Usa

  • Il braccio di ferro tra Cina e Usa si estende alle Olimpiadi invernali del 2022

    A meno di un anno dall’accensione del tripode olimpico, gli Stati Uniti non hanno ancora deciso se partecipare ai Giochi invernali di Pechino 2022. Uno scenario che, oltre a scontare la variabile del Covid-19, contribuisce ad agitare gli spettri del nuovo braccio di ferro tra le due super potenze mondiali e del boicottaggio. Alimentato anche dalla chiamata internazionale in crescita per le accuse alla Cina sulla violazione dei diritti umani tra Xinjiang e Tibet, e la stretta su Hong Kong.

    “La politicizzazione dello sport internazionale va contro lo spirito olimpico e danneggia gli interessi degli atleti di tutti i Paesi”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, commentando le parole espresse giovedì sul tema dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, secondo cui manca una “decisione finale” sulla partecipazione e gli Usa seguiranno le direttive della commissione olimpica.

    “Tutti nella comunità internazionale, compreso il Comitato olimpico Usa, si oppongono a questo tipo di boicottaggio o alla chiamata di cambio della sede dei Giochi”, ha proseguito Wang, per il quale “i fatti sconfiggeranno le menzogne. Crediamo con forza che attraverso gli sforzi congiunti di tutte le parti, le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 diventeranno sicuramente uno straordinario evento olimpico”.

    Ai siti di Yanqing, alle porte di Pechino, i lavori vanno avanti: ospiteranno le gare di sci alpino, mentre la pista di bob e slittino, la prima mai realizzata in Cina, è la più lunga al mondo con i suoi quasi 2 km di tracciato ed è coperta da un tetto in legno in stile tradizionale. Xu Zhijun, vicesegretario generale del comitato organizzatore, aveva promesso Olimpiadi sicure dicendo che la costruzione dei luoghi delle competizioni è stata di fatto completata entro il 2020. E a dispetto della pandemia, aveva aggiunto Xu, incontrando i media internazionali in visita ai siti a inizio mese.

    All’inizio della settimana, tuttavia, la Camera dei Comuni canadese ha approvato la mozione che definisce “genocidio” le politiche di Pechino nello Xinjiang a danno della minoranza uigura di fede musulmana, insieme alla richiesta di ritiro dei Giochi olimpici invernali a Pechino 2022, in linea con la richiesta lanciata da una coalizione di 180 gruppi che si battono per i diritti. E voci simili si sono sollevate altrove, come al Congresso Usa e al parlamento britannico.

    La Cina risponderà al boicottaggio “con pesanti sanzioni verso i Paesi che vi aderiranno”, ha assicurato Hu Xijin, direttore del Global Times, il tabloid del Quotidiano del Popolo che di solito tradisce l’umore della leadership comunista. “Boicottare i giochi invernali è un’idea impopolare che non avrà un ampio supporto”, ha scritto Hu su Twitter.

    Il Cio ha in gran parte ignorato gli appelli e il suo presidente Thomas Bach ha definito i preparativi per i Giochi “quasi un miracolo”, malgrado le sfide della pandemia. La posizione finale della Casa Bianca potrebbe però generare clamorosi scossoni. I media statali cinesi, non a caso, hanno intensificano i segnali di irritazione sulle prospettive di ripristino delle relazioni tra Pechino e Washington, notando che la politica messa in campo dal presidente Joe Biden “sa di trumpismo”. L’approccio iniziale, ha scritto il China Daily in un editoriale, “offre poco ottimismo”.

  • Rinnovato il bando per le borse di studio speciali Covid-19 assegnate dalla Fondazione Italia USA

    In considerazione del prolungarsi dell’emergenza sanitaria è stato rinnovato il bando per le borse di studio speciali Covid-19 a copertura parziale che saranno assegnate dalla Fondazione Italia USA, oltre alle 1000 già erogate ogni anno, per il master online “Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy” promosso insieme al Centro Studi Comunicare l’Impresa.
    Sono state bandite ulteriori 100 borse di studio. La scadenza per le domande è il 31 marzo 2021.
    Le borse di studio saranno dirette a giovani laureati meritevoli, allo scopo di favorire l’internazionalizzazione con gli Stati Uniti e fornire loro un sostegno concreto in questo momento di particolare difficoltà economica.
    Saranno valutate anche domande di imprenditori e professionisti che desiderano espandere la propria attività sui mercati internazionali, privilegiando start-up e imprese che hanno come mercato principale gli USA, nonché quadri aziendali referenziati da aziende.
    Il Master, che ha l’adesione di numerose personalità istituzionali ed è diretto dalla prof. Stefania Giannini, garantisce l’accesso a un prodotto formativo di respiro internazionale. La Fondazione Italia USA, per l’impegno dei suoi programmi formativi quali il master, e i valori da questi trasmessi, fa parte ufficialmente del programma UNAI – United Nations Academic Impact lanciato dal segretario generale dell’ONU nel 2010.

  • US, Russia extend New START nuke arms treaty

    Washington and Moscow to move ahead with strategic stability talks and new phase of arms control

    The United States and Russia officially extended the New START nuclear arms-control treaty for five years on February 3.

    US Secretary of State Antony Blinken said the extension is a first step on making good on US President Joe Biden’s pledge to keep the American people safe from nuclear threats by restoring US leadership on arms control and nonproliferation.

    Russian lawmakers quickly approved the extension of the New START treaty on January 27, a day after a phone call between Biden and Russian President Vladimir Putin during which they agreed to complete the necessary extension procedures in the next few days.

    Extending the New START Treaty ensures the US has verifiable limits on Russian intercontinental ballistic missiles (ICBMs) and submarine-launched ballistic missiles (SLBMs), and heavy bombers until February 5, 2026, Blinken said on February 3. “The New START Treaty’s verification regime enables us to monitor Russian compliance with the treaty and provides us with greater insight into Russia’s nuclear posture, including through data exchanges and onsite inspections that allow US inspectors to have eyes on Russian nuclear forces and facilities,” he said, adding that the US has assessed Russia to be in compliance with its New START Treaty obligations every year since the treaty entered into force in 2011.

    “Especially during times of tension, verifiable limits on Russia’s intercontinental-range nuclear weapons are vitally important. Extending the New START Treaty makes the United States, US allies and partners, and the world safer. An unconstrained nuclear competition would endanger us all,” the new US Secretary of State said.

    He noted that Biden has made clear that the New START Treaty extension is only the beginning of the US Administration’s efforts to address 21st century security challenges. Blinken said Washington will use the time provided by a five-year extension of the New START Treaty to pursue with Moscow, in consultation with Congress and US allies and partners, arms control that addresses all of its nuclear weapons. “We will also pursue arms control to reduce the dangers from China’s modern and growing nuclear arsenal. The United States is committed to effective arms control that enhances stability, transparency and predictability while reducing the risks of costly, dangerous arms races,” he said.

    He stressed, however, that the decision to extend the nuke treaty does not mean that the US is not concerned about Russia. “Just as we engage the Russian Federation in ways that advance American interests, like seeking a five-year extension of New START and broader discussions to reduce the likelihood of crisis and conflict, we remain clear eyed about the challenges that Russia poses to the United States and the world. Even as we work with Russia to advance US interests, so too will we work to hold Russia to account for adversarial actions as well as its human rights abuses, in close coordination with our allies and partners,” Blinken said.

    Dmitri Trenin, director of the Carnegie Centre in Moscow, said with the New START having won a five-year extension, US and Russia need to move ahead with strategic stability talks and new phase of arms control. “These issues being existential, they must be protected from extraneous irritants, such as domestic politics in both countries,” Trenin wrote in a tweet, adding, “There’re other battlefields for that”.

  • Biden e l’illusione progressista

    Il Lichtenstein applica una aliquota del 12,5% sui redditi di impresa mentre l’Olanda impone una tassazione alle società del 20%. In Europa l’Olanda e il Lussemburgo (membri della Ue) ed il Liechtenstein vengono indicati come stati canaglia sotto il profilo fiscale in quanto offrono agevolazioni che permettono l’esterovestizione a molte aziende attratte dalla vantaggiosa legislazione fiscale. In questo senso, in seguito alla alla Brexit, la Gran Bretagna annunciato che ridurrà la tassazione al 18% per le società.

    Il Delaware, e si passa nel continente statunitense, è per estensione il secondo stato più piccolo degli Stati Uniti. La sua centralità, tuttavia, nell’economia mondiale è giustificata grazie all’applicazione di un’aliquota dell’8,7% sulla tassazione di impresa.

    Grazie a questa fiscalità fortemente attrattiva per l’impresa estera il Delaware conta registrate sul proprio territorio oltre 1.500.000 società (tra le quali molte europee) le quali hanno spostato la propria sede a fronte di una popolazione locale di 970.000 abitanti: 1,5 società per abitante.

    Per la prima volta, quindi, un paradiso fiscale assolutamente legittimo ha espresso il proprio presidente degli Stati Uniti cioè Joe Biden.

    Qualcuno tra i nostri democratici progressisti, illuminati politici e pensatori si dimostra ancora convinto che nei prossimi anni assisteremo ad una nuova centralità degli Stati Uniti, quindi abbandonando la posizione isolazionista. Una speranza che può arrivare fino ad una possibile armonizzazione delle fiscalità internazionali (*) magari proprio sulla spinta “progressista” della nuova amministrazione Biden.

    Ancora una volta il nostro Paese, come l’Europa, ma soprattutto gli ambienti culturali che si definiscono progressisti interpretano attraverso la propria ideologica gli eventi esteri dei quali ignorano i connotati principali. Convinti nella propria visione oscurantista che sia sufficiente la nomina di un viceministro della sanità cross dresser per dimostrare l’applicazione della ideologia progressista. Oppure fermare la realizzazione del muro al confine con il Messico inaugurato da un democratico e progressista presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton.

    Giova ricordare quindi come anche per il nuovo presidente degli Stati Uniti la centralità dello sviluppo avrà come epicentro gli Usa (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). A differenza di quanto pensano gli illuminati politici europei e soprattutto italiani.

    (*) intesa come isolamento politico degli stati che applicano politiche fiscali fortemente attrattive.

  • UN counter-terror chief says extremists are using COVID pandemic to spread terrorist ideology

    Vladimir Voronkov, the head of the United Nations’ counter-terrorism office, on Tuesday warned that terrorists are exploiting the COVID-19 pandemic and appealing to new “racially, ethnically and politically motivated violent extremist groups”.

    Voronkov spoke at the UN security council’s 20th anniversary commemoration of the resolution to fight terrorism adopted after the 9/11 attacks on the United States, and six days after a violent assault on the US Capitol by a pro-Trump mob.

    He warned that Al-Qaeda, which was responsible for the 9/11 attacks, is still proving resilient despite the loss of numerous leaders. He added that new groups have emerged in the past two decades, including Daesh, which is using social media to recruit followers around the globe.

    Voronkov also said that terrorists have sought to exploit the COVID-19 crisis, and that they have quickly adapted to exploiting cyberspace and new technologies.

    “Their tactics are appealing to new groups across the ideological spectrum, including racially, ethnically and politically motivated violent extremist groups”, Voronkov said.

  • Il potere dei social media

    Cosa pensereste se, entrando in un negozio ove eravate abituati a fare acquisti il proprietario ve lo impedisse e vi cacciasse fuori dicendo che gli siete antipatico perché vi vestite non secondo il suo gusto? E cosa pensereste se nel democratico Paese di cui siete cittadino qualcuno vi dicesse che tutti avranno libertà di parola ma non voi e chi la pensasse come voi?

    È ovvio che reagireste indignati gridando alla dittatura e alla violazione dei più elementari diritti di libertà che credevate garantiti dalle leggi che i vostri rappresentanti avevano votato.

    Ebbene, negli Stati Uniti di oggi accade di peggio.

    Un gruppo di società private si è arrogato il diritto di decidere chi può proporre agli altri le proprie idee e chi ne verrà impedito.  Twitter, Instagram, Facebook, YouTube, Snapchat e altri “social” più o meno connessi hanno deciso che il signor Donald Trump e tutti i suoi simpatizzanti non potranno più avere accesso ai loro servigi. In altre parole non sarà loro concesso di usare questi strumenti per comunicare tra loro o con terze persone.

    Occorre notare che non abbiamo a che fare con un tipo qualunque di società, bensì di strumenti di comunicazione talmente diffusi in tutti gli strati della popolazione da poter essere oramai considerati un vero e proprio sevizio pubblico. Un po’ come il servizio postale. Vi immaginate se qualcuno decidesse che voi non potrete più ricevere o spedire alcuna forma di corrispondenza?

    Il fatto diventa di una enorme gravità quando si considerano tutti i fattori coinvolti:

    1. Il mercato dei social è praticamente oggetto di un oligopolio che può mettere fuori gioco (e lo sta facendo tramite boicottaggi o acquisizioni) ogni tentativo di creare lo spazio per un’alternativa. Per definizione, non possono esserci molti social network poiché il loro scopo è di connettere molti utenti, ognuno dei quali può “consumare” solo un numero limitato di servizi internet di questo tipo.
    2. Donald Trump fino al 20 di Gennaio è ancora il Presidente in carica degli Stati Uniti
    3. Limitandoci solamente a Twitter, i “lanci” di Donald Trump erano seguiti da 80 milioni di persone che, da pochi giorni orsono, non potranno più farlo.
    4. Donald Trump, Presidente o non Presidente, è un uomo politico che aveva deciso (affar suo!) di comunicare con i suoi elettori o simpatizzanti soprattutto attraverso quei servizi di comunicazione.

    Di fatto, dei privati cittadini hanno autonomamente deciso che Donald Trump non ha, e non avrà più, gli stessi diritti di espressione e di libertà di parola di tutti gli altri.

    Rientra tutto questo nell’idea che ci eravamo fatto della democrazia e dello Stato di diritto?

    Le risposte avanzate dai sostenitori di quello che a me sembra un misfatto sono di due tipi:

    1. le parole di Trump sono un invito alla violenza e quindi vanno zittite preventivamente in nome della pace sociale.
    2. anche Twitter e tutti gli altri, così come qualunque testata giornalistica, hanno il diritto di pubblicare o meno interviste, dichiarazioni o commenti che, per qualunque loro insindacabile motivo, giudichino non opportuni.

    Per quanto riguarda il punto b), la differenza per nulla insignificante è che, almeno fino ad ora, anche negli Stati Uniti le testate giornalistiche sono numerose e il loro pubblico conosce sin dall’inizio quale preferire in base alla loro più o meno marcata tendenza politica. Il caso di Twitter e i social network che si presentano come indipendenti e senza vocazione politica è ben diverso poiché, lo si voglia o non lo si voglia, tutti insieme coprono pressoché la totalità del mercato della comunicazione “social”.

    Il punto a) è ancora più delicato. In uno Stato di diritto esiste una magistratura che si presume indipendente e che è titolata, come unica fonte giuridica, a censurare dopo adeguata istruttoria atti compiuti o dichiarazioni rilasciate da un qualunque cittadino. La stessa magistratura è l’unica che, eccezionalmente, può intervenire in modo preventivo al fine di evitare reati. Nessuna legge democratica prevede la concessione di tale diritto a chi non è legalmente autorizzato.

    La magistratura americana a questo proposito è sempre stata molto precisa: la censura è una restrizione alla libertà di parola ed il primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, adottato nel 1791, la garantisce. Perfino il Governo Federale e i Governi dei vari Stati non hanno il diritto di censurare l’espressione dei singoli cittadini. Quando, nel 2019, Trump chiese di bloccare l’accesso ai commenti sul suo account Twitter, una Corte d’Appello Federale gli negò il diritto di farlo, proprio invocando la libertà di espressione prevista dal primo emendamento. È pur vero che In un atto del 1996 (Communication Decency Act, paragrafo 230) la legge stabilì che i social network sono autorizzati a limitare l’accesso a contenuti che loro stessi considerano osceni o offensivi ma in un “Counteracting Internet Censorship” del maggio 2020 tale autorizzazione viene limitata a pubblicazioni piratate o se relative ad abusi sessuali sui minori. Inoltre, gli stessi network sono esentati dalla responsabilità civile per i contenuti che gli utenti vi pubblicano limitando proprio a costoro le conseguenze civili e penali dei loro atti.

    La questione riguardante la censura preventiva e la difesa della libertà d’espressione è stata, negli ultimi mesi, oggetto di una diatriba tra Repubblicani ed i Democratici. Questi ultimi, in spregio al loro stesso nome, chiedono di aumentare la responsabilità dei social network verso ciò che pubblicano e quindi di concedere loro un diritto censorio perfino maggiore. Tuttavia, detto ciò, sia i Repubblicani che i Democratici hanno sostenuto al Congresso e al Senato che i più grandi social network sono “oggettivamente” un oligopolio ed è cominciata la discussione sulla possibilità di obbligare le società più grandi a spezzettarsi, così come fu fatto agli inizi del ‘900 nei confronti dei giganti del petrolio. L’accusa bipartisan è di manipolare, con accordi sotterranei, i prezzi della pubblicità, confermando così la mancanza di libera concorrenza in quel tipo di mercato.

    Considerando la loro posizione dominante, se fosse confermato il diritto dei social network a decidere autonomamente cosa sia legittimo e cosa no, chi autorizzare e chi censurare, si realizzerebbe di fatto qualcosa di molto simile a quel controllo totalizzante ipotizzato in modo preveggente da George Orwell nel suo famoso “1984”. La sola differenza, che rende la cosa perfino peggiore, è che in quella anti-utopia chi controllava i cittadini era un Governo. In questo caso il potere apparterrebbe invece e solamente a un piccolo gruppo di arricchiti che potrà così controllare il mondo.

  • Per gli Stati Uniti gli Houthi dello Yemen sono terroristi

    I ribelli Houthi dello Yemen sostenuti dall’Iran potrebbero presto essere considerati dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Ad annunciarlo il segretario di Stato Mike Pompeo che ha fatto sapere che tre dei leader di Ansar Allah, meglio conosciuto come Houthi, saranno considerati veri e propri terroristi.

    La decisione di inserire il gruppo nella ‘black list’ arriva mentre l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden si prepara a subentrare all’amministrazione Trump il prossimo 20 gennaio.

    Le associazioni umanitarie temono che tale mossa possa mettere a rischio i già delicati colloqui di pace e complicare gli sforzi per combattere la più grande crisi umanitaria del mondo.

    Lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo, è lacerato dal conflitto dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno occupato la capitale Sana’a e spodestato il governo del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi. Le malattie mortali sono comuni nel paese a causa della povertà, la guerra ha ucciso più di 100.000 persone e milioni soffrono per la carenza di cibo e di cure mediche. Il conflitto è considerato una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

    Il ministero degli Esteri del governo yemenita sostenuto dai sauditi ha appoggiato la proposta americana e ha chiesto ulteriori “pressioni politiche e legali” sugli Houthi.

  • Accordo “di principio” tra Ue e Cina sugli investimenti

    Cina e Unione Europea hanno raggiunto un accordo “di principio” sugli investimenti, che pone fine a 7 anni di negoziati tra Pechino e Bruxelles. L’accordo raggiunto ha “un grande significato economico”, recita una nota dell’Unione Europea e “lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”. L’intesa servirà a “riequilibrare” il commercio e gli investimenti tra Cina e Unione Europea e prevede una “piena attuazione” degli accordi di Parigi in materia di clima e ambiente: ci saranno, poi, un “robusto meccanismo” di applicazione e monitoraggio, garanzie nei campi del trasferimento di tecnologia contro “pratiche distorcenti”, e “chiari obblighi” per le imprese statali cinesi. Per Pechino, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante” e “stimolerà con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”, ha dichiarato il presidente cinese, Xi Jinping.

    L’intesa è stata siglata in un incontro in video collegamento tra il presidente cinese e i vertici Ue, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la cancelliera tedesca Angela Merkel, in qualità di presidente di turno; all’incontro c’era però anche il presidente francese, Emmanuel Macron e proprio la partecipazione del capo dell’Eliseo, la cui presenza non era giustificata dal formato dell’evento, è stata accolta con “sorpresa” dall’Italia, che “era a conoscenza della volontà di Macron di inserirsi” ma sperava che questo scenario venisse evitato.

    L’Accordo Complessivo sugli Investimenti (Cai) è “un grande passo avanti” che “ristabilisce l’equilibrio” nei rapporti tra Ue e Cina, dando alle imprese europee “un forte impulso” sul mercato cinese, ha commentato il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. Il risultato di oggi, ha aggiunto, non risolve tutte le difficoltà nel rapporto con la Cina – che Bruxelles considera un “rivale sistemico”- anche se “lega Pechino a impegni significativi nella giusta direzione, più di quanto si sia mai detta d’accordo a fare prima”. La Cina assicura che l’intesa si applicherà a tutti i campi, ha dichiarato il portavoce del Ministero del commercio di Pechino, Gao Feng, con nuove opportunità soprattutto nei settori del manifatturiero avanzato, dello sviluppo verde e dei servizi. Lanciati ufficialmente nel novembre 2013, i negoziati tra Cina e Ue sono cominciati ufficialmente a gennaio 2014 e si sono protratti per 36 round di colloqui. L’ultimo scoglio riguardava il rispetto degli standard internazionali in materia di diritto del lavoro, che Pechino promette di osservare, nonostante permangano ancora molti dubbi da parte dell’Ue (e degli Usa).

    La Cina è oggi il principale partner commerciale dell’Unione europea e l’accordo giunge a poche settimane dall’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, che ha promesso un maggiore coinvolgimento degli alleati internazionali per esercitare pressioni sulla Cina. Il suo team aveva espresso preoccupazione in vista dell’accordo e il consigliere per la sicurezza nazionale scelto dal presidente eletto, Jake Sullivan, aveva chiesto preventive “consultazioni” con i partner europei sulle pratiche economiche di Pechino: un richiamo rivolto soprattutto alle accuse di sfruttamento del lavoro forzato nella regione autonoma dello Xinjiang, nel mirino dei sospetti internazionali di violazioni dei diritti umani e detenzioni di massa. Per Pechino, però, l’accordo – che dovrà essere tradotto, ratificato dai 27 membri dell’Unione e approvato dal Parlamento europeo – manda un messaggio di vittoria del multilateralismo all’amministrazione Usa entrante. La Cina, ha detto Gao, “rimane impegnata nel nuovo paradigma di sviluppo e nell’espansione delle aperture. Vogliamo cooperare con tutte le parti, inclusi gli Stati Uniti, per uno scenario di benefici reciproci”.

  • US removes Sudan from terror sponsors list

    The United States on Monday removed Sudan from its blacklist of state sponsors of terrorism after nearly three decades.

    “The congressional notification period of 45 days has lapsed and the Secretary of State has signed a notification stating rescission of Sudan’s State Sponsor of Terrorism designation is effective as of today (December 14), to be published in the Federal Register”, the US Embassy in Khartoum said in a Facebook post.

    The US blacklisted Sudan in 1993, accusing the regime led by former president Omar al-Bashir of supporting terrorist organisations. Bashir, who was ousted by protests last year, had links with Al-Qaeda founder Osama bin-Laden.

    Washington accused Khartoum of supporting al-Qaeda and of helping it bomb the US embassies in Dar Es Salaam, Tanzania and Nairobi, Kenya in 1998 and to attack the USS Cole off the port of Aden in 2000. In return for being delisted, Sudan’s transitional government has agreed to pay €275 million to survivors of the attacks and the victims’ families.

    Relations between the US and Sudan have warmed after Sudan’s transitional government, which took over last year, agreed to recognize Israel, a major goal for outgoing US president Donald Trump, who in October announced that he was delisting Sudan.

    “We have been liberated from the global blockade which we were forced into by the behavior of the ousted regime”, Sudan’s prime minister Abdalla Hamdok said in a statement.

    Removal from the list will allow Sudan to seek financing from international lenders and negotiate relief on $60 billion in foreign debt.

  • US lists Russia as religious freedom offender

    The United States has added Russia to its special watchlist for governments that engage in or tolerated “severe violations of religious freedom”, secretary of state Mike Pompeo said on Monday.

    Pompeo also announced that the US had designated Pakistan, China, Iran, Saudi Arabia, Tajikistan, Turkmenistan, Nigeria, North Korea, Myanmar and Eritrea as “countries of particular Concern” under its International Religious Freedom Act.

    Russia was placed on the watchlist alongside Comoros, Cuba and Nicaragua.

    Last year, the State Department accused Russia of persecuting members of Jehovah’s Witnesses and Hizb ut-Tahrir, two religious organizations that are officially banned in Russia.

    Russia’s law allows for the government to impose restrictions on religious rights to protect the country’s security and constitutional structure. The four recognized religions in the country are Christianity, Islam, Judaism and Buddhism.

    About 65% of Russia’s population belongs to the Orthodox Christian Church and 7% identify as Muslim.

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