Processo

  • In attesa di Giustizia: non guardate nell’abisso

    Qualcuno ricorderà la vicenda di Martina Rossi, studentessa genovese ritrovata morta dopo essere precipitata dalla camera dell’hotel di Palma di Maiorca ove stava trascorrendo un periodo di vacanza e che – secondo l’accusa – stava cercando di sfuggire ad un tentativo di stupro raggiungendo un terrazzo adiacente.

    Il fatto è di nove anni fa e poteva essere comprensibile non serbarne memoria, se non fosse che – con i tempi della nostra giustizia – si è celebrato un paio di settimane fa il giudizio di appello per i due imputati richiamando l’attenzione sulla cronaca giudiziaria con una vicenda obiettivamente grave ed un processo delicato, senza contare la penuria di notizie in questo settore in periodi di covid – 19 e sostanziale chiusura dei Tribunali.

    Infatti, sin dalle prime ore del mattino e sebbene in ruolo ci fossero altri giudizi da trattare, nell’aula destinata e nella area antistante si andava allestendo una selva di microfoni e telecamere che avrebbe accompagnato il processo, con buona pace del divieto di assembramento…per non parlare delle condizioni in cui rischiava di versare l’indipendenza del Giudice: al sicuro quanto l’aplomb di un ultras quando l’arbitro fischia un rigore al novantesimo contro la sua squadra del cuore.

    L’attesa era, ovviamente, per una conferma della sentenza di condanna: la morte tragica di una giovane impone che ci sia un colpevole, anche un colpevole purchessia perché questo è il Paese dove – secondo la linea di pensiero propugnata da Piercamillo Davigo – innocenti non ve ne sono ma solo malvissuti che riescono a farla franca.

    Non era difficile prevedere che se la Corte avesse pronunciato una sentenza di proscioglimento si sarebbe scatenato l’inferno. E così è stato, nonostante le pressioni mediatiche e della folla in fermento: assoluzione.

    Occasione ghiottissima per dare sfogo a reti unificate alla solita sceneggiata giustizialista in cui si strumentalizza la sofferenza delle vittime e dei loro parenti per sostenere che le tesi dell’accusa sono verità rivelate e che i processi e le sentenze sono, nel migliore dei casi, inutili orpelli pretesi da quei complici occulti degli imputati che sono i loro difensori.

    Sulla notizia si è anche avventata una trasmissione che fa audience proprio con i dolori altrui: e quando tutto questo va in onda sul Servizio Pubblico, senza che vi sia una conoscenza puntuale degli atti ed in mancanza di una motivazione della sentenza è, tutto sommato, un’aggravante.

    Nell’attesa dei cittadini, quelli in nome dei quali viene amministrata la giustizia per dettato costituzionale, non c’è, evidentemente, un argomento razionale che spieghi per quale ragione questa sentenza, come mille altre in precedenza, sarebbe stata giusta solo se avesse condannato qualcuno.

    Il nostro sembra essere diventato l’unico paese al mondo nel quale ogni assoluzione è vissuta come una sconfitta della Giustizia, una infamia intollerabile. Non si conosce il processo bensì solo una decisione ancora priva di argomenti a sostegno ma se non si getta in pasto alla pubblica opinione una condanna e, quel che più conta, un condannato l’armageddon manettaro si mette in moto inesorabile. D’altronde e non a caso, Davigo una poltrona nei salotti televisivi la trova sempre, e di rado con dei contraddittori, nella incessante semina del pensiero unico forcaiolo.

    E’ notizia di questi giorni che sono stati arrestati alcuni “indignati speciali” che si aggiravano armati di coltello nei pressi delle abitazioni dei due imputati assolti con intendimenti più che chiari.

    Forse è inutile aspettare Giustizia, se questo è l’abisso di inciviltà giuridica in cui siamo precipitati ed al quale sarebbe meglio non guardare perché, poi, l’abisso guarderà dentro di noi.

    Manuel Sarno

     

     

  • In attesa di Giustizia: ma quale cabina di regia? Ma mi faccia il piacere!

    Ci siamo: riprende con normalità – o quasi, o forse no – la funzione giurisdizionale che è sostanzialmente ferma da mesi con immaginabili ripercussioni di cui abbiamo già trattato in precedenza.

    Il Guardasigilli ha preannunciato la costituzione di un team di esperti che guiderà la Giustizia, organizzando il lavoro dei tribunali in sicurezza, verso nuovi traguardi di efficienza e garanzie che consentiranno di recuperare il tempo perduto durante la fase più critica dell’emergenza epidemiologica ed, anzi, condurre verso un radioso futuro cui guardare con ritrovato ottimismo.

    Per il momento, una cosiddetta “cabina di regia nazionale per la gestione dell’attività giudiziaria durante la fase 2 dell’emergenza da Covid-19” istituita il 22 maggio ha prodotto – sempre che sia stata almeno in parte opera sua: la circostanza non è chiara – una circolare sulla ripresa a pieno regime dal 1° luglio il cui contenuto si può così sintetizzare. “la supercazzola brematurata con scappellamento a destra, per due, come fosse antani e tarapiotapioco”. E si badi: riapertura trionfalmente annunciata a ridosso delle ferie giudiziarie già calendarizzate con ammirevole solerzia dal Consiglio Superiore della Magistratura.

    Cabine di regia, trusts di cervelli al lavoro, risorse umane, economiche e nuove tecnologie promesse senza risparmio…ma arriveranno risultati concreti o dovremo accontentarci di documenti programmatici di contenuto commisto tra la opacità e il banale?

    L’esperienza appena trascorsa non fa ben sperare e se ne è scritto in proposito più volte: la Giustizia non è stato ritenuto un servizi essenziale se è vero come è vero che l’attività giudiziaria  è stata ridotta al minimo assoluto, in assenza di linee guida dal vertice dell’Amministrazione che non fosse un’indicazione di massima di chiusura e lasciando ai Capi dei singoli Uffici le scelte sul territorio, in ragione della diffusione del contagio: così stimolando una babele di determinazioni anche a livello di singolo circondario o distretto e – di fatto – cessando, salvo marginali eccezioni ogni attività.

    Era una promessa fatta dallo scorso numero de Il Patto Sociale: indicare quali attività si sarebbero potute organizzare nei Tribunali senza venir meno ai presidi di sicurezza, partendo dal presupposto che ci sono punti vendita del Conad più piccoli di molte aule di giustizia dove ingressi, igiene, distanziamento fisico, sono stati gestiti senza difficoltà. E dove non ci sono i Carabinieri o guardie giurate a controllare all’entrata.

    Era sufficiente prevedere uno sfoltimento dei ruoli di udienza – con una previsione di orario non complicata – e notifiche via pec, indicando per la celebrazione solo quei processi nei quali era stato previsto un patteggiamento sulla pena, una remissione di querela per conseguenza di riparazione del danno, la semplice lettura del dispositivo di sentenza. E, poi, ancora: udienze di opposizione ad archiviazione, qualche giudizio abbreviato di modesta portata per tipologia di imputazioni e numero degli imputati. Sarebbe stato, invece, più complicato celebrare udienze di assunzione prove tranne quelle, e non sono poche, in cui le parti (P.M. e difensore) condividono che possa essere acquisito dal Giudice il fascicolo con gli atti di indagine senza sentire testimoni. E tutto questo solo per fare alcuni esempi e solo nel settore penale.

    Molte udienze di rapida celebrazione e molte altre oltre a quelle suggerite, utili anche a concludere un processo, si sarebbero potute celebrare per la facilità di stabilire orari e durata e – di conseguenza – gli accessi in aula. Migliaia di giudizi inutilmente lasciati in sospeso non sarebbero andati ad accrescere un arretrato di dimensioni già sgomentevoli, anzi, lo si sarebbe potuto aggredire.

    Cabina di regia o iniziativa di chissà quale massimo esperto, si è invece pensato ad un’altra geniale soluzione per contrastare l’epidemia nei Palazzi di Giustizia: con i magistrati per altri versi disoccupati  sono stati sospesi i termini per il deposito delle motivazioni delle sentenze, una delle attività che generalmente svolgono proprio a casa.

    Non c’è bisogno di demandarla ai posteri: a voi ogni valutazione in attesa che la Giustizia torni ad essere – se mai lo sarà – una cosa seria in questo sventurato Paese.

  • In attesa di giustizia: falsa ripartenza

    Nei giorni scorsi si è riunito per la prima volta il tavolo di lavoro convocato dal Ministro della Giustizia il cui compito è studiare le migliori modalità di ripresa dell’attività giudiziaria nella seconda fase dell’emergenza sanitaria ma anche su un progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura.

    Con il lock down ormai alle spalle l’attività nei Tribunali sarebbe dovuta riprendere, in particolare la celebrazione delle udienze, ma tutto ciò si è verificato solo in misura minima.

    Ferma restando la disomogeneità sul territorio delle linee guida alla riapertura dei palazzi di giustizia (di cui abbiamo già trattato), sono molti i problemi che continuano a frapporsi al ritorno ad un regime normale di funzionamento che – quando tutto va bene – è a tre cilindri: è tutt’ora necessario chiedere appuntamenti  via mail, non sempre riscontrate, per poter accedere alle cancellerie e alle segreterie – aperte con orario e personale ridotto – e l’attività di udienza non supera il 15 – 20% dei ruoli.

    Lo stallo deriva per larga misura dal collocamento in smart working della maggior parte del personale amministrativo che, peraltro, da casa non può accedere né ai fascicoli né ai registri essendo precluso l’accesso all’intranet ministeriale per motivi di sicurezza. Più che di smart working si dovrebbe parlare di no working  o ferie retribuite…ma dirlo pubblicamente non è politicamente corretto e delude i fautori dell’“andrà tutto bene”; si aggiunga che i sindacati dei funzionari amministrativi fanno resistenza ad un ritorno alla normalità lamentando pericoli persistenti per la salute connessi al ritorno sul posto di lavoro “fisico” e accusano la lobby degli avvocati di fare pressioni in senso contrario a tutela dei propri interessi economici.

    Certo gli avvocati, in assenza di uno stipendio fisso ma con costi, invece, costanti vorrebbero tornare a lavorare, ma non hanno obiettato nulla nei momenti di maggiore criticità e migliaia di loro negli ultimi cento giorni si sono dovuti accontentare (chi è riuscito ad ottenerla) della elemosina da 600€.

    I problemi, tuttavia, sono ben altri e tutte le rappresentanze dell’Avvocatura li hanno evidenziati durante la consultazione dal Ministro della Giustizia, sottolineando come l’attuale contesto con la leva del motore della giustizia su “avanti adagio” sia privo di giustificazione, viste le modalità generali della ripresa delle attività nel Paese e la concreta situazione epidemiologica. L’organizzazione giudiziaria è un servizio pubblico e il suo sostanziale fermo si risolve in una negazione dei diritti ai cittadini. La babele dei tanti provvedimenti dei capi degli Uffici – ed a cascata dei singoli giudici – si è rivelata una risposta inadeguata al ripristino della funzione.

    Curiosamente, a questo tavolo di lavoro non hanno partecipato rappresentanti della Associazione Nazionale Magistrati che, forse, avrebbero potuto collegarsi da remoto (soluzione che piace tanto alla magistratura associata) almeno durante l’ora d’aria.

    L’Unione delle Camere Penali ha sollecitato un intervento diretto da parte del Governo per consentire – mentre già incombono le ferie giudiziarie –  in tempi rapidi il ritorno alla normalità sia pure nel rispetto delle regole sanitarie che valgono per tutti, con l’ulteriore previsione della possibilità di tenere udienze ovunque anche nel pomeriggio, recuperando se del caso la giornata del sabato e financo  il periodo ordinariamente coperto dalla sospensione feriale: misure necessarie per aggredire da subito l’enorme arretrato, acuito dalla chiusura. Il Ministro si è riservato di adottare l’iniziativa politica dopo avere ascoltato ragioni, critiche  e suggerimenti. Vedremo che ne sarà, certo è che l’attesa di Giustizia sta allungando i tempi e di molto meglio per gestire l’emergenza si sarebbe potuto fare già durante il lock down. Ne riparleremo.

  • In attesa di Giustizia: scampato pericolo

    Ce l’ha fatta, scampato pericolo come previsto: il peggiore Guardasigilli della storia repubblicana, repubblichina, monarchica, pre – unitaria, forse dai tempi delle Signorie e dei Comuni, si è visto confermare la fiducia nonostante le perplessità precedenti al voto manifestate da Italia Viva. Perplessità che non avevano illuso nessuno tra coloro che non avrebbero dubbi se comperare o meno un’auto usata da Renzi.

    La domanda potrebbe, a questo punto, essere una sola: cosa sia stato negoziato in cambio. Ma non andiamo oltre, quelle vigenti sono regole da basso impero, altro che seconda o terza Repubblica. Andare più oltre, tra l’altro, esporrebbe eccessivamente al rischio di una querela…ammesso che Bonafede sappia cosa sia (cit. fonte mantenuta anonima ma attendibile).

    Il Ministro della Giustizia, peraltro, nel suo intervento si è detto disponibile a monitorare (non rivedere…) l’istituto della prescrizione così come modificato, che è frutto di infinite polemiche anche all’interno della maggioranza di Governo.

    Insomma, un contentino che non accontenta nessuno neppure per la complementare promessa di costituire una Commissione Ministeriale, appunto di “monitoraggio” degli effetti delle nuove regole sulle sorti del processo penale.

    Tra l’altro, non è una novità, ne aveva già fatto cenno mesi addietro, ma si tratta di un’idea quantomeno balzana perché mettere sotto osservazione il funzionamento della prescrizione modificata, per ragioni spiegate più volte anche su queste colonne, equivale a rinviare a tempi indefiniti e del tutto ipotetici tanto i risultati dello studio quanto gli eventuali interventi correttivi.

    E mentre si conferma, di fatto, il “fine processo mai” nulla più è dato sapere dei propositi (buoni o criticabili che siano, più probabile la seconda ipotesi) di riformare il processo penale riducendone i tempi, magari con un DPCM, tanto in voga di questi tempi.

    Aspettiamo, allora, che venga insediata – se mai lo sarà – questa Commissione di Monitoraggio, proposta sostenuta da Italia Viva, ed i cui lavori portino ad una rivisitazione critica della attuale politica giudiziaria sostenuta da via Arenula, a cominciare dalla riforma della prescrizione.

    Vi è anche una certa confusione sugli scopi di questa Commissione se si riguarda ciò che sarebbe nelle aspettative di taluni esponenti del PD e le parole del Ministro: forse quella che parrebbe negoziata sul voto di fiducia non ha nulla a che fare, con quella di “monitoraggio” della quale parla Bonafede, e del resto siamo di fronte ad un’ennesima, inascoltabile ed inguardabile sceneggiata sulla scena politica.

    Quello che potrebbe servire davvero è un gruppo di studio che lavori seriamente alle riforme del sistema giudiziario: possibilmente con i componenti che siano scelti tra giuristi di chiara fama e che non ascrivano tra i titoli di selezione l’essere parenti (oggi si dice prossimi congiunti), amanti (rectius affetti stabili) di qualcuno, trombati alle elezioni, collettori di voti o personaggi in cerca di autore con il patronaggio di qualche influente amico.

    Serve qualcuno che voglia rimboccarsi le maniche e sappia come farlo, per aprire un nuovo percorso: ma i monitoraggi dei disastri  lasciano il tempo.

    Noi, con fiducia (la nostra) al lumicino, restiamo in attesa di Giustizia e, forse, orgogliosamente di querele.

  • In attesa di Giustizia: indietro tutta

    E’ possibile che i lettori di questa rubrica, questa settimana, si aspettassero una nota a commento della liberazione di Silvia Romano: nient’affatto. E’ una vicenda nella quale l’unico interesse che varrebbe la pena approfondire è quello se vi sia stato o meno il pagamento di un riscatto per poi distillarne un giudizio sull’azione politica di governo e la correttezza della informazione (in questo come in simili casi) non certo per polemizzare sulla sottrazione ad altri capitoli di bilancio di risorse destinabili a più nobili scopi, trattandosi – eventualmente – di fondi riservati dei Servizi.

    La risposta al quesito è – comunque – molto semplice: basta dare un’occhiata ad una qualsiasi immagine di gruppo che immortala i militanti di Al-Shabaab e ci si rende subito conto che è fuori da ogni logica ipotizzare una liberazione che non sia stata preceduta da una battaglia campale ed è altrettanto opinabile che sia avvenuta in esito ad un amabile confronto  tra negoziatori. Tutto il resto, conversione, legami con i sequestratori, motivazioni per il volontariato in Africa non sono fatti nostri ma questioni private di Silvia Romano sulle quali non vale la pena addentrarsi rischiando, oltretutto, di sconfinare nel gossip: e questo su Il Patto Sociale non avviene.

    Magari due righe si potevano dedicare alla mozione di sfiducia al Ministro della Giustizia che andrà in Aula questa settimana ma potrà essere più utile trattarne dopo e non prima del voto. Viceversa del Guardasigilli, che chi scrive non vorrebbe nemmeno come amministratore di condominio, può essere valutata l’azione di governo nel periodo di emergenza sanitaria.

    La prima conclusione che può trarsi dal blocco pressoché totale dell’attività giudiziaria su tutto il territorio è che la Giustizia non è stata considerata un servizio essenziale; che ciò dipenda da mancanza di volontà, di risorse o da entrambe – come è più probabile – non è certamente una giustificazione ma neppure una spiegazione accettabile: meno che mai ora che, ad una settimana dall’avvio della cosiddetta Fase 2 la situazione nei tribunali è sostanzialmente immutata ed i tribunali sono nel caos. Basti dire che circa il 90% dei processi penali è stato rinviato, in molti casi già al 2021.

    Il 12 maggio resterà, dunque, come una data del tutto teorica di fine lockdown per la Giustizia rivelandosi, piuttosto, come il capodanno da non festeggiare di una Caporetto prossima ventura frutto di ulteriore crescita dell’arretrato e della mancanza di adeguati strumenti deflattivi.

    Le 131 Camere Penali territoriali hanno avviato un monitoraggio nelle rispettive Sedi (il Ministero dov’è? Non competeva, forse, ad uno dei suoi dipartimenti occuparsene?) posto che, dalle prime battute, si registra una tendenza a non ripartire, almeno con gradualità, in larga misura ingiustificata.

    Uno dei problemi principali cui si lega la criticità attuale sembra doversi rinvenire nella mancanza di linee di indirizzo omogenee, avendo il Governo scaricato sui Capi dei singoli Uffici l’elaborazione dei programmi organizzativi di ripresa. Capi degli Uffici che, sovente, nemmeno si parlano tra di loro – anche a livello locale – cosicché laddove ve ne sia più di uno, come a Milano (Corte d’Appello, Procura Generale, Tribunale di Sorveglianza, Tribunale Ordinario, Procura della Repubblica, Tribunale dei Minorenni, Procura della Repubblica per i Minorenni, T.A.R. e – perché no – Giudice di Pace) la babilonia è assicurata.

    Ne derivano, di conseguenza, problemi concreti  per comprendere il da farsi e come organizzarsi gli impegni anche all’interno di una stessa realtà. A tacere del fatto che se – poniamo, per esempio – un avvocato di Varese ha (teoricamente) prevista un’udienza a Busto Arsizio non è scontato che gli siano noti i protocolli  attuali ed attuati in un circondario di Tribunale confinante con il suo. Quindi non sa se la sua udienza si farà oppure no; ancora meno probabile è che qualcuno gli risponda al telefono per fornire indicazioni, le mail con il preavviso di rinvio arrivano, se arrivano, il più delle volte è a ridosso dell’incombente. L’ingresso nei palazzi di giustizia, peraltro, è precluso se non si dimostra l’assoluta necessità ed urgenza: ma come si fa a dimostrare che non si è stati avvisati o aggiornati su qualcosa? Allora bisogna affidarsi al consiglio e le indicazioni di qualche collega del posto oppure confidare che su qualche sito internet si trovino informazioni ed augurarsi che siano attendibili. Figurarsi come può regolare la propria agenda un testimone o un perito…

    Ovviamente nessuno sa nulla circa la dotazione di mascherine, guanti, sanificazione degli ambienti e lo smart working non è di fatto attuabile perché ai cancellieri è vietato accedere alla rete intranet da casa.

    E abbiamo trattato solo del settore penale: nel civile, con alcuni milioni di cause pendenti, le cose non vanno assolutamente meglio. Forse una schiarita si avrà in seguito alla convocazione, seguente ad uno stimolo della Unione delle Camere Penali, dei Presidenti dei Distretti di Corte d’Appello al CSM. Dal Ministero, invece, nessuna reazione.

    Così è se vi pare, questo è il meraviglioso mondo di un servizio considerato, evidentemente, di essenzialità inferiore a quella della rivendita di fiori recisi, con tutto il rispetto per i fiorai, e quando si parla di attesa di Giustizia la parola d’ordine sembra essere sempre la stessa: macchine indietro tutta!

  • In attesa di Giustizia: libertà di insulto

    I pazienti lettori di questa rubrica, forse, si aspettavano una nota dedicata al contenuto delle ultime intercettazioni emerse nell’affaire “Palamara” da cui si ricavano inquietanti – sebbene non inaspettati – retroscena alla nomina del Procuratore Capo di Roma: ma, ormai, è acqua (quasi) passata, lasciamo stare nell’ossequio di quel detto popolare secondo il quale una certa sostanza organica più la si rimesta e più puzza. O, più probabilmente, si sarà immaginato un commento a margine del feroce scontro in atto tra il cosiddetto Guardasigilli e il Magistrato Di Matteo – ora al CSM – a proposito di altri poco edificanti retroscena alla nomina a dirigente in importanti Dipartimenti del Ministero della Giustizia: uno dei due con certezza mente (perché è impossibile che due antagonisti, dialetticamente agli antipodi uno dell’altro, dicano entrambi la verità), magari mentono entrambi ed il riserbo in argomenti delicatissimi sembra essere un optional; così i contorni della vicenda rimangono opachi, racchiusi tra atti di indagine resi noti parzialmente, mere ipotesi e suggestioni; il tutto “a scoppio ritardato”, due anni dopo i fatti…chissà perché? Trascuriamo anche questo tema: troppo nebuloso il contesto.

    Questa settimana, invece, l’argomento è strettamente allineato alla denominazione della rubrica: si parla di una Giustizia la cui attesa non si è fatta attendere ed il messaggio è che – dunque – volendo si può. Sembrerebbe una buona cosa…

    Accade a Caltanissetta, Sede competente per i reati di cui risultano vittime o accusati i Magistrati di Palermo, e tutto molto ma molto velocemente: notizia di reato di novembre e, ad oggi (in tempi, oltretutto di lock down rigoroso anche per gli Uffici Giudiziari) non solo si sono già concluse le indagini, ma abbiamo già una richiesta di archiviazione.

    Questi i fatti: siamo a Palermo, come detto, uffici della Procura Distrettuale Antimafia – forse la più blindata d’Italia – e un uomo tenta di accedervi senza qualificarsi in alcun modo. Un sottufficiale dei Carabinieri del Servizio Scorte chiede allora, ad una persona a lui sconosciuta, i documenti ottenendo un implicito rifiuto da colui che avrebbe potuto essere chiunque. Il soggetto, infatti, volta le spalle al militare e tira dritto, provocando la reiterazione della domanda. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, rispondere “ma va affa…”  e proseguire oltre in una zona delimitata e presidiata non è proprio in linea con il galateo, certamente lo è con il codice penale che prevede il reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale.

    Il fatto è avvenuto in presenza di altri Carabinieri, tutti in divisa e tutti in servizio, in un territorio dove la mafia fa brillare le autostrade, a rischiare la vita per tutelare quella degli altri: anche del Pubblico Ministero che si è rifiutato di mostrare un documento. Si trattava, infatti, di uno dei Sostituti Procuratori: si è difeso ammettendo i fatti e lamentando, stizzito, la circostanza di non essere stato riconosciuto e – pertanto – ha sostenuto di essere lui vittima di un atto arbitrario cui si è  giustamente ribellato.

    Per i Colleghi di Caltanissetta va bene così: il sottufficiale avrebbe dovuto capire chi aveva di fronte anche se non lo conosceva, il “vaffa” se lo è andato a cercare. E da ora in avanti l’Arma dovrà istituire corsi di arte divinatoria per impedire che si ripetano episodi di lesa maestà.

    Esemplare, tornando alle considerazioni iniziali,  la velocità con cui il procedimento è stato trattato e per di più da un Ufficio situato in un territorio ad alta densità criminale, oberato dai fascicoli, dalle necessarie priorità da  offrire ai processi con detenuti, a quelli per reati gravi, per fatti di criminalità organizzata.

    Ma anche il prestigio di un Magistrato costituisce una priorità non trascurabile: con un carico pendente potrebbe persino subire dei rallentamenti nell’avanzamento di carriera, una condanna potrebbe essere fatale in un successivo disciplinare e lo stipendio ne risentirebbe. Per fortuna la Giustizia non sempre ha tempi biblici, magari è un po’ ad assetto variabile ma prendiamo quello che c’è di positivo (se c’è…) da questa vicenda in attesa che sia il Giudice delle Indagini Preliminari a valutare la richiesta di archiviazione. Intanto, a voi i commenti.

  • In attesa di Giustizia: attesa fatale

    Poco prima di Pasqua è mancato il Maresciallo Orazio Castro, divorato da una lunga ed inesorabile malattia; chi era Orazio Castro, cui solo qualche testata ha dedicato un ricordo?

    Un servitore dello Stato, di lui il Colonnello De Caprio, alias capitano Ultimo ha scritto: “in silenzio muore il Maresciallo Orazio Castro, comandante della stazione dei Carabinieri di Aci Sant’Antonio. Festeggiano le jene sui cadaveri dei leoni uccisi pensando di avere vinto ma le jene rimangono jene e i leoni, leoni. Lui combatte, lui vive”.

    Per quasi tre lustri questo militare pluridecorato è stato perseguitato dalla giustizia: un uomo che – ricoprendo anche incarichi di rilievo nella DIA – si è speso per l’intera vita a difendere ideali di giustizia e per contrastare la mafia, proprio lui è stato imputato in un processo per associazione mafiosa,  bersagliato dalle accuse provenienti  da cosiddetti collaboratori di giustizia.

    Collaboratori di giustizia che, non di rado, per acquisire maggior credito e meriti agli occhi degli inquirenti non esitano a coinvolgere personaggi di spicco sebbene estranei al lor milieu criminale. Oppure, più semplicemente, regolano conti in sospeso con avversari a quali non possono più opporsi con una raffica di Kalashnikov.

    Collaboratori di giustizia da cui le Procure dipendono e di cui tendono a tutelare all’estremo la credibilità: se ritenuti inattendibili riguardo ad un accusato “eccellente”, il rischio è che l’ombra della calunnia  comprometta l’impianto accusatorio di un intera indagine.

    E così contro la assoluzione, giunta già in primo grado, di Orazio Castro è stato fatto appello dal P.M. e avverso la sentenza della Corte che confermava quel proscioglimento la Procura Generale ha fatto ricorso per Cassazione incappando in una pronuncia di inammissibilità; che, tradotta,  equivale a dire impugnazione campata per aria.

    La giustizia ha trionfato, si dirà: considerazione corretta se non fossero stati necessari tredici anni per arrivare alla parola fine, se non ci si fosse dovuti confrontare con l’ottusa insistenza dei Pubblici Ministeri e della loro rarefatta equidistanza dalle parole di malfattori asseritamente pentiti.

    Tredici anni di sofferenze che hanno minato il fisico di un militare che nella vita non ha avuto paura di nulla ma ferito a morte dagli attacchi alla sua moralità, come uomo e Carabiniere.

    Ha vinto le sue battaglie, Orazio Castro: anche la prima con un cuore malridotto dalle angosce indotte dalla esperienza giudiziaria, ma una attesa di giustizia infinita ha avuto la meglio su di lui. E una giustizia troppo lenta non è giustizia. Nel dolore e nello sconcerto per come questa vicenda umana e processuale si è sviluppata,  resta una sola consolazione: l’immagine che ricorderemo è quella di un valoroso e di un martire. Di attesa di giustizia si muore;  l’insegnamento è inequivocabile e da Enzo Tortora in avanti gli esempi sono molti, e quasi tutti  sono meno conosciuti.

    Come scriveva Checov: l’onore non può essere tolto da nessuno, si può solo perdere. Con  Orazio Castro ci hanno provato, ma il suo onore lo ha conservato pagandone con la vita il prezzo a quello Stato ed a quelle Istituzioni che non ha mai smesso di servire e rispettare anche quando ne è stato abbandonato.

  • In attesa di Giustizia: mi alzo in piedi

    L’emergenza  sanitaria ha avuto riflessi  di grande impatto sull’amministrazione della giustizia: gran parte delle attività sono in stallo, udienze rinviate  tranne quelle indifferibili per il necessario rispetto a termini di decadenza. Si sono visti i primi processi a distanza, in video conferenza: a questo strumento, forse indispensabile allo stato ma pieno di controindicazioni (a partire dalla efficienza e continuità del segnale mentre si è in collegamento, dalla qualità audio, dalla impossibilità di produrre documenti in tempo reale), sta già guardando con interesse Piercamillo Davigo che intende suggerire di rendere ordinaria la modalità per ora eccezionale. Certo, un processo così è ciò che di più simile si possa avere a un “non processo”, sicuramente allineato al pensiero manettaro del noto magistrato. Il processo penale è una cosa molto seria in cui sono in gioco valori e interessi primari di imputati e persone offese e deve avere la sua ritualità, perché la forma molto spesso è sostanza ed anche spirito, come si può ricavare dalle parole – che ripropongo volentieri – di una Collega di Matera, l’Avvocata Shara Zolla.

    “E poi mi alzo in piedi… quel fatidico momento in cui sei chiamato a difendere. E si difende alzandosi in piedi per rispetto a chi siede al nostro fianco, “garante della lealtà dello Stato, all’ultimo gradino della scala sociale”, l’indifendibile. E mi alzo per rispetto a chi ascolta ed è di fronte a me. E mi alzo per chi è dietro di me perché sappia che non sono lì per chiacchierare. Sin dal primo giorno in cui sono entrata in aula ho guardato con occhi da innamorata chi, con indosso la veste nera, la nostra amata toga, aveva quel coraggio di alzarsi e parlare di fronte a tutti, per spiegare i perché di un qualcosa che per tutti era solo da condannare. Indelebile è quel brivido che scorreva le prime volte sulla pelle quando, terrorizzata, con voce tremula o insicura, inebriata dalla consapevolezza di avere nelle mani la vita di quella persona che mi sedeva a fianco, mi alzavo e raccontavo, e spiegavo cosa non poteva essere condiviso di fronte alle richieste di una punizione, di una condanna che vivevo e sentivo come ingiusta. Non ho mai avuto bisogno del microfono perché, una volta in piedi, la voce trovava il suo spazio e, col passare del tempo, è diventato un arduo esercizio trattenerla. Dal 5 marzo non varco le porte del Tribunale e non entro in Aula. La mia toga è in Tribunale nell’armadietto 204 nei pressi dell’Aula Pagano. Mi sembra di averla abbandonata lì, sola, in isolamento da quarantena anch’essa. E’ una parte di me che ho abbandonato al buio! Ed è rimasta al buio la nostra anima di difensori. E se non la indosso, e se non mi alzo in piedi, vuol dire che in questo momento non difendo i diritti di quel cittadino e del mio Stato di fronte i quali ho giurato di esercitare la mia funzione, essere Avvocato. Mi chiameranno nei prossimi mesi a presenziare all’udienza in difesa di “nessuno”, e l’aula sarà un luogo inumano nel suo essere ormai una stanza virtuale. E non avrò nessuno alle mie spalle. E non avrò nessuno dinanzi: di fronte, solo un’immagine virtuale, magari un trucco della fantascienza mascherata da scienza e progresso, con cui potrò colloquiare allorquando mi sarà consentito. E non indosserò la toga, perché la toga si indossa solo in Aula, di fronte ad un Giudice, distante nella giusta misura, alla presenza del Pubblico Ministero in una pubblica udienza. E non potrò alzarmi! E allora la voce sarà fioca, perché altrimenti il microfono gracchia!

    E non sarò in piedi! Ed una parte di me sarà andata via per sempre!

    Ma non posso e non voglio rassegnarmi.

    La mia toga mi aspetta ed io non la lascerò lì sola.

    Ed io sarò in piedi a difendere chi mi siede a fianco.”

  • In attesa di Giustizia: cronaca nera

    Tribunali sostanzialmente chiusi, Procure al lavoro sotto traccia e – come sembra – principalmente sulle tracce di responsabili del contagio nelle residenze per anziani ma il distanziamento sociale tiene necessariamente lontani i cronisti giudiziari dalle loro fonti all’interno dei palazzi di giustizia o delle questure, e persino le trasmissioni televisive dedicate al gossip giudiziario si sono riconvertite al tema esclusivo della pandemia.

    Il momento è stimolante per fare riflessioni pensando a ciò di cui non disponiamo ed a cui siamo abituati: come la cronaca nera che, per le ragioni illustrate, ora langue anche se non sarà per molto ancora…e nella quotidianità fatta in gran parte di ricerca di notizie sull’andamento del contagio e dei possibili rimedi, accade che balzi all’attenzione anche un articolo di “giudiziaria” pubblicato da un giornale omanita.

    Uno pensa all’Oman, medio oriente, e prima ancora di leggere il luogo comune ti fa dire: beduini! Chissà questi che ai ladri – l’articolo tratta proprio di simili furfanti – tagliano le mani che rapporto difficile avranno con la presunzione di innocenza!

    Poi salta all’occhio subito una cosa: le foto degli arrestati sono coperte per non renderli riconoscibili, i nomi sono ridotti ad iniziali o non citati del tutto e il pezzo è di fredda cronaca, privo di qualsiasi valutazione sulle responsabilità che restano presunte e senza magnificazioni dell’operato degli inquirenti.

    Proviamo a immaginare come un articolo analogo sarebbe stato scritto in Italia, magari preceduto da un proclama a reti unificate del Ministro dell’Interno?

    “Con una brillante operazione al termine di una meticolosa indagine coordinata dalla locale Procura della Repubblica, la polizia ha arrestato una banda di pericolosi criminali  (non presunti ladri, come scrive il giornalista omanita) dedita al furto nei grandi magazzini.

    I componenti della associazione per delinquere, sulle cui tracce gli investigatori erano ormai da tempo, sono stati tradotti in carcere.

    Nella ordinanza di custodia cautelare (che i giornalisti non dovrebbero avere, almeno non subito) si legge che in moltissime occasioni hanno (e non: avrebbero) rubato borse ed oggetti vari presso catene della grande distribuzione.

    Tre degli arrestati hanno precedenti specifici per furto e reati contro il patrimonio (leggasi: sono certamente loro, i ladri. A che serve il processo?). Le indagini sono ancora in corso e non si escludono clamorosi sviluppi”.

    Va bene, direte voi, ma alla fine a questi gli tagliano le mani!…non è detto perché il sistema processuale dell’Oman è un accusatorio puro di  tradizione britannica: quindi molto garantista.  Comunque sia, qualcosa da imparare lo abbiamo anche dagli omaniti: in attesa di Giustizia e sia pure nel rispetto del diritto di cronaca i processi non si fanno sui giornali e meno che mai anticipando sentenze di condanna.

  • In attesa di Giustizia: gratta che ti passa

    Per ora il sistema Giustizia è decisamente in stallo e non mancano le preoccupazioni su come gestire tanto l’emergenza quanto il periodo successivo con l’enorme accumulo di arretrato che si sta generando.

    Per fortuna, tra le risorse umane del Paese, c’è Il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ha una soluzione o una spiegazione per tutto a cominciare dalle preoccupazioni per la diffusione della epidemia all’interno degli istituti di pena che, con inarrestabile solerzia, contribuisce a rimpopolare.

    Numeri alla mano, Nicola Gratteri offre l’immagine di carceri che costituiscono piuttosto un insuperabile baluardo contro la pandemia, tanto che i detenuti dovrebbero considerarsi dei privilegiati;  intervistato da Lilli Gruber, ha snocciolato le cifre che gli darebbero ragione:  solo ventuno contagiati su 60.000 detenuti e duecento agenti penitenziari su 120.000. Se poi le fonti sono imprecisate, i dati non sono aggiornati, o non lo sono tutti i giorni, mancano proiezioni, pazienza.

    L’indice di contagio di  1 a 3 valido per i liberi, in questi termini, non lo è per i detenuti e, quindi, che restino tutti dove sono: lo facciamo per il loro bene. Questa epidemia si risolve in una opportunità da non perdere per chi predica il credo del “buttiamo via la chiave”.

    Il sovraffollamento, però, è in ogni caso un problema da risolvere a prescindere dal momento attuale, su questo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ci ha già diffidato, non è disponibile a trattare.

    Il Procuratore fa allora notare, questa volta dalle colonne de Il Fatto Quotidiano, che il problema non sono i troppi detenuti ma le poche carceri e il rimedio è lì sotto i nostri occhi miopi:  basta edificare in sei mesi (testuale, sei mesi) quattro carceri da cinquemila posti l’uno (si, ha detto cinquemila: San Vittore, per fare un esempio, ha una capienza regolamentare inferiore a novecento unità).

    Un gioco da ragazzi per le ricche casse dello Stato, pronte a fronteggiare anche il reclutamento di migliaia di nuovi agenti della penitenziaria, funzionari civili, personale sanitario da adibire ai nuovi istituti di pena e la snella burocrazia che presiede alla realizzazione di opere pubbliche. Voi credevate che ci volesse un quarto di secolo a struttura? Siete dei disfattisti: se lo dice Gratteri significa che si può fare in sei mesi.

    Così come si possono fare molti più processi risolvendo in un amen ogni arretrato rendendo ordinarie le regole che sono state previste per evitare la paralisi totale durante la fase di emergenza sanitaria. Come? Semplicissimo dice Gratteri: trasformando la amministrazione della Giustizia in una attività di smart working.

    Basta munirsi di un computer, installare Skype  o qualcosa di simile, e le udienze si possono celebrare tranquillamente stando a casa (o in galera) riducendo i tempi morti e – quindi – aumentando la produttività, le notifiche si potrebbero, a questo punto, fare via Instagram e le copie degli atti e delle sentenze ordinate e consegnate da Glovo.  La rete è satura, il wi-fi funziona male, un terminale si guasta nel bel mezzo di una discussione? Poco male, tanto non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca  – la linea di pensiero, in ultimo, è sempre quella – e il dispositivo di una sentenza, magari, può essere inviato con WhatsApp (letto in piedi, mi raccomando).

    Il futuro è arrivato e ci voleva il covid-19 per scoprirlo! Come diceva Confucio, il male è il bene che ancora non si conosce…o, forse, lo diceva Gratteri? La Giustizia è in panne e non arriva mai? Preoccupazione fuori luogo: Gratta che ti passa.

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker