Usa

  • Glory and Pride Made in Usa

    La foto apparsa sul Corriere della Sera esprime il sentimento di riconoscimento e di orgoglio del Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’industria ed in questo caso dell’Industria dei grandi mezzi di trasporto. In questa visita ad uno dei più grandi costruttori di camion statunitensi il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato che la pubblica amministrazione americana (il primo acquirente di beni e servizi al mondo) passerà immediatamente nell’acquisto dall’attuale 55% al  60%  di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per raggiungere il 65% nel 2024 ed il 75% nel 2029.

    La strategia per riprendersi dalle conseguenze devastanti della pandemia a livello mondiale per l’amministrazione Democratica statunitense è quella di  puntare sulla produzione di beni e servizi Made in Usa attraverso l’azione diretta della pubblica amministrazione.

    La foto è assolutamente impensabile per un leader italiano ed europeo e dimostra il sentimento di orgoglio  di un presidente degli Stati Uniti per il livello raggiunto ed espresso  attraverso i propri prodotti dal settore del trasporto merci. Una strategia che parte dall’orgoglio e dal riconoscimento del valore anche come volano esercitato all’interno dell’economia statunitense da questi fondamentali asset industriali.

    Contemporaneamente, tuttavia, questo orgoglio non impedisce alla stessa amministrazione statunitense di investire parallelamente in nuovi percorsi ferroviari tanto per le merci quanto per i cittadini. Quando una politica di sviluppo parte dal sincero sentimento di riconoscimento dei risultati ottenuti da tutti i settori economici, nessuno escluso, quanto dall’orgoglio per il  valore degli stessi come sintesi di investimenti in ricerca tecnologia (1) e know how industriale (2) e professionale (3) allora in questo rinnovato contesto di fiducia ogni investimento, anche in settori diversi, produrrà un effetto moltiplicatore sull’economia complessiva del paese avendo mantenuto e tutelato  la produzione nazionale e i suoi asset storici.

    L’amministrazione statunitense sta dimostrando al mondo e soprattutto all’Europa e all’Italia come la ripartenza dopo una grave pandemia debba trovare la propria ispirazione dal riconoscimento del valore espresso in tecnologia e capacità industriale e professionale che i prodotti attualmente esprimono offrendo loro nuove risorse finanziarie ma anche normative per un miglioramento anche a livello di impatto ambientale.

    L’Italia viceversa, e l’Europa in particolare, con la semplice introduzione del divieto di vendita dei motori endotermici dal 2035 di fatto annulla quel vantaggio tecnologico europeo dimostrando di non avere nessun sentimento di riconoscimento e quindi un sostanziale disprezzo per l’intera filiera produttiva e contemporaneamente nessun tipo di orgoglio per il livello tecnologico raggiunto e per  le potenzialità di sviluppo dei prodotti del settore automotive.

    Dalla foto emerge quindi la vicinanza di un Presidente degli Stati Uniti ad un settore industriale in particolare ma anche un’attenzione a tutte le filiere produttive  nazionali con l’introduzione di nuovi protocolli della pubblica amministrazione statunitense.

    Joe Biden esprime in questo modo il proprio riconoscimento con la  Gloria e l’Orgoglio  per il livello attuale dei prodotti americani.

    Glory and Pride Made in Usa

  • Washington esorta la Ue a spendere di più per la ripresa

    Il Next Generation EU, con le sue sovvenzioni a fondo perduto, è un passo storico per l’Unione europea ma potrebbe non bastare a mettere il turbo alla ripresa, quindi l’Europa deve prepararsi a spendere di più. L’invito a tenere ancora alti gli stimoli e gli aiuti all’economia arriva dagli Usa, ed è la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, a consegnarlo direttamente nelle mani dei responsabili delle economie della zona euro, o nel giorno in cui hanno valutato se e quando mettere fine agli aiuti a pioggia e passare a sostegni più mirati, proprio per tornare progressivamente a politiche di bilancio prudenti.

    “Siamo tutti d’accordo che l’incertezza rimane alta. In questo contesto, è importante che l’orientamento di bilancio rimanga di sostegno fino al 2022. In futuro, è importante che gli Stati membri prendano seriamente in considerazione ulteriori misure di bilancio per garantire una solida ripresa nazionale e globale”, ha detto Yellen partecipando alla riunione dell’Eurogruppo. La segretaria al Tesoro si è spinta oltre, invitando la zona euro, che in autunno riavvierà la discussione sulla revisione del Patto di Stabilità, a creare “un quadro Ue di bilancio con flessibilità sufficiente per consentire ai Paesi di rispondere con forza alle crisi e di investire”, e che non porti “a risultati economici pro-ciclici”.

    L’Eurogruppo non si è scomposto di fronte alle sollecitazioni del ritrovato alleato americano, e conferma la strada intrapresa da mesi: serve “un orientamento di bilancio che sostiene l’economia, e il sostegno pianificato è considerato sufficiente per ora”, ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe al termine della riunione. I ministri si sono confrontati già da qualche tempo sul passaggio dalle misure d’emergenza a quelle più mirate che è già “gradualmente in corso”. Il presidente ha fatto solo riferimento alla necessità di avere “la giusta flessibilità per adattare le politiche” qualora dovessero esserci ricadute dovute ad esempio a nuove varianti che tengono tutti con il fiato sospeso. “Ma su questo torneremo dopo l’estate”, ha assicurato. Anche perché in autunno, ha ricordato il commissario all’economia Paolo Gentiloni, ripartirà ufficialmente la discussione sulla revisione del Patto, che terrà impegnata la zona euro nel 2022, prima che torni in vigore il vecchio quadro di bilancio. L’obiettivo è proprio adattare le regole alla nuova situazione, per evitare che pesino come un macigno su bilanci già provati dalla crisi

    La visita della Yellen all’Eurogruppo è stata anche l’occasione per l’Ue per ‘accontentare’ gli Usa sulla digital tax.: Bruxelles sospende il lavoro per una web tax europea, che avrebbe dovuto aumentare le risorse proprie del bilancio comune, per favorire il lavoro in corso all’Ocse e al G20 per una riforma globale della tassazione delle imprese, cercando un accordo entro ottobre. Nonostante l’intesa al G20 di Venezia, i dettagli non saranno facili da definire, anche perché alcuni Paesi europei, come Irlanda, Ungheria ed Estonia, sono ancora contrari.

  • Italia e Usa preoccupati per l’Isis in Africa

    C’è sintonia, “un allineamento di valori”, quasi hanno parlato all’unisono Luigi Di Maio e Antony Blinken, che il 28 giugno insieme hanno presieduto la ministeriale della Coalizione anti-Daesh alla nuova Fiera di Roma, la prima dopo due anni di pausa, con le delegazioni di 80 Paesi. La seconda giornata della visita del segretario di Stato Usa in Italia è stata dedicata soprattutto alla lotta all’Isis. Ed è stata anche l’occasione anche per ribadire la visione atlantista dell’Italia – nonostante gli accordi commerciali con la Cina – come fedele alleato degli Stati Uniti, in guerra (politica) col nemico cinese, sulla scia del faccia a faccia tra Joe Biden e Draghi al G7 in Cornovaglia.

    Lo Stato Islamico è scomparso dai media e dal terreno, perlomeno in Siria e Iraq, nonostante restino ancora sacche di resistenza dove l’applicazione estremistica e ideologica della sharia torna a rialzare la testa. “Daesh è stato sconfitto nella sua dimensione territoriale, ma non è stato sradicato – ha avvertito Di Maio -. Per questo l’Italia, con oltre 800 unità dislocate tra Iraq e Kuwait, continuerà a mantenere in Iraq, nel rispetto della sovranità irachena e in pieno accordo con Baghdad, un significativo contingente militare”. Parole, anche queste, in linea con la visione americana nel giorno in cui Washington ha lanciato nuovi raid contro milizie filoiraniane al confine tra l’Iraq e la Siria. Attacchi che hanno fatto infuriare il premier iracheno, Mustafa Al Khadimi, per la “flagrante violazione” della sovranità territoriale del suo Paese. Secca la replica di Blinken dalla conferenza stampa alla Fiera di Roma: “Con quelle azioni abbiamo dimostrato che il presidente Biden è pronto ad agire e a difendere gli interessi nazionali. Speriamo che il messaggio sia chiaro”.

    Ma a preoccupare adesso è soprattutto il tentativo dell’Isis di allargarsi in Africa, attraverso le sue ramificazioni locali, destabilizzando Paesi cruciali per l’Europa, soprattutto nel Sahel, da dove partono la maggior parte dei migranti che sperano di attraversare il Mediterraneo e dove è già schierato un contingente internazionale, di cui l’Italia fa parte, per sostenere in particolare il Mali a combattere i jihadisti, ora che la Francia ha deciso di ridimensionare la propria presenza militare nella regione. “L’Italia farà la propria parte, impegnandosi per la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile anche in quest’area, prioritaria per la nostra politica estera”, ha detto Di Maio proponendo la creazione di un Gruppo di lavoro che si concentri sul contrasto allo Stato islamico nel continente africano. Proposta accolta con “forte sostegno” dagli Stati Uniti che riconoscono all’Italia “una leadership” nell’affrontare “le sfide comuni al centro dell’agenda globale”. “Un allineamento di valori” tra Italia e Usa “per i diritti umani e la democrazia”, ha sottolineato Blinken.

    Quei diritti umani che la Cina viola nello Xinjiang, ai danni della minoranza musulmana degli uiguri, costringendo Stati Uniti e Unione europea ad imporre sanzioni contro Pechino, ricambiate in egual misura. “L’Italia è un forte partner commerciale della Cina, abbiamo relazioni storiche, ma non vanno a interferire con le relazioni che abbiamo con Usa e Nato”, ha assicurato però Di Maio rispondendo a una domanda in conferenza stampa, garantendo che “la nostra democrazia è in grado di affrontare questioni come i diritti umani” quando si trova in prima linea con un partner scomodo. Del resto, è stata invece la risposta conciliante di Blinken, con la Cina “gli Usa e gli alleati europei trovano le stesse difficoltà: un rapporto che ha dei contrasti, degli aspetti di concorrenza, ma anche di cooperazione”.

    Sulla Libia ci si è soffermati negli incontri che il segretario di Stato Usa ha avuto con Draghi a Palazzo Chigi e con Mattarella al Quirinale, con quest’ultimo che ha definito “centrale per gli equilibri del Mediterraneo e per la politica estera e di sicurezza dell’Italia” il dossier. Il capo dello Stato ha poi espresso all’ospite tutta la sua “soddisfazione” per la fase di rilancio della collaborazione transatlantica e la ripresa della piena sintonia tra agenda Ue e agenda Usa.

  • Irritante manipolazione della realtà

    Siamo tutti impostori in questo mondo, noi tutti

    facciamo finta di essere qualcosa che non siamo.

    Richard Bach

    La saggezza umana, basata su innumerevoli e spesso anche molto sofferte esperienze, in ogni parte del mondo, dalla notte dei tempi ad oggi, considera fondamentale l’uso della parola. In tutti i suoi modi. Lo testimonia, tra l’altro, anche il contenuto delle Sacre Scritture e dei Vangeli. Uno dei dieci comandamenti, l’ottavo, quello che Dio scrisse sulle tavole di pietra in presenza di Mosè sul monte Sinai, ne è una inequivocabile espressione dell’importanza dell’uso della parola. Come ribadisce chiaramente e senza mezzi termini anche Matteo, uno dei quattro evangelisti: “Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio;  poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Bibbia secondo Matteo 12:36-37; n.d.a.).

    Il 3 giugno scorso il presidente degli Stati Uniti d’America, ha firmato un Memorandum sulla sicurezza nazionale. In quel Memorandum si evidenzia la grande importanza della lotta contro la corruzione, come un’interesse fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La firma di questo Memorandum è avvenuta alla vigilia della riunione a Londra dei ministri delle Finanze del Gruppo dei Paesi del G7 (4-5 giugno scorso, n.d.a.). Ma la firma di quel Memorandum avviene anche poco prima dell’incontro del Presidente statunitense con il suo omologo russo a Ginevra, previsto per il 16 giungo prossimo. In quel’importante documento, firmato il 3 giugno scorso dal Presidente statunitense, si ribadisce, tra l’altro, che “…La corruzione minaccia la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, l’equità economica, gli sforzi globali contro la povertà e lo sviluppo, e la democrazia stessa”. Si sottolinea anche che “… prevenendo e contrastando efficacemente la corruzione e dimostrando i vantaggi di un governo trasparente e responsabile, possiamo assicurare un vantaggio fondamentale per gli Stati Uniti e altre democrazie”. In più si evidenzia l’importanza della lotta contro la corruzione, perché “…Combattere la corruzione non è solo buon governo. È autodifesa. È patriottismo ed è essenziale per la conservazione della nostra democrazia e del nostro futuro”. Con la firma di quel Memorandum, il Presidente statunitense ha sancito anche un obiettivo strategico. Nel testo firmato si legge “…La mia amministrazione guiderà gli sforzi per promuovere il buon governo; portare trasparenza negli Stati Uniti e nei sistemi finanziari globali; prevenire e combattere la corruzione in patria e all’estero; e rendere sempre più difficile per gli attori corrotti proteggere le loro attività”.

    Proprio un giorno dopo la firma dal Presidente statunitense del sopracitato Memorandum, e cioè il 4 giugno scorso, il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America ha mandato un messaggio ufficiale, da lui firmato, al primo ministro albanese. Con quel messaggio il segretario di Stato ha mandato i suoi migliori auguri al primo ministro e al suo partito per “…il successo elettorale”. E si riferiva, ovviamente, alla vittoria del terzo mandato del primo ministro alle ultime elezioni politiche, svolte in Albania il 25 aprile scorso. In seguito il segretario di Stato ha assicurato il primo ministro albanese, affermando che “…io attendo di lavorare con lei durante il suo terzo mandato come primo ministro, per rafforzare ulteriormente la nostra collaborazione”. E poi proseguiva, garantendo al primo ministro che gli Stati Uniti d’America saranno impegnati e continueranno “…a sostenere l’Albania, mentre lavora per rafforzare lo Stato del diritto, per il miglioramento del rendiconto del governo e per attuare la riforma della giustizia”. Alla fine del suo messaggio ufficiale del 4 giugno scorso per il primo ministro albanese, il segretario di Stato affermava che gli Stati Uniti d’America si confrontano con molti crisi in tutto il globo ed egli è “fiducioso che insieme possiamo alzarsi e compiere queste sfide storiche”. Un messaggio di auguri quello del Segretario di Stato, per la vittoria del terzo mandato da parte del primo ministro albanese durante le elezioni del 25 aprile scorso, che non poteva passare inosservato, anzi!

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore su come sono state svolte e sul risultato delle elezioni del 25 aprile scorso in Albania. Come ha anche informato il nostro lettore della strategia del primo ministro e dei suoi per avere, costi quel che costi, il suo terzo mandato. Una strategia, quella, ideata e programmata per controllare, condizionare e manipolare il risultato delle elezioni ed attuata con successo. Una strategia, quella, messa in atto con il coinvolgimento diretto e capillare della criminalità organizzata, dall’uso delle ingenti somme di denaro provenienti da attività illecite, dall’abuso di potere, dall’allarmante e ben diffusa corruzione a tutti i livelli e molto altro. Sono delle realtà queste che sono state evidenziate anche da diverse istituzioni specializzate internazionali. L’autore di queste righe, come sempre, anche in questo caso ha cercato di essere più oggettivo possibile, facendo riferimento solo e soltanto a dati, a fatti accaduti e documentanti, nonché a molte denunce pubbliche ed ufficiali che purtroppo ancora attendono di essere trattate dal sistema “riformato” della giustizia in Albania. Il nostro lettore ha potuto essere informato anche di tutto ciò (Avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità, 22 marzo 2021; Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021; Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa, 3 maggio 2021; A che gioco stanno giocando?, 10 maggio 2021).

    Il messaggio ufficiale di auguri del Segretario di Stato statunitense al primo ministro albanese, per la vittoria del suo terzo mandato, soltanto un giorno dopo la firma, da parte del Presidente degli Stati Uniti d’America del Memorandum sulla sicurezza nazionale e sull’importanza della lotta contro la corruzione, per tutti quelli che conoscono la vera realtà vissuta e sofferta in Albania, suscita non poche perplessità e stimola delle inevitabili e naturali domande. Ed avviene proprio due settimane dopo che, lo stesso segretario di Stato, ha dichiarato “persona non desiderata per entrare negli Stati Uniti” l’ex presidente della Repubblica (1992-1997) e l’ex primo ministro albanese (2005-2013). La ragione di questa drastica decisione era basata sugli atti corruttivi dell’ex Presidente che “…hanno minato la democrazia in Albania”. In più, sempre secondo la dichiarazione del segretario di Stato, l’ex presidente della Repubblica “… era coinvolto in atti corruttivi come l’uso improprio dei fondi pubblici, interventi nei processi pubblici”. Anche su questo caso il nostro lettore è stato subito informato (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021). La dichiarazione dell’ex presidente albanese come una “persona non desiderata per entrare negli Stati Uniti”, tenendo presente la vera e vissuta realtà albanese, è stata considerata e commentata da tanti analisti politici, come un “generoso” sostegno politico offerto al primo ministro albanese, proprio mentre tutto il processo elettorale è stato denunciato ufficialamente dall’opposizione presso la Commissione Centrale Elettorale. La Commissione che ancora non ha finito l’esame di tutte le denunce e non ha espresso la sua ufficiale decisione. Proprio in questo momento, arriva, come una mana santa, il sostegno ufficiale da Oltreoceano per il “successo elettorale” del primo ministro e del suo partito durante le elezioni del 25 aprile scorso! Per chi conosce la realtà albanese, questo è stato anche un “criptato” messaggio per tutti coloro che si devono ufficialmente esprimere sul risultato finale delle elezioni. Commissione Centrale Elettorale compresa. Ma non solo per loro. Anche per le istituzioni del “riformato” sistema della giustizia, nel caso in cui dovrebbero essere coinvolti successivamente, come prevede la legislazione. E non a caso, nel suo messaggio d’auguri, il segretario di Stato si impegna “…a sostenere l’Albania, mentre lavora per rafforzare lo Stato del diritto, per il miglioramento del rendiconto del governo e per attuare la riforma della giustizia”!

    Chi scrive queste righe auspica che qualcuno dicesse al segretario di Stato che se è veramente intenzionato ad aiutare l’Albania e gli albanesi, se vuole veramente che l’Albania diventi un Paese democratico, non è questo proprio il modo giusto. Perché chi scrive queste righe è fermamente convinto, e lo ha ribadito continuamente, che se c’è una persona direttamente e istituzionalmente responsabile per la pericolosa e preoccupante realtà albanese, per la galoppante e ben diffusa corruzione in Albania, quello è proprio il primo ministro. Ma l’autore di queste righe non può facilmente trovare coerenza e far combaciare i contenuti di quanto scrive il segretario di Stato al primo ministro albanese, del sopracitato Memorandum firmato il 3 giugno scorso dal Presidente statunitense, con la vissuta e sofferta realtà albanese. Chi scrive queste righe pensa che per i poveri, però onesti e responsabili cittadini albanesi, ma non solo per loro, tutto ciò, rappresentando un’irritante manipolazione della realtà, offende, allo stesso tempo, anche la loro intelligenza. Perché non tutti sono degli impostori in questo mondo e non tutti fanno finta di essere qualcosa che non sono. Chi scrive queste righe pensa che tutti si devono ricordare dell’ammonimento dell’evangelista Matteo, secondo il quale, per “… ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio”! 

  • Il primo vero fallimento di Biden

    Sono passati poco più di 6 mesi dall’elezione di Biden ed i primi effetti, soprattutto in politica estera, sono già evidenti. L’amministrazione Trump aveva stretto un’alleanza, confortata e rafforzata anche sul piano economico, con i sauditi sunniti contro l’Iran sciita.

    Il primo produttore mondiale di petrolio (Usa), infatti, poteva gestire, o quantomeno fortemente influenzare, il prezzo del petrolio grazie all’appoggio della nazione con le maggiori riserve del mondo (Arabia Saudita) con evidenti ripercussioni positive per la strategia energetica statunitense. La evidente marginalizzazione dell’Opec negli ultimi quattro anni dallo scenario internazionale ne rappresenta la evidente conseguenza.

    La pressione politica statunitense era riuscita addirittura a rompere l’isolamento politico di Israele con l’avvio di accordi e rapporti diplomatici con due stati arabi dando inizio ad un processo di normalizzazione interamente attribuibile alla innovativa ma soprattutto decisa quanto chiara politica estera dell’amministrazione Trump.

    Viceversa, ora, l’allentamento della pressione della amministrazione Biden nei confronti del principale finanziatore dei terroristi di Hamas ed Hezbollah, lo stato dell’Iran, ha riportato indietro di vent’anni la crisi israelo-palestinese, tanto è vero che persino il processo di arricchimento dell’uranio ha ripreso slancio.

    La politica, specialmente quella estera, viene determinata da fatti concreti e da alleanze basate sempre più spesso sulla convenienza immediata e su una prospettiva a medio termine.

    In questo contesto sicuramente i proclami inneggianti ad un pacifismo da operetta lasciano lo spazio adeguato a chi persegue il rilancio delle tensioni politiche internazionali.

    L’escalation del conflitto israelo-palestinese e la sua responsabilità vanno attribuiti in parte al cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Iran da parte degli Stati Uniti e dall’ultima sua amministrazione appena insediatasi. Una visione geopolitica contestata da chi individua la ragione di questo nuovo conflitto all’interno di logiche inerenti la politica interna israeliana.

    Sfugge evidentemente ai sostenitori di questa “bizzarra teoria” come durante la precedente amministrazione statunitense guidata da Trump Israele avrebbe ancora una volta fatto ricorso alle nuove elezioni anticipate. Viceversa in quest’ultimo caso il lassismo dell’amministrazione Biden verso lo stato iraniano ha permesso ad Hamas di armarsi e di lanciare oltre 3.000 missili. Una strategia di politica estera che ha trovato, come sempre in queste situazioni, anche l’appoggio dell’Unione Europea, da sempre il ventre molle dello scenario internazionale.

    La fragile tregua imposta ai contendenti proprio dalla amministrazione statunitense conferma la precedente insufficiente pressione politica nello scenario medio orientale.

  • Prove di disgelo tra Usa e Russia

    Riparte il dialogo tra Usa e Russia e si avvicina il primo vertice tra Joe Biden e Vladimir Putin, in programma il 15 e 16 giugno in Svizzera. Il disgelo è cominciato paradossalmente in uno scenario glaciale, a Reykjavik, in Islanda, dove il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov hanno avuto il loro primo faccia a faccia, a margine del Consiglio ministeriale artico. Un incontro di due ore conclusosi senza svolte, ma giudicato positivamente da entrambe le parti e che è servito ad allentare le tensioni spianando la strada al summit.

    “Colloqui costruttivi”, ha commentato il capo della diplomazia russa, auspicando la fine del “clima malsano” tra le due superpotenze, pur ammettendo che restano “molte impasse”. “Discussioni produttive, costruttive, rispettose e oneste”, gli ha fatto eco il dipartimento di Stato americano, sottolineando che Blinken non ha rinunciato ad esprimere le sue “profonde preoccupazioni” per l’ammassamento di truppe russe al confine con l’Ucraina, la detenzione del dissidente Alexei Navalny e la “repressione” dell’opposizione. A preparare il terreno era stata anche la decisione di Joe Biden, alla vigilia dell’incontro, di esentare dalle sanzioni la società del gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 (una controllata di Gazprom) e il suo ceo Matthias Warning, un alleato di Putin, limitandosi a colpire solo quattro navi russe ed altre entità minori che hanno partecipato ai lavori. Una mossa giustificata con l’interesse nazionale Usa, per dimostrare l’impegno a ricostruire il rapporto strategico con Berlino, compromesso sotto Donald Trump. Ma che nello stesso tempo lancia “segnali positivi” a Mosca, come li ha definiti lo stesso Cremlino.

    La decisione ha però urtato l’Ucraina, Paese filoccidentale che vedrà ridursi gli introiti legati al transito del gas nel suo territorio: “Sarà una sconfitta degli Stati Uniti e del presidente Biden personalmente… e una vittoria geopolitica della Russia”, ha accusato il presidente ucraino Volodymyr

    Zelensky, sotto pressione anche per il dispiegamento di truppe di Mosca al confine. Ma pragmaticamente Biden sta cercando di equilibrare tutti gli interessi in gioco e il dialogo con Mosca appare prioritario, dopo che le relazioni bilaterali sono precipitate ad uno dei livelli più bassi dopo la guerra fredda, sullo sfondo delle interferenze elettorali, dei cyber attacchi, del caso Navalny. Sino alla clamorosa accusa del presidente Usa a Putin di essere un “killer”. Impossibile un vero reset, come aveva tentato di fare Barack Obama, ma la Casa Bianca vuole “relazioni stabili e prevedibili” con il Cremlino. Soprattutto sui grandi dossier, dal clima alle crisi regionali e al disarmo, dove è già stato fatto un primo passo con la proroga di cinque anni del New Start. Così Biden potrebbe suggellare il suo viaggio di metà giugno in Europa, il primo della sua presidenza, incontrando Putin a quattr’occhi, dopo il G7 in Gran Bretagna, il vertice Nato e quello Usa-Ue a Bruxelles.

    Il Consiglio ministeriale artico è già stato un primo laboratorio di dialogo: nonostante le frizioni militari e le rivalità geopolitiche esistenti, gli 8 Paesi artici, tra cui Usa e Russia, hanno adottato per la prima volta un piano strategico decennale e firmato una dichiarazione comune che “ribadisce l’impegno a mantenere la pace, la stabilità e la cooperazione  costruttiva nella regione”, affermando anche l’importanza di affrontare immediatamente il riscaldamento climatico nell’Artico, 3 volte più veloce che nel resto del pianeta.

  • Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:

    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Il 19 maggio scorso, un’inattesa notizia, arrivata da oltreoceano, ha scombussolato la politica e l’opinione pubblica in Albania. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America ha pubblicato, nel suo account personale Twitter, la dichiarazione come “persona non desiderata per entrare negli Stati Uniti” dell’ex Presidente della Repubblica (1992-1997) e l’ex primo ministro (2005-2013). Con lui anche sua moglie e i due figli. Questa drastica decisione è stata presa perché gli atti corruttivi dell’ex Presidente “…hanno minato la democrazia in Albania”. Il Segretario di Stato ha espresso la sua convinzione che l’ex primo ministro “…. era coinvolto in atti corruttivi come l’uso improprio dei fondi pubblici, interventi nei processi pubblici, compreso l’uso del suo potere a beneficio e all’arricchimento degli alleati politici e dei membri della sua famiglia”. Il Segretario di Stato ha ribadito anche che l’ex primo ministro, con la sua retorica, “…è pronto a difendere se stesso, i membri della sua famiglia e gli alleati politici, a scapito delle indagini indipendenti, degli sforzi anticorruzione e delle misure sulla responsabilità [penale]”.

    Per facilitare la chiave di lettura, il nostro lettore deve sapere che ormai l’ex primo ministro albanese, dichiarato “persona non grata” il 19 maggio scorso, dopo la sua sconfitta elettorale nel 2013 ha dato le dimissioni da ogni responsabilità istituzionale e politica, tranne quella di deputato, della quale ha beneficiato fino al febbraio 2019. Il che vuol dire che lui, da circa otto anni ormai, non gode di nessun “potere corruttivo”. Nel frattempo, nonostante le accuse politiche, nonostante il continuo e assordante accanimento verbale dell’attuale primo ministro e della propaganda governativa e mediatica contro di lui, nessun processo legale, in Albania e/o altrove, ha trattato quelle accuse e, men che meno, ha condannato l’ex primo ministro. Colui che dal 19 maggio scorso è stato dichiarato “persona non grata” per gli Stati Uniti d’America. Bisogna sottolineare che lui è anche il capo storico del partito democratico, il primo partito oppositore alla dittatura comunista, fondato in Albania nel 1990. Mentre l’attuale primo ministro è anche lui, dal 2005, il capo del partito socialista nel quale si “commutò”, nel 1991, il partito comunista albanese, l’unico partito durante la dittatura. Bisogna tenere presente anche che l’attuale primo ministro albanese, conoscendo il suo modo di fare e le immense potenzialità di cui dispone, non avrebbe mai e poi mai risparmiato il suo predecessore e avversario politico.

    Nel frattempo bisogna sottolineare che naturalmente l’Albania, per gli Stati Uniti d’America, non rappresenta un Paese al quale bisogna prestare nessuna attenzione particolare. Questo per diverse ed ovvie ragioni. Perciò, anche nel Dipartimento di Stato, dell’Albania si occupa qualche ufficio “periferico”, il cui compito è quello di procurare, mettere insieme ed elaborare informazioni e materiali che riguardano quello che accade lì, nella regione dei Balcani e che potrebbe “nuocere” agli interessi statunitensi. Oppure degli interessi, sempre nella stessa regione, di qualche “potere occulto” che è sempre in grado di esercitare delle influenzare lobbistiche su determinati uffici e/o funzionari di vari livelli dell’amministrazione statunitense. Nonostante quello che l’Albania rappresenta realmente per gli Stati Uniti d’America, per principio e comunque, nel rispetto e per garantire la credibilità delle istituzioni, dovrebbe essere sempre importante verificare prima l’attendibilità della fonte dalla quale provengono le informazioni e i materiali. Come dovrebbe essere altrettanto importante verificare la veridicità di quelle informazioni e del contenuto di quei materiali che verranno in seguito elaborati. Nel caso in questione, soltanto due giorni dopo che il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America dichiarava l’ex primo ministro albanese “persona non grata”, proprio dal Dipartimento di Stato sono state rese note anche le fonti dell’informazione e dei materiali che hanno costituito la base della drastica decisione presa. Alla richiesta di un media albanese fatta al Dipartimento di Stato è stata data ufficialmente la risposta che le informazioni e il materiale elaborato sul caso dell’ex primo ministro erano procurati dai media e dalle organizzazioni della società civile in Albania! Ebbene, chi conosce abbastanza la realtà albanese dovrebbe sapere benissimo anche che sia la maggior parte dei media che quelle organizzazioni della società civile da tempo sono controllate e pagate dal governo albanese e/o da chi per lui! Queste palesi verità le dovrebbero sapere anche gli impiegati dei vari uffici dell’ambasciata statunitense in Albania! Proprio quelli che devono procurare e poi preparare le dovute informazioni per i loro superiori negli Stati Uniti. Ma visto quanto è accaduto vengono naturali le domande: come mai l’ambasciatrice statunitense, che rappresenta ed è responsabile di quegli impiegati, sostiene, in fin dei conti, l’operato del primo ministro?! Come mai lei non vede, non sente e non conosce tutto ciò che accade realmente in Albania?! Come mai lei non se ne accorge della galoppante corruzione, del devastante abuso di potere, del diretto coinvolgimento della criminalità nei processi elettorali?! Come anche del coinvolgimento, in palese violazione della legge, della polizia di Stato negli stessi processi! E come mai lei non vede e non se ne accorge neanche del totale e palese fallimento della riforma del sistema di giustizia, che lei ha così tanto a cuore?! Un sistema messo ormai sotto il diretto controllo del primo ministro! Anche quanto è accaduto e denunciato prima, durante e dopo le elezioni del 25 aprile scorso ne rappresenta una inconfutabile testimonianza di tutto ciò! In più, sempre dalla sopracitata risposta del Dipartimento di Stato alla richiesta del media albanese risulta che parte delle informazioni e del materiale elaborato sul caso dell’ex primo ministro albanese dichiarato “persona non grata” dal Segretario di Stato sono state procurate dai rapporti preparati dallo stesso governo albanese! Tutto ciò potrebbe far capire al nostro lettore l’attendibilità delle fonti usate, la veridicità delle informazioni e del materiale raccolto e poi elaborato e la serietà/credibilità della decisione presa dal Dipartimento di Stato e dichiarato dal Segretario di Stato sul suo account personale Twitter il 19 maggio scorso!

    Immediata è stata anche la reazione del diretto interessato, l’ex primo ministro albanese. Con una risposta pubblica al Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, lui ribadiva il suo rammarico per la decisione presa, considerandola “senza nessuna base concreta”. Lui invitava il Segretario di Stato a “…rendere pubblico ogni fatto e documento che la Sua amministrazione, oppure chiunque al mondo, potesse avere a disposizione, per argomentare la Sua pretesa”. In seguito, come ha dichiarato anche durante una conferenza stampa, l’ex primo ministro ha presentato ricorso, come libero cittadino, accusando di calunnia il Segretario di Stato presso il Tribunale correzionale (Tribunal correctionnel; n.d.a.) di Parigi. Adesso tutto rimane ad essere seguito!

    Bisogna informare il nostro lettore che le sopracitate accuse del Segretario di Stato nei confronti dell’ex primo ministro albanese sono tutt’altro che convincenti. Anche se si fa riferimento al periodo prima del 2013. Sì, perché la stessa persona, nel 2009, quando era il consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vice presidente Biden, ha usato parole ben diverse ed elogiative nei confronti dell’allora primo ministro albanese e adesso da lui accusato e dichiarato persona “non grata”! Sono proprio sue le seguenti parole rivolte nel 2009 al primo ministro, quale rappresentante del governo albanese. L’attuale Segretario di Stato allora diceva: “Io valuto il successo del governo albanese nella lotta contro la criminalità organizzata, la corruzione e le riforme economiche”. E si tratta della stessa persona, l’ex primo ministro albanese, allora elogiato e adesso accusato e dichiarato “non grato” dalla stessa persona, allora consigliere per la sicurezza nazionale del vice presidente Biden e adesso suo Segretario di Stato. Eloquenti contraddizioni quelle del Segretario di Stato, ma anche eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali. Lui, però, sa certamente anche il perché di simili atteggiamenti pubblici!

    Ma purtroppo quello suo non è l’unico caso con il quale si mette in dubbio la serietà e l’imparzialità delle decisioni prese dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di un altro eclatante caso accaduto quattro mesi fa. Allora egli scriveva che “Il 23 febbraio scorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha conferito un nuovo Premio, quello dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”, a dodici personalità scelte che operano nel campo della giustizia in altrettanti Paesi del mondo”. Tra quei dodici premiati c’era anche un giudice albanese. Quel giudice premiato dall’attuale Segretario di Stato è “…una persona molto “chiacchierata” in questi ultimi anni. Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista […].Ma si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge”. (Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura; 1 marzo 2021).

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare questo argomento. Egli si chiede però quanto ne sappia il Segretario di Stato sull’Albania di oggi. Perché, come diceva alcuni giorni fa un ex ambasciatore italiano in Albania, la realpolitik pratica è particolarmente pericolosa, quando l’ignoranza prevale sulla sapienza. Anche perché, come era convinto Plutarco circa duemila anni fa, l’arroganza, la presunzione, il protagonismo sono tra i difetti da cui occorre guardarsi. Chi scrive queste righe aggiunge anche l’incoerenza.

  • Tregua tra Usa e Ue su acciaio e alluminio: Bruxelles ferma le tariffe

    Cambio di passo tra Washington e Bruxelles sul fronte dei dazi. Dopo le tariffe decise dall’ex presidente statunitense Donald Trump, l’avvento di Joe Biden sembra aver ripristinato venti d’intesa. L’Unione europea sospenderà infatti temporaneamente il previsto aumento dei dazi su acciaio e alluminio statunitense. Lo annuncia una nota congiunta, spiegando che è stata riconosciuta da entrambi la “necessità di soluzioni efficaci che preservino le nostre industrie rilevanti”. Washington e Bruxelles “hanno concordato di tracciare un percorso che ponga fine alle controversie del Wto dopo l’applicazione delle tariffe statunitensi sulle importazioni dall’Ue”.

    Era stato Trump a firmare nel 2018 lo storico decreto che imponeva dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio che entrano negli Stati Uniti. In risposta l’Ue aveva reagito con dazi del 25% su prodotti iconici Usa tra cui bourbon, jeans e motociclette Harley Davidson. Proprio queste tariffe avrebbero dovuto essere rinnovate automaticamente il prossimo 1 giugno. L’accordo raggiunto alcuni giorni fa tra Usa e Ue “ci dà spazio per trovare soluzioni comuni a questa controversia e affrontare l’eccesso di capacità globale”, ha scritto su Twitter il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, che ha anche la delega al Commercio.  Lo sforzo con la controparte statunitense è definire un accordo “entro fine anno”, ha aggiunto. “Possiamo preservare le nostre industrie fondamentali e trovare soluzioni efficaci entro la fine dell’anno”, ha sottolineato anche la Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti Katherine Tai.

    Lo stop ai dazi tra Washington e Bruxelles è senz’altro una buona notizia per le industrie che necessitano di acciaio e alluminio, o almeno per quelle del Vecchio continente che denunciano difficoltà di approvvigionamento. In occasione dell’intesa i diplomatici Usa e Ue hanno riconosciuto l’impatto sulle loro industrie derivante dall’eccesso di capacità globale guidato in gran parte da terze parti come – e soprattutto – la Cina. “Le distorsioni che derivanti da questa capacità in eccesso rappresentano una seria minaccia per le industrie dell’acciaio e dell’alluminio dell’Ue e Usa orientate al mercato e per i lavoratori di tali industrie”, si legge in un comunicato congiunto delle parti che “hanno convenuto che, poiché gli Stati Uniti e gli Stati membri dell’Ue sono alleati e partner, condividendo interessi di sicurezza nazionale simili a quelli delle economie democratiche e di mercato, possono collaborare per promuovere standard elevati, affrontare le preoccupazioni condivise e mantenere paesi come la Cina che sostengono la distorsione del commercio politiche da tenere in considerazione”, sottolineano.

  • L’Iran si conferma un posto insicuro per le feluche: diplomatica svizzera precipita dal balcone

    È giallo in Iran sulla morte di una diplomatica svizzera, trovata senza vita in un’area verde nei pressi del palazzo in cui abitava a Teheran. Secondo una prima ricostruzione, la 52enne sarebbe precipitata dal 18esimo piano di un edificio nel quartiere di Kamranieh, nella zona nord della città che nel ’79 ospitò l’aggressione e il sequestro degli americani in servizio presso l’ambasciata Usa. Una tragedia su cui le unità specializzate della polizia iraniana hanno aperto un’inchiesta, escludendo al momento l’ipotesi di un suicidio. Quando è stato rinvenuto il cadavere, ha riferito il portavoce del Dipartimento per le emergenze di Teheran, Mojtaba Khaledi, la donna era già “morta da un po’ di tempo”.

    La funzionaria lavorava presso l’ambasciata di Berna, spesso al centro dell’attenzione perché incaricata di curare gli interessi degli Stati Uniti nel Paese dalla rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica nel 1980. “Stamani, la cameriera della diplomatica è andata a casa sua. Non avendola trovata, ha chiamato la polizia. Successivamente, un addetto alla manutenzione in un giardino vicino all’edificio ha trovato il corpo, che è stato riconosciuto dal portiere del palazzo”, ha riferito Khaledi.

    Le indagini non escludono l’incidente né l’omicidio. Il corpo presentava fratture alla testa e a un braccio. Sarà l’autopsia a stabilire se siano effettivamente compatibili con la caduta da un balcone o una finestra, e se siano riscontrabili segni di violenza o colluttazioni. Il corpo è già stato messo a disposizione del medico legale. A Berna, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis si è detto “scioccato dalla tragica morte” e ha espresso le sue “più profonde condoglianze alla famiglia”. Le autorità svizzere, che seguono la vicenda in coordinamento con quelle iraniane, non hanno fornito al momento dettagli sulle circostanze del decesso, né il nome della diplomatica per tutelarne la privacy. Dal canto suo, il ministero degli Esteri di Teheran ha inviato le sue condoglianze e promesso una rapida conclusione delle indagini.

    Il drammatico episodio giunge in un momento molto delicato per l’Iran, impegnato a Vienna con i partner dell’accordo nucleare nei negoziati sul ritorno degli Usa e la rimozione delle sanzioni. Trattative che secondo la Russia continuano a far segnare “progressi”. Ma la fase è tesa anche sul piano interno, dove a un mese e mezzo dalle presidenziali è scontro tra i fondamentalisti e i moderati dell’uscente Hassan Rohani sull’audio rubato in cui il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif criticava il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa nel 2020. Un clima di accuse e sospetti che rischia di avvelenarsi ancora.

  • More guns than people: Why tighter U.S. firearms laws are unlikely

    WASHINGTON (Reuters) – President Joe Biden announced limited measures to tackle gun violence in the United States last week, but more ambitious steps will be harder to enact despite widespread public support.

    Here are some facts about gun violence in the United States:

    HOW MANY AMERICANS OWN GUNS?

    With about 121 firearms in circulation for every 100 residents, the United States is by far the most heavily armed society in the world, according to the Geneva-based Small Arms Survey, a research group.

    However, gun ownership is becoming less common across the country. One in three U.S. households owned firearms in 2016, down from nearly half in 1990, according to the RAND Corp think tank. Ownership varies significantly by state: 66% of Montana households owned firearms, compared with just 8% in New Jersey.

    WHAT SORT OF LAWS GOVERN FIREARMS?

    The Second Amendment of the U.S. Constitution enshrines the “right to bear arms,” which the Supreme Court has interpreted to allow individuals to keep handguns at home for self-defense. The conservative-leaning court may soon decide whether gun owners can carry guns outside the home.

    The federal government requires most gun buyers to clear a criminal background check and tightly regulates ownership of machine guns, which are fully automatic, and silencers.

    Most other gun laws are set at the state level, where policies vary widely here.

    Many Democratic-dominated states have tightened their laws in recent years.

    California, for example, has banned military-style semi-automatic “assault weapons” and large-capacity magazines and has the most robust “red flag” system, which allows authorities to take firearms away from people determined to be dangerous.

    The state also prohibits people from carrying loaded firearms in public — a practice known as “open carry” — and gun owners must get a permit before carrying a concealed loaded weapon.

    Gun laws are much more permissive in rural states, including Idaho, Kentucky and Wyoming.

    Mississippi has the most permissive U.S. laws, according to the Giffords Law Center, a gun-control group. Residents of that state do not need a permit to carry loaded weapons, whether openly or concealed, and sales of “assault weapons” and large-capacity magazines are legal. Buyers do not face waiting periods and the state does not have a red-flag law.

    Mississippi and 28 other states also have enacted “Stand Your Ground” laws that allow people to use deadly force when they feel threatened.

    WHAT IMPACT DOES THIS HAVE?

    Americans aren’t necessarily more violent than other cultures – but their disputes are more likely to turn deadly, expert say.

    University of Iowa criminology professor Mark Berg found the rates of assault in the United States are similar to other countries, but homicide rates are higher due to the prevalence of guns.

    Firearms were a factor in 39,740 U.S. deaths in 2018, according to the Centers for Disease Control and Prevention (CDC), similar to the number caused by motor-vehicle accidents. Suicides account for six out of 10 gun deaths.

    WILL GUN LAWS CHANGE?

    Gun rights are one of the most divisive issues in American politics. Supporters see firearms as an important tool for self-defense, target shooting and hunting, as well as a powerful symbol of individual rights. Critics say America’s permissive approach leads to tens of thousands of deaths each year.

    High-profile mass shootings have increased public pressure to tighten regulations. Most Americans support here tougher gun laws, according to Reuters/Ipsos polling, but Washington has done little to address the problem in recent years.

    One reason: Small, rural states where gun ownership is widespread have disproportionate influence in the U.S. Senate, where a supermajority of 60 votes is needed to advance most legislation in the 100-seat chamber.

    The Democratic-controlled House of Representatives passed legislation expanding background checks last month, but it faces long odds in the Senate, which is split 50-50 between the two parties.

    With Congress deadlocked, presidents have acted on their own.

    After a 2018 mass shooting in Las Vegas that killed 58 people, then-President Donald Trump banned “bump stocks” that allow semi-automatic rifles to fire at a rate similar to automatic ones.

    But Trump, a Republican, also made it easier for people with mental illness to buy guns.

    Biden, a Democrat, aims to tighten regulations on self-assembled “ghost guns” that currently can be sold without serial numbers or background checks and to make it easier for states to adopt red-flag laws.

    CHANGING POLITICS?

    The political landscape may be changing. The National Rifle Association (NRA) has been one of the most influential gun rights lobbying groups in Washington for decades, but has been hobbled in recent years by infighting. The group recently filed for bankruptcy in an attempt to stave off a legal challenge in New York.

    The NRA gave $30 million to candidates in the 2020 presidential and congressional elections, down from $55 million in 2016, according to the Center for Responsive Politics.

    Meanwhile, advocacy groups like Moms Demand Action that back stronger restrictions have stepped up lobbying expenses over the past decade, though they still trail gun-rights groups as a whole.

    Reporting by Andy Sullivan; Additional reporting by Lawrence Hurley; Editing by Scott Malone and Jonathan Oatis

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