Processo

  • In attesa di Giustizia: una punizione per chi?

    “Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi che il P.M. Gianfranco Colace e la GUP Lucia Minutella, entrambi di Torino, avevano presentato contro le sanzioni emesse nei loro confronti dalla severissima sezione disciplinare del C.S.M.

    Colace – che di questa rubrica è uno degli antieroi –  aveva intercettato indirettamente il senatore Stefano Esposito per circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) per poi chiederne il rinvio a giudizio sulla base di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 di quella Costituzione che i magistrati dicono di amare imponesse (ed imponga) di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per intercettare un parlamentare.

    Sul punto si era espressa severamente la Corte Costituzionale, già nel dicembre 2023 ed il C.S.M. aveva definito la condotta dei due incolpati “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”.

    A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (a Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità, la Dottoressa Minutella se l’è cavata con la censura che è poco più che un bonario buffetto.
    Il senatore Esposito venne intercettato casualmente mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (finita con il proscioglimento) e, sebbene Esposito fosse stato individuato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica” il P.M. continuò a farne intercettare le telefonate con Muttoni: in buona sostanza, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni…un senatore fa sempre gola ai P.M.

    La richiesta di rinvio a giudizio di Esposito contemplava tra le fonti di prova 126 ascolti che lo riguardavano ed il GUP Minutella l’accolse senza battere ciglio mettendo Esposito sotto processo per sette anni, prima di essere assolto dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza (Colace aveva sbagliato anche quella).

    Una punizione c’è stata, si dirà, ma per chi? Per un magistrato che viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, è una punizione severa? E che dire del passaggio al civile? Come se questo settore contasse meno del penale.

    Forse la punizione è per i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace, quello che ha già dimostrato ignoranza inescusabile nelle materie di sua (presunta) competenza.

  • Nigeria begins mass trial of 500 terrorism suspects

    Nigeria has begun the prosecution of more than 500 people accused of involvement in militant attacks in one of the country’s largest ever terrorism trials.

    The suspects face charges linked to aiding and abetting terrorism, particularly in the north-east where an insurgency by the Boko Haram Islamist group began 17 years ago.

    Since then insecurity has spread to many other areas of the West African nation, leaving communities, often those in rural areas, at the mercy of mushrooming militant groups and gangs that kidnap for ransom.

    The mass trial opened on Tuesday at a high court in the capital, Abuja, where 227 suspects were arraigned before 10 judges, according to the attorney general.

    Hundreds of people have lost their lives in bombings and various attacks across Nigeria this year alone.

    Very few people are ever prosecuted over terror attacks – and suspects are often detained and spend years in custody without facing trial.

    According to the AFP news agency, gunmen killed at least 20 people on Wednesday in the western state of Niger. Residents say the attackers raided villages in Shiroro district, an area where kidnapping gangs and Islamist militants are known to operate.

    Security was tight during the court session on Tuesday, with suspects transported in heavily guarded convoys under military, police and intelligence supervision.

    International observers, including human rights groups and the Nigerian Bar Association, were also present in court.

    The defendants are alleged to have taken part in attacks mainly in northern Nigeria, while others face charges of supporting militants through funding, supplying arms and logistics.

    Five of the accused have already been given varying jail terms – from seven to 20 years – after pleading guilty to charges that included selling livestock, supplying food and information to militant groups.

    Attorney General Lateef Fagbemi said the scale of the operation showed the government’s resolve to deal with the matter.

    “The federal government is committed to ensuring that due process is followed while bringing those involved in terrorism to justice,” he said.

    Security expert Bashir Galma, a retired army major, told the BBC that the trial, which is expected to continue in phases, was a “positive development” and a “significant milestone” in Nigeria’s fight against terrorism.

    “For years Nigerians have been complaining about why they keep these suspects [in custody] instead of making them face the law for what they are suspected of doing,” he said.

    “This will bring some level of peace for people whose loved ones were killed or injured.”

    The trial would also dispelled rumours that suspects were routinely released after arrest “so that they can go back to their terrorism business”, the analyst added.

    However, he predicted that some of the accused could be released soon, given that they were arrested many years ago – a factor he said the judges would likely take into consideration

  • In attesa di Giustizia: in morte della cultura della giurisdizione

    Il referendum è andato come è andato ed – approfittando della scomparsa di Bruno Contrada di poco precedente – c’è da scommetterci, i professionisti dell’antimafia avranno una occasione in più per esibirsi nei numeri più applauditi del loro repertorio: ci sarà chi dirà che la condanna di Contrada è stata poi revocata e, quindi la giustizia ha trionfato, e chi opinerà che i pubblici ministeri avevano comunque ragione e – quindi – ha perso, non mancheranno i cavillatori da bar Sport che si esibiranno in spericolate interpretazioni di norme e formule giuridiche studiate su Chat GPT, e gli scenaristi ben informati (non si sa da chi) secondo i quali Caponnetto avrebbe detto che Falcone gli aveva sussurrato che Borsellino, con uno sguardo, gli aveva lasciato intuire che Contrada era un farabutto, infine qualche pavido vignettista abbozzerà un disegnino ricco di ombre che sottintendono risvolti e misteri inconfessabili, mai del tutto chiariti. Dèjà vu.

    Invece, proprio durante una campagna referendaria per il SI fallimentare e non priva di contorni volgari – senza mai neppure tentare correzioni in corsa – sarebbe, probabilmente stato utile riprendere un brano dal libro di Lino Jannuzzi sul caso Contrada, “Lo sbirro e lo Stato”, ma la memoria è breve ed è impresa ardua tornare a letture risalenti a quasi vent’anni fa.

    Il caso del ‘pentito’ Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai P.M. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla.

    Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolse Contrada, domandò perché i verbali di quei due interrogatori siano stati nascosti e non portati al processo…senza approfondire più di tanto chi e come abbia fatto tornare la memoria al collaboratore di giustizia.

    La risposta fu che i verbali non erano stati depositati perché irrilevanti in quanto non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada (con buona pace delle fanfaluche di Marco Travaglio sulla funzione di primo difensore da riconoscere al P.M.), per esigenze di segreto investigativo relativo ad altre indagini in corso e amenità simili. Il C.S.M. adottò la severissima sanzione della censura per violazione dei doveri di imparzialità e correttezza mentre si faceva marcire un uomo in carcere. Piuttosto che niente e ciò dimostra che quello di De Pasquale non è un caso isolato.

    La riforma del C.S.M. e del sistema disciplinare è abortita con il referendum, Contrada è morto e la decantata cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata.

  • In attesa di Giustizia: quanto pesa la pagella

    Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che il vero timore dell’A.N.M., in vista del referendum,  non sia la separazione delle carriere bensì il funzionamento correntizio del C.S.M. è sufficiente dare una scorsa ai dati resi pubblici i quali indicano che, dal 2021 al 2025, ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio Superiore, cioè a dire che sono stati promossi a livelli superiori di carriera (e di trattamento economico).
    Esaminando tutte le deliberazioni dal C.S.M., insediatosi nel gennaio 2023, emergono casi che si stenta a credere possano avere generato giudizi positivi e siano sfuggiti all’azione disciplinare: dal P.M. che ha rivelato ad un amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia  che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è quello che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e distruggere la sim ed anche chi ha intrattenuto rapporti cordiali con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendone pure munifici doni natalizi. Ci sono, naturalmente, alcuni dei tanti magistrati coinvolti con Palamara sul mercanteggiamento delle nomine: per molti di questi non si è mai neppure avviata l’azione disciplinare perché il Procuratore Generale dell’epoca, titolare del potere di incolpazione, aveva emanato una circolare in cui sosteneva che si trattava di fatti di lieve entità, trascurabili sotto il profilo delle violazioni deontologiche, Ci sono, poi, non solo P.M. “disinvolti” ma anche giudici che hanno depositato sentenze con ritardi enormi di due o tre anni:  tutti promossi, con soddisfazione anche ai genitori che hanno fatto tanti sacrifici per educarli e farli studiare.

    E, che dire, risalendo nel tempo, di quella pattuglia di raffinati giuristi che indagò e condannò Enzo Tortora, tanto per citare un caso noto a tutti? Il P.M. Felice Di Persia, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del C.S.M. per la corrente di Magistratura indipendente, Lucio Di Pietro – che lo affiancò – è diventato Procuratore Generale a Salerno e poi Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
    Il magistrato Luigi Sansone è andato a presiedere la Sesta Sezione penale della Cassazione mentre Il P.M. Diego Marmo, che aveva definito Tortora «cinico mercante di morte», e che l’aveva accusato di essere «stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra», è diventato Procuratore Capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Se non altro, in quello stesso anno – meglio tardi che mai – ha chiesto scusa alla famiglia Tortora.
    Un altro dei giudici, Orazio Dente è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata mentre un’ultima lanterna juris, Angelo Spirito, già nel 1998 risultava in servizio alla Corte di Cassazione.
    E a proposito del C.S.M.: il plenum, nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti di questi magistrati: tra i pochi a ribellarsi, ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei colleghi napoletani che avevano arrestato gente per omonimia tenendola in galera per due anni e mezzo. Inoltre: anche le ispezioni ministeriali promosse dal Ministro Vassalli non hanno condotto a nulla così come ogni causa al tribunale civile ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità. In sostanza, nessuno ha ufficialmente sbagliato nel caso Tortora.
    Nel mondo della malagiustizia italiana, succede ed è già successo di tutto. E quindi: dove eravamo rimasti? Come disse proprio Enzo Tortora quando tornò da uomo libero a condurre Portobello.  Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c’è un referendum.

  • In attesa di Giustizia: dedicato agli antifa

    I fautori del NO al referendum sulla Separazione delle Carriere, diventato ormai un voto politico contro il Governo, dovrebbero studiare un po’ di più anche la storia.

    Ecco, allora, qualche passaggio dalla Relazione alla Maestà del Re Imperatore del Ministro della Giustizia Grandi presentata nell’udienza del 30 gennaio 1941-XIX per l’approvazione del testo dell’“Ordinamento Giudiziario”:

    Sire, ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il testo del nuovo Ordinamento Giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore….
    …Può affermarsi che soltanto con l’avvento del Fascismo il problema del riordinamento della Magistratura, dei servizi e degli uffici giudiziari fu affrontato con organicità di metodo ed in modo totalitario.
    L’ordinamento del Pubblico Ministero non si discosta sostanzialmente da quello precedente, per cui la separazione delle funzioni requirente e giudicante non importa anche la separazione di ruoli.
    Sull’argomento è qui sufficiente accennare alle ragioni fondamentali che hanno sconsigliato il ritorno al regime della separazione dei ruoli, quale fu concepito ed attuato nella originaria legge del 1865 e soppresso con la legge del 1890. Non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente … e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta. Ciò determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della Magistratura, in contrasto con la sostanziale
    unicità della funzione. Sono ragioni d’ordine pratico, sia perché la separazione importerebbe una inammissibile differenziazione nella progressione nei due ruoli, sia perché non potrebbe giovare ai fini di una specializzazione
    di funzioni e, quindi, ad una più perfetta formazione dell’abito e delle attitudini dei singoli magistrati, in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto.
    Anzitutto ho attribuito ai magistrati del Pubblico Ministero una più larga partecipazione a tutti gli organi che in varie forme presiedono all’amministrazione e alla disciplina della Magistratura.
    Ho inoltre integrato, con la partecipazione del Procuratore del Re Imperatore, la costituzione dei Consigli Giudiziari, organi distrettuali di fondamentale importanza per le larghe e complesse attribuzioni ad essi spettanti nei riguardi del personale giudiziario dipendente dalle singole Corti.

    Non dovrebbero neppure dimenticare i sostenitori del NO che a quel tempo il Pubblico Ministero dipendeva eccome dal potere politico, vigeva lo Statuto Albertino e la Costituzione Repubblicana quando prevedette solo la separazione delle funzioni e non delle carriere, senza colpe, guardava al processo a matrice inquisitoria nel quale è fisiologica la unicità delle carriere: tutt’ora è così in Paesi come l’Iran, la Corea del Nord, il Vietnam, la Russia e altri campioni ancora dei diritti umani.

    E, inoltre, i Padri Costituenti non avevano previsto che il C.S.M. diventasse un poltronificio governato dalle correnti non meno della sua indulgente sezione disciplinare.

    Si può discutere se la legge potesse essere fatta meglio – anche al meglio non c’è limite – o sul contenuto dei futuri decreti attuativi che faranno la differenza in merito al sorteggio dei componenti del C,S.M. e dell’Alta Corte di Disciplina ma, intanto, studiate di più prima di riempirvi la bocca di slogan; e non dimentichino mai una cosa quelli dell’A.N.P.I. e coloro che gridano che la Costituzione non si tocca, gli storici e i giuristi da accatto mediatici: con il NO difendete una legge del ventennio contro la giustizia liberale e i veri fascisti siete voi.

  • In attesa di Giustizia: Minneapolis, Italia

    Rocco Maruotti, chi era costui? Forse un leone da tastiera, un profilo fake creato ad arte sui social media, un hater in servizio permanente effettivo? Nossignori, è un magistrato, attualmente in forza come Sostituto alla Procura della Repubblica di Rieti ed è anche il Segretario Generale della sua Associazione di categoria ed è l’autore di un inquietante post su Facebook – rapidamente cancellato – in cui commenta la foto che documenta l’aggressione, avvenuta recentemente a Minneapolis, conclusasi con l’uccisione di Alex Pretti da parte di agenti della Immigration and Custom Enforcement.

    E cosa scrive Rocco Maruotti che è stato Ricercatore di diritto penale in due Università? Forse la sua è una dotta dissertazione in diritto comparato sulle regole di ingaggio delle forze di polizia o discetta sull’esistenza dell’uso legittimo delle armi come causa di giustificazione? Nulla di tutto ciò: sostiene che “anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario si ispira la riforma Meloni – Nordio”. In sostanza ipotizza che scenari simili diventerebbero la quotidianità anche nel nostro Paese se la risposta referendaria fosse nel senso della approvazione della legge costituzionale nota come sulla separazione delle carriere…che di fatto già esiste essendo comprensibilmente possibile il cambio di funzioni da inquirenti a giudicanti e viceversa una sola volta e solo nei primi dieci anni dal superamento del concorso. La legge che sarà sottoposta a scrutinio confermativo è, peraltro, più complessa e tocca ben altri gangli sensibili per la magistratura come il sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore, volto ad affievolire il sistema di potere correntizio descritto da Palamara e Sallusti in tre libri e la generosa gestione del disciplinare sottraendola ad una apposita sezione del CSM.

    Le parole sono pietre e non è ammissibile che il Dottor Maruotti se la cavi – dopo aver rimosso il post – sostenendo che intendeva dire altro: dall’alto del suo ruolo e delle sue competenze la pezza è peggiore del buco poiché l’argomento non è la formazione della Nazionale, discussa al bar tra tifosi. Rocco Maruotti con quelle parole ha reso evidente ciò che buona parte della sua categoria si ostina a negare e cioè che il voto al referendum altro non è che un voto politico soprattutto contro il Governo e non solo contro una riforma che è falso che intacchi le garanzie sulla indipendenza ed autonomia dell’Ordine Giudiziario, rimaste del tutto inalterate: basta leggere la Costituzione nelle due versioni, prima e dopo la riforma, per rendersene conto. Il vero timore è rispetto ad una legge intesa a prevenire la capacità condizionamento dei raggruppamenti interni all’A.N.M. che hanno smarrito le finalità ideali da cui sono nati per divenire strumento di gestione amicale degli incarichi apicali e fuori ruolo più appetibili. Dopo questa boutade chi si sentirebbe sicuro ad essere indagato da uno come Rocco Maruotti? E come costui ce ne sono altri, non tutti grazie a Dio, ma non è certo un caso isolato.

  • In attesa di Giustizia: dovere di verità

    Prendiamoci una pausa dai commenti sulla campagna referendaria che nulla offre di nuovo con l’Associazione Nazionale Magistrati che sforna senza soluzione di continuo fake news, bufale del diametro di una zizzona di Battipaglia da tre chili ed interpretazioni stravaganti della Costituzione: la notizia del giorno, o meglio della settimana, è l’esito positivo per Chiara Ferragni in relazione alla presunta truffa connessa ai panettoni Balocco e la destinazione del ricavato in beneficenza.

    Cominciamo subito a dire, per dovere di verità, che Chiara Ferragni non è colpevole ma neppure è stata assolta: la sentenza – di cui si leggeranno le motivazioni più avanti – non è di assoluzione come viene sbandierato bensì di non doversi procedere per mancanza di querela.

    Cerchiamo di spiegare: a stretto rigore non è stata neppure giudicata, in quanto il vaglio del Giudice dell’Udienza Preliminare si è arrestato alla esclusione della aggravante dalla minorata difesa in danno dei consumatori elemento in origine contestato che rendeva il reato perseguibile d’ufficio ma si è accertato insussistente e, di conseguenza, la verificata mancanza una valida querela ha impedito di giudicare l’influencer per una eventuale truffa semplice.

    L’ente rappresentativo dei consumatori, che l’aveva presentato querela, tra l’altro non è neppure detto che fosse legittimato a farla ed – in ogni caso – l’ha ritirata dopo il versamento di una somma consistente a titolo di risarcimento ad enti assistenziali.  I veri (teorici) danneggiati sarebbero stati più verosimilmente le migliaia di singoli acquirenti dei panettoni, ma nessuno di costoro ne ha mai proposta una. In buona sostanza e per i non addetti ai lavori per questo motivo il Giudice ha correttamente deciso che non si poteva andare oltre valutando se vi fosse responsabilità penale oppure no, se vi fosse un reato o altro tipo di illecito, magari di natura civile.
    Chiara Ferragni, per il giurista e per chi rispetta la Costituzione è innocente, perché l’imputato lo è fino a prova contraria e sentenza definitiva ma, non essendosi proceduto in assenza di querela è stato precluso l’accertamento della esistenza di prove per una eventuale truffa non aggravata. Il Giudice si è necessariamente dovuto fermare nelle sue valutazioni a quella della inesistenza della denuncia per una truffa che, ammesso senza concederlo che fosse stata commessa, non era sicuramente aggravata. La speranza è di essere stati chiari nella esposizione di tecnicismi giuridici.

    Certo, si potrebbe discutere a lungo sul fatto che se ha pagato tre milioni un motivo dovrebbe esserci, ma diventa un sofismo: fermiamoci, per dovere di verità al fatto che se è stata esclusa l’aggravante il reato nella forma “basica” potrebbe anche sussistere, ma nessuno lo ha accertato né avrebbe potuto farlo, ripetiamo, per mancanza di una valida querela. Restano le ipotesi, le supposizioni, i sospetti che lasciano il tempo che trovano ma nessuna verità storica e nemmeno processuale. L’unica certezza è non è neppure escluso che Chiara Ferragni, non assolta ma prosciolta (che è concetto diverso), avrebbe potuto essere assolta, a prescindere dalla qualificazione della sua condotta e proprio in questa rubrica, all’inizio della vicenda, il parere di chi oggi ne scrive era che il fatto fosse sgradevole ma non costituisse reato.

    La speranza, ora, è che questa pronuncia del Giudice, al di là della reale comprensione da parte di tutti gli odiatori seriali, imponga un rispettoso silenzio poiché, per quanto l’imputata possa essere antipatica a taluno è e continuerà ad essere presunta innocente.

  • In attesa di Giustizia: giù le mani da Enzo Tortora

    Proprio in questa rubrica avevamo auspicato che finissero le strumentalizzazioni del pensiero di Giovanni Falcone nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere: nei giorni scorsi è scomparsa Anna, sua sorella, e sembra che – fortunatamente – nessuno abbia approfittato dell’evento per riproporre distorsioni delle idee che il magistrato aveva sulle riforme necessarie alla Giustizia.

    Ci ha pensato, però, Marco Travaglio con un editoriale a somministrare (almeno ai lettori del Fatto Quotidiano) una bufala che è meglio definibile come sesquipedale fesseria e cioè a dire iscrivendo d’ufficio Enzo Tortora tra i migliori testimonials del NO al referendum che sembra definitivamente calendarizzato per il 22 – 23 marzo.

    Tale illuminato pensiero, espresso su quello che può definirsi l’house organ delle Procure, smentirebbe l’assunto che l’unicità delle carriere renda i giudici meno indipendenti poichè Tortora fu arrestato per un’accusa infamante, condannato a dieci anni di carcere in primo grado ma poi assolto in appello con sentenza divenuta definitiva dopo il rigetto del disperato ricorso in Cassazione della Procura Generale di Napoli.

    Secondo questa sagace interpretazione la separazione delle carriere avrebbe senso solo se gli esiti dei processi ostentassero il 100% delle condanne il che, fortunatamente, non è; ovviamente non è questo il punto, non è questa la finalità della riforma che tocca ben altri nervi scoperti dell’Ordine Giudiziario: il sorteggio dei componenti del C.S.M. per mitigare l’impatto delle correnti e degli inciuci sottostanti e la creazione di un Organo Disciplinare dotato di quella autonomia atta ad escludere una giustizia che si propone abitualmente più come addomesticata che semplicemente domestica.

    Seguendo il ragionamento di Travaglio dovremmo allora considerare degli idioti i legislatori inglesi, portoghesi, canadesi, norvegesi, danesi, indiani, americani, spagnoli, svedesi e tanti altri del mondo occidentale che hanno adottato un sistema ordinamentale inutile se non dannoso…e potrebbe anche essere, in effetti, se mancanti dei maitre à penser come Travaglio o Gratteri i quali, all’evidenza, non sanno che molte assoluzioni vengono pronunciate quando l’accusato è già civilmente morto e la riforma mira ad avere  giudici più autonomi, indipendenti e meno condizionabili dal peso politico delle Procure e delle correnti sin dalle indagini preliminari quando si gioca la partita della vita per un indagato ma l’appiattimento sulle tesi del P.M. è più evidente ed i margini di esercizio del diritto di difesa molto ridotti.  Giù le mani da Enzo Tortora, Direttore Travaglio, non è pane per i suoi denti.

  • In attesa di Giustizia: mancanze

    Il rischio è quello di un “abuso di argomento” ma, tant’è: non si può evitare, a campagna referendaria già iniziata, con i contendenti che si battono anche sulla data e sulle giornate destinate al voto nel timore (o nella speranza) che ciò contribuisca al risultato da ciascuna auspicato ed – in qualche modo – anche questa rubrica partecipa a quella campagna cercando di fare chiarezza su alcuni punti.

    Qualcuno, lato No al referendum sulla Giustizia, ha ricordato una sentenza della Corte Costituzionale del 2020 secondo la quale “Le differenze che connotano le posizioni del PM e dell’avvocato difensore impediscono di ritenere che il principio di parità possa tradursi in un’assoluta simmetria di poteri e facoltà” il che suggerirebbe di lasciare invariato l’assetto dell’Ordine Giudiziario in ossequio ad una decisione del Giudice delle Leggi. Invero, la riforma non trasforma affatto il PM in un avvocato dell’accusa sul modello americano, ribadendone piuttosto la qualità di magistrato con tutte le corrispondenti garanzie, ma mira a garantire che il giudice, la cui imparzialità rispetto ai fatti di causa è presidiata da istituti come la ricusazione e l’astensione, sia effettivamente equidistante dalle parti che sostengono tesi opposte. Un sistema accusatorio, come è (o dovrebbe essere il nostro) funziona soltanto così tanto è vero che la riforma costituzionale sul c.d. “giusto processo” è stata clonata sull’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. L’asimmetria dei poteri tra accusa e difesa in sede procedimentale a cui allude quella sentenza non ha nulla a che spartire con la terzietà del giudice o con la riforma, bensì è qualcosa di fisiologico nella distinzione dei ruoli; anzi, se malintesa, può compromettere quella terzietà, perché introduce nel sistema l’idea che il pubblico ministero, per via del mandato pubblico che esercita, stia un gradino più in alto del difensore mostrando nostalgia per il sistema inquisitorio.

    E che dire se, in nome della parità tra le parti, il PM non sarà più costretto a portare anche le prove a favore dell’imputato e che possa impugnare tutte le sentenze di assoluzione, facoltà che oggi gli è preclusa?

    Sia subito chiaro che è ben diverso essere tenuti a fornire prove favorevoli nelle quali ci si è casualmente imbattuti rispetto a cercarle dopo aver selezionato nelle investigazioni come prima opzione la colpevolezza, avere avviato iniziative che limitano la libertà ed esercitato l’azione penale: sarebbe un’ipotesi mitologica di cui in aula non si hanno testimonianze, tanto che se venisse abrogato l’art. 358 che prevede per il P.M. l’obbligo (non sanzionato se eluso) di svolgere indagini anche a favore dell’indagato, nessuno se ne accorgerebbe mentre impugnare o meno le assoluzioni  non è previsto per tutte già oggi e non è una conseguenza implicata dalla riforma. A tal proposito, l’idea che sia una limitazione irragionevole che il pubblico ministero possa impugnare le assoluzioni non considera la funzione strutturale del processo penale che non è quella di accertare le verità storiche e trovare un colpevole ad ogni costo ed i limiti all’appello avverso le sentenze di proscioglimento è volto a contenere il potere soverchiante dell’autorità pubblica nei confronti dei singoli accusati ed, in termini generali, contribuisce al rispetto del principio del ragionevole dubbio che non può essere più evidente che di fronte a due decisioni di segno opposto.

    Un altro tema è quello della efficienza del sistema: occorrerebbe ripensarlo questo sì, fatta la premessa maggiore che non è la stessa cosa di “velocità del sistema”, quanto piuttosto un tempo ragionevole combinato che non toglie qualità al processo in sé e della decisione. Detto questo: tutto ciò non ha a che fare né tanto né poco con la riforma ma solo con i tempi per l’attesa di giustizia.

    In questa acerrima contesa a colpi di false o volutamente confuse indicazioni al corpo elettorale una irrimediabile mancanza di voci autorevoli e serene per trattare la materia come quelle di Leonardo Sciascia e Marco Pannella.

  • In attesa di Giustizia: deja vu

    Mani Pulite è stata la madre di tutte astuzie dei Pubblici Ministeri per garantirsi il risultato quando si trattava di richiedere un arresto al G.I.P. e confondere le idee ai difensori inventandosi un fascicolo di indagine virtuale avente un unico numero di registrazione iniziale nel quale sono poi confluiti milioni di pagine di interrogatori e relazioni della Polizia Giudiziaria al quale gli avvocati avevano, tuttavia, accesso solo a singole porzioni non potendo verificare se altrove, in quel mare magnum di carte, vi fossero elementi contrastanti con quelli dell’accusa o a loro favorevoli.

    Trent’anni dopo nulla sembra cambiato tranne lo scenario che è quello della maxi inchiesta sull’urbanistica milanese, già abbondantemente maltrattata dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione.

    Ci mancherebbe altro che i Giudici per le indagini preliminari non assecondino la posizione della Procura di Milano ed è con questo intento che, secondo fonti attendibili, la presidente dell’ufficio di Milano, Ezia Maccora, ha convocato una riunione a gennaio di tutti i GIP milanesi.

    Fino ad ora, grazie a quel vecchio trucco della iscrizione delle notizie di reato con il medesimo numero di ruolo, quasi tutte le richieste di sequestro o di misure cautelari  sono finite sul tavolo di un giudice molto accomodante ed originariamente designato come titolare di tutti i rivoli di quel fascicolo; anche sotto questo profilo scegliersi un magistrato noto per non mettere in discussione il verbo del P.M. non è mai stato un problema: basta dare un occhio ai turni di servizio e far partire le istanze quando si è ragionevolmente sicuri a chi verranno destinate, salvo imprevisti.

    Imprevisti che, talvolta capitano: il Giudice ha preso un giorno di ferie, ha l’influenza, è impegnato in un’udienza più complicata del previsto e la richiesta finisce ad un altro meno gradito come è successo meno di un mese fa quando non è stato convalidato il sequestro di un palazzo disposto in via d’urgenza dai Pubblici Ministeri.

    Lesa maestà! Con tempismo significativo, è stato dopo questa decisione che la Presidente (storica esponente di Magistratura democratica: forse non significherà nulla, o forse sì) ha convocato la riunione di cui si è detto facendo già sapere l’argomento: non sono graditi “diversi orientamenti” dell’Ufficio, in sostanza che ci si discosti dalle tesi della Procura. Molto meglio il pensiero unico con buona pace della terzietà ed indipendenza del Giudice perché i diversi orientamenti non darebbero “una bella immagine esterna dell’ufficio”. Concezione paradossale, un deja vu che lascia intendere come l’attesa di Giustizia sia sempre di là da essere soddisfatta.

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