Usa

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • Ripicca della Ue per Aukus: rinviato il negoziato per il libero scambio con l’Australia

    Non si sono ancora rimarginate le ferite aperte dal Patto Aukus. Nonostante la dichiarazione congiunta di Joe Biden ed Emanuel Macron e la riuscita del Consiglio commercio e tecnologia Ue-Usa di fine settembre, sono ancora diversi gli strascichi lasciati dal patto siglato tra Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti. A cominciare dalle trattative sull’accordo commerciale tra l’Ue e l’Australia, che hanno subito un rallentamento ma non uno stop. La Commissione europea conferma che “il round dei negoziati”, che era previsto per il 12 ottobre, “è stato rinviato di un mese” e la decisione è stata presa “qualche giorno fa”, ha riferito una portavoce dell’esecutivo Ue. La motivazione ufficiale è la necessità di approfondire i contenuti ma il sospetto è che Bruxelles voglia fare un dispetto al governo di Canberra.

    “Come abbiamo sempre detto la sostanza prevale sulla velocità, quando si tratta di negoziati. Questo mese in più ci consentirà di prepararci meglio per il prossimo negoziato. Posso anche confermare che questa non è la fine dei negoziati – ha aggiunto – ci sono questioni ancora aperte, come l’accesso al mercato, le regole di origine, gli acquisti pubblici, la proprietà intellettuale e lo sviluppo sostenibile. C’è ancora non poco lavoro da fare in queste aree e per questo abbiamo bisogno di un po’ di tempo per riflettere sui prossimi passi”. Il portavoce capo della Commissione, Eric Mamer, ha detto che non si tratta di una punizione, rispondendo a chi gli chiedeva se il rinvio fosse una ritorsione nei confronti dell’Australia per aver stretto il patto Aukus con Usa e Regno Unito e ritirato la commessa sui sottomarini alla Francia. “Non è nell’interesse della Ue punire nessuno, l’Australia è un partner dell’Ue con cui abbiamo dei negoziati sul commercio in corso. La sostanza dei negoziati richiede molti sforzi, non è insolito che venga presa una decisione come questa”, ha commentato.

    I negoziati con l’Australia vanno avanti dal giugno 2018, quando l’Ue, con la Commissione Juncker, aveva già deciso di puntare in quell’area del mondo. Da poco erano stati conclusi gli accordi con il Giappone e il Messico ed era entrato in vigore quello con il Canada. “Il futuro accordo tra l’Ue e l’Australia rafforzerà ulteriormente l’impegno dell’Unione nella regione Asia-Pacifico”, aveva detto all’epoca la Commissione europea. Il prossimo round negoziale, in videoconferenza, era previsto per la metà di questo mese. Un funzionario con conoscenza diretta della questione ha affermato che all’origine del rinvio c’è la tensione legata ai sottomarini, ma ha insistito sul fatto che le parti non sarebbero comunque state pronte a siglare l’intesa.

    Dall’altra parte del mondo, il ministro del commercio australiano, Dan Tehan, ha annunciato che restano in vigore i suoi piani di incontrare la prossima settimana la controparte dell’Unione europea, Valdis Dombrovskis, per discutere delle trattative sul libero scambio. “Comprendiamo la reazione francese alla nostra decisione sui sottomarini, ma alla fine ogni nazione deve agire nel proprio interesse nazionale – ed è ciò che l’Australia ha fatto”, ha affermato Tehan.

    Intanto, la Francia sembra continuare la sua battaglia attraverso relazioni bilaterali. L’Europa ha mostrato qualche segno di solidarietà ma non vuole essere coinvolta in una partita che riguarda una commessa commerciale di un paese. Il 4 ottobre il Segretario di Stato Usa Antony Blinken è atterrato a Parigi per presiedere la riunione del Consiglio ministeriale dell’Ocse e commemorare il 60° anniversario dell’organizzazione. Blinken ha colto l’occasione per “continuare le discussioni sull’ulteriore rafforzamento della vitale relazione Usa-Francia su una serie di questioni tra cui la sicurezza nella regione indo-pacifica, la crisi climatica, la ripresa economica dalla pandemia di Covid-19, le relazioni transatlantiche, e il lavoro con gli alleati e partner per affrontare le sfide e le opportunità globali”. La regione indo-pacifica, appunto, quella su cui sembrano convergere gli interessi delle potenze mondiali per i prossimi anni. E su cui sia il Patto Aukus che la Strategia Ue sull’Indo-pacifico puntano, cercando di tenere fuori le mire espansionistiche di Pechino.

  • Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Era il 18 aprile 1961 quando i partecipanti alla Conferenza delle Nazioni Unite, svoltasi a Vienna, presero la loro decisione sul contenuto della bozza finale preparata e presentata dalla Commissione internazionale di giurisprudenza. Si trattava della bozza di un Trattato che definiva un insieme di norme di diritto internazionale che regolavano i rapporti tra gli Stati firmatari e sancivano i diritti e gli obblighi degli agenti diplomatici, cioè degli ambasciatori/capomissione e dei membri del personale diplomatico dell’ambasciata/missione. In quel 18 aprile 1961 è stato adottato, dai primi 60 Paesi firmatari, quel documento che, da allora, è pubblicamente noto come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Un lungo percorso quello iniziato, guarda caso, proprio nella capitale austriaca durante il Congresso di Vienna, nel lontano 1815. Quella Convenzione ha cominciato ad essere attuata il 24 aprile 1964 e ormai ne hanno aderito 190 dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Compresa l’Albania, che ha ratificato la Convenzione l’8 febbraio 1988.

    L’articolo 41, punto 1, della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce ed obbliga che: “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Mentre il punto 2 dello stesso articolo della Convenzione sancisce che: “Tutti gli affari ufficiali con lo Stato accreditatario affidati dallo Stato accreditante, alle funzioni della missione, sono trattati con il Ministero degli Affari esteri dello Stato accreditatario o per il tramite di esso, oppure con un altro ministero convenuto”. Il che significa che tutti i rappresentanti diplomatici, dall’ambasciatore all’ultimo in ordine gerarchico, sono obbligati a rispettare anche quanto è sancito dall’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ma purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, non tutti lo fanno. Lo dimostrerebbero diverse preoccupanti situazioni ed esperienze in alcune parti del mondo. Albania compresa. E si tratta soprattutto di situazioni ed esperienze nelle quali risulterebbero coinvolti dei rappresentanti diplomatici statunitensi che hanno consapevolmente violato quanto prevede e sancisce la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, articolo 41 compreso, anzi, soprattutto l’articolo 41. Ovunque queste realtà e questi comportamenti sono stati verificati hanno prodotto anche delle gravissime conseguenze, sia a livello di privazioni e sofferenze umane, che a livello geostrategico e geopolitico. Quanto è accaduto da venti anni in Afghanistan, ma anche quello che sta accadendo in questi giorni lì, ne è una significativa dimostrazione e una inconfutabile testimonianza delle inevitabili e preoccupanti conseguenze dovute alle ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili di certi rappresentanti diplomatici. Proprio di quelli che violano intenzionalmente i loro obblighi istituzionali, seguendo delle direttive pervenute dai loro superiori, oppure determinati interessi, compresi quelli personali. Così facendo però, si intromettono nelle faccende che devono riguardare e devono essere risolte solo e soltanto dai fattori istituzionali, politici e sociali del Paese nel quale simili rappresentanti diplomatici sono stati accreditati.

    Per fortuna che non tutti i rappresentanti diplomatici, compresi quelli statunitensi, hanno simili comportamenti. Anzi, sono tanti, tantissimi che osservano e rispettano i loro obblighi istituzionali previsti dalla Convenzione di Vienna, affrontando con la dovuta responsabilità civile, morale ed istituzionale anche situazioni difficili. Uno di questi è l’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Nominato tre mesi fa, in seguito all’omicidio del presidente haitiano, lui la scorsa settimana ha presentato le sue dimissioni al Segretario di Stato statunitense “…con grande delusione e scuse a chi cerca cambiamenti fondamentali”. Nella sua lettera sottolineava che “Il nostro approccio politico ad Haiti resta profondamente errato”. Lui ha espresso il suo disappunto e la sua reazione perché le sue raccomandazioni scritte ed indirizzate al Dipartimento di Stato erano state “…ignorate e liquidate, quando non modificate, per proiettare una narrativa diversa” da quella sua. In più lui ha espresso la propria convinzione che gli Stati Uniti d’America sbagliano, dando il loro supporto a persone non democraticamente elette. Secondo l’alto funzionario “…l’orgoglio che ci fa credere che dobbiamo scegliere [noi] il vincitore, di nuovo, è impressionante. Questo ciclo di ingerenze politiche internazionali ad Haiti ha prodotto sempre dei risultati catastrofici”. Sono delle affermazioni forti quelle scritte nella sua lettera di dimissioni dall’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Sono delle affermazioni che mettono di nuovo in rilievo quello che è stato, da tanti anni, evidenziato in Afghanistan e che ormai è di dominio pubblico a livello internazionale. Ma le affermazioni dell’ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti evidenziano anche quanto da anni stanno facendo tutti i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Con la stessa irritante arroganza e la stessa irresponsabilità istituzionale. Ma anche con un voluto protagonismo mediatico, dimostrando in più la loro presunzione caratteriale.

    L’autore di queste righe da anni ha informato il nostro lettore di simili, arroganti, deplorevoli e inaccettabili comportamenti, con tutte le gravi e preoccupanti conseguenze derivanti. Lo ha fatto anche in questi ultimi mesi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021, Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania; 30 agosto 2021, Apparenze che ingannano; 6 settembre 2021 ecc.). Egli da anni e spesso si riferisce a coloro che definisce come i “soliti rappresentanti internazionali”. A coloro che, purtroppo, da anni non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito nulla di tutto quello che accadeva e che tuttora accade in Albania. Cosi facendo, nolens volens, da anni stanno appoggiando la restaurazione ed il consolidamento in Albania della dittatura sui generis, capeggiata dal primo ministro con, sullo sfondo, un’opposizione di facciata, che fa molto comodo alla propaganda del primo ministro. Una dittatura quella che cerca di camuffarsi con delle parvenze di pluralismo politico, ma che in realtà ha molto in comune con le dittature classiche e storicamente note. Un sistema in cui colui che lo dirige lo fa personalmente, ignorando tutte le istituzioni, ignorando la Costituzione e le leggi in vigore e controllando, in prima persona e/o da chi per lui, anche tutto il sistema “riformato” della giustizia. Sistema, la cui riforma è stata propagandata dal 2016 come un successo dai soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, ma che invece è stato un clamoroso, voluto e programmato fallimento. Comprese anche diverse centinaia di milioni dei contribuenti statunitensi ed europei svaniti nel nulla. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” fanno di tutto per presentare un evidente e testimoniato fallimento come un entusiasmante successo. Anche di questa realtà il nostro lettore è stato da anni informato con la dovuta e documentata oggettività.

    Tornando alla consapevole e condannabile violazione, in questi ultimi anni, delle norme sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e facendo specificatamente riferimento al suo articolo 41, sarebbero tanti i fatti pubblicamente noti che coinvolgerebbero direttamente i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Sono ormai di dominio pubblico tantissime dichiarazioni, in questi due ultimi anni, dell’ambasciatrice, in sostegno delle politiche del governo. Proprio in questi anni, quando la corruzione ha raggiunto livelli paurosi e molto preoccupanti, quando il riciclaggio di denaro sporco è diventato un serio problema per le strutture specializzate internazionali, quando la presenza delle organizzazioni internazionali della criminalità organizzata è stata denunciata a più riprese da diverse procure, comprese anche quelle italiane. Un appoggio del tutto ingiustificabile quello dell’ambasciatrice statunitense, ma lei sa anche il perché.

    Da alcuni mesi ormai, partendo dal 19 maggio 2021, l’ambasciatrice statunitense si è direttamente coinvolta in una campagna minatoria contro il capo storico del partito democratico albanese. Allo stesso tempo però lei sta sia minacciando e ricattando, che appoggiando e elogiando colui che dal 2013 dirige quello che è rimasto dal rinomato partito democratico, ma che in realtà ha usurpato la sua direzione. E alla fine, il 9 settembre scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un atto vigliacco e in piena violazione dello Statuto del partito, ha espulso dal gruppo parlamentare il capo storico del partito. Proprio colui che era l’obiettivo della campagna minatoria e diffamatoria che stava e sta conducendo personalmente, con tanta arroganza e con un insolito e presuntuoso protagonismo l’ambasciatrice statunitense. Ebbene la prima che si è congratulata con l’usurpatore del partito democratico albanese il 10 settembre era proprio l’ambasciatrice statunitense. E, guarda caso, è stato proprio l’usurpatore del partito democratico al quale l’ambasciatrice statunitense ha reso ufficialmente visita, il 24 settembre scorso, appena rientrata dagli Stati Uniti, dove aveva accompagnato il primo ministro albanese! Alla fine dell’incontro, l’ambasciatrice ha dichiarato tra l’altro: “Sono appena rientrata, da Washington…Credo che sia stato importante venire direttamente nel partito democratico, per dividere quello che ho appreso a Washington”. E quello che aveva appreso era che i suoi superiori al Dipartimento di Stato rimangono determinati “…a lavorare con il Partito democratico.” (Sic!). Così dichiarando, l’ambasciatrice, incurante di tutto, ha ammesso anche la palese, inaccettabile e condannabile violazione di quello che viene sancito dai punti 1 e 2 dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Come se le relazioni diplomatiche non siano tra i due Stati indipendenti, ma tra uno Stato e i partiti politici dell’altro! A lei poco importa però. Chissà perché lei è così sicura di tutto ciò che dice e che fa?!

    Chi scrive queste righe pensa che quanto è accaduto e sta accadendo in Afghanistan, ma anche ad Haiti, aiuta a capire meglio quello che è accaduto e sta accadendo anche in Albania in questi ultimi anni. E tutto anche con il beneplacito e il diretto supporto dei soliti “rappresentanti internazionali”, ambasciatrice statunitense compresa, anzi, in prima linea. Dimostrando tutta la sua arroganza, la sua presunzione ed il suo protagonismo. Difetti quelli, dai quali Plutarco consigliava guardarsi.

  • A volte l’Occidente sa ancora imporsi: la Francia elimina il capo dell’Isis nel Grande Sahara

    Della morte di ‘Awas’ si parlava ormai da un mese. L’ufficialità l’ha voluta annunciare direttamente Emmanuel Macron, con un tweet che ha utilizzato la parola “neutralizzato” per descrivere la fine di Adnan Abou Walid Al-Sahraoui, detto appunto Awas, capo del gruppo jihadista Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS). Si tratta “di un nuovo importante successo nella battaglia che conduciamo contro i gruppi terroristici nel Sahel”, ha sottolineato il presidente francese celebrando le gesta di Barkhane, la forza francese che opera nella regione.

    Mentre Joe Biden faceva la figura del nuovo Jimmy Carter in Afghanistan, facendo di Kabul la nuova Saigon, Parigi in piena estate aveva annunciato senza scendere in dettagli la morte o la cattura di diversi alti dirigenti dell’EIGS da parte di Barkhane e dei suoi alleati sul territorio. Il raid francese che ha ucciso Adnan Abou Walid al-Sahraoui risale a “metà agosto”, ha precisato oggi in un punto stampa sull’argomento la ministra della Difesa, Florence Parly, definendo l’operazione “una manovra di raccolta di informazioni di ampio respiro insieme a diverse altre operazioni di cattura di collaboratori di al-Sahraoui”. L’azione è avvenuta mentre l’emiro del terrore circolava su una moto, al posto del passeggero. Il veicolo è stato colpito da un drone in una regione a sud di Indelimane, nel Mali, nella cosiddetta zona delle 3 frontiere, secondo quanto precisato dal capo di stato maggiore francese Thierry Burkhard.

    Era stato lo stesso Awas, ex membro del Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahraoui, e poi di AQMI (Al Qaida del Maghreb islamico), a creare l’EIGS nel 2015 prima di essere designato come “nemico pubblico numero 1” nella regione. Il vero nome del capo di EIGS eliminato sarebbe stato Lahbib Abdi Said, nato negli anni Settanta nel Sahara occidentale nella grande tribù nomade dei Reguibat. Nel nord del Mali apparve attorno al 2010, un paio d’anni dopo era fra i più attivi nell’organizzare la mobilitazione bellica di gruppi armati jihadisti nella regione. Dal 2016 si sono registrati i primi attacchi del suo movimento, EIGS: da allora Awas era diventato il comandante delle operazioni nella zona delle tre frontiere.

    La ministra Parly ha ricordato che l’EIGS è stato protagonista di attacchi sanguinosi contro militari ma anche civili, nel Mali, in Niger e in Burkina Faso. Viene considerato responsabile della morte di “2.000-3.000 civili dal 2013”. Il successo militare è particolarmente benvenuto in questo momento a Parigi, dopo l’annuncio da parte di Macron del progetto di ridurre la presenza francese nel Sahel di qui alle elezioni presidenziali del prossimo aprile.

  • Europe First

    Siamo dovuti arrivare al settembre 2021, e più  precisamente al Forum Ambrosetti,  per  sentire che uno degli obiettivi del nostro Paese e dell’Unione Europa debba essere rappresentato dal conseguimento di una maggiore indipendenza tecnologica. Lo ha candidamente affermato il ministro Colao il quale con estrema semplicità, a distanza di soli sei (6) anni, come governo in carica adottano probabilmente, comunque a propria insaputa,  uno dei cardini della politica di sviluppo economico statunitense introdotta dall’amministrazione Trump e successivamente  dall’attuale presidente  Biden (30.07.2021 https://www.ilpattosociale.it/attualita/glory-and-pride-made-in-usa/).

    Emergono tuttavia  evidenti due fondamentali criticità rispetto alla strategia Made in Usa le quali riducono  la consistenza delle dichiarazioni del ministro ad un bigliettino di desideri a Babbo Natale rispetto alla politica pragmatica delle amministrazioni statunitensi.

    Innanzitutto va ricordato come l’indipendenza, soprattutto tecnologica, sia in buona parte nei confronti della Cina e trae la propria giustificata origine dal presupposto di una già conseguita, ormai, indipendenza energetica. Questo traguardo rende l’economia statunitense quasi autosufficiente risultando basata per i quattro quinti su consumi interni, mentre il precario equilibrio italico tra crescita economica e debito pubblico si regge da anni sulla nostra vocazione export oriented.

    In questo contesto probabilmente sarà sfuggito al ministro “tecnico” del governo Draghi come la politica estera statunitense da anni sia già di per sé l’espressione più evidente di una scelta sempre più isolazionista e sia perfettamente proprio l’espressione di questa sicurezza energetica frutto appunto della indipendenza.

    Contemporaneamente si  esprime in questo modo  anche  una evidente critica  politica ed economica ad un mercato globale all’interno del quale un regime totalitario come la Cina viene messa nelle condizioni privilegiate di trarre i massimi vantaggi  a costo delle democrazie occidentali (27.03.2018 https://youtu.be/ZKvXD4KxfV8 ).

    In questo contesto la politica europea e quella italiana risultano ben lontane dagli step operativi che l’amministrazione Trump prima e Biden ora hanno messo in campo per esempio nei protocolli di approvvigionamento della pubblica amministrazione per  prodotti e servizi sempre più legati ed espressione del Made in Usa.

    Viceversa, per quanto riguarda la politica di approvvigionamento energetico, finalmente anche in Italia si sta riaprendo al nucleare in quanto ci avviciniamo ad un periodo in cui assisteremo ad un picco di consumi  elettrici  (si pensi alla sola mobilità) che sarà assolutamente incompatibile con gli asset attuali in campo energetico.

    Comunque, al di là della indipendenza energetica e tecnologica degli Stati Uniti con l’amministrazione Trump prima e Biden adesso, gli obiettivi indicati finalmente anche al di qua del Pacifico risultano assolutamente condivisibili e applicabili anche all’Unione europea. Emerge la logica considerazione di come questa affermazione dimostri un ritardo ingiustificato nelle articolate valutazioni relative ad una economia globale.

    Siamo, quindi, dovuti arrivare al settembre 2021 per comprendere  come  un mercato aperto senza regole, così come è stato inteso negli ultimi vent’anni ma sopratutto per come è stato strutturato proprio da coloro che adesso lo criticano, sia assolutamente inadeguato ad uno sviluppo sostenibile e compatibile con  il conseguimento di una ricaduta positiva attraverso un maggiore tasso di occupazione.

    In questo contesto la responsabilità va attribuita alla superficialità con la quale il mondo occidentale abbia  abbracciato un mercato globale privo di regole condivise confidando nel fatto che la ricerca del prezzo minore rappresentasse di per sé un elemento di sviluppo ed un vantaggio per il consumatore.

    Tornando alla sequenza temporale di Cernobbio siamo arrivati al settembre 2021 per comprendere che coloro che hanno creato e sostenuto il mercato globale ora, sempre a loro insaputa, lo stanno criticando e soprattutto disintegrando, quantomeno in prospettiva attraverso protocolli operativi ed economici espressione di una più attenta e consapevole conoscenza dei fattori di sviluppo economico nazionali.

    Siamo, quindi, arrivati al settembre 2021 per ascoltare e spacciare come proprie quelle teorie economiche e strategiche già realizzate precedentemente dell’amministrazione Trump ed attualmente dal presidente Biden.

    Siamo quindi passati dalle critiche ad America First all’adozione di Europe First.

  • Gli Usa sono un paese colabrodo. Ma il mega-piano di Biden è già stato quasi dimezzato

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il primo settembre 2021

    Quando le campagne elettorali dei partiti s’intrecciano alle scelte politiche ed economiche, i risultati non sono sempre positivi, ovunque nel mondo. Anche in Italia e negli Stati Uniti.

    Per esempio, il programma di investimenti in infrastrutture del presidente Biden è stato di fatto dimezzato. Il partito Repubblicano non intende permettere che esso diventi un successo per i Democratici nelle elezioni di metà mandato del 2022. Per evitare un ostruzionismo paralizzante al Senato, il governo si è detto disposto a un accordo bipartisan per progetti più “annacquati”.

    Il piano infrastrutturale iniziale di Biden era di 1.900 miliardi di dollari in otto anni. E’ stato ridotto a 1.200 miliardi di cui, però, 650 già stanziati in precedenza dall’amministrazione Trump. I nuovi investimenti, quindi, ammontano a 550 miliardi.

    Sembra una cifra ragguardevole. Non lo è se, però, si tiene conto che la maggioranza delle infrastrutture è obsoleta, vecchia di 40 anni o più.

    Il Rapporto 2021 dell’American Society of Civil Engineers (Asce), l’organizzazione indipendente degli ingegneri civili, identifica in dettaglio le aree di sviluppo infrastrutturale e quantifica in ben 2.590 miliardi di dollari la necessità di investimenti in 10 anni. Servono almeno 786 miliardi solo per modernizzare o riparare le strade e i ponti. Biden ne prevede ora 110 miliardi.

    La seconda area che richiede un grande intervento riguarda l’acqua potabile e le relative infrastrutture. L’Asce stima che il gap di investimenti potrebbe salire a 434 miliardi di dollari entro il 2029. Nel programma dell’Amministrazione sono previsti soltanto 55 miliardi.Vi sono poi i settori dell’energia il cui gap potrebbe aggirarsi intorno ai 200 miliardi di dollari entro il 2029. Ma ne sono previsti solo 73.

    Tutto ciò non sorprende: è la conseguenza della profonda trasformazione degli Usa, dove nei passati decenni la finanziarizzazione dell’economia e l’outsourcing (lo spostamento delle industrie all’estero per pagare meno il costo del lavoro e le tasse) sono cresciuti enormemente, a discapito dei settori produttivi. Infatti, mentre nel 1965 il settore delle macchine utensili rappresentava il 28% dell’intero mercato mondiale, oggi tale percentuale è ridotta al 5%. Nel 2018 i produttori di macchine utensili ne hanno esportato per 4,2 miliardi di dollari e importato per 8,6 miliardi.

    Se si produce di meno e si vuole mantenere alti i livelli di consumo, l’unica via è il debito. Non solo quello pubblico delle amministrazioni centrali e periferiche, ma anche quello privato. Infatti, nel secondo trimestre del 2021 il debito delle famiglie americane ha raggiunto quasi 15 mila miliardi di dollari, dei quali oltre 10 mila per ipoteche sulla casa. In un solo trimestre l’aumento del debito privato è cresciuto del 2,1%. Anche la spesa sanitaria delle famiglie è aumentata enormemente.

    L’amministrazione Biden ha un programma di investimenti, sulla carta, molto ambizioso. Oltre alle infrastrutture, vi sono dei pacchetti di spesa per il digitale, per i cambiamenti climatici e soprattutto per l’infanzia e le scuole. E’ chiaro che fare tutto a debito, emettendo Treasury bond e stampando moneta, non sarebbe possibile. Per questa ragione Biden ha annunciato la volontà di aumentare le tasse sui profitti delle grandi corporation e per i super ricchi. Anche su questo è in corso una battaglia ideologica, con ricadute elettorali.

    D’altra parte, la politica di Trump di tagliare le tasse per 1.900 miliardi di dollari non ha dato grandi frutti. La narrazione liberista sosteneva che le tasse condonate si sarebbero automaticamente trasformate in nuovi investimenti nei settori dell’economia reale. Così non è stato!

    Diminuire le tasse per le pmi, per le famiglie e anche per le industrie grandi, produttive e innovative, è positivo. Però, è pratica di certe multinazionali e di alcuni settori dei servizi, in primis quelli finanziari, utilizzare i soldi rimasti nelle loro casse per differenti operazioni di borsa, come il riacquisto delle proprie azioni, di buyout, cioè per l’acquisto di altre imprese con denaro preso a prestito, o per distribuire dividenti più alti. Il contrario di quanto dovrebbe essere fatto, non solo negli Usa.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Scappare è vergogna ma salva la vita

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono pubblicato sul Quotidiano La Sicilia del 21 agosto 2021

    Questo antico detto siciliano è la perfetta sintesi di ciò che sta accadendo In Afghanistan, dove non siamo in presenza di una guerra perduta onorevolmente, ma, come nel 1975, ad una fuga disordinata e all’avallo di fatto del genocidio di milioni di persone lascate in balia dei sanguinari e vendicativi vincitori. Ma di chi la colpa?

    Non c’è dubbio che la colpa principale sia di Trump e chi lo difende dovrebbe avere il pudore di ricordarsi che è stato lui a disporre la liberazione del Mullah Abdul Ghani Baradar, già numero due dei Talebani, vice del defunto capo storico Mullah Omar, dalle carceri Pachistane nel 2018, dove stava da otto anni, per farlo tornare a guidare il suo movimento estremista nelle trattative di pace di Doha.

    E’ stato sempre Trump, ha sollecitare la conclusione delle trattative, affinché si arrivasse in tempo per il novembre 2020 ad utilizzarle per la sua rielezione a presidente degli USA e, per questo motivo, di accettare di chiudere l’accordo con la sola fissazione di due oscene condizioni e cioè che i Talebani si impegnassero a non attaccare più le forze americane ed alleate fino al loro definitivo rientro, e che si impegnassero a non dare più asilo ad organizzazioni terroristiche islamiche.

    Nient’altro. Quindi avrebbero potuto, come hanno fatto, attaccare le forze afgane che, nel frattempo tutti sapevano che da sole non avrebbero resistito.

    Dunque se è evidente che Trump avesse solo un interesse personale elettorale, peccato che poi ha ugualmente perso le elezioni per la scellerata gestione della pandemia e che ha del tutto ignorato la sorte dei collaboratori Afgani, ciò nondimeno Biden sapeva che sarebbe finita male e probabilmente, con un po’ più di coraggio, avrebbe potuto mettere le cose in modo tale da organizzare per tempo un esodo, almeno dei soggetti più esposti, ed evitare agli USA la ripetizione della tragedia dell’abbandono degli alleati al loro destino, con conseguente grave perdita di credibilità come alleato fedele e affidabile.

    Ma Biden, altrettanto egoisticamente, si è solo preoccupato di non dare agli americani la sensazione di volere prolungare la permanenza in Afghanistan.

    E invece questo massacro annunciato doveva essere evitato dagli USA in primo luogo e da tutte le altre potenze europee, così come appare insopportabile il silenzio di chi non perde occasione per sostenere le politiche di accoglienza  dei migranti di ogni genere e che davanti a questa tragedia non parla, facendo finta di ignorare che la più importante e umana prova di solidarietà, oltre che obbligo morale e giuridico perché imposto dalla legge, è l’accoglienza e l’assistenza  dei rifugiati e dei profughi da zone di guerra, oltre che perseguitati per qualsiasi ragione dalle autorità dei propri paesi, a maggior ragione  se la colpa è di avere collaborato con chi senza vergogna li abbandona

    Ma la vera morale di questa vicenda è che gli USA non amano perdere, anche se le sconfitte sono frutto dei loro stessi errori e, quando decidono di chiudere una partita in perdita, lo fanno a velocità supersonica e senza guardarsi indietro.

    Dopo il Vietnam, gli USA hanno capito come sia difficile riconquistare la fiducia di alleati alla luce delle conseguenze dei loro egoistici comportamenti.

    Ma la storia, con la caduta dell’URSS, ha dato loro la possibilità di quasi 20 anni di dominio incontrastato nel mondo, come unica super potenza mondiale.

    Ma da oltre un decennio non è più esattamente così e l’epilogo tragico dell’Afghanistan potrebbe costare caro in futuro agli USA, essendoci altre due super potenze concorrenti e alla ricerca famelica di nuovi alleati.

    Ma che mondo sarebbe quello governato dai tre imperi, in concorrenza perenne tra loro e con i singoli Paesi Europei costretti alla costante ricerca individuale di alleanze, da pagare a caro prezzo soprattutto in termini di cessione di sovranità?

    Ecco perché il sovranismo interpretato in chiave nazionalista è un errore. E perché soprattutto i popoli europei dovrebbero stare attenti alla assoluta ed indifferibile necessità di dare vita ad una Federazione degli Stati Uniti d’Europa, per superare l’inadeguatezza strutturale oltre che politica dell’Unione Europea, con cui mettere finalmente insieme economie e potenza militare, per edificare la quarta super potenza mondiale e ridare al vecchio continente il ruolo che gli spetta nel mondo.

    Restare con l’attuale status quo è rimanere in balia degli eventi, dei desiderata e dei calcoli di interesse delle superpotenze e personali dei loro Presidenti, con il rischio che, come nell’Italia preunitaria, agli Stati Europei non resterebbe che diventare il prossimo terreno di scontro dei tre grandi, per il dominio delle loro ricchezze, perché nessun Paese dell’Unione, restando da solo sarebbe in grado di difendersi.

    Il futuro è sovranista solo nella dimensione federale dei 27 Paesi che attualmente compongono l’Unione, o di chi tra questi ci vuole stare, in condizione di assoluta parità, perché in democrazia l’uguaglianza è garantita dal diritto di cittadinanza e, quindi, dal diritto di voto ad eleggere il governo, preferibilmente Presidenziale e il Parlamento, creando finalmente quella unificazione dei popoli europei che senza una visione federale, rischia solo di essere una inutile ed ingannevole utopia.

    Già sottosegretario per i BB.AA.CC.

  • Glory and Pride Made in Usa

    La foto apparsa sul Corriere della Sera esprime il sentimento di riconoscimento e di orgoglio del Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’industria ed in questo caso dell’Industria dei grandi mezzi di trasporto. In questa visita ad uno dei più grandi costruttori di camion statunitensi il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato che la pubblica amministrazione americana (il primo acquirente di beni e servizi al mondo) passerà immediatamente nell’acquisto dall’attuale 55% al  60%  di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per raggiungere il 65% nel 2024 ed il 75% nel 2029.

    La strategia per riprendersi dalle conseguenze devastanti della pandemia a livello mondiale per l’amministrazione Democratica statunitense è quella di  puntare sulla produzione di beni e servizi Made in Usa attraverso l’azione diretta della pubblica amministrazione.

    La foto è assolutamente impensabile per un leader italiano ed europeo e dimostra il sentimento di orgoglio  di un presidente degli Stati Uniti per il livello raggiunto ed espresso  attraverso i propri prodotti dal settore del trasporto merci. Una strategia che parte dall’orgoglio e dal riconoscimento del valore anche come volano esercitato all’interno dell’economia statunitense da questi fondamentali asset industriali.

    Contemporaneamente, tuttavia, questo orgoglio non impedisce alla stessa amministrazione statunitense di investire parallelamente in nuovi percorsi ferroviari tanto per le merci quanto per i cittadini. Quando una politica di sviluppo parte dal sincero sentimento di riconoscimento dei risultati ottenuti da tutti i settori economici, nessuno escluso, quanto dall’orgoglio per il  valore degli stessi come sintesi di investimenti in ricerca tecnologia (1) e know how industriale (2) e professionale (3) allora in questo rinnovato contesto di fiducia ogni investimento, anche in settori diversi, produrrà un effetto moltiplicatore sull’economia complessiva del paese avendo mantenuto e tutelato  la produzione nazionale e i suoi asset storici.

    L’amministrazione statunitense sta dimostrando al mondo e soprattutto all’Europa e all’Italia come la ripartenza dopo una grave pandemia debba trovare la propria ispirazione dal riconoscimento del valore espresso in tecnologia e capacità industriale e professionale che i prodotti attualmente esprimono offrendo loro nuove risorse finanziarie ma anche normative per un miglioramento anche a livello di impatto ambientale.

    L’Italia viceversa, e l’Europa in particolare, con la semplice introduzione del divieto di vendita dei motori endotermici dal 2035 di fatto annulla quel vantaggio tecnologico europeo dimostrando di non avere nessun sentimento di riconoscimento e quindi un sostanziale disprezzo per l’intera filiera produttiva e contemporaneamente nessun tipo di orgoglio per il livello tecnologico raggiunto e per  le potenzialità di sviluppo dei prodotti del settore automotive.

    Dalla foto emerge quindi la vicinanza di un Presidente degli Stati Uniti ad un settore industriale in particolare ma anche un’attenzione a tutte le filiere produttive  nazionali con l’introduzione di nuovi protocolli della pubblica amministrazione statunitense.

    Joe Biden esprime in questo modo il proprio riconoscimento con la  Gloria e l’Orgoglio  per il livello attuale dei prodotti americani.

    Glory and Pride Made in Usa

  • Washington esorta la Ue a spendere di più per la ripresa

    Il Next Generation EU, con le sue sovvenzioni a fondo perduto, è un passo storico per l’Unione europea ma potrebbe non bastare a mettere il turbo alla ripresa, quindi l’Europa deve prepararsi a spendere di più. L’invito a tenere ancora alti gli stimoli e gli aiuti all’economia arriva dagli Usa, ed è la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, a consegnarlo direttamente nelle mani dei responsabili delle economie della zona euro, o nel giorno in cui hanno valutato se e quando mettere fine agli aiuti a pioggia e passare a sostegni più mirati, proprio per tornare progressivamente a politiche di bilancio prudenti.

    “Siamo tutti d’accordo che l’incertezza rimane alta. In questo contesto, è importante che l’orientamento di bilancio rimanga di sostegno fino al 2022. In futuro, è importante che gli Stati membri prendano seriamente in considerazione ulteriori misure di bilancio per garantire una solida ripresa nazionale e globale”, ha detto Yellen partecipando alla riunione dell’Eurogruppo. La segretaria al Tesoro si è spinta oltre, invitando la zona euro, che in autunno riavvierà la discussione sulla revisione del Patto di Stabilità, a creare “un quadro Ue di bilancio con flessibilità sufficiente per consentire ai Paesi di rispondere con forza alle crisi e di investire”, e che non porti “a risultati economici pro-ciclici”.

    L’Eurogruppo non si è scomposto di fronte alle sollecitazioni del ritrovato alleato americano, e conferma la strada intrapresa da mesi: serve “un orientamento di bilancio che sostiene l’economia, e il sostegno pianificato è considerato sufficiente per ora”, ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe al termine della riunione. I ministri si sono confrontati già da qualche tempo sul passaggio dalle misure d’emergenza a quelle più mirate che è già “gradualmente in corso”. Il presidente ha fatto solo riferimento alla necessità di avere “la giusta flessibilità per adattare le politiche” qualora dovessero esserci ricadute dovute ad esempio a nuove varianti che tengono tutti con il fiato sospeso. “Ma su questo torneremo dopo l’estate”, ha assicurato. Anche perché in autunno, ha ricordato il commissario all’economia Paolo Gentiloni, ripartirà ufficialmente la discussione sulla revisione del Patto, che terrà impegnata la zona euro nel 2022, prima che torni in vigore il vecchio quadro di bilancio. L’obiettivo è proprio adattare le regole alla nuova situazione, per evitare che pesino come un macigno su bilanci già provati dalla crisi

    La visita della Yellen all’Eurogruppo è stata anche l’occasione per l’Ue per ‘accontentare’ gli Usa sulla digital tax.: Bruxelles sospende il lavoro per una web tax europea, che avrebbe dovuto aumentare le risorse proprie del bilancio comune, per favorire il lavoro in corso all’Ocse e al G20 per una riforma globale della tassazione delle imprese, cercando un accordo entro ottobre. Nonostante l’intesa al G20 di Venezia, i dettagli non saranno facili da definire, anche perché alcuni Paesi europei, come Irlanda, Ungheria ed Estonia, sono ancora contrari.

  • Italia e Usa preoccupati per l’Isis in Africa

    C’è sintonia, “un allineamento di valori”, quasi hanno parlato all’unisono Luigi Di Maio e Antony Blinken, che il 28 giugno insieme hanno presieduto la ministeriale della Coalizione anti-Daesh alla nuova Fiera di Roma, la prima dopo due anni di pausa, con le delegazioni di 80 Paesi. La seconda giornata della visita del segretario di Stato Usa in Italia è stata dedicata soprattutto alla lotta all’Isis. Ed è stata anche l’occasione anche per ribadire la visione atlantista dell’Italia – nonostante gli accordi commerciali con la Cina – come fedele alleato degli Stati Uniti, in guerra (politica) col nemico cinese, sulla scia del faccia a faccia tra Joe Biden e Draghi al G7 in Cornovaglia.

    Lo Stato Islamico è scomparso dai media e dal terreno, perlomeno in Siria e Iraq, nonostante restino ancora sacche di resistenza dove l’applicazione estremistica e ideologica della sharia torna a rialzare la testa. “Daesh è stato sconfitto nella sua dimensione territoriale, ma non è stato sradicato – ha avvertito Di Maio -. Per questo l’Italia, con oltre 800 unità dislocate tra Iraq e Kuwait, continuerà a mantenere in Iraq, nel rispetto della sovranità irachena e in pieno accordo con Baghdad, un significativo contingente militare”. Parole, anche queste, in linea con la visione americana nel giorno in cui Washington ha lanciato nuovi raid contro milizie filoiraniane al confine tra l’Iraq e la Siria. Attacchi che hanno fatto infuriare il premier iracheno, Mustafa Al Khadimi, per la “flagrante violazione” della sovranità territoriale del suo Paese. Secca la replica di Blinken dalla conferenza stampa alla Fiera di Roma: “Con quelle azioni abbiamo dimostrato che il presidente Biden è pronto ad agire e a difendere gli interessi nazionali. Speriamo che il messaggio sia chiaro”.

    Ma a preoccupare adesso è soprattutto il tentativo dell’Isis di allargarsi in Africa, attraverso le sue ramificazioni locali, destabilizzando Paesi cruciali per l’Europa, soprattutto nel Sahel, da dove partono la maggior parte dei migranti che sperano di attraversare il Mediterraneo e dove è già schierato un contingente internazionale, di cui l’Italia fa parte, per sostenere in particolare il Mali a combattere i jihadisti, ora che la Francia ha deciso di ridimensionare la propria presenza militare nella regione. “L’Italia farà la propria parte, impegnandosi per la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile anche in quest’area, prioritaria per la nostra politica estera”, ha detto Di Maio proponendo la creazione di un Gruppo di lavoro che si concentri sul contrasto allo Stato islamico nel continente africano. Proposta accolta con “forte sostegno” dagli Stati Uniti che riconoscono all’Italia “una leadership” nell’affrontare “le sfide comuni al centro dell’agenda globale”. “Un allineamento di valori” tra Italia e Usa “per i diritti umani e la democrazia”, ha sottolineato Blinken.

    Quei diritti umani che la Cina viola nello Xinjiang, ai danni della minoranza musulmana degli uiguri, costringendo Stati Uniti e Unione europea ad imporre sanzioni contro Pechino, ricambiate in egual misura. “L’Italia è un forte partner commerciale della Cina, abbiamo relazioni storiche, ma non vanno a interferire con le relazioni che abbiamo con Usa e Nato”, ha assicurato però Di Maio rispondendo a una domanda in conferenza stampa, garantendo che “la nostra democrazia è in grado di affrontare questioni come i diritti umani” quando si trova in prima linea con un partner scomodo. Del resto, è stata invece la risposta conciliante di Blinken, con la Cina “gli Usa e gli alleati europei trovano le stesse difficoltà: un rapporto che ha dei contrasti, degli aspetti di concorrenza, ma anche di cooperazione”.

    Sulla Libia ci si è soffermati negli incontri che il segretario di Stato Usa ha avuto con Draghi a Palazzo Chigi e con Mattarella al Quirinale, con quest’ultimo che ha definito “centrale per gli equilibri del Mediterraneo e per la politica estera e di sicurezza dell’Italia” il dossier. Il capo dello Stato ha poi espresso all’ospite tutta la sua “soddisfazione” per la fase di rilancio della collaborazione transatlantica e la ripresa della piena sintonia tra agenda Ue e agenda Usa.

Back to top button