magistrati

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • In attesa di Giustizia: alta corte di giustizia

    E’ iniziata la campagna referendaria sulla legge nota come “sulla separazione delle carriere” che, però è  solo una parte del pacchetto di revisione costituzionale che tocca quattro pilastri: la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, l’introduzione di un sorteggio almeno parziale per scegliere i magistrati che ne fanno parte e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, così ridisegnando l’equilibrio dell’ordine giudiziario ed  offrendo altri motivi di fastidio ai togati: il sorteggio che toglie potere alle correnti e rende complicato compiacere gli amici e gli amici degli amici a raggiungere posizioni di prestigio e la sottrazione al C.S.M. di quel potere disciplinare che si è sempre dimostrato molto indulgente come dimostrerà il ricordo di questa risalente ma paradigmatica vicenda.

    Siamo nel 1981 e la sezione disciplinare, composta anche da un paio di futuri Presidenti della Consulta, affronta il caso di un magistrato sorpreso nella toilette di un cinema a luci rosse in compagnia di un ragazzino a cui ha promesso denaro per appartarsi con lui. I fatti risalgono al 1973: si sa che da noi i processi sono lunghi e dopo tre gradi di giudizio già benevoli arrivò anche un provvedimento di clemenza che annullò tutto. Non avendo più conti in sospeso con la giustizia ordinaria il C.S.M. revocò la sospensione dal servizio, rimanendo da celebrare il giudizio disciplinare la cui decisione è condensata in una sentenza di dodici pagine da cui si ricava che il magistrato aveva ripreso servizio ed era stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di cassazione, sia pure con un ritardo di molti anni. Avendo cumulato nel frattempo molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, si trovò per il “principio del trascinamento” (ne abbiamo parlato in un articolo alcuni mesi fa) a garantirsi, nella sua nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto e grazie a tali scatti ed ai misteriosi meccanismi della normativa in materia ad essere pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali…quindi questi ultimi, in virtù dell’altro istituto, quello del galleggiamento, videro adeguata la loro retribuzione al livello goduto dal magistrato pedofilo. Parliamo di un meccanismo che allo Stato è costato oltre settanta miliardi delle vecchie lire.

    La rimanente parte della decisione disciplinare offre spunti amaramente esilaranti volti a pervenire al proscioglimento come quello in cui si richiama la testimonianza del medico curante dell’incolpato, che testimoniò di averlo sottoposto a intense terapie nell’anno 1970 a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto della testa contro l’architrave metallico di una porta bassa”. Vostro Onore, insomma, aveva preso una capocciata E allora? “Benché fosse rimasto per 10 giorni nell’assoluto prescritto riposo, il paziente accusò per vari mesi preoccupanti disturbi, quali cefalee intense, sindromi vertiginose, instabilità dell’umore. Le ulteriori terapie praticate diedero temporaneo sollievo, ma vi furono frequenti ricadute, soprattutto di carattere depressivo, che si protrassero fino al 1972… È emerso che la madre dell’incolpato è stata ricoverata per 25 anni in clinica neurologica a causa di gravi disturbi”. Che c’entra, direte voi? Tempo al tempo.

    Dopo quella del luminare, la seconda chicca è la testimonianza di un amico notaio. “All’odierno dibattimento sono stati escussi sette testimoni, dai quali è rimasta confermata l’irreprensibilità della vita dell’incolpato, prima e dopo il grave episodio, e soprattutto la serietà dei suoi studi e del suo impegno professionale. In particolare, il notaio dottor M. ha ricordato il fidanzamento del dottor V. con la sorella, assolutamente ineccepibile sul piano morale… Il matrimonio non è seguito per ragioni diverse dai rapporti tra i fidanzati, che sono rimasti buoni amici”. Si legge tra le righe, che non molestasse sessualmente la fidanzata: la credibilità della qual cosa, alla luce della sua successiva performance con un ragazzino, appare, questa sì, davvero solida.
    Basta, peraltro, un po’ di fantasia e la salvezza è ad un passo. Scrivono i severi depositari della disciplina che ciò che stupisce, in tutta la dolorosa e squallida vicenda, è la constatazione che l’episodio si staglia assolutamente isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intera esistenza, fatta di disciplina morale, di studi severi e di impegno professionale”. Come abbiano fatto a stabilire che l’episodio fosse isolato non è dato sapere ma sull’argomento insistono avanzando due diverse ipotesi: o l’episodio ha avuto carattere di improvvisa e anormale insorgenza, quasi di raptus, oppure se, al di là delle apparenze, sussiste una natura sessuale deviata o almeno ambigua ed è doveroso stabilire perché mai essa si sia rivelata soltanto in quell’occasione, durante tutto il corso di un’intera esistenza”.

    L’alto consesso propende, ca va sans dire, per la prima delle due ipotesi. Il gran finale è affidato al parere di due professoroni scelti naturalmente dalla difesa “secondo gli psichiatri l’episodio in esame, non soltanto costituisce l’unico del genere ma, anzi, ponendosi in netto contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici che, iniziatisi nel 1970, si trovavano in piena produttività nel 1973, all’epoca del fatto. Durante il quale, pur conservandosi sufficientemente la consapevolezza dell’agire, restò invece completamente sconvolta la ‘coscienza riflettente’, cioè la rappresentazione preliminare degli aspetti etico-giuridici della condotta da tenere e delle sue conseguenze. Il che ha reso inerte la volontà di inibire quelle spinte pulsionali si cui il soggetto non riusciva più a esprimere un giudizio di valore”. Tutta colpa, dunque, della “coscienza riflettente”, che era andata in tilt. Ma come mai? Per la craniata, no?!  “Su tutta questa complessa situazione il trauma riportato nel 1970 ha svolto un ruolo – secondo i clinici – di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità, fino all’organizzazione della sindrome esplosa nell’episodio de quo”. In sostanza, Vostro Onore, dopo la zuccata è diventato scemo? Neanche per sogno, lo hanno anche promosso! Lo è stato, ma solo per un po’.

    “D’altra parte, poi, proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi a seguito del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco da fattori contingenti e condizionamenti, hanno favorito il completo recupero della personalità all’ambito della norma, come è testimoniato dai successivi otto anni di rinnovata irreprensibilità”. Adesso insomma l’Eccellenza è guarita e può senz’altro rimettersi la toga, “il che comporta essersi trattato di un episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza tuttavia lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità”.
    Conclusione, in nome del popolo italiano:” La sezione assolve il dottor V. perché non punibile avendo agito in istato di temporanea incapacità di volere al momento del fatto”.

    Sono esenti da satira le cose già di per sé ridicole.

  • In attesa di Giustizia: lezioni di burlesque

    L’ultima trovata dell’Associazione Nazionale Magistrati è stata quella di presentare, all’interno del Palazzo di Giustizia di Napoli, il Comitato per il No in vista del referendum sulla riforma separazione delle carriere che, verosimilmente, si terrà in primavera.

    La scelta appare del tutto inopportuna per una serie di ragioni, prima di tutte che i Palazzi di Giustizia sono edifici istituzionali per eccellenza, simboli dell’autorità dello Stato che destina quegli spazi all’amministrazione della giustizia in nome del popolo italiano: di tutti i cittadini indifferentemente dal voto espresso alle elezioni o di quello che verseranno nell’urna alla prossima consultazione popolare mentre non sono e non possono essere il proscenio tribune di parte, destinate a ospitare iniziative dal chiaro contenuto politico ed elettorale.

    All’interno di quei Palazzi si applicano le leggi, non si svolgono campagne referendarie e manifestare in quei luoghi ostilità aperta verso una riforma, ormai giunta quasi al termine dell’iter parlamentare, significa tradire il principio di neutralità delle istituzioni e compromettere la fiducia che deve potersi riporre in chi amministra la giustizia…che già veleggia ai minimi storici.

    Per comprendere l’inopportunità di una simile scelta basta rispondere ad una semplice domanda: i partiti possono fare propaganda nei Palazzi di Giustizia, l’hanno mai fatta? La risposta è incontrastabilmente no ed a maggior ragione non possono farla coloro che dovrebbero rappresentare la terzietà e l’equilibrio del potere giudiziario.

    L’immagine dell’Associazione Nazionale Magistrati, che è una libera associazione e non un organo dello Stato, assumendo questa iniziativa, offre all’opinione pubblica l’immagine  di una magistratura che confonde il proprio ruolo istituzionale con un’azione politica, generando un pericoloso equivoco tra il potere giudiziario ed una parte ideologicamente schierata e la percezione di un Ordine Giudiziario “proprietario” dei luoghi ove dovrebbe solo amministrare giustizia che giammai possono trasformarsi in arene di azione politica, tanto più in assenza di contraddittorio: del resto ad ANM piace suonarsela e cantarsela da sola evitando per quanto possibile il confronto dialettico con gli antagonisti.

    Poiché al peggio non c’è limite, questo evento – per il tramite dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania –  è stato promosso nelle scuole statali e paritarie di secondo grado attraverso una comunicazione ufficiale indirizzata ai Dirigenti Scolastici/Coordinatori educativi, che invita gli studenti a partecipare alla “Giornata della Giustizia”… ma quello non è un momento formativo e di dibattito sulla giustizia bensì un incontro politico di parte, uno spettacolo di burlesque…tranne che non si voglia pensare che questo evento sia l’occasione per ascoltare una lectio magistralis di diritto costituzionale di Fiorella Mannoia (che è tra gli intrattenitori programmati) o un’analisi serena sulle riforme possibili da parte di Giovanni Floris, Conchita Sannino o Nicola Gratteri che, dal punto di vista dell’orientamento politico e della visione sullo stato della giustizia stanno tutti sulla stessa barca. O a bordo della medesima Flottilla che dir si preferisca.

    Roba da imbonitori, da venditori di pentole, quelli che una volta proponevano la gita a Portofino a quattro soldi e poi tiravano fuori le casseruole alla fine della giornata; diranno pure – ormai con gli argomenti si sta grattando il fondo del barile – che con la separazione delle carriere Ranucci sarebbe già morto stecchito? Che importa, basta vendere le pentole. O il no alla separazione delle carriere.

  • In attesa di Giustizia: tegole di vetro

    La saggezza popolare ricorda che non è bene tirare sassi sul tetto del vicino se il proprio ha le tegole di vetro e, allora, anticipiamo il problema facendo autocritica in una rubrica che ha come protagonisti assoluti politici, politicanti e magistrati.

    Due paroline tra il serio e il faceto a proposito di avvocati che – invece di sudare sulle carte processuali – sudano permanentemente accaldati dalle luci di scena degli studi televisivi. In effetti, di carte su cui effondere una diuturna dedizione allo studio e furore intellettuale non ce ne sono poi molte se un’indagine (al netto delle tradizionali fughe di notizie) è ancora in corso e la sensazione è che ciò che si conosce possa essere solo la punta di un iceberg. Già, perché ci sono ancora magistrati che per costituzione non comunicano se non il “minimo sindacale” dovuto per legge.

    In mancanza di un’aula in cui tuonare la propria indignazione per un’accusa ingiusta ed ingiustificata cosa può fare, allora, un avvocato spaesato? Si guadagna la parcella (sperando che sia fatturata…) difendendo o aggredendo a reti unificate impiegando, più che colte citazioni in diritto, un eloquio diretto e comprensibile ad un popolo italiano di retequattristi: “indagine ridicola, tutto fumo e niente arrosto” e così tutt’altro che mutuando il proprio dire da un Demostene o un più familiare (non a loro) Calamandrei.

    Le rampogne non risparmiano nessuno nei giudizi via etere e, senza peli sulla lingua, attingono uno, due, tre magistrati di diversi distretti giudiziari ipotizzando scenari planetari di malaffare con l’invio di truppe massoniche o – forse – sicari prezzolati dalla Congregazione per la Protezione della Fede ad assassinare quella che, sventurata creatura, era una poco più che studentessa ma glissano sulla mole di inquinamenti probatori inanellati per colpa e/o dolo e – perchè no? –  da una genetica incompetenza a svolgere e delegare un’indagine delicatissima su un territorio dove il crimine più efferato consisteva in un furto di uova e galline.

    Poi, ahimè, ci si mettono anche i giornalisti: si intervista per l’ennesima volta la famiglia della vittima con un’operazione buona solo a riacutizzare la sofferenza.
    Intanto si formano fazioni accanite di tifoserie su carta, social e tv tra colpevolisti e innocentisti ora del condannato ora dell’indagato. E poi? Si eccita, si osserva, si traggono riflessioni da quel poco che trapela da inquirenti e investigatori, e si usa un linguaggio pacato, neutro, come da codice deontologico mentre le visioni oniriche degli avvocati vengono ora eccitate ora sopite dall’intervento di autorevoli (?) esperti che, come tutti gli altri non hanno in mano uno straccio di carta dell’indagine, il che dovrebbe indurre alla prima regola del mestiere del giornalista: scrivi se hai la carta. Mentre per gli avvocati vale: parla solo se l’hai letta e soprattutto capito cosa c’è scritto.

  • In attesa di Giustizia: salvate il soldato Davigo

    C’era una volta magistrato in servizio al Tribunale di Gela, Lirio Conti (ora all’ufficio Gip di Palermo, non per scelta come vedremo più avanti) che, mostrando una moderata attenzione alla dottrina green, viaggiava su una Porsche Cayenne graziosamente concessa in uso gratuito da tali Rocco e Salvatore Luca, due fratelli titolari di una concessionaria di auto di lusso proprio a Gela: non sarebbe granchè come notizia soprattutto se il Signor Giudice invece che fruirne gratis avesse rotto il salvadanaio per comperare quella Porsche o se i concessionari fossero stati suoi affezionati cugini (anche di terzo o quarto grado…): lo scenario, però, si intorbidisce annotando che il magistrato, proprio quando era al tribunale di Gela, giudicò e assolse Salvatore Luca dall’accusa di favoreggiamento alla latitanza di un killer del clan Emmanuello con una sentenza poi riformata in appello e condanna divenuta definitiva.

    Il Consiglio Superiore della Magistratura, bontà sua, in sede disciplinare ha definito quei rapporti quantomeno inopportuni a inflitto a Conti, che per i medesimi fatti nel 2019 era già stato trasferito in via provvisoria e cautelare al Tribunale di Palermo, la sanzione del blocco dello stipendio e della carriera per due anni…e adesso chi pagherà il pieno del Cayenne con quello che costa la benzina e tutto aumenta tranne il salario?

    Peraltro quello legato alla Porsche non sarebbe neppure un fatto episodico: tra il 2007 e il 2019 sono più di una le vicende giudiziarie di cui si è occupato che riguardavano i fratelli Luca con cui intratteneva rapporti economici pur essendo “parti offese o indagati in numerosi processi al Tribunale Gela, tra i quali alcuni a lui assegnati. Conti avrebbe ottenuto numerose agevolazioni economiche: auto a prezzi scontati; vendeva o permutava le proprie auto alle stesse concessionarie dei fratelli Luca a prezzi vantaggiosi; riceveva dalle stesse in comodato gratuito, anche per lunghi periodi, autovetture di grossa cilindrata; fruiva del pagamento della polizza assicurativa con riferimento alle vetture cedute in comodato gratuito”. Così scrive il C.S.M., complimenti vivissimi anche per i soli sei anni impiegati per arrivare ad una decisione, ma l’onore è almeno in parte salvo perché l’indagine per corruzione avviata a Catania a carico di Conti è stata archiviata su richiesta del P.M.

    “Da buon magistrato (ottimo, esemplare, diremmo noi…) – dice Conti al Giornale di Sicilia – non commento il merito del provvedimento. Si tratta di una decisione non condivisibile che non mi è stata ancora notificata. Attendo di conoscere le motivazioni. Impugneremo il provvedimento”.

    Non è chiaro se è da questa vicenda o da qualcun’altra analoga di cui Il Patto Sociale si è interessato che Piercamillo Davigo, prendendo la parola alla festa de Il Fatto Quotidiano, ha esposto una delirante teoria per contrastare la ormai imminente separazione delle carriere tra giudicanti e pubblici ministeri. Dice il noto pregiudicato: “Se si separano le carriere di fronte ad un giudice che in più occasione assolve gli imputati da lui accusati, il P.M. si sentirà finalmente libero di andare dal suo collega competente per esercitare l’azione penale e gli dirà che quel giudice o è un cretino o un corrotto, sollecitando una indagine patrimoniale” Aggiunge l’inconsapevole Davigo che “in quarant’anni di carriera ho ben potuto vedere quanto un giudice sia terrorizzato da una indagine patrimoniale”.

    A prescindere dalla circostanza che – se mai Davigo avesse ragione – non si comprende perché tutto questo non dovrebbe accadere già adesso, siamo al cospetto dei classici due piccioni presi con una fava essendo riuscito a gettare un’ombra inquietante sul tasso di corruttela della magistratura giudicante e sull’inerzia complice dei Pubblici Ministeri se non per miserabili interessi di bottega.

    Qualcuno lo dica a Davigo: così non ha reso per nulla un buon servizio alla causa dell’ANM, al prestigio dell’Ordine Giudiziario, alla futura campagna referendaria, nemmeno ai suoi compagni di merende della redazione de il Fatto Quotidiano, lacchè a tempo pieno delle Procure.

    Qualcuno salvi il soldato Davigo, gli si faccia notare che il suo pusher gli sta vendendo robaccia che fa male alla salute, compresa quella mentale: che lo cambi e forse avremo l’opportunità di ascoltare da lui un minor numero di idiozie.

  • In attesa di Giustizia: ripartenza

    Agosto è alle spalle e l’attività giudiziaria è ripresa con molta calma ma non senza offrire immediatamente spunti per le cronache di questa rubrica.

    La vicenda che si lascia al commento dei lettori questa settimana vede come protagonisti un avvocato napoletano ed un G.I.P. di Chieti: il primo, come è suo diritto (magari anche sbagliando i conti) ha presentato per un proprio assistito un’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare relativi alla fase delle indagini non conclusesi con un rinvio a giudizio prima del tempo previsto dalla legge come periodo massimo di carcerazione preventiva cui un cittadino può essere sottoposto in attesa di giudizio.

    Il Giudice ha rigettato l’istanza (e anche questo ci sta e, può essere che sbagli il Giudice: appelli e ricorsi esistono apposta) ma non si è limitato ad esporre le ragioni del proprio diniego in punto di diritto ma si è spinto ben oltre definendo la richiesta “ellittica e parziale” e sostenendo che fosse formulata in modo da “indurre capziosamente in errore” il giudice, estendendo il suo sindacato financo alle ragioni, ai modi, addirittura agli orari di presentazione dell’istanza attribuendo in tal modo al difensore un insostenibile tentativo di frode processuale per induzione in errore del giudicante. Da qui la trasmissione della istanza e del provvedimento di rigetto al Consiglio di Disciplina degli Avvocati per quanto di sua competenza, cioè nulla: infatti non è indicata nella segnalazione alcuna norma deontologica che si assume violata e, del resto, non se ne riescono ad individuare dalla cervellotica censura fatta da Suo Onore.

    Un provvedimento giurisdizionale ed una segnalazione disciplinare di questo tipo possono definirsi in un solo modo: una grave inaccettabile lesione al diritto di difesa ed una forma di intimidazione del difensore nei confronti del quale vi è stato un uso improprio degli strumenti disciplinari.

    La vaneggiante motivazione del Giudice di Chieti tradisce, come scrive in un documento la Giunta dell’Unione delle Camere Penali tradisce un inaccettabile approccio censorio alla funzione difensiva e dimostra intolleranza alle critiche posse dall’avvocatura…prospettando al contempo una visione autoritaria dell’esercizio della giurisdizione.

    Chi scrive è nipote di un magistrato, ha molti amici sia tra i Pubblici Ministeri che i Giudicanti ed è angosciante annotare sistematicamente queste disfunzioni addebitabile solo ad alcuni (ma non pochissimi) appartenenti all’Ordine Giudiziario da cui dipende la crescente mancanza di fiducia dei cittadini: la funzione giudiziaria è comunemente definita un potere ma la Costituzione non la indica come tale, essa consiste nella applicazione delle leggi nei casi di conflitto ma una delle maniere con cui quella quota parte dei magistrati danneggia l’intera categoria e lascia sgomenta la pubblica opinione è proprio la pretesa di essere un potere, arrivando fino ad usurpare – o, almeno, a provarci – il ruolo del legislatore mentre la disciplina sulla responsabilità, che il popolo decise con un referendum è misteriosamente finita in qualche archivio dimenticato.

    In questo desolante quadro è più che mai inaccettabile che l’esercizio della funzione difensiva, di un diritto costituzionalmente canonizzato, debba essere sottoposto al gradimento di questo o quel magistrato il cui compito sarebbe solo quello di decidere in merito alle ragioni di una o dell’altra parte processuale e non esprimere valutazioni etiche o sindacare le modalità di espressione delle scelte difensive.

  • In attesa di Giustizia: la fortuna aiuta gli audaci

    L’audacia spesso si confonde con la irresponsabilità ma ciò non esclude che anche quest’ultima possa essere premiata da quella fortuna che potrebbe baciare in fronte l’Associazione Nazionale Magistrati se, tra gli elettori che in primavera andranno a votare il referendum sulla separazione delle carriere, saranno in pochi ad avere l’occasione di ascoltare le ultime uscite delle truppe cammellate del Presidente Parodi: ideali per far considerare un eccellente risultato l’attuale livello di consenso nella popolazione (intorno ad un 30% scarso).

    Nelle intenzioni dovrebbero ridare indirettamente un po’ di lustro alla più che appannata popolarità dell’Ordine Giudiziario richiamando l’attenzione sui presunti, ma inesistenti, pericoli frutto della riforma e contemporaneamente attaccare i nemici di sempre – gli avvocati penalisti, sostenitori della separazione delle carriere – cercando di intaccarne l’immagine.

    Ultimamente, questa rubrica ha dovuto occuparsi con frequenza di questi spot, cosa che appare opportuna in quanto la preferenza dell’ANM è quella di fare affermazioni, talvolta apertamente menzognere, badando bene ad evitare il contraddittorio. Vediamo le ultime.

    L’ANM ha di recente pubblicato sui propri social un video in cui affronta il tema ed il ricordo dell’omicidio del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, risalente al 1980, sostenendo che quel delitto fosse conseguenza del mancato rispetto di un sotterraneo patto con gli avvocati dei mafiosi per eliminare i processi contro Cosa Nostra; si tratta di una ipotesi del tutto apodittica, frutto di estrapolazione da una intervista al giornalista Felice Cavallaro ed è impossibile risalire a chi sarebbero stati gli interlocutori che avrebbero stretto un simile accordo scellerato,  alle modalità di attuazione ed in quali processi avrebbe dovuto riflettere effetto. Dimenticando che tra questi interlocutori avrebbero dovuto esserci anche dei magistrati, si scaglia l’accusa come se ne fossero gli unici responsabili contro non meglio precisati “avvocati dei mafiosi” (quindi tutti, indistintamente) con ciò riproponendo alla opinione pubblica la odiosa identificazione complice tra il difensore ed il suo assistito. Basterebbe leggere il verbale dell’audizione sull’omicidio Costa di Rocco Chinnici, ideatore del Pool antimafia di Palermo, per trovare una clamorosa smentita a queste farneticanti insinuazioni: audizione che è stata fatta nel 1982 al C.S.M., non nella redazione de Il Patto Sociale (dove però ne esiste una copia).

    Last but not least, per entrare più nel vivo della campagna referendaria, la cialtronata con cui viene raccontato ai cittadini che la separazione delle carriere era prevista nel programma della P2 insieme all’assoggettamento del P.M. al Governo. Nulla di più falso: trovare il progetto di Licio Gelli su internet non è complicato ed in esso si parla espressamente di unicità delle carriere tra giudicanti e P.M. e, sì, di sottoposizione all’Esecutivo che – però – nella riforma è espressamente esclusa.

    Se questa è la cultura giuridica, il linguaggio ed il pensiero della rappresentanza politica della Magistratura italiana non ci si deve poi stupire di P.M. che taroccano le prove per vincere i processi o di Tribunali che li decidono dimenticando di ascoltare i difensori e delle tante altre vicende che sono illustrate ogni settimana su queste colonne lasciando intendere che l’attesa di Giustizia sia ancora molto di là da venire.

  • In attesa di Giustizia: colpo di calore

    Nicola Gratteri è in attesa che vada in onda su LA7 la prima puntata della trasmissione di cui sarà conduttore e, probabilmente, protagonista di un one man show dedicato ad intorpidire la mente degli ascoltatori con stravaganti opinioni in materia di giustizia di cui ha, appunto, offerto un saggio facendosi intervistare da Repubblica.

    A Napoli ha fatto molto caldo ultimamente e non è escluso che il Procuratore abbia preso un colpo di calore perché la tesi che ha illustrato non può essere frutto di una mente pensante: Gratteri parla come sempre di boss, di detenuti di alto spessore e sostiene che “ordinano ai più deboli una serie di favori e creano così un sistema di intimidazione tale da contribuire all’aumento dei suicidi”.

    Gratteri, è vero, non è mai stato in un carcere – non come “ospite”, perlomeno – in una di quelle carceri in cui, nel corso degli anni, ha fatto rinchiudere centinaia di innocenti gravando il bilancio dello Stato con il tasso più elevato di risarcimenti milionari per ingiusta detenzione: il record di cui non vantarsi appartiene, infatti, al distretto giudiziario di Reggio Calabria ed al tempo in cui ne era Procuratore Capo. Forse non avrebbe osato tanto se – magari da non colpevole – avesse sperimentato la carenza di igiene, di assistenza sanitaria, l’impossibilità quasi assoluta di dedicarsi ad un lavoro o allo studio inframurario, il sovraffollamento al livello di una trireme romana o di una nave schiavista sulla rotta tra l’Africa e il Nuovo Mondo, il caldo feroce d’estate e il gelo invernale, il cibo immangiabile…

    A prescindere da ciò, e Gratteri questo dovrebbe saperlo, per i boss è previsto il carcere duro al 41 bis, quanto meno la destinazione ad un reparto AS che sta per “Alta sicurezza”, e cioè in sezioni in cui è improbabile che siano detenuti dei poveracci disposti a subire intimidazioni, così come lo è  che un detenuto in un braccio normale nel carcere di Sondrio o di Tolmezzo scelga di togliersi la vita per timore (e non si sa bene perché) di un capo bastone di Locri o un capo mandamento di Palermo ristretti a Opera o all’Ucciardone.

    A Gratteri farebbe bene leggere cosa ha scritto recentemente il Tribunale di Sorveglianza di Torino, come riportato da “La Stampa”, nel motivare la concessione della detenzione domiciliare ad un detenuto con problemi di salute non particolarmente gravi in considerazione, comunque, di un contesto di sovraffollamento genetico di un disagio capace di “arrecare in modo assolutamente intollerabile, ai reclusi affetti da patologie, un surplus di sofferenza e disagio” e con ciò evidenziando una relazione tra il sovraffollamento e gli autolesionismi, che spesso consistono nel gesto estremo di suicidarsi.

    Gratteri è un magistrato di esperienza: tuttavia sembra che stia sempre più spesso superando il limite per le assurdità che va propalando e che rischiano di attecchire tra gli ascoltatori meno accorti e del Procuratore Capo di uno degli Uffici più importanti e delicati preferiamo continuare ad immaginare che sia stato il sole di Napoli a fargli un brutto scherzo piuttosto che riconoscerlo come l’erede del pregiudicato Davigo in veste di  controparte strutturale di tutte le politiche giudiziarie che non siano quelle care al Movimento 5 Stelle.

  • In attesa di Giustizia: ricordatevi del povero fornaretto

    Roberto Saviano grida – come sua consuetudine – allo scandalo a causa della scarcerazione di alcuni imputati per fatti di criminalità organizzata in un processo in corso di celebrazione a Napoli e lo scandalo risiederebbe nella conseguenza di falle di un sistema normativo confuso.

    Non risulta che Saviano sia un cultore del diritto processuale penale ma, si direbbe, neppure di una corretta informazione: diversamente avrebbe appreso che quelle scarcerazioni sono conseguenza del superamento dei termini massimi di carcerazione preventiva previsti dal nostro ordinamento che, sotto questo punto di vista, è allineato a quelli di tutte le democrazie occidentali prevedendo che la libertà personale non possa essere limitata oltre un certo numero di anni, sì di anni non di mesi o settimane, se non interviene almeno una sentenza di condanna di primo grado.

    Se Saviano si documentasse studiando gli argomenti sui quali pretende di pontificare saprebbe che quelle che definisce falle di un sistema normativo confuso sono regole processuali che affondano le radici nella Costituzione, espressamente all’articolo 13, non meno che al 27 che tratta della presunzione di non colpevolezza: altro principio giuridico condiviso dagli Stati di Diritto e sarebbe, forse, pretendere troppo che Saviano conosca la storia di quella che viene chiamata “legge Valpreda”: roba vecchia, del 1972, iniziativa del Guardasigilli Gonella di cui è impossibile che abbia memoria chi non studia prima di dare aria alla bocca.

    Non è la prima volta che questa rubrica lo evidenzia: la conoscenza ed il rispetto della Costituzione sembrano essere una opzione più che un obbligo; tuttavia, finché gli strafalcioni provengono da un presunto saggista che ha scritto più libri di quanti siano i suoi lettori, pazienza…il peggio è quando la Costituzione viene dimenticata da coloro che ne fanno un usbergo e la sventolano ad ogni manifestazione organizzata dal loro sindacato: i magistrati.

    E così è che nella indagine sulla edilizia privata milanese, l’ennesimo Vaso di Pandora scoperchiato grazie agli eroi della Procura di Milano, si scopre che sono state acquisite conversazioni in chat – subitaneamente pubblicate in violazione della legge – intercorse tra un costruttore e l’europarlamentare Maran nonostante che il Giudice delle Leggi abbia stabilito che ciò è possibile solo previa autorizzazione del Parlamento.

    D’altronde, proprio quella indagine passando al vaglio del Tribunale della Libertà sta incappando nelle prime severe censure: tutti gli arrestati sono stati scarcerati e, per quanto le motivazioni non siano ancora depositate, si intuisce che l’esito sia dovuto ad una riqualificazione “al ribasso” di illeciti difficilmente sostenibili come, d’atro canto, era stato subito annotato su queste colonne. Tutto ciò con buona pace del GIP che si è tormentato i polpastrelli per dattiloscrivere quattrocento pagine di ordinanza di cattura in pochi giorni. E qualcuno avrà di ridire perché la libertà sembra quasi corrispondere a denegata giustizia in questo sventurato Paese, immemore che persino il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia, prima di ritirarsi in camera di consiglio, veniva così ammonito e richiamato ad equilibrio e prudenza dal cancelliere: “Ricordatevi del povero fornaretto”, protagonista di un tragico errore giudiziario la cui storia chi vuole ed è interessato (certo non molti P.M. né Saviano, Travaglio, Barbacetto e compagni) può rileggerla nei cinque atti del dramma storico firmato da Francesco Dall’Ongaro.

  • In attesa di Giustizia: separazione delle carriere

    Il Sindaco di Milano è solo l’ultimo ad essersi sorpreso e indignato dopo aver appreso dai giornali di essere iscritto nel registro degli indagati per l’affaire che sta mettendo sottosopra il mondo dell’edilizia privata sebbene non abbia mostrato altrettanto stupore e disgusto quando analoga esperienza è toccata ad altri e appartenenti a diverso schieramento politico.

    L’argomento è di stretta attualità e la separazione delle carriere auspicata con la riflessione sulla giustizia di questa settimana non è quella tra magistrati giudicati e pubblici ministeri, bensì quella tra giornalisti e Procuratori della Repubblica.

    C’è una legge del 2021 che prevede espressamente che un Procuratore può diffondere comunicati stampa solo quando è strettamente necessario per le investigazioni o quando ricorrono specifiche ragioni di interesse pubblico: il che costituisce un apprezzabile punto di equilibrio tra la segretezza delle indagini, la libertà di stampa ed il diritto dei cittadini di essere informati su determinati argomenti anche perché hanno, costituzionalmente sancito, il potere di verificare l’andamento della giurisdizione ed in qualche modo ciò dovrà essere pur possibile…per quanto la modalità immaginata dai Padri Costituenti fosse quella della partecipazione ad udienze pubbliche sia pure senza escludere che l’informazione possa, entro certi limiti, precedere il momento del processo nel rispetto sia della riservatezza che della dignità delle persone coinvolte che sono a tutti gli effetti presunte innocenti.

    Orbene, non sempre la fonte diretta (destinata a rimanere confidenziale per il giornalista beneficiato che non è obbligato a rivelarla) è il Pubblico Ministero ma se non lo è lo è certamente un soggetto a lui vicino e sottoposto alla di lui vigilanza: segretario piuttosto che appartenente alla Polizia Giudiziaria, facilmente identificabile e – per prassi – quasi mai neppure cercato di individuare sebbene – con buona pace della obbligatorietà dell’azione penale tanto cara in altri casi all’ANM – la propalazione di determinate informazioni costituisca un reato.

    La deriva del fenomeno fino a diventare malcostume metabolizzato dal sistema è tale che l’Associazione Stampa Toscana (che non è l’Ordine professionale, sia chiaro) ha addirittura conferito un riconoscimento al Procuratore di Prato, Luca Tescaroli: la Pergamena al merito laddove il merito è quello di aver sempre puntualmente fornito le notizie sulle inchieste in corso, a qualsiasi ora nel rispetto della legge che sarebbe poi quella citata all’inizio del 2021.

    Guardando ai numeri Tescaroli, da quando è diventato Procuratore, ha sfornato mediamente un comunicato ogni tre giorni, tutti di taglio apertamente inquisitorio: si direbbe, allora, che a Prato tutte le indagini sono di interesse pubblico (in particolar modo quelle sputtananti gli indagati) ovvero che tutte si avvantaggino della verve comunicativa dell’Ufficio del Pubblico Ministero.

    O, forse, più semplicemente siamo al cospetto dell’emblema di un cortocircuito cui nessuno sembra interessato a porre rimedio a Prato come altrove.

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