Processo

  • In attesa di Giustizia: Bipartisan

    Cauti nella critica e generosi nella lode, in questa rubrica abbiamo magnificato in più occasioni le intraprese del Premier che ha conseguito il titolo di Professore Ordinario con i Punti Fragola dell’Esselunga (qualcuno sostiene con la raccolta, per tempo oculatamente fatta dai genitori, degli indimenticati punti VDB) e del suo discepolo prediletto: l’ilare giureconsulto assurto al seggio di via Arenula.

    Equità vuole che non vengano dimenticate altrettanto mirabolanti azioni di governo, volte a rendere l’Italia un Paese migliore, riferibili ad Esecutivi del passato: questa è una settimana dedicata all’amarcord.

    In una stagione che, climaticamente, inizia ad essere più che mai favorevole agli sbarchi di migranti sulle coste siciliane – tema sempre di attualità – è cosa buona e giusta celebrare come meritano gli interventi di inizio millennio intesi a contrastare il fenomeno.

    La premessa d’obbligo è che, all’epoca, il nostro arsenale normativo disponeva di una legge caratterizzata – se non altro – da una certa chiarezza: la c.d. “Turco-Napolitano” che in quattro punti essenziali affronta il problema. Nei primi articoli statuisce che ai cittadini stranieri sono garantiti i medesimi diritti spettanti agli italiani secondo le convenzioni ed i canoni di diritto internazionale, nonché quello di partecipazione alla vita pubblica locale riservato a coloro che fossero regolarmente soggiornanti. Viene, quindi, fatta una netta distinzione tra regolari ed irregolari.

    L’articolo 4 prevede che l’ingresso nel territorio dello Stato è consentito solo a chi sia munito di un passaporto o valido ed equipollente documento, il successivo contiene la disciplina per il rilascio del permesso di soggiorno e l’articolo 10…i respingimenti di coloro che risultino privi di tali requisiti deputati alla Polizia di Frontiera: in fondo, i medesimi principi enunciati da Matteo Salvini in maniera più pittoresca.

    Legge chiara ma, purtroppo, inefficace perché prevedeva la notifica del decreto di espulsione al soggiornante irregolare (che lo cestinava appena uscito dalla Questura) incorrendo poi nella difficoltà operativa di eseguire materialmente il provvedimento rintracciandolo e rimandandolo al Paese di provenienza.

    Ecco allora, nel 2002, abbattersi sui clandestini la implacabile “Bossi-Fini” con la previsione di nuovi reati, pene più severe e carcere per tutti. Nihil novi sub sole: il ricorso ai soliti strumenti del diritto penale che non fanno paura a nessuno con qualche “curiosità” degna di nota: per esempio la previsione dell’arresto obbligatorio per chi non avesse ottemperato al decreto di espulsione.

    Senonchè, il reato era ed è previsto come contravvenzionale e per le contravvenzioni (che non sono quelle per divieto di sosta, che si chiamano sanzioni amministrative, ma una categoria degli illeciti penali) la legge proibisce la carcerazione preventiva…il risultato fu che le Forze dell’Ordine dovevano obbligatoriamente eseguire arresti, compilare verbali, sottrarre risorse ad altri impieghi e trasmettere tutto in Procura dove il P.M. non poteva fare altro che disporre la liberazione immediata dell’arrestato. Questo, almeno, finché qualcuno se ne accorse e la legge fu modificata: nel frattempo aveva tanto inutilmente quanto inesorabilmente intasato i tribunali.

    Non ammonito da riflessioni salutari, il Governo pensò allora di ricorrere diversamente al mito della sanzione penale, ipotizzando il ricorso all’arresto in flagranza del clandestino al momento dello sbarco.

    Orbene, i sostenitori di questa opzione – parliamo di Ministri e Parlamentari della Repubblica – non avevano considerato quanto prevede la Costituzione e cioè che gli arresti in flagranza devono essere convalidati o meno da un giudice entro al massimo 96 ore.

    Alzi la mano chi, anche senza avere dimestichezza tecnica con la materia, ritiene possibile che uno sventurato G.I.P. di Agrigento o di Ragusa (per fare degli esempi) possa celebrare decine se non centinaia di udienze nel volgere di una manciata di ore e redigere anche le ordinanze conseguenti…a tacer del fatto che si sarebbe dovuto, comunque, trovare posto in carcere per queste torme di sventurati nuovi giunti. Forse, si confidava nel fatto che il Guardasigilli – un ingegnere – ne potesse progettare e realizzare di nuove e capienti, a tempo di record.

    A qualcuno, però, nelle stanze dei bottoni venne, fortunatamente ed in tempo utile, di consultarsi con un amico magistrato la cui fragorosa risata offrì risposta al quesito. E spontanea sorge la domanda: ma, i Capi di Gabinetto, gli innumerevoli magistrati fuori ruolo assegnati a Ministeri e Authority, hanno studiano giurisprudenza alle serali al buio?

    I Governi successivi continuarono a ritoccare in qualche modo – e con i risultati che ben conosciamo –   quella che è divenuta una variopinta arlecchinata normativa e gli scafisti, ben compreso con chi hanno a che fare, ringraziano.

    Malcontate, sono circa duecentocinquantamila le leggi vigenti nel nostro Paese (la media negli altri Membri UE è di circa 1/10) ed a queste si aggiungono circolari interpretative, direttive, protocolli di intesa e regolamenti…fatevi una domanda e datevi la risposta del perché la Giustizia non funziona.

  • In attesa di Giustizia: statistica giudiziaria

    Nelle settimane passate, questa rubrica si è interessata a episodi di lassismo ed emblematici abusi di potere da parte di magistrati della Procura volti a verificare la fondatezza di richieste di rinvio di udienze per legittimo impedimento dell’avvocato difensore.

    Come vanno realmente le cose nei nostri tribunali è possibile rilevarlo in base ad una indagine (la seconda, negli ultimi anni) svolta da Eurispes in collaborazione con l’Unione delle Camere Penali.

    Discutere senza dati sarebbe, infatti, un esercizio fine a sé stesso e solo il possesso di riferimenti statistici rende degno di essere affrontato anche il discorso sulla funzionalità giurisdizionale e sui correttivi da apportarvi.

    Il “Secondo Rapporto sul Processo Penale” (visionabile anche su Youtube, per chi fosse interessato ad approfondire) racchiude gli esiti di un lavoro svolto di raccolta durato dalla primavera a fine del 2019: appena in tempo prima della pandemia che ha mutato in maniera significativa, ed in peggio, lo scenario.  Sono raccolti i dati in 32 Tribunali, monitorando il significativo campione di 13.755 processi.

    Da tale indagine sono emersi diversi rilievi: nella stragrande maggioranza dei casi, ossia nel 79,4%, l’imputato è maschio ed i reati sono in prevalenza quelli contro il patrimonio, seguiti da quelli contro la persona e dalle violazioni al codice della strada penalmente rilevanti come la guida in stato di ebbrezza.

    Quanto alla più interessante  gestione delle udienze è emerso che: nel 30,6% di casi i processi subiscono un ritardo anche largamente superiore alla mezz’ora , senza alcuna giustificazione da parte del giudicante, per sessioni di udienza mediamente di circa 6 ore e nel 95,1% dei casi l’orario di chiamata non coincide con quello di originaria fissazione dell’udienza; il ritardo medio di chiamata si attesta attorno ai 50 minuti e nel 74,6% dei casi il processo non si conclude nella stessa udienza, ma è oggetto di rinvio.

    Rispetto a quest’ultimo tema, è stato interessante analizzare le cause, per sfatare alcuni falsi miti o avere conferme. Il rinvio viene infatti disposto principalmente, oltre a motivi non tipizzati (23,9%), per omessa o irregolare notifica all’imputato nel 7,4% dei casi, perché trattasi di udienza per la sola ammissione delle prove nel 14,7%; l’assenza dei testi del Pubblico Ministero provoca un rinvio nel 5,2% dei casi.

    La richiesta del termine a difesa è causa del 3,8% dei rinvii, in percentuale quasi equivalente all’eccessivo carico del ruolo (3,6%) e ai tentativi di conciliazione (3,4%). Le percentuali minori riguardano il legittimo impedimento del difensore fermo all’1,8%: una percentuale di poco superiore all’assenza del giudice titolare in udienza (1,6%). A quest’ultimo, però, di solito non mandano i Carabinieri a casa per verificare i motivi di mancata partecipazione…

    Importantissimi sono infine dati sugli esiti del processo: si concludono con sentenza di condanna solo nel 34,1% dei casi; al netto delle ipotesi ritiro delle querele e pochi altri casi determinati da ragioni tecniche diverse, ciò significa che circa il 70% del carico è costituito da imputazioni azzardate ovvero per fatti di marginale gravità che si prescrivono in tempi molto brevi ovvero che si concludono con una conciliazione tra le parti. Come dire, in quest’ultimo caso, che lo Stato potrebbe anche evitare di ricorrere al diritto punitivo per fatti che ricadono strettamente nella sfera di interesse dei privati, che possono diversamente tutelarsi, evitando di intasare gli uffici giudiziari con questioni bagatellari.

    Resterebbe un ultimo dato da valutare, ma gli eventi che ne rivelano l’opportunità sono emersi successivamente all’indagine UCPI/Eurispes: la consistenza dell’organico dell’Ordine Giudiziario rispetto al carico di lavoro al netto di destituzioni, provvedimenti disciplinari, opportuni pre pensionamenti, trasferimenti e arresti.

    La Nemesi, infatti, ha iniziato il suo corso e sembra di assistere alla Sinfonia degli addii di Haydn dove gli orchestrali si allontanano uno a uno lasciando solo, alla fine, il primo violino.

  • In attesa di Giustizia: lo Stato di…rovescio

    Lo Stato di Diritto è quello che pratica la salvaguardia ed il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo che insieme alla funzione dello Stato Sociale concorre alla definizione delle garanzie che i membri delle Nazioni Unite si sono impegnati ad assicurare ai loro cittadini.

    Ogni tanto viene da domandarsi se il nostro lo sia ovvero non lo sia solo a corrente alternata: la settimana scorsa abbiamo scritto che al peggio non c’è limite e – sfortunatamente – è vero: è emersa, innanzitutto, una vicenda che risale a poco prima di Natale e che fa il paio con quella dell’avvocato potentino indagato e perquisito senza ragione dopo essersi permesso di chiedere il rinvio di un’udienza per motivi di salute di cui abbiamo trattato nel numero precedente di questa rubrica.

    Accadde, infatti che, un altro avvocato – questa volta di Varese – inviasse una richiesta di rinvio di un processo al Tribunale di Brescia giustificandola con l’esigenza di partecipare al funerale ed alla cremazione della madre.

    Ed accadde anche che un Pubblico Ministero, subodorando qualche ignobile astuzia avvocatesca, mandasse i Carabinieri al crematorio – a sirene spiegate, prima che accadesse l’irreparabile –  per l’identificazione del cadavere prima della funzione e per accertarne il gradi di parentela con l’avvocato.

    Una volta, sulla indimenticabile rivista satirica “Cuore” c’era una rubrica, “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è capace di vergognarsi da solo”.

    Ecco, vergogniamoci per costui che dovrebbe essere un servitore dello Stato ed un custode della legalità ed auspichiamo ciò che probabilmente non succederà mai: un intervento del C.S.M. (sino ad ora silente) e, dunque, vergogniamoci anche per l’Organo di Autogoverno della Magistratura.

    Tutto ciò, dopo aver chiarito che i rinvii per legittimo impedimento della difesa o dell’imputato devono essere richiesti possibilmente con tempestività e documentati e che interrompono la prescrizione e pertanto – sebbene sia diversa l’opinione di Travaglio ed altri giacobini assortiti, poco studiosi o in perfetta mala fede o entrambe le cose – non comportano nessun vantaggio.

    Il lettore, tuttavia, osserverà che non è proprio tutto uno sfacelo: infatti nei giorni scorsi si è giunti ad una sentenza di definitiva condanna per il brutale pestaggio di Stefano Cucchi, dopo aver disvelato i depistaggi con cui si era cercato di occultare un brutale omicidio.

    Ma non è tutto bene ciò che finisce bene (si fa per dire, in questo caso) perché vale la pena ricordare che questo ragazzo è morto una settimana dopo l’arresto, quando ormai pesava 37 kg e secondo quanto accertato dai periti la causa della morte era dovuta a “mancate cure mediche e grave carenza di cibo e liquidi”. E vale la pena ricordar anche che il giorno dopo l’arresto era stato visto all’udienza  di convalida da diverse persone tra cui il suo legale di ufficio ma anche il PM e soprattutto il Giudice che lo rimandò in carcere nonostante avesse “difficoltà a camminare e a parlare e mostrasse  evidenti ematomi agli occhi”. In quei sette giorni di detenzione fu visitato sia dai medici dell’ospedale Fatebenefratelli che del Pertini, oltre che ovviamente tenuto sotto continua osservazione dagli agenti di custodia di Regina Coeli ed in quella settimana non fu mai concesso ai familiari di vederlo: non  fino al giorno della morte. Quindi sia ben chiaro che, ferme restando le responsabilità dei carabinieri, Cucchi non sarebbe morto dopo una straziante agonia se anche solo uno, tra i tanti operatori del “sistema giustizia” che lo hanno visto in quelle sempre peggiori condizioni, non lo avesse lasciato spegnersi per consunzione fisica. Questo è quello che è accaduto nella capitale d’Italia e non in un carcere turco da fuga di mezzanotte e nell’anno 2009, non nel medioevo.

    Un giovane è morto tra le braccia dello Stato, uno Stato che – nelle sue diverse articolazioni – dopo averne creato i presupposti è rimasto a guardarlo morire. E questo non è uno Stato di diritto.

  • In attesa di Giustizia: Odeon, tutto quanto fa spettacolo

    S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…quella tra uffici giudiziari è una tenzone che sembra non conoscere tregua nell’offrire uno spettacolo desolante.

    La settimana scorsa, in questa rubrica, abbiamo commentato talune, purtroppo tradizionali, inefficienze, questa volta, con una cronaca sintetizzata, ai lettori sarà offerto, selezionato fior da fiore, qualcosa di peggio tra le ultime notizie. Perché al peggio non c’è limite.

    Sia ben chiaro, innanzitutto, che non spetta alla Lombardia, con la decaduta Procura di Milano, il triste primato di magistrati inquisiti: da qualche tempo glielo contende la Puglia dove ben quattro sono stati arrestati, ed alcuni anche già ritenuti responsabili di reati infamanti.

    L’ultimo, in ordine di apparizione, è Giuseppe De Benedictis (ex Giudice per le Indagini Preliminari di Bari non nuovo a guai giudiziari) che è stato condannato a nove anni e nove mesi di reclusione in sede di giudizio abbreviato: il che significa che, senza la riduzione della pena prevista per chi sceglie quel rito, staremmo parlando di una sentenza vicina ai quindici anni di carcere.

    Corruzione: in ipotesi di accusa (sostenuta anche dal contenuto di intercettazioni ambientali) il signor giudice, molto semplicemente, “vendeva” arresti domiciliari e libertà al miglior offerente ed in particolare ad un avvocato di Bari, Giancarlo Chiariello, anch’egli sanzionato in egual misura.

    C’è invece chi in galera ci va ingiustamente ed il legislatore è dovuto di intervenire con una legge, recentemente e finalmente applicata, a chiarire che il risarcimento per una carcerazione ingiustificata spetta anche ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

    Questa opportunità, per quanto sancita dalla Costituzione, è stata a lungo strumentalizzata con bizantine giustificazioni per non riconoscere neanche un euro di ristoro. Uno dei Distretti di Corte d’Appello che anche prima della riforma ha dovuto  riconoscere il maggior numero di riparazioni per ingiusta detenzione è quello di Catanzaro: per fare un esempio, nel 2018 furono 182, il doppio rispetto a Roma, mentre a Bolzano ce ne fu una sola. Sarà una fortuita combinazione ma è il territorio in cui Nicola Gratteri fa fioccare le ordinanze di cattura salvo poi vedersele annullare “a mazzi da dodici”.

    A Potenza, invece, accadono altre cose quantomeno stravaganti: c’è un Pubblico Ministero che, sospettando – non si sa bene in base a cosa – che sia falso un certificato medico spedito da un avvocato per giustificare l’impossibilità a partecipare ad un’udienza determinandone il rinvio, manda successivamente le Forze dell’Ordine insieme ad un medico per sottoporlo ad accertamenti, a tentare una sorta di maldestra perquisizione in studio e lo indaga; nemmeno questo è dato sapere a quale titolo: il Tribunale aveva già ritenuto legittimo l’impedimento a comparire

    Il commento a margine è uno solo: se fossimo un paese civile questo magistrato andrebbe rapidamente buttato fuori a calci dall’Ordine Giudiziario e la stanza da lui occupata purificata con la calce viva e con il fuoco prima di assegnarla a qualcun altro.

    A Potenza, invece che dilettarsi con manifestazioni muscolari da Repubblica delle Banane, dovrebbero  studiare di più sia i P.M. che i Giudici.

    In quattro diversi  – omettiamo i nomi per carità cristiana – non sono riusciti a capire una cosa che (con l’eccezione sicura di Alfonso Bonafede)  sanno gli studenti del primo anno di giurisprudenza: che le persone giuridiche – cioè le aziende – sono una cosa diversa dalle persone fisiche, cioè gli esseri umani.

    Non stiamo parlando di scienza missilistica ma in quattro, tra giudici e pubblici ministeri, hanno impiegato cinque anni per dare la risposta sbagliata: se un procedimento in base alla legge sulla responsabilità, appunto, delle persone giuridiche si dovesse fare a carico di un Consorzio (risposta esatta) o del suo Presidente, morto nel frattempo di covid (risposta sbagliata). Gli svarioni assommati in questa indagine sono anche molti altri ma questo è grossolano al punto da far credere di essere su Scherzi a Parte: la legge di riferimento è del 2001 e in ventun anni c’è persino chi completa un corso di studi e si laurea: a Potenza non sono riusciti a studiare decentemente una legge prima di tentare, malamente, di applicarla.

    Tuttavia, un futuro questo quartetto lo ha in ogni caso: se candidati con i Cinque Stelle potrebbero senz’altro  aspirare al Ministero di via Arenula.

    Negli anni Ottanta c’era una deliziosa trasmissione televisiva sulla RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”, un misto tra Paperissima e Lo Show dei Record e come si vede anche nel settore della Giustizia lo spettacolo non manca mai ma è indecente.

  • In attesa di Giustizia: Avvocati

    Sapete da cosa si capisce se in un incidente stradale è stato investito un cane o un avvocato? Solo nel caso della bestiola, ci sono tracce di frenata. Così recita una vecchia freddura che, probabilmente, fa ridere solo la redazione del Fatto Quotidiano.

    Vero è che non tutti sono dei luminari del diritto, vero che faccendieri nella categoria ce ne sono, ed anche taluni mascalzoni patentati, ma quella dell’Avvocato (con la A maiuscola) è ancor più che una professione, è  un ministero cui adempiono in tutto il mondo uomini la cui nobiltà d’animo è fuori discussione.

    In questo tempo angoscioso in cui il cannone è tornato a tuonare nel cuore dell’Europa, proprio gli avvocati – quelli di Kiev – sono stati tra i primi a battersi per la libertà: questa volta quella della loro Patria arruolandosi volontari ed imbracciando un fucile invece che un codice.

    La Giunta dell’Unione delle Camere Penali, in nome dei penalisti italiani ha inteso far sentire la propria voce con un documento nel quale vi è una netta presa di posizione “al fianco delle donne e degli uomini della Repubblica dell’Ucraina, e del loro diritto alla vita, alla libertà, all’autodeterminazione”.

    Prosegue affermando che “chi come noi ha dedicato e dedica la propria vita professionale alla difesa dei diritti della persona, oggi non può che essere dalla parte di chi vede negati, con violenza feroce e cinica, i più elementari diritti umani: alla vita, alla integrità dei propri beni, alla libera autodeterminazione di un popolo…al tempo stesso, vogliamo esprimere la nostra fraterna solidarietà e la nostra incondizionata ammirazione nei confronti delle colleghe e dei colleghi russi in queste settimane impegnati, con ben immaginabile rischio personale, in difesa dei propri concittadini, destinatari di arresti ed incriminazioni iperboliche solo per aver manifestato il proprio dissenso da quella scellerata iniziativa del proprio Governo. Ancora una volta, laddove si invoca libertà, dovrà esserci un avvocato libero; dove si minaccia o si nega la libertà del difensore, si minaccia o si nega la libertà e la dignità di un intero popolo”.

    Vale, forse, la pena – per restare ancor più in argomento – ricordare una citazione tratta da un testo di letteratura russa: durante un processo ad ufficiali zaristi, il pubblico ministero apostrofò l’avvocato chiedendogli polemicamente “dove eravate voi avvocati mentre i contadini morivano uccisi dai soldati dello Zar?” e l’avvocato rispose: “eravamo a difendere quei contadini che voi perseguitavate in nome della legge dello Zar”.

    Ecco, c’è da essere orgogliosi di vestire la Toga di avvocato, di essere i difensori delle garanzie dei cittadini e della libertà. E quando qualcuno, con contorsioni concettuali degne del casuismo gesuitico del XVI secolo,  plaude al largo impiego dei ceppi perché inducono al pentimento, sono proprio gli avvocati a saper contrastare tali argomenti richiamandosi al pensiero di Pascal che li ha implacabilmente folgorati superandone la parvenza logica: ma si tratta, appunto di una parvenza, di illusioni verbali.

    Ma non andate a dirlo a Nicola Morra, che pure presiede la Commissione Parlamentare Antimafia, al Professore Conte (professore di che, poi? Forse di diritto e rovescio, istituzioni di uncinetto) e meno che mai al suo prediletto allievo, Alfonso Bonafede: non provate a spiegar loro che si tratta di trucchi epistemiologici rinvenibili nei trattati di Vasquez de la Cruz, Fernandez, Suarez o Squillanti perché penserebbero  che stiate citando calciatori dell’Uruguay campione del Mondo nel 1950.

    Viva la libertà.

  • In attesa di Giustizia: terapia intensiva

    I contagi stanno diminuendo, o forse no, tuttavia lo stato di emergenza dovrebbe terminare a fine mese…quella sanitaria; a parte quella indotta dalla guerra in Ucraina, ve n’è un’altra – per così dire – in servizio permanente effettivo: quella nel settore della Giustizia che i due anni di pandemia hanno portato in prossimità del collasso definitivo soprattutto nel settore penale a causa del rinvio di decine di migliaia di udienze determinate dal lock down o da problemi successivi di contagio equamente distribuiti tra giudici, avvocati, cancellieri, testimoni, parti ed esigenze di sanificazione delle aule e degli uffici infettati.

    Non di rado, l’impossibilità di celebrare un’udienza si scopre solo il giorno stesso in cui si dovrebbe tenere: qualcuno non è stato fatto entrare nel Palazzo perché la temperatura era superiore a 37,5° (oppure non è neppure uscito di casa), qualcun altro ha un famigliare convivente che si è scoperto positivo la sera prima…: le possibilità sono infinite e, talvolta, comportano che non una sola udienza ma tutte quelle iscritte a ruolo vengano differite, come nel caso che la criticità tocchi il magistrato assegnato.

    In qualche caso, disperatamente, si cerca di recuperare con iniziative che si collocano oltre il limite dell’impraticabile, sconfinando nella fantascienza: onore all’impegno ma, senza fare nomi, in più di una sede di Tribunale sono state inserite al ruolo di un unico giudicante ed in un solo giorno oltre una cinquantina di cause che non potranno mai essere portate avanti. Ma, tanto, non si prescrive più quasi nulla e l’onore è salvo.

    Per dare un’idea, se un’udienza deve essere solamente rinviata per mancanza di una o più notifiche  (particolarmente quelle “saltate” durante la prima fase emergenza, quando i cancellieri erano in finto smart working, a casa senza gli strumenti per operare) tra verifica dei presenti, della regolarità o meno degli avvisi agli assenti – a volte più di uno se gli imputati e gli avvocati sono molteplici – e dettatura della verbale al segretario con indicazione di quanto necessario fare per la volta successiva (nella speranza che venga fatto…) servono almeno dieci minuti ed una giornata in tribunale, considerando anche qualche attività più consistente, dovrebbe prevedere una durata superiore alle dieci ore. Il tutto immaginando che non vengano fatte pause neppure per un caffè molto ristretto.

    L’“effetto valanga” determinato dai vecchi processi che non si fanno, cui si aggiungono quelli nuovi, è facilmente immaginabile. Per la verità di nuovi processi se ne vedono pochi perché anche le Procure della Repubblica, che sono il primo motore della giustizia penale sono con il motore ingolfato non solo a causa della pandemia ma anche per altri motivi che hanno toccato soprattutto alcune tra le maggiori, con  la “decapitazione” dei vertici per irregolarità nelle nomine (Roma), pensionamenti (Milano) e anche qualche arresto (Taranto). E questo solo per ricordare esempi noti, a tacere dei problemucci che si sono riversati su altre figure della magistratura ancorchè non apicali.

    Le Procure, però, sono preoccupate di una cosa: la statistica! Dovendo dare prova di produttività  ecco che si vedono – un po’ dovunque – chiusure di indagini e rinvii a giudizio per crimini efferati come la mancata comunicazione alla Questura di tre ospiti in un albergo, lesioni volontarie diagnosticate come guaribili in un giorno, ritardata comunicazione ai vigili del fuoco della installazione di una caldaia nuova in un condominio. Sono casi reali, ancora una volta citati paradigmaticamente e senza pretesa di esaurirne la serie infinita di altri analoghi. Di indagini serie non c’è traccia e non dipende solo dalla mancanza di personale, dal covid,  dalla complessità delle investigazioni: il punto è che con il blocco della prescrizione, a cu si è già accennato, ce la si può prendere molto comoda ed in presenza di altre discutibili giustificazioni il piccolo cabotaggio, tanto per dare un segnale di esistenza in vita, è la soluzione.

    Anche per questo sarà ricordato l’ispiratore di una delle più miopi e scellerate riforme che si siano prodotte da sempre. E tu ridi pagliaccio, vesti la giubba (della Polizia Penitenziaria) e la tua faccia infarina: tanto, la Giustizia può attendere anche se ormai  è in terapia intensiva.

  • In attesa di Giustizia: a che punto è la notte

    La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla ammissibilità dei referendum di iniziativa popolare: degli otto quesiti, tutti in materia di giustizia,  cinque sono stati ammessi e i tre che non hanno superato il vaglio sono relativi alla responsabilità civile dei magistrati, la liberalizzazione dell’uso delle droghe leggere e l’eutanasia.

    Al deposito delle motivazioni il ragionamento seguito sarà chiaro e, ovviamente, in linea con la struttura della nostra Costituzione che guida le decisioni della Corte…magari con un aiutino in termini di  interpretazione in determinati casi. E valga il vero: in un Paese con radicata tradizione cattolica le problematiche di fine vita sono ancora un tabù non meno che l’uso di cannabis e marijuana anche se sono in vendita, blandamente regolamentata, intrugli alcoolici di cui viene fatto largo uso e che per la salute sono altrettanto – se non ancora più – dannosi. Per non parlare della responsabilità dei magistrati.

    Se pure si terranno – in alternativa vi è un intervento legislativo-correttivo del Parlamento sulle materie oggetto di  referendum – le consultazioni popolari residue non sembra, tuttavia, che avranno la capacità di immutare significativamente il quadro anche perché, a seguire, sarà data nuovamente la parola alle Camere per gli “aggiustamenti” del caso: e qui, con un legislatore che definire sciatto ed approssimativo è ancora eufemistico, non c’è molto da sperare.

    Un segnale, tuttavia, c’è stato e non è da sottovalutare e riguarda – almeno apparentemente – il superamento da una parte dei cittadini di quella populistica affezione ai giudici vendicatori.

    Proprio nei giorni del trentennale di “Mani Pulite”, la coincidenza appare sintomatica.

    In effetti, grandi celebrazioni per questa ricorrenza non ve ne sono state: tra i protagonisti superstiti, in larga misura silenti o silenziati, ha fatto notizia Piercamillo Davigo perché è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla propalazione di verbali secretati della Procura di Milano ricevuti con modalità opache dal P.M. Storari il quale, nel medesimo processo, ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato e per il quale è già stata chiesta la condanna.

    Il popolo italiano questa volta non è sceso in strada a commemorare l’evento con deliranti striscioni (all’epoca, in più in voga, recavano scritto: “Di Pietro, Davigo, Borrelli, fateci sognare”): troppo in basso è precipitata la credibilità di quella magistratura che ha dato l’avvio alla notte della Repubblica; con micidiale tempismo – cui non sono estranee ragioni di marketing editoriale – sono usciti in sequenza il secondo libro a firma Sallusti/Palamara e “Giustizia ultimo atto: da Tangentopoli al crollo della magistratura” di Carlo Nordio.

    Qualcuno, poi, di tanto in tanto torna ad auspicare, come vera ed incidente riforma della Giustizia, il diritto dei cittadini stessi di giudicare il proprio concittadino dotandosi di giurie popolari di stampo anglosassone che – a loro volta – affondano le radici in quelle previste dal diritto romano e  che potevano decidere, ad esempio, sulle accuse di malversazioni dei governatori provinciali, entro il Comitium, con dei  processi comiziali; ma, Il trial by jury  (perdonate: il latino, purtroppo, sta diventando desueto) può essere davvero il  rimedio alla tirannide dei Giudici di professione?

    Francamente vi è da dubitarne: se qualche segnale di ripresa della coscienza civile si annota, troppo diffuso è ancora il populismo giustizialista anche in settori culturalmente evoluti della società. Provate a immaginare l’equilibrio una giuria popolare in cui, facilmente, confluirebbero abbonati de Il Fatto Quotidiano, elettori dell’indimenticato Fofò Bonafede Ministro senza portafoglio della ilarità fuor di luogo, adoratori del pensiero unico “alla Gratteri”. Tanto per citarne alcuni.

    Qualcosa, forse, si muove per le riforme ma bisognerà misurarne la qualità: per ora ci si può solo domandare a che punto è la notte.

  • In attesa di Giustizia: la guerra dei trent’anni

    C’è probabilmente chi il suo San Valentino lo festeggia il 17 febbraio. Penso a Marco Travaglio e Piercamillo Davigo: una cenetta intima per celebrare il trentennale di Mani Pulite nel giorno in cui – anno 1992 – fu arrestato Mario Chiesa. Una data perfetta per gli eterni innamorati delle manette mentre, combinazione vuole, il 14 febbraio è l’anniversario fondativo della Unione delle Camere Penali.

    Una ricorrenza che, viceversa e con quanto di continuo accade, può solo evocare lo sfacelo della nostra giustizia e la inarrestabile deriva delle garanzie dei cittadini di fronte alla pretesa punitiva dello Stato.

    E’ doveroso contrastare la corruzione ed il malaffare in generale e punirne i responsabili ma uno Stato di diritto non abdica ai suoi principi: le folle plaudenti davanti al Palazzo di Giustizia (?) di Milano, i capannelli animati da morbosa curiosità davanti alla porta carraia di San Vittore per vedere sfrecciare le volanti che portano in carcere il potente del giorno sono state le prime manifestazioni di populismo, che hanno contribuito a che si disperdesse il valore della separazione dei poteri ed il rispetto delle regole di giudizio, trasformando una Procura della Repubblica nella Repubblica della Procura.

    Cosa c’è da festeggiare? Gabriele Cagliari che si suicida infilando la testa in un sacchetto di plastica dopo essere stato rassicurato sul suo destino da un P.M. che, finito l’interrogatorio in carcere, è andato in ferie dimenticandosi di lui? Raul Gardini che prima si suicida e poi rimette la pistola sul comodino? E come loro altri che – se non la vita, ma in molti casi anche quella – hanno perduto libertà, onorabilità, lavoro, famiglia, perché c’era chi, investito da sacro furore inquisitorio e sobillato da un’opinione pubblica miope e pronta solo al lancio delle monetine, ha proclamato l’intenzione di “rivoltare l’Italia come un calzino” e chi ha spiegato che “non è vero che incarceriamo gli indagati per farli confessare ma è vero che li scarceriamo se confessano”.

    Ma cosa c’è da festeggiare se è vero come è vero che unici frutti maturati sono una  magistratura con un ego espanso sino a delegittimarsi e una politica debole e subalterna al potere giudiziario mentre la corruzione, tutt’altro che debellata, ha solo elevato le tariffe a fronte di un rischio aumentato?

    Il diritto penale, che dovrebbe avere una funzione meramente sussidiaria di controllo sociale, è diventato  strumento primario in luogo della prevenzione con un abbassamento progressivo delle garanzie come dimostrato da incessanti casi di cronaca caratterizzati anche dalla lentezza del sistema.

    Basta chiedere, per fare qualche esempio tra i più recenti (e in questa rubrica non mancano), a Fausta Bonino, infermiera di Livorno, arrestata nel 2016 con l’accusa di aver ucciso almeno dieci pazienti con massicce dosi di eparina, che nel 2109 era stata condannata all’ergastolo. Pochi giorni fa è stata assolta per non aver commesso il fatto: «Sono stati – ha detto – sei anni da incubo, con il peso dell’infamia». E il marito ha aggiunto: «Ci hanno distrutti sia emotivamente che economicamente».

    Chiedete a Flavio Briatore che tredici (!) anni fa si è visto abbordare lo yacht dai finanzieri spediti da un magistrato per una esibizione militare ridicola ma di sostanziosa efficacia mediatica. Con l’accusa di evasione fiscale, la barca è stata sequestrata e data in custodia. Poche settimane fa la Corte d’Appello ha assolto l’imprenditore perché il fatto non costituisce reato, ha annullato il sequestro e disposto la restituzione del natante. Peccato che questo, nel frattempo e commettendo un grossolano errore, fosse stato messo all’asta e venduto sottocosto. La “majesté de la loi”, come la definiva ironicamente Anatole France, era arrivata in ritardo.

    Accanto a queste altre decine di inchieste hanno deturpato la nostra storia giudiziaria e logorato vite umane: certo è che la storia è piena di errori giudiziari, perché la nostra imperfetta natura non ci ha programmati per giudicare il prossimo, visto che a malapena riusciamo a farlo con noi stessi. E del resto la nostra civiltà nella sua costituzione scientifica, filosofica e religiosa poggia su tre processi conclusi con sentenze inique: Galileo, Socrate e Gesù ne sono testimoni. Ciò che invece dobbiamo chiederci è se il nostro sistema faccia il possibile per ridurre questo rischio mortale. E la risposta è nettamente negativa.

    Ridurre al minimo i tempi dei procedimenti e limitare al massimo la carcerazione preventiva sarebbero un primo passaggio fondamentale: esattamente il contrario dell’insegnamento di Mani Pulite che ci hanno regalato  trent’anni di strisciante guerra civile.

  • In attesa di Giustizia: sezione doppio zero

    L’epilogo dell’ultimo film in cui Daniel Craig ha interpretato l’agente 007 ha lasciato sgomenti gli appassionati perché muore il leggendario personaggio dei romanzi di Ian Fleming.

    Tuttavia, come di consueto, in fondo ai titoli di coda è apparsa la scritta “James Bond ritornerà” e si è iniziato ad ipotizzare chi potrebbe indossarne i panni nella prossima puntata della saga: sarà un britannico per forza, una donna, di colore? La Produzione non si sbilancia, un po’- forse – per esigenze di marketing facendo crescere l’attesa, ma è verosimile che una rosa di nomi vi sia già.

    Grazie allo straordinario lavoro della redazione del Fatto Quotidiano – sempre siano lodati Peter Gomez e Marco Travaglio – abbiamo già una ghiotta anticipazione: non sarà britannico ma italiano, non sarà neppure un ex ufficiale di Marina Militare e come copertura del suo ruolo di agente del Military Intelligence Six con licenza di uccidere non avrà più la società fantasma Universal Export ma un elegante ufficio con la targa “Studio legale” sulla porta.

    Avete indovinato? Sarà un avvocato italiano, si dice “del Sud” ma nessuno deve sentirsi ingiustamente escluso nella fase che è ancora di casting.

    Ma come hanno fatto questi equilibrati e operosi giornalisti a scoprire tutto ciò? E’ presto detto: grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittima la norma che prevede la censura sulla corrispondenza tra gli avvocati e i detenuti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai mafiosi. Decisione ineccepibile che rileva come il diritto di difesa ricomprenda quello di comunicare in modo riservato tra difensori e assistiti.

    Al Fatto, però, la pensano in maniera diversa e scrivono: “geniale! così i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera”; evidentemente ne sanno di più dei Giudici della Consulta che hanno osservato che una tesi contraria rappresenterebbe una generale ed insostenibile presunzione di collusione tra il patrocinatore e l’imputato.

    Bene ma non benissimo: una vera e propria licenza di uccidere sarebbe stata rilasciata, in questo modo, dal massimo organo giurisdizionale della Repubblica agli avvocati ed ai loro clienti.

    L’insinuazione è infamante ed alimenta indiscriminatamente discredito: la Presidente del Consiglio Nazionale Forense se ne è lamentata in nome di tutta la categoria con una lettera al Direttore, ricordando – tra le altre cose – la funzione essenziale del difensore nel processo.

    La risposta, dai toni garbati e i contenuti di elevato spessore argomentativo esordisce con “Poco gentile Presidente” e prosegue considerando che l’invettiva non era certamente rivolta a tutti gli avvocati ma che “molte mele marce ci sono anche fra gli avvocati”, cosa ben nota a chi si intende di criminalità organizzata. Conclude dicendo che continuerà a scrivere ciò che pensa senza chiedere il permesso a nessuno, definisce “comiche diffide” quelle ricevute e invita la Presidente a lamentarsi, piuttosto, con Mario Draghi che imponendo l’obbligo di green pass per accedere nei tribunali ha leso, lui sì, il diritto di difesa.

    Finita la lettura di questo sproloquio si avverte proprio l’esigenza di un agente della sezione Doppio Zero: inteso il richiamo a quella che – un tempo – era la sigla che indicava i “locali di decenza” (oggi meglio noti come toilette) per rivolgere a Travaglio più che una diffida un perentorio invito: “Ma vai a ******”.  E i lettori mi perdoneranno la licenza poetica.

  • In attesa di Giustizia: niente di nuovo sul fronte occidentale

    Le settimane passano, progetti di riforma e disegni di legge si susseguono ma nonostante i buoni propositi,  il settore della Giustizia non sembra risentirne in meglio.

    Siano sufficienti, come al solito, un paio di esempi scelti  tra gli ultimi che si potrebbero fare.

    Accade innanzitutto – o, forse, sarebbe meglio dire “accadde qualche tempo fa” – a Potenza, in un processo per omicidio ed altri gravi reati, che prima ancora di prendere la parola il difensore si sentisse raccomandare dal Presidente della Corte di Assise di Appello  di non superare la mezz’ora per illustrare le sue ragioni.

    Ebbene: la legge prevede che il Presidente diriga la discussione, impedisca ogni divagazione, ripetizione o interruzione ed è prevista a pena di nullità l’osservanza delle disposizioni concernenti l’intervento dell’imputato ed il diritto di difesa.

    L’ammonimento, però, in questo caso è stato preventivo e viene, allora, da domandarsi: quale divagazione o quale ripetizione può esservi stata se il difensore non ha neppure aperto bocca? Per non parlare delle interruzioni: queste sì vi sono state ma da parte del Giudice che ad un certo punto ha fatto rilevare che si era già sforato il termine di oltre cinque minuti, anzi quasi dieci e, fatto partire il cronometro, ha intimato di arrivare alle conclusioni in sessanta secondi.

    Sentenza poi confermata, ed impugnata con ricorso per Cassazione eccependo – tra gli altri motivi – anche  la violazione del diritto di difesa per l’arbitraria limitazione temporale del suo esercizio. Risultato: rigetto del ricorso ed anche di ciò non vi è da stupirsi se i lettori ricordano quanto trattato su queste colonne poche settimane fa circa il funzionamento della Corte. Siamo ai giorni nostri: è stata da poco depositata la motivazione e l’avvocato zittito sta passando la parola alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Nel frattempo, proprio la Suprema Corte di Cassazione, garante ultimo del rispetto delle regole processuali e della interpretazione della legge, è stata “decapitata” dal Consiglio di Stato che ha annullato le nomine del Primo Presidente e del Presidente Aggiunto perché il C.S.M. non aveva rispettato parametri di valutazione dei candidati previsti da sue stesse circolari interne; per addivenire a questa decisione ci sono voluti un paio d’anni durante i quali abbiamo avuto ai vertici della Magistratura due giudici che probabilmente sono ottime persone ma non avevano i titoli per occupare quei posti.

    Ci sarebbero anche altre questioncelle: da quelle legate allo stipendio di circa 8.000€ netti al mese percepito per un ruolo che non poteva essere ricoperto, alla necessità di ricominciare le procedure di valutazione da parte del Consiglio Superiore lasciando – nel frattempo – la Cassazione senza vertici.  Tanto per non farsi mancare nulla, proprio il relatore ed estensore della sentenza era stato promosso alle funzioni di Giudice del Consiglio di Stato da una commissione di cui faceva parte il magistrato oggi vincitore del ricorso. Anche se non obbligatoria, la scelta di astenersi sarebbe stata più prudente e di buon gusto.

    Intanto, tra due settimane si inaugurerà l’Anno Giudiziario e siccome è il Primo Presidente della Cassazione a tenere il discorso di apertura, chi andrà al suo posto? Qualcuno che non lo è: un Facente Funzioni o un Presidente delegittimato? E questo in fin dei conti è il minore del problemi; viene, piuttosto, da chiedersi   cosa ci aspetta nel 2022: sarà due volte Natale e festa tutto l’anno come cantava Lucio Dalla?

    Difficile a credersi se questi sono gli auspici dei primi di gennaio e piuttosto che a Lucio Dalla sembra più ragionevole richiamarsi a Remarque: nulla di nuovo sul fronte occidentale con l’aggravante della pandemia.   L’attesa di Giustizia è destinata a durare ancora a lungo.

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