ecologia

  • Dalla terra alla tavola proponendo piccoli gesti per grandi cambiamenti: chi è Debora Arici e perché il suo libro “Tu sei Natura” parla a tutti noi

    In un’epoca dominata da ritmi frenetici e cibi sempre più processati, il rischio più grande che corriamo è quello di perdere il contatto con ciò che ci nutre davvero. Ma tornare alla terra, alla semplicità e al benessere autentico non è un’utopia lontana: è una scelta concreta che possiamo fare ogni giorno. A guidarci in questa rivoluzione gentile è Debora Arici, nutrizionista, ex chef, forager e creatrice del seguitissimo progetto social che lei ha chiamato icookwithnature (“cucino con la natura”) che conta ormai più di un milione e mezzo di followers. Con la sua formazione presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e la passione per il riconoscimento delle piante spontanee, Debora ha conquistato migliaia di persone proponendo un approccio al cibo e allo stile di vita accessibile, spontaneo e privo di sovrastrutture, unendo la cucina tradizionale e sostenibile con le tecniche di fermentazione provenienti da tutto il mondo. Nel suo libro “Tu sei Natura: Vivere e mangiare al naturale per guadagnare salute, tempo e denaro” (Fabbri / Rizzoli), Debora raccoglie e sistematizza la sua filosofia: una guida pratica per imparare a scegliere alimenti veri, trasformare gli scarti in risorse, cucinare erbe spontanee e riappropriarsi di gesti antichi per vivere con più consapevolezza ed energia.

    In questa intervista abbiamo parlato con lei di sostenibilità, di come semplificare la quotidianità per i giovani e per le famiglie, e di come la natura e la sua biodiversità rappresentino la risposta più rivoluzionaria per il nostro futuro.

    Ciao Debora, partiamo subito dal percorso che ti ha portato fino a qui oggi. Hai una laurea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un percorso come nutrizionista olistica. Qual è stato il momento esatto o la scintilla in cui hai capito che le erbe spontanee e la natura dovevano diventare il vero cuore del tuo progetto?

    Sì, hai detto bene, laurea in scienze gastronomiche a Pollenzo dove ho potuto approfondire ogni aspetto relativo all’origine degli alimenti che mangiamo. Cosa a cui facciamo sempre meno attenzione. E quindi già lì, grazie a quel percorso di studi, ho potuto porre una maggiore attenzione alla natura e alle sue straordinarie leggi e dove ho potuto seguire il mio primo corso di filmaking. Ho sempre lavorato nelle cucine ma grazie a questo percorso di studi ho avuto l’upgrade di conoscenze manageriali per diventare una chef di cucina. La trattoria dove ho lavorato per sei anni ha ricevuto la valutazione massima (“I tre gamberi) dalla rivista “il Gambero Rosso”. In quegli anni sentivo dentro di me crescere una curiosità infinita su quale effetto facesse sulle persone il cibo che stavo preparando. Ecco che allora nasce la volontà di iscrivermi a Scienze della Nutrizione. Facoltà che non c’era a Brescia, la città più vicina a dove vivo, e pertanto mi sono dovuta iscrivere a Milano. Per due anni mi sono alzata alle cinque del mattino per prendere il treno per Milano dove seguivo le lezioni fino alle due del pomeriggio per poi riprendere di corsa il treno e raggiungere il ristorante dove lavoravo dalle tre e mezza del pomeriggio fino all’una di notte. Due anni così, finché mi resi conto che mi stavo per ammalare. Decisi, quindi, di lasciare il mio lavoro per dedicarmi interamente allo studio e al conseguimento della laurea magistrale in alimentazione e nutrizione umana. Dopo la laurea a Milano, è arrivata la fatidica domanda: “E adesso cosa faccio?” Non sapevo se specializzarmi bene in nutrizione o se specializzarmi in comunicazione, in editing e produzione di video, perché mi piaceva molto creare documentari. Ogni viaggio o experience che facevamo con l’università realizzavamo un documentario. Il primo l’ho fatto quando sono andata in Corea per studiare la loro cultura gastronomica. Documentario che poi è stato pubblicato sul sito internet dell’Università. Queste alcune brevi note sui miei studi.

    Questo background accademico e sul campo è fondamentale. Com’è avvenuto poi il passaggio dalla teoria al vivere quotidianamente la natura e alla scelta di fare di questo sapere il tuo progetto principale?

    Venendo invece alla tua domanda posso dirti che in questi anni ho vissuto a contatto con la natura, vicino ad un bosco dove ho sempre autoprodotto il mio cibo, curando personalmente l’orto e il frutteto. Ho sempre raccolto le erbe spontanee, in particolare il tarassaco. Erbe che ho sempre utilizzato per i pasti che portavo a tavola. Quindi ho costruito uno mio stile di vita con la natura e grazie alla natura. E nel tempo mi sono accorta che questa cosa, che per me era assolutamente spontanea, alle persone sembrava una cosa fuori norma, cioè quando veniva qualcuno a trovarmi mi diceva “Wow! Ma tu cucini così? Ma tu davvero fai questo? Ma che bello!” Come se non fosse più una cosa normale, una cosa della quotidianità delle persone. Quindi mi sono accorta che la società si stava allontanando sempre di più da quello che in realtà ci ha da sempre fatto stare bene. Da quello che è il nostro vero nutrimento, un cibo vivo, un cibo pulito, un cibo autentico che viene appunto dalla natura e da un uomo che la sa rispettare. Da un cibo che non è prodotto solo per apparire, per essere solo venduto. Al supermercato vedo mele grandi, quasi come dei meloni. Poi vedo le more, a volte più grandi dei pomodori datterini e allora mi dico: “Ma dove stiamo andando?” Perché le mele che ho nel mio frutteto sono più piccole del pugno di una mano, ma sono molto più saporite. Le more del sottobosco sono grandi come l’unghia di un dito, ma sono molto saporite. E quindi ho capito, cioè dentro di me ho sentito che dovevo fare qualcosa, dovevo assolutamente fare qualcosa affinché la millenaria memoria di utilizzo delle specie spontanee che Dio, madre natura, l’universo, ci ha dato a disposizione, sta scomparendo. Loro, queste piante spontanee sono ancora qui, sotto i nostri occhi, ma noi non abbiamo più la capacità di riconoscerle e di utilizzarle. Sia per nutrirci, ma anche per comprenderle nella nostra vita, perché le piante spontanee non hanno solo uno scopo nutritivo. Possono averne, infatti, molti altri. Possono essere utili per farne dei tessuti (penso ai vestiti realizzati con l’ortica), dei rimedi curativi (dalle tisane agli impacchi), dei farmaci, dei pigmenti colorati o anche avere un valore simbolico e profondamente spirituale e, cosa che in tanti hanno dimenticato, anche un valore ludico (dal fare collanine con le margherite al far scoppiettare le vescicole della silene vulgaris o emettere suoni con un filo d’erba).

    Mia nonna, ad esempio, mi diceva di soffiare sull’infruttescenza (il soffione) del tarassaco per affidare al vento i miei sogni affinché, come quei semini, potessero trovare il giusto terreno per nascere e crescere. Questo ancora oggi mi emoziona tantissimo. Detto questo, una pianta è stata anche galeotta nella mia vita. All’Università di Pollenzo decisi di fare una tesi in etnobotanica, scienza che unisce l’antropologia (una scienza sociale) alla botanica (una scienza biologica). A tale scopo ho intervistato le persone del mio paese sul loro rapporto con la flora locale. Mentre solo gli anziani over 80 sembravano conservare questi saperi, un solo ragazzo ventenne ha saputo darmene prova, raccontandomi di quando da piccolo mangiava i germogli di rovo. Un anno dopo quel’intervista, lui mi ha invitato a cena ed è nata la nostra storia d’amore: la dimostrazione che una pianta può davvero anche essere galeotta! Insomma, negli anni è cresciuto sempre di più in me il desiderio di fare qualcosa per trasmettere e recuperare le antiche conoscenze sull’uso delle piante spontanee. Volevo spingere le persone ad agire, perché mi sono resa conto che allontanarci da questo sapere ci rende vittime di un sistema che ha come unico fine il profitto economico. Stiamo delegando la nostra alimentazione a un meccanismo che non punta realmente a nutrirci. Questo è un segnale culturale chiarissimo. L’anno scorso, al rientro da due sole settimane di vacanza, ho trovato un nuovo supermercato proprio al centro della piazza del mio paese. Mi ha sconvolta: la piazza, che per definizione è il luogo della relazione, dello scambio di storie, semi e ricette, è stata occupata da un luogo che genera solo flusso economico, non comunità. È per questo che poi ci troviamo davanti a frutta “fuori natura” — mele perfette, more enormi. Le vedi, dici “wow!”, le porti a casa… e non sanno di niente. È l’esito inevitabile di un sistema progettato per vendere, non per nutrirci.

    Ho sentito proprio l’esigenza di fare qualcosa a 360° vedendo questi giovani che al supermercato comprano quello che costa meno, senza chiedersi da dove arriva, cosa c’è dentro o senza leggere un’etichetta. Ragazzi che quando passa un’auto riconoscono subito un’Audi, una Ford o una Mercedes, ma quando si trovano in un prato hanno quasi paura di starci. Dicono: “Oddio, mi sporco! Oddio, mi può pungere un’ape!”. E io dico sempre: “Ma guarda che l’ape, quando ti punge, muore… Secondo te vuole davvero sacrificarsi per pungere te?”. C’è una vera e propria paura di stare nella natura. Non c’è più la capacità di distinguere il verde: per molti è tutto semplicemente “verde”, non esiste più il tarassaco o la piantaggine. C’è una distanza enorme e siamo un po’ tutti vittime di questo sistema, con ripercussioni dirette sul nostro benessere. A un certo punto mi sono detta: “Va bene Debora, devi fare qualcosa”. C’era questa spinta fortissima dentro di me perché ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura. Ecco perché il libro l’ho intitolato “Tu sei Natura”: per abbattere questo confine. La natura non è un posto dove andare ogni tanto: noi siamo natura, ne facciamo parte.

    La spinta a cambiare le cose era fortissima, ma come sei passata da questa visione e dal desiderio di scrivere un libro a metterci la faccia sul web e a costruire una community da oltre un milione di persone?

    Oltre a questa spinta interiore, c’est stata anche una forte pressione esterna. Tutte le persone che venivano a trovarmi o per cui cucinavo, sentivano la necessità di condividere quello che faccio. Mi dicevano: “Ma Debora, com’è possibile che tu non sia su Instagram?”. Io non avevo nemmeno un account social, niente di niente. Poi capita che vado a lavorare come chef in un ristorante. Il mio primo giorno inizio a organizzare la cucina, a conoscere lo staff. Il giorno dopo torno, sempre carichissima per mettere a posto le cose, e tutti mi guardano e dicono: “Debora, ma ti ho cercata su Instagram e non ci sei! Come mai?”. Lì mi sono detta: “Ma guarda com’è strano questo mondo. Hai la possibilità di guardarmi negli occhi e non mi fai domande, ma appena arrivi a casa apri il telefono per vedere se ci sono su Instagram, cosa faccio o come mi vesto”. All’inizio mi sono detta: “Come posso fissare e salvare questa conoscenza che sta sparticipando? Scrivo un libro”. Poi però ho fatto i conti con la realtà: la gente legge meno e sta sempre con lo smartphone in mano. Allora ho capito che, per comunicare davvero con le persone, dovevo adeguarmi e andare dove si trovavano loro. Il primo giorno che sono venuti a fare le riprese… un disastro! Ero gasatissima, volevo spaccare il mondo, poi mi hanno puntato la telecamera in faccia e mi si è chiuso lo stomaco: non riuscivo più a dire una parola! Per me significava uscire totalmente dalla mia zona di comfort, battere la paura del giudizio, l’ansia di dover essere perfetta come gli altri. Ma poi mi sono detta: “Il mio obiettivo è troppo importante. Devo superare questi blocchi”. All’appuntamento successivo mi sono buttata e ho registrato i primi video. Questo succedeva tre anni fa. E se allora mi avessi detto: “Debora, fra tre anni avrai un milione e mezzo di followers”, ti avrei riso in faccia! Anche perché io parlo di cose semplicissime: come ricavare i semi da un ortaggio, come farlo germogliare, quali erbe raccogliere nei prati, come riconoscerle e come cucinarle per non distruggerne i nutrienti. Ho solo iniziato a condividere le mie competenze, tra studi ed esperienza sul campo. Quella che era partita come una semplice pagina Instagram oggi è una community di un milione e mezzo di persone. Anzi, oggi mi sento di dire che è un vero e proprio movimento: perché ognuno degli “amici della natura” che ne fa parte continua a diffondere questo messaggio.

    Grazie per questa esperienza così profonda e spirituale, oltre che formativa. Andare controcorrente ha rivelato un’enorme esigenza condivisa: il desiderio di fare un passo indietro, riconnettersi alla natura e ripartire dalle cose essenziali della vita. Tra le tante curiosità, vorrei chiederti una cosa più tecnica: come riesci a sintetizzare così tante informazioni in pochissimi secondi e a rendere semplice e riproducibile a casa ciò che spesso viene considerato complessissimo? Qual è il lavoro e il percorso che c’è dietro questa tua capacità?

    Per quanto mi riguarda, tutto è sempre partito da una necessità, da cui poi è nata un’intuizione. La mia necessità era inizialmente quella di ridurre lo scarto alimentare. Quando ho scoperto che sul pianeta siamo 8 miliardi, ma produciamo cibo per 12 miliardi, ho realizzato che ogni giorno buttiamo via l’equivalente del cibo necessario a nutrire 4 miliardi di persone. Lo vediamo al supermercato, ma anche a casa nostra: il frigorifero è sempre pieno, ci dimentichiamo le cose là in fondo e dopo mesi le ritroviamo tutte ammuffite. Da qui la necessità di invertire la rotta e la conseguente intuizione mi è arrivata mentre mangiavo una mela. Io mangio anche la buccia — ho la fortuna di avere i miei alberi — ma mi rimaneva in mano il torsolo. Mi sono detta: “Perché buttarlo via? Da questo torsolo si può fare l’aceto di mele! E invece di trasformarlo subito in un rifiuto organico, perché non riattivare la nostra memoria millenaria?”. C’è chi lo mette nel compost per ridarlo a Madre Natura sotto forma di fertilizzante e humus, ed è bellissimo. Ma possiamo fare ancora di più. Noi non vediamo i microrganismi con i nostri occhi e abbiamo questa falsa idea di essere separati da loro: “Io sono qui e i batteri sono lì”. In realtà i microrganismi vivono nel nostro intestino, sulla nostra pelle, dappertutto. La scienza dimostra che il loro DNA nel nostro corpo è cento volte superiore al nostro! E la stessa cosa vale per il cibo. Allora mi sono chiesta: “Perché non sfruttiamo gli acetobatteri presenti sulla buccia e sul torsolo della mela per fare l’aceto in casa?”. È semplicissimo: prendi il torsolo della mela, aggiungi una tazza d’acqua e un cucchiaio di zucchero. I microrganismi nutrendosi dello zucchero e delle fibre trasformeranno tutto in aceto di mele, creando persino la “madre”, che potrai riutilizzare all’infinito. L’ho fatto anche con i torsoli di pera! Quindi vedo che funziona, l’intuizione prende forma e lì nasce il grande entusiasmo di condividerlo: “Ragazzi, fatelo tutti, è una cosa bellissima!”. A questo punto subentra la fase di comunicazione, e devo tanto al mio professore di semiotica all’università. Lui mi ha insegnato che il canale ha il potere di modificare il messaggio. Non basta avere un’idea e lanciarla in radio, in TV o sui social: ricordate il gioco del telefono senza fili? La frase di partenza non era mai quella che arrivava alla fine. La mia voglia di far arrivare il messaggio era così forte che ho dovuto imparare la lingua specifica di quel canale per non far alterare il contenuto. Su Instagram, ad esempio, hai a disposizione 60 secondi, a volte persino meno di 40. In meno di un minuto dovevo condensare tutto. Ho capito che dovevo togliere ogni fronzolo e far emergere solo la verità, che è sempre schietta e diretta. È l’unico modo per arrivare al cuore delle persone e far percepire il valore reale di quello che stai proponendo. E vi assicuro che per fare un video di meno di un minuto, spesso dietro ci sono dalle tre alle sei ore di lavoro!

    Dal tuo lavoro traspare chiaramente la volontà di metterti nei panni degli altri e di mostrare ogni singolo passaggio con semplicità. Da antropologo e documentarista, intuisco l’enorme sforzo di sintesi che c’è dietro, unito a una spontaneità autentica che aggiunge verità al messaggio e dona una carica straordinaria di buon umore e speranza. Oggi assistiamo a un forte ritorno alla terra: molti giovani cercano un'”ecologia profonda”, spostandosi pur di ritrovare le proprie radici. Pensando a questo desiderio di ritorno all’essenziale e all’esperienza di campus e soggiorni studio dedicati a questi temi. Se dovessi immaginare un campus o un viaggio formativo per giovani under 30, ti andrebbe di parteciparvi? E soprattutto, come struttureresti la giornata tipo di questa esperienza per fare in modo che lasci un valore concreto e applicabile una volta tornati a casa?

    L’agriturismo è senza dubbio il luogo e il campus ideale: lì si vive con la natura non solo per produrre cibo, ma per produrre vere e proprie esperienze. Lo dico perché per me è stato fondamentale. Quando è finita la mia prima laurea a Pollenzo, mi sono detta: “Ho tantissime nozioni, ma non le ho mai toccate con mano”. Conoscevo il metodo di produzione di ogni formaggio, olio o pasta d’Italia, ma sentivo il bisogno assoluto di farne esperienza diretta. Così ho deciso di fare tre mesi di volontariato con il WWOOFing, lavorando nelle aziende agricole in cambio di vitto e alloggio. Lì ho trovato il pezzo che mi mancava per mettere in pratica le conoscenze, perché uno studio lo devi sempre concretizzare. Ma soprattutto, stare tre mesi sul campo mi ha fatto capire il valore reale del cibo. È incredibile pensare che per avere una testa d’aglio — l’alimento tra i più economici che ci sia — ci vogliano sei mesi! E se sbagli l’epoca di semina, salti direttamente all’anno successivo. Noi non diamo più valore né al cibo né al tempo trascorso all’aperto. Non è un caso che l’80% della popolazione sia carente di vitamina D, che è un pro-ormone fondamentale coinvolto in oltre 3.000 reazioni enzimatiche, dal sistema immunitario alle ossa. Il mio non è un discorso di nostalgia del passato, ma di pura biologia: oggi la speranza di vita si è allungata, ma arriviamo a cent’anni dipendenti dai farmaci, dalle carrozzine o dall’assistenza. Non arriviamo in salute o in vera autonomia, proprio perché già a trent’anni siamo carenti di elementi essenziali. Viviamo chiusi tra uffici, auto e case, del tutto sedentari e privi di luce solare. Ecco perché per me il campus perfetto per un under 30 deve basarsi sull’esperienza sul campo e sul WWOOFing, toccando con mano le realtà agricole per capire quanto il cibo incida sulla nostra salute e longevità. La scienza oggi conferma questa nostra necessità biologica di stare nella natura. Pensate a un esperimento straordinario fatto con degli anziani in una casa di riposo: li hanno fatti camminare a piedi nudi su un semplice prato in città. Prima di togliere le scarpe, i loro globuli rossi nel flusso sanguigno erano tutti aggregati e lenti; appena hanno camminato qualche minuto sull’erba e sono rientrati, gli eritrociti si erano completamente separati e scorrevano veloci! La frequenza magnetica della terra e la carica degli elettroliti agiscono come prevenzione cardiovascolare immediata. Per non parlare dei terpeni rilasciati dalle piante che, quando li respiriamo, stimolano la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. La nostra biologia ci sta letteralmente chiedendo di tornare alla natura. In questo campus metterei a confronto anche le diverse realtà: farei vedere la produzione sostenibile, ma mostrerei anche gli allevamenti intensivi, per far comprendere quanto il sistema attuale possa diventare perverso e violento. Mi sconvolge che ancora oggi pochissimi sappiano leggere il codice impresso sulle uova: se la prima cifra è un 3, significa che le galline sono stipate in capannoni, chiuse in gabbie più piccole di un foglio A4, ammassate e trattate continuamente con antibiotici. E quegli antibiotici finiscono nel tuorlo dell’uovo, così come finiscono nel latte delle mucche. Non a caso i nostri bambini sviluppano un’antibiotico-resistenza preoccupante già in tenera età. Inquiniamo i mari con cromo e cadmio per rincorrere il profitto, e poi dobbiamo dire alle donne in gravidanza di non mangiare troppo tonno perché i metalli pesanti accumulati nei grassi del pesce possono danneggiare il feto. Tutto quello che immettiamo nell’ambiente torna inevitabilmente nel nostro piatto. Ecco perché serve una visione olistica. Un percorso che unisca la formazione scientifica all’esperienza diretta nelle realtà produttive è l’unico modo concreto, a mio parere, per restituire ai giovani la consapevolezza della nostra stessa esistenza.

    Per un adolescente o un giovane di vent’anni che vive ancora in famiglia con genitori che magari hanno ritmi e abitudini del tutto diversi, l’inizio di questo percorso deve essere accessibile e non divisivo. Pensando a un giovane che vorrebbe iniziare già da stasera a fare piccoli passi verso questo stile di vita, quali sono le primissime azioni concrete — tra cose da togliere o da aggiungere — che gli consiglieresti di provare subito a casa, anche per far comprendere alla propria famiglia il valore di questa scelta?

    Ti direi innanzitutto che questi giovani possono iniziare aiutando la mamma in cucina, senza starsene sul divano ad aspettare che sia tutto pronto. E soprattutto, direi loro anche di divertirsi! E come ci si può divertire? Per esempio: quando cucino, invece di buttare via il colletto dell’indivia, della catalogna, del porro o della lattuga, lo metto in un goccio d’acqua sul davanzale della finestra. In poco tempo ricresce e fa spuntare dei nuovi germogli! Questo insegna un valore bellissimo: il valore dell’attesa e l’idea che uno scarto conservi una memoria in grado di ridarci vita e nutrimento. Perché andare a comprare i germogli pronti quando possiamo autoprodurli sul davanzale e usare quelle micro-foglioline per arricchire un’insalata, un piatto di pasta o un panino? Molte volte, poi, questo scarto mette le radici e si trasforma in una vera e propria pianta — succede spesso con il sedano, con il porro o perfino con il ciuffo dell’ananas. È un’attività splendida da fare anche con i più giovani: cominciare a coltivare qualcosa, anche solo sul davanzale di casa, per toccare con mano la realtà della materia organica. Quello che ha cambiato me profondamente è stato proprio riscoprire il sapore unico delle cose appena raccolte. Se hai un davanzale al sole puoi piantare lo zafferano, il rosmarino, le fragole; se è all’ombra, puoi mettere il prezzemolo o le fragoline di bosco. Quindi ti risponderei dicendo che i primi passi sono questi: aiutare in cucina, coltivare qualcosa e iniziare a prendersi la responsabilità del proprio nutrimento. E poi, farsi delle domande. Quando si va a fare la spesa, invece di scegliere d’istinto quello che costa meno, iniziamo a leggere le etichette per cercare i prodotti con meno ingredienti e meno lavorati, dando anche il nostro contributo quando si fa la spesa. Da dove arriva davvero ciò che mettiamo nel carrello? Quel cibo finirà direttamente nel nostro stomaco, nel nostro sangue e nei nostri organi. Chiedersi se un alimento provenga da un’agricoltura o da un allevamento intensivo oppure sostenibile è il primo passo per tutelare la propria salute. Prendiamo l’esempio del pesce: è d’allevamento o pescato? Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi sono sconsigliati perché modificano il profilo nutrizionale dell’alimento; il pesce, infatti, naturalmente ricco di Omega-3 antinfiammatori, negli allevamenti rischia di sviluppare grassi pro-infiammatori nocivi per l’organismo. Se si sceglie il pesce pescato, invece, può venirci in aiuto l’etichettatura con le zone FAO:

    Zona FAO 37 (Mar Mediterraneo) o Zona FAO 27 (Atlantico nord-orientale): le opzioni migliori da preferire. Zone ad alto rischio inquinamento (es. FAO 61 – Pacifico nord-occidentale o acquacoltura intensiva come per il pangasio): da evitare per il rischio di metalli pesanti e lunghi tempi di trasporto. Farsi queste domande al momento della spesa non è un semplice dettaglio: significa tutelare il proprio benessere immediato, la propria energia e la propria longevità. E un’altra utile domanda è senz’altro questa: “Il supermercato è davvero l’unico posto dove posso trovare da mangiare?”. Esistono reti molto più sostenibili: i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), le fattorie locali, i mercati rionali o i mercatini dei contadini che scelgono di produrre in armonia con la natura senza inquinare. Farsi delle domande significa sviluppare un pensiero critico, smettendo di prendere per buono tutto ciò che sentiamo in TV o dagli altri per iniziare finalmente a prenderci la responsabilità della nostra vita.

    Quali sono i tuoi desideri e i progetti per il futuro verso cui dovremmo concentrare le nostre energie, e come immagini la collaborazione tra le persone che condividono questi valori?

    Se devo pensare a proposte per il futuro, sicuramente ti direi senza ombra di dubbio quella di lavorare tutti insieme per salvaguardare la biodiversità. E per fare questo dobbiamo certamente fare rete tra tutte le realtà che lavorano e vivono con questo spirito. Non dobbiamo isolarci. Mi piacerebbe inoltre tantissimo vedere in ogni paese un “mercato della terra”, e un orto scolastico, tutti con prodotti locali, stagionali e coltivati in modo naturale.

    Gentile Debora, grazie per il tempo dedicatoci e buona fortuna!

  • Il diverso scenario dell’automotive in Europa, Cina e Giappone

    Ormai risulta come consolidata la tendenza ad inquadrare il mercato automobilistico internazionale come un semplice settore economico regolato dalle leggi del mercato.

    Al contrario, a causa delle pesanti ingerenze e decisioni delle istituzioni nazionali e internazionali, questo settore appartiene a pieno titolo alla sfera dell’economia politica la quale va Intesa come la gestione e la distribuzione di scarse risorse da parte dello Stato con l’obiettivo di soddisfare il maggior numero possibile di bisogni umani.

    Nello scenario attuale, il confronto globale, in particolare tra Cina ed Europa, non può venire definito come una sfida basata sulla libera concorrenza tra imprese. Questo rappresenta, invece, uno scontro impari modellato e fortemente condizionato dalle strategie e politiche economiche elaborate dai rispettivi governi.

    Con questa nuova chiave di lettura emerge evidente il paradosso cinese e il ruolo del governo di Xi Jimping. Mentre, infatti, in Europa si arrivano a celebrare i successi dell’export automobilistico cinese (+27%) come espressione della maggiore capacità cinese, parallelamente si tende ad omettere come il mercato automobilistico interno si confermi in flessione. Proprio per compensare questa debolezza interna e risolvere il problema della sovracapacità produttiva (una caratteristica in comune con l’Europa), il governo cinese si prodiga nel sostenere l’export attraverso massicci finanziamenti statali.

    Questo successo non risulta, quindi, il frutto di una naturale dinamica di mercato, ma la risultante di un sistema integrato che beneficia di diversi fattori determinanti. Per cominciare il sostegno statale diretto alle case automobilistiche, poi il dumping retributivo, dovuto a un costo del lavoro inferiore del 77% rispetto alla media occidentale e alla sostanziale assenza di tutele sindacali e sociali per i lavoratori (*). A questi due fattori determinanti si aggiunge poi il “dumping energetico”, legato all’uso massiccio di energia a basso costo ricavata da fonti altamente inquinanti (centrali a carbone).

    Senza dimenticare il “dumping ambientale” ed il conseguente paradosso del carbone.

    In Cina, circa il 60% dell’energia elettrica è prodotta da centrali a carbone, alimentate con l’importazione di 562 milioni di tonnellate ogni anno. Il paradosso emerge evidente. Le auto elettriche cinesi vengono prodotte sfruttando la fonte energetica più inquinante in assoluto (il carbone).

    Nonostante l’intero ciclo produttivo cinese, quindi, si dimostri ad altissimo impatto ambientale, una volta esportate in Europa queste auto vengono considerate e incentivate come veicoli a “basso impatto” o a “zero emissioni”.

    Esiste poi un altro fattore determinante rappresentato dalla complicità politica fornita dall’Unione Europea attraverso il proprio “dumping Ideologico”. Se da un lato gli Stati Uniti hanno eretto barriere protettive drastiche (come i dazi al 100% applicati sulle auto cinese introdotti dall’amministrazione Biden), l’Europa si sta rivelando, di fatto, la salvezza economica di Pechino. L’Unione Europea, infatti, penalizza attivamente la propria industria automobilistica attraverso quello che viene definito il “dumping Ideologico” di stampo fortemente ideologico e politico espressione di una volontà istituzionale interventista e dirigista. L’UE si conferma come l’unica istituzione al mondo ad aver imposto il divieto di produzione e vendita di motori endotermici a partire dal 2035.  Questo ha spinto i manager europei, ma soprattutto tedeschi e la crisi ora della Volkswagen ne certifica l’errore strategico, ad investire enormemente sull’elettrico, convinti di poter accedere a un mercato vergine, ma di fatto consegnando le chiavi del mercato alla Cina (che controlla la filiera delle terre rare e delle batterie).

    Inoltre attraverso sanzioni asimmetriche dal 2025 l’Istituzione Europea applica pesanti sanzioni finanziarie ai costruttori europei che non rispettano i rigidi limiti di emissioni. In altre parole, invece di premiare l’industria europea che ha un ciclo produttivo energeticamente molto più rispettoso dell’ambiente, il quale negli ultimi vent’anni ha abbattuto drasticamente le emissioni di PM10 (-83%) e NOx (-92%) CO2 (-40%), le istituzioni europee scelgono di multarla basandosi esclusivamente sulle emissioni a valle (allo scarico).

    I colossi dell’auto europei si trovano quindi a competere non contro “auto cinesi” concorrenti, ma contro una intera filiera produttiva, energetica e normativa, la quale viene sostenuta dallo Stato cinese ed in più, paradossalmente, agevolata dalle stesse normativa europee.

    Tuttavia andrebbe presa in considerazione anche in alternativa a questo duello il Giappone che ha deciso di adottare una politica finalizzata alla creazione di un sistema. In netta contrapposizione all’approccio europeo e cinese, emerge il modello del Giappone guidato dall’associazione dei costruttori giapponesi (Jama), presieduta da Koji Sato (Toyota). La strategia giapponese non punta sulla competizione interna sfrenata o su imposizioni ideologiche dall’alto. La proposta di Sato è quella di “fare sistema” e così di adottare come fattori comuni i componenti e i materiali di base (quella vasta parte della produzione invisibile al cliente in cui ancora oggi spesso ogni marchio agisce da solo), salvaguardando la specificità e la tecnologia distintiva dei singoli marchi solo laddove il cliente finale le riconosce e le valorizza.

    In sintesi quello che ancora oggi sembra non essere compreso dalla nomenclatura economica, politica ed accademica in Europa potrebbe essere individuato nel fatto che il mercato globale dell’auto non può più venire semplicemente considerato come uno spazio di “libera concorrenza” soggetto al principio della libera concorrenza. Questo, al contrario, è diventato il terreno di scontro delle diverse politiche economiche istituzionali, dove la pianificazione strategica e aggressiva della Cina si salda, ma addirittura trova un sostegno, dal “dumping ideologico” e normativo dell’Unione Europea, lasciando i produttori europei in una posizione di estrema debolezza.

    L’unica strategia finalizzata alla salvaguardia degli asset produttivi sembra quindi individuabile in quella giapponese, orientata alla collaborazione industriale interna per ottimizzare i costi e così creare uno scudo comune.

    (*) Per la precisione del 75% rispetto alla Germania e al 65% rispetto all’Italia

  • Centrosinistra e centrodestra: la grande truffa

    Il parco circolante di auto in Italia è rappresentato da autovetture di 12,8 anni ed una cilindrata media di 1.534 centimetri cubi, inoltre più del 50% delle autovetture ha poi una cilindrata compresa tra i 1300 e i 1600 cc.

    Nel nuovo decreto infrastrutture, che dovrebbe essere operativo dal 1°luglio 2025, il governo in carica ha deciso di introdurre nuovi parametri da applicare al pagamento dei pedaggi autostradali. Questi, infatti, verranno calcolati in base alle classi di emissioni dell’autovettura ed alle fasce orarie di utilizzo delle infrastrutture con l’obiettivo di “ottenere un decongestionamento della infrastruttura autostradale ed un vantaggio ambientale” (*). Di conseguenza, un lavoratore di reddito medio basso, proprietario di una Panda del 2012 euro 5, la quale emette tra i 99 e i 133 grammi di CO2/km, pagherà un pedaggio superiore rispetto all’attuale. A questo primo aumento del costo si aggiungerà anche un secondo in rapporto alla fascia oraria di utilizzo del tratto autostradale per il proprio trasferimento verso il luogo di lavoro, i cui orari, a forte congestione, risultano dettati non certo dal lavoratore.

    In altre parole, in perfetta sintonia con i governi precedenti, la attuale classe politica e governativa ancora una volta penalizza il lavoro ed i fattori di crescita economica e la stessa produzione di reddito espressione della sintesi di attività professionali, industriali e dei servizi le quali finalizzano gli orari all’aumento della propria produttività e della stessa qualità.

    Anche questo governo si allinea alle richieste ambientaliste imposte dall’Unione Europea e verso le quali viene confermato l’atteggiamento servile del governo in carica tipico delle maggioranze precedenti.

    Richieste che ha come unico obiettivo l’imposizione di uno stato nel quale i diritti vengano riconosciuti solo se aderenti ai precetti europei e nazionali ma i cui costi ricadranno, come in passato, sulle fasce dei lavoratori colpevoli solo di avere retribuzioni medio basse ed auto con parametri di emissione non in linea con il furore ambientalista.

    La truffa nasce proprio dalla constatazione che gli obiettivi del centro-sinistra come del centro-destra risultino sostanzialmente i medesimi, cioè relativi all’imposizione di uno stato il quale intende modificare i comportamenti dei cittadini persino nell’ambito professionale senza comprendere l’effetto potenziale con una frenata del PIL.

    L’unica differenza tra i due schieramenti è relativa alle modalità di conseguimento di questo stato etico, il quale assegna alla classe politica il potere assoluto.

    I governi di centro-sinistra, a cominciare da quello Prodi, che aumentò la tassazione delle auto in ragione della classe di emissione inferiore come espressione di una ideologia massimalista ambientalista che regna ora incontrastata in Europa.

    Al percorso ideologico espresso dai governi del centro-sinistra, i quali sostanzialmente hanno coperto le proprie lacune culturali in ambito economico e strategico con la propria cieca vis ideologica, indebolendo la domanda interna con il progressivo aumento della tassazione in nome di una maggiore tutela ambientale, fa riscontro quello ora adottato dal centro-destra.

    Questo si traduce nel semplice piacere nell’esercizio del potere finalizzato a rendere sempre più sudditi i propri cittadini, ma non più in virtù di una vis ideologica ma solo come espressione di poca competenza.

    Entrambi tuttavia dimostrano di non possedere nemmeno le basi minime sindacali in quanto viene invertito, per non dire azzerato, il principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla base della quale viene applicata la progressività delle aliquote. Il risultato che ne consegue è assolutamente incredibile.

    Sulla base, infatti, di questa inversione del principio economico i contribuenti a basso reddito, e titolari di auto obsolete, pagheranno un servizio (pedaggio) ad un prezzo superiore rispetto a quello applicato ai contribuenti di fascia medio alta ma titolari di auto più recenti.

    Il centrodestra come il centrosinistra sospendono completamente ogni principio di equità fiscale ed inaugurano una nuova stagione nella quale viene applicato una tariffa per un determinato servizio applicando il principio inverso rispetto alla fascia di reddito appartenente. Ad un reddito inferiore, si ricorda che l’Italia è l’unico paese che negli ultimi 30 anni ha perso il potere d’acquisto rispetto alla crescita del +34% della Germania e +27% della Francia, e a ciò corrisponderà un maggior costo del servizio, drenando ancora una volta, come per le accise (**), risorse a sostegno della domanda interna e di conseguenza alla crescita del PIL.

    Questa nefasta deriva sociale è molto simile all’approccio della gallina spennata di Stalin, che esprime il principio sulla base del quale si toglie tutto ad un suddito rendendolo dipendente da una qualsiasi forma di elemosina statale. Che poi altro non è che il principio adottato da trent’anni nel nostro Paese, nel quale alla continua crescita della spesa pubblica e del debito corrisponde una diminuzione dei redditi disponibili.

    (*) https://www.investireoggi.it/pedaggi-2025-cosa-cambia-davvero-con-il-nuovo-decreto/

  • L’apocalisse

    L’apocalisse economica, industriale e sociale è già alle porte. Alcuni dati macroeconomici stanno definendo i contorni della prossima apocalisse economica ed industriale che investirà tutti i paesi europei, azzerando in poco tempo il progresso industriale espresso dalla cultura europea nell’ultimo secolo e mezzo.

    Il dato relativo alla diminuzione dell’export di automobili verso la Cina (-23%) abbinato ad un aumento dell’import di auto dalla Cina (+28%) delinea già ora il quadro di quanto anticipatamente previsto.

    La contemporanea flessione della produzione industriale tedesca (-3,4%) certifica l’andamento economico che diventa europeo e soprattutto italiano in rapporto alle filiere produttive complesse che coinvolgono le imprese del nostro Paese (https://www.ilpattosociale.it/europa/il-suprematismo-europeo/).

    Il “socio di minoranza” di questa esplosione dell’industria cinese, la quale si giova dell’attività di distruzione operata dai vertici europei, può essere tranquillamente individuato nella Commissione Europea e la sua presidente Ursula von der Laien con la sottomessa complicità del Parlamento Europeo.

    Va ricordato, infatti, come queste tre figure istituzionali cardine dell’Unione Europea abbiano inserito, caso unico al mondo, il divieto di vendita e produzione di automobili a combustione interna a partire dal 2035, regalando così le chiavi del mercato a chi come la Cina detiene il monopolio mondiale della raffinazione delle ” terre rare” necessarie nella produzione di automobili elettriche.

    La motivazione politica e ideologica di tali comportamenti e scelte strategiche, economiche e politiche andrebbe attribuita ad una ipotetica lotta all’inquinamento atmosferico da combattere attraverso una semplicistica transizione ecologica ed energetica adottata all’interno di una visione ideologica in grado di annullare  così in un colpo solo tutti i risultati ottenuti dal sistema Industriale Europeo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-transizione-energetica-di-quinto-orazio-flacco/).

    Esiste, poi, un aspetto paradossale che delinea l’assoluta distanza tra la realtà e l’ideologia espressa dalle principali cariche istituzionali europee. Nell’ultimo trimestre l’andamento delle emissioni del colosso cinese hanno registrato una crescita (+4%). Un dato enorme in quanto calcolato sulle emissioni totali del primo paese al mondo per inquinamento. Si pensi che degli otto (8) miliardi di tonnellate di carbone utilizzati nel mondo la sola Cina ne brucia  quattro (4) miliardi (la metà) e con il resto delle economie asiatiche arrivano a sei (6) miliardi di tonnellate.

    Dati che da soli di fatto annullano e mettono in ridicolo ogni ipotetico beneficio derivante dalla applicazione del talebano pensiero ecologista europeo (https://www.carbonbrief.org/analysis-chinas-co2-emissions-hit-q1-record-high-after-4-rise-in-early-2023/).

    L’ideologica strategia europea applicata all’economia reale, con la conseguente politica adottata, rappresenta il primo alleato dell’economia cinese e del proprio sistema industriale, ma contemporaneamente si conferma ancora una volta come il più grande nemico del sistema economico ed industriale europeo.

  • Boston Consulting Group ed il sovranismo europeo

    Il presidente della BCG ha rilasciato un paio di giorni fa una interessante intervista nella quale alla domanda relativa alle diverse politiche adottate negli Stati Uniti ed in Europa rispetto alla transizione ecologica ha definito in modo inequivocabile le sue considerazioni sulle differenze tra le due macroaree economiche e politiche. Su questa tematica divisiva Richard Lesser ha semplicemente indicato come negli Stati Uniti venga adottata una politica della “carota” mentre in Europa quella del “bastone”.

    Esprimendo un pragmatismo di stampo angolosassone con poche semplici parole è stato delineato il quadro di un complesso scenario internazionale economico verso un 2035 di un mercato globale.

    All’interno di una prospettiva mondiale, infatti, come espressione di un sistema competitivo globale, mai come ora l’atteggiamento dell’Unione Europea risulta sostanzialmente diverso rispetto a quello statunitense, anche attraverso l’adozione di un concetto di “sovranismo” (il quale per propria genesi non si cura del contesto globale) tanto caro alle forze politiche nazionali ed antieuropee.

    In altre parole, l’Unione Europea rende proprio un atteggiamento e la strategia politica ed economica tipica di quelle forze che ne contestano la propria stessa entità politica ed istituzionale come semplice espressione di un potere burocratico e lontano dalla realtà nazionali.

    L’effetto di questa strategia politica europea determina inevitabilmente la percezione di un progressivo allontanamento della stessa Unione Europea, non solo dalle realtà nazionali, ma anche dal concetto e dalla stessa realtà di un mercato globale che richiede visioni complessive e non atteggiamenti folkloristici come quello relativo alla transizione ecologica.

    Mai come ora il concetto di sovranismo europeo si esprime attraverso una incapacità di valutare le conseguenze delle proprie scelte all’interno di un mercato globale, a maggior ragione nell’ambito delle strategie finalizzate allo sviluppo economico. Una sintesi perfetta per relegare la stessa Unione Europea ai margini della prossima crescita economica globale.

    Esattamente come per i sovranisti locali, il cui concetto di ritorno ad una sovranità monetaria rappresentava e rappresenta tuttora la stessa e forse l’unica giustificazione della propria sopravvivenza politica, così ora l’Unione Europea utilizza il bastone nella transizione ecologica per garantirsi la stessa esistenza come istituzione e contemporaneamente assicurare il mantenimento in vita ad un certo politico ampiamente superato per competenze  istituzionali ed ambientali ma soprattutto economiche.

  • InvestEU eroga 30 milioni a sostegno della transizione ecologica

    Il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), sostenuto da una garanzia del programma InvestEU, ha annunciato il suo sostegno da 30 milioni di € in qualità di investitore primario alla prima chiusura al fondo European Climate Debt Solutions (“EUCLIDES”) gestito da Rivage Investment. Questo fondo d’impatto fornirà principalmente debito di crescita ai fornitori di soluzioni per il clima in Europa. I beneficiari contribuiranno alla riduzione delle emissioni di carbonio e di gas a effetto serra fornendo, tra l’altro, soluzioni fisiche e/o digitali, sviluppando soluzioni di trasporto pulito di persone e merci, soluzioni energetiche pulite, processi innovativi o tecnologie di rottura a basso impatto ambientale.

    Paolo Gentiloni, commissario per l’Economia, ha dichiarato: “Garantire la transizione verde richiederà investimenti significativi e costanti. InvestEU può svolgere un ruolo importante nel mobilitare tali investimenti. Questo accordo, sostenendo il contributo delle imprese europee innovative ai nostri obiettivi comuni in materia di clima, rappresenta un altro importante passo in questa direzione.”

    Il programma InvestEU fornisce all’UE finanziamenti a lungo termine mobilitando fondi privati e pubblici a sostegno delle priorità strategiche dell’UE, come il Green Deal europeo e la transizione digitale. Sostiene inoltre gli obiettivi del piano industriale del Green Deal europeo, volto ad accelerare la trasformazione industriale “zero emissioni”. Il Fondo InvestEU è attuato da partner finanziari che investiranno in progetti che utilizzano la garanzia a titolo del bilancio dell’UE e mobiliteranno così almeno 372 miliardi di euro in investimenti aggiuntivi.

  • Diciamo sì alla transizione ecologica ma vorremmo qualche risposta subito

    Come la maggior parte delle persone vogliamo che la transizione ecologica sia realizzata nel più breve tempo possibile e, come tutte le persone pensanti, sappiamo che la strada non sarà né breve nè facile. Per questo siamo favorevoli a tutto quello che può essere utile ad affrontarla al meglio garantendoci quei benefici che il progresso ci ha portato eliminando i danni che lo stesso ha fatto.

    Rimaniamo pertanto in attesa di conoscere la reale situazione delle scorte radioattive della centrale di Caorso o come si pensa di smaltire le batterie esauste delle auto elettriche o i  pannelli obsoleti, se si imporrà di non usare più il confezionamento di frutta ed ortaggi nei supermercati, per diminuire lo scarto, e se qualcuno finalmente ci dirà, in modo chiaro, come si può riutilizzare l’immondizia  facendone una risorsa visto che, in altri paesi, sembra che si possa fare con beneficio di tutti.

    Siamo poi sempre in attesa di una legge che imponga per tutti i tetti di fabbriche, capannoni, strutture agricole ed industriali, l’installazione di pannelli, o altri accorgimenti,  per produrre energia rinnovabile.

    Ovvio che i problemi sono molti di più di quelli affrontati in queste brevi considerazioni e che sono molto complessi ma qualche risposta, almeno su questi, ci farebbe sperare che oltre alle parole ci sono anche speranze concrete di poter avere un mondo realmente più verde.

  • La deriva emergenziale e lo IATO istituzionale

    A quasi diciotto (18) mesi dall’inizio della pandemia la contrapposizione politica e soprattutto sociale relativa alle strategie sanitarie da utilizzare per fronteggiare l’emergenza sanitaria sta raggiungendo ormai livelli imbarazzanti per quanto riguarda i personaggi coinvolti e preoccupanti per quanto riguarda le tensioni sociali che ne scaturiscono.

    In questo contesto da un governo serio il singolo cittadino e l’intera popolazione si attendono, pur nell’adeguamento delle strategie alle evoluzioni del quadro sanitario, un comportamento coerente chiaro e soprattutto attendibile. Basterà ricordare come l’assoluta incompetenza del governo Conte 2 e del suo ministro dell’economia Gualtieri assicurarono manovre finanziarie a sostegno delle imprese e dei lavoratori pari alla metà del PIL (700 miliardi) e conseguentemente nessuno avrebbe perso il posto di lavoro. Dichiarazioni avventate e figlie della impreparazione dei singoli attori governativi ma che dimostrano come le responsabilità governative dovrebbero essere valutate con una maggiore obiettività.

    L’esasperazione sociale può venire in parte superata sia attraverso l’adozione del protocollo di vaccinazione governativo (scelto dalla maggioranza della popolazione) che attendendo nuove e più chiare spiegazioni dagli organi istituzionali, poiché questa incertezza governativa si è trasferita inevitabilmente nel contesto sociale e politico e determina una fortissima contrapposizione tra sostenitori della vaccinazione ormai al 80% e no-vax.

    Nessuno ricorda come nei mesi passati la soglia di sicurezza sociale (immunità di gregge) venisse dal governo indicata prima al 70% dei vaccinati ora al 80% e probabilmente un domani al 90% dimostrando ancora una volta come le affermazioni governative risultino in continua evoluzione e possano generare nella popolazione una giustificata dose di incertezza.

    Esiste, quindi, un vizio di fondo attribuibile interamente alle fonti governative le quali pur usufruendo di un stato di emergenza non riescono ad indicare con precisione innanzitutto sulla base di quali parametri questo sia stato adottato (1) ma soprattutto sulla base di quali altri parametri potrà venire sospeso (2).

    Questa deriva emergenziale porta, poi, i sostenitori del protocollo vaccinale governativo, nonostante la Costituzione tuteli la salute di ogni singolo cittadino, indipendentemente dai comportamenti nell’arco della propria vita, ad indicare come inevitabile il pagamento delle spese sanitarie per chi non si è vaccinato fino a spingere una parte della intelligentia di sinistra (Lerner) addirittura a proporre di  mettere fuori legge i no-vax. Di istituire quindi e reintrodurre il reato di opinione.

    Viceversa, uno stato di emergenza dovrebbe spingere il governo ad avere o quantomeno dimostrare di possedere idee e strategie molto più precise e chiare con l’importante obiettivo di renderle note e togliere cosi spazio alla speculazione fine a se stessa, magari anche scegliendo delle persone comprensibili nel loro linguaggio (piuttosto di indolenti personaggi da cabaret) con l’obiettivo di rassicurare la popolazione. Invece, ancora oggi, lo stesso ministro Speranza inneggia ad una possibile terza dose e ripropone come forma di pressione psicologica il terribile scenario di un’altra chiusura totale.

    Uno stato di emergenza non significa la sospensione delle prerogative democratiche alle quali ANCHE un governo è soggetto come espressione di quell’obbligo di trasparenza nei confronti dei cittadini-elettori. Una trasparenza ancor più necessaria in quanto il governo stesso si basa su una maggioranza parlamentare assoluta.

    Sembra incredibile come i sostenitori ma anche gli oppositori della vaccinazione e di un eventuale green pass non si rendano conto di come dal contesto nel quale esercitano il proprio diritto di confronto democratico emerga chiara questa deriva autoritaria in nome dell’emergenza. Una deriva  visibile a livello statale e verificabile a livello europeo in rapporto alla imposizione di  una transizione ambientale basata solo su paradigmi ideologici (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    L’alternativa a questa deriva autoritaria del nostro Paese si trova  a soli pochi chilometri da Milano, nella democrazia diretta della Svizzera. Poco prima dell’estate, infatti, con il solito referendum, è stato posto il quesito ai cittadini se volessero accettare i costi aggiuntivi di una transizione ecologica: la risposta è stata a  grandissima maggioranza NO.

    Questa nostra deriva autoritaria attraverso la centralizzazione decisionale con  lo Stato ed il governo, quindi il solo potere esecutivo, e l’Europa in ambito continentale, uniti ad imporre stati di emergenza come transizioni ambientali ed ecologiche, per altro di chiara ispirazione ideologica, dimostra come il concetto di democrazia si stia impoverendo pericolosamente.

    Certamente la nostra era una democrazia delegata nella quale tuttavia da anni gli effetti delle decisioni economiche, sociali e sanitarie (si pensi ai tagli alla sanità dei governi Monti e Renzi ) non ricadono mai sugli autori di queste politiche ma sempre sui cittadini.

    Prende corpo cosi lo IATO ISTITUZIONALE tra organi istituzionali ed elettori. Lo stato e chi in suo nome opera, in altre parole, sta prendendo il sopravvento sulle legittime e democratiche aspettative dei cittadini.

  • Referendum per l’ambiente nella Costituzione: Macron affronta l’onda verde transalpina

    Un’onda dipinge di verde il futuro della Francia, sindaci, spesso sconosciuti, con programmi ecologici, conquistano città come Marsiglia, Lione, Strasburgo, Bordeaux. Persino Anne Hidalgo, per riprendersi Parigi, ha dovuto allearsi con i Verdi. E Macron non si fa pregare per far capire che gli ultimi due anni del mandato saranno all’insegna dell’ecologia, e arriva ad annunciare un referendum per inserire i principi ambientali nella Costituzione. Ma per il presidente il problema immediato si chiama Edouard Philippe, il premier che lo supera in popolarità e che ieri ha anche largamente riconquistato il suo Comune, Le Havre. Presidenziali e politiche trionfali per Macron nel 2017, creazione de La Republique en Marche (Lrem), il partito che da solo aveva la maggioranza fino a qualche settimana fa, poi elezioni europee discrete nel 2019: adesso per i macroniani è arrivata la prima disfatta elettorale. Hanno perso quasi ovunque avessero presentato candidati. Il caso di Agnès Buzyn a Parigi – paracadutata dal ministero della Salute già in piena pandemia per lo scandalo del video a luci rosse del candidato Benjamin Griveaux – è emblematico: è riuscita a scendere nelle preferenze fino al 14,87%, molto meno della metà della pur sconfitta Rachida Dati. Oggi, nessuna città importante è governata dai macroniani. A Marsiglia, altra città diventata per la prima volta Verde, il candidato Lrem Yvon Berland era stato ridicolizzato al primo turno con l’1,53%. I Verdi hanno strappato ai macroniani persino il loro feudo di Lione, dopo il pasticcio del sindaco Gerard Collomb, che da Lrem si era riavvicinato alla destra dei Republicains. “Misure forti”, ha subito annunciato Macron, che – per una fatalità forse non calcolata – aveva in programma di ricevere all’Eliseo i componenti della Convenzione cittadina per il clima, che hanno presentato le 150 richieste elaborate per proteggere e rilanciare le politiche ambientali in Francia. A loro ha promesso di accelerare sull’ecologia per gli ultimi due anni di mandato, arrivando a promettere un referendum nel 2021 per iscrivere i temi dell’ambiente, della protezione del clima e della biodiversità negli articoli della Costituzione. In un partito dove già i mal di pancia serpeggiano da tempo, la “febbre verde” che ha colto la Francia aumenta le tensioni, tanto che Macron – pur accettando le proposte presentate dalla Convenzione – ha spiegato chiaramente che alcune di esse, come la limitazione della velocità a 110 km/h su tutte le autostrade, non saranno accettate. E si è congratulato con i presenti perché, ha detto, “non fanno come quegli ecologisti che sono per un modello di decrescita”, ribadendo di credere nella “crescita della nostra economia”.

    Mentre i Verdi diventano, a sorpresa, la forza politica di sinistra più importante in Francia, all’Eliseo ci si preoccupa anche della saldatura – in molte città conquistate dagli ecologisti – con i socialisti, che nel 2017 erano quasi scomparsi dai radar. Per il primo segretario del Ps, Olivier Faure, la prospettiva da costruire è quella di un “blocco social-ecologista” per le presidenziali del 2022. Ma i guai non arrivano mai soli. E Macron non deve preoccuparsi soltanto di riorientare la sua politica verso i principi ecologisti, ma anche di risolvere il dilemma di un premier, Edouard Philippe, che nei tre mesi di pandemia ha guadagnato fino al 51% di popolarità, superando il presidente rimasto al palo (44%). Philippe alter ego di Macron ha il difetto di essere oggi troppo vincente e troppo popolare: l’ultimo trionfo glielo ha tributato ieri la “sua” Le Havre, rieleggendolo sindaco a furor di popolo con il 58,83% dei voti. Il 55% dei francesi vorrebbe che lui rimanesse capo del governo e Macron è al bivio: svolta “verde” cambiando il premier e rischiando ancor più impopolarità (e magari giocandosi il sostegno di Philippe per le presidenziali 2022) oppure avanti con il capitano vincente cambiando soltanto la squadra? Yannick Jadot, leader di Eelv (Europe Ecologie Les Verts), è stato chiaro: “Nessuno di noi entrerà al governo”.

  • Anche le vacche lo sanno

    “Se non faccio qualcosa” pensò il giovane Payeng “anche noi uomini saremo destinati a morire come questi serpenti”. Payeng Jadav aveva sedici anni quando una mattina del 1979 fece una scoperta che lo turbò molto. Decine di serpenti giacevano morti lungo le rive sabbiose dell’isola Majuli del fiume Brahmaputra. Dopo essere stati trasportati da un’inondazione su questo lembo di terra arida, perché anche deforestato dall’uomo, i rettili erano morti per le temperature torride e la totale assenza di ombra. Quel ragazzino non lo trovava giusto e sentiva di dover fare qualcosa, ma cosa? Andò a chiedere consiglio agli anziani del villaggio e loro gli risposero che solo una foresta avrebbe potuto contrastare la forza delle alluvioni e l’avanzamento della desertificazione nelle stagioni calde. Gli consigliarono di iniziare dal bambù locale, perché capace di generare forti e profonde radici legnose. Da quel lontano giorno di quarantuno anni fa, Payeng ha piantato fino ad oggi, con la sola forza delle sue nude mani, più di trentamila piante.

    Ci troviamo in India, nello stato dell’Assam, nell’estremo est del Paese e la rigogliosa area verde, nota oggi come la foresta di Molai (dal soprannome di Payeng) si estende per oltre cinquecentocinquanta ettari (più di ottocento campi da calcio). Così ricoperta di alberi, l’isola è “rinata”, dando riparo a migliaia di specie animali differenti: insetti, rettili, volatili e a piccoli e grandi mammiferi selvatici come lepri, cinghiali, cervi, bufali, rinoceronti, elefanti e persino scimmie e la braccatissima Tigre del Bengala.

    Il Governo Indiano venne a conoscenza della foresta di Molai solo nel 2008, quando venne individuato un branco di circa 100 elefanti selvatici che si erano allontanati dalla foresta per qualche giorno. Da allora Payeng non ha avuto più una vita tanto semplice. Premi, riconoscimenti e decine di giornalisti che ogni anno lo raggiungono per intervistarlo. Qualcuno gli ha anche chiesto di andare con loro in Europa o in America ma Payeng ha sempre risposto che c’era ancora tanto da fare perché “Finché la natura sopravvive sull’Isola di Majuli, anch’io sopravvivo!”. Negli anni Payeng è diventato anche un bravo fotografo, raccogliendo migliaia di foto di specie vegetali ed animali selvatici che sono preziosi documenti di studio presso diversi istituiti di ricerca sparsi per il Mondo. Un giornalista americano una volta gli chiese: “Da dove nasce tutto questo amore per la Natura?”. Lui gli rispose “Dalla mia educazione, specialmente quella di mia nonna. Vengo da una famiglia povera, che non ha studiato ma che ha potuto vivere solo grazie al fiume e alla foresta”. E, ad un altro intervistatore che gli chiese: “Come hai fatto a fare tutto questo da solo?”, lui, con il suo bellissimo sorriso, rispose: “Non ho fatto tutto da solo. Pianta uno o due alberi. Loro faranno i semi. Il vento sa come piantarli, qui gli uccelli sanno tutti come piantarli, anche le vacche lo sanno, anche gli elefanti lo sanno, anche il fiume Brahmaputra lo sa. L’intero ecosistema lo sa”.

    Solo noi non lo sappiamo?

    PICCOLO PROMEMORIA

    Circa 350 milioni di nativi vivono vicino o all’interno delle poche foreste ancora esistenti sul Pianeta. Foreste che da sole ospitano l’80% della biodiversità terrestre. Preservare il loro ambiente è fondamentale per tutte le specie, compresi gli esseri umani. Chiunque può fare la differenza, piantando anche un solo albero quando può. Payeng docet.

     

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