Democrazia

  • Draghi e il coraggio di chiamare persone e cose con il loro nome

    Qualcuno si può veramente stupire che il Presidente Draghi abbia definito Erdogan un dittatore? Erdogan è un dittatore e siamo onorati di avere un Presidente del Consiglio che ha il coraggio di dire quello che pensiamo tutti, che tutti sanno. Siamo invece molto amareggiati per il nuovo passo indietro fatto dall’Europa con il comportamento del Presidente Michel, si è dimostrato pavido oltre che maschilista ed incompetente è stato il rappresentante europeo in Turchia che non ha verificato il rispetto delle regole che avevano contraddistinto i precedenti incontri tra le autorità europee e quelle turche. Quello che è accaduto ha anche particolare rilevanza proprio per la recente decisione di Erdogan di far uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, per altro principale motivo dell’incontro. D’ altra parte l’inconsistenza politica di Michel non è, purtroppo, una novità e proprio questa inconsistenza, la sua pusillanimità unita all’ego di chi preferisce sedersi su una poltrona piuttosto che affrontare con dignità e fermezza il problema che Erdogan, con arroganza, aveva volutamente creato non facendo preparare un posto adeguato per la presidente della Commissione, dimostra come l’Europa non possa decollare e contare se non troverà un diverso assetto istituzionale e un diverso modo di scegliere i propri maggiori rappresentanti. Michel poteva rimanere in piedi, con dignità, poteva cavallerescamente cedere la sedia alla von der Leyen e sedersi lui sul divano, poteva dimostrarsi uomo e capo di una istituzione che sarebbe un gigante di fronte alla Turchia se non avesse come presidente un ominicchio. Grazie al Presidente Draghi che chiama le cose e le persone con il suo vero nome.

  • Obiettivo: il risparmio privato

    La democrazia rappresenta un sistema che esprime e tutela determinati valori e principi all’interno dei quali i sistemi politici cercano di adattarvisi per raggiungere i propri obiettivi ed attuare l’agenda politica. Questi Valori democratici definiscono il perimetro all’interno del quale gli obiettivi programmatici delle diverse forze politiche devono rimanere nell’ arco temporale della evoluzione storica di un paese: ovviamente tanto più risultano radicati questi principi tantomeno possono venire messi in dubbio.

    Il nostro Paese viene considerato una democrazia ormai consolidata, grazie alla separazione dei poteri legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Un consolidamento democratico, ora forse anche politico, caratterizzato quindi anche da un buon livello di alternanza alla sua guida, dopo decenni di “una democrazia bloccata” legata agli effetti della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, a livello internazionale, i cui effetti si manifestavano nella impossibilità di inserire il PCI come una reale alternativa per la guida dell’Italia. Dopo la caduta del muro di Berlino i due schieramenti di centrodestra e centro-sinistra, entrambi espressione di partiti costituzionalmente democratici, si contendono la guida del Paese nella democratica competizione elettorale.

    In due occasioni, tuttavia, nel novembre del 2011 e nel febbraio del 2021, la politica ha alzato bandiera bianca lasciando la guida nostro Paese prima a Monti ed ora al prof. Draghi. La democrazia italiana al di là delle diverse rotte politiche sostanzialmente si è sempre basata sulla “divisione operativa” dei poteri, una vera e propria diarchia, all’interno della quale la politica gestisce la spesa pubblica mentre il sistema bancario il settore creditizio (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Come logica conseguenza di questa “divisione” dei poteri la storia della politica italiana ci dimostra come mai nessun governo, anche se espressione dei più diversi accordi di coalizione politica, si sia rivelato in grado di ridurre la spesa pubblica. Anzi, nella sua articolata complessità l’intera classe governativa ha sempre inserito nuovi capitoli di spesa per raggiungere quegli obiettivi di consenso politico che in una democrazia permettono il raggiungimento oppure il mantenimento del potere.

    La pandemia da covid-19 ha così visto il nostro Paese presentarsi nel febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL mentre buona parte delle altre nazioni non raggiungevano il 100% e la Germania il 69%. Numeri che indicano la responsabilità di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni alla guida nostro Paese e che hanno portato ad un aumento del +85% della spesa pubblica. In questo contesto l’emergenza pandemica di fatto ha reso necessario il reperimento di nuovi fondi straordinari distruggendo così questo fragile equilibrio espressione di tale diarchia.

    L’assoluta insufficienza della disponibilità finanziaria dello Stato per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie legate alle chiusure forzate delle attività economiche ha offerto l’occasione per avanzare da parte del sistema degli istituti di credito, appoggiato da buona parte della classe politica, ad individuare come ultima chance operativa strategica il risparmio privato. In questo senso va ricordato come l’ammontare totale raggiunto dal risparmio privato attualmente vada oltre i 10.000 miliardi di euro mentre le risorse liquide “giacenti” sui conti correnti risultino di circa 1.740 miliardi, pari sostanzialmente al valore annuale del PIL italiano.

    Con questi valori le strade che si aprono ad una classe politica e dirigente italiana in difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie ed avendo già aumentato dall’inizio della pandemia ad oggi il debito pubblico di 25 punti percentuali (135% al 160%/Pil mentre la Germania dal 69% al 75% sono sostanzialmente due: la prima rappresentata da una patrimoniale (1) ed una seconda più articolata.

    La patrimoniale venne imposta ai contribuenti italiani nel 1992 dal governo Amato sotto forma di prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per una crisi di liquidità. Come scelta strategica di finanza straordinaria presenta comunque un orizzonte di breve termine oltre a dovere presentare come contropartita una semplificazione e una riduzione della pressione fiscale (L. Einaudi).

    La seconda opzione, invece, torna a porre al centro dell’attenzione il risparmio privato in continua crescita. Questo fenomeno risulta evidente da oltre 10 anni e si manifesta con una espressione cristallina della insicurezza del contribuente italiano nei confronti degli esiti della gestione pubblica delle risorse, quindi come logica conseguenza della mancanza di fiducia della cittadinanza nei confronti della propria classe politica.

    Con la pandemia questo senso di insicurezza ha trovato nuove motivazioni. In questo contesto la classe politica e dirigente italiana, che rappresentano la principale causa di questa situazione di incertezza, intendono penalizzare gli effetti della propria inadeguatezza in perfetta sintonia con il sistema degli istituti di credito. L’idea individua nella penalizzazione delle “giacenze” di liquidità (superiori a 50.000 euro?) a causa dell’emergenza sanitaria ed economica e conseguentemente finalizzarla verso consumi ed investimenti (2).

    All’interno, invece, di un sistema democratico consumi ed investimenti devono rappresentare la libera scelta di un consumatore e di un risparmiatore ed entrambi possono venire influenzati da sgravi fiscali e non certo penalizzati attraverso penalizzazioni fiscali.

    Anche il solo pensiero progettuale di appropriarsi del risparmio privato rappresenta la limpida espressione di uno Stato che intende sacrificare i principi costitutivi della democrazia per la “banale” ricerca di nuova liquidità straordinaria.

    Le risorse economiche rappresentano, anche nella semplice forma di liquidità depositata presso gli istituti di credito, il frutto legittimo delle attività professionali e dei sacrifici dei contribuenti. Queste già vengono mantenute all’interno del sistema bancario con l’obiettivo di trasformarsi in credito al sistema produttivo e così favorire la crescita economica.

    La pandemia ha evidenziato come tali risorse anche se in forma di liquidità non risultino più sufficienti non tanto alla crescita economica ma quanto al finanziamento complessivo della stessa diarchia. Sostanzialmente questa seconda opzione risulta finalizzata al finanziamento, ancora una volta, della spesa pubblica anche se in un momento di emergenza pandemica e magari contemporaneamente fornire risorse aggiuntive al sistema bancario stesso con l’obiettivo di acquistare anche i titoli del debito pubblico.

    Il frutto quindi di un comportamento virtuoso del quale il risparmio ne presenta l’espressione diventa adesso l’oggetto del desiderio dei soggetti titolari della diarchia i quali non esitano a bypassare senza ritegno anche gli elementari principi democratici a tutela del risparmio e del lavoro.

    L’Italia, e non da oggi, rappresenta un sistema di interessi politici ed economici nel quale la ragione di Stato esprime priorità sempre superiori anche ai principi costitutivi di un vero Stato democratico dal quale passo dopo passo il nostro Paese si sta irrimediabilmente allontanando.

  • Ignavi per viltà, oppure volutamente parte del Male?

    Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
    vidi e conobbi l’ombra di colui
    che fece per viltade il gran rifiuto.

    Dante Alighieri; Divina Comendia, Inferno; Canto III/58-60

     “…Lasciate ogni speranza o voi che entrate!” (nel testo originale: “…Lascite ogne speranza, voi’ch’intrate”; Inferno, Canto III/9). Così si legge alla fine di un breve testo che precede il terzo canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Tutto si svolge nell’Antinferno, ovvero nell’oltretomba. Un luogo quello dove si trovano le anime degli ignavi, persone senza volontà ed energia morale, ai quali Dante ha dedicato il suo terzo canto dell’Inferno. Sono tutti quelli che durante la propria vita “…non operarono né il bene né il male, per loro scelta di vigliaccheria”. Il Sommo Poeta scriveva anche “…che questa era la setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’nemici sui – che questa era la schiera dei vili, che spiacquero tanto a Dio, quanto ai suoi nemici” (Inferno III/61-63). Egli era convinto, riferendosi agli ignavi, che erano come “…questi sciaurati che mai non fur vivi – questi sciagurati che non vissero mai veramente” (Inferno; III/64). La loro condanna, nell’oltretomba, era quella di essere “…punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno colare il sangue dal volto, il quale cade a terra mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi ripugnanti.” (Inferno; III/65-69). E proprio lì, oltre l’ingresso dell’oltretomba, a Dante sembrò di aver visto e riconosciuto “…l’ombra di colui che per viltà fece il grande rifiuto” (Inferno; III/59-60). Sono in tanti gli studiosi di Dante, i quali credono che, con questi versi, egli si riferiva a Pietro Angelerio del Morrone, un monaco eremita, che, nel luglio 1294, dopo ventisette mesi di difficili e inconcludenti sedute del Conclave, diventò papa con il nome di Celestino V. Ma il suo pontificato durò soltanto pochi mesi, perché nel dicembre 1294 Papa Celestino V diede le sue dimissioni. Ma quei versi di Dante, che si riferiscono a “colui che per viltà fece il grande rifiuto”, possono benissimo riferirsi a tante altre persone, in tutti i tempi e in diversi Paesi del mondo. Persone che, con il loro comportamento non operano, oppure “…non operarono né il bene né il male, per loro scelta di vigliaccheria”, come scriveva Dante. Il che genera situazioni tali che possano creare gravi danni, non solo a poche persone, ma ad una intera popolazione.

    Il 25 marzo scorso in Italia è stato celebrato il Dantedì, proclamata nel 2020 come la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri (1265-1321). Una scelta non casuale della data visto che molti studiosi del Sommo Poeta riconoscono in quella data l’ingresso nell’oltretomba di Dante e del suo maestro, Virgilio, l’autore dell’Eneide. Un ingresso maestosamente descritto dal poeta nel terzo canto dell’Inferno. In più, quest’anno ricorreva anche il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, riconosciuto ormai anche come il padre della lingua italiana.

    Ma il 25 marzo scorso ricorreva anche un’altro importante avvenimento; il 64o anniversario della firma dei Trattati di Roma. Era proprio il 25 marzo 1957, quando in Campidoglio a Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi, sono stati firmati due importanti documenti. Si trattava di quegli atti che hanno sancito la costituzione di quella che ormai è diventata l’Unione europea. Il primo atto riguardava l’istituzione della Comunità economica europea (CEE), mentre il secondo atto la fondazione della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA), conosciuta come l’Euratom. I Trattati sono stati firmati dai rappresentanti dei sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda). Con la sottoscrizione di quei due importanti documenti prese vita quel visionario progetto ideato da più di dieci anni prima, in piena seconda guerra mondiale. Il Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941, ne è una testimonianza. In seguito, nel 1951 prese vita la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Sessantaquattro anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Unione europea, composta da ventisette Stati europei membri e altri che ne hanno presentato la domanda di adesione, è diventata una funzionante realtà. Tutto ciò è dovuto anche alla lungimiranza e alla determinazione dei Padri Fondatori della Europa unita. L’autore di queste righe scriveva proprio quattro anni fa che “…La grande idea dei Padri Fondatori per un’Europa Unita si potrebbe sintetizzare, tra l’altro, nelle parole di Altiero Spinelli”. Spinelli, il quale era convinto della necessità di “…creare una sorta di Stati Uniti d’Europa”, perché, come scriveva lui, “…Solo in questo modo centinaia di milioni di esseri umani avranno la possibilità di godere di quelle semplici gioie e di quelle speranze che fanno sì che la vita valga la pena di essere vissuta”. (Doverose riflessioni; 27 marzo 2017).

    Ma, purtroppo, non sempre le cose funzionano come avevano previsto e voluto i Padri Fondatori. Per vari e ben diversi motivi. Basta pensare all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Un processo quello, noto anche come Brexit, che si ufficializzò dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, svoltosi il 23 giugno 2016. Dopo circa quattro anni di trattative sulle modalità, finalmente il 31 dicembre 2020 il Regno Unito non è più ufficialmente uno Stato membro dell’Unione europea. Bisogna però, anzi è doveroso, ammettere anche che nell’arco di questi ormai sessantaquattro anni, non sempre i massimi rappresentanti delle varie istituzioni di quella che attualmente è l’Unione europea hanno rispettato, come previsto, i loro obblighi istituzionali. Non sempre essi hanno preso le decisioni giuste e non sempre hanno agito nell’interesse dell’Unione, vista come un insieme di Paesi membri, nonostante abbiano ceduto parte della loro sovranità, ma bensì, hanno deliberato nell’interesse di parte. Quanto è accaduto e sta accadendo durante questo difficile periodo di pandemia ne è una dimostrazione. Non sempre i massimi rappresentanti e gli alti funzionari delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto quelli della Commissione, sono stati oggettivi e “non influenzati” nelle loro decisioni prese e nelle loro dichiarazioni ufficiali pronunciate pubblicamente. E questo non solo nell’ambito dei diritti e i doveri comunitari dei Paesi membri. Ma anche e soprattutto, nell’ambito dei processi di allargamento dell’Unione ad altri Paesi.

    Una dimostrazione di ciò ne è il caso dell’Albania. L’autore di queste righe, da anni ormai, sta evidenziando sia le ingiustificabili preferenze dei massimi rappresentanti della Commissione europea, dal 2014 ad oggi, espresse anche, ma non solo, nei rapporti annuali di progresso, redatti dalla Commissione e indirizzati alle altre istituzioni dell’Unione europea, per essere pressi in considerazione durante i rispettivi processi decisionali. Egli, altresì, considera il comportamento “ambiguo” degli alti rappresentanti europei, soprattutto quelli della Commissione, come molto preoccupante e dannoso. Sia per gli effetti diretti causati, che per le derivate conseguenze. Da anni ormai l’autore di queste righe ha trattato spesso, per il nostro lettore, il comportamento da “ignavi” e le preoccupanti conseguenze, per gli albanesi e per l’Albania, dell’operato non solo dei massimi rappresentanti e i funzionari di vari livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Ma anche di quelli che egli solitamente chiama come i “rappresentanti internazionali”. Tutti quelli, nonostante cambiano nome, rimangono simili nell’atteggiamento e nelle loro “preferenze” di parte. Sia quelli in Albania che gli altri, nelle sedi delle istituzioni dell’Unione europea ed oltreoceano. E guarda caso, sempre la parte da loro scelta è quella rappresentata dal primo ministro albanese. Da colui che, da anni ormai, ha volutamente ignorato le sue responsabilità e i suoi obblighi istituzionali, scegliendo determinato la connivenza con la criminalità organizzata, locale ed internazionale, e con certi raggruppamenti occulti, anche quelli locali ed internazionali. (Anime in vendita anche a Bruxelles, 24 settembre 2018; Di male in peggio, 21 ottobre 2019 ecc.). Lo stesso atteggiamento, i rappresentanti della Commissione europea e quelli in Albania lo stanno dimostrando con quanto stanno facendo anche adesso, durante queste ultime settimane prima delle elezioni del 25 aprile prossimo in Albania. Loro “non vedono, non sentono e non capiscono niente” della realtà vissuta e sofferta dai cittadini, mentre parlano e si riferiscono ad una realtà immaginaria. Proprio quella realtà “fabbricata’ negli uffici del primo ministro e della sua ben potente propaganda. A scapito, però, dei cittadini albanesi.

    Chi scrive queste righe, riferendosi agli alti rappresentanti della Commissione europea e/o ai soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, è convinto che abbiano agito e stanno tuttora agendo per “viltade”, rifiutando di rispettare i loro obblighi istituzionali. Egli è convinto che tutti loro, per viltà, oppure per ben altre “ragioni”, sono schierati consapevolmente dalla parte del Male. Cosi facendo però, hanno scelto il “Grande Rifiuto”, quello di non rispettare i loro obblighi istituzionali e di non schierarsi dalla parte del Bene e degli interessi degli albanesi onesti. Chi scrive queste righe non sa con certezza, però, se loro siano degli ignavi per viltà, oppure sono diventati volutamente parte del Male. A loro la risposta. Ma anche se siano soltanto degli ignavi per viltà, le loro anime soffriranno lo stesso nell’oltretomba, “…punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno colare il sangue dal volto…”. Come lo descriveva Dante, nel suo terzo canto dell’Inferno.

  • US sanctions powerful Ukrainian oligarch Kolomoisky

    The US has imposed sanctions on one of Ukraine’s most powerful oligarchs, Igor Kolomoisky over corruption allegations, the US Secretary of state, Antony Blinken said in a statement on Friday.

    Blinken stated that Kolomoisky, in his capacity as a Governor of Ukraine’s Dnipropetrovsk Oblast from 2014 to 2015, was “involved in corrupt acts that undermined rule of law and the Ukrainian public’s faith in their government’s democratic institutions and public processes,” by using his political influence and official power for his personal benefit.

    While the restrictive measures refer to Kolomoisky’s acts during his time in office, the US Secretary of state also warned against Kolomoisky’s current efforts “to undermine Ukraine’s democratic processes and institutions”, citing that his acts pose “a serious threat” to the country’s future.

    Along with Kolomoisky, the State Department decided to also sanction his wife, daughter and son, owing to the oligarch’s “involvement in significant corruption”, rendering them ineligible for entry into the US. The Ukrainian tycoon is believed to have stolen billions of dollars from a Ukrainian bank, namely the PrivatBank he once owned.

    “This designation reaffirms the U.S. commitment to supporting political, economic, and justice sector reforms that are key to Ukraine’s Euro-Atlantic path,” Blinken’s statement further reads.

    Without mentioning Kolomoisky, the office of the Ukrainian President Volodymyr Zelensky issued a statement saying that the country needs to overcome has to fight against its oligarchs.

    “The battle with the oligarchs lies not only in the realm of criminal responsibility. It is also about creating the conditions in Ukraine, in which business can grow in a transparent and competitive environment, and large financial groups will not be able to dominate the market or influence the media and political decisions.”

  • Influenze di un potere occulto

    Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso.

    Edmund Burke

    Il 1o marzo scorso a Bruxelles si è svolta l’undicesima riunione del Consiglio di Stabilizzazione e Associazione tra l’Unione europea e l’Albania. Alla fine della riunione si è tenuta anche una conferenza stampa. Dalle dichiarazioni, sia dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza che del Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento della Commissione europea, si è capito subito, però, che si stava continuando con le stesse frasi “zuccherate”. Frasi che purtroppo non hanno niente a che vedere con la vera realtà albanese. Proprio con quella grave realtà, vissuta e sofferta ogni giorno dai semplici cittadini. In sostanza, rimangono sempre le stesse dichiarazioni fatte e rifatte, dal 2014 in poi, dai massimi rappresentanti della Commissione europea, che si riferiscono ad una realtà immaginaria, identica a quella che, dal 2013, stanno sfornando continuamente il primo ministro albanese e la sua propaganda governativa e mediatica. Si tratta di dichiarazioni che, nella migliore delle ipotesi, rappresenterebbero semplicemente una superficialità ingiustificabile nella conoscenza e nella descrizione di quello che realmente accade quotidianamente in Albania. Si tratta di dichiarazioni che rappresenterebbero anche un forzato tentativo di coprire quello che si doveva fare e che, però, non è stato fatto dai rappresentanti della Commissione europea, sia a Bruxelles che in Albania. Purtroppo, sarebbero dei ragionevoli e convincenti indizi i quali indurrebbero a pensare che dietro quelle continue dichiarazioni “zuccherate” dei massimi rappresentanti della Commissione europea, con le quali si applaude il successo del percorso europeo dell’Albania, ci siano degli interventi lobbistici profumatamente pagati da parte dei diretti interessati in Albania. Quanto è accaduto e continua ad accadere, indurrebbe a pensare,che tutto potrebbe essere dovuto a delle dirette influenze di un potere occulto internazionale, che spesso oltrepassa gli oceani. Un potere reale quello, di cui beneficiano, come riconoscimento e compenso per i servizi resi, anche alcuni dirigenti autocrati nei Balcani. Compreso il primo ministro albanese. Tra l’altro, le stesse decisioni prese dal Consiglio europeo sull’Albania, dal 2014 in poi, rappresentano delle ulteriori ed inconfutabili prove, che evidenziano chiaramente le vistose incongruenze nelle dichiarazioni dei massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà Albanese. E sono state proprio le ferme e ben argomentate convinzioni di non pochi capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione che hanno bloccato il percorso europeo dell’Albania per non aver adempito i propri obblighi. Obblighi ai quali, oltre a quelli normalmente richiesti a tutti i Paesi che mirano all’adesione all’Unione europea, si sono aggiunti altri, noti ormai come delle condizioni sine qua non, posti specificatamente all’Albania dal Consiglio europeo. Purtroppo, quelle condizioni sono aumentate con il tempo. Da cinque che erano nel 2014 sono diventate ben quindici, come reso noto dopo il vertice del marzo 2020 del Consiglio europeo.

    Durante la sopracitata conferenza stampa, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza ha dichiarato che l’Albania rappresenta “…un modello per la regione”. Per poi specificare, sempre riferendosi all’Albania, che è “…un esempio nei Balcani e che  non possiamo dirlo per tutti i Paesi dei Balcani occidentali”. Ribadendo anche che “…ci siamo congratulati con l’Albania per la sua insistenza ad andare avanti con le riforme”. Che qualcuno informi però l’Alto rappresentante dell’Unione europea, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, che la vera, vissuta e sofferta realtà albanese, purtroppo, è tutt’altra e ben peggiore di quella descritta da lui durante la conferenza stampa a Bruxelles, il 1o marzo scorso.

    Sempre durante quella conferenza stampa, all’Alto rappresentante è “sfuggita” però anche una piccola contraddizione logica, che non era in sintonia con la situazione “tutta rose e fiori” da lui descritta precedentemente. Si, perché, riferendosi alle elezioni politiche del 25 aprile prossimo in Albania, ha sottolineato “…la necessità che tutti [i partiti] facciano l’impossibile perché nelle liste dei candidati vi siano delle persone con integrità.”. E si riferiva proprio all’integrità morale e alla fedina penale dei candidati. Evidenziando così uno dei reali e preoccupanti problemi di questi ultimi anni in Albania. Ragion per cui, il 17 dicembre 2015, con l’insistenza dell’opposizione e con l’assistenza delle istituzioni specializzate internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, il Parlamento albanese approvò la cosiddetta legge sulla decriminalizzazione della politica e dell’amministrazione pubblica. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato su questo argomento. L’autore di queste righe, riferendosi proprio alle peripezie affrontate prima dell’approvazione della legge, alcuni anni fa scriveva (Non potete dire più che non lo sapevate; 22 febbraio 2016): “…All’inizio il primo ministro e la propaganda governativa hanno cercato, con tutti i modi e mezzi, di ostacolare e di ridicolizzare quest’iniziativa. Il fatto diventò internazionale, coinvolgendo le istituzioni dell’Unione Europea e degli Stai Uniti. Grazie al loro impegno, il 24 dicembre 2014 c’è stato un primo accordo bipartisan, per arrivare poi, sempre alla vigilia del Natale 2015 all’approvazione della legge, conosciuta come la legge sulla decriminalizzazione”. E, da quanto ormai è accaduto e pubblicamente noto, risulta che il partito del primo ministro ha avuto come deputati in Parlamento, come sindaci e come alti funzionari dell’amministrazione pubblica non poche persone con precedenti penali!

    Durante la stessa conferenza stampa, il Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento della Commissione europea, riferendosi allo spinoso problema delle elezioni, ha detto: “…abbiamo espresso la speranza che saranno libere e oneste”. Basterebbe soltanto questa affermazione “speranzosa” per capire la vera realtà in Albania! Allora come potrebbe essere possibile che, allo stesso tempo, un simile Paese, dove si mette in dubbio lo svolgimento delle elezioni “libere ed oneste”, meriterebbe anche tutte quelle dichiarazioni “zuccherate” e gli “applausi di successo” espresse non soltanto durante la conferenza stampa del 1o marzo scorso, ma anche,  ufficialmente, in tutti i Rapporti della Commissione europea, dal 2014 in poi?!

    Il 4 marzo scorso, la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha approvato il Rapporto di progresso per l’Albania, dopo aver discusso e poi inserito anche gli emendamenti proposti da alcuni membri della Commissione. Nel Rapporto vengono ribadite le problematiche affrontate in Albania, tra le quali il riciclaggio del denaro sporco e la compravendita dei voti durante le elezioni. Ma, guarda caso, nel comunicato stampa del Parlamento europeo, hanno “dimenticato” di inserire una frase importante. Lo ha denunciato il 5 marzo scorso uno dei due relatori per l’Albania del Parlamento europeo. Lui ha dichiarato: “Nel comunicato stampa del Parlamento europeo sul Rapporto per l’Albania si afferma che ‘noi appoggiamo lo svolgimento della prima conferenza intergovernativa (tra l’Unione e l’Albania; n.d,a.) prima possible e l’avvio dei negoziati dell’adesione senza ulteriori ritardi’”. Poi il relatore continua, denunciando che si era “stranamente” dimenticato di affermare che tutto ciò avverrà soltanto “…seguendo il pieno adempimento delle [quindici] condizioni poste dal Consiglio europeo”. Per l’eurodeputato un fatto simile rappresenta un “…errore di fatto, molto importante, perché il condizionamento è vitale in questo contesto”. Prima però che la correzione venisse fatta nel successivo comunicato stampa del Parlamento europeo, la propaganda governativa e mediatica in Albania ha subito “sbandierato” la lieta notizia arrivata da Bruxelles! Anche questo “fatto” potrebbe essere considerato come una conseguenza delle influenze dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto, anche oggi, molti altri fatti ed argomenti da trattare e commentare, ma lo spazio non glielo permette. Egli però è pienamente convinto che i massimi rappresentanti della Commissione europa, sia a Bruxelles che a Tirana, da anni ormai, da quando è salito al potere l’attuale primo ministro albanese, stanno presentando ufficialmente, sia nei Rapporti annuali di progresso, che con le loro dichiarazioni pubbliche, una realtà immaginaria, mai verificata e vissuta in Albania! Loro sanno anche il perché. Ma quanto hanno fatto e stanno facendo aggrava ulteriormente la già preoccupante e pericolosa situazione. Permettendo così al primo ministro di avere sempre più potere e diventare, di fatto, un dittatore sui generis. “Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso” affermava Edmund Burke. Questo si sta verificando realmente in Albania. Grazie anche delle influenze di un potere occulto che spesso oltrepassa gli oceani.

  • Venezuela’s National Assembly asks government to expel EU ambassador

    Venezuela’s National Assembly has called on the government to expel the European Union’s ambassador to Caracas, Isabel Brilhante Pedrosa, after the bloc adopted fresh sanctions against 19 Venezuelan officials.

    The 2015 National Assembly (NA) on Tuesday urged President Nicolas Maduro to call Brilhante Pedrosa persona non grata and to close the EU office in Caracas. The country’s Foreign Minister, Jorge Arreaza would meet with the EU ambassador on Wednesday, along with ambassadors and diplomatic representatives from other EU countries, including from France, Germany, Spain and the Netherlands.

    Earlier in the week, the Union’s foreign affairs ministers decided to add 19 leading Venezuelan officials to their sanctions list, due to their “role in acts and decisions undermining democracy and the rule of law in the country, or as a result of serious human rights violations.”

    The officials are targeted for undermining the oppositions’ electoral rights and the democratic functioning of the National Assembly, and for serious violations of human rights and restrictions of fundamental freedom, according to a statement issued on Monday.

    In January, the EU’s heads of state and government had stated they were ready to adopt additional targeted restrictive measures following the outcome of December’s elections in the country.

    The EU move brings to 55 the total number of individuals subject to sanctions.

  • Draghi e l’urgenza di riforme necessarie per il Paese

    L’incarico a Draghi, che in molti da tempo speravamo, può finalmente aprire il percorso di rifondazione del quale l’Italia ha urgenza, rifondazione del sistema democratico, che in questi anni è stato più volte appannato, rifondazione dell’assetto istituzionale e rifondazione del concetto di politica e del peso della finanza sull’economia reale. Oltre alle emergenze sanitarie, dal diffondersi del covid alla campagna vaccinale, che non ha bisogno di padiglioni fatti a primula, alla crisi occupazionale e psicologica di tanti, abbiamo necessità di riformare il rapporto Stato, Regioni, territorio, partendo dalla sanità e dalla prevenzione, di sconfiggere il morbo che si è impadronito di parte della magistratura togliendo, in troppi casi, le aspettative di libertà e giustizia, di far ritornare i partiti alla loro corretta funzione di raccordo tra le istituzioni ed i cittadini partendo dalla necessità che gli stessi abbiano democrazia interna controllata e bilanci verificati dalla Corte dei Conti. Occorrono leggi elettorali che riconsegnino agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti ridando centralità al parlamento, bisogna riformare in modo chiaro ed equo il sistema fiscale e ricreare solidarietà tra tutte le componenti della società, dai più giovani ai più anziani. Il sistema bancario deve vedere eliminate le sperequazioni ed i gravi problemi creati dalla mancanza di diversificazione tra banche di risparmio e di investimento e l’economia verde, diventata un’urgenza improrogabile, deve trovare misure adeguate nei rapporti con il commercio internazionale. Né può essere trascurata la necessità, da affrontare con il resto del mondo, di una strada più corretta per l’utilizzo delle risorse informatiche. Draghi ha di fronte un impegno difficile non solo per i tanti problemi da affrontare nel breve tempo ma specialmente perché in Italia da troppo tempo si sono incancrenite situazioni di potere ed interesse che contrastano con le necessità del Paese ma vogliamo sperare che il coraggio, la pazienza e la determinazione che lo hanno guidato nel passato siano di esempio e di sprone ai molti che, a parole, sostengono di volere il bene degli italiani.

  • La strana democrazia italiana

    Il 18 dicembre 2020 il Presidente del Consiglio ha illustrato i contenuti del Dpcm in forma di decreto legge immediatamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo la firma del Presidente della Repubblica un decreto legge entra immediatamente in vigore e deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dal Parlamento. L’arco temporale da regolare con il D.L. preso in considerazione dal governo è definito dal 23 dicembre al 6 gennaio 2021. Molto prima, quindi, del termine ultimo per la sua eventuale conversione in legge da parte del Parlamento.

    In altre parole, gli effetti si manifestano immediatamente con le diverse restrizioni e conseguenti danni economici agli operatori.

    La medesima conversione in legge, invece, non risulta nemmeno presa in considerazione dal potere esecutivo. Questo decreto legge, quindi, si trasformerà sostanzialmente in un atto autoritario privo di ogni controllo democratico anche se espresso dal governo con una maggioranza eletta.

    Il Decreto legge, infatti, nasce da una valutazione di necessità ed urgenza, qualora non venisse convertito in legge perderebbe ogni efficacia e tutti gli atti compiuti nei 60 giorni di validità decadrebbero in quanto non sostenuti da base normativa. In altre parole, qualora non convertito in legge tutti gli atti compiuti in nome di questo decreto legge verrebbero considerati illegittimi.

    Il Parlamento, infatti, dovrebbe convertire in legge un decreto il cui arco temporale di operatività risulta nettamente inferiore ai termini per la sua stessa conversione. Molto più probabile che venga semplicemente lasciato decadere.

    L’effetto più paradossale ed al tempo stesso preoccupante viene rappresentato dal fatto che se non venisse convertito in legge o lasciato anche solo decadere tutti gli atti governativi risulterebbero nulli.

    Questo non avverrebbe invece per gli effetti devastanti sia economici che sociali determinati da questo decreto legge anche nei soli 15 giorni della sua applicazione.

    L’immediatezza dei danni non avrà alcun bisogno di alcuna conversione per manifestarsi.

    La democrazia, mi dispiace, ma è un’altra cosa.

  • Riflessioni di fine anno

    Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti.

    Antico Testamento; Salmi; 11/4

    Stanno trascorrendo gli ultimi giorni di quest’anno. Un anno veramente diverso e difficile per l’umanità, questo che sta per finire. Un anno pieno di privazioni di ogni genere, di sofferenze e di perdite di molte, moltissime vite umane dovute alla pandemia di coronavirus. Le conseguenze di tutto quanto è accaduto e sta accadendo quest’anno e, soprattutto, delle lunghissime chiusure forzate delle attività produttive in tutto il mondo, purtroppo, si faranno sentire a lungo, causando ulteriori privazioni e sofferenze di ogni tipo per l’umanità. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. L’unico auspicio, dopo una simile e brutta esperienza a livello mondiale, è che coloro i quali hanno delle responsabilità istituzionali possano trarre le dovute conclusioni ed, in seguito, agire di conseguenza. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. Anche se, quanto è accaduto dopo la drammatica e grave crisi finanziaria, iniziata negli Stati Uniti d’America nel 2008 e poi diffusasi su scala mondiale e seguita da una altrettanta drammatica e grave crisi economica, non è servita da lezione. Purtroppo il genere umano non sempre riesce a trarre lezioni dalla storia. E poi ne paga tutte le conseguenze! Quello che è accaduto e sta accadendo da decenni ormai testimonierebbe la folle corsa dei pochi “potenti del mondo” verso gli sproporzionati e crescenti guadagni, calpestando consapevolmente con sadismo, indifferenza disumana e spietata arroganza gli interessi degli altri. Papa Francesco, consapevole di quanto possano essere pericolose per l’intera umanità le conseguenze dell’attuazione di simili strategie finanziarie ed economiche, ha reagito di nuovo. Lo ha fatto il 21 novembre scorso, inviando un videomessaggio ai partecipanti dell’Incontro internazionale “Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, svoltosi ad Assisi da 19 a 21 novembre scorso. Il Pontefice ha proposto e chiesto un patto per un nuovo modello economico. Papa Francesco ha ribadito che “Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti, come unità di misura, e sulla ricerca di politiche pubbliche simili, che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale”. Essendo convinto che “… urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che l’attuale sistema mondiale è insostenibile”. A tutte le persone responsabili, sia a scala locale che più ampia, spettano le dovute e necessarie reazioni concrete!

    Un anno veramente difficile è stato questo che sta per finire anche in Albania. Non soltanto per le conseguenze causate dalla pandemia e dovute, soprattutto, al modo irresponsabile e del tutto inadeguato e “personalizzato” con cui è stata e si sta affrontando la crisi da parte delle istituzioni specializzate e le persone istituzionalmente responsabili. Partendo dal primo ministro, che ha “gestito” l’emergenza secondo i suoi interessi personali, legati al suo potere politico. Un anno questo che sta per finire, pieno, inevitabilmente, anche di innumerevoli e continui scandali e di abusi di potere. Un anno questo che sta per finire, durante il quale si è chiaramente evidenziato il [voluto e programmato] fallimento di diverse riforme. Riforme molto importanti e necessarie per la democratizzazione del Paese, che hanno avuto come garanti anche i soliti “rappresentanti internazionali”, ma che, invece, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, sono risultate [volutamente] fallite. In Albania, purtroppo, anche durante la pandemia, i soliti avidi ed insaziabili con il denaro pubblico hanno continuato imperturbabili a fare ingenti danni con degli appalti pubblici “segreti”, a causa della pandemia! Una nuova invenzione abusiva, in piena violazione delle leggi in vigore, che si sta attuando da mesi ormai. Una realtà che però “sfugge” all’attenzione delle nuove e “riformate” istituzioni del sistema di giustizia. Chissà perché?! In Albania, ormai da qualche anno, tutto può accadere ma, purtroppo, nessuno si stupisce più. Si è arrivati ormai fino a questo punto! Tutto è stato facilmente prevedibile e, allo stesso tempo, anche inevitabile però, viste le persone che gestiscono la cosa pubblica in questi anni.

    Durante quest’anno in Albania sono accaduti, evidenziati e testimoniati molti, veramente molti abusi di potere e milionari scandali governativi, pubblicamente e/o legalmente denunciati. Ma niente è accaduto. Tutte le “riformate” istituzioni del “riformato” sistema della giustizia hanno continuato “tranquilli”, come se niente fosse. Nella loro rete sono finiti soltanto dei “pesciolini piccoli”. Mentre i “pesci grandi”, come li chiamava, alcuni anni fa, uno dei più importanti “rappresentanti internazionali”, tenendo presente i vertici della politica e i massimi dirigenti delle istituzioni statali, sono sempre sfuggiti da quella rete. Chissà perché?! I diretti accusati e denunciati, pubblicamente e/o legalmente, primo ministro in testa, continuano però indisturbati a causare ulteriori danni alla cosa pubblica e non soltanto. Per trattare e analizzare tutto ciò non basterebbero centinaia di pagine. Il nostro lettore, ad ogni modo, è stato sempre informato di una parte di questi abusi e scandali.

    L’autore di queste righe distingue e valuta però come molto significativo e rappresentativo un brutto avvenimento accaduto quest’anno, il quale, da solo, testimonia la restaurazione di una nuova dittatura in Albania, durante questi ultimi anni. Si tratta proprio del barbaro e vigliacco abbattimento dell’edificio del Teatro Nazionale, in pienissimo centro della capitale. Un abbattimento fatto notte tempo, il 17 maggio scorso, in piena chiusura per la pandemia, violando consapevolmente e con arroganza sia la Costituzione che la legislazione in vigore. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ben informato (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020). Il nostro lettore è stato informato, a più riprese, anche di quanto è accaduto, da quando cominciò la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una lunga, quotidiana, pacifica e civile protesta, cominciata il 15 giugno 2018. Protesta che è stata però brutalmente interrotta il 17 maggio scorso, dopo un ‘talebano’ intervento da parte della polizia [non] di Stato e delle truppe paramilitari volutamente non identificabili. Tutti armati e che hanno agito violando tutte le leggi in vigore. È stato barbaramente demolito un simbolo nazionale, non solo di cultura ma anche di storia. E’ stato distrutto per costruire, al suo posto, dei grattacieli di cemento armato. E’ stato distrutto il Teatro Nazionale, secondo le cattive lingue, per riciclare nell’edilizia ingenti somme di denaro, provenienti dalle attività illecite. Ma non lo dicono solo le cattive lingue. Quel tipo di riciclaggio è stato evidenziato e ribadito anche dall’ultimo rapporto ufficiale del 2019 di MONEYVAL (il Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.), nella parte dedicata all’Albania. E’ stato abbattuto il Teatro Nazionale, nonostante gli appelli ufficiali e le tante richieste, fatte al primo ministro, da parte delle più importanti istituzioni internazionali specializzate e dai rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Il primo ministro però, come risposta e come suo solito, ha usato le bugie e gli inganni per i rappresentanti delle istituzioni internazionali. Mentre per gli indignati e offesi cittadini albanesi ha usato, tra l’altro, anche le parole arroganti. Sempre come suo solito.

    Chi scrive queste righe, riflettendo su quanto è accaduto quest’anno in Albania, è convinto che l’unica salvezza è la ribellione dei cittadini responsabili per rovesciare di nuovo la dittatura. Come nel 1991. Speranzoso anche che, come si scriveva nell’Antico Testamento, il Signore possa recidere tutte le labbra bugiarde e le lingue che dicono parole arroganti. Compresa anche quella del primo ministro albanese.

  • Maduro vince ma Usa e Ue giudicano non credibile il voto in Venezuela

    Nicolas Maduro parla di ‘vittoria del popolo’, incassando un risultato elettorale che ha visto il suo partito ‘Grande Popolo patriottico’ conquistare i due terzi dell’assemblea nazionale. Ma solo il 30% dei venezuelani è andato a votare, e mentre il principale leader dell’opposizione Juan Guaidò parla di una ‘truffa’ anche l’occidente prende le distanze dal risultato. Con l’Ue che ha fatto sapere di non ritenere ‘credibile’ l’esito delle urne che “non hanno rispettato gli standard internazionali’. E il segretario di stato americano, Mike Pence, che si è spinto oltre: “Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere Guaidò come presidente’, ha fatto sapere con un comunicato. “La comunità internazionale non può permettere a Maduro di rubare una seconda elezione” dopo quella del 2018, ha aggiunto Pompeo. Da Mosca, forte sostenitrice del ‘chavismo’ arriva invece la benedizione con la diplomazia russa che parla di ‘un processo più responsabile e trasparente di quello di certi Paesi che hanno l’abitudine di presentarsi come un esempio di democrazia’.

    La grande protagonista della giornata è stata di certo la scarsa affluenza alle urne (31%), a cui, oltre alle preoccupazioni per la pandemia da Covid-19, hanno contribuito i ripetuti appelli al boicottaggio lanciati da Guaidó. In forte ritardo sul previsto, e a quanto pare per la mancanza di elettricità in alcuni Stati, la presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Indira Alfonzo, ha indicato che sulla base dello scrutinio dell’82,35% dei voti espressi, il Gran Polo Patriottico ha ottenuto il 67,6%. Da parte sua, l’Alleanza Democratica di opposizione (AD, Copei, CMC, Avanzada Progresista e El cambio), è stata votata dal 17,95% degli elettori, mentre altre forze politiche, fra cui il Partito comunista del Venezuela, si sono aggiudicate il 13%.

    Per Maduro si è trattato di “una grande vittoria popolare”. “Arriva – ha aggiunto – un cambiamento del ciclo, un cambiamento positivo, virtuoso, di lavoro, di ripresa economica e di superamento dell’embargo”. Dura la reazione di Guaidó: “La dittatura si è messa in mostra. E dopo il ricatto, il sequestro dei partiti, la censura, la fabbricazione dei risultati, la diffusione del terrore, annunciano quello che avevamo detto: una truffa con il 30% (di partecipazione) di pure bugie”.

    Livelli bassi di affluenza, come quelli della tornata elettorale di ieri, non sono inusuali in Venezuela e in America latina, ma per gli analisti rappresenta un chiaro avvertimento per il ‘chavismo’. La palla è ora nel campo di Guaidó che dal 5 gennaio perderà il seggio in Parlamento, e dovrà legittimare diversamente la sua condizione di autoproclamato presidente ad interim. Per questo ha convocato una ‘Consultazione popolare’, ed una manifestazione il 12 dicembre, con cui confermare il ruolo di “unica alternativa democratica” a Maduro.

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