Democrazia

  • Proteste come unica speranza

    Negli stati democratici, gli unici fondati sulla giustizia,

    capita qualche volta che la frazione usurpa.

    Allora il tutto si leva e la rivendicazione necessaria del suo

    diritto può arrivare fino alla presa delle armi.

    Victor Hugo; “I miserabili”   

    “Di che cosa si compone una sommossa? Di niente e di tutto. Di un’elettricità rilasciata a poco a poco, di una fiamma improvvisamente scaturita, di una forza errante, di un soffio che passa. Quel soffio incontra delle teste che pensano, dei cervelli che sognano, delle anime che soffrono, delle passioni che bruciano, delle miserie che urlano, e le porta via”. Così scriveva Victor Hugo all’inizio del decimo libro del suo famoso romanzo “I miserabili”. Era il tempo dei cambiamenti storici. Era il tempo delle rivolte e delle ribellioni contro la tirannia e le ingiustizia per la libertà e i diritti. Era il 5 giugno del 1832. Alcune settimane prima trentanove deputati dell’opposizione, avevano reso pubblico un “Compte rendu”. In quel “Rendiconto” venivano elencate tutte le promesse che il governo non aveva mantenuto. Proprio quel governo, costituito un anno fa, che aveva continuamente violato le libertà civili e i diritti dei cittadini. Violazioni che avevano ripetutamente provocato agitazioni e disordini a Parigi e in altre parti della Francia. Era un documento che formulava forti accuse contro la monarchia di luglio, costituita dopo le “Trois Glorieuses, cioè le “tre giornate gloriose” del luglio 1830. Il “Rendiconto” era un documento in cui si incitava senza mezzi termini di rovesciare il regime restaurato da Luigi Filippo, il monarca, e costituire la Repubblica. In quel “Rendiconto” gli autori, tra l’altro, scrivevano: “Uniti nella dedizione a questa grande e nobile causa per la quale la Francia combatte da quaranta anni, […] noi le abbiamo consacrato la nostra vita e abbiamo fede nella sua vittoria”.

    Senz’altro gli abitanti di Parigi avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro le ingiustizie e contro il regime di Luigi Filippo nel giugno 1832, così maestosamente descritto da Victor Hugo. Senz’altro tutti gli insorti del 5 giugno erano quei “tutti” che combattevano contro quella “frazione” che aveva usurpato il potere. Senz’ombra di dubbio, in quel 5 giugno 1832, tutti coloro che si sono ribellati e insorti, erano i giovani studenti e gli operai, “senza cravatte, senza cappelli, senza fiato, bagnati dalla pioggia”, ma con “il lampo negli occhi”. Con loro erano anche l’ottantenne Mabeuf e quel monello di Gavroche, tutti e due simboli della barricata della rue de la Chanvrerie. Gli insorti avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro la tirannia. Perché, come scriveva Hugo, “l’insurrezione guarda in avanti”. Perché ”…c’è della corruzione [anche] sotto i tiranni illustri, ma la peste morale è ancora più orrenda sotto i tiranni infami”. Guai e alla faccia dei tiranni infami, perché, “…l’onestà di un cuore grande, condensata con la giustizia e la verità, fulmina!”. Così ammoniva Victor Hugo dalle pagine de “I miserabili”, raccontando quanto accadeva a Parigi nel lontano giugno 1832. Ma anche perché “Ribellarsi contro i tiranni significa obbedire a Dio”. Una frase, concentrato di secolare saggezza umana, maestosamente espressa da Bejamin Franklin. Una frase che chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterla. A se stesso e agli altri.

    In Albania, circa due secoli dopo, ci sono realmente, evidenze e fatti alla mano, tante palesi e pesanti violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini da parte del governo, tanta corruzione, tanti abusi del potere, che giustificano forti ribellioni dei cittadini consapevoli e responsabili. Considerando la grave crisi che incombe dallo scorso febbraio, l’unica cosa da auspicare ormai è che non ci siano anche delle vittime, martiri della libertà, come il 5 giugno 1832 a Parigi. Perché di libertà si tratta. Libertà da una nuova dittatura restaurata, nonostante i vari e diabolici tentativi di camuffarla e di camuffarsi. Ma sempre dittatura è, altrettanto pericolosa e sanguinaria come tutte le dittature.

    In Albania bisogna reagire con forza e determinazione contro questa restaurata dittatura. Una nuova dittatura, simile a quella del secolo scorso, gestita ormai dai diretti discendenti biologici degli stessi dirigenti comunisti di allora. Una minacciosa dittatura, paragonabile, sotto molti aspetti, alle tirannie dei secoli passati in altri paesi, Francia compresa. Questa attuale in Albania è una diabolica dittatura del ventunesimo secolo in Europa, gestita dall’ormai evidenziata e allarmante connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata. E come la storia sempre insegna, arrivano dei giorni per tutti i popoli, nonostante quando e come, durante il quali diventano necessarie, se non indispensabili, scelte responsabili e azioni drastiche e determinate contro le dittature e le tirannie.

    Adesso gli albanesi stanno vivendo quei giorni. Perché attualmente “l’Albania è l’esempio principale di un paese caotico, nelle mani dei gangster”. Cosi si scriveva la settimana scorsa in un articolo del quotidiano tedesco Bild, il quale risulterebbe essere anche il più venduto quotidiano in Europa. L’autore dell’articolo, un noto giornalista, il quale è stato recentemente in Albania, ha avuto modo di conoscere la vera realtà. Lui, tra l’altro, ha messo in evidenza alcune verità, delle quali si sapeva poco o niente in Europa e nel mondo. “Adesso sta diventando chiaro per l’altra parte del continente che c’è qualcosa di seriamente sbagliato nel paese che era totalmente isolato sotto il comunismo dell’epoca della pietra”. Così si scriveva nell’articolo pubblicato la scorsa settimana dal quotidiano tedesco Bild. L’autore attirava l’attenzione pubblica e istituzionale su un altro fatto, direttamente legato con i negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Riferendosi alle raccomandazioni positive della Commissione europea per l’Albania, di cominciare i negoziati, il giornalista scriveva che quei negoziati saranno proprio “…per ironia con l’Albania! Ironicamente con uno Stato mafioso!”. Un altro serio grattacapo per il primo ministro albanese che, grazie ad una potente e ben finanziata propaganda, sia in Albania che all’estero, era riuscito fino ad alcune settimane fa a nascondere la vera, vissuta e allarmante realtà albanese. Chi scrive queste righe da tempo sta contestando e condannando le dichiarazioni irresponsabili di alcuni tra i massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà [immaginaria] in Albania. Dichiarazioni che sembrano come fossero state scritte dalla mano del primo ministro albanese.

    Chi scrive queste righe è convinto che, ad oggi, almeno un risultato positivo è stato raggiunto dalla rassegnazione dei mandati parlamentari e dalle proteste in corso in Albania. Gli albanesi hanno finalmente capito la falsità e alcune volte anche la malignità, con tutte le reali e negative conseguenze, delle dichiarazioni e dell’operato di alcuni “rappresentanti internazionali”. Chi scrive queste righe è altresì convinto che bisogna ribellarsi contro il male che danneggia e uccide ogni giorno che passa, contro l’arroganza del potere che deride, conto la corruzione che abusa, le ingiustizie che annientano le speranze e contro tanto altro ancora. Bisogna ribellarsi e dare un fortissimo pugno in faccia a coloro che hanno causato una simile e inaccettabile situazione. In nome della vita, della libertà e dei diritti. Come in altri paesi evoluti, Francia compresa.

  • Ambassador discusses Kazakhstan’s elections in Brussels

    BRUSSELS – The Ambassador of Kazakhstan to the European Union, Aigul Kuspan, briefed Brussels-based European journalists about the upcoming extraordinary presidential elections in the country on 15 May.

    Kuspan highlighted the fact that the decision to call early elections -a decision made in consultation with First President Nursultan Nazarbayev and in coordination with the Constitutional Council- was based on the need to provide stability and continuity and eliminate any uncertainty following the resignation of the First President in March 2019.

    She quoted Kazakhstan’s President Kassym-Jomart Tokayev, who has declared that “in order to ensure social and political stability, provide confidence, and address socio-economic development issues, it is necessary to remove any uncertainty.” In his words, Kazakhstan “must confirm the continuity, predictability and stability of its domestic and foreign policies” and “this can be done only through the direct will of the people in an election.”

    Kuspan updated the press on the profile and background of the seven candidates that have validly registered following the expiry of the registration deadline on 11 May, as well as campaigning, which is underway, reiterating that all seven candidates receive equal coverage on television and radio during the campaign period, which will continue until 8 June. She also mentioned that voting is not compulsory. Kazakhstan has a strong record of voter participation: average turnout in nine electoral scrutinies since 1999 stood at 81.57%, according to the US-based International Foundation for Electoral Systems.

    The Ambassador also emphasised the cordiality of EU-Kazakh relations, further strengthened by the Enhanced Partnership and Cooperation Agreement (EPCA) that was signed in 2015, the first and only such agreement that the bloc has signed with a Central Asian country so far.

  • Gas a volontà

    Ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia,
    ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare.

    Elie Wiesel 

    Era convinto della necessità di protestare Elie Wiesel. Uno dei sopravvissuti all’Olocausto, noto giornalista, scrittore e Premio Nobel per la Pace nel 1986, non ha smesso mai di lottare contro le ingiustizie. E lo ha dimostrato durante tutta la sua vita. A sedici anni ha subito le atrocità e le ineffabili sofferenze nei famigerati campi di concentramento di Auschwitz e di Buchenwald. Campi dove le camere a gas, quelle diaboliche invenzioni del genere umano, “alleviavano” e attutivano per sempre le sofferenze. In quei campi, come anche in tanti altri dove milioni di esseri umani, spersonalizzati e annientati fino all’inverosimile, numeri senza nome, hanno perso tutto, vita compresa. Una sofferta esperienza di vita che ha fatto di Elie Wiesel un convinto e determinato combattente contro l’oppressione delle persone e le negazioni dei loro fondamentali diritti di vita, nonostante razza, religione e appartenenza. Protestando sempre con le sue “parole incandescenti”, Elie Wiesel era un convinto sostenitore delle proteste contro ogni ingiustizia e contro ogni violazione dei diritti fondamentali dell’umanità.

    Sono tante le ragioni per cui si dovrebbe protestare attualmente in diversi paesi del mondo. Paesi dove vengono sistematicamente e consapevolmente violati i diritti dei cittadini. Paesi in alcuni dei quali i regimi totalitari al potere permettono ai propri cittadini soltanto quel minimo indispensabile che non crea loro problemi. Paesi dove la povertà diffusa per la maggior parte della popolazione e la sfondata ricchezza per pochissime persone sono una evidente realtà. Ma anche paesi nei quali una simile situazione non può durare a lungo. In alcuni si sta protestando da tempo, come in Venezuela. In altri da alcuni mesi. Come nei Balcani e in Albania.

    Sabato scorso, 11 maggio, a Tirana di nuovo i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il malgoverno, chiedendo con forza le dimissioni del primo ministro. I cittadini protestano dal 16 febbraio scorso contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, gli abusi, la corruzione diffusa, l’arroganza governativa e tanto altro. Ma soprattutto i cittadini protestano e devono protestare determinati contro il ritorno di un nuovo regime dittatoriale, nonostante gli enormi sforzi propagandistici di mascherarlo con una parvenza di pluralismo fasullo e di facciata.

    La crisi politica e istituzionale in Albania si sta aggravando ogni giorno che passa. L’opposizione chiede le dimissioni del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio per portare il paese a nuove elezioni libere e oneste, elezioni non più controllate e/o condizionate dal governo e dalla criminalità organizzata, come è successo in questi ultimi anni, prove alla mano. Né più e né meno di quello che stanno chiedendo anche i manifestanti in Venezuela. Tutto questo mentre il primo ministro controlla, oltre al potere esecutivo e legislativo, anche il potere giuridico. Soprattutto da quando, da più di un anno a questa parte, non funzionano più sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Le proteste in Albania, compresa quella dell’11 maggio scorso, sono state trasmesse in diretta televisiva e/o durante i notiziari, anche da molti noti media internazionali. Finalmente l’opinione pubblica, fuori dall’Albania, sta conoscendo la vera realtà del paese. Una realtà che fino a pochi mesi fa era completamente sconosciuta. Tutto dovuto, per varie ragioni, ad un “disinteressamento” mediatico internazionale.

    Nonostante l’attuale e grave realtà politica e sociale in Albania, il primo ministro continua ad ostinarsi a non fare un passo indietro. In una simile situazione l’opposizione, con la massima responsabilità istituzionale e morale, dovrebbe riadattare la sua strategia. Prima di tutto mai più promesse non mantenute, come è successo spesso in questi ultimi anni. Con tutte le inevitabili e dannose conseguenze per il paese. Soprattutto con la perdita della fiducia e della speranza. Perciò diventa indispensabile un cambiamento radicale della strategia. Adesso la situazione è tale che o l’opposizione diventa realmente credibile, oppure non ci sarà più una vera e reale opposizione in Albania. Ci sarà semplicemente un’opposizione di facciata. Il primo ministro ha già pensato e si è personalmente investito a costituire proprio quella che lui stesso ha chiamato la “nuova opposizione” composta da esseri che vendono l’anima per poco, da buffoni e da cretine, che non sono in grado di leggere senza sbagliare neanche un testo scritto da altri. Alcune settimane fa a questa combriccola è stato unito anche un “nuovo partito” registrato, in palese violazione della legge, dal sistema “riformato” della giustizia, nonostante tante denunce di firme falsificate, ma delle quali il tribunale ha fatto finta di niente!

    La protesta dell’11 maggio scorso, più delle altre precedenti, verrà ricordata soprattutto per l’uso sproporzionato e ingiustificato del gas, in palese violazione della legge e delle regole in vigore. Da sottolineare che non si sa neanche che tipo di gas sia stato usato. Di certo non è stato un gas lacrimogeno. Secondo gli specialisti si tratterebbe di gas nocivo con conseguenze per la salute. L’odore e l’effetto del gas usato è stato avvertito anche a più di un chilometro di distanza e ha creato seri disturbi respiratori e altri ancora, anche a migliaia di cittadini che abitavano nei paraggi e che stavano nelle loro case. Gas che, oltre ai manifestanti, ha impedito ai tanti giornalisti e cronisti di continuare a rapportare quanto stava accadendo. Forse al primo ministro interessava molto che le immagini in diretta, offuscate da tanto, tantissimo gas, fossero “perse”. Perché così non poteva rimanere traccia della palese violazione delle norme, della crudeltà nelle operazioni della polizia di Stato e delle forze speciali, numerose e armate fino ai denti, come se stessero affrontando un esercito di terroristi ben addestrati! Gas a volontà!

    Lo schieramento, di fronte ai manifestanti, di ingenti forze speciali, di mezzi blindati e macchine che lanciavano acqua a pressione è stato un’altra cosa che si ricorderà della protesta dell’11 maggio scorso a Tirana. Come se fosse stato dichiarato lo stato d’assedio. Immagini che ricordavano altre e altrettante sgradevoli immagini da altri paesi, Venezuela compreso. Per fortuna lo hanno trasmesso in diretta televisiva sia i media che le reti sociali. E la propaganda del primo ministro non può più nascondere la testa come lo struzzo. Nonostante i “generosi sforzi” da parte di alcuni soliti irresponsabili rappresentanti internazionali i quali, come sempre, non hanno visto e sentito niente. Neanche l’uso criminale del gas. Ma che hanno condannato la “violenza” usata dai manifestanti!

    Chi scrive queste righe avrebbe tante altre cose da scrivere, come diretta riflessione di quanto è accaduto l’11 maggio scorso a Tirana. Tra le tante cose però, l’uso del gas contro i cittadini gli ha fatto venire in mente le camera a gas dei campi di concentramento nazisti. Condividendo anche quanto scriveva Elie Wiesel sul dovere civile di protestare dei cittadini responsabili. E cioè che “ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia, ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare”.

  • Algeria’s moment of truth

    To understand what is behind the mass protests in Algeria, it helps to remember that the country’s outgoing president, Abdelaziz Bouteflika, held that office for two decades, and served as foreign minister as far back as 1963, the year John F. Kennedy was assassinated. The current Army chief of staff is nearly 80, and the current acting president is 77. It is a geriatric regime, presiding over one of the world’s youngest populations.

    Algeria has not fared well under gerontocracy. In Freedom House’s latest report, it is categorized as “Not Free,” whereas neighbouring Morocco, Mali, and Niger are all “Partly Free,” and Tunisia is now considered “Free.” The Algerian regime’s mistake was to think that it could re-install Bouteflika, an invalid since suffering a stroke six years ago, for a fifth term without anyone noticing or caring.

    Driving today’s protests is a deep-seated sense of humiliation among Algerians. Since independence in 1962, its rulers have tended to regard the country’s people as their servants, rather than the other way around. But the regime’s disdain was especially obvious earlier this year when its leading figures publicly endorsed Bouteflika’s candidacy by bowing down to his picture because the man himself could neither appear on stage nor speak. This kind of sham may work in North Korea, but in Algeria, people have access to the Internet and international television channels; they can spot a farce when they see it.

    Beyond Algeria’s lack of pluralism and democracy is its disastrous economic performance. In the World Bank’s “Ease of Doing Business” index, it ranks 157th out of 190 countries, whereas neighbouring Morocco ranks 60th. The difference is almost entirely the result of Algeria’s archaic rentier-state development model. So obsessed is the government with maintaining an iron grip on the economy that Algeria remains one of the few countries not to have joined the World Trade Organization.

    As a result, Algeria has lived almost entirely off oil and gas revenues, which still account for 90% of its export earnings. Six decades after independence, the government has yet to make a serious attempt at diversifying the economy. Outside of the hydrocarbons sector, job creation has been an afterthought. Such is the nature of a rentier state, which must maintain a monopoly over the means of production and the creation of wealth in order to control the population.

    Until now, the regime has maintained social stability by distributing resources to the population and preventing the emergence of a strong private sector that could challenge it from within. Algeria’s lack of democracy and poor economic performance are thus symptoms of the same underlying malady.

    The regime’s attempt at economic liberalization in the 1990s turned out to be a false dawn, benefiting only a select few importers and contractors who rely on public tenders. These regime clients are now among the protesters’ primary targets. In addition to denying economic opportunities to everyone except the politically connected, the system has bred rampant corruption. On Transparency International’s corruption perceptions index, Algeria ranks 105th out of 180, putting it well behind Morocco and Tunisia, which are hardly paragons of good governance.

    If the Algerian regime can claim one success, it is in providing schooling to most of the population. And yet the quality of education is deplorable. In the Program for International Student Assessment (PISA) global rankings, the country is near the bottom in every category.

    Since independence, the Algerian regime has mixed traditional Arabic patrimonialism with Russian-style oligarchy, such that power rests with a presidential clan, the security services, and loyal clients who live off the rentier state. This arrangement was largely spared from the 2010-2011 Arab Spring, most likely because of the trauma of Algeria’s civil war, which claimed as many as 200,000 lives between 1991 and 2002, still weighed heavily in people’s minds. That remains true, and it may explain why the protests have been overwhelmingly peaceful.

    Though Bouteflika is gone, the regime remains in place, hiding behind a constitutional formalism that the protesters clearly do not consider legitimate. Algerians are demanding new political institutions and an orderly transition that prevents the old guard from taking advantage of the interregnum to reclaim power. But they are also being careful not to prevent a backlash from security forces. The pacifist nature of the movement is probably its strongest asset.

    Although the regime is planning to hold the previously scheduled presidential election on July 4, continued protests and threats to boycott the election – a considerable number of mayors have said that they will not open polling stations in their municipalities – could force the regime to accept that a political transition is the only viable option. In that case, the election would be cancelled, and a three- or four-member Presidential Council could be put in place to appoint a transitional government and take legal steps in order to organize the transition, with the Army serving as a guarantor. But the precondition is a postponement of the election and the military’s endorsement of this scenario.

    What is already clear is that a genuine transition cannot be rushed through in just a few months. After more than 60 years of rentier-state autocracy, it will take time for democratic forces to organize and coalesce around common objectives. The goal should be for capable elements of Algerian civil society to take over administration of the state, with the armed forces being neutral. Other than that, all options are on the table. The outgoing regime still warrants suspicion, but the Algerian street now offers ample cause for hope.

     

  • Non avete visto niente ancora!

    Extremis malis, extrema remedia!

    Si, a mali estremi, estremi rimedi! Ad una simile e molto difficile scelta si arriva soltanto quando non esistono altre e quando ogni possibilità di intesa svanisce definitivamente. Questa è stata anche la ragione perché i rappresentanti dell’opposizione politica in Albania hanno rassegnato ufficialmente i mandati parlamentari il 21 febbraio scorso. Da allora si è messa in moto una assordante campagna propagandistica contro questo atto, ignorando la realtà e senza badare a incoerenze logiche e ragionamenti ridicoli e per niente convincenti. Una campagna che, oltre al primo ministro in prima persona e ai suoi luogotenenti, oltre ai media e agli opinionisti da lui controllati, vede attivati, come mai prima, anche i “rappresentanti internazionali’. Una campagna tuttora in corso.

    Ovviamente, in un paese democratico, ma veramente democratico, rassegnare i mandati parlamentari in blocco da parte dell’opposizione sarebbe stata una misura del tutto inspiegabile e ingiustificabile. Perché si sa, in un paese democratico la vita e le attività politiche si dovrebbero svolgere, e realmente si svolgono, prima di tutto, in parlamento.

    Ma in Albania la realtà è ben diversa e molto allarmante. Perché l’Albania, purtroppo, non è un paese democratico. Dalle istituzioni internazionali specializzate viene considerata, a seconda dei casi, come un paese con una “democrazia ibrida”, oppure con una “democrazia fragile”. Che poi non è che cambia molto in sostanza. Ma anche queste definizioni, dati e fatti alla mano, risultano esprimere una valutazione ottimistica. E questo perché, sempre dati e fatti alla mano, negli ultimi anni, e sempre più frequentemente, l’Albania sta scivolando verso un regime totalitario. Con tutte le derivanti e allarmanti conseguenze.

    In una simile realtà, il Parlamento, come simbolo della democrazia viene, quasi quotidianamente, profanato dalla maggioranza governativa e, soprattutto, dal primo ministro in persona. Anzi, è proprio il primo ministro, che con la sua arroganza, la sua volgarità verbale e tanto altro ancora, si identifica come il profanatore per eccellenza delle istituzioni, Parlamento compreso.

    In Albania tutti ricordano, o dovrebbero ricordare, una frase del suo discorso iniziale come primo ministro, appena il suo governo aveva avuto il previsto sostegno parlamentare. Accadeva nel settembre del 2013. Quel discorso non si ricorda e/o non si ricorderà per il suo contenuto, e cioè per il programma del governo durante il suo primo mandato, allora appena cominciato. Perché niente di quello che ha detto il primo ministro, durante quel discorso, è stato realizzato e nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Come sempre. Quel suo primo discorso da primo ministro si ricorderà soltanto per una frase, per quella frase rivolta ai deputati dell’opposizione: “Non avete visto niente ancora!”. Così ha dichiarato il primo ministro allora. Purtroppo il messaggio minatorio di quella frase si è avverato durante tutti questi anni, da quel settembre 2013. Un messaggio chiaro, che si riferiva e preannunciava tutte le negazioni, la completa trascuratezza dei loro diritti istituzionali, nonché le sofferenze alle quali si dovevano abituare i rappresentanti dell’opposizione. Quanto è accaduto in seguito ha confermato quelle parole e quella “profezia”. E non solo nelle attività parlamentari. Era forse una delle pochissime promesse fatte dal primo ministro e da lui mantenute. Non si sa, e forse non si saprà mai, se quelle parole esprimevano una scelta, una linea guida consapevole, oppure sono state articolate dal suo inconscio. Comunque sia stato allora, nel settembre 2013, quanto è accaduto in seguito ha dato piena ragione a quella ammonizione e “minaccia amichevole” del primo ministro per i rappresentanti dell’opposizione. Proprio quella frase “sfugge” però, come tante altre cose importanti e che meritano la massima attenzione, anche ad alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania.

    Tornando alla rassegnazione dei mandati parlamentari, tutti coloro che hanno condannato quella scelta dell’opposizione, avrebbero dovuto prima conoscere bene e capire la vera realtà albanese e poi esprimersi. Quella realtà vissuta e sofferta quotidianamente dagli albanesi però, non quella “storia di successi” immaginaria che diffonde la propaganda governativa. Ovviamente non lo hanno fatto i soliti “rappresentanti internazionali”, che da sempre sono schierati a fianco del primo ministro. Quelli si sa, vedono, sentono e capiscono soltanto tramite i suoi occhi, le sue orecchie e la sua testa. Loro sanno anche il perché. Lo dovrebbero aver fatto e/o lo devono fare, prima possible però, tutti quelli che con la voglia sincera di aiutare si stanno occupando seriamente adesso dell’Albania. Perché solo così potrebbero trarre le dovute e giuste conclusioni, per poi consigliare quello che si dovrebbe fare e come farlo.

    Adesso non si può contestare all’opposizione l’aver rimesso i mandati parlamentari. Anzi, lo dovevano aver fatto prima. E le occasioni non sono mancate, anzi! Ma meglio tardi che mai. Da anni ormai, la presenza dell’opposizione in parlamento serviva al primo ministro soltanto come facciata, come parvenza di pluralismo e pluripartitismo. E a niente altro! Chi non riesce a capire questa realtà, non riesce a capire la realtà albanese in generale. Eccezion fatta per tutti coloro che capiscono, ma che per “determinate ragioni” acconsentono! Quella albanese è una realtà vissuta, che dimostra e testimonia il modo in cui il primo ministro, come minimo, ha sempre ignorato l’opposizione, le sue proposte in parlamento e altro ancora. Una realtà che descrive e dimostra un primo ministro arrogante, autoritario, ma anche volgare e vigliacco. Un primo ministro che fa, lui solo, il buono e il cattivo tempo.

    Come si potrebbe pretendere “normalità” e considerare democratico un paese come l’Albania mentre il sistema della giustizia si sta volutamente politicizzando ogni giorno che passa? Un paese dove quelli che gestiscono la cosa pubblica hanno volutamente fatto fallire la riforma della giustizia. Compreso, come parte di quel [voluto] fallimento anche l’incapacità di funzionamento della Corte Costituzionale e della Corte Suprema. Quale istituzione ormai, da più di un anno a questa parte, può decidere sulla costituzionalità delle delibere governative e di altre istituzioni, nonché delle richieste di gruppi di interesse e/o di semplici cittadini? Quale altra privazione dovrebbe affrontare l’opposizione istituzionale? Si può parlare ancora di “normalità” in Albania?! Perché allora, in una simile grave situazione, i rappresentanti dell’opposizione dovevano stare ancora in Parlamento? Per avere, semplicemente, l’ennesima prova e dimostrazione che, per il primo ministro, loro non valgono, non contano niente, ma soltanto servono da facciata? Queste sono soltanto alcune delle tante ragioni, che bastano e avanzano per costringere l’opposizione ad azioni e decisioni estreme. Compresa anche l’aver rassegnato mandati parlamentari.

    Chi scrive queste righe è convinto che, privandosi dei mandati parlamentari, i rappresentanti dell’opposizione hanno tolto al primo ministro almeno il lusso di fingere, di mentire senza batter ciglio, di manipolare l’opinione pubblica in Albania e all’estero e di parlare di pluralismo e di democrazia. Egli si chiede però chi sono, per chi lavorano e a chi rendono conto alcuni “rappresentanti internazionali”, molto attivi ultimamente in Albania!

  • Chinese authorities round up priests and a Hong Kong activist

    A Chinese bishop from the banned Church of China taken into custody with his vicar general as part of a long-running government crackdown on priests who are not aligned with the official clergy sanctioned by the Chinese Communist Party.

    The Chinese government has been actively pursuing a campaign that removes or imprisons priests who are affiliated with an underground branch of the Catholic Church in China’s northern Hebei province.

    Bishop Augustine Cui Tai of Xuanhua is believed to have been arrested on 29 March, a day after his vicar general, Father Zhang Jianlin, was taken into custody by China’s security services.

    Cui has been a regular target of the Communist authorities, having been previously detained on several other occasions by the provincial government over the past decade. Recognised by the Holy See, but not by the Chinese government, Cui was been denounced by a regime-connected local priest, who accused him of not following an agreement signed between China and the Holy See six months ago.

    The Diocese of Xuanhua was founded by the Holy See in 1946, but in 1980 the government formed the official diocese of Zhangjiakou as joined it with that of Xuanhua. The diocese of Zhangjiakou is not recognised by the Vatican.

    The situation of clergy in detention remains unresolved, says the International Catholic News. “Religious liberties have been subjected to a crackdown over the past year across the country, with strengthened government oversight of religious activities,” said the International Catholic News, which added, “The government’s aim is to paralyse the diocese”

    The arrests come amid growing international concern about a fresh crackdown on religious freedom by the Communist authorities in China.

    A priest from the underground community said, “if the diocese fails to manage the community, then the government will use this as an opportunity to take it over”.

    Reports from China have also indicated that a prominent Catholic activist, Yip Po-lam of the Justice and Peace Commission of Hong Kong, was jailed for two weeks after a local court refused to hear her appeal against a conviction for causing a public disorder during demonstrations that took place outside Hong Kong’s Legislative Council five years ago.

    Jackie Hung, who is also from the Justice and Peace Commission, expressed fears that jail time for once-tolerated peaceful protests in Hong Kong is now on the rise as Beijing looks to tighten its grip on the region’s autonomous status.

  • Spazio e democrazia

    Gli Archivi Storici dell’Unione europea, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA), organizzano la conferenza “Spazio e democrazia”, giovedì 2 maggio, nella Sala Alcide De Gasperi di Villa Salviati (h. 14,30 -16,00). L’evento si svolgerà in occasione della nona edizione dello ‘Stato dell’Unione’, nell’ambito del Festival d’Europa, e segna 30 anni di cooperazione tra l’Agenzia spaziale europea e l’Istituto universitario europeo. Sin dalla loro nascita, alla metà del XX secolo, le attività spaziali hanno svolto un ruolo chiave nel bilanciamento delle potenze politiche e tecnologiche tra i paesi leader a livello mondiale e spaziale. Questo ruolo e gli attori chiave nello spazio sono gradualmente cambiati e cresciuti nel corso dei decenni al punto che oggi si potrebbe sostenere che le attività spaziali sono diventate un driver essenziale e un attore nel processo democratico.
    L’incontro fornirà una panoramica delle attività spaziali e del loro ruolo nella promozione della democrazia, con particolare attenzione all’Europa, e presenterà le nuove collezioni digitalizzate degli archivi storici dell’Organizzazione europea per lo sviluppo del lancio (ELDO) e dell’Organizzazione europea per la ricerca spaziale (ESRO), precursori congiunti dell’Agenzia spaziale europea.

  • Adesso, 62 anni dopo…

    La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

    dal “Manifesto di Ventotene”

    “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Iniziava così quell’importante testo, quel documento storico che è meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Sotto il significativo titolo “Per un’Europa libera e unita; Ventotene, agosto 1941”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, insieme anche con Ursula Hirschmann e altri, in quel documento sviluppavano ed esponevano le loro visioni su come potrebbe e dovrebbe essere la nuova Europa. Spinelli e Rossi in quel periodo, per le loro idee, si trovavano internati al confino nell’isola di Ventotene. Un documento nel quale gli autori argomentavano la necessità di costituire “…una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale”. Tutto scritto mentre la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e le sorti del conflitto erano ancora tutt’altro che previste.

    Circa nove anni dopo, il 9 magio 1950, Robert Schuman, l’allora ministro francese degli Affari Esteri, ha presentato una proposta concreta. Proposta che ormai viene conosciuta come la Dichiarazione Schuman e che prevedeva la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una proposta coraggiosa, tenendo presente la storia dei conflitti europei e, più in particolare, quelli tra la Francia e la Germania. Ma, allo stesso tempo, anche una proposta lungimirante, tramite la quale si definiva un nuovo modello, sovranazionale, di collaborazione tra gli stati sovrani, che apriva nuove e concrete prospettive per i paesi europei. Il perno della proposta di Schuman era un accordo tra i paesi aderenti, per mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio. “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Così dichiarava allora Robert Schuman. Quell’accordo è stato raggiunto circa un anno dopo e i paesi firmatari erano sei: la Francia, la Germania dell’ovest, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il rispettivo trattato è stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951. La lungimiranza della proposta di Schuman andava oltre ad un accordo economico tra paesi sovrani. E non a caso si riferiva al carbone e all’acciaio. Due materie prime che erano alla base della produzione degli armamenti e, perciò, direttamente legati ai conflitti bellici. Il carbone e l’acciaio erano, in quel periodo, due tra i più importanti elementi dell’industria e della potenza politica e militare sia della Francia che della Germania. Accordarsi sulla produzione comune di queste due materie prime, rappresentava una solida base per allontanare il continuo pericolo dei conflitti armati tra paesi e in vasta scala mondiale. Come la storia ha in seguito dimostrato, la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha spianato la strada alla costituzione, sei anni dopo, di quella che adesso è l’Unione europea.

    Costituzione avviata il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio. I rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dell’Olanda hanno firmato i due Trattati di Roma. Il primo era il Trattato che istituiva la Comunità Economica europea. Un trattato che doveva regolamentare e gestire l’integrazione economica dei paesi aderenti e che rappresenta ancora la base legale di diverse decisioni che si prendono nell’ambito dell’ormai Unione europea. Il secondo era il Trattato che istituiva la Comunità europea dell’Energia Atomica, attualmente riconosciuta come Euroatom. Il compito di questo Trattato era quello di regolamentare e gestire gli investimenti sull’energia nucleare, in pieno sviluppo in quel periodo. Jean Monnet, uno dei Padri Fondatori dell’Unione europea dichiarava allora: “Quello che bisogna cercare è una fusione di interessi dei popoli europei e non solamente il ‘mantenimento’ dell’equilibrio di questi interessi”.

    Dal 25 marzo 1957 ad oggi altri paesi hanno aderito all’ormai Unione europea. Nel 1986 i paesi membri erano diventati dodici. Dopo il crollo del muro di Berlino diversi paesi dell’Europa dell’est hanno aderito all’Unione. L’ultimo paese membro, in ordine di tempo, è stato la Croazia nel 2013. Adesione quella che ha fissato il numero complessivo dei paesi membri a 28. Altri paesi, soprattutto quelli balcanici, hanno ufficialmente presentato richiesta e stanno percorrendo il previsto processo dell’adesione nell’Unione europea.

    Ma c’è anche un paese, il Regno Unito, che dal 23 giugno 2016, dopo l’esito del referendum per la permanenza o meno nell’Unione europea, ha avviato le procedure per l’uscita. Circa il 52 % dei suditi della regina Elisabetta hanno votato per il “Brexit”, parola appositamente coniata per indicare l’uscita. Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Gran Bretagna è ormai nota a tutti. Dall’inizio di questo mese sono state tre le votazioni significative con voti trasversali in Parlamento, contro le mozioni presentate sull’accordo dalla premier Theresa May con il capo negoziatore dell’Unione europea Michel Barnier. Accordo che, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, stabiliva le procedure, diritti e obblighi compresi, per l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo 2019. Cioè a fine mese. Da sottolineare che, dal 2009, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di recesso di uno Stato membro dell’Unione europea dalla stessa Unione. In seguito, il Parlamento del Regno Unito ha votato per una proroga di questa data, nonché contro il “No deal”. Un’altro termine questo, coniato appositamente e che si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun ulteriore accordo. Il che, insieme con altre problematiche verificate nel frattempo crea altre incognite ed ulteriori grattacapi. Sabato scorso, il 23 marzo, erano circa un milione per le strade di Londra, secondo fonti mediatiche, a manifestare contro l’uscita e la revoca da parte del Parlamento del sopracitato articolo 50, che stabilisce l’atto di “divorzio” tra il Regno Unito e l’Unione europea. Rimane tutto da vedere e da seguire come andrà a finire questo “matrimonio” celebrato nel 1973.

    Tutto questo e altro ancora, movimenti populisti compresi, sono le realtà europee adesso, 62 anno dopo la firma dei due Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Realtà vissute, mentre soltanto due mesi dopo ci saranno le nuove elezioni per il Parlamento europeo.

    Chi scrive queste righe ha creduto sempre nel lungimirante progetto europeo dei Padri Fondatori, i quali, come ha detto Papa Francesco “hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore”. Egli crede in un’Europa fondata sui valori, sull’uguaglianza e sulla libertà, rispettando tutti i diritti e i doveri sanciti dagli accordi. Egli condivide il pensiero di Monnet secondo il quale “non c’è futuro per i popoli europei se non nell’Unione”. Essendo convinto però che non bisogna mai dimenticare l’ultima frase del “Manifesto di Ventotene”. E cioè che “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”. Anche per l’Albania, nonostante la grave e allarmante situazione in cui si trova.

  • A voi il giudizio…

    Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato.

    Indro Montanelli

    Sono partiti da Bruxelles tutti e sette, quelli che il 27 e 28 febbraio scorso sono venuti in una missione ufficiale a Tirana. Un gruppo che potrebbero ricordare, ma soltanto come associazione di idee, i famosi personaggi dei due film altrettanto famosi, con lo stesso titolo, “I magnifici sette” (di John Sturges – 1960 e di Antoine Fuqua – 2016). E invece no. Erano semplicemente dei rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. La loro missione era soltanto quella di raccogliere dati e informazioni attendibili, ben verificati e verificabili sulla reale situazione socio-politica albanese. Tutto ciò, in vista delle decisioni da prendere, a fine giugno 2019, riguardo al processo dell’adesione dell‘Albania nell’Unione europea. Ma la loro visita, prevista da tempo, ha coinciso con un periodo per niente tranquillo e normale in Albania. Da tre settimane decine di migliaia di cittadini, a più riprese, stanno manifestando nelle piazza di Tirana e di altre città. Le più imponenti manifestazioni sono state quelle di fronte ai palazzi del potere. Si protesta contro tutte le malefatte del governo. Si protesta e si continuerà a protestare contro l’allarmante corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e altri raggruppamenti occulti e contro tanto altro. Queste sono delle realtà vissute e sofferte quotidianamente e da alcuni anni ormai, su tutto il territorio del paese. E siccome i ministri del governo albanese sono soltanto dei pupazzetti nelle mani del primo ministro puparo, allora chi protesta chiede le dimissioni del primo ministro, come primo passo e come conditio sine qua non verso la normalizzazione. Per poi dare vita, al più presto, alla costituzione di un governo transitorio, con poche e ben definite missioni e con l’unico obbiettivo: quello di garantire, a tempo debito, elezioni libere e oneste, non condizionate e manipolate. Delle elezioni come in tutti i paesi evoluti, compresi quelli dell’Unione europa, da dove provenivano anche i sette rappresentanti in missione ufficiale a Tirana il 27 e 28 febbraio scorso.

    Il 28 febbraio, i sette rappresentanti del Parlamento europeo dopo aver incontrato, come previsto, tutti i fattori politici locali, hanno finito ufficialmente la loro missione con una altrettanto prevista conferenza stampa. Durante quella conferenza stampa, hanno dichiarato le loro opinioni, conclusioni e suggerimenti. A conferenza stampa finita e dopo essere stati resi pubblici i contenuti delle loro dichiarazioni ufficiali, sono stati in tanti quelli che sono rimasti delusi, disgustati, offesi e indignati. Perché quanto hanno dichiarato i sette rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo non aveva quasi niente in comune con la vera e vissuta realtà in Albania. Se avesse parlato il primo ministro non avrebbe detto altre cose. Con l’unica differenza però che da tempo il primo ministro non viene più preso sul serio. Sì perché, ogni giorno che passa, lui è diventato incredibile e ridicolo con le sue sfacciataggini, le sue bugie e le sue buffonate. Ragion per cui, anche le dichiarazioni dei sette rappresentanti del Parlamento europeo si devono prendere seriamente in considerazione e agire di conseguenza.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “le elezioni (parlamentari del 25 giugno 2017; n.d.a.) erano libere e oneste”. Se loro, prima di fare queste dichiarazioni, fossero stati dovutamente e seriamente informati su quanto è accaduto realmente durante quelle elezioni, allora dovrebbero avere ben più “importanti e convincenti” ragioni per fare simili dichiarazioni. Ed era loro obbligo istituzionale farlo. Se loro avessero, per lo meno, letto e/o seguito, soltanto in questi ultimi mesi, quanto è stato scritto da diversi e importanti giornali internazionali e/o quanto è stato trasmesso da altrettanti e noti canali televisivi internazionali sulla massiccia, diffusa e significativa compravendita dei voti, allora dovrebbero avere un bel coraggio a fare simili dichiarazioni e prendersi una simile responsabilità. Perché ormai sono documentati e di dominio pubblico tanti fatti accaduti ed evidenziati che dimostrano il diretto, l’attivo e il diffuso coinvolgimento della criminalità organizzata per condizionare e/o manipolare significativamente il risultato delle sopracitate elezioni, dietro “accordi occulti e prestabiliti” con il potere politico al governo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “il parlamento [albanese] è legittimo”. Perciò anche “il governo [albanese] è legittimo”! Ma come può essere considerato “legittimo” un parlamento costituito dopo simili elezioni?! Un parlamento che, guarda caso, ha come presidente proprio l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista, avendo lui, tra l’altro sulla coscienza anche tante vite umane in quel periodo. Perciò come può essere legittimo un governo votato da un simile Parlamento?!

    Invece, per quanto riguarda le accuse dell’opposizione sulle significative manipolazioni delle elezioni, i rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che sono delle accuse che devono essere trattate “dai tribunali e non dal parlamento”! Ma quali tribunali, quando tutto il sistema della giustizia, dati ed incontestabili fatti alla mano, sono ormai sotto il diretto controllo del primo ministro e/o di chi per lui?! Credere ad un simile “suggerimento” dei rappresentanti europei sarebbe una bella e buona offesa all’intelletto dei cittadini albanesi! Come minimo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo, riferendosi alla massiccia rassegnazione dei mandati parlamentari dei deputati dell’opposizione, hanno però dichiarato che “la rassegnazione dei mandati […] non è accettabile”! Cioè, secondo loro, in una simile e grave situazione, l’opposizione doveva continuare a fare la facciata di un “parlamento pluralista”, mentre la continua arroganza del primo ministro e della sua maggioranza non lascia il ben che minimo spazio d’azione all’opposizione. Così è stato dal 2013 in poi. Lo sapevano loro?

    Quelle erano soltanto alcune delle insensate, irresponsabili e vergognose dichiarazioni fatte pubblicamente e ufficialmente il 28 febbraio scorso a Tirana da “I magnifici sette” rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. E quasi sempre cadendo in palesi contraddizioni logiche. Ma loro sanno qual era la loro vera missione. E anche perché si sono comportati in quel modo. Le cattive lingue stanno dicendo questi giorni in Albania, che il “potere” del primo ministro albanese e del suo tutore, un miliardario speculatore di borsa statunitense, fanno miracoli. Anche tra e con i rappresentanti dell’Unione europea. Ma quella non è e non può essere l’Europa Unita ideata dai suoi Padri Fondatori.

    Chi scrive queste righe avrebbe molte altre cose da commentare e farle pubbliche, ma lo spazio è limitato. Lui si chiede semplicemente chi sono veramente, chi e cosa rappresentano realmente e a che gioco stanno giocando alcuni rappresentanti internazionali in Albania. E pensa di sapere anche la risposta. Per lui, a volte, meglio soli che male accompagnati. A voi il giudizio!

  • Inauguration of Georgia’s first woman president is not a sign of progress, but a troubling step back

    Christina Pushaw – New Europe

    Despite critical assessments of Georgia’s November 28 runoff presidential election from much of the international community – observers expressed alarm about political violence, intimidation, vote-buying on an “unprecedented” scale, and outright electoral fraud – the victory of ruling party candidate Salome Zurabishvili largely made headlines for a more positive reason: As the fifth president of Georgia, she is the first woman to hold the office.

    Though Zurabishvili’s win is indeed a milestone for Georgia’s political development, it does not mark progress, but a massive step backward. Not long ago, the country was perceived as a heartening outlier in a difficult region: Following the peaceful Rose Revolution of 2003, then-President Mikheil Saakashvili embarked on an ambitious reform program that transformed Georgia from a failed state into a pro-Western democracy. Unsurprisingly, Russian President Vladimir Putin viewed such a success story in Russia’s backyard as a threat to his regime. Russia invaded Georgia in 2008 and occupies about a fifth of the country’s territory to this day. According to then-US Secretary of State Condoleezza Rice, a central objective of Russia’s intervention in Georgia was to depose Saakashvili.

    In a peaceful transition of power – the first in the country’s history – Saakashvili stepped down in 2012, following his party’s loss to oligarch Bidzina Ivanishvili’s Georgian Dream coalition. But in the years since, Georgia’s democratic institutions have eroded, and Zurabishvili’s election stands out as the most dramatic example yet of this backsliding. Not only did her campaign seriously damage Georgia’s democratic credentials – which now stand in stark contrast to monitors’ glowing assessment of the December 9 snap parliamentary elections in neighbouring Armenia– but Zurabishvili’s Pyrrhic victory was welcomed by Putin’s allies.

    United Russia member Konstantin Kosachev, the chairman of the Foreign Affairs Committee in the Duma’s upper house, said in a comment carried by Russian state-run broadcaster TASS on November 29 that the contested Georgian election result was “positive” and expressed hope that “the space for dialogue” between Moscow and Tbilisi, presumably over the status of the Russian-occupied Georgian territories, “would enlarge.”

    Anton Morozov, a Duma member from the far-right Liberal Democratic Party, predicted that Georgian-Russian relations would “markedly improve” with Zurabishvili’s presidency, and Deputy Foreign Minister Grigory Karasin echoed this optimism to members of the media from Ria Novosti, a tightly controlled state news agency, also on November 29.

    The warm response from Moscow is not surprising – Zurabishvili has long pushed the Kremlin’s narrative about Georgia, claiming that the Georgian side provoked the Russian invasion in 2008 and that the US shares the blame. Indeed, Putin himself has quoted Zurabishvili’s writing to justify Russian aggression in Georgia. Perhaps this is why the most regressive political forces in Georgia – including the fringe pro-Kremlin party “Alliance of Patriots of Georgia” and the ultra-nationalist “Georgian March” movement, both of which receive funding from Moscow – voiced support for Zurabishvili in the runoff. According to Tbilisi-based journalist Natalia Antelava, the powers that pushed Zurabishvili to victory “are among the most xenophobic and sexist on Georgia’s political spectrum.”

    Thus, it is a mistake to praise Zurabishvili’s campaign as a victory for women in politics. Shortly before the runoff, portraits of male Georgian Dream leaders – including Ivanishvili himself – replaced Zurabishvili’s face on billboards across the country. Not only did this move shatter any remaining illusion of Zurabishvili as an “independent” candidate, but it drew criticism from a coalition of Georgia’s most reputable gender equality NGOs, who stated that Zurabishvili’s campaign “damaged the ideals of gender equality and further marginalised female politicians”. Women’s rights groups also criticised the ruling party for attempting to present Zurabishvili as “a victim of gender-based discrimination, without being able to point to specific facts.”

    In short, the election of the first woman president merely serves as a fig-leaf to distract from the uncomfortable reality: Georgia has lost its position as the regional leader in democratic development. What’s more, the country’s once-unimpeachable credentials as a steadfast ally of the West are now under question. If Georgia’s international partners want to salvage any of the country’s hard-won progress, they would do well to look beyond the headlines.

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