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Le Democrazie da esportazione

Le diverse e perfettibili realtà democratiche occidentali sicuramente rappresentano l’applicazione nella realtà di modelli che subiscono le più diverse interpretazioni ideologiche e politiche, le quali, di fatto, determinano un progressivo allontanamento dagli stessi principi fondativi del modello democratico. Questo, tuttavia, non significa che la democrazia reale, proprio perché spesso si manifesta più come una interpretazione rispetto ad una obiettiva applicazione, venga così giustificata nello scendere a compromessi con i propri principi fondativi, come si è assistito negli ultimi decenni.

Nessuno contesta la superiorità di una “cattiva” democrazia, come sono ora una buona parte di quelle soprattutto in Europa, le quali esprimono semplicemente l’imposizione di uno schema ideologico ed istituzionale, i cui costi andranno completamente scaricati sui cittadini, anche attraverso l’adozione di modelli elettorali che tendono a circoscrivere la possibilità di espressione della volontà dei cittadini esprimibile solo attraverso un voto. Il valore della Democrazia, anche se in una applicazione parziale, rimarrebbe comunque preferibile rispetto a qualsiasi altro modello oligarchico, o peggio, anche se quest’ultimo si dimostrasse in grado di interpretare al meglio le esigenze dei cittadini.

La crisi delle democrazie occidentali nasce anche dai compromessi commerciali con Nazioni che esprimono regimi totalitari, giustificandola con la presunzione di essere in grado di influenzare anche in questo modo un asset politico ed istituzionale che non ha alcuna intenzione di introdurre il modello occidentale.

In altre parole, la giustificabile ricerca del massimo sviluppo economico rappresenta comunque la prima ragione di una crisi della democrazia stessa, in quanto questa crescita si basa su di un compromesso economico e soprattutto politico, dato che qualsiasi accordo dovrebbe essere stipulato tra sistemi omologhi, cioè tra nazioni che condividano una comune base politica ed istituzionale.

Il mercato globale, infatti, ha dimostrato come senza una base di regole condivise risulti impossibile creare uno sviluppo duraturo poiché l’unico fattore determinante delle scelte economiche si conferma quello della ricerca del minor costo possibile.

Allo stesso modo, in ambito politico il compromesso con regimi lontani ed espressione di dumping economici e sociali, sostenuto dalla sola convenienza e speculazione economica rappresenta una forma di compromissione pericolosa della democrazia.

Viceversa, le crisi che si susseguono dal 2008 ad oggi in ambito finanziario, economico, sanitario e bellico esprimono sostanzialmente tutte le criticità nella coesistenza tra sistemi economici finanziari, politici ed istituzionali che poco o nulla dimostrano di avere in comune. Ma soprattutto emerge ancora una volta come l’idea della globalizzazione sia ormai destinata ad una profonda radicale revisione che dovrebbe partire dalla condivisione di regole comuni in ambito economico e politico.

Gli ultimi due conflitti espressi dalla guerra russo ucraina e dall’aggressione degli Stati Uniti ed Israele nei confronti di una dittatura come l’Iran esprimono proprio questa incompatibilità nel conseguimento di traguardi economici e politici, che certamente non potrà venire diminuita attraverso l’utilizzo delle armi e dell’esercito.

L’occidente si era illuso che l’esportazione dei propri prodotti rappresentasse il cavallo di Troia per conquistare non solo i nuovi mercati ma anche esportare di conseguenza un modello istituzionale. Quando invece le nazioni che hanno subito le delocalizzazioni, in ambito economico, rappresentano ora i principali concorrenti di quei prodotti che una volta l’occidente esportava.

L’esportazione della democrazia, esattamente come le delocalizzazioni produttive, attraverso l’utilizzo di una guerra oltre ad essere una contraddizione in termini molto spesso ha determinato, proprio come in economia, il rafforzamento proprio dei regimi totalitari che si intendeva invece abbattere.

Anche in politica come per l’economia, quindi, la globalizzazione non vale se si traduce in un semplice elemento o strumento speculativo, quando invece dovrebbe rappresentare l’esito in un processo politico ed economico molto più complesso.

La presunzione occidentale è stata quella di considerare le economie export oriented come strumenti in grado di rappresentare i valori fondativi delle democrazie occidentali. Viceversa queste ultime stanno invece importando proprio alcuni elementi istituzionali, espressione del dumping normativo legislativo, utilizzandoli come strumenti finalizzati al conseguimento immediato di obiettivi che la democrazia invece prevedrebbe come espressione di un percorso molto più lungo e complesso.

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