulla richiesta di revisione del processo di cui si sta occupando la Corte d’Appello di Roma cui è stata data una netta accelerazione successiva ad una fase iniziale scandita da udienze a distanza di sei/sette mesi una dall’altra anche perché è intervenuto il Garante dei Detenuti della Sardegna organizzando – con il contributo e la perseveranza dei Radicali – sit in davanti ai Tribunali di Roma e di Cagliari ed in questo modo dell’ “affaire Zuncheddu” si è iniziato a parlare.

    Quest’uomo, dunque, fu arrestato nel febbraio del 1991, accusato del triplice omicidio di alcuni pastori ed il ferimento di un quarto. Stiamo, dunque, parlando di un regolamento di conti asseritamente determinato da sconfinamenti di pascolo del bestiame, un movente debole ed un’unica prova debolissima a carico di Zuncheddu: la testimonianza più che ambigua di un sopravvissuto alla strage che in un primo momento disse di non avere riconosciuto nessuno ma in seguito identificò Zuncheddu (sembrerebbe dietro suggerimento di un poliziotto condizionato a sua volta da fonti confidenziali, che gliene sottopose una fotografia) e non senza modificare più volte la propria versione nelle diverse occasioni in cui fu sentito…soprattutto allorchè si avvide che non poteva avere riconosciuto un uomo che – a suo stesso dire – era con il volto travisato.

    Il riconoscimento di attendibilità ad una simile deposizione  non può che essere frutto di quella giustizia miope e impregnata di cascami inquisitori che impone di trovare un colpevole purchessia, che si arresta di fronte alla prima evidenza ancorchè improbabile e che – mutuando un esempio dal tiro a segno – prima spara il colpo e poi vi disegna intorno il bersaglio per dimostrare che è stato fatto centro pieno: quella giustizia per la quale due piatti della bilancia sono insufficienti perché non ci sono solo il torto e la ragione ma ci sono anche il cuore, la follia, il dolore, l’ingenuità, il sogno, l’utopia.

    Un uomo è marcito in carcere per gran parte della sua vita adulta sebbene fosse emerso sin da subito – a prescindere dalla testimonianza oculare ad assetto variabile – che l’autore di quell’eccidio fosse una persona avvezza all’uso delle armi con le quali Beniamino Zancheddu non aveva nessuna dimestichezza, senza contare che, con una spalla fuori uso sin dalla nascita, non avrebbe neppure potuto imbracciare un fucile con la rapidità e sicurezza necessarie per portare a termine un’operazione che le Corti di Assise hanno definito come di livello organizzativo paramilitare e  non alla portata di tutti.

    Prima di Natale è attesa la sentenza che dovrebbe porre termine a questa via crucis e non è fuor di luogo evidenziare che la richiesta di revisione fu sottoscritta oltre che dal difensore di Zancheddu anche dall’allora Procuratore Generale di Cagliari, Francesca Nanni, la stessa che – ora Procuratore Generale a Milano – ha ritenuto di segnalare disciplinarmente al C.S.M. il suo sostituto, Cuno Tarfusser, reo di averne presentata una in proprio per la strage di Erba senza “chiederle il permesso”: probabilmente in qualche comma semi sconosciuto dell’Ordinamento Giudiziario sarà anche scritto che si deve far così così e, forse, Tarfusser nel suo procedere ha saltato questo passaggio meramente formale ma viene da chiedersi se il rispetto della legge, la ricerca della verità, debbano essere vincolati all’ossequio di scale gerarchiche.

    Sono, piuttosto, i lustri ed i decenni in attesa che sia ristabilito il vero ad integrare il crimine di lesa maestà: quella della Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: atto di dolore

    La violenza, irrispettosa di basilari garanzie e presidi normativi, della vicenda giudiziaria di cui si è offerta la cronaca la settimana scorsa, probabilmente ammorba ancora l’animo di chi ha avuto la pazienza di leggere l’articolo: uno dei troppi esempi di tracotanza riferibile a rappresentanti di quell’ordine giudiziario, trasformatosi in potere, che questa rubrica si fa un punto d’onore di andare ad illustrare per smuovere le coscienze raccogliendo e raccontando brandelli di storie di questo Paese, solo apparentemente minori, perché apparentemente isolate e meno conosciute.

    Del resto, questo è il Paese che da culla del diritto nel settore della Giustizia ha perso la faccia, come scrive Raffaelle della Valle nel suo splendido libro sul processo ad Enzo Tortora, e non solo in seguito a quello che si deve considerare un archetipo da non emulare con il suo eclatante catalogo di abusi.

    Questo è il Paese della rivoluzione giudiziaria, quella falsa ed incompleta, avviata dalla Procura di Milano nel 1992, ed è il Paese del “Sistema” svelato da Luca Palamara intervistato da Alessandro Sallusti. Lasciare traccia, più paradigmatica che esaustiva di certi accadimenti (oltre che di una legislazione arraffazzonata), è il compito che si è assegnato questo spazio periodico per impedire che quei “brandelli di storia” finiscano nel dimenticatoio nazionale pur essendo significativi di una realtà che non li vuole come fatti isolati.

    Vero è che si è persino pensato di istituire la giornata della memoria degli errori giudiziari (il 17 giugno, quando nel 1983 venne arrestato Tortora) ma in quest’attesa – che, forse risulterà a sua volta vana – suonano struggenti le parole del Consigliere Antonio Padalino, un magistrato della cui vicenda processuale e soperchierie connesse vi è traccia su queste colonne, al termine del personale calvario culminato con un’assoluzione. E’ un vero e proprio atto di dolore, da affidare alla memoria ed alla riflessione dei lettori, che descrive come ci sia un drammatico prima e dopo nella vita di chi incappa nelle maglie della giustizia.

    “Nonostante le sofferenze subìte sento però anche di dovere delle scuse,  esordisce Padalino.

    “In molte occasioni mi è capitato di sentire persone, magari indagate, dire di essere vittime di ingiustizie, di processi mal fatti, di gogne mediatiche, di persecuzioni.

    In tutte queste occasioni ho sempre pensato che si trattasse di lamentele pretestuose.

    Questo era il mio ragionamento: io lavoro in un certo modo, rispetto le regole, ottengo in modo corretto i miei risultati e non perseguito mai nessuno, quindi sarà certamente così per tutti i miei colleghi.

    Mi sbagliavo profondamente.

    Mi scuso di aver ignorato le vittime innocenti di questo sistema: indagati, imputati, gente comune o eccellente, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza e in grado di distruggere vite, professionalità e calpestare esseri umani, colpevoli solo di essere un facile e magari utile bersaglio, da umiliare e mettere alla berlina su giornali e media compiacenti.

    Non mi sono soffermato a riflettere sulle pericolose strade che il sistema aveva ormai imboccato, come il dominio delle correnti togate: grumi di potere che in questi ultimi anni hanno assunto il controllo assoluto della magistratura.

    Le correnti non risparmiano nessuno, anche all’interno dell’ufficio di appartenenza, dove le carriere del singolo sono spesso condizionate dall’appartenenza a un gruppo.

    Questo dominio incontrastato delle correnti ha portato al tradimento di princìpi che dovevano essere intangibili, al degenerare di un sistema, con devastanti danni per quel popolo italiano in nome del quale si celebra il rito della giustizia”.

    E non paga mai nessuno, anzi, paga lo Stato quando viene riconosciuto – non sempre – che un imputato è stato vittima di una ingiusta carcerazione preventiva: non pagano giudicanti frettolosi ed approssimativi, non pagano pubblici ministeri che assumono le vesti di angeli vendicatori, non pagano i confidenti delle redazioni che fanno filtrare, con una vasta gamma di intenzioni tutt’altro che nobili, atti che dovrebbero essere coperti dal segreto investigativo o, quantomeno, da un opportuno riserbo.

    Permane emblematica l’immagine di Enzo Tortora in manette tra due Carabinieri negli istanti subito successivi al suo arresto, sbattuta in prima pagina, trasmessa a reti unificate, come se fosse credibile che per una pura casualità, alle prime luci dell’alba, fotoreporter ed inviati della carta stampata e telegiornali si fossero convenuti senza una plausibile ragione, proprio alle porte dell’albergo romano ove il presentatore alloggiava e proprio quella volta che doveva essere messo ai ceppi. Un’operazione scientificamente mirata a far diventare gli inquirenti personaggi noti all’opinione pubblica (se mai le accuse fossero risultate provate) pronti ad incarcerare e far processare persino l’uomo il cui programma inchiodava ogni volta davanti al piccolo schermo quasi trenta milioni di italiani. Cavalieri senza macchia e senza paura dai quali sentirsi tutelati perché non guardano in faccia a nessuno…e nessuno ha avuto il benchè minimo rallentamento di carriera sebbene il loro contributo si sia risolto – appunto – nel far perdere la faccia non solo alla magistratura ma all’Italia intera.

    Grazie, allora, al Consigliere Padalino per il suo atto di dolore, per le sue parole intrise di umanità e sincera comprensione: vox clamans in desertu, quasi un mantra da inserire tra le materie di studio per il concorso in magistratura e memorizzare nella consapevolezza, purtroppo, che quell’insegnamento potrà essere vanificato dai tanti, troppi, cattivi maestri.

  • In attesa di Giustizia: una storia (un’altra) di ordinaria ingiustizia

    Sembra di dover constatare che sia stato tirato il freno a mano ai fieri propositi riformatori del Ministro Nordio: la Giustizia deve dare la precedenza alla qualsiasi, tanto è vero che nel progetto di legge finanziaria non le viene riconosciuta una dotazione degna di questo nome…intanto accade di tutto e la rubrica, questa settimana, offrirà al pubblico ludibrio il caso degli avvocati – uno in particolare, un giovane praticante – di un indagato per falso in una pratica di voluntary disclosure, strumento messo a disposizione dei contribuenti per regolarizzare la posizione fiscale.

    Ovviamente vengono disposte intercettazioni telefoniche e ambientali, meno ovviamente (anzi, illegalmente) anche tra l’accusato ed i suoi difensori, uno dei quali, scelto probabilmente per sfruttarne, con l’età, la minore esperienza, viene convocato per essere sentito dal magistrato come persona informata dei fatti: del che parla – intercettato – ai colleghi di studio con i quali si confronta condividendo la decisione di opporre il segreto professionale se si tratterà di fatti riguardanti il mandato. Gli inquirenti, dunque, sanno in anticipo di quella decisione. Ciononostante, in esordio dell’interrogatorio, il praticante avvocato viene avvertito dell’obbligo di rispondere secondo verità e gli si pongono varie domande di carattere generale (professione, motivi per i quali ha conosciuto l’indagato ecc.).

    L’interrogatorio si protrae, poi, in termini assai più incalzanti per oltre tre ore e mezza e vi partecipano, oltre al magistrato, quattro inquirenti. Uscito dalla caserma, lo sventurato telefona (sempre intercettato) ai colleghi ed ai genitori, piangendo: richiesto del motivo e continuando a piangere spiega che “c’era un colonnello, altri quattro oltre al pubblico ministero… Mi sono sentito morire. Tre ore e mezza trattato come un delinquente!…Mi hanno rovinato la vita, il pubblico ministero ha detto che mi sto approcciando con disinvoltura alla professione legale, erano cinque contro uno e gliel’ho detto che stavano…inducendo a rispondere cose che non ho detto, né pensato ma che se volevano verbalizzare così che scrivessero addirittura loro! Finirà che mi indagheranno impedendomi anche di sostenere l’esame di Stato”.

    L’ascolto delle registrazioni è inquietante per i toni usati ed il clima creato ad arte:  per ragioni di sintesi non andiamo oltre limitando al rilievo alla violazione evidente dell’art. 188 del codice di procedura penale che vieta metodi lesivi della libertà di autodeterminazione della persona confermata, in questo caso, da una consulenza sugli audio dei professori Pietro Pietrini dell’Università di Lucca e Giuseppe Sartori di quella di Padova, per intenderci, due giganti del settore che così concludono: “I risultati delle analisi effettuate dimostrano come la situazione vissuta abbia creato nel soggetto una condizione di turbamento psichico e alterazione emotivo-affettiva compromettendo la sua libertà di autodeterminazione”. Il che, andiamo avanti, oltre ad integrare il reato di concussione o violenza privata rende per legge inutilizzabili le dichiarazioni rese. Per non farsi mancare nulla, nel giudizio a carico del cliente l’avvocato è stato citato come teste d’accusa e quelle dichiarazioni (inutilizzabili) sono, invece, state acquisite sostenendo che il testimone aveva implicitamente rinunciato al segreto professionale.

    All’obiezione di non essere stato messo nelle condizioni di serenità migliori per rispondere, il Tribunale ha ritenuto che “sono questioni che esulano dall’oggetto del processo”. Vergognatevi se ne siete capaci e questo approccio non da Tribunale della Repubblica ma da caserma di gendarmeria cilena ai tempi dell’indimenticato Generale Augusto Pinochet è stata seguita pure con riguardo alle intercettazioni degli avvocati (vietatissime dagli artt. 103 e 271 del codice di procedura).

    Non è un riconosciuto diritto alla riservatezza che vengono omessi i nomi di coloro che si sono resi responsabili di sopraffazioni di ogni genere ed illegalità assortite frutto di immaginazione interpretativa, ma per tutelare quello di chi ha il diritto all’oblio a non diventare oggetto di curiosità morbose dopo aver patito di sofferenze psicologiche, vittima di una giustizia precipitata in un buco nero nel quale si è annidata calpestando le libertà inviolabili dei singoli.

    Nordio, se ci sei, batti un colpo e, magari: un giro degli ispettori in quella Procura e quel Tribunale non guasterebbe, e non solo quelli del Ministero ma anche quelli della Polizia di Stato.

  • In attesa di Giustizia: Napoli brucia

    Bene ma non benissimo: Nicola Gratteri ha dovuto lasciare la Procura di Catanzaro per avere raggiunto il limite massimo di permanenza nella funzione di Capo dell’Ufficio (otto anni): dopo aver avanzato la candidatura per dirigere la Procura di Milano ha ritirato la domanda proponendosi su quella di Napoli, la più grande d’Italia. Eletto a maggioranza, con significative dissenting opinions, al di là delle competenze che gli vengono attribuite nel contrasto alla criminalità organizzata e dell’esigenza dei sottotitoli in italiano quando parla, l’esperienza partenopea di Gratteri sembra proprio che sia partita con il piede sbagliato.

    Prima ancora della ufficializzazione dell’incarico, ma con la ragionevole certezza di avere i voti necessari in Commissione ed al plenum del C.S.M., il nostro si è lasciato andare ad alcune considerazioni che i futuri colleghi e collaboratori napoletani non hanno apprezzato: in termini allusivi ma assai trasparenti sui destinatari ha parlato di magistrati lavativi da mettere in riga con più ore in ufficio a lavorare e meno gita in barca nel golfo, sezioni della polizia giudiziaria da derattizzare e amenità simili.

    Comprensibile il risentimento alimentato da queste parole ma, nell’interesse del funzionamento dell’Ufficio, nessuna polemica è stata apertamente alimentata.

    Dal canto loro, gli avvocati della Camera Penale di Napoli non hanno mancato di osservare che avrebbero preferito un profilo professionale diverso alla guida della Procura, un conoscitore della realtà territoriale che non è culturalmente e geneticamente dedita al crimine (come Gratteri sembra pensare) bensì una città che – pur riconoscendovi le significative complessità e la compresenza di fasce di popolazione che vivono in condizioni di degrado economico – sta faticosamente proiettandosi verso un futuro migliore da metropoli europea grazie ad un tessuto sociale fatto di cittadini onesti, professionisti, imprenditori e ad un ceto politico che ha saputo ben operare nel tempo.

    I penalisti non hanno mancato di rimarcare come nel passato il rapporto tra il Procuratore e l’Avvocatura calabrese non sia stato dei più sereni e che nelle sue inchieste le torsioni delle garanzie siano state una costante, così come l’impiego a largo spettro della carcerazione preventiva non disgiunta da una certa qual approssimazione probatoria come dimostrato dalle numerose assoluzioni in giudizio di soggetti molti dei quali dopo lunghi periodi di privazione della libertà.

    L’avvocatura associata ha, comunque, espresso l’auspicio e la convinzione che la cultura ed intelligenza del Dott. Gratteri gli consentiranno di comprendere le specificità del territorio evitando di riproporre schemi e visioni che mal si attaglierebbero ad una realtà come quella di Napoli.

    Insomma, non proprio un caloroso abbraccio di benvenuto al nuovo Procuratore Capo.

    Ma al peggio, come noto, non c’è limite e ci ha pensato proprio Gratteri in un’intervista con la Gruber a superare il limite della decenza, dopo che con i colleghi anche con gli avvocati e sempre con allusioni trasparenti e, questa volta, particolarmente brutali.

    Si deve riconoscere che i penalisti napoletani non l’hanno accolto come, forse, avrebbe sperato, con un comunicato non rispettoso del bon ton istituzionale che, forse, avrebbe dovuto essere più cauto nell’esprimere giudizi nei confronti di chi, a quel tempo, non si era nemmeno insediato nella carica di Procuratore della Repubblica. Gratteri, tuttavia, con la sua battuta nel corso dell’intervista li ha surclassati, quanto ad ineleganza.

    E cosa avrà mai detto?  Ha detto: “Io sono stato in Amazzonia a combattere i narcos, cosa vuole che mi possa preoccupare la Camera Penale di Napoli”. Brutta frase che non può avere altro significato che accostare ed equiparare una libera associazione di professionisti ad un gruppo di efferati criminali, dai quali doversi difendere e guardare le spalle.

    E questa citazione non è stata un lapsus: nel suo stile, Gratteri ha volutamente fatto un’offensiva equazione che tocca non soltanto un’associazione forense, ma una intera classe che, in quella associazione si riconosce.

    Allora che si fa? In questo modo Napoli brucia e non solo per le turbolenze dei campi Flegrei.

    Mutuiamo dal calcio una soluzione, come se si fossero riviste serenamente al VAR due azioni e siano stati annullate altrettante reti: palla a centro e ricominciamo dallo zero a zero.

    Magari a fine primo tempo, a mente fredda, ognuno potrà giudicare le azioni dell’altro.

    Da un lato, dalla guida delle Procura di Napoli si valuterà se è meritata la fama che precede Gratteri di essere poco attento alle garanzie individuali e molto interessato alla esposizione mediatica delle sue inchieste oppure sia solo il frutto di una narrazione distorta e malevola.

    Dal canto suo, il Procuratore farà bene a riconoscere che l’aver paragonato un organismo forense ad un commando di narcotrafficanti sia stata una clamorosa caduta di stile e, magari, chiedere scusa.

    Nel frattempo, in attesa di Giustizia, Napoli continua a bruciare.

  • In attesa di Giustizia: un passo avanti e due indietro

    Nella puntata di domenica 5 novembre di Report il conduttore, Sigfrido Ranucci, ha dedicato un “capitolo” della trasmissione a criticare il Ministro Nordio affermando, incurante che sia una fake new, essere stata approvata una legge di origine governativa che limita, quasi azzerandolo, l’uso delle intercettazioni con la conseguenza che ne risulterebbe mutilata la potenzialità investigativa soprattutto nei confronti di mafiosi e corrotti.

    Per dar corpo allo sproloquio, viene mandato in onda uno stralcio di intervento di Carlo Nordio ad un evento di Fratelli d’Italia: il sapiente taglia e cuci delle parole del Guardasigilli impedisce agli ascoltatori di rendersi conto della bufala che viene loro somministrata…ma non a tutti: il caso vuole che proprio il curatore di questa rubrica stia scrivendo un manuale sul cosiddetto “disegno di legge Nordio” che affronta – tra gli altri – proprio quell’argomento. Sia, allora, da subito ben chiaro, che è un disegno di legge approdato in Commissione Giustizia al Senato poco prima della chiusura per le ferie estive che non è ancora neppure passato al voto dell’Aula. Quindi siamo ben lungi dalla approvazione anche da uno solo dei rami del parlamento.

    Quanto al contenuto della proposta di riforma – per quanto riguarda la parte dedicata alle intercettazioni – la finalità è quella di renderne stringente il divieto di pubblicazione, oggi prassi comune per le redazioni dei quotidiani che ne entrino subito e furtivamente in possesso, qualora il contenuto non sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento»; si vuole, altresì, impedire che possa esservi rilascio di «copia delle intercettazioni di cui è vietata la pubblicazione ad un soggetto diverso dalle parti e dai loro difensori».

    Viene, inoltre, previsto un obbligo di vigilanza del Pubblico Ministero sulle modalità di redazione delle sintesi delle intercettazioni ed il corrispondente dovere del giudice di eliminare quelle non pertinenti e i dati personali sensibili di soggetti estranei ai reati ipotizzati, salva l’ipotesi che siano comunque rilevanti ai fini delle indagini. Tradotto: Nelle trascrizioni fatte dalle Forze dell’Ordine devono evitarsi riferimenti a fatti o persone estranee ai reati di cui si intende accertare la responsabilità ed il giudice dovrà, comunque, eliminare tutte quelle residue non pertinenti. Come dire, la telefonata dell’indagato con l’amante non potrà più diventare un ghiotto boccone per certa stampa: si tratta di principi di civiltà volti ad impedire il dilagante gossip giudiziario. Con buona pace di Ranucci e Report.

    Le intenzioni del Ministro, basandosi sulle  dichiarazioni di intenti quando assunse la carica, sono delle migliori ma…ma…fino ad ora sono rimaste solo buone intenzioni smentite – non sarà tutta colpa sua – dai fatti: vi era quella di riprendere il progetto di riforma del Codice Penale e di dar vita alla eliminazione di una quantità di reati di poco o nessun conto (da trasformare in contravvenzioni amministrative) per alleggerire il carico dei tribunali e, invece, non solo non si ha avuto neppure più notizia di passi in avanti in questo senso ma – anzi – il catalogo dei reati si sta via via arricchendo con nuove ipotesi a cavallo tra l’inutile, il bizzarro ed il francamente improponibile: dalle norme anti rave party all’omicidio nautico fino alla più recente idea di criminalizzare il privato cittadino che non rispetta le regole di smaltimento differenziato della spazzatura.

    E tutto questo mentre ancora dobbiamo iniziare a metabolizzare i danni della “Riforma Cartabia” che ha determinato il coma irreversibile del processo penale proponendo un modello che moltiplica  adempimenti e formalità durante le indagini in nome di un garantismo di facciata invece di assicurare fluidità alla fase investigativa per giungere, se vi sono gli estremi, celermente al giudizio dove la prova – per legge – si deve formare con testimoni freschi di ricordi, documenti rintracciabili senza scavare negli abissi degli archivi e perizie attuali ed attendibili. Dunque, un (mezzo) passo avanti e due (anche di più) indietro: e l’attesa di giustizia continua.

  • In attesa di Giustizia: …non solo a Berlino…

    Ha fatto notizia, come nel caso immaginario dell’uomo che morde il cane, il G.I.P. che, richiesto di emettere una ordinanza cautelare per 153 indagati, ritenendo che mancassero i presupposti, ha disposto la cattura solo per 11 di questi…e tutto ciò è accaduto a Milano, la capitale della Repubblica delle Procure: non solo a Berlino, quindi, c’è un giudice.

    Gli indignati in servizio permanente effettivo, peraltro, hanno subitaneamente rivolto giacobine esecrazioni contro chi ha osato falsificare così massicciamente il dogma dell’infallibilità del Pubblico Ministero e, con sacrilega indisponenza, si è sottratto alla tradizione del “copia e incolla” di una richiesta della Procura.

    Nel lodevole tentativo di sedare le polemiche è intervenuto il Primo Presidente del Tribunale difendendo l’operato del G.I.P., Tommaso Perna, sostenendo che “la terzietà ed il controllo del Giudice non sono una patologia”, un’affermazione impeccabile seppur degna di Jacques de Chabannes, noto come Monsieur De la Palice, se non fosse che – all’evidenza – in questo Paese sembra doversi darsi per scontato l’esatto contrario.

    La decisione si ritiene errata? Esistono gli strumenti per criticarla processualmente ed, infatti, il P.M. ha già redatto un ricorso di un migliaio di pagine destinato al Tribunale del Riesame…ma non prima di avere offerto il suo contributo ad infiammare la diatriba.

    Per molto meno il solerte C.S.M., anche in tempi recenti, ha aperto pratiche a tutela dei magistrati. In questo caso, invece, tace: forse perché difendendo il giudicante il sottinteso sarebbe un addebito al P.M. per averlo ingiustamente esposto alla critica dell’opinione pubblica? Forse perché tra la magistratura requirente e giudicante, che fisiologicamente può negare catture e condanne, si preferisce la prima e – comunque – quella che “tutto quanto fa spettacolo”?… con la sigla finale affidata al tintinnio delle manette in luogo del pianoforte di Keith Emerson come in “Odeon”, su RAI 2 a metà anni ’70.

    Nel tormentoso compito di decidere della libertà o del destino di un altro uomo, non di un asettico nome scritto su un fascicolo, è ben possibile che si sbagli ma, purchè l’errore non sia grossolano (e purtroppo questa rubrica ne registra sistematicamente) è nell’ordine delle cose che un magistrato possa prendere un abbaglio: per questo esistono gli appelli ma restando fuori da ogni polemica tenendosi conto che non esiste una sola ed univoca risposta a fronte dei dilemmi umani: leggere lo straordinario thriller filosofico di Ian Pears “La quarta verità”, il cui titolo è emblematico, potrebbe meglio far comprendere il senso di queste considerazioni.

    E, valga per i non addetti ai lavori, non c’è nulla di più arduo dell’impegno del giudice cui viene chiesto di disporre arresti demandatogli un doppio pronostico: il primo sulla gravità degli indizi nell’ottica probabilistica di una condanna in seguito a contraddittorio ed al confronto con le prove a discolpa in un futuro dibattimento ed il secondo sul pericolo che un indagato – se lasciato libero – commetta altri reati.

    L’uomo tuttavia, la storia lo dimostra, non è molto bravo a fare previsioni: basti pensare che Einstein sostenne che non ci sarebbe mai stata possibilità di produrre energia atomica e che Thomas Watson (chi sarà mai? Era il Presidente dell’IBM) nel 1943 predisse che in futuro solo una manciata di persone sarebbe stata interessata ad acquistare un computer, per non parlare di Steven Ballmer (e questo? Era l’Amministratore delegato di Microsoft) che, più di recente nel 2007, profetizzò autorevolmente che non vi era alcuna possibilità che l’ I-Phone conquistasse una significativa quota di mercato.

    Fatto sta che un altro signore non molto conosciuto, Philip Tetlock Docente a Berkeley, analizzando un campione significativo di migliaia di pronostici formulati negli anni da centinaia di esperti in diversi campi, ha concluso che la precisione di tali pronostici sarebbe rimasta la stessa se a generarli fosse stato un computer in maniera casuale.

    Sbaglia, dunque, il Dottor Perna sol perché dimostra autonomia di pensiero rispetto al P.M.? Sbaglia perché usa grande scrupolo nel decidere della vita di altri essere umani?  Alla stregua di ciò cui si assiste una volta di più vi è da temere che la cultura di cui sono intrise ampie fasce dell’opinione pubblica e lo stesso Ordine Giudiziario sia quella, poliziesca, del “non ci sono innocenti ma solo colpevoli che la fanno franca” di davighiana ispirazione. Parrebbe che quasi nessuno – in questo come in altri simili occorsi – si sia posto la domanda se fallibile non sia stato, invece, proprio l’organo investigativo. Sbaglia invece, sempre e comunque, chiunque associ la figura del magistrato ad una missione dedicata alla sconfitta del male dei torti e delle iniquità, dimenticando che, quando vi sono, simili missionari condividono con gli imbecilli il primato del maggior numero dei danni prodotti.

  • In attesa di Giustizia: doppio binario

    La fondazione Einaudi ha rilanciato una raccolta di firma, una di più non guasta, per sostenere la separazione delle carriere la cui disciplina costituzionale langue in commissione alla Camera: ipotesi di riforma ampiamente trattata in questa rubrica ed il cui solo accenno è sufficiente a rinfocolare asperrime polemiche tra Associazione Nazionale Magistrati e chiunque osi sostenerla, foss’anche al bar sotto casa: il “Sindacato delle Toghe” è come un rete protettiva elettrificata dell’Ordine Giudiziario e chi tocca i fili muore.

    Eppure, è la ragionevolezza fondata sulla quotidianità che suggerisce una riforma intesa a riequilibrare (o, almeno, provarci) le forze in campo nel processo penale delineando meglio la figura del giudice terzo, super partes, e di parti – appunto – poste su un piano di parità, come nel processo civile in cui sono entrambe avvocati; questa rubrica  si interessa di  emblematici, ma tutt’affatto rari, casi di squilibrio ed il materiale disponibile sarebbe abbondante anche per un quotidiano, non solo per un settimanale e raccogliendo un po’ di idee proprio sugli accadimenti che hanno maggiormente interessato l’opinione pubblica negli ultimi giorni, si potrebbe giungere ad un significativo corollario: se un funzionario dello Stato, incidentalmente donna, magistrato ed autrice di un provvedimento giudiziale controverso, viene ripresa con probabile consapevolezza ad una manifestazione di piazza – quindi in un luogo pubblico – mentre insulta, minaccia e sbraita contro le Forze dell’Ordine e protesta contro leggi che dovrebbe tutt’al più interpretare non si può far sapere ed è violazione della privacy, dossieraggio… ferma restando, ovviamente, la presunzione di imparzialità nel giudizio, ci mancherebbe altro!

    Un privato cittadino, giornalista, uomo, incidentalmente compagno del Primo Ministro, se registrato sul luogo di lavoro ma in momenti non specificatamente attinenti al suo impiego è un pirla e può essere serenamente e candidamente sputtanato a reti unificate, anzi, è un bene per la democrazia.

    Ma passiamo al “sommerso”: il Supremo Consesso, l’autorevole Corte di Cassazione, con una sentenza di qualche mese addietro, insegna che integrano gli estremi del reato di oltraggio le espressioni e gli apprezzamenti denigratori della reputazione e del prestigio rivolti direttamente alla persona del magistrato da un avvocato anziché ad atti e provvedimenti. Questo perché tutti gli atti ed ogni condotta nel processo devono rispecchiare il dovere di correttezza anche nelle forme espressive usate dalle parti. E gli avvocati sono una parte processuale; vediamo, invece, cosa ne pensa il C.S.M. a proposito di analoga situazione a parti invertite.

    La “cattedra disciplinare” (insultare un avvocato non è reato: tutt’al più una violazione deontologica) ha stabilito che non integra l’illecito della grave scorrettezza il comportamento del P.M. che, nel corso di un’udienza, perda la calma e profferisca frasi ingiuriose nei confronti di un difensore laddove le circostanze e la mancanza di strepitus fori – come dire, fuori da quell’aula nessuno ne saprà mai nulla – in ordine alla intemperanza verbale, le immediate scuse e la ripresa dell’udienza consentono di ritenere il fatto di scarsa rilevanza.

    Doppio binario, cerchiobottismo? Macchè, altro non si tratta che di un principio generale espresso dalla notissima legge applicata in letteratura, precisamente nella “Fattoria degli animali”: tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri.

    Da questa, che può considerarsi alla stregua di una fonte normativa primaria, può, dunque, distillarsi l’interpretazione e la concreta declinazione riassunta nella massima di esperienza attribuita al leggendario Marchese Onofrio del Grillo: “mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un c****”.

    Dica il cittadino in attesa di Giustizia, come ed in che modo (salvo abbonarsi al Patto Sociale), gli sia consentito di conoscere le modalità di attuazione della giurisdizione ed esprimere il proprio controllo e giudizio in merito come previsto dall’articolo 101 della Costituzione.

  • In attesa di Giustizia: la moglie di Cesare

    Ormai da giorni non si parla d’altro che del decreto della Giudice di Catania Iolanda Apostolico che, disapplicando una legge dello Stato, ha “liberato” alcuni migranti, a suo dire illegittimamente privati della possibilità di scorrazzare liberamente per un Paese – il nostro – in cui, di solito, si entra dall’estero sole se muniti di un passaporto quand’anche non venga richiesto in frontiera se di nazionalità “Europea”.

    La materia è molto complessa anche per un giurista, ed è malamente articolata, complicata dal sovrapporsi di normative disorganiche e confuse dalla “Turco Napolitano”  in poi – che, tra l’altro, è quella che prevede e regola l’obbligo del documento di espatrio ed i respingimenti ma la memoria è corta o distorta quando serve e sarebbe necessario ben altro approfondimento di quello che consentono lo spazio ed il taglio divulgativo di questa rubrica per formulare un giudizio decentemente serio su qualità e fondatezza del provvedimento.

    Non si comprende, allora, su quali basi la Presidente Meloni abbia potuto, con cognizione di causa, dichiararsene immediatamente “basita”, definendo quelle motivazioni “incredibili”, a tacere del pronostico di necessaria radiazione dall’Ordine Giudiziario del Giudice formulato da un noto parlamentare in caso di accoglimento dell’appello.

    Tristemente si assiste all’ennesimo scontro tra tifoserie, che in materia di giustizia è ormai la regola ed un bel tacer non fu mai scritto: si parla e, più che altro, si straparla anche senza la minima competenza delle più disparate questioni, valorizzando solo la ricaduta mediatica e confidando sui dividendi politici che si confida di lucrare.

    Ma anche la “curva” della magistratura associata è apparsa sfrenata alimentando una polemica in difesa -immancabilmente – della propria indipendenza, gridando al dossieraggio senza sentire minimamente il dovere di interrogarsi su alcuni aspetti che la vicenda chiama in causa.

    Sappiamo infatti ora che la Giudice ha avuto modo di manifestare sui social media – e addirittura in una manifestazione pubblica di protesta – idee inequivocabilmente schierate in tema di immigrazione, ponendosi in aperta polemica con la politica dell’attuale Governo, e così pure avrebbero fatto suoi stretti congiunti.

    Padronissima la giudice di manifestare liberamente il proprio pensiero sulle più disparate tematiche, ma ad una condizione: che di tutto potrà poi occuparsi professionalmente, fuorchè di quei temi.

    Diversamente si realizzano condizioni inconcepibili ed inaccettabili in un Paese civile, incompatibili con elementari regole di uno Stato di Diritto: ed è proprio facendo venir meno questo rispetto che si semina vento raccogliendo tempesta. Il diritto processuale prevede l’istituto dell’astensione per casi simili, ed esiste la categoria della opportunità, il dovere del Giudice non solo di essere ma prima ancora di apparire imparziale come afferma la stessa Corte di Cassazione richiamando il pensiero liberale e sempre attuale di Alexis de Tocqueville.

    La storia anche recente ha offerto in questo senso più di un esempio da non seguire: emblematico fu quello del Giudice che ha incamerato e deciso senza batter ciglio un processo a carico di Augusto Minzolini, condannandolo per il presunto uso indebito delle carte di credito aziendali quando era Direttore del TG1, ed era stato suo avversario quando, entrambi parlamentari, militavano in opposte fazioni politiche.

    Permangono, invece, casi del tutto isolati come quello di Gianrico Carofiglio che dopo la (poco gratificante, per lui) esperienza di parlamentare del PD non si è ricandidato e dimesso dalla magistratura ritenendosi compromesso dal punto di vista della esposizione politica e quello ultimo di Carlo Nordio che ha rifiutato qualsiasi candidatura fino a diversi anni dopo essere andato in pensione.

    Un sistema sano innanzitutto previene ed i protagonisti evitano di ritrovarsi in situazioni ambigue, e nessuno si stupisca se viene chiesto conto della infrazione di basilari regole di civiltà giuridica.

    A meno che il famoso idiomatismo sulla moglie di Cesare valga per tutti, ma non per i magistrati e i rispettivi coniugi.

  • In attesa di Giustizia: macro ematurie

    Cosa saranno mai le macro ematurie? Chiedetelo ai giudici, quelli che le sanno tutte, anche più dei medici, o almeno così credono: sono versamenti di sangue nelle urine ed è dovuta intervenire la Cassazione per chiarire quale sia il perimetro entro il quale una Corte d’Appello può sindacare la gravità di questa o altra patologia e se ne derivi l’impossibilità di presenziare ad un’udienza.

    Non importa più di tanto sapere dove si sono svolti i fatti perché taluni comportamenti arroganti si manifestano indifferentemente ovunque; siamo, comunque, in una sede di Corte d’Appello, e perviene ad una sezione l’istanza di rinvio di un procedimento da parte di un avvocato che giustifica la sua impossibilità ad essere presente con un certificato medico che attesta “dolori a tipo colica renale con macro ematuria e necessaria permanenza a casa per sottoporsi a terapie domiciliari per almeno due giorni”; le Loro Eccellenze, quand’anche non avessero studiato il greco al liceo classico, nel dubbio, non avrebbero avuto difficoltà a “googlare” cosa sono le macro ematurie, scoprendo che si tratta di presenza consistente di sangue nelle urine mentre la “colica renale” non richiede competenze linguistiche essendo ben noto cosa e quanto dolorosa sia.

    Con la concretezza tipica dei grandi giuristi questi tre saggi magistrati hanno colto l’essenza del problema risolvendolo con una decisione tranchant: trattasi di certificato di comodo perchè non accompagnato da riscontro diagnostico strumentale ed altresì perché le coliche renali, notoriamente, determinano conseguenze fisiche non fronteggiabili in pochi giorni. Periti dei periti…

    Peraltro, un “certificato di comodo” dovrebbe, appunto, far comodo a qualcuno nel determinare un rinvio dell’udienza ma la Corte non spiega neppure quale potrebbe essere l’infingarda e sottintesa intenzione dell’avvocato: non certo guadagnare tempo per la prescrizione perché in questi casi il rinvio determina la sospensione del tempo necessario a prescrivere. E allora? Era una bella giornata e voleva andare al mare, aveva sonno, non aveva studiato il processo? Invece nulla di nulla, a dimostrazione di come ci si compiaccia nel dimostrare l’arroganza di un dilagante potere e la pochissima considerazione della difesa, del diritto di difesa; i lettori forse ricorderanno – è di poche settimane fa – analoga vicissitudine di un avvocato catanese impossibilitato a recarsi in tribunale perché stava andando a fuoco la zona circostante la sua abitazione ma…non aveva documentato l’assoluta impossibilità di sfidare le fiamme.

    Il processo, pertanto, si è celebrato senza il difensore, con uno di ufficio raccattato all’ultimo momento ma sentenza e decisione sul rinvio che la precede sono stati impugnati in Cassazione…Cassazione che, già in passato, era dovuta intervenire – addirittura a Sezioni Unite – per affermare che è rilevante l’impedimento del difensore determinato da serie, imprevedibili ed attuali ragioni di salute debitamente documentate e tempestivamente comunicate. Un principio che dovrebbe essere ovvio ma evidentemente non lo era per tutti.

    La Corte di Cassazione ha fatto giustizia in solo un annetto di questo più recente scempio osservando che la qualificazione del certificato come “di comodo” non risultasse confermata da alcun elemento e che si sarebbe dovuta valutare la serietà dell’impedimento sulla scorta della certificazione rilasciata da uno specialista senza nulla in più pretendere in considerazione della repentina insorgenza del male. Una bacchettata finale è stata data osservando che le considerazioni svolte circa le conseguenze di una colica renale sono prive di qualsiasi riscontro scientifico.

    Giudici che si improvvisano biologi, medici, per quanto muniti solo dei personali pregiudizi, che puntano dritti alla meta dell’agognata celebrazione di un processo senza tanti orpelli, senza il fastidio di ascoltare il difensore: una giustizia così non è quella che ci si aspetta ed è confortante che sia stata ricacciata in un angolo dalla Corte Suprema perché, francamente, è essa stessa a generare un malore: dà la nausea.

  • In attesa di Giustizia: la vecchia guardia va in pensione ma non si arrende

    Non importa se sono state decine di migliaia i cittadini che hanno firmato  l’iniziativa di legge popolare per la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, non importa neppure se alla Camera sono già in esame quattro diversi disegni di legge sia di maggioranza che di opposizione su questo argomento: la grave colpa per queste iniziative e la responsabilità sul loro possibile percorso parlamentare (che avrà inizio il 6 settembre) viene fatta ricadere su un uomo solo, come se fosse l’uomo solo al comando anche se così non è, Carlo Nordio, Ministro della Giustizia che – per la verità – è da sempre sostenitore di questa riforma.

    Una vecchia guardia composta da oltre trecento magistrati in pensione ha sottoscritto un appello inviato al Guardasigilli avvertendolo dei pericoli cui si andrebbe incontro se la separazione delle carriere diventasse realtà, chiedendo di fermare il percorso parlamentare: tra di loro vi sono giudici, P.M., civilisti e penalisti, molti dei quali sono nomi noti come l’ex Procuratore Generale della Cassazione, Giovanni Salvi, che da P.M. ha a lungo indagato sulla strage di Ustica, o Francesco Greco, ex Procuratore Capo a Milano dove è stato componente storico del Pool “Mani Pulite”.

    Potevano godersi in pace la generosa pensione che lo Stato attribuisce loro, invece hanno ritenuto di riproporre i paventati rischi di questa riforma che, ab immemorabile, è invisa e contrastata con tutte le forze dalla magistratura associata di cui tocca un nervo scoperto; si ipotizza uno stravolgimento della Costituzione che porterebbe con sé la ricaduta antidemocratica della sottoposizione del Pubblico Ministero al potere esecutivo che avrebbe così la facoltà di inibire piuttosto che stimolare le indagini a seconda che attingano alleati od oppositori politici, amici o avversari, potentati o meno: insomma, quello che – secondo Luca Palamara – hanno fatto proprio loro per decenni; c’è, poi, il tema della cultura della giurisdizione: le diverse esperienze sarebbero, infatti, utili ad accrescerla.

    Invero, non è dato comprendere il fondamento di questi timori posto che la nostra Costituzione già disegna una diversità di funzioni – non una separazione delle carriere, compatibile ed ideale con l’attuale sistema accusatorio, perché i Padri Costituenti “guardavano” al modello di processo penale inquisitorio vigente all’epoca –  e, soprattutto, dispone di almeno quattro articoli corrispondenti ad altrettanti paletti volti ad impedire che l’indipendenza della magistratura sia minata dalla sottoposizione all’Esecutivo: nessuno di questi argini ad uno strapotere politico risulta intaccato dalla riforma.

    Quanto alla cultura della giurisdizione, è – appunto – un problema di cultura, di mentalità e non di transito da una funzione (o carriera) ad un’altra: ovviamente avere svolto funzioni giudicanti può essere di grande supporto se si passa a quelle inquirenti poiché il Pubblico Ministero avrà “fatto scuola” di valutazione delle prove e potrà meglio individuare le evidenze utili e sostanziose da ricercare nelle indagini per poi sottoporle al Tribunale. Molti, troppi, sono invece gli esempi di P.M. che transitando alla giudicante hanno mantenuto la mentalità poliziesca dell’inquisitore: Piercamillo Davigo ne è l’archetipo, e questo va decisamente meno bene.

    Lamentano, infine, i firmatari della petizione che il P.M. per legge è obbligato a svolgere indagini in favore dell’indagato e non di rado, in dibattimento, chiede l’assoluzione: il che non potrebbe avvenire se venisse formato alla sola logica dell’accusa. A prescindere dal fatto che sono casi isolati quelli in cui si assiste ad una ricerca delle prove a favore (ne abbiamo, invece, di scoperte e nascoste…) il codice prevede ciò solo al fine di poter scegliere se l’accusa è sostenibile in giudizio oppure no e chiedere quindi l’archiviazione; e vi è da augurarsi che, carriere separate oppure no, il Pubblico Ministero faccia sempre e comunque buon governo dell’equilibrio.

    In buona sostanza non si vedono né rischi ne vantaggi a mantenere unificate le carriere dei magistrati e permane oscuro il motivo di cotanta ostilità che non risieda nella privazione di maggiori chance di passare da una funzione ad un’altra, dal civile al penale e viceversa a caccia di sedi più appetibili, ruoli maggiormente gratificanti e di prestigio a seconda di quali posti si liberino. A pensar male si fa peccato ma, qualche volta, si indovina.

    Concludendo con una provocazione viene da domandarsi perché questi trecento, quando erano giovani e forti nell’esercizio delle loro funzioni, avendo tanto a cuore indipendenza ed equilibrio dei magistrati, cultura della giurisdizione non abbiano mai pensato che una utile separazione delle carriere potesse essere quella tra P.M. e giornalisti che non comporta alcuna modifica costituzionale, sebbene sia materia politicamente e mediaticamente molto sensibile e redditizia visto che su atti ed intercettazioni “dal sen fuggite” si costruiscono fatturati e carriere con pregiudizio della reputazione anche terze persone coinvolte e prima ancora dell’accertamento della responsabilità degli indagati – che, magari non verrà accertata – minando, oltretutto, la “verginità cognitiva” di chi deve giudicare con le anticipazioni del processo e del giudizio possibili facendo zapping tra Chi l’ha visto, i plastici di Porta a Porta, Quarto Grado e la lettura qualche paginata non solo del Fatto Quotidiano ma anche del Corriere della Sera.

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