Democrazia

  • Il green pass e la presunta libertà perduta

    Le polemiche sul Green Pass e, soprattutto, le argomentazioni dei focosi oppositori dovrebbero preoccupare gli antropologi perché sono evidenti espressioni di una collettiva, sebbene per fortuna fortemente minoritaria mutazione della capacità di comprendere il senso logico dei ragionamenti e il nesso tra cause ed effetti dei comportamenti umani.

    A parte la sempre inevitabile strumentalità di alcuni contestatori, appare infatti evidente la profonda convinzione della maggioranza di questi delle proprie ragioni, specie sotto il profilo del dettato costituzionale della tutela della propria libertà.

    Ecco perché è doveroso spiegare, fino allo sfinimento se necessario, che non è assolutamente vero che il Green Pass produrrebbe discriminazioni tra i cittadini, mentre al contrario la sua mancanza le determinerebbe senz’altro. Infatti non c’è nessuna discriminazione in un Paese in cui si rispetta, forse perfino al di là di ogni oggettiva ragionevolezza, il diritto a non vaccinarsi, mentre ovviamente non si può penalizzare chi sceglie di vaccinarsi, rendendolo uguale a chi non accetta di farlo. Questa sarebbe appunto una discriminazione inaccettabile. Non è il caso di ricordare che il rifiuto a vaccinarsi, con la sola eccezione di impedimento sanitario a farlo, è un atto di asocialità perché oltre ad esporre il non vaccinato ai rischi dell’infezione, lo rende oggettivamente responsabile della salute altrui e questo comporta che un atto di libertà non può costituire nocumento per altre persone. Ma che un non vaccinato possa invocare i diritti costituzionali alla parità di trattamento, oltre che sbagliato, appare come una pretesa ingiustificata. I vaccinati hanno il sacrosanto diritto di accedere a qualsiasi luogo desiderino in assoluta sicurezza, senza la preoccupazione di essere insidiati da potenziali untori non vaccinati. Quindi il grido di libertà per tutti senza presunte discriminazioni della Meloni è sbagliato e politicamente scorretto, ed ha solo la funzione di adescare i pasdaran no vax a caccia di protettori delle loro pretese.

    Gli oppositori del Green Pass, nelle loro analisi basate su slogan senza supporti di contenuti scientifici né logici, ignorano o sottovalutano la pericolosità del Covid che, a parte la letalità, lascia al 10-15% di infettati conseguenze gravi riconosciute come patologie da “Long Covid”, che durano anche oltre sei mesi dopo la guarigione, e perfino patologie permanenti gravi o gravissime con conseguenti costi enormi per la collettività.

    Per tutte queste ragioni si impongono le limitazioni del Green Pass, che non sono punizioni, ma misure di contenimento della pandemia a chi non vuole per sua scelta l’immunità e quindi rimane soggetto a rischio. Ma poi dove sarebbe lo scandalo? Il vaccino è lo strumento riconosciuto per tornare liberi a fare una vita normale, chi lo rifiuta, rinuncia a tornare alla vita normale. E’ come se un dipendente pubblico con la licenza elementare protestasse per ottenere l’incarico di dirigente, per il quale occorre la laurea. Si tratta di una condizione e la libertà non solo non si può invocare a difesa, ma proprio perché essendo la carenza del titolo frutto di libera scelta è stata pienamente rispettata. Inoltre è assolutamente noto che il vaccino non esclude in assoluto il rischio di infezione, ma lo limita fortemente e, soprattutto, ne esclude totalmente il pericolo di mortalità. E su questo nessuno ha mai mentito. Sono stati sempre noti infatti i livelli di immunizzazione dei vaccini, le cui percentuali mai sono state superiori al 94-95%, che non è il 100%. Per questo è strumentale il tentativo di ridicolizzare i vaccini sostenendo con le battutine la loro inutilità. Senza i vaccini, almeno fino a quando non si troveranno cure efficaci per sconfiggere il virus, non c’è libertà e ritorno alla normalità per nessuno. Ma è proprio per questo che occorre che tutti si vaccinino e chi non lo vuole fare sia necessariamente assoggettato ad un regime diverso rispetto a chi invece accetta di farlo. Ecco perché insegnanti e studenti debbono essere vaccinati, perché le scuole devono riaprire ed operare in presenza, ma non possono in alcun caso diventare focolai per la diffusione del contagio.

    Per fortuna che al governo c’è Draghi, e non i soliti sensali della politica italiana, che ha istituito il Green Pass, ma deve fare di più e cioè estenderlo ai viaggi in treno, in aereo e nei mezzi di trasporto in generale e introdurre l’obbligatorietà del vaccino, dopo quella del personale sanitario, anche al personale della scuola, insegnante ed ausiliario, agli alunni dai 12 anni in su ed a tutte le categorie che hanno rapporti e contatti con il pubblico.

    Questo è il senso vero di un Paese ordinato, con un governo che tutela i diritti fondamentali dei cittadini come sancito dalla Costituzione, che stabilisce le norme a tutela della salute pubblica e la loro applicazione, con tutti i necessari controlli e relative sanzioni e che garantisce anche la libertà a chi, per sua scelta, rifiuti l’unico strumento di liberazione dal virus e dal rischio di morte, ma con le limitazioni imposte dal buon senso e dal principio etico che la libertà di ciascun cittadino finisce dove comincia la libertà degli altri.

    *Già sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Xi Jinping in visita in Tibet, 31 anni dopo Jiang Zemin

    Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, la capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990.

    L’agenzia Xinhua, ha riferito che Xi è arrivato ieri a Lhasa dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, nel Sud verso il sensibile confine con l’India, anche nota come la Svizzera del Tibet, per le sue valli fluviali e gole alpine. Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto da tappeto rosso e da danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice”, ha promesso il presidente.

    Sebbene sia arrivato all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita non è stata menzionata sui media ufficiali per alcuni giorni. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo. Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet, e anche città più in alto del mondo, 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui, è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza.

    Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attivita’ separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista. A oggi, le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

    A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna, ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo. Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”. Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

  • La democrazia a doppio senso di circolazione

    Nel momento in cui un governo come espressione di una ampia maggioranza parlamentare emette un   decreto legge che obbliga ad adempiere ad una profilassi rigorosa e da seguire entro una data precisa per assicurarsi l’accesso a determinati servizi allora la sua azione non può limitarsi alla semplice applicazione del divieto. Lo stesso governo, infatti, deve contemporaneamente dimostrare di avere la capacità reale di rispondere al numero totale delle richieste di vaccinazione dalla data del decreto a quello dell’introduzione dell’obbligo indicato. Un principio democratico assolutamente sconosciuto alla classe dirigente politica italiana e non certo da oggi. Basti ricordare, tanto per fare un esempio, come lo stesso governo abbia chiuso l’accesso alle navi da crociera alla marittima di Venezia mettendo sul lastrico un’intera filiera produttiva e di servizi che occupa migliaia di persone e quindi fonti di sostentamento per migliaia di famiglie. Quando, invece, nello specifico sarebbe stato auspicabile creare precedentemente all’imposizione del divieto le condizioni alternative all’ingresso delle navi al porto di Venezia per poi imporre, solo successivamente alla creazione di queste misure alternative, il divieto dal 1° di agosto 2021. Una successione logica e temporale assolutamente inversa rispetto a quella seguita dalla classe politica locale, regionale e nazionale.

    Quasi contemporaneamente lo stesso governo, al di là delle disquisizioni tecniche, etiche e sanitarie relative all’efficacia dei vaccini, nel momento in cui si chiede all’intera popolazione di vaccinarsi per ottenere un green pass e quindi evitare una possibile esclusione dall’accesso a determinati servizi indica anche un limite temporale per l’introduzione dei medesimi divieti. Lo stesso Stato, allora, dovrebbe dimostrare contemporaneamente di possedere la capacità di vaccinare tutte le persone e nessuna esclusa o quantomeno di possedere il numero di vaccini necessario rendendo entro quella data indicata nello stesso decreto la completa vaccinazione della popolazione italiana. In altre parole, se questa decisione governativa dovesse dimostrarsi anche uno strumento di pressione per avvicinare gli scettici alla vaccinazione il governo comunque dovrebbe già da ora essere in grado di rispondere a tutte le potenzialità strutturali che permettano di vaccinare tutti i “ritardatari” come espressione della stessa democrazia.

    Nel caso contrario chi risultasse indotto, dall’introduzione di questi nuovi divieti in mancanza di un green pass, a vaccinarsi e non trovasse la disponibilità di ottenere perlomeno la prima dose di vaccino risulterebbe sicuramente discriminato.

    La democrazia, quindi, non può venire intesa come un rapporto a senso unico. Non si può intendere un sistema democratico quello nel quale solo il cittadino deve adeguarsi supinamente all’imposizione governativa. Viceversa anche lo Stato deve essere in grado di offrire a tutti la possibilità di ottemperare agli obblighi imposti dal potere esecutivo e di adempiere alle profilassi indicate.

    La democrazia, in altre parole, deve rappresentare una strada a doppio senso di circolazione nella quale diritti e doveri trovano una sintesi tanto più felice quanto maggiore risulta la possibilità e la capacità dello Stato di rispondere compiutamente alle reali esigenze dei cittadini anche in ambito di obbligo vaccinale.

  • Cinque anni che testimoniano soltanto un fallimento

    È un’esperienza che sempre si ripete nella storia;

    il fatto che qualsiasi uomo abbia del potere è portato ad abusarne.
    Montesquieu

    Sì, sono passati ormai cinque anni da quando è diventata operativa la riforma del sistema di giustizia in Albania. Purtroppo adesso, dopo cinque anni, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo anche in queste ultime settimane alla mano, si potrebbe considerare una riforma che non ha quasi minimamente realizzato i suoi dichiarati obiettivi. Perciò si potrebbe considerare una riforma fallita. Anzi, consapevolmente ideata, programmata ed attuata per diventare tale. L’autore di queste righe ha trattato ed analizzato spesso questo argomento ed ha informato a tempo debito il nostro lettore, dal 2016 in poi.

    Erano le primissime ore del 22 luglio 2016 quando tutti i deputati del Parlamento albanese hanno votato all’unanimità gli emendamenti costituzionali che permettevano l’attuazione di quella che comunemente è nota come la riforma di giustizia. Quella riforma che, sulla carta, doveva dividere definitivamente il potere giudiziario da ogni e qualsiasi influenza dai due altri poteri (esecutivo e legislativo), come previsto e sancito da Montesquieu nel suo noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748. Quella riforma, cioè, che doveva rendere finalmente il sistema della giustizia indipendente, non influenzabile e non influenzato, da qualsiasi intervento politico. Quella riforma che doveva spezzare definitivamente qualsiasi legame e influenza politica e/o di ogni altro tipo che potevano condizionare la sovranità decisionale del sistema della giustizia in Albania! Ma la vera e vissuta realtà dimostra ben altro adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, quando tutti i deputati, della maggioranza e dell’opposizione, applaudirono contenti, come mai era accaduto prima, l’approvazione all’unanimità degli emendamenti costituzionali necessari per avviare l’attuazione della riforma di giustizia. Compresi anche i “rappresentanti internazionali” presenti nell’aula del Parlamento, nonostante l’ora insolita.

    Adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, purtroppo risulterebbe proprio quello che avevano previsto e detto le cattive lingue. E cioè che si trattava di una strategia ideata, programmata ed attuata per permettere al primo ministro di controllare personalmente tutto il sistema, comprese le nuove istituzioni della giustizia costituite in seguito. Quanto è accaduto e sta tuttora accadendo ha semplicemente e palesemente dimostrato e testimoniato la totale cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” della giustizia dal primo ministro e/o da chi per lui. Ormai è pubblicamente noto che si trattava di una “riforma” ideata e fortemente sostenuta, in tutte le sue fasi di stesura e consultazioni preliminari, da una fondazione con una vasta estensione internazionale, facente capo ad un multimiliardario speculatore di borsa oltreoceano. Anzi, erano proprio i massimi dirigenti in Albania di quella fondazione che, dopo il 22 luglio 2016, hanno pubblicamente espresso la loro piena soddisfazione per l’avvio dell’attuazione della riforma della giustizia. Hanno altresì dichiarato la “paternità” e hanno evidenziato il loro contributo nella stesura della riforma con i propri “specialisti”. E, guarda caso, alcuni di quegli “specialisti”, nonostante le leggi, ormai in vigore, in sostegno della riforma lo impediscano, hanno assunto e tuttora mantengono incarichi direzionali nelle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia! L’attuazione di una simile riforma di giustizia ha facilitato, anzi, è stata concepita per facilitare il consolidamento in Albania di un regime autocratico, di una nuova dittatura sui generis, camuffata da pluripartitismo. Una dittatura che in realtà è l’espressione dell’alleanza, in atto da alcuni anni, del potere politico con la criminalità organizzata che si sta rafforzando pericolosamente e con certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali.

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore nel luglio 2016 che “…Quanto è successo durante questi mesi e legato alla Riforma, rende chiaro che il primo ministro voleva a tutti i costi una riforma che gli poteva permettere il controllo del sistema” (Dopo il 21 luglio; 25 luglio 2016). Erano tante le evidenze che confermavano una simile conclusione. Una fra le tante era la legge, prevista e fortemente voluta dal primo ministro, per la costituzione dell’Ufficio Nazionale dell’Investigazione sotto il controllo del ministro degli Interni. Proprio di quel ministro che sarà ricordato per aver diretto la cannabizzazione di tutto il territorio del Paese. Ed accadeva, guarda caso, nel 2016! Una legge quella che è stata annullata dalla Corte Costituzionale dietro richiesta dell’opposizione. Durante questi anni sono state tante le prove inconfutabili e le evidenze che dimostrerebbero la cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” di giustizia da parte del primo ministro. Bisogna sottolineare però che quel sistema, da anni, aveva dimostrato tanti seri problemi di funzionamento. Ragion per cui aveva urgente bisogno di essere ristrutturato. L’autore di queste righe scriveva alcuni mesi fa: “…che il sistema di giustizia in Albania avesse bisogno di essere riformato, nessuno l’ha messo mai in dubbio. Che il sistema subisse delle ingerenze politiche, ignorando consapevolmente la sua indipendenza, anche questo era un dato di fatto. Che il sistema fosse considerato corrotto e che la giustizia venisse data in funzione del “miglior offerente”, si sapeva bene”. E poi proseguiva “…adesso, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe anche che il sistema della giustizia sia pericolosamente e politicamente controllato da una sola persona. E cioè dal primo ministro e/o da chi per lui. Il che è proprio l’opposto contrario degli obiettivi strategici posti e che dovevano essere raggiunti con la Riforma del sistema di giustizia in Albania. Uno dei quali prevedeva la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli, i quali costituiscono, purtroppo, una combriccola molto numerosa in Albania.” (Il fallimento voluto ed attuato di una riforma; 26 ottobre 2020). Adesso però, cinque anni dopo quel 22 luglio 2016, il sistema “riformato” della giustizia risulta essere molto più controllato di prima. E ciò che è peggio, è controllato da una sola persona, il primo ministro, mentre prima il controllo del sistema era “distribuito” tra i due/tre centri di influenza.

    Purtroppo, una simile pericolosa realtà non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito ed il dichiarato appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. E neanche senza le loro palesi e significative minacce contro coloro che non dovevano votare in parlamento quanto richiesto. Erano quei “rappresentanti internazionali” che garantivano la “bontà” della riforma e promettevano pubblicamente che tanti “pesci grandi” sarebbero stati catturati dalla “rete della giustizia”. Adesso, fatti accaduti alla mano, tutti sanno che nessun “pesce grande” ha avuto quella sorte. Anzi, sono proprio loro che controllano il sistema “riformato” della giustizia. Tant’è vero che adesso si evita anche di usare simili parole. Proprio domenica scorsa, il 25 luglio, l’ambasciatrice statunitense in Albania ad una domanda di un giornalista sui “pesci grandi” ha risposto: “…io non sono una pescatrice, sono semplicemente una diplomatica”. Chissà cosa avrà pensato il suo predecessore, proprio colui che ha molto parlato di “pesci grandi che dovevano cadere nella rete della giustizia”?! E come se fosse arrivata ieri e non conoscesse per niente la realtà albanese, lei, l’ambasciatrice statunitense che, come tutti gli altri “rappresentanti internazionali’ in Albania ha continuamente e pubblicamente parlato dei “grandi successi” della riforma di giustizia, adesso ha cambiato anche il suo approccio verbale. Domenica scorsa l’ambasciatrice ha preferito chiedere ai cittadini di “continuare ad essere non contenti” e di “…essere più esigenti nei confronti dei governanti, delle persone da loro elette”! Riesce a capire però l’ambasciatrice che in Albania ormai è restaurata e si sta consolidando una nuova e molto pericolosa dittatura?! Riesce a capire l’ambasciatrice che di fronte ad una dittatura i cittadini non possono e non devono continuare ad esigere dai loro “eletti” di avanzare con la riforma della giustizia! Riesce lei a capire che una dittatura o si rovescia con la ribellione e le proteste continue, oppure si subisce fino in fondo?! Quanto sta dicendo adesso l’ambasciatrice è ipocrisia pura, è un’offesa ai cittadini che riescono a capire ed avere una loro opinione non condizionata, né da quanto dice il primo ministro e neanche dalle dichiarazioni dei soliti “rappresentanti internazionali”, lei compresa. Ma con le sue parole di domenica scorsa, l’ambasciatrice ha ammesso, nolens volens, che la riforma della giustizia non è un “successo” come si dichiarava prima. Anzi!

    Nel frattempo sono tanti i casi oggetto di indagine da parte delle istituzioni specializzate. Perché sono tante ormai le denunce ufficialmente depositate presso la nuova Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata costituita nel dicembre 2019. La più significativa è quella riguardante la barbara demolizione del Teatro Nazionale, di cui il nostro lettore è ormai a conoscenza. Ma c’è anche il caso clamoroso di un imprenditore italiano al quale adesso i cittadini albanesi devono pagare alcune centinaia di milioni, soltanto per un “semplice capriccio” del primo ministro! Ci sono anche le denunce sul coinvolgimento delle persone molto altolocate nel riciclaggio del denaro in connivenza con la criminalità organizzata internazionale, ‘Ndrangheta compresa. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Sono anche molte altre denunce ufficialmente depositate in attesa. Chissà se si avvieranno le dovute indagini però, visto il modo di operare delle nuove istituzioni del sistema “riformato” di giustizia. Una significativa testimonianza di quel modo di operare sono, tra le tante altre, anche due denunce sulle clamorose e pubblicamente note manipolazioni elettorali in Albania. Manipolazioni nelle quali sono stati coinvolti, come è stato appurato dalle intercettazioni ormai rese pubbliche, anche il primo ministro, alcuni ministri ed altri alti funzionari. Sarà una bella sfida per il “riformato” sistema di giustizia.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania è la solita buffonata di un primo ministro in vistosa difficoltà. Il nostro lettore è stato informato. Egli è convinto che se non si comincia ad indagare sull’operato del primo ministro e dei suoi “fedelissimi” sarà una diretta e inconfutabile prova che il sistema “riformato” della giustizia è e sarà controllato direttamente proprio dal primo ministro e/o da chi per lui. Chi scrive queste righe è altresì convinto che per le nuove istituzioni è arrivato è il momento della prova. Adesso devono cominciare a dimostrare realmente e con atti concreti la loro indipendenza dalla politica, ragion per cui è stata avviata la stessa riforma. Adesso devono dimostrare la loro integrità morale e capacità professionale, partendo dai casi che vedono direttamente coinvolto il primo ministro e i suoi “fedelissimi”. In caso contrario tutti i cittadini responsabili e patrioti albanesi hanno il sacrosanto diritto di credere ed affermare ad alta voce che in questi cinque anni è stato palesemente dimostrato e testimoniato il voluto e programmato fallimento della riforma del sistema di giustizia in Albania!

  • Usurpatori che consolidano i propri poteri

    Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché
    la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono.

    Denis Diderot; da ‘Il pensiero politico dell’illuminismo’

    “Tiranno, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.”. Così scriveva Vittorio Alfieri, precursore convinto dei principi e degli ideali del Risorgimento italiano, nel primo capitolo (Cosa sia il tiranno) del suo trattato Della Tirannide, pubblicato nel 1777.  Trattando il tema dei regimi, delle tirannidi, egli proseguiva nel secondo capitolo (Cosa sia la Tirannide), scrivendo che “Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo”. Nel terzo capitolo (Della Paura), l’autore, trattando cosa potrebbe stimolare la paura nel genere umano, scriveva: “…Teme l’oppresso, perchè oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe…”. Ed in seguito, nel quarto capitolo (Della Viltà) tratta il rapporto che si crea tra la paura e la viltà. Vittorio Alfieri era convinto che “…Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura….”. E conclude, esprimendo la sua convinzione che “….mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorchè avviliti sian tutti, non perciò tutti son vili”.  In seguito, nel trattato Della Tirannide, l’autore analizza i dettagli ed esprime il suo valoroso e sempre attuale pensiero su tanti altri argomenti.

    Una “mera usurpazione”, e cioè una pura appropriazione di tutto ciò che è di altri, lo considerava Diderot, noto filosofo e scrittore francese del Settecento, il potere acquistato con la violenza. Ma la storia, dalla quale bisogna sempre imparare, ci insegna che il potere si acquista, si usurpa non solo con la violenza. Perché, come era convinto anche Vittorio Alfieri, i tiranni, coloro che “otteneano le redini assolute del governo”, lo fanno “o per forza, o per frode”. La storia ci insegna che l’usurpazione del potere, l’appropriazione in modo illecito di funzioni, incarichi e responsabilità che dovevano appartenere e si dovevano svolgere da altri, si verifica spesso, in diverse parti del mondo, sotto diversi aspetti, ma sempre con delle drammatiche conseguenze.

    Le gravi, drammatiche e sofferte conseguenze dell’usurpazione del potere si stanno verificando in questi ultimi anni anche in Albania. Il primo ministro, dopo le elezioni del 25 aprile scorso, ha consolidato l’usurpazione del potere esecutivo. E siccome lui controlla anche il potere legislativo e quello giudiziario, che secondo Montesquieu rappresentano i tre pilastri sui quali si fonda uno Stato democratico, risulterebbe che il primo ministro ha consolidato la sua usurpazione dei poteri in Albania. Nel suo ormai molto noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, Montesquieu scriveva che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”. Egli era convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Sovranità, propriamente intesa come la capacità, l’autorità di esercitare poteri. Perciò “tiranniche” rischiano di diventare anche le conseguenze della palese usurpazione del potere da parte del primo ministro in Albania.

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore sugli sforzi fatti dal primo ministro e dalla sua ben organizzata e potente propaganda governativa per distorcere, offuscare, annebbiare l’attenzione mediatica e pubblica da una notizia resa nota il 2 luglio scorso. Si trattava della pubblicazione dell’esito di un’inchiesta portata avanti, da alcuni anni, dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari. L’autore di queste righe scriveva: “…Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo””. In Albania tutti possono essere ormai dichiarati colpevoli ed essere sacrificati. Basta che si salvi il principale colpevole, almeno istituzionalmente, e cioè il primo ministro. Ma lui è però anche il primo tra gli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni” (Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente; 12 luglio 2021). Dal 2 luglio ad oggi sono riemersi molti scandali governativi milionari che hanno attirato l’attenzione mediatica e pubblica. Scandali che stanno mettendo in vistosa difficoltà il primo ministro e la sua propaganda governativa. Si tratta di scandali che evidenziano palesemente l’arrogante ed esorbitante abuso di potere, lo sperpero del denaro pubblico, la pericolosa e galoppante corruzione, a tutti i livelli che sta corrodendo le strutture statali e l’amministrazione pubblica. Sono tutte delle inevitabili conseguenze dell’usurpazione del potere da parte del primo ministro, ormai consolidato dopo le controllate, condizionate e manipolate elezioni parlamentari del 25 aprile 2021 in Albania.

    Ma tutto ciò non poteva mai e poi mai accadere se in Albania ci fosse stata istituzionalmente operativa una vera, responsabile e determinata opposizione. Purtroppo colui che, dal 2013 ad oggi, ha assunto la direzione del partito democratico e dell’opposizione invece di contrastare, ostacolare ed impedire la folle e irresponsabile corsa del primo ministro, fatti accaduti alla mano, ha usufruito del suo incarico per scendere a patti con lui, diventando una manna santa per il primo ministro. L’autore di queste righe ha informato da anni il nostro lettore di tutto ciò. Come ha informato il nostro lettore anche delle ridicole “giustificazioni” del capo dell’opposizione, dopo la quarta sconfitta elettorale e dopo tutte le “garanzie”, pubblicamente date da lui, sulla “difesa” del voto degli albanesi durante le elezioni del 25 aprile scorso. Ma per rimanere attaccato alla sua poltrona, per continuare a consolidare l’usurpazione del suo potere istituzionale, il capo del partito democratico ha indetto le elezioni interne per il 13 giugno scorso. Una farsa quella, di cui il nostro lettore è stato informato (Il doppio gioco di due usurpatori di potere; 14 giugno 2021). E dopo aver “vinto” un altro mandato come dirigente del partito, ha indetto anche la convocazione di un congresso straordinario del partito, in palese violazione dello Statuto. Un congresso “straordinario” che doveva trattare delle questioni più che ordinarie. Una delle quali, la costituzione del nuovo Consiglio Nazionale, in palese violazione con lo Statuto del partito. Un congresso svoltosi il 17 luglio scorso. E come era purtroppo prevedibile, il capo del partito democratico e dell’opposizione ha semplicemente usato quella “farsa congressuale” soltanto per consolidare ulteriormente l’usurpazione del partito. Si tratta proprio del primo partito di opposizione in Albania, costituito il 12 dicembre 1990 e che ha motivato e guidato gli albanesi contro la più crudele dittatura comunista in Europa. Un partito che purtroppo, dopo essere stato usurpato dal suo capo nel 2013, sarebbe diventato un’impresa familiare di grande reddito. Le cattive lingue, da anni ormai, dicono che il primo ministro “collabora” anche con il capo dell’opposizione, in cambio di benefici ed appalti milionari dati ai suoi familiari. La scorsa settimana alcuni media hanno pubblicato un nuovo scandalo milionario per la costruzione di un nuovo porto a Durazzo. Ebbene, secondo i media, quell’appalto è stato vinto da un’impresa che è stata registrata in un paradiso fiscale recentemente e che avrebbe dei legami, guarda caso, proprio con un stretto familiare dell’usurpatore del partito democratico. Indagare su questo caso sarà uno dei tantissimi compiti ed obblighi istituzionali delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare, analizzare e informare oggettivamente il nostro lettore. Egli però è convinto che sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione, simili in molti aspetti caratteriali e modi di operare, in questi ultimissimi mesi e giorni hanno ulteriormente consolidato i propri poteri usurpati. E si tratta di poteri che, come affermava Diderot, dureranno finché la forza di chi comanda prevarrà su quella di coloro che obbediscono. E sia il primo ministro che il capo dell’opposizione hanno beneficiato anche dei “…vili che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura”, come scriveva Vittorio Alfieri. Affermando anche, riferendosi al tiranno, che “…ogni società, che lo ammette è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta è schiavo”. Chi scrive queste righe condivide e spesso ripete la convinzione di Benjamin Franklin che “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”. E se un popolo non si ribella ai tiranni, agli usurpatori del potere, allora merita di rimanere schiavo. Al popolo, ai cittadini albanesi la scelta!

  • Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente

    Ci sono tre cose al mondo che non meritano alcuna pieta: l’ipocrisia, la frode e la tirannia.

    Frederick William Robertson

    Jean de La Fontaine, uno dei più noti scrittori del Seicento, che si legge con interesse e si impara in ogni tempo, riusciva sempre ad additare e punzecchiare i vizi e i difetti della società. Seguendo con maestria e creatività le orme di Esopo, Fedro e altri favolisti dell’antichità, egli ha fatto degli animali i personaggi principali delle sue favole. La volpe e il busto è una delle tantissime favole di La Fontaine, In pochi versi il noto scrittore francese ha messo in evidenza quelle “larve di commedianti” che pretendono di essere i “grandi del mondo” e che riescono ad attirare l’attenzione soltanto delle persone incapaci di pensare, degli “ignoranti”. Coloro che La Fontaine considera dei somari, che non riescono a pensare con la propria testa. Ma per fortuna in questo mondo ci sono anche quelli che sono capaci di pensare e non permettono ai “grandi’ di farli passare per dei somari. In questa favola essi vengono rappresentati dalla volpe. La favola comincia così: “I grandi, presi in blocco, son di solito larve di commedianti, che fanno effetto sol sugli ignoranti. I ciuchi a lor s’inchinano, perché capir non sanno più in là di quel che vedono”. E poi La Fontaine prosegue, mettendo in contrasto le capacità dei “grandi” che sfruttano la stupidità dei ciuchi per ingannarli, con la saggezza e la furbizia della volpe. E cioè delle persone che non si lasciano infinocchiare e pensano con la propria testa. Si perché “…i furbi, che con più prudenza vanno, dapprima non si fidano se in ogni parte chiaro non ci vedono, o come quell’antica Volpe fanno”. E cosa fa la volpe ce lo racconta in seguito, negli ultimi versi, lo stesso La Fontaine. “Un dì (narra la favola) innanzi a un colossal busto d’un grande eroe la Volpe si fermò e subito esclamò: “Testa stupenda e nobile opera di scalpello, ma vuota di cervello”.

    Sempre e in diverse parti del mondo ci sono delle persone, spesso cariche di responsabilità istituzionali anche importanti, che sono simili a quelle “larve di commedianti” della favola di La Fontaine. Loro però hanno sempre bisogno di avere intorno dei “ciuchi che a lor s’inchinano”, per far passare le loro ipocrisie, per portare a compimento i loro inganni e le loro malvagità. Loro fanno di tutto, però, a ridicolizzare, distorcere, annebbiare e, magari, annientare quello che pensano e dicono coloro che riescono a capire, e cioè le “volpi”. E come sempre e in diverse parti del mondo, anche in Albania ci sono i “grandi” quelle “larve di commedianti”, i “ciuchi che a lor s’inchinano” e le “volpi” che riescono a capire. Il primo ministro albanese, soprattutto quando si trova in difficoltà, cosa che accade spesso, soprattutto in questi ultimi anni, cerca di ingannare chi lui può e chi a lui “acconsente”. Lui, simile ad una “larva di commediante”, avrebbe voluto che tutti fossero dei “ciuchi”. Così che gli sarebbe stato facile mentire loro e ingannarli, per coprire tante malefatte, tanti abusi di potere, tanta corruzione che adesso sono di dominio pubblico. Una realtà quella che non vedono, non sentono e non capiscono soltanto i “ciuchi”, i consenzienti interessati per vari motivi e, purtroppo, anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma adesso neanche l’ipocrisia, le bugie e gli inganni del primo ministro albanese, dei suoi “fedelissimi” e della propaganda governativa non bastano, anzi, ormai gli si ritorcono contro. Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania lo sta testimoniando palesemente. E sono pochi i “ciuchi” che si lasciano infinocchiare dalle ipocrisie, dalle bugie e dagli inganni del primo ministro.

    Tutto quanto sta accadendo in questi giorni in Albania sta dimostrando che il sistema “riformato” della giustizia e le sue istituzioni, sono sotto il diretto controllo del primo ministro, il quale, per salvare se stesso, non bada a niente e può sacrificare chiunque. Ci sono persone, contro le quali le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia possono agire e avviare delle indagini. Così come ci sono altre persone, gli “intoccabili”, primo ministro in testa, di fronte alle quali le stesse istituzioni diventano “comprensibili e tolleranti”. Compresa anche la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, nota come la Struttura Speciale Anticorruzione. Ed è proprio l’operato di questa Struttura, dalla sua costituzione nel dicembre 2019, che lo dimostra, mettendo in evidenza il controllo del sistema da parte del primo ministro e/o da chi per lui. Tutto ciò rappresenta una grave e preoccupante realtà, che non riescono a vedere e capire soltanto i “ciuchi che a lor s’inchinano” e i “consenzienti interessati”. Ma, purtroppo, una simile realtà non la vedono e capiscono neanche i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. Anzi, loro continuano ad applaudire i “successi” della riforma e delle istituzioni “riformate” della giustizia. Struttura Speciale Anticorruzione compresa. Ormai tutte le persone che riescono a pensare con la propria testa sono convinte che se non si comincia ad indagare sugli abusi del primo ministro e dei suoi “fedelissimi”, niente può essere più credibile sull’operato del sistema di giustizia in Albania.

    Il 2 luglio scorso era una giornata carica di avvenimenti in Albania. In mattinata è stata resa nota la decisione della Corte Costituzionale sul Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia; 5 luglio 2021). Il 2 luglio scorso, è stato reso noto pubblicamente anche l’esito di un’operazione comune della Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari e delle autorità specializzate albanesi. Tutte le indagini sono state svolte nell’ambito di una Squadra investigativa comune. L’operazione è stata coordinata dal rappresentante italiano dell’Unità di Cooperazione giudiziaria dell’Unione europea (Eurojust), con sede all’Aia (Olanda). Si trattava di quattro ben organizzati gruppi criminali operanti in Albania in stretto contatto con organizzazioni criminali baresi. Gruppi che, dal 2014 al 2017, hanno trafficato ingenti quantità di droga provenienti dall’Albania. Il 2 luglio scorso, durante una videoconferenza, i rappresentanti della Squadra investigativa comune hanno reso noto che sono stati eseguiti i decreti di sequestro patrimoniale che riguardavano beni mobili e immobili, per un valore di alcuni milioni di euro. Sono stati eseguiti anche 35 provvedimenti cautelari in carcere e 3 agli arresti domiciliari in Albania, in Italia, in Spagna e in Montenegro. Le accuse sono quelle di corruzione, abuso d’ufficio, riciclaggio di denaro e traffico internazionale di droga. Risulterebbe che nell’ambito della sopracitata operazione siano state sequestrate circa sei tonnellate di droga tra marijuana, cocaina ed hashish. Droghe che dovevano portare alle organizzazioni criminali dei proventi stimati in oltre 55 milioni di euro. Sono state di grande aiuto alle indagini anche le dichiarazioni di quattro pentiti albanesi arrestati in Italia, ormai collaboratori di giustizia. Dalle indagini è risultato che la criminalità organizzata in Albania è talmente potente che riesce a gestire anche lo spegnimento dei radar che dovrebbero controllare, continuamente, ogni movimento sugli spazi marini albanesi, anche nell’ambito della NATO!

    Non è la prima volta che accadono operazioni del genere, ma è la prima vota che tra le persone arrestate e quelle ancora da arrestare, oltre ai trafficanti, ci sono anche degli alti funzionari della polizia di Stato albanese, un procuratore, funzionari dell’amministrazione pubblica e due guardie del corpo dell’ex ministro degli Interni albanese, del ”capitano della lotta contro la criminalità”, come lo chiamava il primo ministro! Il “capitano” però si è “dimesso” nella primavera del 2017 perché è stato direttamente coinvolto ad “agevolare” le attività di un gruppo criminale, diretto da suoi parenti, come risultava dalle indagini fatte dalla giustizia italiana. Tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso ha messo in grande difficoltà il primo ministro e la sua propaganda. Ragion per cui hanno subito “fabbricato” un diversivo. Il 6 luglio scorso la Struttura Speciale Anticorruzione ha chiesto l’arresto di un sindaco con l’accusa di corruzione e abuso d’ufficio. E neanche cinque minuti dopo l’arresto, guarda caso, il primo ministro ha reagito, “determinato”, contro la corruzione, “sacrificando” uno dei suoi. Perché con una fava si potevano prendere due piccioni. Si spostava l’attenzione da tutto quello che è stato reso pubblicamente noto il 2 luglio scorso e si poteva “applaudire” ai “successi” del sistema “riformato” di giustizia. E non potevano, ovviamente, mancare neanche le congratulazioni, all’operato del sistema di giustizia, da parte dei soliti “rappresentanti internazionali”. Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo”. Detta proprio con vanto dallo stesso primo ministro e in varie occasioni pubbliche. Ma questo è il suo ben noto modo di agire, quando si trova in grande difficoltà. E questo accade molto spesso. Lui però, non avendo scrupolo alcuno ed essendo un ipocrita, un bugiardo e un ingannatore nato cerca di convincere ed entusiasmare i “ciuchi che a lui s’inchinano”. Ma sono ipocrisia, bugie e inganni che, invece di salvare, stanno accusando pesantemente sia il primo ministro che i suoi “fedelissimi”. Nel frattempo lui, direttamente e/o da chi per lui, sta coordinando altri “diversivi”, insieme con la Struttura Speciale Anticorruzione, per “offuscare” quanto è accaduto e sta tuttora accadendo. Comunque sia però, lui, il primo ministro, è il primo degli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni.”. Più chiaro di così!

    Chi scrive queste righe seguirà questi ultimi sviluppi, tuttora in corso, ed informerà in seguito il nostro lettore. Egli è convinto però che sono tanti, ma veramente tanti gli scandali e gli abusi del primo ministro e dei suoi “fedelissimi”. Scandali ed abusi che metteranno veramente in difficoltà il sistema “riformato” di giustizia. Ma anche i soliti “rappresentanti internazionali” e tutti i “ciuchi che a lor s’inchinano”. Chi scrive queste righe concorda però con il pastore anglicano Frederick William Robertson, che nel XIX secolo diceva: Ci sono tre cose al mondo che non meritano alcuna pietà: l’ipocrisia, la frode e la tirannia”.

  • Ddl Zan: solo un gioco di bimbi

    Ogni persona legittimamente propone le proprie idee in qualsiasi ambito supportandole con visioni ideologiche, politiche e “valoriali” magari anche attraverso dati statistici a conforto delle tesi proposte. Il confronto con le posizioni avverse molto spesso scatena discussioni anche accese le quali hanno tuttavia il vantaggio di non presentare l’onere di alcuna tesi finale quando invece trovano nel semplice confronto la propria stessa ragione d’essere.

    In ambito parlamentare, invece, una discussione relativa ad argomenti e tematiche condivise per la loro importanza deve necessariamente trovare una sintesi con l’obiettivo di ottenere la massima maggioranza possibile disponibile al momento della sua votazione ed approvazione. Questa rappresenta una delle prime espressioni dell’essenza democratica stessa in quanto l’obiettivo rimane quello di approvare la legge e non semplicemente un gioco vanaglorioso di chi la propone.

    Sembra incredibile come si registrino invece, ancora oggi, il costante arroccamento e la totale chiusura a qualsiasi modifica, anche minima, del Ddl Zan dimostrata dai partiti proponenti. Un comportamento espressione implicita di una totale mancanza di flessibilità mentale a conferma di una sostanziale presunzione di correttezza e quindi insindacabilità della legge stessa ma soprattutto della superiorità del proprio pensiero.

    Se infatti l’obiettivo fosse veramente quello di offrire una ulteriore tutela normativa attraverso il Ddl Zan allora, confidando una minima sensibilità, lo stesso autore e promotore della legge si adopererebbe con l’obiettivo di trovare un ragionevole accordo invece di andare in Parlamento “incrociando le dita”, come lui ha affermato in relazione alla possibile mancanza di una maggioranza parlamentare per l’approvazione.

    Emerge, quindi, evidente come sempre più l’interesse da tutelare con la legge venga viceversa utilizzato semplicemente come uno strumento per affermare la propria supremazia ideologica e della compagine politica che lo sostiene. L’ennesima conferma di come l’insieme del variegato panorama politico autodefinitosi progressista non possa venire più identificato come il titolare e proponente di una visione politica con priorità valoriali ben definite. Al contrario, semplicemente in modo assolutamente autoreferenziale, lo stesso si considera l’unico titolare della verità assoluta e disprezzi tutto quanto sia al di fuori del proprio perimetro ideologico, da combattere, come la chiusura a qualsiasi modifica del Ddl Zan conferma.

    In questo modo “il mondo progressista” si dimostra fortemente oppositivo alla stessa dinamica della democrazia all’interno della quale si dovrebbe tendere sempre al raggiungimento di una più ampia possibile maggioranza specialmente per le tematiche sociali.

    Proprio i promotori del Ddl Zan sic et nunc si dimostrano i veri nemici del nostro sistema democratico in quanto accecati dalla propria presunzione ed intendono imporre le proprie idee invece di accettare la ricerca di una sintesi condivisa. Andrebbe ricordato a lor signori come il Parlamento non rappresenti un luogo per il gioco di bimbi presuntuosi e viziati.

  • Una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia

    E’ proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

    Arthur Charles Clarke

    La Corte Costituzionale in Albania, anche se completata solo con sette giudici dei nove, come prevede la Costituzione, dopo un blocco di funzionamento di circa tre anni almeno riesce ad esprimersi. Così è stato anche venerdì scorso, 2 luglio 2021. Si doveva deliberare sul caso della demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. Una demolizione fatta nelle primissime ore del 17 maggio 2020 e in piena chiusura dovuta alla pandemia. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quell’atto barbaro e vigliacco l’indomani dell’accaduto. Egli scriveva allora: “Da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre. Partendo dal primo ministro e dal sindaco della capitale”. E poi concludeva scrivendo: “… i vigliacchi della notte hanno distrutto ieri il Teatro Nazionale. Perché è noto che i corrotti, i pipistrelli umani, non sanno cosa sia la luce. Perciò agiscono solo di notte! (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2021).

    Venerdì scorso la Corte Costituzionale, dopo tre precedenti sedute pubbliche iniziate un mese fa e dopo aver esaminato e giudicato, si è espressa sulle tre denunce fatte dal presidente della Repubblica. Denunce che si riferivano all’edificio del Teatro Nazionale e che evidenziavano delle violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore da parte delle istituzioni. Bisogna sottolineare che quando sono state depositate le denunce la Corte Costituzionale non era funzionante. Con la prima denuncia, del 24 luglio 2019, il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di dichiarare come anticostituzionale la legge “speciale” approvata il 5 luglio 2018 dal Parlamento con solo i voti della maggioranza governativa. Nonostante due rinvii della legge, decretati dal presidente della Repubblica, argomentando anche tutte le violazioni costituzionali e legali fatte, è comunque entrata in vigore la legge che il Parlamento approvò definitivamente con i voti della maggioranza il 20 settembre 2018. La legge “speciale” sanciva le procedure per la demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale, permettendo, in seguito, la costruzione sul territorio pubblico, in pieno centro di Tirana, dei grattacieli con dentro anche un teatro. Nella denuncia presentata dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale il 24 luglio 2019 si evidenziavano diverse violazioni costituzionali e legali. Secondo il presidente la legge “speciale” per il Teatro Nazionale violava i principi dell’uguaglianza davanti alla legge e quello della libertà dell’attività economica dei cittadini. La legge non rispettava i principi costituzionali dell’identità nazionale e del patrimonio nazionale. La legge non rispettava neanche quanto prevedono gli articoli 71 e 74 dell’Accordo della Stabilizzazione e Associazione dell’Albania con l’Unione europea. La legge violava anche i principi della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (ufficializzata a Parigi il 17 ottobre 2003; n.d.a.), che l’Albania ha sottoscritto. In più violava il principio della decentralizzazione e dell’autonomia del potere locale. Secondo il presidente della Repubblica “La legge per la demolizione [dell’edificio] del Teatro Nazionale è un simbolo, un ‘capolavoro’ con il quale, come mai prima, si sta attuando in piena armonia un crimine costituzionale, nazionale e culturale; tutto questo solo per gli interessi di quella che posso chiamarla rule of oligarchs (potere degli oligarchi)”.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore degli abusi di potere e delle conseguenze di quella legge “speciale”. Egli scriveva allora: “Giovedì scorso il Parlamento, con i soli voti della maggioranza governativa, ha approvato una legge speciale, con procedure d’urgenza, in palese contrasto con quanto prevede la Costituzione e le leggi in vigore nella Repubblica d’Albania. Legge che prevede l’abbattimento del Teatro, il passaggio ad un costruttore privato e la costruzione, al posto del Teatro, di alcuni mostri di cemento armato. Una fonte milionaria di profitti corruttivi per chi lo ha ideato e ormai permesso quella legge anticostituzionale.” (Dannoso operato di alcuni rappresentanti; 9 luglio 2018). L’autore di queste righe, sempre riferendosi all’attuazione del diabolico, corruttivo e clientelistico piano del primo ministro per distruggere l’edificio del Teatro Nazionale, scriveva convinto che “…per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici.” (Palcoscenico salvato; 29 luglio 2019).

    Tornando alle denunce fatte dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale, la seconda denuncia era quella del 14 maggio 2020. Denuncia che riguardava una decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020, con la quale il governo passava i 5522 metri quadri del Teatro Nazionale, proprietà del ministero della cultura, al comune di Tirana. Una decisione che, guarda caso, è stata pubblicata in fretta e furia, lo stesso giorno, anche sulla Gazzetta Ufficiale! Insieme con la precedente era anche la terza denuncia con la quale il presidente della Repubblica contrastava la decisione presa dal Consiglio comunale di Tirana, il 14 maggio 2020, per demolire l’edificio del Teatro Nazionale, in seguito alla sopracitata decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020. Il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di annullare quella decisione del consiglio comunale della capitale. Anche perché proprio il 14 maggio 2020 la Corte dei Conti aveva chiesto al comune di Tirana la sospensione di ogni attuazione delle decisioni prese e/o da prendere e che riguardavano l’edificio del Teatro Nazionale. Una richiesta ufficiale, quella della Corte dei Conti, che si riferiva alle decisioni che doveva prendere la Corte Costituzionale in merito alle denunce fatte: quando doveva ritornava ad essere funzionante.

    Ebbene, il 2 luglio scorso la Corte Costituzionale ha finalmente espresso la sua decisione sulle sopracitate denunce. La Corte ha accolto due delle tre richieste del presidente della Repubblica. E cioè ha accolto la richiesta dell’abrogazione della legge “speciale” sul Teatro Nazionale e quella dell’abrogazione della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà, dal ministero della cultura al comune di Tirana, del Teatro Nazionale. La Corte ha giudicato che tutte e due erano non compatibili con la Costituzione della Repubblica albanese. La Corte non ha accolto, invece, la richiesta dell’annullamento della delibera del consiglio comunale di Tirana sulla demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. La Corte Costituzionale ha, altresì, sospeso l’applicazione sia della legge “speciale” sul Teatro Nazionale che della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà del Teatro Nazionale fino all’entrata in vigore della decisione finale della Corte Costituzionale. Entro i termini previsti dalla legge saranno presentate dalla Corte Costituzionale tutte le argomentazioni scritte che hanno portato alle decisioni prese il 2 luglio scorso. Allora sarà capito anche il non annullamento della decisione del consiglio comunale della capitale. Chissà, forse perché è competenza del tribunale amministrativo?!

    Comunque sia, le decisioni della Corte Costituzionale hanno messo in evidenza i tanti scandali e le tante continue violazioni consapevoli della Costituzione e della legislazione in vigore da parte dei promotori e degli’attuatori del corruttivo progetto per la demolizione del Teatro Nazionale. Partendo dal primo ministro albanese e seguito poi dagli altri suoi ubbidienti subordinati. Lunedì 5 luglio, l’Alleanza per la difesa del Teatro, in base alla decisione della Corte Costituzionale del 2 luglio scorso, ha presentato presso la Struttura Speciale Anticorruzione altri fatti documentati a carico del sindaco della capitale e di altre persone coinvolte nella demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. In seguito sarà la volta della Struttura Speciale Anticorruzione di dimostrare la sua integrità professionale e la sua indipendenza istituzionale. Se no, allora sarà un’ulteriore conferma della cattura e del controllo delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Purtroppo, ad oggi, l’operato della Struttura Speciale Anticorruzione non ha giustificato per niente le aspettative, anzi! Che sia questa la volta buona!

    Chi scrive queste righe considera quanto è accaduto il 17 maggio 2020 una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia. Egli, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per analizzare, trattare ed informare il nostro lettore sul caso del Teatro Nazionale. Un caso che, con il suo simbolismo, è molto rappresentativo e rispecchia la vissuta e sofferta realtà albanese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto è accaduto con il Teatro Nazionale è la metafora di quello che accade quotidianamente in Albania. Egli è convinto anche che quanto è accaduto il 17 maggio 2020 con il Teatro Nazionale è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura. E, nel frattempo, condivide il pensiero di Arthur Charles Clarke, secondo il quale è proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

  • Una decisione che contrasta pienamente con la realtà

    Per quanto sia sbagliato, quando ti torna comodo lo ritieni giusto

    Publilio Siro

    Il nuovo parlamento olandese è stato costituito dopo le elezioni politiche del 15-17 marzo scorso. Elezioni che hanno garantito al primo ministro uscente il suo quarto mandato alla guida di una nuova alleanza governativa con i liberali di centrosinistra e i democristiani. Il 5 giugno scorso il governo olandese ha mandato alla Commissione per gli Affari europei della seconda Camera del Parlamento una richiesta con la quale esprimeva la sua piena convinzione che molte delle condizioni poste dall’Olanda negli anni scorsi all’Albania, nell’ambito del Consiglio europeo, erano state adempiute. Ragion per cui il governo chiedeva alla Commissione di approvare la sua richiesta per poi avere anche l’approvazione del Parlamento stesso per l’apertura della prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea. In seguito, il 16 giugno scorso, la Commissione per gli Affari europei del Parlamento ha approvato la sopracitata richiesta del governo. Quella decisione è stata approvata poi anche dallo stesso Parlamento olandese. Un’approvazione che ha così autorizzato il primo ministro, rappresentante dell’Olanda nel Consiglio europeo, a dare il suo voto positivo durante la riunione del Consiglio prevista per il 24 e il 25 giugno prossimo. L’apertura della prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea sarà uno dei temi che verranno esaminati il 22 giugno, durante la riunione del Consiglio degli Affari generali, composto dai ministri degli Esteri e degli Affari europei degli Stati membri, il cui compito è quello di preparare tutti i materiali da essere trattati durante la riunione del Consiglio europeo. Tra i temi che verranno trattati dal Consiglio degli Affari generali ci sarà anche quello dell’allargamento dell’Unione europea ai Paesi dei Balcani occidentali, Albania compresa. Riferendosi all’approvazione, da parte del Parlamento olandese, dell’apertura della prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, quello che ha attirato l’attenzione degli opinionisti e degli analisti politici è stato un atteggiamento completamente diverso dell’Olanda nei confronti dell’Albania. Si perché per anni, l’Olanda, insieme con la Francia, la Germania, il Belgio ed altri Paesi membri dell’Unione europea sono stati, giustamente, molto critici ed intransigenti con il governo albanese. L’Olanda è stato tra quei Paesi membri dell’Unione che hanno posto delle condizioni sine qua non all’Albania da essere adempiute, prima di permettere l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Condizioni che, invece di essere prese seriamente in considerazione ed esaudite, sono aumentate con il passare degli anni. Condizioni che dal 2016 ad oggi da cinque sono diventate nove e poi quindici nel marzo del 2020! Solo questo fatto, di per sé, dimostra e testimonia la vera e molto preoccupante realtà albanese. Realtà che non solo non è cambiata, ma addirittura è ulteriormente peggiorata anche in questi ultimi mesi. Le elezioni del 25 aprile scorso in Albania ne sono state un’ulteriore e inconfutabile testimonianza. Nel frattempo però, sia il governo che la maggioranza del Parlamento olandese hanno una tutt’altra opinione. Lo ha comunicato ufficialmente subito, il 16 giugno 2021, l’ambasciata olandese in Albania. Nel suo comunicato ufficiale si affermava che “…l’Albania ha fatto progresso nelle questioni prioritarie come la riforma della giustizia e la lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione” (Sic!). Strano, veramente strano, perché per chi conosce la vera realtà vissuta e sofferta in Albania sono proprio quelle le vere piaghe cancerose che stanno divorando quello che è rimasto ancora di sano nella società albanese. Chissà perché allora questa incoerenza e questa incongruenza della classe politica olandese?! Chissà perché allora, in questi ultimi mesi, sia il governo olandese che anche il parlamento del Paese hanno radicalmente cambiato opinione sull’Albania?! Si sa però, e lo hanno confermato i media olandesi, che una delle ragioni di questo radicale cambiamento è geopolitica ed è legata all’aumentata presenza nei Balcani della Russia e della Cina. Una reale preoccupazione questa, che è stata trattata seriamente anche durante gli incontri tra il presidente statunitense e i massimi dirigenti della NATO e dell’Unione europea la scorsa settimana a Bruxelles.

    Tornando alla decisione del Parlamento olandese di non opporsi più al’apertura dei negoziati tra l’Albania e l’Unione europea, l’autore di queste righe sente l’obbligo, nei confronti del nostro lettore, di evidenziare cosa è realmente accaduto, nel corso di questi ultimi anni, con il percorso europeo dell’Albania. Partendo dal giugno 2014, quando il Consiglio europeo ha deciso di dare all’Albania lo status del Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. In seguito, la Commissione europea ha raccomandato alle altre istituzioni dell’Unione di decidere su una data per aprire i negoziati. Il Parlamento europeo, tramite una sua risoluzione, nell’aprile 2015, ha appoggiato questa raccomandazione della Commissione. In seguito la stessa Commissione ha proposto il 9 novembre 2016 come la data per avviare i negoziati tra l’Unione e l’Albania. Il 26 novembre 2016 però, la Germania ha posto il suo veto fino al 2018 per l’apertura dei negoziati. Nel frattempo si doveva rispettare ed attuare tutto quanto si prevedeva dai cinque criteri resi noti dalle istituzioni europee. Poi la Germania ha posto ben nove condizioni sine qua non al governo albanese ad essere adempiute, prima dell’apertura dei negoziati. In seguito a quelle nove condizioni sono state aggiunte altre sei dall’Olanda e da altri paesi membri dell’Unione europea. Il 25 marzo 2020 il Consiglio europeo ha deciso che il governo albanese dovrebbe adempiere tutte le quindici condizioni sine qua non per poi avviare la convocazione della prima conferenza intergovernativa con l’Unione europea. Purtroppo, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, comprese anche le elezioni politiche del 25 aprile scorso, del controllo, condizionamento e la manipolazione di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito, testimoniano il totale fallimento del governo albanese.

    Per quanto riguarda l’Olanda, invece, nell’agosto 2017 le sue istituzioni specializzate hanno proposto il blocco dei visti Schengen per i cittadini albanesi. Le ragioni erano due: la presenza della criminalità organizzata nel loro territorio e l’aumento degli albanesi che chiedevano asilo. Ed erano proprio i richiedenti asilo che arrivavano dall’Albania, che avevano costretto il Parlamento olandese a votare contro l’apertura dei negoziati con l’Albania. Nel 2018 erano anche la preoccupante e diffusa attività su tutto il territorio albanese, della criminalità organizzata e la galoppante corruzione a tutti i livelli, che hanno di nuovo costretto anche il primo ministro olandese, lo stesso attuale, come rappresentante del Paese nel Consiglio europeo, a bloccare di nuovo l’apertura dei negoziati con l’Albania. Poi, un anno dopo, nel 2019, l’Olanda è stata ancora più drastica nei confronti del governo albanese. Sempre ribadendo la pericolosità e la crescente preoccupazione per la criminalità organizzata e la corruzione in Albania, le autorità olandesi hanno depositato presso la Commissione europea la richiesta di bloccare i visti Schengen per tutti i cittadini albanesi. Ed era proprio nel 2019, che l’allora primo ministro olandese, lo stesso attuale, dichiarava convinto, riferendosi alla posizione ufficiale dell’Olanda, che “…Per l’Albania è un chiaro ‘No’”. Alcuni mesi dopo, durante il vertice del Consiglio europeo del 25 marzo 2020, anche lui ha votato contro l’apertura dei negoziati con l’Albania. Insieme con i rappresentanti di altri Paesi membri dell’Unione ha chiesto la concreta e verificata attuazione delle quindici condizioni sine qua non. Non solo ma anche alla fine del 2020, i rappresentanti olandesi, riferendosi alle ripetute raccomandazioni positive ed entusiastiche della Commissione europea per l’Albania, erano ben convinti che “…La conclusione della Commissione europea, secondo la quale quasi tutte le condizioni sono state adempiute, è prematura”! Ed avevano pienamente ragione. Perché il “riformato” sistema di giustizia è ormai pienamente sotto il diretto controllo del primo ministro, come si può facilmente verificare. Perché la criminalità organizzata, talmente radicata e potente su tutto il territorio, in connivenza con il potere politico, ormai è diventata molto attiva e pericolosa anche in altri Paesi europei, Olanda inclusa. Perché ogni giorno che passa la corruzione è diventato un male diffuso e a tutti i livelli in Albania. Perché in Albania il pluripartitismo e certe sembianze democratiche servono semplicemente al primo ministro come facciata, per camuffare la sua restaurata e pericolosa dittatura. Perché in Albania, nonostante l’obbligo ufficialmente preso, non si rispettano, anzi, si calpestano volutamente tutti i tre criteri di Copenaghen, compreso il funzionamento dello Stato di diritto. Ci sarebbero anche tanti altri “perché”. Però “stranamente” il governo e il parlamento olandese, da qualche tempo, hanno cambiato radicalmente opinione. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe trova del tutto incoerente e incongruente la decisione del parlamento olandese del 16 giugno scorso sull’Albania. Ragion per cui a lui vengono naturali le domande seguenti: cos’è accaduto perché sia il governo che il parlamento olandese hanno cambiato così, di punto in bianco, il loro atteggiamento nei confronti dell’Albania?! Perché una simile decisione, che contrasta pienamente con la vissuta e sofferta realtà albanese?! Forse anche in questo caso potrebbe avere ragione Publilio Siro, il quale già da più di duemila anni fa era convinto che per quanto una cosa possa essere sbagliata, quando ti torna comodo la ritieni giusta. Tutti quelli però, che hanno preso una simile decisione, devono una spiegazione ed una scusa pubblica a tutti i poveri, ma onesti e responsabili cittadini albanesi, i quali stanno soffrendo le vessazioni della camuffata dittatura, la cui propaganda ha sbandierato come successo la decisione olandese.

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