Usa

  • Il Pentagono e i cambiamenti climatici

    “L’obiettivo del rapporto sui futuri cambiamenti climatici è quello di comprendere le gravi implicazioni che avranno sulla sicurezza nazionale e sulle strategie da adottare per contrastarli”. Così concludeva l’introduzione al rapporto del Pentagono denominato ‘Lo scenario di un improvviso cambiamento climatico e le sue implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti’ datato 2003 e reso pubblico dalla rivista The Observer nel febbraio del 2004. Il Rapporto è stato commissionato dall’allora consigliere per la difesa del Pentagono Andrew Marshall ed è stato redatto da Peter Schawartz, consulente della Cia, e Doug Randall, analista del Global Business Network. Non si tratta, dunque, di un documento scientifico, come quelli redatti dall’Intergovernanmental Panel on Climate Change (IPCC) ma di dati e prospettive nati in seno alla più nota (e forse più grande) agenzia di spionaggio civile del mondo.

    E a quali conclusioni sono arrivati vent’anni fa questi esperti?

    Il rapporto inizia con il puntualizzare che i cambiamenti climatici rappresenteranno certamente un serio e sempre maggiore rischio per il futuro del nostro pianeta e che il loro impatto avrà conseguenze disastrose sull’ambiente e sulla biodiversità andando a modificare radicalmente intere regioni del Pianeta. Di conseguenza, lo stile di vita di moltissime popolazioni sarà profondamente modificato creando nuovi e ingenti flussi migratori. E nello specifico ipotizza che nel ventennio 2010-2030:

    • In alcune aree del Pianeta le temperature medie annuali potranno aumentare fino a 2°C mentre in altre aree, potranno diminuire fino a 3°C.
    • Le aree soggette a fenomeni di siccità e infertilità dei terreni aumenteranno esponenzialmente;
    • Alcuni venti, da secoli più moderati, aumenteranno di intensità, specialmente in Europa occidentale e nel Pacifico settentrionale;
    • Uragani, tornado e improvvise tempeste aumenteranno di numero su tutto il globo terrestre;
    • Aumenteranno per numero ed intensità i conflitti armati per la carenza di cibo, la diminuzione della disponibilità e della qualità dell’acqua potabile e la difficoltà di accesso alle risorse energetiche (idrocarburi, minerali, etc.).

    E in ambito geopolitico e militare? Cosa prevedevano per il ventennio 2010-2030?

    In Europa (in ordine di tempo):

    • Sempre più tensioni tra gli Stati per la gestione delle risorse primarie (come acqua e cibo) ed energetiche;
    • Aumento dell’approvvigionamento delle risorse energetiche e chimiche dalla Russia con la possibilità che la Russia chieda di far parte dell’Unione Europea;
    • Aumento delle migrazioni interne;
    • Forte aumento dell’immigrazione dall’Africa;
    • Rischio di collasso dell’Unione Europea;
    • Emigrazione di circa il 5% dei popoli europei verso altri Paesi.

    In Asia (in ordine di tempo):

    • Conflitti crescenti e persistenti nel sud est Asiatico;
    • Sempre più tensioni tra Cina e Giappone per l’energia Russa;
    • L’instabilità della regione porta i paesi più potenti a incrementare politiche di riarmo (anche di testate atomiche);
    • Aumento delle relazioni tra Cina e Russia per contrastare le varie crisi geopolitiche ed ambientali;

    E negli Stati Uniti?

    • Sempre più tensioni con il Messico per i flussi migratori clandestini;
    • Aumento del fenomeno migratorio dall’Europa (in prevalenza dei benestanti);
    • Conflitto con l’Unione Europea;
    • Aumento del prezzo del petrolio per l’instabilità dell’area medio orientale e russa;
    • Rischio di conflitto tra Cina e Stati Uniti per le risorse petrolifere e la difesa dei propri alleati.

    Lo scenario è certamente quello di un mondo ridotto alla fame e sull’orlo di decine di conflitti in ogni parte del globo.

    Che dire? Oltre al fatto che al Pentagono avevano analisti veramente in gamba, se teniamo conto che la maggior parte degli eventi ipotizzati hanno avuto luogo, sulla base di queste previsioni non si sarebbe potuto fare qualcosa in più per evitarli?

    E quali sono state le conclusioni di questo rapporto? Quali sono stati i consigli di questi esperti per la tutela della sicurezza nazionale?

    Incremento degli investimenti nella ricerca militare e in quella geoingegneristica; un graduale aumento degli approvvigionamenti militari; la manipolazione del clima globale attraverso l’immissione di determinati gas o minerali nell’atmosfera e l’intensificazione dei controlli dei confini. Non una parola sulla riduzione dei consumi degli agenti o delle azioni concause dei cambiamenti climatici o sulla proposta di accordi con altri stati per fronteggiare insieme eventi e fenomeni di tale gravità. Giusto per fare solo un paio di esempi perché si potrebbero dire molte più cose al riguardo. E nel mentre stiamo vivendo il tragico scenario previsto con oltre vent’anni di anticipo, chissà cosa staranno ipotizzando gli attuali analisti del Pentagono e di tutte le agenzie di spionaggio del Mondo e, soprattutto, chissà quali soluzioni proporranno. A noi comuni mortali non resta che pregare che diano consigli più saggi e ragionevoli di vent’anni fa e, nel mentre, cercare solo di sopravvivere.

  • Il 23 febbraio la decisione sugli anni di carcere per Weinstein

    Harvey Weinstein dovrà ancora aspettare settimane per conoscere la sua sentenza. La giudice Lisa Lench della Superior Court di Los Angeles ha rinviato al 23 febbraio la decisione sull’ammontare della pena che l’ex ‘re di Hollywood’ dovrà scontare dietro le sbarre per aver aggredito e stuprato una ex modella nel febbraio 2013, ai margini del festival Los Angeles Italia.

    La Lench ha rinviato la sentenza per dar tempo ai legali di Weinstein di presentare una mozione per la revisione del processo. La procura a sua volta deve ancora decidere se tornare alla carica con le accuse di due delle quattro donne al centro della vertenza su cui la giuria non è riuscita a trovare un accordo: una di queste è la produttrice Jennifer Siebel, moglie del governatore della California Gavin Newson.

    Weinstein, 70 anni, è stato portato in aula in sedia a rotelle, addosso la tuta della prigione, e non l’abito giacca e cravatta che aveva ottenuto di indossare durante il processo. L’ex produttore di ‘Shakespeare in Love’ era stato riconosciuto colpevole il 19 dicembre nel secondo processo dell’era #MeToo che lo riguarda: demiurgo, per averli prodotti o distribuiti, di film che hanno vinto 81 premi Oscar, l’ex capo della Miramax rischia un massimo di altri 18 anni, oltre i 23 a cui era stato condannato per vicende analoghe a New York nel 2020.

    La pena decisa a Los Angeles è ritenuta cruciale, perché assicurerebbe che il 70enne ex re di Hollywood resti in carcere nel caso di un ribaltamento in appello della sentenza del processo di New York. Quattro donne avevano stavolta accusato Weinstein di molestie e stupri: la giuria lo aveva riconosciuto colpevole solo per quelle di una ex modella europea che aveva testimoniato anonimamente come ‘Jane Doe 1’. L’ex produttore era stato assolto dalle accuse di un’altra donna, mentre i giurati non erano riusciti a trovare accordo sulle accuse delle altre due, né sulle circostanze aggravanti che avrebbero alzato a un massimo di 24 il numero di anni della sentenza losangelina.

  • Iran: le nostre responsabilità

    La situazione iraniana sotto il profilo dei diritti civili sta ormai sprofondando verso un punto di non ritorno ed è l’espressione più evidente di un regime totalitario ormai in metastasi, senza alcun sostegno della propria popolazione.

    Sarebbe tuttavia superficiale e profondamente sbagliato dimenticare le responsabilità attribuibili all’intero mondo “occidentale” il quale ha sempre dimostrato un atteggiamento accondiscendente verso il regime teocratico iraniano, se non altro come espressione di un sentimento antisraeliano.

    L’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva stipulato, nell’ambito della politica estera relativa al Medio Oriente, una alleanza con l’Arabia Saudita, quindi con i musulmani sunniti, anche in contrapposizione al regime teocratico iraniano sciita.

    L’inversione di strategia nella politica estera espressa dalla nuova amministrazione Biden non solo ha determinato la perdita di un alleato come l’Arabia Saudita all’interno dell’Opec, la quale infatti ha appoggiato il taglio della produzione di petrolio di due milioni di barili, ma soprattutto ha riportato l’Iran all’interno dello scenario internazionale con una posizione di forza. Una scelta talmente scellerata e miope che ha determinato degli effetti persino all’interno della guerra tra la Russia e l’Ucraina in quanto il regime iraniano ha dimostrato il proprio sostegno sia economico che armato a Putin.

    Alle responsabilità statunitensi si aggiunge anche la sudditanza culturale dimostrata da tutte le principali istituzioni politiche europee e nazionali le quali hanno dimostrato sempre una grande attenzione per la teocrazia iraniana, anche mortificando spesso i principi democratici italiani.

    In altre parole, la rinnovata forza del sistema teocratico iraniano nasce anche dalla sua ricollocazione all’interno dello scenario politico internazionale come conseguenza della politica statunitense e della accondiscendenza europea, quindi dell’amministrazioni Biden e del cerchiobottismo dell’Unione Europea nei confronti del regime iraniano.

    Una parte della responsabilità di questa deriva assolutamente ingiustificabile del regime iraniano nasce quindi anche dalla nostra debolezza espressa nel mantenimento dei principi democratici sacrificati sull’altare delle convenienze economiche e politiche.

  • White House unveils plans to reduce nicotine in cigarettes

    The amount of nicotine in cigarettes sold in the US is set to be reduced to minimal or non-addictive levels.

    The White House on Tuesday unveiled the plans which could dramatically reduce cancer deaths – a goal of President Joe Biden’s administration.

    But the measure is likely to face opposition by the tobacco industry.

    Smoking remains the US’s leading cause of death, accounting for 480,000 every year, according to the Centres for Disease Control and Prevention (CDC).

    Nicotine is a highly addictive “feel good” chemical in tobacco products.

    In a statement, the US Food and Drug Administration (FDA) said that plans for a proposed product standard would establish a maximum nicotine level in cigarettes and “finish” some other tobacco products.

    “Making cigarettes and other combusted tobacco products minimally addictive or non-addictive would help save lives,” FDA Commissioner Dr Robert M Califf said.

    Dr Calif added that lowering nicotine levels may decrease the likelihood that young people become addicted to cigarettes and help current smokers quit.

    In 2020, an estimated 30.8 million adults in the United States smoked cigarettes. The US Surgeon General estimates that 87% of adult smokers begin by the time they turn 18.

    The initiative comes after the Biden administration in February set goals of reducing the cancer death rate by at least 50% over the next 25 years, as part of his Cancer Moonshot campaign.

    But experts say it could take at least a year for the Food and Drug Administration (FDA), which regulates cigarettes, to issue a proposed rule which could then be delayed by opposition, according to the Washington Post.

    It added the tobacco industry, which is likely to be fiercely opposed to such a big change in products, could challenge a final regulation in court.

  • Alta tensione su Ucraina e Taiwan tra Usa e Cina

    Risale la tensione tra Usa e Cina, tra moniti contrapposti sulla guerra russa in Ucraina e le “provocazioni militari” cinesi contro Taiwan, dove un network locale ha trasmesso per errore l’allerta per un attacco di Pechino seminando il panico tra la popolazione.

    Poche ore prima di essere ricevuto alla Casa Bianca insieme ai vertici militari, il capo del Pentagono Lloyd Austin ha telefonato al ministro della difesa cinese Wei Fengh per la prima volta dall’inizio dell’amministrazione Biden, rompendo un’impasse di comunicazione che Washington vedeva con crescente preoccupazione a causa dell’alleanza tra Pechino e Mosca sullo sfondo della guerra in Ucraina.

    Per oltre un anno il segretario alla difesa aveva tentato di parlare col generale Xu Qiliang, l’ufficiale più alto in grado nella struttura del partito comunista, in quanto vicepresidente della Commissione militare centrale, organo di vertice delle forze armate con a capo il presidente Xi Jinping. In passato era una prassi consolidata, ma questa volta Pechino ha insistito per il rispetto del protocollo e quindi per un contatto tra pari grado.

    L’obiettivo degli Usa era di riprendere il dialogo, ribadendo il messaggio di Biden nella video chiamata a Xi del 18 marzo, in cui il presidente americano aveva minacciato severe conseguenze se Pechino fornirà assistenza militare o economica a Mosca nel conflitto in Ucraina. Austin ha inoltre ricordato l’importanza di gestire la competizione strategica Usa-Cina, anche nei campi nucleare, spaziale e cyber, migliorando i canali di comunicazione nelle crisi. Il ministro della difesa americano, infine, ha ribadito le preoccupazioni di Washington per le provocazioni militari di Pechino contro Taiwan e per le attività del Dragone nel mare cinese meridionale orientale. Ma la telefonata, durata 45 minuti, è diventata un burrascoso colloquio ad alta tensione, stando al resoconto di Pechino.

    La Cina ha esortato gli Stati Uniti “ad astenersi dall’utilizzare la questione ucraina per diffamare e incastrare o esercitare pressioni su Pechino attraverso le minacce”, respingendo qualsiasi accostamento tra Kiev e Taiwan, l’isola che rappresenta la vera linea rossa dei rapporti bilaterali. Pechino la considera parte “inalienabile” del suo territorio da riunificare anche con l’uso della forza, se necessario. “E’ una parte inseparabile della Cina, un fatto e uno status quo che nessuno può cambiare” e “se la questione non sarà adeguatamente gestita avrà un impatto destabilizzante sulle relazioni tra i due Paesi”, ha messo in guardia Wei.

    Il monito arriva dopo che Pechino ha assicurato che aumenterà il “coordinamento strategico” con Mosca – ribadendo quindi  “l’amicizia senza confini” suggellata da Putin e Xi ai Giochi invernali cinesi – e ha siglato un accordo di sicurezza con le isole Salomone, potenziale preludio di una base militare del Dragone nell’arcipelago a nord-ovest dell’Australia: un’intesa che sembra una risposta ad Aukus (la Nato del Pacifico di Usa, Gran Bretagna e Australia per contenere la Cina) e che potrebbe minacciare l’equilibrio di potere in una regione cruciale per i traffici marittimi.

  • Così la guerra di Putin cambia gli equilibri globali

    Nulla sarà più come prima. La guerra di Putin in Ucraina è destinata a cambiare gli equilibri geopolitici e la scacchiera globale che conoscevamo poco più di un mese fa, prima che i tank e i missili russi riportassero una guerra novecentesca nel cuore dell’Europa. Molti cambiamenti sono già in atto, altri sono in parte prevedibili, altri ancora potrebbero sorprenderci nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

    È facile vedere quello che sta accadendo in Europa. Il futuro è già qui tra noi: il forte riavvicinamento tra Stati Uniti ed Unione europea dopo anni di rapporti faticosi, il rafforzamento della Nato che dalla ‘morte cerebrale’ vista da Macron adesso ha di nuovo un senso e un orizzonte, il passo deciso dell’Ue verso una politica estera comune e la creazione di un’identità di difesa comune, sempre che i leader europei non cadano di nuovo in qualcuna di quelle amnesie da cui ciclicamente sono colpiti.

    Sono passi che si pensava potessero richiedere anni e che invece stanno avvenendo, sotto i nostri occhi, in poche settimane. Ma allargando lo sguardo si può intuire come la guerra di Putin sia destinata a cambiare i rapporti diplomatici e gli schieramenti in tutti gli angoli del mondo.

    La Cina, suo malgrado, è al centro di queste novità. Pechino ha mantenuto una posizione volutamente ambigua ma sta già pianificando le mosse per i prossimi anni. Il recente rafforzamento delle relazioni voluto da Putin e Xi non è stato rinnegato. Ma la Cina da un lato evita di condannare esplicitamente Mosca e dall’altro continua a dire di credere nel dialogo e nel rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità degli Stati. Il timore di Pechino è che la crisi economica conseguente alle sanzioni possa influire sul suo espansionismo centrato sul progetto nella ‘Nuova via della seta’.

    D’altra parte la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è destinata a mutare velocemente e l’interconnessione e l’interdipendenza dell’economia globale sicuramente subiranno sensibili passi indietro.

    La Cina non si esporrà sulla guerra e nel frattempo preparerà il terreno per nuove alleanze. Il ministro degli Esteri Wang si è recentemente recato in India, per la prima visita dagli scontri del 2020 sul confine himalayano che portarono a un rapido deterioramento dei legami tra i due Paesi più popolosi del mondo. Ora tutto sembra quasi dimenticato di fronte ai nuovi problemi da affrontare. Possibilmente insieme. La Cina e l’India importano energia dalla Russia e il 50 per cento degli armamenti indiani viene da Mosca.

    L’Occidente teme quindi che nel medio periodo si possa creare un’alleanza tra India e Cina che strizzi l’occhio alla Russia. Sarebbe uno scenario impazzito che riporterebbe il mondo diviso fra 2 fronti con una nuova forma di Guerra fredda. Ma stavolta a guidare il fronte orientale non sarebbe più Mosca ma Pechino.

    Ma sarebbe anche uno scenario che andrebbe, in parte, contro gli interessi cinesi: dove finirebbero gli scambi commerciali con gli Usa e l’Europa di un Paese che punta tutto o quasi sul commercio internazionale? Anche, e soprattutto, nelle scelte di Pechino e nella risposta a questa domanda, che potremmo avere da qui a pochi mesi, si formerà il nuovo assetto della geopolitica globale dei prossimi anni.

    Per capire quanto la guerra di Putin stia cambiando il mondo si può anche guardare all’America latina dove Argentina e Brasile sono molto cauti nella condanna all’invasione russa e pensano invece a sostituire Mosca e Kiev nelle esportazioni di mais nei mercati globali. Buenos Aires e Brasilia sono rispettivamente il secondo e il terzo produttore mondiale di mais e adesso guardano alla guerra con un’altra prospettiva.

    Il Donbass, un mese fa, sembrava molto lontano. Adesso dalla guerra nata in quella piccola regione nascono i cambiamenti globali che costruiranno il mondo di domani.

    E Putin, dando il via libera ai suoi carri armati, voleva cambiare la storia. Ed è quello che sta accadendo, ma non nella direzione che voleva lui.

  • Migrants clash with police in Mexico border town

    More than 20 people have been injured in clashes between migrants and police in the town of Tapachula, on Mexico’s southern border, officials say.

    Mexico’s National Migration Institute (INM) said about 100 migrants, mainly from Cuba, Haiti and countries in Africa, joined in “violent protests”.

    The INM said the migrants were trying to jump the queue for permits to allow them to continue their journey north.

    Every year, hundreds of thousands of people cross Mexico headed to the US.

    Migrants threw stones and sticks at members of the National Guard and scuffles broke out between the two sides.

    Rights activist Irineo Mujica told Reuters news agency that the migrants were “desperate” after waiting for months to be given an appointment with Mexico’s immigration authorities.

    Most have been sleeping rough by the roadside and are relying on handouts to feed themselves.

    While many want to reach the United States and are waiting for papers that will allow them to cross the country without being detained, others are applying for refugee or asylum status to be able to stay in Mexico.

    Official data suggests that the number of people requesting refuge or asylum in Mexico almost doubled between 2019 and 2021, overwhelming the authorities.

    The immigration centre in Tapachula – the biggest in Mexico – has become one of the main bottlenecks on migrants’ journeys and the United Nations refugee agency has urged the authorities to do more to clear the backlog.

    Last week, a group of migrants in the town sewed their mouths shut in protest at the slow pace at which their requests are being processed.

  • Ricchi senza pace neppure nella Land of opportunities: timori di guerra civile negli Usa

    C’è chi crede che i ricchi non possano starsene più in pace neppure negli Usa e ci sono testate che riprendono questo timore. Ray Dalio, fondatore e presidente di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo, ha preconizzato che tasse e inflazione elevate combinate con una diffusa disuguaglianza di ricchezza e una partigianeria senza precedenti stanno spingendo gli Stati Uniti sull’orlo della guerra civile.

    «Un aumento del populismo e dell’estremismo, oltre alla litigiosità tra sinistra e destra, sono i classici indicatori di futuri conflitti» ha scritto Dalio in un post su LinkedIn, aggiungendo che gli le forze politiche estremiste vedono il rispetto della legge come secondario rispetto alla vittoria. Il riferimento è a quello che è successo il 6 gennaio 2021, quando i sostenitori del presidente Donald Trump hanno preso d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti nel tentativo di ribaltare l’esito delle presidenziali. Dalio, che sta promuovendo il suo nuovo libro sull’ascesa e la caduta delle nazioni (“Il mutevole ordine del mondo. Storia dei successi e dei fallimenti delle nazioni”) ha individuato sei fasi di disordine e ordine interni. Tutto inizia con la creazione di un nuovo governo seguito da periodi di pace e prosperità. Alla fine, la spesa in eccesso e l’accumulo di ricchezza e potere pesano sul sistema, portando a “cattive condizioni finanziarie e intensi conflitti”, ovvero la fase in cui ci troviamo ora, secondo Dalio. Il passo successivo, è la guerra civile e la rivoluzione, che riconduce dritti alla prima fase. “La storia mostra che aumentare le tasse e tagliare la spesa quando ci sono grandi divari di ricchezza e cattive condizioni economiche, più di ogni altra cosa, è un anticipatore di guerre civili o rivoluzioni di qualche tipo” ha spiegato.

    Nell’anno delle elezioni di medio termine del 2022, Dalio prevede che i moderati perderanno seggi mentre gli estremisti e i populisti di entrambi i partiti li guadagneranno. Non solo. Il finanziere Usa prevede anche che le sentenze della Corte Suprema diventeranno più controverse. Entro le elezioni presidenziali del 2024, ha detto, ci sarà una “battaglia tra i populisti di destra e i populisti di sinistra in cui nessuna delle due parti accetterà di perdere”. “Una tale sequenza di eventi sarà coerente con il tipico percorso che porta alla guerra civile”, ha concluso, spiegando che non è escluso se in questo conflitto ci saranno morti, come è successo il 6 gennaio dello scorso anno.

  • Perché l’eventuale conflitto tra Russia e Ucraina riguarda l’Europa?

    La vicenda della minaccia bellica russa all’Ucraina è molto più seria di una semplice crisi tra due paesi confinanti.  E non solo per l’odioso atteggiamento di Putin che agisce come se fosse il Presidente dell’URSS e non della Federazione Russa, ritenendosi a tutti gli effetti il detentore del diritto di decidere sulle alleanze di uno stato sovrano, non più assoggettato ai desiderata del Cremlino. Ma piuttosto proprio per la delicatezza della questione che invece, da parte di molti, si sta affrontando con il solito spirito di tifoseria, propendendo a seconda delle personali convinzioni politiche, a favore di Biden o di Putin, senza riuscire a vedere le rilevanti implicazioni che ci riguardano in prima persona, e non solo per la vicinanza geografica di una guerra dagli esiti certamente disastrosi.

    La verità è che il mondo negli ultimi 10-12 anni è profondamente cambiato, e dalla presenza per una ventina di anni degli USA come unica superpotenza mondiale, dopo l’implosione dell’URSS, pian piano sono emerse altre due super potenze, la Federazione Russa e la Cina che, insieme agli USA, con crescente arroganza stanno cercando di dominare il mondo.

    L’Ucraina per la Russia fa il paio con Taiwan per la Cina, senza contare tutte le operazioni economiche e militari in Africa, in America latina ed anche in Europa, che stanno fortemente spostando gli equilibri complessivi, ovviamente a discapito e senza alcuna reazione dei Paesi Europei.

    Trattare la vicenda dell’Ucraina come fosse un derby tra Russia e USA e non l’ennesimo segnale di allarme per l’Europa rischia di distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè rispondere alla domanda: ma di questo passo quale sarà il ruolo dell’Europa nel mondo?

    Siamo davvero sicuri che l’alleanza con gli USA ci consentirà livelli di protezione sufficienti, o non ha insegnato nulla la vicenda dell’Afghanistan?

    E prima ancora del Vietnam?

    Ecco perché la cosa più giusta sarebbe la veloce ripresa del processo di costituzione della Federazione degli Stati Uniti d’Europa, che è l’unico modo per superare l’Unione Europea, inadeguata alla difesa della libertà e dell’indipendenza dei popoli Europei perché incapace per sua natura di avere una politica estera unica ed un esercito all’altezza delle tre super potenze.

    Se gli Stati Europei continueranno ad ignorare o a sottovalutare l’aggressività e la prepotenza delle tre superpotenze e a non organizzarsi al più presto per la tutela della loro indipendenza e libertà faranno la fine dei piccoli stati italiani preunitari e presto potranno esercitare solo un diritto, quello di scegliere di quale, tra i tre imperi, diventare colonia o protettorato.

    *già Sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

  • New York City names first female police chief

    New York City’s police force will be led by a woman for the first time in its 176-year history, Mayor-elect Eric Adams announced on Wednesday.

    Keechant Sewell, 49, is a 23-year veteran of the Nassau Police Department in nearby Long Island, where she became chief of detectives in September 2020.

    For Mr Adams, the move fulfils a campaign pledge to name a female commissioner.

    The NYPD is the largest police force in the US.

    Speaking to media on Wednesday morning, Mr Adams – a former NYPD captain- said that women often are “sitting on the bench” and “never allowed to get in the game” when it comes to policing.

    “That is stopping today,” he said.

    Ms Sewell, who is originally from the New York borough of Queens, previously served in New York’s Nassau County narcotics and major case units, and as a hostage negotiator.

    When she takes over the department in January, Ms Sewell will also become only the third black commissioner to take helm of the NYPD.

    Ms Sewell said she was “mindful of the historic nature of this announcement” and hopes to improve relations between the police and New York City’s residents.

    “I bring a different perspective to make sure the department looks like the city it serves, and making the decision, just as Mayor Adams did, to elevate women and people of colour to leadership positions,” she said.

    She added that as commissioner she plans to be “laser focused” on violent crimes particularly gun crimes.

    Bill de Blasio, the outgoing mayor, often had a difficult relationship with the NYPD. In 2015, for example, officers turned their backs on Mr de Blasio at the funeral of a police officer killed in the line of duty.

    The decision to name Ms Sewell as commissioner was praised by Patrick Lynch, the president of the largest police union in the city, the Police Benevolent Association of New York.

    “New York City police officers have passed our breaking point. We need to fix that break in order to get our police department and our city back on course,” he said in a statement. “We look forward to working with her to accomplish that goal.”

    The NYPD employs nearly 35,000 police officers, of whom approximately 18% are women.

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