Usa

  • Tre anni…

    Tre anni di banali analisi che hanno interessato l’intera politica italiana ed europea assieme al mondo accademico tutte imperniate sulle critiche alla politica del presidente degli Stati Uniti Trump.

    Accademici, economisti ed esperti di ogni materia hanno omesso con colpevole ignoranza o disonestà intellettuale come la politica dei dazi fosse stata inaugurata ben prima dall’Unione Europea con l’introduzione della tutela della produzione di alluminio. Nessuno di questi dotti esponenti dell’intelligentia occidentale ha saputo interpretare la posizione dell’amministrazione statunitense anche nella ricerca di una rinnovata posizione di forza che si potesse esprimere in una nuova capacità negoziale.

    Supportata dal conseguimento dell’indipendenza energetica e dalla leadership di primo produttore al mondo di petrolio, l’amministrazione statunitense si sottrae al ricatto energetico che per anni ne ha condizionato la politica. Da questa posizione di rinnovata forza ottiene finalmente di riportare il colosso cinese all’interno di un primo perimetro di regole. Questa vittoria commerciale rappresenta, in altri termini, la cocente sconfitta delle politiche economiche dell’Unione Europea.

    Mai come in questi ultimi tre anni viene confermata, ancora una volta, l’dea che per far nascere un sentimento europeista sia necessario dimostrare le competenze e tutelare gli interessi economici dei propri cittadini. Questi ultimi  sono definiti in prima istanza dalla tutela del lavoro e di conseguenza della produzione industriale. Sembra incredibile invece come tutto il mondo europeo ed italiano in particolare guardino ad una svolta “Green”  dell’economia quando il sistema delle PMI italiano ha già raggiunto da anni traguardi considerevoli (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Mentre l’amministrazione statunitense nell’ultimo accordo del Nafta ha determinato la rialloocazione produttiva dell’Industria automobilistica precedentemente delocalizzata in Messico  la nostra classe dirigente si diletta nell’applicazione della legge di Samuelson (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/).

    Il raggiungimento della piena occupazione, la borsa di Wall Street ai massimi livelli aiutati sicuramente dalla raggiunta indipendenza energetica rappresentano inequivocabilmente i risultati raggiunti dall’amministrazione  statunitense. Contemporaneamente i traguardi conseguiti dal Presidente Trump e dalla sua amministrazione evidenziano in modo inequivocabile, ancora una volta, come il nostro ritardo sia indice di una crisi culturale della quale quella  economica ne rappresenta un aspetto fondamentale.

  • Il ritardo culturale accademico

    Considerati tra i maggiori esperti di economia mondiali i proff. Alesina e Giavazzi criticano le posizioni di Trump sui dazi (dimenticando come  questa politica sia stata avviata ben prima dalla stessa Unione Europea con l’alluminio) citando la legge di Samuelson. Sostanzialmente questa teoria afferma come  la differenza di costi di produzione tra Cina e Stati Uniti, per esempio, nella produzione di magliette e computer provocherà essenzialmente la sparizione nell’industria tessile negli Stati Uniti che verrà sviluppata (il termine delocalizzazione produttiva risulta sconosciuto) in Cina mentre la realizzazione dei prodotti alto di gamma, come i computer, troverà massimo sviluppo negli Stati Uniti.

    Questa teoria  dei “vantaggi comparati” si basa (semplificando) sulla analisi di  due Nazioni come Stati Uniti e Cina che presentano costi  del lavoro  fortemente differenti.

    E’ evidentemente come questa analisi comparativa possa venire applicata a tutte le nazioni dell’Occidente sviluppato rispetto a quelle del Medio ed estremo Oriente e dell’Africa Occidentale.

    La  maggiore incidenza percentuale dei costi di produzione per i prodotti a minore valore aggiunto rispetto ad una produzione alto di gamma inevitabilmente ha determinato lo spostamento della produzione, per esempio di magliette, nei paesi a basso costo di manodopera. (*)

    Francamente si rimanere basiti sentendo una teoria economica applicata “sic et simpliciter” in un contesto storico economico in continua e progressiva  evoluzione. Anche perché la storia contemporanea sta evidenziando come il vantaggio competitivo in ambito tecnologico (vedi 5G) proprio della Cina e dei paesi dell’estremo Oriente dimostri esattamente che la differenziazione tra prodotti di alto e basso di gamma come di alto o basso contenuto tecnologico risulti sostanzialmente superata in un’analisi comparativa.

    In più le delocalizzazioni produttive non vengono introdotte in applicazione dei principi della legge di Samuelson ma semplicemente hanno rappresentato l’applicazione del principio speculativo mediato dal settore finanziario al settore industriale. Una legittima strategia che presenta l’unico obiettivo non tanto della crescita delle aziende quanto della riduzione dei costi e di conseguenza di un maggiore rendimento del capitale investito (Roe).

    Sembra incredibile come due  tra i maggiori economisti del mondo non attribuiscano importanza in un’ottica di sviluppo strategico al “reshoring produttivo” (uno degli obiettivi della politica dell’amministrazione statunitense odierna).

    Inoltre, a puro titolo di cronaca, le ultime rilevazioni statistiche dimostrano come il nostro Paese non cresca da oltre vent’anni, quindi ben prima della nascita del mercato globale che avrebbe dovuto rappresentare la  panacea per lo sviluppo senza limiti e tanto meno confini. Inoltre la stessa globalizzazione, con la conseguente concorrenza tra sistemi fiscali nazionali, ha dimezzato le tassazione societaria (fonte WSJ) la quale non ha determinato come conseguenza alcun aumento dei consumi specialmente per le economie occidentali ed in particolare italiana.

    Il ritardo culturale viene poi dimostrato ancor più dalla mancata analisi del contesto contemporaneo  nel quale la digitalizzazione permette trasferimenti tecnologici in tempo reale indipendentemente dalla nazione nella quale  vengano  ideati ( https://marketingambientale.blogspot.com/2017/11/francesco-pontelli-economista.html?m=1).

    Il contesto economico contemporaneo viene inteso come cristallizzato e quindi privo di ogni evoluzione nell’analisi di Alesina e Giavazzi i quali  non riservano alcuna importanza al fattore  evolutivo.

    Se sono queste le intelligenze di riferimento vent’anni dopo l’ingresso nel terzo millennio dalle quali dovrebbero trovare uno spunto tutte le strategie economiche del mondo occidentale fermiamoci un attimo perché il loro ritardo culturale, esattamente come il nostalgico ritorno ai mercati bloccati e chiusi tanto cari ai sovranisti, non ci permettono di nutrire alcuna speranza.

    Il  vero declino culturale emerge quando le classi apicali della società continuano ad applicare regole economiche come se negli ultimi vent’anni non fosse cambiato il mondo nella sua globalità ma come  semplice esibizione di  puro nozionismo culturale. A questa si aggiunge l’incapacità di comprendere come il mondo digitalizzato, ormai  in aggiornamento perenne, rende inevitabile la rivisitazione e la rielaborazione di  ogni legge economica.

    Questo intervento in ambito economico rappresenta il segno del nostro declino inarrestabile e contemporaneamente le ragioni  del ritardo culturale di  una intera classe dirigente ed accademica. Ogni analisi economica decontestualizzata dalla evoluzione del mercato risulta assolutamente manieristica. Sicuramente la strategia deve virare verso la tutela del lavoratore più che del lavoro ma l’unico parametro oggettivo per valutare gli effetti positivi di ogni strategia o iniziativa economica viene rappresentato dalla semplice ricaduta positiva di occupazione stabile. Tutto il resto rappresenta poesia o peggio ancora ideologia.

    (*) Chissà se ricordano  i due professori  dove viene prodotta la Apple (https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_21/gli-errori-trump-nostri-4656361e-2422-11ea-8330-496805e4bde5.shtml)

     

  • I dazi Usa fanno calare le esportazioni cinesi

    Le esportazioni della Cina hanno registrato in novembre un calo dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In seguito ai dazi introdotti dagli Usa, il surplus del commercio estero cinese, sempre in novembre, è sceso a 38.730 miliardi di dollari (35.022 miliardi di euro) a fronte dei 42.911 miliardi di dollari (38.802 miliardi di euro) registrati a ottobre. Il surplus commerciale con gli Usa è passato da 26.450 a 24.600 miliardi di dollari(da23.917 a 22.244 miliardi di euro). Negli 11 primi mesi del 2019 il valore dell’interscambio commerciale Cina-Usa si è ridotto del 15,2% con un ribasso del 12,5% dell’export e del 23,3% dell’import.

    Gli analisti non si attendevano un andamento negativo delle esportazioni cinese, che erano anzi previste in rialzo dello 0,8% grazie al traino degli acquisti natalizi. Novembre è stato il quarto mese del 2019 in cui l’export cinese ha accusato una caduta. Il direttore dell’ufficio statistico dell’Amministrazione generale delle Dogane, Li Kuiwen, ha affermato che il calo si deve «al rallentamento della crescita economica e commerciale internazionale» e ha sostenuto che «l’economia cinese si mantiene stabile». Un segnale in tal senso, sarebbe l’incremento delle importazioni pari allo 0,3%, il che indica che la domanda interna è alta. È il primo dato positivo dell’import cinese dell’aprile scorso.

  • Gli Stati Uniti ripristinano i dazi sui prodotti siderurgici provenienti da Argentina e Brasile

    Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato via twitter che è intenzionato a ripristinare i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dal Brasile e dall’Argentina perché i due Paesi indebolendo le loro valute hanno colpito di conseguenza gli agricoltori americani. Entrambi i paesi, dopo aver accettato le quote, l’anno scorso sono stati esentati da tariffe su acciaio e alluminio, proprio quando Trump stava cercando di evitare una guerra commerciale con loro.

    Se il governo brasiliano ha fatto sapere di essere già in trattativa con Washington, il ministro della produzione argentino ha definito l’annuncio di Trump “inaspettato” e ha detto che avrebbe provato ad avviare dei colloqui con i funzionari statunitensi.

    Trump ha anche esortato la Banca Centrale americana a impedire ad altri paesi di svalutare le proprie valute, spiegando che tale manovra rende molto difficile per i produttori e gli agricoltori americani “esportare equamente le loro merci”.

  • Clinton calls UK decision to bury Russian election-meddling report “shameful”

    Former U.S. Secretary of State Hillary Clinton called the decision of the Conservative government to bury a parliamentary report on Russian meddling in UK politics “shameful.”

    The report by the parliament’s Intelligence and Security Committee (ISC) on Russian interference in UK democracy has been cleared by the security services. According to the BBC, it includes allegations of espionage, subversion, and election-meddling. It was sent to the British prime minister Boris Johnson on October 17.

    However, prime minister Johnson did not approve its publication and, therefore, it will not be seen before the December 12 vote. That means the publication of the report could be delayed for months or it may never see the light of day. Members of the parliament’s intelligence committee have been highly critical of Johnson’s failure to release the report.

    “I find it inexplicable that your government will not release a government report about Russian influence. Inexplicable and shameful,” Clinton told the BBC.

    “Every person who votes in this country deserves to see that report before your election happens,” Clinton added, going on to compare the US and the UK experiences. Clinton said that the US public should have known Russia’s engagement with the Trump campaign before the election.

    “There is no doubt – we know it in our country, we have seen it in Europe, we have seen it here – that Russia, in particular, is determined to try to shape the politics of Western democracies,” Clinton said.

    The British government claims that the publication of the report is a matter of normal procedure. Chief Secretary to the Treasury Rishi Sunak told the BBC that the report had to be “properly processed” before being made public. The same view was echoed by Chancellor Sajid Javid, who called the timescale of the publication “perfectly normal.”

    That is claim has been rejected by the Chair of the Committee responsible for the report, the Conservative former attorney general Dominic Grieve.

    Britain and the US have accused Russia of meddling in their electoral process. Moscow repeatedly denied any meddling, blaming all allegations to anti-Russian hysteria.

    The British parliament’s report was completed in March 2019 and includes testimonies and evidence from Britain’s main intelligence agencies, MI5, GCHQ and MI6. The CIA has produced similar reports.

    The Labour Party says that the report is not being published to avert any revelations of links between the former campaign manager of the Leave campaign and Johnson’s senior adviser, Dominic Cummings, to Russia.

  • Piroette geopolitiche e alleanze instabili

    Attenzione a scegliere e dichiarare alleanze e alleati!
    Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari.

    Da diversi mesi prima della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre scorso, essendo certo della  decisione negativa, il primo ministro albanese “minacciava” l’Unione europea e/o i singoli paesi dell’Unione con l’imminente pericolo proveniente da “certe influenze di paesi terzi, pronti a intervenire nella regione balcanica”. E non si faceva fatica a capire che quei “paesi terzi”, ai quali faceva lui riferimento, erano la Russia, la Cina, la Turchia e altri ancora. Ma le ‘minacce’ del primo ministro albanese non hanno influenzato la decisione dei capi di stato e di governo degli Stati membri dell’Unione. Il 18 ottobre scorso il Consiglio europeo ha chiuso in faccia la “porta europea” al primo ministro albanese. Con quella chiusura si sono sgretolate anche tutte le montature propagandistiche, sue e dei suoi. Per spostare l’attenzione dell’opinone pubblica da quella clamorosa sconfitta, il primo ministro e la propaganda governativa hanno subito accusato il presidente francese Macron come “l’unico nemico”. Accuse immediatamente smentite dal diretto interessato, accusando e schiaffeggiando, a sua volta, la misera propaganda del primo ministro e dei suoi, rendendo anche pubblico, quanto era accaduto realmente durante la riunione del Consiglio europeo, mentre si discuteva e si decideva sull’Albania. Il primo ministro albanese però ha fatto, come suo solito, orecchie da mercante e, con i suoi, ha pensato alla prossima mossa diversiva. Perché lui da tempo non governa più il paese, ma i suoi fallimenti e gli scandali continui, che coinvolgono lui e i suoi, cercando disperatamente di inventare l’ennesima diversione propagandistica per deviare l’attenzione pubblica.

    Questa volta al primo ministro albanese l’occasione è stata offerta da una conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali (US Policy in the Western Balkans), svoltasi a Tirana il 28 ottobre scorso. Ma questa volta la “scelta” non passa tramite il suo “amico e alleato strategico”, il presidente turco Erdogan. Il primo ministro albanese questa volta ha dichiarato “amore eterno” agli Stati Uniti d’America e ha fatte sue le scelte geopolitiche del presidente Trump nei Balcani occidentali. Proprio lui che, mentre la campagna elettorale negli Stati Uniti del 2016 era in pieno svolgimento, dichiarava più che convinto di non avere “nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. E pregava Dio che Trump non fosse eletto presidente. Ma dopo che le sue preghiere non sono state ascoltate e Trump fu eletto, il primo ministro albanese dichiarava che le sue opinioni espresse precedentemente erano non per il presidente Trump, ma per il “candidato Trump”! Senza batter ciglio e come se nulla fosse, il primo ministro albanese si “giustificava” per le sue precedenti parole, dichiarando che lui era diventato, dopo pochi mesi, convintamente contrario a quello che aveva detto prima e che “desiderava il successo del nuovo presidente degli Stati Uniti” (Sic!). La famosissima favola di Esopo, La volpe e l’uva, insegna sempre certi cambiamenti di atteggiamento.

    Durante la sopracitata conferenza sulla politica degli Stati Uniti nei Balcani occidentali, la rappresentante dell’ambasciata statunitense, riferendosi alla regione, dichiarava che la Russia “insiste nell’esportare nient’altro che il caos”. Lei ha parlato anche di un concreto pericolo per la regione, proveniente anche da altri paesi. E il primo ministro albanese ha fatto subito suo quanto è stato detto durante quella conferenza. Come se niente fosse lui ha trovato un nuovo “nemico pericoloso”; la Russia. Il gruppo parlamentare del suo partito ha subito presentato in Parlamento due giorni dopo, e cioè il 30 ottobre scorso, la bozza di una Risoluzione riguardante l’ingerenza russa in Albania, nella quale si elencano i tanti pericoli che possano seriamente danneggiare nel futuro l’Albania, le sue istituzioni e altro ancora.

    Ovviamente non poteva mancare l’immediata e dura reazione da parte dell’ambasciata della Federazione Russa a Tirana. Nella sua dichiarazione ufficiale si scriveva, tra l’altro, che “…ogni volta che siamo stati accusati di ingerenze negli affari interni di Tirana, noi abbiamo aspettato con impazienza almeno anche una prova di ciò. Ma i nostri amici albanesi non hanno potuto presentare neanche una prova.”. E in quella dichiarazione non poteva mancare neanche una “freccia avvelenata” indirizzata agli Stati Uniti. “È increscioso che tutto ciò stia palesemente accadendo in seguito ad un tacito accordo con l’ambasciata statunitense (ah sì, questa non si può chiamare ingerenza negli affari interni)….” si leggeva in quella reazione ufficiale dell’Ambasciata della Federazione Russa a Tirana.

    Quest’ultima “scelta di alleati e avversari” del primo ministro albanese urta clamorosamente con quell’altra, fatta circa due anni fa. Allora il primo ministro aveva scelto di appoggiare altri. Una scelta pubblicamente espressa il 21 dicembre 2017, mentre all’ONU il rappresentante della delegazione albanese ha votato contro la decisione degli Stati Uniti d’America, di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele. Era una decisione personale del primo ministro, non consultata con nessun’altro, presidente della Repubblica compreso. Anzi, quest’ultimo ha immediatamente scritto una lettera al suo omologo statunitense, per esprimergli il suo profondo rammarico riguardo a quel voto dell’Albania all’ONU. La reazione scatenata in quel periodo in Albania era stata trasversale e tutta contro la “scelta” del primo ministro. Una scelta considerata come inopportuna, completamente sbagliata, che non analizzava e valutava la reale importanza degli alleati e delle alleanze a lungo termine. Una “scelta” personale, che non prendeva in considerazione neanche gli attuali e/o possibili sviluppi geopolitici e il loro impatto nella regione balcanica e altrove. Comprese anche tutte le inevitabili conseguenze di una simile scelta. Una “scelta” però quella del primo ministro albanese che, in quel periodo, accontentava il suo amico e alleato, il presidente turco Erdogan. Chissà cosa ha avuto in cambio? La cattive lingue ne hanno parlato tanto in quell’occasione. In realtà, riferendosi a diverse e tante fonti mediatiche, sia albanesi che straniere, risulterebbe che per delle ragioni del tutto non istituzionali e occulte, il primo ministro albanese, o chi per lui, da alcuni anni stia “tramando” con gruppi e rappresentanti imprenditoriali e/o singoli individui di nazionalità turche, russe, cinesi ecc.. Come sempre le cattive lingue ne dicono tante cose, ne dicono di cotte e di crude. Hanno parlato e lo stanno facendo tuttora. Parlano di concessioni aeroportuali, nel campo del petrolio, delle infrastrutture, dell’edilizia, del turismo e altro. Chissà se hanno avuto ragione anche questa volta?!

    Chi scrive queste righe è convinto che, come è stato espresso anche durante la sopracitata conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, gli Stati Uniti sono attenti a quanto stia accadendo nei Balcani. Ma oltre agli Stati Uniti, oltre all’Unione europea e alcuni singoli paesi dell’Unione, anche la Russia, la Turchia, la Cina ecc., hanno degli interessi geopolitici nei Balcani. Dipende però dai paesi balcanici con chi allearsi e perché. L’autore di queste righe pensa però che bisogna essere molto attenti a scegliere e dichiarare alleanze e alleati. Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché le piroette geopolitiche e le alleanze instabili chiederanno sempre un prezzo da pagare.

  • US could follow the EU into negative interest rate territory

    President Donald Trump is calling for zero or negative rates in the US, in line with EU and Japanese monetary policy. That policy shift is the combination of economic reality and electoral calculation.

    In 2016 Trump accused the US Federal Reserve of getting savers “absolutely creamed” with an ultra-low rate policy but three years following his election he has become a major advocate for cheap liquidity. In September he explicitly asked the US Fed to slash rates to zero or even into negative territory.

    “Go across the world and you’ll see either very low-interest rates, or negative rates. The President wants to be competitive with these other countries on this, but I don’t think he’ll fire Jay Powell (even if I should!),” Trump Tweeted.

    But US growth has come to a halt.

    The economy slowed further in the third quarter, as consumer spending is declining. Retail accounts for two-thirds of the US economy and it is losing ground as tariffs to Chinese and European products are taking their toll.

    On Wednesday the Commerce Department will provide a GDP snapshot, which is not likely to confirm a decelerating momentum towards recession. The effect of the $1.5 trillion tax cut package is wearing off and second-quarter growth was 1,6%, compared to 2% in the first quarter. Third-quarter is likely to show further decline.

    The economy is hamstrung largely because of the Sino-American trade war, ending an 11-year continuous growth streak. Inflation is projected to be below the 2% target, closer to 1,7%, despite rising prices on a range of products. In fact, the declining trade deficit shows subdued consumption, which in the US heralds bad news for the economy.

    While unemployment is at a 50-year low, consumer confidence is falling and business investment has contracted to three-year lows, including in the oil sector. The disaster of the 737 Max is also taking weighing heavily on manufacturing. Industries were building a stock in anticipation of increased Chinese tariffs but this positive effect on the GDP is now wearing off.

    As the US enters an election year Trump is eager to maintain growth and avoid the kind of economic slowdown the economy experienced in 2008/9. Now, a growing number of economists are looking for a domestic jolt to the economy, espousing bold expansionary monetary policy, including the conservative Fed Chair Alan Greenspan.

    Negative rates penalize financial institutions for saving money rather than lending to the real economy. However, they also penalize private savings, fixed-income funds – mostly pension scheme – and thus can have a detrimental political effect in mature and ageing societies. In addition, cheap liquidity in full employment conditions can inflate housing prices, leading to further inequality as homeownership becomes more expensive.

     

  • La lezione di Conan all’uomo

    Ancora una volta i cani sono stati protagonisti, con  sprezzo  del pericolo, di azioni contro il terrorismo. Conan, così è stato chiamato dai mezzi d informazione visto che sul suo nome c’è riserbo per ragioni di sicurezza, è il cane soldato rimasto ferito nell’azione che ha portato a stanare il capo dell’Isis  al Baghdadi, il quale si è poi fatto saltare in ara insieme a suoi famigliari. Conan non era solo, altri cani soldato hanno partecipato all’azione ed anche nella cattura e uccisione di Bid Laden un altro cane soldato aveva dato il suo contributo. Conad ha lavorato in aiuto alla Delta Force e lo stesso presidente americano Trump ha scritto “abbiamo desecretato la foto di un meraviglioso cane che ha fatto un gran lavoro nel catturare il leader dell’Isis”. Conan è un cane malinois, una razza belga molto usata sia dalle forze di sicurezza che dagli addestratori cinofili per dimostrazioni sui modi di addestramento. Conan, ha detto il Capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, è stato riportato a casa e curato e ha già ripreso servizio. In premio del suo eccezionale lavoro sarà ricevuto alla Casa Bianca, è la prima volta che un cane entra alla Casa Bianca durante la presidenza Trump che non ha mai voluto animali, a differenza dai suoi predecessori.

    L’impresa di Conan e degli altri cani soldato, così come quelle dei tanti cani, spesso non di razza, che hanno salvato i loro padroni e amici umani, ripropone, ancora una volta, il tema del corretto rapporto uomo-animale in una società che spesso lascia correre su tante crudeltà o non comprende che il corretto addestramento del cane è utile, necessario, ad una serena convivenza, specie  nelle aree più urbanizzate. Inoltre vi è anche il problema legato a norme che contrastano con il buon senso, come quella che vorrebbe imporre la pettorina a tutti i tipi di cane. Spesso purtroppo chi prepara le leggi, e non solo in questo campo, è lontano dalla realtà per questo, in ogni settore, il legislatore dovrebbe avere l’umiltà di confrontarsi con le varie categorie che si occupano dello specifico problema e contestualmente tenere conto della variegata realtà che le persone vivono ogni giorno.

  • I senza casa sono più esposti a malattie e costano alla collettività

    Non avere una casa provoca danni alla salute simili alla demenza senile, specialmente se si è in là con gli anni. Un’analisi di Margot Kushel, che dirige un centro per l’assistenza a popolazioni vulnerabili a San Francisco, ha diagnosticato che gli homeless dimostrano a 60 anni condizioni di cattiva salute tipiche di norma di chi di anni ne ha 80. Oltre alla depressione, chi non ha casa soffre di mancanza di sonno, alcolismo e/o diabete ed è più esposto a ictus, infarto e malattie polmonari. Nella sola Los Angeles, secondo l’Università della Pennsylvania, curare le malattie dovute alla mancanza di un tetto può costare 621 milioni di dollari l’anno da qui al 2030, più di quanto costerebbe dare una casa ai senza tetto a carico della comunità (il costo annuo per la California sarebbe di 588 milioni di dollari). Il governatore della California Gavin Newsom aveva in effetti pesato di stanziare 500 milioni del budget per i senza tetto, ma l’iniziativa è apparsa incongrua agli americani e anche un successivo provvedimento più blando tentato dallo stesso governatore è stato impugnato davanti alla Corte costituzionale dalle grandi aziende che sarebbero state tassate per recuperare risorse per gli homeless.

  • La Turchia si sta nuovamente macchiando di una infamia

    L’Italia annuncia che non venderà più armi ad Erdogan, la stessa cosa dicono altri Stati! Le domande sono: perché sono state vendute fino ad ora armi ad un dittatore che si è già macchiato di ingiustificate repressioni nel proprio Paese, perché il roboante presidente americano non ha avuto la capacità, o meglio la volontà, di organizzare il ritiro dei suoi militari solo dopo aver chiarito il futuro del popolo curdo?
    La Turchia si sta nuovamente macchiando di una infamia, dopo il genocidio, che ancora oggi rinnega, un nuovo delitto proprio contro coloro che sono stati i più importanti oppositori e combattenti contro l’Isis. Un’infamia che porterà non solo a nuove vittime innocenti, a decine di migliaia di profughi e sfollati curdi ma anche alla recrudescenza dell’offensiva islamista nel mondo ed in Europa. L’Isis si è infiltrato da tempo sia in Siria che in Turchia ed i suoi militanti stanno cercando, nell’infuriare dei bombardamenti, di liberare i prigionieri, più di 11.000, che sono attualmente nelle carceri curde.
    L’Europa pagherà a caro prezzo la sua ignavia, la sua incapacità, dopo tanti anni, di darsi una voce forte ed univoca in politica estera, di non essere stata capace di una visione e una politica comune, pagheranno i singoli Stati che per aver venduto armi a dittatori o a criminali e che per questo sono diventati di fatto complici silenziosi. Trump invita i paesi europei a riprendere i foreign fighters ma insieme ai foreign fighters arriveranno in Europa anche i jihadisti che i curdi avevano combattuto e imprigionato e che ora torneranno liberi.
    Sdegno, rabbia non bastano, dovremmo poter marchiare a fuoco nella nostra memoria i silenzi complici e gli interessi sporchi di tutti quei governi occidentali che parlano di pace sulla pelle di coloro che le guerre ingiuste uccidono. Erdogan e Trump con decisioni diverse hanno simili responsabilità e mentre li condanniamo entrambi diamo onore al presidente etiope Abiy Ahmed Ali, al quale è stato appena assegnato il Nobel, che è stato capace di riportare la pace dove decenni di lotte avevano fatto innumerevoli vittime e tutto il nostro disprezzo per coloro che hanno consegnato i curdi in mani sanguinarie.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.