Processo

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: nulla di nuovo sotto il sole

    Non è vero che la Giustizia è stata dimenticata dalla politica: ma forse sarebbe stato meglio così.

    Con un preoccupante disegno di legge delega presentato alle Camere già da qualche mese e pronto per essere esaminato, un governo a fine corsa, capace solo di alimentare la sua spinta populista, prosegue con l’obiettivo di demolizione delle garanzie processuali in nome di principi incompatibili con la Costituzione e le regole del giusto ed equo processo.

    E’ stupefacente la ostinata incapacità di comprendere i veri “mali” del sistema processuale penale non meno della dalla pretesa di propagandare come panacea un insieme di inutili, anzi dannose riforme contenute in un progetto che si propone come l’ennesimo spot ed ha come testimonial il Ministro Bonafede: il che basterebbe a valutarne – senza leggere – il livello qualitativo

    L’inclito Guardasigilli, tra le altre cose, nel suo progetto, propone:

    1. di rendere fruibili le prove acquisite durante un dibattimento indipendentemente dal fatto che – con i tempi dei nostri processi è ipotesi frequente – nel frattempo siano fisicamente cambiati i giudici del tribunale: con ciò affidando la decisione a chi può solo leggere ciò che è accaduto ma non ha partecipato, anche formulando domande e ponendo questioni, alla formazione delle prove medesime; 2. di rendere monocratico il giudice di appello, perdendo definitivamente il valore della collegialità e la possibilità di un confronto si questioni delicate; 3. di burocraticizzare i tempi del processo con inutili sanzioni disciplinari anziché con interventi volti a dare concretezza al sacrosanto principio della ragionevolezza dei tempi processuali (il cittadino sarà eterno indagato e merce di ricatto sul terreno della politica); 4. Infine un farsesco incremento dei riti speciali intesi come deflattivi ma rimpolpati di automatismi preclusivi come piace ad ogni legislatore autoritario.

    Il segno dei tempi, direte voi.

    Infatti i Parlamentari sembra che rimangano sordi alle sollecitazioni – molte congiunte – della Avvocatura e Magistratura che hanno, viceversa, indicato la strada virtuosa da seguire.

    Di loro vorremmo ricordarci  come degni rappresentati della nobile funzione legislativa, non come yes men pronti a schiacciare bottoni approvando progetti preconfezionati in nome del nulla. La speranza è l’ultima a morire.

    Nel frattempo sta andando a conclusione il procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara: l’accusa ha chiesto la destituzione dall’ordine giudiziario e così sarà all’esito – anche in questo caso – di un processo, piaccia o non l’accusato (e non è che possa piacere molto o ispirare simpatia), certamente tra i meno garantisti cui si sia assistito: perché c’era un colpevole designato cui è stato negato di far sentire la stragrande maggioranza dei suoi testimoni e che è stato giudicato da un collegio composto da molti personaggi in qualche modo coinvolti a loro volta. Un processo dal retrogusto vagamente staliniano e quando questo articolo verrà letto ci sarà già la scontata decisione: una condanna che giunge dopo avere opportunamente evitato approfondimenti per evitare il rischio che saltassero fuori un po’ troppi scheletri fino ad oggi silenziosamente custoditi negli armadi con ciò provando a salvare il salvabile della immagine di una parte della Magistratura, una parte dalla quale – comunque – ci si aspetta che renda giustizia. E la legalità? Restate pure in paziente attesa anche di quella:  non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

  • In attesa di Giustizia: No mercy

    Nessuna pietà, questa è la traduzione dall’inglese del titolo dell’articolo di questa settimana: l’anglicismo è voluto perché quello che si andrà a raccontare si addice di più alle regole di ingaggio dettate al Team Six dei Navy Seals quando viene mandato in missione per stanare terroristi dell’ISIS che non alla amministrazione della Giustizia di un Paese che si definisce civilizzato e culla del diritto, quel diritto romano che la definiva ars boni et aequi e quella cultura che – invece – conosceva la pietas anche se con un’accezione un po’ diversa da compassione e misericordia.

    Quindi, va bene dire no mercy se si vuole definire il comportamento recente di un paio di magistrati della Repubblica. Casi, quelli che verranno citati tra gli ultimi ma che non isolati ed eccezionali.

    Non è importante sapere esattamente dove accadono questi misfatti e neppure i nomi dei protagonisti: sono semplicemente accadimenti del tutto inaccettabili.

    Il primo riguarda un avvocato – tra l’altro procuratore speciale del proprio assistito, il che rende infungibile la sua partecipazione ad un’udienza essendo l’unico con la facoltà di operare determinate scelte – colpito da un grave lutto famigliare: la morte della madre le cui esequie si sarebbero dovute celebrare proprio il giorno in cui era fissato l’incombente processuale per cui era indispensabile la sua presenza con la relativa procura. Per di più, la funzione si sarebbe tenuta a ragguardevole distanza (almeno duecento chilometri) da Tribunale ove l’avvocato era impegnato.

    Dunque, con un giorno di anticipo, l’avvocato trasmette una istanza di rinvio giustificandone la ragione. Risposta: “visto, si rigetta, non trattandosi di legittimo impedimento”. Vero, fino a un certo punto, perché il legittimo impedimento dovrebbe consistere nella impossibilità assoluta di partecipare ad un’udienza e, in teoria, un figlio potrebbe ben rinunciare al funerale della madre in favore di impegni professionali. Ma, senza chiamare in causa la pietas, già da anni la Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di legittimo impedimento rientrano “gravi situazioni sotto il profilo umano e morale”.

    Il giudice in questione, peraltro, ha poi deciso diversamente il giorno dell’udienza, rinviandola dopo aver letto i necrologi sulla stampa. Come a dire: degli avvocati non mi fido, pronti a tutto, anche a simulare un lutto pur di avere un rinvio ma forse – avidi come sono – non disposti a spendere dei soldi per un necrologio falso. Dunque, non è proprio tutto bene quello che finisce bene.

    E passiamo al secondo caso: poco prima di un’udienza civile un avvocato ha avuto un malore ed è svenuto in aula. Sopraggiunti i soccorsi, l’uomo è stato trasportato al Pronto Soccorso per accertamenti. Rinvio? Ma neanche a parlarne: i colleghi presenti avevano nel frattempo chiamato un altro professionista dello studio per informarlo e quest’ultimo, accorso per sincerarsi delle condizioni dell’avvocato colpito da malore è stato fermamente sollecitato dal giudice a sostituirlo, visto che il fascicolo (tra l’altro, sporcatosi di sangue a causa di un trauma cranico con ferita riportato in occasione dello svenimento) era rimasto comunque sul posto. Alternative? Pare nessuna e la giustizia ha proseguito il suo corso.

    Poi ci si lamenta dell’attesa di Giustizia: meno male che c’è chi ha ormai ben capito quanto callidi siano questi legulei, pronti a tutto, anche a rompersi la testa per ottenere un rinvio…no mercy.

  • In attesa di Giustizia: in difesa del diritto di difesa

    Incurante delle proteste e delle forti prese di posizione levatesi in seguito alla morte di Ebru Timtik – di cui questa rubrica si è occupata alcuni numeri fa – il regime di Erdogan ha fatto incarcerare qualche altra decina di avvocati colpevoli solo di avere svolto il loro ministero assistendo dei dissidenti.

    Nel Bel Paese, le cose vanno decisamente meglio – ma non ci vuole, poi, un grande sforzo – rispetto alla Turchia ma la funzione difensiva continua ad essere invisa e mal sopportata almeno da certa parte della Magistratura, oltre che dalla opinione pubblica.

    Accade così che un eccellente avvocato romano, Alessandro Diddi, venga segnalato al competente Consiglio di Disciplina con un esposto – ad iniziativa del Presidente della Corte d’Appello – che censura alcune affermazioni pronunciate nel corso dell’arringa proprio del giudizio di appello del processo noto come “Mafia Capitale” nel quale l’avv. Diddi assisteva ed assiste uno dei principali imputati; affermazioni considerate sconvenienti e lesive del prestigio della magistratura e come tali in violazione del codice deontologico, relative al contenuto di una sentenza con cui la Corte di Cassazione aveva precedentemente, ancora nella fase delle indagini affrontato il tema della custodia cautelare, salvo poi essere smentita nel corso del giudizio.

    Forse, allora, l’avvocato Diddi non aveva tutti i torti a svolgere critiche, magari anche aspramente come può avvenire quando una difesa è molto coinvolgente; e c’è un ulteriore dato, che fa riflettere: sebbene l’arringa incriminata risalga a due anni fa – e pur avendola udita – l’arringa difensiva, curiosamente, i giudici ne hanno rilevato la portata offensiva solo ora (l’esposto è di giugno 2020), evidentemente dopo lunga meditazione.

    Sembra di poter dire che segnalare all’organo di disciplina un avvocato, per il solo fatto di avere adempiuto al suo mandato difensivo, è atto inaccettabile che attenta alla libertà dell’esercizio di difesa anche perché la notizia, sempre a proposito della tempistica, è pervenuta all’interessato solo nel mese di agosto, quando di solito non si muove foglia, e poco prima del suo ritorno in aula per svolgere l’intervento nel processo Mafia Capitale dopo l’annullamento della Cassazione.

    Siamo, fortunatamente, ancora lontani da scenari “turchi” ma dopo le minacce di morte ai Colleghi che hanno accettato la difesa per l’omicidio di Willy a Colleferro si assiste da un ennesimo attacco alla funzione difensiva che è un valore comune e deve potersi esercitare al riparo da atti che ne possano condizionare la libertà, come nel caso dell’avv. Diddi raggiunto da contestazioni inspiegabilmente tardive e perciò ingiustificabili come qualsivoglia reazione postuma.

    E’ sconcertante dover ribadire l’inviolabilità del diritto di difesa, che dovrebbe essere immune dal timore che ciò che si dirà in aula: il rispetto della funzione e della libertà dell’avvocato sono valori comuni ad ogni democrazia ed in tempi di populismo dilagante è bene rispondere con fermezza a simili attacchi che altro non producono se non rendere sempre più vana l’attesa di Giustizia.

     

  • In attesa di Giustizia: la giustizia nel paese reale

    I tempi, i modi della Giustizia, la legislazione sottostante sono l’argomento di questa rubrica e negli ultimi tempi si è visto poco di buono, meno che mai, su tutti questi fronti complice la pandemia.

    Una recente vicenda, che ha molto colpito l’opinione pubblica, però impone di essere commentata: l’omicidio di Willy, il ragazzo di colore vittima di una vile e violentissima aggressione avvenuta a Colleferro.

    Sulla sua morte orribile si è detto e se ne parla ancora moltissimo, i presunti (e, francamente, probabili) responsabili sono stati celermente individuati e tratti in arresto: tuttavia un assassino è tale solo dopo la sentenza che lo ha definitivamente ritenuto tale, altrimenti i processi non servono e la regola forse vale ancora di più quanto  più uno appare colpevole  perché se si cede a questa suggestione la Giustizia è finita e tanto vale trascinare i sospettati in piazza per darli in pasto alla folla inferocita.

    E non c’è minore violenza nello strumentalizzare frasi attribuite alle famiglie degli indagati la cui fonte è incerta, lo è invocare punizioni esemplari, scatenare una caccia al mostro collettiva con tutti i comfort tecnologici, impiegando le chat, i social network, le apparizioni, anche fugaci, sui media. Così significa alimentare la Giustizia che verrà di una carica emotiva rischiando di renderla ingiusta.

    Non è mestieri affrontare il merito della vicenda, senza disporre degli atti che però sono finiti ai telegiornali prima ancora che nella cancelleria del Giudice ed a disposizione degli avvocati. E non è neppure il caso di fare ipotesi: sarebbero solo ragionamenti astratti sulla natura del reato – omicidio preterintenzionale o volontario – le colpe dei singoli partecipi, sulle circostanze.

    Non è questo il punto. Il punto è che tutti dovrebbero sforzarsi di capire che senza un giusto processo (e quelli celebrati su Facebook, a Chi l’ha visto, o durante improvvisati comizi davanti alle telecamere non solo non è “giusto” come la Costituzione vuole ma nemmeno è un processo, senza il rigoroso rispetto del solo meccanismo che autorizza lo Stato a punire un individuo, ma è qualcosa che quello che assume il nome sinistro di vendetta. Insomma, chi invoca: “Dateli a noi”, sul piano etico si comporta esattamente come si sarebbero comportati gli accusati di quel crimine: si fa giustizia da solo e a modo suo.

    E in tutto questo, non poteva mancare l’attacco a chi esercita il mestiere del difensore: gli avvocati sono stati bersaglio di insulti e minacce gravi, confermando che il popolo degli indignati non è migliore dei loro assistiti.

    Per coloro che li denigrano e provano a intimidire sarebbe utile la lettura di una sentenza della Cassazione del 29.03.2000 in cu isi legge che “Il difensore di un imputato, invero, si trova astretto a dover osservare, da un canto, veri e propri doveri giuridici connessi alla nobile funzione che è chiamato a svolgere, espressi attraverso formule dai contorni spesso assai vaghi, ma assicurati dal giuramento che presta prima di entrare a fare parte dell’ordine. È indubbio che l’esercizio del diritto di difesa, in quella accezione particolare riferibile ai soggetti legittimati al patrocinio, ha nel nostro ordinamento il più ampio ambito di espansione, nella prospettiva di assicurare l’effettiva attuazione del principio di cui all’art. 24, 2 comma, della Costituzione. Deve, quindi, essere apprezzata la condotta del difensore, che ha il diritto – dovere, costituzionalmente garantito, di difendere gli interessi della parte assistita nel migliore modo possibile nei limiti del mandato e nell’osservanza della legge e dei principi deontologici e cioè di adoperarsi con ogni mezzo lecito a sottrarre il proprio assistito, colpevole o innocente che sia, alle conseguenze negative del procedimento a suo carico.”  E senza il contributo degli avvocati, l’attesa di Giustizia sarebbe del tutto vana.

  • In attesa di Giustizia: quaggiù qualcuno ci ama

    Non è una novità e non è la prima volta che se ne parla in questa rubrica: certo si è che la categoria degli avvocati e – più che mai quella dei penalisti – non è ai vertici della scala di popolarità tra la gente comune, almeno fino a quando non incorre nella sfortunata esperienza di una imputazione, certamente non ha tra i suoi fans l’Associazione Nazionale Magistrati, il furore giustizialista alimentato da larga parte della classe politica la illustra come complice dei peggiori criminali.

    In un Paese nel quale, tra le tante, l’infrastruttura di cui si avverte sempre più la mancanza è una immateriale e cioè a dire la cultura, fa piacere leggere queste riflessioni tanto più apprezzate quanto inattese di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicate sul Corriere della Sera tempo fa.

    Chi l’avrebbe mai detto che la nota scrittrice avesse un passato come quello che descrive e che ne vada così orgogliosa come traspare dalle sue parole?

    In gioventù ho assunto, controvoglia, qualche patrocinio penale. È stata un’esperienza che mi ha segnato. Poi la vita mi ha portato altrove. La difesa penale è il compito più alto, giusto e nobile che possa svolgere un avvocato, anche la difesa dei più efferati criminali. Ma come? come può essere impresa meritevole difendere i criminali?

    Anche il peggiore degli assassini (o peggio) resta un essere umano. Dovrà giustamente sottostare alla sua giusta pena. Ma non può essere condannato per qualcosa che non ha fatto solo perché è “un infame”, non può essere picchiato o torturato perché “è un mostro”, non può essere condannato sommariamente, con prove dubbie, ad una pena esorbitante perché così chiedono i media, l’opinione pubblica o un magistrato troppo zelante.

    Devi farti dieci anni di galera? Va bene, ma siano dieci e non undici, le accuse siano chiare, le prove siano prove, e debitamente prodotte, la procedura sia rispettata. Per questo ci sono io che ti difendo. Non ti difendo contro la giustizia, ma per la giustizia. Perché tu, anche se assassino, resti un uomo e non diventi carne da macello.

    In secundis, la maggior parte dei criminali – non tutti – son gente ferita, squinternata, squilibrata, ignorante, grezza, impaurita, in una parola debole, che si ritrovano soli in un mondo di ufficiali di polizia, pubblici ministeri, giudici, periti, ecc., tutta gente laureata, di condotta integerrima, che fa il proprio lavoro, inserita in un sistema col suo complesso sistema di regole e regoline e che sono potenzialmente suoi nemici. È giusto che ci sia almeno uno laureato, in giacca e cravatta, che conosce il sistema e non ne è intimidito, che lavora per lui, che è dalla sua parte.

    Ma non diciamo anche noi nel Salve Regina “avvocata nostra”? Tutti finiremo di fronte ad un tribunale a dar conto di quello che abbiamo fatto e non fatto, detto e non detto. Ci vuole un avvocato anche lì, o no?

    Grazie, Isabella, lo dico da avvocato ma prima ancora da cittadino: leggendo queste righe – riportate nella loro originale interezza – scritte con intensa sintesi da chi non è di parte o emotivamente coinvolto forse sarà più facile comprendere quale sia il ministero del difensore, quale la sua cruciale importanza in quella attività così complessa ed impattante nella vita tanto dei presunti autori quanto delle vittime dei reati.

    Un attività volta a contribuire a che si renda giustizia, una giustizia quella degli uomini che sia – se non altro – il meno imperfetta possibile.

  • In attesa di Giustizia: quod deus coniunxit, homo non separet

    Tratto dal Vangelo di Matteo, in diritto canonico questo brocardo esprime il principio della indissolubilità del matrimonio e sembra attagliarsi alla perfezione alla visione che il legislatore (ispirato non poco dalla Associazione Nazionale di categoria) ha delle carriere dei Magistrati: guai a chi osi proporre di separarle come viceversa avviene in molte democrazie occidentali che adottano un sistema processuale accusatorio.

    La separazione, a partire dal concorso di accesso alle funzioni giudiziarie, tra Pubblici Ministeri e Giudicanti corrisponde ad un principio di civiltà pienamente condivisibile ma nel nostro Paese si è resa necessaria una raccolta di firme per dare vita ad un disegno di legge di iniziativa popolare perché di ciò si iniziasse – di malavoglia – a parlarne alle Camere. Dopo un primo passaggio in commissione giustizia, il testo è approdato nei giorni scorsi in Aula sostenuto nel dibattito da parlamentari di ispirazione liberale come Sisto e Costa ma, ahimè, vittima del fuoco di sbarramento (manco a dirlo) di M5S e PD che ha rimandato il d.l. in commissione con raffinati argomenti come quello del Dem Bazoli che paventa la reazione della magistratura. Confessione non necessaria di una politica tenuta sotto schiaffo.

    D’altronde proprio un grande magistrato e giurista come Renato Bricchetti lo ha affermato senza infingimenti: se la magistratura non vuole la separazione delle carriere non se ne farà niente. Dargli torto è impossibile: il PD li teme e i pentastellati sono  il partito  dei P.M., della torsione autoritaria e manettara. Serve altro o c’è ancora chi si illude che se ancora non abbiamo la separazione delle carriere,  l’assetto e l’equilibrio democratico del Paese è assicurato – tra l’altro – da quella dei poteri?

    Ancora Renato Bricchetti, presidente di sezione della Suprema Corte, intervenuto dopo la seduta alla Camera ad un webinar organizzato dall’Unione Camere Penali, con grande onestà intellettuale ha detto: “Le vere riforme non si possono fare con l’accordo di chi le subisce” ed ha, altresì osservato che sono maturi i tempi per una rivoluzione culturale, possibile però solo attraverso una rivoluzione meccanica sulle carriere: con la quale – tra l’altro – viene  restituita autorevolezza indipendenza e forza al giudice, innanzitutto al GIP rispetto al P.M., proprio attraverso la separazione di chi giudica da chi accusa.

    Bricchetti, per chi non lo conosce, è uno che la carriera se l’è separata da solo: nato giudicante non ha mai inteso nemmeno provare la funzione inquirente, come altri hanno fatto, ovviamente, anche a parti invertite. Viene in mente qualche grande Pubblico Ministero rimasto sempre tale, sia pure dando permanente sfoggio di equilibrio, come Carlo Nordio. Ma questi esempi non rappresentano la maggioranza.

    Circa la urgente necessità della separazione delle carriere vi è la prova vivente: Piercamillo Davigo, nato P.M.,  si vantava di avere denunciato alla Procura Militare dei poveri alpini di leva che trovava addormentati durante il turno di sentinella nel corso delle esercitazioni cui partecipava per l’aggiornamento come ufficiale di complemento; passato in seguito, alle funzioni giudicanti in Corte d’Appello a Milano ha lasciato dietro di sè un tappeto di tappi di bottiglie di champagne stappate quando se n’è andato…approdando, peraltro, in Cassazione.

    Pulpito, quest’ultimo, dal quale ha lanciato l’intemerata secondo la quale non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca.

    Il disegno di legge sulla separazione delle carriere, con buona pace del valore aggiunto dato dal fatto che è di iniziativa popolare, viene in buona sostanza destinato ad un freezer parlamentare, Davigo e i suoi emuli, i suoi epigoni, l’Eccellenza Bonafede,  la redazione intera del Fatto Quotidiano, possono tornare a sorridere. E anche stavolta la Giustizia può attendere.

  • In attesa di Giustizia: sbatti il mostro in prima pagina

    Un cane che morde un uomo non è una notizia: lo è il contrario e così nulla vi è di più ghiotto – per chi si occupa di cronaca giudiziaria – di un operatore del settore del diritto che finisce sotto processo.

    Accadde così un paio di anni fa, e ne trattò anche questa rubrica, che l’avvocato romano Francesco Tagliaferri venisse indagato per rapporti suppostamente illeciti con esponenti della criminalità organizzata; autentico galantuomo, penalista di grande esperienza e notorietà del Foro di Roma, Tagliaferri fu messo immediatamente alla gogna da parte dei media che – come da consuetudine – più che riferire una notizia trattavano l’argomento con ampio risalto in termini che, sostanzialmente erano l’anticipazione di una sentenza di condanna. Comunque sia, Tagliaferri fu pubblicamente crocifisso per colpe tutt’altro che dimostrate.

    Per fortuna in questo Paese l’attesa di Giustizia non è sempre caratterizzata da tempi biblici e neppure le sentenze sono frutto del “modello Venezia” di cui abbiamo parlato proprio la settimana scorsa: già decise, con tanto di motivazione, prima ancora che si celebri il processo: il percorso giudiziario di Francesco Tagliaferri è stato abbastanza celere e si è di recente concluso con un’assoluzione. Assoluzione di cui nessuno ha parlato, non una riga neppure sui quotidiani della Capitale, qualcosa – tutt’al più – si trova sulla free press o setacciando Google sebbene il suo difensore abbia inviato un brevissimo comunicato stampa alle agenzie ed alle testate giornalistiche (soprattutto quelle che si erano avventate sulla notizia di un avvocato che “si vende l’anima per soldi” diventando favoreggiatore di una banda di narcotrafficanti).

    Gli avvocati, del resto, si sa che non sono esattamente dei beniamini dell’opinione pubblica e meno di tutti lo sono i penalisti che vengono sovente dipinti come complici dei loro assistiti, dunque il silenzio è il minimo che ci si debba aspettare quando viene ristabilita la verità e restituito l’onore a chi si è tentato di toglierlo con accuse azzardate e ingiustificato clamore mediatico.

    Nel frattempo a Piacenza un magistrato di grande valore ed esperienza, il Procuratore Grazia Pradella, al termine di un’indagine delicatissima condotta con largo impiego di tecnologie audio – video ne ha illustrato i contenuti e commentato gli arresti di tutti i Carabinieri, compreso il sottufficiale in comando, appartenenti ad una stazione dell’Arma che è stata messa – caso unico nella storia – sotto sequestro. I militari sono accusati di reati molto gravi, talune evidenze appaiono piuttosto solide (filmati e intercettazioni ambientali) e, comunque, vale anche per loro la presunzione di non colpevolezza.

    Il seguito delle investigazioni ed il processo accerteranno le responsabilità di ognuno, se vi sono; nel frattempo, tuttavia, c’è qualcuno che non ha perso l’occasione di parlare a sproposito dimenticandosi di collegare la bocca al cervello, ammesso che in quest’ultimo abiti almeno uno sperduto neurone.

    Non facciamo nomi, sebbene il soggetto in questione sia stato in proposito anche intervistato in un programma radiofonico molto seguito: basti dire che si tratta di un ex deputato M5S privo di qualsiasi competenza in materie giuridiche in ragione del suo differente percorso di studi, anche questo verosimilmente seguito alle scuole serali ma al buio.

    Ebbene, trattando dell’arresto di questi Carabinieri il sociologo dell’ultim’ora ha messo in evidenza come si tratti di sei meridionali su sei ed ha annotato che – sebbene essere meridionale non significhi essere delinquente – vi è sicuramente una predisposizione genetica a fare del male in chi è nato in un Sud arretrato dal quale proviene la maggior parte dei delinquenti: come esempio ha citato la mancanza di valtellinesi dediti a sciogliere i bambini nell’acido.

    Sociologia criminale di infimo livello alimentata da una notizia che, anche questa volta, si assimila a quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa: chi è estraneo alla vicenda, non conoscendo gli atti, dovrebbe astenersi da ogni commento e meno che mai da analisi di impronta vagamente lombrosiana. Ma tant’è: a margine vi è solo da rallegrarsi che il nostro già disastrato sistema giustizia non disponga del processo con giuria se il rischio è che ci finiscano personaggi simili.

    In ogni caso e per trarne le dovute conclusioni, sappiano i lettori de Il Patto Sociale che io sono meridionale. Ma ho anche tanti difetti.

  • Cominciato il processo contro l’ex Presidente del Sudan al-Bashir

    E’ iniziato il processo contro Omar al-Bashir, presidente del Sudan per oltre trent’anni, per il colpo di stato militare che lo ha portato al potere il 30 giugno 1989. Bashir, già accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il sanguinoso intervento in Darfur, era stato costretto a lasciare il potere nel 2019 a seguito delle proteste iniziate alla fine del 2018. Ad agosto era stato formato un governo unitario composto da funzionari dell’esercito e civili.

    Con Bashir sono stati mandati a processo anche più di venti ex funzionari che hanno prestato servizio nel suo governo. Insieme agli ufficiali, l’ex presidente è accusato di aver pianificato il colpo di stato in cui l’esercito ha arrestato i leader politici del Sudan, sospeso il parlamento, chiuso l’aeroporto e annunciato il rovesciamento alla radio. Bashir è già stato condannato per corruzione. Potrebbe essere condannato a morte se ritenuto colpevole del suo ruolo nel colpo di stato. Il processo è stato sospeso fino all’11 agosto per essere ripreso in un tribunale più grande dove più avvocati e familiari di imputati potranno partecipare.

  • In attesa di Giustizia: salvis iuribus

    Salvis iuribus è una locuzione latina utilizzata in giurisprudenza – generalmente apposta in calce a lettere o atti – che sta a significare: fatti salvi i diritti.

    In pratica è una formula che serve ad indicare l’intenzione di chi scrive di avvalersi di tutti i mezzi consentiti e previsti dalla legge per tutelare i propri diritti: secondo prassi viene annotata al termine degli atti introduttivi delle cause civili ma ciò non toglie che chi è sottoposto ad un processo penale abbia ampia facoltà di estendere le proprie ragioni (con testimonianze, consulenze, controinterrogatorio dei testimoni a carico, e la deposizione propria a discarico) la cui sintesi è affidata all’arringa dell’avvocato in cui consiste il culmine del processo, l’atto finale prima della decisione.

    In sostanza, un processo non può e non deve essere deciso prima che l’intero insieme delle evidenze a discolpa sia illustrato dal difensore in una corretta dialettica con l’organo dell’accusa che conclude per primo.

    Sembra, peraltro, che non sempre così vadano le cose: talvolta si scopre che vi sono addirittura sentenze scritte prima del giudizio, era già capitato a Brescia qualche tempo fa, è successo un paio di settimane fa e nuovamente a Venezia, in Corte d’Appello.

    La sensazione, forse più di una sensazione, che simili accadimenti siano tutt’altro che isolati ed infrequenti c’è e c’è sempre stata basandosi su taluni indicatori: ma quando il sospetto diviene una certezza, lo sgomento non è minore. Sarà che la speranza è l’ultima a morire e nella Giustizia, intesa come categoria dello spirito comportante vincoli etici e indicazioni culturali inderogabili, si continua a credere. Magari a torto, da quel che si vede.

    E’ necessario premettere e chiarire in Corte d’Appello – per legge – il processo inizia con la relazione fatta da uno dei tre magistrati il quale illustra cosa è accaduto nel precedente grado di giudizio, sintetizza la sentenza di primo grado e le ragioni di ricorso dell’appellante.

    A Venezia, come anche altrove, è invalso l’uso di trasmettere, con posta elettronica qualche giorno prima dell’udienza, la relazione ai difensori ed al Sostituto Procuratore Generale assegnatario del fascicolo: un metodo più che accettabile che consente di dedicare più tempo a discussione e decisione ma…invece che la relazione è accaduto che agli avvocati sia stata spedita una bozza di motivazione di condanna, per di più frutto evidente di un “copia e incolla”. Altro che salvis iuribus: siamo di fronte al fenomeno delle condanne anticipate, alla ritenuta superfluità del processo. Il passo successivo ricalcherà – per chi la ricorda – la trama di Minority report?

    Poco convincente la spiegazione data dai vertici degli Uffici Giudiziari della Laguna: si tratterebbe di un sistema invalso di bozze contenenti ipotesi di decisione redatte sulla base di uno schema fisso. Sarà, ma guarda caso sono sempre bozze di sentenze di condanna (fu così anche a Brescia, nel precedente analogo e noto) con buona pace della presunzione di innocenza.

    Gli avvocati del Foro di Venezia sono insorti e hanno chiesto al Ministro l’invio degli ispettori: il seguito lo sapremo, forse, nelle prossime puntate.

    Nel frattempo sta per iniziare anche il processo disciplinare a carico di Luca Palamara il quale – per una prima volta, seguirà poi il processo penale – sta verificando cosa significhi difendersi avendo gli strumenti per farlo e ha depositato una lista con circa 130 testimoni: nei processi, per vero, conta di più la qualità che non la quantità di chi depone e qui sembra che la prima, con moltissimi nomi di persone coinvolte nelle sue trame, scarseggi un po’. Ma la giustizia deve seguire il suo corso ordinario ed ordinato ed anche per l’ormai ex P.M. vi è da augurarsi che le regole siano rispettate e non che una decisione sia già scritta ed avvenga al grido di “muoia Sansone con tutti i fi…libustieri!”

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