Democrazia

  • Dalla Finlandia un esempio per l’Europa dei nazionalismi obsoleti e dei mondialismi pericolosi

    Mentre alcuni partiti, dalla Lega ai 5 Stelle ad Avs, contestano la necessità dell’Europa di difendere l’Ucraina, per difendere anche il proprio futuro e la propria indipendenza, e di organizzarsi, si spera il prima possibile, per avere armamenti ed esercito sinergici, la Finlandia si è già da tempo organizzata per resistere a possibili invasioni militari e per impostare una nuova regola di vita che crei un unicum tra tutti i suoi cittadini.
    La Finlandia è un Paese piuttosto freddo, dove non è semplice abitare, il clima dell’Artico è duro ed è difficile confrontarsi col territorio tra foreste innevate e laghi ghiacciati, una sfida continua che i suoi abitanti vincono ogni giorno.
    Una sfida che ha creato un modo di vivere diverso, partendo dal sistema educativo che ha permesso alla Finlandia di essere in cima alle classifiche del ‘Program for International Studies Assessment’ dell’Ocse, programma che misura il grado di alfabetizzazione e le capacità matematiche dei bambini i quali coniugano lezioni e diversi minuti dedicati a gioco e vita all’aria aperta, nonostante il clima sfavorevole.
    Tornando alla necessità di difendersi, la Finlandia ha il secondo confine più lungo con la Russia, 1.340 km contro i 1.576 dell’Ucraina.

    Il popolo finlandese col suo sistema è riuscito a restare indipendente dopo ben due attacchi, nel secolo scorso, da parte russa.
    Gli abitanti sono 5 milioni, i militari di leva solo 23mila ma il sistema che è stato messo in piedi consente di aggiungere 176mila uomini e donne delle forze territoriali immediatamente richiamabili in caso di guerra ed altre 700mila persone pronte a mobilitarsi e addestrate a lottare per la propria comunità.

    Un recente sondaggio, pubblicato anche da riviste italiane quali Sette del Corriere della Sera, ha rilevato che l’80% dei finlandesi è disposto ad attivarsi e a combattere per la libertà e l’indipendenza della loro nazione se la Russia dovesse attaccare. In Italia sembra che solo il 14% sarebbe disposto ad impegnarsi.

    In Finlandia alla base della società vi è la regola del “mutuo soccorso”, da noi sembra esserci quella della mutua reciproca distruzione.

    L’Europa ha bisogno di una politica comune, di un esercito comune, ma in attesa che ci si metta d’accordo, dopo anni di inutili parole, si potrebbe iniziare ad insegnare, in tutte le nostre scuole, cosa significhi vivere insieme, aiutarsi e credere nel proprio Paese come avviene in Finlandia, senza idee nazionaliste obsolete o visione mondialiste distorte.

    Forse con umiltà e semplicità dovremmo guardare a chi è stato capace, nonostante le difficoltà del clima e del pericolo sempre alle porte, di creare una società coesa, preparata, scevra da tante parole inutili e pronta ad agire.

  • Preoccupante sostegno europeo

    La storia è un insieme di menzogne concordate.

    Napoleone Bonaparte

    Venerdì scorso, 21 novembre, a Tirana, capitale dell’Albania, si è svolto il Vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici per discutere del Piano di crescita “Il nostro percorso verso l’Unione europea” (Regional Leaders’ Summit on the Growth Plan “Our pathway to EU”). Erano presenti i capi dei governi, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato e altri funzionari della Commissione europea, nonché rappresentanti di varie organizzazioni regionali.

    Il vertice di Tirana si è svolto solo alcuni giorni dopo che a Bruxelles, il 18 novembre scorso ha avuto luogo il Forum annuale sull’Allargamento dell’Unione europea. Tutto ciò mentre continuano gli attacchi micidiali dell’esercito russo sull’Ucraina e si sta discutendo, a livello internazionale, del piano di pace di 28 punti presentato dal presidente statunitense.

    Ragion per cui anche le politiche di allargamento ormai sono condizionate da queste preoccupanti situazioni geopolitiche e geostrategiche. Lo ha ribadito, tramite un videomessaggio, la presidente della Commissione europea il 18 novembre scorso, durante il Forum annuale sull’Allargamento. Per lei  “…in tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta per la pace”. Perché, ha aggiunto, l’allargamento è un “investimento nella nostra sicurezza e libertà collettiva”.

    Però le “ragioni geopolitiche e geostrategiche” devono essere valutate con la massima serietà, responsabilità e lungimiranza, tenendo ben presente ogni singolo Paese candidato all’adesione nell’Unione. E non si devono “appoggiare”, proprio per “ragioni geopolitiche e geostrategiche”, certi autocrati al potere in alcuni Paesi balcanici. L’Unione europea deve garantire l’attivazione di regole e clausole di tutela quando nuovi Stati membri non rispettino gli obblighi comunitari. Sì, perché, come ci insegna anche la storia recente, l’Unione europea dovrebbe essere ben attenta ad altre problematiche causate da ulteriori attriti interni tra gli Stati membri, compresi i nuovi Paesi aderenti, che possano generare poi forti disaccordi in sede decisionale.

    Se si trascurano determinati criteri, si rischia realmente di poter favorire anche un Paese in cui si stia consolidando un regime autocratico anche se camuffato di pluripartitismo di facciata. Un Paese in cui siano stati evidenziati, dai rapporti ufficiali dalle istituzioni specializzate, compresi quelle dell’Unione europea, dei seri problemi legati alla diffusa corruzione, alla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata ed altri raggruppamenti occulti internazionali, all’abuso del potere istituzionale conferito e anche usurpato, alla violazione dei fondamentali diritti dell’essere umano ed altro. Il che potrebbe, con molta probabilità, generare poi seri problemi nel futuro per l’Unione europea. Ragion per cui non si dovrebbe mai trascurare l’adempimento dei tre noti Criteri di Copenaghen: il criterio politico, il criterio economico e quello dell’acquis comunitario. Proprio il primo criterio prevede, tra l’altro, la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia e lo Stato di diritto in tutti i Paesi candidati all’adesione nell’Unione europea.

    Durante il vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici, svoltosi a Tirana venerdì scorso, 21 novembre, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato ha dichiarato, tra l’altro, che la stessa Europa non può sentirsi sicura senza l’adesione dei Paesi balcanici all’Unione europea. “…Questo è un errore che abbiamo commesso in passato e dobbiamo correggerlo”, ha aggiunto lei.

    Rivolgendosi poi ai massimi rappresentanti dei Paesi balcanici presenti al vertice, la Commissaria all’Allargamento e alla Politica di Vicinato ha dichiarato: “Ci restano ancora due anni affinché il Piano di Crescita diventi un vero successo e prepariamo il terreno per il vostro ingresso nell’UE. Dobbiamo sfruttare ogni giorno per lavorare per il futuro europeo dei Balcani occidentali”. Mentre all’inizio della scorsa settimana, a Bruxelles, la Commissaria all’Allargamento e la Politica di Vicinato ha elogiato i “successi” dell’Albania, perciò del primo ministro albanese, suo caro amico, nel suo percorso europeo. Lei ha detto “convinta” che “L’Albania è il miglior caso del potere trasformativo dell’allargamento”.

    Alla fine del vertice di Tirana era stata prevista anche una conferenza stampa congiunta del primo ministro albanese e della Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato. Loro hanno informato i giornalisti presenti su alcuni argomenti trattati durante il vertice. E come al solito, sono state delle dichiarazioni che si riferivano ai “risultati positivi ottenuti”, esprimendo riconoscimento per il “valoroso supporto” della Commissione europea e l’ottimismo della stessa Commissione per il raggiungimento di tutti gli obiettivi posti. Poi, dopo le loro dichiarazioni, sono stati i giornalisti a fare delle domande.

    Ma prima di fare riferimento sia alle domande dei giornalisti che alle risposte ricevute, bisogna però sottolineare che recentemente è stato reso pubblico uno dei più clamorosi scandali in Albania di questi ultimi anni. Si tratta di uno scandalo in seguito ad alcuni manipolati appalti pubblici legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, espressione dell’abuso con il potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli. Uno scandalo che vede direttamente coinvolti la vice primo ministro, che è anche ministro delle Infrastrutture e dell’Energia, reso noto dopo lunghe indagini di un coraggioso procuratore. Da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro. Chissà perché?! Proprio colui che, guarda caso, risulta coinvolto personalmente in quello scandalo.

    Un giornalista ha chiesto al primo ministro del sopracitato scandalo. E lui non poteva non dare la colpa agli altri. Per il primo ministro si tratta di “…un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo”. Mentre la Commissaria sull’Allargamento ha rifiutato di rispondere alla stessa domanda, dicendo:  “non commenterò casi concreti”.

    Una giornalista ha chiesto a lei se le elezioni dell’11 maggio in Albania rispettavano gli standard dell’Unione europea. E si riferiva al massacro elettorale dell’11 maggio scorso di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Un massacro elettorale evidenziato dal rapporto ufficiale dell’OSCE/ODIHR, (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025), ma anche dal rapporto ufficiale della stessa Commissione europea (Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà; 10 novembre 2025).

    Ebbene, la risposta della Commissaria all’Allargamento è stata clamorosa: “Le elezioni sono state libere e oneste” (Sic!). Una dichiarazione che contrasta in modo stridente con i due sopracitati rapporti che affermano proprio il contrario. Sì perché in nessuna riga dei due rapporti risulta una simile affermazione. Lei doveva dare un’altra risposta, per essere in accordo almeno con il rapporto della Commissione Europea che rappresenta. Chissà perché una simile dichiarazione?! Si sa però che lei, la Commissaria all’Allargamento sempre ha “applaudito i successi” raggiunti dal primo ministro albanese. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Bruxelles, dichiarando che l’Albania è “un’ispirazione per i Balcani occidentali” (Sic!).

    Chi scrive queste righe considera preoccupante il sostegno che la Commissaria all’Allargamento sta dando al primo ministro albanese, con il quale stanno manipolando la storia e la realtà. Aveva ragione Napoleone Bonaparte, affermando che la storia è un insieme di menzogne concordate.

  • Kenyan authorities paid trolls to threaten Gen Z protesters, Amnesty says

    The Kenyan authorities paid a network of trolls to threaten and intimidate young protesters during recent anti-government demonstrations, Amnesty International has said.

    A new report by the human rights organisation said government agencies also employed surveillance and disinformation to target organisers of the mass protests, which swept Kenya across 2024 and 2025.

    The demonstrations were driven largely by “Gen Z” activists who used social media platforms to mobilise.

    In response to Amnesty’s report, Kenya’s interior minister said the government “does not sanction harassment or violence against any citizen”.

    But Amnesty said it had uncovered a campaign to “silence and suppress” the protesters.

    Young women and LGBT+ activists were disproportionately targeted, with misogynistic and homophobic comment, as well as AI-generated pornographic images, the report said.

    The BBC has approached the government for further comment.

    One activist told Amnesty: “I had people coming into my inbox and telling me: ‘You will die and leave your kids. We will come and attack you’.

    “I even had to change my child’s school. Someone sent me my child’s name, the age… the school bus number plate. They told me: ‘If you continue doing what you’re doing then we will take care of this child for you’.”

    It has long been believed that the government employs a network of individuals, known as “keyboard warriors”, to push its online messages.

    The report features a man who said he was part of a team paid between 25,000 and 50,000 Kenyan shillings (about $190-$390; £145-£300) per day to amplify government messaging and drown out trending protest hashtags on social media platform X.

    As part of its research, Amnesty spoke to 31 young human rights defenders who had participated in the protests. Nine of these activists said they had received violent threats via X, TikTok, Facebook and WhatsApp.

    As well as digital abuse, the authorities have also been accused of carrying out a brutal crackdown on the protests.

    More than 100 people died, rights groups say, when police clashed with protesters during two waves of demonstrations – one in 2024 and one in 2025.

    The authorities were also accused of arbitrary arrests, enforced disappearances and using lethal force against the protesters.

    The government accepted there had been some case of excessive force by police, but also defended the security forces in other instances.

    The demonstrations railed against issues such as proposed tax rises, increasing femicide and corruption.

    Amnesty chief Agnès Callamard said the organisation’s report “clearly demonstrates widespread and coordinated tactics on digital platforms to silence and suppress protests by young activists”.

    “Our research also proves that these campaigns are driven by state-sponsored trolls, individuals and networks paid to promote pro-government messages and dominate Kenya’s daily trends on X,” she added.

    Kenya’s Interior Minister Kipchumba Murkomen said: “The government of Kenya does not sanction harassment, or violence against any citizen… any officer implicated in unlawful conduct bears individual responsibility and is subject to investigation and sanction.”

    Amnesty also raised concerns about unlawful state surveillance, including allegations – denied by Kenya’s largest telecom provider, Safaricom – that authorities used mobile data to monitor protest leaders.

  • Grottesco

    Grottesca è l’unica parola che viene in mente riguardo alla vicenda legata ad un presunto piano del Quirinale per mandare a casa, alle future elezioni, Giorgia Meloni.

    Che un, pur alto, funzionario della Presidenza della Repubblica esprima giudizi e speranze personali, ad un gruppo di amici o conoscenti, non può certo coinvolgere la stessa Presidenza e meno che mai il Presidente.

    Grazie a Dio ed alla democrazia ognuno di noi può esprimere auspici per il futuro, in molti, ad esempio, augurano lunga vita politica alla Schlein perché consapevoli che con lei e Conte sarà veramente difficile che si crei un’alternanza credibile alla coalizione guidata dalla Meloni.

    Altri, proprio perché credono nella democrazia, che si basa anche sull’ipotesi dell’alternanza, augurano al Pd di trovarsi un leader più capace di comprendere i reali problemi del Paese e di fare opposizione senza le continue, inutili e pretestuose polemiche di ogni giorno.

    Che il governo abbia problemi e qualche sconnessione non è una grande novità, basta pensare al Ponte sullo Stretto, allo sguardo amichevole che Salvini ha verso Putin e un po’ anche agli accordi con l’Albania, non sempre, al momento, utili all’Italia, inoltre, diciamolo con serenità, non tutti i componenti, a vario livello, del governo sono all’altezza del loro incarico ed alle aspettative della Meloni.

    Però, piaccia o non piaccia, questo governo ha portato l’Italia ad avere ruolo, peso e visibilità nel mondo ed a un miglioramento interno, e nessuno deve dimenticare la situazione che il governo si è trovato ad affrontare, dall’inizio, una situazione disastrosa visti i gravi danni causati del 110% e dal reddito di cittadinanza, centinaia e centinaia di milioni buttati e decine di scandali che anche oggi si continuano a scoprire.

    Il governo Meloni non cadrà per le dichiarazioni o le speranze di qualche funzionario o politico ma è necessario, per il bene della Nazione, che si concentri di più sui temi legati alla sicurezza, alla sanità, alla casa, alla tutela dell’ambiente, come necessità per la vita stessa, e, senza indugi, all’attuazione di progetti culturali e scolastici che strappino i nostri giovani, partendo dalla scuola primaria, alla spirale di odio e violenza che anche i social fomentano.

    Ci sono priorità che, al di là di quanti voti o fama possano portare, devono essere affrontate subito, inutile inasprire le pene se le stesse non sono applicate, se le carceri sono dei lager, università del crimine, e non si costruiscono carceri moderne, anche per la rieducazione dei detenuti, se non ci sono luoghi adeguati per la cura dei malati mentali o dei troppi che, con l’abuso di alcol e stupefacenti, sono un pericolo per se stessi e per gli altri.

    Cerchiamo tutti, maggioranza, opposizione, mass media, società civile, comuni cittadini, di mettere al bando polemiche e dichiarazioni che distolgono dai problemi veri, cercare di essere responsabili e aderenti alla realtà, che non è la verità di parte, deve essere un obiettivo comune se si vuole agire, e ovviamente pensare, per il bene dell’Italia e dell’Europa, senza la quale non si va da nessuna parte, o meglio, si va verso il baratro.

  • Lo scudo europeo per la democrazia e la strategia dell’UE per la società civile aprono la strada a democrazie più forti e resilienti

    La Commissione ha presentato lo scudo europeo per la democrazia, che definisce una serie di misure concrete per rafforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti in tutta l’UE. Uno spazio civico aperto è al centro delle nostre democrazie ed è per questo che la Commissione ha presentato anche una strategia dell’UE per la società civile volta a rafforzare l’impegno, la protezione e il sostegno alle organizzazioni della società civile che svolgono un ruolo essenziale nelle nostre società. Entrambe le iniziative erano state delineate negli orientamenti politici e nel discorso sullo stato dell’Unione di quest’anno della Presidente von der Leyen.

    Lo scudo europeo per la democrazia e la strategia dell’UE per la società civile presentano misure volte a proteggere i pilastri fondamentali dei nostri sistemi democratici: libertà dei cittadini, elezioni libere e regolari, media liberi e indipendenti, una società civile dinamica e istituzioni democratiche forti.

  • Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    Il 23 ottobre veniva pubblicato il rapporto finale sulle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. Si tratta di un documento elaborato dall’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani (Office for Democratic Institutions and Human Rights – ODIHR; n.d.a.). Quell’Ufficio rappresenta una struttura importante dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Organization for Security and Co-operation in Europe; n.d.a.). Il compito principale dell’ODIHR è quello di osservare ed analizzare i processi elettorali in tutti i Paesi membri dell’OSCE. Riferendosi al sopracitato rapporto, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “… Ebbene, anche il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni politiche dell’11 maggio scorso in Albania, elencando una lunga serie le violazioni, evidenziate e verificate dai suoi osservatori, ha confermato ufficialmente molte violazioni sia della Costituzione albanese e delle leggi in vigore, sia del Documento di Copenhagen” (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025).

    Il 4 novembre scorso la Commissione europea ha reso pubblico il rapporto di progresso per il 2025 dei Paesi candidati all’adesione all’Unione europea. Per quanto riguarda l’Albania il rapporto, per la prima volta dopo una decina d’anni, nonostante sia stato scritto con il solito linguaggio “diplomaticamente corretto”, ha però evidenziato anche diverse problematiche, comprese quelle verificate e documentate durante le “elezioni” dell’11 maggio scorso. Ovviamente la vera, vissuta e sofferta realtà albanese testimonia molte altre palesi e clamorose violazioni dei principi della democrazia, “sfuggite” ai redattori del rapporto. Violazioni attuate da un regime ormai restaurato e che si sta consolidando.  Ma anche solo le problematiche presentate nel rapporto sono sufficienti per capire la preoccupante realtà in un Paese, il cui sistema statale ha poco in comune con un vero sistema democratico. Sempre da fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, da fatti documentati, denunciati e pubblicamente noti, risulta che ormai il primo ministro albanese, dopo aver ottenuto il suo quarto mandato consecutivo, agisce come un vero dittatore.

    Una simile, preoccupante e pericolosa realtà viene confermata anche da quello che sta accadendo dal settembre scorso, durante le sessioni del nuovo Parlamento. Il primo ministro ormai, con i suoi 83 ubbidienti deputati ed altri che potrebbe “arruolare” nel caso gli servissero, può cambiare anche la Costituzione e approvare qualsiasi sua “visionaria idea” e qualsiasi suo “lungimirante progetto”. Quanto sta accadendo solo in Parlamento da settembre scorso, da quando ha cominciato questa nuova legislatura, testimonia l’ulteriore consolidamento del regime ormai restaurato da alcuni anni in Albania. Si tratta di una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali, molto potenti finanziariamente.

    Il primo ministro, tramite i presidente del Parlamento ed altri suoi stretti collaboratori, sta negando ai deputati dell’opposizione i loro diritti fondamentali, riconosciuti dalla Costituzione. Ormai la maggioranza sta continuamente negando all’opposizione il diritto del dibattito parlamentare ed il diritto di chiedere, secondo il regolamento del Parlamento, audizioni parlamentari e la costituzione di commissioni d’inchiesta. La maggioranza ha passato durante la prima sessione del nuovo Parlamento, senza il dibattito in aula, il programma del nuovo governo. Così come, giovedì scorso, ha approvato anche la legge di bilancio e quella controversa sulla “parità di genere”.

    Il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea, nella parte dedicata all’Albania, riferendosi al Parlamento, evidenzia: “…Il Parlamento può esercitare le sue competenze in un modo parzialmente effettivo”. Il rapporto evidenzia altresì che “…Il Parlamento viene inoltre ostacolato da una limitata supervisione sull’esecutivo, mentre la politicizzazione delle nomine parlamentari a posizioni di rilievo negli organi costituzionali o nelle istituzioni indipendenti, stabilite dalla legge, resta un problema serio”.

    Il sopracitato rapporto evidenzia il fatto che il Parlamento non ha attuato alcune decisioni della Corte Costituzionale entro il termine stabilito dalla legge. Il rapporto si riferisce anche alle opinioni della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come la Commissione di Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa sull’adozione delle costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo; n.d.a.). Il rapporto afferma che “In un parere su questo tema, la Commissione di Venezia ha confermato che le decisioni della Corte Costituzionale sono vincolanti per tutti gli organi statali, compreso il Parlamento. Il Parlamento non ha ancora recepito il parere della Commissione di Venezia”. Il rapporto, riferendosi al sistema giudiziario, afferma che “….I tentativi da parte di funzionari pubblici o dai [rappresentanti] politici di esercitare intromissioni e pressioni inutili sono aumentati e sollevano serie preoccupazioni”.

    Riferendosi alle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania, il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea evidenzia che “…la gara per le elezioni parlamentari non era paritaria ed il partito al governo ha sfruttato le risorse statali”. Il rapporto evidenzia, altresì, che “Sono stati notati anche sviluppi inquietanti, tra cui il fatto che il partito al governo ha beneficiato di un ampio utilizzo di risorse amministrative e di influenza istituzionale”, nonché “preoccupazioni circa l’influenza delle reti dei patrocinatori”. Il nostro lettore è stato informato che per massimizzare il risultato delle elezioni, politiche o amministrative, il partito capeggiato dal primo ministro, oltre al supporto attivo della criminalità organizzata, sta “beneficiando” dei cosiddetti “patrocinatori”. Si tratta di persone che “aiutano volontariamente” il partito ad avere informazioni di vario tipo sugli elettori, ma anche di “convincerli” a votare per il partito. Il primo ministro ha pubblicamente affermato di essere “orgoglioso” del loro prezioso supporto.

    Il rapporto tratta anche la limitata libertà dei media in Albania, evidenziando che “…Nel campo della libertà dei media, che è una delle principali priorità e condizioni dell’integrazione europea, la Commissione europea ritiene che non vi sia stato alcun progresso…”. Nel rapporto si sottolinea che “Durante l’ultimo anno, l’Albania non ha compiuto progressi nell’allineamento del suo quadro giuridico all’acquis dell’Unione europea e agli standard europei, in particolare per quanto riguarda le principali sfide legate alla libertà dei media”.

    Queste sono solo alcune delle problematiche in Albania, evidenziate dal rapporto di progresso, per il 2025, della Commissione europea. Ma anche se la realtà fosse quella descritta dal rapporto, viene naturale la domanda: come averebbero reagito i politici, i cittadini e le istituzioni in un qualsiasi Paese democratico se si fossero verificate simili problematiche?! Al lettore la risposta.

    Chi scrive queste righe avrebbe voluto trattare anche altri argomenti, ma lo spazio non lo permette. Nel frattempo egli considera che il rapporto della Commissione europea, nonostante non abbia evidenziato molte altre problematiche, sia un’altra seria conferma delle istituzioni internazionali, di una preoccupante realtà in Albania. Perché, come affermava Oscar Wilde, “Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla”.

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

  • Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale

    Elezione. Semplice artificio mediante il quale una maggioranza

    dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere.

    Ambrose Bierce

    Era in pieno corso il drammatico e pericoloso periodo della guerra fredda in Europa quando, il 3 luglio 1973, nella capitale della Finlandia, Helsinki, è stata organizzata e si è tenuta una riunione dei rappresentanti dei 35 Paesi europei. Non era presente solo l’Albania che aveva rifiutato. Ed era proprio durante quella riunione che si costituì la Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa (CSCE). A quella riunione sono stati invitati e hanno partecipato anche i rappresentanti degli Stati Uniti d’America e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, semplicemente nota allora come l’Unione Sovietica. Coloro che organizzarono il vertice volevano promuovere il dialogo politico tra i due campi avversari, la loro cooperazione e garantire la pace in Europa.

    Due anni dopo, sempre a Helsinki, il 1o agosto 1975, si riunirono i capi di Stato e di governo dei 35 Paesi europei, per la firma finale del documento che costituiva la Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa. Da allora la Conferenza ha svolto molte altre riunioni e ha preso diverse decisioni importanti.

    Dal 5 al 29 giugno 1990 a Copenhagen, nell’ambito delle attività della CSCE, si è svolta quella che ormai è nota come la Conferenza sulla Dimensione Umana. I rappresentanti dei Paesi membri hanno riconosciuto, tra l’altro, che “….la democrazia pluralistica e lo Stato di diritto sono essenziali per garantire il rispetto di tutti i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali…”. Essi hanno, altresì, espresso l’impegno di tutti i Paesi membri della CSCE per costituire delle “…società democratiche fondate su libere elezioni e sullo Stato di diritto”. Per la prima volta, alla riunione di Copenhagen della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa ha preso parte come osservatore anche un rappresentante dell’Albania. In seguito, durante il vertice della CSCE a Berlino, tra il 19 e 20 giugno 1991 anche l’Albania, l’ultimo Paese europeo, aveva deciso di diventare membro della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa.

    Alla fine della riunione è stato firmato anche quello che ormai è noto come il Documento di Copenhagen. I Paesi membri della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa si impegnavano, tra l’altro, a garantire “Libere elezioni da svolgersi ad intervalli ragionevoli con voto segreto o con procedure equivalenti di libera votazione, in condizioni che assicurino in pratica la libera espressione dell’opinione degli elettori nella scelta dei loro rappresentanti” (articolo 5/1).

    I Paesi membri, firmatari del Documento di Copenhagen, si impegnavano a garantire anche “Una netta separazione tra Stato e partiti politici; in particolare, i partiti politici non devono confondersi con lo Stato” (articolo 5/4).

    In seguito, l’articolo 6 del Documento di Copenhagen affermava: “Gli Stati partecipanti dichiarano che la volontà del popolo, liberamente e correttamente espressa mediante elezioni periodiche e oneste, costituisce la base dell’autorità e della legittimità di ogni governo”. I Paesi firmatari del Documento si impegnavano inoltre ad assicurare che “La legge e il sistema politico consentano di condurre le campagne elettorali in un’atmosfera corretta e libera, nella quale né misure amministrative, né la violenza, né l’intimidazione impediscano ai partiti e ai candidati di esporre liberamente le proprie opinioni e posizioni o impediscano agli elettori di conoscerle e discuterle nonché di dare il proprio voto senza timore di rappresaglie” (articolo 7/7). Con la loro firma, tutti i rappresentanti dei Paesi firmatari, membri della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa, garantivano che “Nessun ostacolo legale o amministrativo limiti il libero accesso ai mezzi di informazione su base non discriminatoria per tutti i raggruppamenti politici e gli individui che intendono partecipare al processo elettorale” (articolo 7/8).

    Il 21 novembre 1990 a Parigi si è svolta un’altra riunione della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa. Alla fine di quella riunione è stato adottato un importante documento, noto ormai come la Carta di Parigi per una nuova Europa. Con quel documento si affermava anche la fine del drammatico e pericoloso periodo della guerra fredda tra i due campi avversari in Europa. Dopo quattro anni, durante il vertice di Budapest è stato deciso il passaggio dalla Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa ad una nuova organizzazione, con una vera e propria struttura istituzionale, necessarie a far fronte a tutti gli obiettivi posti. La nuova organizzazione è stata ufficialmente costituita il 1º gennaio del 1995 e da allora si chiama l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Organization for Security and Co-operation in Europe – OSCE; n.d.a.). Nell’ambito dell’OSCE da allora funziona l’Assemblea Parlamentare composta dai rappresentanti di tutti i Paesi membri, nonché alcune strutture esecutive.

    Come un’importante struttura esecutiva dell’OSCE è stata costituita e funziona anche l’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani (Office for Democratic Institutions and Human Rights – ODIHR; n.d.a.) con sede a Varsavia. Uno dei compiti istituzionali dell’ODIHR è anche quello di promuove i processi elettorali democratici in tutti i Paesi membri dell’OSCE.

    Giovedì scorso, 23 ottobre, è stato reso pubblico il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni dell’11 maggio 2025 in Albania. Il nostro lettore è stato informato, dalla prima settimana di maggio in poi, sempre con la dovuta oggettività, fatti accaduti, documentati e ufficialmente denunciati alla mano, di quella che, invece di essere una normale gara elettorale parlamentare è stato un vero e proprio massacro elettorale. Ebbene, anche il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni politiche dell’11 maggio scorso in Albania, elencando una lunga serie le violazioni, evidenziate e verificate dai suoi osservatori, ha confermato ufficialmente molte violazioni sia della Costituzione albanese e delle leggi in vigore, sia del Documento di Copenhagen.

    Dalle prime pagine del sopracitato rapporto risulta che le elezioni sono state dominate dal partito al potere che ormai si comporta, fatti evidenziati dagli osservatori alla mano, come un partito – Stato. Il rapporto finale dell’ODIHR afferma che “Il partito al potere ha beneficiato dal vasto uso delle risorse amministrative durante la campagna elettorale, generando un ingiusto vantaggio”. Il che significa una palese violazione del sopracitato articolo 5/4 del Documento di Copenhagen. In seguito il rapporto finale afferma che “La legislazione elettorale e la sua interpretazione da parte dall’amministrazione elettorale non ha impedito le pratiche abusive”. Una simile affermazione testimonia la violazione del sopracitato articolo 7/7 del Documento di Copenhagen. Il rapporto finale dell’ODIHR evidenzia molti casi dell’intimidazione dei media ed il controllo della maggior parte di loro dal potere esecutivo, in piena violazione dell’articolo 7/8 dello stesso Documento. Il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni dell’11 maggio 2025 in Albania, evidenzia anche molti casi della presenza e del supporto attivo della criminalità organizzata a favore del partito del primo ministro albanese. Così come evidenzia anche molte altre serie e palesi violazioni delle leggi in vigore in Albania, Costituzione compresa, anche del Documento di Copenhagen.

    Chi scrive queste righe, riferendosi al massacro elettorale dell’11 maggio scorso in Albania, pensa che quelle “elezioni” si dovevano dichiarare non valide. Egli trova molto attuale quanto affermava Ambrose Bierce sulle elezioni, che sono “un semplice artificio mediante il quale una maggioranza dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere”. Il caso dell’Albania lo conferma.

  • Guerre d’America

    Sarebbe utile domandarsi perché un numero crescente di Stati al mondo sembra voler condividere le ambizioni russo-cinesi di porre fine all’unipolarismo americano per stabilire al suo posto un nuovo e diverso ordine mondiale. Quali errori abbiamo commesso noi Occidentali per non essere riusciti a convincere tutti che il nostro sistema politico ed economico era, ed è, il migliore possibile?

    Cercheremo di capirlo attraverso qualche analisi della storia recente ma prima è bene cominciare col ricordare che, dopo il 1945, gli Stati Uniti non hanno mai fatto, o iniziato o partecipato, a una guerra. Infatti, le dichiarazioni di guerra, secondo la Costituzione americana, possono e devono essere decise e votate solo dal Congresso e ciò non è mai avvenuto. Eppure, dirà qualcuno: come è allora successo che più di centomila soldati americani siano morti all’estero in situazioni che sembravano di guerra?

    Vediamolo nel dettaglio.

    1950-1953 Corea Gli USA intervennero in aiuto a un governo alleato (Corea del Sud) come “azione di polizia” su mandato dell’ONU (Risoluzione 82, approvata per l’assenza della Russia).

    1964-73 Vietnam Si inventò un attacco vietnamita (del Nord) del 4 agosto 1964 (appurato anni dopo come inventato di sana dal Dipartimento della Difesa USA) contro una nave americana. La cosa consentì al Congresso di dare al Presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson l’autorità di “assistere” qualsiasi paese del sud-est asiatico il cui governo fosse considerato messo in pericolo dall’aggressione comunista.

    1983 Invasione di Grenada. Decisione presidenziale (Reagan), giustificata come protezione dei cittadini USA e stabilizzazione regionale.

    1989 Invasione di Panama. Decisione presidenziale (Bush Sr.), per proteggere cittadini USA e arrestare Noriega

    1991 Prima guerra del Golfo. Il Congresso approvò a favore del Presidente una “Authorization for Use of Military Force” (AUMF) per liberare il Kuwait.

    1999 Kossovo. Decisione presidenziale (Clinton) con la NATO. La motivazione formale fu di voler impedire un genocidio contro il popolo kossovaro perpetrato dai Serbi. Medici inviati in loco dal Tribunale Penale Internazionale dopo la fine dei bombardamenti per accertare le responsabilità penali scoprirono che un genocidio non era mai avvenuto ma si trattò invece di propaganda ottimamente realizzata proprio per giustificare l’intervento. Senza alcun mandato ONU.

    2001-2024 Afghanistan. AUMF del 14 settembre 2001, contro responsabili dell’11 settembre.

    2003-2011 (e oltre) Iraq. AUMF del 2002, per disarmare Saddam Hussein dalle sue armi di distruzione di massa (mai esistite, come accertato). Senza alcun mandato ONU

    2011 Libia. Intervento aereo ordinato da Obama senza dichiarazione né autorizzazione preventiva. Anche in questo caso la motivazione ufficiale fu di difendere i cittadini locali da un possibile sterminio ad opera di Gheddafi. In realtà si trattò sempre, e soltanto, di una guerra civile organizzata dai servizi segreti francesi contro il RAS. Il prosieguo degli eventi ha dimostrato la verità.

    2014 Siria. Operazioni militari contro ISIS giustificate usando l’AUMF del 2001, anche se all’epoca concepita per Al-Qaeda/Talebani.

    2015 ad oggi Yemen. Supporto “anti-terrorismo” alla coalizione saudita, giustificato con AUMF 2001.

    Durante gli ultimi anni Somalia, Pakistan, altre varie operazioni speciali sempre giustificate tramite AUMF 2001, ufficialmente contro gruppi terroristici.

    Come si può vedere, gli USA non sono mai entrati in guerra ma hanno solo invocato “operazioni di polizia”, “interventi umanitari”, “difesa o esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “peace enforcing” o altro, secondo le circostanze. Tutto ciò senza che il popolo americano potesse esprimersi attraverso chi ufficialmente lo rappresenta: il Congresso o il Senato.

    È comprensibile che chi crede che in una democrazia il popolo sia sovrano resterà un poco sorpreso. Eppure ci è stato insegnato che il Governo è un organo esecutivo e cioè deve eseguire ciò che l’organo legislativo, unico e vero rappresentante della volontà popolare, decide di fare. Ovviamente sono previste eccezioni quali l’urgenza, una calamità imprevista, un rischio capitale per il Paese, ma per questo esistono i Decreti che, non a caso, devono essere convertiti in legge entro un certo limite di tempo. Visto tutti quegli interventi bellici sopra menzionati decida chi legge, caso per caso, se esistevano o meno le ragioni dell’urgenza o del grave rischio nazionale.

    Se qualcuno decide che “forse” in quei casi si è verificato un qualche infrangimento delle normali regole democratiche, allora guardi cosa è successo alla democrazia italiana in circostanze similari.

    L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” Ebbene, la nostra Costituzione aggiunge l’art 78: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.” È mai successo che le Camere lo abbiano fatto dopo il 1945?

    Mai.

    Eppure: a partire dal 17 gennaio 1991 i Tornado italiani furono impiegati in missioni di attacco a bassa quota contro obiettivi strategici e militari in Iraq. Fu un’azione di guerra o una gita turistica? Si disse che si trattava di una volontà dell’ONU cui noi aderivamo e il Parlamento con specifici provvedimenti finanziò e prorogò le operazioni, ma senza dichiarazione di guerra.

    Un po’ diversamente andarono le cose nel 1999. L’aviazione militare italiana condusse attacchi al suolo contro infrastrutture militari serbe (depositi, ponti e centri di comando). Tuttavia la guerra contro la Serbia non fu mai autorizzata dall’ONU. Fu una decisione autonoma della NATO, motivata da ragioni umanitarie (poi rivelatisi false) e politiche, ma priva di copertura legale nel diritto internazionale classico. Colmo dell’ipocrisia: l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, nel rispondere a un’interrogazione, mentì al Parlamento affermando che i nostri aerei avevano compiuto solo voli di ricognizione.

    Un’altra volta che conducemmo azioni belliche senza che le Camere dichiarassero guerra fu nell’aprile 2011, quando il governo Berlusconi autorizzò anche la partecipazione diretta ai bombardamenti contro obiettivi militari libici (depositi di munizioni, sistemi radar, mezzi corazzati). L’Italia compì allora circa 1.900 sortite aeree, di cui oltre 500 con impiego diretto di armamenti.

    Evidentemente il popolo italiano non poté esprimersi attraverso i suoi formali rappresentanti per derogare dall’art. 11 della nostra Costituzione. Ma non si diceva che la nostra è la migliore Costituzione del mondo e va sempre rispettata?

    Fortunatamente la nostra, in Occidente, è una ottima “democrazia compiuta”, tanto da avere chi pensa sia indispensabile “esportarla”. E perché no? Fare una guerra (tanto non serve nemmeno dichiararla) contro quei Paesi che hanno scelto altre forme istituzionali.

  • Errori americani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Il lituano Andrius Kubilius, il commissario europeo alla difesa, afferma che Vladimir Putin è il «nemico pubblico numero uno dell’Ue». E che la Russia sta preparando un attacco all’Europa «nei prossimi 3-4 anni». Chiunque pensi con la propria testa e non sia vittima della propaganda che ci arriva ogni giorno dalla stampa principale e dalle TV sa che è inverosimile che la Russia abbia una qualche intenzione di attaccare un qualunque Paese europeo. Sono tre anni che non riesce a chiudere la partita con l’Ucraina e solo dei pazzi o chi ha altri inconfessabili obiettivi possono credere che Mosca voglia lanciarsi in una guerra diretta contro tutta la NATO. Eppure, in Europa da mesi a questa parte esiste davvero una situazione pericolosa che non va sottovalutata. Basterebbe infatti un piccolo incidente, magari non voluto espressamente da alcuno, per far scoccare quella scintilla che porti veramente a una guerra. Starmer, Merz e Macron sembrano proprio invocarla e non da poco Zelensky fa di tutto per spingere la NATO a intervenire direttamente in suo aiuto. Come sempre accade, è ovvio che ci sia chi guadagna sui conflitti ma, nonostante la propaganda, le opinioni pubbliche non ne vogliono sapere. Fino a che i noti guerrafondai si limitano a mandare milioni di euro e armi a un Paese già fallito, la maggior parte dei cittadini europei preferisce non vedere il rischio, sperando che scompaia.

    Purtroppo il pericolo di una vera guerra in Europa non è cominciato con l’invasione russa dell’Ucraina, né con il colpo di Stato a Kiev del 2014: è stata innescata già dal momento in cui l’Unione Sovietica è crollata. Le ragioni vanno cercate nei comportamenti dell’unico vero potere che da quel momento era rimasto nel mondo: gli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale noi europei occidentali siamo stati totalmente dipendenti dagli USA e, anche se abbiamo dovuto rinunciare alla nostra totale autonomia politica ed economica, ne abbiamo anche tratto grandi vantaggi. Non solo una certa libertà individuale che è mancata a quelli che sono rimasti sotto il tallone sovietico ma anche un vero benessere economico abbastanza diffuso. In cambio, abbiamo accettato di condurre la nostra politica estera semplicemente come vassalli. Caduta l’URSS e rimasti l’unica grande potenza, l’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani (messo per iscritto in un documento sulla “Sicurezza Nazionale”) è stato quello di impedire che potesse nascere nell’intero mondo un qualunque antagonista alla loro supremazia. È da quel momento che, ahimé, hanno commesso una serie di sbagli strategici che hanno aumentato i rischi di una nuova guerra mondiale.

    Anche se qualcuno vuole oggi attribuire al solo Trump e ai suoi modi tutt’altro che diplomatici i problemi, interni ed esterni, che il mondo Occidentale si trova ad affrontare essi datano da molto prima.

    Se guardiamo alla storia recente degli ultimi trent’anni possiamo vedere quali sbagli Washington ha commesso per farci temere di una catastrofe mondiale. Non che prima del 1989 tutto fosse stato fatto con lungimiranza e per accertarlo basta vedere che nessuna Agenzia americana capì fino all’ultimo la debolezza politica dello Scià iraniano. Fu anche per quella cecità che a Teheran, dopo la rivoluzione, nacque un regime totalmente ostile. Come non fosse bastato il non aver prevenuto gli eventi, gli USA detterò ospitalità allo Scià stesso nonostante la dichiarata diffida formulata dal regime degli Ayatollah. La conseguenza fu l’occupazione dell’Ambasciata di Teheran cui seguì il disgraziato tentativo della liberazione militare degli ostaggi. Non solo il blitz non riuscì a causa di varie inefficienze militari ma morirono 8 soldati americani. Da allora i rapporti con un Paese che era ricchissimo di materie prime e vantava una cultura millenaria furono solo ostili. Nei confronti dell’Iran fu poi commesso in seguito un altro grave errore e questa volta da Trump nel suo primo mandato: la decisione unilaterale di disdire lo JCPOA. Oggi, anziché essere isolato, l’IRAN fa parte dei BRICS e esporta petrolio quanto non faceva più dal 1978.

    Un altro grave errore compiuto quando ancora esistevano due blocchi fu commesso quando per l’Europa si presentò per la prima volta l’occasione di costruire un esercito comune (a parte la fallita CED del 1954). Attualmente sembra che anche da oltre-oceano lo si auspichi ma allora ci fu proibito. Chi espressamente si oppose a quell’ipotesi fu, nel 1998, il Segretario di Stato Madeleine Albright che avvertì gli europei che Washington avrebbe giudicato negativamente ogni decisione europea in quel senso: nessuna duplicazione della NATO sarebbe stata ammessa e quando si fosse trattato di appalti per la difesa dovevano essere gli USA a decidere chi avrebbe, o non avrebbe, potuto parteciparvi tra i Paesi al di fuori dell’Alleanza. Poco dopo toccò a un altro fanatico corto-vedente impedire il rafforzamento militare dell’Europa: Paul Wolfowitz un neo-conservatore. Gli europei si erano riuniti a Berlino nel 2003 con l’obiettivo di creare una forza di reazione rapida europea capace di intervenire in crisi internazionali senza dipendere completamente dagli Stati Uniti. Si parlò anche di istituire una cellula civile-militare all’interno dello Stato Maggiore UE per pianificare e coordinare operazioni militari in modo autonomo. Con l’intenzione di impedirlo, all’incontro arrivò Paul Wolfowitz, Sottosegretario di Stato USA, e assieme alla famigerata Victoria Nuland (quella che per impedire una soluzione negoziata e pacifica delle dimostrazioni di Maidan a Kiev nel 2014 disse che bisognava eccitare gli scontri. Al suo ambasciatore che manifestava le perplessità degli europei disse “Fuck the EU”) esercitarono pressioni affinché non si sviluppasse alcuna struttura militare autonoma.  Furono così riconfermati il controllo e l’unilateralismo americano in contrasto con le aspirazioni europee di un ruolo più equilibrato e militarmente multipolare. Il risultato: gli accordi detti di Berlin Plus permisero sì all’UE di usare proprie risorse ma solo in missioni dove la NATO non fosse direttamente coinvolta. Come usarle? Attraverso un esercito di soli 5000 uomini (sic!) con comando a rotazione. Cioè: nulla. Anche oggi, quando sono gli stessi Stati Uniti a chiederci di rafforzare le nostre difese, la condizione è che tutto deve comunque essere coordinato con la NATO. L’errore? Impedirci di diventare dei veri partner per confermarci come “colonie” dell’Impero USA.

    Un altro grave errore strategico fu la seconda guerra del Golfo (2003) contro Saddam Hussein. Che costui fosse un delinquente politico è indiscutibile, ma la sua eliminazione costituì la fine dell’unica potenza militare confinante con l’Iran che poteva impedire il dilagare iraniano verso ovest. Dopo la caduta del regime di Saddam, a causa della tradizionale incapacità di capire culture diverse dalla loro, gli americani mandarono dapprima un incapace (Bremer) a gestire lo Stato in fieri e poi fecero nominare Presidente del Consiglio di Governo iracheno un tal Chalabi, sponsorizzato dalla CIA e dai neo-conservatori. Costui era soltanto uno scaltro sciita che ben presto si asservì agli interessi iraniani. Attualmente, l’Iraq è un Paese estremamente corrotto e fallimentare (salvo il Kurdistan che è quasi un’oasi felice) ed è egemonizzato principalmente da Teheran. La forma democratica resta solo un’apparenza.

    Lo sbaglio più grave in assoluto degli anni di inizio 2000 (tralasciamo qui per pietà i fallimenti in Afganistan, in Siria, in Libia ecc.) fu però l’atteggiamento verso la Russia, cui subito si allinearono servilmente e masochisticamente gli europei. Spiegare dettagliatamente gli errori che cominciarono a partire dalla fine dell’URSS diventerebbe molto lungo ma, per capire perché e come furono commessi occorre rifarsi alle visioni politiche di Zbigniew Brzezinski. Costui, collega e avversario di Kissinger, pur se molto meno intelligente, fu un politico e politologo polacco naturalizzato statunitense nel 1958. Consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter dal 1977 al 1981, divenne anche collaboratore di altri Presidenti e docente universitario ascoltatissimo come esperto di politica internazionale, con particolare riferimento ai rapporti con l’Unione Sovietica. Gli stessi suoi estimatori temevano la sua ideologia intransigente, lo stile abrasivo e l’incapacità di lavorare con una squadra. Di lui si ricordano molti suggerimenti che si dimostrarono poi gravi abbagli. Ad esempio il finanziamento dei mujahiddin in Pakistan e Afghanistan durante la guerra fredda e, nel 1999, il bombardamento della Jugoslavia. In merito al sostegno ad Al Qaida in Afganistan Brzezinski (e i suoi sodali) non capirono che quei fanatici islamisti odiavano i sovietici come odiavano gli occidentali e il risultato si vide soltanto in seguito, con l’11 settembre 2001. Nel 2011 appoggiò apertamente l’intervento della NATO in Libia contro Gheddafi e nel 2014, dopo il referendum che sancì l’annessione della Crimea alla Russia, affermò che l’azione russa “meritava una risposta” e paragonò Putin a Hitler e Mussolini. Il suo pensiero politico (che ha influenzato tutti i Governi americano dal 1989 in poi) è riassunto nel suo libro “La grande scacchiera” del 1997. In quelle pagine Brzezinski riprende il concetto ottocentesco di “Grande Gioco” (quello tra Russia e Gran Bretagna in Asia centrale nel diciannovesimo secolo) e lo proietta in chiave globale. La metafora della scacchiera indica che gli Stati Uniti devono muovere i pezzi (alleanze, istituzioni, basi militari, diplomazia) per mantenere il vantaggio su tutti i possibili concorrenti mondiali. Per farlo, la priorità è impedire che emerga una potenza egemone in Eurasia capace di sfidare la leadership americana. Secondo lui, poiché per dimensioni e armamenti ereditati dall’URSS Mosca potrebbe diventare egemone su qualche parte dell’Eurasia, occorre “contenerla”. Come? Allargando al massimo la NATO. In particolare: «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico», ed ecco così spiegato l’interesse americano verso Kiev, altro che esportazione della democrazia! Brzezinski aveva suggerito di incorporare l’intero ex patto di Varsavia all’interno di Unione Europea e Alleanza Atlantica e, infatti, uno dopo l’altro furono inglobati nella NATO e nell’Unione Europea. Ciò nonostante le celebri rassicurazioni che ciò non sarebbe mai avvenuto fatte a Mikhail Gorbaciov da Manfred Woerner, segretario generale dell’Alleanza atlantica, e da altri dal 1988 al 1994. Nel 2008 al vertice NATO di Bucarest Washington inserì nell’ordine del giorno l’ingresso nella NATO di Georgia e Ucraina. Al momento si opposero però Germania e Francia perché, sostennero, “ciò avrebbe significato uno schiaffo alla Russia che sarebbe stata obbligata a reagire”. Di questo avviso, contrario a una estensione dell’Alleanza senza limiti, si dichiararono in varie circostanze anche Kissinger e l’ex Ambasciatore a Mosca George Kennan (costui che fu il padre della teoria del “contenimento” dell’URSS riteneva un grave errore applicare quel concetto alla nuova Russia). Già nel convegno sulla sicurezza di Monaco del 2007 Putin denunciò l’espansione della NATO verso est, definendola una minaccia alla sicurezza della Russia. Come risposta, la Clinton, allora Segretario di Stato, nel 2009 si presentò a Mosca con un pulsante che diceva: “reset”, alludendo ad una presunta volontà americana di ristabilire buoni rapporti con la Federazione Russa. Putin accettò ma l’aspettativa positiva fu presto smentita da nuovi tentativi di “rivoluzioni colorate” spalleggiate dall’Occidente in Paesi ex sovietici i cui Governi avevano relazioni strette con Mosca. La fiducia reciproca venne allora meno e non fu più recuperata. I russi avevano sperato loro fosse riconosciuta la possibilità di mantenere una certa influenza su Paesi che consideravano strategici per la loro sicurezza ma i fatti smentirono le promesse. Il colpo di Stato a Kiev del 2014 segnò il punto di non ritorno. Ebbene, l’attuale guerra in Ucraina è la naturale conseguenza dell’assedio cui la Russia è stata sottoposta dal momento della sua nascita come Stato. Prima di Putin lo fecero molte società americane che tentarono di acquisirne le ricchezze strategiche in modi più o meno legali con la complicità degli oligarchi di allora (vedi Khodorkovsky). Dopo l’arrivo al potere del nuovo Zar, fu il Governo americano e i Brzezinski vari, direttamente o tramite ONG etero-comandate, a condurre con una lotta politica senza scampo seppur mai dichiarata apertamente. Risultato: l’Europa ha dovuto rinunciare a commerciare con il Paese al mondo più ricco di tutte le materie prime e bisognoso del nostro know-how e dei nostri investimenti. In cambio, lo abbiamo buttato, seppure storicamente reticente, nelle braccia della Cina con la quale oggi guida i BRICS, lo SCO e la ribellione mondiale al potere dell’Occidente.

    Un secondo errore strategico altrettanto deleterio compiuto dagli americani fu l’atteggiamento verso la Cina dopo l’arrivo al potere di Deng Xiaoping. Furono diversi gli analisti indipendenti che intuirono subito che la nuova Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto, in un tempo non troppo breve, diventare un pericoloso concorrente per la supremazia Occidentale nel mondo, ma a Washington erano di altro avviso. Abbacinati dal grande sviluppo economico, gli stolidi americani si convinsero che il crescere della ricchezza avrebbe comportato una evoluzione politica verso forme di democrazia liberale (quindi controllabile anche dall’esterno) e, senza comprensione (come sempre) delle realtà storiche e sociali di altri Paesi, pensavano che la Cina sarebbe potuta diventare un nuovo “cliens” (nel senso latino) del potere americano. Protagonista di questo progetto fu Bill Clinton che pensava di utilizzare il libero scambio e gli investimenti USA come mezzi per integrare la Cina nell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Fu a questi scopi che nel 1999 firmò con Pechino un accordo bilaterale e nel 2000, il Congresso degli Stati Uniti approvò la concessione dello status di “Permanent Normal Trade Relations” (PNTR) alla Cina, passo fondamentale per la sua adesione all’OMC che divenne effettiva nel 2001. Naturalmente gli europei, obbedienti come d’abitudine, non seppero opporsi. Nonostante la Cina non fu mai (e non lo è ancora) totalmente rispettosa delle regole dell’OMC, il suo ingresso nell’organizzazione le consentì di diventare la “fabbrica del mondo”. Con le conseguenze economiche e politiche sull’Occidente che oggi conosciamo.

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