Usa

  • EU – US face off over opening up the EU’s Single Market to US agriculture

    Formal EU-US trade talks begin in February but the two trade delegations met on Tuesday to firm up the bloc’s parameters for talks; Brussels focused on taking agriculture off the negotiating agenda.

    Opening the Single Market to US agricultural goods is a non-starter for a number of EU member states, despite the insistence of successive US administrations.

    “We have been very clear that from the EU side that we will not discuss agriculture,” Trade Commissioner Cecilia Malmström told the press last week. The statement was in direct opposition to 17-page paper submitted by U.S. Trade Representative Robert Lighthizer, defining the US objective as “comprehensive market access for U.S. agricultural goods in the EU by reducing or eliminating tariffs.”

    If Washington were to insist on agricultural concessions, negotiations could falter as they did during talks on the foiled Transatlantic Trade and Investment Partnerships talks pushed by the Obama Administration.

    As always, there are differences between the two sides, not least European objections to genetically modified food and chlorinated chicken. US trade negotiators also have little patience for European geographic indicators for dairy products. In any event, both the US and the European farming sectors are heavily subsidized, an issue that is politically challenging to address either in Washington or in Brussels without spending considerable political capital.

    US legislators have made it clear that access to Europe’s agricultural market is a precondition to a Free Trade Agreement. The stakes are high, as the Trump Administration is threatening Europe with auto-industry tariffs, citing “national security” risks. If tariffs go ahead, they would be a great blow to the German €36bn market share of the US market.

    France is usually the champion of the agricultural cause in the EU. However, opening the agricultural would be a blow to a number of EU member states, from Poland and Italy to Ireland and Romania. As late as September 2018, the Italian government was threatening not to ratify the EU-Canada Free Trade Agreement (CETA), arguing that its agricultural products were not sufficiently protected.

    Following the visit by the President of the European Commission Jean-Claude Juncker to Washington in July, the EU doubled the volume of US soybean imports, cushioning the effect of the Sino-American trade war. For the moment, talks are not expected to make any more progress on the agricultural front.

    For the EU, the focus is on non-tariff barriers, namely the mutual recognition of testing, inspection and certification of manufactured goods, ranging from electrical equipment to toys. The US is seeking greater access to government procurement while preserving the “Buy American” limits in the U.S., the Wall Street Journal reports.

  • Passi indietro nelle istituzioni internazionali…e non solo

    Molti dati ci confermano che stiamo vivendo, a livello nazionale, europeo e mondiale, una fase di rallentamento. L’economia si sta raffreddando, la produzione sta diminuendo, il prodotto interno lordo non cresce come le previsioni avevano fatto sperare, il tasso di disoccupazione non diminuisce, se non in alcuni Paesi soltanto, come gli Stati Uniti, ad es. In Italia si respira un’aria di disaffezione; si crede sempre meno alla politica e nello stesso tempo crescono i consensi – o perlomeno non diminuiscono – alle forze cosiddette “sovraniste”. Anche in Europa i nazionalismi populisti hanno ripreso vigore e mettono in dubbio la validità delle scelte comunitarie. Non siamo ancora al “ciascun per sé”, ma temiamo che questo falso valore possa distruggere quanto di buono e di utile ci è stato offerto dall’ “insieme è meglio”. In questo clima di sfiducia generalizzata – nonostante le prediche catastrofiche contro la globalizzazione –  assistiamo impotenti proprio all’esito negativo di riunioni di istituzioni internazionali che non riescono a cavare un ragno dal buco. Una conferma esemplare ce la offre il recente vertice del G20 che ha avuto luogo a Buenos Aires. L’incontro è terminato con una dichiarazione unitaria, ma il contenuto della stessa – come afferma l’economista Paolo Raimondi in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 14 dicembre scorso – “sembra non solo annacquato, ma anche di secondaria importanza.” Probabilmente si è cercato in tutti i modi di evitare ciò che era successo due settimane prima al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) in Nuova Guinea, dove, nonostante la presenza degli Usa, della Russia e della Cina, non si è giunti a nessuna conclusione e non vi è stato nemmeno un comunicato congiunto. Anche il G7 riunitosi nel giugno scorso nel Quebéc è stato un fallimento. Poche ore dopo la sua conclusione, infatti, Trump respinse i contenuti della dichiarazione finale, rendendo sostanzialmente inutile il documento. E non ci si può dimenticare anche dell’improvvisa decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima. Ma è il vertice di Buenos Aires che ha segnato un pericoloso passo indietro e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali, che erano stati superati proprio perché il G20 è la sede per eccellenza per discutere proposte a livello multilaterale, nel doveroso tentativo di trovare soluzioni condivise ai problemi mondiali e alla sfide politico-economiche più difficili e urgenti. Sono i vertici multilaterali e non bilaterali che dovrebbero concludere negoziati validi per tutti. Lo stesso bilateralismo Usa-Cina, che ha permesso di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi i dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi, ha portato ad una decisione modesta, tanto che molti esperti, tra cui la banca Goldman Sachs, danno poche probabilità al futuro successo di un accordo tra le due superpotenze. In questo disincantato disaccordo generale intanto, l’andamento dell’economia mondiale sta rallentando. L’OCSE ritiene che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la sua conseguente risposta, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del Pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%. Questo ritorno al bilateralismo segna inoltre la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump. Non solo questo metodo di negoziato è negativo per chi lo pratica; esso incide negativamente anche sugli equilibri mondiali. Lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali, oltretutto in una situazione mondiale di sgravi squilibri, non può che suscitare grandi preoccupazioni. Smantellare le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare su temi molto delicati è un’operazione da condannare. Dove incontrarsi per evitare conflitti maggiori? All’Onu, sempre meno credibile? Forse all’OMC, l’organizzazione mondiale del commercio, che abbisogna di riforme, è vero, ma che rappresenta una garanzia di sviluppo se si tiene conto della funzione positiva svolta fino ad ora. In tutto questo bailamme l’Europa ha fatto sentire una flebile voce: vuole una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”, flebile perché non dice come ottenere questa cooperazione e quale riforma delle regole. In questo quadro preoccupante di non collaborazione, vige una sola certezza: i tanti progetti riguardanti la realizzazione delle infrastrutture, la modernizzazione tecnologica, le nuove energie, la digitalizzazione del sistema economico, il maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili – tutti progetti annunciati nella dichiarazione di Buenos Aires – ne risentirebbero in modo tragico. Se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare nessuno potrebbe fermare questa involuzione. Perché non darsi una mossa, allora?

  • Iran in guerra cibernetica con gli Usa, per creare tensioni tra gli americani

    Negli ultimi 6 mesi, secondo la rivista INSS Insight, le società di sicurezza informatica e le società tecnologiche hanno rilevato un’ampia attività cognitiva iraniana nel cyberspazio rivolta principalmente al pubblico americano, con l’Iran che cerca di esacerbare i dibattiti interni degli Stati Uniti tra diversi gruppi sociali. Gli sforzi di influenza dell’Iran nel cyberspazio riflettono l’importanza che Teheran attribuisce alla lotta ideologica in patria e contro i suoi nemici esterni, in primo luogo gli Stati Uniti. Agli occhi del regime, gli Stati Uniti, oltre alla sua guerra politica ed economica, stanno conducendo una lotta ideologica per i cuori e le menti del pubblico iraniano contro i valori della rivoluzione islamica. Pertanto, la campagna di influenza cibernetica dell’Iran non è solo una contromisura per le mosse degli Stati Uniti (reali e immaginari), ma anche un altro passo nel desiderio di vecchia data dell’Iran di destabilizzare gli Stati Uniti indebolendo la sua robustezza interna. Israele, allo stesso modo un obiettivo degli sforzi di influenza cibernetica iraniana, farebbe bene a monitorare le capacità di attacco cibernetico in via di sviluppo dell’Iran, insieme alle capacità minacciose dell’Iran nelle armi convenzionali e non convenzionali.

     

  • Commission hopes euro can challenge greenback’s reserve currency status

    As part of its effort to bolster its international standing amid spats with the United States of tariffs and foreign policy, the European Commission is hoping to promote the euro as an alternative to the supremacy of the dollar for all international transactions, including those involving energy, commodities, and aircraft manufacturing, as well as in derivative operations.

    As part of the drive, the Commission also announced that will also strive to convince African states to denominate their public debt in euros in what would be the first serious challenge to Washington’s economic leadership, which Brussels sees as a way to counter the unilateralist “America First” policies of the Donald J. Trump administration.

    Europe’s efforts to establish a clearinghouse known as a Special Purpose Vehicle (SPV) to safeguard the 2015 Iran nuclear deal – which the US pulled out of earlier this year after accusing Tehran of being in violation of the terms of the agreement, which prompted Washington to re-impose crippling economic sanctions on the Islamic Republic – have fallen completely flat.

    The main guarantors of the Iran nuclear deal – Germany, France, and the UK – have refused to host the proposed clearinghouse, which could be used to help match Iranian oil and gas exports against purchases of EU goods in a barter arrangement that would circumvent the US’ sanctions. This would expose to the three European powerhouses to being subject to stiff penalties imposed by the Americans that would have a potentially devastating effect on the French, German, and British economies, while at the same time severely strain relations with the United States.

    Pressure has also been brought to bear on Austria, Luxembourg, and Belgium to host the SPV, but the three governments have serious misgivings about the practical purpose of the Special Purpose Vehicle, particularly as they fear the depth of the US’ expected retaliation.

    Initially, the European Commission hopes to begin closing energy contracts that are denominated in euros as a way to gradually promote the spread to other international commodities that could be traded in Europe’s common currency. At present, more than 80% of contracts for EU energy imports are priced and paid for in dollars, which currently trades at $1.13 to €1.

  • Le tensioni Ucraina-Russia banco di prova per la Ue e l’asse atlantico

    Con le recenti intimidazioni e violenze perpetrate dalla Russia contro l’Ucraina – la cattura di 3 navi militari ucraine e il blocco dello stretto di Kerch strategicamente importante – Vladimir Putin sta testando l’unità occidentale e la sua capacità di risposta. Ue, Nato e Dipartimento di Stato degli Usa hanno preso posizione, ma il grande assente è stato Donald Trump, che ha commentato l’accordo sulla Brexit ma non ha speso una parola sulle nuove tensioni tra Ucraina e Mosca (perfino il mancato incontro con Putin al G20 è parso dettato dai suoi consiglieri e più legato a questioni di politica interna, l’indagine dell’Fbi su collusioni con Mosca, piuttosto che da tutela delle ragioni dell’Occidente). Anche l’Austria, il cui ministro degli esteri Karin Kneissl ha legami con Putin, ha ipotizzato sanzioni europee verso Mosca, di cui la Ue discuterà questo mese. Tali sanzioni sono osteggiate dai Paesi dell’Ue guidati da partiti populisti, ma un’uniformità di visione e di azione  da parte degli Stati comunitari appare particolarmente importante prima delle elezioni europee del prossimo anno, che minacciano di fornire una piattaforma per partiti di estrema destra allineati al Cremlino (c’è già chi chiede di potenziare la task force East StratCom, una cellula anti-disinformazione del servizio estero dell’Ue).

  • Commercio di dati, bugia di Zuckerberg al Congresso sulla tentazione di Facebook

    Che esista un mercato dei dati personali lo sa ormai anche la proverbiale casalinga di Voghera: basta sottoscrivere una carta fedeltà del supermercato senza guardare bene dal non dare il consenso a certe clausole scritte più in piccolo per ricevere proposte da operatori mai sentiti prima. Che un gigantesco accumulatore di dati come Facebook possa dunque aver pensato di trarre profitto da quanto i suoi iscritti gli rendono noto non stupisce affatto, stupefacente sarebbe semmai il contrario (piaccia o meno, il mondo si regge su mercato e capitalismo). Dagli Usa giunge però notizia che Mark Zuckerberg abbia mentito. Interpellato dal Congresso americano dopo lo scandalo di Cambridge Analytica (la società di consulenza inglese che avrebbe profilato 50 milioni di americani in base a quanto rivelavano di sé su Facebook), il fondatore del maggior social network occidentale aveva dichiarato che l’idea di trarre profitto dai dati di chi si registra non era mai stata presa in considerazione, ma il Wall Street Journal ha ora reso nota una e-mail riservata scritta da un anonimo dipendente dell’azienda tra il 2012 e il 2014 (e confiscata ora dalle autorità britanniche), secondo la quale in quel periodo Facebook avrebbe seriamente preso in considerazione di vendere i dati dei suoi utenti. Quotato in Borsa da poco e non in felicissime acque, a quell’epoca Facebook aveva pensato di far pagare «una quota annuale di almeno 250.000 dollari per mantenere l’accesso ai dati» a tutte le app che attingessero a Facebook (ormai di fatto una vera e propria carta di identità telematica) per avere conferma dell’identità dei loro utenti. L’utilizzo di Facebook come carta di identità elettronica di fatto è invero ormai talmente abituale che fin qui anche i meno ‘smanettoni’ probabilmente non si stupirebbero, ma a quanto pare oltre a questo Facebook meditava davvero di vendere i dati dei suoi iscritti a inserzionisti commerciali (e questo fa la differenza, un app che chiede a un suo utente di confermare la propria identità tramite il social network avverte l’utente stesso che sta per frugare tra i suoi dati e gli chiede il permesso, un inserzionista che chiede a Facebook di vendergli i dati dei profili registrati bypassa invece interamente la persona di cui vengono acquisiti i dati). Un portavoce di Facebook ha confermato il fatto che per un paio d’anni l’ipotesi è rimasta nell’aria: «Stavamo cercando di capire come sviluppare un modello aziendale sostenibile», mentre di certo c’è che Zuckerberg ha mentito al Congresso, ben consapevole che i dati sono materia (potenzialmente) commerciale. Interpellato in proposito, il fondatore del social network aveva detto ai parlamentari americani: «Non posso essere più chiaro su questo punto: noi non vendiamo dati».

  • Una nuova iniziativa per la separazione bancaria

    Latore di una petizione con le firme di 217 parlamentari e personalità importanti, dall’Italia e dall’Europa, il parlamentare europeo Marco Zanni si è recato al Congresso americano per sostenere il ripristino della legge Glass-Steagall sulla separazione bancaria e per promuovere la cooperazione tra Stati Uniti e Italia a favore dello sviluppo economico nazionale e internazionale. Zanni stesso ha stilato un piano per la realizzazione di una banca per le infrastrutture che ha presentato ai suoi interlocutori. Alcuni congressisti si sono dimostrati particolarmente interessati alla controversia tra l’Italia e l’UE, ma altri hanno insistito su una potenziale alleanza per promuovere credito su vasta scala, per attuare nuovi investimenti nelle infrastrutture e per ripristinare il Glass-Steagall Act, sia pure non immediatamente. Alcuni parlamentari repubblicani hanno auspicato che una legge bipartisan per le infrastrutture venga approvata presto e hanno discusso con lui la questione della politica creditizia. Non è stato chiarito se la missione di Zanni fosse ufficiale. Temiamo che l’iniziativa avesse un carattere informale. Ciò nonostante è bene che sia stata sollecitato il ripristino della legge sulla separazione bancaria. Le banche, comprese quelle italiane, non si troverebbero nella situazione di crisi che constatiamo se quelle d’affari fossero separate da quelle ordinarie. E’ bene anche che Zanni ne abbia parlato con gli americani, padrini della Glass-Steagall, ma forse sarebbe opportuno che ne parlasse anche in Italia e che spingesse la Lega, il suo partito, a farsi promotrice dell’iniziativa in seno al governo. Al parlamento italiano esistono diversi progetti di legge in proposito. Perché non dare il via ad un dibattito sulla separazione, proprio nel momento in cui la BCE terminerà, dal gennaio prossimo, il suo sostegno all’Italia con il Quantitative Easing, cioè il programma d’acquisto dei nostri titoli di Stato? L’impegno esplicitato negli Usa sarebbe ancor più credibile se Zanni dimostrasse questa sollecitudine anche nel parlamento italiano e nei confronti del governo in cui il suo partito rappresenta il 50%.

  • CNPC replaces Total in South Pars gas project, Iran says

    Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

    China National Petroleum Corporation (CNPC) has reportedly replaced France’s energy giant Total in Iran’s massive South Pars gas project. Total has a 50.1% stake in the gas field, CNPC holds a 30% stake and National Iranian Oil Company subsidiary PetroPars holds the remaining 19.9%.

    “China’s CNPC has officially replaced Total in phase 11 of South Pars but it has not started work practically. Talks need to be held with CNPC … about when it will start operations,” ICANA news agency quoted Iran’s Petroleum Minister Bijan Zangeneh as saying on November 25.

    Total signed a contract to develop phase 11 of the South Pars natural gas field in 2017 with an initial investment of $1 billion. It was the first major Western energy investment in Iran after sanctions were lifted under the 2015 nuclear agreement signed between Tehran and six world countries, including the US.

    The US Administration of President Donald J. Trump has pulled out of the Iran agreement and imposed fresh sanctions but the European Union, China and Russia remain committed to the nuclear deal.

    Despite EU efforts to secure companies’ interests in Iran, Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

  • La Germania, la politica estera e l’Europa

    Il 12 e il 13 luglio 2018 si è riunita a Bruxelles la conferenza al vertice della Nato. Nel corso dei lavori il presidente americano Trump ha fatto scalpore con alcune perentorie dichiarazioni. La prima è stata una minaccia di uscita degli Usa dall’organizzazione, se non si fosse risolto il problema della ripartizione degli oneri per la difesa, oggi quasi tutti a carico degli Stati Uniti. La seconda si è espressa in un veto indirizzato alla cancelliera Merkel per la realizzazione del “Nord Stream 2”, cioè del raddoppio del gasdotto esistente che collega già in maniera diretta la Russia con il territorio tedesco attraverso il Mar Baltico, raddoppio non solo dell’infrastruttura, ma anche della quantità di gas naturale russo (55 miliardi di metri cubi di gas) trasportato verso il mercato europeo, con conseguenze economiche e strategiche facilmente immaginabili. Con la solita brutale franchezza Trump faceva osservare che gli pareva inaccettabile che la Germania facesse affari miliardari con la Russia mentre gli Usa pagavano miliardi per la sua difesa. Gli pareva inoltre inopportuna una politica energetica tedesca dipendente in larga misura dalla Russia. Questi rilievi “amichevoli” furono accolti senza apparente e manifesta contrarietà dal governo tedesco. Una diplomatica risposta è stata però indirettamente espressa il 22 agosto sul quotidiano “Handelsblaat”dal ministro degli Esteri Haiko Maas, il quale ha delineato i contorni di una “nuova strategia americana” nei confronti della Germania e ha definito le basi “di un rinnovamento della collaborazione” con l’alleato transatlantico, in partenariato con gli altri Paesi europei. Quel che più conta però è stato il seguito, cioè la richiesta di una revisione della politica estera del suo Paese e di una “autonomia strategica dell’Europa”, facendo dell’UE “un pilastro dell’ordine internazionale”. Questa convergenza, della Germania e dell’Unione europea – si chiede l’Istituto europeo delle Relazioni internazionali di Bruxelles (IERI) – permetterà d’instaurare “un partenariato equilibrato” con gli Stati Uniti d’America? Autonomia strategica! Vuol dire forse la definizione autonoma di una politica estera europea? Ci sembra una svolta storica questa intrapresa dal capo della diplomazia tedesca, una svolta come non accadeva dal 1949, anno della costituzione della Repubblica federale di Germania. Siamo veramente all’inizio di una nuova fase diplomatica? Oppure, per il momento, siamo soltanto all’auspicio di un nuovo periodo per le relazioni internazionali? A noi pare comunque che questa svolta sia un elemento notevole da non sottovalutare. Il sistema dei media non ha dato all’evento l’importanza che esso merita, ma certamente le cancellerie dei Paesi europei, ed in primo luogo di Germania e Francia, non potranno non considerare la rilevanza dell’evento. E’ indubbio che la politica estera della Germania – afferma sempre l’INRI – dopo aver superato i limiti della “politica renana” di Khol e della “via tedesca” di Schröder, ha voltato la schiena alla “potenza discreta” della Merkel, reagendo in questo modo alle provocazioni sovraniste di Trump e alla frammentazione decisionale dell’UE di fronte alle nuove sfide dell’ordine (o del disordine?) mondiale. Le dichiarazioni di Heiko Maas, che richiamano una presa di distanza dagli Usa, ricordano implicitamente almeno tre momenti significativi della storia tedesca e sottolineano la lenta maturazione della sua politica estera dopo la fine del bipolarismo: 1) il rapporto Lamers-Schauble del 1994 sulle nuove responsabilità della Germania dopo la riunificazione del 3 ottobre 1990 e la visione di un’Europa reconfigurata, 2) la dichiarazione della Merkel a Monaco nel maggio del 2017 sull’emancipazione dell’Europa nei confronti degli Usa e sulla necessità per gli europei di “prendere in mano il loro destino”, 3) il già ricordato vertice della Nato del luglio 2018 a Bruxelles. Non è quindi una novità questa prospettiva tracciata dal ministro degli Esteri attuale. Come non è una novità di oggi il cambiamento della politica americana verso l’UE. Esso è cominciato ben prima dell’elezione di Trump – conferma il ministro tedesco – e sopravvivrà alla sua presidenza.

    Come potranno estrinsecarsi i propositi tedeschi nella politica dell’UE? Temiamo che le elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo dei parlamentari europei non lascino spazio per un dibattito di questo tipo. A meno che qualche governo, o qualche gruppo politico del Parlamento europeo, non  faccia rientrare questi temi nel proprio programma elettorale. Se ciò accadesse, sarebbe un passo avanti di notevole portata, perché il tema dell’ “autonomia strategica” diventerebbe familiare anche all’opinione pubblica.

  • Le ragioni di Trump per liquidare l’accordo Usa-Urss sulle armi atomiche

    Il presidente Trump ha annunciato la sua intenzione di porre fine al trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) del 1987, un importante trattato di controllo degli armamenti stipulato tra Usa e Urss e che ha eliminato un’intera categoria di armi nucleari negli ultimi anni della guerra fredda. Il ritiro, rileva INSS Insight, fa seguito alle continue accuse statunitensi di violazioni del trattato da parte della Russia, dapprima testando e successivamente (presumibilmente) schierando un numero limitato di missili vietati dal trattato. L’opinione degli esperti negli Stati Uniti sul ritiro previsto è divisa, in quanto la decisione avrebbe un impatto significativo sulla struttura di sicurezza nucleare tra Stati Uniti e Russia.

    Ma, prosegue INSS Insight, dietro l’annuncio c’è anche il fatto che pure l’emergere della Cina come una potenziale minaccia desta preoccupazione. La Cina, che non fa parte del trattato INF, ha schierato missili a terra a medio raggio e il ritiro dall’INF permetterebbe agli Stati Uniti di sviluppare i mezzi per contrastare questi missili con missili a terra.

    Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina stanno tutti modernizzando le loro forze nucleari e questo – conclude l’analisi di INSS Insight – rende necessario un nuovo modello multilaterale per limitare le minacce nucleari: «La Cina e la Russia, insieme agli Stati Uniti, dovranno svolgere un ruolo di primo piano nell’elaborazione del nuovo controllo degli armamenti e dell’architettura del disarmo come mezzo per raggiungere un nuovo paradigma di stabilità strategica. Rimane aperta la questione dell’impatto che la multilateralizzazione dell’architettura di controllo delle armi nucleari USA-Russia avrà su altri stati, incluso Israele».

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