Africa

  • NATO voices concerns over Russian military presence in MENA region

    Russia’s increasing military presence in the Middle East and North Africa (MENA) region is a matter of “great concern” for NATO, its Secretary-General Jens Stoltenberg said on Thursday, stressing that the alliance is “monitoring closely” Moscow’s actions.

    “We have seen the presence of fighter jets and mercenaries financed by Russia and all the Russian military capabilities,” Stoltenberg said in response to a question about Russia’s military build-up in the region.

    He added that Russia’s efforts to boost its military presence extend beyond the MENA, as they also reach the Baltic region and the Black Sea as well as to the High North. He stressed that Moscow’s moves is the reason behind NATO’s increased readiness of its forces and behind its advanced investments in new capabilities.

    “This is also the reason why … we are adapting NATO in response also to a more assertive Russia, which is investing heavy in new military equipment and also increasing its military presence along our borders, including in North Africa and in Libya,” Stoltenberg said.

    When it comes to Libya in particular, the NATO chief reiterated the alliance’s support to the efforts led by the United Nations, for a political, negotiated solution to the crisis in the country, whilst welcoming the announcement for a ceasefire.

    “We stand ready to provide support when the conditions on the ground, permit. Because we strongly believe that what we need is a political solution, and support the UN recognized Government,” of Fayez al-Sarraj, the leader of the international recognised Government of National Accord (GNA).

    Stoltenberg’s comments followed a meeting with President of Mauritania Mohamed Ould Cheikh El Ghazouani at the organisation’s headquarters in Brussels on Thursday.

  • L’UE blocca gli aiuti all’Etiopia per il conflitto nel Tigray

    L’UE sta valutando la possibilità di congelare un sostegno di 90 milioni di euro all’Etiopia dopo l’attacco contro i ribelli nella regione settentrionale del Tigray. Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione europea all’agenzia di stampa Bloomberg in cui si legge anche che i funzionari dell’Unione europea, che si incontreranno nel corso del mese di dicembre per discutere il trasferimento di 90 milioni di euro, potrebbero ritardare il finanziamento, a causa della forte violazione dei diritti umani che è conseguita all’attacco.

    Il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, martedì si è recato in Etiopia per sollecitare il ministro della Pace Muferiat Kamil a porre fine al blocco alle organizzazioni umanitarie internazionali che accedono al Tigray e a garantire l’accesso illimitato per gli operatori umanitari a tutte le aree colpite dai combattimenti. Il giorno successivo Lenarcic ha fatto tappa nel vicino Sudan dove decine di migliaia di profughi si stanno recando per rifugiarsi.

    Alla fine di novembre la Commissione europea aveva annunciato che avrebbe mobilitato i primi 4 milioni di euro per l’assistenza di emergenza agli etiopi in fuga dal paese a causa del conflitto nella regione del Tigray. L’assistenza finanziaria è destinata alle ONG e alle agenzie delle Nazioni Unite negli stati di Kassala e Gedarif nel Sudan orientale, che sono state le più colpite dall’improvviso afflusso di rifugiati in arrivo.

    Da quando il conflitto nella regione del Tigray è scoppiato all’inizio di novembre, i due stati del Sudan hanno accolto più di 29.000 rifugiati etiopi. Secondo i rapporti, decine di migliaia di rifugiati stanno attraversando il confine dall’Etiopia al Sudan e si trovano attualmente presso il centro di accoglienza di Hamdayet.

  • In Nigeria Boko Haram sgozza 110 contadini nei campi

    Trucidati e sgozzati dai terroristi di Boko Haram almeno 110 civili ieri nel villaggio di Koshobe, nel nord est agricolo della Nigeria. Secondo quanto ha riferito il coordinatore umanitario dell’Onu in Nigeria, uomini armati sono arrivati in moto e hanno colpito in modo brutale donne e uomini che si trovavano al lavoro nei campi del villaggio, ha spiegato Edward Kallon.

    Il massacro ha avuto luogo il giorno delle elezioni locali nello Stato, la prima che si è tenuta dopo l’inizio della rivolta di Boko Haram nel 2009. Da allora, più di 36.000 persone sono state uccise e più di 2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. “Nel primo pomeriggio del 28 novembre, uomini armati sono arrivati in motocicletta e hanno compiuto un brutale attacco contro uomini e donne che lavoravano nei campi a Koshobe”, ha detto Kallon. “Almeno 110 civili sono stati uccisi a freddo e molti di più sono stati feriti in questo attacco”, ha aggiunto, in quello che ha definito “l’attacco più violento dell’anno contro civili innocenti”.

    La dichiarazione del coordinatore dell’Onu non fa riferimento al gruppo jihadista Boko Haram, o alla sua fazione, lo Stato islamico dell’Africa occidentale (Iswap), che sta intensificando la violenza nella regione e controlla parte del territorio nigeriano. L’attacco è avvenuto in una risaia a meno di 10 chilometri da Maiduguri, capoluogo della provincia di Borno, epicentro dell’insurrezione islamista. Il mese scorso, 22 contadini erano stati uccisi nei loro campi non lontano dalla città. Agricoltori, pescatori e boscaioli sono regolarmente presi di mira dai jihadisti, che li accusano di trasmettere informazioni all’esercito o di non pagare la “tassa” jihadista, che è obbligatoria per svolgere attività economica in alcune zone di Borno. Anche il capo della diplomazia europea Josep Borrell, su Twitter, si è detto scioccato: “Sono profondamente scioccato da questo ennesimo terribile attacco contro civili innocenti nel nord-est della Nigeria”, ha scritto.

    Il conflitto, che dura da più di un decennio, ha creato una drammatica crisi umanitaria, recentemente esacerbata da scarsi raccolti e dalle restrizioni del coronavirus. Circa 4,3 milioni di persone erano a rischio di insicurezza alimentare nel giugno 2020, durante la stagione di magra. L’Onu prevede che il prossimo anno questa cifra aumenterà del 20% nello stesso periodo.

  • Solidarietà e idee regalo dal mondo dei ghepardi

    Il nostro Paese è purtroppo di nuovo parzialmente bloccato. La nostra preoccupazione va ai Parchi, alle strutture ricettive, alla nostra economia, … e ai nostri amici in Namibia che non possono accogliere nessun ospite. Tra questi, il CCF (http://www.cheetah.org), sia in Namibia che in Somaliland sta attraversando un periodo di grande stallo da un lato, e di grande lavoro dall’altro. Si, perchè il bracconaggio continua, e alla grande! E sono stati recuperati tantissimi ghepardi durante il periodo in corso….

    Stiamo cercando di aiutare come possiamo il nostro Rifugio Sicuro in Somaliland, dove ci sono ben 70 cuccioli dopo la missione della Polizia del Somaliland e del MoErd. Il CCF accoglie tutti i cuccioli, li cura, li nutre, e devo dire che l’abnegazione del personale è veramente commovente…!

    In questi giorni la dr. Marker è in Somaliland. Speriamo che si concretizzi la creazione di una Riserva naturale dove potranno essere liberati i ghepardi, e non solo …animali a rischio estinzione protetti anche da ranger… le trattative continuano, ma certamente l’impegno finanziario è notevole.

    Questo è il motivo per cui ci stiamo preparando alla Giornata del Ghepardo, il 4 dicembre, con largo anticipo.

    Abbiamo coinvolto il Parco faunistico La Torbiera http://www.latorbiera.it che si è generosamente reso disponibile a fare qualche gioco con arricchimento con le tre sorelle che ospita, e ci siamo recati al Parco per vedere come si comportavano…il Parco è bellissimo, un’oasi di pace e di natura incontaminata come non mai…..! Gli animali ospiti sono rari esemplari che rischiano l’estinzione, e l’impegno di Francesco e Mara è esemplare! Abbiamo preparato dei bocconi di carne appetitosi e li abbiamo messi alla prova: chi delle tre sorelle arriverà al boccone per prima? Ovviamente ci sarà un video che verrà pubblicato!

    Ora vi proponiamo questa nostra idea, e attendiamo un vostro riscontro: andando sul nostro sito www.ccf-italia.org che si presenta con una veste nuova, potete sempre acquistare i nostri prodotti, le magliette, le felpe e altro.

    A questo proposito siamo felici di avere concluso un accordo con il NAMSHOP (www.namshop.de), che importa dalla Namibia i prodotti tipici (molto naturali) del Paese dei ghepardi, e che ci darà automaticamente il 20% di quanto acquistato qui, sul nostro sito. Anche con un acquisto di alcolici, prodotti cosmetici (naturali) e manufatti tradizionali potete dare una mano al Cheetah Conservation Fund. Se andate sul nostro sito www.ccf-italia.org vedrete che ci sono diversi modi di aiutare, e viste le feste natalizie in arrivo, potete scegliere prodotti namibiani al 100% per un regalo, come i cosmetici, la birra, il Nam Gin, le borse i manufatti, regali insoliti che sicuramente vi chiederanno di ripetere (i prodotti della Namibia sono tutti naturali e non danno allergie).

    E SE VOLETE FARE UN UNICO BONIFICO (O CARTA DI CREDITO O PAYPAL) ACQUISTATE IL NOSTRO CALENDARIO 2021!

    PRENOTATEVI E LO RICEVERETE A CASA DIRETTAMENTE!

    Noi vi ringraziamo, come sempre, per il sostegno, e ci auguriamo di poter programmare presto un bel viaggio nel Paese dei ghepardi!

    Betty, Laura, Raffaella, Roberta, Maurizio, Andrea – Il CCF Italia

  • Ethiopian military pushes closer to rebel capital, denies ‘ethnic bias’

    The rulers of Ethiopia’s rebellious Tigray region refused to surrender to federal troops and instead claimed they were winning a war that has further destabilised the Horn of Africa.

    “Tigray is now a hell to its enemies. The people of Tigray will never kneel”, they said in a statement on Wednesday.

    Prime minister Abiy Ahmed’s government is also claiming major victories. The government said its forces are marching on Tigray’s capital Mekelle and will triumph shortly.

    Abiy, 44, ordered air strikes and sent soldiers into Tigray on November 4 after accusing the local ruling party, the Tigray People’s Liberation Front (TPLF), of revolt and an attack on a government base. The TPLF said civilians had been killed in the attacks, allegations the task force denied.

  • Il lockdown porta a un surplus di natalità in Kenya

    Il Kenya si prepara a un “baby boom” per la fine di quest’anno. Un rapporto del ministero della Salute certifica infatti un incremento nel numero delle donne rimaste incinte a partire da marzo, primo mese delle restrizioni imposte dal governo del presidente Uhuru Kenyatta per contenere la
    diffusione del Covid-9. Secondo gli esperti del ministero, citati dal quotidiano
    locale The Standard, negli ultimi quattro mesi il numero delle donne e delle ragazze che si sono rivolte alle prime cure prenatali è aumentato di circa un decimo rispetto allo stesso
    periodo negli anni precedenti. Il mese record, fino ad adesso, è stato giugno. Un dato in
    controtendenza rispetto a quella che è ritenuta la norma: in genere il mese in cui si riscontra un aumento nell’assistenza prenatale è gennaio, con un calo a maggio e giugno.
    Rispetto alle cause di questo incremento si è ancora nel campo delle ipotesi. Tra le più accreditate, le varie conseguenze delle restrizioni anti-Covid. Secondo un esperto di salute riproduttiva sentito dallo Standard, Victor Rasugu, un ruolo fondamentale lo ha avuto il calo degli approvvigionamenti e degli acquisti di contraccettivi, nonché di assistenza sanitaria riproduttiva. Un fenomeno, questo, dovuto soprattutto allo stress a cui è stato sottoposto il sistema sanitario nazionale. A preparare il “baby boom”, secondo la stampa keniana, anche i lunghi coprifuoco e i consigli a restare in casa che hanno caratterizzato il periodo di lockdown, con alcune restrizioni peraltro ancora in vigore.

  • Cominciato il processo contro l’ex Presidente del Sudan al-Bashir

    E’ iniziato il processo contro Omar al-Bashir, presidente del Sudan per oltre trent’anni, per il colpo di stato militare che lo ha portato al potere il 30 giugno 1989. Bashir, già accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il sanguinoso intervento in Darfur, era stato costretto a lasciare il potere nel 2019 a seguito delle proteste iniziate alla fine del 2018. Ad agosto era stato formato un governo unitario composto da funzionari dell’esercito e civili.

    Con Bashir sono stati mandati a processo anche più di venti ex funzionari che hanno prestato servizio nel suo governo. Insieme agli ufficiali, l’ex presidente è accusato di aver pianificato il colpo di stato in cui l’esercito ha arrestato i leader politici del Sudan, sospeso il parlamento, chiuso l’aeroporto e annunciato il rovesciamento alla radio. Bashir è già stato condannato per corruzione. Potrebbe essere condannato a morte se ritenuto colpevole del suo ruolo nel colpo di stato. Il processo è stato sospeso fino all’11 agosto per essere ripreso in un tribunale più grande dove più avvocati e familiari di imputati potranno partecipare.

  • Sahel summit agrees need to intensify campaign against jihadists

    International and regional powers on Tuesday agreed to intensify their military efforts against Islamist militants in the West African Sahel region.

    The leaders of the G5 Sahel nations, as well as EU leaders, including French president Emmanuel Macron, took part in a summit in the capital of Mauritania, Nouakchott. The G5 Sahel framework for coordination of regional cooperation was formed in 2014. Its members are Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania and Niger.

    “The heads of State stressed the need to intensify the fight on all fronts by national and international forces against terrorist groups”, a communique said.

    “It is our desire to Europeanise the fight against terrorism in the Sahel. When France gets involved, it’s Europe that gets involved”, Macron said. In January, Macron hosted a summit to help secure a stronger public commitment from the G5 Sahel nations, after France lost 13 troops in a helicopter crash.

    Earlier this month, French military forces killed the top al-Qaeda leader in North Africa, Abdelmalek Droukdel. “We are all convinced that victory is possible in the Sahel. We are finding our way there thanks to the efforts that have been made over the past six months”, Macron said.

  • Nuovo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo

    La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha riferito di un nuovo focolaio di Ebola nella città occidentale di Mbandaka mentre il paese sta lottando per contenere un’ondata di infezioni da Coronavirus. Il ministro della Salute Eteni Longondo parla di quattro persone morte, confermate come casi positivi attraverso un test di laboratorio dell’Istituto Nazionale di Ricerca Biomedica (INRB) della capitale Kinshasa.

    Anche l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) conferma l’infezione e il suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha twittato che l’epidemia “ricorda che COVID-19 non è l’unica minaccia per la salute delle persone”.

    La Repubblica Democratica del Congo ha lottato a lungo per bloccare lo scoppio dell’Ebola vicino ai suoi confini orientali con Ruanda e Uganda. Quest’ultimo focolaio di Ebola è l’undicesimo che esplode nella Repubblica Democratica del Congo da quando il virus è stato scoperto per la prima volta nel 1976.

  • Vanno a fare danni in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso si ItaliaOggi il 15 maggio 2020

    Avendo perso mordente e spazio operativo negli Usa e in Europa, le agenzie di rating si sono buttate contro i paesi emergenti, in particolare quelli dell’Africa. Non è necessario essere un genio di competenza e di capacità di analisi per immaginare le difficoltà economiche in un mondo devastato dalla pandemia del covid-19. Soprattutto nei paesi cosiddetti emergenti, da sempre suscettibili a ciò che accade nelle economie avanzate.

    In momenti e in modi leggermente differenti, le «tre sorelle del rating», Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, hanno declassato dieci paesi africani e i loro titoli di debito pubblico fino al livello di junk, di titoli spazzatura. Si tratta di Angola, Botswana, Camerun, Capo Verde, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Mauritius e Zambia.

    Le valutazioni sono basate fondamentalmente sulle previsioni riguardanti la debolezza dei sistemi fiscali e sanitari di detti paesi. Ciò avviene mentre la Banca Mondiale ha opportunamente, invece, sostenuto la sospensione dei pagamenti degli interessi sui debiti dei paesi più poveri che fanno parte dell’International Development Association (Ida).

    D’altra parte, la loro conoscenza dell’Africa è bassissima. La S&P, per esempio, si vanta di essere in grado di formulare valutazioni su ben 128 paesi del mondo. Ma ha un solo ufficio, a Johannesburg, per l’intero continente africano.

    I rating delle agenzie sono solitamente delle valutazioni più o meno banali. Però, com’è noto, sono presi in considerazione dai mercati per giudicare lo stato di salute delle varie economie e, di conseguenza, per definire i tassi d’interesse del debito pubblico dei singoli paesi.

    È un fenomeno più volte sperimentato, con effetti devastanti sia sull’aumento del costo dei prestiti sia sugli investitori internazionali. In merito, è opportuno ricordare il ruolo svolto dalle agenzie nel «meltdown» finanziario negli anni della Grande Crisi del 2008, che ebbe un impatto sui mercati globali e, soprattutto, sull’economia reale di molti paesi, compresi quelli in via di sviluppo.

    Poiché sembra che la cosa non sia nella memoria collettiva, riteniamo utile ricordare le denunce istituzionali fatte nei loro confronti.

    Per esempio, il dettagliato rapporto «The financial crisis inquiry report» redatto da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo statunitense nel 2011. Vi si affermava, tra l’altro, che «la crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese». Il solito giochino.

    Qualche anno fa, persino il «falco» tedesco Wolfang Schäuble, allora ministro delle Finanze, aveva detto: “Dobbiamo spezzare l’oligopolio delle agenzie di rating”. Si ricordi che in più circostanze, sia il G8 sia il G20 ha prodotto una copiosa letteratura, fatta di documenti e dichiarazioni, con i quali si stigmatizza il loro comportamento e si chiede una loro profonda riforma.

    Moody’s ha declassato a junk il Sudafrica facendogli perdere l’ultimo gradino di investment grade, sotto il quale gli investitori istituzionali non sono più autorizzati a comprare i titoli di stato. Essa ha stimato un notevole aumento del debito pubblico sudafricano che dovrebbe raggiungere il 91% del Pil entro il 2023. Quest’anno la crescita dovrebbe essere inferiore all’1% e poi sprofondare in terreno negativo a meno 5,8%.

    Moody’s non ha neanche aspettato per verificare l’impatto economico del coronavirus e i provvedimenti del governo di Pretoria.

    Le altre due agenzie, a onor del vero, avevano già da tre anni valutato come junk i titoli sudafricani. Adesso il Sud Africa dovrà lasciare l’importante World Government Bond Index dove ci sono tutti i titoli pubblici con il rating di investment grade. Di conseguenza il valore dei titoli sarà ridefinito senza una rete di protezione.

    Fitch ha tagliato il rating sovrano del Gabon da B a CCC. La spiegazione del declassamento riguarda l’eventuale difficoltà di rimborso del debito sovrano per mancanza di liquidità determinata dalla caduta dei prezzi del petrolio.

    Moody ha rivisto in negativo il rating sovrano di Mauritius a causa della previsione di minori guadagni turistici per il coronavirus.

    La Nigeria è stata declassata da S&P da B a B – perché il covid-19 aumenterebbe il rischio di choc fiscali derivanti dalla riduzione dei prezzi del petrolio e dalla recessione economica.

    S&P ha, da ultimo, anche declassato il Botswana, una delle economie più stabili dell’Africa, che aveva il rating A. L’agenzia ha citato l’indebolimento del bilancio statale a causa di un calo della domanda di materie prime e della prevista decelerazione economica provocata dalla pandemia. Il declassamento del Botswana è stato fatto quando nel paese non si era registrato neanche un caso di infezione!

    Questi downgrade a livello di spazzatura stanno provocando seri problemi, che possono avere conseguenze peggiori dello stesso coronavirus. Riducono, infatti, il valore delle obbligazioni sovrane usate come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle banche centrali, aumentando allo stesso tempo il costo degli interessi e, quindi, del debito. Di conseguenza vi sarà un’ondata di declassamenti anche delle imprese private.

    I paesi dell’Africa sono chiamati da più parti a disegnare un meccanismo di risposta collettiva contro l’abuso del rating. Si vorrebbe, tra l’altro, che l’Unione Africana creasse una sua autorità di controllo sulle attività delle agenzie e definisse degli standard di valutazione equi e realistici.

    I governi e le popolazioni del continente africano guardano sempre più all’Europa per trovare un sostegno e un modello. Purtroppo, anche sulla questione delle agenzie di rating l’Unione europea è ancora e inspiegabilmente paralizzata.

    Riguardo a particolari avvenimenti e a certi comportamenti umani, le popolazioni africane per descriverli usano figure di animali. Chissà quale bestia della savana utilizzeranno per le agenzie di rating?

    *già sottosegeretario all’Economia **economista

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