Usa

  • Battuta di arresto per la manifattura cinese

    Per il secondo mese consecutivo rallenta la crescita dell’attività manifatturiera cinese per effetto della disputa commerciale con gli Stati Uniti. Lo rileva l’indice Pmi manifatturiero che, nel mese di ottobre, si è attestato infatti a 50,2 da 50,8 del mese precedente, risultando inferiore alle attese degli economisti, che prospettavano una lettura a 50,6.

  • Rana e Barilla brevettano le proprie paste negli Usa

    Penne, spaghetti, fusilli, ma anche tortellini, agnolotti e ravioli sono patrimonio comune della cucina italiana e non sono quindi esclusivi per alcun produttore dell’industria italiana della pasta. Il loro valore, di conseguenza, non sta tanto nelle forme geometriche quanto nelle ricette: penne all’arrabbiata, trenette al pesto, tortellini in brodo, spaghetti alla chitarra e orecchiette con cime di rapa.

    Alcune grandi aziende come Barilla e Giovanni Rana hanno voluto intraprendere un nuovo percorso per rivalorizzare le forme della pasta, rendendole patrimonio aziendale e hanno chiesto, ottenendola, la protezione internazionale dall’Ufficio brevetti degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuovi formati.

    La multinazionale parmense Barilla, leader di mercato nel settore della pasta in America, ha ottenuto l’approvazione per il design esclusivo di sette nuovi formati di pasta creati con una stampante 3D (un nuovo progetto che potrebbe aprire un nuovo percorso nell’approccio al consumo di pasta). La società sta ancora lavorando allo sviluppo di questa idea. I formati brevettati di Barilla sono stati sviluppati da designer italiani e internazionali, come Antonio Gagliardi, che ha lavorato a Barilla fino al 2017 nel reparto di ricerca e sviluppo, e in futuro potrebbero forse essere sviluppati commercialmente attraverso la distribuzione di stampanti 3D.

    Parallelamente Giovanni Rana – il cui fatturato legato alle esportazioni proviene in gran parte dagli Stati Uniti – ha ottenuto la protezione di quattro forme di ravioli. Il fondatore dell’azienda italiana Giovanni è ora il proprietario del design. I nuovi formati spaziano da un’amigdala a una palla da rugby, a una farfalla stilizzata, ecc. Non è la prima volta che Rana mette sotto protezione del design per uno dei suoi prodotti. Nel 2012 e nel 2013 alcune altre forme di ravioli – disegnate da Gian Luca Rana – sono state brevettate e quindi prodotte.

    Viceversa, nessun brevetto negli Stati Uniti per De Cecco, un altro grande nome nel settore della pasta italiana, che è ben noto all’estero. Negli ultimi anni, l’unico modello di design per cui l’azienda ha ottenuto protezione è una bottiglia – disegnata da Saturnino De Cecco – utilizzata per la sua linea di oli extra vergine di oliva.

  • I consigli di Bannon non fanno breccia tra i partiti euroscettici al Parlamento europeo

    Il gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà all’Europarlamento (Enf), di cui fanno parte la Lega e l’ex Fn francese, il Rassemblement national, resta interessato a dialogare con l’ex consigliere della Casa Bianca Steve Bannon, ma per il momento non aderisce al suo progetto di unire tutte le forze sovraniste alle elezioni europee. Lo schieramento ha preso le distanze dalle dichiarazioni del politico belga Mischael Modrikamen, co-fondatore del movimento lanciato da Bannon, ma – assicurano dal gruppo – non con l’intenzione di chiudere all’ex consigliere di Trump.

    “Abbiamo incontrato più volte Steve Bannon, siamo interessati alla sua iniziativa ma non vogliamo lavorare con Modrikamen”, spiega il co-presidente del gruppo europarlamentare Enf, l’eurodeputato francese di Rn Nicolas Bay. A urtare la sensibilità dei partiti rappresentati nel board del gruppo europarlamentare, è il fatto che il politico belga abbia parlato a nome dell’Enf. Borghezio spiega che quella del gruppo contro Modrikamen è stata una “posizione prudenziale”, “burocratica”, perché il politico belga non poteva parlare a nome dell’intero schieramento. Borghezio assicura anche che per il momento l’ipotesi dell’adesione della Lega al movimento di Bannon non è sul tavolo. “Non siamo la sezione italiana del movimento di Bannon”, insiste l’europarlamentare sottolineando che la Lega è proiettata verso “uno schieramento europeo”, mentre l’ex consigliere di Trump “ha creato un movimento che dialoga con l’Europa, ma che non nasce in Europa”.

    L’eurodeputato leghista non esclude quindi un’eventuale partecipazione del gruppo al summit di “The Movement” a gennaio, ma ribadisce l’estraneità della Lega al progetto di Bannon. “Mi ha anche un po’ stupito – sottolinea Borghezio – il fatto che Fratelli d’Italia si sia immediatamente affiliata a ‘The Movement’”. Lo stesso ex stratega di Trump negli Usa non gode più di grande popolarità, né tra gli elettori né tra i repubblicani: all’ultimo comizio per la campagna elettorale di Midterm a Buffalo, ad ascoltarlo c’erano appena 200 persone e nessun esponente politico.

  • The Khashoggi Affair: Challenging US-Saudi Relations and the Stability of the Kingdom

    The Khashoggi affair, which is far from over, poses the most significant challenge to US-Saudi relations since the 9/11 terrorist attacks in the United States. Thus far, the administration’s response reflects uncertainty and ambivalence, given its understanding that Riyadh’s conduct demands a response, versus its hope that it will not be forced to acknowledge the failure of its Middle East policy, which assigns Saudi Arabia a critical role, particularly in the efforts to contain Iran. The recent events have intensified the internal unrest that has marked the kingdom for some time, against the background of the confrontational conduct of Crown Prince Mohammad bin Salman. It is important to prepare for a period of instability in the kingdom, and more important, for possible shocks to US-Saudi relations. Both these developments can be expected to impact directly and negatively on Israel’s interests, and on Israel’s ability to view Saudi Arabia as a viable partner in pursuing common goals.

    The Saudi statement that journalist Jamal Khashoggi died in the course of an altercation inside the Saudi consulate in Istanbul, and that the officials responsible, including senior Saudi officials, have been arrested and removed from their posts, was met with a positive initial reaction from US President Donald Trump. The White House, however, like other state leaderships around the world, has emphasized that the picture is not complete, and that the Saudis bear the burden of continuing the investigation and providing answers to many outstanding questions. Demands are also increasing for an independent international investigation of the matter. Parties in the West, including the US Secretary of Treasury, the Finance Ministers of Britain, Germany, and France, and the head of the International Monetary Fund, have refrained from taking part in the conference “The Future Investment Initiative”, which opened on October 23, 2018 under the auspices of the Crown Prince himself.

    The responses of President Trump and other US administration officials since the beginning of the incident have reflected their sense of being torn between an understanding that the Saudi conduct demands a response, and the hope that it will not be necessary to acknowledge the failure of the policy the US has pursued thus far vis-à-vis the kingdom, including the decision to place its hopes in Crown Prince Mohammad bin Salman (MBS); this could well endanger interests that the President has defined as essential interests. They include:

    • The President’s Image: On the one hand, concern is mounting that the incident will cast a dark shadow over the president’s judgment. Newspaper reports have noted that behind closed doors, President Trump has stressed that the close relations between his son-in-law, Jared Kushner, and the Saudi Crown Prince are a burden on US policy. The President and his administration understand that they are already taken for granted by the Saudi leadership, based on the assessment that Riyadh has them in its pocket, and that their response will help the kingdom overcome the impact of the incident. On the other hand, Trump has no interest in being perceived as a weak and hesitant leader.
    • Economic Issues: President Trump has repeatedly emphasized the price of harming Saudi investments in the United States, particularly in light of promises to purchase $110 billion in weapons (although there are doubts whether the deals in question will actually be implemented in full). The importance he assigns to this issue, and to the possible risks that would stem from imposing sanctions on Saudi Arabia, also figure in the context of the US mid-term elections (November 2018) and the desire to take advantage of the improved economic conditions in the United States as leverage to improve Republican candidates’ chances of being elected. With regard to the Saudi issue – as opposed to the issue of Supreme Court Justice Brett Kavanaugh – significant gaps exist between President Trump and leading Republican lawmakers considered close to the President, who are demanding a strong United States response to the Saudi actions.
    • Regional Policy: Even prior to the Khashoggi incident, questions emerged regarding Saudi Arabia’s ability to fulfill the central role the Trump administration had designated for it in advancing its efforts to contain and restrain Iran in the Middle East. In the United States, as in Israel, great hopes were pinned on Mohammad bin Salman, whom they regarded as a partner in the struggle against Iran and in the regional peace process. However, many in the United States now harbor far more limited expectations, particularly in light of their annoyance with Riyadh’s conduct in the war in Yemen, in the crisis vis-à-vis Qatar, and the temporary arrest of Lebanese Prime Minister Saad Hariri in the Saudi capital.

    Thus the incident continues to reverberate in the United States and the international arena, even after the Saudi version on the altercation in the consulate. Many parties, including in the regional arena (Turkey, Iran, and Qatar), have no interest in allowing the incident to disappear from the headlines. Presumably the American administration, perhaps for lack of an alternative, has yet to announce it feels the matter is closed. It is doubtful whether President Trump’s attempt to distinguish in the public mindset between the failings of the Saudi leadership on the one hand, and the role assigned to the kingdom of an important and credible strategic partner on the other hand, will succeed enough to reduce the pressure on him to issue a severe response.

    The Khashoggi affair, which is still far from over, poses the most significant challenge to US-Saudi relations since the 9/11 terrorist attacks in the United States. At least in one sense it is even more serious, as it challenges Saudi Arabia’s internal stability. At the time of the 2001 attacks in the United States, the royal family was unified and mobilized to preserve their common interests. The royal family that confronts the current incident, however, is not unified, and MBS has many opponents in the religious establishment, as well as among his half-brothers and uncles. Under the collective rule of the Ibn Saud family, which created checks and balances and resulted in a cautious and well thought-out policy that was consistent with Saudi capabilities and interests, MBS has instituted a centralized autonomous rule that employs violent methods to silence opponents.

    The monarchy was surprised by the severity of the responses to the Khashoggi affair in the international community, and as in other cases, appears to have been unprepared to deal with the fallout. Khaled bin Salman, the Saudi ambassador in Washington who is a brother of MBS and from this point on may be designated to play a more central role in the decision making process (that thus far has lacked thought and planning), has been summoned hastily to Riyadh. From a policy perspective, it appears that the King understands that his son the Crown Prince went too far, must be restrained, and must embrace a more thoughtful and cautious policy that will not result in unnecessary criticism at home or abroad. However, the King himself is elderly and ill, and the extent to which he is capable of controlling events is not entirely clear. As a result, concern exists regarding the stability of the kingdom.

    Both Washington and Jerusalem have an interest in stability of the kingdom. Consequently, Riyadh can leverage this asset, and in an effort to distance itself from some of the negative impacts of the Khashoggi affair, may suggest increasing its efforts in the struggle against Iran. It may also attempt to convince the US that there is no alternative to the current leadership regarding the necessary internal reforms, despite a worsening in the major economic parameters since the appointment of MBS as Crown Prince: in 2017 the scope of foreign investments in the kingdom (FDI) was at a 14 year low of $1.4 billion, given the fear of foreign investors and the fact that wealthy Saudis are pulling their money out of the kingdom at an unprecedented rate.

    Against this background, there is clear concern within the US administration that a possible deterioration in relations between the two countries will illustrate that President Trump’s gamble on the Saudi leadership as the backbone of his policy in the Middle East was mistaken. In practice, as the threat to the kingdom’s internal stability continues to rise on the eve of the imposition of a significant round of sanctions on Iran, there are new questions regarding the validity of the United States strategy, which aims to contain Iran in the region by means of a Saudi-led Arab coalition that constitutes the “foot on the ground” that sets in motion operative measures to curb Iran.

    Many in the US and in Israel, motivated by various interests, praised MBS despite the warning signs that began to emerge some time ago. The uncertainty in the kingdom is considerable, and the sensitivity will only increase as the king’s succession draws near. Not only is this first time that the crown is passed to a grandson of the founder of the kingdom (as opposed to a son), but the Crown Prince has acquired many opponents and has yet to stabilize his role. A period of instability in Saudi Arabia and shocks to US-Saudi relations could have a direct and detrimental impact on Israeli interests and Israel’s ability to view Saudi Arabia as a partner in its efforts to pursue common goals.

     

  • Bannon indice per gennaio il vertice degli euroscettici europei

    ‘The Movement’, il movimento per sostenere i populisti anti-Ue per le elezioni europee di maggio 2019, scalda i motori in vista del suo primo vertice che si terrà a metà gennaio a Bruxelles. Ad annunciarlo in un’intervista e EUobserver è stato il politico belga, Mischael Modrikamen, cofondatore del movimento insieme all’ex stratega del presidente Usa Donald Trump, Steve Bannon. “Quando avremo il vertice avremo 20, o 25 o 30 gruppi, movimenti dall’Europa, o forse da altre parti del mondo, con uno o due rappresentanti, e forse uno o due presidenti onorari”, ha detto. The Movement ha riscosso particolare attenzione nella destra populista-radicale e nel fronte del nazionalismo economico, in vista delle elezioni del Parlamento europeo a maggio 2019. Tra le personalità che vi figurano anche il vicepremier Matteo Salvini – scrive EUobserver – e stando a Modrikamen si è in trattativa con Jair Bolsonaro, il candidato presidenziale di estrema destra del Brasile, che però non avrebbe confermato o negato. Il politico belga ha annunciato che avrebbe cercato di incontrare il deputato nazionalista francese di destra Nicolas Dupont-Aignan, i democratici svedesi e altri per farli aderire.

  • Il debito Usa più che raddoppiato

    Il decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice «fatto del passato». Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare.

    Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale. E che proprio ieri sono esplosi un po’ ovunque nel mondo. Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato. L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247 mila miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: «Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump».

    L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21 mila miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare. Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008.

    I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa. Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari.

    L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.

    Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28mila miliardi del 2010 ai 45mila di oggi. Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. «Siamo in una bolla», e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria. Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac. Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi.

    Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale

    *già sottosegretario all’Economia **economista

    Da ItaliaOggi del 13 ottobre 2018

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Meno dollaro e più euro nelle transazioni internazionali

    Lo sapevate che le imprese europee comprano aeroplani europei pagando in dollari anziché in euro? Lo ha detto Juncker, il presidente della Commissione europea, nel recente discorso sullo stato dell’Unione europea di fronte al Parlamento europeo e ce lo ricorda Paolo Raimondi, in un articolo pubblicato il 19 settembre su “Italia Oggi”. In un messaggio molto importante dal punto di vista geopolitico, messaggio che non si può ignorare e che, anzi, deve essere ricordato dopo le elezioni europee del maggio prossimo, Juncker ha detto che “l’euro deve avere un ruolo internazionale” e che “E’ già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa”. Ed ha aggiunto: “E’ assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari all’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale”. Ed ha citato a questo punto l’anomalia del pagamento in dollari di aerei europei da parte di imprese europee. Il dito è stato messo correttamente sulla piaga e bisogna dare atto a Juncker d’averlo fatto con convinzione e con la volontà di modificare la situazione. Tanto la nuova Commissione, quanto il Parlamento europeo che uscirà dalle urne, non potranno più far finta che il problema della prevalenza, molte volte ingiustificata, del dollaro esiste e che va risolto tenendo conto delle nuove realtà venutesi a creare nel mondo, come la presenza dell’euro nel pagamento degli scambi internazionali e dei Brics (Associazione in economia di 5 paesi: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). L’euro potrebbe diventare la leva per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale. Perché ciò possa accadere, l’euro deve essere rafforzato con i necessari miglioramenti del sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea. In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi Brics per cambiare profondamente la governance economica e monetaria del mondo, oggi ancora troppo dominata dal dollaro. Fantasia illuminata, sogni che corrono troppo? Non diremmo. Già ora i Brics operano tra loro con le rispettive monete nazionali, ma il loro peso sarebbe nullo senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro. Le possibilità di modificare il sistema non possono prescindere da questa nuova realtà rappresentata dall’Europa e dalla sua moneta. Tra l’altro, anche l’America ci mette del suo. I conflitti commerciali continui, infatti, combinato con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti e stanno provocando importanti reazioni in tutti i continenti. La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso  dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, si dà da fare per scavalcare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, è convinta che si stia bruscamente passando dagli investimenti stranieri in titoli americani, ai titoli cinesi in Yuan. Nei prossimi cinque anni si prevede il collocamento di titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a scapito dei titoli di stato Usa. Inoltre, tutti i paesi che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. Iran e Iraq hanno già eliminato il dollaro come valuta principale del loro commercio bilaterale. Teheran sta abbandonando la valuta americana per fare i pagamenti internazionali in euro nel settore petrolifero. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. Anche la Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina. La Russia fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia. Anche i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo l’idea di introdurre una moneta unica. Siamo consapevoli che esistono molti ostacoli alla “dedollarizzazione”. L’instabilità dei cambi valutari e la forte svalutazione delle valute in molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro rappresentano ancora un potente freno, ma i comportamenti protezionistici Usa spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung, le ha confermato di recente e persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo contro il dollaro nel mondo è stato avviato e non può più essere fermato. Oggi il 70% di tutte le transazioni del commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le varie monete asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi soltanto in moneta americana. Fino a quando? Non sarà così a lungo. Ecco perché Juncker ha ragione quando auspica un ruolo internazionale per l’euro. Ma questo ruolo non cadrà dall’alto. E’ necessario che l’Europa non stia alla finestra e si decida a muoversi politicamente verso l’obiettivo suggerito dal presidente della Commissione europea.

    Fonte: “Italia Oggi”del 19 settembre 2018

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Tra i cinque più importanti think tank politici italiani c’è la Fondazione Italia USA

    La Fondazione Italia USA è tra i 5 più importanti think tank politici italiani, secondo il rapporto ‘Cogito Ergo Sum 2018’ redatto da Openpolis. “Come analizzato anche nelle edizioni passate (2015 e 2017) cinque strutture sono particolarmente ricorrenti. Parliamo nello specifico di Aspen Institute Italia, Astrid, Fondazione Italia Usa, Italia Decide e Italianieuropei. Queste realtà, oltre ad essere composte da personalità politiche e accademiche di spicco, hanno, attraverso i propri membri, un numero elevato di collegamenti esterni”, sostiene la ricerca che ha preso in esame 121 think tank politici nel nostro Paese.
    La Fondazione Italia USA, classificata come completamente bipartisan, è anche la struttura con più legami e collegamenti tra tutte le 121 fondazioni ed associazioni esaminate: “Proprio la Fondazione Italia Usa è la realtà che, attraverso i suoi membri, ha più collegamenti esterni nella mappa delle fondazioni e associazioni politiche censite, ben 23. A seguire Italianieuropei, con 22, e Aspen Institute Italia, con 21”.
    “Le 3 realtà appena elencate sono anche sul podio delle strutture con più membri presenti in altre fondazioni o associazioni, nello specifico guida Italianieuropei con 30, seguita da Fondazione Italia Usa con 25 e Aspen Institute Italia con 22”.
    La Fondazione Italia USA non figura invece nelle classifiche dei finanziamenti, in quanto per scelta e a tutela della propria totale indipendenza non riceve alcuna forma di contributi, sussidi o sovvenzioni, neppure nella forma di incarichi professionali, da alcuna istituzione o ente pubblico, governativo o locale, né sponsorizzazioni o pubblicità da parte di aziende.

    Fonte: Newsletter Fondazione Italia USA

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