Usa

  • Gli USA e gli scenari del dopo Maduro in Venezuela

    Notoriamente Trump non è uomo di cultura e il suo comportamento è pure lontano da ogni atteggiamento ottimale in diplomazia. Tuttavia, pensare che agisca solo in base a improvvisazioni dettategli dall’istinto di uomo d’affari che punta solo a risultati immediati e si disinteressa delle conseguenze a medio e lungo termine sarebbe un errore interpretativo. Tutti vediamo che la sua politica internazionale parte dal presupposto che, almeno per ora, gli USA sono la più grande potenza economica e militare del mondo e, approfittando di ciò, rilascia dichiarazioni e assume atteggiamenti senza scrupoli tipici di un prepotente che vuole imporre i propri interessi a chiunque gli convenga. Di certo, come succede in economia, ogni scelta porta conseguenze positive per un verso e per qualcuno e negative sotto altri aspetti e per altri soggetti. Alcuni suoi comportamenti sono errori evidenti, quali crearsi troppi nemici contemporaneamente e favorire così tra di loro una alleanza, magari precedentemente non voluta né immaginata. Oppure il cambiare continuamente gli obiettivi dichiarati, togliendo così ogni credibilità alle proprie azioni del momento. Dove, però, sembra abbia agito con una certa lungimiranza e saggezza è stato il caso di ciò che ha fatto nel Venezuela.

    È ovvio che l’intervento americano in quel Paese vada contro qualunque aspetto del “diritto internazionale” e che nessuno può considerare politicamente ammissibile una tale ingerenza negli affari interni di un’altra nazione. Tuttavia, se ci asteniamo dal dare giudizi morali e ci limitiamo a osservare la convenienza di tale azione per chi l’ha compiuta, dobbiamo ammettere che si sia trattato di un colpo magistrale. Occorre premettere che, così come succedeva ai suoi predecessori, l’idea di battersi per aumentare anche altrove il livello di organizzazione democratica è soltanto un puro alibi per mascherare interessi americani molto più prosaici e che, quindi, l’eliminazione del regime dittatoriale venezuelano non era tra gli obiettivi di ciò che è stato fatto. L’interesse primario degli USA verso quell’area del mondo è la pura applicazione della “dottrina Monroe” aggiornata e cioè l’impedire che potesse confermarsi un intreccio tra quel governo e quelli di Stati considerati nemici quali la Cina, la Russia e l’Iran. Cosa che stava avvenendo seppur, apparentemente, solo sotto l’aspetto economico. Il mettere sotto possibile controllo americano la produzione petrolifera locale non è una questione prettamente economica, bensì impedisce, soprattutto ai cinesi, l’accesso a una enorme fonte di rifornimento di petrolio pesante ottimo, una volta raffinato, per ottenere un prodotto destinato a motori diesel e voraci quali quelli di aerei e navi. Inoltre, toglie a un altro grattacapo americano, Cuba, la maggiore entrata di carburante indispensabile per la sopravvivenza dell’economia locale.

    Detto ciò, chi si aspettava che l’aver “sequestrato” Maduro aprisse a un totale cambiamento di regime non teneva conto di quella che è la realtà sociale e politica del Paese. Il “colpo da maestro” di Trump e dei suoi non è consistito nel pur perfettamente riuscito sequestro di quel dittatore, bensì nell’aver preparato in anticipo la sopravvivenza del regime con però un atteggiamento molto conciliante verso Washington. Ciò che attualmente sembra probabile è che ci possono essere state diverse complicità interne pre-concordate e magari perfino la collaborazione tacita della vice presidente, oggi nominata presidente ad interim, Delcy Rodriguez. Ipotesi molto realistica, tanto è vero che il Segretario di Stato Rubio ha subito annunciato di volerla incontrare. Un’altra cosa che si potrebbe immaginare è che, di là dalle dichiarazioni ufficiali di teatro, l’operazione sia stata “accettata” da Putin durante l’incontro di Anchorage in nome del rispettivo riconoscimento delle future zone di influenza.

    La realtà interna del Venezuela è che, come dimostrato ampiamente dalle ultime elezioni, il regime di Maduro non godeva più del sostegno della maggior parte della popolazione (a differenza di ciò che succedeva al tempo di Chavez) ma che tutte le leve del potere reale sono distribuite tra coloro che di quel regime erano e continuano ad essere i beneficiari. Il malcontento origina soprattutto dalla diffusa corruzione degli alti gradi del regime, della loro incapacità gestionale e da un’economia sempre più disastrata.

    Vediamo i possibili scenari del dopo Maduro e cosa sarebbe successo se, invece di confermare la tenuta del regime, si fosse voluto imporre forzosamente una immediata democrazia.

    La prima possibilità è che con il decidere di smantellare del tutto il regime e aprire a nuove elezioni il sistema si sarebbe potuto spaccare tra gruppi armati del vecchio potere in lotta tra di loro fino ad arrivare a scontri armati. Tale eventualità, nonostante tutto, non è ancora esclusa e addirittura diventerebbe probabile se tale frattura avvenisse non solo tra gli alti vertici del regime ma anche dentro le forze armate. Non si può escludere che, fomentando un sentimento nazionalista e la non simpatia verso i gringos da sempre diffusa negli stati sud americani, una parte degli ufficiali si unisca ai gruppi guerriglieri colombiani già presenti da tempo in Venezuela. Insieme si batterebbero non solo contro l’ingerenza statunitense nel settore petrolifero ma anche darebbero la caccia ai “collaborazionisti”. In altre parole scoppierebbe una guerra civile.

    Un secondo scenario possibile dopo la ipotetica volontà americana di imporre subito le elezioni sarebbe stato che il desiderio di vendetta di chi aveva per lungo tempo subito le angherie del potere avrebbe potuto suscitare una reazione violenta di chi era ancora in posizione di forza, se non altro per autodifesa. Nel caso di una repressione feroce di tali manifestazioni, come avrebbero potuto (o dovuto) reagire gli americani? Inviando truppe per proteggere i “democratici” e aprire così un nuovo fronte di guerra?

    Naturalmente l’aver paradossalmente confermato il regime precedente non elimina possibili conseguenze non gradite. Chi si è battuto da tempo contro Maduro può non accontentarsi dell’eliminazione del personaggio e considerare un tradimento l’accettazione americana della continuità di un regime anche se con capi diversi. La Rodriguez potrebbe sinceramente fungere soltanto da presidente ad interim e rinnovare gradualmente, sempre garantita dagli americani, i vertici della giustizia, delle forze armate e dell’alta amministrazione in genere in modo da preparare le elezioni. Tuttavia, checché ne pensi la Machado (che ha continuato ad auspicare un intervento armato americano), l’opposizione al regime non è mai stata davvero compatta e lei non ha dimostrato di avere quel carisma che Chavez aveva avuto. Un vero consenso popolare che garantisca elezioni libere e pacifiche si potrebbe ottenere solamente nel momento in cui sarà evidente che l’economia stia fortemente riprendendo e che un relativo benessere sia potenzialmente raggiungibile da ampi strati della popolazione. Un po’ come successe in Corea del Sud dopo la guerra con il Nord. In altre parole, un regime militare destinato a durare qualche anno e la democrazia rimandata forse anche di un decennio.

    La realtà venezuelana di oggi, sgradita a chi vuole tutto e subito, è quella su cui, saggiamente, sembra aver puntato Trump ed è l’unica che potrebbe evitare una nuova situazione di grave instabilità. È comunque certo che, dopo aver infranto in modo così palese le regole della convivenza internazionale, Washington si gioca tutta la sua credibilità sulla buona riuscita del futuro venezuelano. Se Trump finisse col trovarsi di fronte a delle realtà come quelle che i suoi predecessori hanno provocato in Afghanistan, in Iraq, in Siria e in Libia (e speriamo che lui non faccia lo stesso errore in Iran) anche le sue chance di raggiungere un accordo con le altre potenze per spartirsi il mondo perderebbe ogni possibilità.

  • Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

    Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

    Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

    La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

    Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

    Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

  • Collisione sfiorata tra un satellite cinese e un apparecchio di Starlink

    Una sfiorata collisione tra un satellite cinese e un dispositivo della costellazione Starlink avrebbe spinto SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, a decidere l’abbassamento dell’orbita di oltre 4 mila satelliti. Lo afferma un gruppo di ricercatori cinesi in un’analisi pubblicata il 27 gennaio secondo cui il mancato impatto avrebbe avuto un ruolo chiave nella scelta annunciata dalla società statunitense. Secondo quanto ricostruito dai ricercatori dell’Istituto di software dell’Accademia cinese delle scienze, il 10 dicembre scorso un satellite cinese e un satellite Starlink sono passati a una distanza di circa 200 metri, poco dopo un lancio avvenuto dalla Cina nordoccidentale. L’episodio era stato segnalato lo scorso mese in un messaggio sui social da Michael Nicolls, vicepresidente per l’ingegneria di SpaceX. Tre settimane più tardi, lo stesso Nicolls ha annunciato l’intenzione di abbassare l’orbita di quasi la metà degli oltre 9 mila satelliti operativi Starlink, portandoli da circa 550 chilometri a 480 chilometri di altitudine, con l’obiettivo dichiarato di “aumentare la sicurezza nello spazio”. Secondo i ricercatori cinesi, nonostante l’assenza di una collisione, l’episodio “è stato comunque allarmante e ha direttamente innescato la decisione di Starlink di procedere a un abbassamento su larga scala delle orbite”.

    Lo studio identifica il satellite cinese coinvolto come un dispositivo per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione, lanciato insieme ad altri otto carichi a bordo di un razzo Kinetica-1 e realizzato da Chang Guang Satellite Technology. Il satellite, designato come 2025-292A o 66993 dal Comando spaziale degli Stati Uniti per fini di tracciamento, avrebbe avuto i primi dati orbitali disponibili meno di 14 minuti prima del passaggio ravvicinato, lasciando a SpaceX un margine di tempo molto ridotto per individuare il rischio. In un articolo pubblicato ieri dalla testata di analisi “Space and Network”, il team di ricerca afferma di aver utilizzato la piattaforma cinese di studio delle mega-costellazioni per identificare il dispositivo orbitale. Gli autori osservano che, sebbene SpaceX abbia sottolineato come l’abbassamento delle orbite consenta ai satelliti dismessi di rientrare più rapidamente nell’atmosfera e disintegrarsi, la decisione contribuirebbe anche a rafforzare l’immagine dell’azienda come operatore responsabile, in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza legate alle grandi costellazioni satellitari.

    I ricercatori notano inoltre che il passaggio a un’orbita più bassa potrebbe aumentare la sicurezza degli stessi satelliti Starlink. Analizzando le orbite iniziali dei satelliti non Starlink lanciati dal 2019, emerge infatti che la maggior parte è collocata al di sopra dei 500 chilometri. Poiché Cina e altri Paesi stanno dispiegando grandi costellazioni nella fascia compresa tra 500 e 600 chilometri, un’orbita intorno ai 480 chilometri risulterebbe “relativamente più sicura” rispetto a quella a 550 chilometri. Lo studio evidenzia tuttavia anche i potenziali svantaggi della scelta. Operare a un’altitudine inferiore può migliorare la qualità del segnale e ridurre la latenza, ma l’aumento dell’attrito atmosferico accelera il consumo di carburante necessario al mantenimento dell’orbita e riduce la vita operativa dei satelliti, con un conseguente aumento dei costi. Secondo i dati citati dai ricercatori, i satelliti Starlink a 560 chilometri registrano un decadimento orbitale medio giornaliero di circa 101 metri, contro i 267 metri a 485 chilometri.

    Gli autori mettono infine in guardia contro un abbassamento simultaneo di circa 4.400 satelliti, che costituirebbe la più grande manovra orbitale mai tentata. Una movimento così denso, avvertono, aumenterebbe in modo significativo il rischio di passaggi ravvicinati e potrebbe aprire una finestra di elevata pericolosità della durata di mesi, rappresentando una prova estrema per il sistema autonomo di prevenzione delle collisioni di Starlink. Qualsiasi perdita di controllo o collisione potrebbe innescare una reazione a catena con conseguenze potenzialmente catastrofiche. La questione si inserisce in un contesto di critiche reiterate da parte della Cina all’espansione rapida della costellazione Starlink, che Pechino considera una fonte di rischi operativi, citando anche due precedenti avvicinamenti alla stazione spaziale cinese Tiangong nel 2021 e la recente frammentazione di un satellite Starlink che avrebbe generato oltre cento detriti.

  • Dall’ICE a Torino violenza

    Negli Stati Uniti l’ICE arresta, picchia, uccide anche persone inermi

    In Italia i manifestanti aumentano le già note violenze arrivando a picchiare, con martello ed i bastoni, un carabiniere e a dare fuoco a camionette e blindati.

    Che gli uomini dell’ICE non vengano in Italia per le Olimpiadi è un auspicio che facciamo in tanti ma più che a manifestare contro l’ICE i “soliti ben pensanti”, che per altro non abbiamo visto molto interessati a difendere il popolo iraniano ed ucraino, dovrebbero cominciare a manifestare contro le continue violenze dei sinistri violenti che da troppo tempo distruggono beni pubblici e feriscono poliziotti e carabinieri

    Sta aumentando il clima di violenza e prevaricazione e c’è troppa connivenza di alcuni partiti e sindacati i quali, in odio al governo, sono disposti a lasciar crescere quella che ormai non è più una contestazione ma una vera delinquenza organizzata

  • Lectio Magistralis

    La massima forma di libertà intellettuale è quella che permette di riconoscere la correttezza di un ragionamento e dei suoi contenuti anche quando questo viene espresso in modi che non si considerino idonei soprattutto alla carica istituzionale che l’autore rappresenta.

    In occasione del World Economic Forum (WEF) 2026 a Davos, il Presidente Donald Trump ha ribadito la sua intenzione di rivoluzionare il mercato immobiliare statunitense attraverso un duro attacco ai grandi fondi privati e alle società di private equity.
    I punti chiave del suo discorso e delle relative politiche sono:
    1. Divieto per i Grandi Investitori. Trump ha annunciato un ordine esecutivo (EO) intitolato “Stopping Wall Street from Competing with Main Street Homebuyers” volto a vietare ai grandi investitori istituzionali l’acquisto di case unifamiliari.
    “L’America non sarà una nazione di affittuari”: Durante il discorso, ha dichiarato che le case devono essere costruite per le persone non per le corporation, accusando Wall Street di aver gonfiato i prezzi e sottratto il “sogno americano” della proprietà alle famiglie.
    2. Restrizioni ai Finanziamenti. L’ordine dispone che agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac smettano di garantire o facilitare prestiti destinati a investitori istituzionali per l’acquisto di residenze singole.
    3. Acquisto di Titoli Ipotecari con l’obiettivo di abbassare i tassi d’interesse per i privati, Trump ha proposto che il governo federale acquisti fino a 200 miliardi di dollari in mortgage bonds (titoli garantiti da ipoteca).

    Inoltre il Presidente degli Stati Uniti ha proposto altre Misure per l’Affordability. In questo senso infatti ha menzionato la possibilità di consentire l’uso dei fondi pensione 401(k) per gli acconti (down payments) e ha esortato le società di carte di credito a porre un tetto ai tassi di interesse al 10%.

    In un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti ha avuto il grande merito di proporre degli obiettivi concreti a favore della propria cittadinanza. In altre parole, ha offerto una Lectio Magistralis di Economia Politica, materia sconosciuta alla maggior parte del ceto politico tanto nazionale quanto europeo, ma che probabilmente neppure il mondo accademico sarà in grado di comprendere, troppo impegnato nella definizione delle proprie specifiche competenze.

    Mentre dall’altra parte dell’oceano si continua a parlare di transizione ecologica come di GreenDeal per realizzare una assolutamente infantile ed irrealizzabile decarbonizzazione della produzione. Sembra incredibile come dopo trent’anni di “Ideologia Economica ” (la materia preferita dal ceto governativo) e di strategie politiche lontane dalla legittima aspettative dei cittadini ma molto più vicina alle direttive finanziarie, in un modo forse inusuale il Presidente statunitense ha offerto una lezione di politica economica come mai nessuno prima.

    La storia si crea così, individuando gli obiettivi da raggiungere e successivamente trovando gli strumenti normativi e finanziari per conseguire gli obiettivi programmatici. Donald Trump il primo passo nella corretta direzione lo ha compiuto.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Trump dal documento della “Strategia” all’attuazione del “Nuovo ordine Mondiale”

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’ON. Nicola Bono, Presidente di Europa Nazione

    Questa improvvisa aggressione nessuno se l’aspettava, con bombardamenti e arresti, e soprattutto con la totale violazione delle norme del diritto internazionale che, all’art. 2, vietano ogni possibile aggressione a Stati sovrani. Insomma Trump ha violato con il Venezuela, così come Putin con l’Ucraina, le regole fondamentali del rispetto dell’indipendenza degli Stati e per questo l’ONU è da anni bloccata e del tutto inutile.

    Il progetto delle “aree di influenza”, e cioè la visione ottocentesca di Trump, che ci arretra di due secoli, è la garanzia per ogni superpotenza di avere un intero continente su cui decidere di fare quello che vuole, il che è un disegno mostruoso, perché punta esattamente all’obiettivo di dominare il mondo con il vecchio sistema della colonizzazione.

    E la sicurezza non ci sarà per nessuno, men che meno per l’Europa, almeno fino a quando i premier europei capiranno l’importanza di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, come confermato dal fatto che Trump che ha escluso il continente europeo dalle sue “aree di influenza”, consegnandolo in pacco regalo a Putin.

    Pertanto Trump ha iniziato l’operazione nel “cortile di casa”, e cioè nell’intero continente americano, dal Canada all’Argentina, ma con un pizzico di furbizia che consiste nel fatto che non si fanno guerre se non c’è un bottino conveniente.

    Ed ecco perché ha aggredito il Venezuela, senza dirlo neanche al Congresso, unico organo che può autorizzare aggressioni e bombardamenti, e, senza presentare una dichiarazione di guerra al Venezuela, dunque nella totale assenza di trasparenza in quanto l’operazione era illegale, ha fatto catturare il Presidente Maduro e lo ha fatto portare in un carcere USA, con un arresto che somiglia piuttosto a un vero e proprio sequestro di persona.

    Una cosa che, fino alla aggressione dell’Ucraina, sarebbe stata impensabile e che avrebbe suscitato la reazione di qualsiasi cittadino democratico, anche americano.

    Trump dichiara che l’aggressione del Venezuela è stata una difesa dell’interesse nazionale e per contrastare il narco-terrorismo, ma dove sarebbe il terrorismo? Con la cocaina? E cioè una droga distribuita purtroppo in tutto il mondo, ma senza mai qualcuno che ne avesse rilevato un intreccio terroristico?

    Ma perché c’era il bisogno di accusare Maduro di narcoterrorismo, oltre che di altri reati, che non sono idonei a mettere a rischio la sicurezza degli USA?

    La verità è che l’unico vero obiettivo era l’eliminazione del Presidente Maduro per avere in mano il potere sul Venezuela, e prendere possesso del petrolio, che ovviamente doveva restare sotto copertura fino al raggiungimento degli obiettivi.

    Personalmente non ho mai avuto simpatie per il Presidente Maduro e, avendo diversi amici in Venezuela, ho sempre seguito la politica di questo Stato ricchissimo, ma così male amministrato, e soprattutto così dittatoriale, da togliere ogni diritto ai cittadini non aderenti alla sua fazione. Ma non condivido la gioia di chi pensa che comunque, con l’aggressione illegittima di Trump, e sulla base di capi di imputazione discutibili, che comunque si dovevano gestire nei termini di legge, si è potuto fare cadere un dittatore come Maduro. Perché questo è del tutto sbagliato in quanto, pur essendo una persona orribile, (per quanto ce sono di ben peggiori), accantonare le leggi che garantiscono i popoli per fare giustizia è un errore folle, perché con questo metodo la Terra ha avuto un esempio terribile, che rischia di trasformarla in un immenso Far West, perché l’uso della forza sta sgretolando l’idea di un diritto internazionale. In questo modo ogni Superpotenza potrà rivendicare di essere legittimata ad arrestare chiunque, ricorrendo ad accuse pretestuose basate sulla parola di personaggi conosciuti come bugiardi seriali. Così si torna ai tempi del Re Sole, con il Terzo Stato gestito come lo faceva il Marchese del Grillo, e cioè senza diritti e senza giustizia. Ed è esattamente questo che va contestato, perché le regole vanno sempre rispettate, specie sulla vicenda del Venezuela, dove il vero problema è sempre stato quello del petrolio, che consente agli USA di diventare il Paese più ricco del mondo, con un 20 per cento del petrolio mondiale, raggiungendo ben 358,47 miliardi di barili, grazie all’oro nero venezuelano che incrementerà i 55,25 miliardi di barili della riserva americana.

    E senza contare l’azzardo di un’aggressione di uno Stato alleato con Russia e Cina, che potrebbe portare a gravissime conseguenze, fino a quella di una guerra mondiale, anche perché Cina e Russia sono alla seconda mortificazione dopo il bombardamento agli impianti nucleari dell’Iran dello scorso giugno, e il caso Venezuela rischia anche di rompere gli equilibri mondiali del petrolio, anche per i doveri di difendere i propri alleati. Ed in ultimo, tornando a quanti hanno gioito per la caduta di Maduro, costoro non hanno molto da ridere, perché Trump non vuole e non può mandare soldati in Venezuela perché a partire dai Maga manifesterebbero la loro feroce contrarietà, e quindi ha deciso di governare da remoto con gli uomini e la struttura di Maduro, e quindi non ci sarà alcuna democrazia e tanto meno cambiamento di regime, a conferma che il vero interesse era solo e soltanto il petrolio. Ma l’aspetto sicuramente più grave è quello dei comportamenti dei premier europei, e dei loro balbettamenti dovuti alla cautela sulla gravissima violazione del diritto internazionale in merito all’aggressione del Venezuela e del suo Presidente, che hanno fatto a gara nel pronunciare giudizi di fatto privi delle doverose contestazioni, dimostrando ancora una volta l’irrilevanza del loro ruolo e una certa codardia, piuttosto che reagire sull’assoluta intoccabilità del diritto internazionale e chiedere che aggressioni del genere devono essere bandite per sempre.

    Ma è la scelta della Meloni a lasciare esterrefatti, essendo l’unica premier a dare per scontata la legittimità dell’intervento USA, perché: “il Governo italiano considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Ma Meloni, così facendo, ha definitivamente buttato nella spazzatura il suo appassionato sovranismo, perché introduce giustificazioni alle aggressioni di Stati sovrani e non prova nessuna preoccupazione delle conseguenze di una azione che di fatto provoca l’avvio del Far West, a partire dall’Ucraina e da Taiwan, che potrebbero fare la stessa fine del Venezuela e, a ruota, anche altri Stati potrebbero subire lo stesso trattamento da parte delle superpotenze. Un altro formidabile trionfo della Meloni nella difesa dell’interesse nazionale per l’Italia e per tutti i Paesi del mondo, che non hanno lo status di superpotenza. E, per quanto riguarda la Groenlandia, Meloni e il suo partito danno una magnifica soluzione essendo ormai al servizio permanente effettivo dei desiderata di Trump, teorizzando ingiustificabili e patetiche ipotesi di lavoro alquanto farlocche, come quella inventata dall’on. Fidanza che dichiara: “sosteniamo la sovranità danese come membro della UE e della Nato, ma è giusto rafforzare la presenza occidentale (l’Europa non c’è più nell’occidente dal documento sulla strategia di Trump) nell’artico per contenere russi e cinesi”.

    E, quindi, diamo la Groenlandia all’America! Uno scienziato.

    Perché il vero problema è che l’Europa non ha più alcuna funzione nell’attuale assetto mondiale, ma troverebbe una soluzione diversa se gli Stati Europei, eventualmente un primo nucleo iniziale se non fosse possibile coinvolgerli tutti, decidesse di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, creando le condizioni del ritorno del vecchio continente al ruolo che gli compete nel mondo di salvaguardia dell’indipendenza europea, della libertà, della democrazia, del nostro sistema di vita e dei nostri valori.

  • Politicamente scorretto

    L’unica cosa veramente certa nella vita è che, prima o poi, si muore, non sappiamo come e quando ma l’evento è certo, per questo non capisco, se non per gli amanti del politicamente corretto, a prescindere da tutto, lo scandalo per le parole del Presidente  ucraino verso Putin.
    Certamente noi cristiani dobbiamo saper perdonare, nelle debite forme che non impediscano però il corso della giustizia e la pena conseguente e Zelensky non ho parlato di morte tramite particolari sevizie, ha semplicemente augurato a Putin quello che comunque anche allo zar, prima o poi, capiterà e cioè morire.
    Il problema, se mai, sta in chi succederà a Putin dopo la sua morte visto che al momento non sembra esserci in Russia la forza capace di dare al paese una svolta democratica, anzi vediamo intorno a Putin personaggi della sua stessa scuola priva di dimensione morale.
    Vediamo ragazzini allevati, dall’inizio della guerra, più a maneggiare il fucile che a studiare libri che comprendano la parola libertà, giustizia, rispetto degli altri, vediamo una smisurata quantità di denaro, ricavato dalle tasse delle società occidentali, cento italiane, rimaste a lavorare e produrre in Russia, usato per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina, una guerra che colpisce particolarmente la popolazione civile ed inerme. Vediamo la morte della libertà di stampa e del diritto di opinione e centinaia di migliaia di persone costrette, contro la loro volontà, ad andare a combattere e a morire in una guerra oscena per come Putin l’ha negata, iniziata, perseguita.

    Sognare, sperare la fine dei tiranni, in qualunque parte del mondo vivano, non sarà politicamente corretto ma è umanamente legittimo, quello che nel frattempo possiamo fare è sostenere in ogni modo chi difende la libertà della sua Patria e impegnarsi per il rispetto della dignità di ogni essere umano.

    La morte di Putin non risolverà nulla se non moriranno gli imperialismi, le smisurate ricerche di potere assoluto e di denaro senza fine, insomma è un’intera società, non solo in Russia, che deve cambiare partendo dagli Stati Uniti che, lo speriamo come augurio di buon anno, torni ad essere una democrazia di fatto partendo dall’abbandono del sogno di Trump di spartirsi il mondo in una nuova alleanza con Putin e la Cina.

  • US accused of using illegal workers at centre processing refugee claims in South Africa

    South Africa has accused the US of using Kenyan nationals without work permits at a facility processing applications by white South Africans for refugee status.

    Seven Kenyans were arrested after intelligence reports revealed that people “had recently entered South Africa on tourist visas and had illegally taken up work” at the centre, said a statement from South Africa’s department of home affairs.

    Washington accused South Africa of “interference” in its efforts to admit white Afrikaners as refugees, in a response issued to Agence France-Presse.

    The US is offering asylum status to Afrikaners as it says the community is facing persecution. South Africa’s government has rejected the claims.

    The US has reduced its yearly intake of refugees from around the world from 125,000 to 7,500, but says it will prioritise Afrikaners, who are mostly descendants of Dutch and French settlers.

    This is one of the issues that have caused a sharp deterioration in relations between South Africa and the Trump administration.

    South Africa says the Kenyan nationals arrested in Tuesday’s raid will now be deported and will be banned from entering the country for five years.

    They had previously been denied work visas but were found “engaging in work despite only being in possession of tourist visas, in clear violation of their conditions of entry into the country”, the statement said.

    South Africa also expressed concern that foreign officials appeared to have coordinated with undocumented workers and said it had reached out to the US and Kenya to resolve the matter.

    The home affairs department said the raid showcased the commitment that South Africa shared “with the United States to combating illegal immigration and visa abuse in all its forms”.

    No US officials were arrested and the operation was not at a diplomatic site, it said.

    While the State Department is yet to respond to the BBC’s request for comment, in a statement issued to US publications, Tommy Pigott, principal deputy spokesperson for the State Department, said the department was “seeking immediate clarification from the South African government” on the issue and expected “full cooperation and accountability”.

    “Interfering in our refugee operations in unacceptable,” US publication The Hill quoted Pigott saying.

    The processing of applications by white South Africans is being done by RSC Africa, according to the US embassy in South Africa. RSC Africa is a Kenyan-based refugee support centre operated by Church World Service (CWS).

    The BBC has asked RSC Africa for comment.

    US President Donald Trump has repeatedly claimed that Afrikaners are being subjected to a “genocide” in South Africa, even though there is no evidence that white farmers are more likely to be the victims of crime than their black counterparts.

    He offered Afrikaners refugee status earlier this year after South African President Cyril Ramaphosa signed a law allowing the government to seize land without compensation in rare instances.

    A first group of about 50 people flew to the US on a chartered plane – it is not clear how many others have moved, or are in the process of applying.

    Because of the legacy of the racist apartheid system, the majority of privately owned farmland in South Africa is owned by the white community and South Africa’s government is under pressure to provide more land to black farmers. However, it stresses that no land has yet been seized under the new law.

    South Africa has repeatedly tried to mend fences with the Trump administration, most famously when Ramaphosa led a high-level delegation to the White House earlier this year.

    However, this backfired when Trump ambushed him with images, videos and news reports allegedly showing that the government was persecuting white people.

    One video featured firebrand South African opposition figure Julius Malema singing: “Shoot the Boer [Afrikaner], Shoot the farmer”.

    However, a South African court has ruled that this song, which Malema often chants at his political rallies, is not hate speech.

    Last month, the US boycotted the G20 summit in South Africa and has said it would not invite South African officials to its meetings since it took over leadership of the grouping of the world’s biggest economies.

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