Usa

  • Cosa vuole Trump

    Nei paesi europei e negli stessi Stati Uniti l’impopolarità di Trump aumenta di giorno in giorno. È evidentemente un personaggio antipatico, borioso, istituzionalmente incivile e sembra non avere alcuna familiarità con le forme solitamente accettate dalla diplomazia internazionale. Il suo lanciare affermazioni apodittiche mentendo senza pudore per poi smentirsi a distanza di poche ore o addirittura minuti toglie ogni credibilità non solo alla sua persona, ma persino al Paese che rappresenta.  Molti degli osservatori internazionali che lo criticano ne parlano come di qualcosa di totalmente estraneo ai modi e alla politica dei Presidenti americani che lo hanno preceduto e qualcuno arriva persino a dire di non vedere l’ora che il suo mandato finisca per poter tornare a una “normalità” cui si era stati abituati.

    Senza dubbio i suoi modi sono inusuali e molto diversi da quelli che ci si aspetterebbe da un Presidente degli Stati Uniti ma, di là dagli insopportabili comportamenti da gradasso, un suo qualunque successore potrà probabilmente cambiare i modi ma non la sostanza della politica americana. Il motivo è che gli obiettivi sono e saranno quelli di sempre: mantenere a ogni costo la supremazia americana sul resto del mondo. Ciò che i comprensibili critici di Trump non vedono o non vogliono vedere è che, da qualche decina d’anni, gli Stati Uniti sono internamente molto diversi e con loro è cambiato il panorama internazionale. Come ho già scritto in miei precedenti articoli, nel nuovo comportamento politico americano esiste una logica e non si tratta di una bizzarria estemporanea, per quanto per noi spiacevole. Per capire correttamente quale sia questa logica occorre sguardo più approfondito alla odierna realtà economica e sociale degli Stati Uniti.

    Cominciamo dal debito pubblico dello Stato.

    Il Dipartimento del Tesoro afferma che il debito pubblico USA ammonta oggi a 38.000 miliardi di dollari e cioè il cento per cento del PIL nazionale. Le stime prevedono che nel 2040 raggiungerà il 127% e nel 2055 potrebbe corrispondere al 155%. In altre parole, si parla di cifre enormi! Contemporaneamente, il deficit di bilancio corrisponde a 1.800 miliardi annui e cioè al 6% del PIL. Ai debiti sovrani si aggiungono quelli delle imprese, indebitate per circa 22.000 miliardi e delle famiglie per 20.000 miliardi. Per fare un paragone, il debito pubblico cinese è attorno ai 18.000 miliardi, rappresenta il 95% del PIL ed è vissuto come un grave problema economico da Pechino. In aggiunta alla situazione debitoria, va notato che il dollaro negli ultimi dieci anni è passato dal costituire il 65% delle riserve valutarie mondiali al 58% e la tendenza è che diminuisca ancora. Queste due realtà, un forte debito e la diminuzione della domanda di dollari, sono collegate tra loro e costituiscono un forte pericolo per il benessere collettivo degli americani. Da molti anni il cittadino medio e l’economia nazionale possono continuare a indebitarsi (e la FED a stampare dollari a iosa) senza conseguenze inflattive negative poiché l’enorme domanda mondiale di dollari assorbe l’emissione di ogni quantità di nuovi biglietti verdi. Se, però, venisse meno la fiducia in quella valuta e la domanda calasse significativamente la pacchia finirebbe e, di conseguenza, andrebbe scemando il diffuso benessere medio.

    Un qualunque debito non preoccupa il creditore sino a che pensa che esso sia ripagabile, ma se nasce il dubbio sulle capacità del debitore allora è bene disfarsene e trovare alternative. Ogni Stato emette debiti sotto forma di Buoni del Tesoro o in altra forma e, solitamente, lo si ritiene solvibile contando sulla capacità economico-produttiva del Paese. Per quanto riguarda gli USA, oltre alla passata forza economica, ha sempre fatto fede l’indiscusso potere politico internazionale.

    Purtroppo per gli USA, oltre all’alto debito, la sua attuale economia non si trova nelle migliori condizioni, un crescente numero di Paesi preferisce usare altre valute negli scambi bilaterali e il potere internazionale degli Stati Uniti è messo a rischio dall’ascesa di nuove potenze.

    Come non bastasse, in un interessante articolo su Foreign Affairs, Wess Mitchell (già Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei ed euro-asiatici nel 2017-2019), evidenzia come gli impegni internazionali degli USA superino le risorse finanziarie e militari disponibili. In 30 anni di guerre condotte, direttamente o per procura, lontano dai propri confini si sono consumate enormi quantità di denaro e di mezzi bellici, intaccando così la capacità offensiva delle Forze Armate, aumentando il debito sovrano e per di più fallendo quasi sempre gli scopi dichiarati. I dispiegamenti in Afghanistan, in Iraq e in una dozzina di altri Paesi hanno portato dal 2001 a un debito aggiuntivo di circa 8.000 miliardi, superando così di ben 1.000 miliardi l’importo totale speso durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente, ogni futuro Governo che volesse reintegrare gli armamenti o fare nuovi investimenti dovrà tenerne conto e indebitarsi ancora di più.

    Dal punto di vista strettamente industriale la situazione appare perfino peggiore. Tra il 2000 e il 2015 hanno chiuso ben 60.000 fabbriche eliminando un terzo dei posti di lavoro nella manifattura. La rete infrastrutturale è in gran parte obsoleta nei trasporti, nella distribuzione elettrica e nelle varie forme di comunicazione. La bilancia commerciale è deficitaria e ogni anno accumula una perdita compresa tra i 700 e i 1.000 miliardi di dollari. È pur vero che le voci “servizi” sono pur sempre in attivo, ma il totale resta quello sopra enunciato. Fino ad ora gli Stati Uniti hanno potuto sostenere grandi deficit commerciali perché il dollaro restava ancora la principale valuta di riserva mondiale e i Treasury americani erano considerati asset sicuri, ma fino a quando ciò potrà durare se il debito aumenta e le produzioni locali soffrono?

    Come ben osservato da Mitchell, la situazione attuale deriva da anni di politiche sbagliate precedenti, quando l’esaltazione dell’essere rimasti l’unica grande potenza mondiale ha obnubilato le menti dei vari governi. Tuttavia, oggi le cose sembrano voler cambiare. Trump e il suo staff hanno capito che continuando in quel modo si sarebbe andati verso la fine dell’”impero” e stanno cercando un’altra direzione. Si tratta, per loro, di ridurre il divario tra i mezzi e lo scopo, aumentando i primi e ridefinendo il secondo.

    Ecco dunque i motivi dei nuovi dazi sulle importazioni provenienti anche da Paesi amici: si vuole obbligare le controparti a bilanciare il commercio bilaterale e a investire nella produzione negli Stati Uniti per ridare fiato alla manifattura e alla manodopera locale. Ecco dunque le minacce di minore impegno verso gli alleati della NATO: costringerli ad assumersi in proprio una parte delle spese per la loro difesa aumentando i propri investimenti nazionali negli armamenti e assumendosi una parte degli oneri per la sicurezza collettiva. Ecco dunque le pretese sulla Groenlandia e sul Canada, così come il pretendere il possesso del petrolio venezuelano e, se ci riuscirà, di quello iraniano. Groenlandia e Canada sono ricchi di materie prime e Venezuela e Iran sono enormi ricchezze di petrolio (e l’Iran anche di gas). Avere sotto controllo americano tali risorse diventerebbero un patrimonio concreto (asset), in grado di garantire parte del debito americano. Inoltre, verso il Paese sud americano e quello medio-orientale esiste un altro motivo: entrambi vendevano alla Cina con pagamenti in yuan, contribuendo alla diminuzione dell’uso del dollaro come valuta di scambio (la creazione dei “petrodollari” fatta ai tempi di Nixon aveva compensato l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro decisa a Bretton Woods e continuato così a garantire la necessità di possedere dollari). In tempi recentissimi perfino l’Arabia Saudita aveva cominciato, almeno in parte, ad accettare yuan invece di USDollar in cambio di investimenti cinesi per il proprio sviluppo economico e tecnologico. Dati questi frangenti, le incoerenze comportamentali del Tycoon vanno interpretate nello stile negoziale che, come scrisse in un suo (?) libro di alcuni anni fa (The art of the deal), servono per disorientare l’interlocutore e ottenere migliori risultati nella contrattazione. Il suo comportamento, affatto pazzo, ricorda piuttosto quello di giocatori di poker arroganti, oppure quello di uomini d’affari spregiudicati che vogliono dare l’impressione di un potere negoziale che, in realtà, sanno di non avere in quella misura.

    Contemporaneamente, Trump aspira a mettere le mani sulla FED il più presto possibile: ridurre i tassi di interesse aiuterebbe le imprese nazionali e renderebbe anche meno costoso il debito. Senza contare che le tante bolle speculative americane potrebbero scoppiare e l’avere la FED sotto controllo aiuterebbe il governo a prendere decisioni di intervento per tamponare possibili crolli immettendo nuova liquidità. Non si tratta affatto di una ricetta con esiti sicuri e non mancano i rischi perché in economia la coperta è sempre troppo piccola e un tasso di interessi più basso potrebbe far ulteriormente diminuire la domanda interna e internazionale di dollari americani, con conseguenze immaginabili sul bilancio generale. Comunque sia, a suggellare la nuova linea politica, la Strategia di Sicurezza Nazionale USA del 2025 esplicitava la necessità di coniugare mezzi e fini e la Strategia di Difesa Nazionale prevedeva una riduzione controllata della presenza statunitense in Europa e Medio Oriente con la contemporanea volontà di mobilitare gli sforzi nell’industria militare-industriale nazionale.

    In conclusione, Trump sta cercando di lanciare un ambizioso programma di riforma economica, di rinegoziare le relazioni commerciali, di espandere la produzione interna con investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione tecnologica e di sganciarsi da coinvolgimenti militari all’estero lasciandone il carico agli alleati. Soprattutto, vuole evitare di essere impegnato, almeno per ora, in costose avventure in politica estera e in una guerra con grandi potenze. Ecco allora la volontà di raggiungere un qualche accordo con la Russia per l’Ucraina e di negoziare un accordo commerciale con la Cina. La guerra contro l’Iran sembra contraddire tale politica ma, probabilmente, si è lasciato ingannare da chi gli aveva raccontato che tutto sarebbe avvenuto come in Venezuela e la mossa si è poi invece rivelata una trappola da cui fatica ad uscire.  Ne verrà fuori comunque, vantando il successo di aver impedito che l’Iran si doti dell’arma nucleare anche se tutti sappiamo che gli iraniani sono da sempre (lo si vide con lo JCPOA) disponibili a rinunciarvi. Questa guerra, se questo fosse stato lo scopo, era quindi inutile. Poiché Trump per realizzare i suoi progetti ha bisogno di tempo, verosimilmente lungo, non può permettersi un conflitto che si prolunghi troppo portando con sé un aumento dei prezzi dell’energia, una forte inflazione e una reazione sociale negativa.

    In tutto questo quadro generale esistono altre forti controindicazioni, sia tra gli alleati che potrebbero cercare di guardare altrove, sia con gli avversari che potrebbero decider di approfittare di questi momenti di debolezza americana per raggiungere i propri scopi (vedi, ad esempio, Taiwan). Tuttavia, lasciare le cose come stavano andando avrebbe significato accettare un inesorabile declino da cui sarebbe stato sempre più difficile risalire.

    E noi europei come ci comportiamo in tale situazione? Non possiamo più mentire a noi stessi: tutti i nostri governi sono fortemente condizionati da Washington, la stampa principale ne è soggiogata, molti politici (che ricordano cosa successe ad Andreotti, a Craxi e a Berlusconi) temono di contrapporsi agli USA e quanto ai nostri servizi segreti ebbene, nessuno sa quanto siano veramente indipendenti da quelli americani. Nemmeno si può dimenticare che dal dopoguerra abbiamo degli accordi che, di fatto, ci riducono a “colonia politica”, che in Germania ci sono più di trentamila soldati americani di stanza mentre in Italia sono solo (sic!) 14.000. E non si può nemmeno non considerare che, almeno per ora, i nostri commerci bilaterali sono molto favorevoli per noi e si spera che, anche se diminuissero di un po’, una qualche positività si riesca a mantenerla. Dunque, checché si possa criticare o auspicare: mani legate.

  • Trump taglia la spesa federale americana per la sanità pubblica

    Dopo anni di tentativi falliti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca il progetto repubblicano di smantellare l’Obamacare, bloccato nel 2017 dal voto contrario del senatore dell’Arizona John McCain, ha ripreso slancio. A meno di un anno dal suo insediamento, l’inquilino della Casa Bianca ha ottenuto dal Congresso il via libera al piano per ridurre l’assistenza pubblica. La legge finanziaria approvata in estate, il One Big Beautiful Bill Act, prevede tagli per oltre un trilione di dollari alla spesa sanitaria federale nel prossimo decennio: la più drastica stretta al welfare americano degli ultimi anni. I democratici si rifiutano di approvare la legge di bilancio repubblicana finché non verranno rinnovati i sussidi (in scadenza a fine anno) introdotti durante la pandemia per rendere l’Obamacare più accessibile. Per i progressisti devono diventare permanenti; per i conservatori, sono da eliminare.

    Al centro dello scontro torna l’Affordable Care Act, la riforma simbolo della presidenza di Barack Obama, in vigore dal 2014, che ha permesso a milioni di americani di ottenere un’assicurazione sanitaria. In pochi anni, il numero di cittadini senza copertura si è quasi dimezzato, passando da oltre 40 a circa 25 milioni, secondo i dati del Census Bureau e della Kaiser Family Foundation.

    L’Obamacare ha ampliato il programma pubblico Medicaid e creato un mercato nazionale, ovvero piattaforme online dove è possibile confrontare e acquistare diversi piani assicurativi privati. In questo modo, anche chi rientrava nei criteri del Medicaid ma non poteva permettersi una polizza privata ha potuto assicurarsi grazie ai sussidi federali che abbassano i costi. La riforma ha inoltre vietato alle compagnie di rifiutare chi soffre di patologie preesistenti (come diabete o tumori) e imposto standard minimi. Durante la pandemia, Joe Biden ha ulteriormente rafforzato quegli aiuti, favorendo un’adesione record.

    Quando fu approvato l’Aca, l’obiettivo era anche estendere il Medicaid a tutti i meno abbienti. Ma la Corte Suprema rese facoltativa l’espansione e dieci Stati (Alabama, Florida, Georgia, Kansas, Mississippi, South Carolina, Tennessee, Texas, Wisconsin e Wyoming), in gran parte a guida repubblicana, non l’hanno mai applicata. Sono loro a rischiare le conseguenze più pesanti.

    I repubblicani presentano la legge come uno strumento per snellire la spesa pubblica e ridurre frodi e sprechi. I supporter, tra cui lo speaker Mike Johnson, giudicano inefficiente il sistema attuale. Ma non mancano lotte intestine: la trumpiana Marjorie Taylor Greene sostiene il rinnovo dei crediti d’imposta («anche l’assicurazione dei miei figli aumenterebbe») mentre la senatrice Lisa Murkowski propone di prorogarli per altri due anni.

    Joel White, a capo del Council for Affordable Health Coverage, dice che rendere permanenti i sussidi introdotti durante la pandemia costerebbe circa 350 miliardi di dollari in dieci anni e spingerebbe le piccole imprese a rinunciare alle proprie polizze aziendali, trasferendo l’onere allo Stato. «Solo il 7% degli americani è senza copertura: il mercato individuale interessa circa 24 milioni di persone, contro i 180 assicurati tramite il datore di lavoro», sottolinea. Come altri organismi legati al fronte repubblicano, critica l’Aca perché a suo avviso non affronta la radice del problema, ossia il costo eccessivo della sanità, finendo per pesare sulla spesa pubblica. Eppure, un’alternativa non esiste: «Non è stato pubblicato nulla –  ammette – ma ci stanno lavorando».

  • Aspettative

    La vita è una rincorsa di giorni che a volte sembrano lasciare le cose immutate ed immutabili ed altre volte ci pongono di fronte ad eventi che stravolgono, in tutto o in parte, quello che conosciamo, o che crediamo di conoscere.

    Anche le persone migliori a volte commettono errori.

    Anche le persone peggiori a volte, molto raramente, commettono qualcosa di buono.

    Nelle ultime ore ho pensato molto, rifacendo anche pensieri già meditati nel recente passato, e con tutta la buona volontà non ho trovato gran che di positivo tra le molte parole dette e le azioni compiute dal Presidente Trump, con buona pace di chi pensava, fino a poco tempo fa, che fosse un interlocutore credibile, un alleato affidabile, un politico di spessore, dopo essere stato un imprenditore d’assalto.

    Chi è Trump abbiamo cominciato a vederlo con i suoi comportamenti e tradimenti verso l’Ucraina, le sue strizzate d’occhio a Putin, ma qualcuno rimaneva restio a comprendere, poi sono arrivate le sue piroette sui dazi, le sue minacce su tutto e tutti, le sue ridicole performance travestito da Gesù, Papa e re, le scellerate dichiarazioni sulla sparizione dell’Iran, i suoi propositi di annettersi Cuba piuttosto che la Groenlandia, la velleità di uscire dalla Nato ed ora l’annuncio di voler togliere i soldati americani da vari paesi europei, Italia compresa.

    Non ci sentiamo di fare ulteriori commenti, sul Patto Sociale la nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio, ma ci sentiamo di augurare a tutti gli americani, ed in particolare ai repubblicani, di trovare la strada legale e democratica, attraverso il congresso ed ogni organismo deputato alla difesa della legalità, per impedire ad una persona pericolosa di continuare a nuocere al suo Paese ed al resto del mondo.

    Nel frattempo l’Unione Europea, come abbiamo detto e scritto per anni, trovi finalmente la capacità di dare seguito alle tante parole e promesse: l’Unione politica ed energetica, l’esercito e la difesa comune non possono attendere, ogni ulteriore indugio mette in pericolo i nostri popoli, la democrazia e la libertà anche dei nostri vicini.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • Lettera aperta di un cittadino italiano a Trump

    Presidente Trump, ti rivolgi agli italiani dicendo che: “l’Italia non c’era per noi”.

    Detto da chi guida un Paese dove centinaia di migliaia di persone dormono e muoiono per strada fa già abbastanza ridere così. Ma continuiamo.

    Parliamo del Paese, gli Stati Uniti, in cui un problema familiare da 500 dollari manda in tilt metà delle famiglie. Dove l’insulina costa come un’auto di lusso e ammalarsi è un rischio finanziario prima ancora che sanitario. Però sì, spiegaci tu, Presidente Trump, cosa significa essere “mal governati”.

    La famosa libertà, poi: avete due milioni di persone nelle carceri, record mondiale. E molti nemmeno condannati — solo troppo poveri per permettersi un avvocato e la libertà. Un modello, davvero.

    Nel frattempo l’aspettativa di vita scende — sì, scende — mentre nel resto del mondo sviluppato sale. Ma tranquilli: i bambini si allenano a cercare di sopravvivere alle sparatorie a scuola, perché bisogna arricchire le società che producono armi.

    Salari fermi, insegnanti esausti, veterani dimenticati… zombie che camminano nelle città dopo essere caduti nel crack, e tutto questo per dimenticare la falsa democrazia americana. Però l’urgenza è giudicare gli altri. Coerenza impeccabile.

    E la Groenlandia? La sì la Sanità è universale, istruzione gratuita, meno carcere, meno disuguaglianze. Nessuno fallisce perché si ammala. Un incubo, per te evidentemente.

    Continui nelle tue esternazioni dicendo “La NATO non c’era”. Certo. Ti sei dimenticato che dopo l’11 settembre la NATO ha attivato, per la prima volta nella storia, l’Articolo 5 proprio per difendere gli Stati Uniti. E sai chi c’era? Anche l’Italia. Per anni. Con uomini, mezzi, soldi e soprattutto con molti soldati morti. Ti vorrei ricordare una parola e un luogo che noi italiani non scordiamo: “strage di Nassiriya”. E ti vorrei ricordare ancora l’Afghanistan. Ma sì, raccontiamola come ti viene meglio: nessuno c’era.

    Forse non è un problema di alleati assenti. Forse è un problema di memoria corta e voce lunga. Perché, a conti fatti, l’unica cosa davvero fuori controllo qui non è un’alleanza internazionale.

    Ma l’unico vero problema sei tu, caro Trump.

    Giampiero Damiano

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • E se la storia si stesse ripetendo?

    La storia sembra ripetersi nel XXI secolo esattamente come in quello precedente quando il rapporto tra Adolf Hitler e lo Stato del Vaticano era stato segnato da una profonda distanza ed ambiguità, oscillando tra un formale riconoscimento diplomatico e un’ostilità ideologica radicale. Mentre la Santa Sede (non esente da critiche riguardo alla propria posizione relativa alla Shoah) cercava di proteggere i cattolici tedeschi attraverso accordi legali, il regime nazista vedeva nel cristianesimo un ostacolo al controllo totale della società tedesca.

    Il 20 luglio 1933 fu firmato un concordato tra il Vaticano ed il regime nazista che solo pochi mesi dopo il dittatore tedesco violò tanto da costringere il Papa ad un’enciclica nel 1937, eccezionalmente scritta in tedesco, che denunciava apertamente il comportamento del leader nazista.

    Nel 1938, durante la visita di Hitler a Roma, il Papa si ritirò a Castel Gandolfo per evitare di incontrare il dittatore, definendolo un “portatore di una croce che non è quella di Cristo”.

    La storia sembrerebbe ripetersi forse, e per fortuna, in forme meno drammatiche rispetto a quelle del XX secolo, che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale ed allo sterminio di massa come strumenti per il conseguimento del proprio delirio ideologico.

    Tuttavia, emerge evidente come proprio ora la storia sembra ripetersi, a causa della medesima volontà di assoggettare l’indipendenza istituzionale e diplomatica dello Stato del Vaticano alle volontà di uno stato assolutamente prevaricatore come quello rappresentato da Trump.

    Questo ragionamento certamente potrebbe anche rappresentare un’iperbole, ma è arrivato il momento di fermarsi e prendere le opportune distanze dalla politica di Donald Trump e Netanyahu che risultano completamente sprovvisti di qualsiasi senso di umanità, ed   in questo si dimostrano molto simili al nemico che intendono combattere.

    Il delirio di questi due personaggi sta trascinando l’intero mondo in una crisi economica, politica, umanitaria ed energetica senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

  • L’ex ministro che sparava ai cani mentre il marito si intrattiene con la bimbofication

    Tra le troppe brutte notizie che apprendiamo ogni giorno qualche volta arriva anche qualcosa che fa piacere: nei giorni scorsi la segretaria Usa alla sicurezza nazionale, Kristi Noem, è stata defenestrata.

    La potente ex reginetta di bellezza, ex governatrice del South Dakota, l’indomita aguzzina di tanti immigrati, grande sponsor delle più dure repressioni dell’Ice, la gentildonna che si era spesso vantata, anche in una sua biografia, di aver ucciso, sparandole, la sua cagnolina di 14 mesi perché le rovinava le battute di caccia, si trova ora anche ad affrontare uno dei tanti scandali sessuali che coinvolgono personaggi americani.

    Il marito dell’ex ministra, travestito da Barbie umana dai seni enormi, si intratteneva sul suo smartphone con bambole viventi, ipersessualizzate attraverso la chirurgia plastica, e le foto di questi incontri sono state pubblicate dal tabloid britannico Daily Mail.

    Non solo uno scandalo sessuale ma anche la vulnerabilità che ne derivava per il pericolo di ricatti che potevano coinvolgere la ministro, per altro già sotto attenzione per la liaison con un suo consulente e l’ipotesi di distrazione di fondi pubblici.

    Che la Noem fosse un personaggio che sarebbe stato meglio lasciare nella sua fattoria avrebbe dovuto capirlo anche Trump, se fosse stato un presidente in linea con i valori che dovrebbero guidare la scelta dei membri del governo ma, si sa, ognuno può commettere errori, l’importante è poi rimediare e non crediamo sia stato un gran rimedio spostare l’ex ministro a inviata speciale per lo scudo delle Americhe, un misterioso organismo per la sicurezza del continente.

    In attesa di altri nefasti eventi e di ridicole performance pensiamo che nel paradiso dei cani, dove certamente si trova la cucciola uccisa dalla Noem, gli animali che hanno subito torture si raduneranno per rinnovare la speranza che tutti coloro che fanno del male prima o poi paghino per le loro male azioni.

  • Gli alieni, Vance e noi

    Da alcuni anni si è ripreso a parlare degli alieni, extraterrestri e similari e i massimi rappresentanti degli Stati Uniti hanno rilasciato diverse dichiarazioni, specie dopo che Trump aveva annunciato che avrebbe desecretato i documenti, tenuti per molti anni coperti, sugli avvistamenti di ufo ed alieni.

    Nei giorni scorsi il vicepresidente americano Vance avrebbe dichiarato che gli allinei sono demoni, esseri celesti che volano in intorno e fanno cose strane alle persone.

    Per fare cose strane alle persone non è necessario aspettare un intervento degli alieni, basta pensare a cosa hanno fatto i soldati di Putin a Bucha, Hamas in Israele, Israele a Gaza, e lo stesso Trump non sembra poi così lontano da gesti sconsiderati, dopo aver intrapreso una guerra senza un coerente progetto e trovandosi ora in difficoltà per non aver preventivato le conseguenze né delle sue azioni né delle sue molteplici e contrastanti dichiarazioni.

    Per fare cose strane alla gente non è necessario essere un ufo, basta essere uno dei tanti umani che quotidianamente commettono violenza contro gli altri ed ogni giorno la cronaca è piena di notizie che sembrano appartenere ad un altro mondo mentre invece ci raccontano la degradazione morale e culturale del nostro.

    Certamente intorno a noi esistono misteri che non possiamo spiegare e, a qualunque religione si pensi di appartenere, vi sono barriere oltre le quali non è possibile andare anche con la scienza più evoluta, vi sono porte che ci lasciano passare solo tramite la fede.

    Ed anche la scienza più evoluta spesso invece di chiarire misteri, che dovrebbero per la sicurezza dell’intero sistema rimanere tali, crea nuovi pericoli e nuovi misteri, come è avvenuto con la rete senza regole o come accadrà con i robot umanizzati, la fantascienza gli chiamava androidi, e sta già accadendo con l’intelligenza artificiale.

    Scoperte scientifiche e tecnologiche che avrebbero dovuto portarci nuovo benessere, nella pace e comprensione reciproca, hanno invece indotto le persone a pensare e a ragionare sempre meno, le macchine si stanno sostituendo all’essere umano e già cominciano a pensare, e presto ad agire, al suo posto.

    Il bene ed il male combattono da sempre, il diavolo o i diavoli esisteranno fino a che il bene non riuscirà a sconfiggere il male forse, allora, finirà anche la ragione d’essere del mondo come lo conosciamo.

    Se a prevalere saranno i demoni, non solo quelli invisibili ma quelli che troppo spesso detengono le leve che muovono anche la nostra vita tra una guerra, una barbarie, un traffico di stupefacenti, un sito pedofilo, una truffa all’anziano, una sevizia ad un animale, una distruzione di foreste e la corruzione dei più piccoli, attraverso social violenti che spappolano la percezione di sé, la capacita di distinguere tra reale e virtuale, il mondo esploderà nel dolore e nella disperazione.

    Mentre gli ufologi continuano nei loro studi consigliamo a Vance, e a quelli che come lui hanno potere, di tornare a mettere in sintonia il cervello e la parola perché il loro pensiero, sempre più rarefatto ed a senso unico, sta producendo azioni pericolose ed irreversibili per tutti, anche per loro che al momento sono gli unici alieni dei quali è bene cominciamo a preoccuparci seriamente.

  • La simbologia della guerra

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Dall’inizio dell’attacco Russo nella Guerra russo ucraina, l’intera Unione Europea si dichiarò favorevole ad una politica di aiuto nei confronti dell’Ucraina, adottando delle sanzioni economiche assolutamente inutili nei confronti dell’economia russa e finanziando direttamente l’esercito ucraino. Per avvalorare questa strategia attraverso la rievocazione di riferimenti storici che rendessero ancora più pesante lo scenario bellico, i sostenitori degli aiuti a Zelensky affermarono come questi fossero necessari per bloccare l’avanzata di Putin fino al Portogallo, rievocando, inoltre, la certezza che si potesse rinnovare quel modello bellico del XX secolo facendo un esplicito riferimento alla seconda guerra mondiale. Persino le più alte cariche dello Stato (*) avevano avvicinato le strategie di Putin a quelle della Germania nazista di Hitler, quindi indicando come questo rappresentasse, al pari del Fuhrer, un pericolo per la stessa sopravvivenza della vita democratica in Europa, in quanto si affermava che l’obiettivo finale del leader russo fosse rappresentato, sempre secondo gli analisti europei ed italiani, dal rovesciamento dell’equilibrio mondiale partendo dal controllo totale del continente europeo.

    Se così fosse stato, allora, e se queste fossero state le reali intenzioni del leader russo, cioè sovvertire quanto meno in Europa gli equilibri nati dal dopoguerra, proprio ora scatenerebbe l’attacco finale all’Ucraina, capitalizzando così il vantaggio strategico determinato dalla crisi mediorientale.

    L’equilibrio mondiale, invece, si dimostra, e si spera solo temporaneamente, messo a dura prova dal maggiore esponente politico della prima potenza mondiale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale non solo ha deciso di riavviare una guerra contro il regime iraniano assieme ad Israele, che altro non è se non la riattivazione della guerra dei 12 giorni del giugno 2025(**). Lo stesso presidente, trovatosi ora ancora una volta dopo le pessime esperienze in Vietnam e in Afghanistan nell’ennesimo “Pantano Vietnamita” (***), annaspa in cerca di una soluzione estemporanea.

    In altre parole, l’amministrazione americana paga il fallimento colossale dell’intelligence anche israeliana relativa alla capacità di risposta militare della teocrazia iraniana, e non avendo ora nessuna idea o strategia per uscire da questa empasse, ed in presenza di un possibile rifiuto da parte degli alleati di fornire un supporto anche solo logistico, si è dichiarata intenzionata ad abbandonare questa organizzazione internazionale di difesa.

    Il vero destabilizzatore di un equilibrio già precario non è più tanto Putin, il  quale casomai vorrebbe ricostruire la vecchia URSS e così poter tornare ai due grandi blocchi contrapposti occidentale e orientale, quanto il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha avviato una politica di espansione che lo dovrebbe portare ad ottenere i monopolio del mercato del petrolio anche sotto il profilo logistico e che nel suo delirio narcisistico considera la sua una missione messianica appoggiata anche dagli evangelici. In questo modo sarebbe in grado di imporre la propria maniacale visione politica al mondo intero, estendendo l’area di ingerenza statunitense.

    Sarebbe carino capire se finalmente anche in Europa si sia compreso come l’interpretazione della strategia militare e politica di Putin risultasse assolutamente lontana dalla volontà di distruzione di un equilibrio e quindi assimilabile alla follia nazista, che invece rappresenta la caratteristica più evidente di quella di Donald Trump.

    (*) il Presidente della Repubblica italiana si avventurò in una simile similitudine in una dichiarazione durante una visita in Francia.

    (**) La guerra Iran-Israele, sostenuta anche dagli Stati Uniti e che viene definita come la guerra di 12 giorni, ha come data di inizio il 13 giugno 2025.

    (***) Rappresenta l’immagine di un conflitto inestricabile che logora risorse e consenso rendendo il ritiro politico e militare molto problematico

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