Processo

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • In attesa di Giustizia: la fiera delle falsità

    Non poteva mancare, nella turbinante campagna referendaria avviata dall’A.N.M. in vista della consultazione popolare sulla separazione delle carriere un intervento di Nicola Gratteri, uomo ormai assurto al ruolo di frontman televisivo del partito dei forcaioli: ad ospitarlo, naturalmente, LA7, emittente che gli ha offerto anche una rubrica tutta per lui.

    L’eloquio claudicante sembra non incidere sulla sicumera con cui espone le sue idee evitando, accuratamente che vi sia mai un contraddittore, non diversamente da come era assai gradito ad un Piercamillo Davigo ormai in calo di audience, soprattutto se l’argomento vada a toccare l’elevato numero di indagati di cui lo stesso Gratteri ha chiesto ed ottenuto di far arrestare – dunque sulla base presunti di gravi indizi di colpevolezza – ma, in ultimo, assolti.

    L’arte di comunicare, del resto, è un insegnamento che Gratteri non manca di dispensare: come quando, poco più di un mese addietro, si è rivolto ad una platea politica dell’Associazione Nazionale Magistrati lamentando il tentativo di interromperne la fluviale intemerata in cui si era avventurato, senza neppure il conforto dei sottotitoli in italiano, per rispettare i tempi:  “Se dovevo parlare solo cinque minuti me ne restavo a casa a raccogliere olive”, spiegò evitando i congiuntivi perché il suo illuminato convincimento è nel senso di non perdere tempo a parlare nei convegni con quei ciarlatani dei giuristi (con cui lui, uomo più di azione che di pensiero, ha poco da dirsi) ma sia indispensabile parlare al “popolo” in un linguaggio semplice e comprensibile. Ma in quell’occasione non c‘era nemmeno il popolo, c’erano magistrati.

    Martedì sera della passata settimana – invece – al cospetto di un’adorante Floris, ha mostrato come si fa, propinando una falsa notizia su Falcone, che sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere, che provvedeva senza alcun timore a diffondere senza verificare la fonte…salvo poi essere raggiunto dalla smentita che mai Giovanni Falcone ebbe a dire certe cose in un’intervista di cui non si trova alcuna traccia e che qualcuno gli aveva passato sottobanco per farne uno scoop.

    Non è mancata la pezza peggiore del buco: la fake new gli era stata inviata da “fonti giornalistiche autorevoli”, purtuttavia senza sapere neppure genericamente quali fossero a prescindere dalla necessità di verificare in ogni caso prima di diffondere una notizia non appresa direttamente ma in forma mediata.

    Non fosse lui, della cui insuperabile esperienza e bravura abbiamo avuto ormai amplissime dimostrazioni ci chiederemmo, come Checco Zalone: “ma questo è del mestiere?” (di comunicatore, ovviamente).

    Ma come si fa a non controllare una fonte, verificare modalità e tempi di una dichiarazione? Lasciamo perdere i giornalisti professionisti che sanno come gestire simili situazioni ma persino l’ultimo dei TikToker, se dispone di un minimo di buon senso, distingue tra una notizia pubblicata sul Financial Times dal post di un filoputiniano. Gratteri si è fidato ma, a questo punto, farebbe bene a dire chi gli ha passato la “velina” con imbrattata una bufala colossale.

    Vale non solo per lui ma anche per tutti quelli che ne fanno uso indiscriminato e travisante con stucchevole quotidianità: basta trincerarsi dietro a Falcone e Borsellino interpretando liberamente – e non sempre in maniera adeguata – l’orientamento su argomenti sensibili di politica e di prospettive di riforma.

    Falcone e Borsellino sono stati due servitori dello Stato che hanno sacrificato la vita, consapevoli che sarebbe accaduto, quando lo Stato li avesse lasciati soli o, peggio e come c’è da temere, li avesse traditi per mano di altri servitori infedeli: riposino in pace evitando di farli rivoltare nel sepolcro da costituzionalisti di accatto, portatori d’acqua delle correnti della Magistratura e da una A.N.M. che di sicuro non li rappresenta.

  • In attesa di Giustizia: alta corte di giustizia

    E’ iniziata la campagna referendaria sulla legge nota come “sulla separazione delle carriere” che, però è  solo una parte del pacchetto di revisione costituzionale che tocca quattro pilastri: la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, l’introduzione di un sorteggio almeno parziale per scegliere i magistrati che ne fanno parte e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, così ridisegnando l’equilibrio dell’ordine giudiziario ed  offrendo altri motivi di fastidio ai togati: il sorteggio che toglie potere alle correnti e rende complicato compiacere gli amici e gli amici degli amici a raggiungere posizioni di prestigio e la sottrazione al C.S.M. di quel potere disciplinare che si è sempre dimostrato molto indulgente come dimostrerà il ricordo di questa risalente ma paradigmatica vicenda.

    Siamo nel 1981 e la sezione disciplinare, composta anche da un paio di futuri Presidenti della Consulta, affronta il caso di un magistrato sorpreso nella toilette di un cinema a luci rosse in compagnia di un ragazzino a cui ha promesso denaro per appartarsi con lui. I fatti risalgono al 1973: si sa che da noi i processi sono lunghi e dopo tre gradi di giudizio già benevoli arrivò anche un provvedimento di clemenza che annullò tutto. Non avendo più conti in sospeso con la giustizia ordinaria il C.S.M. revocò la sospensione dal servizio, rimanendo da celebrare il giudizio disciplinare la cui decisione è condensata in una sentenza di dodici pagine da cui si ricava che il magistrato aveva ripreso servizio ed era stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di cassazione, sia pure con un ritardo di molti anni. Avendo cumulato nel frattempo molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, si trovò per il “principio del trascinamento” (ne abbiamo parlato in un articolo alcuni mesi fa) a garantirsi, nella sua nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto e grazie a tali scatti ed ai misteriosi meccanismi della normativa in materia ad essere pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali…quindi questi ultimi, in virtù dell’altro istituto, quello del galleggiamento, videro adeguata la loro retribuzione al livello goduto dal magistrato pedofilo. Parliamo di un meccanismo che allo Stato è costato oltre settanta miliardi delle vecchie lire.

    La rimanente parte della decisione disciplinare offre spunti amaramente esilaranti volti a pervenire al proscioglimento come quello in cui si richiama la testimonianza del medico curante dell’incolpato, che testimoniò di averlo sottoposto a intense terapie nell’anno 1970 a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto della testa contro l’architrave metallico di una porta bassa”. Vostro Onore, insomma, aveva preso una capocciata E allora? “Benché fosse rimasto per 10 giorni nell’assoluto prescritto riposo, il paziente accusò per vari mesi preoccupanti disturbi, quali cefalee intense, sindromi vertiginose, instabilità dell’umore. Le ulteriori terapie praticate diedero temporaneo sollievo, ma vi furono frequenti ricadute, soprattutto di carattere depressivo, che si protrassero fino al 1972… È emerso che la madre dell’incolpato è stata ricoverata per 25 anni in clinica neurologica a causa di gravi disturbi”. Che c’entra, direte voi? Tempo al tempo.

    Dopo quella del luminare, la seconda chicca è la testimonianza di un amico notaio. “All’odierno dibattimento sono stati escussi sette testimoni, dai quali è rimasta confermata l’irreprensibilità della vita dell’incolpato, prima e dopo il grave episodio, e soprattutto la serietà dei suoi studi e del suo impegno professionale. In particolare, il notaio dottor M. ha ricordato il fidanzamento del dottor V. con la sorella, assolutamente ineccepibile sul piano morale… Il matrimonio non è seguito per ragioni diverse dai rapporti tra i fidanzati, che sono rimasti buoni amici”. Si legge tra le righe, che non molestasse sessualmente la fidanzata: la credibilità della qual cosa, alla luce della sua successiva performance con un ragazzino, appare, questa sì, davvero solida.
    Basta, peraltro, un po’ di fantasia e la salvezza è ad un passo. Scrivono i severi depositari della disciplina che ciò che stupisce, in tutta la dolorosa e squallida vicenda, è la constatazione che l’episodio si staglia assolutamente isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intera esistenza, fatta di disciplina morale, di studi severi e di impegno professionale”. Come abbiano fatto a stabilire che l’episodio fosse isolato non è dato sapere ma sull’argomento insistono avanzando due diverse ipotesi: o l’episodio ha avuto carattere di improvvisa e anormale insorgenza, quasi di raptus, oppure se, al di là delle apparenze, sussiste una natura sessuale deviata o almeno ambigua ed è doveroso stabilire perché mai essa si sia rivelata soltanto in quell’occasione, durante tutto il corso di un’intera esistenza”.

    L’alto consesso propende, ca va sans dire, per la prima delle due ipotesi. Il gran finale è affidato al parere di due professoroni scelti naturalmente dalla difesa “secondo gli psichiatri l’episodio in esame, non soltanto costituisce l’unico del genere ma, anzi, ponendosi in netto contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici che, iniziatisi nel 1970, si trovavano in piena produttività nel 1973, all’epoca del fatto. Durante il quale, pur conservandosi sufficientemente la consapevolezza dell’agire, restò invece completamente sconvolta la ‘coscienza riflettente’, cioè la rappresentazione preliminare degli aspetti etico-giuridici della condotta da tenere e delle sue conseguenze. Il che ha reso inerte la volontà di inibire quelle spinte pulsionali si cui il soggetto non riusciva più a esprimere un giudizio di valore”. Tutta colpa, dunque, della “coscienza riflettente”, che era andata in tilt. Ma come mai? Per la craniata, no?!  “Su tutta questa complessa situazione il trauma riportato nel 1970 ha svolto un ruolo – secondo i clinici – di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità, fino all’organizzazione della sindrome esplosa nell’episodio de quo”. In sostanza, Vostro Onore, dopo la zuccata è diventato scemo? Neanche per sogno, lo hanno anche promosso! Lo è stato, ma solo per un po’.

    “D’altra parte, poi, proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi a seguito del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco da fattori contingenti e condizionamenti, hanno favorito il completo recupero della personalità all’ambito della norma, come è testimoniato dai successivi otto anni di rinnovata irreprensibilità”. Adesso insomma l’Eccellenza è guarita e può senz’altro rimettersi la toga, “il che comporta essersi trattato di un episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza tuttavia lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità”.
    Conclusione, in nome del popolo italiano:” La sezione assolve il dottor V. perché non punibile avendo agito in istato di temporanea incapacità di volere al momento del fatto”.

    Sono esenti da satira le cose già di per sé ridicole.

  • Sarkozy

    Certamente chi è colpevole deve sottostare alla pena che il tribunale stabilisce, si rimane però un po’ sconcertati davanti ad un ex presidente della repubblica detenuto alla Santé in un Paese che ha difeso strenuamente terroristi ed assassini italiani e nel quale molti veri criminali, come in Italia, purtroppo restano liberi.

    Non so se Sarkozy sia innocente o meno, l’appello, forse, farà maggiore chiarezza e gli darà ragione, lui infatti sostiene strenuamente la sua innocenza, alla quale vogliamo credere.

    Non dimentico i diversi momenti di incontro che abbiamo avuto al Parlamento Europeo e all’Eliseo, durante la presidenza francese dell’Unione Europea quando ricoprivo l’incarico di copresidente del gruppo UEN, e le sue dichiarazioni a favore di un’Europa più libera e forte, anche partendo dalla difesa della cultura e dell’agricoltura e sottolineando come fosse opportuno non fare aderire all’Unione paesi, come la Turchia, con valori diversi dai nostri.

    Sappiamo che nel recente passato, per altri motivi, personaggi, che avevano difeso la Francia anche a rischio della propria incolumità, hanno assaporato le patrie galere per difendere la ragione ed il segreto di Stato, o hanno rischiato la detenzione.

    In ogni caso la presenza di tanti cittadini, che alla sua uscita di casa hanno intonato la Marsigliese, la giusta decisione del Presidente Macron di incontrarlo, prima dell’inizio della detenzione, ci fanno sperare che si possa arrivare presto alla verità e che comunque per l’ex Presidente Sarkozy siano, nell’attesa, predisposte misure diverse al carcere.

    E’ pur vero che in Francia, nel passato, si mandò al patibolo anche il re e la sua famiglia ma ci auguriamo che oggi ci siano magistrati, indipendenti dai partiti, che sappiano giudicare la politica in modo corretto e coerente.

  • In attesa di Giustizia: giustizia scandalosa

    Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo –  e maltrattamenti in famiglia.

    Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.

    Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici  per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria –  era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
    Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:

    al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.

    Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.

    Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.

    Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.

  • In attesa di Giustizia: salvate il soldato Davigo

    C’era una volta magistrato in servizio al Tribunale di Gela, Lirio Conti (ora all’ufficio Gip di Palermo, non per scelta come vedremo più avanti) che, mostrando una moderata attenzione alla dottrina green, viaggiava su una Porsche Cayenne graziosamente concessa in uso gratuito da tali Rocco e Salvatore Luca, due fratelli titolari di una concessionaria di auto di lusso proprio a Gela: non sarebbe granchè come notizia soprattutto se il Signor Giudice invece che fruirne gratis avesse rotto il salvadanaio per comperare quella Porsche o se i concessionari fossero stati suoi affezionati cugini (anche di terzo o quarto grado…): lo scenario, però, si intorbidisce annotando che il magistrato, proprio quando era al tribunale di Gela, giudicò e assolse Salvatore Luca dall’accusa di favoreggiamento alla latitanza di un killer del clan Emmanuello con una sentenza poi riformata in appello e condanna divenuta definitiva.

    Il Consiglio Superiore della Magistratura, bontà sua, in sede disciplinare ha definito quei rapporti quantomeno inopportuni a inflitto a Conti, che per i medesimi fatti nel 2019 era già stato trasferito in via provvisoria e cautelare al Tribunale di Palermo, la sanzione del blocco dello stipendio e della carriera per due anni…e adesso chi pagherà il pieno del Cayenne con quello che costa la benzina e tutto aumenta tranne il salario?

    Peraltro quello legato alla Porsche non sarebbe neppure un fatto episodico: tra il 2007 e il 2019 sono più di una le vicende giudiziarie di cui si è occupato che riguardavano i fratelli Luca con cui intratteneva rapporti economici pur essendo “parti offese o indagati in numerosi processi al Tribunale Gela, tra i quali alcuni a lui assegnati. Conti avrebbe ottenuto numerose agevolazioni economiche: auto a prezzi scontati; vendeva o permutava le proprie auto alle stesse concessionarie dei fratelli Luca a prezzi vantaggiosi; riceveva dalle stesse in comodato gratuito, anche per lunghi periodi, autovetture di grossa cilindrata; fruiva del pagamento della polizza assicurativa con riferimento alle vetture cedute in comodato gratuito”. Così scrive il C.S.M., complimenti vivissimi anche per i soli sei anni impiegati per arrivare ad una decisione, ma l’onore è almeno in parte salvo perché l’indagine per corruzione avviata a Catania a carico di Conti è stata archiviata su richiesta del P.M.

    “Da buon magistrato (ottimo, esemplare, diremmo noi…) – dice Conti al Giornale di Sicilia – non commento il merito del provvedimento. Si tratta di una decisione non condivisibile che non mi è stata ancora notificata. Attendo di conoscere le motivazioni. Impugneremo il provvedimento”.

    Non è chiaro se è da questa vicenda o da qualcun’altra analoga di cui Il Patto Sociale si è interessato che Piercamillo Davigo, prendendo la parola alla festa de Il Fatto Quotidiano, ha esposto una delirante teoria per contrastare la ormai imminente separazione delle carriere tra giudicanti e pubblici ministeri. Dice il noto pregiudicato: “Se si separano le carriere di fronte ad un giudice che in più occasione assolve gli imputati da lui accusati, il P.M. si sentirà finalmente libero di andare dal suo collega competente per esercitare l’azione penale e gli dirà che quel giudice o è un cretino o un corrotto, sollecitando una indagine patrimoniale” Aggiunge l’inconsapevole Davigo che “in quarant’anni di carriera ho ben potuto vedere quanto un giudice sia terrorizzato da una indagine patrimoniale”.

    A prescindere dalla circostanza che – se mai Davigo avesse ragione – non si comprende perché tutto questo non dovrebbe accadere già adesso, siamo al cospetto dei classici due piccioni presi con una fava essendo riuscito a gettare un’ombra inquietante sul tasso di corruttela della magistratura giudicante e sull’inerzia complice dei Pubblici Ministeri se non per miserabili interessi di bottega.

    Qualcuno lo dica a Davigo: così non ha reso per nulla un buon servizio alla causa dell’ANM, al prestigio dell’Ordine Giudiziario, alla futura campagna referendaria, nemmeno ai suoi compagni di merende della redazione de il Fatto Quotidiano, lacchè a tempo pieno delle Procure.

    Qualcuno salvi il soldato Davigo, gli si faccia notare che il suo pusher gli sta vendendo robaccia che fa male alla salute, compresa quella mentale: che lo cambi e forse avremo l’opportunità di ascoltare da lui un minor numero di idiozie.

  • In attesa di Giustizia: disinformazione

    In questi giorni ha suscitato interesse mediatico una sentenza con cui il Tribunale di Torino ha “assolto” un uomo dalla contestazione di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni in danno della moglie: contro questa decisione i vertici della Procura Sabauda hanno preannunciato appello strepitando tutto il loro sdegno per bocca dell’Aggiunto Cesare Parodi, meglio noto per essere il Presidente dell’A.N.M. che ha auspicato l’omicidio di un paio di magistrati per risollevare le sorti della credibilità dell’Ordine Giudiziario, in caduta libera da anni.

    Come vedremo, giornalisti a parte che qualche giustificazione in più ce l’hanno, nemmeno questo P.M. di (presunta) esperienza ci ha capito qualcosa offrendo conferma ad un vecchio detto popolare “studia, studia, altrimenti finirai a fare il pubblico ministero” oppure a quella che parla sempre in mala fede.

    Il Tribunale di Torino (tra l’altro con due donne nel Collegio, ma questo nessuno lo dice) ha escluso che in questo caso vi fossero gli elementi costitutivi del reato di maltrattamenti in famiglia che richiedono non tanto un episodico atto di violenza fisica quanto abitualità nell’infliggere sofferenze fisiche e/o psicologiche ad un famigliare: è richiesta, in sostanza quella che si definisce abitualità del comportamento.

    I giudici hanno spiegato nella motivazione tutte le ragioni per cui è stata ritenuta inattendibile la vittima “portatrice di macroscopici interessi personali e patrimoniali”, le cui dichiarazioni sono risultate caratterizzate dalla “tendenza a trasfigurare episodi che fanno parte dei consueti rapporti familiari in insopportabili soprusi”.

    Contrariamente rispetto a quanto affermato dalla donna si legge nella sentenza – “è palese che non vi furono atti di violenza fisica a parte un episodio del 2022 (per il quale c’è stata la condanna) e che, soltanto in una occasione, nel corso di una discussione, l’imputato –  forse – allontanò da sé il viso della moglie spingendolo con una mano: episodio evidentemente irrilevante ai fini del reato abituale di maltrattamenti”.

    Conclusione, quest’ultima, che secondo il Tribunale è risultata confermata dalle dichiarazioni di altri testimoni, tra i quali proprio il nuovo compagno della vittima che l’ha smentita in più punti della narrazione ed è un testimone che non può certo esser sospettato di parteggiare per l’imputato.

    Una condanna, comunque c’è stata, al di là della disinformazione servita dai media ai cittadini ma per un reato diverso da quello attribuito inizialmente e si chiama tecnicamente “derubricazione del fatto” e non assoluzione: lesioni volontarie conseguenti ad un pugno. Gli indignati in servizio permanente effettivo hanno però (di certo senza leggere e sicuramente senza capire la motivazione della sentenza) aspramente criticato che i Giudici abbiano ritenuto “umanamente comprensibile” la causa scatenante di quel pugno: un gesto volontario e senza cause di giustificazione ma comprensibile avendo appreso che un estraneo trascorreva del tempo in quella che per vent’anni era stata la sua casa coniugale e provava a sostituirsi a lui nel rapporto con i figli uno dei quali – appena dodicenne – aveva dovuto assistere anche ad atti sessuali tra la madre ed il nuovo compagno il che è inaccettabile dal punto di vista educativo.

    Queste considerazioni – concludono i giudici – “hanno grande importanza ai fini di una corretta valutazione perché, ““hanno diretta influenza sulla valutazione della capacita a delinquere, sul riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla quantificazione della pena e sulla concessione della sospensione condizionale” che, in ogni caso è stata subordinata al risarcimento dei danni. Tradotto: paga la persona offesa per quello che le hai cagionato oppure andrai in galera.

    Tutto questo non è patriarcato, come suol dirsi, ma è frutto di interpretazione dei fatti, di applicazione della legge e di una motivazione completa sui punti più delicati della decisione: e almeno il Presidente dell’A.N.M. dovrebbe saperlo evitando di aprire bocca – come, ahimè, è sua consuetudine – per straparlare e disinformare.

  • In attesa di Giustizia: la fortuna aiuta gli audaci

    L’audacia spesso si confonde con la irresponsabilità ma ciò non esclude che anche quest’ultima possa essere premiata da quella fortuna che potrebbe baciare in fronte l’Associazione Nazionale Magistrati se, tra gli elettori che in primavera andranno a votare il referendum sulla separazione delle carriere, saranno in pochi ad avere l’occasione di ascoltare le ultime uscite delle truppe cammellate del Presidente Parodi: ideali per far considerare un eccellente risultato l’attuale livello di consenso nella popolazione (intorno ad un 30% scarso).

    Nelle intenzioni dovrebbero ridare indirettamente un po’ di lustro alla più che appannata popolarità dell’Ordine Giudiziario richiamando l’attenzione sui presunti, ma inesistenti, pericoli frutto della riforma e contemporaneamente attaccare i nemici di sempre – gli avvocati penalisti, sostenitori della separazione delle carriere – cercando di intaccarne l’immagine.

    Ultimamente, questa rubrica ha dovuto occuparsi con frequenza di questi spot, cosa che appare opportuna in quanto la preferenza dell’ANM è quella di fare affermazioni, talvolta apertamente menzognere, badando bene ad evitare il contraddittorio. Vediamo le ultime.

    L’ANM ha di recente pubblicato sui propri social un video in cui affronta il tema ed il ricordo dell’omicidio del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, risalente al 1980, sostenendo che quel delitto fosse conseguenza del mancato rispetto di un sotterraneo patto con gli avvocati dei mafiosi per eliminare i processi contro Cosa Nostra; si tratta di una ipotesi del tutto apodittica, frutto di estrapolazione da una intervista al giornalista Felice Cavallaro ed è impossibile risalire a chi sarebbero stati gli interlocutori che avrebbero stretto un simile accordo scellerato,  alle modalità di attuazione ed in quali processi avrebbe dovuto riflettere effetto. Dimenticando che tra questi interlocutori avrebbero dovuto esserci anche dei magistrati, si scaglia l’accusa come se ne fossero gli unici responsabili contro non meglio precisati “avvocati dei mafiosi” (quindi tutti, indistintamente) con ciò riproponendo alla opinione pubblica la odiosa identificazione complice tra il difensore ed il suo assistito. Basterebbe leggere il verbale dell’audizione sull’omicidio Costa di Rocco Chinnici, ideatore del Pool antimafia di Palermo, per trovare una clamorosa smentita a queste farneticanti insinuazioni: audizione che è stata fatta nel 1982 al C.S.M., non nella redazione de Il Patto Sociale (dove però ne esiste una copia).

    Last but not least, per entrare più nel vivo della campagna referendaria, la cialtronata con cui viene raccontato ai cittadini che la separazione delle carriere era prevista nel programma della P2 insieme all’assoggettamento del P.M. al Governo. Nulla di più falso: trovare il progetto di Licio Gelli su internet non è complicato ed in esso si parla espressamente di unicità delle carriere tra giudicanti e P.M. e, sì, di sottoposizione all’Esecutivo che – però – nella riforma è espressamente esclusa.

    Se questa è la cultura giuridica, il linguaggio ed il pensiero della rappresentanza politica della Magistratura italiana non ci si deve poi stupire di P.M. che taroccano le prove per vincere i processi o di Tribunali che li decidono dimenticando di ascoltare i difensori e delle tante altre vicende che sono illustrate ogni settimana su queste colonne lasciando intendere che l’attesa di Giustizia sia ancora molto di là da venire.

  • In attesa di Giustizia: colpo di calore

    Nicola Gratteri è in attesa che vada in onda su LA7 la prima puntata della trasmissione di cui sarà conduttore e, probabilmente, protagonista di un one man show dedicato ad intorpidire la mente degli ascoltatori con stravaganti opinioni in materia di giustizia di cui ha, appunto, offerto un saggio facendosi intervistare da Repubblica.

    A Napoli ha fatto molto caldo ultimamente e non è escluso che il Procuratore abbia preso un colpo di calore perché la tesi che ha illustrato non può essere frutto di una mente pensante: Gratteri parla come sempre di boss, di detenuti di alto spessore e sostiene che “ordinano ai più deboli una serie di favori e creano così un sistema di intimidazione tale da contribuire all’aumento dei suicidi”.

    Gratteri, è vero, non è mai stato in un carcere – non come “ospite”, perlomeno – in una di quelle carceri in cui, nel corso degli anni, ha fatto rinchiudere centinaia di innocenti gravando il bilancio dello Stato con il tasso più elevato di risarcimenti milionari per ingiusta detenzione: il record di cui non vantarsi appartiene, infatti, al distretto giudiziario di Reggio Calabria ed al tempo in cui ne era Procuratore Capo. Forse non avrebbe osato tanto se – magari da non colpevole – avesse sperimentato la carenza di igiene, di assistenza sanitaria, l’impossibilità quasi assoluta di dedicarsi ad un lavoro o allo studio inframurario, il sovraffollamento al livello di una trireme romana o di una nave schiavista sulla rotta tra l’Africa e il Nuovo Mondo, il caldo feroce d’estate e il gelo invernale, il cibo immangiabile…

    A prescindere da ciò, e Gratteri questo dovrebbe saperlo, per i boss è previsto il carcere duro al 41 bis, quanto meno la destinazione ad un reparto AS che sta per “Alta sicurezza”, e cioè in sezioni in cui è improbabile che siano detenuti dei poveracci disposti a subire intimidazioni, così come lo è  che un detenuto in un braccio normale nel carcere di Sondrio o di Tolmezzo scelga di togliersi la vita per timore (e non si sa bene perché) di un capo bastone di Locri o un capo mandamento di Palermo ristretti a Opera o all’Ucciardone.

    A Gratteri farebbe bene leggere cosa ha scritto recentemente il Tribunale di Sorveglianza di Torino, come riportato da “La Stampa”, nel motivare la concessione della detenzione domiciliare ad un detenuto con problemi di salute non particolarmente gravi in considerazione, comunque, di un contesto di sovraffollamento genetico di un disagio capace di “arrecare in modo assolutamente intollerabile, ai reclusi affetti da patologie, un surplus di sofferenza e disagio” e con ciò evidenziando una relazione tra il sovraffollamento e gli autolesionismi, che spesso consistono nel gesto estremo di suicidarsi.

    Gratteri è un magistrato di esperienza: tuttavia sembra che stia sempre più spesso superando il limite per le assurdità che va propalando e che rischiano di attecchire tra gli ascoltatori meno accorti e del Procuratore Capo di uno degli Uffici più importanti e delicati preferiamo continuare ad immaginare che sia stato il sole di Napoli a fargli un brutto scherzo piuttosto che riconoscerlo come l’erede del pregiudicato Davigo in veste di  controparte strutturale di tutte le politiche giudiziarie che non siano quelle care al Movimento 5 Stelle.

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