Processo

  • In attesa di Giustizia: anche per Giulio Regeni la giustizia può attendere

    La Corte d’Assise di Roma ha impiegato sette ore di camera di consiglio per prendere una decisione per la quale bastavano sette minuti: il processo per l’omicidio di Giulio Regeni non può iniziare e ritorna nelle mani del Giudice dell’Udienza Preliminare.

    Cosa è successo? C’era un handicap insuperabile circa la regolarità delle notifiche con l’avviso ai quattro imputati di fissazione della udienza preliminare, poi tenutasi nella loro assenza e nella quale è stato disposto il rinvio a giudizio.

    Vero è che notificare ritualmente una citazione del Tribunale di Roma ad agenti dei servizi segreti egiziani non è impresa facilissima (ma neppure impossibile) che – infatti – non è riuscita ma la soluzione adottata dal G.U.P., senza nascondersi dietro ad eufemismi, è una bestialità tale che imporrebbe di ri- sottoporre questo magistrato all’esame di procedura penale prima di fargli mettere nuovamente piede in un’aula. E, come  vedremo, non è neppure  del tutto nuova alle cronache.

    Il Giudice ha ritenuto di superare l’empasse procedurale sostenendo che “la copertura mediatica ha fatto divenire il processo un fatto notorio” dal che, pertanto, si può dedurre gli imputati fossero sicuramente a conoscenza del procedimento nei loro confronti, della data, del luogo destinati alla celebrazione, dell’Autorità che procede nei loro confronti, dei diritti che la legge italiana riserva loro: motivazione evidentemente inappropriata dal momento che la “copertura mediatica” non è tra i parametri presi in considerazione dal codice. A tacer del fatto che non si può essere sicuri che tra le letture preferite dagli 007 egiziani vi siano quotidiani e settimanali italiani, la visione dei nostri telegiornali, di Chi l’ha visto e Quarto Grado  e – aspetto non secondario – la comprensione della lingua: tanto è vero che la legge prevede che all’imputato straniero gli atti siano notificati con traduzione nella sua lingua madre.

    Al peggio non c’è limite e soluzioni diverse da uno strafalcione giuridico da guinness dei primati erano praticabili ma non è il caso di ammorbare i lettori con la illustrazione in dettaglio di tecnicismi.

    Dunque, bastavano davvero sette minuti per decidere: cosa avrà mai discusso la Corte per sette ore? Come salvare il collega da una figuraccia, cosa inventarsi per proseguire evitando l’immaginabile sdegno dell’opinione pubblica? Missioni impossibili entrambe anche alla luce di un precedente cui si è accennato…

    Accadde ai tempi di “Mani Pulite”, ovviamente, in quella camera di tortura delle garanzie che era la Sede Giudiziaria di Milano: problema più o meno analogo, legato ad una mancata notifica a Cesare Previti, in allora Ministro della Giustizia. Il G.U.P., determinato ad andare avanti a tutti i costi, in quel caso rilevò che vi fosse una nullità ma “innocua” perché di quel processo parlavano tutti i giornali e pertanto Cesare Previti ne era sicuramente informato. Inutile dire che, oltre che essere un ossimoro, la “nullità innocua” è un concetto sconosciuto al codice.

    La questione, che poteva essere subito risolta anche perché Previti, diversamente dagli egiziani, era facilmente raggiungibile da una nuova citazione valida, si trascinò per anni e per tre gradi di giudizio: Tribunale e Corte d’Appello di Milano sposarono la tesi del G.U.P. mentre la Cassazione fece (giustamente) a coriandoli le ordinanze che sostenevano la tesi della nullità innocua facendo ricominciare tutto da capo con il risultato di far maturare la prescrizione. Una prescrizione evitabile con il solo ricorso alla rinnovazione di un atto che l’ufficiale giudiziario non avrebbe avuto nessuna difficoltà a consegnare – ove tutto fosse mancato – al Corpo di Guardia del Ministero della Difesa, perdendo solo qualche settimana invece che alcuni anni.

    La storia si ripete tristemente perché dalla storia (oltre che dallo studio del codice) non si è imparato nulla. Giustizia per Giulio Regeni si legge in manifesti affissi un po’ dovunque; ma anche per lui l’attesa sembra destinata a durare a  lungo:  tanto per cominciare quanto serve a far ripassare a qualcuno le facili e basilari  norme che regolano le citazioni a giudizio.

  • In attesa di Giustizia: Carramba che sorpresa!

    Sono giorni in cui impazza la polemica per l’estensione del green pass e i controlli necessari al rispetto dei protocolli di prevenzione del contagio, le critiche alla Ministra Lamorgese per talune colpevoli inerzie nel disporne l’intervento si appaiano ai rilievi sulle obiettive difficoltà per le Forze dell’Ordine di assommare questi nuovi compiti di controllo a quelli istituzionali.

    Eppure, durante i lunghi mesi della pandemia, Carabinieri e Polizia di Stato si sono impegnati con dedizione alle verifiche sul rispetto delle misure di contrasto al diffondersi del virus: come, per esempio, è accaduto nei pressi di Modena nel febbraio di quest’anno in occasione di un controllo presso una macelleria equina di Scandiano, che avrebbe dovuto essere già chiusa, si intrattenevano amabilmente tre persone sorseggiando un calice di vino.

    Il particolare curioso, che ci porta a commentare questa vicenda, non è il mancato impiego delle mascherine o la temperatura corporea fuori norma dei presenti quanto la bizzarra composizione del terzetto: il titolare del negozio e…carramba che sorpresa! un magistrato donna della Procura di Modena ed un ergastolano in semilibertà.

    Cosa ci facesse un Pubblico Ministero a brindare, sotto sera, con questo garbato signore, condannato per omicidio, associazione mafiosa ed altre simili bagatelle, non è dato sapere con certezza perché Claudia Ferretti (questo il nome del Sostituto Procuratore della Repubblica) non ha fornito spiegazioni convincenti, riferendo di un’occasione per scambiarsi dei cordialissimi saluti. E dove meglio che in un retrobottega in orario di coprifuoco?

    Una ipotesi di reato non era configurabile, ma la segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura è stata inevitabile e dovuta: nel corso del procedimento disciplinare la Dottoressa Ferretti sembra che si sia difesa sostenendo che si è trattata di “una sciocchezza”.

    Incompatibilità ambientale e trasferimento ad altro ufficio: questo il destino che la Sezione Disciplinare del C.S.M., con il tradizionale rigore, avrebbe riservato alla P.M. sebbene per il pregiudizio arrecato all’immagine ed al prestigio della magistratura. Ammesso che ve ne sia ancora da pregiudicare.

    Ma tutto è bene ciò che finisce bene, particolarmente se ci si deve occupare di schiocchezzuole: la Dottoressa Ferretti ha anticipato la decisione dell’organo di autogoverno chiedendo di sua iniziativa di essere mandata a Firenze con funzioni di giudice civile: trasferimento disposto opportunamente a metà giugno, in prossimità del periodo feriale e procedimento disciplinare archiviato garantendo serenità alle meritate vacanze.

    La donna, poi, a dicembre andrà in pensione e – con una giustizia civile che ha il lustro come unità di misura della durata dei processi – non è ben chiaro di cosa si potrà occupare nell’arco di poco più di un paio di mesi nella nuova sede oltre che far apporre la targa con il nome sulla porta della sua stanza, la macchinetta Nespresso all’interno e verificare scrupolosamente l’accredito dello stipendio ogni 27 del mese.

    Procedimento disciplinare, quindi, interrotto per la scelta volontaria della incolpata di trasferirsi altrove; l’imminenza del pensionamento avrebbe, peraltro, condotto al medesimo risultato perché non può infliggersi sanzione a chi non fa più parte dell’Ordine Giudiziario.

    Alleluja! Non sapremo mai i motivi della composizione di quella allegra brigata che può ben essere stata frutto una casualità: del resto a chi non è mai successo di bere un bicchiere di quello buono, del tutto casualmente nel retrobottega di una macelleria equina, insieme ad un simpatico ergastolano? Da noi, si sa, accadono molte cose ad insaputa degli interessati…

    In attesa di Giustizia, da Modena per oggi è tutto, a voi studio centrale.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Nella vicina Francia sta divampando un’accesa polemica tra il Ministro della Giustizia, Dupond Moretti, e l’U.S.M. che è il più importante sindacato di categoria dei Magistrati;  come dire, l’equivalente della nostra equilibrata A.N.M. Motivo? Un presunto conflitto di interessi: accade nientemeno che Dupond Moretti – nell’ambito di un più ampio progetto di riforma del sistema giudiziario – abbia proposto all’Assemblea Nazionale una disciplina a maggiore protezione degli avvocati e…Dupond Moretti è un avvocato penalista.

    Il Guardasigilli francese, in realtà, si è speso in favore non tanto della categoria quanto del diritto di difesa affermando (cosa ovvia che non dovrebbe scandalizzare nessuno) che gli studi legali sono luoghi sacri e non può esistere difesa adeguata senza segreto professionale: tanto è bastato per fare insorgere i magistrati che sostengono la malafede di un Ministro che lavorerebbe nell’interesse dei suoi amici e colleghi.

    Dupond Moretti si è limitato a ribattere che il suo intervento è volto a riaffermare, e non a torto visti i precedenti, lo Stato di diritto contro metodi da spie.

    Tutto il mondo è paese: veti incrociati e compromessi porteranno a delle modifiche della riforma nel suo insieme ma nel frattempo l’Assemblea, con voto bipartisan, ha approvato un emendamento che rafforza comunque la tutela del segreto professionale e si aspetta – da qui ad un paio di settimane – il voto del Senato.

    Basta quindi intercettazioni selvagge, perquisizioni e sequestri senza garanzie negli studi legali e intrusioni con ogni metodo nel rapporto confidenziale avvocato/cliente.

    Non è esattamente motivo di consolazione, ma in Francia sono successe cose che voi umani non potete neppure immaginare e che da noi, con grande scorno di Davigo e dei suoi claquers, non sono possibili mentre Oltralpe risultano ampiamente legittime: emblematico il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex Presidente Sarkozy, condannato insieme al suo storico difensore grazie ad intercettazioni illegali – e poi ammesse in giudizio – dopo un’indagine condotta per tre anni senza che gli interessati ne sapessero nulla.

    Lo scandalo, quindi, consiste nell’apporre un freno agli abusi investigativi, qualcosa che – evidentemente – si verifica anche altrove, anche in un Paese in cui vi è dipendenza gerarchica tra le Procure medesime ed il Ministro della Giustizia, e sebbene non via sia la separazione delle carriere che da noi viene presentata come il viatico per subordinare il potere giudiziario e l’esercizio dell’azione penale alla volontà della politica.

    Anche da noi, tuttavia,  succedono in continuazione cose strane come – tanto per ricordarne uno – il caso bizzarro del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara che subiva improvvisi, inspiegabili, guasti intermittenti a seconda degli interlocutori intercettati e degli argomenti trattati…e non si trattava del Presidente della Repubblica o del suo entourage come nella nota vicenda del processo Stato-mafia.

    No, al Quirinale Palamara – sia come Presidente dell’A.N.M. che come componente del C.S.M. – ci andava di persona: sistema più riservato e sicuro per confrontarsi con Giorgio Napolitano e i suoi collaboratori (come sostiene l’ex magistrato) o come, in termini più insidiosi sostiene Alessandro Sallusti, “per prendere ordini”.

    Non lo sapremo mai: a quel tempo Palamara forse non era ancora intercettato e poi da noi il Colle è intoccabile e, se tutto va male, un palmare – come tutte le diavolerie moderne – può avere un inatteso problema di funzionamento.

  • In attesa di Giustizia: autunno caldo

    Passato il Ferragosto, per restare in argomento, dalle prime avvisaglie sembra che ad una estate torrida seguirà un autunno caldo ma non a causa dei cambiamenti climatici.

    Il che non è difficile da prevedere se il riferimento è al settore della giustizia  – quotidianamente, anche di questi tempi – teatro di scontro e di inarrestabili polemiche. Basti pensare alla reazione provocata da un tweet con cui Enrico Costa, deputato di Azione, ha ricordato la vicenda umana e giudiziaria di Marco Sorbara, ex consigliere regionale della Valle d’Aosta, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa: un reato, ricordiamo, non previsto dal codice bensì frutto di elaborazione giurisprudenziale. Un po’ come succedeva ai cari, vecchi tempi, dell’URSS allorquando, in spregio al principio della tassatività delle norme incriminatrici, nei processi penali era consentito il ricorso alla analogia.

    Sorbara, prima di essere assolto qualche settimana fa perché il fatto non sussiste, ha patito oltre 900 giorni di carcerazione e Costa – che è uno schietto garantista – ha evidenziato l’esito del processo rimarcando come a tale notizia sia stato riservato uno spazio marginale da quegli stessi media che, viceversa, avevano dato enorme risalto all’arresto.

    Come sempre avviene, sui social si è subito innescata la spirale di commenti a favore e contro e tra questi spicca quello di un magistrato, tal Antonio Salvati, che scrive “io continuo a dirglielo caro Costa: se soffiate sul fuoco vi scottate pure voi”.

    Messaggio che l’autore cercherà in seguito di svuotare del minaccioso significato offrendo varie spiegazioni, nessuna delle quali del tutto convincente, per illustrare quale fosse il suo pensiero sostenendo (improbabili e poco comprensibili) intenti metaforici ed incolpando l’eccesso di sintesi cui si è costretti dai “cinguettii”. Il commento, peraltro, è tutt’altro che ambiguo e, volendogli dare maggiore chiarezza o senso, restavano ancora la maggiore parte dei caratteri consentiti da Twitter.

    Prosegue, nel frattempo, lo scontro dialettico sulla riforma della Giustizia a firma Cartabia, invisa all’A.N.M. non meno che alle truppe dell’ex avvocato degli Italiani, passato ora a difendere i talebani. Sembra con altrettanto successo. Ex avvocato e quasi ex professore se continuerà a preferire una carica di vertice nel Movimento, visto che per questa ragione è stato messo in aspettativa non retribuita dall’Università: poco male, potrà sempre chiedere il reddito di cittadinanza.

    Restiamo, allora, in attesa di assistere, a breve, ad una sua lectio magistralis sulla riforma da un pulpito politico, magari invocando la promulgazione del Codice di Hammurabi con la sua intrigante legge del taglione. Sarà sempre meglio che rivederlo in aule universitarie: in tal modo si eviterà il rischio che allevi altri discepoli del calibro di Alfonsino Bonafede, già suo assistente di cattedra a Firenze, il che la dice lunga pensando a cosa potevano essere gli studenti meno meritevoli o il suo metro di giudizio.

    Mutuando la celebre la frase pronunciata da Neil Armstrong sbarcando sulla luna: sarebbe un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per l’Umanità…seppure una perdita incolmabile per il mondo del cabaret.

  • In attesa di Giustizia: Beccaria, chi era costui?

    Il ‘700, il secolo dei lumi, è lontano: eppure gli insegnamenti, il frutto del pensiero di un’epoca straordinaria di rinascita intellettuale, rimangono attualissimi. Basta pensare all’eredità lasciata dalle grandi rivoluzioni: quella francese e l’americana, al pensiero di Rousseau (che si rivolta nella tomba per l’accostamento del suo cognome con la nota piattaforma a firma Casaleggio & Associati), Montesquieu, Newton, Hegel  e – naturalmente – Cesare Beccaria: un visionario che credeva nella funzione rieducativa della pena e che il diritto penale avesse una mera  funzione sussidiaria come strumento di controllo sociale.

    Tuttavia, seguendo l’insegnamento di improbabili maestri del calibro di Marco Travaglio, Alfonso Bonafede, Nicola Morra (non propriamente definibili come raffinati cultori di teoremi giuridici) e di furbastri agit prop come Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri, l’opinione pubblica  – e non solo quella – sembra allinearsi alla corrente di pensiero che segna il primato della querela e dei ceppi ai polsi sulla ragione in un mondo che è ideale solo se carcerocentrico e – quindi – molto distante dalla Città del Sole di Tommaso Campanella.

    Su queste premesse si è già acceso lo scontro dialettico sul controllo del green pass che in molti vorrebbero (ed altrettanti temono) suscettibile di severe verifiche da parte di baristi e camerieri, come per incanto trasformati in ausiliari delle Forze dell’Ordine ma – ahimè – sforniti di poteri sanzionatori.

    Perché, in fondo sempre lì si va a parare: una punizione purchessia per garantire l’ordine costituito. Sul punto, la Ministra competente (?) per materia è ondivaga nel chiarire le regole lasciando i cittadini nella spasmodica attesa di qualche circolare esplicativa che, verosimilmente, sarà partorita con la chiarezza di un testo redatto in lineare B di Cnosso.

    E c’è pure chi vorrebbe che anche i lavoratori sprovvisti di passaporto vaccinale siano passibili di sanzioni alta levando l’invocazione: crucifige, crucifige! sebbene la contestazione disciplinare appaia incompatibile con un obbligo, quello della vaccinazione, che dal punto di vista giuridico non esiste.

    Ma tant’è: in un Paese popolato da aspiranti sceriffi e punitori, quanto a distanza dal pensiero illuminista ed illuminato di Cesare Beccaria si continua a vedere di molto peggio, a conferma di quanto si è osservato sulla tendenza ad un sistema carcerocentrico anziché sulla  attuazione al canone costituzionale che affida finalità rieducative alla espiazione della pena. E non parliamo, non necessariamente, di redattori, editorialisti ed abbonati al Fatto Quotidiano.

    Infatti, qualche mese fa – tanto per fare un primo esempio – ad un detenuto in regime di carcere duro  (il famigerato 41bis) dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo è stata negata la possibilità di acquistare e leggere un libro di Marta Cartabia perché visto come un privilegio e le conoscenze che ne avrebbe tratto ne avrebbero aumentato il carisma criminale.

    Peggio ancora – al peggio, si sa, non c’è limite – ha saputo fare il Tribunale di Sorveglianza di Bologna negando la detenzione domiciliare a un condannato che, in regime di carcerazione, ha conseguito una laurea in economia, una in giurisprudenza ed anche un master. Scrivono questi fenomeni dell’oscurantismo giudiziario che “le lauree e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene che possano affinare le indiscusse capacità del condannato e, dunque, gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”.

    E, allora, perché non buttare via la chiave, già che ci siamo? Altrimenti prima o poi quest’uomo uscirà e sarà pericolosissimo.

    Anche Beccaria, come Rousseau, si rivolta nella tomba…già, Cesare Beccaria, chi era costui?

  • In attesa di Giustizia: compagni che sbagliano

    Lo avevamo previsto nell’articolo della settimana scorsa: come a teatro, il gran finale della stagione giudiziaria prima delle ferie propone reingressi dei protagonisti sul palcoscenico, saliscendi del sipario, ovazioni del pubblico (intese come lancio di uova preferibilmente marce).

    Giustappunto: a proposito di ferie giudiziarie, la cui mutilazione di quindici giorni per legge non è ancora stata digerita (fino a qualche anno fa duravano ufficialmente dal 1° agosto al 15 settembre, ufficiosamente circa da metà luglio fino almeno alla data astronomica dell’autunno) una menzione d’onore spetta ad un magistrato donna di Varese che ha motivato il rinvio di un’udienza da metà luglio a metà ottobre perché “il periodo di ferie deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche” con periodi “cuscinetto” di avvicinamento alle agognate vacanze e di soft landing al rientro.

    Tutto ciò è possibile nel rispetto di una “raccomandazione” del C.S.M. del 2016, Consiglio Superiore che – invece – è destinato a un duro lavoro anche in questo inizio di agosto: soprattutto la sezione disciplinare.

    Infatti, da un lato è stato disposto il rinvio di una settimana per decidere sulla richiesta di trasferimento d’urgenza del P.M. Storari – la rubrica si è occupata anche di questo – dall’altro sono pervenute altre richieste di sanzioni da parte del Procuratore Generale della Cassazione che nei confronti di cinque ex componenti del Consiglio medesimo ha chiesto la sospensione dalle funzioni: due anni per Luigi Spina, Antonio Lepre e Gianluigi Morlini, uno per Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, ritenuti responsabili di avere partecipato ad incontri con Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri (quest’ultimo fuori ruolo in quanto deputato non si sa più bene con quale formazione politica ed, a sua volta, sottoposto a procedimento disciplinare) volti alla spartizione degli incarichi direttivi.

    Non va in ferie neppure Francesco Prete, Procuratore Capo a Brescia che ha recentemente iscritto nel registro degli indagati il suo Collega Francesco Greco, alla guida – come è noto – della Procura di Milano, per omissione di atti di ufficio in relazione alla mancata apertura di un’inchiesta sulla famigerata “Loggia Ungheria”: un colpo di coda inquietante nella vicenda dei verbali di interrogatorio secretati dell’avvocato Amara finiti ovunque tranne dove avrebbero dovuto restare o essere trasmessi.

    E non vanno in ferie nemmeno Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino e Palermo (ma, tanto, è già in pensione) e Nicola Gratteri, Procuratore a Catanzaro, che da pulpiti diversi si scagliano contro la riforma del processo penale elaborata dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli Cartabia: “la peggiore riforma della giustizia mai vista” afferma Gratteri alla trasmissione “In Onda” su La 7 nel corso di un’intervista che sarebbe stata abbisognevole dei sottotitoli in italiano.  Caselli, invece, si schiera nettamente contro la modifica della prescrizione plaudendo implicitamente all’operato di Fofò Bonafede. Si vede che in tempi di chiusura delle discoteche ha nostalgia di un dj che pochi altri rimpiangono.

    A parte la querelle destinata a non esaurirsi sulla riforma, che sarà sottoposta a voto di fiducia, prosegue incessantemente a sprofondare nell’abisso la credibilità della magistratura: un abisso nel quale, come suggeriva Nietzsche, è meglio non guardare a lungo perché anche l’abisso ti guarda dentro.

    Nonostante tutto ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati non sembra interessata a formulare per i suoi iscritti quantomeno un richiamo generale al ritorno a comportamenti visibilmente virtuosi ed una presa di distanza netta dal verminaio scaturito in seguito all’ affaire Palamara e non solo da quello. La corporazione, piuttosto, si stringe a difesa tacita dei suoi componenti: in fondo sono solo compagni che sbagliano, come si diceva dei brigatisti quando rapine, omicidi e sequestri erano visti come un modo di interpretare il marxismo, le “diversità” viste come degenerazioni borghesi e proprio il PCI  – formidabili quegli anni in cui non si parlava di DDL Zan – discriminava gli omossessuali sino al punto di espellere Pier Paolo Pasolini dal partito per indegnità morale.

    Sipario? Forse…

  • In attesa di Giustizia: gran finale

    Siamo alle soglie delle ferie giudiziarie e – come alla conclusione di uno spettacolo – il sipario si alza e si abbassa perché sia offerto il giusto tributo ai protagonisti che riappaiono uno per volta, a coppie, tutti insieme, e qualcuno concede anche il bis.  Ecco…nel nostro caso mancano gli applausi perché c’è poco di cui compiacersi.

    Lato Procura di Milano, la fuga di notizie riferisce che si sta inasprendo lo scontro con quella di Brescia che richiede atti utili per le indagini nei confronti del P.M. De Pasquale, sotto accusa per avere occultato prove a discarico di imputati nel processo c.d. “ENI – Nigeria”: ma il Procuratore Greco rifiuta di collaborare sostenendo che vi sia da tutelare il segreto istruttorio di un’inchiesta ancora in corso.

    Quel segreto istruttorio milanese ad assetto variabile che ha condotto alla incriminazione di Piercamillo Davigo, di cui questa rubrica ha dato conto la settimana scorsa, e la cui difesa prende le mosse da un’intervista al Corsera con accurata selezione – così pare leggendola – dei soggetti di cui parlare e coinvolgere; nel frattempo, in sede disciplinare, della sua fonte Paolo Storari è stato richiesto il trasferimento immediato lontano da Milano, dalla Lombardia e dalle funzioni di Pubblico Ministero accompagnato dal tradizionale garrulo volo degli stracci e messaggi trasversali.  Come dire: un bel silenzio non fu mai scritto.

    Scendendo, di poco la penisola, abbiamo la Procura di Pavia con una brutta gatta da pelare: quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera che ha ucciso un ragazzo extracomunitario durante una colluttazione. Il politico locale è stato messo agli arresti domiciliari con provvedimento di fermo che può essere motivato solo con l’evidenza del pericolo di fuga. Che non c’è perché manca qualsiasi elemento con cui sostenere questa tesi: un po’ come accadde con gli indagati per i fatti della funivia del Mottarone. Ecco allora che, prima dell’udienza di convalida, dopo l’incolpazione (originariamente di omicidio volontario) vengono anche cambiati i presupposti della richiesta: pericolo di ripetizione del reato e di inquinamento delle prove…che però, per legge, non sono i presupposti del fermo a tacere del fatto che – essendo stato contestato l’eccesso in legittima difesa –  in ipotesi di reato colposo e soprattutto in un caso come questo, è ardito sostenere il rischio di commissione di altro fatto analogo. Quanto al pericolo di inquinamento delle prove, anche sotto tale profilo, non vi è traccia di una volontà in tal senso. L’assessore resta in carcere: qui si parla di libertà personale ad assetto variabile; il fatto è brutto ma l’andamento ondivago sussultorio dell’accusa non è poi tanto meglio.

    Scendiamo ancora: a Perugia Luca Palamara è stato rinviato a giudizio per corruzione e l’ex Presidente dell’A.N.M. ha commentato affermando che l’udienza preliminare è un “passaggio stretto”: bene, se n’è accorto, altro che udienza filtro per scongiurare le imputazioni non sostenibili in giudizio! Palamara, tuttavia, si dice certissimo che varrà assolto. Può darsi, non conosciamo gli atti nella loro interezza e nessuna ipotesi deve essere azzardata anche se cotanto ottimismo pare un filo eccessivo.

    Ed eccoci a Roma: il C.S.M. vota e boccia la riforma “Cartabia” sulla prescrizione. Ma perché, il Consiglio Superiore non sarà mica diventato una terza Camera? Già c’è chi sostiene che due siano troppe e va bene esprimere opinioni, è un diritto innegabile, ma un voto formale su questo tema prima di quello nella sede naturale sembra esorbitare dalle competenze costituzionalmente affidate al C.S.M.. Poi dicono che non condizionano la politica.

    In Parlamento, invece, la riforma sulla giustizia finirà con l’essere affidata al voto di fiducia perché le truppe cammellate dell’ex avvocato degli italiani sono in rivolta e non si può perdere tempo ad ascoltare piagnistei pentastellati  a basso contenuto di garantismo  (e denaro: quello del Recovery Fund).

    Intanto continua a  procedere di gran carriera la raccolta di firme per i referendum sulla Giustizia: non tutti i quesiti sono formulati in maniera impeccabile ma sono questioni per addetti ai lavori ed il successo, invece,  la dice lunga del sentiment dei cittadini a proposito di Giustizia.

    Cittadini che, nonostante le proteste contro il green pass, stanno tornando in massa a prenotare la vaccinazione. Magari la scelta non è dettata da un ritrovato senso civico volto a contrastare la circolazione del virus ma dal timore di non poter andare al cinema o al ristorante. Però resta apprezzabile.

    Insomma, va bene così in un Paese dove la libertà è alla mercè di un sistema allo sfascio in cui ormai sono tutti contro tutti, quella di vaccinarsi va – come concetto – capovolta: vaccinarsi è la libertà ed almeno quella non dipende dalle Procure.

    Sipario.

  • In attesa di Giustizia: ossimori

    La settimana scorsa, nelle ore più convulse per varare in Consiglio dei Ministri la riforma del processo penale riveduta e corretta dalla Guardasigilli, un convitato di pietra attendeva l’esito della battaglia tra giacobini e liberali standosene discretamente nella sua stanza d’albergo: il Commissario Europeo alla Giustizia, giunto a Roma con l’imperativo categorico di riportare l’Italia nel novero dei Paesi dotati di un impianto processuale democratico oppure di tagliare i fondi europei.

    Il Premier, uomo di grande buon senso ed assistito nell’opera di Governo da figure di altro profilo come Marta Cartabia, ha intuito tutti i sottesi a quella presenza e si è battuto per rintuzzare i rigurgiti inquisitori della compagnia di giro pentastellata.

    Il risultato più ostico da raggiungere è stato quello sulla riforma del regime della prescrizione, che nella formulazione attuale era stato fortemente voluto dai grillini, ponendo rimedio allo scandalo di processi che durano per tutta la vita di un imputato o di una parte offesa.

    E, d’altra parte, l’Europa ha fatto bene ad imporci il cambiamento, pena la perdita dei finanziamenti: siamo il Paese più condannato per violazione dei diritti convenzionali. Abbiamo un sistema che non garantisce il rispetto della presunzione di innocenza, anzi la mortifica col pericolo concreto che l’attesa di giustizia per un imputato sia destinata ad un percorso di lunghissima ed imprevedibile durata: e fosse anche colpevole nulla cambia dal punto di vista della previsione costituzionale sulla ragionevole durata del processo.

    Intanto, e la dice lunga su come la pensano gli italiani, prosegue con un successo forse al di là delle attese la raccolta di firme per i referendum sulla Giustizia tra i quali è centrale quello relativo alla separazione delle carriere tra Giudice e Accusatore: solo in Giudice che non abbia vincoli di carriera o, peggio, di cordata associazionistica col Pubblico Ministero, potrà essere indipendente e terzo.

    Proprio in merito a quest’ultimo tra i vari quesiti referendari non è fuor di luogo ricordare che alle Camere giace un disegno di legge – oltretutto di origine popolare – fortemente inviso e perciò boicottato dai soliti noti delle solite note forze politiche: dare la parola al corpo elettorale è, dunque, l’ultima opportunità.

    Tornando al progetto di riforma licenziato da Palazzo Chigi, è importante che si sia partiti con il piede giusto ma vi è da pensare, guardando anche al precedente appena richiamato, che sarà durissima la strada del confronto parlamentare.

    La tenzone cui si appresta la fronda giacobina, infatti, è stata immediatamente preannunziata con il furore intellettuale e dialettico che gli è proprio dall’indimenticabile cabarettista Cinque Stelle assurto al soglio del Ministero della Giustizia grazie alla benedizione di Giuseppi Conte: uno che, evidentemente, da come riconosce i giuristi conosce e capisce il diritto come l’aramaico.

    Bene ma non benissimo, dunque: certamente un po’ preoccupa che le sorti di una cosa seria come la Giustizia dipendano anche dai voti provenienti da un Movimento dilaniato da lotte intestine per la mediazione delle quali il Capo Comico ha selezionato un comitato composto da sette saggi.

    Sette saggi che non sono certo Talete, Solone, Periandro, Cleobulo, Chilone, Briante e Pittaco ma il meglio del meglio di quel manipolo di parlamentari nelle cui mani è affidato – tra le altre cose – il futuro del processo penale. Come dire: ossimori, e un fondato timore resta.

  • In attesa di Giustizia: rigore è quando arbitro fischia

    Con un anno di ritardo dovuto alla pandemia, sono iniziati i campionati europei di calcio e la Nazionale – almeno fino ad ora – vince, diverte e convince: prendiamo spunto da queste vicende sportive e azzardiamo la parodia in chiave calcistica per rievocare con una telecronaca quelle che sono state di maggiore impatto negli ultimi tempi per l’Ordine Giudiziario.

    Immaginiamo, allora, che in campo vi siano la Nazionale Magistrati (che realmente esiste) ed una squadra dell’Unione delle Camere Penali in rappresentanza dei cittadini italiani: quelli che da sempre sono in attesa di Giustizia ed oggi assistono sgomenti alla caduta verticale di credibilità della Magistratura.

    Partita sonnolenta, senza grandi spunti né da una parte né dall’altra; ma ecco che all’improvviso vi è un intervento scomposto di Raffaele Cantone che impatta sul suo compagno di reparto  Luca Palamara il quale, a sua volta, cadendo finisce con il falciare come birilli, determinando un “effetto domino”, numerosi atleti del suo team, imponendo il fermo del gioco: entrano sul terreno i massaggiatori e il medico ma nonostante le cure prestate non tutti sono in grado di riprendere la partita; vengono fatte alzare dalla panchina le riserve che, tuttavia, non sono in numero sufficiente per ripristinare la formazione ad undici elementi.

    Gli atleti della compagine avversaria assistono stupefatti all’accaduto e si aspettano che l’arbitro assuma una qualche decisione perché la Nazionale Magistrati è stata decimata e, secondo le regole, una partita non può iniziare o proseguire senza il numero minimo di sette elementi.

    Il fischietto tace e l’incontro prosegue con una delle squadre in netta superiorità ma senza che riesca ad andare a rete per la strenua difesa allestita dai tecnici dell’ANM Poniz e Santalucia: tutti i giocatori vengono dislocati in area di rigore a presidio della propria porta.

    Fraseggio stretto tra gli incursori dell’Unione, Spigarelli e Caiazza, interrotto da Riccardo Fuzio con un brutto fallo da rosso diretto al limite dei sedici metri, ma l’arbitro non lo espelle né concede la punizione.

    Continua l’assedio al bunker allestito dai magistrati e la giovane speranza delle toghe Paolo Storari tenta di alleggerire la pressione duettando con Davigo, leader storico della squadra ed idolo assoluto dei tifosi e dei capi ultràs Travaglio e Grillo: nel palleggio, peraltro, entrambi si aiutano con le mani ma ancora una volta l’arbitro chiude un occhio e lascia proseguire.

    Dagli spalti il pubblico rumoreggia all’indirizzo di una direzione del gioco che lascia perplessi e la partita non offre spunti tecnici apprezzabili con un manipolo di uomini asserragliati a pochi metri dalla linea di porta dove le azioni fallose si susseguono incessanti: Bossi, Capristo, De Pasquale e Spadaro pestano come dei fabbri ma, alla fine, solo a De Benedictis viene finalmente mostrato il cartellino rosso per doppia ammonizione: tra l’altro il suo sarebbe un fallo da rigore ma l’arbitro si limita all’inevitabile espulsione senza indicare il dischetto degli undici metri.

    Rigore è quando arbitro fischia, ricordava Vujadin Boskov da allenatore della Sampdoria…ed allora, che abbia ragione l’arbitro Mattarella il cui fischietto, tranne qualche raro e sommesso sibilo, rimane rigorosamente muto durante questa interminabile partita che sembra destinata ai supplementari?

    Forse, di certo è un silenzio imbarazzato ed imbarazzante, o entrambe le cose, mentre il quarto uomo, Salvini, segnala il tempo di un interminabile recupero.

  • In attesa di Giustizia: il volo degli stracci

    Questa settimana Verbania ha faticato per mantenere il primato nella hit parade degli orrori (sì, con la “o) giudiziari ma alla fine l’ha spuntata nonostante la serrata concorrenza di Taranto e Milano.

    Giusto per mantenere elevata l’ansia di chi – vittima o presunto autore di un reato – è in attesa di Giustizia, ecco finire nuovamente sotto processo l’ex Procuratore di Taranto, Carlo Capristo, noto come tutore del cosiddetto “Sistema Trani” fin quando è stato a Capo di quella Procura dove – secondo le ipotesi di accusa che lo avevano già portato ad una privazione della libertà personale – forniva una subdola copertura alle attività illegali intraprese dagli ex P.M. Scimè e Savasta con il contributo, ovviamente prezzolato, del GIP Nardi. Tutte personcine che sono già state condannate, almeno in primo grado, a pene assai pesanti: quasi diciassette anni di reclusione per Nardi, una decina per Savasta e quattro per Scimè.

    Passato a dirigere l’Ufficio Inquirente del capoluogo ionico, secondo quanto emerge dalla nuova indagine, Capristo avrebbe gestito la sua funzione con altrettanto e durevole asservimento della funzione giudiziaria: il che, tradotto, significa con modalità tipicamente corruttive-collusive. Tanto per non perdere le buone abitudini e, magari, arrotondare un pochino il miserevole stipendio di circa 10.000€ netti al mese (oltre indennità varie) per tredici mensilità grazie anche agli spunti offerti dalle grandi vicende giudiziarie che interessavano la ex ILVA…questo è quanto si ipotizza a suo carico: il caso vuole che del collegio difensivo che proprio in quel contesto investigativo si andava allestendo fosse entrato a far parte anche l’avvocato Amara: e, come recita l’epitaffio del monumento a Niccolò Machiavelli, tanto nomini nullum par elogium.

    Eh, sì! Ricompare anche Piero Amara, destinatario di un nuovo provvedimento di arresto mentre Capristo questa volta se l’è cavata con una misura molto più blanda, l’obbligo di dimora, in quanto è ormai in pensione e – quindi – in condizioni di non nuocere. Forse.

    Per chi non lo ricordasse, Amara è quello dei verbali della Procura di Milano secretati e destinati incomprensibilmente a Davigo invece che sortire, come sarebbe stato logico attendersi, l’avvio di un’indagine e l’iscrizione delle persone citate durante gli interrogatori nel registro degli indagati.

    E Milano, già nella bufera per questa brutta storia si vede inquisire altri due P.M. dai Colleghi di Brescia competenti per le indagini sui magistrati meneghini: Sergio Spadaro, da poco transitato alla Procura Europea e il più noto Fabio De Pasquale che – si sospetta – abbiano celato elementi di prova a discarico degli imputati nel processo per le presunte tangenti ENI per corruzione internazionale in Nigeria. Il condizionale è d’obbligo (lo si è usato anche per Capristo), perché la presunzione di non colpevolezza vale anche per coloro che praticano questo canone costituzionale con grande parsimonia.

    Fatto sta che, come si suol dire, non c’è pace tra gli ulivi anche – e soprattutto – grazie agli Uffici Giudiziari di Verbania dove, per mantenere la vetta della poco commendevole classifica, alla Dottoressa Banci Buonamici, che non ha convalidato i fermi per la strage della funivia e disposto una sola misura di arresti domiciliari, è stata tolta la titolarità sul fascicolo dal Presidente del Tribunale ricorrendo ad una fumosa giustificazione circa le assegnazioni del carico su base tabellare: parole incomprensibili ai più che non si tenterà neppure di spiegare perché il provvedimento è troppo tempestivo rispetto alle lagnanze del Procuratore (quella che non vuole più bere il caffè con la Collega Giudice) per non suscitare almeno qualche perplessità.

    Il retro pensiero è che, ormai, si sembra giunti al punto in cui il P.M si sceglie il Giudice più gradito… tanto è vero che la Camera Penale di Verbania ha protestato dichiarando lo stato di agitazione e proclamando un giorno di astensione, subito seguita dalla Giunta dell’Unione che di giornate di astensione dalle udienze ne ha indette due, stigmatizzando come quanto avvenuto, e tutt’ora in via di evoluzione a Verbania, sia tanto inaccettabile quanto indicativo di una improcrastinabile separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti.

    Questa primavera è maturata tardi, solo alle soglie dell’estate, sarà forse per questo che – invece del volo delle rondini che l’annuncia – assistiamo a quello degli stracci all’interno stesso di quell’Ordine Giudiziario che, come dice Carlo Nordio, è già tanto se gode ancora della fiducia del trenta per cento dei cittadini.

Back to top button