Usa

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • La rabbia di Amazon, Uber, Google, Twitter per il nuovo blocco dei visti di lavoro negli Stati Uniti

    Amazon, Uber, Google, Twitter e altre importanti società tecnologiche tutte contro il presidente americano Donald J. Trump perché ha firmato un ordine esecutivo il 22 giugno sospendendo nuovi visti per lavoratori stranieri, incluso l’H-1B per lavoratori altamente qualificati.

    L’intento è quello di garantire opportunità professionali agli americani che stanno pagando pesantissime conseguenze a causa del Coronavirus. Le restrizioni sono entrano in vigore dal 24 giugno e dureranno fino alla fine dell’anno. I colossi della tecnologia hanno affermato che il divieto renderebbe le aziende americane meno competitive e meno diversificate e hanno definito l’ordine esecutivo “una politica incredibilmente sbagliata” che minerebbe la ripresa economica dell’America e la sua competitività.

    L’H-1B in genere spinge i lavoratori del campo della tecnologia verso gli Stati Uniti in modo che possano aiutare le aziende americane a essere più competitive e aumentare la tecnologia e l’innovazione.

  • La ‘New York bene’ fugge dal coronavirus, le gallerie d’arte la inseguono negli Hamptons

    Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Nella fattispecie, se i facoltosi clienti non frequentano più di persona le gallerie d’arte di New York chiuse per il coronavirus, sono le gallerie a trasferirsi dove si sono spostati i ricchi clienti. Pace, Skarstedt, Max Levai di Marlborough, Van de Weghe Fine Art e la

    casa d’aste Sotheby’s stanno preparando ad aprire in spazi pop-up agli Hamptons, la colonia estiva dei vip newyorchesi che la pandemia ha trasformato da mesi in rifugio dal rischio contagio.

    Pace, la cui nuova maxisede a Chelsea è chiusa da marzo, ha deciso di aprire uno spazio espositivo a East Hampton con l’idea di mantenerlo accessibile fino al 12 ottobre. “Crediamo nell’interazione personale con l’arte”, ha spiegato il presidente e Ceo Marc Glimcher: di qui l’idea di “rimettere in piedi il business quest’estate partendo da East Hampton”.

    Da marzo, quando New York è entrata in quarantena, il numero di miliardari e collezionisti che si sono spostati nelle loro ville si è moltiplicato esponenzialmente, mentre la prospettiva di una seconda ondata rende la prospettiva di un rientro in massa in città a fine estate sempre più remota: “Non avevo mai visto nulla del genere”, ha detto Christophe Van de Weghe che finora non aveva mai considerato di aprire a East Hampton pur avendo una casa nella zona.

    Anche Sotheby’s ripartirà da East Hampton con una galleria pop-up in cui acquistare immediatamente opere d’arte e beni di lusso. “Nessuno veniva nel nostro palazzo di York Avenue”, ha spiegato all’agenzia Bloomberg David Schrader, capo della divisione vendite private globali: “Abbiamo deciso di portare quel che abbiamo da vendere dove si è spostata la gente che compra”. Skarstedt, che da marzo ha chiuso le gallerie di New York e Londra, conta di riaprire il 17 giugno su appuntamento con opere incluse anche nello stand virtuale di Art Basel tra cui dipinti di Kaws e de Kooning e prezzi da 300mila dollari a 8,5 milioni.

    Non sarà ovviamente business as usual: da Pace solo 12 visitatori per volta e due persone dello staff, tutti con mascherine, potranno occupare lo spazio allo stesso tempo, mentre gli addetti all’installazione delle opere dovranno riempire quotidianamente un questionario sanitario e lavorare in piccole squadre per minimizzare l’esposizione al virus. Un modello ancora più estremo è quello adottato dalla Alone Gallery, una nuova iniziativa di Levai di Marlborough con il gallerista Tripoli Patterson, dal 17 giugno trasferitosi in un magazzino di Wainscott con una mostra di Alex Katz. Un solo cliente (o una famiglia fino a 4 persone) può entrare nello spazio protetto da video-sorveglianza per un massimo di 30 minuti su appuntamento. All’ingresso, maschere, disinfettante e copri-scarpe per non contaminare la galleria, pulita da cima a fondo quotidianamente.

  • Guerra dei dazi Usa-Cina, la Ue chiede di esentare i farmaci

    Se lo stallo con gli Usa sulla disputa Airbus-Boeing non si sblocca l’Ue “non avrà altra scelta” che imporre dazi punitivi su una lista di prodotti stelle e strisce. Potrà farlo a partire dal prossimo mese, quando il Wto renderà noto l’ammontare delle compensazioni cui l’Europa ha diritto per gli aiuti illegali di Washington alla Boeing. E’ in questi termini che il commissario Ue al commercio, Phil Hogan, ha riassunto ai ministri europei riuniti in teleconferenza la situazione sulla controversia parallela, sugli aiuti di Stato all’industria aeronautica civile, in cui sia l’europea Airbus che l’americana Boeing hanno ricevuto miliardi di dollari di sussidi irregolari. Ricevuto l’ok dal Wto per compensazioni record da 7,5 miliardi di dollari, gli Usa sono passati all’attacco nell’ottobre scorso, con dazi punitivi su un’ampia lista di prodotti europei, anche italiani. In febbraio, Washington avrebbe potuto infierire, ma non lo ha fatto. Sembrava fosse tregua. Invece, “dopo 9 mesi di sforzi per trovare una soluzione”, ha spiegato Hogan, “le posizioni sono distanti”. Senza una svolta l’Ue applicherà le sue misure punitive. Ma il politico irlandese non vuol sentire parlare di “escalation”. “Si tratta di una mossa pienamente in linea con i nostri diritti ed essenziale per riportare gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, ha spiegato.

    Il clima elettorale negli Usa non semplifica le cose. Nel fine settimana il presidente americano Donald Trump è tornato a minacciare dazi sulle auto europee dal Maine, Stato grande produttore di aragoste, se l’Ue non eliminerà le tariffe dell’8% sulle importazioni dei crostacei stelle e strisce.

    Il Wto, la camera di compensazione pensata negli anni Novanta del secolo scorso, per ridurre le tensioni commerciali, ha perso già la funzionalità dell’organismo di appello per la risoluzione delle dispute e in agosto il direttore generale Roberto Azevedo lascerà il posto. L’Ue sta cercando di portare avanti un’agenda di riforma per l’organizzazione, con priorità come trasparenza, sostenibilità e, novità della pandemia, salute. Così la Commissione europea proporrà a breve a un gruppo ristretto di partner commerciali – il Gruppo di Ottawa, nato proprio per riformare il Wto – di agire in sede Wto per azzerare i dazi su farmaci, dispositivi e forniture mediche e rendere più difficile bloccare gli scambi di beni essenziali. L’accordo Wto del 1994 sull’accesso ai medicinali tra Ue, Usa e altri quattro Stati che rappresentavano il 90% degli scambi nel settore non basta più. Quella quota è diminuita di un terzo e, soprattutto, l’intesa non è sottoscritta dalle attuali ‘fabbriche’ di medicinali del mondo, Cina e India. L’iniziativa è anche di natura squisitamente commerciale, che riguarda il 12% delle esportazioni totali dell’Ue, ovvero 236 miliardi di euro. “Dobbiamo creare nuove opportunità di esportazione per i produttori di prodotti sanitari dell’Ue – sintetizza Hogan – e incentivare quindi una maggiore produzione nell’Ue.

  • US Congress approves China sanctions over Uyghur crackdown

    The United States House of Representatives on Wednesday approved a legislation calling for human rights sanctions on Chinese officials deemed responsible for the oppression of Uyghur Muslims.

    The Chinese Communist Party has for the last three years forced the Uyghur community into re-education camp in Xinjiang, an autonomous region in China that borders the former Soviet republics of Central Asia.

    Beijing has labelled the camps as “help centres”, which the Communist Party claims are designed to combat religious extremism. Leaked documents showed that the centers are forced ideological re-education camps. The United Nations estimates that more than a million Muslims have been incarcerated in the camps.

    The bill singles out the region’s Communist Party secretary, Chen Quanguo, a member of China’s political bureau, or Politburo, as responsible for “gross human rights violations” against the Uyghurs.

    In support of the bill, congressman Michael McCaul stressed that Beijing is out to “completely eradicate an entire culture simply because it doesn’t fit within what the Chinese Communist Party deems ‘Chinese’”.

    The Uyghur Human Rights Act will now be sent to the White House, where president Donald Trump can either veto the bill or sign it into law. Uyghur activists urged Trump to sign it into law “as a matter of priority and take immediate steps to implement it”.

  • Vanno a fare danni in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso si ItaliaOggi il 15 maggio 2020

    Avendo perso mordente e spazio operativo negli Usa e in Europa, le agenzie di rating si sono buttate contro i paesi emergenti, in particolare quelli dell’Africa. Non è necessario essere un genio di competenza e di capacità di analisi per immaginare le difficoltà economiche in un mondo devastato dalla pandemia del covid-19. Soprattutto nei paesi cosiddetti emergenti, da sempre suscettibili a ciò che accade nelle economie avanzate.

    In momenti e in modi leggermente differenti, le «tre sorelle del rating», Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, hanno declassato dieci paesi africani e i loro titoli di debito pubblico fino al livello di junk, di titoli spazzatura. Si tratta di Angola, Botswana, Camerun, Capo Verde, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Mauritius e Zambia.

    Le valutazioni sono basate fondamentalmente sulle previsioni riguardanti la debolezza dei sistemi fiscali e sanitari di detti paesi. Ciò avviene mentre la Banca Mondiale ha opportunamente, invece, sostenuto la sospensione dei pagamenti degli interessi sui debiti dei paesi più poveri che fanno parte dell’International Development Association (Ida).

    D’altra parte, la loro conoscenza dell’Africa è bassissima. La S&P, per esempio, si vanta di essere in grado di formulare valutazioni su ben 128 paesi del mondo. Ma ha un solo ufficio, a Johannesburg, per l’intero continente africano.

    I rating delle agenzie sono solitamente delle valutazioni più o meno banali. Però, com’è noto, sono presi in considerazione dai mercati per giudicare lo stato di salute delle varie economie e, di conseguenza, per definire i tassi d’interesse del debito pubblico dei singoli paesi.

    È un fenomeno più volte sperimentato, con effetti devastanti sia sull’aumento del costo dei prestiti sia sugli investitori internazionali. In merito, è opportuno ricordare il ruolo svolto dalle agenzie nel «meltdown» finanziario negli anni della Grande Crisi del 2008, che ebbe un impatto sui mercati globali e, soprattutto, sull’economia reale di molti paesi, compresi quelli in via di sviluppo.

    Poiché sembra che la cosa non sia nella memoria collettiva, riteniamo utile ricordare le denunce istituzionali fatte nei loro confronti.

    Per esempio, il dettagliato rapporto «The financial crisis inquiry report» redatto da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo statunitense nel 2011. Vi si affermava, tra l’altro, che «la crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese». Il solito giochino.

    Qualche anno fa, persino il «falco» tedesco Wolfang Schäuble, allora ministro delle Finanze, aveva detto: “Dobbiamo spezzare l’oligopolio delle agenzie di rating”. Si ricordi che in più circostanze, sia il G8 sia il G20 ha prodotto una copiosa letteratura, fatta di documenti e dichiarazioni, con i quali si stigmatizza il loro comportamento e si chiede una loro profonda riforma.

    Moody’s ha declassato a junk il Sudafrica facendogli perdere l’ultimo gradino di investment grade, sotto il quale gli investitori istituzionali non sono più autorizzati a comprare i titoli di stato. Essa ha stimato un notevole aumento del debito pubblico sudafricano che dovrebbe raggiungere il 91% del Pil entro il 2023. Quest’anno la crescita dovrebbe essere inferiore all’1% e poi sprofondare in terreno negativo a meno 5,8%.

    Moody’s non ha neanche aspettato per verificare l’impatto economico del coronavirus e i provvedimenti del governo di Pretoria.

    Le altre due agenzie, a onor del vero, avevano già da tre anni valutato come junk i titoli sudafricani. Adesso il Sud Africa dovrà lasciare l’importante World Government Bond Index dove ci sono tutti i titoli pubblici con il rating di investment grade. Di conseguenza il valore dei titoli sarà ridefinito senza una rete di protezione.

    Fitch ha tagliato il rating sovrano del Gabon da B a CCC. La spiegazione del declassamento riguarda l’eventuale difficoltà di rimborso del debito sovrano per mancanza di liquidità determinata dalla caduta dei prezzi del petrolio.

    Moody ha rivisto in negativo il rating sovrano di Mauritius a causa della previsione di minori guadagni turistici per il coronavirus.

    La Nigeria è stata declassata da S&P da B a B – perché il covid-19 aumenterebbe il rischio di choc fiscali derivanti dalla riduzione dei prezzi del petrolio e dalla recessione economica.

    S&P ha, da ultimo, anche declassato il Botswana, una delle economie più stabili dell’Africa, che aveva il rating A. L’agenzia ha citato l’indebolimento del bilancio statale a causa di un calo della domanda di materie prime e della prevista decelerazione economica provocata dalla pandemia. Il declassamento del Botswana è stato fatto quando nel paese non si era registrato neanche un caso di infezione!

    Questi downgrade a livello di spazzatura stanno provocando seri problemi, che possono avere conseguenze peggiori dello stesso coronavirus. Riducono, infatti, il valore delle obbligazioni sovrane usate come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle banche centrali, aumentando allo stesso tempo il costo degli interessi e, quindi, del debito. Di conseguenza vi sarà un’ondata di declassamenti anche delle imprese private.

    I paesi dell’Africa sono chiamati da più parti a disegnare un meccanismo di risposta collettiva contro l’abuso del rating. Si vorrebbe, tra l’altro, che l’Unione Africana creasse una sua autorità di controllo sulle attività delle agenzie e definisse degli standard di valutazione equi e realistici.

    I governi e le popolazioni del continente africano guardano sempre più all’Europa per trovare un sostegno e un modello. Purtroppo, anche sulla questione delle agenzie di rating l’Unione europea è ancora e inspiegabilmente paralizzata.

    Riguardo a particolari avvenimenti e a certi comportamenti umani, le popolazioni africane per descriverli usano figure di animali. Chissà quale bestia della savana utilizzeranno per le agenzie di rating?

    *già sottosegeretario all’Economia **economista

  • Twitter announces employees can work from home permanently

    In an email sent to employees on May 12, Twitter’s CEO Jack Dorsey said they could work from home permanently, even after the Coronavirus lockdown passes.

    “We’ve been very thoughtful in how we’ve approached this from the time we were one of the first companies to move to a work-from-home model,” a Twitter spokesperson told BuzzFeed news, adding that safety of people and communities comes first.

    Twitter had encouraged its staff to telework since early March and mandated employees to work from home since mid-March.

    “We were uniquely positioned to respond quickly and allow folks to work from home given our emphasis on decentralisation and supporting a distributed workforce capable of working from anywhere,” the company said in a blogpost.

    While some employees can work from home indefinitely, others working in posts that require physical presence, such as maintaining servers, will still be requested to return, when necessary. Those wishing to return to office, will probably need to wait until at least September.

    “When we do decide to open offices, it also won’t be a snap back to the way it was before. It will be careful, intentional, office by office and gradual, Twitter’s post reads.

    The tech giant also said that employee business travel has been suspended until September and that no in-person company events will be held for the rest of 2020.

  • La Casa Bianca studia misure contro la Cina per la pandemia di Covid-19

    Chissà che anche Donald Trump non abbia ascoltato il grillino Alessandro Di Battista e non voglia offrire alla Cina l’occasione di vincere la terza guerra mondiale. Più probabilmente, però, il presidente americano si conferma l’utile idiota grazie al quale molti possono perseguire i propri interessi lasciando che sia lui a metterci la faccia per tutto quel che accada. Fatto sta che, secondo il Washington Post, giornale che tradizionalmente è ben informato su quanto avviene alla Casa Bianca, l’amministrazione Trump sta valutando misure per punire o chiedere indennizzi finanziari alla Cina per la sua gestione della pandemia di coronavirus.

    Non è solo Trump a vedere nella Cina e l’untore iniziale e un Paese da arginare, ma che sia la Casa Bianca a prendere l’iniziativa nei riguardi di Pechino risulta, secondo la testata che dà la notizia, da quattro fonti anonime dell’amministrazione Trump. In privato, riferisce il Post, il presidente americano e alcuni suoi consiglieri hanno discusso di togliere alla Cina la sua “immunità sovrana” per consentire al governo Usa o alle vittime di citare Pechino per danni. Altri dirigenti hanno ipotizzato di cancellare parte dei debiti obbligazionari con la Cina. Non è dato sapere se il presidente abbia appoggiato quest’ultima idea. Due delle fonti del giornale preannunciano un incontro specifico tra dirigenti di varie agenzie governative. Tutte comunque avvertono che si tratta di discussioni preliminari e che finora è stato fatto poco lavoro formale per tradurre queste idee iniziali in realtà. Ma negli ultimi giorni, precisa ancora il giornale, la battaglia tra l’approccio cauto dei consiglieri economici e quello punitivo del team della sicurezza nazionale sembra pendere verso il secondo.

    Trump è convinto che il Paese del Dragone “farà qualsiasi cosa possa” per fargli perdere la corsa alla rielezione alla Casa Bianca (Pechino ovviamente respinge l’ipotesi: “Non cerchino di coinvolgerci, l’elezione è un fatto interno”). E il modo in cui la Cina ha gestito l’epidemia di coronavirus, ha detto Trump in un’intervista concessa all’agenzia Reuters, ne è la dimostrazione. Nonostante continui a definire il presidente cinese, Xi Jinping, un “amico”, il presidente Usa dichiara di stare lavorando a varie opzioni per mettere Pechino di fronte alle proprie responsabilità nella diffusione del virus. “Ci sono molte cose che posso fare. Stiamo cercando di capire cosa è successo”, ha risposto Trump a una domanda sul possibile ricorso alle tariffe o alla cancellazione del debito. La Cina, è la tesi di Trump, gli preferirebbe il suo sfidante, il democratico Joe Biden, nella speranza di un alleviamento della pressione sul Paese imposto dalla sua amministrazione.

    Al centro delle polemiche c’è il Wuhan Institute of Virology, sospettato di essere il luogo da cui è nato il coronavirus, che negli Usa ha provocato più vittime della guerra in Vietnam. “Ci sono molti laboratori in Cina che stanno continuando a condurre un lavoro, riteniamo, su patogeni contagiosi in Cina oggi”, ha detto il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, “e non sappiamo se stanno operando a un livello di sicurezza tale da prevenire che questo accada di nuovo”. Secondo le ultime informazioni, l’intelligence Usa ritiene che il virus non sia stato creato dall’uomo o geneticamente modificato, ma continua a indagare sulla possibilità di un collegamento con il laboratorio di Wuhan.  Pechino ribadisce invece che l’origine del coronavirus è materia di studio per gli scienziati e respinge l’accusa di averlo originato come un tentativo di “stigmatizzare” la Cina, tesi ribadita nelle scorse ore anche dal vice ministero degli Esteri cinese, Le Yucheng. L’ipotesi di un’inchiesta internazionale sulla pandemia trova Pechino nettamente contraria: sarebbe “politicizzata”, ha detto alla Nbc il funzionario cinese, e basata sulla “presunzione di colpevolezza”. Su questo fronte, la Cina è ai ferri corti con l’Australia, molto attiva nel promuovere un’inchiesta indipendente tra i Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pechino definisce l’Australia il portavoce delle posizioni statunitensi e minaccia ritorsioni sul piano economico, ma il primo ministro Scott Morrison ritiene l’inchiesta “assolutamente ragionevole”. Dubbi sull’iniziativa emersi da Francia e Gran Bretagna rendono, però, complicato formare una coalizione. Intanto, a soffiare sul fuoco è anche il direttore del tabloid Global Times, il più agguerrito giornale cinese sui temi di politica estera, Hu Xijin. L’Australia, ha scritto sul suo account Weibo, il social più popolare in Cina,è come “una gomma da masticare incollata alla suola della Cina. Devi trovare una pietra per liberartene”.

  • US watchdog wants India on religious freedom blacklist

    A United States government panel on Tuesday has called for India to be put on a religious freedom blacklist.

    The US Commission on International Religious Freedom said in its annual report that India should join the ranks of “countries of particular concern” that would be subject to sanctions if they do not improve their records.

    “In 2019, religious freedom conditions in India experienced a drastic turn downward, with religious minorities under increasing assault”, the report said.

    It highlighted India’s controversial citizenship law, which the United Nations has called “fundamentally discriminatory”. The country has been torn by deadly protests followed by curfew since December, when the Citizenship Amendment Act, offered by PM Modi, was passed.

    The law allows citizenship for Hindus, Sikhs, Buddhists, Jains, Parsis, and Christians who illegally migrated to India from Afghanistan, Bangladesh, and Pakistan. It, however, does not allow citizenship for Muslims.

    The report also highlighted the revocation of the autonomy of Kashmir, which was India’s only Muslim-majority state.

    The panel’s vice-chair Nadine Maenza said that India has a broader “move toward clamping down on religious minorities that’s really troublesome”.

    The report concluded by calling on the US to impose punitive measures, including visa bans on Indian officials.

  • Lo stato americano del Missouri fa causa a Pechino per il coronavirus

    Prima causa intentata da uno Stato americano contro la Cina per presunte responsabilità nella crisi del Covid-19, mentre gli Usa scoprono che il virus era sbarcato nel Paese già a gennaio. Il procuratore generale del Missouri Eric Schmitt ha presentato un’azione legale per la perdita di vite umane e le conseguenze economiche causate dalla pandemia nello Stato del Midwest. La causa, indirizzata contro il governo di Pechino, il partito comunista cinese e altre istituzioni cinesi, accusa il Dragone di aver nascosto informazioni, arrestato gli informatori e negato la “natura” del virus.

    La mossa è stata respinta dalla Cina che l’ha subito definita “a dir poco un’assurdità” e priva di base fattuale o legale. Il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha sostenuto che la risposta cinese al coronavirus non è sotto la giurisdizione dei tribunali Usa, rilevando che sono state date informazioni a Washington sulla vicenda sin dal 3 gennaio. “Tale abuso di contenzioso non favorisce la risposta all’epidemia negli Usa e contrasta con la cooperazione internazionale”. Da quando è emersa l’emergenza, ha aggiunto, “il governo cinese ha sempre agito in modo aperto, trasparente e responsabile”.

    Ma Pechino è sempre più nel mirino di Washington e della sua intelligence, che dopo aver avviato un’indagine su un possibile incidente nel laboratorio di virologia di Wuhan ora sospetta, come rivela il New York Times, che gli 007 cinesi abbiano alimentato dallo scorso marzo una campagna di disinformazione sui social e via sms per diffondere il panico negli Stati Uniti. Con tecniche non dissimili da quelle utilizzate dalla Russia per influenzare le elezioni presidenziali del 2016. La notizia potrebbe irritare Trump, che finora non ha infierito per vari motivi: la dipendenza dalla Cina per la fornitura di materiale medico cruciale nell’emergenza coronavirus, l’instabilità dei mercati e soprattutto i negoziati commerciali non ancora completati.

    Nel frattempo il presidente ha firmato l’ordine esecutivo per bloccare temporaneamente l’immigrazione a tutela degli americani nello tsunami disoccupazione ma è stato costretto a fare un passo indietro dopo le proteste del mondo economico: ha congelato per 60 giorni le green card ma non ha sospeso l’ingresso di lavoratori a tempo che hanno un visto da non immigranti. “Vedo molta luce in fondo al tunnel”, ha esultato il tycoon parlando di 20 Stati americani che hanno già annunciato i loro piani per riaprire in sicurezza le loro economie. Ma non New York, anche se la situazione continua a migliorare, tanto che il governatore Andrew Cuomo ha dato il suo benestare allo spostamento della nave-ospedale Comfort inviata da Trump.

    Di certo c’è che i primi morti per coronavirus negli States risalgono al 6 e 17 febbraio in California e non, come si era pensato inizialmente, al 26 febbraio, quando un contagiato è morto a Seattle, nello Stato di Washington: considerando le 2-3 settimane di incubazione, il virus era già sbarcato negli Stati Uniti a gennaio, ma le forti limitazioni riguardo a test e criteri di prevenzione impedirono di individuarlo prima.

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