Politica

  • Qualcuno ricordi a Casaleggio jr che ci fu un tempo in cui la politica si faceva nelle piazze…vere

    Le dichiarazioni di Casaleggio sorprendono solo chi non ha seguito la nascita, lo sviluppo, la cronaca quotidiana dei 5Stelle e della Casaleggio senior e junior.

    I molti commenti, più o meno puntuali, hanno già detto molto, a me resta solo il compito, molto arduo, di ridare, con qualche ricordo, memoria agli italiani. Memoria di tempi nei quali sicuramente la politica, o meglio i politici, hanno fatto molti errori, dal consumo del suolo alle operazioni poco trasparenti in tema di mafia o di tangenti, ma anche nei quali molti, semplici ed onesti, anche in politica, hanno costruito e difeso la democrazia dal dopoguerra a poco tempo fa.

    Non è un amarcord ma ci fu un tempo nel quale si faceva politica nelle piazze e nelle strade, comizi importanti o con cinque amici, palchi di fortuna e megafoni, pomodori o sampietrini, urla e scaramucce qualche volta pesanti ma davanti alla gente, alle persone in carne od ossa che potevano condividere o contestare, ma avevano la possibilità, il diritto di misurarti, capire chi eri, giudicare quello che dicevi e come lo dicevi. Era il tempo delle tribune politiche dove giornalisti preparati e qualche volta irriducibili, nel voler scavare a fondo e trovare le contraddizioni, mettevano sulla graticola il leader di turno, da Berlinguer ad Almirante. Tribune politiche dopo le quali ripartivano i dibattiti in famiglia e nei bar, dibattiti su cose concrete dette, non su slogan elettorali o su Twitter. Erano i tempi delle preferenze che davano ad ogni elettore la possibilità di scegliere chi doveva rappresentarlo e ad ogni candidato la possibilità di farsi conoscere e magari di essere eletto.

    Fu certamente valida la riforma che tolse i numeri di lista e la multipla preferenza per impedire eventuali brogli ma fu invece perniciosa, per la democrazia e la libertà, la legge che, con la lista precostituita dai capi partito, tolse ogni diritto agli elettori e diede vita a parlamentari che rispondevano solo ai loro capi, per avere la speranza di essere nuovamente rieletti, infischiandosene tranquillamente del territorio che avrebbero dovuto rappresentare e della nazione che avrebbero dovuto servire al meglio.

    Berlusconi diede il primo colpo, con il suo governo, alla rappresentanza diretta del popolo che secondo la nostra Costituzione dovrebbe essere sovrano e tutti i governi che sono seguiti hanno continuato sulla stessa strada peggiorando le legge elettorale di volta in volta. Così siamo arrivati a quest’ultima legge e a questo governo, che ovviamente di migliorare il sistema, per ridare ai cittadini quei diritti che avevano e che a loro  spetterebbero, non parlano proprio mentre invece arrivano le dichiarazioni di Casaleggio.

    A buon intenditor poche parole.

     

  • Usciamo dall’incantesimo degli affabulatori

    Mentre, per chi può, comincia il tempo delle vacanze ad altri continua a mancare il tempo della meditazione. Abbiamo vissuto anni nei quali dichiarare è stato, ed è purtroppo ancora, più importante che fare, e fare ha significato agire sulla scorta delle proprie idee, a prescindere da quanto servisse alla gente ed al Paese.

    Oggi è diventata ormai evidente l’incapacità di troppi di studiare i problemi, nella loro complessità, prima di passare alle dichiarazioni ed alle azioni. Il problema non è certo solo italiano: la mondializzazione degli errori, delle superficialità, delle arroganze è sicuramente riuscita e sta trascinando troppi stati, e troppi politici, verso la strada dell’ “uomo solo al comando”, ciascuno immemore di cosa hanno significato, nel secolo scorso, i regimi totalitari ed egocentrici.

    La velocità della comunicazione, con i sistemi informatici, impedisce di rileggere quanto si è scritto di getto, tutto deve essere immediato, dall’insulto alla minaccia, dalla promessa alla blandizia. E l’egocentrismo, il delirio di onnipotenza, che non termina neppure quando si è perso, la certezza assoluta di essere superiori e migliori di tutti coinvolge, ad ogni livello, impedendo di valutare conseguenze personali e collettive.

    Si è detto molto sulla necessità di riformare la politica: dall’Unione europea all’Italia i molti nodi venuti al pettine dimostrano che è un problema di uomini e donne all’interno delle istituzioni, per riformare quegli esseri umani, che sono stati e sono cattivo esempio e sprovveduti maestri, la strada è lunga ed impervia. A chi spetterà, nel caso che abbiamo lasciato crescere, riinsegnare il concetto di giustizia e correttezza, di autorità senza autoritarismi o spacconate, di bene comune, di comprensione, nella fermezza di leggi e regole, di giusto profitto e di attenzione sociale, solo per fare qualche esempio? Chi riporterà la discussione sulla differenza tra libertà e sopruso? Chi parlerà di empatia e saprà condannare l’anaffettività e l’egocentrismo che tanta indifferenza ci ha insegnato? Chi parlando in difesa della famiglia avrà il coraggio di ammettere che famiglie disastrate emotivamente, e travolte dalle ferree leggi del consumismo e dell’apparenza, hanno prodotto i disperati figli che governano con arroganza o si sballano di droghe e violenze?

    Si possono anche chiudere i porti se si aprono le menti per trovare soluzioni giuste ed efficaci perché in una società civile la morte ed il dolore degli altri non può lasciare inerti così come è legittimo difendere la propria vita e le proprie conquiste. Non saranno i robot né i cantaTwitter, penosa parodia dei cantastorie, a salvarci. Senza aspettare l’uomo della provvidenza, che spesso è il nostro carnefice, alziamo ciascuno la testa: ogni società si basa su individui che non operano soltanto per il proprio tornaconto. Usciamo dal privato dove ci siamo nascosti e rifuggiamo dal tanto peggio tanto meglio, dalle scelte di rabbia e dall’incantesimo degli affabulatori, usciamo.

  • I tre campanelli e la sirena di allarme

    Sembra incredibile come all’interno di  uno scenario politico italiano caratterizzato, anche dopo le elezioni, da un continuo susseguirsi di insulti ed incertezze relative alle politiche di sviluppo e fiscali, come da mancanze di visioni complessive sia da parte della maggioranza che della opposizione, i campanelli le e sirene d’allarme passino giornalmente praticamente inosservati.

    I primi due dei tre campanelli riguardano due dati relativi alla produzione industriale. Nel primo trimestre del 2018, solo grazie al balzo del mese di marzo, la produzione industriale ha registrato una crescita del +0,0%! Una tendenza preoccupante confermata poi dal dato di aprile che registra invece un – 0,1%, sempre della medesima produzione industriale nazionale.

    Nell’assordante coro delle mille voci politiche questi due dati sarebbero dovuti diventare centrali nel dibattito ed avrebbero dovuto stimolare un confronto tra le diverse tesi per invertire questo trend molto pericoloso. Questi andamenti infatti risultano particolarmente gravi soprattutto se confrontati con quelli della vicina Spagna la quale nel mese di aprile segna un +1,9% di aumento della produzione industriale, il che dimostra e conferma il sorpasso avvenuto circa un mese fa per quanto riguarda il PIL nazionale spagnolo rispetto al nostro come per il reddito pro capite. Viceversa le due compagini politiche continuano a vomitarsi insulti dimostrando un livello di educazione assolutamente incompatibile con gli incarichi istituzionali che queste persone rivestono.

    Si aggiunge poi un terzo e veramente preoccupante indicatore (il terzo campanello) economico che dimostra come tutte le tesi relative alla crescita economica stabilizzata proposte dagli ultimi governi, da Monti in poi, risultino assolutamente prive di ogni fondamento economico se non addirittura menzognere. Nel mese di aprile infatti i consumi risultano in discesa del – 4,6%, una diminuzione che non si registrava da cinque anni. Questo dato dimostra il sentiment, cioè la disponibilità dei consumatori ad assumersi impegni finanziari per acquisire beni di consumo attraverso il credito e parallelamente la mancanza di una speranza di miglioramento della propria situazione economica che determina una conseguente diminuzione dei consumi stessi. Se poi questi dati relativi al calo dei consumi venissero confrontati con le trionfalistiche dichiarazioni del sistema bancario che invece afferma di assistere ad aumento del credito (+7,8%) al consumo è evidente come questo incremento (sempre in relazione al calo  dei consumi del – 4,6%) venga utilizzato  semplicemente per “finanziare” il pagamento di  tasse e bollette.

    Questi tre campanelli da soli dovrebbero imporre un comportamento ed un atteggiamento da parte della compagine governativa come dell’opposizione assolutamente più maturi e responsabili che invece non si registra dall’inizio della campagna elettorale. Inoltre questi indicatori nazionali, uniti all’inconsistenza delle ultime politiche economiche dal 2011 ad oggi, come alla assoluta mancanza di visione strategica dell’attuale compagine governativa, hanno portato il tasso dei nostri titoli di debito pubblico ad essere superiori a quelli della Grecia. In altre parole da venerdì 8 giugno 2018 l’Italia viene considerata più a rischio della Grecia e questo risultato non può venire attribuito semplicemente alla finanza speculativa ma è frutto di una responsabilità diffusa (ed ecco la sirena di allarme).

    In altre parole, mentre si ragiona di sovranismo o, peggio, di ritorno alla lira, unito a concetti infantili (e privi di ogni connotazione economica) come “padroni a casa nostra”, chi  dovrebbe finanziare  il nostro debito ci considera più inaffidabili della stessa Grecia. Ovviamente questo risultato non può essere imputabile solo ed esclusivamente all’incompetenza come all’inconsistenza dell’attuale governo sotto il profilo economico ma all’intera compagine politica che negli ultimi vent’anni ha distrutto la politica economica e strategica del nostro Paese, a cominciare dal settore industriale. Quello che risulta incredibile di questi dati è il confronto, per esempio, con l’economia spagnola a noi una volta molto simile come modello economico e di sviluppo. Invece di avviare un serio confronto economico e politico, tutto  passa sotto silenzio, probabilmente anche a causa dell’incapacità di leggere da parte degli attuali responsabili economici del governo come dell’opposizione le dinamiche come le conseguenze che risultano essere espressione di questi dati.

    Non va dimenticato infatti come la Spagna, che contava una disoccupazione al 21% dopo la crisi del 2008/2009, sia riuscita, attingendo alle finanze pubbliche, a invertire questo trend e a stabilizzare la propria crescita al doppio di quella italiana già da tre anni a questa parte. Questo è successo semplicemente perché il rapporto tra debito e PIL risultava, precedentemente alla crisi finanziaria del 2008/2009, al 50% mentre ora si attesta al 90%.

    Grazie quindi alla correttezza dei conti pubblici attribuibile all’ottima gestione governativa degli ultimi vent’anni il governo in carica (che ha lasciato il passo a una nuova compagine governativa la settimana scorsa) hapotuto attingere a risorse finanziarie grazie ad un equilibrio finanziario complessivo nazionale. Viceversa noi abbiamo utilizzato negli ultimi vent’anni la leva della spesa pubblica per finanziare fattori improduttivi, dimostrando ancora una volta come i conti pubblici in regola rappresentino una garanzia per affrontare momenti di difficoltà legati a crisi economiche, magari internazionali.

    Sempre incredibile, come in Italia si continui a parlare di flat tax come di una strategia innovativa con il fine di ricreare una domanda interna, o, peggio ancora, si continui a discutere inutilmente di una possibile uscita dall’euro per riportare l’Italia agli anni Ottanta, un periodo ormai inavvicinabile in quanto il mercato di allora è cambiato radicalmente. Credere di tornare agli anni ’80 solo adottando la valuta di allora rappresenta l’infantilità come l’inconsistenza economica di questa teoria.

    Il silenzio con il quale sono ignorati e probabilmente anche incompresi nella loro gravità questi tre campanelli d’allarme italiani assieme alla sirena relativa al declassamento dei nostri titoli del debito pubblico rispetto alla Grecia rivela il livello culturale come del  senso dello Stato tanto della maggioranza quanto dell’opposizione.

  • Il festival dell’incoerenza e della malafede

    Se ci fosse un premio Nobel per l’incoerenza e la malafede non sarebbe difficile trovare coloro che lo meriterebbero. Le recenti vicende politiche italiane e in particolare la crisi costituzionale provocata dai capi politici del M5s e Lega, Di Maio e Salvini, offrono lo spunto per l’assegnazione del premio a questi due personaggi. Ce ne sarebbero altri meritevoli del premio, ma quelli che spiccano per la loro adamantina incongruenza sono i due politici citati. Gli esempi concreti li ricorda Mattia Feltri su La Stampa di oggi. Il primo si riferisce a Luigi Di Maio, che il 18 febbraio scorso affermava: “Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi, invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli”.

    Ieri, però, lo stesso Di Maio ha dichiarato: “Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità”, ma una personalità indicata da Di Maio per il ministero dell’Economia, Andrea Roventini, prima di proporre Paolo Savona, confermava che “si possono fare tagli mirati alla spesa realizzando il piano Cottarelli”. Un altro M5s, Alessandro Di Battista, domenica sera diceva invece che “Cottarelli è un uomo del Fondo monetario, è la dimostrazione che avevano un piano già pronto”. La coerenza, già! La coerenza! Chi la può pretendere in politica, soprattutto ai massimi livelli, cioè ai livelli di chi pretendeva di fare il presidente del Consiglio? L’incoerenza è redditizia – afferma Feltri – nessuno sarà chiamato a renderne conto, poiché prevale l’avvenenza dell’impudente.

    Il secondo spunto lo offre Salvini. “Cottarelli è molto bravo, ha una grande esperienza internazionale” – disse Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa nel mese di marzo, mentre alla sua sinistra Matteo Salvini approvava. Ieri però Salvini dichiarava: “Cottarelli è l’emblema di quei poteri forti per i quali l’Italia o si allinea a certi diktat o non ha il diritto di dar seguito alla volontà popolare”. Ma allora, è bravo o è soltanto una personificazione dei poteri forti?

    Di Maio, ancora, giovedì scorso: “Della squadra dei ministri se ne occupano il presidente Conte e il presidente Mattarella”. Domenica, invece: “E’ inutile, i governi li scelgono sempre gli stessi”. Ieri, ancora: “Mattarella è andato oltre le sue prerogative”. Prima poteva scegliere ed era assolutamente normale, ora non più. Quindi accuse di tradimento della democrazia, impeachment, messo in stato d’accusa. Secondo Salvini non poteva neanche prima, perché sono i partiti usciti vincitori dalle elezioni che devono decidere il presidente e i ministri del governo. Ma Mattarella ha precisato che la Costituzione gli offre prerogative alle quali non intende sottrarsi e non ha nascosto alla pubblica opinione la sua irritazione per i diktat che gli venivano imposti. Salvini allora s’è scusato – è un semplice fraintendimento: “Ma quale diktat, sono idee, proposte, suggerimenti …” Era giovedì, ma domenica il registro cambia. Anche per Salvini si tratta di poteri forti, di lobby, di banche, di potenze straniere.

    Ad un certo punto Paolo Savona non è più un suggerimento, una proposta, E’ una conditio sine qua non per fare il governo, cioè un diktat. Di Maio: “In questi Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi aver fatto reati contro la Pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro le puoi fare, ma se hai criticato l’Europa no”. Ancora Di Maio: “Un’alternativa a Savona era Armando Siri”, vale a dire uno che ha patteggiato per bancarotta fraudolenta; è meritevole allora di fare il ministro se lo suggeriscono gli M5s? Ma un altro M5s, Alfonso Bonafede, ha liquidato Cottarelli con questa sentenza: “Non si è nemmeno presentato alle elezioni”. Forse questo illustre personaggio soffre d’amnesia e non ricorda che anche Giuseppe Conte, il presidente da loro designato, non si era presentato alle elezioni e non ricorda nemmeno che neanche Paolo Savona da loro indicato come ministro dell’Economia, si era presentato alle elezioni. E’ possibile che sia l’amnesia responsabile di queste bufale?  Non lo crediamo e siamo convinti che queste bufale funzionano. I fanatici non conoscono la logica, la ragionevolezza, il significato esatto delle parole. Feltri conclude il suo articolo con altri esempi di coerenza e precisione. Salvini, nel dicembre del 2017: “Escluso l’appoggio della Lega a un governo di Maio. Basta vedere Spelacchio a Roma (l’albero di Natale in piazza san Pietro che si è rinsecchito e che perdeva gli aghi, spelacchiando i rami). Dico no al governo Spelacchio, aggiungendo che va bene cambiare idea, ma che “il Movimento cambia idea continuamente”. Di  Maio replicò: “Questa di Salvini è una buona notizia: finalmente vi metterete l’anima in pace su accordi o inciuci rea M5S e Lega”. E poi aggiunse: “Noi cambiamo idea? L’ultima volta aveva detto “perché no?” Ci usa soltanto per fare notizia. Nessun accordo, nessun inciucio”.

    Infatti, s’è visto! L’incoerenza è probabilmente un portato dell’attività politica. Non ce ne scandalizziamo oltre misura. Ma la malafede ha una valenza morale che non possiamo accettare ed i politici che la praticano non possono pretendere di essere creduti e rispettati, anche se il fanatismo passa oltre questi difetti e considera le loro bufale come verità assolute.

  • Streaming addio

    Sembra ieri il giorno nel quale Bersani, nel tentativo di formare il Governo, per incontrare i Cinque Stelle doveva assoggettarsi allo streaming che gli stessi avevano imposto e, sembra sempre ieri l’epoca nella quale Grillo & Company sostenevano che tutte le riunioni e gli incontri di Camera  e Senato dovessero essere fatte via streaming. La rete doveva sapere tutto, subito, in tempo reale. Nulla di segreto!

    Invece è bastato poco: qualche anno, qualche importante incarico amministrativo, qualche voto in più alle elezioni e la musica è cambiata, radicalmente cambiata. Al tavolo delle difficili trattative tra Cinque Stelle e Lega per il “contratto di governo” lo streaming non è più neppure un lontano ricordo e le notizie, durante le trattative, sono state poche  e filtrate. I due leader hanno dichiarato quello che volevano e quando lo volevano e la rete è stata chiamata ad esprimersi su quanto era già stato deciso. L’assemblea virtuale ormai ratifica, come ai tempi di Mario Capanna o della Prima Repubblica, quello che ormai non può più cambiare.

    Nulla di nuovo, il nuovo deve ancora venire, perché la politica poco edificante degli ultimi decenni è uscita dalla porta e rientrata prepotentemente dalla finestra, quella politica squalificata che riesce a corrompere anche chi non vuole chiamarsi partito ma movimento. La politica vera invece, quella che conosce i problemi, immagina il futuro e le conseguenze delle scelte di oggi, la politica che tiene conto delle situazioni contingenti nel quadro delle realtà internazionali, che sa dare input all’economia e attenzione alle esigenze ed ai cambiamenti sociali, che valuta gli accordi internazionali sia delle alleanze militari che commerciali, che conosce i pericoli del lassismo verso usi e costumi che distruggono il nostro modello sociale e culturale e che è in grado di comprendere come società in movimento debbano trovare modi e tempi di adattamento reciproco, questa politica non ha statisti a rappresentarla né uomini di cultura ed informazione che aiutino i popoli a crescere.

    Ogni paese, nel mondo occidentale, ha trasmissioni come la casa del Grande fratello e troppe trasmissioni ci presentano tronisti, avventurieri, personaggi rozzi e sboccati che ogni giorno, con l’esempio dei loro comportamenti, ci trascinano sempre più in basso e impediscono la capacità di crescita di intere popolazioni. L’illecito diventa diritto, la menzogna costume, l’improvvisazione arte, il millantato credito la norma, gli slogan programmi politici.

    Detto questo, e tutto quello che non diciamo, serenamente aspettiamo augurando a chi ci dovrà governare il massimo della fortuna e suggerendo sommessamente, a chiunque voglia occuparsi di cosa pubblica, di spegnere per un po’ Social e tv, di lasciar perdere interviste e gossip, di non comunicare via Twitter, di abbandonare le battute elettorali e di rimettersi serenamente a studiare per trovare soluzioni attuabili nella realtà.

  • Il ‘profeta’ Bob Kennedy

    “E gli altri? Come stanno gli altri?” furono le ultime parole pronunciate da Bob Kennedy prima di perdere conoscenza dopo essere stato ferito mortalmente dal giordano di origine palestinese Shiran Shiran nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, in California, in piena campagna elettorale per le presidenziali, il 4 giugno 1968 (morirà all’alba del 6 giugno). Il pensiero rivolto alla gente per la quale, se non avesse incrociato quel tragico destino, aveva in serbo tante battaglie, ideali e concrete al tempo stesso. A cinquant’anni dal suo assassinio cosa è cambiato? Cosa è rimasto di quei giorni? E soprattutto come stiamo noi da allora? Ce lo chiediamo e se lo sono chiesti nel libro Parola di Bob (Edizioni In dialogo) Mauro Colombo e Alberto Mattioli, presentato durante una tavola rotonda a Milano. Bob Kennedy fu persona lungimirante, convinta che solo promuovendo consenso attorno all’idea di cambiamento si potessero cambiare davvero le cose. Un’idea, o ideale, completamente o quasi latitante ai giorni nostri in cui cultura striminzita e uso inappropriato di internet, che porta al consenso pubblico basato sulle esigenze dei singoli utenti/elettori, hanno distolto lo sguardo dalla collettività. Bob Kennedy, seppure legato a doppio filo con suo fratello John, fu piuttosto un visionario lungimirante e multiculturale perché aveva capito che il bene, il meglio risiedevano nel lavorare per le esigenze del suo Paese. Fu definito un Don Chisciotte ma i suoi non erano mulini a vento da affrontare ma bisogni reali dell’America: diritti e doveri dell’uomo, il ruolo dei giovani nel cambiamento della società, le sfide per preservare l’ambiente e consegnarlo integro alle nuove generazioni, le cose da cambiare per costruire un mondo più giusto e soprattutto in pace. Aveva colto il vento del cambiamento di quegli anni (partito dalle proteste all’Università di Berkeley nel 1964) e contrastava la staticità del conservatorismo e perbenismo di una certa America ma soprattutto si chiedeva come, per decenni, la malavita organizzata avesse potuto dilagare senza essere ostacolata in quello che era definito il Paese più democratico del mondo dimostrando piuttosto, e paradossalmente, corruzione e connivenza con il male. Denunciò per primo quel malaffare, l’idea che per il bene comune fosse necessaria la partecipazione di tutti e il senso del dovere lo rendevano consapevole del pericolo di cui si stava circondando, consapevole di dover fare i conti con la morte che, puntuale, arrivò a pochi giorni da quei discorsi dai toni profetici che lo avrebbero quasi certamente portato alla Casa Bianca. Bob Kennedy non faceva sconti al suo Paese, gli chiedeva di prendere il meglio della democrazia, di quella democrazia che si fondava sulla cultura classica che ben conosceva, e proprio perché l’America potesse diventare una vera democrazia era convinto che bisognava imparare a guardare a se stessi e non limitarsi solo a denunciare ciò che accadeva oltre cortina o a nascondersi dietro i carri armati degli altri, parole queste che mai alcun leader dei paesi dell’Est aveva (e avrebbe) pronunciato. Democrazia significava parità tra bianchi e neri, svecchiamento dell’economia troppo legata allo statalismo di stampo roosveltiano, partecipazione, chance per tutti, dei giovani in primis dove per giovane non intendeva solo una fase della vita ma uno stato mentale. Idee forti, molte delle quali pronunciate in un esaltante discorso del 21 maggio 1968, appena due settimane prima di essere assassinato, in prima linea, come fino a quel momento nessuno era stato. Un romantico per quei tempi ma un romantico che prima e meglio di altri aveva colto la voglia di quel cambiamento che voleva abbattere i tanti, troppi stereotipi e differenze in un Paese ancora oggi con molte contraddizioni.

  • Fermarsi è come perdersi

    Se non ricordo male lo slogan fascista affermava che “chi si ferma è perduto”. Stiamo constatando ora, dopo le elezioni del 4 marzo, che la politica italiana è ferma, bloccata dal confronto tra i partiti nel tentativo di formare una maggioranza governativa. E’ un confronto necessario ed inutile nello stesso tempo, perché si sa in anticipo che le distanze tra chi ha vinto e chi ha perso sono infinite e che, anche tra chi ha vinto, le opinioni divergono radicalmente in ordine ai programmi presentati all’elettorato, tanto da far pensare che una ricomposizione di compromesso sia quasi impossibile. Ma niente è impossibile in politica e tutto potrebbe accadere. Nel frattempo, però, tra i ripensamenti, i tentativi di verifica promossi dal presidente della Repubblica attraverso degli esploratori, che fino ad ora non hanno scoperto niente, la politica italiana rimane ferma, nel senso che i temi dibattuti sono quelli funzionali alla formazione di una maggioranza, sono quelli politicanti, che non pensano al futuro ed alle riforme, ma soltanto al posizionamento tattico che potrebbe smuovere l’avversario verso l’accordo di potere. Intendiamoci!, è moneta corrente ovunque prendere tempo dopo le elezioni, soprattutto quando i risultati non assicurano la governabilità e la formazione conseguente di una maggioranza. I ritardi nelle decisioni da prendere non ci scandalizzano. In Germania sono occorso 171 giorni per giungere ad un accordo, che poi è stato stilato in 177 pagine, contenenti le scelte per il futuro riguardanti temi vitali per l’avvenire della Germania. Ma il ritardo italiano non è dovuto al tempo necessario per redigere un testo d’accordo. Di testi scritti non si parla proprio. Il tempo si perde nel porre veti reciproci, nel sottolineare le divergenze incompatibili, nel modificare il proprio programma nel tentativo di piacere all’avversario. Niente temi relativi al futuro dell’Italia ed alla sua collocazione più adeguata al contesto europeo ed internazionale. Niente analisi eventuali sul miglioramento del sistema, ma soltanto: quello non lo voglio nella eventuale maggioranza, quello non mi piace perché è diverso dal mio modo d’intendere la politica, ecc. E’ un ritardo sistemico il nostro, da Paese bloccato e senza la vitalità necessaria a farlo rimanere al passo. Per questo diciamo che è fermo. Lo è ancor prima delle elezioni. Lo è dal 4 dicembre 2016, giorno della sconfitta del referendum sul progetto di riforme. Non è quindi il ritardo che ci preoccupa, ma le cause che lo hanno prodotto, a partire dalla legge elettorale inadeguata a garantire governabilità e stabilità, e il fatto che intorno a noi l’Europa si muove. Domenica scorsa la Merkel, Macron e la May si sono consultati e hanno preso posizione contro gli Usa, che minacciano di applicare dazi alle importazioni dall’UE, e si sono chiesti se sostenere o meno il progetto americano contro l’accordo sul nucleare con l’Iran. Contestualmente si dovrà anche decidere se rinnovare o meno la sospensione delle sanzioni secondarie statunitensi verso Teheran, ovvero le sanzioni volte a impedire a parti terze di fare affari con l’Iran. Non sono temi da poco. Quali sarebbero le implicazioni di un mancato rinnovo della sospensione a livello regionale e internazionale? Quali le ricadute sulle relazioni transatlantiche, considerato che l’Europa ha più volte ribadito la necessità di preservare l’accordo e di mantenere una politica d’impegno verso Teheran? Francia, Germania e Regno Unito si concertano e rispondono a nome dei loro Paesi e indirettamente dell’Europa. E l’Italia? Può permettersi, date le sue relazioni commerciali con l’Iran, di rimanere fuori dal gioco? La diplomazia italiana, certamente, non rimarrà ferma. Ma il fatto di non partecipare al dialogo con i tre grandi che s’accordano su questi argomenti rendono debole la nostra posizione e difficile la difesa dei nostri legittimi interessi. Ecco perché i ritardi di cui abbiamo parlato sono anche responsabili della nostra debolezza sul piano internazionale oltre che europeo. Sembra che l’Italia sia scomparsa dal teatro globale della geopolitica e dell’economia. Stiamo creando un divario d’influenza e di credibilità nei confronti dei partner occidentali. Occorreranno tempo e grandi sforzi per colmarlo. “Loro avanzano – dice La Stampa – mentre noi discutiamo, distratti, di cose spesso piccole e, peggio, personalizzate, che paiono aver poco o nulla a che fare con le esigenze e le ambizioni di un grande Paese e dei suoi cittadini”. I cicli economici e storici si inseguono anche senza di noi. E chi sta fermo non è che sia perduto, ma subisce le scelte fatte da altri. Il che non è commendevole.

  • La giustizia mancata per il Rogo di Primavalle

    Sono passati 45 anni da quel 16 aprile 1973 quando tre militanti appartenenti a Potere operaio, gruppo della sinistra extraparlamentare italiana, diedero fuoco all’abitazione del segretario del MSI della borgata Primavalle di Roma, Mario Mattei. Nel rogo morirono due dei suoi figli, Virgilio e Stefano, un ragazzo di 22 anni e un bambino di 10. Ancora oggi il rogo di Primavalle è ricordato come uno dei delitti più efferati provocati dall’odio politico. All’epoca dei fatti, quando vigeva il motto che ‘ammazzare un fascista non era reato’, il delitto in un primo momento passò addirittura come vendetta tra appartenenti allo stesso Movimento e negli anni, ancor peggio, come un reato di serie B. Una intellighenzia salottiera e drogata di ideologia, non potendo accettare che gente ‘proletaria’, come erano i Mattei, potesse essere iscritta al Movimento Sociale e non al Partito Comunista, noto per la strenua difesa delle classi più umili, difese strenuamente i tre colpevoli con articoli di giornali e manifestazioni di piazza. Né la nomenklatura voleva rendersi conto, incaponendosi, che proprio al suo interno ci fossero formazioni violente e criminali. Gli assassini, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, condannati in via definitiva, non hanno mai scontato la loro pena e a distanza di quasi mezzo secolo i fratelli Mattei, come tanti altre vittime di destra, non hanno mai ottenuto giustizia (Lollo, tra l’altro, risulta essere un collaboratore del Movimento5Stelle). In occasione dell’anniversario le associazioni nate in memoria dei Fratelli Mattei hanno organizzato una serie di incontri e manifestazioni per ricordare i due ragazzi assassinati e sottolineare come quell’orribile delitto chieda ancora giustizia.

  • La vera strategia dei “mancati perdenti”

    I risultati elettorali delle ultime legislative hanno dato vita, come nella migliore tradizione della politica italiana, ad una situazione drammaticamente grottesca. Dal 5 marzo si inseguono sui media italiani analisi, ipotesi ed elucubrazioni circa le probabilità di raggiungere un’intesa di governo, con un ingiustificato ottimismo fondato unicamente sulla sottovalutazione di oggettivi impedimenti, che appaiono invece del tutto insuperabili. Dopo la prima tornata di consultazioni del Presidente della Repubblica, perfino davanti al sostanziale nulla di fatto e a fronte dell’acuirsi delle polemiche tra i partiti, incredibilmente risultavano in netta maggioranza i commentatori che giudicavano in positivo l’evoluzione della trattativa. Su cosa si poggi questa convinzione rimane un mistero. Quali sono invece razionalmente le posizioni in campo e, soprattutto qual è la vera strategia di quelli che, in maniera impropria, vengono definiti vincitori e che sarebbe più corretto definire “mancati perdenti”, in modo da distinguerli dai veri sconfitti che sono nell’ordine PD, F.I., LEU e FdI?

    In Italia, a causa del lungo processo di logoramento della credibilità della politica e della progressiva delegittimazione dei partiti, l’errore più grande non poteva essere che quello di adottare una legge proporzionale come il “Rosatellum” che, per natura, polverizza il voto e impedisce di individuare un vincitore, lasciando il campo ai partiti per tessere le intese post-voto. Uno scenario ben conosciuto e non a caso volutamente respinto con il referendum del 1993 dagli italiani, che è stato reintrodotto irresponsabilmente dai quattro partiti (PD, F.I., Lega e AP) proprio per avere le mani libere sia per la nomina dei parlamentari, che per gli inciuci nelle trattative del nuovo governo. Una legge in perfetto stile “I Repubblica”, che non aveva mai funzionato a favore degli interessi dei cittadini ma solo dei politici, già ai suoi tempi e che oggi non poteva che fallire, proprio per l’evanescenza dei partiti, che non hanno più l’autorità della identità ideologica. Ai partiti oggi non rimane per identità che la miseria dei punti di un programma, avendo persino mortificato il diritto del popolo di scegliere i propri rappresentanti. Cosa resta quindi della sovranità dei cittadini almeno in riferimento al rispetto degli indirizzi generali per cui hanno votato? Appunto solo il programma elettorale, che diventa così una sorta di camicia di forza inderogabile, salvo correre il rischio di essere tacciati dai propri elettori di tradimento, determinando, come sostiene Travaglio, il rischio per un movimento come i 5stelle in caso di alleanza con la Lega, di venire assaliti con i forconi dai propri militanti. Ecco, quindi, il problema: come si può fare un accordo tra partiti diversi sulla base di programmi elettorali confliggenti? Semplicemente non si può, perché nessun partito può correre il rischio di essere accusato di avere tradito i propri elettori. Ma diventa impossibile fare accordi anche tra programmi apparentemente vicini, perché la semplice sommatoria dei costi, anche solo dei punti principali e qualificanti rende economicamente incompatibile qualunque ipotesi di alleanza, perché i programmi sono stati redatti in maniera scriteriata e con l’unico obiettivo di acquisire consenso, con obiettivi demagogici e irrealizzabili. Qualcuno si è posto per esempio il problema di quantificare il costo della contemporanea adozione del reddito di cittadinanza dei grillini e dell’abolizione della legge Fornero? E di come renderli compatibili con la già annunciata manovra finanziaria per il 2019, che deve contenere coperture per 30 miliardi a legislazione vigente, di cui oltre la metà solo per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva? Ecco perché non è difficile, ma è impossibile che si possa raggiungere una qualche forma di accordo tra i “mancati perdenti”, alcuni dei quali ne appaiono ampiamente consapevoli. Per questo se si esaminano i comportamenti finora adottati dal M5S, si evidenzia la sua vera strategia costituita dalla volontà, in questa fase, di non volere andare al governo, ben mascherata dalla tattica di portare avanti una finta trattativa, costituita da timide ed evanescenti aperture parziali a tutti i partiti, condite però con pesanti veti su persone, e quindi boicottando di fatto il tentativo di accordo, nello stesso momento in cui viene offerto, facendo cadere la responsabilità della rottura sugli avversari, messi nelle condizioni di non poterlo accettare, pena la perdita di ogni residua dignità e credibilità. Contemporaneamente, oltre a tentare di arrecare ogni possibile danno, specie al centrodestra, in ordine ai tentati di destabilizzazione della fragile alleanza tra Salvini e Berlusconi, tentare altresì di tesaurizzare, con risultati tangibili, le rendite di posizione che la debolezza e superficialità dei loro avversari gli hanno consentito di ottenere. Quindi, che il M5S non voglia andare al governo in questa fase è chiaro come il sole. L’elemento che ha svelato più di ogni altro questo intendimento è certamente l’atteggiamento usato in occasione della elezione del consiglio di presidenza della Camera dei Deputati, allorquando per avere qualche posto in più ha deciso di mortificare il diritto del PD di avere i rappresentanti spettanti nel prestigioso organo di governo di quel ramo del parlamento. Quindi il M5S, che si trovava nella felice condizione di applicare la strategia che per cinquant’anni ha mantenuto la DC al potere e cioè quella dei “due forni”, vi ha rinunciato per la miseria di qualche posto in più in un organo di rappresentanza e ha deciso di mortificare il suo più probabile potenziale alleato per una possibile coalizione di governo? Se così fosse, e non invece per sabotare scientemente sin dall’inizio ogni possibile alleanza con il PD, sarebbe stata una scelta davvero stupida e autolesionista. E poi, come se non bastasse tale schiaffo, Di Maio ha confermato la strategia di volontario boicottaggio degli accordi, ponendo il veto a Renzi e Berlusconi, e successivamente ha dettato le sue condizioni al Capo dello Stato dando per scontato il suo diritto alla nomina a premier e alla pedissequa attuazione del suo programma, senza sostanziali spazi di trattativa. Quindi il primo partito d’Italia, che ha solo il 32% dei consensi, invece di ricercare le soluzioni per trovare il 19% mancante, ha trattato tutti con sufficienza e arroganza al punto che anche il più arrendevole e accattone politicante da strapazzo avrebbe difficoltà ad aderire ad una alleanza dove non è prevista neanche la più elementare forma di rispetto e perfino di  educazione. La logica dei veti, in particolare, appare funzionale solo a costruire rotture e non solo per l’aspetto formale, ma anche sostanziale ben sapendo la inutilità di qualunque accordo con il PD senza Renzi, che notoriamente da solo controlla la maggioranza del gruppo al Senato e, dall’altro lato, l’impossibilità per Salvini di esporsi all’indebolimento di lasciare Berlusconi, perché perderebbe più della metà della propria coalizione e si esporrebbe alla critiche di tradimento anche tra i suoi elettori, pagando un prezzo altissimo e senza alcuna evidente contropartita. Da parte sua al M5S basterebbe solo tesaurizzare le posizioni di potere già acquisite presso la Camera dei Deputati per portare avanti qualche manovra ai limiti della costituzionalità, ma di grande impatto propagandistico, come l’abolizione dei vitalizi, che potrebbe consentire al movimento di affermare che laddove è riuscito a raggiungere le leve del potere, ha coerentemente attuato il programma e che, per il resto, gli altri gli hanno impedito l’accesso a Palazzo Chigi. L’obiettivo finale a questo punto appare fin troppo chiaro, non potendo andare al voto subito i grillini “subirebbero” un governo comunque sia degli altri, meglio se minoritario, destinato a trascinarsi stancamente per tutto il 2018, sperando di andare al voto, con o senza la nuova legge elettorale ai primi dell’anno prossimo, probabilmente rinforzati e con la concreta speranza di conseguire la maggioranza assoluta e avere finalmente la situazione sotto controllo. Questa strategia tra l’altro impedirebbe la cosa che più teme il M5S e cioè la messa a nudo della inattuabilità di gran parte del suo farneticante programma politico, che in un governo di coalizione verrebbe immediatamente messo in discussione dagli alleati. Se questa è la strategia dei cinque stelle, l’unica contromossa intelligente è vedere il bluff, capovolgere la situazione e offrire al M5S stelle la disponibilità a “subire” un loro governo di minoranza, anche con la “non sfiducia” e senza chiedere nulla in cambio, aspettando semplicemente che porti il suo programma nell’articolazione legislativa dei vari punti all’attenzione delle Camere, dell’opinione pubblica e dell’UE e sollecitando unicamente l’impegno di eliminare il Rosatellum, per approvare tutti insieme al suo posto una legge elettorale che consenta ai cittadini finalmente di scegliere i propri rappresentanti e un vincitore certo la stesa sera della chiusura delle urne. La legge c’era e solo l’arroganza delle oligarchie dei partiti ne ha determinato la sostituzione e si chiamava Mattarellum, che è l’unica norma che non solo consente agli elettori la scelta vera dei propri rappresentanti, ma anche la piena rappresentanza dei vari territori, molti dei quali oggi non hanno nessuno a cui rivolgersi, che riduce la possibilità dei “paracadutati” e garantisce anche con la quota proporzionale limitata a un massimo del 25% di avere il sacrosanto diritto di tribuna ai piccoli partiti. Se i partiti avessero un minimo di senso di responsabilità, sarebbero arrivati da soli a queste conclusioni e già oggi si potrebbe ragionare in prospettiva di una rinascita del senso civico nazionale, che faccia giustizia di tutti gli atteggiamenti ispirati al risentimento, che tanto danno hanno arrecato al nostro Paese. Una riforma elettorale essenziale per una diversa modalità di esercizio della politica, che non può prescindere dal rapporto elettori-eletti e dal diritto di scelta che una democrazia compiuta deve garantire ai propri cittadini quale viatico ed elemento fondamentale per il recupero del grande valore, assente purtroppo dagli intendimenti dei protagonisti dello scenario politico nazionale e cioè la effettiva “tutela del bene comune”, che tutti i partiti hanno da tempo cinicamente sacrificato ai loro inconfessabili egoismi e la cui mancanza è alla base della fallimentare gestione della “Cosa Pubblica” nel nostro Paese. E’ su questo che bisognerebbe che i cittadini rivolgessero la loro attenzione, finora distolta dal rancore, che non è mai stato un buon consigliere.

    Nicola Bono – già parlamentare e sottosegretario ai beni e alle attività culturali

  • Salvini le preferenze ce le ha, Di Maio no

    Più volte, dalle elezioni ad oggi, i 5 stelle hanno rivendicato per Luigi Di Maio l’incarico di presidente del Consiglio, sostenendo che ne ha diritto in quanto ha preso quasi 11 milioni di voti.

    Vero è che Di Maio è stato indicato dal M5s come candidato premier, altrettanto vero è però che in Italia non c’è ancora una legge elettorale per indicare il premier, la legge infatti fa soltanto scegliere tra un partito o un altro e prevede liste bloccate all’interno dello stesso partito, decise dai leader. Di Maio è pertanto la prima scelta del suo partito ed è il partito che ha preso quasi 11 milioni di voti. Se dovessimo valutare in base ad un discorso di preferenze, vale a dire di scelta degli elettori, Di Maio, alle primarie del M5s per scegliere il candidato premier pentastellato, ne ha ottenute 30.396, cioé l’82% dei votanti iscritti alla piattaforma del movimento. Matteo Salvini, candidato premier dalla Lega e (si presume) dalla coalizione di centrodestra, coalizione che è arrivata prima nelle urne il 4 marzo, quando si è presentato alle Europee, elezioni nelle quali gli elettori hanno diritto di esprimere la preferenza, ha preso nel nord-ovest 223.410 preferenze, nel nord-est 108.950, al centro 32.476, sommando le quali con le preferenze di sud e isole ha raggiunto la cifra di 387.726!

    Se si vuole tenere conto del diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti politici e del dovere dei rappresentanti politici di confrontarsi con gli elettori, i voti di Salvini parlano chiaro. Di Maio, come Renzi, non ha mai fatto una campagna elettorale preferenziale, se non all’interno del suo partito; Salvini si è messo in gioco e i risultati sono noti. Come abbiamo avuto già modo di scrivere sul Patto Sociale, se una legge elettorale consente le coalizioni ed una coalizione prende più di tutte le altre, spetta a questa l’incarico di provare a formare il nuovo governo. A prescindere da come singolarmente possiamo pensarla, ci sono delle regole in democrazia che vanno rispettate!

     

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