Africa

  • Ethiopian and Sudanese troops clash in al-Fashaga

    Ethiopian and Sudanese forces have clashed at the disputed al-Fashaga border area following the alleged capture, execution and public display of the bodies of seven Sudanese soldiers and a civilian killed over the weekend.

    Sudan said on Tuesday that it had recaptured parts of its territory that were being held by the Ethiopian army.

    The al-Fashaga area is where the north-west of Ethiopia’s Amhara region meets Sudan’s breadbasket, Gedaref state.

    It has been contested for decades but tensions escalated over the last year with regular skirmishes reported between the two countries.

    Witnesses have told the BBC that Sudanese forces advanced and retook two settlements that were being occupied by Ethiopians along the disputed area.

    Military planes could also be seen circling the contested area as the Sudanese assault continued.

    Pictures on social media showed dozens of Ethiopian military vehicles destroyed, but these could not be immediately verified.

    Sudan accused Ethiopian troops of capturing and executing seven of its soldiers, but Addis Ababa has denied the allegations and instead said Sudanese soldiers encroached into its territory.

    The latest skirmishes are a major escalation of tensions between the two eastern African countries which are also embroiled in a dispute over Ethiopia’s filling of a mega hydroelectric dam along the River Nile.

  • At least 40 killed in western Ethiopia clashes

    At least 40 people have been killed in clashes in the western Ethiopian city of Gambella, after members of armed groups launched attacks on Tuesday, two senior regional officials have told the BBC.

    According to one of the officials, 10 of those killed were members of the government security force.

    A spokesperson for the Oromo Liberation Army (OLA) rebels, said his group had launched what he called an “operation” in the city, along with the Gambella Liberation Front.

    The spokesperson later said the operation was concluded “after meeting its objectives”, adding that “a large amount” of weapons had been seized.

    Residents have told the BBC that calm seems to have returned to the city on Wednesday but businesses and offices remain closed.

    On Tuesday evening, the region’s president said his forces had regained control of the city.

  • Too much censorship in African press – journalist charity

    Looking at the continent as a whole there are too often “cases of arbitrary censorship, especially on the internet with occasional network shutdowns in some countries, arrests of journalists and violent attacks”, press freedom charity Reporters Without Borders (RSF) says.

    In its annual report, released on World Press Freedom Day, RSF says there is a wide variety of experiences for journalists across Africa.

    Seychelles is the top-ranking African nation in RSF’s global index – at number 13 out of 180 countries.

    It says that the island nation “is one of the very rare African countries in which most journalists are women”.

    Namibia is next on this list – at number 18. Both Seychelles and Namibia are placed higher than the UK (24), France (26) and the US (42).

    Right at the other end of the list sits Eritrea, which is only beaten to the bottom position by North Korea.

    “The media are subject to the whim of President Isaias Afwerki, a dictator responsible for crimes against humanity, according to a UN report in June 2016”, RSF says.

    “There are no independent media outlets, and journalists have either fled the country or are in prison”.

  • Il Bitcoin diventa valuta legale nella Repubblica Centrafricana

    La Repubblica Centrafricana adotta il Bitcoin come valuta legale divenendo così il secondo Paese al mondo, dopo El Salvador, a fare ricorso a tale misura. Lo Stato africano, uno dei più poveri del mondo sebbene sia ricco di diamanti, oro e uranio, è devastato da un conflitto ultra decennale ed è uno stretto alleato della Russia, con mercenari del gruppo Wagner che fiancheggiano le forze ribelli locali.

    L’uso legale del Bitcoin è stato votato all’unanimità, come dichiarato dalla Presidenza della Repubblica secondo la quale tale mossa pone lo Stato “sulla mappa dei paesi più audaci e visionari del mondo”.

    Quando El Salvador ha adottato per primo il Bitcoin come valuta legale, nel settembre 2021, è stato fortemente criticato da mole realtà del mondo economico, compreso il Fondo Monetario Internazionale.

    Nel 2019, solo il 4% degli abitanti della Repubblica aveva accesso a Internet, secondo il sito Web WorldData. Ed la Rete è necessaria per utilizzare qualsiasi criptovaluta, incluso il Bitcoin.

    Il Paese attualmente utilizza il franco CFA (Franco delle Colonie francesi d’Africa), sostenuto dalla Francia insieme alla maggior parte delle altre ex colonie francesi in Africa. Tanti vedono nella legalizzazione del Bitcoin un tentativo per minare il CFA, all’interno di una vera e propria gara tra chi, Francia e Russia, possa mettere le mani su di un paese assai ricco di risorse. “Il contesto, data la corruzione sistemica e un partner russo che deve affrontare sanzioni internazionali, incoraggia i sospetti”, ha detto all’agenzia di stampa AFP l’analista francese Thierry Vircoulon.

    La Repubblica Centrafricana ha sofferto per i numerosi conflitti che si sono susseguiti, ed ancora in corso, sin dalla sua indipendenza nel 1960.

    Nel 2013, ribelli principalmente musulmani hanno preso il controllo del Paese in gran parte cristiano. Furono formate milizie di autodifesa per contrattaccare, causando numerosi massacri. Dopo l’elezione del presidente Faustin-Arcangelo Touadéra nel 2016, il Paese ha iniziato a spostare la sua alleanza strategica dalla Francia alla Russia.

  • L’Italia punta sull’Africa per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo

    La “campagna del gas” avviata dal governo italiano per ridurre la dipendenza energetica da Mosca procede a ritmo sostenuto, e dopo l’Algeria e l’Egitto, è stata la volta dell’Angola e del Congo. Costretto a casa dal Covid-19, il premier Mario Draghi ha dovuto dare forfait alla missione e così la delegazione è stata guidata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani, accompagnati dall’ad di Eni Claudio Descalzi. Il 20 aprile firma a Luanda di una joint-venture ad ampio raggio nel settore energetico per la produzione di materie prime (petrolio, gas naturale e gas naturale liquefatto) spingendo anche sulle fonti rinnovabili. Successivamente la lettera d’intenti per rafforzare la cooperazione energetica tra Roma e Brazzaville cui si aggiunge anche un accordo ad hoc firmato da Eni con il ministro congolese degli Idrocarburi che dà ufficialmente il via all’estrazione di Gnl nel 2023. Proprio nell’ottica di rafforzare la cooperazione nel settore energetico, Roma sta usando le ottime relazioni che il gruppo energetico italiano ha costruito in circa 70 anni di presenza in Africa, dove è leader sia in termini di produzione che di riserve.

    L’intenzione del governo italiano è di sviluppare un progetto già avviato da Eni nel paese africano, provando così a rendere indipendente il nostro Paese dalle forniture di Gazprom prima ancora che in sede europea si trovi una posizione unica sul pagamento delle forniture. L’anno scorso il gigante russo energetico ha garantito oltre 29 miliardi di metri cubi di metano. Il gas aggiuntivo dei giacimenti angolani e congolesi arriverebbe sotto forma di Gnl, gas naturale liquefatto, e proprio per questo il Governo italiano sta lavorando anche a un maggior utilizzo dei terminali di gassificazione, che in Italia attualmente sono tre. Peraltro i piani di Eni prevedono una crescita di investimenti e attività nei Paesi africani nei prossimi anni: a sud del Sahara i principali hub dell’Eni si trovano in Congo, Angola, Nigeria e Mozambico, aree in cui le attività estrattive sono aumentate in modo considerevole.

    Nel 2020, la produzione annuale di gas della società guidata da Descalzi è ammontata a 1,4 miliardi di metri cubi mentre quella complessiva di idrocarburi è stata pari a 27 milioni di boe. Con l’accordo siglato ora, viene impresso un sensibile colpo d’accelerazione alla produzione di gas in Congo: tramite lo sviluppo del progetto di gas naturale il cui avvio è previsto nel 2023, si punta a ottenere una capacità a regime di oltre 3 milioni di tonnellate/anno (oltre 4,5 miliardi di metri cubi/anno). L’export di gnl permetterà così di valorizzare la produzione di gas eccedente la domanda interna congolese. La Repubblica del Congo ed Eni hanno anche concordato la definizione di iniziative di decarbonizzazione per la promozione della transizione energetica sostenibile nel Paese. L’ad di Eni ha spiegato che così facendo il Congo è diventato “un laboratorio di energie future con tecnologia italiana. Per questo – ha aggiunto – è un momento importante per entrambi i Paesi e anche per la nostra società”. Descalzi ha ricordato che Eni è l’unico produttore di gas ma che ora “stiamo ampliando la nostra attività a tutta la parte agricola per creare biocarburanti, al solare, all’economia circolare”.

    Soddisfatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che, in conferenza stampa, ha sottolineato come l’operazione di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia rappresenti per l’Italia una “priorità”. Non solo, ma il governo italiano sta lavorando “duramente” anche sull’istituzione di un tetto al prezzo del gas europeo, su cui alcuni Paesi dell’Eurozona hanno espresso perplessità. E invece, ha sottolineato, “per noi rappresenta una priorità – ha aggiunto – e ci aspettiamo sostegno su questo”. Anche il titolare del dicastero della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha rilevato l’importanza dell’accordo in Congo in questo senso e “l’Italia è uno dei paesi più virtuosi” in questo percorso. Parole di apprezzamento per l’intesa in Congo sono state espresse dal ministro congolese degli Affari esteri, della francofonia e dei congolesi all’estero Jean-Claude Gakosso che ha così commentato: “Si dice che tutto il mondo passa attraverso l’energia. Siamo felici di concludere accordo con l’Italia, e anche con Eni che qui si è dedicata anche in altri campi come la ricerca. Ma oggi si apre una strada nuova, quella della transizione energetica, una sfida che Eni è riuscita a cogliere”. Dopo la firma al ministero degli Affari Esteri, la delegazione italiana è stata ricevuta dal presidente della repubblica del Congo, Denis Sassou N’Guesso.

  • Dal Nilo al Ghana, ecco dove l’Eni punta in Africa

    “È il continente in cui abbiamo mosso i primi passi fuori dall’Italia nel 1954 e dove trovano spazio i capisaldi del nostro modello di business”, dice l’Eni della propria presenza in Africa.

    E’ la storia, in effetti, a consentire al Cane a Sei Zampe, che prima del 2014 aveva investito fortemente sulla Russia fra progetti e alleanze fino al fallito gasdotto South Stream con Gazprom, di puntare ora sull’Africa, dove l’AD Claudio Descalzi invita l’Europa a guardare “per più forniture di gas”. Nel 2020 il gruppo era presente in 14 Paesi africani dove dava lavoro a oltre 3.000 persone, dal maxi-giacimento offshore egiziano Zohr, “la più grande scoperta di gas mai realizzata in Egitto e nel Mar Mediterraneo” con 145.000 barili equivalenti al giorno in quota Eni, alla crescente presenza nell’Africa sub-sahariana.

    In Egitto, dove opera dal 1954, Eni trae circa il 17% della sua produzione annuale di idrocarburi, circa 291.000 barili di olio equivalente (boe) al giorno, divisi fra l’offshore del Mediterraneo, il Sinai, numerose concessioni nel Deserto Occidentale e, nel 2020, le esplorazioni nell’onshore del delta del Nilo.

    Presenza storica importante (dal 1959) anche in Libia, (168.000 boe/giorno nel 2020) con attività nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico, nonostante l’escalation militare nel Paese che più che dimezzato i 10 miliardi di capacità del gasdotto GreenStream. Sempre in Africa settentrionale, dal 1981 l’Eni è in Algeria con una produzione di petrolio e gas per 81 mila boe/giorno concentrata nel deserto di Bir Rebaa, e in misura minore in Tunisia (dal 1961), dove nel 2020 la produzione in quota Eni è stata di 8.000 boe/giorno nelle aree desertiche del sud e nell’offshore mediterraneo di fronte a Hammamet.

    Sempre con una presenza che risale indietro agli anni ’60, è la Nigeria il Paese dell’Africa sub-sahariana più rilevante in termini di produzione (131 mila boe/giorno nel 2020) con numerosi contratti di esplorazione/sviluppo e di esplorazione sia onshore che offshore. Seguono il Congo (dal 1968) con 73.000 boe/giorno in quota Eni nell’offshore convenzionale e profondo e nell’onshore, e l’Angola con 123 mila boe/giorno.

    Numeri inferiori a quello del Nord-Africa ma con prospettive di sviluppo promettenti. In Mozambico, ad esempio, dove l’Eni è presente solo dal 2006 con l’acquisizione di un blocco offshore, il Cane a Sei Zampe descrive “straordinarie scoperte di gas” a fronte di “un’intensa campagna esplorativa nell’arco di soli 3 anni” e con risorse accertate per 2.400 miliardi di metri cubi di gas. In Ghana, dal 2009, l’attività è concentrata nell’offshore profondo dove Eni ha concessioni e una licenza esplorativa a Cape Three Points.

  • Le donne del Sud del mondo sono le più esposte alle conseguenze del cambiamento climatico

    Gli effetti del cambiamento climatico non risparmiano nessuno ma a farne le spese sono soprattutto le comunità più vulnerabili e marginalizzate, a cominciare dalle donne che nel Sud del mondo convivono quotidianamente con siccità, ondate di calore e inondazioni. Fenomeni estremi che stanno spingendo al limite la capacità degli ecosistemi di reagire agli shock che si susseguono senza tregua e minacciano la sicurezza alimentare di milioni di persone. Non a caso quest’anno la Giornata internazionale della donna ha puntato i riflettori sulla «uguaglianza di genere per un futuro sostenibile», riconoscendo il ruolo primario che rivestono le donne nella lotta al cambiamento climatico.

    Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il 40% della popolazione mondiale (oltre 3,3 miliardi di individui) vive in Paesi «altamente vulnerabili al cambiamento climatico» e i disastri dovuti all’innalzamento delle temperature potrebbero spingere sotto la soglia della povertà estrema altri 122 milioni di persone entro il 2030.

    L’impatto dei cambiamenti climatici però non è lo stesso per gli uomini e per le donne. Queste ultime rappresentano il 70% dei poveri del mondo (1,3 miliardi di persone) e dipendono in misura maggiore per il proprio sostentamento dalle risorse naturali. Nei Paesi a basso reddito il 50% delle donne è impiegato nel settore agricolo ma meno del 15% possiede la terra che lavora. Le donne nutrono il mondo eppure restano in gran parte escluse dai processi decisionali, dall’accesso a credito, servizi e tecnologie.

    Sono molti i modi in cui il cambiamento climatico incide sulla vita di donne e ragazze. A cominciare dalla violenza di genere che aumenta nelle emergenze (cicloni, siccità, inondazioni, sfollamenti) e in contesti di risorse scarse: il compito di procurare alla famiglia acqua e legna infatti è affidato tipicamente alle donne e questo accresce esponenzialmente il rischio. Anche le spose bambine sono un effetto collaterale del cambiamento climatico. Le famiglie ricorrono al matrimonio delle figlie ancora piccole come meccanismo di sopravvivenza. È quello che accade, per esempio, in Kenya, dove Cesvi promuove programmi per la salute materna e infantile: «Le bambine di 10, al massimo 12 anni, vengono promesse come spose a uomini adulti in cambio di bestiame. Le collane che portano al collo rappresentano la promessa della famiglia al futuro marito. Spesso una bocca in meno da sfamare è l’unica soluzione per salvare la figlia e il resto della famiglia dalla fame», racconta Veronica Nerupe, allevatrice del villaggio di Nasuroi.

    Per invertire la rotta e garantire alle nuove generazioni un futuro sostenibile è dunque necessario intervenire sulle disuguaglianze di genere. È quello che fa Cesvi nei Paesi più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico, dove ha messo in campo programmi che mirano a promuovere la sicurezza alimentare delle donne fornendo loro gli strumenti necessari per raggiungere l’autosufficienza (sementi, bestiame, attrezzature, accesso al credito, formazione).

    È il caso dello Zimbabwe, dove l’organizzazione sostiene le imprenditrici agricole che producono arance, paprika e zafferano nei distretti di Beit Bridge e Makoni, promuovendo l’uso della tecnologia in agricoltura, dai sistemi irrigui agli impianti a energia solare: «Noi donne abbiamo più tempo per la famiglia, mentre prima passavamo la notte nei campi. Ora l’irrigazione è automatica e nessuno deve lavorare la notte», racconta Maria Tlou, 45 anni e sei figli.

    Più a nord, in Kenya, Cesvi sostiene le piccole allevatrici di bestiame e pollame che, come Veronica, sono alle prese con una delle peggiori siccità degli ultimi decenni: «Ora so che per vendere le capre bisogna rivolgersi agli intermediari oppure venderle all’ingrosso. Grazie al bestiame sono riuscita a pagare le tasse scolastiche dei miei figli», spiega la donna, 38 anni.

  • Mauritania accuses Malian army of killing its citizens

    Mauritania’s foreign ministry has accused Mali’s army of crimes against its nationals after dozens of protesters said their fellow countrymen had been killed “in cold blood”.

    Mali’s ambassador Mohamed Dibassy was called in to hear a “strong protest against the recent, recurring criminal acts”, committed by the army following the disappearance of several Mauritanians just over the border, the ministry said.

    In January, seven Mauritanians died in a border region, although after an inquiry, Bamako said there was no evidence linking its army to the deaths.

    Another incident took place over the weekend when two Mauritanians were shot at on their way back to Abel Bagrou, near the Malian border.

    Sources say some of the killed Mauritians were accused of links to jihadist groups operating in Mali.

    The Jeune Afrique website says they were shot by a group “affiliated to Mali’s army” said to be Russia’s Wagner Group, which is believed to be helping Mali tackle the Islamist militants.

    Mali’s ruling military junta has not reacted to Mauritania’s accusations.

    Since West African regional body Ecowas imposed sanctions on Mali because of the military takeover, Mauritania has been one of the few countries helping it get round the isolation.

  • L’Etiopia tira dritto sulla diga della discordia col Cairo

    L’Etiopia ha fatto un fondamentale passo in avanti sul fronte della sua maxi-diga ‘Gerd’ che rappresenta un dichiarato casus belli con l’Egitto: dalle prossime ore Addis Abeba inizierà a produrre elettricità nell’impianto destinato a ridurre la vitale portata d’acqua del Nilo a disposizione di Sudan ed soprattutto Egitto. Lo sviluppo, preannunciato sin dal luglio scorso, è stato reso noto da due anonimi funzionari governativi all’agenzia Afp senza per ora raccogliere reazioni dal Cairo: “Domani (il 20 febbraio, ndr) ci sarà la prima generazione di energia della diga”, ha detto un responsabile confermato da un secondo. La Gerd, acronimo inglese per Diga del Grande Rinascimento Etiope, è lunga 1.800 metri, alta 175 e rappresenta uno dei maggiori impianti idroelettrici in Africa. All’Ansa risulta che i lavori hanno raggiunto uno stato di avanzamento dell’84%. Le due centrali con 16 turbine sono situate sul Nilo azzurro, a una trentina di chilometri dalla frontiera col Sudan, dove l’Etiopia ha iniziato a costruire la struttura dal maggio 2011: l’obbiettivo dei 5.000 megawatt è aumentare del 60% la produzione elettrica a servizio dei suoi 115 milioni di abitanti. Un’opera considerata vitale dal premier etiopico Abiy Ahmed soprattutto in questa fase connotata da guerra civile in Tigrè, rincaro degli idrocarburi e pandemia, come ha notato Addisu Lashitew, un analista del Brookings Institution di Washington.

    Lo sbarramento è visto però come un pericolo esistenziale dall’Egitto, uno dei paesi più aridi al mondo e che dal Nilo trae il 97% dell’acqua di cui ha bisogno per i suoi oltre 100 milioni di abitanti in città e agricoltura. Il Cairo vuole un accordo vincolante su velocità di riempimento del bacino da 74 miliardi di metri cubi d’acqua iniziato nel 2020 e sulla sua futura gestione, soprattutto in periodi di siccità. I negoziati iniziati nel marzo 2015 e condotti dall’anno scorso sotto l’egida dell’Unione africana sono però in un pericoloso stallo: il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, ricordando che per l’Egitto “l’acqua è questione di vita o di morte”, ha usato toni bellicosi mettendo in guardia sul fatto che “nessuno è fuori dalla nostra portata». Il Cairo reclama diritti storici sul grande fiume in base a un trattato firmato dalla Gran Bretagna nel 1929 mentre Addis Abeba si appella a un accordo raggiunto nel 2010 dai Paesi del bacino del Nilo nonostante l’opposizione di Egitto e Sudan. Della disputa è spettatore interessato un gruppo italiano: Webuild (ex Salini Impregilo), che è “Main Contractor» dell’opera. Come consulente tecnico è stata utilizzata una joint venture formata tra la francese Tractbel Engineering e la milanese ELC Electroconsult.

    La possibilità tecnica di iniziare a produrre energia dalla Gerd si era creata dal luglio scorso, quando l’Etiopia aveva annunciato in maniera controversa di aver raggiunto l’obbiettivo del secondo riempimento annuale dell’invaso: 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua dopo i 4,9 del primo.

  • Ue e Africa accelerano sui vaccini ma è scontro sui brevetti

    Più fondi, più cooperazione, più parità nell’interlocuzione: il vertice tra Ue e Unione Africana, annunciato da giorni in pompa magna a Bruxelles e arricchito dalla presenza di oltre settanta capi di Stato e di governo punta a segnare un punto di svolta nelle relazioni tra i due continenti ma non risolve un nodo chiave come la cessione delle licenze sui brevetti dei vaccini. L’Oms ha annunciato il trasferimento della tecnologia necessaria affinché sei Paesi africani – Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sud Africa e Tunisia – mettano in campo la produzione di propri vaccini mRna. Ma il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha scandito tutta l’indignazione di un intero continente: “Le donazioni non bastano, sull’accesso ai vaccini dimostrate serietà”.

    Le parti, al momento, sono lontane. L’Ua vuole l’applicazione della clausola degli accordi Trips che prevede la sospensione dell’esclusiva dei brevetti autorizzando uno o più Paesi a produrre farmaci salvavita in situazione di emergenza. La proposta dell’Ue si ferma alla licenza obbligatoria per la concessione, limitata nel tempo, dell’uso dei brevetti. “La proprietà intellettuale non deve essere un freno alla diffusione del sapere ma va protetta”, ha sottolineato Emmanuel Macron mentre Ursula von der Leyen si è fatta portavoce della mediazione finale, annunciando per la primavera un summit ad hoc tra Commissione Ue e Commissione Ua per trovare una soluzione.

    Per ora l’Ue prova a smorzare il malcontento africano garantendo 450 milioni di dosi entro metà anno, mettendo in campo 425 milioni di euro subito per strumentistica e personale anti-Covid e certificando l’offensiva anti-cinese (e anti-Russa) in Africa con un piano da 150 miliardi da qui al 2027. Transizione ecologica e digitale, educazione e formazione, energie rinnovabili, connessioni internet. Nella dichiarazione finale viene messa nero su bianco anche una maggiore cooperazione sui migranti. Le strade, nel breve periodo, sono 2: accelerare sugli accordi di rimpatrio e prevedere la presenza di Frontex non solo nel Mediterraneo ma più a Sud, laddove i flussi hanno origine. Sulla nuova partnership Ue-Africa pesano le instabilità della Libia e soprattutto del Sahel. Francia e Ue stanno per spostare le operazioni militari dal Mali ai Paesi vicini, Niger in testa. I rapporti tra la giunta militare di Bamako – esclusa dal vertice come Burkina Faso e Guinea – e Parigi sono tesissimi. Al Mali che chiedeva all’Eliseo di ritirare “immediatamente” i soldati Macron ha risposto rimarcando “la sicurezza” dei francesi e il “rispetto” per Parigi.

    Il vertice di Bruxelles è stato anche teatro di un ‘mini sofagate’, l’incidente diplomatico che ad Ankara coinvolse von der Leyen attirando critiche su Recep Tayyp Erdogan e su Charles Michel. Il ministro degli Esteri ugandese Jeje Odongo al termine photo-op, ha infatti stretto la mano a Michel e Macron ‘saltando’ la presidente della Commissione e innescando qualche secondo di imbarazzo. Ad intervenire è stato Macron indicando con una certa decisione al ministro africano che c’era anche von der Leyen al suo fianco.

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