Usa

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Tra i cinque più importanti think tank politici italiani c’è la Fondazione Italia USA

    La Fondazione Italia USA è tra i 5 più importanti think tank politici italiani, secondo il rapporto ‘Cogito Ergo Sum 2018’ redatto da Openpolis. “Come analizzato anche nelle edizioni passate (2015 e 2017) cinque strutture sono particolarmente ricorrenti. Parliamo nello specifico di Aspen Institute Italia, Astrid, Fondazione Italia Usa, Italia Decide e Italianieuropei. Queste realtà, oltre ad essere composte da personalità politiche e accademiche di spicco, hanno, attraverso i propri membri, un numero elevato di collegamenti esterni”, sostiene la ricerca che ha preso in esame 121 think tank politici nel nostro Paese.
    La Fondazione Italia USA, classificata come completamente bipartisan, è anche la struttura con più legami e collegamenti tra tutte le 121 fondazioni ed associazioni esaminate: “Proprio la Fondazione Italia Usa è la realtà che, attraverso i suoi membri, ha più collegamenti esterni nella mappa delle fondazioni e associazioni politiche censite, ben 23. A seguire Italianieuropei, con 22, e Aspen Institute Italia, con 21”.
    “Le 3 realtà appena elencate sono anche sul podio delle strutture con più membri presenti in altre fondazioni o associazioni, nello specifico guida Italianieuropei con 30, seguita da Fondazione Italia Usa con 25 e Aspen Institute Italia con 22”.
    La Fondazione Italia USA non figura invece nelle classifiche dei finanziamenti, in quanto per scelta e a tutela della propria totale indipendenza non riceve alcuna forma di contributi, sussidi o sovvenzioni, neppure nella forma di incarichi professionali, da alcuna istituzione o ente pubblico, governativo o locale, né sponsorizzazioni o pubblicità da parte di aziende.

    Fonte: Newsletter Fondazione Italia USA

  • Draghi rassicura: la Ue cresce nonostante le turbolenze commerciali

    «Nonostante le incertezze sul commercio globale, i dati indicano che l’Eurozona precede su un terreno di crescita solida e diffusa», ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, spiegando che anche l’inflazione continuerà a riavvicinarsi ai livelli desiderati dalla Bce, ma «uno stimolo monetario significativo è ancora necessario».

    Nel sesto anniversario dal ‘whatever it takes’, la promessa con cui Draghi assicurò qualsiasi intervento per la tenuta dell’euro durante la grande crisi finanziaria, «oggi l’euro poggia su basi molto più solide di allora» e la Bce «è una banca centrale diversa, con un insieme di strumenti di politica monetaria molto più ricco».

    La Bce ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, come da attese. In una nota l’Eurotower spiega che il costo del denaro rimarrà ai livelli attuali almeno fino a tutta l’estate 2019. La Banca centrale europea annuncia inoltre che terminerà a dicembre gli acquisti netti di titoli con cui conduce il ‘quantitative easing’.

    Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è intanto riuscito a strappare un accordo con il presidente Usa Donald Trump in tema di commercio. Le preoccupazioni maggiori per le mosse di Trump riguardano Berlino, in ansia per il piano di imporre dazi per 200 miliardi di dollari sulle auto straniere: Trump in vista delle elezioni in Congresso del prossimo novembre – secondo molti osservatori – potrebbe convincersi che la linea dura e nazionalista paghi di più per sostenere i repubblicani. Anche perché nel frattempo la Casa Bianca segue con grande interesse gli sviluppi politici in tutta Europa, con l’avanzare dei movimenti e partiti populisti un po’ ovunque.

  • Fiscalità di vantaggio: cui prodest

    La scelta relativa a dove realizzare il sito di produzione dei Suv BMW da parte della casa bavarese venne influenzata dalla politica di fiscalità di vantaggio che lo stato del South Carolina offriva per attirare  investimenti produttivi. Viceversa la Mercedes per la propria produzione scelse l’Alabama per i medesimi motivi e medesimi Suv. Attualmente, ancora la Mercedes ha deciso di investire un miliardo di dollari negli Stati Uniti nella produzione del primo Suv elettrico. In questo caso un elemento aggiuntivo è sicuramente la riduzione della tassazione sugli utili di impresa (corporate tax) operata dall’amministrazione Trump.

    In entrambi i casi risulta evidente l’effetto dell’azione di politica fiscale dei singoli stati statunitensi i quali cercano di attirare investimenti (che permettono quindi un aumento degli occupati e del PIL) promettendo innanzitutto la stabilità fiscale ed una vera e propria fiscalità di vantaggio che si esprime attraverso aliquote che rendono competitivo il maggior costo del lavoro rispetto ai paesi del Far East, ma compensabile grazie all’ottimo livello della pubblica amministrazione e la grande qualità professionale.

    In entrambi i casi la sintesi tra fiscalità di vantaggio e quindi sostenibilità unita alla decisione del presidente Trump di abbassare l’aliquota nazionale sui redditi di impresa manifesta  l’intenzione e soprattutto ottiene il risultato di rendere di nuovo competitivi ed attrattivi gli Stati Uniti d’America grazie al combinato di due politiche fiscali, nazionale e dei singoli Stati della Federazione.

    Una politica che  in Europa viene da tempo ampiamente adottata dalla Gran Bretagna nella quale FcA ha stabilito la propria nuova sede fiscale ma anche dall’Irlanda, dall’Austria, dalla Slovenia ed ora anche dalla Croazia.

    Al di là ed al di qua dell’Atlantico, in altre parole, la leva fiscale (ma potremmo dire tutto l’approccio al rapporto tra il sistema fiscale e le imprese) viene utilizzata in chiave competitiva dalle autorità politiche che hanno compreso come  un mercato globale esponga anche i singoli stati (espressione di sistemi politici ed economici) alla concorrenza nella ricerca di investimenti produttivi. Logica conseguenza evidenzia come sia vitale ottimizzare il pacchetto che un paese intende offrire  con il combinato tra  sistema fiscale, qualità della pubblica amministrazione e dei servizi.

    Una strategia economica e fiscale che ha dato grandissimi risultati ottenuti con la riduzione delle aliquote su redditi di impresa dell’amministrazione Trump, vista la fuga per esempio della FcA dal Messico riportando la propria produzione di Pick Up all’interno degli Stati Uniti. Una tendenza confermata anche dai nuovi investimenti di Google a Londra, di Jp Morgan ed Apple sempre all’interno del perimetro statunitense.

    In Italia viceversa il governo Renzi ha introdotto l’aliquota fissa di 100.000 euro per tutte le persone con redditi  milionari affinché questi scelgano l’Italia come propria residenza fiscale. La logica di tale scelta (in modo alquanto imbarazzante) viene spiegata attraverso la convinzione che la presenza di queste persone dotate di una forte capacità di consumo possano, a caduta, offrire un miglioramento della qualità della vita per i contribuenti italiani.

    Il confronto tra le strategie economico fiscali italiana e statunitense ed europea relativamente all’utilizzo della leva fiscale dimostrano il livello culturale ed economico ed evidenziano  l’imbarazzante declino assoluto al quale è ormai e arrivato il nostro Paese, partendo dalla semplice analisi delle immediate ricadute che un’impresa che localizzi il proprio sito produttivo all’interno di un  territorio offra in termini di occupazione diretta ed indiretta rispetto ad un singolo milionario.

    A conferma di questo insostenibile, e ripeto, oltremodo imbarazzante confronto tra la politica fiscale  italiana rispetto a quella europea e statunitense basti ricordare che il nuovo calciatore della Juventus Ronaldo, al di là dell’ingaggio che percepirà (come lavoratore dipendente i contributi vanno pagati dalla Juventus), per gli altri circa 24 milioni aggiuntivi che percepirà dalle varie società contribuirà con 100.000 euro complessivamente a saldare ogni spettanza con il sistema tributario italiano, mentre per un  lavoratore come per un imprenditore la pressione media fiscale è del 43.2% mentre il Total Tax Rate va oltre il 62% .

    In perfetta continuità con la decisione del  governo Renzi infatti per le rendite finanziarie il governo Gentiloni  ha introdotto una flat Tax del 26% con la possibilità di compensare le minusvalenze (possibilità negata alle imprese in relazione ai crediti con la pubblica amministrazione): un’aliquota che favorisce le rendite  finanziarie oltre i 750.000 euro penalizzando ancora una volta i piccoli risparmiatori.

    Tornando quindi ai percettori di reddito  milionari, il sistema fiscale italiano applica aliquote che vanno dal 10% per un reddito di 1.000.000 al 0,4% per i probabili oltre 24 milioni di utili che le diverse società assicurano a Ronaldo.

    In altre parole, mentre all’estero si utilizza la leva fiscale per attrarre investimenti che producono occupazione diretta ed indiretta assieme a PIL aggiuntivo, in Italia i governi degli ultimi tre anni, Renzi e Gentiloni, hanno utilizzato questa leva fiscale per favorire le rendite finanziarie ed attrarre singoli percettori di redditi milionari. La differenza tra le due diverse strategie ed ovviamente obiettivi raggiunti viene certificata dai livelli di sviluppo economico.

    Al tempo stesso le due  politiche fiscali rappresentano la distinzione tra lo spessore culturale e le competenze economico-strategiche della nostra classe dirigente e politica i cui effetti risultano  ormai ampiamente verificabili.

    Il  nostro Paese nell’attuale situazione di declino economico si preoccupa di creare le condizioni ideali per un calciatore ma non per un’impresa che crei occupazione e Pil aggiuntivo.

    Una scelta…Una strategia…espressione inequivocabile del nostro declino culturale…

     

  • Trump non la smette di fare il ragazzaccio

    Sembra che ci trovi gusto a scandalizzare. Nel suo viaggio in Europa, prima di giungere a Bruxelles e nel corso della riunione in ambito Nato ha detto cose spiacevoli contro la Merkel, che, secondo Trump, versando molti miliardari alla Russia per l’acquisizione del gas e non pagando quello che deve al bilancio Nato, pone la Germania in una situazione di vassallaggio e non fa gli interessi dell’Occidente, mentre gli Usa le garantiscono la difesa. Dichiarazioni per lo meno grossolanamente avventate, subito controbattute caldamente dalla Merkel. Il bello è che alla fine della riunione, nel corso della conferenza stampa, Trump ha espresso elogi per la Merkel, che lavora bene ed è un’ottima interlocutrice. Proseguendo per Londra, stavolta l’attacco Trump l’ha rivolto alla May che sbaglierebbe le sue scelte per un’uscita soft dall’Unione europea. Gliel’avevo detto che quella non era le direzione giusta, ma non ha voluto ascoltarmi. Il piano d’uscita della May probabilmente ucciderebbe un patto di libero commercio tra Gran Bretagna e Stati Uniti, perché significherebbe per noi continuare a trattare con l’Unione Europea anziché con il Regno Unito. Parlando di Boris Johnson, pochi giorni dopo le sue dimissioni da ministro degli Esteri in dissenso contro il piano della premier per la Brexit, Trump dice che “sarebbe un buon primo ministro, ha quello che serve” per guidare il proprio paese: quasi un’investitura, considerate le note ambizioni di Johnson di approdare a Downing Street. Ma non è una palese interferenza negli affari interni di un Paese amico?  E sull’Unione Europea osserva: “Abbiamo già abbastanza problemi con la Ue. Non hanno trattato l’America con equità in materia di commercio, per questo sto reagendo”. Una topica via l’altra, con  dichiarazioni che subito dopo le smentiscono. E dopo aver trattato in questo modo i suoi ospiti, va a cena o a colazione con loro come se niente fosse. Dopo averla trattata in questo modo, oggi sarà a colazione con la May ai Chequers, la residenza di campagna dei primi ministri britannici. Si scuserà per le affermazioni negative fatte pubblicamente contro di lei? Non crediamo che ciò accada. Tra i “grandi”, forse, non vigono le stesse regole di galateo che si rispettano tra persone “normali”, ma si affidano agli organi burocratici i compiti che dovrebbero essere quelli delle persone. Un cenno di buon senso, infatti, è giunto da un portavoce della Casa Bianca che ha dichiarato: “Il presidente ha il massimo rispetto per Theresa May e non ha mai detto una parola contro di lei”. Da Downing Street non è giunto nessun commento, mentre la Bbc ha commentato:  “E’ come se Trump fosse passato con un bulldozer sul piano della premier per la Brexit”. Già, la May è stesa dal Bulldozer, ma Trump, tramite il suo apparato burocratico, o diplomatico se si preferisce, fa sapere che ha il massimo rispetto per lei. Buona colazione ad entrambi! Ma noi non riusciamo a capire se il presidente del Paese più potente del mondo si diverte a scandalizzare, o se usa questi modi contraddittori per fare politica. Quale politica, per favore?

  • Dazi, un’arma a doppio taglio

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su Italia Oggi il 6 luglio 2018

    È un grave errore cercare di semplificare le grandi questioni internazionali, quali quelle economiche, finanziarie, commerciali o quelle riguardanti i flussi migratori. Spesso si pensa che isolare una questione importante dal resto renda più facile affrontarla. Purtroppo non è così. Si vorrebbe che le cose fossero semplici e poco complicate e quindi risolvibili. Invece spesso sono complesse, intrecciate con altre, tanto da esigere approfondite e multiple analisi.

    Lo è senz’altro il caso delle guerre commerciali in corso. Trump e altri credono che, aumentando i dazi sui prodotti importati dalla Cina e dall’Unione europea, l’industria e l’occupazione americane ne gioverebbero, incidendo positivamente anche sulla bilancia dei pagamenti degli Usa. In verità il commercio americano è da decenni fortemente squilibrato. Di certo non per comportamenti truffaldini dei partner ma per le decisioni interne che hanno favorito, ad esempio, l’outsourcing. Ciò ha determinato lo spostamento di molte imprese americane verso mercati poco regolamentati e a bassissimo costo del lavoro.

    Le multinazionali e le banche Usa hanno sfruttato questo sistema facendo profitti straordinari ed evitando di pagare le tasse dovute. Non è quindi sorprendente sapere che il deficit della bilancia commerciale Usa, da decenni è, ogni anno, di centinaia di miliardi di dollari. Così dicasi per il bilancio statale. Nel 2017, ad esempio, il deficit commerciale è stato di 568 miliardi di dollari (811 miliardi, se si considerano solo le merci senza i servizi) e, a sua volta, il deficit del bilancio federale ha raggiunto i 665 miliardi.

    La guerra commerciale non produrrà soltanto ritorsioni da parte dei paesi colpiti dai dazi. C’è già un’escalation di per sé foriera di gravissime instabilità. Essa rischia di mettere in moto effetti destabilizzanti anche sui mercati delle monete e su quelli finanziari. Pertanto, di conseguenza, la Banca nazionale cinese ha deciso di emettere 700 miliardi di yuan sul mercato, pari a oltre 100 miliardi di dollari, con l’evidente intento di svalutare la propria moneta.

    Si tratta di una contromisura per contenere i danni provocati dalle misure protezionistiche Usa. Con il deprezzamento dello yuan, gli esportatori cinesi livellerebbero così l’aumento dei dazi americani d’importazione, mantenendo in un certo senso i loro guadagni ai livelli precedenti alle decisioni Usa.

    Internamente alla Cina il deprezzamento della moneta non avrebbe grandi effetti negativi. Soltanto le sue importazioni diventerebbero più costose. Ma la Cina, da quasi 10 anni, ha cambiato la rotta della sua economia, sviluppando di più il mercato interno. I dazi, pertanto, possono diventare un ulteriore stimolo a sviluppare i settori industriali colpiti. Si tenga conto, inoltre, che la Cina ,da qualche tempo, promuove accordi commerciali in yuan, soprattutto con molti paesi emergenti, bypassando così la mediazione del dollaro.

    Per il suo sistema politico, economico e monetario e per le storiche alleanze internazionali, l’Unione europea, purtroppo, non può adottare decisioni simili. Anche se Washington starebbe per imporre una tassa del 20% su 1,3 milioni di veicoli importati dall’Europa, di cui più della metà dalla Germania. Quanto intrapreso in Cina, anche se in modi differenti per intensità e settori, com’era prevedibile, è avvenuto anche in Russia soprattutto per effetto dell’isolamento commerciale provocato dalle sanzioni.

    Sul fronte finanziario, una delle conseguenze determinata dall’instabilità, a seguito dell’aumento del debito globale e delle minacce di guerre commerciali, è stata la crescita della bolla dei credit default swap (cds). I derivati usati per le cosiddette coperture del rischio d’insolvenza. Essi misurano anche le fibrillazioni emerse a Wall Street dove Standard & Poor’s 500 (l’indice delle maggiori imprese americane), dal picco di gennaio a oggi, ha perso il 5%.

    Secondo varie analisi, anche dell’ultimo rapporto trimestrale della Banca dei Regolamenti Internazionali, il volume dei cds è di circa diecimila miliardi di dollari. Certo ancora lontano dai livelli del 2007, ma già preoccupante in previsione delle insolvenze del debito delle imprese e di altre categorie private. È appena il caso di sottolineare che oggi quattro banche americane (Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase e Goldman Sachs) gestiscono il 90% del commercio mondiale dei cds! Ancora una volta le autorità di controllo purtroppo stanno a guardare mentre la bolla cresce.

    Il commercio e i mercati non hanno bisogno di dazi ma di regole che valgano per tutti.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Six arrested in Europe for alleged bomb plot against Iranian opposition in France

    Belgium authorities announced an Iranian diplomat was arrested, as well two other people, on suspicion of plotting a bomb attack on a meeting of exiled Iranian opposition groups in France.

    Amir S., 38, and Nasimeh N., 33, husband and wife, both Belgian nationals, “are suspected of having attempted to carry out a bomb attack” on Saturday in the Paris suburb of Villepinte, during a conference organised by the People’s Mujahedin of Iran, a statement from the Belgian federal prosecutor said.

    A close ally of Donald Trump, former New York mayor Rudy Giuliani, was in attendance at the rally. Three arrests were also made in France. The couple, described by prosecutors as being “of Iranian origin”, were carrying 500 grams (about a pound) of the volatile explosive TATP along with a detonation device when an elite police squad stopped them in a residential district of Brussels.

    A diplomat at the Iranian Embassy in Vienna was also arrested in Germany, according to the Belgian statement.

    The arrests came as Iranian President Hassan Rohani began a trip to Europe.

    Iran’s foreign minister Javad Zarif called the news a sinister “false flag ploy” and said Tehran was ready to work with all concerned parties to get to the bottom of it. “How convenient: Just as we embark on a presidential visit to Europe, an alleged Iranian operation and its ‘plotters’ arrested,” Zarif tweeted.

    The Iranian President Hassan Rouhani arrived in Switzerland on Monday evening  for a visit to Europe presented as “paramount” for the future of the Iranian nuclear agreement following the U.S. withdrawal from the pact.

    Rouhani is due to be in Switzerland on Monday and Tuesday before travelling on Wednesday to Vienna, where the July 2015 agreement that ended Iran’s international isolation, in exchange of the freezing of its nuclear programme and its commitment never to develop the atom bomb, was signed.

    Austria took over the rotating presidency of the European Union (EU) for six months on Sunday, while Switzerland represents the interests of the United States in Iran in the absence of diplomatic relations between the two countries. The Vienna Agreement was signed between Iran and the Group of 5 + 1 (China, France, Germany, Great Britain and the United States).

    The People’s Mujahideen Organization of Iran, also known by its Persian name Mujahideen-e-Khalq, was once listed as a terrorist organization by the United States and the European Union but is no longer. Founded in 1965 as a left-wing Muslim group, it staunchly opposed the Shah of Iran and was involved in the protests that led to his downfall and the establishment of the Islamic Republic in 1979.

    It initially endorsed the republic’s founder Ayatollah Khomeini but, after its leader Massoud Rajavi was barred from standing in the first presidential election, the MEK turned against the government.

    It launched an armed struggle to topple the Islamic Republic, claiming responsibility for the assassination of several high-profile figures. After fleeing to France, the movement steadily acquired the characteristics of a cult, with veneration of Massoud Rajavi and his wife, Maryam.

  • La rivoluzione energetica e post-liberista degli Stati Uniti

    Anni fa scrissi un intervento nel quale affermavo come il mondo sarebbe cambiato non appena gli Stati Uniti avessero raggiunto l’indipendenza energetica. In quegli anni infatti si cominciavano a vedere i primi effetti della ricerca tecnologica nel campo dello shale-oil. In altre parole immaginavo come gli Stati Uniti avrebbero abbandonato gli scenari internazionali a loro non congeniali e soprattutto non strategici liberi dal ricatto energetico: un diverso approccio già verificabile con la presidenza Obama che ora viene confermato con l’amministrazione Trump.

    Questa rivoluzione ha portato nel 2017/18 gli Stati Uniti a diventare il primo produttore di petrolio al mondo e grazie anche all’alleanza con l’Arabia Saudita vede la possibilità di accrescere all’interno delle politiche energetiche internazionali la posizione e soprattutto la possibilità di incidere sulle quotazioni del greggio da parte della amministrazione americana. Mentre l’Italia assieme all’Unione Europea, in modo “astuto”, ha scelto di allearsi con l’Iran (forse lo stato più antisemita del Medio Oriente) gli Stati Uniti hanno preferito un accordo con il primo paese per quel che riguarda le riserve energetiche (Arabia Saudita), creando un duopolio potenzialmente  invincibile.

    Ma un aspetto ancora più interessante emerge evidente. Mentre tutti i paesi produttori del Medio Oriente mirano ad ottenere il massimo rialzo possibile del prezzo sul mercato internazionale del barile di petrolio, in quanto questo accrescerebbe le proprie entrate, gli Stati Uniti invece assumono un ruolo assolutamente nuovo ed ancora incompreso agli occhi della stessa Unione Europea. Va Infatti ricordato come gli Usa  non solo vendono e  rappresentano il primo paese produttore ma da sempre sono anche il primo consumatore di petrolio al mondo.

    In questo senso quindi l’accordo che gli Stati Uniti hanno raggiunto con l’Arabia Saudita per aumentare la produzione saudita fino a 2 milioni di barili al giorno per ovviare ai problemi legati alla mancata esportazione di petrolio del Venezuela presenta l’evidente intenzione di evitare tensioni sui prezzi. In più a questa si aggiunge una politica di facciata di grande asprezza nei confronti della Russia che invece tenderebbe a raggiungere un accordo anche con Putin dimostrando la doppia valenza della rivoluzione energetica voluta e cercata dagli Stati Uniti stessi.

    L’amministrazione Trump infatti, pur rappresentando il primo produttore al mondo di petrolio attraverso le proprie scelte, non mira ad ottenere la più alta quotazione possibile del barile ma attraverso la ricerca tecnologica si pone l’obiettivo ambizioso di abbassare progressivamente il costo di estrazione di un barile che se per l’Arabia Saudita risulta di un dollaro al barile negli Stati Uniti per lo shale oil è passato da 74 a 52, mentre si stabilizza ora a 40 dollari per arrivare ad un range che viaggi tra i 24/30 dollari a barile.

    In più la doppia rivoluzione si manifesta attraverso la possibilità non solo di togliere il monopolio della produzione di petrolio, e della  politica dei prezzi all’Opec, ma soprattutto attraverso la possibilità di una politica calmieratrice di prezzi che possa assicurare una stabilità e così favorire gli investimenti a medio lungo termine ed evitare qualsiasi shock energetico che dopo quello finanziario crederebbe un’altra tensione turbolenta sui mercati mondiali. In questo senso l’obiettivo di $60 a barile rappresenterebbe il compromesso perfetto per assicurare sviluppo economico  costante all’economia statunitense ed occidentale ed evitare shock energetici.

    In altre parole per la prima volta nell’economia occidentale, definita capitalistica e “iperliberista” dai critici del presidente Trump, un soggetto economico come lo stato americano invece di perseguire il massimo guadagno possibile, nello specifico non opponendosi alla crescita della quotazione del greggio per la piena soddisfazione dei propri produttori, preferisce optare per un valore intermedio che assicuri marginalità alle proprie aziende estrattrici di petrolio shale oil ma non risulti  penalizzante per l’economia americana. A questa rivoluzione di economia politica segue quella dei produttori i quali rinunciano nell’immediato a massimizzare i propri profitti e quindi ad ottenere il massimo del Roe (return of investiment) per appoggiare una politica dell’amministrazione statunitense che mira ad uno sviluppo complessivo del sistema economico americano con un’ottica strategica.

    In altre parole, alla visione speculativa di derivazione finanziaria gli industriali statunitensi dell’estrazione di petrolio appoggiando la politica dell’amministrazione dimostrano il proprio pieno appoggio alla politica di sviluppo a medio e lungo temine rinunciando ora a marginalità sicuramente allettanti. Due aspetti di questa rivoluzione che coinvolgono l’attuale presidente degli Stati UNiti Trump insieme ad una classe imprenditoriale di grande capacità strategica. Del resto già dopo la diminuzione delle aliquote fiscali sui profitti aziendali gli imprenditori statunitensi avevano dimostrato un certo spessore distribuendo anche ai dipendenti, direttamente attraverso bonus (1.780 dollari a dipendente per Wall Mart ed anche di più per  Fca) o attraverso reshoring produttivo, sempre Fca ha riportato la produzione di Pick Up in Usa. In questo modo parte dei benefici, distribuiti anche ai dipendenti delle aziende, è stata ottenuta appunto con la riduzione fiscale.

    Questa rivoluzione energetica (lo shale oil) e strategica (la volontà di calmierare la quotazione del greggio) viene ancora sottostimata e probabilmente non compresa nel resto del mondo. E invece assume il valore e la valenza della caduta del Muro di Berlino in quanto dimostra come una visione complessiva dell’amministrazione statunitense permetta e dimostri il valore strategico che viene attribuito e considerato superiore a quello del massimo guadagno speculativo nell’immediato.

    Siamo davanti alla rivoluzione di un’economia avanzata come quella statunitense  nella quale per la prima volta la visione strategica prevale su quella speculativa. I risultati di questa rivoluzione cominciata con le amministrazioni precedenti trovano la loro massima espressione attraverso l’utilizzo dell’indipendenza energetica non a fini speculativi ma per assicurare un valore compatibile con lo sviluppo economico complessivo.

    Mentre in Italia e in Europa la discussione galleggia tra i modelli di sviluppo caratterizzati dal  minore o maggiore utilizzo dei principi keynesiani uniti ad una maggiore o minore importanza dei contratti a tempo determinato, il resto del  mondo evolve per fortuna riuscendo anche ad indicare delle soluzioni diverse.

    Gli Stati Uniti ancora una volta hanno assunto una nuova centralità per quanto riguarda la politica energetica e attraverso di essa stanno adottando una nuova strategia decisamente rivoluzionaria proponendo un nuovo modello nel ruolo della pubblica amministrazione e nello sviluppo economico a medio e lungo termine.

  • I dazi: a monte o a valle

    Viviamo di analisi che hanno la capacità retrospettiva al massimo di quarantotto ore.

    Durante la presidenza Obama venne introdotta negli Stati Uniti la certificazione della filiera della carne nella quale venivano indicati tutti i passaggi, dall’allevamento alla macellazione fino al banco del supermercato. Questa iniziativa normativa ovviamente risultò molto apprezzata dal consumatore statunitense e provocò un aumento delle vendite di carne prodotta negli Stati Uniti a scapito di quelli importata dal Messico e dal Canada, dimostrando innanzitutto come anche i consumatori statunitensi risultino molto attenti alla certificazione della filiera di ogni alimento e quindi all’aspetto qualitativo. Contemporaneamente l’iniziativa conferma l’importanza della conoscenza nello specifico della certificazione della filiera che rappresenta la vera soluzione per un consumo consapevole di prodotti di alto di gamma, come risultano quelli del made in Italy.

    I due stati (Canada e Messico) chiamarono in causa il Wto e ottennero di aprire una procedura contro gli Stati Uniti accusandoli di concorrenza sleale che avrebbe provocato una diminuzione delle proprie esportazioni di carne verso il mercato statunitense. All’inizio della propria presidenza Trump affermò come il mercato americano non potesse più rappresentare il punto di arrivo delle esportazioni di tutti i paesi (in particolare cinesi ed europee) ma che l’amministrazione statunitense aveva intenzione di riequilibrare il traffico commerciale in entrata come in uscita con gli altri paesi partner ed attori del mercato globale.

    Fedele a queste impostazioni economico-politiche infatti l’amministrazione statunitense provò ad esportare in Europa la carne statunitense (la stessa certificata dall’amministrazione Obama) che venne bloccata in quanto non rispondeva a determinate specifiche presenti in Europa. Ebbero medesima sorte i prodotti agricoli in quanto sospettati di essere OGM.

    A fronte di tali rifiuti nel 2017 il presidente Trump criticò aspramente queste decisioni europee definendole assolutamente inaccettabili e che avrebbe avviato, di fronte al perdurare di tali decisioni, una politica dei dazi relativa anche ai prodotti europei.

    Nel medesimo periodo, cioè nell’ottobre 2017, l’Unione Europea unilateralmente decise l’introduzione dei dazi sull’alluminio e sul’acciaio cinese per un valore percentuale dal 23 al 52%.

    Quando la medesima decisione venne presa solo cinque mesi più tardi dall’amministrazione statunitense l’Unione Europea criticò aspramente bollandola come un ulteriore attacco al mercato globale. Contemporaneamente la stessa Unione Europea introdusse dei dazi per i pneumatici cinesi da 43 fino a 82 dollari a pneumatico, omettendo così, ancora una volta, di essere stata la prima a introdurre questa politica dei dazi al fine di favorire le produzioni nazionali o continentali.

    Successivamente, di fronte alla incapacità ed impossibilità per l’amministrazione statunitense di aumentare le proprie esportazioni verso l’Unione Europea, la pressione politica esercitata dagli Usa ha tuttavia permesso e negoziato un accordo con la Cina la quale si impegna ad acquistare circa 300 miliardi di nuovi prodotti agricoli.

    Tornando all’Europa, sempre il presidente Trump ha introdotto, fronte al muro di gomma europeo, i dazi relativi all’alluminio e all’acciaio europeo. Contemporaneamente la pressione politica esercitata dall’amministrazione Trump ha indotto l’amministrazione cinese ad abbassare i dazi sulle auto straniere (sia europee che statunitensi) dal 25 al 15%. Verrebbe poi da chiedersi come mai la Ue abbia considerato un attacco al libero mercato l’azione del presidente Trump quando poi accettava dazi cinesi del 25% sulle proprie esportazioni di auto! Ora, dimenticando in più di essere stata la prima ad aver inaugurato questo tipo di strategia, l’Unione Europea ha deciso, o perlomeno sta decidendo, di introdurre una serie di dazi sui prodotti finiti come Levi’s o il Whisky Bourbon e le Harley-Davidson in risposta all’iniziativa dell’amministrazione americana, offrendo quindi una deriva pericolosa alle contromosse statunitensi. L’Unione Europea perciò prima ed unica responsabile per quanto riguarda l’inizio di questa tipologia di politica dei dazi in risposta all’amministrazione Trump impone dei dazi sui “prodotti finiti” mentre quelli imposti dall’amministrazione Trump riguardano le “materie prime“, per ora.

    I dazi (va specificato) rappresentano certamente l’estrema ratio per quanto riguarda la politica economica. Tuttavia questi possono rappresentare anche una modalità, certamente temporanea, per salvaguardare le produzioni in attesa di un piano strutturale di sviluppo completo, come per esempio l’introduzione di una organizzazione aziendale più consona ad un mercato globale.

    Questi inoltre hanno ragione di essere utilizzati quando le aziende si trovano ad operare in un mercato globale ma con regole profondamente diverse (per quanto riguarda le normative sul lavoro sui protocolli sanitari degli stessi prodotti), tanto da rendere i fattori di tutela dei lavoratori come quelli dei consumatori antieconomici, impossibili da annullare anche con qualsivoglia aumento della produttività. Soprattutto però dovrebbero essere imposti sulle materie prime e non sui prodotti finiti, perlomeno nelle prime stagioni di utilizzo di questa leva fiscale.

    I dazi imposti sui prodotti finiti colpiscono infatti l’intera filiera a monte della stessa rendendo impossibile qualsiasi tipo di adeguamento produttivo che possa assorbire il valore anti-competitivo del dazio e di conseguenza penalizzando il consumatore. In questo senso si ricorda che il vantaggio per il consumatore viene considerato la ragione principale proposta dai fautori del mercato globale senza regole. Gli stessi che ora vogliono imporre i dazi sul prodotto finale, penalizzando così il consumatore, manifestano una netta contraddizione in termini.

    Viceversa il dazio imposto a monte della filiera, quindi sulle materie prime, permette alle diverse industrie di trasformazione che partecipano alla complessa filiera, attraverso la ricerca di una maggiore produttività come di sinergie anche digitali più evolute ed un conseguente aumento della produttività, di assorbire il valore del dazio in modo da rendere minimo l’impatto per il consumatore.

    Ancora una volta l’Unione Europea ha dimostrato di avere una posizione ideologica ed assolutamente irresponsabile attraverso la scelta di imporre dei dazi sui prodotti finiti che coinvolgono figure professionali che rappresentano la forza lavoro e professionale delle diverse aziende che contribuiscono alla filiera complessa di un prodotto.

    La posizione europea, sia che venga dettata da una questione ideologica o semplicemente da una miope visione economica, rappresenta l’ennesima conferma di un declino culturale che investe l’intero vecchio continente. Una Europa che si dimostra e si conferma incapace di gestire un mercato complesso ignorando o annullando i problemi che la complessità inevitabilmente comporta.

  • Vent’anni passati inutilmente

    Alla fine degli anni ‘90 si aprì negli Stati Uniti un interessante confronto che opponeva economisti e fiscalisti i quali, al di là delle diverse opinioni politiche ed economiche, partivano dalla valutazione di un dato oggettivo.

    Dai dati economici relativi ai consumi e alla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti emergeva evidente  come l’economia americana stesse aumentando sempre di più la differenza tra ceto abbiente e fasce della popolazione sempre più in difficoltà e come l’ascensore sociale ed economico sostanzialmente si fosse fermato a favore invece di rendite di posizione. La discussione divenne particolarmente accesa ed articolata in relazione alle politiche da scegliere per porre rimedio a questa deriva economica e sociale. Le differenti posizioni vedevano contrapposte strategie che puntavano sul minore carico fiscale per fornire nuova linfa alla crescita economica in antitesi con chi invece indicava nella maggiore pressione fiscale sui redditi più alti la ricetta per diminuire tali divari economici tra le diverse fasce di popolazione.

    Al di là delle diverse posizioni tutti partirono dal presupposto, considerato come un dato indiscutibile, che la società dei servizi, quindi sostanzialmente l’economia post-industriale, manifestava il suo limite  proprio nella distribuzione del reddito prodotto, soprattutto e sostanzialmente a causa della minore concentrazione di manodopera per milioni di fatturato che l’economia dei servizi richiedeva.

    In altre parole, al di là delle diverse ricette proposte, da allora cominciarono una nuova visione ed una nuova strategia economica che ponevano all’interno, come al centro, dello sviluppo economico che potesse  assicurare non solo la redditività del capitale ma anche un maggior benessere diffuso: la crescita economica ed industriale. In quel periodo nacque la rivalutazione delle riallocazioni produttive una volta delocalizzate in Paesi a basso costo di manodopera, il cosiddetto reshoring produttivo.

    Ora, a distanza di vent’anni, la nomenclatura economica e politica europea ed  italiana osserva i medesimi effetti legati alla deindustrializzazione europea, in particolare dei paesi del Sud Europa, senza averne ancora  compreso le ragioni e tantomeno trovato le soluzioni. I dati relativi infatti all’aumento della forbice tra redditi alti e medio bassi registrano ancora una volta una diminuzione di consumi redditi bassi pari al -5%. Anzi, si sta addirittura cercando di accrescere tale declino economico e sociale (scelta legata, si spera, all’ignoranza e non ad una consapevole strategia) che investe sostanzialmente il ceto medio attraverso l’introduzione di modelli economici come la Gig e la Sharing Economy. La loro applicazione infatti tenderà a rendere ancora maggiori i divari come le dinamiche tra i titolari e i gestori di servizi ed il personale chiamato a gettone ad eseguire questi interventi professionali. Quella stessa Gig Economy presentata dalla candidata alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton e che fu bocciata clamorosamente dalla ritrovata centralità della politica industriale dell’attuale presidente Donald Trump.

    Sembra incredibile come, a fronte di una storia conosciuta e che quindi può ma soprattutto dovrebbe rappresentare un esempio importante quantomeno per avviare una discussione in Italia come in Europa, non esista nel passato remoto come prossimo e tantomeno nel futuro una politica che porti al centro dello sviluppo economico nazionale ed europeo una fiscalità di vantaggio esattamente come quella voluta da Cameron prima del risultato della Brexit che ha dato tanto aiuto all’economia inglese dopo la fuoriuscita dall’Europa. Una strategia economica che utilizza il fattore fiscale come elemento competitivo che non ha nulla in comune con la volontà di penalizzare chi delocalizza le produzioni attualmente. Dimostrando, in quest’ultimo caso, come la politica ancora non abbia capito come non serva a nulla porre dei paletti o dei divieti quando invece dovrebbe favorire l’economia e non viceversa penalizzare determinate scelte che possono essere condivisibili o meno ma che rappresentano comunque l’espressione di una volontà imprenditoriale legittima in quanto manifestazione di strategie con capitale di rischio.

    Ancora riesce difficile comprendere come la sola fiscalità di vantaggio rappresenti oggi il fattore fondamentale per attirare la riallocazione di produzioni una volta delocalizzate nei paesi a basso costo di manodopera, come degli investimenti esteri, all’interno del nostro Paese unito ad una stabilità monetaria che ovviamente un ritorno alla Lira non potrebbe assicurare.

    Vent’anni risultano passati da quell’interessante confronto politico negli Stati Uniti alla fine degli anni novanta, trascorsi evidentemente inutilmente perché invece di far tesoro delle esperienze di nazioni più evolute della nostra continuiamo a commettere gli errori tipici di chi non abbia memoria e intelligenza per trarre lezioni della storia.

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