Processo

  • Le conversazioni con l’intelligenza artificiale possono diventare materiale probatorio in un processo

    Un giudice di Manhattan ha disposto che un amministratore delegato sotto processo per bancarotta consegnasse agli inquirenti 31 documenti prodotti in conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic in quanto quelle chat, anche se riguardavano materiali preparati per i suoi legali, non sono coperte dal segreto professionale. Di fatto, la magistratura americana ha asserito che parlare con un’intelligenza artificiale non è come parlare con un avvocato e non gode delle tutele applicabili a quest’ultimo caso. Le grandi law firm americane si sono affrettate a spiegarlo ai loro clienti.

    Alla base della decisione giudiziale vi è l’idea che l’intelligenza artificiale è appunto qualcosa di artificiale, non è una persona ma un servizio, che genera dati. E i dati, in tribunale, possono essere chiesti, analizzati, usati sia in cause civili sia in procedimenti penali. Paradossalmente, nello stesso giorno in Michigan una donna che si difendeva da sola in una causa di lavoro ha ottenuto che le sue chat con ChatGPT fossero considerate “work-product” personale, cioè materiale di preparazione della propria difesa, e quindi non consegnabili al datore di lavoro.

    Mentre la giurisprudenza in materia muove i primi passi, più di una dozzina di grandi studi legali statunitensi ha iniziato a inviare ai clienti avvertenze esplicite: non usate i chatbot consumer per questioni sensibili, preferite piattaforme enterprise con garanzie contrattuali di riservatezza, e se proprio dovete chiedere un parere all’Ia su un tema legale, scrivete nel prompt che state agendo su indicazione di un avvocato. Lo studio newyorkese Sher Tremonte è arrivato addirittura a inserire una clausola nei contratti: se condividi con un chatbot le comunicazioni con il tuo legale, rischi di annullare tu stesso la protezione del segreto professionale. Hai “divulgato a terzi”, e il privilegio decade.

  • In attesa di Giustizia: lontano dai riflettori

    C’è una notizia che non è proprio recentissima ma se ne è saputo soltanto da pochi giorni: Patrizia Martucci, G.I.P. in servizio al Tribunale di Firenze, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri, nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del ’93.

    Questa archiviazione non sarebbe neppure una notizia in sé, trattandosi della sesta nell’arco di trent’anni durante i quali le Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze si sono affannate nel tentativo di dimostrare che dietro ad alcuni dei più gravi fatti di sangue riferibili alla criminalità organizzata ci fosse come mandante il Cavaliere valendosi dei buoni uffici e delle relazioni pericolose del suo intimo amico e collaboratore, Marcello Dell’Utri, colpevole – questo sì e senza ombra di dubbio – di essere siciliano, anzi, palermitano il che integra un indizio grave.

    Ci sarebbe da ridere se non fosse per il tormento dato a due cittadini per oltre un trentennio inseguendo un’irrealistica ipotesi di accusa e per le risorse umane ed economiche dislocate nel tentativo disperato di far quadrare vaghi sospetti trasformandoli in elementi di prova del concorso in gravissimi delitti sebbene né Berlusconi né Dell’Utri avrebbero avuto un solido ed accertato movente.

    Errare è umano ma perseverare è diabolico e non è da escludere che qualcuno in futuro riapra le indagini per questi fatti: tanto il reato di strage non si prescrive e tirare qualche palata di fango su Forza Italia e dintorni è un’occasione da non perdere.

    Intanto però, abbiamo la decisione della Giudice Martucci che il 15 gennaio scorso scrive nel provvedimento di archiviazione: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”.

    I terrapiattisti del Fatto quotidiano e dintorni diranno che archiviazione non vuol dire assoluzione, il fascicolo si può riaprire, come è già avvenuto (e fare la stessa fine per la settima volta…)

    Intanto, però, la Dott.ssa Martucci così ha deciso, per mancanza di riscontri, lo ha fatto cinque mesi fa rimanendo volutamente lontana da conferenze stampa, comunicati ufficiali, interviste e partecipazioni a talk show e la domanda che ci si deve porre, come ha fatto Marina Berlusconi, è una sola: questa notizia sarebbe rimasta sommersa per settimane se Patrizia Martucci avesse deciso diversamente?

  • In attesa di Giustizia: l’ultimo raglio

    “I fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito sulla domanda di grazia”. Così annota Francesca Nanni, Procuratore Generale di Milano, in merito al provvedimento di clemenza che ha riguardato Nicole Minetti, suscitando le ire di Marco Travaglio che scaglia un anatema nei confronti dell’alto magistrato milanese: “Egregia procuratrice, lei è libera di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna su gravissimi reati senza che abbia scontato un minuto di pena…ciò che lei non può fare  è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto, in un comunicato che non ammette contraddittorio”.

    Con questo raglio – che fa anche rima con il cognome –  il Direttore sembra essere nella imminenza di proporre una querela nei confronti del Procuratore Generale di Milano “se non si rimangiano tutto e ci chiedono scusa” e nel frattempo, sulla prima pagina del suo rotolone Regina quotidiano pubblica un articolo dal titolo gravemente irrispettoso  “Grazia, Graziella e Mattarella” nel quale non manca di dare ulteriore prova del difetto congenito di cultura costituzionale, se non di semplice umanità lamentando nuovamente che a Nicole Minetti non sia stata fatta scontare nemmeno un po’ di galera…dove rischia di finire lui se quella querela per diffamazione verrà davvero proposta trattandosi di un’accusa palesemente calunniosa e ribadita continuando a sproloquiare nelle ospitate sulle reti televisive amiche o sulle colonne della sua creatura editoriale.

    C’è da temere che non finirà qui: il Procuratore Generale di Milano è persona riservata, equilibrata e composta nei modi, che parla solo attraverso atti del Suo Ufficio, per cui è altamente improbabile che alimenti questa sterile polemica ma qualcun altro potrebbe farlo ergendosi a difensore di strampalate teorie.

    Il primo che viene in mente è un esperto del settore: il senatore grillino Roberto Scarpinato, uomo che nella sua precedente vita da magistrato è stato cultore della cosmologia manettara e dell’esoterismo giudiziario capace – in una delle sue tante e fallimentari indagini – di ipotizzare stragi di mafia per annientare i vecchi referenti politici frutto di un concerto dei boss con il  criminale di guerra Arkan, con la destra eversiva, Licio Gelli e leghe separatiste, non senza il contributo di un avvocato faccendiere. L’avvocato farabutto non poteva mancare…

    Ci sarà, dunque, un ultimo raglio, sperando che tale sia davvero? Lo sapremo solo vivendo.

  • In attesa di Giustizia: lo spettacolo del cuore

    Sul numero della scorsa settimana era stato “minacciato” un articolo su aspetti per nulla conosciuti ed emersi nel corso della attuale indagine sull’omicidio di Chiara Poggi: qualcosa di diverso che potrebbe valere non tanto ad indizio nei confronti di Andrea Sempio, di cui saranno altri ad occuparsi e non certo questa rubrica,  quanto ad alibi postumo ad elevato valore scientifico aggiunto per Alberto Stasi, utile nell’auspicato processo di revisione…e, invece, no: forse un’altra volta, forse mai perché è molto più confortante dedicarsi più che alla spettacolarizzazione del processo allo spettacolo del cuore offerto da uno scritto ritrovato di una valentissima Collega del Foro di Napoli, Valentina Varano, che ha i “quarti di nobilità” essendo figlia e sorella di due grandi penalisti partenopei…una famiglia di Avvocati con la A maiuscola. E passo la parola a Valentina.

    “La prima volta che ho varcato le porte del Tribunale di Napoli ero minorenne, entrai con un permesso speciale richiesto da papà per farmi partecipare a un processo per duplice omicidio, Corte di Assise. Gli imputati erano nella gabbia, uno dei tre aveva gli occhi più brutali che avessi mai visto, e, forse è ancora così.

    Erano morti due fidanzatini, lei era minorenne e lui, ricordo avesse 20 anni.
    Si erano appartati per un po’ di intimità sulla spiaggia del Granatello, ed in un tentativo di furto del vecchio motorino del ragazzo ne nacque una sparatoria. I due innamorati restarono nella sabbia con un colpo in testa. Una brutalità senza fine, ed inutile: forse lui aveva cercato di proteggere la fidanzatina, aveva estratto l’arma che deteneva in qualità di guardia giurata e di lì la tragedia. Aveva cercato di proteggere la sua fidanzatina mentre oggi le ragazze si devono proteggere da chi le tiene per mano.

    Racconto questa storia perché sono passati 30 anni forse, ma io ho stampata nella mente un’immagine che non sfuma nei contorni, nonostante il passaggio del tempo.
    La mamma della ragazza era in aula, ad ogni udienza: una statua di sale, un viso senza tempo, guardava nel vuoto, e aveva gli occhi che mi ricordavano la descrizione di quello dello squalo, proprio come nel film: vuoti, fissi, una pallina nera.

    Ricordo che nonostante papà fosse impegnato nella durissima difesa di uno degli imputati, non potei che avvicinarmi a quella donna, perché sapevo di non poter capire del tutto il suo dolore.

    Ero una ragazzina, ma volevo che sapesse che io la rispettavo per quel suo dolore e per la dignità con cui partecipava a ogni udienza, per chiedere giustizia per la sua bambina.
    Oggi dopo trent’anni vedo mamme a cui ammazzano le figlie andare in tv, registrare i video su tik tok, partecipare a desolanti trasmissioni pubblicitarie con la foto della figlia morta sulla maglietta.

    Io non mi riconosco in questa epoca dal sapore pacchiano, volgare, dove il dolore non ha più dignità, in cui tutto è spettacolo, uno spettacolo deplorevole e dai toni sempre più bassi.

    Abbiate rispetto dei morti, del dolore, facciamo silenzio. Non mi riconosco in questa epoca, rimpiango di non essere nata decenni fa e che i miei dolcissimi figli vivano un mondo così tracotante di vuoto”.

    Questa struggente riflessione è lo spettacolo del cuore, il cuore che batte nel petto dei difensori, quelli che esercitano il loro ministero ogni giorno, con impegno, in silenzio, lontano dai riflettori ma vicini a chi – imputato o vittima di un crimine – si ritrova, in attesa di giustizia, solo al cospetto del Potere dello Stato.

  • In attesa di Giustizia: la saga degli orrori continua

    Sarebbe interessante avere argomenti diversi di cui trattare ma da Pavia non smettono di emergere aspetti inquietanti che hanno caratterizzato l’originaria indagine per l’omicidio di Chiara Poggi che non possono essere trascurati e segnalati ai lettori con una informazione che non sia quella strillata da pseudo-qualsiasi cosa e tuttologi durante le trasmissioni televisive.

    Poco se ne è detto ma sulla piattaforma Infinity di Mediaset e su altri media sono stati postati l’audio e le trascrizioni di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi ed il suo difensore dell’epoca, Prof. Angelo Giarda, che sono state intercettate il che pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del mancato rispetto di garanzie costituzionali che assistono il rapporto tra cliente ed avvocato.

    Nel nostro ordinamento questo genere di comunicazioni, siano esse epistolari piuttosto che telefoniche, telematiche o altro hanno una protezione rafforzata a presidio non solo del diritto alla riservatezza ma anche di quello di difesa, entrambi assicurati da altrettanti canoni della Costituzione; ne deriva che l’art. 103 del codice del processo penale non solo vieta qualsiasi genere di intercettazione di tal genere ma ne stabilisce la inutilizzabilità nel caso che siano “accidentali”: il che significa non solo che sono proibite ma che ne è assolutamente inibito l’impiego in sede processuale ed – a maggior ragione – in qualsiasi altra, più che mai in ambito di mera cronaca; il problema, peraltro, non è il carattere accusatorio o difensivo che questi intercalari possano avere ma il fatto stesso che un colloquio tra imputato e difensore possa essere ascoltato, letto, captato e, peggio che mai, trasformato in materiale mediatico.

    E’ inquietante, altresì, che di queste captazioni se ne sappia ora perché rinvenute da una Procura, facendole riaffiorare da un limbo investigativo in cui erano evidentemente state in precedenza occultate e rese inaccessibili ai privati, come possono essere l’imputato ed il suo patrono, nella consapevolezza che si trattasse di attività illegali.

    Al peggio, però, non c’è mai limite e viene allora da domandarsi chi – tra coloro che hanno avuto accesso al fascicolo attuale di indagini – le abbia non tanto ottenute ma ne abbia fatto diffusione ad organi di informazione.

    Il lettore benpensante, forse, considererà che si è trattato, almeno inizialmente, di un errore, un eccesso di zelo dell’addetto agli ascolti, magari un guasto tecnico degli apparati di intercettazione… ma che di regola sono cose che non succedono.

    Invece, succedono! Se non ci fosse il rischio reale che accadano non ci sarebbero norme che le vietano rigorosamente e che succedano lo può assicurare chi oggi ne scrive a cui è capitato (oltre a quelle in cui ha avuto il fondato sospetto), in almeno quattro occasioni, di avere la prova provata di essere lui stesso il primo intercettato per arrivare a suoi assistiti di cui non si conosceva un’utenza fruibile da mettere sotto controllo. Una prima volta la prova fu nella scoperta, uscendo dallo studio in ora serale, di un’auto civetta parcheggiata proprio di fronte al portone con a bordo il P.M. che stava facendo una certa indagine in compagnia di appartenenti alla Polizia Giudiziaria che all’evidenza attendevano un assistito che aveva preso un appuntamento (salvo poi non presentarsi ed in seguito arrestato altrove). Una volta successiva, invece, dagli anfratti di un fascicolo molto voluminoso emersero le trascrizioni dimenticate – anche perché del tutto inutili – di conversazioni tra il sottoscritto e la moglie di un latitante, in un’altra invece furono rinvenute le tracce residue di una “ambientale” allestita con tanto di micro telecamera e microfono posizionati nella plafoniera sovrastante la scrivania del sottoscritto. E la quarta, si domanderà ora il lettore? La quarta fu quando un cliente che aveva telefonato poco prima per prendere un appuntamento fu catturato dai Carabinieri appostati in portineria mentre aspettava l’ascensore per salire a conferire con il suo avvocato.

    Come scrive Jacopo Pensa, grande penalista milanese e poeta per passione: nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto.

  • In attesa di Giustizia: il terzo mondo è qui

    Sarebbe, più che mai, il momento del silenzio in attesa che si parli in udienza: viceversa, come c’era da immaginarsi, alla chiusura delle indagini è riesploso l’affaire Garlasco con una virulenza conseguente alla discovery degli elementi raccolti – e sin qui non rivelati – a carico di Andrea Sempio. Silenzio, quanto mai opportuno a partire dai commenti (per non dire dalle anticipazioni di sentenza) sugli esiti degli accertamenti dei RIS sulla famigerata “impronta 33” con una relazione finale che, a voler usare un garbato eufemismo, sputtana senza mezzi termini il lavoro fatto sulla scena del crimine dal reparto in allora guidato da Luciano Garofano.

    Ad ascoltare le trasmissioni televisive nuovamente e totalmente dedicate, non una esclusa, e spigolando qua e là si trova lo strapeggio di tutto: su Facebook, per quello che può valere, qualcuno ha persino opinato che le nuove indagini sarebbero esaltate da una stampa di regime o ne sono nientemeno che una promanazione ma non è da meno la stampa cosiddetta informata, che riporta ai negazionismi di più o meno recente memoria.

    Per capire bisognerebbe leggere le carte, le vecchie carte prima di tutto, documentandosi sulle sentenze di assoluzione e di condanna di Alberto Stasi. Come in quasi tutte le motivazioni si trovano fisiologicamente inceppi, incongruenze, passi falsi, tipici dei processi indiziari. D’altronde le sentenze le redigono i giudici, e i giudici sono uomini: tuttavia non ci si può (o, almeno, non ci si potrebbe…) dire realmente convinti da una condanna costruita su di un claudicante costrutto indiziario, in cui mancano il movente e l’arma del delitto, ed è persino incardinata su errori, incongruenze e falsità ancorché dovute a negligenza o ignoranza. A tacere della esistenza di un’indagine per corruzione a carico del titolare delle vecchie inchieste, è normale alzare la testa da quelle letture con dubbi.

    Ciò che turba maggiormente è, poi, il tristemente tradizionale circo equestre di presunti esperti, criminologi beceri e urlanti, che hanno tolto il palcoscenico ai virologi di pandemica memoria, ma non è da meno quello di giornalisti, che hanno dato vita a vere e proprie faide ed esposti alla magistratura, con insulti incrociati. Povero Sempio, responsabile o meno che sia, non avrà mai un giusto processo dopo che per mesi è stata inquinata la possibilità di serena valutazione di ogni possibile giudice popolare…e magari anche di qualche magistrato di carriera. L’unico obiettivo è dire: colpevole!…sulla base di una presunta competenza acquisita sul campo; ne deriva che persino cronisti regolarmente muniti di tesserino professionale si accodano ad altri personaggi improbabili, per non dire impresentabili, in uno Stato di diritto e in una società civile: dalle criminologhe bistrate ai periti di molta parte, a difensori di parte civile che difendono il nuovo indagato invece che stare, silenziosamente, lungo il fiume a vedere cosa porta la corrente.

    Da che mondo è mondo, alcuni casi di cronaca nera hanno sconvolto e acceso l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma in questo ci troviamo di fronte a un processo indiziario con due sentenze di assoluzione e una cassazione che va contro l’assoluzione (oggi non sarebbe più possibile neppure fare il ricorso grazie ad una riforma successiva alla condanna di Stasi), ad una condanna fondata su indagini sbagliate o deviate, inconsistenza degli indizi se non da una delirante valutazione degli elementi  Se si pensa che una persona debba essere condannata perché nel luogo del delitto non risultano le sue impronte già questa è un’ assurdità giuridica…o l’ora della morte, che viene ristretta o allargata o addirittura non considerata quella indicata dal primo anatomopatologo che indicava una forbice molto molto più ampia in cui Stasi era coperto da alibi o, peggio, il fatto di non avere considerato l’alibi visto che a quell’ora Stasi stava lavorando alla tesi…

    Se in questo contesto inquietante oltre alla morte di una giovanissima donna in maniera così atroce, ci mettiamo l’ipotesi di un giovane uomo che da più di un decennio è in galera ed a tutto ciò la gogna anticipata di un indagato che è assistito dalla presunzione di non colpevolezza ma avviato al tritacarne di una Corte d’Assise preventivamente ingravidata di pregiudizi, dobbiamo essere consapevoli che Garlasco è roba da terzo mondo e il terzo mondo è qui.

  • In attesa di Giustizia: BARD

    Stasi è innocente ma deve restare in galera: non è solo uno caso giudiziario, è uno scandalo. Tutta la vicenda era dall’inizio piena di dubbi ragionevoli in presenza dei quali il codice dice che si deve assolvere. Ora però siamo molto oltre il ragionevole dubbio: c’’è addirittura una Procura della Repubblica che esclude la presenza di Alberto Stasi sulla scena del delitto, e sostiene questa sua tesi sulla base di elementi che solo in parte sono noti perché non sono state ancora concluse le indagini consentendo l’accesso a tutti gli atti di investigazione.

    Sarebbe, tra l’altro, stato accertato che alcuni indizi ritenuti utili per condannare Stasi sono stati manipolati, e soprattutto che l’orario del delitto non è quello stabilito dalla sentenza di condanna ma è spostato di un paio d’ore e dunque coincide con un momento nel quale Stasi aveva l’alibi. Tutto questo è indipendente dal fatto che la Procura ipotizza che Andrea Sempio sia colpevole, che agì da solo: che sia colpevole o innocente, a questa stregua, non incide con il fatto che comunque Stasi possa essere, e sia, innocente. Con tutti questi elementi nuovi che sono emersi dalla indagine del P.M. Napoleone siamo molto oltre il ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza, siamo molto vicini alla prova provata della sua innocenza, tuttavia Alberto Stasi resta in prigione dopo aver scontato dieci anni di pena, trascinato nel fango come assassino della sua fidanzata. Un più che presunto innocente rimane in carcere perché così vuole la burocrazia penale. Sarà necessario che arrivi la richiesta di rinvio a giudizio per Sempio, poi che questa richiesta sia accettata, poi dovrà essere avviato il processo a suo carico, e solo a questo punto sarà possibile chiedere la revisione di quello per Stasi e, se la richiesta sarà accolta, bisognerà aspettare il nuovo dibattimento, che sarà a carico di una persona che la stessa giustizia, prima di processare, ha ritenuto implicitamente innocente.

    Il caso Garlasco è un simbolo, è un esempio…Negativo, un po’ come lo è stato il caso Tortora. Ci indica tutti i limiti della giustizia ed è ben vero che l’errore giudiziario è sempre possibile, non si può evitare, ma basterebbe attenersi scrupolosamente all’articolo 533 del codice di procedura penale contenente la regola che impone il proscioglimento o l’assoluzione se sussistono dei dubbi. Anche minimi dubbi: è la regola BARD, Beyond Any Reasonable Doubt, per dirla all’americana che fa più fine, peraltro sistematicamente ignorata in parte per superficialità dei giudici, in parte per la pressione giustizialista che esercita la stampa, talvolta per la pressione della politica. Nel caso di Stasi successe che nei giorni precedenti all’ultima sentenza di condanna un grande giornale mandò in edicola un libretto riassuntivo della vicenda in chiave colpevolista, che probabilmente influenzò i giudici, perlomeno i giudici popolari, frutto di una tendenza forcaiola, che pervade le istituzioni, la magistratura e i mezzi di informazione.

    Insieme alla ripresa di interesse per il caso Garlasco, in questi giorni ha fatto scalpore quella della grazia concessa a Nicole Minetti e in proposito – anzi a sproposito – si è detto di tutto: è una mascalzonata colpa di Nordio (Ranucci che fa il saputello ignora il perché il Ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia ma solo di Giustizia) o forse di Mattarella, magari – questo sì ma lo sussurra solo qualche avvocataccio che ha votato SI al referendum – della lentezza con cui (parliamo di anni) è stata trattata la richiesta della condannata di espiare la pena con affidamento in prova ai servizi sociali che sarebbero terminati prima della presentazione della domanda di grazia se solo si fosse fissata un’udienza. Tuttavia, un colpevole in questo caso si è trovato con certezza, basta leggere il parere favorevole formulato dalla Procura Generale di Milano: ove si parla di “presa di distanza dal passato deviante…dal contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati della Minetti…nei quali protagonisti erano personalità di potere e di rilevanza pubblica come il Presidente del Consiglio dei Ministri…che indubbiamente crearono un clima idoneo a condizionare le scelte di una giovane donna ingenerando un senso di impunità e assenza di limiti al controllo sociale…”. Ecco, in questo caso un colpevole si è trovato oltre ogni ragionevole dubbio: Silvio Berlusconi, chi altri?

  • In attesa di Giustizia: la banalità della tragedia

    Studia, studia, altrimenti finirai con il fare il Pubblico Ministero: è un modo di dire un po’ in disuso, ironico e paradossale, che in Calabria ha mostrato come la realtà possa grottescamente confermare la saggezza popolare.

    A Platì è una notte di novembre di molti anni fa, quando venne fatto partire il blitz della cosiddetta Operazione Marine e 125 abitanti su 3.800 vengono arrestati con l’accusa di essere mafiosi mentre un altro centinaio sono gli indagati a piede libero: questa spettacolare operazione coordinata dall’ineffabile Nicola Gratteri si concluderà molti anni dopo con solo otto condanne e, fin qui, siamo nella fisiologia delle iniziative visionarie di un Procuratore che si ritiene unto dal Signore. Alla parte tragica di questa maxi indagine fece seguito l’onere per lo Stato di pagare decine di sostanziosi indennizzi per ingiusta detenzione ma alla banalità della tragedia che ha privato della libertà personale una moltitudine di innocenti si assomma una componente ridicola della vicenda che ha dell’incredibile. Secondo i Carabinieri, coordinati da Gratteri ma anche secondo il GIP che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. Secondo gli inquirenti la prova di uno iattante predominio mafioso a Platì è rappresentato da una delibera del Comune del 2001 intitolata “valorizzazione aree latitanti”: secondo Gratteri & C. ciò dimostrerebbe che i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti sarebbero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto di straordinaria gravità con tanto di esplicita delibera comunale, tanto che il Giudice, nell’ordinanza di custodia cautelare afferma che tale delibera era sintomatica dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti mentre il furore manettaro non ne conosce.

    Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia affiorano le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati recuperano le delibere precedenti a quella del 2001 che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina facendo questa scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti” dal correttore automatico…e nessuno a rileggere neppure prima di arrestare centinaia di persone.

    La notizia dello strafalcione è ghiotta ed inizia a trapelare ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che la legge impone di svolgere proprio al PM), sostiene che si tratti di un abbaglio segnalato dei difensori, ed all’ ANSA dichiara che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”…detto da lui che parla una lingua aborigena che italiano sicuramente non è.

    Di fronte al tribunale della libertà, tuttavia, viene evidenziato che la parola “latistante” nella lingua italiana esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc e nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”.

    Inquietante nota di colore è quella che evidenzia come il termine “latistante” fosse persino utilizzato nei quiz usati per l’accesso al concorso in magistratura.

    La banalità di questa tragedia è tale che fa venir persino da sorridere, se fosse la sceneggiatura di un film, magari un sequel dell’indimenticabile e profetico “Tutti dentro!” interpretato da Alberto Sordi e non l’intessuto di un provvedimento di cattura che porta in intestazione la Stella della Repubblica. Della Repubblica delle Procure.

  • In attesa di Giustizia: una punizione per chi?

    “Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi che il P.M. Gianfranco Colace e la GUP Lucia Minutella, entrambi di Torino, avevano presentato contro le sanzioni emesse nei loro confronti dalla severissima sezione disciplinare del C.S.M.

    Colace – che di questa rubrica è uno degli antieroi –  aveva intercettato indirettamente il senatore Stefano Esposito per circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) per poi chiederne il rinvio a giudizio sulla base di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 di quella Costituzione che i magistrati dicono di amare imponesse (ed imponga) di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per intercettare un parlamentare.

    Sul punto si era espressa severamente la Corte Costituzionale, già nel dicembre 2023 ed il C.S.M. aveva definito la condotta dei due incolpati “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”.

    A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (a Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità, la Dottoressa Minutella se l’è cavata con la censura che è poco più che un bonario buffetto.
    Il senatore Esposito venne intercettato casualmente mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (finita con il proscioglimento) e, sebbene Esposito fosse stato individuato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica” il P.M. continuò a farne intercettare le telefonate con Muttoni: in buona sostanza, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni…un senatore fa sempre gola ai P.M.

    La richiesta di rinvio a giudizio di Esposito contemplava tra le fonti di prova 126 ascolti che lo riguardavano ed il GUP Minutella l’accolse senza battere ciglio mettendo Esposito sotto processo per sette anni, prima di essere assolto dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza (Colace aveva sbagliato anche quella).

    Una punizione c’è stata, si dirà, ma per chi? Per un magistrato che viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, è una punizione severa? E che dire del passaggio al civile? Come se questo settore contasse meno del penale.

    Forse la punizione è per i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace, quello che ha già dimostrato ignoranza inescusabile nelle materie di sua (presunta) competenza.

  • Nigeria begins mass trial of 500 terrorism suspects

    Nigeria has begun the prosecution of more than 500 people accused of involvement in militant attacks in one of the country’s largest ever terrorism trials.

    The suspects face charges linked to aiding and abetting terrorism, particularly in the north-east where an insurgency by the Boko Haram Islamist group began 17 years ago.

    Since then insecurity has spread to many other areas of the West African nation, leaving communities, often those in rural areas, at the mercy of mushrooming militant groups and gangs that kidnap for ransom.

    The mass trial opened on Tuesday at a high court in the capital, Abuja, where 227 suspects were arraigned before 10 judges, according to the attorney general.

    Hundreds of people have lost their lives in bombings and various attacks across Nigeria this year alone.

    Very few people are ever prosecuted over terror attacks – and suspects are often detained and spend years in custody without facing trial.

    According to the AFP news agency, gunmen killed at least 20 people on Wednesday in the western state of Niger. Residents say the attackers raided villages in Shiroro district, an area where kidnapping gangs and Islamist militants are known to operate.

    Security was tight during the court session on Tuesday, with suspects transported in heavily guarded convoys under military, police and intelligence supervision.

    International observers, including human rights groups and the Nigerian Bar Association, were also present in court.

    The defendants are alleged to have taken part in attacks mainly in northern Nigeria, while others face charges of supporting militants through funding, supplying arms and logistics.

    Five of the accused have already been given varying jail terms – from seven to 20 years – after pleading guilty to charges that included selling livestock, supplying food and information to militant groups.

    Attorney General Lateef Fagbemi said the scale of the operation showed the government’s resolve to deal with the matter.

    “The federal government is committed to ensuring that due process is followed while bringing those involved in terrorism to justice,” he said.

    Security expert Bashir Galma, a retired army major, told the BBC that the trial, which is expected to continue in phases, was a “positive development” and a “significant milestone” in Nigeria’s fight against terrorism.

    “For years Nigerians have been complaining about why they keep these suspects [in custody] instead of making them face the law for what they are suspected of doing,” he said.

    “This will bring some level of peace for people whose loved ones were killed or injured.”

    The trial would also dispelled rumours that suspects were routinely released after arrest “so that they can go back to their terrorism business”, the analyst added.

    However, he predicted that some of the accused could be released soon, given that they were arrested many years ago – a factor he said the judges would likely take into consideration

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