Democrazia

  • Stato o banda di ladri

    Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati,

    se non delle grandi bande di ladri?

    Sant’Agostino

    Lo Stato è una forma di organizzazione politica di una collettività sociale, tenendo presente anche che per politica, dall’antichità, si considerava l’insieme degli argomenti di discussione, di interesse e di trattazione che concernevano la vita pubblica di una determinata comunità. Comunità che vivevano in territori ristretti. Le città-Stato, ben note nella Grecia antica, rappresentano una forma primaria di organizzazione dello Stato che troviamo fino al medioevo, sia in alcune popolazioni europee e mediterranee, che nelle civiltà precolombiane oltreoceano.

    Lo Stato viene definito come un’entità giuridica e politica, risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. In uno Stato perciò, perché esso possa essere considerato tale, dovrebbero coesistere e funzionare contemporaneamente un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

    La Rivoluzione francese, iniziata con la ribellione di Parigi del 14 luglio 1789, culminata, lo stesso giorno, con l’assalto e la presa della Bastiglia, prigione e simbolo del dispotismo, diede vita anche alla costituzione degli Stati democratici, che hanno come basi intrinseche i concetti fondamentali dello Stato di diritto. I primi elementi dello Stato di diritto si trovano nell’antichità. Per poi arrivare agli sviluppi in Inghilterra nel XIII secolo, sia con l’approvazione della Magna Carta Libertatum, nel 15 giugno 1215, che garantiva alcuni diritti per i sudditi del re Giovanni, sia con l’imposizione di alcune regole, che rappresentavano una significativa novità: per la prima volta i depositari del potere legislativo erano insieme, sia il re che il Parlamento. In seguito, definizione ancora attuale,  con Stato di diritto si intende uno Stato determinato e vincolato dai diritti sanciti nella sua Costituzione. Perciò l’esistenza e il buon funzionamento di uno Stato di diritto presuppongono, tra l’altro, anche la separazione dei poteri e l’esistenza di una Corte Costituzionale che possa controllare e garantire che i poteri rimangano separati e che non interferiscano l’uno con altri. In uno Stato di diritto si devono garantire tutti: i diritti umani, i diritti politici e l’uguaglianza giuridica.

    Cosa che, purtroppo, non sta succedendo ultimamente in Albania. Dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991 e durante un lungo e travagliato periodo di transizione, si sta cercando di costituire uno Stato di diritto. L’Albania continua anche il suo percorso di democratizzazione, essendo però un paese con una democrazia ibrida o fragile, a seconda delle valutazioni fatte dalle istituzioni internazionali specializzate. Per varie ragioni, sia legate agli sviluppi interni che a quelli internazionali, il percorso democratico del paese sta subendo continui colpi. Si sta cercando che più che una società e un paese democratico l’Albania diventi un paese che possa garantire una certa stabilità interna e regionale. A scapito della democrazia però. Una scelta e una decisione delle cancellerie e delle istituzioni europee le cui ripercussioni stanno aggravando la situazione interna del paese. Perché da quella “scelta strategica” per la stabilità a scapito della democrazia, colui che ne approfitta e gode è il primo ministro. E, tramite lui, che ormai si trova con le mani libere, ne approfittano anche certe congregazioni occulte e la ben presente e pericolosa criminalità organizzata. Una diretta conseguenza della scelta di “chiudere un occhio e tollerare” in cambio della “garanzia di stabilità” è anche lo sgretolamento e l’annientamento dello Stato in Albania. Perché, purtroppo, in Albania lo Stato non funziona più. È stato catturato e preso in ostaggio. Una grave e pericolosa realtà questa che ormai non riesce a coprirla neanche il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. Da qualche tempo a questa parte il primo ministro non si vanta più, come faceva regolarmente prima, che “sta costituendo lo Stato”. Perché egli ormai lo sa che lo Stato è lui e ne gode. Come ne godeva Luigi XIV quando, sfidando il Parlamento, nell’aprile 1655, proclamava “L’État, c’est moi – lo Stato sono io!”

    Tra le tante prove eloquenti della realtà albanese è anche il contenuto del Rapporto finale per le votazioni moniste del 30 giugno scorso, presentato ufficialmente a Tirana il 5 settembre scorso dall’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights), che è un importante ufficio, parte integrante dell’OSCE. I suoi rappresentanti hanno osservato e seguito tutte le fasi delle sopracitate votazioni moniste. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese della farsa di quelle votazioni moniste, nonché di tutte le palesi violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore in Albania, mentre la Corte Costituzionale non funziona da quasi due anni.

    Il sopracitato Rapporto sulle votazioni moniste del 30 giugno 2019 in Albania rappresenta un’inequivocabile testimonianza della presa in ostaggio e del totale controllo dello Stato. Nelle 36 pagine del Rapporto si evidenziano tantissimi fatti che dimostrano la cattura dello Stato da parte del potere politico. Il che in Albania significa controllo diretto e personale da parte del primo ministro, da chi per lui e/o per conto di chiunque altro da parte sua. Sono tante e diverse le violazioni evidenziate dai rappresentanti e dagli osservatori dell’OSCE/ODIHR. Si riferiscono sia al processo stesso delle votazioni, sia alle istituzioni che, per legge, dovevano gestire tutto il processo.

    Ma tra le tante conferme dirette e/o indirette della cattura dello Stato, evidenziate nel Rapporto, una merita particolare attenzione. Perché si riferisce al Presidente della Repubblica che aveva firmato due decreti riguardo alla data delle elezioni amministrative. Con il primo annullava il 30 giugno, mentre con il secondo decretava il 13 ottobre 2019 come nuova data per le elezioni. Ebbene, nessuno dei decreti del presidente della Repubblica è stato preso in considerazione, anche se la Costituzione e le leggi obbligavano tutti a farlo. Il Rapporto evidenzia tutto ciò e lo considera come violazione. Non solo ma considera come grave violazione anche il fatto che il secondo decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come prevede e obbliga la legge! Nel Rapporto dell’ODIHR si evidenzia che “Il Decreto del presidente della Repubblica per fissare il 13 ottobre come giorno per le elezioni amministrative non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica d’Albania, anche se la pubblicazione di questo atto del presidente della Repubblica è obbligatorio per legge”! Ed è soltanto una delle tante, tantissime violazioni evidenziate dal Rapporto.

    Chi scrive queste righe è convinto dell’urgenza di salvare lo Stato in Albania. Proprio quello Stato che è stato preso in ostaggio e annientato nelle sue funzioni. Perché l’annientamento dello Stato rappresenta un gravissimo allarme e una situazione di massima pericolosità per le sorti del Paese e della nazione. Perché ormai in Albania si sta restaurando una nuova dittatura con tutte le inevitabili e drammatiche conseguenze. La memoria storica dal 1945 fino al 1990 insegna tutto a tutti. Gli albanesi si devono rendere conto, prima possibile, di questo imminente pericolo e devono agire decisi. L’insegnamento di Sant’Agostino, che se non è rispettata la giustizia lo Stato diventa una grande banda di ladri, deve servire a tutti loro da lezione. Domani sarà troppo tardi!

  • Che fatica essere credibili

    Si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere,
    più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.

    Hannah Arendt

    Nonostante il caldo del mese appena passato, tante cose sono successe in due paesi vicini, divisi dal mare Adriatico. Nonostante le differenze nello sviluppo economico, democratico e nelle tradizione storiche e culturali in quei due paesi, una cosa però le accomuna: l’irresponsabilità di una certa classe politica che si aggrappa al potere, costi quel che costi, per rimanere a galla.

    In Italia si è aperta una crisi governativa. Accadeva l’8 agosto scorso. Al presidente del Consiglio è stato chiesto dal suo vice e ministro dell’Interno di “prendere atto che non c’è più la maggioranza”. Convinto, quest’ultimo, che era arrivato il momento di “restituire rapidamente la parola agli elettori”. Lui è stato duro anche con gli alleati di governo. Tutto quello che è successo in seguito ha dimostrato però che la decisione del ministro dell’Interno risulterebbe essere stata fatalmente sbagliata per lui. Nei giorni seguenti l’8 agosto, si era capito che si stava andando non verso nuove e anticipate elezioni, ma verso una nuova alleanza, escludendo però il ministro dell’Interno. Rendendosi conto di questo fatto, lui ha teso di nuovo la mano al suo alleato di governo, proponendogli, secondo quest’ultimo, addirittura di essere il presidente del nuovo governo. Tutto ciò ha costretto il ministro dell’Interno ad affrontare una strana e alquanto bizzarra situazione di debolezza politica e di “ritardato ripensamento”. Ma invano, perché i dadi erano già stati tratti. E non a suo favore, anzi! Chiare evidenze sono state rese pubbliche anche durante la seduta straordinaria del Senato il 20 agosto scorso. In quell’occasione il presidente del Consiglio ha annunciato le sue dimissioni, aprendo così l’attesa crisi governativa. Durante il suo lungo discorso in Senato, egli non ha risparmiato dure critiche al suo vice e ministro dell’Interno. Rivolgendosi a lui ha detto: “promuovendo questa crisi di governo ti sei assunto una grande responsabilità di fronte al paese: hai annunciato questa crisi chiedendo pieni poteri…”. Il presidente della Repubblica, rispettando ed eseguendo i suoi doveri e diritti costituzionali, dopo le consultazioni con i rappresentanti delle istituzioni e dei partiti parlamentari, il 29 agosto scorso ha sciolto la riserva. Egli ha dato di nuovo l’incarico al dimissionario presidente del Consiglio di formare il nuovo governo. Un governo basato su un’altra alleanza, anch’essa insolita e strana, visto quanto è accaduto pubblicamente da più di un anno a questa parte. Non solo, ma tutti e due sono dei partiti che hanno regolarmente e significativamente perso in tutte le competizioni elettorali, dal marzo 2018 in poi. Compresa anche quella delle elezioni per il Parlamento europeo, a fine maggio scorso. Tutto il resto è e sarà cronaca di questi giorni. Ma quanto è accaduto in Italia durante lo scorso mese caldo d’agosto, in seguito alla crisi governativa, ha anche e purtroppo palesemente dimostrato fino a quanto e dove si potrebbe arrivare grazie ai “giochi di palazzo”, l’immoralità e l’irresponsabilità politica.

    Nel frattempo, durante il mese caldo d’agosto, in Albania ha continuato a consumarsi la grave crisi politica, istituzionale e sociale iniziata lo scorso febbraio. Crisi che si sta aggravando ogni giorno che passa e che ha come principale responsabile il primo ministro, sia istituzionalmente che personalmente. Crisi che non si potrebbe risolversi neanche con le “acrobazie verbali” del primo ministro per “togliere il marcio” di dosso e buttarlo altrove, non importa a chi. Un suo usuale comportamento, una sua viscerale insistenza quella di non riconoscere e di non assumere le sue responsabilità, passandole agli altri, è una sua costanza caratteriale e una scelta ben nota da anni. Durante questo ultimo mese ne ha dato però ulteriori, irrisori e miseri esempi.

    Che da anni il primo ministro albanese seguisse una ben precisa e dettagliata strategia per prima accedere al potere e poi mantenerlo a tutti i costi, si è capito senza alcun dubbio e pubblicamente. Si è capito anche che quella strategia, elaborata negli ambienti occulti, soprattutto oltreoceano, prevede il coinvolgimento della criminalità organizzata, degli oligarchi, dei media e, da più di un anno, anche del sistema della giustizia. In tutto ciò ormai, dati e fatti alla mano, risulterebbe una strategia che ha raggiunto egregiamente i propri obiettivi. Durante gli ultimi mesi ci sono state ulteriori prove a conferma di tutto ciò.

    Il nostro lettore è ormai ben informato della farsa anticostituzionale delle votazioni moniste del 30 giugno scorso. Ma nonostante ciò, il primo ministro ha insistito e ha proseguito nella sua folle corsa anticostituzionale e in palese violazione delle leggi in vigore in Albania, per accaparrare anche la gestione di tutta l’amministrazione locale. Lo ha fatto spudoratamente e con la sua solita arroganza istituzionale e personale. Lo ha fatto, anche se l’astensionismo durante le votazioni moniste del 30 giugno scorso ha superato mediamente l’80%, con punte di più del 90%!

    Durante questi mesi caldi d’estate altri scandali si sono verificati in Albania. Alcuni appositamente fatti accadere per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla grave crisi e le sue vere cause, altri sfuggendo al controllo di chi di dovere. Il nostro lettore sarà informato a tempo debito di tutto ciò.

    Ma durante questi mesi caldi d’estate, e rimanendo in tema delle votazioni moniste, anche i dirigenti dell’opposizione albanese non hanno smentito se stessi. Prima del 30 giugno avevano promesso pubblicamente di non permettere, anche con la forza, che accadesse quella farsa elettorale anticostituzionale. Poi, alcuni giorni prima, hanno cambiato strategia. Una loro scelta. Forse anche giusta, visti determinati “comportamenti internazionali”. Ma anche’essi, recidivi nel promettere e mai mantenere le loro promesse, hanno di nuovo deluso. Non solo, ma hanno proseguito con il loro “vizio”. Dopo il 30 giugno i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che non avrebbero permesso ai nuovi sindaci di entrare negli uffici. Di nuovo delle promesse clamorosamente deluse! È proprio un vizio il loro: promettono e poi fanno finta di niente. Come se non fossero stati loro stessi ad aver pronunciato quelle parole e aver fatto appelli di “ribellione” e di “lotta intransigente contro il male”! E come se niente fosse, dopo che il primo ministro ormai controlla anche tutta l’amministrazione locale, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che a settembre sarà (veramente?) la fine del male. Rimane tutto da vedere, ma con molta, tanta e ben giustificata riserva.

    Proprio un anno fa il nostro lettore ha potuto leggere l’articolo dell’autore di queste righe “Ormai è già settembre” (Patto Sociale n. 322). Non a caso il titolo, perché i massimi rappresentanti dell’opposizione avevano allora promesso azioni decise per mettere ordine e ripristinare l’ordine democratico in Albania, partendo dal governo. Ma niente è accaduto in seguito. Chissà perché!

    Chi scrive queste righe testimonia che quanto sopracitato è accaduto realmente in Albania durante questa calda estate. Egli è convinto che, purtroppo, quello che sta accadendo in Albania non stupisce più. Anche perché per i politici è una grande fatica essere credibili. Ma quello che sta accadendo in Albania dovrebbe preoccupare sempre di più. E non solo gli albanesi.

  • L’estinzione dell’uomo politico

    Qualche giorno fa Il Patto Sociale ha pubblicato un articolo di Anastasia Palli sulla drammatica estinzione degli elefanti. L’articolo mi ha portato a una considerazione politica riguardo all’estinzione, ormai arrivata alla quasi totalità, di politici ‘veri’. Parliamo di quelle persone che rispettano le istituzioni perché ne conoscono l’importanza e la dignità che queste rivestono per tutta la comunità, nazionale ed internazionale. Parliamo di quelle persone che, essendo fedeli ai propri obiettivi di partito, sanno comunque che gli interessi di parte non possono mai sopravanzare gli interessi comuni; parliamo di coloro che sanno che, in certi casi, la forma è sostanza e perciò rispettano, pur contrastandoli quando necessario, gli avversari, rispettano sia le diverse religioni, quando queste non ledono i più elementari diritti umani, che la laicità dello Stato e cioè la conquista della divisione tra il potere spirituale e le leggi che governano un Paese o un’associazione di Paesi. 

    Quasi estinta è quella categoria di politici che, pur con tutti i loro difetti, compresi quelli che hanno portato alla fine della Prima Repubblica, sapevano che per governare occorreva cultura, conoscenza delle istituzioni e dei reali problemi del Paese, consapevolezza di quello che si poteva promettere e realizzare e coscienza di quello che era solo un programma elettorale e cioè una serie di promesse senza futuro.

    Ripensando alle tribune stampa, dove giornalisti seri facevano domande scomode ai Berlinguer o agli Almirante e dove cittadini attenti, da casa, capivano e di conseguenza sceglievano, non possiamo che rammaricarci di quanto, contestualmente, la politica, quella con la P maiuscola, è diventata insieme all’informazione l’arte dell’intrattenere se non addirittura l’arte di giocare con i sentimenti e i bisogni. Siamo in un’epoca nella quale l’informazione è sempre più pronta alla piaggeria e alla fake news piuttosto che a informare correttamente l’opinione pubblica su quanto effettivamente avviene, al di là di boutade e tweet. 

    L’estinzione dell’‘animale politico’  non riguarda solo l’Italia, ma larga parte del mondo e questo rende le popolazioni sempre più inquiete e disabituate all’esercizio dei propri diritti costituzionali, la conseguenza è che l’astensionismo è in continuo aumento, nessuno si fida più di nessuno. Se da un lato la capacità degli elettori di cambiare la loro scelta politica è un segno di maturità democratica, quando questo avviene all’interno di una democrazia compiuta, il cambio repentino di bandiera, al quale assistiamo da qualche tempo, è la palese dimostrazione di una delusione costante del corpo elettorale rispetto alle proposte elettorali.

    Lasciamo ai tanti commentatori esercitarsi sui perché e i per come dell’attuale crisi di governo italiana. Il problema è più profondo delle vere o presunte motivazioni che hanno mosso i protagonisti di questa nuova pagina ma è evidente che non si potrà uscire né dalla crisi attuale né da quelle future se non si rinsalderanno i principi che sono alla base della democrazia e del sistema parlamentare. 

    Chiunque domani avrà responsabilità di governo, anche sulla scorta delle esperienze di questi anni, si ricordi che arroganza, delirio di onnipotenza o la convinzione di essere ispirati dal ‘divino’ non servono né al Paese né, alla lunga, alla loro personale causa. Governare significa mettersi al servizio del Paese e non pensare che il Paese debba essere convinto a seguirti facendo appello alle paure ed alle rabbie che si nascondono in ciascuno. Governare è servire, non farsi servire, non è utilizzare il consenso per la propria parte ma sentirsi responsabili di tutti, cancellando la distorta certezza di possedere, da soli, la verità rivelata, la ricetta magica. 

    Per governare occorre anche cultura, cultura politica, istituzionale, conoscenza delle realtà geopolitiche, rispetto del prossimo e almeno un filo di umiltà per essere capaci di comprendere, analizzare e solo poi decidere.

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

  • Votazioni moniste come farsa

    Con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare.

    John Acton

    Napoleone Bonaparte, con un colpo di Stato, rovesciò il 9 novembre 1799 (18 brumaire, anno VIII, secondo il calendario repubblicano) il Direttorio, cioè il Consiglio dei cinque Direttori che avevano governato in Francia dal 26 ottobre 1795. Alcuni decenni dopo, proprio il 2 dicembre 1851, suo nipote Luigi Bonaparte, con un altro colpo di Stato ha avviato l’instaurazione del Secondo Impero. Da tre anni presidente della Repubblica, lui è riuscito a conservare il potere, nonostante la Costituzione della Seconda Repubblica non gli permetteva un secondo mandato. Proprio il 2 dicembre 1851 Luigi Bonaparte proclamava la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale e chiedeva la preparazione di una nuova Costituzione, che doveva sostituire quella della Seconda Repubblica. Tutto per arrivare poi, un anno dopo, a costituire il Secondo Impero e proclamare se stesso Napoleone III, Imperatore dei francesi. La storia si ripete in qualche modo, anche se diversamente per contenuti, importanza e conseguenze. A seconda anche delle congiunture storiche e dei personaggi coinvolti. Quel periodo storico è stato trattato ampiamente dagli storici e non solo. Sono noti, tra gli altri, Napoleone il piccolo di Victor Hugo, Il colpo di Stato di Proudhon e Il 18 brumaire de Luigi Bonaparte di Karl Marx. Quest’ultimo, ammiratore di Napoleone I e molto critico verso suo nipote Napoleone III, tratta dal suo punto di vista il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Parafrasando Hegel, lui scrive all’inizio del suo libro che “Tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte […]. La prima come tragedia, la seconda come farsa”.

    Per il 30 giugno scorso in Albania erano previste le elezioni amministrative. Le aveva decretate il presidente della Repubblica. Lo stesso presidente però, considerando l’aggravarsi della situazione in Albania e della crisi politica e istituzionale, ha firmato il 10 giugno scorso un decreto per disdire il 30 giugno come data delle elezioni. Essendo pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale, quel decreto, secondo la legislazione albanese, era diventato obbligatorio per tutti, istituzioni e singole persone, primo ministro compreso. Tutto ciò mentre in Albania da più di un anno non funziona la Corte Costituzionale e quando, fatti alla mano, il sistema della giustizia, tutto il sistema, ormai viene controllato dalla volontà e dagli interessi solo di una persona. Quanto è accaduto durante queste ultime settimane ha dimostrato, senza equivoci, che nella sua irresponsabile, pericolosa, illegale e anticostituzionale corsa, il primo ministro, ha coinvolto anche tutte le istituzioni che devono gestire le elezioni, Commissione Centrale Elettorale in testa.

    Durante la settimana appena passata, ogni giorno nuovi fatti sono stati resi noti, dimostrando così non solo la farsa delle votazioni moniste, ma anche la clamorosa manipolazione dei risultati di quelle votazioni. Come quel ladro che, non avendo chi e cosa rubare, ruba se stesso. Quello che è accaduto il 30 giugno scorso durante le votazioni moniste in Albania è l’ennesima testimonianza della saggezza umana, secondo la quale il vizio se ne va via soltanto con l’ultimo respiro.

    Ogni giorno che passa vengono pubblicati nuovi fatti che testimoniano le manipolazioni dei risultati della votazione monista del 30 giugno scorso. Il primo ministro, da tempo ormai, si trova ad affrontare sempre più grandi difficoltà, legate all’urlante e pericolosamente diffusa corruzione, all’abuso di potere, ai patti con i poteri occulti, alla connivenza con la criminalità organizzata e tanto altro. In una simile situazione lui sta cercando, costi quel che costi, una soluzione, non importano le conseguenze. Basta che si guadagna del tempo. Ragion per cui, dati e fatti alla mano, lui ha avviato un vasto e allarmante processo manipolativo dei risultati delle votazioni moniste. Sempre dai dati elettorali resi pubblici dal 30 giungo in poi risulterebbe che la Commissione Centrale Elettorale stia “certificando” la manipolazione e la falsificazione dei risultati. Per raggiungere l’obiettivo posto dal primo ministro riguardo al risultato delle votazioni, tutta la catena delle commissioni elettorali, partendo da quelle dei singoli seggi, quelle regionali, per finire alla Commissione Centrale Elettorale, hanno dovuto falsificare e grossolanamente modificare e “correggere” a più riprese i risultati delle votazioni moniste. Un’ulteriore dimostrazione che anche quando la maggioranza governativa del primo ministro non ha altri avversari non smette di brogliare e non può fare a meno del vizio di avere tutto per se. Nel frattempo l’opposizione, nonostante avesse ufficialmente boicottato le elezioni, aveva preso tutte le misure per controllare e documentare l’afflusso dei votanti nei singoli seggi. Dai dati che gli osservatori dell’opposizione hanno procurato, risulterebbero gravi manipolazioni, smentendo le dichiarazioni ufficiali fatte dalla Commissione Centrale Elettorale. Da quei dati risulterebbe che l’affluenza dei cittadini aventi diritto al voto è stata di circa 15%, invece di circa 22% secondo la Commissione. Tutto ciò per fare in qualche modo combaciare il numero degli aventi diritto di voto con quelli che figuravano aver votato dai dati delle commissioni. Da quei dati risulterebbe che in tutti i 61 comuni, per il candidato unico della maggioranza governativa, abbiano votato significativamente più persone di quelle che ne avevano il diritto e che figuravano anche ufficialmente nelle liste elettorali! Nel frattempo, messi spesso in grandi difficoltà, dovute alla pubblicazione di dati privi di logica, i rappresentati della maggioranza hanno addirittura cancellato i dati sul sito della Commissione Centrale Elettorale, per perdere le tracce! Loro non hanno pubblicato nel sistema elettronico i dati della partecipazione alle votazioni moniste, come di prassi, semplicemente per non lasciare traccia e per non essere contraddetti da se stessi e per non diventare ridicoli. I rappresentanti della maggioranza governativa in tutte le commissioni elettorali, brogliando, falsificando e modificando continuamente i risultati, hanno commesso un crimine elettorale, punibile dal codice penale. Ma il sistema “riformato” della giustizia, nonostante le evidenze clamorose, fa finta di niente. Nel frattempo però, il presidente della Commissione Centrale Elettorale, l’unico che si è pubblicamente distanziato da questa farsa elettorale, alcuni giorni fa è stato seriamente minacciato e ormai lui e la sua famiglia sono sotto scorta.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania si sta attuando un colpo di Stato, ideato e messo in atto dal primo ministro. Il quale, trovandosi in gravi difficoltà politiche, istituzionali e personali, controllando pienamente la polizia di Stato e l’esercito, sta violando seriamente la Costituzione e le leggi in vigore. Come aveva fatto anche Luigi Bonaparte nel 2 dicembre 1851. E come hanno fatto altri usurpatori del potere nel corso degli anni. Che qualcuno ricordi a lui però che tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte. Comunque, la seconda volta come farsa. E che non si illuda, perché, come scriveva Lord Acton, con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare. Ma poi?!

     

  • Istanbul’s mayoral election was a vote of confidence for democracy in Turkey

    Turkish President Recep Tayyip Erdoğan and his political party, the AKP, will be in a period of transition after having suffered an electoral defeat at the hands of opposition figure Ekrem Imamoğlufor control of Istanbul after a re-run of the city’s mayoral election.

    Erdogan had previously said that “whoever wins Istanbul, wins Turkey” and with nearly all ballots counted, Imamoğlu had captured 54% of the vote, far ahead of his to his opponent, former Prime Minister Binali Yildirim, who received 45% of the ballots cast. Imamoğlu’s margin of victory was a huge increase on what he achieved in an earlier election held in March that was later annulled after the AKP accused the opposition of voting irregularities.

    The decision to re-run the vote was heavily criticised by Turkey’s Western allies and caused an uproar among domestic opponents who said that democracy in Turkey was under threat. The latest results, however, appear to have been a boon for the overall health of the democratic process in an overwhelmingly Muslim nation of more than 80 million people.

    Imamoğlu, of the secularist Republican People’s Party (CHP), won broad support in Istanbul, by far Turkey’s largest city as well as its cultural capital that was once the seat of government during the 500-year Ottoman Empire. Unlike in previous elections, the CHP did well in traditionally conservative parts of the city where the Islamist-rooted AKP had reigned supreme for the better part of the last 25 years.

    “In this city today, you have fixed democracy. Thank you Istanbul,” Imamoğlu told supporters. “We came to embrace everyone,” he said. “We will build democracy in this city, we will build justice. In this beautiful city, I promise, we will build the future.” Erdogan congratulated Imamoğlu for the victory and later wished him luck as mayor.

    A Council of Europe delegation said, despite some reported incidents of aggressive encounters with party supporters, noted that “the citizens of Istanbul elected a new mayor in a well-organised and transparent vote, albeit intense circumstances,” according to the delegation’s head, Andrew Dawson.

    The AKP’s support among pious and religiously conservative Turks helped it oversee a decade and a half of construction-fuelled economic growth which helped Erdoğan win an unprecedented number of national and local elections by wide margins. The ongoing economic recession and a financial crisis have eroded that has seen the national currency, the lira, lose much of its value over the last year saw support for Erdoğan dry up as voters appear to have also grown concerned about his ever-tighter control over the government.

     

  • Tagliare i parlamentari taglia la democrazia

    La riforma voluta dal governo e, inizialmente, appoggiata anche da FI che taglia 345 parlamentari (230 alla Camera e 115 al Senato) potrebbe diventare legge nei prossimi giorni. Da molti anni si parla di diminuire il numero dei parlamentari, a nostro avviso se da un lato può essere utile diminuire il numero di parlamentari, per snellire il Parlamento, dall’altro preoccupa che la riforma non abbia affrontato alcuni punti chiave necessari a ottenere per l’Italia la realizzazione di una democrazia parlamentare effettiva e compiuta. Ridurre il numero dei parlamentari dovrebbe andare di pari passo con la possibilità, anche per le formazioni più piccole, di fare gruppo, con la rivisitazione della soglia di sbarramento (in caso contrario solo i grandi partiti avranno possibilità di eleggere rappresentati) e soprattutto e prioritariamente con una legge elettorale che ridia ai cittadini il diritto di scegliere, con la preferenza, i propri rappresentanti. Se tutte queste osservazioni non saranno tenute in conto e la riforma sarà solo un taglio secco di deputati e senatori il risultato sarà evidente e cioè il governo avrà un controllo totale su Camera e Senato e la voce delle opposizioni diventerà ininfluente. Non solo: infatti a legge elettorale immutata continueranno ad essere i capi di partito a scegliere i parlamentari con la conseguenza, come ormai avviene da anni, che diventeranno parlamentari non tanto i più preparati e coloro che intendono rappresentare effettivamente i cittadini quanto gli yesmen e gli amici fidati dei leader. Che M5s e Lega, tra le tante cose oggettivamente più urgenti, si siano dedicati alla decurtazione dei parlamentari, senza dare vita a un minimo di riforma istituzionale, dimostra ancora una volta che vi sono forze politiche le quali hanno tutto l’interesse a delegittimare una parte delle istituzioni e ad appropriarsi delle altre. Il valore della democrazia si comprende appieno solo quando questa è messa a rischio o addirittura si perde. Che la democrazia italiana sia ancora incompiuta e fragile è noto, come diventa chiaro e preoccupante che chi è al governo invece di affrontare riforme per snellire quella burocrazia che sta affossando l’attività imprenditoriale e la vita dei singoli privati cittadini, si dedichi invece a una riduzione dell’organo legislativo e cioè il Parlamento. D’altra parte è da molto tempo che il Parlamento è considerevolmente depauperato dei suoi poteri attraverso la legislazione d’urgenza, che i tanti governi di questi anni hanno utilizzato, invocando più del necessario la fiducia, delegittimando di fatto il Parlamento e perciò il potere dei cittadini che, attraverso i parlamentari da loro eletti, dovrebbero legiferare.

    Dietro una riforma che apparentemente parla di risparmio e funzionalità si nasconde ancora una volta il volere di chi è al governo di decidere senza un vero controllo delle Camere. Renzi ci aveva provato eliminando il Senato, M5s e Lega fanno un tentativo simile decurtando il numero dei parlamentari ma senza rinunciare all’uso eccessivo della legislazione d’urgenza e senza abbinare a questa riforma quelle necessarie a garantire che il sistema democratico non si tramuti prima in un sistema oligarchico e poi nel potere assoluto di chi governa.

  • Proteste come unica speranza

    Negli stati democratici, gli unici fondati sulla giustizia,
    capita qualche volta che la frazione usurpa.
    Allora il tutto si leva e la rivendicazione necessaria del suo
    diritto può arrivare fino alla presa delle armi.

    Victor Hugo; “I miserabili”   

    “Di che cosa si compone una sommossa? Di niente e di tutto. Di un’elettricità rilasciata a poco a poco, di una fiamma improvvisamente scaturita, di una forza errante, di un soffio che passa. Quel soffio incontra delle teste che pensano, dei cervelli che sognano, delle anime che soffrono, delle passioni che bruciano, delle miserie che urlano, e le porta via”. Così scriveva Victor Hugo all’inizio del decimo libro del suo famoso romanzo “I miserabili”. Era il tempo dei cambiamenti storici. Era il tempo delle rivolte e delle ribellioni contro la tirannia e le ingiustizie per la libertà e i diritti. Era il 5 giugno del 1832. Alcune settimane prima trentanove deputati dell’opposizione, avevano reso pubblico un “Compte rendu”. In quel “Rendiconto” venivano elencate tutte le promesse che il governo non aveva mantenuto. Proprio quel governo, costituito un anno fa, che aveva continuamente violato le libertà civili e i diritti dei cittadini. Violazioni che avevano ripetutamente provocato agitazioni e disordini a Parigi e in altre parti della Francia. Era un documento che formulava forti accuse contro la monarchia di luglio, costituita dopo le “Trois Glorieuses, cioè le “tre giornate gloriose” del luglio 1830. Il “Rendiconto” era un documento in cui si incitava senza mezzi termini di rovesciare il regime restaurato da Luigi Filippo, il monarca, e costituire la Repubblica. In quel “Rendiconto” gli autori, tra l’altro, scrivevano: “Uniti nella dedizione a questa grande e nobile causa per la quale la Francia combatte da quaranta anni, […] noi le abbiamo consacrato la nostra vita e abbiamo fede nella sua vittoria”.

    Senz’altro gli abitanti di Parigi avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro le ingiustizie e contro il regime di Luigi Filippo nel giugno 1832, così maestosamente descritto da Victor Hugo. Senz’altro tutti gli insorti del 5 giugno erano quei “tutti” che combattevano contro quella “frazione” che aveva usurpato il potere. Senz’ombra di dubbio, in quel 5 giugno 1832, tutti coloro che si sono ribellati e insorti, erano i giovani studenti e gli operai, “senza cravatte, senza cappelli, senza fiato, bagnati dalla pioggia”, ma con “il lampo negli occhi”. Con loro erano anche l’ottantenne Mabeuf e quel monello di Gavroche, tutti e due simboli della barricata della rue de la Chanvrerie. Gli insorti avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro la tirannia. Perché, come scriveva Hugo, “l’insurrezione guarda in avanti”. Perché ”…c’è della corruzione [anche] sotto i tiranni illustri, ma la peste morale è ancora più orrenda sotto i tiranni infami”. Guai e alla faccia dei tiranni infami, perché, “…l’onestà di un cuore grande, condensata con la giustizia e la verità, fulmina!”. Così ammoniva Victor Hugo dalle pagine de “I miserabili”, raccontando quanto accadeva a Parigi nel lontano giugno 1832. Ma anche perché “Ribellarsi contro i tiranni significa obbedire a Dio”. Una frase, concentrato di secolare saggezza umana, maestosamente espressa da Benjamin Franklin. Una frase che chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterla. A se stesso e agli altri.

    In Albania, circa due secoli dopo, ci sono realmente, evidenze e fatti alla mano, tante palesi e pesanti violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini da parte del governo, tanta corruzione, tanti abusi del potere, che giustificano forti ribellioni dei cittadini consapevoli e responsabili. Considerando la grave crisi che incombe dallo scorso febbraio, l’unica cosa da auspicare ormai è che non ci siano anche delle vittime, martiri della libertà, come il 5 giugno 1832 a Parigi. Perché di libertà si tratta. Libertà da una nuova dittatura restaurata, nonostante i vari e diabolici tentativi di camuffarla e di camuffarsi. Ma sempre dittatura è, altrettanto pericolosa e sanguinaria come tutte le dittature.

    In Albania bisogna reagire con forza e determinazione contro questa restaurata dittatura. Una nuova dittatura, simile a quella del secolo scorso, gestita ormai dai diretti discendenti biologici degli stessi dirigenti comunisti di allora. Una minacciosa dittatura, paragonabile, sotto molti aspetti, alle tirannie dei secoli passati in altri paesi, Francia compresa. Questa attuale in Albania è una diabolica dittatura del ventunesimo secolo in Europa, gestita dall’ormai evidenziata e allarmante connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata. E come la storia sempre insegna, arrivano dei giorni per tutti i popoli, nonostante quando e come, durante il quali diventano necessarie, se non indispensabili, scelte responsabili e azioni drastiche e determinate contro le dittature e le tirannie.

    Adesso gli albanesi stanno vivendo quei giorni. Perché attualmente “l’Albania è l’esempio principale di un paese caotico, nelle mani dei gangster”. Cosi si scriveva la settimana scorsa in un articolo del quotidiano tedesco Bild, il quale risulterebbe essere anche il più venduto quotidiano in Europa. L’autore dell’articolo, un noto giornalista, il quale è stato recentemente in Albania, ha avuto modo di conoscere la vera realtà. Lui, tra l’altro, ha messo in evidenza alcune verità, delle quali si sapeva poco o niente in Europa e nel mondo. “Adesso sta diventando chiaro per l’altra parte del continente che c’è qualcosa di seriamente sbagliato nel paese che era totalmente isolato sotto il comunismo dell’epoca della pietra”. Così si scriveva nell’articolo pubblicato la scorsa settimana dal quotidiano tedesco Bild. L’autore attirava l’attenzione pubblica e istituzionale su un altro fatto, direttamente legato con i negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Riferendosi alle raccomandazioni positive della Commissione europea per l’Albania, di cominciare i negoziati, il giornalista scriveva che quei negoziati saranno proprio “…per ironia con l’Albania! Ironicamente con uno Stato mafioso!”. Un altro serio grattacapo per il primo ministro albanese che, grazie ad una potente e ben finanziata propaganda, sia in Albania che all’estero, era riuscito fino ad alcune settimane fa a nascondere la vera, vissuta e allarmante realtà albanese. Chi scrive queste righe da tempo sta contestando e condannando le dichiarazioni irresponsabili di alcuni tra i massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà [immaginaria] in Albania. Dichiarazioni che sembrano come fossero state scritte dalla mano del primo ministro albanese.

    Chi scrive queste righe è convinto che, ad oggi, almeno un risultato positivo è stato raggiunto dalla rassegnazione dei mandati parlamentari e dalle proteste in corso in Albania. Gli albanesi hanno finalmente capito la falsità e alcune volte anche la malignità, con tutte le reali e negative conseguenze, delle dichiarazioni e dell’operato di alcuni “rappresentanti internazionali”. Chi scrive queste righe è altresì convinto che bisogna ribellarsi contro il male che danneggia e uccide ogni giorno che passa, contro l’arroganza del potere che deride, conto la corruzione che abusa, le ingiustizie che annientano le speranze e contro tanto altro ancora. Bisogna ribellarsi e dare un fortissimo pugno in faccia a coloro che hanno causato una simile e inaccettabile situazione. In nome della vita, della libertà e dei diritti. Come in altri paesi evoluti, Francia compresa.

  • Ambassador discusses Kazakhstan’s elections in Brussels

    BRUSSELS – The Ambassador of Kazakhstan to the European Union, Aigul Kuspan, briefed Brussels-based European journalists about the upcoming extraordinary presidential elections in the country on 15 May.

    Kuspan highlighted the fact that the decision to call early elections -a decision made in consultation with First President Nursultan Nazarbayev and in coordination with the Constitutional Council- was based on the need to provide stability and continuity and eliminate any uncertainty following the resignation of the First President in March 2019.

    She quoted Kazakhstan’s President Kassym-Jomart Tokayev, who has declared that “in order to ensure social and political stability, provide confidence, and address socio-economic development issues, it is necessary to remove any uncertainty.” In his words, Kazakhstan “must confirm the continuity, predictability and stability of its domestic and foreign policies” and “this can be done only through the direct will of the people in an election.”

    Kuspan updated the press on the profile and background of the seven candidates that have validly registered following the expiry of the registration deadline on 11 May, as well as campaigning, which is underway, reiterating that all seven candidates receive equal coverage on television and radio during the campaign period, which will continue until 8 June. She also mentioned that voting is not compulsory. Kazakhstan has a strong record of voter participation: average turnout in nine electoral scrutinies since 1999 stood at 81.57%, according to the US-based International Foundation for Electoral Systems.

    The Ambassador also emphasised the cordiality of EU-Kazakh relations, further strengthened by the Enhanced Partnership and Cooperation Agreement (EPCA) that was signed in 2015, the first and only such agreement that the bloc has signed with a Central Asian country so far.

  • Gas a volontà

    Ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia,
    ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare.

    Elie Wiesel 

    Era convinto della necessità di protestare Elie Wiesel. Uno dei sopravvissuti all’Olocausto, noto giornalista, scrittore e Premio Nobel per la Pace nel 1986, non ha smesso mai di lottare contro le ingiustizie. E lo ha dimostrato durante tutta la sua vita. A sedici anni ha subito le atrocità e le ineffabili sofferenze nei famigerati campi di concentramento di Auschwitz e di Buchenwald. Campi dove le camere a gas, quelle diaboliche invenzioni del genere umano, “alleviavano” e attutivano per sempre le sofferenze. In quei campi, come anche in tanti altri dove milioni di esseri umani, spersonalizzati e annientati fino all’inverosimile, numeri senza nome, hanno perso tutto, vita compresa. Una sofferta esperienza di vita che ha fatto di Elie Wiesel un convinto e determinato combattente contro l’oppressione delle persone e le negazioni dei loro fondamentali diritti di vita, nonostante razza, religione e appartenenza. Protestando sempre con le sue “parole incandescenti”, Elie Wiesel era un convinto sostenitore delle proteste contro ogni ingiustizia e contro ogni violazione dei diritti fondamentali dell’umanità.

    Sono tante le ragioni per cui si dovrebbe protestare attualmente in diversi paesi del mondo. Paesi dove vengono sistematicamente e consapevolmente violati i diritti dei cittadini. Paesi in alcuni dei quali i regimi totalitari al potere permettono ai propri cittadini soltanto quel minimo indispensabile che non crea loro problemi. Paesi dove la povertà diffusa per la maggior parte della popolazione e la sfondata ricchezza per pochissime persone sono una evidente realtà. Ma anche paesi nei quali una simile situazione non può durare a lungo. In alcuni si sta protestando da tempo, come in Venezuela. In altri da alcuni mesi. Come nei Balcani e in Albania.

    Sabato scorso, 11 maggio, a Tirana di nuovo i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il malgoverno, chiedendo con forza le dimissioni del primo ministro. I cittadini protestano dal 16 febbraio scorso contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, gli abusi, la corruzione diffusa, l’arroganza governativa e tanto altro. Ma soprattutto i cittadini protestano e devono protestare determinati contro il ritorno di un nuovo regime dittatoriale, nonostante gli enormi sforzi propagandistici di mascherarlo con una parvenza di pluralismo fasullo e di facciata.

    La crisi politica e istituzionale in Albania si sta aggravando ogni giorno che passa. L’opposizione chiede le dimissioni del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio per portare il paese a nuove elezioni libere e oneste, elezioni non più controllate e/o condizionate dal governo e dalla criminalità organizzata, come è successo in questi ultimi anni, prove alla mano. Né più e né meno di quello che stanno chiedendo anche i manifestanti in Venezuela. Tutto questo mentre il primo ministro controlla, oltre al potere esecutivo e legislativo, anche il potere giuridico. Soprattutto da quando, da più di un anno a questa parte, non funzionano più sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Le proteste in Albania, compresa quella dell’11 maggio scorso, sono state trasmesse in diretta televisiva e/o durante i notiziari, anche da molti noti media internazionali. Finalmente l’opinione pubblica, fuori dall’Albania, sta conoscendo la vera realtà del paese. Una realtà che fino a pochi mesi fa era completamente sconosciuta. Tutto dovuto, per varie ragioni, ad un “disinteressamento” mediatico internazionale.

    Nonostante l’attuale e grave realtà politica e sociale in Albania, il primo ministro continua ad ostinarsi a non fare un passo indietro. In una simile situazione l’opposizione, con la massima responsabilità istituzionale e morale, dovrebbe riadattare la sua strategia. Prima di tutto mai più promesse non mantenute, come è successo spesso in questi ultimi anni. Con tutte le inevitabili e dannose conseguenze per il paese. Soprattutto con la perdita della fiducia e della speranza. Perciò diventa indispensabile un cambiamento radicale della strategia. Adesso la situazione è tale che o l’opposizione diventa realmente credibile, oppure non ci sarà più una vera e reale opposizione in Albania. Ci sarà semplicemente un’opposizione di facciata. Il primo ministro ha già pensato e si è personalmente investito a costituire proprio quella che lui stesso ha chiamato la “nuova opposizione” composta da esseri che vendono l’anima per poco, da buffoni e da cretine, che non sono in grado di leggere senza sbagliare neanche un testo scritto da altri. Alcune settimane fa a questa combriccola è stato unito anche un “nuovo partito” registrato, in palese violazione della legge, dal sistema “riformato” della giustizia, nonostante tante denunce di firme falsificate, ma delle quali il tribunale ha fatto finta di niente!

    La protesta dell’11 maggio scorso, più delle altre precedenti, verrà ricordata soprattutto per l’uso sproporzionato e ingiustificato del gas, in palese violazione della legge e delle regole in vigore. Da sottolineare che non si sa neanche che tipo di gas sia stato usato. Di certo non è stato un gas lacrimogeno. Secondo gli specialisti si tratterebbe di gas nocivo con conseguenze per la salute. L’odore e l’effetto del gas usato è stato avvertito anche a più di un chilometro di distanza e ha creato seri disturbi respiratori e altri ancora, anche a migliaia di cittadini che abitavano nei paraggi e che stavano nelle loro case. Gas che, oltre ai manifestanti, ha impedito ai tanti giornalisti e cronisti di continuare a rapportare quanto stava accadendo. Forse al primo ministro interessava molto che le immagini in diretta, offuscate da tanto, tantissimo gas, fossero “perse”. Perché così non poteva rimanere traccia della palese violazione delle norme, della crudeltà nelle operazioni della polizia di Stato e delle forze speciali, numerose e armate fino ai denti, come se stessero affrontando un esercito di terroristi ben addestrati! Gas a volontà!

    Lo schieramento, di fronte ai manifestanti, di ingenti forze speciali, di mezzi blindati e macchine che lanciavano acqua a pressione è stato un’altra cosa che si ricorderà della protesta dell’11 maggio scorso a Tirana. Come se fosse stato dichiarato lo stato d’assedio. Immagini che ricordavano altre e altrettante sgradevoli immagini da altri paesi, Venezuela compreso. Per fortuna lo hanno trasmesso in diretta televisiva sia i media che le reti sociali. E la propaganda del primo ministro non può più nascondere la testa come lo struzzo. Nonostante i “generosi sforzi” da parte di alcuni soliti irresponsabili rappresentanti internazionali i quali, come sempre, non hanno visto e sentito niente. Neanche l’uso criminale del gas. Ma che hanno condannato la “violenza” usata dai manifestanti!

    Chi scrive queste righe avrebbe tante altre cose da scrivere, come diretta riflessione di quanto è accaduto l’11 maggio scorso a Tirana. Tra le tante cose però, l’uso del gas contro i cittadini gli ha fatto venire in mente le camera a gas dei campi di concentramento nazisti. Condividendo anche quanto scriveva Elie Wiesel sul dovere civile di protestare dei cittadini responsabili. E cioè che “ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia, ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare”.

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