Ambiente

  • Volkswagen, Green Deal e crisi dell’automotive europeo: quando l’ideologia sostituisce la strategia industriale

    Da 50.000 licenziamenti, cifra ipotizzata soltanto poche settimane fa, si è passati a stimare fino a 100.000 esuberi, con la possibile chiusura di quattro stabilimenti produttivi Volkswagen in Germania. Se tali previsioni dovessero trovare conferma, ci troveremmo di fronte alla più grave ristrutturazione industriale della storia del gruppo tedesco e a uno degli episodi simbolo della crisi che sta investendo l’intera industria automobilistica europea.

    Tuttavia ridurre il tutto ad una semplice crisi aziendale potrebbe essere decisamente fuorviante. La vicenda Volkswagen rappresenta il punto di incontro tra tre fattori che, sommati, stanno mettendo in discussione la competitività dell’intera industria europea.

    Le scelte politiche dell’Unione Europea, la concorrenza strategica della Cina che trova proprio nel dumping energetico ed economico una delle proprie forze ma anche gli errori di valutazione compiuti dagli stessi gruppi industriali stanno creando delle situazioni disastrose. L’adozione ceca e quindi puramente ideologica del Green Deal ha determinato una trasformazione dell’industria europea, i cui effetti già oggi cominciano ad essere evidenti. Negli ultimi anni la Commissione europea ha costruito gran parte della propria politica industriale attorno al Green Deal, e all’obiettivo della completa eliminazione della mobilità privata, ed al 2050 dell’intero ciclo economico. L’eliminazione dei motori endotermici dal 2035 è divenuta il simbolo di questa strategia, tuttavia la politica europea ha progressivamente sostituito una logica industriale con un’impostazione prevalentemente ideologica, imponendo un modello tecnologico unico anziché lasciare che fosse il mercato a determinare l’evoluzione della domanda. Invece di adottare il principio della diversificazione nella mobilità si è preferito imporre una visione massimalista. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre il mercato continua a privilegiare soluzioni ibride e tecnologie diversificate, Bruxelles continua a incentivare quasi esclusivamente la mobilità completamente elettrica, tanto da creare una situazione paradossale e contraddittoria se confrontata con quanto avviene nelle altre grandi economie mondiali.
    Gli Stati Uniti hanno imposto da tempo dazi del 100% sulle automobili elettriche cinesi, limitando progressivamente anche l’ingresso di veicoli dotati di tecnologie sviluppate in Cina per motivi di sicurezza nazionale entro il 2030, microchip compresi. La Cina, dal canto suo, protegge il proprio sistema industriale attraverso massicci finanziamenti pubblici, una politica energetica fondata su costi estremamente contenuti grazie ad un’espansione della produzione elettrica alimentata anche dall’apertura di decine di nuove centrali a carbone (52 nel 2025 ed 83 nel 2026). L’Europa, invece, continua ad aprire il proprio mercato proprio ai produttori che beneficiano di tali vantaggi competitivi, con il risultato che gli incentivi europei alla mobilità elettrica finiscono per sostenere indirettamente anche i produttori cinesi i quali si vedono oggetto di un doppio incentivo tanto nel paese d’origine quanto in Europa. Andrebbe quindi riconsiderato come Il vantaggio competitivo della Cina non derivi esclusivamente dall’efficienza industriale. Per anni Pechino ha sostenuto con finanziamenti pubblici l’intera filiera delle batterie e dei veicoli elettrici, il basso costo
    dell’energia consente alle imprese cinesi di produrre a costi molto inferiori rispetto ai concorrenti europei.
    Si crea così una forma di dumping energetico ed industriale che rende estremamente difficile la competizione per i costruttori occidentali. A questo vantaggio economico si aggiunge un ulteriore beneficio creato proprio dalla normativa europea. Le regole comunitarie sui crediti ambientali e sui limiti di emissione
    favoriscono infatti i produttori specializzati esclusivamente nelle auto elettriche, consentendo loro di accumulare crediti negoziabili e trasformare la regolazione ambientale in un’ulteriore fonte di
    profitto. La responsabilità della politica europea quindi risulta evidente.

    Tuttavia attribuire ogni responsabilità esclusivamente alle imprese sarebbe però semplicistico. La Commissione europea ha costruito una politica industriale fondata sull’idea che fosse possibile creare artificialmente un nuovo mercato attraverso norme, incentivi e divieti. Ma la domanda non nasce per decreto. Il consumatore europeo continua infatti a manifestare numerose perplessità verso la mobilità completamente elettrica, sia per ragioni economiche sia per limiti infrastrutturali ancora irrisolti. Il mercato ha quindi espresso un orientamento diverso rispetto a quello immaginato dalla politica.
    In questo contesto trova la propria collocazione la responsabilità di Volkswagen, in quanto il colosso di Wolfsburg non ha semplicemente subito le decisioni europee, le ha sostenute. Il management del gruppo di Wolfsburg ha visto nella transizione elettrica obbligatoria una straordinaria opportunità industriale, quindi un’opportunità speculativa senza precedenti. Il ragionamento appariva semplice.

    Se dal 2035 verrà confermato il divieto di produrre auto endotermiche, il mercato sarà costretto a sostituire progressivamente circa 300 milioni di veicoli. Per un costruttore capace di produrre circa dieci milioni di
    automobili all’anno sembrava prospettarsi una stagione di crescita garantita per decenni.
    Quella che poteva sembrare una strategia industriale si è invece rivelata una vera scommessa speculativa fondata su una domanda che il mercato non ha mai realmente espresso.

    Viceversa il più grande produttore di autoveicoli al mondo, Toyota, ha adottato una strategia diversa. Paradossalmente è proprio Toyota, pioniera della mobilità elettrificata con la Prius, a opporsi più decisamente alla transizione dell’automobile esclusivamente verso una modalità elettrica. Da anni Akio Toyoda sostiene che la decarbonizzazione debba essere perseguita attraverso una pluralità di tecnologie: motori endotermici sempre più efficienti, sistemi ibridi, idrogeno ed elettrico. Questa strategia ha consentito al gruppo giapponese di mantenere una maggiore flessibilità produttiva e una migliore capacità di adattamento all’evoluzione della domanda mondiale.

    Volkswagen ha invece scelto di concentrare gran parte della propria strategia sul successo della transizione elettrica promossa dall’Unione Europea, arrivando persino a dire che il motore endotermico andrebbe superato. Il rallentamento della domanda ha così trasformato quella che sembrava un’opportunità in un pesante problema industriale per Volkswagen e per l’intero settore industriale composto dalle diverse filiere internazionali. L’errore fondamentale consiste nell’aver ritenuto che una decisione politica potesse sostituire il comportamento dei consumatori, esattamente come una economia socialista si è cercato di imporre un prodotto invece di interpretare le esigenze dei cittadini.

    La storia economica insegna che nessun mercato può essere creato esclusivamente attraverso obblighi normativi. La domanda nasce quando un prodotto risponde alle esigenze del consumatore in termini di costo, utilità, affidabilità e convenienza. E nel caso delle automobili elettriche questo equilibrio non si è ancora realizzato. Non sorprende quindi che perfino lo stabilimento Audi di Bruxelles, nato specificamente per produrre veicoli elettrici premium, abbia incontrato enormi difficoltà produttive fino alla precipitosa chiusura con oltre 2500 licenziamenti. In considerazione poi dei contesti internazionali le valutazioni relative ad ogni politica europea andrebbero inserite nel contesto mondiale. Andrebbe ricordato allora come oggi Cina, Stati Uniti e India producono oltre la metà (52%) delle emissioni mondiali di CO₂.  Viceversa, l’intera Unione Europea contribuisce per circa il 6,7% delle emissioni globali e la Germania e l’Italia rappresentano rispettivamente circa l’1,2% e lo 0,8%. In considerazione di questi valori anche un azzeramento totale delle emissioni europee produrrebbe effetti climatici nulli sul piano globale, mentre i costi economici e occupazionali rischiano di essere enormi.

    La vicenda Volkswagen dimostra come politica, ideologia e strategie industriali possano alimentarsi reciprocamente fino a produrre effetti inattesi in quanto la Commissione europea ha immaginato di guidare il mercato attraverso regolazioni sempre più stringenti. Mentre Volkswagen ha ritenuto conveniente appoggiare tale strategia confidando nella nascita di una domanda garantita, la Cina ha avviato una strategia economica ed industriale che ha sfruttato la complicità disastrosa tra Commissione Europea e gruppi industriali investendo massicciamente nella propria capacità produttiva. La crisi di Volkswagen non rappresenta soltanto il fallimento di una strategia aziendale in quanto  evidenzia i limiti di un modello nel quale la politica pretende di sostituire le dinamiche economiche mentre  alcune grandi imprese rinunciano alla propria autonomia strategica confidando che siano le istituzioni a creare artificialmente nuovi mercati.
    L’industria automobilistica europea è cresciuta in oltre un secolo grazie all’innovazione tecnologica, alla capacità di interpretare i bisogni dei consumatori e alla competizione internazionale. Pensare che tale equilibrio possa essere sostituito da vincoli normativi e da una pianificazione di natura prevalentemente ideologica rischia di produrre un progressivo indebolimento della capacità industriale europea.
    I licenziamenti annunciati da Volkswagen potrebbero rappresentare soltanto il primo segnale di una crisi ben più ampia, destinata a coinvolgere l’intera filiera manifatturiera del continente.

  • Australia’s coal and gas exports violate our human rights, group says in new UN case

    A group of Australians have accused the government of violating their human rights by continuing to export coal and gas and are asking the UN to take action.

    The group say their lives have been harmed due to extreme weather in Australia – bushfires, floods, heatwaves, rising sea levels and toxic algal blooms – and the government’s support of fossil fuel companies is to blame.

    It is the first legal claim taken to an international body or court since 2025’s ruling by the International Court of Justice (ICJ) that countries can be sued over climate change.

    Any decision by the UN is not legally binding but Australia – one of the world’s largest coal and gas exporters – would be expected to respond.

    The BBC has contacted Environment Minister Murray Watt for comment.

    Dr Barry Traill, a wildlife ecologist and volunteer firefighter, is one of the ten litigants.

    In 2009, several of his friends died during the devastating Black Saturday bushfires in Victoria, despite being prepared and experienced, he said.

    “That deeply changed me,” Traill said, and “it became clear that the old rules around fires and survival no longer applied”.

    In 2019, he was on the frontlines battling severe blazes in Queensland during the so-called Black Summer fires where he saw that climate change was not a future problem.

    “It is already killing people and hurting lives, landscapes and communities across Australia,” he said.

    “Continuing to allow coal and gas companies to increase pollution, while people face worsening disasters, is a profound failure of responsibility.”

    Brendon Donohue has also joined the legal claim, describing how he was trapped in his home for 10 days in 2022 when floods in Brisbane damaged the power supply of his apartment block, meaning the lifts, intercom and exits were not accessible.

    “Because I live with blindness and mobility challenges, climate impacts affect me differently and can make everyday life much harder to navigate safely,” he said.

    Another case is that of Prof Anne Poelina, an Indigenous woman from the Kimberley region in Western Australia, who describes being displaced from the area around the Fitzroy River, one of the state’s most important waterways, because of catastrophic flooding.

    “When the river is healthy, our people are healthy,” she said, and “when the river suffers, our people suffer.”

    “What concerns me most is the intergenerational loss of cultural knowledge,” she added as “so much of our knowledge is not written down”, but passed on by being physically present on the land.

    One of the lawyers helping the group with their claim said that “climate harm caused by Australia’s coal and gas doesn’t stop at a border, and neither does Australia’s responsibility for it”.

    “They are asking the United Nations Human Rights Committee to declare that it’s unlawful for Australia to continue approving and subsidising coal and gas for export without a plan to protect people from dangerous climate change,” said Hannah White, senior lawyer with Environmental Justice Australia.

    Last July, the ICJ – considered the world’s highest court with global jurisdiction – ruled that countries can sue each other for climate change, including over historic emissions of planet-warming gases.

  • Appello di Tamaro alle istituzioni: la biodiversità non si protegge favorendo la caccia

    Sul Corriere della Sera Susanna Tamaro contesta l’estensione della possibilità di cacciare, alla base del testo del disegno di legge 1552 per modificare la legge 157 del 1992 (legge che proclama la fauna selvatica patrimonio dello Stato), osservando che «ormai la caccia è un’attività di nicchia che riguarda 500 mila persone in un Paese di 60 milioni di abitanti, dei quali il 90% è contrario alla caccia». Alla luce di questi dati, nota che cercare di accaparrarsi le simpatie elettorali dei cacciatori non ha molto senso: «Il vantaggio politico sembra essere abbastanza fragile» mentre «l’idea di far passare la caccia ‘un’attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi’ è quantomeno imbarazzante ed esautora il lavoro dell’Ispra, delle università e dei carabinieri forestali» perché «ci sono problemi di invasività, cinghiali in primis — problema peraltro sorto per l’importazione dei cacciatori negli anni Sessanta di cinghiali extra europei che hanno trasformato il nostro piccolo cinghiale in un palestrato ad alto tasso riproduttivo — ma ogni paese in Italia ha ormai la sua squadra di cinghiali che compie continue battute per tenerne il numero sotto controllo. Da qualche anno sono arrivati anche a casa mia i lupi, attirati dai succulenti bocconcini che sono i cinghialetti. Dunque, l’ordine preda-predatore viene ripristinato. Purtroppo, attaccano anche le pecore, ma tutti i pastori si sono forniti di cani dell’Asia centrale specializzati proprio nella difesa del gregge da parte dei lupi».

    Quarant’anni di vita in campagna portano Tamaro a osservare ancora che «il cambiamento climatico è stato molto rapido e ha provocato già squilibri e alterazioni nel mondo vivente, particolarmente negli uccelli migratori che arrivano generalmente tra l’inizio e la metà di marzo — tranne il rigogolo che giunge più tardi — e si trovano ad affrontare, nel periodo nuziale a riproduttivo, una grave scarsità di cibo. I mesi invernali infatti sono slittati in avanti, ormai abbiamo dicembri tiepidi e marzi gelidi e il freddo paralizza gli insetti. Senza insetti, le nidiate sono destinate ad essere deboli e a «pigolare sempre più piano» come ci ricorda il grande Pascoli. Che razza di tutela sarebbe uccidere queste creature sfinite dalla migrazione? Oltre al cambiamento climatico, gli stessi uccelli devono affrontare i grandi mutamenti nell’agricoltura: assenza di siepi, coltivazioni intensive, uso massiccio di pesticidi; ancora una volta sono gli insetti ad esserne vittime e gli insetti sono la base alimentare di grande parte del vivente. Secondo i dati del 2025 ricavati dal Farmland Bird Index, cioè l’indicatore che descrive l’andamento della popolazione degli uccelli nelle aree agricole — finanziato tra l’altro dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste — ci parla di un calo drastico — dal 33% al 50% — di molte specie. Le allodole, ad esempio, per citare un uccello spero noto a tutti, sono calate del 70%. Non solo quelli delle pianure, anche gli uccelli delle colline e delle montagne stati decimati dalla scomparsa di prati, pascoli e cespugli che erano il loro habitat di elezione. Grazie a questo drammatico calo, la Comunità Europea ha costituito la Nature Restoration Act, cioè un organismo dedicato alla salvaguardia della natura che richiede a ogni nazione membro l’adozione di un piano nazionale di ripristino della natura, fissando anche un tempo, il 2030, come termine per invertire la tendenza». Conclude quindi Tamaro che «le modifiche proposte dal disegno di legge 1552 vanno nella direzione opposta. Prolungare il periodo caccia fino alla stagione migratoria, colpendo volatili transahariani in un momento di fragilità, poter sparare ovunque senza limiti a ogni cosa che si muove è un crimine per cui la Comunità Europea ci ha dato e ci continuerà a dare pesanti sanzioni. Sanzioni che pagheranno i cittadini e che invece sarebbe giusto che si accollassero le associazioni venatorie. Si potrà sparare di notte, azionando i visori notturni, si potranno usare i richiami vivi, cioè degli uccellini tenuti in gabbiette minuscole — una volta venivano anche accecati — per attirare con il loro canto disperato i loro consimili in una trappola mortale. Si può immaginare qualcosa di più crudele? Ogni cacciatore potrà possedere fino a quaranta uccellini da richiamo: a parte l’abominevole escamotage, è un inutile e gratuito sadismo dato che ormai si possono tranquillamente scaricare delle app per ottenere lo stesso risultato, senza seviziare le creature innocenti.  Tutto questo è barbaro, inutile, antistorico, e cancella venticinque anni di battaglie di educazione ambientale del Paese. Gli esseri viventi non umani presenti nel nostro pianeta, insieme alle piante, sono patrimonio indisponibile, come sancisce anche l’articolo 9 della Costituzione definisce la natura «uno dei valori più nobili della Repubblica».

    Rilevando che «la caccia è un retaggio antistorico che riguarda ormai una minoranza di persone per lo più della mia età, 70 anni, destinate inevitabilmente ad assottigliarsi sempre più» e ricordando che «lo stesso papa Leone XIV, scrivendo alla Lipu che chiedeva un suo intervento sul disegno di legge, ha assicurato che non mancherà di promuovere ‘il rispetto e la tutela del creato’», Tamaro promuove «un appello alle alte cariche dello Stato, al presidente Mattarella, sempre sensibile e attento nei riguardi delle nuove generazioni, sicuramente turbate da queste inutili crudeltà, e alla premier Giorgia Meloni che ha ripristinato a livello istituzionale la figura di San Francesco come fondamento dell’identità nazionale, indicandolo come modello di vita e di rispetto per tutto il vivente. Che grande tristezza e che pericolo diventare la maglia nera dell’Europa! Siamo il Paese di San Francesco, siamo il Paese del Cantico delle Creature. Approvare una legge così lontana dalle disposizioni europee e fuori dalla sensibilità dei tempi non sarebbe molto diverso che vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie.

  • Il ritorno del castoro

    Una buona notizia per tutti coloro che credono sia vitale, per la sopravvivenza del pianeta, la cura, il rispetto, la tutela dell’ecosistema e cioè di quel complesso, meraviglioso sistema che partendo da un insetto, da un filo d’erba arriva fino alla preservazione della vita umana.

    Per quanto gli esseri umani ritengano, anche attraverso le loro scoperte scientifiche e tecnologiche, di essere i padroni del pianeta la natura ha più volte, drammaticamente e violentemente, dimostrato di potere, in pochi minuti, quando le sue regole sono sconvolte, distruggere quello che l’uomo ha costruito in molti anni.

    La buona notizia è che In Italia, dal 2021, sono ritornati i castori europei, che si erano estinti intorno al 1500, ed anche il castoro fa la sua parte, come tutti, per conservare al meglio il complesso sistema che tiene in vita il pianeta.

    In alcune regioni italiane, dalla Toscana all’Abruzzo, dalla Campania al Friuli, questi simpatici roditori sono tornati, pochi esemplari ma importanti perché si stanno riproducendo e la loro ricomparsa, intorno ai corsi d’acqua, ha già dimostrato di portare risultati positivi.

    Il ritorno del castoro infatti è stato utile anche creando benefici ad alcune specie di uccelli e piccoli mammiferi e di insetti dei quali si cibano altre specie e così la biodiversità migliora.

    Non si sa ancora come il castoro sia tornato in Italia, forse è stato immesso in natura senza seguire nessun protocollo o autorizzazione, forse è arrivato da solo, certo è che si tratta di una specie protetta e che il suo ritorno è un indubbio evento positivo.

    Intanto il Cnr sta studiando lo sviluppo della specie che ha già potuto riprodursi in alcuni luoghi.

  • Solo racconti o programma politico? Muscardini presenta il libro ‘Il lupo e le ombre’

    Qualcuno vi ha visto un programma politico nascosto, ma davanti ai (già o non ancora) lettori de ‘Il lupo e le ombre’ convenuti al Centro Internazionale di Brera a Milano (l’ex sede della rivista Critica Sociale), l’autrice Cristiana Muscardini ha spiegato che il suo libro è semplicemente una serie di racconti parte dei quali scritti per un libro pensato alcuni decenni addietro e mai realizzato.

    Nessuna nostalgia, assicura Muscardini ad Andrea Vento, moderatore della presentazione, ma molta attualità, benché appunto molte storie siano state partorite tempo fa. L’attualità del libro, della metafora delle ombre e del velo tra visibile e invisibile che Vento ravvede in essa la spiega Giampaolo Nuvolati, professore di Sociologia all’università Bicocca di Milano: la polarizzazione sociale oggi è più che mai evidente – Nuvolati prende spunto da quella frontiera della postmodernità che Milano rappresenta per tutto il resto d’Italia -, con un centro città luccicante e riservato ai benestanti, un ceto medio che si assottiglia sempre più e finisce fuori dalla città, nell’hinterland, e una periferia metropolitana in cui vivono i ceti subalterni, che riescono a trovare posto in città e non in periferia perché sono funzionali alla vitalità stessa della città, a farla funzionare e a consentire di viverla a chi se la può permettere.

    Ed ecco allora che il lupo, animale notoriamente caro all’autrice, rappresenta l’antitesi a questa urbanizzazione disumanizzante, perché incarna una socialità rispettosa delle regole del branco e mai aggressiva per il pure piacere di sopraffare il proprio simile come invece Muscardini diagnostica (e racconta) avvenire tra gli uomini. In un mondo in cui la dimensione metropolitana interessa la maggioranza della popolazione da ormai 20 anni e arriverà a essere lo stile di vita del 75% di tutto il pianeta entro il 2050, come segnale Nuvolati, la diversità tra aree urbane ed aree extraurbane, campagna, sfuma sempre più: si naviga online in un grattacielo come in un fienile. Ma proprio per questo, sottolinea Muscardini evidenziando il messaggio che vuole lanciare attraverso i propri racconti, occorre che anche la scienza e la tecnologia siano guidate, improntante a principi, a una visione che è compito della politica saper elaborare e proporre (in dialettica col sapere scientifico).

  • L’Assemblea annuale dell’AAALI

    Domenica 26 aprile si è svolta a Rivergaro, nella Sala della Casa del popolo, l’assemblea annuale di AAALI, l’associazione nazionale, con sede nel piacentino, che riunisce gli allevatori e gli affidatari del cane lupo italiano, cane da lavoro ed utilità.

    La razza del cane lupo italiano, tutelato e controllato dal Ministero della Salute e delle politiche agricole, nacque nel 1966 dall’impegno e dalla passione di Mario Messi, nell’allevamento di Cumiana (TO).

    Messi riuscì ad incrociare una lupa degli Appennini con un pastore tedesco fissando, negli anni, le caratteristiche morfologiche che oggi danno vita ad esemplari di grande affidabilità, bellezza (hanno gli occhi intensi del lupo) e capacità di lavoro e relazione.

    Il cane lupo italiano non può essere venduto ma è dato in affido agli iscritti alla associazione la quale risponde ai ministeri attraverso la commissione centrale ed ogni nuovo cucciolo deve essere iscritto al Rau.

    Durante l’assemblea è stato presentato il nuovo progetto che sarà seguito dai genetisti veterinari dell’Università di Milano e che permetterà il massimo controllo sulla salute e le attitudini di questo meraviglioso cane che, negli anni, si è distinto per vari e difficili interventi di protezione civile e soccorso.

    Il cane lupo italiano è anche uno splendido compagno di vita, affettuoso con la sua famiglia umana, mai aggressivo con gli estranei ma attento custode ed incline al gioco.

    L’AAALI ha anche dato inizio, su richiesta del Ministero, a corsi di formazione per valutatori, i corsi si svolgono periodicamente nel centro di addestramento Casa Runa nel piacentino.

    Per ogni ulteriore informazione il direttivo di AAALI può essere contattato.

    Il presidente

    Dottoressa Anastasia Palli

  • Coltivazioni illegali di grano e mais a Chernobyl

    Secondo la Procura generale dell’Ucraina per oltre cinque anni sarebbero stati coltivati illegalmente grano e mais nella zona di Chernobyl. L’Ufficio del procuratore ambientale specializzato della Procura generale ha presentato una causa al Tribunale economico della regione di Kiev per ottenere la restituzione allo Stato di tre appezzamenti di terreno per una superficie totale di oltre 190 ettari. Secondo gli inquirenti, i terreni sarebbero stati trasferiti illegalmente dalla proprietà statale a una società privata. Gli appezzamenti si trovano nel distretto di Vyshhorod, all’interno della zona di alienazione (zona ad accesso controllato, altamente contaminata, con un raggio di 30 km dalla centrale nucleare) e della zona di reinsediamento (meno contaminata) attorno a di Chernobyl. In origine i lotti sarebbero stati gestiti dall’ente statale responsabile della zona di esclusione tuttavia, il loro status sarebbe stato modificato illegalmente, trasferendoli prima alla proprietà comunale e poi concedendo il diritto d’uso a una società privata.

    Secondo la procura a partire dal 2020, questi territori sarebbero stati utilizzati sistematicamente per la coltivazione di grano e mais senza le necessarie autorizzazioni. Attività di questo genere generano un “serio rischio per la vita e la salute delle persone”, a causa della contaminazione radioattiva ancora presente nella zona, ha spiegato la procura in una nota. L’indagine ha rivelato che le autorizzazioni si basavano su una decisione del Consiglio distrettuale della regione di Polesia, che in realtà non esiste, e su atti statali rilasciati a un’ex impresa collettiva denominata “Svitannok”, attualmente in liquidazione e priva di successori. Non è stato specificato a quali mercati siano stati destinati i raccolti. Il tribunale ha già avviato un procedimento penale. Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl (allora nell’Unione sovietica, oggi in Ucraina) esplose durante un test di sicurezza a causa di errori di procedura. Fu il peggiore disastro nucleare della storia, l’unico insieme a quello di Fukushima ad aver raggiunto il livello 7 sulla scala Ines (per gli eventi nucleari e radiologici). Due operai rimasero uccisi nell’esplosione e 28 pompieri e operatori morirono entro pochi mesi per la sindrome acuta da radiazioni. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il numero totale di morti attribuibili alle radiazioni potrebbe variare dalle 4 mila alle 9 mila persone in tutta Europa.

  • In memoria di Carlo Monguzzi

    Nei giorni scorsi Carlo Monguzzi è mancato all’affetto di sua moglie, dei tanti amici e di tutti coloro che, negli anni, avevano potuto apprezzare la sua limpidezza d’animo nell’affrontare battaglie coraggiose e difficili.

    Ironico e gentile, fermo nelle sue idee ma sempre disponibile a confrontarsi con le idee degli altri, senza preconcetti ma ispirato dal desiderio di difendere quello che riteneva giusto e a dare il massimo impegno per l’ambiente e la vita.

    Delle tante persone che ho avuto modo di incontrare nei miei lunghi anni di politica, elettiva e non, Carlo Monguzzi lo ricorderò sempre con affetto e stima ed anche a me mancherà il non saperlo impegnato a difendere quello in cui credeva, con quel suo sorriso che era la rappresentazione visiva di un animo libero, aperto al confronto e determinato.

  • Piante

    Anche nei giorni scorsi abbiamo purtroppo assistito a devastazioni di interi territori a causa delle caduta di ingenti piogge e delle conseguenti frane che si sono verificate.

    Come è noto più i terreni sono privi di cura, più si costruisce vicino a percorsi d’acqua, specie di carattere torrentizio, corsi che a volte sembrano in secca e poi improvvisamente esondano, più si tagliano gli alberi, che con le loro radici aggrappano il terreno evitando spesso che questo scivoli a valle, più in caso di nubifragi il pericolo è consistente.

    Tutti sappiamo come una delle prime barriere contro l’inquinamento siano gli alberi di alto fusto, i quali purificano l’aria dai veleni che continuano ad arrivare dall’impiego degli strumenti che la società moderna usa specie per il trasporto non solo fisico ma anche virtuale.

    Ciò detto, stupisce come in Emilia Romagna sia iniziata una vera corsa, a partire dalla provincia di Piacenza, all’abbattimento di alberi di alto fusto.

    Secondo quanto riportato dal quotidiano La Libertà, e segnalato anche da diversi cittadini, si sta procedendo ad abbattere oltre 60 chilometri di vegetazione lungo gli argini e cioè centinaia e centinaia di alberi di alto fusto che trovandosi a lato dei canali di irrigazione, che non risultano siano mai esondati, sono abbattuti inutilmente: non rappresentano pericolo alcuno, se non in singoli casi da verificare, mentre il danno vero è dato dagli alberi morti e dai detriti che galleggiano nei corsi dei fiumi mai ripuliti.

    Più si elimina la vegetazione dalle sponde dei canali di irrigazione più si alimenta il pericolo di erosione delle sponde stesse, col danno ulteriore che deriva dalla demolizione di una barriera all’inquinamento. Ricordiamo, infatti, che un ettaro di alberi di alto fusto assorbe 8 tonnellate di anidride carbonica l’anno producendo oltre 8 tonnellate di ossigeno. Il taglio degli alberi porterà anche ad un aumento delle polveri sottili, rendendo ancor più pericolose ed acide, per la salute, le abbondanti piogge che ormai si registrano ogni anno.

    Verrebbe da pensare che stiamo cadendo nel ridicolo: da un lato le amministrazioni piantumano alberelli che diventeranno alberi tra diversi anni, e quindi per ora ben poco utili a contrastare l’inquinamento, e dall’altro si abbattono gli alberi che l’inquinamento già contrastano a pieno.

    In effetti però non c’è da ridere, è questione di business, perché, a prescindere dall’incompetenza scientifica che spesso contraddistingue le azioni di chi comanda il taglio degli alberi, la verità evidente è che la Regione, e di conseguenza le amministrazioni locali, prima pagano profumatamente per tagliare e poi pagano di nuovo profumatamente per ripiantare. Tutti soldi pubblici sprecati mentre si crea un danno all’ambiente e alla salute delle persone.

  • Dalla Commissione 6 miliardi di euro all’Italia per l’idrogeno rinnovabile

    La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato, un regime italiano dell’importo di 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile per i settori dei trasporti e dell’industria. Il regime contribuirà allo sviluppo della capacità di produzione di idrogeno rinnovabile in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per l’idrogeno e del patto per l’industria pulita.

    L’aiuto assumerà la forma di contratti bidirezionali per differenza e durerà fino al 31 dicembre 2029.

    La Commissione ha ritenuto che l’aiuto sia necessario e adeguato per agevolare la produzione di idrogeno rinnovabile ai fini della decarbonizzazione dei settori dei trasporti e dell’industria. La Commissione ha inoltre concluso che l’aiuto ha un effetto di incentivazione, è proporzionato e produrrà effetti positivi, in particolare sull’ambiente, che superano gli effetti negativi sulla concorrenza

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