Democrazia

  • La strana democrazia italiana

    Il 18 dicembre 2020 il Presidente del Consiglio ha illustrato i contenuti del Dpcm in forma di decreto legge immediatamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo la firma del Presidente della Repubblica un decreto legge entra immediatamente in vigore e deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dal Parlamento. L’arco temporale da regolare con il D.L. preso in considerazione dal governo è definito dal 23 dicembre al 6 gennaio 2021. Molto prima, quindi, del termine ultimo per la sua eventuale conversione in legge da parte del Parlamento.

    In altre parole, gli effetti si manifestano immediatamente con le diverse restrizioni e conseguenti danni economici agli operatori.

    La medesima conversione in legge, invece, non risulta nemmeno presa in considerazione dal potere esecutivo. Questo decreto legge, quindi, si trasformerà sostanzialmente in un atto autoritario privo di ogni controllo democratico anche se espresso dal governo con una maggioranza eletta.

    Il Decreto legge, infatti, nasce da una valutazione di necessità ed urgenza, qualora non venisse convertito in legge perderebbe ogni efficacia e tutti gli atti compiuti nei 60 giorni di validità decadrebbero in quanto non sostenuti da base normativa. In altre parole, qualora non convertito in legge tutti gli atti compiuti in nome di questo decreto legge verrebbero considerati illegittimi.

    Il Parlamento, infatti, dovrebbe convertire in legge un decreto il cui arco temporale di operatività risulta nettamente inferiore ai termini per la sua stessa conversione. Molto più probabile che venga semplicemente lasciato decadere.

    L’effetto più paradossale ed al tempo stesso preoccupante viene rappresentato dal fatto che se non venisse convertito in legge o lasciato anche solo decadere tutti gli atti governativi risulterebbero nulli.

    Questo non avverrebbe invece per gli effetti devastanti sia economici che sociali determinati da questo decreto legge anche nei soli 15 giorni della sua applicazione.

    L’immediatezza dei danni non avrà alcun bisogno di alcuna conversione per manifestarsi.

    La democrazia, mi dispiace, ma è un’altra cosa.

  • Riflessioni di fine anno

    Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti.

    Antico Testamento; Salmi; 11/4

    Stanno trascorrendo gli ultimi giorni di quest’anno. Un anno veramente diverso e difficile per l’umanità, questo che sta per finire. Un anno pieno di privazioni di ogni genere, di sofferenze e di perdite di molte, moltissime vite umane dovute alla pandemia di coronavirus. Le conseguenze di tutto quanto è accaduto e sta accadendo quest’anno e, soprattutto, delle lunghissime chiusure forzate delle attività produttive in tutto il mondo, purtroppo, si faranno sentire a lungo, causando ulteriori privazioni e sofferenze di ogni tipo per l’umanità. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. L’unico auspicio, dopo una simile e brutta esperienza a livello mondiale, è che coloro i quali hanno delle responsabilità istituzionali possano trarre le dovute conclusioni ed, in seguito, agire di conseguenza. Sia nei singoli paesi, che su scala più ampia. Anche se, quanto è accaduto dopo la drammatica e grave crisi finanziaria, iniziata negli Stati Uniti d’America nel 2008 e poi diffusasi su scala mondiale e seguita da una altrettanta drammatica e grave crisi economica, non è servita da lezione. Purtroppo il genere umano non sempre riesce a trarre lezioni dalla storia. E poi ne paga tutte le conseguenze! Quello che è accaduto e sta accadendo da decenni ormai testimonierebbe la folle corsa dei pochi “potenti del mondo” verso gli sproporzionati e crescenti guadagni, calpestando consapevolmente con sadismo, indifferenza disumana e spietata arroganza gli interessi degli altri. Papa Francesco, consapevole di quanto possano essere pericolose per l’intera umanità le conseguenze dell’attuazione di simili strategie finanziarie ed economiche, ha reagito di nuovo. Lo ha fatto il 21 novembre scorso, inviando un videomessaggio ai partecipanti dell’Incontro internazionale “Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, svoltosi ad Assisi da 19 a 21 novembre scorso. Il Pontefice ha proposto e chiesto un patto per un nuovo modello economico. Papa Francesco ha ribadito che “Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti, come unità di misura, e sulla ricerca di politiche pubbliche simili, che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale”. Essendo convinto che “… urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che l’attuale sistema mondiale è insostenibile”. A tutte le persone responsabili, sia a scala locale che più ampia, spettano le dovute e necessarie reazioni concrete!

    Un anno veramente difficile è stato questo che sta per finire anche in Albania. Non soltanto per le conseguenze causate dalla pandemia e dovute, soprattutto, al modo irresponsabile e del tutto inadeguato e “personalizzato” con cui è stata e si sta affrontando la crisi da parte delle istituzioni specializzate e le persone istituzionalmente responsabili. Partendo dal primo ministro, che ha “gestito” l’emergenza secondo i suoi interessi personali, legati al suo potere politico. Un anno questo che sta per finire, pieno, inevitabilmente, anche di innumerevoli e continui scandali e di abusi di potere. Un anno questo che sta per finire, durante il quale si è chiaramente evidenziato il [voluto e programmato] fallimento di diverse riforme. Riforme molto importanti e necessarie per la democratizzazione del Paese, che hanno avuto come garanti anche i soliti “rappresentanti internazionali”, ma che, invece, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, sono risultate [volutamente] fallite. In Albania, purtroppo, anche durante la pandemia, i soliti avidi ed insaziabili con il denaro pubblico hanno continuato imperturbabili a fare ingenti danni con degli appalti pubblici “segreti”, a causa della pandemia! Una nuova invenzione abusiva, in piena violazione delle leggi in vigore, che si sta attuando da mesi ormai. Una realtà che però “sfugge” all’attenzione delle nuove e “riformate” istituzioni del sistema di giustizia. Chissà perché?! In Albania, ormai da qualche anno, tutto può accadere ma, purtroppo, nessuno si stupisce più. Si è arrivati ormai fino a questo punto! Tutto è stato facilmente prevedibile e, allo stesso tempo, anche inevitabile però, viste le persone che gestiscono la cosa pubblica in questi anni.

    Durante quest’anno in Albania sono accaduti, evidenziati e testimoniati molti, veramente molti abusi di potere e milionari scandali governativi, pubblicamente e/o legalmente denunciati. Ma niente è accaduto. Tutte le “riformate” istituzioni del “riformato” sistema della giustizia hanno continuato “tranquilli”, come se niente fosse. Nella loro rete sono finiti soltanto dei “pesciolini piccoli”. Mentre i “pesci grandi”, come li chiamava, alcuni anni fa, uno dei più importanti “rappresentanti internazionali”, tenendo presente i vertici della politica e i massimi dirigenti delle istituzioni statali, sono sempre sfuggiti da quella rete. Chissà perché?! I diretti accusati e denunciati, pubblicamente e/o legalmente, primo ministro in testa, continuano però indisturbati a causare ulteriori danni alla cosa pubblica e non soltanto. Per trattare e analizzare tutto ciò non basterebbero centinaia di pagine. Il nostro lettore, ad ogni modo, è stato sempre informato di una parte di questi abusi e scandali.

    L’autore di queste righe distingue e valuta però come molto significativo e rappresentativo un brutto avvenimento accaduto quest’anno, il quale, da solo, testimonia la restaurazione di una nuova dittatura in Albania, durante questi ultimi anni. Si tratta proprio del barbaro e vigliacco abbattimento dell’edificio del Teatro Nazionale, in pienissimo centro della capitale. Un abbattimento fatto notte tempo, il 17 maggio scorso, in piena chiusura per la pandemia, violando consapevolmente e con arroganza sia la Costituzione che la legislazione in vigore. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ben informato (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020). Il nostro lettore è stato informato, a più riprese, anche di quanto è accaduto, da quando cominciò la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una lunga, quotidiana, pacifica e civile protesta, cominciata il 15 giugno 2018. Protesta che è stata però brutalmente interrotta il 17 maggio scorso, dopo un ‘talebano’ intervento da parte della polizia [non] di Stato e delle truppe paramilitari volutamente non identificabili. Tutti armati e che hanno agito violando tutte le leggi in vigore. È stato barbaramente demolito un simbolo nazionale, non solo di cultura ma anche di storia. E’ stato distrutto per costruire, al suo posto, dei grattacieli di cemento armato. E’ stato distrutto il Teatro Nazionale, secondo le cattive lingue, per riciclare nell’edilizia ingenti somme di denaro, provenienti dalle attività illecite. Ma non lo dicono solo le cattive lingue. Quel tipo di riciclaggio è stato evidenziato e ribadito anche dall’ultimo rapporto ufficiale del 2019 di MONEYVAL (il Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.), nella parte dedicata all’Albania. E’ stato abbattuto il Teatro Nazionale, nonostante gli appelli ufficiali e le tante richieste, fatte al primo ministro, da parte delle più importanti istituzioni internazionali specializzate e dai rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Il primo ministro però, come risposta e come suo solito, ha usato le bugie e gli inganni per i rappresentanti delle istituzioni internazionali. Mentre per gli indignati e offesi cittadini albanesi ha usato, tra l’altro, anche le parole arroganti. Sempre come suo solito.

    Chi scrive queste righe, riflettendo su quanto è accaduto quest’anno in Albania, è convinto che l’unica salvezza è la ribellione dei cittadini responsabili per rovesciare di nuovo la dittatura. Come nel 1991. Speranzoso anche che, come si scriveva nell’Antico Testamento, il Signore possa recidere tutte le labbra bugiarde e le lingue che dicono parole arroganti. Compresa anche quella del primo ministro albanese.

  • Maduro vince ma Usa e Ue giudicano non credibile il voto in Venezuela

    Nicolas Maduro parla di ‘vittoria del popolo’, incassando un risultato elettorale che ha visto il suo partito ‘Grande Popolo patriottico’ conquistare i due terzi dell’assemblea nazionale. Ma solo il 30% dei venezuelani è andato a votare, e mentre il principale leader dell’opposizione Juan Guaidò parla di una ‘truffa’ anche l’occidente prende le distanze dal risultato. Con l’Ue che ha fatto sapere di non ritenere ‘credibile’ l’esito delle urne che “non hanno rispettato gli standard internazionali’. E il segretario di stato americano, Mike Pence, che si è spinto oltre: “Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere Guaidò come presidente’, ha fatto sapere con un comunicato. “La comunità internazionale non può permettere a Maduro di rubare una seconda elezione” dopo quella del 2018, ha aggiunto Pompeo. Da Mosca, forte sostenitrice del ‘chavismo’ arriva invece la benedizione con la diplomazia russa che parla di ‘un processo più responsabile e trasparente di quello di certi Paesi che hanno l’abitudine di presentarsi come un esempio di democrazia’.

    La grande protagonista della giornata è stata di certo la scarsa affluenza alle urne (31%), a cui, oltre alle preoccupazioni per la pandemia da Covid-19, hanno contribuito i ripetuti appelli al boicottaggio lanciati da Guaidó. In forte ritardo sul previsto, e a quanto pare per la mancanza di elettricità in alcuni Stati, la presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Indira Alfonzo, ha indicato che sulla base dello scrutinio dell’82,35% dei voti espressi, il Gran Polo Patriottico ha ottenuto il 67,6%. Da parte sua, l’Alleanza Democratica di opposizione (AD, Copei, CMC, Avanzada Progresista e El cambio), è stata votata dal 17,95% degli elettori, mentre altre forze politiche, fra cui il Partito comunista del Venezuela, si sono aggiudicate il 13%.

    Per Maduro si è trattato di “una grande vittoria popolare”. “Arriva – ha aggiunto – un cambiamento del ciclo, un cambiamento positivo, virtuoso, di lavoro, di ripresa economica e di superamento dell’embargo”. Dura la reazione di Guaidó: “La dittatura si è messa in mostra. E dopo il ricatto, il sequestro dei partiti, la censura, la fabbricazione dei risultati, la diffusione del terrore, annunciano quello che avevamo detto: una truffa con il 30% (di partecipazione) di pure bugie”.

    Livelli bassi di affluenza, come quelli della tornata elettorale di ieri, non sono inusuali in Venezuela e in America latina, ma per gli analisti rappresenta un chiaro avvertimento per il ‘chavismo’. La palla è ora nel campo di Guaidó che dal 5 gennaio perderà il seggio in Parlamento, e dovrà legittimare diversamente la sua condizione di autoproclamato presidente ad interim. Per questo ha convocato una ‘Consultazione popolare’, ed una manifestazione il 12 dicembre, con cui confermare il ruolo di “unica alternativa democratica” a Maduro.

  • Cronaca di una settimana carica di avvenimenti

    Niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi.

    Francis Bacon

    La settimana appena passata è stata carica di avvenimenti e di sviluppi che riguardano sia il processo europeo che la preoccupante situazione in l’Albania. Purtroppo si è trattato di notizie negative. Notizie che rispecchiano una crisi multidimensionale, presente da circa due anni, e che si sta aggravando ogni giorno che passa. E non poteva essere altrimenti. La vera realtà, quella vissuta e sofferta in Albania, e non quella virtuale, presentata dalla propaganda governativa, dovrebbe far seriamente preoccupare tutti, sia in Albania che nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea. Durante le settimana passata si è saputo che per l’Albania è stata rimandata, a data da stabilire, la convocazione della prima conferenza intergovernativa con l’Unione europea. Una decisione quella, presa dal Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri dell’Unione europea (noto come COREPER; n.d.a.). Sempre durante la scorsa settimana è stato reso pubblico il Rapporto del Fondo Monetario Internazionale nel quale si evidenziava la grave situazione finanziaria ed economica in cui si trova in Paese. Tutto dovuto all’incapacità e alle [consapevoli] scelte corruttive del governo. All’inizio della settimana appena passata, la Commissione di Venezia (Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto; n.d.a.), seguendo una sua ed ormai nota prassi di comunicazione, ha fatto sapere quali saranno, con ogni probabilità, le sue opinioni sulle modifiche unilaterali fatte da parte della maggioranza governativa alla Riforma elettorale e approvate dal Parlamento il 5 ottobre scorso. Modifiche che, secondo il Presidente della Repubblica e gli specialisti in giurisprudenza, violerebbero sia la Costituzione che la legislazione in vigore. Quelle opinioni preliminari della Commissione di Venezia evidenziano proprio le consapevoli violazioni fatte.

    Sempre durante la scorsa settimana è stato reso noto il Rapporto della Commissione degli Affari esteri del Parlamento europeo per il periodo 2019-2020. In quel Rapporto si evidenziavano, tra l’altro, anche le serie problematiche che si stanno verificando in Albania e che comprometterebbero seriamente il percorso europeo del Paese. L’autore di queste righe valuta di trattare in seguito soltanto quanto è stato deliberato dai rappresentanti permanenti presso l’Unione europea, promettendo, però, al nostro lettore che tratterà presto gli altri avvenimenti sopramenzionati.

    Il 1o dicembre scorso si è svolta la riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri dell’Unione europea. Il Comitato è un’importante struttura del Consiglio europeo i cui membri sono gli ambasciatori e/o i rappresentanti delle delegazioni accreditate presso l’Unione europea. Ebbene, durante quella riunione, i rappresentanti permanenti hanno deciso di suggerire al Consiglio degli Affari generali, composto dai ministri degli Affari europei di tutti gli Stati membri dell’Unione, di non aprire la prima Conferenza intergovernativa con l’Albania. I rappresentanti permanenti degli Stati membri dell’Unione europea, il 1o dicembre scorso, hanno espresso la loro motivata e argomentata convinzione, secondo la quale “…l’Albania non è ancora pronta a partecipare alla prima Conferenza intergovernativa con l’Unione europea perché ha ancora molto lavoro da fare con le condizioni poste [dal Consiglio europeo] nel marzo 2020”.

    L’apertura della prima Conferenza intergovernativa per l’Albania è stato uno degli obiettivi posti dalla cancelliera Merkel, l’8 luglio scorso, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo. L’occasione era l’assunzione, da parte della Germania, della Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Un obiettivo quello che non è stato raggiunto. Lo ha ammesso la stessa cancelliera, il 30 novembre scorso, durante una videoconferenza con tutti i rappresentanti dei parlamenti dei Paesi membri dell’Unione europea e dei Paesi che mirano a diventare tali. Lei ha “diplomaticamente” dichiarato, riferendosi all’apertura della prima Conferenza intergovernativa per l’Albania, che “…non posso promettere che accadrà quest’anno”. Non solo, ma per la prima volta, si potrebbero finalmente dividere il percorso europeo della Macedonia del Nord da quello dell’Albania. Una questione tanto discussa quella, durante questi ultimi anni, dai rappresentanti dei singoli Stati membri dell’Unione europea. Nel caso della Macedonia del Nord l’apertura della prima conferenza intergovernativa viene contrariata soltanto dalla Bulgaria. Invece tutti gli altri Paesi membri dell’Unione europea sono d’accordo all’apertura della prima conferenza, argomentando che la Macedonia del Nord ha adempito tutte le richieste fatte dalle istituzioni dell’Unione, compreso anche il cambiamento del nome, che per anni è stato un contenzioso tra la Grecia e la Macedonia. La ragione del veto bulgaro è la richiesta fatta dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord di concordare ed accettare ufficialmente che la lingua macedone sia soltanto un dialetto della lingua bulgara e che in Bulgaria non esiste una minoranza macedone. Per quanto riguarda l’apertura della prima conferenza intergovernativa, prevista dalle procedure europee, bisogna evidenziare però che, mentre per la Macedonia del Nord si tratta di una questione tra due Stati, nel caso dell’Albania il rifiuto europeo dell’apertura della conferenza è legato soltanto e direttamente alle inadempienze delle condizioni poste dal Consiglio europeo all’Albania nel marzo scorso. E quelle condizioni sono delle responsabilità dirette del governo albanese.

    Il 1o dicembre scorso, i rappresentanti permanenti degli Stati membri accreditati presso l’Unione europea, riferendosi alla convocazione della prima conferenza intergovernativa, hanno ribadito che sarà attuata “prima possible” ma che comunque soltanto nel caso che “… si adempiono le condizioni poste dal Consiglio [europeo] nel marzo 2020”. La riunione del Consiglio degli Affari generali, che si svolgerà domani, 8 dicembre, con tutta probabilità, suggerirà, a sua volta, alla riunione dei capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione, prevista per il 10 dicembre prossimo, di rimandare a tempo da stabilire la convocazione della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea.

    Dal 1o dicembre scorso ad oggi, guarda caso, il primo ministro albanese, lui che scrive di tutto e di tutti, non ha detto una sola parola. Chissà perché?! Analizzando però tutto il percorso europeo dell’Albania, cominciato subito dopo il crollo della dittatura comunista, risulterebbe che sia stato seriamente compromesso durante questi ultimi anni. Da quando l’attuale primo ministro è salito al potere, nel settembre 2013. Ormai sta diventando un’opinione sempre più diffusa che è proprio il primo ministro che sta volutamente ostacolando il percorso europeo dell’Albania. Sono tanti i fatti accaduti, durante questi anni, che testimonierebbero quest’opinione. Sono tanti i fatti accaduti che testimonierebbero che il primo ministro si presenta come un “convinto europeista” soltanto per motivi di propaganda e per ingannare sia le cancellerie occidentali che le istituzioni dell’Unione europea. E sembrerebbe sia riuscito. Ma la cronaca della settimana appena passata, carica di avvenimenti e di notizia, dimostrerebbe che ormai anche nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea si stanno rendendo conto che colui che hanno visto nella persona del primo ministro albanese sia stato e sia semplicemente un commediante che ha cercato di imbrogliare tutti per poi avere le mani libere ed agire da dittatore in Albania.

    Chi scrive queste righe è convinto che quel commediante, purtroppo, sta malignamente abusando del potere conferitosi, recando danni enormi al Paese e ai cittadini. Perché niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi.

  • Un atto di disprezzo verso i propri cittadini

    Chiunque goda di un minimo di mobilità ha già avuto la possibilità di osservare come le città dalle 19 risultino vuote, con pochissima gente se non nelle immediate vicinanze di un supermercato, dimostrando in questo modo come la cittadinanza abbia già adottato il massimo livello del disciplinare di sicurezza

    Se, come sembra, confermato, il nuovo Dpcm prevedrà un coprifuoco alle 21 o alle 22 per l’intero territorio italiano senza specificità in rapporto al livello di pandemia la democrazia in un attimo assumerà i connotati di uno Stato etico. In altre parole, è sufficiente osservare le nostre città negli ultimi giorni per capire come le persone abbiano già adottato delle misure preventive per evitare il contagio ed in particolar modo quelle più anziane terrorizzate da questa pandemia anche mediatica.

    Imporre ora un coprifuoco (termine bellico che ricorda regimi totalitari) rappresenta semplicemente Il sigillo governativo ad una realtà già evidente ed espressione della libera scelta dei cittadini. La sua introduzione invece determina contemporaneamente l’uscita dalla democrazia nella quale il popolo è centrale e sovrano attraverso le proprie scelte. In pochi anni siamo passati da una democrazia rappresentativa e delegata alla supremazia dell’apparato statale in ogni sua forma rappresentativa sui propri cittadini.

    Non comprendere e soprattutto non premiare i comportamenti già di per sé virtuosi della cittadinanza italiana (ovviamente parlo per le realtà che più conosco e per le fasce di età che frequento) rappresenta la fine di una civiltà e l’ingresso di fatto in uno stato Socialista il quale limita la libertà di ognuno in quanto incapace di gestire anche solo il concetto di diritto individuale alla scelta.

    Mai come ora la sofferenza della cittadinanza dovrebbe venire premiata con un’apertura di fiducia assolutamente giustificata dai comportamenti già in atto e casomai impedire a quelle fasce di età che ancora oggi non osservano il minimo sindacale di prevenzione la possibilità di uscire la sera.

    Il governo preferisce utilizzare un termine di guerra per dimostrare come non sia più al servizio ma contro la sua stessa cittadinanza. La democrazia non è un concetto astratto ma un principio che presenta determinati costi e responsabilità che vanno attribuite a chi ha ricevuto la delega tramite democratiche elezioni.

    Solo nella democrazia diretta le responsabilità come gli effetti delle decisioni prese dai cittadini procurano vantaggi e svantaggi che ricadono sugli stessi elettori (come avviene nella più democratica Svizzera). In Italia, viceversa, in una democrazia a corrente alternata le responsabilità di una inefficienza governativa ricade interamente sulle spalle dei deleganti, cioè gli elettori cittadini (https://www.ilpattosociale.it/politica/i-costi-emergenziali-e-le-economie conservative/).

    Il coprifuoco, come detto all’inizio, è un termine del lessico bellico. All’interno di questa guerra contro il covid-19 il primo nemico che non sa riconoscere neppure le virtù del proprio popolo è rappresentato dal governo in carica e da questa classe politica. Imporre un coprifuoco rappresenta il segno del disprezzo di un governo per i cittadini e per i loro comportamenti.

  • Il Cile sceglie una nuova Costituzione e archivia quella di Pinochet

    Con un risultato largamente atteso, il Cile ha scelto di cambiare e di archiviare l’era del generale Augusto Pinochet, votando a favore di una nuova Costituzione, che andrà a sostituire quella approvata nel 1980, in piena dittatura. Domenica, i cileni si sono recati alle urne per il “Plebiscito” (referendum) costituzionale e hanno approvato con una larga maggioranza (78,3%) la proposta di rinnovare la Carta, in un appuntamento con la storia nel quale “ha trionfato la cittadinanza e la democrazia, l’unità sulla divisione, la pace sulla violenza”, ha sottolineato il presidente Sebastian Pinera.

    Quello di domenica 25 ottobre è stato “il più grande voto della storia del Cile” in termini di voti assoluti (oltre 7,5 milioni) e di affluenza (50,9%), secondo il Servizio elettorale del Paese. Oltre a far vincere l’Apruebo (Approvo) sul Rechazo (Rifiuto), i cileni hanno scelto, con una maggioranza del 79%, che il lavoro di riscrittura della Costituzione sarà realizzato da una Assemblea costituente composta da 155 membri scelti al 100% attraverso un voto popolare.

    I membri della Assemblea costituente saranno scelti in occasione delle elezioni amministrative dell’11 aprile 2021, con una rappresentanza di delegati delle popolazioni indigene e sulla base di un criterio di parità di genere. “Ciascun voto ha avuto lo stesso valore” e “questo trionfo della democrazia ci deve riempire di gioia e speranza, perché abbiamo dimostrato che il dialogo è più fecondo dell’intolleranza”, ha sottolineato Pinera commentando i risultati. Il referendum è stato celebrato a livello internazionale, con l’Unione europea che si è congratulata per la partecipazione massiccia dei cileni.

    Il voto di domenica è stato l’ultima tappa di un percorso difficile, in un anno in cui il Paese è stato attraversato da un’ondata di proteste iniziate nell’ottobre 2019, che hanno portato alla proposta di rinnovare la Costituzione vigente, segnata da un forte presidenzialismo e da uno spazio importante per l’economia di mercato. L’appuntamento era previsto inizialmente per il 26 aprile di quest’anno, ma la pandemia del coronavirus ha spinto le autorità a rimandare il voto al 25 ottobre con rigidi protocolli anti-Covid.

    Fin dalla diffusione dei primi dati, migliaia di cileni si sono riversati nelle strade di Santiago e di molte altre città cilene per le celebrazioni della vittoria, funestate da episodi isolati di violenze per i quali la polizia ha arrestato 146 persone. A Plaza Baquedano della capitale, ribattezzata Plaza Dignidad dopo le proteste dell’ottobre 2019, uno striscione ha ricordato il defunto presidente Salvador Allende con le parole ‘Plaza Dignidad, non dimentichiamo il 1973’, anno del colpo di stato militare che pose fine al governo del leader socialista.

  • In quale istituzione dell’Unione europea credere?

    Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non
    solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista. 

    Hannah Arendt; da “Tra passato e futuro”

    Era il 23 febbraio scorso. Da tre giorni a Bari si stava svolgendo l’Incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace”. Quella domenica del 23 febbraio a Bari è arrivato anche Papa Francesco. Dopo la cerimonia ufficiale d’accoglienza, Papa Francesco si è trasferito alla Basilica di San Nicola dove ha incontrato tutti i vescovi rappresentanti delle diverse Chiese del Mediterraneo, partecipanti all’Incontro. Poi, durante il suo intervento, Papa Francesco ha ribadito l’importanza della pace nell’area del Mediterraneo. Secondo il Pontefice, l’importanza di quell’area “…non è diminuita in seguito alle dinamiche determinate dalla globalizzazione, al contrario, quest’ultima ha accentuato il ruolo del Mediterraneo quale crocevia di interessi e vicende significative dal punto di vista sociale, politico, religioso ed economico”. Ma per Papa Francesco, come lo ha ribadito in ogni occasione, l’ipocrisia in generale, e quella delle persone che hanno delle responsabilità statali e istituzionali, rappresenta un male le cui conseguenze stanno causando tante sofferenze in ogni parte del mondo. Anche durante il suo sopracitato intervento, il Santo Padre ha parlato di quell’ipocrisia, considerandola come “il grave peccato di ipocrisia”. Proprio quell’ipocrisia manifestata ed evidenziata purtroppo spesso, come ha ribadito il Papa “…nei convegni internazionali, nelle riunioni, tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che sono in guerra. Questo si chiama la grande ipocrisia”.

    Anche quanto sta accadendo da alcuni anni a questa parte in Albania rappresenta una chiara dimostrazione della grande ipocrisia di cui parla Papa Francesco. Si tratta non di vendita di armi, perché l’Albania non è un paese in guerra. Ma l’Albania, paese che si affaccia sul Mare nostrum, si trova nei Balcani, dove si stanno affrontando diversi grandi interessi delle grandi potenze. Poi, da alcuni anni, l’Albania, secondo i rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, risulta essere un paese crocevia di vari traffici illeciti di stupefacenti, di armi ed altro. Sempre secondo i rapporti ufficiali delle strutture internazionali specializzate, l’Albania risulta essere, in questi ultimi anni, uno dei paesi dove si stanno riciclando i denari sporchi della criminalità locale e quella internazionale. Dati e fatti realmente accaduti alla mano, risulta che in Albania ormai il potere si sta paurosamente concentrando nelle mani di una sola persona: del primo ministro. Proprio com’è successo con il “suo carissimo amico” Erdogan in Turchia e con il suo simile, Lukashenko, in Bielorussia. In Albania, sempre dati e fatti accaduti alla mano, da alcuni anni ormai, si è restaurata una nuova e sui generis dittatura, gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi clan occulti internazionali. Un’alleanza quella nella quale non si sa bene [pubblicamente] chi comanda chi e cosa. Nel caso della Turchia e della Bielorussia, giustamente, si sta pubblicamente parlando e stanno reagendo con delle ufficiali prese di posizione sia le cancellerie che le istituzioni dell’Unione europea. Mentre nel caso dell’Albania non se ne parla, o si parla poco e soltanto quando si conclude qualche operazione delle polizie di altri paesi contro i traffici illeciti. Nessuno però parla, come nel caso della Turchia e della Bielorussia, della restaurata dittatura in Albania e delle sue preoccupanti conseguenze, non solo per gli albanesi, ma anche per i paesi confinanti. L’Italia e la Grecia ne sanno ormai qualcosa. Anche questi “strani” atteggiamenti delle cancellerie e delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto della Commissione, rappresentano un’ulteriore dimostrazione di quell’ipocrisia di cui parla preoccupato Papa Francesco.

    E proprio il 6 ottobre scorso, la Commissione europea ha ufficialmente presentato il Rapporto di progresso per il 2020 sull’Albania. Un’altra ed ulteriore espressione della sua ripetuta “ipocrisia istituzionale”. Lo ha fatto dal 2016 in poi. E in una maniera clamorosa e del tutto fuori della realtà vissuta e sofferta in Albania. Se fosse stato per le “garanzie” date dalla Commissione europea ed espresse ufficialmente nei suoi Rapporti di progresso, l’Albania adesso sarebbe in una fase avanzata del suo percorso europeo. Ovviamente non per merito, non per gli “entusiastici progressi, in più di 95% degli acquis communautaire”, ma bensì per “altre ragioni”. Due anni dopo, nel 2018, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza era sicura e anche molto contenta che “L’Albania aveva avuto [finalmente] quello che meritava”. Non solo, ma lei lo considerava come “…un momento storico sia per l’Albania che per l’Unione europea” (Sic!). Chissà però perché sarebbe stato un “momento storico per l’Unione europea”?! Mentre il primo ministro albanese era molto emozionato perché era proprio grazie a lui e al suo governo che l’Albania aveva ormai “…una nuova statura nell’arena internazionale”.  E siccome si trattava di un “momento storico”, il primo ministro albanese, per l’occasione, ha distribuito delle medaglie di riconoscimento a quattro ambasciatori che avevano contribuito che tutto ciò accadesse! Ma quelle buffonate del primo ministro, come al solito, si sono subito discreditate. Con lo stesso “ottimismo” la Commissione europea però, ha continuato a presentare una “realtà virtuale” nel caso dell’Albania. Una realtà che contrasta palesemente con quella vera, vissuta e sofferta quotidianamente dai cittadini albanesi. Una realtà, della quale erano però a conoscenza e consapevoli i capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo, i quali hanno continuamente negato l’apertura dei negoziati all’Albania.

    Nel sopracitato Rapporto di progresso della Commissione europea sull’Albania per il 2020, si evidenziavano, come sempre, dei “progressi”. Affermazioni ufficiali, che in Albania fanno ridere anche i polli! Ma fanno anche indignare molte persone consapevoli ed oneste. Tutti quei cittadini responsabili, che non possono essere ingannati e manipolati dal primo ministro e dai soliti “rappresentanti internazionali”. Sono pochi in Albania quelli che possono ancora credere che la riforma del sistema della giustizia sia stata un successo. Mentre, riferendosi proprio a quella “Riforma”, il sopracitato Rapporto evidenzia che “…l’attuazione di una [simile] rappresentativa e completa riforma della giustizia è continuata senza sosta, risultando con un buon progresso”! La vera e vissuta realtà quotidiana dimostra e testimonia ben altro. Sono pochi in Albania quelli che, riferendosi alla diffusa corruzione, possono ancora credere che “…le autorità albanesi […] hanno esaudito la condizione [posta per l’apertura] della prima Conferenza intergovernativa”! Sono pochi in Albania quelli che possono ancora credere che ‘…l’Albania ha fatto un buon progresso nel rafforzamento della lotta contro la criminalità organizzata”! Mentre in Albania è convinzione diffusa che la criminalità determina le decisioni istituzionalmente prese. Queste sono soltanto alcune delle affermazioni del tutto non realistiche pubblicate nel sopracitato Rapporto.

    Chi scrive queste righe, come spesso accade, avrebbe tanti altri argomenti da trattare, dei quali da tempo e a più riprese ha informato il nostro lettore. Argomenti riguardanti le falsità che da alcuni anni si scrivono nei Rapporti ufficiali della Commissione europea sull’Albania. Egli però pensa di chiudere questo articolo con quanto ha detto Papa Francesco il 12 aprile scorso, durante il suo Messaggio Pasquale. E cioè che “… Oggi l’Unione europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero”. Nel frattempo l’autore di queste righe si chiede però: in quale istituzione dell’Unione europea credere?

  • La Ue impone sanzioni contro la Bielorussia ma salva Lukashenko

    L’Unione europea sferra il colpo contro il regime bielorusso, ma solo a metà. Bruxelles, dopo un vertice straordinario dei 27 leader, ha raggiunto l’accordo, superando il veto di Cipro, e ha varato le sanzioni contro 40 funzionari di Minsk accusati a vario titolo di aver contribuito ai brogli elettorali e alla brutale repressione dei manifestanti pacifici che dal 9 agosto sono scesi in piazza per contestare il risultato delle elezioni presidenziali. Nella lista c’è un’assenza che pesa: quella del leader autoritario Alexander Lukashenko, alla guida del paese dal 1994. Tra i sanzionati figurano il ministro dell’Interno Yuri Khadzimuratavich, e i suoi viceministri, accusati della campagna di repressione e intimidazione contro i dissidenti e i giornalisti, oltre a funzionari della sicurezza, membri della commissione elettorale e al direttore del centro di detenzione di Minsk, Ivan Yurievich, “responsabile del trattamento inumano e degradante, compresa la tortura, dei cittadini detenuti in seguito alle elezioni presidenziali”. L’Unione europea spera che queste misure inducano Lukashenko a liberare i detenuti e a impegnarsi al dialogo inclusivo per trovare una via d’uscita pacifica alla crisi. Tuttavia, se Minsk deciderà di tirare dritto, restando sorda alle richieste del popolo bielorusso, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro. “L’elenco delle persone prese di mira sarà sotto costante revisione e l’Ue è pronta a imporre ulteriori misure restrittive, se la situazione non migliorerà”, ha ammonito l’Alto rappresentate Ue Josep Borrell. Sulla stessa lunghezza d’onda gli Stati Uniti che hanno imposto sanzioni nei confronti di otto dirigenti bielorussi “in coordinamento con i nostri partner internazionali, il Regno Unito, il Canada e l’Unione europea, per dimostrare la solidarietà della comunità internazionale” e prendere posizione in favore del popolo bielorusso contro le azioni “fraudolente e violente” del governo. La reazione di Minsk è stata tutt’altro che conciliante. Il ministero degli Affari esteri bielorusso ha fatto sapere di essere al lavoro per preparare delle sanzioni reciproche contro l’Unione europea e ha minacciato l’interruzione dei rapporti diplomatici in caso di ulteriore inasprimento delle restrizioni. Una condanna è arrivata anche dal Cremlino, il più stretto alleato di Lukashenko, che ha bollato la mossa di Minsk come una “manifestazione di debolezza più che di forza”. Il portavoce Dmitry Peskov ha accolto invece con favore l’esclusione del leader autoritario dalla lista dei sanzionati, sottolineando che, se Bruxelles lo avesse attaccato direttamente si sarebbe persa qualsiasi speranza di arrivare a un accordo pacifico. La decisione dell’Ue è arrivata al termine del primo giorno di lavori del Consiglio europeo straordinario, dopo un lungo braccio di ferro con Cipro che ha accusato l’Unione di utilizzare un doppio standard di trattamento tra la Bielorussia e la Turchia, colpevole di aver avviato attività esplorative di gas e petrolio nel Mediterraneo orientale, in un tratto di mare su cui Atene e Nicosia rivendicano la sovranità territoriale e lo sfruttamento esclusivo delle risorse energetiche. Dopo una lunga cena tra i leader, Cipro ha ceduto, dando il via libera alle sanzioni contro Minsk e ottenendo in cambio una presa di posizione di Bruxelles contro Ankara, che però si è fermata più alle minacce verbali che ai fatti. “Le elezioni” in Bielorussia “non rispondono agli standard democratici. Vogliamo che ci sia un percorso chiaro e una rapida evoluzione verso elezioni libere e credibili”, è stata la richiesta avanzata dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, “Vogliamo che siano rispettati i diritti di chi protesta in maniera pacifica. Pretendiamo che le autorità prendano atto della situazione”. Intanto la cancelliera Angela Merkel ha fissato per martedì a Berlino un incontro con la leader dell’opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya. Il principale argomento di discussione, ha fatto sapere la portavoce della cancelliera, sarà “la situazione nel paese dopo le elezioni presidenziali”.

  • Un inganno tira l’altro

    L’umanità è una mandria di esseri che devono essere
    governati con la frode, l’inganno, e con lo spettacolo.

    Edmund Burke

    Fallacia alia aliam trudit. Ossia un inganno tira l’altro. Erano convinti già moltissimi secoli fa, e non solo coloro che in quel tempo parlavano in latino. Saggia convinzione, dovuta alle tante esperienze di vita. Esperienze che, purtroppo, si verificano e si ripetono ogni giorno, in tutte le parti del mondo, causando però molte delusioni, sofferenze e spesso anche conflitti. Sia a livello individuale, che di gruppo. Tutti coloro che ingannano si presentano sotto varie vesti: dal misero imbroglione di strada, che truffa per poco per i bisogni quotidiani, fino a colui che truffa per dei milioni. Da quelli che imbrogliano per vizio e fino a coloro che hanno delle responsabilità conferite dal popolo, tramite il voto, ma che però, truffano proprio il popolo.

    Un tema, quello dell’inganno e delle truffe, trattato anche in tanti racconti, romanzi e sceneggiati. Sono emblematiche, per esempio, le scene del famoso film Totò truffa 62 del regista Camillo Mastrocinque. Si tratta di un capolavoro di Totò e della sua solita “spalla”, socio in inganni, Nino Taranto. Totò si presenta come Cavaliere Ufficiale Antonio Trevi, proprietario, da molte generazioni, della Fontana di Trevi a Roma. Mentre Nino Taranto, invece, si presenta, quanto serve, come il ragionier Gerolamo Scamorza, rappresentante di una casa cinematografica, che deve girare un film proprio alla Fontana di Trevi. Nel sopracitato film loro due cercavano di vendere, con l’inganno, la Fontana di Trevi! Si, proprio la Fontana di Trevi, uno dei più noti e famosi monumenti non solo di Roma ma anche dell’Italia. Avevano trovato anche la vittima dell’inganno, che era Decio Cavallo. Proprio lui, un oriundo, un facoltoso italio-americano che, come lui stesso diceva: ”…ho lasciato l’America definitivamente e mi voglio stabilire in Italia, ma vado alla ricerca di un buon bisiniss”. Per convincere il compratore, al quale, guida turistica alla mano, risultava che la Fontana era dello scultore Bernini, Totò spiega che era proprio un suo bisnonno che “fece venire apposta uno scultore dalla Svizzera”. E visto che l’italo-americano, il quale voleva fare “bisiniss”, leggeva il nome di Bernini, Totò, senza batter ciglio, lo assicura: “Appunto, siccome veniva da Berna, era piccoletto, lo chiamavano il Bernini”.

    Gli inganni e l’umorismo di Totò nel film Totò truffa 62 fanno ridere, ma sono, comunque, una buona lezione. Totò truffa un benestante e ingenuo italo-americano che voleva fare “bisiniss”. Ma ci sono anche quelli che mettono consapevolmente in atto dei brogli e delle manipolazioni elettorali, per appropriarsi del potere politico e poi farne uso ed abuso. La tentazione di avere anche quello che non ti spetta, violando l’espressione della volontà del popolo, purtroppo non è un raro fenomeno, in varie parti del mondo. Ma in tutti i paesi democratici, o che mirano a diventare tali, per rendere impossibile e contrastare questo fenomeno, ci sono le leggi e tutte le apposite strutture che garantiscono o, almeno, dovrebbero garantire il voto libero dei cittadini. Cosa che purtroppo, non accade in tutti i paesi. Un esempio ormai pubblicamente noto e molto significativo è quello che è successo il 5 agosto scorso in Bielorussia. In seguito ad una farsa elettorale, con tanti brogli e manipolazioni, Lukashenko ha vinto un altro immeritato mandato che non rappresentava l’espressione della volontà del popolo. Ma la volontà del popolo sovrano, purtroppo, potrebbe essere trascurata, condizionata e/o addirittura negata anche nei paesi con delle democrazie funzionanti. Figuriamoci poi in altri paesi come l’Albania, con delle serie e continue problematiche elettorali, soprattutto in questi ultimi anni. Problematiche evidenziate sia dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali, specializzate proprio per le gare elettorali, sia da diversi noti media internazionali, che hanno pubblicato anche delle registrazioni audio.

    L’autore di queste righe condivide in pieno quanto scriveva Cristiana Muscardini, circa tre mesi fa, in un suo articolo. E cioè che “Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte.” (Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte; 1 luglio 2020). Ma quanto è accaduto con le elezioni in Albania, soprattutto dal 2015 ad oggi, rappresenta una consapevole strategia messa in atto, per alterare, condizionare e/o manipolare l’espressione, tramite il voto, della volontà dei cittadini. Quanto scriveva Cristiana Muscardini nel sopracitato articolo, rispecchia fedelmente anche quello che sta accadendo in Albania in questi ultimi mesi con la Riforma elettorale. L’Albania è però un paese che sta proseguendo il suo lungo, difficile, tortuoso e sempre più in salita percorso europeo. Perciò deve adempiere le condizioni poste da alcuni anni e riconfermate anche in questi ultimi mesi, sia da singoli paesi membri dell’Unione europea, che dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Una delle condizioni sine qua non è quella dell’approvazione e l’attuazione, nelle prossime elezioni, della Riforma elettorale. Ed era proprio questa condizione del Consiglio europeo che ha “costretto” i partiti politici a firmare un accordo il 14 gennaio 2020, sia per costituire un “Consiglio politico” che per prendere e rispettare determinati impegni. Poi, dopo gli interventi “poco diplomatici” di alcuni ambasciatori in Albania, il 5 giugno scorso è stato firmato unanimemente un Accordo che doveva garantire l’approvazione della Riforma elettorale. Ma subito dopo, il primo ministro e il suo rappresentante al “Consiglio politico” hanno calpestato l’accordo del 5 giugno votando in Parlamento dei cambiamenti unilaterali dell’accordo e spesso, anche in palese violazione della Costituzione. Da sottolineare, però, che da più di tre anni in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò, a tempo debito, sia lo scorso giugno che la scorsa settimana. Nel frattempo, il primo ministro, da incallito imbroglione e spudorato bugiardo qual è, ha cambiato diverse volte le “carte in tavola” per avere, finalmente, un Codice elettorale, parte basilare e obiettivo finale della Riforma elettorale, come lui vuole, intenzionato com’è di vincere le elezioni, costi quel che costi. E proprio oggi, lunedì 5 ottobre, il Parlamento, con tutta probabilità, voterà alcuni altri cambiamenti del già modificato Codice elettorale. Si sanciranno così, di fatto e realmente, sia le liste chiuse che l’impedimento delle coalizioni pre-elettorali dei partiti, nonostante le “acrobazie verbali”, gli inganni e le continue bugie pubbliche del primo ministro e di altri. Così facendo, lui sta dimostrando sia la sua decisa volontà che tutto il suo incontrollato, incontrollabile e pericoloso potere istituzionale a fare della Riforma elettorale un prodotto a suo servizio. Impedendo così ai cittadini di esercitare il loro diritto di voto libero e manipolando il risultato finale. Come Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese sta abusando di tutto il suo potere istituzionale per fare un Codice elettorale a suo piacimento e interesse. Allo stesso tempo lui sta cercando di ingannare l’opinione pubblica per poi truffare di nuovo gli albanesi nelle prossime elezioni politiche del 25 aprile 2021. Chi scrive queste righe considera vitale per l’Albania l’importanza di un processo elettorale libero e democratico. Soprattutto adesso che è stata restaurata una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. All’autore di queste righe Totò sembra innocuo come truffatore di fronte al primo ministro albanese e ad altri rappresentanti politici. E per impedire che in Albania un inganno tiri l’altro e che gli albanesi diventino una mandria che deve essere governata con la frode, l’inganno e con lo spettacolo essi stessi devono reagire.

  • Inquietanti dimostrazioni dittatoriali

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin; dal film “Il grande dittatore”

    La televisione pubblica tedesca ARD, circa una decina di giorni fa, in base ad un’analisi fatta, evidenziava la necessità di superare una “crisi interna” dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Una crisi causata dall’incapacità di nominare il nuovo segretario generale, visto che il mandato dell’uscente scadeva a metà del luglio scorso. Una simile situazione sta mettendo l’OSCE in difficoltà perché non può svolgere normalmente i propri obblighi statutari. Tra l’altro, nell’analisi della televisione tedesca, si evidenziava anche la diretta responsabilità del presidente di turno dell’OSCE, che quest’anno è il primo ministro albanese. Fatto che potrebbe aumentare i disagi, se non si interviene subito e con delle decisioni prese dalle diplomazie degli altri paesi membri. Perché “…in più l’Albania, che ha meno contatti e influenza diplomatica che altri paesi […] avrà questo incarico fino a fine anno”. La sopracitata analisi, riferendosi poi alla crisi in Bielorussia, causata subito dopo la rielezione di Lukashenko, evidenziava l’incapacità del presidente di turno dell’OSCE di intervenire per risolvere la crisi. Perché, il presidente di turno, e cioè il primo ministro albanese, “… non poteva frenare, oppure trovare una soluzione della crisi, perché non aveva i legami e le influenze tra i paesi membri dell’OSCE”. Anzi, Lukashenko “…lo ha ignorato, negandogli la visita” proposta ufficialmente proprio da lui, dal primo ministro albanese, nella veste di presidente di turno dell’OSCE. E non poteva essere diversamente. L’autore di queste righe ha informato di tutto ciò il nostro lettore tre settimane fa (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue; 7 settembre 2020).

    Nel frattempo però, il primo ministro albanese rifiuta in Albania la richiesta dell’opposizione per coinvolgere i rappresentanti dell’OSCE a redigere tutte le necessarie correzioni sulla Riforma elettorale, accordata il 5 giugno scorso dai partiti politici. Un accordo, quello, salutato anche dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcune importanti cancellerie europee e quella statunitense. Un accordo, quello, firmato da tutti, ma poi, subito dopo, ignorato dalla maggioranza governativa, che ha votato in Parlamento degli emendamenti cambiando così quanto accordato precedentemente. Emendamenti che adesso il primo ministro e i suoi rappresentanti stanno cercando di rappezzare di nuovo. Cosa che è tutt’altro che difficile per lui che, da più di un anno ormai, controlla indisturbato tutti i deputati eunuchi del parlamento. Tutto ciò mentre, da più di tre anni, in Albania la Corte Costituzionale non funziona più. Perciò il primo ministro può agire indisturbato per finalizzare i suoi obiettivi. Il primo tra i quali adesso è la vittoria nelle prossime elezioni politiche, fissate per il 25 aprile 2021. E tutto ciò anche sotto gli occhi dei rappresentanti internazionali. Proprio quelli che hanno infranto tutte le regole sancite dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, mentre “costringevano” non diplomaticamente le parti, “ospitate” nella residenza dell’ambasciatrice statunitense, a firmare l’Accordo sulla Riforma elettorale del 5 giugno scorso. Adesso però, proprio loro, i “soliti rappresentanti internazionali”, stanno, chissà dove, a guardare, come sempre, con “occhi chiusi e orecchie tappate”. Proprio loro adesso fanno finta di niente e non reagiscono contro queste inquietanti dimostrazioni dittatoriali del primo ministro albanese. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato a tempo debito il nostro lettore. Esprimendo, allo stesso tempo, anche le sue perplessità e i suoi dubbi, sia sulla bontà dell’accordo, che sulla serietà e l’impegno del primo ministro e dei suoi a rispettare quell’accordo. Egli scriveva allora “…Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena”. (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’….;8 giugno 2020). Sempre in riferimento al sopracitato accordo, una settimana dopo egli scriveva: “… Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza” (Dannosa ipocrisia in azione, come un ‘déjà vu’…; 15 giugno 2020).

    In Bielorussia continuano, dal 5 agosto scorso, le massicce e motivate proteste dei cittadini contro Lukashenko, il suo regime dittatoriale e le manipolazione elettorali. Tra lui e il primo ministro albanese sono tante le somiglianze. Somigliano nel modo con il quale esercitano il potere conferito di fronte alle elezioni. Somigliano nel modo in cui si comportano e reprimono le proteste dei cittadini che chiedono il rispetto dei loro sacrosanti diritti. Somigliano, soprattutto, nella loro determinazione ad aggrapparsi al potere, costi quel che costi, usando tutti i noti e duri modi che caratterizzano le dittature. Anche il primo ministro Albanese, come Lukashenko, sta cercano un nuovo mandato. Non importa come e non importa con quale prezzo. Ma mentre in Bielorussia continuano le proteste contro Lukashenko, in Albania non si protesta da più di un anno. Questo grazie anche al comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali si sono dimenticati delle diverse “linee rosse” pubblicamente dichiarate con tanto di giuramenti e poi “stranamente dimenticate” e/o ignorate. Il che ha permesso al primo ministro di agire indisturbato ed attuare il suo progetto per “rimanere al potere fino al 2029”! E lui farà tutto il possibile perché ciò possa accadere. Almeno vincere le prossime elezioni che gli permetteranno il tanto ambito terzo mandato. Da sottolineare che il primo ministro albanese, nel suo disperato tentativo di vincere quel mandato, non ha niente da perdere. Mentre da guadagnare ne ha e come! Ragion per cui lui non guarderà in faccia a nessuno, proprio a nessuno. Non risparmiando neanche i suoi “fedelissimi, carichi di peccati”. Farà tutto ciò e ben altro purché lui possa realizzare il suo vitale obiettivo: vincere il terzo mandato per salvare tutto, ma proprio tutto quello che ha a che fare con lui stesso! Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con la “Riforma elettorale” e altro ancora, rappresenta il preludio di quello che il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri” stanno preparando per le prossime elezioni del 25 aprile 2021. Seguendo anche l’esempio di Lukashenko in Bielorussia.

    Chi scrive queste righe è convinto e non smetterà di ripetere quello che ci insegna la storia. E cioè che in nessun paese una dittatura possa essere sconfitta con il “voto libero”! Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. La storia ci insegna che le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Compresa anche la dittatura ormai restaurata e funzionante in Albania. Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Spetta però ai cittadini reagire determinati e consapevoli che i dittatori sono tali e agiscono liberamente, solo perché rendono schiavo il popolo.

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