Politica

  • Servono davvero gli Stati Uniti d’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa viene spesso presentato come la soluzione alle difficoltà dell’Unione Europea. In realtà, la vera questione non riguarda la necessità di costruire un unico Stato federale, ma quella di ripensare profondamente il modo in cui l’Europa affronta le grandi trasformazioni economiche, politiche e geopolitiche del XXI secolo.

    L’Europa non ha bisogno di una maggiore centralizzazione del potere, bensì di una diversa e nuova cultura politica. Dovrebbe valorizzare le competenze, la capacità di elaborare strategie comuni e la ricchezza rappresentata dalle singole identità nazionali, trasformando la diversità degli Stati membri in un elemento di forza. Una vera integrazione europea dovrebbe infatti esaltare le peculiarità di ogni nazione, coordinandole all’interno di una visione strategica condivisa.

    Negli ultimi anni, invece, l’Unione Europea ha progressivamente privilegiato la produzione normativa rispetto alla costruzione di una vera unica politica industriale, economica e diplomatica. Questo ha contribuito ad alimentare una crescente perdita di competitività rispetto ai principali attori internazionali.

    Uno degli aspetti più evidenti riguarda il rapporto tra regolazione ambientale e sviluppo economico. La transizione ecologica costituisce un obiettivo anche condivisibile (produrre con minore energia è un valore economico) ma quando viene perseguita attraverso un’impostazione prevalentemente ideologica rischia di trasformarsi in un fattore di svantaggio competitivo.

    Anche il dibattito sulla riforma del sistema ETS evidenzia come il problema non sia la tutela dell’ambiente in sé, bensì il rischio che strumenti pensati per favorire la sostenibilità possano incidere negativamente sulla capacità competitiva dell’industria europea, qualora non vengano accompagnati da adeguate politiche industriali. La inevitabile conseguenza è che molte imprese scelgono di investire fuori dall’Europa, non perché gli Stati Uniti siano uno Stato federale, ma perché offrono condizioni fiscali, energetiche e normative percepite come più favorevoli agli investimenti produttivi.

    Il problema europeo, quindi, non è la mancanza degli Stati Uniti d’Europa, bensì un sistema decisionale che troppo spesso produce regolamentazione senza sviluppare una strategia economica capace di sostenere imprese, lavoro e innovazione.

    Il settore automobilistico rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. L’Europa ha scelto di accelerare la transizione verso l’elettrico imponendo obiettivi molto ambiziosi, mentre la Cina ha costruito negli ultimi vent’anni un enorme vantaggio competitivo nella produzione di batterie, materie prime e veicoli elettrici. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno adottato una politica industriale molto più pragmatica, introducendo consistenti incentivi alla produzione nazionale e misure protezionistiche nei confronti delle importazioni cinesi, oltre a perseguire una crescente autonomia nelle filiere tecnologiche strategiche.

    L’Europa rischia così di trovarsi nella posizione più debole: da un lato impone vincoli crescenti alla propria industria, dall’altro continua a confrontarsi con concorrenti che sostengono attivamente le rispettive imprese nazionali attraverso strumenti economici e geopolitici. A tutto questo si aggiunga la crescente difficoltà sul piano internazionale. L’ordine mondiale dopo la Guerra Fredda sta lasciando spazio ad un sistema multipolare nel quale Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze regionali ridefiniscono continuamente gli equilibri strategici.

    In questo contesto, l’Unione Europea appare spesso priva di una politica estera realmente unitaria e soprattutto di una visione geopolitica capace di trasformare il proprio peso economico in influenza diplomatica.

    Il problema, quindi, non consiste semplicemente nell’assenza di una politica comune, ma nella qualità delle competenze con cui vengono affrontate le sfide internazionali. Una maggiore integrazione istituzionale non risolverebbe automaticamente queste debolezze. Al contrario, esiste il rischio che gli stessi limiti oggi presenti vengano semplicemente trasferiti su una scala ancora più ampia.

    In questo contesto, va anche considerato come negli ultimi anni, sempre in Europa, sia emersa, inoltre  una nuova tendenza strategica economica che si basa sul considerare il riarmo e la riconversione industriale automotive verso il settore della difesa, come possibili motori della ripresa economica europea. Una prospettiva che suscita numerose perplessità. Pensare di compensare il declino della competitività industriale attraverso un’economia sempre più orientata alla produzione militare rischia infatti di rappresentare una risposta emergenziale, ma non una strategia di sviluppo di lungo periodo.

    La competitività di un continente trae la propria origine dalla capacità di investire nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’energia, nella formazione e nella costruzione di relazioni diplomatiche solide.

    L’Europa dovrebbe tornare a essere protagonista proprio in questi terreni, recuperando quella capacità di mediazione politica e diplomatica che per decenni ha rappresentato uno dei suoi principali punti di forza.

    Per queste ragioni, parlare oggi di Stati Uniti d’Europa rischia di rappresentare una scelta fortemente conservativa finalizzata a lasciare inalterato lo status europeo. Prima di discutere della forma istituzionale dell’Unione, sarebbe necessario ridefinirne la cultura politica, le competenze decisionali e la capacità di elaborare una strategia coerente con il nuovo scenario internazionale. Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”.

    Se l’Europa continuerà ad affrontare le sfide del futuro con gli stessi strumenti culturali e politici che hanno contribuito a produrre le attuali difficoltà, nessuna riforma istituzionale, nemmeno la nascita degli Stati Uniti d’Europa, potrà rappresentare una soluzione. In più il rischio è quello di moltiplicare su scala continentale le debolezze istituzionali già esistenti.

    La vera sfida consiste invece nel costruire un’Europa più autorevole, più competitiva e più consapevole del proprio ruolo geopolitico, capace di coordinare gli interessi nazionali senza annullarli e di tornare ad essere una protagonista credibile all’interno del nuovo equilibrio mondiale.

  • Riforma della Politica

    Quanto è avvenuto e sta avendo dimostra, in modo lampante, che a nessuna forza politica interessa avere una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere i loro rappresentanti a Roma ed i partiti a battersi sui programmi, anche attraverso un sistema, proporzionale con le preferenze, che pur mantenendo il diritto o l’obbligo alle coalizioni, prima del voto, garantisca quella trasparenza che da troppi anni rende le elezioni un rito per pochi.

    Da tempo le leggi elettorali nascono per consolidare il potere di chi lo detiene, per poi, spesso, trasformarsi in un boomerang.

    Una legge dovrebbe garantire correttezza democratica e non vi è democrazia con premi di maggioranza eccessivi e cittadini che non possono scegliere, infatti ad ogni elezione si vede come il partito più numeroso sia quello degli astenuti.

    A destra come a sinistra importa avere parlamentari proni al volere delle segreterie, il dibattito è sempre più inesistente come dimostrano i tanti errori, per carenza politica e culturale, sia di tanta parte del governo che delle opposizioni.

    La prima riforma che l’Italia dovrebbe affrontare è la riforma della politica partendo dal ritorno alla democrazia proprio all’interno dei partiti diventati centri magici di potere e di impreparazione sempre tesi a polemiche ed insulti ed incapaci di confronto, sia all’interno che all’esterno.

  • Il gioco sporco sulle preferenze per umiliare gli italiani

    Tutti i partiti, con pochissime eccezioni, hanno turlupinato gli italiani in merito alla restituzione del diritto costituzionale di scegliere liberamente i propri parlamentari.

    Particolarmente elaborata è stata la decisione di FdI che, su indicazione del Premier Meloni, ha avviato un meccanismo di palese manipolazione per convincere gli italiani di avere lottato per i loro diritti, mentre nei fatti li ha ancora una volta umiliati.

    Infatti Meloni dopo settimane di confronto con la Lega e FI, ha raggiunto un accordo con i due vicepremier per presentare un emendamento che bloccava i capilista, e consentiva l’aggiunta di altri tre candidati che potevano finalmente essere scelti dagli elettori. Ma questo accordo era chiaramente farlocco e costituiva piuttosto la prima vergognosa presa in giro degli elettori, che Meloni ha ingiustamente esaltato come la sua volontà di restituire i diritti costituzionali.

    Infatti solo due partiti, FdI e PD, avrebbero in alcuni collegi potuto avere eletti due candidati, mentre tutti gli altri partiti si sarebbero fermati alla elezione dei soli capilista, per cui nel complesso gli eletti con decisione degli elettori sarebbero stati il 15-20% al massimo, e quindi un risultato che non avrebbe restituito il diritto di Rappresentanza.

    Un accordo di Meloni del tutto inutile perché gli italiani non amano essere presi in giro e non hanno bisogno di elemosine, ma del diritto di scelta e della garanzia che tutti i territori del Paese abbiano i propri parlamentari e non sconosciuti amichetti dei capipartito, che a elezioni concluse spariscono definitivamente.

    Non solo, ma qualche scienziato ha perfino abolito nell’emendamento di FdI il principio dell’equilibrio dei due sessi per i capilista, facendo saltare dalla sedia le donne parlamentari, che in buona dose nella maggioranza hanno votato contro l’emendamento, ritenendolo, giustamente, una gravissima violazione del diritto del rispetto di genere.

    Inoltre emergono altri aspetti incomprensibili. Perché Meloni, che sapeva la contrarietà alle preferenze dei suoi alleati, sin dall’inizio non ha pensato di procedere con la legge elettorale al Senato e non alla Camera dei deputati, sapendo che il Senato non prevede il voto a scrutinio segreto? E perché dopo avere raggiunto una intesa con Tajani e Salvini, su un emendamento farlocco che confermava il sostanziale status quo in merito al minimale ottenimento delle preferenze, ci sono stati tanti franchi tiratori? Dopo la bocciatura dell’emendamento, che evidenzia uno scollamento grave della coalizione al potere, come può il Premier continuare ad attribuirsi il merito di avere tentato di restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i loro rappresentanti in Parlamento? E in tal senso, addirittura, arrivare a ordinare a FdI di votare a favore dell’emendamento sulle preferenze presentato dal partito del Generale Vannacci, affrontando una evidente incoerenza politica, pur di rimanere “coerente” sulla inesistente volontà di difesa delle preferenze?

    Ma anche l’opposizione ha gravissime responsabilità in merito e la conferma di avere leader che hanno scarsa capacità di comprensione della politica. Infatti, se l’opposizione fosse stata veramente interessata alle preferenze e avesse proposto un accordo a Meloni per un emendamento che eliminasse i capilista bloccati e ripristinasse il principio dell’equilibrio dei due sessi, garantendo i diritti delle donne, e quindi stringendo, almeno su questo punto, un accordo con FdI, si sarebbe finalmente sanato questo volgare sistema antidemocratico, perché incostituzionale, e restituito insieme il diritto di Rappresentanza a tutti gli italiani.

    Purtroppo non è andata così, perché sia la maggioranza, che buona parte dell’opposizione, non vogliono perdere questo beneficio illegittimo e continuare a nominare il loro fedeli Yes man.

    La verità è che gli italiani sono nelle mani di personaggi senza alcuna etica e rispetto dei diritti costituzionali, che come Trump sono convinti di avere con la prepotenza il diritto al ruolo di “Padroni del Vapore”, a capo di partiti che sono ormai da decenni solo comitati elettorali, senza uno straccio di democrazia interna, privi di idee, strategie, visioni e valori, e che, per mantenere il loro ruolo, maggioranza e opposizione, possono solo nominare, e quindi controllare i loro fedeli parlamentari e nient’altro.

    Una estorsione dei diritti costituzionali intollerabile, che dura da 21 anni, e che non vede futuro per il rispetto dei diritti degli italiani, che, invece di reagire, preferiscono non andare a votare, facendo così un doppio regalo ai capi partito.

    L’ultima speranza che rimane, in assenza di reazioni popolari, è fondata sulla Corte Costituzionale, che questa volta sta attenzionando una legge che non può violare ancora una volta l’assenza di Rappresentanza, che non può presentare il nome del Premier, di competenza esclusiva del Presidente della Repubblica, e non può introdurre l’esagerato premio di maggioranza, argomenti più volte dichiarati incostituzionali con sentenze della Consulta, ma ovviamente ignorate dagli estortori dei diritti altrui.

  • Dovrebbero salvaguardare l’occupazione in Italia

    Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha suscitato un acceso dibattito politico ed economico dichiarando che, di fronte al rischio di una fuga di capitali causata da un’imposta patrimoniale, i ricchi ed i capitali “vadano dove vogliono”.

    La dichiarazione si inserisce nel dibattito economico politico che trae spunto anche dalla proposta del sindacato di introdurre un “contributo di solidarietà” volto a finanziare la spesa pubblica. L’obiettivo finanziario dichiarato dovrebbe essere quello di generare circa 26 miliardi di euro di entrate, le quali si andrebbero ad inserire all’interno di una spesa pubblica che già nel 2026 oltrepassa i 1.100 miliardi. I contribuenti ai quali verrebbe applicato questo contributo di solidarietà sarebbero rappresentati dai 500.000 italiani più ricchi e si baserebbe su di un’aliquota aggiuntiva intorno all’1,2%, -1,3% della ricchezza netta (*). Un parametro il cui calcolo non risulta così immediato e quindi non di rapida ed immediata applicazione. Queste risorse aggiuntive andrebbero investite in “(1) sanità pubblica, (2) istruzione e (3) non autosufficienza”.

    Da questa programma fiscale elaborato dal leader del CGIL si nota che non sia prevista alcuna riduzione della pressione fiscale, la quale anzi rimane assolutamente inalterata, magari a favore proprio di quei ceti che sostengono il sistema fiscale. Una auspicabile riduzione che determinerebbe invece, la possibilità di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e magari sostenere quella domanda interna, erosa proprio dall’inflazione particolarmente alta nel settore alimentare. Viceversa, tale proposta partorisce il solito aumento della dotazione della spesa pubblica la quale, in volumi, già ora risulta al quinto posto in Europa in volumi ma per efficienza si colloca al ventitreesimo posto.

    Andrebbe ricordato, infatti, come la spesa pubblica, o meglio la sua inefficienza, garantisca proprio quella sperequazione sociale della quale si lamenta Landini che, in modo assolutamente imbarazzante per un segretario della maggiore Confederazione dei lavoratori, spera di correggere con 26 miliardi di spese aggiuntive rispetto agli oltre 1.100 miliardi già in bilancio.

    In relazione poi alla infelice frase “ricchi e capitali vadano dove vogliono” emerge come da segretario Landini non conosca l’asset fiscale italiano. Non esiste memoria storica infatti di alcune proteste della CGIL quando il governo Renzi creò le basi normative e fiscali per attirare residenze fiscali di soggetti individuali dando così l’avvio alla disastrosa evoluzione edilizia di Milano.

    Anche se ora l’aliquota fissata per il trasferimento delle residenze fiscali nel nostro Paese è stata alzata a 300.000 euro, non essere a conoscenza che l’Italia rappresenti ancora oggi un Paese che pratica l’elusione fiscale a favore delle persone più abbienti residenti all’estero definisce la competenza del segretario della CGIL. Gli investimenti (una forma di espressione dei capitali) andrebbero, invece, sostenuti in quanto rappresenterebbero la base finanziaria per sostenere la ripresa economiche. Ma sembra che anche il concetto di stabilità fiscale come parametro fondamentale nella valutazione di un investimento in un determinato Paese risulti anche questo sconosciuto al segretario Landini.

    Come inevitabile ed amara considerazione finale emerge evidente come la crisi culturale del nostro Paese non riguardi solo la classe politica, ma investa in modo sempre più evidente anche i vertici delle associazioni di categoria.

    E questi dovrebbero tutelare e salvaguardare l’occupazione in Italia.

    (*) Ricchezza Netta = Attività – Passività. Attività (cosa possiedi): immobili, liquidità sui conti correnti, investimenti (azioni, obbligazioni), fondi pensione e beni di valore – Passività (cosa devi): mutui, prestiti personali, saldi negativi delle carte di credito e qualsiasi altro debito

  • Distrattori di masse

    Ci sono persone che, in silenzio, progettano, lavorano, costruiscono sperando di fare qualcosa di utile per tutti, di sconfiggere gli opportunismi, le doppie verità, le ingiustizie, persone che, in genere, non ottengono molto spazio sui media.

    Ci sono persone che operano, in qualunque campo, con l’obiettivo di far parlare di sé, di avere la maggior visibilità possibile, che non pensano alle conseguenze che le loro azioni o parole possono portare alla collettività, al futuro comune, e queste sono quasi quotidianamente citate dagli organi di informazione.

    Ci sono persone così incentrate su sé stesse che diventano incapaci di avere dubbi, di ammettere errori, di confrontarsi con gli altri.

    Il mondo della politica, ma anche della cultura e dell’informazione, abbonda di personaggi che si credono depositari della verità mentre la realtà ci dimostra, purtroppo, che la pochezza delle idee va di pari passo con la presunzione.

    Dare visibilità a questo tipo di persone non aiuta la democrazia a difendersi dai costanti attacchi delle più o meno grandi oligarchie, dai nuovi ducetti, magari ammantati di antifascismo, ma fa diventare personaggi pubblici persone che, se fossero ignorate, finirebbero nel dimenticatoio.

    Abbiamo assistito allo squillar di trombe e trombette che hanno accompagnato, molti anni fa, i primi passi della Lega e in seguito di Grillo e dei Cinque Stelle, agli osanna che sono stati attribuiti a Renzi, ed oggi vediamo le ben diverse percentuali di consensi che li accompagnano.

    Abbiamo visto le cadute, nel tempo, di straordinarie montature create da quella informazione dedita a pompare le notizie, a creare i personaggi, più che a registrare le realtà effettive, i contenuti, per questo siamo convinti che ogni parola di troppo dedicata alle istrioniche performance dell’ex generale non portino vantaggio che a lui stesso ed ulteriore confusione in genere.

    Sembra una prassi consolidata, degli ultimi decenni, far crescere chi, prima o poi, diventerà ininfluente, intanto per alcuni manovratori l’obiettivo è stato raggiunto e cioè cercare di distrarre gli italiani dai loro reali problemi e dal comprendere la pochezza di chi vorrebbe essere guida e non è in grado neppure di fare la sentinella.

  • Un segnale di speranza per tutti

    La decisione dell’on. Picerno, vicepresidente del Parlamento europeo, di uscire dal Pd e di dare vita ad un nuovo progetto politico, italiano ed europeo, speriamo possa ridare speranze a tanti cittadini, non solo di centrosinistra.

    Nuovi sviluppi gettano inquietanti ombre sul progetto del Ponte sullo Stretto, progetto nato senza tenere veramente conto di quanto abbiano già pagato, in vite umane, quei territori massacrati dai terremoti e soggetti a pericoli per l’avvicinamento delle faglie, e di quanta preoccupazione vi sia per il contesto affaristico che, non solo in quelle aree, crea molte ombre sulla trasparenza e liceità di troppi affari ed opere.

    Per l’area di centro destra preoccupa l’eccessivo spazio che certa autorevole stampa dedica al generale Vannacci, noto scalatore di partiti altrui e le affermazioni del quale contrastano, spesso nettamente, con quanto la Folgore ha rappresentato e rappresenta.

    La decisione dell’on. Picerno, ne seguiremo attentamente gli sviluppi, ci fanno sperare che ci possa essere un ritorno, da parte della politica, all’ascolto ed alla comprensione delle diverse esigenze dell’Italia e dell’Europa, in un contesto internazionale quanto mai preoccupante.

    Ci auguriamo che Destra e Sinistra affrontino il tema della riforma elettorale senza pensare esclusivamente alle loro possibilità di tornare o di andare al governo e invece pensino a ridare, finalmente, agli elettori il loro legittimo diritto di scegliere chi vogliono li rappresenti a Roma.

    Contestualmente ci auguriamo che si ponga all’attenzione dei capi partito 1) la necessità di dialogare direttamente con i cittadini guardandoli negli occhi nelle piazze, non solo con frasi fatte pubblicate sui social, 2) che si riapra qualche sede partitica sul territorio per consentire un vero confronto tra le generazioni, tra gli iscritti e gli eletti, 3) che sia applicato l’articolo della Costituzione che prevede, per sindacati e partiti, il controllo della Corte dei Conti sui bilanci.

    Sto sognando troppo? Ogni giorno un seme va gettato e noi con il Patto lo facciamo da 39 anni senza sovvenzioni statali o aiuti poco chiari perciò siamo tra quelli legittimati a sperare che la decisione dell’on. Picerno possa essere un segnale per tutti.

  • Venezia e la strana metamorfosi elettorale

    La reazione dei vertici dello schieramento di centro-sinistra che, a sorpresa, si è visto sconfitto alle elezioni a Venezia dimostra, una volta di più, come, ancora oggi, non venga accettata la inaspettata debacle elettorale.

    Le scomposte reazioni dimostrano inoltre come questa performance negativa non venga compresa e tantomeno elaborata, rendendo quindi impossibile il passaggio dallo sconforto ad una prima analisi nella individuazione delle proprie responsabilità.

    Le teorie giustificazioniste addotte da ogni esponente del centro sinistra sembrano rappresentino la classica espressione di una supremazia politica la quale esprime risentimento e livore tanto per la sconfitta del proprio schieramento quanto personale nei confronti dell’elettorato traditore.

    Il candidato Martella in un modo quanto mai inelegante ha accusato l’elettorato veneziano di non essere in grado di comprendere la proposta del proprio schieramento, dimostrandosi non pronto al “cambiamento”.

    Bersani, probabilmente assieme a Renzi e Conte, una delle cause dell’allontanamento dell’elettorato del centro-sinistra dalla vecchia politica romanocentrica, ha aggiunto, durante un dibattito televisivo, in riferimento all’apertura alla comunità del Bangladesh, che anche se la proposta attuale non sia stata digerita, lo sarà in occasione della prossima elezione.

    Infine il sociologo Bettin trova la ragione della propria sconfitta nel successo di un partito azienda.

    Sembra incredibile come quello stesso elettorato, che solo pochi mesi fa aveva votato No’ al referendum (56,3%), sia diventato ora non disponibile al cambiamento, non in grado di digerirlo e succube di un partito azienda

    Lo stesso elettorato sembra abbia quindi subito, in soli pochi mesi, una metamorfosi elettorale nella direzione opposta rispetto a quella desiderata dallo schieramento perdente.

    L’amara realtà, invece, dimostra come ora più che mai proprio dalle reazioni ad una propria sconfitta emergano le ragioni che l’hanno determinata.

    Continuare quindi ad evitare di individuare le proprie responsabilità in relazione alle tematiche che hanno rappresentato l’elemento distintivo dello schieramento del centro-sinistra, non solo conferma un atteggiamento presuntuoso e sprezzante nei confronti degli elettori ma rappresenta anche la garanzia per la vittoria del centro-destra anche alle prossime elezioni tra cinque anni.

    In altre parole, l’esito elettorale trova ora, proprio nelle analisi successive al risultato elettorale, la conferma delle ragioni della stessa debacle elettorale.

    Il modo in cui il centro-sinistra non ha accettato ancora oggi un semplice esito elettorale certifica una presunzione ideologica che lo rende incapace di individuare le proprie responsabilità.

    E se non on bastasse, ciò dimostra, una volta di più, quanto inadeguata potesse essere  questa coalizione soprattutto nelle figure apicali caratterizzate dall’assoluta mancanza  nel proprio bagaglio culturale di una possibile ammissione di responsabilità e di una anche seppur minima capacità  di autocritica In più, da esponenti politici che da quasi cinquant’anni calcano le scene del teatro della politica francamente ci si sarebbe aspettato un maggiore fair play politico nell’accettazione della sconfitta.

    La rabbia dimostrata in ogni occasione pubblica conferma invece quale sia ancora l’evidente deficit culturale e di signorilità nell’accettazione dell’esito elettorale.

  • Almirante e non solo

    Vi sono molti motivi, ogni giorno, per essere rattristati osservando le tragedie che affliggono ogni lato del pianeta o i problemi di ciascuno, per questo cominciamo a diventare particolarmente stanchi di assistere ad alcune manifestazioni di ignoranza, stupidità e mala fede.

    Con buona pace di tutti, se poi qualcuno non trova Pace non è un problema nostro, tutti coloro che hanno ricordato, pubblicamente e non, la figura di Giorgio Almirante hanno reso un doveroso omaggio ad una persona che ha inciso nella recente storia italiana, per decenni, lasciando un segno tangibile di cosa significhi cercare il dialogo ed il confronto, anche con i più irriducibili avversari.

    Almirante lottò contro gli opposti estremismi, parlò di rispetto e condusse decine di migliaia di giovani sulla strada della democrazia e della ricerca della libertà, insegnò a vivere il presente pensando al domani, a difendere le proprie idee sapendole confrontare con quelle degli altri.

    Partì, per la sua prima campagna elettorale, con uno sgabello sul quale saliva per parlare nelle strade e nelle piazze, fu vittima di ingiustizie e violenze (chi si ricorda oggi il Cantagallo o il palco portato via a Trieste, solo per citare eventi minori), vide uccisi e feriti suoi militanti e dirigenti e sempre pronunciò parole di giustizia e mai di odio e vendetta.

    Era un capo severo e nello stesso tempo umano e comprensivo ma non tollerava che i suoi iscritti dimenticassero il dovere, che come italiani avevano, di rispettare le leggi, la Costituzione, la Repubblica.

    Anche negli anni più violenti girava da solo, in treno, aereo o con l’utilitaria, con il suo sorriso e lo sguardo dei suoi occhi, azzurri, senza paure, senza menzogne.

    Rispondeva, a tutti coloro che gli scrivevano, battendo a macchina le sue lettere ed in ogni parte d’Italia, con una memoria incredibile, riconosceva, ringraziava, anche l’ultimo iscritto che andava a salutarlo.

    Altri tempi, i tempi che ci hanno portato lutti e tragedie ma anche i tempi nei quali i giovani avevano ancora sentimenti e speranze, i tempi nei quali, sia  a destra che a sinistra,  ci si incontrava nelle sedi, nelle sezioni periferiche ed i più giovani potevano confrontarsi con gli adulti e i dirigenti, deputati compresi, che passavano serate e domeniche a parlare con gli iscritti e gli elettori, giravano tra la gente, rispondevano ad uno dei primari compiti della democrazia e cioè conoscere i problemi senza stare arroccati nelle stanze del potere.

    Altri tempi dove la politica si faceva in strada e gli elettori li guardavi in faccia e dovevi rispondere, senza tanti giri di parole, alle loro domande

    Ricordare Almirante è anche ricordare, a chi oggi fa politica, che l’unica legge elettorale che può portare alla partecipazione vera degli elettori, e cioè il ritorno alle urne, è quella che ridà ai cittadini il diritto, con la preferenza, di scegliere, e poi controllare e valutare, i loro rappresentanti.

    Ogni legge, e le attuali sono state già da tempo dichiarate incostituzionali, che toglie il diritto di scelta agli elettori è una legge liberticida, utile solo a riaffermare l’incontrastato potere dei segretari e presidenti di partito i quali mettono in lista, troppe volte, chi è funzionale al loro sistema di potere interno.

    Oggi deputati e senatori vivono a Roma cercando di compiacere i loro leader, per essere certi di essere ripresentati alle prossime elezioni o per guadagnarsi un incarico da qualche parte, spesso sono avulsi dalla realtà, sia territoriale che nazionale, e la gente si allontana sempre più dalla politica e perde fiducia e rispetto verso le istituzioni perché non si sente rappresentata con la necessaria trasparenza.

    Oggi i partiti, almeno quelli che sono, o si candidano a diventare, forze di governo, abbiano il coraggio di ridare agli elettori i loro legittimi diritti di scelta e spendano qualche soldo non per faraoniche celebrazioni e feste ma per riaprire qualche sede locale ricreando, per giovani ed anziani, quei luoghi di incontro senza i quali siamo tutti vittime dei social di turno.

  • La nuova legge elettorale deve restituire agli elettori il diritto di scelta dei parlamentari

    Il vice premier Tajani, leader del principale partito liberale Italiano, ha fatto il punto sulle principali proposte di Forza Italia da ora a fine legislatura e cioè: fine vita, disegno di legge sul nucleare, riforma su Roma Capitale, ed ha spiegato che, oltre i temi dei diritti e delle liberalizzazioni, il partito dovrà concentrarsi anche sui temi economici e sull’energia che “interessano la gente”, senza dimenticare la legge elettorale.

    Ma proprio su questa, la condivisibile e puntuale strategia liberale sbotta in una palese contraddizione, perché ribadisce l’assoluta contrarietà del partito di ispirazione liberale di accettare la restituzione agli italiani del diritto di scelta dei propri parlamentari, arrivando ad alzare i toni e minacciare che voterà contro il ripristino delle preferenze, e la legge orribilmente denominata Stabilicum “verrà Bocciata”.

    E questa è una grave contraddizione, perché essere liberali impone in primo luogo il rispetto della Carta Costituzionale, che da 21 anni è gravemente violata, per il ricorso a tre leggi elettorali, Porcellum, Italicum e l’attuale Rosatellum, che hanno continuato imperterrite a consentire ai capi partito la nomina dei parlamentari per potere avere a disposizione Yes Man, e non parlamentari che rappresentano i cittadini elettori e i territori in cui sono eletti.

    Assumere quindi una postura di assoluta contrarietà, comporta la cancellazione anche per il futuro del diritto di Rappresentanza, che a proposito di diritti liberali, è il diritto più importante unicamente riconosciuto dalla Costituzione agli elettori e non ai capi partito.

    Sarebbe stato molto più trasparente, a questo punto, cambiare la Costituzione e cancellare il diritto di Rappresentanza ai cittadini, attribuendolo unicamente ai capi partito, piuttosto che violare la Costituzione per 21 anni, e atteggiarsi a difensori della democrazia, che però di fatto, così facendo, hanno mortificato poiché hanno rotto il sistema dei tre poteri, che sono rimasti due, l’esecutivo e il giudiziario, nel silenzio di una gravissima violazione dei diritti degli italiani.

    E tutto ciò non riguarda solo F.I., che però ha più responsabilità essendo un partito liberale, ma anche la Lega, e molti partiti della opposizione, che su questo tema hanno assunto la postura dello struzzo, e non si pronunciano perché la pensano allo stesso modo dei due partiti della maggioranza.

    Ora però questa estorsione dei diritti agli elettori non può continuare ad essere praticata.

    I danni sono già stati troppi, in termini soprattutto di crescita progressiva delle astensioni, che ha portato i votanti al di sotto del 50% degli aventi diritto al voto, che ha provocato l’aumento esponenziale della sfiducia per la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica e conseguentemente un progressivo distacco degli italiani dalle istituzioni, oltre che l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, ed il venir meno della tutela dei territori.

    In questi 21 anni di estorsione dei diritti dei cittadini si è costantemente ridotto il ruolo del parlamento, con una sempre crescente invasione dei ruoli istituzionali dell’esecutivo, la crescita abnorme dei decreti legge e la sempre maggiore riduzione dei tempi di esame del parlamento, e il conseguente ricorso del governo al voto di fiducia (che con 108 voti di fiducia ha raggiunto il record storico  rispetto ai precedenti governi), sottraendo ad un parlamento già ridotto a semplice passacarte dell’esecutivo, perfino il diritto di tempi ragionevoli per un  doveroso diritto di dibattito.

    Ma soprattutto ciò che è in evidente ed intollerabile mancanza è l’assenza di libertà e totale autonomia dei parlamentari che, essendo nominati, non hanno margini di reazione alle decisioni sbagliate dei capi partito, che li comandano a bacchetta e possono provvedere a fine legislatura, in caso di contrasto, alla loro sostituzione.

    L’esempio più chiaro di questa gravissima violazione del diritto di totale libertà dei parlamentari, è stata la gestione della legge sull’Autonomia Differenziata, che ha visto silenti per oltre un anno mezzo, ma fortemente preoccupati, i parlamentari della Destra di governo, a votare in silenzio l’approvazione di una legge che avrebbe massacrato, se non ci fosse stato il provvidenziale intervento della Corte Costituzionale, l’intero meridione italiano.

    Con parlamentari liberi e indipendenti, come li garantisce la Carta Costituzionale, la lega non avrebbe mai potuto proporre un provvedimento di tale portata, perché non avrebbe trovato un parlamentare del sud disposto a massacrare il suo territorio.

    Ecco perché oggi più che mai è necessario che la nuova legge elettorale restituisca agli italiani i diritti costituzionali della Rappresentanza, e si ritorni alla libertà di azione degli eletti che, in democrazia, rispondono agli elettori e non ai capi partito, e ciò deve essere chiaro a tutti i partiti, che devono ora dichiarare la oro posizione affinché tutti i cittadini sappiano chi vuole continuare a estorcere i diritti costituzionali e chi invece dopo 21 anni, consente di ritornare al rispetto della Costituzione, per salvare la democrazia.

  • Tutto per la sopravvivenza politica di un innato imbroglione

    Si diventa ridicoli solo quando si vuole apparire ciò che non si è.

    Giacomo Leopardi; da “Pensieri”, 1845

    La saggezza popolare rimane sempre una ricchezza inestimabile del genere umano dalla quale bisogna sempre saper imparare. Saggezza espressa e tramandata, nei secoli, anche dalle fiabe, che spesso sono state condivise, con delle particolarità locali, da diverse popolazioni.

    Una di quelle è la fiaba dei due o tre furfanti, a seconda della versione, che riescono ad ingannare un contadino. Avendo visto che lui aveva comprato un caprone (in altre versioni una pecora o un vitello), decidono di convincerlo che lui stesse portando sulle spalle un cane morto. Ed i furfanti si divisero i loro compiti. Il primo, avvicinandosi al contadino, chiese a lui perché stava portando sulle spalle un cane morto e poi si allontanò. Il contadino scaricò il caprone dalle spalle e lo guardò, per verificare cosa stava portando sulle spalle. Camminando verso casa però i dubbi cominciarono a turbarlo. Poco dopo il secondo furfante, fecce a lui la stessa domanda. Allora il contadino, credendo ai furfanti, scaricò di nuovo il caprone dalle sue spalle e lo gettò sulla strada. E mentre lui si allontanava disperato, i furfanti presero il caprone e se ne andarono contenti.

    La saggezza popolare, tramandata da questa favola, ci insegna due cose. Ci insegna a credere a quello che uno vede, sente ed impara, in prima persona, dalla reale vita vissuta e spesso sofferta. Ci insegna altresì che non ci si dovrebbe fidare mai, ad occhi chiusi, di quello che ci viene detto, soprattutto da persone sconosciute, o che hanno dimostrato di essere degli imbroglioni.

    Quanto sta accadendo in questi ultimi anni in Albania ci fa ricordare proprio la sopracitata fiaba. Ma in questo caso c’è un solo imbroglione, che cerca di inculcare le sue “verità” e le sue “realtà virtuali” nei cervelli degli albanesi e non solo. Si tratta del primo ministro del Paese. Per alcuni anni, con il continuo e potente supporto della sua propaganda e delle attività lobbistiche, è riuscito a raggiungere il suo diabolico obiettivo. Con il passare degli anni però sono state molte le dimostrazioni degli inganni pubblici del primo ministro, a “scopo utilitaristico”, per superare le sue sempre più grandi difficoltà che, a livello locale, sono causate dai continui e clamorosi scandali milionari in cui sono stati coinvolti anche i suoi più stretti collaboratori e famigliari, così come dal continuo e crescente abuso di potere, conferito e/o usurpato, da parte del primo ministro.

    Invece a livello internazionale le difficoltà del primo ministro albanese sono state causate spesso dai rapporti delle strutture specializzate internazionali, mentre alcuni dei “grandi dell’Europa” e delle cancellerie occidentali “non vedevano, non sentivano e non capivano nulla”! Chissà perché?! Forse per delle ragioni “geopolitiche e geostrategiche”, per raggiungere obiettivi di una “politica pragmatica”, o per garantire determinati “interessi strategici” di alcuni Paesi europei. Ultimamente però la maschera del primo ministro, a livello internazionale, è stata strappata dalla mancata e clamorosa revoca dell’immunità, da parte del Parlamento, alla sua stretta collaboratrice, ormai ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e dettagliatamente del caso durante questi ultimi mesi.

    Bisogna evidenziare che da alcuni anni ormai, il primo ministro albanese non organizza più delle conferenze stampa con i giornalisti, evitando così di rispondere a molte domande “fastidiose”. Le sole conferenze stampa del primo ministro sono quelle protocollari, insieme con i suoi omologhi stranieri. Ma anche in queste occasioni lui evita di rispondere e offende alcuni giornalisti che non ubbidiscono a lui e alla sua ben potente struttura di propaganda.

    Bisogna, altresì, evidenziare che, da alcuni mesi, il primo ministro sta rifiutando con arroganza anche le interpellanze parlamentari, chieste dai rappresentanti dell’opposizioni, violando così la Costituzione, le leggi in vigore ed il regolamento del Parlamento. Interpellanze nelle quali il primo ministro dovrebbe rispondere alle domande che riguardano questioni importanti come la sicurezza nazionale, l’abuso di potere, il suo coinvolgimento personale in diversi clamorosi scandali ecc.

    Il primo ministro, duro autocrate in Albania, approfitta però di qualsiasi “ghiotta occasione”, a livello internazionale, per cercare di “rendersi piacevole” con dei “gesti cavallereschi”, delle barzellette, delle battute e con dei vestiti “stravaganti” che attirano l’attenzione dei partecipanti e dei media. Una significativa metamorfosi quella sua. E siccome il primo ministro, da anni ormai, non può presentare una, solo una promessa mantenuta, solo un obiettivo dichiarato e poi raggiunto, allora cerca di “beneficiare” dalle battute e dalle apparenze.

    Il 16 aprile scorso il primo ministro albanese ha incontrato a Roma la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. E, guarda caso, il primo gesto che ha fatto l’ospite era quello di inginocchiarsi di fronte alla padrona di casa. Come aveva fatto anche a Tirana, il 16 maggio 2025, accogliendo la  sua omologa italiana all’inizio del sesto Vertice della Comunità Politica europea e mettendola in difficoltà. Un “gesto cavalleresco” ripetuto però anche il 10 luglio 2025, sempre a Roma, durante la Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina. I media presenti hanno evidenziato il “gesto”, sottolineando che il primo ministro albanese “…si inginocchia in modo teatrale, con le mani giunte, di fronte a fotografi e telecamere pronti a immortalare il suo saluto…”. Ma così facendo il primo ministro albanese ha raggiunto il suo obiettivo anche in quest’occasione.

    Chissà però se, durante il loro incontro, lui abbia informato la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia, dirigente di un partito di destra, della sua partecipazione, il 17 e 18 aprile, al vertice di Global Progressive Mobilisation (Mobilitazione globale progressiva; n.d.a.) svoltosi a Barcellona. Si trattava di un’attività denominata “In difesa della Democrazia” ed ospitata dal primo ministro spagnolo, che ha visto riuniti insieme dirigenti governativi e dei partiti progressisti di sinistra da tutto il mondo, nonché rappresentanti sindacali, attivisti e studiosi progressisti da oltre 40 Paesi del mondo.

    Bisogna evidenziare però che Global Progressive Mobilisation rappresenta “una piattaforma di coordinamento globale per difendere la democrazia, la giustizia sociale e il multilateralismo contro l’avanzata dei movimenti conservatori e di estrema destra”. Un vertice, quello di Barcellona, per contrastare soprattutto le politiche del presidente degli Stati Uniti d’America. Secondo fonti ben informate risulterebbe che il principale finanziatore del vertice del 17 e 18 aprile scorso a Barcellona fosse la Fondazione della Società Aperta. Ragion per cui al vertice era presente, come figura centrale, il figlio del miliardario speculatore di borsa statunitense, George Soros, ormai suo erede.

    Ovviamente il primo ministro albanese si trovava in difficoltà con la sua presenza in quel vertice. Ma non poteva dire di no al suo “caro fratello” Alex Soros. Ragion per cui ha cercato di tenersi un po’ in disparte. Anche perché il primo ministro albanese ha fatto di tutto per essere presente, il 19 febbraio, scorso al primo vertice del Consiglio di Pace (Board of Peace; n.d.a.) organizzato e diretto dal presidente statunitense. Non solo, ma tra il 25 e il 27 gennaio scorso, era presente in una visita ufficiale in Israele, dove ha partecipato ad una sessione del parlamento ed è stato accolto come ospite d’onore dal primo ministro dell’Israele. Ma durante il vertice di Barcellona il presidente statunitense ed il primo ministro israeliano sono stati dichiarati “nemici da combattere”.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, un innato imbroglione, è pronto a fare di tutto per la sua sopravvivenza politica. Anche di diventare ridicolo. Il che ci ricorda quanto affermava Giacomo Leopardi: “Si diventa ridicoli solo quando si vuole apparire ciò che non si è”.

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