Processo

  • In attesa di Giustizia: Ciao Procuratore

    Non mi è usuale trattare argomenti che in qualche misura mi hanno avuto come protagonista ma la scomparsa di Francesco Saverio Borrelli comporta un’eccezione.

    Il ricordo del Magistrato appare doveroso: di lui si cita solo la direzione del cosiddetto Pool Mani Pulite di cui è stato il coordinatore nella sua qualità di Procuratore Capo a Milano; sembra che la vita di un uomo sia segnata solo da quell’esperienza, come se fosse stata l’unica, mentre – vale la pena ricordarlo – ha impegnato solo l’ultimo segmento della sua esperienza professionale prima della pensione, sostanzialmente il decennio finale concluso come Procuratore Generale di Milano.

    Francesco Saverio Borrelli, tuttavia, non è stato solo questo, essendo passato anche da funzioni giudicanti sebbene sia vero che ha svolto principalmente quelle di Pubblico Ministero: come Sostituto, Procuratore e poi sino ai vertici degli Uffici requirenti.

    L’uomo per me ha rappresentato molto: e qui abbrivia la parte dell’articolo con una prospettiva personale;  conosciuto che era già Procuratore Aggiunto, ne tratteggio la figura di persona amabile e sorridente, sempre disponibile anche con un giovane professionista, e di notevole spessore tecnico.

    Un gentiluomo, quindi, e un giurista ma anche un manager abilissimo (e la dote non è scontata) nella gestione delle risorse umane e degli Uffici che è stato chiamato a dirigere.

    Ricordare Francesco Saverio Borrelli significa rendere il dovuto omaggio a chi  è sempre stato aperto  al confronto senza mai alzarne i toni anche quando – e capitava spesso – le posizioni erano in aperta contraddizione.

    Questo ed altro si potrebbe dire di Francesco Saverio Borrelli ma le parole sono, in fin dei conti, solo la rappresentazione soggettiva di chi lo ha conosciuto in una veste particolare: potrebbero non essere condivise e le opinioni altrui, comunque, meritano rispetto qualora non siano proprio manifestamente fuorvianti.

    Ci tenevo, tuttavia, a parlare di lui, di un galantuomo di altri tempi, questa settimana dopo più d’una occupate dai malesseri della Magistratura, ci tenevo a raccontare un’emozione: quella di essere stato chiamato a formare un picchetto d’onore in Toga alla chiusura della camera ardente. Ho ritrovato vicino a me volti noti e meno noti  al grande pubblico di Giudici e Pubblici Ministeri che hanno accompagnato la mia professione dagli esordi, ho rivisto in loro le tappe di una professione, riportato alla mente fatti, persone, drammi personali, successi e sconfitte: come se quasi quarant’anni di vita riscorressero tumultuosamente davanti agli occhi in un baleno.

    Occhi inumiditi di lacrime, guardando quel feretro retto sulle spalle da Alberto Nobili e Maurizio Romanelli, preceduto dalla Toga di ermellino portata da Franecsco Greco, scorgendo in ognuno dei partecipanti alla cerimonia un senso doloroso di mancanza anche se non di assenza: perché uomini come Francesco Saverio Borrelli continuano a segnare l’esistenza di chi ha avuto l’opportunità di vivere loro accanto e restano vicini con l’esempio.

    E a lui, che talvolta ho criticato – e lo farei ancora – per talune affermazioni e prese di posizione impossibili da condividere per un difensore, insieme agli altri ho tributato un lunghissimo applauso mentre la cassa bionda e ricoperta di fiori veniva caricata sull’auto che lo avrebbe accompagnato all’ultima funzione…un’auto che ha indugiato a lungo prima di partire sul piazzale del Tribunale come se Francesco Saverio Borrelli avesse espresso il desiderio di soffermarsi ancora in quel palazzo che è stato un po’ la sua seconda casa. Poi l’auto è partita, lentamente, accompagnata da quell’applauso che non si fermava. Tranne il mio, che ho smesso di battere le mani per salutare, quasi fosse un arrivederci e non un addio.

    Ciao Procuratore, spesso siamo stati avversari, le rispettive visioni  della Giustizia non coincidenti, ma mai nemici e ciò nulla toglie alla stima, alla cordialità del passato ed alla tristezza di questo momento in cui ti ho visto allontanare per sempre, frammento di vita che non si può dimenticare.

     

  • In attesa di Giustizia: allerta meteo

    Riferiscono i meteorologi che nei prossimi giorni una perturbazione proveniente dalla Scozia dovrebbe portare un po’ di sollievo dal caldo unitamente a piogge anche intense e nella tormentata Liguria non può mancare l’allerta meteo.

    Ma non è del clima che questa settimana intende occuparsi la rubrica, bensì di un’altra perturbazione – di cui ha già trattato – che offre in permanenza avvisi di burrasca: il riferimento è alla tormenta che sta travolgendo la Magistratura e che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi protagonisti, nuovi sconcertanti e sconfortanti episodi che rischiano di travolgere in un inarrestabile declino la fiducia dei cittadini nel sistema Giustizia.

    L’ultimo a cadere, in ordine di tempo, è stato il Procuratore Generale della Cassazione – parliamo di una delle due più alte cariche dell’Ordine Giudiziario – raggiunto da un’incolpazione per avere violato il segreto istruttorio informando Luca Palamara dell’esistenza di un’indagine a suo carico; quest’ultimo, nel frattempo, è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal C.S.M., o quel che ne resta, dopo che gli scandali ne hanno travolto alcuni componenti rendendo necessaria da parte del Capo dello Stato la indizione di elezioni suppletive in autunno.

    La crisi istituzionale è senza precedenti e il fatto che la genesi sia da ricondurre proprio al Consiglio superiore della Magistratura induce il ricordo delle parole di un suo ex componente, rassegnate in una lettera al Direttore di Repubblica in un giorno (il 24 giugno 2012) nel quale il Paese intero era tutto preso dai successi della Nazionale di calcio. Non faremo nomi, ribadito che moltissimi sono i magistrati che adempiono al loro dovere con competenza, sacrificio, coraggio e correttezza la voce che anonimamente verrà richiamata è quella di tutti loro, levatasi anche in forma profetica subito dopo che si era risaputo che persino il Presidente della Repubblica era finito sotto intercettazione nella indagine sul presunto patto Stato-mafia.

    La vicenda nata dalle indagini palermitane e sfociata negli attacchi al Quirinale dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un magistrato, sono stato componente del CSM. I magistrati non possono avere la coscienza tranquilla: hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo: si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice, cioè della libertà di interpretare la legge si giustifica solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllabile e controllata. Altrimenti questo potere diventa solo una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino giudicato in avversario in giudizio dal momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo. Mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la storia impone.

    Una visione lucida, serena ma implacabile nella capacità autocritica e nella prospettazione quasi profetica di scenari futuri, una voce inascoltata ma che valeva la pena evocare anche per chi non l’avesse mai sentita per trovare conforto e speranza: finché ci saranno uomini così, e ve ne sono eccome, l’attesa di Giustizia potrà anche essere lunga ma non vana.

  • In attesa di Giustizia: la difesa è uguale per tutti

    La nostra Costituzione – chi scrive, sapete, è un cultore dei principi fondamentali dello Stato – all’art. 24 stabilisce che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento: il parametro, riferito perspicuamente al processo penale trova, peraltro, applicazione in ogni altra sede in cui un soggetto debba tutelare i propri diritti o interessi.

    Accade che, in una settimana nella quale si sono ulteriormente alimentate polemiche e indiscrezioni sul “sistema C.S.M.” e sulle indagini collegate, coinvolgendo – tra gli altri – l’attuale Procuratore Generale della Cassazione, nel volgere di pochi giorni nei quali un magistrato di Napoli è finito in manette per corruzione, spicca non tanto la notizia dell’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti del Dott. Luca Palamara, c’era da aspettarselo, quanto quella relativa alla circostanza che nessun Magistrato avrebbe accettato di difenderlo: l’Ordinamento Giudiziario, infatti, prevede che in quella sede l’incolpato possa farsi assistere da un suo Collega (fino ad alcuni anni fa, solo da un altro Magistrato) ovvero da un avvocato del libero Foro. La scelta, il più delle volte, ricade su un altro appartenente all’Ordine Giudiziario anche per la migliore conoscenza della materia nel suo complesso. Scrive, peraltro, in una sua memoria difensiva il Dott. Palamara che nessuno di coloro che ha contattato per farsi patrocinare alla Disciplinare del Consiglio Superiore avrebbe accettato l’incarico.

    Ciò, certamente, non vuol dire che nessuno in assoluto abbia dato un riscontro positivo: certamente nessuno dei prescelti in questo caso che, verosimilmente, saranno stati individuati in base alla loro attitudine e competenza in quel settore. Pochi o tanti che siano, non è bello e non è un bel segnale perché, come scrive lo stesso Palamara, quell’articolo 24 della Costituzione che abbiamo ricordato all’inizio è uno dei primi insegnamenti che viene offerto a chi vuole diventare Magistrato; in realtà lo è per qualsiasi studente di giurisprudenza poiché l’esame di Diritto Costituzionale è proprio al primo anno di corso.

    Lo spettacolo cui tocca assistere è sconfortante perché chi non ha cultura della difesa non può avere quella della giurisdizione né può essere un fautore della presunzione di non colpevolezza: quello che sta accadendo ha il sapore acre del “dàgli all’untore” di manzoniana memoria, quasi che nessuno voglia rischiare di sporcarsi le mani difendendo quest’uomo o che la difesa – come in altre occasioni si è dimostrato di considerare, e ne abbiamo scritto su queste colonne – non sia un principio di civiltà ma un momento in cui si realizza una commistione con l’autore di un illecito al quale si finisce con l’essere omologati.

    Pochi o tanti che siano i Magistrati che hanno rifiutato la difesa di Luca Palamara hanno in questo modo abiurato al giuramento sulla Costituzione fatto quando hanno preso le funzioni, eludendone la richiesta di soccorso quasi che fosse portatore di una malattia infettiva.

    Il Dott. Palamara ha allora ringraziato i suoi avvocati, quelli che lo patrocinano nel procedimento penale e che, dunque potendolo fare, lo assisteranno anche nel disciplinare: uomini che non fanno gli  avvocati,  ma sono avvocati nel profondo dell’animo, uomini che non vogliono schierarsi solo dalla parte del più forte, o di chi sembra tale, della ragione o quella che sembra tale.

    Uomini che quando dalla parte della ragione – ricordo ancora una volta Bertold Brecht – sembra non esserci più posto scelgono, senza indugio, di sedersi da quella del torto. O presunto tale, perché non lo sarà fino a quando definitivamente accertato in un’attesa di Giustizia che vale e deve valere per tutti.

  • In attesa di Giustizia: una voce fuori dal coro

    Alzi la mano chi non si aspettava, su questo numero, un articolo sulla vicenda della Sea Watch e della Capitana Rackete. Invece, no: oggi la voce di questa rubrica è assolutamente fuori dal coro e trattiamo di una vicenda che ha avuto sicuramente attenzione ma non il medesimo clamore mediatico, quella dell’inizio del processo ai vertici della Banca Popolare di Vicenza.

    E’ necessaria una premessa: il Presidente del Collegio chiamato a giudicare, Lorenzo Miazzi, ha chiesto di astenersi ed è stato sostituito da altro magistrato; il nostro codice di procedura penale contiene taluni istituti – incompatibilità, astensione e ricusazione – che hanno lo scopo di assicurare l’imparzialità del  Giudice quando vi siano motivi di opportunità o veri e propri impedimenti di diversa natura a che svolga le sue funzioni in un determinato processo o nei confronti di taluni imputati.

    Assai meno della tormentata navigazione della Sea Watch, ma anche questa notizia, soprattutto nella zona direttamente interessata, ha avuto clamore alimentando considerazioni di ogni tipo, risvegliando i teorici del complotto e dietrologi di ogni sorta: come spesso avviene i processi penali diventano occasione di scontro e conflitto, anche politico, in cui si contrappongono – dall’una parte e dall’altra – tesi umorali, basate su impressioni, in genere assolutamente atecniche, sovente prive di conoscenza approfondita degli atti e delle regole del processo.

    Il processo penale, nonostante la abituale trasposizione in improvvisate tribune televisive non è messinscena  in cui ognuno può dare aria alla bocca esprimendo – senza fondamento – la propria opinione: il processo vive – a tutela di chi vi è sottoposto – di regole ferree e come tali da conoscere.

    Dunque, o le si conosce, o forse sarebbe meglio evitare commenti e prese di posizione su singoli processi, tanto più che spesso sono in gioco beni fondamentali: la scelta meditata di un Magistrato di non occuparsi di una certa vicenda giudiziaria deve essere accolta come indice di equilibrio e correttezza senza scatenare l’arena dei tuttologi ad ipotizzare chissà quali scenari volti a preordinare una denegata giustizia.

    Un ulteriore spunto critico riguarda le aspettative che i cittadini nutrono rispetto al processo in generale: quest’ultimo non ha la funzione di prevenire i crimini, tutelare le persone offese o rispondere alla fame – spesso insaziabile – di giustizia (o addirittura di vendetta) della collettività ma quello di verificare, nel rispetto di regole prestabilite, se una determinata persona abbia commesso un reato. E, in tal caso, irrogargli la pena prevista dalla legge.

    Questo è il perimetro del processo ed al suo interno ci si deve muovere senza travalicarne i confini: fuori da questo perimetro vi è soltanto pericolosa propaganda politica, alimentata da prese di posizione opportunistiche e populistiche, che spesso solleticano il consenso popolare invocando processi sommari e pene esemplari, confondendo l’attesa di giustizia con ansia ed aspettativa di una condanna purchessia.

    Benjamin Constant scriveva che per quanto imperfette siano le forme, esse hanno il potere di proteggere: sono le nemiche giurate della tirannide popolare o di altra specie.

  • In attesa di Giustizia: Beccaria non abita più qui

    Nella nostra Costituzione, all’articolo 27, echeggia il pensiero di Cesare Beccaria laddove si prevede che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: un impegno, pertanto, che coinvolge l’intera amministrazione della Giustizia, dal Giudicante che deve determinare il trattamento sanzionatorio per chi sia stato ritenuto autore di un reato misurandolo con le prospettive di reinserimento sociale, sino al Tribunale di Sorveglianza che può ammettere un condannato a benefici che ne riducano la pena ovvero ne consentano l’espiazione attraverso un progressivo riacquisto della libertà sempre che il soggetto – sottoposto ad osservazione di esperti durante la carcerazione – ne risulti meritevole anche per la possibilità di ottenere un lavoro all’esterno.

    La nostra legislazione prevede che anche l’ergastolano possa avere una opportunità di rientro nel consorzio sociale, sia pure dopo molti e molti anni di detenzione, invece che un “fine pena mai”. Ma ci sono delle limitazioni introdotte nel tempo e tra queste quella che prevede il c.d. ergastolo ostativo, cioè a dire (con riferimento solo a taluni reati di sangue aggravati) il divieto di misure premiali di qualsiasi genere.

    Con decisione recentissima la CEDU ha affermato che l’ergastolo ostativo è contrario anche alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo violandone  l’art 3.

    La pronuncia, partitamente in un periodo storico – politico in cui la tendenza è quella della panpenalizzazione delle condotte e dell’inasprimento delle pene, è di grande importanza nel quadro di un necessario riallineamento della pena detentiva perpetua alla necessaria finalità rieducativa della pena e suona a monito di un legislatore nazionale ispirato solo dalla estremizzazione del rigore, senza considerare che la sicurezza dei cittadini deve essere assicurata anche tentando, almeno tentando, il recupero dei condannati allontanandone il pericolo che ricadano nel crimine una volta scontata la pena.

    Peraltro la critica della CEDU non ha tanto ad oggetto la durata della pena, quanto l’automatismo normativo che, nei reati “ostativi” che non sono solo quelli puniti con l’ergastolo, ravvede nella collaborazione con l’autorità giudiziaria l’unico strumento per ritenere cessata la pericolosità: la Corte mette, dunque, in discussione anche delle ostatività (alcune recentemente introdotte, per esempio per reati contro la Pubblica Amministrazione) relative a pene temporanee.

    La CEDU ha ritenuto che, se la collaborazione costituisce l’unica via attraverso la quale il condannato possa aspirare ad una rivalutazione della sua pericolosità, vi è da dubitare che il dubbio possa essere il frutto di una libera scelta, senza contare che, non di rado, è la paura di ritorsioni che determina la scelta di non collaborare. Quindi, deduce la Corte, la mancanza di collaborazione non può di per sé esprimere una permanente adesione a valori criminali o alla criminalità organizzata, ed altresì che la dissociazione del condannato può esprimersi con diverse modalità. D’altro canto, la collaborazione non è necessariamente prova di una effettiva resipiscenza ma può essere frutto di una valutazione utilitaristica. Infine, afferma la Corte che la personalità di un condannato non può essere ritenuta immutabile rispetto a quella che era al momento della commissione di un reato e, pertanto, deve tenersi conto dei progressi eventualmente accertati nel corso dell’esecuzione della pena.

    La Grand Chambre ha infine osservato che compete allo Stato Italiano introdurre una riforma del regime dell’ergastolo che garantisca valorizzazione di eventuali progressi del condannato ai fini della valutazione pericolosità dello stesso e dell’eventuale accesso a misure alternative al carcere, a prescindere dalla eventuale collaborazione.

    Beccaria non abita più qua, ce lo ricordano da Strasburgo: converrà tenere conto dell’insegnamento invece che perseguire il consenso attraverso il clangore delle manette.

  • In attesa di Giustizia: un silenzio sottile

    La settimana scorsa abbiamo trattato della bufera abbattutasi sul Consiglio Superiore della Magistratura: un’indagine penale ha sollevato il coperchio sul sistema di gestione correntizia che presiede al delicato compito delle nomine di Magistrati in ruoli apicali: nulla che non fosse noto, tuttavia se ne parlava sottovoce e, soprattutto, nessuno aveva mai ipotizzato che un semplice scambio di favori, oltre che mortificare – talvolta – il criterio del merito, potesse essere inquinato da condotte penalmente rilevanti.
    La notizia, lo sviluppo delle indagini che dovrebbero essere più che mai rigorosamente secretate, sono accompagnati da uno straordinario clamore mediatico e da un elevato livello di dettaglio su quanto scoperto dai Pubblici Ministeri di Perugia che indagano su componenti vecchi ed attuali del C.S.M. e che, a quanto pare, si sono avvalsi anche del cosiddetto “captatore informatico” inserito nel cellulare del Dott. Palamara per seguirne passo passo ogni spostamento, ogni parola, ogni messaggio, ogni incontro.
    Tutti ne parlano, si indignano o fingono di farlo e stupisce che solo una voce taccia sebbene solitamente pronta a levarsi censorea: quella di Piercamillo Davigo, noto come il “Dottor Sottile”.
    Singolare questo silenzio: già ai tempi di Mani Pulite in una delle sue intemerate il Dott. Davigo ebbe a dire che i Magistrati erano il meglio della società e che i Pubblici Ministeri il meglio del meglio del meglio; non c’è dubbio che alla categoria debba continuare ad essere rivolto il massimo rispetto ma certi superlativi assoluti suonano oggi un po’ stonati, soprattutto con riguardo ai criteri di assegnazione dei ruoli di vertice.
    Strano che Davigo non abbia nulla da dire – neppure che per lui aveva interceduto solo San Piercamillo – a proposito del fatto che fu nominato Presidente di Sezione della Cassazione proprio da quel C.S.M. della cui Commissione che si occupava di Funzioni Direttive faceva parte Luca Palamara. Ma a prescindere dai componenti: davvero non ha mai saputo nulla della logica spartitoria che vige a palazzo dei Marescialli? Silenzio.
    Davigo è poi quello che non molto tempo fa aveva sostenuto che in circolazione non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca; bisogna augurarsi che Luca Palamara e altri Magistrati oggi sotto processo siano assolti: augurarselo per loro e per ritrovare un po’ quella fiducia che oggi si sta appannando nei confronti di uno dei Poteri dello Stato. Ma se così fosse, sarebbero anche loro dei malfattori beneficiati da un sistema troppo garantista? Silenzio.
    Già, il processo penale così come è costruito, secondo il pensiero di Davigo, impedisce l’accertamento della verità diversamente dall’efficace impiego di qualche rogo ben appiccato come ai tempi della Santa Inquisizione. E che dire allora, a mo’ di esempio, del suo Collega, Luigi Spina, indagato anch’egli nell’affaire Palamara e che davanti ai Pubblici Ministeri si è avvalso della facoltà di non rispondere: è anch’egli un furbo approfittatore di incomprensibili cavilli? Silenzio.
    E adesso che siede lui in Consiglio, potrà il Dott. Davigo assicurarci che – sia pure senza commettere alcun reato: di questo sicuramente non sarebbe mai capace – non hai mai ricevuto o fatto una telefonata, due chiacchiere con qualcuno per raggiungere l’accordo su qualche nomina, accantonando per un attimo titoli e meriti dei candidati? Silenzio.
    Un silenzio, quello del Dottor Sottile che sa più dell’imbarazzo che del doveroso riserbo: comprensibili entrambi. Intanto, immaginatevi lo stato d’animo di chi debba essere processato e al banco dell’accusa riconosca – ormai lo conoscono tutti – Luca Palamara che si è solo autosospeso dall’Associazione Magistrati ma non ha chiesto quello che sarebbe stato un opportuno periodo di aspettativa. Presunto innocente anche lui, è ovvio, ma forse sarebbe preferibile che, in attesa di Giustizia, resti più defilato.

  • In attesa di Giustizia: due pesi e due misure

    Ormai da giorni tiene banco sui principali quotidiani l’indagine giudiziaria che vede coinvolto Luca Palamara, magistrato della Procura di Roma, ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e già componente del C.S.M.: sospettato di corruzione per avere accettato regalie, viaggi omaggio e – forse – anche denaro per pilotare, quando era al Consiglio Superiore, nomine gradite ai vertici di talune Procure ed altri favori non meglio precisati e con Palamara risultano indagati a titolo diverso altri appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Evidentemente una vicenda che risulta paradigmatica di un certo modo, discutibile, di fare informazione che trova il suo presupposto nella permeabilità di quello che dovrebbe essere se non il segreto almeno il riserbo investigativo.

    L’affaire Palamara” è un boccone ghiotto perché contiene tutti gli ingredienti che suscitano interesse e una punta di morbosità nel lettore: storia di veleni interni alla Magistratura, potere, denaro e – mai farselo mancare – anche un pizzico di sesso.

    Sono diverse le riflessioni che tutto ciò suscita. Innanzitutto il clamore, senz’altro dovuto alla notorietà del protagonista principale: sbattere il mostro in prima pagina aumenta le copie vendute ma è meglio se è riconoscibile ed il suo essere trascinato nella polvere faccia più notizia; tanto è vero che i tre soggetti all’origine di questo scandalo sono assai meno conosciuti alle cronache sebbene anche tra costoro vi sia un Pubblico Ministero (che, si badi, ha già patteggiato una pena severa per corruzione e, a breve, andrà in carcere) un avvocato e l’immancabile “faccendiere”, uomo di imprecisata funzione professionale e competenza al di là del traffico di influenze.

    Vi è poi il livello di dettaglio con cui vengono dispensate le evidenze raccolte durante le indagini e che generose fonti confidenziali hanno fatto pervenire nelle redazioni: destinazione dei viaggi omaggio, valore dei soggiorni, prezzo di altre regalie, intestazione delle carte di credito usate per i pagamenti e, ovviamente, nome e cognome di chi avrebbe condiviso la camera con Palamara senza esserne la legittima consorte.

    Sarà tutto vero, sarà tutto, le fonti saranno affidabili? O nei fascicoli si trovano anche elementi di prova di segno diverso o giustificazioni?

    Certo è che Luca Palamara viene già presentato come uno per cui sarebbe superfluo spendere tempo, risorse e denaro per fare un processo: qualche testata ha persino commentato l’affanno con cui avrebbe tentato di giustificarsi in occasione di un interrogatorio fiume a riprova della solidità dell’impianto accusatorio.

    Sia ben chiaro: non è intenzione di chi scrive abiurare alla presunzione di non colpevolezza a sfavore del Dott. Palamara ed, a maggior ragione, perché gli atti non sono conosciuti se non nella misura in cui vengono propalati dagli organi di informazione: tuttavia qualcosa di opaco in taluni rapporti intrattenuti dal magistrato sembra esserci, qualcosa che – magari – potrà essere chiarito inducendo tutt’al più un giudizio di sconvenienza ma non di responsabilità penale.

    Vi è anche di che compiacersi che Palamara non sia stato arrestato: un cittadino comune, di regola, finisce in carcere molto in fretta  per molto meno e con molto meno di ciò che si dice gravante a carico del Pubblico Ministero romano (anche al netto di esagerazioni o fraintesi giornalistici): e questo non va bene, per il cittadino comune ovviamente, non è rispettoso della tutela da offrirsi alla libertà personale. Due pesi e due misure, soprattutto se la bilancia è quella della Giustizia non sono accettabili.

     

  • In attesa di Giustizia: adelante Pedro, con juicio

    Il titolo di questa rubrica sottende che tratti problematiche che affliggono in forma endemica il nostro sistema giustizia: da una normazione sciatta e disorganica, passando per decisioni giudiziarie quanto meno singolari, effetti perversi di pulsioni sociali e – naturalmente, parlando di attesa – di tempi.

    La Costituzione, facendo proprio un enunciato dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ha previsto il principio di ragionevole durata del processo: ottima cosa, tanto è vero che con la legge 89/2001, nota come “legge Pinto” dal nome del Parlamentare che ne fu estensore,  è stato previsto il diritto a richiedere allo Stato un’equa riparazione per il danno (patrimoniale o non) subito per la irragionevole durata del processo. Si è così introdotto un ricorso interno, di competenza delle Corti d’Appello che deve avviarsi prima di eventualmente rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

    Difesa corporativa, tutela delle casse dello Stato perennemente esauste? Fatto sta che alla applicazione della legge sono state opposte iniziali resistenze e sono stati ri-appellati i singoli casi alla CEDU per disapplicazione dei parametri di una materia disciplinata a livello convenzionale; infine è dovuta intervenire la Cassazione stabilendo che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel valutare i ricorsi proposti in base alla legge Pinto.

    Con il c.d. “Decreto Sviluppo” risalente al Governo Monti, successivamente, è stata anche semplificata la procedura del ricorso in sede nazionale e precisato un tetto oltre il quale la durata del processo deve considerarsi irragionevole: sei anni complessivi per i tre gradi di giudizio.

    Con la legge di Stabilità del 2016 sono stati, inoltre, fissati  gli indennizzi…ed in termini non certo generosi: da un minimo di 400 ad un massimo di 800 euro per anno o frazione di anno superiore ai sei mesi eccedenti il termine di “ragionevolezza” con possibilità di aumenti fino al 40% a seconda dello sforamento del tempo limite.

    Insomma, se proprio si deve lavorare sulla interpretazione degli aggettivi, quei tetti di indennizzo più che equi  appaiono miserabili.

    Ciononostante, con una decisione recentissima, la Corte d’Appello di Napoli ha rigettato totalmente una richiesta risarcitoria ai sensi della legge Pinto proposta da due avvocati coinvolti a titolo personale in un giudizio che solo tra primo e secondo grado di giudizio è durato nove anni. La motivazione? E’ sotto due profili, uno più inquietante dell’altro.

    Il primo è che i ricorrenti hanno lo studio in una zona elegante di Napoli e – di conseguenza – sono presuntivamente ricchi. Il sottinteso è che non avrebbero bisogno di alcun indennizzo. Come se qualche biglietto da cento euro possa cambiare la vita di chiunque…la ratio della disciplina è certamente un’altra e si fonda su una questione di principio.

    Il secondo esplicita una volta di più come al peggio non ci sia limite: trattandosi di avvocati sono abituati alle lungaggini processuali e non avrebbero neppure dovuto proporre ricorso.

    Adelante Pedro, cum juicio, potremmo dire richiamando un passo celebre dei Promessi Sposi: l’efficienza del sistema giustizia può essere stimolata, anche dettando criteri temporali certi per mettere un punto fermo sulla ragionevole durata del processo. Ma senza esagerare.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

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