Africa

  • Vietare l’esportazione di vecchi veicoli inquinanti fuori dall’UE e per i paesi africani possibilità di acquisto di veicoli tramite accordi con le case automobilistiche

    Riceviamo e pubblichiamo una lettera che l’On. Cristiana Muscardini ha inviato al Commissario europeo all’Ambiente

    Virginijus Sinkevičius

    Commissario europeo all’Ambiente

    Rue de la Loi 200

    1049 Brussels

    Belgium

    Milano, 21 novembre 2022

    Signor Commissario,

    anche alla luce dei vari problemi emersi durante Cop 27 svoltosi in Egitto Le chiedo di affrontare un tema che sembra sfuggito all’attenzione di molti di coloro che si occupano di ambiente e di lotta all’inquinamento.

    Come Ella sa, mentre in Europa si obbligano i cittadini a sostituire le vetture inquinanti, dalle macchine ai veicoli agricoli, offrendo anche incentivi, gli stessi sono poi esportati e rivenduti nei paesi più poveri, specialmente in Africa.

    In questo modo noi spostiamo il problema, ci saranno meno emissioni inquinanti a Parigi, Milano, Bruxelles, Berlino ma ci sarà  ancora più inquinamento nelle città africane e, come sappiamo bene, il problema non si risolve spostandolo ma eliminandolo.

    La Commissione ritiene di poter intervenire mettendo allo studio una proposta che da un lato vieti l’esportazione di vecchi veicoli inquinanti fuori dall’Unione Europea e dall’altro crei, per i paesi africani, possibilità di acquisto di veicoli per il trasporto privato, pubblico e per l’agricoltura a prezzi calmierati attraverso i fondi per la cooperazione e tramite accordi con le case automobilistiche?

    Certa che alla Sua sensibilità non sfuggirà la necessità di affrontare anche questo problema resto in attesa di conoscere il Suo pensiero.

    Cordiali saluti,

    Cristiana Muscardini

  • Twitter lays off staff at its only Africa office in Ghana

    Twitter has fired nearly all its staff in Ghana, which was home to its only office in Africa.

    The firm “is re-organising its operations as a result of a need to reduce costs,” read Twitter’s email, seen by the BBC.

    The layoffs were part of a global staff cull introduced by new boss Elon Musk.

    The Ghana office was opened to some fanfare last year with the company saying it wanted to be more “immersed” in African conversations.

    Ghana staff were sent messages about the end of their contracts to their personal accounts, after being denied access to work emails.

    “It’s very insulting,” one person who wanted to stay anonymous told the BBC.

    “From the mail to the lack of next steps to the tone of the letter. Just everything. Ridiculously insulting,” the staff member continued.

    There were just under 20 people employed in Ghana’s Twitter office, the BBC understands.

    The termination of employment notice indicates that the “last day of employment will be 4 December 2022”.

    This move is against local labour laws which state that employers must give employees at least three months’ notice before the termination of contract date.

    It is also against the law in Ghana to not offer redundancy pay, which the anonymous staff members said they have not received, but will get their normal salary.

    The letter from Twitter’s management further warned staff not to “contact or deal with any customers, clients, authorities, banks, suppliers or other employees of the Company and are required to inform the Company if contacted”.

    It also told staff not to commence any other employment or engagement until their last day with the organisation, while wishing them the very best in their future endeavours.

    Mr Musk, Twitter’s new owner, has been laying off staff worldwide. He said he had “no choice” but to slash the company’s workforce as the firm was losing more than $4m (£3.5m) a day.

    Last year, Twitter announced it was opening its first Africa office in Ghana in a bid to “be more immersed in the rich and vibrant communities that drive the conversations taking place every day across the African continent”, it said in an April 2021 statement.

    At the time, Twitter had praised Ghana for “free speech, online freedom, and the Open Internet” with the news even being welcomed by Ghana’s President Nana Akufo-Addo who described it as “excellent”.

  • Tanzania deploys army to fight Kilimanjaro fires

    Tanzania’s army has deployed hundreds of troops to help firefighters who have been battling fires on Africa’s highest peak, Mount Kilimanjaro, for close to two weeks now.

    Army officials say the Tanzania People’s Defence Forces (TPDF) will co-operate with other agencies and volunteers to ensure the fire is controlled before it causes more damage to vegetation on the mountain.

    “Officers and men of TPDF have already arrived in Siha and Mweka areas in Kilimanjaro Region ready to fight the fire,” a statement by the TPDF says.

    A BBC team on the slopes of the mountain witnessed some of the soldiers arriving at the two entry points to the mountain on Tuesday.

    A series of wildfires have been breaking out in different areas on the mountain, after an initial fire started near a camp along a popular hiking route on 21 October.

    Hundreds of people, including firefighters, national park staff, tour guides and civilians, have been battling to put out the fires with little success.

    The cause of the fires is not known yet but the government says human activities are most likely to blame.

    The government says a prolonged drought, layers of decaying organic material and strong wind are part of the reasons the fire has been hard to control.

    Two years ago, a week-long inferno destroyed thousands of hectares of woodland on the mountain’s slopes.

  • I Paesi poveri non ce la fanno a tirare avanti, anche se molti di essi posseggono un sacco di materie prime

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato il 2 novembre 2022 su ‘ItaliaOggi’ 

    Il debito dei Paesi più poveri tra quelli in via di sviluppo è tornato a essere ad alto rischio. Lo afferma il recente studio del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato «Avoiding: too little, too late», si fa troppo poco e troppo tardi per evitarlo!

    Lo studio si riferisce a Paesi che rappresentano quasi il 18% della popolazione mondiale e il 50% delle persone che vivono in povertà estrema. Pur essendo ricchissimi di materie prime e di altre commodity alimentari, essi rappresentano un misero 3% del pil globale. Sarebbero 54 i Paesi in via di sviluppo che necessitano di una riduzione urgente del debito pubblico, pena una imminente catastrofe umanitaria, emigrazioni incontrollate e guerre di vario tipo: 25 sono nella regione sub sahariana, 10 nell’America Latina e nei Caraibi.

    L’aggravamento è dovuto al fatto che i suddetti Paesi emettono debito in dollari e, di conseguenza, subiscono le decisioni prese dagli Stati Uniti. Per esempio, l’aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed ha per loro un effetto negativo insostenibile. Da qualche tempo almeno 19 Paesi pagano interessi superiori del 10% rispetto a quelli dei Treasury bond.

    Queste obbligazioni sono in caduta libera con un deprezzamento del 40-60%. Se si considerano tutte le economie in via di sviluppo, ben 26, circa un terzo, sono classificate «rischio sostanziale, estremamente speculativo o insolvenza».

    Il peggioramento della loro situazione economica e sociale è confermato anche da un altro studio dell’Undp sul Multidimensional Poverty Index (mpi). Tale indice analizza la povertà combinando il livello del reddito pro capite con i diversi aspetti della vita quotidiana di persone in povertà: l’accesso all’istruzione e alla salute e lo standard di vita come alloggi, acqua potabile, servizi igienici ed elettricità. I dati di prima della pandemia e dell’impennata inflazionistica mostrano che 1,2 miliardi di persone in 111 Paesi vivono in condizioni di povertà multidimensional acuta. Questo è quasi il doppio del numero di chi è considerato povero perché ha un reddito inferiore a 1,90 dollari al giorno.

    L’analisi evidenzia che oltre il 50% delle persone povere (593 milioni) non ha elettricità e gas per cucinare; quasi il 40% dei poveri non ha accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici; più del 30% delle persone povere è privato contemporaneamente di cibo, combustibile per cucinare, servizi igienici e alloggio. La maggior parte delle persone povere multidimensional (83%) vive nell’Africa sub sahariana (579 milioni) e nell’Asia meridionale (385 milioni).

    L’Undp sostiene che la risposta del G20 sia del tutto inadeguata. Ricorda anche che, nella pandemia del 2020-2021, il G7 ha stanziato ben 16 mila miliardi di dollari. Lo stesso Fmi potrebbe espandere le sue linee di credito e accelerare la ricanalizzazione dei diritti speciali di prelievo. Perciò, volendo, «i problemi di liquidità non sono ingestibili».

    Lo studio propone il coordinamento dei creditori, compresi quelli privati, e l’uso di clausole per le obbligazioni statali che mirino alla resilienza economica e fiscale. Si sostiene che in alcuni casi si debba cancellare il debito. Oggi mancano le assicurazioni finanziarie dei principali governi creditori per raggiungere un accordo. Perciò si proporrebbero i cosiddetti Brady Bonds, obbligazioni della durata di 30 anni, sostenute da Treasury bond, emesse negli anni Ottanta dai Paesi in crisi per finanziare il debito con le banche commerciali. Si ricordi il default dell’Argentina.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Zimbabwe approves long-acting HIV prevention drug

    Zimbabwe has become the first county in Africa to approve a long-acting injectable drug that prevents HIV transmission.

    The first two injections of Cabotegraviror CAB-LA are administered four weeks apart, followed by an injection every eight weeks.

    The drug has received regulatory approval in two other countries, the US and Australia.

    Zimbabwe will begin rolling out the drug after regulators approved its use. The authorities say it will provide a crucial layer of protection for risk groups.

    Large scale studies of the drug showed 79% reduction in HIV risk compared with oral pre-exposure prophylaxis, according to the World Health Organisation.

    Zimbabwe approved a long-acting HIV preventative vaginal ring earlier this year.

    While African countries have dramatically reduced the number of new HIV infections, adolescent girls and young women remain at risk accounting for 63% of new infections last year.

  • African female politicians recount bullying and attacks

    West African female politicians have told the BBC’s Africa Daily podcast that the system was rigged against them and that they faced bullying and attacks. This is the reason why more women do not join politics in the region, they say.

    “It’s the system,” said Eunice Atuejide who stood as a presidential candidate in Nigeria’s 2019 elections. It has “quite a lot of people who are very patriarchal” in leadership positions.

    Ms Atuejide said women who run for political office face fear of attacks and warned it can get “really dirty”.

    She said opponents go so far as to make fake videos, including fake sex videos, to smear the women candidates’ name.

    Liberia’s Karishma Pelham-Raad, who is one of the youngest women candidates hoping to be elected to Liberia’s House of Representatives, echoed similar sentiments.

    Social media can “bring you down completely”, she said. Despite the fact Liberia had a female president in the form of Ellen Johnson Sirleaf, Ms Pelham-Raad believes not much was done under her administration to advance the rights of women in politics: “She did not empower a lot of women,” Ms Pelham-Raad said.

    The situation is not much better in Ghana, where Dr Zanator Rawlings, who is an MP, said there was no affirmative action bill to get more women into political power. Out of Ghana’s 275 MPs just 40 are women, she said.

    “Women just don’t get enough funding or support,” she said. “The system is rigged against the women” she added, lamenting that when women are in politics, they are mostly given “token” positions and “deputising” roles.

    Senegal is the country doing better than other countries in West Africa – following elections in July, women make up 44% of MPs, compared to 4% of in Nigeria and 26% in Niger.

  • Tigray fighters losing ground – TPLF general

    Tigrayan fighters in war-torn northern Ethiopia have lost control of a town near the region’s borders with neighbouring Eritrea, the commander of the soldiers said.

    Gen Tadesse Worede has told a regional news station that joint Ethiopian and Eritrean troops had taken the town of Sheraro.

    Neither government has yet commented and communications blackouts have made it difficult for the BBC to independently confirm the report.

    Sheraro is located some 50km (30 miles) from the border.

    Gen Tadesse also said government forces had taken control of Addi Arkay, a town along the border between Tigray and its southern neighbour Amhara that had been under the control of Tigrayan forces for more than a year.

    Government forces have plans “to control Axum, Adigrat, Shire [cities] and enter Mekelle [the Tigrayan capital]” Gen Tadesse said, adding that the ultimate goal was “to disarm” Tigrayan forces.

    “Tigrayan people are facing a coordinated attack that can be called the biggest yet,” he said.

    Both sides have been accused of wrongdoing in the conflict.

    The government has largely been quiet about the details of the fighting.

    Earlier this week the Federal Defence Forces’ commander-in-chief, Field Marshal Berhanu Jula, said his troops were “successfully thwarting attacks launched” by Tigrayan forces, without providing details.

    It has been three weeks since renewed clashes shattered a five-month truce and despite growing calls for de-escalation, fighting continues to be reported.

  • Le guerre per le terre rare minano anche il nostro futuro

    Mentre la nostra attenzione è, ovviamente, concentrata sui diversi problemi dovuti al rincaro del gas e alla sospensione di gran parte dei rifornimenti dalla Russia, si rischia che manchi all’analisi del nostro futuro quali saranno le conseguenze delle varie guerre di potere per accaparrarsi quelle materie prime senza le quali la società mondiale non può più vivere.

    Lo scontro tra i grandi della terra è sulle terre rare senza le quali le vecchie e nuove tecnologie non possono funzionare e in questo scontro ogni giorno si contano molte vittime.

    Il Congo è ricco di coltan, il minerale indispensabile per il funzionamento dei migliori microchip, quei microchip che regolano ogni tecnologia e presto saranno usati anche nell’industria pesante. Il coltan del Congo è particolare per la concentrazione di columbite-tantalite che porta ad un risparmio energetico, ad esempio prolunga la durata delle batterie e perciò è particolarmente richiesto anche per le macchine elettriche.

    La grande richiesta del coltan, in una paese poverissimo nonostante le tante risorse minerarie, cobalto in testa, aumenta le lotte intestine, i traffici internazionali, le guerre di potere, tutto a scapito della popolazione, che in gran parte lavora più di 12 ore al giorno, senza protezione e per una misera manciata di dollari.

    La Cina ha ovviamente un rapporto stretto con il governo congolese e ha usato tutti i mezzi per aggiudicarsi l’esclusiva del cobalto e si muove, anche sotto la copertura di varie società che tra loro si fondono con giochi ad incastro. Nel frattempo la situazione di donne e bambini resta drammatica mentre gli attacchi di bande armate, dei contrabbandieri e dell’Isis continuano contro la popolazione civile.

    Continua anche la corsa al litio, materiale essenziale per le moderne tecnologie e del quale la Bolivia detiene un quarto delle riserve mondiali conosciute ma non ne produce che pochissime quantità perché l’ex presidente Morales comanda ancora. Pur essendo nazionalizzata l’estrazione del litio, esiste solo un piccolo impianto che non riesce a produrre in modo industriale. Nel 2021 Morales ha deciso di mettere fine alla fallimentare nazionalizzazione ma solo nell’interesse di Pechino e Mosca.

    Le batterie al litio sono le più efficienti e riciclabili perciò è un grande affare produrlo, utilizzarlo, venderlo vista la necessità di arrivare all’autotrasporto elettrico così la metà delle compagnie che potranno avviare progetti di ricerca sul litio sono cinesi. Una di queste ha fatto una società mista con una società statale boliviana per l’industrializzazione delle saline. Il litio boliviano sarà anche a disposizione di una azienda statale russa che si occupa di energia nucleare, poiché è uno dei maggiori produttori mondiali di uranio, la Bolivia è ricca anche di questo materiale.

    Russia e Cina pur essendo apparentemente alleate su molte questioni, compreso il silenzio colpevole del presidente cinese sulla guerra di Putin contro l’Ucraina, in effetti hanno una forte rivalità per la conquista proprio delle terre rare. Queste terre sono molto presenti nel sottosuolo degli ex paesi satelliti dell’Unione Sovietica come il  Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan.

    La concorrenza continua anche per appropriarsi dei grandi giacimenti, non solo di preziosissimo rame, in Afganistan. In effetti le concessioni di alcune miniere sono in mano cinese già dal 2007 ma le note vicende afgane hanno per ora impedito l’estrazione. I cinesi inoltre potrebbero godere di un enorme giacimento di litio nell’alto Tibet individuato recentemente.

    Guerre e guerriglie grandi e piccole, ufficiali od ufficiose, continuano e si espandono, in nome di finti ideali, per garantire terre rare e potere ai giganti del mondo mentre le popolazioni dei paesi, che nel  sottosuolo hanno tante ricchezze, restano sempre più povere.

    Quando i giganti avranno raggiunto la piena acquisizione dei metalli e delle terre rare saranno i padroni definitivi del mondo, forse si faranno guerra tra di loro, forse si divideranno il mondo ma certamente noi non saremo più liberi ed indipendenti come siamo ora, o come crediamo di essere.

    Anche per questo aiutare il popolo ucraino a salvare la sua indipendenza e le ricchezze del suo sottosuolo è necessario e giusto anche per il nostro futuro di libertà e benessere.

  • Centrafrica. Criptovalute e materie prime

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri *e Paolo Raimondi ** pubblicato su ‘notiziegeopolitiche’ il 25 luglio 2022

    Molti giustamente si domandano per quale ragione la Repubblica Centrafricana (CAR), la cui popolazione è considerata tra le più povere al mondo, ha lanciato la sua criptovaluta, il Sango Coin. E bisognerebbe anche chiedersi negli interessi di chi.
    Il presidente Faustin-Archange Touadéra ha detto che “il Sango Coin sarà la porta d’accesso alle risorse naturali della CAR… L’oro digitale sarà il motore della nostra civiltà del futuro.”. Già lo scorso giugno aveva annunciato l’intenzione di valutare le proprie materie prime in monete digitali.
    La popolazione della CAR ha un reddito annuo pro capite di 500 dollari. Il Paese ha un territorio di 622mila km quadrati, più del doppio dell’Italia, e una popolazione di poco più di 4,8 milioni di abitanti. Il suo sottosuolo è ricchissimo: uranio, petrolio, oro, diamanti, rame, cobalto, coltan, ecc. Senza contare le cosiddette “terre rare”, ambitissime materie prime necessarie per le nuove tecnologie, anche per gli armamenti e per lo spazio. Si stima che il loro valore potrebbe superare i 3mila miliardi di dollari. Ciò fa gola ai vecchi e ai nuovi Stati colonialisti e alle grandi multinazionali.
    Si pensa di usare il Sango Coin per tutte le operazioni di finanziamento, di sfruttamento e commerciali legate alle materie prime e all’accaparramento del territorio, bypassando, in altre parole, il dollaro, l’euro o il franco CFA, che è in via di superamento. E’ prevista anche la costruzione di un’“isola cripto” sul fiume Oubangui, un hub dove coordinare tutte le operazione legate al Sango Coin.
    Hervé Ndoba, il ministro delle Finanze della CAR, ha affermato che la nuova cripto moneta sarà supportata da Bitcoin, che il governo centrafricano riconobbe come sua moneta ufficiale già lo scorso aprile. Si vorrebbe modernizzare il Paese con la tecnologia usata per il Sango Coin e rendere più facile il trasferimento di denaro per i cittadini, dimenticando che solo una persona su dieci ha accesso a internet e la rete elettrica è quasi assente su gran parte del territorio.
    La Banca Mondiale e il Fmi, in merito, sono stati colti di sorpresa, preoccupati per gli effetti finanziari potenzialmente destabilizzanti e di perdere il tradizionale controllo sul Paese.
    In verità la tempistica non è stata la migliore! Infatti, il progetto del Sango digitale arriva quando, dalla fine del 2021, la capitalizzazione di mercato delle risorse digitali è diminuita di circa 2mila miliardi di dollari, con il Bitcoin in calo di oltre il 55% dall’inizio dell’anno.
    Le criptovalute sono ammantate di un’attrattiva “ideologia ribelle” contro l’autorità delle banche centrali e dei governi. Sono operazioni finanziarie completamente private molto opache, sospettate di essere a volte strumento anche di movimenti finanziari illeciti e di riciclaggio. E’ vero che le vecchie strutture monetarie e bancarie conosciute non siano sempre state di specchiata chiarezza e correttezza, però, c’è sempre la possibilità di un intervento pubblico di controllo e di regole più stringenti. Con le criptovalute non è così.
    Perciò il fatto che il Sango Coin possa godere ufficialmente di riserve in Bitcoin, che è ad altissima volatilità, non garantisce la necessaria sicurezza.
    I giovani e la modernizzazione per lo sviluppo sono sicuramente il futuro dell’Africa e anche della Repubblica centrafricana. Non per sua colpa, la CAR è stata in passato preda coloniale e di saccheggio. Nel tentativo di affrancarsi da queste catene, si deve, però, stare attenti a non finire nelle grinfie di moderni predatori.
    E’ opportuno essere consapevoli che il controllo delle materie prime è anche al centro dello scontro geopolitico e geoeconomico attuale. La scelta della CAR, in merito, sorprende anche perché nel continente da tempo si parla di creare un’unica moneta africana.

    Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; **Paolo Raimondi, economista

  • Ethiopian and Sudanese troops clash in al-Fashaga

    Ethiopian and Sudanese forces have clashed at the disputed al-Fashaga border area following the alleged capture, execution and public display of the bodies of seven Sudanese soldiers and a civilian killed over the weekend.

    Sudan said on Tuesday that it had recaptured parts of its territory that were being held by the Ethiopian army.

    The al-Fashaga area is where the north-west of Ethiopia’s Amhara region meets Sudan’s breadbasket, Gedaref state.

    It has been contested for decades but tensions escalated over the last year with regular skirmishes reported between the two countries.

    Witnesses have told the BBC that Sudanese forces advanced and retook two settlements that were being occupied by Ethiopians along the disputed area.

    Military planes could also be seen circling the contested area as the Sudanese assault continued.

    Pictures on social media showed dozens of Ethiopian military vehicles destroyed, but these could not be immediately verified.

    Sudan accused Ethiopian troops of capturing and executing seven of its soldiers, but Addis Ababa has denied the allegations and instead said Sudanese soldiers encroached into its territory.

    The latest skirmishes are a major escalation of tensions between the two eastern African countries which are also embroiled in a dispute over Ethiopia’s filling of a mega hydroelectric dam along the River Nile.

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