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Nei supermercati canadesi si diffondono gli inviti a non comprare prodotti degli Usa

Nei supermercati canadesi i consumatori chiedono di non acquistare prodotti americani, le insegne introducono bandierine per rendere immediatamente riconoscibili le merci nazionali e alcuni retailer stanno modificando gli assortimenti per rispondere alle nuove preferenze di acquisto. È uno degli effetti più concreti delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Canada, che arrivano direttamente sugli scaffali dei supermercati, influenzando le scelte dei consumatori e le strategie della grande distribuzione. Il fenomeno è emerso dalle testimonianze raccolte direttamente dagli store manager durante uno degli Innovation Tour organizzati da Retail Hub tra Chicago, Detroit e Toronto. Secondo quanto raccontato dai responsabili dei punti vendita, il rifiuto dei prodotti statunitensi nasce dagli stessi consumatori e si traduce in richieste esplicite agli addetti, cambiamenti nelle rotazioni dei prodotti e un crescente interesse verso alternative provenienti da altri mercati, compresi quelli europei e italiani. Non si tratta quindi soltanto di una preferenza per i prodotti locali, ma di una vera e propria volontà di evitare quelli americani, tanto che alcune insegne hanno dovuto intervenire sulla comunicazione a scaffale per rendere più chiara la provenienza delle merci.

A Toronto il cambiamento si vede prima ancora di arrivare alla cassa. Sui banchi dell’ortofrutta sono ricomparsi cartelli con la foglia d’acero, le indicazioni sull’origine sono diventate più visibili e prodotti che fino a poco tempo fa arrivavano quasi automaticamente dagli Stati Uniti vengono sostituiti, quando possibile, con merci canadesi oppure con forniture provenienti da altri Paesi. Il fenomeno non riguarda soltanto una campagna patriottica o qualche scaffale allestito per sfruttare il momento. I numeri cominciano a mostrare un cambiamento nei flussi commerciali. Secondo gli ultimi dati governativi citati da Reuters, a luglio la quota degli Stati Uniti sulle importazioni canadesi di ortaggi è scesa al 62,6%, contro il 69% nello stesso mese del 2023, quando Donald Trump non era ancora tornato alla Casa Bianca. Gli Usa restano di gran lunga il principale fornitore e continuano a coprire più della metà anche delle importazioni canadesi di frutta. Ma la dipendenza, almeno nell’ortofrutta, si sta riducendo. Reuters ha documentato l’ingresso più consistente di prodotti provenienti da Marocco, Sudafrica, Spagna, Brasile e Honduras.

Per decenni la geografia ha reso naturale per il Canada rifornirsi a sud del confine: distanze relativamente brevi, infrastrutture integrate, grandi volumi, prezzi competitivi e una catena logistica costruita attorno a un mercato nordamericano quasi unico. La frutta e la verdura fresca sono il terreno in cui questa integrazione è più evidente, perché l’inverno canadese limita la produzione nazionale e rende indispensabili le importazioni per molti mesi dell’anno. Oggi, però, al prezzo e alla qualità si è aggiunto un terzo criterio: il Paese d’origine.Da Vince’s Market, catena indipendente con quattro punti vendita nell’area metropolitana di Toronto, riferisce Reuters, circa il 90% dell’ortofrutta è ora di origine canadese. Le fragole vengono acquistate in Québec invece che negli Stati Uniti. Le grandi catene hanno capito la stessa cosa. Loblaw, il maggiore gruppo canadese della distribuzione alimentare, in agosto ha riportato nei reparti dei prodotti freschi grandi indicazioni con la foglia d’acero per rendere immediatamente riconoscibili le merci nazionali. Ha inoltre reintrodotto un’etichetta che segnala i prodotti colpiti dai dazi. Metro, terzo operatore del Paese, ha confermato di voler continuare a privilegiare, quando possibile, i prodotti locali. L’origine della merce, che fino a poco tempo fa era un’informazione secondaria per molti consumatori, è diventata una leva commerciale.

Un sondaggio dell’Angus Reid Institute, realizzato tra il 23 e il 25 luglio 2026 su 1.790 adulti canadesi, ha rilevato che il 40% di chi fa la spesa controlla attivamente l’origine dei prodotti. La maggioranza di chi guarda l’etichetta dichiara di rimettere sullo scaffale le merci americane quando trova un’alternativa canadese o proveniente da un altro Paese. Il 73% degli intervistati dice inoltre che continuerebbe a evitare uova statunitensi e il 70% farebbe lo stesso con i latticini americani. Il boicottaggio ha radici politiche precise. Il movimento “Buy Canadian” aveva già preso forza nel 2025, dopo l’avvio della nuova stagione dei dazi americani contro le merci canadesi. La tensione è salita ancora nell’agosto 2026, quando i negoziati commerciali tra Ottawa e Washington sono falliti. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi per un valore di circa 20 miliardi di dollari e il governo di Mark Carney ha annunciato contromisure “dollaro per dollaro” su merci statunitensi, entrate in vigore l’8 settembre. La disputa è uscita rapidamente dai tavoli negoziali ed è diventata un tema di identità nazionale e di fiducia nel vicino americano. All’inizio di settembre un’altra rilevazione dell’Angus Reid Institute indicava che il 73% dei canadesi preferiva una linea dura nei confronti di Washington, anche a costo di un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali. È il livello più alto registrato dall’istituto dall’inizio della guerra commerciale. In questo clima il gesto di scartare un prodotto statunitense assume un significato che va oltre il consumo: per molti canadesi è diventato un modo quotidiano di esprimere una posizione politica.

Il governo canadese sta provando a rendere strutturale almeno una parte del cambiamento. La National Food Security Strategy, presentata nel giugno 2026, prevede 3,2 miliardi di dollari canadesi in dieci anni per aumentare la produzione interna, rafforzare la concorrenza e ridurre alcune vulnerabilità del sistema alimentare. Di questi, 750 milioni sono destinati all’agricoltura in ambiente controllato: serre, vertical farm e altre strutture capaci di produrre frutta e verdura durante tutto l’anno. L’obiettivo non è l’autosufficienza, irrealistica per un Paese con il clima canadese, ma diminuire la dipendenza stagionale dalle importazioni.

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