Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.
La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.
Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudici. Dobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.
Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.