Democrazia

  • Inquietanti dimostrazioni dittatoriali

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin; dal film “Il grande dittatore”

    La televisione pubblica tedesca ARD, circa una decina di giorni fa, in base ad un’analisi fatta, evidenziava la necessità di superare una “crisi interna” dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Una crisi causata dall’incapacità di nominare il nuovo segretario generale, visto che il mandato dell’uscente scadeva a metà del luglio scorso. Una simile situazione sta mettendo l’OSCE in difficoltà perché non può svolgere normalmente i propri obblighi statutari. Tra l’altro, nell’analisi della televisione tedesca, si evidenziava anche la diretta responsabilità del presidente di turno dell’OSCE, che quest’anno è il primo ministro albanese. Fatto che potrebbe aumentare i disagi, se non si interviene subito e con delle decisioni prese dalle diplomazie degli altri paesi membri. Perché “…in più l’Albania, che ha meno contatti e influenza diplomatica che altri paesi […] avrà questo incarico fino a fine anno”. La sopracitata analisi, riferendosi poi alla crisi in Bielorussia, causata subito dopo la rielezione di Lukashenko, evidenziava l’incapacità del presidente di turno dell’OSCE di intervenire per risolvere la crisi. Perché, il presidente di turno, e cioè il primo ministro albanese, “… non poteva frenare, oppure trovare una soluzione della crisi, perché non aveva i legami e le influenze tra i paesi membri dell’OSCE”. Anzi, Lukashenko “…lo ha ignorato, negandogli la visita” proposta ufficialmente proprio da lui, dal primo ministro albanese, nella veste di presidente di turno dell’OSCE. E non poteva essere diversamente. L’autore di queste righe ha informato di tutto ciò il nostro lettore tre settimane fa (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue; 7 settembre 2020).

    Nel frattempo però, il primo ministro albanese rifiuta in Albania la richiesta dell’opposizione per coinvolgere i rappresentanti dell’OSCE a redigere tutte le necessarie correzioni sulla Riforma elettorale, accordata il 5 giugno scorso dai partiti politici. Un accordo, quello, salutato anche dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcune importanti cancellerie europee e quella statunitense. Un accordo, quello, firmato da tutti, ma poi, subito dopo, ignorato dalla maggioranza governativa, che ha votato in Parlamento degli emendamenti cambiando così quanto accordato precedentemente. Emendamenti che adesso il primo ministro e i suoi rappresentanti stanno cercando di rappezzare di nuovo. Cosa che è tutt’altro che difficile per lui che, da più di un anno ormai, controlla indisturbato tutti i deputati eunuchi del parlamento. Tutto ciò mentre, da più di tre anni, in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Perciò il primo ministro può agire indisturbato per finalizzare i suoi obiettivi. Il primo tra i quali adesso è la vittoria nelle prossime elezioni politiche, fissate per il 25 aprile 2021. E tutto ciò anche sotto gli occhi dei rappresentanti internazionali. Proprio quelli che hanno infranto tutte le regole sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, mentre “costringevano” non diplomaticamente le parti, “ospitate” nella residenza dell’ambasciatrice statunitense, a firmare l’Accordo sulla Riforma elettorale del 5 giugno scorso. Adesso però, proprio loro, i “soliti rappresentanti internazionali”, stanno, chissà dove, a guardare, come sempre, con “occhi chiusi e orecchie tappate”. Proprio loro adesso fanno finta di niente e non reagiscono contro queste inquietanti dimostrazioni dittatoriali del primo ministro albanese. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato a tempo debito il nostro lettore. Esprimendo, allo stesso tempo, anche le sue perplessità e i suoi dubbi, sia sulla bontà dell’accordo, che sulla serietà e l’impegno del primo ministro e dei suoi a rispettare quell’accordo. Egli scriveva allora “…Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena”. (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’….;8 giugno 2020). Sempre in riferimento al sopracitato accordo, una settimana dopo egli scriveva: “… Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza” (Dannosa ipocrisia in azione, come un ‘déjà vu’…; 15 giugno 2020).

    In Bielorussia continuano, dal 5 agosto scorso, le massicce e motivate proteste dei cittadini contro Lukashenko, il suo regime dittatoriale e le manipolazione elettorali. Tra lui e il primo ministro albanese sono tante le somiglianze. Somigliano nel modo con il quale esercitano il potere conferito di fronte alle elezioni. Somigliano nel modo in cui si comportano e reprimono le proteste dei cittadini che chiedono il rispetto dei loro sacrosanti diritti. Somigliano, soprattutto, nella loro determinazione ad aggrapparsi al potere, costi quel che costi, usando tutti i noti e duri modi che caratterizzano le dittature. Anche il primo ministro Albanese, come Lukashenko, sta cercano un nuovo mandato. Non importa come e non importa con quale prezzo. Ma mentre in Bielorussia continuano le proteste contro Lukashenko, in Albania non si protesta da più di un anno. Questo grazie anche al comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali si sono dimenticati delle diverse “linee rosse” pubblicamente dichiarate con tanto di giuramenti e poi “stranamente dimenticate” e/o ignorate. Il che ha permesso al primo ministro di agire indisturbato ed attuare il suo progetto per “rimanere al potere fino al 2029”! E lui farà tutto il possibile perché ciò possa accadere. Almeno vincere le prossime elezioni che gli permetteranno il tanto ambito terzo mandato. Da sottolineare che il primo ministro albanese, nel suo disperato tentativo di vincere quel mandato, non ha niente da perdere. Mentre da guadagnare ne ha e come! Ragion per cui lui non guarderà in faccia a nessuno, proprio a nessuno. Non risparmiando neanche i suoi “fedelissimi, carichi di peccati”. Farà tutto ciò e ben altro purché lui possa realizzare il suo vitale obiettivo: vincere il terzo mandato per salvare tutto, ma proprio tutto quello che ha a che fare con lui stesso! Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con la “Riforma elettorale” e altro ancora, rappresenta il preludio di quello che il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri” stanno preparando per le prossime elezioni del 25 aprile 2021. Seguendo anche l’esempio di Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto e non smetterà di ripetere quello che ci insegna la storia. E cioè che in nessun paese una dittatura possa essere sconfitta con il “voto libero”! Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. La storia ci insegna che le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Compresa anche la dittatura ormai restaurata e funzionante in Albania. Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Spetta però ai cittadini reagire determinati e consapevoli che i dittatori sono tali e agiscono liberamente, solo perché rendono schiavo il popolo.

  • Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue

    Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi.
    Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo.

    Margaret Thatcher

    Il bue che dice cornuto all’asino è un modo di dire, molto diffuso in Italia e, in altre forme lessicali, anche in altri paesi del mondo. Un modo di dire che rispecchia, come sempre accade, la saggezza popolare che ci viene tramandata da secoli. Un modo di dire che addita tutti coloro che vedono i difetti degli altri, senza essere mai consapevoli dei propri. Oppure, peggio ancora, fingendo di non capirli. Una sua versione la troviamo anche nelle Sacre Scritture. Secondo l’evangelista Luca, Gesù chiede ai suoi discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”. E poi prosegue: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Vangelo secondo Luca; 6/39-41).

    Durante il mese d’agosto appena passato sono accadute molte cose nel mondo. Alcune hanno, giustamente, attirato l’attenzione delle cancellerie e delle istituzioni internazionali, nonché quella dell’opinione pubblica. Non poteva passare inosservato neanche quanto è accaduto in Bielorussia durante e dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso. Elezioni svolte in un clima di dura repressione contro l’opposizione messa in atto dalle strutture dello Stato. Ha vinto di nuovo, con l’80.23 %, Aleksander Lukashenko, in potere dal luglio del 1994. Dal 9 agosto in poi i cittadini stanno protestando contro le manipolazioni e i brogli elettorali, affrontandosi con la violenza delle forze di polizia e di altre strutture repressive specializzate. Proteste che sono continuate anche durante la scorsa settimana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Bielorussia rappresenta una seria preoccupazione per tutti. Perché una dittatura, ovunque essa sia costituita, rappresenta sempre una seria preoccupazione non solo per chi ne soffre direttamente le conseguenze.

    Tutte le cancellerie occidentali hanno fortemente condannato la farsa elettorale in Bielorussia. Così come hanno fatto anche le più importanti istituzioni internazionali. Comprese quelle dell’Unione europea e l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Sono state molte e unanimi le dichiarazioni pubbliche dei capi di Stato e di governo, subito dopo le elezioni e in seguito. Tutti hanno condannato la farsa elettorale del 9 agosto scorso, l’uso sproporzionato e ingiustificato della violenza conto i manifestanti e gli arresti di migliaia di essi. E’ stato chiesto anche il diretto coinvolgimento dell’OSCE in una missione di verifica di tutte le [presunte] avvenute manipolazioni e irregolarità prima, durante e dopo le elezioni del 9 agosto. Ma anche sulle atroci repressioni messe in atto contro i manifestanti, da parte delle forze di polizia e delle truppe speciali. Quelli sono anche degli obiettivi statutari dell’OSCE. Ragion per cui, il 28 agosto scorso, è stata tenuta a Vienna una seduta speciale del Consiglio permanente dell’OSCE. Seduta convocata dal presidente di turno dell’OSCE che, guarda caso, quest’anno è proprio il primo ministro albanese, essendo anche ministro degli esteri.

    E qui comincia il bello! Perché proprio lui con le elezioni libere, oneste e democratiche ha un rapporto “speciale”, come il diavolo lo ha con l’acqua santa! Un fatto questo, ormai verificato e evidenziato a più riprese, dal 2013 ad oggi, da diversi rapporti internazionali. Compreso anche l’ultimo in ordine di tempo. E cioè il Rapporto finale dell’OSCE stessa sulle elezioni [votazioni moniste] per l’amministrazione pubblica del 30 giugno 2019 in Albania. Il nostro lettore è stato informato sulle clamorose manipolazioni e le palesi violazioni prima, durante e dopo quelle elezioni (Riflessioni dopo le votazioni moniste, 1 luglio 2019; Votazioni moniste come farsa, 8 luglio 2019). Violazioni sia delle procedure e di quanto prevede la legislazione elettorale in vigore, ma anche della Costituzione stessa. In un paese però, come è l’Albania, dove da più di tre anni ormai la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona più!

    Durante la sopracitata seduta del Consiglio permanente dell’OSCE è stato concordato sulla necessità di inviare una missione in Bielorussia, in seguito a quanto è successo e sta succedendo dal 9 agosto in poi. E’ stato unanimemente sottolineato però che quella missione avrà luogo soltanto dopo l’approvazione ufficiale da parte delle autorità bielorusse. Autorizzazione che, ad oggi, non è stata rilasciata. Non solo, ma il presidente Lukashenko ha fatto sapere, a più riprese, che niente di tutto ciò potrà accadere. Lo ha fatto sapere, anche senza parlare, quando si è fatto vedere con un fucile in mano e con un giubbotto antiproiettile sul corpo.

    Sono tante le somiglianze del presidente bielorusso con il primo ministro albanese. E non solo quelle che hanno a che fare con le elezioni. Loro somigliano molto nel modo in cui affrontano le proteste dei cittadini, che scendono in piazza per chiedere ed ottenere il rispetto dei propri sacrosanti diritti. Loro somigliano nel modo in cui reprimono quelle proteste. Compresi anche i tanti denunciati e spesso anche documentati casi di torture e maltrattamenti nei confronti dei manifestanti arrestati. Loro somigliano nel vistoso calo della loro presunta e pretesa “popolarità”, in seguito ai tanti scandali, ai tanti abusi con il potere, ai tanti fallimenti economici e tanto altro. Ma loro somigliano, in questi giorni, anche nella loro determinata intenzione di aggrapparsi al potere, non importa come. Lo sta dimostrando in questi giorni il presidente bielorusso, non solo con le sue dichiarazione, ma anche con degli atti concreti. Così come lo sta facendo anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo, visto il diffuso malcontento popolare sempre in crescita, ha tolto la maschera e sta facendo di tutto per avere un terzo mandato. Ha addirittura stracciato e calpestato, nell’arco di meno di due mesi, anche l’accordo raggiunto il 5 giugno scorso sulla riforma elettorale. Il primo ministro albanese, in grosse e vistose difficoltà, ha chiesto alcuni giorni fa ai “suoi fedelissimi” di darsi da fare per avere i voti, costi quel che costi e con tutti i modi. La criminalità organizzata è a sua disposizione, com’è stata anche durante le precedenti elezioni. Anche perché, così facendo, la criminalità organizzata difende i suoi investimenti miliardari. Tutto ciò perché l’unico modo che garantisce a lui “l’incolumità” dopo tanti, continui e innumerevoli scandali e abusi, potrebbe essere soltanto un’altra la vittoria elettorale.

    Riferendosi alla presidenza di turno dell’OSCE esercitata quest’anno dall’Albania, l’autore di queste righe esprimeva, tra l’altro, nel gennaio di quest’anno, la sua convinzione che “Il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare.” (Una presidenza del tutto inappropriate; 20 gennaio 2020). Chi scrive queste righe è convinto che le dittature e i dittatori si somigliano. Similia cum similibus comparantur. E comparando, si trovano tante cose in comune tra il presidente bielorusso e il primo ministro albanese. Chi scrive queste righe non sa se ci sarà un incontro tra Lukashenko e una rappresentanza guidata dal primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE. Ma nel caso un incontro del genere avvenisse il primo ministro albanese si troverebbe nelle condizioni del bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, suo simile. L’autore di queste righe è convinto però che sia per i cittadini bielorussi che per quegli albanesi valgono sempre le parole di Margaret Thatcher. E cioè che “Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi. Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo”. Spetta ai cittadini di fare la loro scelta e agire di conseguenza.

  • Mentre nella democratica svizzera…

    Nel nostro povero Paese, portato allo stremo da una classe dirigente indegna e con l’attuale al governo assolutamente disastrosa, si discute di un ridicolo referendum per il taglio dei parlamentari. Una riduzione che accrescerà il potere degli eletti, ridurrà la rappresentanza democratica e soprattutto permetterà a 100 senatori di modificare la Costituzione a proprio piacimento. Questo è il risultato di un declino culturale il quale, con gli ultimi due governi Conte 1 e Conte 2, si è trasformata in una vera e propria metastasi culturale.

    Mai il livello espresso da un governo aveva raggiunto dei livelli così infimi come quello degli ultimi due anni rappresentati dai Cinque Stelle, prima con la Lega e ora col PD. Il nostro Paese, se questo referendum dovesse dare esito positivo, si avvicinerebbe ad una repubblica sudamericana come Venezuela o Argentina.

    A soli 40 minuti da Milano, invece, nella confederazione elvetica, i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimere il proprio parere relativo al mantenimento o meno della libera circolazione dei cittadini europei all’interno dei propri confini (https://www.swissinfo.ch/ita/economia/votazioni-del-27-settembre-2020_-gli-europei-che-sono-gi%C3%A0-in-svizzera-non-hanno-nulla-da-temere–/46010378). Mentre in Italia gli stessi sostenitori del Sì al referendum si fanno promotori di una nuova legge proporzionale, che sarebbe il disastro assoluto della nostra democrazia, nella democratica Svizzera, unico esempio di democrazia diretta, gli elettori svizzeri, attraverso il voto, esprimeranno la propria opinione assolutamente vincolante in merito ad una questione problematica.

    Se noi decliniamo verso un simil-peronismo 4.0, la vicina Svizzera ci insegna cosa sia la democrazia.

  • Arrampicarsi sugli specchi

    Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio.

    Michelangelo Buonarroti; da “Rime; sonetto 87”

    Così comincia il sonetto 87 delle Rime, scritto da Michelangelo Buonarroti, il grande artista del Rinascimento, che era anche un poeta. Un sonetto che esprime i dilemmi e le debolezze, compreso anche “ogni spietato orgoglio”, che tormentano l’animo umano. Rivolgendosi al Signore il poeta confessa che “I’ t’amo con la lingua, e poi mi doglio c’amor non giunge al cor”. Egli, consapevole di tutto ciò, ha bisogno della grazia divina “che scacci ogni spietato orgoglio”. Bramoso della luce del Signore, il poeta esprime un desiderio e una preghiera: “Squarcia ’l vel tu, Signor, rompi quel muro che con la sua durezza ne ritarda il sol della tuo luce, al mondo spenta!”.

    Dilemmi e contraddizioni che tormentano tutti durante la vita, per vari motivi. Sia le persone semplici che quelle che hanno ed esercitano potere. Anzi, soprattutto questi ultimi. Perché con il potere che hanno e con le loro decisioni potrebbero fare anche del male. E quel male, per vari motivi, lo possono fare consapevolmente. Oppure perché costretti. Ma se costretti, poi ne soffrirebbero dai tormenti, incapaci di reagire. Ragion per cui chiedono al Signore: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Proprio così; vorrebbero volere quello che non vogliono. O che non hanno voluto! Esprimendo anche il loro pentimento per quello che hanno fatto.

    Purtroppo in Albania coloro che attualmente hanno ed esercitano potere decisionale non solo non si pentono, ma continuano disperatamente determinati a fare del male. Anzi, a passare di male in peggio. Il primo ministro albanese è uno tra quelli. Ormai si sta comportando sempre più confusamente e sta agendo in preda alla disperazione, ma sempre più isolato e abbandonato. Ormai sembra che lo stiano abbandonando anche coloro che fino a poche settimane fa lo appoggiavano pubblicamente. Compresi anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma questo non vuol dire che i danni e le dirette conseguenze del suo operato sarebbero meno preoccupanti. Anzi, i danni causati dalla disperazione e dal panico di coloro che hanno ed esercitano il potere possono essere ben peggiori. La storia sempre ci insegna. Disperato com’è dagli innumerevoli e continui fallimenti, dalla grave ed allarmante realtà nella quale si trova il paese, dai clamorosi scandali che lo coinvolgerebbero, direttamente e/o indirettamente, e forse anche dai “prezzi” che dovrebbe pagare alla criminalità organizzata e ai clan occulti per i “servizi resi”, il primo ministro albanese si sta discreditando pubblicamente sempre di più, ogni giorno che passa. Tra l’altro, e suo malgrado, adesso lui sta pagando anche il conto per tutte le bugie, gli inganni e le promesse fatte e mai mantenute. Adesso, tra l’altro e ogni giorno che passa, si sta pubblicamente demolendo e discreditando tutta la falsità del suo operato. Operato basato consapevolmente, come scelta strategica, sull’immagine e non sulla sostanza, sulla facciata, sulle messinscena, sui “successi virtuali”. Ormai sono di dominio pubblico tutte le sue innumerevoli contraddizioni con quanto ne ha dichiarato precedentemente. Ormai sono di dominio pubblico le sue innumerevoli e quotidiane bugie e inganni. Ormai stanno venendo a galla tutte le sue manipolazioni. Lui che, ad oggi, è stato sostenuto fortemente in tutto ciò anche da una potente e ben pagata propaganda, che passa spesso anche i confini del paese, adesso è in difficoltà.

    Adesso il primo ministro può usufruire delle sue bugie, dei suoi inganni, della sua disperazione e del “mondo di mezzo”. Lo sta dimostrando anche in questi giorni con l’accordo sulla Riforma elettorale, firmato il 5 giungo scorso dai rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione nel Consiglio Politico. Il nostro lettore è stato informato subito e per due settimane consecutive, di quell’accordo e delle sue conseguenze. Accordo che, vista la realtà vissuta in Albania, dove adesso una nuova e pericolosa dittatura è operativa e funzionante, potrebbe permettere al primo ministro un terzo mandato. L’autore di queste righe è stato e rimane convinto che il contenuto di quell’accordo non garantisce elezioni democratiche, libere ed oneste. Proprio quelle elezioni, di cui hanno adesso un vitale bisogno l’Albania e gli albanesi. L’accordo sulla Riforma elettorale non è tale però. Quell’accordo, e soprattutto il modo come è stato raggiunto, ha ricordato all’autore di queste righe la montagna che, dopo tanto chiasso, partorisce un topolino, espresso maestosamente dalla fiaba di Esopo (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’…;8 giugno 2020). Riferendosi a tutti coloro che hanno contribuito alla firma di quell’accordo, compresi i soliti “rappresentanti internazionali”, l’autore di queste righe scriveva: “Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro!”. E poi proseguiva: “…invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici!” (Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu; 15 giugno 2020).

    Il primo ministro albanese però, cercando a tutti i costi di vincere un terzo mandato e noncurante di tutto il resto e di tutte le conseguenze, adesso sta ignorando anche quanto è stato sancito dal sopracitato accordo. La scorsa settimana ha pubblicamente proposto e chiesto dei cambiamenti alla Costituzione per permettere poi una sua “vittoria a tavolino”. Un obiettivo quello, alla base del quale è la sua sopravvivenza politica e non solo, che viola però palesemente quanto previsto dalla stessa Costituzione. Tutto ciò, mentre la Corte Costituzionale, da circa tre anni ormai, non è più funzionante. Un blocco programmato e attuato volutamente e con cura, che ha permesso al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutto il sistema della giustizia. E guarda caso, la scorsa settimana, mentre il primo ministro presentava i suoi cambiamenti della Costituzione, “inaspettatamente” hanno dato le loro dimissioni tre candidati giudici per le vacanze nella Corte Costituzionale. Il che bloccherebbe ulteriormente, almeno per altri sei mesi, la funzionalità della Corte stessa. Il che permetterebbe al primo ministro di andare avanti, non ostacolato, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato. Una realtà, questa degli ultimi giorni, che sta evolvendo di ora in ora. Il nostro lettore sarà sempre informato sugli ulteriori ed inevitabili sviluppi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato, è capace di tutto. Lui adesso si sta arrampicando sugli specchi. Chi scrive queste righe è stato sempre convinto che il primo ministro avrebbe ignorato anche le “tecnicalità” sancite dall’Accordo del 5 giungo scorso. Il primo ministro però non si pente di tutto quello che ha fatto. E perciò non chiederà mai: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Forse però chiederà al Diavolo di aiutarlo a realizzare il suo desiderio: ”Vorrei voler quel ch’io voglio! E lo voglio avere, costi quel che costi!”. Chissà però se il Diavolo lo aiuterà?! Anche perché lui non rispetta i patti. Nemmeno quelli con un primo ministro.

  • I polacchi si tengono il presidente populista

    La Polonia spaccata in due ha rieletto presidente il populista Andrzej Duda, uscito vincitore dal ballottaggio con 450mila voti in più rispetto al suo rivale, il sindaco liberale ed europeista di Varsavia Rafal Trzaskowski.

    Duda ha incassato il 51,2% delle preferenze contro il 48,8% di Trzaskowski. Cavalli di battaglia per la rielezione di Duda sono state le promesse di uno Stato forte e centralizzato, nonché la difesa dei valori tradizionali. L’altra metà della società polacca aveva invece puntato su Trzaskowski sperando in un Paese più moderno e aperto al mondo, nonché più attivo nell’Unione europea.

    Il sindaco di Varsavia ha perso nonostante abbia prevalso in 10 regioni su 16. A favore del presidente uscente hanno votato le regioni dell’est e del sud, dove la popolazione è più numerosa. Duda è stato sostenuto soprattutto dagli anziani over 60 (62,5% contro il 37,5%) e dagli abitanti delle campagne (oltre il 63% gli ha ridato fiducia). Trzaskowski è stato invece preferito dagli abitanti delle grandi città (65% contro 34%) e dai giovani fra i 18 e i 29 anni (64% contro 36%).

    Il vero vincitore di questa consultazione è però ancora una volta Jaroslaw Kaczynski, leader storico del partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) al governo dal 2015, che si è battuto in prima persona affinché, attraverso la rielezione di Duda, fossero completate le “riforme” del suo governo, a partire da quella del sistema giudiziario che ha sollevato più di qualche perplessità per la tenuta dello stato di diritto in Polonia.  “La sua vittoria, così come cinque anni fa, il nuovo presidente la deve a Jaroslaw Kaczynski, punto e basta”, ha scritto ieri Joachim Brudzinski, che ha guidato il comitato elettorale di Duda.

    A sostegno di Duda il Pis ha impegnato l’intero apparato dello Stato, con i membri del governo che hanno organizzato comizi per far rieleggere il loro candidato e la radio e la televisione pubbliche completamente schierate con il presidente uscente e contro lo sfidante. “Non abbiamo giocato ad armi pari, malgrado questo abbiamo lottato fino all’ultimo”, ha detto Trzaskowski nel riconoscere la propria sconfitta. A favore di Duda si era mossa anche la chiesa polacca, spingendo i fedeli a votare per il candidato “che condivide i valori cristiani”. Come ha commentato con l’Ansa Stefan Frankiewicz, ex ambasciatore presso il Vaticano e amico personale di papa Wojtyla, “la chiesa polacca ha voluto così difendere i suoi tanti privilegi nel sistema attuale, rinunciando alla missione pastorale e ad invitare una società spaccata in due al dialogo senza odio”. Frankiewicz ha ricordato tra l’altro con disagio il silenzio totale della chiesa di fronte alle parole usate in campagna elettorale da Duda contro gli omosessuali. E a urne chiuse sui social media si raccontava di come Jaroslaw Kaczynski la sera precedete, invece di festeggiare con Duda la vittoria, abbia atteso i risultati davanti all’immagine della Madonna Nera nel più noto santuario polacco di Jasna Gora a Czestochowa.

  • L’Europarlamento in difesa dei diritti umani e della democrazia

    Diritti umani e democrazia al centro dell’agenda dell’ultima Sessione plenaria del Parlamento europeo prima della sosta estiva. Previsti, infatti, una dichiarazione dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Sicurezza, Josep Borrell, e un dibattito sul ‘Rapporto annuale dell’UE sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2019’, di recente pubblicazione, ai quali il Parlamento è chiamato a rispondere proponendo raccomandazioni per il futuro.

    Il Consiglio ha approvato la relazione annuale attraverso una procedura scritta semplificata lo scorso 15 giugno. Al centro le sfide più urgenti con una mappatura completa delle azioni condotte dall’Unione in materia di diritti umani e democrazia a livello multilaterale, regionale e bilaterale.

    La relazione del 2019 segna la fase finale dell’attuazione del piano d’azione dell’UE per il 2015-2019 su diritti e democrazia, con un nuovo piano d’azione che dovrebbe essere adottato presto dal Consiglio.

    La situazione che emerge dal rapporto 2019 non è delle migliori perchè il concetto di democrazia diminuisce sempre più e crescono le repressioni dei diritti umani. Nell’ottobre 2019, in risposta a queste tendenze, il Consiglio aveva adottato nuove conclusioni sul sostegno alla democrazia nelle relazioni esterne dell’UE.

    Le tecnologie digitali hanno fornito nuove opportunità di partecipazione politica ma hanno anche creato pericolosi strumenti per l’incitamento alla violenza o all’odio, campagne di disinformazione e violazioni dei diritti umani online (tutte questioni che richiedono l’attenzione dell’UE). Nel 2019 l’Unione ha continuato a sostenere chi difende i diritti umani in situazioni difficili in tutto il mondo e a fornire assistenza legale e finanziaria. Nei dialoghi bilaterali e multilaterali, l’UE ha continuato a sostenere con forza la libertà di espressione e dei media, nonché a favorire libertà di religione e credo. Ha inoltre lavorato molto sulla lotta alla disinformazione coinvolgendo i giornalisti nei contesti locali. L’uguaglianza e la lotta alla discriminazione sono in cima all’agenda dell’UE, in particolare la parità di genere e l’empowerment delle donne, i diritti del bambino, delle persone LGBT e delle popolazioni indigene.

    A giugno 2019 sono state adottate Linee guida sui diritti umani in materia di acqua potabile e servizi igienico-sanitari e, alla luce di quanto accaduto con il Covid 19, tale attenzione si è rivelata molto importante.

    L’UE, grazie alla sua politica estera, ha ridotto anche le agevolazioni commerciali alla Cambogia a causa delle continue violazioni dei diritti delle persone pesantemente sfruttate nel mondo del lavoro.

    Ogni anno, in risposta alla relazione dell’UE, la commissione per gli affari esteri (AFET) redige una relazione per l’adozione da parte del Parlamento. A differenza del rapporto dell’UE, tale la relazione, che viene generalmente votata durante la sessione plenaria di dicembre, formula raccomandazioni specifiche per guidare la futura politica dell’Unione.

  • 9 maggio 1978…

    L’onorevole Aldo Moro viene trovato ucciso all’interno di una Renault 4 in via Caetani a Roma. Il discendente di De Gasperi era considerato allora come oggi un grande statista perché aveva previsto la possibile deriva autoritaria dei nostri giorni in nome di uno Stato etico e quindi autoritario.

    Il 9 maggio 1978 Aldo Moro viene ucciso da volgari esponenti delle brigate rosse dopo una detenzione inumana durante la quale fu anche sottoposto ad un ridicolo quanto ingiusto processo istituito solo per offrire ai suoi miserabili aguzzini ed assassini la giustificazione per la sua morte.

    Ora tutti questi personaggi sono liberi in nome di quella “ragione di stato” giustamente criticata dal dirigente della Democrazia Cristiana in quanto deriva antidemocratica alla quale il cittadino deve opporsi al fine di tutelare le libertà costituzionali e democratiche.

    Il suo pensiero rimane attuale anche in relazione al percorso successivo dei suoi assassini nel quale emerge chiaramente come la ragione di stato prevalga sulla giusta ambizione ad un vero senso di giustizia e rispetto per le vittime. Vanno ricordati infatti gli agenti della scorta dell’onorevole trucidati in via Fani.

    Proprio ora, in un momento di sospensione delle libertà democratiche e personali, il pensiero di Aldo Moro trova la sua conferma.

  • Telenovela Venezuela: i pm americani accusano Maduro, quelli venezuelani Guaido

    Le sorti della governabilità del Venezuela passano sempre più per le vie giudiziarie. Dopo che gli Stati Uniti hanno posto una taglia di 15 milioni di dollari su Nicolas Maduro, ciò che dovrebbe bastare in un Paese letteralmente alla fame a organizzare la cattura del presidente, in quanto accusato dalla magistratura yankee di narcotraffico, il procuratore della Repubblica venezuelano, Tarek William Saab ha fatto sapere che il leader dell’opposizione Juan Guaido sarà chiamato a testimoniare nell’ambito di una indagine aperta contro l’ex generale venezuelano rifugiatosi in Colombia, Cliver Alcala Cordones, accusato di aver coordinato un piano per uccidere alti responsabili governativi ed eseguire un colpo di stato in Venezuela.

    Guaido, ha riferito la tv statale Vtv, è stato chiamato a comparire davanti a due pm nazionali giovedì “2 aprile per dichiarare riguardo alla confessione di Alcala Cordones realizzata dopo il sequestro di un arsenale da guerra in Colombia, a partire del quale il disertore ha riconosciuto che lo stesso Guaido sarebbe stato il mandante dell’operazione”. Il procuratore Saab ha concluso il suo annuncio affermando: “Vediamo come ci siano dei soggetti al margine della legge, totalmente ossessionati dalla conquista del potere solo per ottenere vantaggi economici, per promuovere come già lo hanno fatto a livello nazionale ed internazionale la corruzione”.

    La sera precedente l’esternazione del magistrato, il 30 marzo, in un discorso dal palazzo presidenziale, il presidente Maduro aveva avvertito che “la giustizia arriverà, con una ‘operazione tun-tun’ a tutti i terroristi, cospiratori violenti e complottisti”. E, aveva aggiunto: “arriverà anche da te (riferendosi a Guaido) che mi vedi, arriverà. Pensi che non verrà da te, la giustizia verrà da te e quando ti toccherà ‘tun-tun’, non metterti a piangere sui social”.

  • Russian Duma passes president-for-life bill allowing Putin to stay on past 2024

    Russia’s President Vladimir Putin on Tuesday supported a constitutional amendment that would allow him to seek reelection in 2024 by restarting the term count.

    If approved, the amendment would pave the way for him to stay in office until 2036. The change would reset his presidential term count, which means he could stand in the next two elections.

    Lawmaker Valentina Tereshkova, who was also the first woman in space, suggested either scrapping Russia’s two-term limit for presidents or stopping the clock so the law wouldn’t apply to Putin’s time in office. Her proposal was endorsed by the lower house of parliament, known as the Duma, who voted 380-44 for the amendment.

    In recent months, Putin has been secretive about the reforms he proposed, saying that they were intended to strengthen government bodies. He repeatedly said the changes would not be used to extend his current term in office.

    A nationwide vote on the proposed amendments is set for 22 April. Changing the term limit and allowing him to run in the next election “would in principle be possible if citizens support this amendment in the vote on April 22, but under one condition, that the constitutional court rules that this amendment won’t violate the country’s main law, the constitution”, Putin said.

    The opposition called for protests on 21 March. After the protest announcement, the authorities banned outdoor events with attendance of more than 5,000 until 10 April. They explained the measure was intended to stop the spread of the new coronavirus.

    “The country where the government doesn’t change for 20 years has no future”, a group of opposition activists said in a statement.

     

  • Nuovo governo in Tunisia, al movimento Ennahda sette dicasteri

    Dopo mesi di negoziati le forze politiche tunisine hanno raggiunto un accordo per dare vita ad un governo evitando così elezioni anticipate. Il 26 febbraio, al termine di un dibattito di oltre 14 ore, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) ha votato la fiducia al governo guidato da Elyes Fakhfakh (che ha prestato giuramento il giorno successivo, presso il Palazzo di Cartagine) con 129 voti favorevoli, 77 contrari e una astensione su 207 deputati presenti. Il 47enne Fakhfakh, ottavo primo ministro del Paese dopo la deposizione, nel 2011, dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali, si trova a guidare una coalizione nella quale Ennahda risulta avere una maggiore importanza che nel precedente esecutivo guidato da Youssef Chahed, con tutte le conseguenze del caso sul posizionamento regionale del paese che ha visto appena pochi giorni fa la visita dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani. Il grande escluso dalla partita è il partito di opposizione Qalb Tounes, del discusso imprenditore e filantropo Nabil Karoui (sconfitto al ballottaggio delle ultime elezioni presidenziali), la cui presenza era stata richiesta proprio dal nuovo premier. L’obiettivo era quello di condividere con la seconda forza politica del parlamento la responsabilità di appoggiare un governo chiamato a compiere scelte anche impopolari in materia di politica economica. Anche Ennahda sarebbe stata favorevole ad includere Qalb Tounes all’interno dell’esecutivo, soprattutto per condividere su tutto lo spettro politico le responsabilità di eventuali scelte impopolari in ambito economico.

    Nel nuovo esecutivo ad Ennahda sono stati assegnait sette dicasteri: ai Trasporti va Anouar Maarouf, alle Collettività locali Lofti Zitoun, all’Agricoltura Oussama Kheriji, all’Equipaggiamento Moncef Selliti, alla Salute Abdellatif Makki, all’Insegnamento superiore Slim Choura, alla Gioventù e Sport Ahmed Gaaloul. Altri due ministri indipendenti del governo Fakhfakh, inoltre, sono considerati molto vicini a Ennahda: si tratta del ministro dell’Interno Hichem Mechichi e di quello delle Tecnologie Mohamed Fadhel Kraiem. Diversi osservatori rilevano però che la compagine governative presenta molte contraddizioni a livello ideologico. E i funzionari eletti di Ennahda, pur avendo votato a favore di questo governo, non hanno smesso di criticare la sua composizione.

    Nel suo discorso ai deputati, Fakhfakh ha annunciato “sette priorità economiche e sociali”: lotta al contrabbando e agli speculatori; incentivi alle aziende attive nei settori strategici, agli investitori e agli esportatori; contrasto dell’evasione fiscale e stretta sullo sperpero di denaro pubblico; controllo del debito e uso dei fondi internazionali per investimenti; difesa del dinaro tunisino e controllo dell’inflazione; valorizzazione dei fosfati e del bacino minerario del sud; protezione delle categorie dei lavoratori più vulnerabili. Il programma di governo, secondo Fakhfakh, “coinvolge tutte le categorie sociali, specialmente in questo momento che i tunisini aspettano l’inizio di una ripresa economica. La principale priorità del premier incaricato ha indicato come priorità numero uno la lotta al contrabbando e agli speculatori, “in particolare per quanto riguarda i prodotti sovvenzionati”. Un colpo, questo, ai commercianti che sfruttano i prodotti alimentari incentivati dallo Stato per accumulare guadagni illeciti durate il mese del digiuno del Ramadan. Fakhfakh ha chiarito che il governo lavorerà, nello stesso contesto, “per garantire i diritti economici previsti dalla costituzione, invece di presentare aiuti ciclici”. Quanto alla seconda priorità, il premier si è impegnato a fornire un sostegno urgente alle società che costituiscono l’ossatura dell’economia tunisina, nonché a sostenere investitori e esportatori attraverso incentivi, semplificazione delle procure amministrative e snellimento della burocrazia. “La Tunisia non può compiere progressi con un tasso di investimento del 18 per cento”, ha commentato il premier. La terza priorità consiste nella lotta “chiara, rapida, forte e dissuasiva” contro la corruzione, avviando la creazione di una “cultura della sostenibilità” contro lo sperpero dei fondi pubblici. “Non c’è spazio nel governo – ha detto Fakhfakh – per lo spreco di denaro pubblico, la frode negli appalti pubblici, il favoritismo e la corruzione”.

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