Cibo

  • Gli italiani si alimentano sempre più attraverso gli snack

    La ricerca “Snacking Revolution” di YouGov attesta che sempre più gli italiani prediligono pasti leggeri sia a colazione (solo il 21% fa abitualmente una colazione “sostanziosa”), sia a pranzo e cena, occasioni in cui prevale largamente il piatto unico (rispettivamente 64% e 68%) rispetto a primo e secondo. Otto italiani su 10, infatti, sono ormai abituati allo spuntino, inteso come vero proprio “quarto pasto” a integrazione di quelli principali e consumato più volte al giorno e in contesti diversi (lavoro, studio, in movimento).

    Combinando i dati dello Shopper Panel YouGov, che monitora gli acquisti di oltre 17.000 famiglie e 30.000 individui con Survey CAWI, lo studio ha scoperto che lo spuntino è diventato parte integrante delle abitudini di acquisto e consumo per il 79% degli italiani: il 55% di loro preferisce consumarlo nel pomeriggio, con un picco della categoria 18-34 anni (66%) e localizzata nel nord-ovest dell’Italia (61%), a conferma del fatto che la ‘snackification’ sta ridisegnando i confini tra pasto e fuoripasto.

    Lo snack è ormai una realtà nella spesa degli italiani: i dati del panel YouGov mostrano, infatti, come esso sia presente nel 45% dei loro carrelli; all’interno del comparto si registra un incremento delle famiglie acquirenti (26.5 milioni nel 2025 vs. 26 milioni nel 2024), della frequenza d’acquisto (78,0 nel 2025 vs.75,1 nel 2024) e della spesa media (€ 426 nel 2025 vs. € 408 nel 2024). Nella scelta tra dolce e salato, poi, i gusti degli italiani sono dinamici, con il salato che riporta una crescita rilevante nel lungo termine (vs 2019) sia in spesa media (+69%) che in frequenza d’acquisto (+44%).

    Il report evidenzia quali sono i cibi prediletti per una pausa snack: frutta fresca e secca si preferiscono per lo più a metà mattina (51% frutta fresca, 42% frutta secca) e a metà pomeriggio (53% frutta fresca, 41% frutta secca), mentre per il dopo cena prevale la coccola dolce (64%). Tra gli snack, lo yogurt emerge tra i prodotti più apprezzati dagli italiani in tutte le sue varianti (greco, intero, light) e insieme ad altri latticini ad esso legati (kefir e skyr), così come le alternative “High-Protein” – con una penetrazione complessiva di 93,5% nel 2025 (contro il 93% del 2024) e una frequenza d’acquisto di 25,8 nel 2025 (contro il 23,9 del 2024). Parallelamente aumenta l’assortimento dei prodotti “senza” (lattosio, zucchero, glutine), che registrano una crescita nel 2025 pari a un indice di penetrazione di 87,2% (vs. 85,2% nel 2024) e a una spesa media di 64,62 euro (rispetto ai 58,75 del 2024). Anche le alternative “Plant-Based” hanno visto un incremento in termini di penetrazione (67,3% contro 63,9%) e spesa (49,16 euro contro 47,04) nel 2025 rispetto al 2024.

    Questi dati confermano da un lato una domanda strutturale di spuntini più salutari e funzionali che vadano incontro anche alle esigenze dei target più attenti al benessere (Health Actives e Health Moderate); dall’altro posizionano lo snacking come un prodotto che strizza l’occhio alle tendenze in corso come il Body Cult, l’Alternative Protein, il Clean Eating, la Mindfulneess o il Brain Food.

    Tra i target in più forte crescita, il report individua segmenti oggi meno “core” per la categoria snack quali i single e le famiglie bi-componenti, gli over 55 e le famiglie senza bambini, tutti target che mostrano forti aumenti della spesa media dedicata agli Snack nel corso degli ultimi 3 anni

    Attenzione però al rischio che l’affermarsi progressivo delle casse Self-Service potrebbe costituire per gli acquisti di impulso, così importanti per il mondo dello Snacking. Questa tipologia di casse è infatti utilizzata sempre più spesso e dal 27% delle famiglie italiane (7,1 milioni). La sovra-incidenza interessa per lo più i nuclei giovani con bambini localizzati nel nord-ovest Italia e rende sempre più necessario presidiare adeguatamente anche le aree adiacenti alle casse automatiche, per non perdere le opportunità di acquisto di impulso garantite dalle avancasse tradizionali, area di forza tipica di alcuni mercato del mondo Snacking

    Infine, un ruolo non marginale è rappresentato dalle Vending Machine, il cui utilizzo coinvolge quasi 27 milioni di consumatori in Italia e con livelli di penetrazione rilevanti (45%), per lo più dovuti alla loro presenza capillare in uffici, scuole, università e luoghi di transito come stazioni e aeroporti.

  • Toghe&Teglie: sformato di ricotta e spinaci

    Cari lettori, sono Consuelo Pinto della sezione tarantina di Toghe & Teglie e spero che il mio sia un ritorno per voi gradito, sia pure con una ricetta che non è mia creazione, anzi, la definirei un classico intramontabile, di facile realizzazione e sempre appetitosa. Inoltre è molto duttile: può essere parte di un antipasto ricco, un primo, un secondo o un contorno…ecco, non un dessert.

    Procuratevi e lessate degli spinaci freschi e teneri, senza gambi lunghi, per circa 6 minuti. Non di più altrimenti si ammosciano. Facciamo un mezzo chilo abbondante per quattro porzioni?

    In una ciotola a parte amalgamate con un cucchiaio di legno circa 300 grammi di ricotta fresca (io consiglio ovviamente di procurarsi quella di un caseificio o di una masseria, ma queste ultime si trovano solo dalle mie parti, perché offre un sapore davvero differente), un uovo grande intero, una spolverata generosa di grana (non troppo stagionato per non coprire gli altri sapori) e una macinata di pepe.

    Aggiungete successivamente gli spinaci, dopo averli scolati bene e tagliuzzati fini “a coltello”, e amalgamate il tutto rendendo l’impasto omogeneo.

    A questo punto, ungete con dell’olio evo una teglia e cospargerla di pangrattato sul fondo.

    Non vi resta che versare il composto di spinaci e ricotta nella teglia, stendendolo e come tocco finale, in superficie, ci sta bene una seconda spruzzata (questa volta senza esagerare) di grana, pepe e abbondate invece con altro pangrattato.

    Cuocete in forno ventilato a 180/200° per circa 25 minuti o, comunque, fino a doratura e formazione della crosticina.

    Alimento facile da preparare, sano, appetitoso: cosa si può volere di più?

    Dite la verità: avete già voglia di mettervi ai fornelli!

    Alla prossima.

  • Toghe&Teglie: la vignarola invernale

    Cari lettori de Il Patto Sociale, questa settimana tocca ancora a me, Ivan Vaccari, della Sezione laziale di Toghe & Teglie stuzzicarvi l’appetito e lo faccio con un piatto che è, in verità, un piatto di “recupero” come sono solito fare con quello che avanza e guai a buttarlo! E’ una mia invenzione anche il nome attribuito perché la vignarola é un piatto primaverile fatto con verdure di stagione: piselli, carciofi, fave, scarola.

    Mi sono, dunque, appropriato del termine, aggiungendo “invernale” per non violare il copyright della ricetta originale.

    Nel frigo ho ritrovato, abbandonati ad un destino infelice, questi ingredienti che voi potrete procurarvi appositamente per replicare un piatto che è un ottimo contorno ma anche un condimento saporito:

    – mezzo peperone che taglierete a listarelle

    – mezzo porro da affettare sottilmente anche lui

    – pisellini

    – pancetta (va benissimo, anzi meglio, il guanciale)

    Iniziate facendo spurgare la pancetta in una padella senza aggiungere olio o burro, e nel grassetto fate saltare le verdure a fuoco medio/basso senza farvi mancare una sfumata di vino bianco…vino, eh! Sono sempre vietati sordidi liquami contenuti in confezioni di tetrapak il cui impego è vietato persino nelle carceri iraniane.
    Non eccedete con i munti di cottura per evitare che le verdure diventino troppo molli e se volete, invece che proporle come accompagnamento o piatto a sé, mettete a bollire dell’acqua e cuocetevi della pasta (io suggerisco corta) che scolerete al dente e finirete risottandola nella padella con le verdure, la pancetta ed una generosa aspersione di parmigiano invecchiato trenta mesi.

    Da Roma per oggi è tutto…alla prossima!

  • World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    A latere del Meeting del World Economic Forum a Davos tra i temi geopolitici e strategici trovano un proprio spazio anche la sicurezza alimentare e la prevenzione medica, con le controverse opinioni espresse da un industriale italiano, relative alla filiera alimentare, che destano scalpore.

    Andrea Illy sostiene che “i cibi artificiali coltivati in laboratorio ‘rappresentino la via da seguire’, nonostante la massiccia resistenza dell’opinione pubblica”. “Il 70% dell’impronta ecologica dell’agricoltura è dovuto alle proteine animali”. “Perché dovrei usare gli animali quando posso coltivare la carne [in laboratorio]?”

    Sembra incredibile come mentre buona parte del mondo medico si trovi concorde nel principio secondo il quale una sana alimentazione rappresenti la migliore cura nella prevenzione delle malattie cardiache tumorali, al contrario di una parte degli industriali, supportata dalle istituzioni europee in preda sempre al delirio GreenDeal. Esattamente come in Danimarca, dove è stata introdotta l’obbligatorietà dell’utilizzo del Bovaer (3-NOP) dal gennaio 2025 per ridurre le emissioni di metano delle mucche fino al 30%, si continua a spingere per l’inserimento di nuove sostanze chimiche nella stessa filiera agroalimentare. Contemporaneamente nascono numerosi dubbi relativi all’utilizzo di questo prodotto chimico, il quale avrebbe compromesso la qualità del latte ed inoltre creato problemi digestivi con casi diffusi di diarrea severa e calo dell’appetito, calo della produttività e riduzione della resa lattiera in circa 400-600 aziende agricole monitorate. Non ultimi si sarebbero registrati sintomi gravi con casi di febbri atipiche, collassi (vacche che non riescono ad alzarsi) e, in episodi isolati segnalati sui social, decessi di capi.

    In altre parole, in Danimarca è stata introdotta nella filiera agroalimentare una sostanza per eliminare le flatulenze delle mucche, le quali, secondo questo delirio ideologico, rappresenterebbero una delle principali cause di inquinamento, superiore a quella degli aerei e delle navi porta container.

    Inoltre, la implicita ammissione da parte dell’intervistato, il quale pur ammettendo di avere il 70% della popolazione contrario a questa nuova forma di alimentazione, sottende implicitamente il desiderio di un intervento delle istituzioni europee a favore di questa nuova tipologia di carne e di filiera alimentare, magari attraverso qualche incentivo fiscale o peggio norma obbligatoria della carne coltivata.

    Nella legittimità dell’opinione rivendico la possibilità di affermare che siamo di fronte ad una follia assoluta, nel senso che non si tutelano le filiere agroalimentari italiane ed europee anche in un’ottica di prevenzione medica. Viceversa, si configura una volontà politica ed industriale finalizzata a distruggerle per un delirio ambientalista legato alla follia del GreenDeal unita ad una volontà speculativa di matrice industriale.

    Una convergenza tra politica e industria alimentare la quale fa sorgere il sospetto di una convergenza di interessi tra il delirio ambientalista europeo ed una volontà speculativa di determinate realtà industriali.

  • Toghe&Teglie: linguine, pesto, gamberi e stracciatella

    Cari lettori de Il Patto Sociale sono Monica Mariani della sezione lombarda del Gruppo Toghe & Teglie, questa settimana vi stimolerò le papille gustative con una preparazione facilissima che, ammetto, non è di mia personale creazione.

    Procuratevi delle zucchine e fatele cuocere tagliate a rondelle in poco olio, a fuoco moderato, con un pizzico di peperoncino, dopodichè asciugatele dall’eccesso di grasso e frullatele.

    Ora saltate, sempre in padella con un filo d’olio, delle code di gamberi già sgusciate per un paio di minuti a fuoco più vivace salando quanto basta.

    Mettete a bollire l’acqua e immergetevi delle linguine da scolare al dente e andandole a mantecare direttamente nella padella con la crema di zucchine, che nel frattempo avrete fatto riscaldare leggermente, mescolando con l’aggiunta di un poco di acqua di cottura tenuta da parte. A fuoco spento inserite anche il pesto ed impiattate guarnendo ogni porzione con un cucchiaio di stracciatella fresca, i gamberi, a loro volta fatti intiepidire, e una spolverata di pepe macinato fresco.

    Buon appetito, a presto!

  • Toghe&Teglie: scialatielli alla liquirizia

    Buon anno cari lettori, penso che questo augurio possa ancora farsi almeno fino a fine mese! Sono Pietro Adami della sezione veronese di Toghe & Teglie, Gruppo di cui sono uno dei fondatori, e questa settimana tocca a me proporre una ricetta che, probabilmente, non trovereste sul Cucchiaio d’Argento. A me è venuta così, immaginando quale potesse essere il connubio di sapori tra gli ingredienti.

    Ebbene: procuratevi e sbollentate delle cime di rapa, dopo averle private del nervo centrale, facendo andare per un paio di minuti in più del tempo ordinario, così da renderle molto morbide.

    Scolate, tenendo da parte l’acqua di cottura e strizzate leggermente la verdura per eliminare l’eccesso di liquido, quindi sminuzzatela a coltello e fate saltare in padella con olio, un paio di acciughine, aglio e un pizzico di peperoncino. Insomma, fin qui è la tradizionale preparazione della pasta con le cime di rapa, ma il bello (e buono) deve ancora venire.

    Dopo aver fatto diventare le verdure una crema ben amalgamata con gli altri ingredienti, aggiungete (una per porzione) mezza tazzina di liquore alla liquirizia e ravvivate il fuoco facendo andare a fiamma alta circa un minuto, sempre mescolando bene.

    Nel frattempo avrete messo a bollire la pasta, una ottima scelta sono gli scialatielli, nell’acqua di cottura delle cime di rapa precedentemente conservata: scolate molto al dente ultimando con una attenta mantecatura direttamente nella padella del condimento a fuoco basso con l’aggiunta, se gradita di parmigiano a bassa stagionatura per non andare in conflitto con altri sapori marcati: ma gli scialatielli saranno ottimi e di un gusto assai originale anche senza. Non parlatene, però, con la Direttrice de Il Patto Sociale, Raffaella Bisceglia, che è pugliese: potrebbe contestare un’accusa di blasfemia culinaria nei mei confronti.

  • Toghe&Teglie: cucina antispreco

    Feste finite, cari amici lettori! Sono Ivan Vaccari della sezione laziale di Toghe & Teglie e – come penso tutti voi – mi trovo alle prese con una discreta quantità di ingredienti e semi lavorati dopo gli stravizi tipici di questo periodo…per la verità, capita anche in altri momenti di rinvenire in dispensa qualcosa che non deve assolutamente essere sprecato e può ben dare spunto per una cucina tanto creativa quanto, appunto, antispreco. Ecco cosa mi è capitato proprio di recente e che cosa ne è venuto fuori.

    Se non le avete trovate, solitarie e abbandonate nel frigo, procuratevi delle zucchine: una verdura maltrattata perché si dice sappia di poco (e, invece, no: basta saperla valorizzare) e sia da dieta ospedaliera; lavatele, pulitele e affettatele ottenendo una dadolata da versare in un’ampia padella con olio evo ben caldo facendo andare a fuoco moderato finchè non saranno quasi fritte.

    A questo punto, via dal fuoco, tagliate a stick due o tre fettine di lonzino (va bene anche dello speck) e immergeteli nella stessa padella delle zucchine che avrete riposto separatamente ad asciugare dall’eccesso di olio, riattivando una fiamma sempre moderata.

    Nel frattempo avrete messo a cuocere degli spaghetti o altra pasta – è preferibile quella lunga – da scolare molto al dente per proseguire la preparazione risottandola nella padella con gli sticks e l’aggiunta di una bustina di zafferano.

    A cottura quasi ultimata aggiungete le zucchine e poi, fuori dal fuoco, mantecate con una generosa spolverata di pecorino, meglio se di media stagionatura.

    Un caro saluto e buon appetito a tutti!

  • I consumi di surgelati in Italia hanno superato il milione di tonnellate

    Gli alimenti surgelati sono sempre più apprezzati dagli italiani, che non solo li consumano in casa abitualmente, ma lo fanno anche fuori dalle mura domestiche. Secondo Iias – Istituto Italiano Alimenti Surgelati, dell’oltre 1 milione di tonnellate di alimenti surgelati consumati nel 2024, il 36% viene scelto fuori casa (dato comprensivo anche del canale door-to-door e della ristorazione collettiva). Questo risultato certifica la centralità dei frozen food anche nella ristorazione e il loro apprezzamento fuori casa da parte dei consumatori. Il merito sta nelle peculiarità intrinseche di questi alimenti: qualità nutrizionale, praticità, sicurezza, risparmio, antispreco e sostenibilità. Eppure, la ristorazione italiana, da quasi cinquant’anni, è obbligata ad apporre l’asterisco nei menu per indicare la presenza nei piatti di uno o più alimenti surgelati, congelati o abbattuti. Uno strumento che, se da una parte fornisce al consumatore una informazione in più (peraltro parziale e non precisa, vista la profonda differenza fra la surgelazione di tipo industriale e le varie forme di congelamento/abbattimento “fai da te”), dall’altra rischia di dare una connotazione negativa e fuorviante a un prodotto alimentare di indiscussa qualità.

    La ristorazione italiana sta vivendo un periodo di luci e ombre: se da una parte il 2024 si è chiuso con una spesa da parte dei consumatori di 85 miliardi di euro, in aumento rispetto al 2023, è altrettanto vero che il dato appare ancora distante dagli 88 miliardi del periodo pre-covid (2019). In calo anche i volumi, con una flessione delle “visite” del 6%, da parte dei consumatori. In questo scenario i volumi di consumo degli alimenti surgelati segnano un dato in controtendenza, con una sostanziale tenuta (+0,1%).

    La diffusione e l’apprezzamento crescente anche fuori casa degli alimenti surgelati ha molteplici cause. La prima è che gli italiani li trovano buoni: secondo un “Blind Taste Test” condotto da AstraRicerche per Iias, che ha messo a confronto alcuni piatti realizzati con ingredienti surgelati vs altri analoghi realizzati con ingredienti freschi, tra il 48% e il 68% degli intervistati ha espresso un voto superiore per il surgelato rispetto al fresco in riferimento a qualità, gusto, freschezza e consistenza percepite.

    La seconda ragione è che oggi un alimento surgelato ha caratteristiche nutrizionali e organolettiche analoghe, se non migliori, dell’equivalente alimento fresco: gli studi scientifici più recenti dimostrano infatti che il frozen, in particolare il pesce e le verdure, mantiene pressoché intatto e a lungo il contenuto di nutrienti, cosa che la semplice refrigerazione non è in grado di fare.

    Nelle sfide sempre più complesse che la ristorazione si trova oggi ad affrontare, il frozen si dimostra un grande alleato. Lo è sicuramente in termini di sicurezza alimentare, perché gli alimenti surgelati sono sicuri dal punto di vista sanitario visto che il sottozero blocca l’attività di microrganismi (enzimi, batteri) che, a temperatura ambiente, minacciano l’integrità di un alimento. Ma lo sono anche in termini di riduzione dello spreco alimentare, tema che investe non solo i consumi domestici ma anche la ristorazione. Secondo lo studio dell’Osservatorio Waste Watcher per Iias, negli ultimi 5 anni, nel nostro Paese, i consumi di frozen food sono aumentati, ma a questa crescita non è corrisposto un analogo aumento del loro spreco, che dal 2021 al 2025, è rimasto stabile e di poco superiore al 2%, a conferma delle preziose virtù intrinseche salva-spreco di questi alimenti.

  • Oltre 600mila ristoranti italiani nel mondo, ma la finta ristorazione italiana supera i 100 miliardi di euro

    Sono circa 600.000 i ristoranti che si definiscono italiani nel mondo, secondo le stime della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe). Ma di questi, solo una percentuale limitata rispetta i requisiti di autenticità: chef italiano, proprietà o gestione italiana, e utilizzo di ingredienti provenienti dall’Italia.  Il resto appartiene a quel fenomeno chiamato Italian Sounding: l’uso improprio di denominazioni, immagini e richiami all’Italia per commercializzare prodotti e servizi che con l’Italia hanno poco o nulla a che fare. Una distorsione di mercato che supera i 100 miliardi di euro l’anno e che altera la percezione globale della cucina italiana, danneggiando l’export e creando confusione nei consumatori.

    La cucina italiana è oggi la più diffusa e richiesta al mondo, con un mercato mondiale che supera i 228 miliardi di euro e continua a crescere senza rallentare. Tuttavia, piattaforme come Google Maps o TripAdvisor non distinguono minimamente tra autenticità e imitazione: chiunque può aprire un ristorante con bandiera italiana e menù tradotto, senza che vi sia alcun controllo reale sulla provenienza degli ingredienti o sulle competenze culinarie dello staff. È da questa contraddizione che nasce Real Italian Restaurants, la prima piattaforma digitale che attesta l’autenticità dei ristoranti italiani all’estero attraverso un processo strutturato e verificabile. L’idea prende forma dall’esperienza diretta del fondatore Orazio Salvini, che dopo l’ennesima cena in un ristorante italiano all’estero, ha analizzato i dati scoprendo che le ricerche online per “ristoranti italiani” registrano volumi altissimi, ma l’offerta è dominata da locali “falsi italiani” privi di qualsiasi filtro di qualità.  Così, nel 2024, è nata l’idea di questa infrastruttura digitale, pensata per portare regole chiare in un mercato senza filtri. La certificazione si basa su tre criteri imprescindibili: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia e prove concrete dell’utilizzo di prodotti autentici. Un processo rigoroso, supportato da fatture e documentazione fotografica, che rende l’autenticità finalmente dimostrabile. «I ristoratori italiani all’estero sono spesso sottostrutturati: hanno siti obsoleti, presenza social básica, nessun supporto digitale adeguato,” spiega Salvini. “Vogliamo essere il ponte che mancava: dare loro visibilità e strumenti, e allo stesso tempo aiutare i consumatori a riconoscere chi porta davvero l’Italia nel piatto».

    Il fenomeno non riguarda solo la ristorazione. Secondo Coldiretti, 2 prodotti agroalimentari italiani su 3 venduti all’estero sono in realtà imitazioni, incluse gelaterie, macellerie, gastronomie e negozi di prodotti italiani all’estero sono spesso gestiti da proprietari non italiani che sfruttano l’appeal del brand Italia senza rispettarne gli standard. Per questo motivo, Real Italian Restaurants sta espandendo il proprio ecosistema anche a queste categorie, creando directory certificate di distributori di prodotti italiani e di negozi specializzati autentici. L’obiettivo è costruire una rete completa a supporto dell’autenticità del Made in Italy gastronomico.  Parallelamente, è partita una campagna di reclutamento di Local Ambassador: italiani all’estero che segnalano ristoranti autentici e supportano il progetto. A Madrid, in sole 48 ore, sono arrivate 60 candidature da professionisti italiani espatriati, pronti a contribuire. In futuro, gli ambassador contribuiranno all’organizzazione di eventi, settimane della cucina italiana e tour gastronomici.

    L’Italian Sounding è ormai un problema globale: crea confusione, danneggia l’economia italiana e svuota di significato una delle cucine più amate al mondo. Difendere l’autenticità non è un vezzo patriottico: è una questione di trasparenza, valore economico e tutela culturale. E per farlo servono strumenti chiari e consapevolezza da parte di chi viaggia, compra o sceglie un ristorante.

  • Pasta di semola sempre regina sulla tavola degli italiani, ma cresce il consumo di pasta vegetale

    Tra i beni di largo consumo probabilmente nessuno rappresenta i gusti degli italiani meglio della pasta di semola. Anche i dati confermano come la categoria sia tra le più rilevanti del panorama alimentare del food & beverage del nostro paese, con il 96,8% delle famiglie che acquista almeno una volta all’anno questo vero e proprio pilastro della dieta mediterranea. In coerenza con i principali atteggiamenti anti-inflazionistici e con la frammentazione della spesa conseguente, la frequenza media ha fatto registrare nell’ultimo anno 21,9 atti d’acquisto (+3,5%) che contribuisce a contenere a circa 49 euro la spesa media annuale per famiglia (-5,8% rispetto al 2024). Barilla guida la classifica dei brand grazie a una penetrazione del 61,3% e una frequenza di acquisto di 6,4 volte mentre i principali marchi noti che inseguono mostrano performance variabili tipiche di un mercato competitivo e dinamico.

    La specializzazione del prodotto è, tra quelle in corso, la tendenza più rilevante: è quanto emerge dallo shopper panel di quasi 17.000 famiglie rappresentative della totalità delle famiglie italiane (26 milioni) di YouGov Shopper, leader del mercato nelle ricerche sul mondo del largo consumo che consente un monitoraggio continuo delle abitudini e dei comportamenti d’acquisto.

    Gli ampi margini di crescita consentono infatti performance migliori in termini di penetrazione per le varianti della pasta come i formati speciali (che raggiunge il 76% dal 74,8% del 2024) e quelle realizzate con farine integrali, di farro e kamut. Sebbene ancora relativamente circoscritto, il numero dei consumatori di pasta vegetale – cioè a base di legumi e cereali – è in forte crescita (+23%) così come il numero di consumatori di pasta senza glutine (+7,2%) o integrali (+5%).

    Queste tipologie rispondono a nuove esigenze nutrizionali e di varietà, grazie alla diversificazione dell’offerta che stimola il consumo. Ma chi sono i consumatori di queste proposte che si stanno lentamente imponendo? E quali sono le ragioni che trainano gli acquisti? L’analisi degli alti acquirenti (che corrispondono al 50% più alto rappresentando 4,8 milioni di famiglie per la pasta integrale e 1,4 milioni per quella salutistica) dei due segmenti della pasta integrale e di quella vegetale o salutistica che non rientra nella categoria integrale o gluten free evidenzia la preferenza dei senior (over 55, con figli adulti) per i prodotti del primo, mentre i decisori d’acquisto maturi (45-54 anni, con figli adolescenti) si orientano verso quelli del secondo.

    Entrambi i target si distinguono chiaramente per l’attenzione sopra la media dedicata alle informazioni sulle certificazioni (112%), alle proprietà dei prodotti (130% per il target salutista, 119% per quello integrale) e al biologico (rispettivamente 125% e 117%). Gli alti acquirenti di pasta salutistica risultano inoltre più aperti ai cibi esteri (116%) e alle novità (108%) mentre i brand più noti risultano relativamente poco attrattivi; tra le caratteristiche preferite, il basso contenuto di zucchero e l’assenza totale di OGM riscuotono un apprezzamento diffuso.

    La cura della linea e della forma fisica, anche grazie a un regolare esercizio, spiccano tra le principali preoccupazioni di questi consumatori. In particolare, entrando nello specifico delle abitudini alimentari, sono soprattutto le famiglie acquirenti di pasta salutistica a spiccare per le caratteristiche fortemente connotate: se confrontati con il riferimento nazionale, spicca nelle famiglie la presenza di vegani (185%), vegetariani (161%), persone intolleranti o allergiche (152%) o con alto livello di colesterolo (135%).

Pulsante per tornare all'inizio