Usa

  • Iran reportedly considered killing US ambassador to South Africa

    Iran is weighing an assassination attempt against the United States’ ambassador to South Africa Lana Marks, US media reported on Monday.

    The report citied multiple US intelligence sources and a CIA global threats document. It said it would be the Islamic Republic’s preferred method of retaliating against US president Donald Trump’s assassination of Revolutionary Guards commander Qasem Soleimani in January.

    Iran later launched missile strikes on an Iraqi military base housing US troops, but American casualties were low and intelligence officials said it was likely that there would be more attacks at a later date.

    According to US media, the intelligence report is not clear why the South African-born Marks would be Iran’s target for revenge, except that she is a close friend of Trump’s and a member of his exclusive Mar-a-Lago resort club in Florida.

    Iran’s ministry of foreign affairs has strongly denied the report, and called it “anti-Iran propaganda”.

    A US government official said that Marks, who took up her post last October, had been informed and the threat was listed in the CIA’s World Intelligence Review.

  • Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?

    Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?
    Quando si dice che si è d’accordo su qualcosa in linea di principio,
    significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica.

    Otto von Bismarck

    Il 4 settembre scorso, nell’ufficio ovale del presidente degli Stati Uniti d’America a Washington D.C., ha avuto luogo un incontro tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo. Erano presenti l’anfitrione, presidente Trump, il presidente della Serbia e il primo ministro del Kosovo. Erano presenti anche le tre delegazioni rispettive. Un vertice a tre, rimandato però per due volte. Inizialmente era stato previsto per il 27 giugno scorso. Ma prima della partenza per Washington la delegazione del Kosovo ha annunciato che non poteva partecipare più al previsto vertice. La mancata partenza era dovuta al rilascio, il 24 giungo 2020, di un comunicato dell’Ufficio del Procuratore Speciale per il Kosovo. Con quel comunicato si rendeva noto che il Procuratore Speciale aveva presentato dieci capi d’accusa presso le Camere Speciali del Kosovo contro il presidente della Repubblica del Kosovo. Proprio lui che doveva dirigere la delegazione. Poi, in seguito, il vertice a tre a Washington è stato previsto per il 2 settembre scorso. Ma anche quella volta è stato rimandato, per poi essere stato realizzato finalmente, due giorni dopo, il 4 settembre. La persona incaricata dal presidente statunitense per organizzare l’incontro e per preparare il contenuto del previsto accordo aveva, dall’inizio, ribadito che si trattava di un accordo con obiettivi economici. Mentre per quelli politici le delegazioni della Serbia e del Kosovo dovevano negoziare con i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea.

    Nel frattempo i massimi rappresentanti dell’Unione europea non hanno visto di buon occhio lo spostamento a Washington dei negoziati tra la Serbia ed il Kosovo. Ragion per cui, subito dopo il fallimento del vertice a tre del 27 giugno 2020, il presidente francese ha proposto un vertice in videoconferenza. Il 12 luglio scorso da Parigi, lui e la cancelliera tedesca hanno dialogato con il presidente serbo, il primo ministro kosovaro e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza. Un dialogo considerato positivo dagli organizzatori. Per l’occasione il rappresentante dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo ha espresso la sua soddisfazione perché, secondo lui, finalmente il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo, con la diretta mediazione degli alti rappresentanti dell’Unione europea per la normalizzazione dei rapporti, “è ritornato, dopo 20 mesi, nella giusta via”.

    Dopo il sopracitato vertice in videoconferenza le parti hanno ribadito le loro richieste. Il primo ministro del Kosovo ha annunciato le sue cinque. La più importante delle quali era che l’Accordo integrale della Pace tra il Kosovo e la Serbia “doveva portare ad un riconoscimento reciproco” tra i due paesi. Perché per il momento la Serbia considera il Kosovo come una sua regione, parte integrante del suo territorio. Invece il presidente della Serbia, riferendosi al contenuto sostanziale delle richieste del Kosovo, ha dichairato che “… se quello è il perno di tutto ciò che essi [la delegazione del Kosovo] vogliono discutere, allora tutto diventa completamente insensato”.

    Il processo di mediazione di un accordo tra la Serbia ed il Kosovo è cominciato a Rambouillet, in Francia, nel lontano febbraio del 1999. Il testo con il contenuto dell’accordo presentato alle parti, che prevedeva un’autonomia sostanziale per il Kosovo, nonché le modalità della presenza dei rappresentanti internazionali, civili e militari ecc., era preparato dagli esperti della NATO (l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Dopo tanti, continui e difficili negoziati non si è raggiunto però un accordo. Il 18 marzo 1999 le delegazioni del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito hanno firmato quello che viene riconosciuto come l’Accordo di Rambouillet. Mentre le delegazioni della Serbia e della Russia hanno rifiutato di farlo. Ragion per cui, in seguito, la NATO ha deciso l’intervento militare con bombardamenti aerei contro la Serbia. Il resto è ormai storia nota.

    Negli anni dopo quell’intervento militare, i negoziati tra i due paesi hanno continuato, sempre con le stesse e insuperabili difficoltà. Nel novembre 2005 ha avuto inizio quello che diventerà il processo per l’indipendenza del Kosovo, nell’ambito di quella che è stata riconosciuta come la Conferenza di Vienna. Dopo una serie di incontri tra le parti, il 2 febbraio 2007 il rappresentante internazionale ha presentato le sue proposte per portare ad un accordo. Quel rappresentante era un noto diplomatico e politico finlandese. Egli è stato presidente della Finlandia dal 1994 al 2000 e anche sottosegretario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per il suo continuo e apprezzato impegno per la pace nel mondo, a lui, Martti Ahtisaari, è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2008. La Serbia, come sempre, ha rifiutato il riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Mentre il Kosovo, con il deciso sostegno di tutti i paesi del G7 e di molti altri in seguito, ha dichiarato la sua indipendenza il 17 febbraio 2008.

    Un terzo processo di dialoghi tra la Serbia ed il Kosovo, per raggiungere un accordo di pace, è ricominciato nel 2011, con la mediazione dei massimi rappresentanti dell’Unione europea. Si tratta di un processo che continua tutto’ora e che, come sopracitato, è ricominciato il 12 luglio scorso, dopo venti mesi di pausa. Si tratta, però, di un processo che ha avuto degli alti e bassi e che ha rischiato di portare non solo ad un fallimento, ma anche a degli accordi che potevano mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità nei Balcani. Perché, come è stato reso pubblico durante gli ultimi anni, si poteva arrivare, con un consenso non solo dei massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, ma anche dell’attuale primo ministro albanese, ad un pericoloso processo della ridistribuzione di determinati territori confinanti, a vantaggio della Serbia. Un simile progetto ha visto come un attivo promotore anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza dal 2014 al 2019. Durante questo periodo tra la Serbia e il Kosovo sono stati raggiunti degli accordi particolari, che mai sono stati però attuati in seguito. Ragion per cui, la mediazione dell’Unione europea è stata considerata come un fallimento da molti analisti e opinionisti internazionali.

    Una situazione quella che ha fatto “scendere in campo” gli Stati Uniti d’America. Ovviamente ci sono anche dei motivi non pubblicamente dichiarati che hanno portato ad una simile decisione. Motivi che, secondo gli analisti, hanno a che fare con l’aumento della presenza russa e cinese nei Balcani. Ma anche motivi che avrebbero a che fare, forse, anche con la campagna in corso per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Sui reali motivi e sui primi e attesi risultati del vertice del 4 settembre scorso a Washington D.C., tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, alla presenza del presidente statunitense, le opinioni sono diverse e spesso anche ben differenti. Comunque sia, la discesa in campo degli Stati Uniti darà un nuovo impulso dei negoziati e della soluzione finale del problema spinoso tra la Serbia e il Kosovo. Come è stato anche nel 1999 e poi, nel 2007 – 2008. Il primo risultato, comunque, è stato la ripresa dei negoziati con la mediazione dell’Unione europea. Tutto rimane, però, da vedere.

    Chi scrive queste righe pensa che quando si tratta di un accordo non ci sono mai né vincitori e né vinti. Altrimenti non si tratterebbe di un accordo, ma bensì di un diktat. Egli auspica che quanto scriveva Bismark, su un accordo in linea di principio, non sia vero sempre. Perché se no, ci si chiederebbe chi approfitta e chi perde cosa dall’accordo del 4 settembre scorso a Washington?

  • Il futuro delle banche centrali

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il 5 settembre 2020

    A fine agosto si è tenuto il tradizionale simposio economico di Jackson Hole, nello stato americano del Kansas, dove i banchieri centrali regolarmente si incontrano per tracciare la linea sui futuri orientamenti monetari, economici e finanziari globali. Quest’anno, per l’emergenza della pandemia del Covid19, è stato il primo incontro di carattere virtuale.

    Solitamente ci si aspetta che sia la Federal Reserve americana a indicare la strada maestra. Invece lo ha fatto la più spregiudicata Bank of England. Il suo nuovo governatore, Andrew Bailey, infatti, ha messo in secondo ordine il «salvifico» target d’inflazione del 2% per «applicare le lezioni degli ultimi mesi e anche quelle dell’ultimo decennio o dalla crisi finanziaria del 2007-09 in poi».

    La novità principale, secondo Bailey, è stata la grande e prolungata espansione dei bilanci delle maggiori banche centrali «in appoggio sia alla politica monetaria sia agli obiettivi di stabilità finanziaria». Soprattutto per fronteggiare la crisi provocata dal Covid. Di conseguenza, in futuro i bilanci delle banche centrali dovranno sempre più essere considerati come uno strumento per la creazione di stimoli monetari, attraverso l’acquisto di asset, cioè di titoli finanziari di vario tipo.

    Al riguardo si ricordi che il bilancio della Banca Centrale Europea è aumentato di 1.700 miliardi di euro: da gennaio a luglio si è passati da 4.664 a 6.360 miliardi. Di questi, non meno di 715 miliardi sono stati immessi nel sistema nel solo mese di luglio. Il collasso economico attuale ci indicherebbe che la crisi non sarebbe stata generata primariamente nel settore bancario bensì «tra i fondi, i trader e le imprese».

    Di conseguenza, la Bank of England propone la strategia del «go Big, go Fast», cioè di «operazioni aggressive di acquisto di asset». Se fino ad oggi questi asset sono stati prevalentemente obbligazioni di stato, adesso si propone, invece, di allargare i settori di acquisto, in particolare verso quello corporate, il cosiddetto «corporate debt». Ciò è giustificato con l’intento di affiancare le banche e i mercati finanziari nel sostegno alle attività economiche, anche se, si ammette, «inevitabilmente si aumenta il rischio gestionale per le banche centrali».

    Si propone, quindi, di rendere centrale e generalizzato l’acquisto di asset privati, finora fatto quasi eccezionalmente dalle banche centrali. Il rischio di cui si parla, in verità, è quello che, incamerando nei loro bilanci titoli potenzialmente tossici o di dubbia esigibilità, le banche centrali possano trasformarsi in vere e proprie «bad bank». Per Bailey, un obiettivo rimane sempre «il raggiungimento della sostenibilità del target d’inflazione del 2%», ma con la necessaria flessibilità per non alzare in modo prematuro il tasso d’interesse qualora la ripresa dovesse incominciare.

    Più importante è la scelta degli strumenti da usare, che potrebbero includere, in modi più sistematici, anche i tassi d’interessi negativi, gli incentivi alle banche per garantire una certa liquidità e persino l’acquisto da parte delle banche centrali di titoli commerciali appena emessi.

    Nel suo discorso di apertura del simposio, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell è stato molto più blando. Forse per evitare, come già in passato, «gli schiamazzi» di Donald Trump contro di lui nelle ultime settimane di campagna elettorale presidenziale. Powell si è più concentrato a spiegare gli effetti nella politica monetaria dopo la Grande Crisi Finanziaria piuttosto che dare indicazioni più precise sulle politiche attuali e future della Fed.

    Di fatto si è limitato ad annunciare un atteggiamento più morbido rispetto alla tradizionale politica monetaria finora ancorata fermamente al target d’inflazione del 2%. In caso di un simile aumento dei prezzi, la Fed farebbe scattare quasi automaticamente una politica monetaria più restrittiva con un aumento dei tassi d’interesse. Powell ha parlato di un target d’inflazione media, «average inflation targeting», facendo intendere un atteggiamento più «flessibile», più permissivo anche in caso di un aumento dei prezzi superiore al 2%.

    In verità si tratta di qualcosa che era già nei fatti e nei comportamenti della Fed. Non è certo la «rivoluzione copernicana» nella politica monetaria che certa stampa ha voluto dipingere. È però un messaggio ai mercati e a Wall Street relativo ai tassi d’interesse zero o addirittura negativi che potrebbero restare più a lungo. In ogni caso è chiaro che l’inflation target rimane, insieme alla comunicazione e alla trasparenza, il pilastro della politica monetaria della Fed.

    A nostro avviso, la parte più rilevante del discorso di Powell è quella concernente l’eventuale sostegno diretto alla ripresa economica e all’occupazione. Il governatore ha affermato che «quando l’occupazione è inferiore al suo massimo livello, com’è chiaramente oggi, noi opereremo per correggere questa mancanza usando i nostri strumenti di sostegno alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro». Anche per l’Europa sarà importante vedere come tale politica potrà manifestarsi concretamente dopo le elezioni presidenziali di novembre.

    Da parte sua, Philip R. Lane, il membro irlandese del comitato esecutivo della Banca centrale europea, si è concentrato a dare un dettagliato e oggettivo rapporto sui vari interventi di quantitative easing adottati per fronteggiare l’emergenza economica, occupazionale e finanziaria provocata dalla pandemia.

    In particolare ha riportato che il programma pandemics emergency purchase program (Pepp), di acquisti da parte della Bce di titoli pubblici e privati in possesso del sistema bancario, originariamente di 750 miliardi di euro, è stato ampliato a 1.350 miliardi. Dovrebbe affiancare il Recovery Fund di 750 miliardi dell’Unione europea per assicurare una forte ripresa delle attività produttive e dell’occupazione. Speriamo che ciò avvenga e, almeno per il nostro paese, non si sprechi questa grande opportunità

    Certo, ancora una volta a Jackson Hole non si è affrontata la questione centrale, quella della riforma del sistema finanziario.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • US orders closure of Chinese consulate in Houston

    The United States government has ordered China to “cease all operations and events” at its consulate in Houston, Texas, the Chinese foreign ministry said.

    Tensions have escalated between China and the US amid an ongoing trade war, the coronavirus pandemic, and US criticism of China’s human rights abuses in Hong Kong and Xinjiang.

    A US state department spokesperson said the consulate was directed to close “in order to protect American intellectual property and Americans’ private information”. A separate state department statement said that China “has engaged for years in massive illegal spying and influence operations” and that those “activities have increased markedly in scale and scope over the past few years”.

    “China strongly condemns such an outrageous and unjustified move which will sabotage China-US relations. We urge the US to immediately withdraw its erroneous decision, otherwise China will make legitimate and necessary reactions”, the Chinese foreign ministry said in response.

    Meanwhile, US secretary of state Mike Pompeo visited the United Kingdom, where he met prime minister Boris Johnson and urged a coalition that understands the threat of the Chinese Communist Party.

    Amid heightened tensions with China, Britain has in recent weeks banned Huawei from its 5G network, suspended an extradition treaty with Hong Kong and offered refuge for millions of Hong Kongers who feel threatened.

  • Trump perde terreno nei sondaggi e silura il manager della campagna elettorale

    Davanti ai sondaggi deludenti, Donald Trump silura il manager della sua campagna elettorale Brad Parscale e lo sostituisce con il veterano del Gop, Bill Stepien. Mancano meno di quattro mesi alle presidenziali in cui il repubblicano cercherà la rielezione, e il magnate sceglie Facebook per annunciare: “Sono felice di comunicare che Bill Stepien è stato promosso al ruolo di manager della campagna di Trump. Parscale, con me per un periodo molto lungo e alla guida delle nostre fantastiche strategie digitali e informative, resterà in quel ruolo come Senior Advisor per la campagna”. Dietro il tono disteso, la relazione sempre più incrinata di Trump con Parscale, a causa della sempre maggior visibilità di quest’ultimo e del ‘caso Tulsa’. La città dell’Oklahoma, cioè, dove lo scorso mese Parscale aveva trionfalmente previsto la presenza di un milione di persone a un comizio, mentre solo 6.200 si erano poi presentate davvero. Risultato: la furia del tycoon. Il rimpasto porta sconquasso nella campagna di Trump, che sinora era stata immune ai costanti cambiamenti che avevano invece contraddistinto la campagna 2016. E arriva nel mezzo della crisi sanitaria ed economica legata alla pandemia di Covid-19, che ancora non ha mollato la morsa sugli Usa e ha ucciso sinora oltre 135mila americani. In questo scenario pieno di variabili, arriva il sondaggio di Nbc e Wall Street Journal secondo cui il candidato presunto dei Dem alla Casa Bianca, Joe Biden, avrebbe 11 punti percentuali di vantaggio sul magnate: per l’ex vice presidente il 51% dei consensi, per Trump il 40%. A pesare è la gestione del coronavirus da parte di Trump, che solo il 37% approva, 6 punti in meno in un mese. E solo il 33% approva la sua gestione dei rapporti razziali. Ma c’è anche un 54% di elettori favorevole al modo in cui il tycoon gestisce l’economia, dato in ascesa rispetto ai sondaggi precedenti. Significativa la distribuzione delle preferenze: i maggiori vantaggi di Biden sono con gli elettori afroamericani (dall’80 al 6%), i latini (dal 67 al 22%), gli elettori dai 18 ai 34 anni (dal 62 al 23%), le donne (dal 58 al 35%) e gli elettori bianchi con titoli universitari (dal 53 al 38%). Trump è avanti tra tutti gli elettori bianchi (dal 49 al 42%), gli uomini (dal 45 al 43%) e i bianchi senza titoli universitari (dal 57 al 35%). Anche Biden ha già promosso un rimpasto del suo team di campagna elettorale, sebbene l’abbia fatto molto prima, dopo dei pessimi risultati nelle primarie. Si era trattato, nel suo caso, di genuini cambiamenti nelle strategie della campagna. Il democratico aveva infatti promosso Anita Dunn, rimuovendo il manager Greg Schultz, dopo essersi piazzato al quarto posto in Iowa e mentre si aspettava un’altra disfatta in New Hampshire. Dunn aveva già lavorato come alta consigliera per le comunicazioni dell’ex presidente, Barack Obama.

  • La produttività del sistema fiscale

    Come spesso accade durante un periodo di profonda crisi ed a fronte di risultati discutibili dell’azione di governo si aprono dibattiti relativi all’equa ripartizione del reddito prodotto in previsione di un periodo di contenimento ed uno successivo di auspicabile ripartenza dell’economia. Questa è una inevitabile conseguenza legata all’evidenza con la quale le diverse fasce sociali abbiano affrontato la crisi economica ma soprattutto alle sempre maggiori difficoltà dei ceti meno tutelati ed economicamente abbienti.

    In un contesto simile riemerge la discussione relativa alla funzione del sistema fiscale e della sua efficacia in quanto attraverso questa viene finanziata la spesa pubblica.

    Va ricordato, infatti, come il sistema fiscale trovi la propria giustificazione non sono nella necessità di reperire risorse finanziarie per la macchina pubblica ma soprattutto nella ricerca di un riequilibrio economico e sociale tendente ad eliminare o quantomeno ad attenuare le differenziazioni economiche attraverso l’erogazione di servizi. All’interno di questo schema ideologico-politico la progressività delle aliquote trae la propria motivazione facendo proprio il principio della utilità marginale decrescente del denaro. In assoluta antitesi a questa “ideologia” fiscale si contrappongono i sostenitori della flat tax, o tassa piatta, come veicolo di nuova ricchezza disponibile.

    Il nostro Paese presenta comunque una pressione fiscale insostenibile come espressione di aliquote molto alte per le diverse fasce di reddito e con forti progressività. A queste va aggiunta un’altissima tassazione sui consumi che porta a oltre il 68% il Total tax rate.

    In rapporto quindi alle motivazioni iniziali di questa forte pressione fiscale l’unica logica conseguenza dovrebbe essere la disponibilità di un “welfare state” di primissimo livello, espressione di una società all’interno della quale le differenziazioni sociali dovrebbero venire notevolmente ridotte.

    Basti ricordare, invece, come in Italia circa 3 milioni di famiglie, quindi 9 milioni di persone, circa il 15% della popolazione, viva al di sotto della soglia della povertà.

    Emerge perciò evidente, specialmente in questo periodo di crisi, una fortissima differenziazione sociale ed economica tra diverse fasce di popolazione la quale non può che avviare un confronto relativo alla produttività del sistema fiscale italiano.

    Gli Stati Uniti, al di là dell’Atlantico, presentano una tassazione con una aliquota media vicina al 22% per i redditi fino a 165.000 dollari per una famiglia e che sale al 24% se il reddito medesimo viene percepito da un singolo. L’ultima rivelazione statistica indica come siano circa trentanove (39) milioni i cittadini statunitensi costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà fissata in 12.000 dollari all’anno. Una cifra veramente notevole ma che se viene tradotta in valore percentuale sulla popolazione si esprime con un 11,8% della popolazione, ovvero -3,2 % in meno di quanto rilevato in Italia.

    Tralasciando l’annosa questione relativa all’assicurazione sanitaria (*), la logica vorrebbe che ad  una bassa imposizione fiscale corrispondesse una fortissima forbice tra diverse fasce sociali. Partendo invece da questi due modelli di sistemi fiscali, non solo i risultati sono molto vicini ma addirittura la percentuale  favorirebbe la bassa imposizione fiscale come metodo per raggiungere una maggiore equità, o meglio, una minore differenziazione. Il Total Tax Rate Usa risulta infatti il 36.9%, poco più della metà di quello italiano.

    Tornando quindi all’analisi della percentuale di popolazione costretta a vivere al di sotto della soglia di povertà,  il triste primato italiano raggiunge livelli grotteschi se paragonato al doppio dell’imposizione fiscale statunitense.

    La differenza tra questi Total Tax Rate indica l’assoluta mancanza di produttività, tanto invocata dagli economisti quando si ragiona delle imprese private ma assolutamente ignorata per quanto riguarda la valutazione complessiva del  sistema amministrativo italiano e fiscale nello specifico.

    Esattamente come all’interno delle bollette degli italiani, dove il costo dell’energia rappresenta la metà o addirittura un terzo dell’intero ammontare richiesto, allo stesso modo il nostro sistema fiscale si trattiene, come oneri di “rete o sistema”, oltre il 60% del costo complessivo.

    Lo stato dimostra ancora una volta di rappresentare la prima causa di scarsa produttività del sistema economico italiano.

    (*) Il sistema sanitario italiano, finanziato con risorse pubbliche, dovrebbe aumentare la disponibilità economica dei cittadini e delle famiglie rispetto ad un  sistema come quello statunitense basato su polizze assicurative il cui costo grava sul budget familiare.

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • La rabbia di Amazon, Uber, Google, Twitter per il nuovo blocco dei visti di lavoro negli Stati Uniti

    Amazon, Uber, Google, Twitter e altre importanti società tecnologiche tutte contro il presidente americano Donald J. Trump perché ha firmato un ordine esecutivo il 22 giugno sospendendo nuovi visti per lavoratori stranieri, incluso l’H-1B per lavoratori altamente qualificati.

    L’intento è quello di garantire opportunità professionali agli americani che stanno pagando pesantissime conseguenze a causa del Coronavirus. Le restrizioni sono entrano in vigore dal 24 giugno e dureranno fino alla fine dell’anno. I colossi della tecnologia hanno affermato che il divieto renderebbe le aziende americane meno competitive e meno diversificate e hanno definito l’ordine esecutivo “una politica incredibilmente sbagliata” che minerebbe la ripresa economica dell’America e la sua competitività.

    L’H-1B in genere spinge i lavoratori del campo della tecnologia verso gli Stati Uniti in modo che possano aiutare le aziende americane a essere più competitive e aumentare la tecnologia e l’innovazione.

  • La ‘New York bene’ fugge dal coronavirus, le gallerie d’arte la inseguono negli Hamptons

    Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Nella fattispecie, se i facoltosi clienti non frequentano più di persona le gallerie d’arte di New York chiuse per il coronavirus, sono le gallerie a trasferirsi dove si sono spostati i ricchi clienti. Pace, Skarstedt, Max Levai di Marlborough, Van de Weghe Fine Art e la

    casa d’aste Sotheby’s stanno preparando ad aprire in spazi pop-up agli Hamptons, la colonia estiva dei vip newyorchesi che la pandemia ha trasformato da mesi in rifugio dal rischio contagio.

    Pace, la cui nuova maxisede a Chelsea è chiusa da marzo, ha deciso di aprire uno spazio espositivo a East Hampton con l’idea di mantenerlo accessibile fino al 12 ottobre. “Crediamo nell’interazione personale con l’arte”, ha spiegato il presidente e Ceo Marc Glimcher: di qui l’idea di “rimettere in piedi il business quest’estate partendo da East Hampton”.

    Da marzo, quando New York è entrata in quarantena, il numero di miliardari e collezionisti che si sono spostati nelle loro ville si è moltiplicato esponenzialmente, mentre la prospettiva di una seconda ondata rende la prospettiva di un rientro in massa in città a fine estate sempre più remota: “Non avevo mai visto nulla del genere”, ha detto Christophe Van de Weghe che finora non aveva mai considerato di aprire a East Hampton pur avendo una casa nella zona.

    Anche Sotheby’s ripartirà da East Hampton con una galleria pop-up in cui acquistare immediatamente opere d’arte e beni di lusso. “Nessuno veniva nel nostro palazzo di York Avenue”, ha spiegato all’agenzia Bloomberg David Schrader, capo della divisione vendite private globali: “Abbiamo deciso di portare quel che abbiamo da vendere dove si è spostata la gente che compra”. Skarstedt, che da marzo ha chiuso le gallerie di New York e Londra, conta di riaprire il 17 giugno su appuntamento con opere incluse anche nello stand virtuale di Art Basel tra cui dipinti di Kaws e de Kooning e prezzi da 300mila dollari a 8,5 milioni.

    Non sarà ovviamente business as usual: da Pace solo 12 visitatori per volta e due persone dello staff, tutti con mascherine, potranno occupare lo spazio allo stesso tempo, mentre gli addetti all’installazione delle opere dovranno riempire quotidianamente un questionario sanitario e lavorare in piccole squadre per minimizzare l’esposizione al virus. Un modello ancora più estremo è quello adottato dalla Alone Gallery, una nuova iniziativa di Levai di Marlborough con il gallerista Tripoli Patterson, dal 17 giugno trasferitosi in un magazzino di Wainscott con una mostra di Alex Katz. Un solo cliente (o una famiglia fino a 4 persone) può entrare nello spazio protetto da video-sorveglianza per un massimo di 30 minuti su appuntamento. All’ingresso, maschere, disinfettante e copri-scarpe per non contaminare la galleria, pulita da cima a fondo quotidianamente.

  • Guerra dei dazi Usa-Cina, la Ue chiede di esentare i farmaci

    Se lo stallo con gli Usa sulla disputa Airbus-Boeing non si sblocca l’Ue “non avrà altra scelta” che imporre dazi punitivi su una lista di prodotti stelle e strisce. Potrà farlo a partire dal prossimo mese, quando il Wto renderà noto l’ammontare delle compensazioni cui l’Europa ha diritto per gli aiuti illegali di Washington alla Boeing. E’ in questi termini che il commissario Ue al commercio, Phil Hogan, ha riassunto ai ministri europei riuniti in teleconferenza la situazione sulla controversia parallela, sugli aiuti di Stato all’industria aeronautica civile, in cui sia l’europea Airbus che l’americana Boeing hanno ricevuto miliardi di dollari di sussidi irregolari. Ricevuto l’ok dal Wto per compensazioni record da 7,5 miliardi di dollari, gli Usa sono passati all’attacco nell’ottobre scorso, con dazi punitivi su un’ampia lista di prodotti europei, anche italiani. In febbraio, Washington avrebbe potuto infierire, ma non lo ha fatto. Sembrava fosse tregua. Invece, “dopo 9 mesi di sforzi per trovare una soluzione”, ha spiegato Hogan, “le posizioni sono distanti”. Senza una svolta l’Ue applicherà le sue misure punitive. Ma il politico irlandese non vuol sentire parlare di “escalation”. “Si tratta di una mossa pienamente in linea con i nostri diritti ed essenziale per riportare gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, ha spiegato.

    Il clima elettorale negli Usa non semplifica le cose. Nel fine settimana il presidente americano Donald Trump è tornato a minacciare dazi sulle auto europee dal Maine, Stato grande produttore di aragoste, se l’Ue non eliminerà le tariffe dell’8% sulle importazioni dei crostacei stelle e strisce.

    Il Wto, la camera di compensazione pensata negli anni Novanta del secolo scorso, per ridurre le tensioni commerciali, ha perso già la funzionalità dell’organismo di appello per la risoluzione delle dispute e in agosto il direttore generale Roberto Azevedo lascerà il posto. L’Ue sta cercando di portare avanti un’agenda di riforma per l’organizzazione, con priorità come trasparenza, sostenibilità e, novità della pandemia, salute. Così la Commissione europea proporrà a breve a un gruppo ristretto di partner commerciali – il Gruppo di Ottawa, nato proprio per riformare il Wto – di agire in sede Wto per azzerare i dazi su farmaci, dispositivi e forniture mediche e rendere più difficile bloccare gli scambi di beni essenziali. L’accordo Wto del 1994 sull’accesso ai medicinali tra Ue, Usa e altri quattro Stati che rappresentavano il 90% degli scambi nel settore non basta più. Quella quota è diminuita di un terzo e, soprattutto, l’intesa non è sottoscritta dalle attuali ‘fabbriche’ di medicinali del mondo, Cina e India. L’iniziativa è anche di natura squisitamente commerciale, che riguarda il 12% delle esportazioni totali dell’Ue, ovvero 236 miliardi di euro. “Dobbiamo creare nuove opportunità di esportazione per i produttori di prodotti sanitari dell’Ue – sintetizza Hogan – e incentivare quindi una maggiore produzione nell’Ue.

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