Un giudice di Manhattan ha disposto che un amministratore delegato sotto processo per bancarotta consegnasse agli inquirenti 31 documenti prodotti in conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic in quanto quelle chat, anche se riguardavano materiali preparati per i suoi legali, non sono coperte dal segreto professionale. Di fatto, la magistratura americana ha asserito che parlare con un’intelligenza artificiale non è come parlare con un avvocato e non gode delle tutele applicabili a quest’ultimo caso. Le grandi law firm americane si sono affrettate a spiegarlo ai loro clienti.
Alla base della decisione giudiziale vi è l’idea che l’intelligenza artificiale è appunto qualcosa di artificiale, non è una persona ma un servizio, che genera dati. E i dati, in tribunale, possono essere chiesti, analizzati, usati sia in cause civili sia in procedimenti penali. Paradossalmente, nello stesso giorno in Michigan una donna che si difendeva da sola in una causa di lavoro ha ottenuto che le sue chat con ChatGPT fossero considerate “work-product” personale, cioè materiale di preparazione della propria difesa, e quindi non consegnabili al datore di lavoro.
Mentre la giurisprudenza in materia muove i primi passi, più di una dozzina di grandi studi legali statunitensi ha iniziato a inviare ai clienti avvertenze esplicite: non usate i chatbot consumer per questioni sensibili, preferite piattaforme enterprise con garanzie contrattuali di riservatezza, e se proprio dovete chiedere un parere all’Ia su un tema legale, scrivete nel prompt che state agendo su indicazione di un avvocato. Lo studio newyorkese Sher Tremonte è arrivato addirittura a inserire una clausola nei contratti: se condividi con un chatbot le comunicazioni con il tuo legale, rischi di annullare tu stesso la protezione del segreto professionale. Hai “divulgato a terzi”, e il privilegio decade.