Democrazia

  • Cui prodest, a chi giova oggi, a chi è giovato ieri?

    Per essere chiari, chiarissimi, tutti coloro che in queste ultime settimane, con l’accelerazione degli ultimi giorni, hanno manifestato commettendo violenze, o incitando altri alla violenza, devono essere puniti e messi in condizione di non potere più nuocere. Se appartengono ad organizzazioni di qualunque tipo e genere le loro sedi devono essere perquisite, si devono fare indagini e processi immediati e, se riconosciuta la colpevolezza dei loro rappresentanti ufficiali, le associazioni, organizzazioni od altro possono o meglio devono essere sciolte, qualunque sia la matrice d’appartenenza. La violenza in democrazia non può essere tollerata, sia essa fisica o verbale e questo è un monito anche rivolto a tutti coloro che, siano rappresentanti politici, dei media o della società, in questi anni hanno usato un linguaggio comunque violento verso gli avversari. Termini come asfaltare, rottamare ed altro, atteggiamenti di prevaricazione nei dibattiti, manifesta intolleranza verso le idee altrui, con episodi di autentico ostracismo e di mistificazione della realtà, hanno seminato quell’odio ed intolleranza che sono i prodromi della violenza. Detto questo e manifestata la nostra solidarietà a chi ha subito aggressioni e violenze, dalla Cgil all’Ugl ed in specialmente modo agli operatori sanitari, dobbiamo con trasparenza ed obiettività chiederci cui prodest. A chi veramente giova e a chi ha giovato nel passato. Non possiamo infatti dimenticare chi ha aiutato la crescita degli estremismi di destra e di sinistra, chi ha avallato o con aiuti economici o con il silenzio al posto della riprovazione e della condanna, gli operati di Forza Nuova o dei centri sociali. Quello che è accaduto in questi giorni ha radici lontane ed ora che siamo ad una nuova vigilia elettorale sta a tutti, in special modo alle istituzioni, in primis alla ministro Lamorgese, evitare che si apra una nuova strategia della tensione. Tutti noi, dalla carta stampata alle televisioni, dalla rete alle associazioni, fino ai singoli cittadini siamo chiamati a comportamenti più responsabili. Coloro che, in un modo o nell’altro, restano indifferenti, tollerano o addirittura giustificano o promuovono, anche più o meno inconsapevolmente, quelle violenze verbali, quegli atteggiamenti e quei gesti che sono prodromi a violenze di piazza o ad ingiustizie, da oggi in avanti devono sentire il peso della loro responsabilità. Condannati i tragici errori del fascismo e del comunismo, come ha già fatto il Parlamento europeo e prima di tutto la storia, ora è il momento di smascherare chiunque voglia minare la democrazia e per violenza dobbiamo intendere anche tutto ciò che tende a sostituire la realtà con la propria verità, con il proprio interesse. Detto questo ancora una volta l’appello a vaccinarsi perché proprio con il vaccino siamo riusciti a contenere il virus mentre in altri paesi la pandemia continua a diffondersi e a mietere vittime, anche in Europa.

  • La Supremazia democratica

    La democrazia comporta per sua stessa natura un costo “gestionale” rappresentato dal mantenimento dei principi ispiratori, evitando quindi di declinare in un posizione di forza dello Stato nei confronti dei cittadini in deroga agli stessi principi ispiratori. Questa consapevolezza è evidentemente sconosciuta a buona parte dei rappresentanti di quei partiti che troneggiano (con tutto il rispetto per i partecipanti alla trasmissione di Maria De Filippi) nel nostro Parlamento.

    La Supremazia democratica rappresenta l’essenza democratica e viene espressa anche attraverso un atteggiamento di sufficienza nei confronti degli avversari politici intenti a minarne i principi democratici (nello specifico dell’ultima manifestazione individuabili in comportamenti vietati dalle norme penali) approfittando degli spazi a loro garanzia assicurati dallo stesso sistema democratico in quanto tale.

    Nello specifico, al di là delle implicazioni penali alle quali giustamente dovranno rispondere i dirigenti di Forza Nuova ed eventuali simpatizzanti e complici dei disordini delle manifestazione a Roma, si chiede, anzi si pretende, ora lo scioglimento di Forza Nuova in virtù della legge Scelba, che vieta la ricostituzione del partito fascista, emanata successivamente alla seconda guerra mondiale e quindi dopo sessant’anni (60). Nel contesto attuale assume connotati molto più simili a un quadro normativo troppo incline alle interpretazioni e da aggiornare. Emerge evidente la necessità di evitare che questo quadro normativo si trasformi in una legge contro le opinioni opposte al sistema politico attuale ma sempre garantito dalla democrazia. A questo si aggiunga poi un aspetto paradossale rappresentato dallo spirito europeista spesso invocato da chi ora chiede lo scioglimento di Forza Nuova.

    A loro signori andrebbe ricordato come, si ripete se non fosse chiaro al di là delle responsabilità penali e civili esiste comunque un fattore politico e soggettivo in relazione all’attribuzione del carattere di ricostituzione del partito fascista nell’operato di questi gruppi. Non può assolutamente, infatti, essere sufficiente per tale identificazione utilizzare il parametro della “violenza squadrista” nelle proprie azioni in quanto la medesima tipologia di violenza si riscontra anche in gruppi estremisti di sinistra, come i centri sociali, che nessuno intende qualificare come fascisti pur adottando le medesime strategie squadriste. In più quest’ultimi riescono anche a ottenere un certa accondiscendenza da parte delle istituzioni, specialmente comunali.

    Quindi rimane incerto non tanto il perimetro normativo penale (la legge Scelba dopo 60 anni ormai è quasi una legge contro la libertà di opinione) utilizzato per indicare un partito fascista quanto i principi stessi ispiratori utilizzati dalla legge stessa: prova ne sia che lo stesso Luigi Einaudi, pur preoccupato della crescita di nemici interni al sistema Democratico, non ne approvò il contenuto e tantomeno l’introduzione.

    Infine l’ordinamento italiano ma soprattutto gli europeisti a corrente alternata non tengono in alcuna considerazione la storica decisione del Parlamento Europeo che ha equiparato il nazismo e il fascismo al comunismo con una votazione nel settembre 2019.

    Come logica conseguenza di questa decisione del Parlamento Europeo all’interno di una democrazia liberale sarebbe necessario ed auspicabile certo l’aumento delle conseguenze penali e patrimoniali per i responsabili dei danni causati durante le manifestazioni, siano questi di Forza Nuova o dei centri sociali, ma senza nessuna conseguenza “politica” come un possibile scioglimento.

    Contemporaneamente lo stesso sistema dovrebbe offrire prova di una consapevolezza e stabilità democratica permettendo la coesistenza al proprio interno di associazioni di opinione, ripeto di sola opinione, avverse al sistema stesso.

    In fondo nessuno ha mai contestato la libertà di opinione ai negazionisti dell’Olocausto come agli ideologi delle Brigate Rosse o dei movimenti eversivi di estrema destra.

    La storia e la consapevolezza democratica li hanno, infatti, ampiamente ridicolizzati In modo tale da relegarli a margine della stessa società, viceversa si contestano quando qualche istituzione statale offre degli spazi ai sostenitori di queste deliranti opinioni.

    Emerge evidente una volta di più come il nuovo millennio venga rappresentato da una classe politica e dirigente espressione di un delirio autoritario e sempre meno incline alla libertà di pensiero nelle sue articolate espressioni e votata, quindi, più al controllo ed alla repressione di quelle forme di pensiero non allineate (basti pensare al delirio oscurantista del politically correct).

    In ultima analisi emerge una volontà politica finalizzata alla limitazione delle opinioni e quindi espressione di fattore distintivo di ogni sistema autoritario.

    Le garanzie democratiche alla libertà di pensiero, invece, non possono essere soggette a norme penali che possano individuare “le opinioni vietate” relative ad uno specifico partito o associazione.

    Aveva assolutamente ragione Flaiano quando affermava come in Italia i fascisti fossero di due categorie: i fascisti dichiarati e gli antifascisti.

    Uno stato democratico si dimostra forte e superiore quando risulta è in grado di convivere con opinioni ed ideologie finalizzate alla distruzione della sua stessa esistenza. Tutto il resto è modesta ideologia, espressione di una classe politica convinta di coprire le proprie lacune democratiche con un approccio ideologico oscurantista ed autoritario.

  • Ipocrisia istituzionale svanita dopo una decisione unanime

    Alla gran maggioranza di noi si richiede un’ipocrisia costante, eretta a sistema.

    Boris Pasternak; da Il dottor Zivago

    Il 5 ed il 6 ottobre scorso si è svolto nel castello di Brdo, presso la capitale Ljubljana in Slovenia, il vertice del Consiglio europeo. Per il primo giorno era stato programmato un incontro informale, durante una cena di lavoro, dei massimi rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e dei dirigenti delle istituzioni dell’Unione. Le questioni sulle quali si è discusso si riferivano agli importanti sviluppi geopolitici e geostrategici accaduti durante questi ultimi mesi. Si è trattato, inevitabilmente, della situazione in Afghanistan. Ma si è discusso anche della rottura unilaterale, da parte dell’Australia, dell’accordo con la Francia per i sottomarini a propulsione nucleare. Un accordo quello che è stato sostituito con un altro tra l’Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America. Un altro tema sul quale si è discusso durante quella cena di lavoro il 5 ottobre scorso in Slovenia è stata la crescente e preoccupante influenza geostrategica della Cina. Il giorno successivo, il 6 ottobre, era stato previsto ed organizzato il vertice del Consiglio europeo con i massimi rappresentanti dei sei Paesi dei Balcani occidentali. In quel vertice erano presenti, oltre ai capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione europea, anche i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione, compresa la presidente della Commissione europea che ha visitato, negli ultimi giorni di settembre scorso, tutti i sei Paesi balcanici. Sia dopo i suoi incontri, che prima del vertice del Consiglio europeo, il 6 ottobre scorso, la presidente della Commissione europea, con le sue dichiarazioni ufficiali, ha espresso la sua ferma convinzione e dell’istituzione da lei rappresentata, che i sei Paesi balcanici avevano compiuti tutti gli obblighi previsti. Ragion per cui si meritavano il loro avanzamento nel percorso previsto dall’Unione europea per l’allargamento ai Paesi balcanici. L’autore di queste righe, riferendosi alla vera, grave e preoccupante realtà vissuta in Albania, come testimoniata e documentata anche dai rapporti ufficiali di diverse istituzioni internazionali specializzate, comprese quelle dell’Unione europea, ha considerato le dichiarazioni fatte dalla presidente della Commissione europea prive del tutto di veridicità e, perciò, anche di credibilità. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò la scorsa settimana (La verità rende liberi; 4 ottobre 2021).

    Ebbene, la decisione unanime presa dal Consiglio europeo il 6 ottobre scorso ha fatto svanire l’ipocrisia istituzionale della Commissione europea, almeno nel caso dell’Albania. Un’ipocrisia istituzionale, espressa dalle dichiarazioni ufficiali dalla sua presidente, dopo l’incontro con il primo ministro il 28 settembre scorso. Per l’ennesima volta in questi ultimi anni, si è evidenziata una palese discordanza tra i rapporti positivisti, entusiastici e permissivi della Commissione europea, nonché delle dichiarazioni del tutto non realistiche e di parte delle massime autorità della Commissione stessa, con la vera e vissuta realtà albanese. Realtà che la conoscono meglio e spesso anche nei minimi dettagli alcuni dei Paesi membri dell’Unione, grazie alle loro professionali, credibili, verificabili e verificate informazioni dal territorio. Ed è stato proprio in base a quelle informazioni preoccupanti ma realistiche, che la decisione presa il 6 ottobre scorso dal Consiglio europeo, anche se con delle frasi “diplomaticamente e politicamente corrette”, non ha confermato le aspettative della Commissione europea. Come è successo sempre, durante questi ultimi anni. Almeno nel caso dell’Albania. Chissà, però, se quelle dichiarazioni fatte dalle massime autorità della Commissione europea, nonché il contenuto dei rapporti di progresso della Commissione stessa, si basano, “senza accorgersi e sulla fiducia”, su delle informazioni del tutto non realistiche e prive di correttezza professionale, raccolte e inviate alla Commissione dai loro rappresentanti in Albania, oppure si basano su altre “motivazioni”?!

    Il 6 ottobre scorso, dopo il vertice del Consiglio europeo in Slovenia, è stato pubblicato anche il testo ufficiale della Dichiarazione approvata all’unanimità dai capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Nel primo punto della Dichiarazione si afferma: “…L’Unione europea ribadisce il suo impegno a favore del processo di allargamento”. Un impegno quello che si basa, però, sulle “…riforme credibili dei partner, di un’equa e rigorosa condizionalità e del principio meritocratico”. In questa affermazione gli analisti hanno evidenziato e sottolineato l’uso della parola “partner” invece dell’espressione “Paese candidato all’adesione nell’Unione“. In più si ribadisce che “…è importante che l’UE possa mantenere e rafforzare il suo sviluppo, compresa la capacità di integrare nuovi membri”. Un’altra affermazione che mette in evidenza la necessità, espressa da diversi Paesi membri dell’Unione europea, di “rafforzare il suo sviluppo” prima di attuare l’allargamento dell’Unione con altri Paesi, compresi quelli balcanici. In più, e riferendosi sempre ai Paesi balcanici, nel secondo punto della Dichiarazione si afferma che l’Unione europea “…accoglie con favore la conferma dell’impegno dei partner dei Balcani occidentali a favore del primato della democrazia, dei diritti e valori fondamentali e dello Stato di diritto, come pure della prosecuzione degli sforzi per lottare contro la corruzione e la criminalità organizzata e per sostenere la buona governance, i diritti umani, la parità di genere e i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Mettendo così in evidenza alcune delle preoccupanti problematiche, con le quali ci si affronta e si subisce quotidianamente in diversi Paesi balcanici. Si tratta di problematiche ben presenti che hanno portato ad una simile grave ed allarmate realtà in Albania. Proprio lì, dove in questi ultimi anni, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Proprio in Albania, dove, invece dello Stato di diritto, tutto il sistema “riformato” della giustizia è controllato personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui. Proprio in Albania, dove la “lotta contro la corruzione” è solo e soltanto una frase di propaganda, essendo ormai testimoniato che la galoppante corruzione sta corrodendo tutto e tutti nelle istituzioni statali e nell’amministrazione pubblica. Proprio in Albania, dove il potere politico, rappresentato dal primo ministro e/o da chi per lui, convive e collabora in un modo ben strutturato ed organizzato con la criminalità organizzata. Una connivenza ed una collaborazione quella con la criminalità organizzata, locale ed internazionale, che ha permesso al primo ministro la “vittoria” elettorale del 25 aprile scorso ed il suo attuale terzo mandato governativo, come confermano anche diversi rapporti ufficiali delle più credibili istituzioni internazionali specializzate. E sono soltanto alcune delle preoccupanti e gravi problematiche con le quali si affrontano e ne subiscono quotidianamente gli indifesi cittadini albanesi. Problematiche che, però, non sono state mai evidenziate né dai rapporti permissivi della Commissione europea e neanche dalle dichiarazioni “entusiastiche e positiviste” che da anni stanno rilasciando i massimi rappresentanti della Commissione stessa sulla situazione e sui continui progressi che sta facendo l’Albania (Sic!). Mentre nel quarto punto della sopracitata Dichiarazione del Consiglio europeo si afferma che il sostegno dell’Unione europea “…continuerà a essere legato al conseguimento di progressi tangibili in materia di Stato di diritto e di riforme socioeconomiche nonché all’adesione dei partner ai valori, alle regole e agli standard europei”. Il che, nel caso dell’Albania, significa semplicemente posticipare ad una data non determinata la convocazione della prima conferenza intergovernativa, come parte integrante del previsto ed obbligatorio percorso europeo. Proprio di quella conferenza, per la cui convocazione la presidente della Commissione europea si era personalmente impegnata e determinata a realizzarla “al più presto”, in modo da avviare in seguito “i negoziati dell’adesione prima della fine dell’anno. Questo è l’obiettivo”. Così dichiarava lei il 28 settembre scorso, durante la sua visita ufficiale in Albania! E tutto ciò soltanto una settimana prima dello svolgimento del sopracitato vertice del Consiglio europeo in Slovenia. Vertice la cui Dichiarazione finale, tra l’altro, testimonia e dimostra anche l’ipocrisia delle dichiarazioni dei massimi rappresentanti della Commissione europea, nonché la non veridicità del contenuto dei rapporti ufficiali di progresso della Commissione stessa sull’Albania.

    Nel frattempo, dopo il vertice del Consiglio europeo del 6 ottobre scorso, per il primo ministro albanese, trovatosi in difficoltà e come sempre accade, la colpa è ovunque, la colpa è di tutti, di chicchessia, tranne la sua. Invece, dati e fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, la vera verità grida ai quattro venti che per tutto quello che da anni sta accadendo in Albania, almeno istituzionalmente, la colpa è proprio del primo ministro! Dopo il vertice del Consiglio europeo del 6 ottobre scorso, per il primo ministro albanese la colpa è dei singoli Paesi dell’Unione europea e dell’Unione stessa! Sì, perché secondo lui l’Europa sta attraversando un momento non così buono, “con tanti problemi interni e l’allargamento non si attende con entusiasmo”! La sua irrefrenabile spinta interna di mentire e di ingannare, come suo solito in casi simili, anche in questo caso fa sì che lui, il primo ministro albanese, per salvare la sua faccia, dia la colpa ad altri. Mentre mente consapevolmente nell’affermare che “…l’Albania ha fatto i compiti di casa”, ma purtroppo l’Unione europea “non è in grado di rispettare le sue promesse”!

    Chi scrive queste righe, come spesso accade, avrebbe avuto di nuovo bisogno di molto più spazio per trattare le conseguenze dell’ipocrisia istituzionale delle massime autorità della Commissione europea sugli sviluppi politici e sociali in Albania. Egli però è convinto che quelle dichiarazioni, essendo prive di fondamenta e non rispecchiando per niente la vera, vissuta e sofferta realtà albanese, favoriscono semplicemente il primo ministro e tutti coloro che, insieme con lui, stanno traendo beneficio da simili affermazioni. Così facendo si cerca di spingere anche altri, tanti altri, a credere ad un’ipocrisia del genere. Si richiede anche ai cittadini albanesi, come scriveva Boris Pasternak, nel suo rinomato romanzo Il dottor Zivago, di farsi portatori di questa ipocrisia costante, eretta a sistema.

  • La verità rende liberi

    Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto
    di dire alla gente cose che non vogliono sentire.

    George Orwell

    Erano convinti i latini che veritas vos liberat, cioè che la verità vi rende liberi. Lo testimonia anche l’evangelista Giovanni: “…Gesù allora disse a quei Giudei: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Vangelo secondo Giovanni; 8/32). Ne era convinto anche Epitteto, un filosofo della scuola degli stoici, secondo il quale “Nessuno è libero se non è padrone di se stesso”. Essendo nato schiavo a metà del primo secolo d.C. secondo i documenti storici dell’epoca, perché sua madre era una schiava, questo pensiero di Epitteto assume un particolare significato. Ma non tutti dicono la verità e per vari motivi e ragioni. Non lo fanno neanche gli ipocriti. Anzi, sono proprio loro che con le loro parole, con le loro “mezze verità”, riescono spesso a diffondere delle realtà illusorie e fittizie. Così facendo gli ipocriti, soprattutto quelli che rivestono delle cariche politiche ed istituzionali, generano, nolens volens, delle preoccupanti situazioni e delle altrettanto preoccupanti e pericolose conseguenze.

    Il vero e diretto significato dell’ipocrisia è stato trattato semplicemente e significativamente anche da Papa Francesco durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso.  “Cos’è l’ipocrisia?” si chiedeva il Pontefice. E la sua risposta era: “…Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi”. Il Santo Padre ha poi specificato che “…la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione”. Per il Papa la verità è una ed una sola. Non possono essere due o più verità. Lo ha ribadito in modo inequivocabile: “…la verità è verità o non è verità”! Mentre: “…le mezze verità sono questo modo di agire non vero”. Per Papa Francesco “L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno, perché vive con una maschera sul volto e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità”. Essendo convinto che “…Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia”, il pontefice ha detto che anche nella politica “…non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato”, mettendo così in evidenza proprio quel preoccupante “sdoppiamento”, quel presentarsi con due facce, quelle apparenze mascherate di non pochi rappresentanti politici ed istituzionali, in varie parti del mondo. Papa Francesco, ha usato delle parole semplici, durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso, per esprimere le sue convinzioni. Anche perché la verità è semplici. Sono però quelli che, interessati a nascondere la verità, ipocriti compresi, usano sempre le parole, tante parole, per renderla “complicata” la verità, per nasconderla la verità, per alienarla la verità. E purtroppo coloro che sono interessati ed intenzionati a nascondere la verità, a “coprire” la verità e sostituirla con una loro “verità”, spesso ci riescono. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché, come ci insegnano la saggezza umana e le Sacre Scritture, alla fine dei conti è “la verità che ci rende liberi”! Perché sono e saranno proprio gli uomini liberi e con lo spirito libero che hanno cambiato e continueranno a cambiare in meglio la società ed il mondo. Questo ci insegna la storia.

    Il 1 ottobre scorso il presidente del Consiglio europeo ha inviato una lettera a tutti i membri del Consiglio europeo in vista della loro riunione informale e del vertice dei Balcani occidentali in Slovenia (5 – 6 ottobre 2021). Il 5 ottobre è stato previsto un incontro informale dei massimi rappresentanti degli Stati membri dell’Unione europea, durante il quale si discuterà sul ruolo dell’Unione nell’ambito degli sviluppi internazionali. Un tema che diventa di grande importanza soprattutto dopo quello che è accaduto e sta tuttora accadendo in Afghanistan. Ma anche dopo la rottura unilaterale dell’accordo tra la Francia e l’Australia per i sottomarini a propulsione nucleare. L’autore di queste righe ha trattato questi argomenti recentemente per il nostro lettore (Paese che vai, realtà che trovi; 20 settembre 2021). I rapporti con la Cina saranno un altro argomento da discutere il 5 ottobre prossimo. Mentre il giorno successivo, il 6 ottobre prossimo è previsto il vertice tra i massimi rappresentanti del Consiglio europeo e dei Paesi dei Balcani occidentali. Un vertice previsto da svolgersi in due sezioni. In una sezione si esamineranno i modi “…per approfondire ulteriormente il dialogo politico, la cooperazione in materia di sicurezza e l’impegno strategico, ribadendo la volontà comune di lavorare per un’Europa forte, stabile e unita”, come scriveva il presidente del Consiglio europeo. Nell’altra sezione si esamineranno e si valuteranno i progetti nei Balcani occidentali da essere finanziati per “promuovere la ripresa socioeconomica e lo sviluppo sostenibile della regione”.

    La scorsa settimana, in attesa del sopracitato vertice in Slovenia, la presidente della Commissione europea ha visitato i sei Paesi dei Balcani occidentali. Tra il martedì ed il giovedì della settimana scorsa lei è stata in Albania, nella Macedonia del Nord, in Kosovo, in Montenegro, in Serbia ed in Bosnia-Erzegovina. Durante la sua visita in Albania, la presidente della Commissione europea ha dichiarato, dopo l’incontro con il primo ministro, che “…con un buon progresso nella riforma della giustizia, l’Albania ha raggiunto un risultato. Adesso l’Unione europea deve mantenere la [sua] parola”. Riferendosi poi alle procedure di adesione dell’Albania e della Macedonia del Nord, la presidente della Commissione europea ha altresì dichiarato la sua determinazione per realizzare al più presto la prima conferenza intergovernativa “…in modo da avviare i negoziati dell’adesione prima della fine dell’anno. Questo è l’obiettivo”.

    Da anni ormai i massimi rappresentanti della Commissione europea presentano al Parlamento e al Consiglio europeo dei rapporti di progresso tramite i quali si garantiscono i successi raggiunti. Da anni però il Consiglio europeo rimanda l’apertura della prima conferenza intergovernativa tra l’Unione europea e l’Albania e la successiva apertura dei negoziati di adesione. Ci sarà forse una ragione? Si che c’è. Ci sono ben quindici condizioni sine qua non che l’Albania deve esaudire prima della decisione positiva da parte del Consiglio europeo. E quelle condizioni non solo non sono esaudite, ma la realtà vissuta e sofferta in Albania testimonia ben altro. Chissà però perché questi simili “entusiastici” rapporti della Commissione e queste dichiarazioni piene di elogi per i “successi raggiunti dall’Albania” da parte dei massimi rappresentanti della Commissione europea?! Una cosa è ben certa però: quei rapporti e quelle dichiarazioni non rispecchiano per niente la vera, vissuta, sofferta e preoccupante realtà albanese. Anzi, quei rapporti e quelle dichiarazioni sembra si riferiscano ad un paese immaginario, che esiste soltanto per il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda, appoggiata anche internazionalmente. Purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, quei rapporti e quelle dichiarazioni sarebbero, tra le altre cose, anche delle espressioni di pura ipocrisia, se non altro. E l’ipocrisia “è paura per la verità”, come ha detto Papa Francesco durante l’Udienza generale del 25 agosto scorso. Mentre l’ipocrita “è una persona che finge, lusinga e trae in inganno”. L’autore di queste righe ha trattato spesso per il nostro lettore, durante questi ultimi anni, questa ipocrisia dei massimi rappresentanti della Commissione europea e quel loro “inspiegabile”, nonché ingiustificato ed ingiustificabile appoggio che, da anni, stanno dando al primo ministro albanese. E continuano a farlo, nonostante l’Albania risulta essere, secondo le istituzioni specializzate internazionali, quelle dell’Unione europea comprese, un Paese dove la coltivazione ed il traffico illecito delle droghe sta preoccupando sempre di più. Per le stesse istituzioni, l’Albania è un paese dove la corruzione galoppante è una ben evidenziata realtà. L’Albania è un Paese dove la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata è ormai un dato di fatto. L’Albania, sempre secondo i rapporti delle istituzioni specializzate internazionali, quelle dell’Unione europea comprese, risulta essere uno tra i primi Paesi, non solo in Europa, per il riciclaggio del denaro sporco. Risulta essere, altresì, uno tra i primi Paesi al mondo per il numero dei richiedenti asilo in Europa. Anzi, proprio per questa ragione sono diversi i Paesi membri del Consiglio europeo che rifiutano di aprire i negoziati dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Purtroppo l’Albania è anche un Paese tra i più poveri d’Europa che, con la continua fuga disperata dei propri cittadini verso altri Paesi europei, si sta continuamente e paurosamente spopolando. Con tutte le conseguenze derivanti. Ma per i massimi rappresentanti della Commissione europea queste realtà non esistono. Esistono però quelle realtà diffuse dal primo ministro e dalla sua propaganda. Chissà perché?! Certo non si capirà neanche durante il vertice in Slovenia che comincia domani e dove dopodomani, 6 ottobre, si tratterà anche il futuro europeo dei Paesi dei Balcani occidentali. Ma secondo alcune indiscrezioni mediatiche, pubblicate il 28 settembre scorso dall’agenzia Reuters, quel futuro sarebbe tutt’altro che garantito, come cercano di far credere i massimi rappresentanti della Commissione europea.

    Chi scrive queste righe avrebbe tante, tantissime altre cose da trattare su questo argomento, ma lo spazio non lo permette. Egli però è convinto che le verità si devono dire per quelle che sono. Perché la verità rende gli uomini liberi. Anche gli albanesi devono riuscire finalmente a dire le loro verità. Le verità che hanno a che fare con coloro che volutamente, da anni, malgestiscono la cosa pubblica, che rubano il denaro dei contribuenti, che abusano paurosamente e pericolosamente con il potere, ormai usurpato, più che conferito dai cittadini. Il che significa che gli albanesi devono dire anche la verità sul comportamento, del tutto non istituzionale e con delle gravi conseguenze, dei soliti “rappresentanti internazionali”. Loro devono dire la verità anche sul contenuto delle dichiarazioni ipocrite dei massime autorità della Commissione europea, essendo la verità una sola! Perché, come scriveva George Orwell, se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire. Ed è certo che anche nella Commissione europea ci sono persone che non vogliono sentire la verità.

  • Una geologa per la prima volta Premier della Tunisia

    Il presidente tunisino Kais Saied ha nominato una geologa come nuovo primo ministro, più di due mesi dopo aver tolto l’incarico al precedente e accentrato quasi tutto il potere nelle sue mani. Najla Bouden, la prima donna primo ministro del Paese, è stata invitata dal presidente a formare rapidamente un governo avendo lui da luglio sospeso il parlamento a luglio e mettendo in atto misure che gli consentono di governare per decreto.

    Il suo operato è stato ampiamente sostenuto dai tunisini, profondamente delusi dai comportamenti dei partiti politici, ma Saied è stato sottoposto a crescenti pressioni per garantire la formazione di un nuovo governo.

  • Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Era il 18 aprile 1961 quando i partecipanti alla Conferenza delle Nazioni Unite, svoltasi a Vienna, presero la loro decisione sul contenuto della bozza finale preparata e presentata dalla Commissione internazionale di giurisprudenza. Si trattava della bozza di un Trattato che definiva un insieme di norme di diritto internazionale che regolavano i rapporti tra gli Stati firmatari e sancivano i diritti e gli obblighi degli agenti diplomatici, cioè degli ambasciatori/capomissione e dei membri del personale diplomatico dell’ambasciata/missione. In quel 18 aprile 1961 è stato adottato, dai primi 60 Paesi firmatari, quel documento che, da allora, è pubblicamente noto come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Un lungo percorso quello iniziato, guarda caso, proprio nella capitale austriaca durante il Congresso di Vienna, nel lontano 1815. Quella Convenzione ha cominciato ad essere attuata il 24 aprile 1964 e ormai ne hanno aderito 190 dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Compresa l’Albania, che ha ratificato la Convenzione l’8 febbraio 1988.

    L’articolo 41, punto 1, della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce ed obbliga che: “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Mentre il punto 2 dello stesso articolo della Convenzione sancisce che: “Tutti gli affari ufficiali con lo Stato accreditatario affidati dallo Stato accreditante, alle funzioni della missione, sono trattati con il Ministero degli Affari esteri dello Stato accreditatario o per il tramite di esso, oppure con un altro ministero convenuto”. Il che significa che tutti i rappresentanti diplomatici, dall’ambasciatore all’ultimo in ordine gerarchico, sono obbligati a rispettare anche quanto è sancito dall’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ma purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, non tutti lo fanno. Lo dimostrerebbero diverse preoccupanti situazioni ed esperienze in alcune parti del mondo. Albania compresa. E si tratta soprattutto di situazioni ed esperienze nelle quali risulterebbero coinvolti dei rappresentanti diplomatici statunitensi che hanno consapevolmente violato quanto prevede e sancisce la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, articolo 41 compreso, anzi, soprattutto l’articolo 41. Ovunque queste realtà e questi comportamenti sono stati verificati hanno prodotto anche delle gravissime conseguenze, sia a livello di privazioni e sofferenze umane, che a livello geostrategico e geopolitico. Quanto è accaduto da venti anni in Afghanistan, ma anche quello che sta accadendo in questi giorni lì, ne è una significativa dimostrazione e una inconfutabile testimonianza delle inevitabili e preoccupanti conseguenze dovute alle ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili di certi rappresentanti diplomatici. Proprio di quelli che violano intenzionalmente i loro obblighi istituzionali, seguendo delle direttive pervenute dai loro superiori, oppure determinati interessi, compresi quelli personali. Così facendo però, si intromettono nelle faccende che devono riguardare e devono essere risolte solo e soltanto dai fattori istituzionali, politici e sociali del Paese nel quale simili rappresentanti diplomatici sono stati accreditati.

    Per fortuna che non tutti i rappresentanti diplomatici, compresi quelli statunitensi, hanno simili comportamenti. Anzi, sono tanti, tantissimi che osservano e rispettano i loro obblighi istituzionali previsti dalla Convenzione di Vienna, affrontando con la dovuta responsabilità civile, morale ed istituzionale anche situazioni difficili. Uno di questi è l’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Nominato tre mesi fa, in seguito all’omicidio del presidente haitiano, lui la scorsa settimana ha presentato le sue dimissioni al Segretario di Stato statunitense “…con grande delusione e scuse a chi cerca cambiamenti fondamentali”. Nella sua lettera sottolineava che “Il nostro approccio politico ad Haiti resta profondamente errato”. Lui ha espresso il suo disappunto e la sua reazione perché le sue raccomandazioni scritte ed indirizzate al Dipartimento di Stato erano state “…ignorate e liquidate, quando non modificate, per proiettare una narrativa diversa” da quella sua. In più lui ha espresso la propria convinzione che gli Stati Uniti d’America sbagliano, dando il loro supporto a persone non democraticamente elette. Secondo l’alto funzionario “…l’orgoglio che ci fa credere che dobbiamo scegliere [noi] il vincitore, di nuovo, è impressionante. Questo ciclo di ingerenze politiche internazionali ad Haiti ha prodotto sempre dei risultati catastrofici”. Sono delle affermazioni forti quelle scritte nella sua lettera di dimissioni dall’ormai ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti. Sono delle affermazioni che mettono di nuovo in rilievo quello che è stato, da tanti anni, evidenziato in Afghanistan e che ormai è di dominio pubblico a livello internazionale. Ma le affermazioni dell’ex inviato speciale degli Stati Uniti d’America ad Haiti evidenziano anche quanto da anni stanno facendo tutti i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Con la stessa irritante arroganza e la stessa irresponsabilità istituzionale. Ma anche con un voluto protagonismo mediatico, dimostrando in più la loro presunzione caratteriale.

    L’autore di queste righe da anni ha informato il nostro lettore di simili, arroganti, deplorevoli e inaccettabili comportamenti, con tutte le gravi e preoccupanti conseguenze derivanti. Lo ha fatto anche in questi ultimi mesi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021, Similitudini tra l’Afganistan e l’Albania; 30 agosto 2021, Apparenze che ingannano; 6 settembre 2021 ecc.). Egli da anni e spesso si riferisce a coloro che definisce come i “soliti rappresentanti internazionali”. A coloro che, purtroppo, da anni non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito nulla di tutto quello che accadeva e che tuttora accade in Albania. Cosi facendo, nolens volens, da anni stanno appoggiando la restaurazione ed il consolidamento in Albania della dittatura sui generis, capeggiata dal primo ministro con, sullo sfondo, un’opposizione di facciata, che fa molto comodo alla propaganda del primo ministro. Una dittatura quella che cerca di camuffarsi con delle parvenze di pluralismo politico, ma che in realtà ha molto in comune con le dittature classiche e storicamente note. Un sistema in cui colui che lo dirige lo fa personalmente, ignorando tutte le istituzioni, ignorando la Costituzione e le leggi in vigore e controllando, in prima persona e/o da chi per lui, anche tutto il sistema “riformato” della giustizia. Sistema, la cui riforma è stata propagandata dal 2016 come un successo dai soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, ma che invece è stato un clamoroso, voluto e programmato fallimento. Comprese anche diverse centinaia di milioni dei contribuenti statunitensi ed europei svaniti nel nulla. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” fanno di tutto per presentare un evidente e testimoniato fallimento come un entusiasmante successo. Anche di questa realtà il nostro lettore è stato da anni informato con la dovuta e documentata oggettività.

    Tornando alla consapevole e condannabile violazione, in questi ultimi anni, delle norme sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e facendo specificatamente riferimento al suo articolo 41, sarebbero tanti i fatti pubblicamente noti che coinvolgerebbero direttamente i rappresentanti diplomatici statunitensi in Albania. Sono ormai di dominio pubblico tantissime dichiarazioni, in questi due ultimi anni, dell’ambasciatrice, in sostegno delle politiche del governo. Proprio in questi anni, quando la corruzione ha raggiunto livelli paurosi e molto preoccupanti, quando il riciclaggio di denaro sporco è diventato un serio problema per le strutture specializzate internazionali, quando la presenza delle organizzazioni internazionali della criminalità organizzata è stata denunciata a più riprese da diverse procure, comprese anche quelle italiane. Un appoggio del tutto ingiustificabile quello dell’ambasciatrice statunitense, ma lei sa anche il perché.

    Da alcuni mesi ormai, partendo dal 19 maggio 2021, l’ambasciatrice statunitense si è direttamente coinvolta in una campagna minatoria contro il capo storico del partito democratico albanese. Allo stesso tempo però lei sta sia minacciando e ricattando, che appoggiando e elogiando colui che dal 2013 dirige quello che è rimasto dal rinomato partito democratico, ma che in realtà ha usurpato la sua direzione. E alla fine, il 9 settembre scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un atto vigliacco e in piena violazione dello Statuto del partito, ha espulso dal gruppo parlamentare il capo storico del partito. Proprio colui che era l’obiettivo della campagna minatoria e diffamatoria che stava e sta conducendo personalmente, con tanta arroganza e con un insolito e presuntuoso protagonismo l’ambasciatrice statunitense. Ebbene la prima che si è congratulata con l’usurpatore del partito democratico albanese il 10 settembre era proprio l’ambasciatrice statunitense. E, guarda caso, è stato proprio l’usurpatore del partito democratico al quale l’ambasciatrice statunitense ha reso ufficialmente visita, il 24 settembre scorso, appena rientrata dagli Stati Uniti, dove aveva accompagnato il primo ministro albanese! Alla fine dell’incontro, l’ambasciatrice ha dichiarato tra l’altro: “Sono appena rientrata, da Washington…Credo che sia stato importante venire direttamente nel partito democratico, per dividere quello che ho appreso a Washington”. E quello che aveva appreso era che i suoi superiori al Dipartimento di Stato rimangono determinati “…a lavorare con il Partito democratico.” (Sic!). Così dichiarando, l’ambasciatrice, incurante di tutto, ha ammesso anche la palese, inaccettabile e condannabile violazione di quello che viene sancito dai punti 1 e 2 dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Come se le relazioni diplomatiche non siano tra i due Stati indipendenti, ma tra uno Stato e i partiti politici dell’altro! A lei poco importa però. Chissà perché lei è così sicura di tutto ciò che dice e che fa?!

    Chi scrive queste righe pensa che quanto è accaduto e sta accadendo in Afghanistan, ma anche ad Haiti, aiuta a capire meglio quello che è accaduto e sta accadendo anche in Albania in questi ultimi anni. E tutto anche con il beneplacito e il diretto supporto dei soliti “rappresentanti internazionali”, ambasciatrice statunitense compresa, anzi, in prima linea. Dimostrando tutta la sua arroganza, la sua presunzione ed il suo protagonismo. Difetti quelli, dai quali Plutarco consigliava guardarsi.

  • Paese che vai, realtà che trovi

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    In ogni parte del mondo ed in ogni momento accadono tante, tantissime cose. Cose buone e meno buone. Cose allegre e, purtroppo, anche cose drammatiche che preoccupano. Cose che attirano l’attenzione locale, oppure suscitano una vasta attenzione internazionale. Durante la settimana appena passata sono stati diversi gli avvenimenti e gli sviluppi che hanno attirato l’attenzione pubblica e mediatica.  Partendo dalle due visite di Papa Francesco in Ungheria e in Slovacchia.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, si celebrava poi la Giornata internazionale della Democrazia, una ricorrenza proclamata già dall’8 novembre 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. All’occasione il Segretario di Stato statunitense ha sottoscritto e diffuso un messaggio dedicato. In quel messaggio lui ribadiva: “…gli Stati Uniti d’America mettono la democrazia e i diritti dell’uomo al centro della nostra politica estera; sono elementi essenziali per il raggiungimento e la difesa della pace e della stabilità in tutto il mondo”. Sottolineava in seguito che “…lo Stato di diritto, le elezioni libere ed oneste, la libertà di espressione e di stampa sono delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”. Alla fine del suo messaggio il Segretario di Stato scriveva: “Indipendentemente dal diritto di eleggere durante un processo elettorale, con la denuncia della corruzione, oppure con i raduni pacifici per una causa comune, gli uomini in ogni angolo del globo vivono ogni giorno la democrazia. In questa Giornata della Democrazia, veniamo a conoscenza che questi sforzi sono molto importanti per difendere, per rafforzare e per rinnovare la democrazia”. Un messaggio scritto bene dal Segretario di Stato. Ma anche se si fa riferimento soltanto a quello che è accaduto per venti anni in Afghanistan e come tutto è finito lì, le parole e le frasi con le quali l’autore del messaggio faceva riferimento ai valori della democrazia perdevano peso e significato. Anzi, in qualche modo, screditavano il messaggio stesso. Forse sarebbe proprio il caso di ricordarsi del detto popolare “[lui] predica bene ma razzola male”.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, è stato reso noto ufficialmente quello che ormai viene riferito come “Caso/Crisi dei sottomarini”. Si tratta di un conflitto diplomatico che si sta aggravando di giorno in giorno, tra la Francia da una parte e l’Australia, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito dall’altra. Un conflitto scaturito dopo la rinuncia dell’Australia all’acquisto di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare. Un accordo già ufficialmente firmato e che ammontava ad una cifra di circa 66 miliardi di euro. L’Australia ormai ha deciso diversamente, a favore di un accordo con gli Stati Uniti. L’annuncio ufficiale è stato dato durante una videoconferenza congiunta tra il presidente statunitense, il primo ministro inglese e quello australiano il 15 settembre scorso. Immediate sono state anche le reazioni del presidente e del ministro degli Esteri francese. L’atteggiamento dell’Australia nei confronti della Francia è stato considerato “una pugnalata alle spalle”. Mentre il comportamento statunitense viene considerato dalla Francia come “unilaterale, brutale, imprevedibile”. Per il ministro degli Esteri francese tutto questo “peserà sul futuro della NATO”. Nel frattempo è stato richiamato in patria “per consultazioni” l’ambasciatore francese negli Stati Uniti. Il ministro francese ha dichiarato che si tratta di “…un atto politico pesante che rappresenta la gravità della crisi tra i nostri due paesi e con l’Australia”. La “Crisi dei sottomarini” è tuttora in corso e, per ragioni geopolitiche e geostrategiche, ha coinvolto anche la Cina.

    Venerdì scorso, il 17 settembre, un generale del Comando Centrale degli Stati Uniti d’America ha finalmente ed ufficialmente ammesso quello che, da alcune settimane, si sapeva già. Quello che i rappresentanti statunitensi avevano però sempre negato. E cioè che l’attacco con un drone il 29 agosto scorso, prima del ritiro definitivo dei soldati americani da Kabul, ha sbagliato bersaglio, colpendo un veicolo civile e uccidendo dieci cittadini innocenti, sette dei quali bambini! Allora i rappresentanti statunitensi hanno dichiarato che si trattava di un attacco mirato contro “una minaccia imminente”, riferendosi a dei “kamikaze diretti verso l’aeroporto di Kabul”. Allora si dichiarava che era stato ucciso almeno un membro dell’Isis-K e tre cittadini afghani innocenti. Finalmente però, venerdì scorso, il generale del Comando Centrale statunitense ha considerato tutto quanto era accaduto il 29 agosto a Kabul “un tragico errore” e ha espresso “le più profonde condoglianze ai famigliari delle vittime”. Comunque meglio tardi che mai.

    Domenica 19 settembre, è terminato il processo elettorale in Russia per rinnovare i 450 seggi della Duma, cioè la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa. In attesa del risultato finale sono state evidenziate, purtroppo e come si prevedeva, anche molte irregolarità durante la votazione. Dall’opposizione, nonché da fonti mediatiche e da organizzazioni non governative per il monitoraggio del processo elettorale, risulterebbe che siano stati segnalati molti casi di compravendita di voti e di una scarsa sorveglianza nei seggi elettorali delle schede di voto e di buste che sembrerebbero aperte e poi risigillate. In più, le autorità governative hanno cancellato dalle piattaforme e dai social il sito e l’applicazione “Voto intelligente”, promossa dai sostenitori di Alexiei Navalny. Applicazione che permetteva agli elettori di scegliere da una lista di 225 candidati di varia appartenenza politica, tra nazionalisti, stalinisti e liberali, ma non allineati con il presidente russo. Ebbene, dai risultati provvisori che si riferiscono al quasi 90% delle schede scrutinate, il partito “Russia Unita” del presidente russo risulterebbe di nuovo vincente con qualcosa più del 49% dei voti. Il secondo partito risulta essere il partito comunista con circa il 20%. Cresce anche l’assenteismo.

    Ma durante la settimana appena passata ci sono arrivate anche delle notizie gioiose e rassicuranti. Finalmente a Parigi si sono conclusi tutti i lavori per la messa in sicurezza della cattedrale di Notre Dame. Lavori che erano cominciati a metà aprile di due anni fa, immediatamente dopo il devastante e terribile incendio del 15 aprile 2019. Nei prossimi mesi si avvieranno i lavori per il restauro della cattedrale di Notre Dame di Parigi.

    Un’altra bella notizia è arrivata domenica mattina da Napoli. Si è ripetuto, anche questa volta, il tanto atteso ed ambito miracolo di San Gennaro, il Santo patrono e protettore di Napoli, martirizzato con la decapitazione nel lontano 305. Secondo le credenze popolari il miracolo consiste nella liquefazione del sangue del Santo, contenuto dentro un’ampolla. Ebbene proprio domenica 19 settembre, alle ore 10, l’arcivescovo di Napoli ha annunciato a tutti i fedeli l’avvenuta liquefazione del sangue di San Gennaro. Che possa essere di buon auspicio per tutti!

    La settimana appena passata è stata carica di avvenimenti e di sviluppi anche in Albania. Sabato scorso, 18 settembre, hanno giurato, nelle mani del presidente della Repubblica, il primo ministro e i ministri del nuovo governo. Il terzo dell’attuale primo ministro, con un mandato avuto dopo le elezioni del 25 aprile scorso. Il nostro lettore è stato, a più riprese, informato della compravendita dei voti, ben organizzata e attuata molto prima di quelle elezioni, nonché delle manipolazioni e dei brogli elettorali, con il determinante ed onnipresente supporto della criminalità organizzata. Brogli e manipolazioni simili a quelli in Bielorussia durante le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020. Ma anche come quelli durante le sopracitate elezioni svoltesi in Russia. I simili si somigliano! E guarda caso, prima che fosse diramato il risultato ufficiale delle elezioni del 25 aprile scorso in Albania, al “vincente” primo ministro sono arrivati gli auguri in lingua inglese, all’inizio dall’ambasciatatrice statunitense a Tirana e poi anche dal Segretario di Stato statunitense. Proprio da lui che nel suo sopracitato messaggio considerava le elezioni libere ed oneste come “delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”!

    Giovedì scorso, 16 settembre, il capo storico del partito democratico albanese, allo stesso tempo ex presidente della Repubblica ed ex primo ministro, ha avviato la sua campagna per ripristinare la dignità dei membri del partito e i loro diritti previsti dallo Statuto, ma da anni ignorati da colui che ha usurpato e dirige il partito dal 2013. Si tratta del maggior partito dell’opposizione, ma che, purtroppo, disorganizzato e perdente com’è, rappresenta semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di tutto ciò, nonché delle ingerenze arroganti e del tutto inadeguate da parte dei rappresentanti diplomatici in Albania, quelli statunitensi in primis. Compresa anche una decisione presa dal Segretario di Stato americano alcuni mesi fa. La stessa persona che, come sopracitato, ha diffuso mercoledì scorso il messaggio in occasione della Giornata internazionale della Democrazia. Si tratta di ingerenze e decisioni che violano, tra l’altro, la stessa Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. L’autore di queste righe ha trattato il caso per il nostro lettore anche la scorsa settimana (Meglio perderli che trovarli; 13 settembre 2021).

    Chi scrive queste righe pensa che in queste condizioni la campagna avviata giovedì scorso dal capo storico del partito democratico albanese potrebbe rappresentare una svolta positiva per il partito e per gli albanesi in generale. Ad ogni modo, visto quanto è accaduto e sta accadendo in ogni parte del globo, si potrebbe dire: paese che vai, realtà che trovi. Ma, fatti alla mano però, si potrebbe dire anche: tutto il mondo è paese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania ha a che fare con una cosa basilare per ogni società: o la sopravvivenza e il consolidamento della democrazia, oppure il giogo della dittatura. Purtroppo in Albania questa è la drammatica, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà. Perciò suonano attuali e importanti le parole di Oscar Wilde, secondo il quale se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

  • Meglio perderli che trovarli

    Basta una sola persona che ci governa ricattata,

    o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

    Tina Anselmi

    Forse adesso sono poche le persone che si ricordano dell’ex ministro dell’Informazione di Saddam Hussein nel 2003. Si tratta di Mohamed Said al-Sahaf, un diplomatico che per circa nove anni, fino al 2001, è stato anche il suo ministro degli Esteri. Lui divenne “internazionalmente noto” ma anche “internazionalmente ridicolo” per le sue dichiarazioni, soprattutto nei primi giorni di aprile 2003. Allora, da quasi tre settimane, a partire dal 19 marzo 2003, un contingente composto da trecentomila soldati statunitensi e inglesi aveva cominciato una vasta operazione militare in Iraq, denominata “Iraqi Freedom”. L’obiettivo di quell’operazione era il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. La motivazione ufficiale dell’attacco militare era il diretto e multiforme coinvolgimento di Saddam Hussein in sostegno del terrorismo islamico internazionale. Il 9 aprile 2003 le truppe d’attacco entrarono a Bagdad. Rimangono nella memoria collettiva le immagini trasmesse in diretta televisiva e seguite in tutto il mondo di quel 9 aprile. Specialmente quelle dove si vedeva la gigantesca statua del dittatore cadere giù. Un simbolismo molto significativo. Da quel 9 aprile 2003 il regime di Saddam Hussein non c’era più. Ma proprio mentre le truppe alleate avanzavano verso Bagdad, il ministro iracheno dell’Informazione, con diverse sue dichiarazioni televisive, assicurava non solo la resistenza dell’esercito iracheno ma, addirittura, la sconfitta degli alleati occidentali. Proprio due giorni prima della caduta del regime, il ministro dichiarava che le truppe di Saddam “…stavano comodamente vincendo la guerra”. Aggiungendo anche che “… i soldati americani, terrorizzati dai “colleghi” iracheni, si stavano suicidando, impiccandosi ai cancelli delle città”! Mentre l’indomani, e cioè l’8 aprile 2003, lo stesso ministro dichiarava: “…i carri armati statunitensi saranno catturati o bruciati. Gli americani si arrenderanno”! Stranamente a quelle dichiarazioni, all’inizio, credettero non solo parte degli iracheni che non vivevano a Bagdad, ma anche alcuni media dei Paesi arabi vicini. Proprio per quelle sue “invenzioni propagandistiche”, per quelle dichiarazioni totalmente irreali, a Mohamed Said al-Sahaf, ministro dell’Informazione di Saddam Hussein, i media occidentali diedero il soprannome “Ali il comico”. Il nome “Ali”, non essendo propriamente suo, faceva semplicemente riferimento ad un altro ministro di Saddam Hussein. Faceva riferimento al ministro della Difesa, Ali Hassan al-Majid, il quale era stato precedentemente soprannominato “Ali il chimico”. Un nomignolo coniato dopo l’attacco contro la cittadina di Halabja, nel Kurdistan iracheno, durante la guerra Iran-Iraq (1986-1989). In quell’attaco, comandato proprio da Ali Hassan al-Majid e svolto nel 1988, in seguito ad una sua barbara decisione, sono stati usati gas nervini contro gli abitanti della cittadina. Le vittime sono state alcune decine di migliaia. Invece e per fortuna le dichiarazioni irreali di “Ali i comico”, fatte semplicemente per “tenere alto il morale” dei soldati e dei cittadini iracheni, non hanno fatto nessuna vittima. Hanno fatto semplicemente ridere tutti coloro che conoscevano la vera realtà di quei giorni in Iraq.

    In ogni parte del mondo ci sono molte persone che somigliano ad “Ali il comico”. Come ci sono tante altre che, purtroppo, somigliano ad “Ali il chimico”. Anche in Albania. Ci sono due soprattutto, note pubblicamente per le loro ripetute e ridicole bugie, nonché per le loro “invenzioni propagandistiche” e le loro promesse mai mantenute. Una è il primo ministro. L’altra è il dirigente di quello che è rimasto del partito democratico, il primo partito d’opposizione in Albania, costituito nel dicembre 1990. Era quel partito che ha guidato gli albanesi a rovesciare la dittatura comunista. Anche adesso il partito democratico è il maggior partito di quella che dovrebbe essere una determinata e motivata opposizione e che, purtroppo, è diventata semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. Ma fatti accaduti alla mano, in Albania ci sono anche delle persone che somigliano ad “Ali il chimico”. Alcuni pubblicamente note, come l’ex ministro degli Interni, che dietro gli ordini dell’attuale primo ministro, due anni fa ha usato ripetutamente ed in modo sproporzionato gas chimici nocivi contro cittadini inermi. E non solo contro i cittadini che protestavano, contestando il malgoverno, gli abusi di potere e la galoppante corruzione. Con l’uso dei gas chimici nocivi lo stesso ex ministro degli Interni, sempre anche con il beneplacito del primo ministro, ha ordinato alla polizia di Stato, in più occasioni, di far uscire dalle proprie abitazioni molti cittadini nelle primissime ore del giorno, compresi bambini e persone anziane. Tutto semplicemente perché quelle abitazioni, legalmente possedute, si dovevano demolire e al loro posto i “clienti del governo” dovevano costruire blocchi di edifici in cemento armato, guadagnare ingenti somme di denaro, per poi spartirle con chi aveva permesso tutto ciò. Le cattive lingue dicono che la vera ragione era il riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione. E le cattive lingue in Albania quasi sempre dicono la verità. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, molto somigliante ad “Ali il comico”, è la persona che, dal 2013 ad oggi, ha fatto di quel partito un’impresa famigliare e clientelistica molto rimunerativa. Fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, dal 2013 ad oggi, dimostrano palesemente che lui, purtroppo, è un grande e recidivo bugiardo perdente. Lui ha promesso mari e monti e non ha mantenuto una, ma proprio una delle sue promesse. Come il primo ministro tra l’altro. Sembrano siano due gemelli, caratterialmente parlando. Da grande bugiardo, impostore e ciarlatano, ha sgretolato le strutture del partito e proprio come “Ali il comico”, ogni perdita ha cercato di presentarla come una grande vittoria, rendendosi così miseramente ridicolo.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, più che un legittimo dirigente, è un usurpatore del suo potere istituzionale. Lo dimostrano palesemente molti fatti accaduti, con tutte le derivanti e molto preoccupanti conseguenze per gli albanesi. Nonostante lui non abbia usato gas chimici nocivi contro di loro, per le gravose e drammatiche conseguenze delle sue scelte e delle cose [non]fatte, avrebbe anche lui delle somigliane con “Ali il chimico”. L’autore di queste righe da anni ormai, ha informato il nostro lettore di tutto ciò, compresi anche i due ultimi, sull’argomento, in ordine di tempo (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021).

    Giovedì scorso l’usurpatore di quello che è rimasto del partito democratico albanese, da misero impostore, ma anche da persona ricattabile, ricattata e sottomessa agli “ordini” detti e scritti in inglese, ha superato se stesso. In palese e clamorosa violazione dello Statuto del partito, ignorando anche le strutture dirigenziali, i cui membri sono stati ultimamente da lui selezionati e nominati, da solo nel suo ufficio, ha reso pubblica una sua personale decisione, sottolineando lui stesso che era tale. Ha, infatti, “deciso” di espellere dal gruppo parlamentare il capo storico del partito democratico, allo stesso tempo ex presidente della repubblica ed ex primo ministro. Lo ha fatto, da vigliacco, da misero ipocrita, bugiardo ed impostore qual è, all’ultimo momento, proprio la sera di giovedì scorso e poche ore prima che cominciasse, nella mattinata del giorno seguente, la prima sessione della decima legislazione del Parlamento. Una forzata e ordinata decisione, presa da una persona che, come dicono in tanti in Albania, è sotto pressione, perché è ricattata e ricattabile.

    Tutto cominciò il 19 maggio scorso, quando il Segretario di Stato statunitense dichiarò come persona “non grata” il capo storico del partito democratico albanese. Una decisione che suscitò molte reazioni in Albania. Sia per la sua fondatezza, che per la sua “imparzialità”. Il diretto interessato, subito dopo, ha presentato ricorso, come libero cittadino, accusando di calunnia il Segretario di Stato presso il Tribunale correzionale (Tribunal correctionnel; n.d.a.) di Parigi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021). La sera di giovedì scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un aspetto turbato e lugubre, riferendosi all’espulsione del capo storico del partito dal suo gruppo parlamentare, ha detto: “…Ho deciso che fino alla conclusione del trattamento della richiesta legale per fare trasparenza e fino alla definitiva decisione giudiziaria, il sig. Berisha (cognome del capo storico del partito; n.d.a.) non sarà membro del gruppo parlamentare del partito democratico”. Con quella decisione personale, che con molta probabilità è stata presa dietro una ripetuta pressione e dietro ricatto in lingua inglese, l’usurpatore ha violato quanto prevede e sancisce lo Statuto del partito. Lui, da laureato in giurisprudenza, ha violato anche uno dei principi base della stessa giurisprudenza; il principio della presunzione di innocenza. Principio, secondo il quale nessuno si può e si deve considerare colpevole sino a che non sia provato il contrario. Ma a lui, all’usurpatore del partito, poco importa. Basta che lui sia “in regola”, ubbidendo a coloro che lo tengono sotto pressione ricattandolo. Soprattutto a quelli che parlano e scrivono in inglese. Loro e lui sanno anche il perché! Nel frattempo è stata immediata e determinata la reazione del capo storico del partito. Ma non solo la sua. Sono state tantissime, in questi giorni, le reazioni della base del partito, nonché quelle di molti analisti ed opinionisti. Tutti condannano la “personale” decisione, letta giovedì scorso, con un aspetto turbato e lugubre, dall’usurpatore del partito democratico albanese.

    Chi scrive queste righe anche in questo caso, avrebbe avuto tanti altri argomenti da trattare e da analizzare oggettivamente per il nostro lettore. Cosa che farà nelle prossime settimane. Egli però pensa che, con molta probabilità, quello che sta accadendo in questi giorni in Albania potrebbe rappresentare un nuovo ed auspicabile inizio. Non solo per il partito democratico, ma, essendo quel partito un importante asset nazionale, anche per gli albanesi in generale e la costituzione, finalmente, di una vera democrazia in Albania. Rovesciando così la dittatura sui generis, ormai in azione e con tutte le drammatiche conseguenze per gli albanesi. Mentre persone come l’usurpatore del partito democratico ed il suo simile, il primo ministro Albanese, meglio, ma veramente meglio, perderli che trovarli. Per il bene di tutti. Perché, come diceva Tina Anselmi, basta una sola persona che ci governa ricattata, o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

  • Regime change in Afghanistan increases investment risk for Russia, Central Asia

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance

    Taliban’s takeover of Afghanistan has sparked fears of extremism, Chris Weafer, co-founder of Macro-Advisory in Moscow, wrote in a note to investors.

    “Moscow’s long-standing fear of instability on its southern borders is the primary factor in its calculations with Kabul. That depends on the ability of the Central Asian nations bordering Afghanistan — Turkmenistan, Uzbekistan, and Tajikistan – to defend their borders and keep radical Islamic fighters, such as ISIL, and extremist ideology, from destabilizing their own societies,” Weafer said, adding that all three border states have had previous experience of extremist attacks and fear such episodes could be repeated if either the new government in Kabul is unwilling, or unable, to contain extremist groups.

    Having met regularly with Taliban leaders since 2018, Russia is well prepared to deal with the impact of regime change in Afghanistan, Weafer said. “Most recently a senior delegation visited Moscow in July. Russian officials in Afghanistan have also been engaged with the Taliban for many years. Both sides say they will work together. Moscow will also use this as an opportunity to remind the Central Asian states that it is the only real power in the region, that it has been consistent and multilateral over the past twenty years, and, via the CSTO (Collective Security Treaty Organization), provides nuclear cover for member states,” Weafer argued.

    Moscow will want to work with neighboring states, Weafer wrote, arguing that Russia will not officially recognize the new government or remove the Taliban from the list of proscribed terrorist organizations until the UN Security Council does so.

    “Evidence of the new pragmatism with the White House. It is confirmed that the US-NATO withdrawal was discussed at the Biden-Putin summit in Geneva. But Congress may see this as evidence of Russia collusion. The danger for Russia is that engagement with the new government, and news of the various meetings since 2018, may be interpreted as evidence of collusion by US congress. Some members may use this in support of fresh sanctions, i.e. if any fresh catalyst arises,” Weafer argued.

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance, Weafer wrote, adding that Afghanistan’s major investment advantage is the estimated $3 trillion worth of minerals, including rare-earth minerals, which have hardly ever been developed. This will clearly be of interest to China, although criticism of Chinese actions against the Muslim Uighurs by the Taliban will be an obstacle initially.

    Turkmenistan is best placed politically, Weafer argued, reminding that the government in Ashgabat has maintained frequent and direct contacts with the Taliban and, at a February meeting, secured an agreement to allow the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) gas pipeline and the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan (TAP) Power Interconnection projects to proceed.

    Regarding Uzbekistan, Weafer said Tashkent’s hopes for greater connectivity may suffer. “Uzbekistan has been pushing for a direct transport link across Afghanistan to the Iranian port of Chabahar and to Gwadar in Pakistan. Tashkent has been dealing with the previous government rather than the Taliban. But, if the Taliban wants to develop the economy, then these routes will continue to be built, although later,” the Macro-Advisory expert wrote.

    Tajikistan is most vulnerable, Weafer argued, noting that the country has the longest and most porous border with Afghanistan and is close to areas currently controlled by the more militant ISIL. Russia has 5,000 troops on the border but, still, investment risk will be higher here than for other countries.

    According to Weafer, everything will depend on how the new government in Afghanistan acts and the control it can exercise. “It is far too early to be able to assess the impact on investment risk and opportunities in Afghanistan or concerning the major projects planned from neighboring states to export to Afghanistan or using the country as a conduit for, e.g. transport and power links. “All will be delayed for some time because of the suspension of funding by the World Bank and other IFIs and until the intentions and behavior of the new Kabul government are better known,” Weafer said.

    Major projects in Central Asia are also dependent on what happens in Kabul, he noted. “If they are true to their word, then these projects will resume, and investment opportunities will be even more readily accessible by foreign investors and multinationals,” Weafer said, adding, “If not, then the development plans for neighboring countries in Central Asia will be negatively impacted and investment risk across the region will rise”.

    The summit of leaders of the Shanghai Cooperation Organization (SCO) is set for September 16-17th in Dushanbe.

  • La deriva emergenziale e lo IATO istituzionale

    A quasi diciotto (18) mesi dall’inizio della pandemia la contrapposizione politica e soprattutto sociale relativa alle strategie sanitarie da utilizzare per fronteggiare l’emergenza sanitaria sta raggiungendo ormai livelli imbarazzanti per quanto riguarda i personaggi coinvolti e preoccupanti per quanto riguarda le tensioni sociali che ne scaturiscono.

    In questo contesto da un governo serio il singolo cittadino e l’intera popolazione si attendono, pur nell’adeguamento delle strategie alle evoluzioni del quadro sanitario, un comportamento coerente chiaro e soprattutto attendibile. Basterà ricordare come l’assoluta incompetenza del governo Conte 2 e del suo ministro dell’economia Gualtieri assicurarono manovre finanziarie a sostegno delle imprese e dei lavoratori pari alla metà del PIL (700 miliardi) e conseguentemente nessuno avrebbe perso il posto di lavoro. Dichiarazioni avventate e figlie della impreparazione dei singoli attori governativi ma che dimostrano come le responsabilità governative dovrebbero essere valutate con una maggiore obiettività.

    L’esasperazione sociale può venire in parte superata sia attraverso l’adozione del protocollo di vaccinazione governativo (scelto dalla maggioranza della popolazione) che attendendo nuove e più chiare spiegazioni dagli organi istituzionali, poiché questa incertezza governativa si è trasferita inevitabilmente nel contesto sociale e politico e determina una fortissima contrapposizione tra sostenitori della vaccinazione ormai al 80% e no-vax.

    Nessuno ricorda come nei mesi passati la soglia di sicurezza sociale (immunità di gregge) venisse dal governo indicata prima al 70% dei vaccinati ora al 80% e probabilmente un domani al 90% dimostrando ancora una volta come le affermazioni governative risultino in continua evoluzione e possano generare nella popolazione una giustificata dose di incertezza.

    Esiste, quindi, un vizio di fondo attribuibile interamente alle fonti governative le quali pur usufruendo di un stato di emergenza non riescono ad indicare con precisione innanzitutto sulla base di quali parametri questo sia stato adottato (1) ma soprattutto sulla base di quali altri parametri potrà venire sospeso (2).

    Questa deriva emergenziale porta, poi, i sostenitori del protocollo vaccinale governativo, nonostante la Costituzione tuteli la salute di ogni singolo cittadino, indipendentemente dai comportamenti nell’arco della propria vita, ad indicare come inevitabile il pagamento delle spese sanitarie per chi non si è vaccinato fino a spingere una parte della intelligentia di sinistra (Lerner) addirittura a proporre di  mettere fuori legge i no-vax. Di istituire quindi e reintrodurre il reato di opinione.

    Viceversa, uno stato di emergenza dovrebbe spingere il governo ad avere o quantomeno dimostrare di possedere idee e strategie molto più precise e chiare con l’importante obiettivo di renderle note e togliere cosi spazio alla speculazione fine a se stessa, magari anche scegliendo delle persone comprensibili nel loro linguaggio (piuttosto di indolenti personaggi da cabaret) con l’obiettivo di rassicurare la popolazione. Invece, ancora oggi, lo stesso ministro Speranza inneggia ad una possibile terza dose e ripropone come forma di pressione psicologica il terribile scenario di un’altra chiusura totale.

    Uno stato di emergenza non significa la sospensione delle prerogative democratiche alle quali ANCHE un governo è soggetto come espressione di quell’obbligo di trasparenza nei confronti dei cittadini-elettori. Una trasparenza ancor più necessaria in quanto il governo stesso si basa su una maggioranza parlamentare assoluta.

    Sembra incredibile come i sostenitori ma anche gli oppositori della vaccinazione e di un eventuale green pass non si rendano conto di come dal contesto nel quale esercitano il proprio diritto di confronto democratico emerga chiara questa deriva autoritaria in nome dell’emergenza. Una deriva  visibile a livello statale e verificabile a livello europeo in rapporto alla imposizione di  una transizione ambientale basata solo su paradigmi ideologici (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    L’alternativa a questa deriva autoritaria del nostro Paese si trova  a soli pochi chilometri da Milano, nella democrazia diretta della Svizzera. Poco prima dell’estate, infatti, con il solito referendum, è stato posto il quesito ai cittadini se volessero accettare i costi aggiuntivi di una transizione ecologica: la risposta è stata a  grandissima maggioranza NO.

    Questa nostra deriva autoritaria attraverso la centralizzazione decisionale con  lo Stato ed il governo, quindi il solo potere esecutivo, e l’Europa in ambito continentale, uniti ad imporre stati di emergenza come transizioni ambientali ed ecologiche, per altro di chiara ispirazione ideologica, dimostra come il concetto di democrazia si stia impoverendo pericolosamente.

    Certamente la nostra era una democrazia delegata nella quale tuttavia da anni gli effetti delle decisioni economiche, sociali e sanitarie (si pensi ai tagli alla sanità dei governi Monti e Renzi ) non ricadono mai sugli autori di queste politiche ma sempre sui cittadini.

    Prende corpo cosi lo IATO ISTITUZIONALE tra organi istituzionali ed elettori. Lo stato e chi in suo nome opera, in altre parole, sta prendendo il sopravvento sulle legittime e democratiche aspettative dei cittadini.

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