Usa

  • I cattivi maestri di Trump

    La Marble è la chiesa dove Donald Trump ha conosciuto e sposato le prime due mogli, Ivana e Marla Maples ed è anche il luogo dove si è abbeverato per decenni dei sermoni del reverendo Norman Vincent Peale. Noto come uno degli esponenti di spicco del cosiddetto “New Thought” (un movimento religioso e pseudoscientifico fondato dal guaritore-ipnotista ottocentesco Phineas Quimby), Peale è asceso a star col bestseller The Power of Positive Thinking (’52, l’anno della canzone di Guthrie), summa di un credo in cui «i pensieri sono causativi», in quanto possono modificare o plasmare eventi o processi del mondo, secondo l’adagio per cui «la mente è in grado di influenzare direttamente la realtà». Sono teorie quest’ultime alle quali vi è chi riconduce la megalomania di Trump.

    Altra figura di forte ascendente sull’attuale presidente americano è stato Roy Cohn, già collaboratore di Joseph McCarthy nella “caccia alle streghe” anticomunista. Trump lo conosce nel 1973 e se ne avvale per i suoi affari immobiliari, completa la realizzazione della Trump Tower a New York nel 1979. Ma Trump ne resta anche plasmato, secondo alcuni, che riconducono appunto all’ascendente di Cohn i motti fatti propri da Trump: «Attacca, attacca, attacca»; «Non ammettere niente, nega tutto»; «Di’ sempre che hai vinto e non ammettere mai la sconfitta». Più in generale, da Cohn Trump avrebbe mutuato un set tattico-strategico che include la manipolazione delle persone e dei fatti, la menzogna e la spudoratezza del contraddirsi come procedure sistemiche, il rancore e il desiderio di vendetta come carburanti di ogni azione-reazione. Fondendosi al duplice paternage di papà Freddy e del Reverendo Peale, quel set è andato a comporre l’egocentrismo-solipsismo iperaggressivo nella cui ottica Trump considera leggi e regole inciampi da aggirare o disintegrare, fino ai livelli altissimi dell’ingegneria istituzional-costituzionale della democrazia americana.

    La Trump Tower è stata peraltro il veicolo con la quale Trump è venuto a contatto coi russi, e non coi più onesti. Coetaneo del palazzinaro, David Bogatin, acquista nel 1984 sei appuramenti del grattacielo trumpiano dove praticherà riciclaggio di denaro: Bogatin è infatti uno dei pionieri-artefici di quello che l’Fbi denominerà “Red Daisy”, un affare in cui mafia italiana e russa si spartiscono gli immani profitti dell’evasione fiscale su un vasto traffico di galloni di benzina (le temporanee stazioni vengono “chiuse” in anticipo sui controlli, i proventi transati in società fittizie panamensi).

  • Dal dollaro allo yuan

    Se l’avessero scritto anche solo una decina di anni fa avremmo pensato a un errore o a una bufala. Oggi invece è assodato: le quattro banche più grandi al mondo in termini di patrimonio sono le principali banche statali cinesi. Come non bastasse, tra le prime dieci quelle cinesi sono sette. Ecco i nomi di questi quattro giganti: Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China. Insieme hanno circa 26 trilioni di dollari di attività, una dimensione enorme rispetto ai singoli concorrenti occidentali. L’americana J.P.Morgan Chase è solo quinta e la Bank of America and la City Group sono rispettivamente sesta e ottava. È pur vero che le banche statunitensi continuano a detenere il vantaggio in termini di redditività, ma trattandosi di banche statali e non private non è il guadagno degli azionisti ciò che conta per Pechino. È piuttosto l’utile politico. L’ambizione, nemmeno tanto nascosta, è di accrescere il ruolo globale dello yuan, sviluppare canali di finanziamento transfrontalieri alternativi ed estendere l’influenza della Cina attraverso operazioni bancarie all’estero.

    Nel 2025 per la prima volta l’avanzo commerciale cinese con il resto del mondo ha superato il trilione di dollari e i problemi economici quali la disoccupazione, la deflazione e la feroce concorrenza interna di alcune aziende nei rispettivi settori, paradossalmente, sta spingendo le esportazioni, obbligando i produttori cinesi a ricercare e conquistare nuove quote di mercato nei mercati esteri. Pensando a lungo termine, come è abitudine di chi governa a Pechino, lo Stato diversifica i suoi interventi di sostegno all’economia e, senza rinunciare agli investimenti nell’intelligenza artificiale, spinge anche su settori quali la robotica, le biotecnologie e tutta la gamma di sistemi per l’energia verde.

    L’obiettivo finale dei cinesi, smentito ufficialmente pur senza troppa convinzione, è di emanciparsi totalmente dal dominio mondiale del dollaro, considerato uno dei maggiori strumenti usato dagli Stati Uniti per esercitare la propria egemonia. Non è un caso che la Banca Nazionale di Pechino, fino a pochi anni fa la maggiore detentrice di titoli del tesoro statunitensi, è scesa al terzo posto tra i possessori di tali obbligazioni. Al primo posto rimane il Giappone che, nonostante la stretta alleanza con gli Stati Uniti, continua anch’esso a vendere Bot americani. In realtà, Tokio ha dovuto farlo proprio con l’aiuto degli stessi Stati Uniti (che hanno venduto grandi quantità di euro per comprare yen) per impedire che lo yen, oggetto di speculazione finanziaria, si svalutasse oltre un certo limite, Ovviamente né i cinesi né i giapponesi, né altri detentori di titoli americani, vogliono svendere tanto in poco tempo perché ciò causerebbe un crollo dei beni in dollari e quindi un forte impoverimento valoriale delle riserve detenute.

    I motivi dell’abbandono del dollaro da parte di chi una volta si precipitava a comprarne stanno in due principali motivazioni. La prima è che il fortissimo debito pubblico e privato americano intacca la fiducia nella stabilità della valuta. Il secondo, politicamente più importante, è che l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali è soggetto alle sanzioni dirette e secondarie che Washington sta imponendo a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, disattendono le sue direttive. Uno dei modi per esercitare il controllo è lo SWIFT, il sistema di pagamento interbancario fino a poco fa monopolista per tutte le transazioni internazionali. La sede di tale organizzazione è a Bruxelles in Belgio ed è soggetta al diritto belga eppure la realtà è che esiste un’influenza “de jure” europea e un’influenza “de facto” americana. Anche grazie a SWIFT Washington può minacciare di escludere dal sistema finanziario americano qualsiasi banca straniera che collabori con soggetti sanzionati e per una grande banca europea o asiatica perdere l’accesso al mercato USA sarebbe spesso molto più grave che perdere il cliente sanzionato.

    Non è un caso che tutti i Paesi che hanno aderito ai BRICS stiano aumentando poco per volta i pagamenti nelle rispettive valute o utilizzando lo yuan. Dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui avrebbe riportato l’Iran “all’età della pietra” lo yuan ha stabilito un record per il volume di transazioni in un singolo giorno. Per ciò che concerne i pagamenti transfrontalieri, i cinesi hanno creato da qualche anno un sistema di pagamento interbancario alternativo (il CIPS) che sta diventando sempre più popolare, proprio in concorrenza con lo SWIFT. Secondo i dirigenti di Bruxelles la quota di pagamenti in Yuan corrisponde a non più del 2,85% degli scambi totali e raggiunge un livello inferiore all’euro, alla sterlina, allo yen e al dollaro canadese. Purtroppo per loro, in questa valutazione non si tiene conto del crescente volume di transazioni in yuan gestite dal CIPS e dei pagamenti bilaterali tra la Cina e Paesi attualmente a lei vicini. Per evitare le sanzioni indirette americane molti commerci bilaterali con Pechino passano da piccole banche regionali cinesi che non hanno rapporti con gli Stati Uniti e che quindi non temono ripercussioni. Il procedimento CIPS al marzo scorso contava 194 partecipanti diretti e 1597 indiretti, con aziende provenienti da 191 Paesi.

    Il Governatore della Banca Centrale di Pechino aveva dichiarato nel giugno 2025 che lo yuan è diventata la terza valuta di pagamento più grande al mondo e addirittura la seconda valuta più utilizzata per i finanziamenti del commercio internazionale. Il sud est asiatico e l’America Latina già a partire della seconda metà del 2025 erano i principali motori di crescita per l’utilizzo internazionale dello yuan ma il dato più preoccupante per l’egemonia del dollaro riguarda i “petrodollari”. Nel marzo 2026 i pagamenti in yuan sono stati utilizzati per il 41% del petrolio in arrivo dal medio Oriente verso la Cina. Tutto ciò non significa che i “petrodollari” scompariranno ma che stanno emergendo, con forza, sistemi di pagamento paralleli. Per dare un esempio dell’attrattiva esercitata dai finanziamenti a tre anni in yuan per le aziende di primo livello basta sapere che il tasso massimo è del 2% mentre le obbligazioni equivalenti in dollari sono attorno al 4,5%.

    Tutto quanto sopra rappresenta oggettivamente un rischio finanziario e politico non solo per il bilancio americano ma anche per le economie della maggior parte dei Paesi occidentali.

    Eppure, nonostante tutto, le prospettive per il futuro potrebbero diventare ancora peggiori perché Pechino sta spingendo con determinazione la propria valuta digitale la quale, se riuscisse a imporsi mondialmente, sanzionerebbe un totale cambio di passo su tutta la finanza internazionale. Non è un caso che Trump stia spingendo (indipendentemente dai suoi, pur reali, interessi personali) per il “dollaro digitale”. Gli USA spingono una “stable-coin” ancorata al dollaro e impongono (a differenza di altre valute digitali quali i bitcoin, che sono basate sul nulla e quindi puramente speculative) stringenti requisiti per chi volesse emetterli. L’Europa sta pensando di fare lo stesso con l’euro.

    Siamo quindi di fronte a un tipo di guerra di cui si parla poco ma che potrebbe avere conseguenze economiche e finanziarie devastanti. Fortunatamente per l’Occidente, di là dalle ambizioni di Pechino, per i progetti cinesi esistono ancora grandi ostacoli: il governo mantiene un forte controllo sui capitali, il suo mercato finanziario non è, per ora, aperto o liquido come quello statunitense e la valuta cinese non è ancora soggetta alle leggi del mercato e il suo valore continua ad essere controllato dallo Stato.

    La battaglia per la supremazia valutaria resta dunque ancora aperta, ma sottovalutarne gli aspetti potrebbe diventare pericoloso.

  • Trump molesta anche le spedizioni postali verso gli Usa: nuove regole dal 24 luglio e altre ancora da ottobre

    Dal 24 luglio, sono cessate le agevolazioni doganali per le spedizioni postali verso gli Stati Uniti e sono in vigore nuovi requisiti relativi ai dati da fornire. Una seconda fase, prevista per ottobre, introdurrà una procedura di dichiarazione doganale completamente nuova ed i retailer dovranno rivedere le proprie modalità di spedizione verso il mercato statunitense.

    Le nuove procedure introdotte dalla U.S. Customs and Border Protection (CBP) prevedono l’invio di dati aggiuntivi sulle spedizioni, il ricorso obbligatorio all’intermediazione doganale e l’applicazione dei dazi ordinari sulle importazioni, modificando profondamente l’attuale gestione dei flussi postali verso il Paese. Le dichiarazioni doganali dovranno essere presentate dall’importatore, dall’acquirente o da un broker doganale autorizzato. Di conseguenza, molti retailer potrebbero avere la necessità di affidarsi a un intermediario specializzato per conformarsi ai nuovi requisiti.

    La nuova procedura consente ad alcune spedizioni postali di valore pari o inferiore a 2.500 dollari di continuare a beneficiare dello sdoganamento semplificato, pur prevedendo l’applicazione dei dazi.

    Dal 22 ottobre, l’attuale modello di sdoganamento postale sarà sostituito dalla nuova procedura Entry Type 13 (Informal Mail Entry): quindi, tutte le spedizioni postali di valore pari o inferiore a 2.500 dollari dovranno essere dichiarate elettronicamente attraverso il sistema ACE.

    Quando richiesto, le spedizioni saranno inoltre sottoposte ai controlli delle Partner Government Agencies (PGA). Per determinate categorie di prodotti potrebbe essere necessario fornire informazioni o certificazioni supplementari, come la documentazione prevista dalla Food and Drug Administration (FDA) o dalla Consumer Product Safety Commission (CPSC), al fine di agevolare le operazioni di sdoganamento.

    Per i retailer che spediscono negli Stati Uniti si possono individuare quattro priorità: assicurarsi che i dati di prodotto siano completi e corretti, includendo i codici HS, il Paese di origine e il peso di ogni articolo; verificare quali prodotti siano soggetti ai requisiti delle Partner Government Agencies (PGA), come quelli previsti dalla FDA o dalla CPSC; rivedere le procedure doganali e le modalità di calcolo del costo complessivo a destino, così da determinare e comunicare in modo trasparente i dazi prima dell’acquisto; affidarsi a partner logistici in grado di gestire i nuovi adempimenti doganali, l’intermediazione obbligatoria e la trasmissione elettronica delle dichiarazioni, senza creare discontinuità nell’esperienza del cliente.

  • Debito USA

    Il debito sovrano degli Stati influenza le loro politiche e a volte i capi di governo prendono posizioni che possono creare scenari incomprensibili.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti un quarto del loro debito pubblico, pari a circa 8mila miliardi di euro, è stato acquisito da investitori di altri Paesi, i dati risultano aggiornati dal Dipartimento del Tesoro Usa al 2024.

    A detenere questa considerevole parte del debito americano il Giappone è il primo con circa 1.059 miliardi di dollari, il secondo Stato al mondo per quota di debito pubblico Usa detenuto è la Cina con circa 760 miliardi, a seguire troviamo il Regno Unito (oltre 722 miliardi), il Lussemburgo (423), le Isole Cayman (418), il Canada /378), il Belgio (374), l’Irlanda (336), la Francia (332) e la Svizzera (288).

    Facendo qualche semplice calcolo si vede come la Ue, svillaneggiata ormai da troppo tempo da Trump, detenga ben 1.467 miliardi del debito statunitense. Se a questa cifra aggiungiamo quanto detengono il Regno Unito e la Svizzera, che non fanno parte della Ue ma il Regno Unito collabora attivamente con l’Unione e la Svizzera è confinante con tutta la Ue, risultano nelle mani di Stati del continente europeo altri 1.010 miliardi circa.

    Il vecchio Occidente perciò detiene 2.477 miliardi del debito Usa, superando di gran lunga sia il Giappone che la Cina.

    Forse a Trump non sono chiari i numeri se non quando si riferiscono alle entrate dei suoi affari. Sarebbe però saggio non andare continuamente in rotta di collisione con gli alleati europei, che certamente devono molto agli Usa per la fine della seconda guerra mondiale ma che oggi, al contrario, devono agli Usa una costante minaccia alla loro sicurezza, visti i continui tentennamenti e cambi di opinione del presidente americano non solo per la guerra in Ucraina ma anche per i rapporti con la Nato e per il mantenimento della presenza in Europa delle basi e dei militari yankee.

    Solo per la guerra in Ucraina ma anche per i rapporti con la Nato e per il mantenimento della presenza in Europa delle basi e dei militari yankee.

  • Cubans protest after third nationwide power cut this year

    Cubans in several locations on the island banged pots on Tuesday evening to express their anger about the latest nationwide power cut.

    While public dissent in the Communist-run country is often punished with long prison sentences, there have been spontaneous protests in areas worst affected by the outages.

    Fuel shortages have been exacerbated by tight US sanctions and an effective US oil blockade, meaning that even those who have generators often do not have the fuel to run them during power cuts.

    Cuban officials said on Tuesday that most of the country had had power restored but locals shouted “turn on the lights!” in areas still in the dark

    Monday’s nationwide outage was the third this year and comes on top of state-imposed rolling electricity cuts aimed at conserving the little remaining fuel.

    Some rural areas are plunged into darkness for up to 70 hours at a time, while urban areas have seen planned outages of up to 30 hours.

    The state electricity company did not say what had caused this latest unplanned incident.

    The country’s second-largest city, Santiago de Cuba, was among places where power had not yet been restored on Tuesday evening local time.

    Cuban President Miguel Díaz-Canel has acknowledged the spreading discontent among Cubans.

    “There are shortages of transport, food, medicines, there are lengthy power cuts lasting more than 20 hours, that causes dissatisfaction, nobody can be happy, the people are suffering,” he told reporters from Claridad, a Spanish-language weekly newspaper based in San Juan, Puerto Rico.

    But he urged Cubans to direct their anger towards the US government instead of his, adding: “People bang pots, some with more anger than others. I say: direct your pot-banging towards our northern neighbours, who are the ones behind these power cuts.”

    The US Ambassador to the United Nations, Michael Waltz, however, placed the blame squarely with the Cuban government.

    Speaking at a meeting of the UN General Assembly on Tuesday, he urged it to “change your ways and turn the lights back on for your people”.

    He added that “there always seems to be enough power for the Cuban dictatorship”.

    But Cuba’s foreign minister, Bruno Rodríguez, accused the US of waging “multi-dimensional, non-conventional warfare” against Cuba, which he said had “become ever more cruel” over the last seven months.

    US-Cuban relations, which have been strained for decades, have deteriorated rapidly since the start of the year, when US President Donald Trump accused the island’s government of posing a threat to the national security of the US.

    Shortly after US forces seized former Venezuelan President Nicolás Maduro – a close ally of the Cuban government – in January, Trump also openly mused that Cuba was “ready to fall”.

    Since then, the Trump administration has imposed fresh sanctions on Cuba as well as an effective blockade on oil shipments to Cuba, threatening to slap tariffs on countries which provide it with fuel.

    The US has also levelled murder charges against Cuba’s former president, Raúl Castro, who remains an influential figure on the island despite being 95 years old.

    Despite trading barbs publicly, the two countries have been holding talks over recent weeks in private.

    The Cuban foreign minister said on Tuesday that those talks “show no progress”, but left the door open “to dialogue based on mutual respect and non-interference in Cuba’s internal affairs”.

  • Belgio, capitale dell’Europa, batte Stati Uniti nonostante Trump ed infantino

    Un vecchio detto dice “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.

    La vittoria del Belgio dimostra che, nonostante la telefonata del potente Trump al potente Infantino, che si è fatto piccolino commettendo un abominio non solo dal punto di vista del calcio, si può ancora sperare che alla fine ci sia giustizia e vinca il migliore.

    Certo un bello schiaffo per il presidente Trump, a battere gli Stati Uniti è stata la squadra di un paese europeo, di quell’Europa che Trump ha insultatore da tempo e continua a insultar e deridere anche dal vertice Nato di Ankara.

    Che sia stata proprio la squadra del Belgio, lo Stato nel quale ha sede l’Unione Europea, dalla Commissione al Parlamento, suona come un avvertimento od una profezia: non sempre vince chi usa il potere in modo ingiusto

    Probabilmente il presidente pro tempore degli Stati Uniti non avrà capito il messaggio ma siamo tutti stanchi della sua tracotanza, degli insulti e dei suoi cambi di pensiero, ammesso che abbia un pensiero e non parli solo per dare aria ai denti e ci auguriamo che da una vittoria calcistica possa nascere anche un impulso nuovo per dare più energia e forza alla nostra antica ma vivace Europa.

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • L’intelligenza artificiale spaventa i lavoratori, ridurre la settimana lavorativa prima idea per rassicurarli

    Negli Stati Uniti si dibatte ormai da tempo sul fatto che abbia ancora senso la settimana lavorativa di 5 giorni se le macchine fanno metà del lavoro, come in effetti avviene in alcune aziende, e il senatore Bernie Sanders insiste per ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni senza tagli allo stipendio.

    Salesforce, una delle aziende più rilevanti del panorama software globale, dichiara che tra il 30% e il 50% del lavoro interno è gestito da agenti digitali: chatbot, strumenti predittivi, sistemi di automazione e modelli generativi capaci di scrivere codice, documenti, analizzare dati, gestire clienti. Di contro, però, nei primi mesi del 2025, ha tagliato oltre 1.000 posti di lavoro. Tutte le Big Tech americane, peraltro, da Amazon a Klarna a CrowdStrike stanno procedendo lungo la stessa strada. La proposta di Sanders vuole essere una risposta alla disoccupazione che l’automazione provoca: «Se l’IA è così brava, allora perché non usare il tempo che ci fa risparmiare per restituirlo alle famiglie?». Negli Stati Uniti, secondo alcuni studi del MIT e della Stanford University, l’introduzione dell’IA generativa ha portato a un aumento della produttività tra il 14% e il 34%, a seconda dei settori. PepsiCo ha annunciato una partnership strategica con Salesforce per adottare Agentforce, una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale pensata per automatizzare vendite, marketing e assistenza clienti, così da centralizzare le informazioni, ottimizzare i processi e “liberare” i team da attività manuali.

    Dati rivelati lo scorso 3 giugno dal survey mondiale ‘Ai at Work’ del Boston Consulting Group frutto di un’indagine condotta su 11.749 impiegati e manager di aziende da diecimila dipendenti in su, in 14 mercati, per capire come l’intelligenza artificiale sta ridefinendo la natura e l’organizzazione del lavoro, con quali rischi e benefici attestano che secondo tre quarti degli intervistati (72%) l’intelligenza artificiale ha già modificato in modo significativo le competenze, quasi la metà afferma di dedicare più tempo alla gestione e supervisione dell’Ai che al lavoro svolto prima e solo un terzo si sente abbastanza preparato, mentre l’88% dei lavoratori intervistati dichiara di avere bisogno «di una formazione significativa nei prossimi cinque anni per acquisire le competenze necessarie nel lavoro potenziato dall’Ai». C’è poi un 41% che segnala «un maggior carico cognitivo». La riduzione del lavoro è significativa in India, dove il 70% dei lavoratori riesce a risparmiare un’intera giornata lavorativa a settimana, mentre negli Usa avviene solo per il 42% e in Italia per il 33%. Il risparmio di tempo è maggiore nei settori marketing, information technology, finanza e data science.

    Ma dalla ricerca risulta anche che, benché in media il 42% dei lavoratori risparmino fino a otto ore la settimana grazie all’Ai, «la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora imparato a convertire questo tempo in valore». «La prima ondata di adozione dell’Ai si è focalizzata sulla produttività individuale, la prossima necessita una trasformazione collettiva del lavoro — dice Vincianne Beauchene, partner di Bcg e coautrice dello studio —. Occorre una strategia chiara con priorità ben definite e comunicate all’interno dell’organizzazione — spiega Sylvain Duranton, leader mondiale di Bcg-X (la sezione tecnologica della società di consulenza) —. Piuttosto che investire in nuovi tool è importante ridisegnare il flusso di lavoro. Misurare l’efficacia e il grado di soddisfazione, anziché il grado di adozione». È già evidente la paura di essere sostituiti dagli algoritmi e di perdere il posto di lavoro, espressa non soltanto dal 56% degli indiani, ma anche da quasi la metà dei lavoratori inglesi (49%) e spagnoli (45%), o da quasi un terzo dei francesi. In Italia il grado di preoccupazione è più basso (22%), perché la penetrazione dell’Ai nelle aziende è più lenta e meno profonda. «C’è ancora un forte divario tra le imprese medio grandi, dove l’intelligenza artificiale è in via di adozione quasi nell’80% dei casi, e le piccole, dove è usata da meno del 10% — dice Elisabetta Paddeu, senior manager Ict di Gi Group, multinazionale italiana del lavoro sostenibile con servizi di consulenza per le risorse umane in 37 Paesi —. Rispetto all’Ai generativa abbiamo visto che c’è un’iniziativa diffusa a livello individuale nell’adottarla da parte dei lavoratori, che le aziende a volte sono in ritardo a governare».

  • Trump, l’Europa e la Cina

    Tra i circa 350 milioni di abitanti negli Stati Uniti ci sono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in altre varie discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente mancante di esprit de finesse.  È principalmente a costoro che si rivolge il Presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee. Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito a leader di paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra Presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diverse, ma non facciamoci illusioni: di là dalla forma più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stato sostanzialmente differente verso noi europei, né cambierà in futuro. Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre, ogni dollaro che gli USA hanno lasciato a noi è sempre stato per il loro interesse politico ed economico. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump, segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro Presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

    Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei per aumentare i propri investimenti nella difesa (e quindi ridurre l’impegno americano) cominciarono già con i predecessori e la sola novità riguarda i termini ricattatori usati attualmente. Il fatto è che la situazione geopolitica e quella riguardante l’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia pensi ad espandersi verso l’Europa. Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei (tra cui L’Italia). Tuttavia, a causa dei loro problemi interni “devono” ridurre il loro impegno finanziario scaricandone una parte su di noi. È oramai da lungo tempo che hanno capito che il vero pericolo alla loro supremazia mondiale è oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano oramai di una forte base industriale e di produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese. Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire in USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, in pratica, le importazioni rispetto ai prodotti locali. Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti del materiale bellico in tempi ragionevoli. Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e (ancora di più) quella contro l’IRAN, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si sono rivelate una delle enormi vulnerabilità americane. Giusto per dare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni a causa dell’impossibilità dell’industria americana di poter rimpiazzare con nuove riproduzioni quelli necessari per la guerra nel Golfo. Secondo quanto riportato, dei 2300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico lo scorso marzo ne rimanevano disponibili solo 425. Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che in un’ipotetica crisi su Taiwan gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far fronte ad una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Come non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco che di difesa e quindi missili, aerei, droni, navi ecc., necessitano di enormi quantità di “terre rare” ed è risaputo che sia la Cina il quasi monopolista mondiale per la loro raffinazione. Sopperire autarchicamente o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e grandi investimenti. Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico. La guerra contro l’Iran nei suoi primi sei giorni è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima vicino ai 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, costo che ha toccato anche i semplici cittadini. Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare per il 2027 un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera che ha approvato solo la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari. Anche il Pentagono nel solo mese di febbraio aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Commitee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aggiungere circa 7 trilioni di dollari (inclusi gli interessi) al già enorme debito pubblico (circa 40 trilioni di dollari).

    Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo Presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico ma senza variazioni sostanziali.

    Un altro punto importante nel quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante. Oltre a cercare di arrivare ad un accordo con la Cina da un punto di forza negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stable coins. Sia Pechino che Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano (attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione) per combattere la loro crescente disoccupazione, la locale sovraproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, anche negli armamenti. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

    A differenza di altre valute digitali (quali i bitcoins), le stable coins sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta come maggiore strumento per i pagamenti internazionali. È risaputo che la Cina e altri Stati stanno cercando da tempo un modo alternativo al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni. Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata su valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica. Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali. Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un crescente numero di Paesi precedentemente detenute in dollari sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un substrato (cosa che valute digitali non stable non offrono) sarà un must per qualunque futura presidenza.

    Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra gli importanti fornitori cinesi. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e dall’altro per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana. È vero che salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre forme possibili per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

    Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta “stable”, la spinta per la re-industrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, lo sarà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”. Siamo soltanto noi stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

  • Trump incontinente nei pensieri e nelle parole

    Diciamolo con tutta la serenità possibile, Trump ci ha veramente stancato e siamo dispiaciuti per gli abitanti degli Stati Uniti che devono tenersi, per ora e speriamo per poco, un presidente che scredita l’America ogni volta che apre bocca o scrive uno dei suoi deliranti, ma continuamente contraddittori, messaggi.

    Che gli Stati Uniti non siano quel modello di democrazia che, da ragazzi, avevamo creduto, che sia uno stato sempre pronto a fare guerre lunghe, difficili, e a perderle, a danno dei suoi stessi cittadini e di coloro che avrebbero dovuto aiutare, l’abbiamo imparato negli anni ma, nonostante tutto, non avremmo mai immaginato che avrebbero avuto un presidente incontinente nei ragionamenti e nelle esternazioni.

    La guerra in Iran ha dimostrato una volta di più quanto, a livello mondiale, sia scesa la forza ed il potere contrattuale della, apparentemente, più grande potenza al mondo, il tradimento perpetrato ai danni dell’Ucraina, per biechi interessi con Putin, la difficile e ridicola stagione dei dazi al resto del mondo, l’indifferenza con la quale il presidente cinese prosegue per la sua strada sono alcun dei tanti esempi di una politica dissennata di Trump che rischia di scardinare la stabilità di tutti.

    L’unico aspetto positivo è che la rivoltante politica di Trump, ogni sua critica, insulto rivolto agli storici alleati occidentali, all’Europa, sembra che, finalmente, facciano comprendere agli europei l’immediata necessità di migliore la coesione e collaborazione perché senza una politica estera comune, senza un comune esercito europeo il nostro futuro è a rischio.

    Certo gli Stati Uniti restano il nostro alleato e al popolo americano auguriamo ogni bene, altrettanto certamente Trump è sempre più pericoloso per noi e per i suoi cittadini.

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