Africa

  • Più di 100 morti negli scontri nel Darfur occidentale in Sudan

    Più di 100 persone sono state uccise dopo giorni di scontri etnici nello stato del Darfur occidentale in Sudan. I combattimenti tra tribù arabe e combattenti della comunità africana Masalit, sostenuti da ex ribelli, vanno avanti da giorni, nell’area di Kreinik hanno provocato migliaia di sfollati, anche attraverso il confine nel vicino Ciad, stando a quanto affermano le Nazioni Unite.

    Un sopravvissuto agli scontri afferma che uomini armati hanno attaccato il loro villaggio a ovest di Kreinik e hanno aperto il fuoco prima di bruciare le case, hanno anche teso agguati sulla strada principale impedendo alle persone di fuggire. I feriti non hanno potuto ricevere cure mediche urgenti.

    Domenica sono iniziati nuovi scontri tra le comunità che hanno provocato almeno 55 persone. Martedì sono stati recuperati altri corpi tra i cespugli, portando il bilancio delle vittime a più di 100. Decine sono ancora i dispersi.

    Il mese scorso 43 persone sono state uccise in un’altra parte del Darfur occidentale. Scontri etnici sono stati segnalati anche nel sud della regione inquieta.

    Il governo ha dispiegato una forza congiunta di unità paramilitari, esercito e polizia nel Darfur occidentale e meridionale per cercare di contenere la violenza.

  • Bambini che giocano un ruolo chiave nei conflitti in Africa

    Nei conflitti armati nell’Africa occidentale e centrale vengono reclutati più bambini che in qualsiasi altra parte del mondo. A dichiararlo è l’ONU che con la sua agenzia per l’Infanzia, l’Unicef, parla di più di 20.000 bambini che si sono uniti a gruppi armati negli ultimi cinque anni.

    I bambini sono usati come combattenti ma anche come messaggeri, spie, cuochi, addetti alle pulizie, guardie e facchini in paesi dal Mali alla Repubblica Democratica del Congo.

    L’Africa occidentale e centrale ha registrato anche il maggior numero di bambini vittime di violenza sessuale nel mondo e il secondo numero di rapimenti.

    La regione ha diversi conflitti armati in corso, tra cui insurrezioni islamiste e guerre separatiste.

    L’Unicef, oltre a tenere sempre accesa l’attenzione sulla situazione, chiede un maggiore sostegno agli sforzi per prevenire e rispondere alle gravi violazioni contro i bambini.

  • In Liberia le donne accorrono per arruolarsi

    Il piccolo esercito della Liberia addestrato dagli Stati Uniti sta reclutando altre 200 persone per rafforzarsi, metà delle quali sarebbero donne. Il progetto è realizzato anche in vista di una nuova politica volta a raggiungere l’uguaglianza di genere.

    Il numero di donne candidate è estremamente alto, con più di 7.000 che si sono presentate lunedì scorso in una caserma militare nella capitale, Monrovia, per l’addestramento fisico prima del reclutamento.

    Il generale Prince C. Johnson ha dichiarato alla BBC che è stato organizzato un allenamento di fitness per le donne dell’area di Monrovia perché la ricerca ha dimostrato che erano meno in forma rispetto alle donne delle aree rurali. Queste ultime però, come era naturale, non se la sono cavata molto bene quando si è trattato di soddisfare i requisiti accademici per il reclutamento. Il candidato infatti deve essere almeno diplomato o possedere una formazione professionale per qualificarsi per l’arruolamento.

    Oltre al desiderio di prestare servizio nell’esercito, molte donne vedono in questo un’opportunità per superare gli alti livelli di disoccupazione. La Liberia infatti sta ancora scontando le conseguenze della guerra civile terminata quasi 20 anni fa durante la quale sono state uccise circa 250.000 persone.

  • Conflitto nel Tigray: il Primo Ministro etiope promette di guidare le truppe dal fronte di guerra

    Il primo ministro etiope Abiy Ahmed è pronto a guidare le truppe direttamente sul campo di battaglia mentre il conflitto, in corso da un anno, si avvicina alle porte della capitale Addis Abeba. La comunicazione è arrivata via Twitter dopo che il comitato esecutivo del Prosperity Party si è riunito lunedì per discutere della guerra.

    Il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) ha respinto la dichiarazione di Abiy e attraverso il suo portavoce, Getachew Reda, ha fatto sapere che le forze non intendono cedere. Dallo scorso novembre, il governo e le forze ribelli sono impegnate in una guerra iniziata nel Tigray e diffusasi nelle vicine regioni di Amhara e Afar. Il TPLF ha stretto un’alleanza con altri gruppi ribelli tra cui l’Oromo Liberation Army (OLA) mentre il conflitto si avvicinava alla capitale.

    Gli inviati speciali dell’Unione africana e degli Stati Uniti hanno cercato di mediare un cessate il fuoco negli ultimi giorni ma finora ci sono stati pochi progressi.

    Il conflitto ha provocato migliaia di vittime, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e altre centinaia di migliaia stanno affrontando la carestia.

  • In Nigeria non si arresta la violenza sulle donne

    Amnesty International sta invitando le autorità nigeriane ad attivarsi per proteggere le donne e le ragazze dalla dilagante piaga della violenza sessuale. In un nuovo rapporto emerge infatti che lo stupro continua ad essere tra le violazioni dei diritti umani più diffuse in Nigeria grazie anche all’incapacità delle stesse autorità di affrontare con durezza il problema, incoraggiando così gli stupratori che possono agire indisturbati e costringendo al silenzio, per rassegnazione, le vittime. Malgrado la dichiarazione da parte delle autorità nigeriane di uno “stato di emergenza” sulla violenza sessuale e di genere, lo stupro persiste e a chi lo subisce è negata giustizia. Secondo il rapporto di Amnesty, infatti, gli stupratori spesso evitano di essere perseguiti mentre centinaia di casi di stupro non vengono denunciati per la corruzione dilagante e la stessa associazione ha criticato duramente la polizia nigeriana, accusandola di aver accettato tangenti dagli autori delle violenze affinché si smettesse di indagare sui loro crimini.

    Il responsabile di Amnesty International in Nigeria, Ossai Ojigho, ha affermato che “non solo le donne e le ragazze vengono stuprate in Nigeria, ma quando con coraggio denunciano l’accaduto vengono tacciate dagli agenti di polizia come bugiarde e in cerca di attenzioni”. All’offesa si aggiunge anche il pregiudizio.

  • Un boom di bitcoin in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 13 novembre 2021

    Da qualche tempo i media esaltano la crescita straordinaria delle criptovalute nei Paesi dell’Africa e, in generale, in quelli emergenti e in via di sviluppo.

    Secondo Chainalysis, la società privata di New York che studia le applicazioni delle nuove tecnologie chiamate blockchain, nel 2020 il mercato delle criptovalute in Africa è cresciuto più del 1200%. Nella top list internazionale dei 20 Paesi, primi per il loro utilizzo, 5 sono africani, la Nigeria, il Kenya, il Togo, il Sudafrica e la Tanzania.

    Per l’Africa non si tratta della quota del mercato ma del numero di cittadini coinvolti. Anche il World Economic Forum afferma che nel 2020 il settore sarebbe cresciuto di 105,6 miliardi di dollari nel continente africano.

    La cosiddetta blockchain è un insieme di tecnologie informatiche che permettono di creare un registro digitale che memorizza le transazioni di dati tra diverse parti collegate tra loro in modo aperto e protetto. Può avere applicazioni positive e innovative in vari settori. Può essere usata anche in rapporto al cosiddetto “internet del valore”, con il quale, invece delle informazioni, si scambiano dei valori, come le monete.

    E qui entrano in gioco le criptovalute, di cui abbiamo parlato in passato. Esse operano globalmente attraverso reti informatiche che mettono in contatto diretto, peer-to-peer, gli utenti e i loro computer. Sono decentralizzate e, quindi, senza la tradizionale gestione centralizzata delle banche e dei governi.

    Sono già parecchie centinaia. Anche tutte le big tech, i giganti tecnologi globali, come Amazon, Google, Facebook, la cinese Alibaba, ecc. lavorano per creare le proprie criptomonete, totalmente private e fuori da ogni tipo di controllo governativo e istituzionale. Ve ne sono per transazioni finanziarie di ogni dimensione, come la dash per piccoli acquisti, il litecoin per pagare le bollette, gli abbonamenti, la paxful in particolare per le rimesse e il bitcoin per operazioni più grandi.

    Per la popolazione africana, che per il 57% non ha ancora accesso ai servizi bancari, esse sono molto attraenti. Basta avere uno smartphone.

    In Africa, anche la debolezza delle monete locali, i tassi di cambio volatili, i sistemi politici e bancari instabili, le restrizioni finanziarie, i rischi d’inflazione e la poca fiducia nelle istituzioni nazionali, giocano un ruolo a favore delle criptovalute.

    Possono essere usate, e lo sono già, per le rimesse dei migranti. I costi di transizione sono inferiori a quelli dei centri di money transfer. Il volume di rimesse supererebbe i 50 miliardi di dollari in criptomonete. Per esempio, un terzo degli utenti della paxful si trova in Africa, in particolare in Nigeria, dove se ne contano già un milione e mezzo.

    Se a livello locale appaiono interessanti, a livello globale le cose sono più complesse. L’andamento altalenante del bitcoin nel 2021 docet! Non si tratta di semplice “volatilità” ma di speculazioni forsennate e fuori da ogni controllo. In caso di un loro crollo, si perderebbe tutto.

    La loro capitalizzazione totale è passata dai 16 miliardi di dollari di 5 anni fa a oltre 2.300 miliardi di oggi. Sono diventate un potenziale “rischio sistemico” e possono provocare degli sconquassi finanziari globali.

    I governi e le banche centrali del mondo sono giustamente preoccupati per la tenuta del sistema monetario. Sottraendosi a ogni controllo, le criptovalute possono anche essere usate da organizzazioni criminali e terroristiche.

    Non è un caso che gli hacker abbiano recentemente sottratto informazioni preziose alla Regione Lazio e alla Siae, chiedendo un riscatto in bitcoin per rilasciare i dati rubati.

    Il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea hanno definito le criptomonete una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza».

    Ovviamente, le monete digitali, come l’eNaira della Nigeria o l’euro digitale, non sono da confondere con le criptovalute. Tutti i Paesi del mondo stanno affrontando la digitalizzazione dei pagamenti e dei trasferimenti monetari. Le prime sono gestite dalle autorità governative e dalle banche centrali, le seconde, invece, non avendo alcuna garanzia né controllo, sono delle valute esclusivamente private. Come nel medio evo!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • In vista delle elezioni in Gambia Amnesty chiede ai candidati impegno per il rispetto dei diritti umani

    Amnesty International ha invitato i candidati alla presidenza del Gambia a impegnarsi per migliorare la situazione dei diritti umani nel Paese e per garantire giustizia alle vittime delle violazioni sotto l’ex presidente Yahya Jammeh, che continua a negare ogni accusa.

    Con un manifesto di sette punti Amnesty esorta a combattere l’impunità, a porre fine alla violenza sessuale e di genere e alla discriminazione contro le donne e ad abolire la pena di morte. La richiesta è anche quella di abrogare alcune leggi, tra cui quella sulla sedizione e la legge sull’informazione e le comunicazioni che autorizza le autorità a intercettare le comunicazioni a fini di sorveglianza senza il permesso del tribunale.

    Secondo Amnesty il regime dell’ex presidente Jammeh ha perpetrato le peggiori violazioni dei diritti umani nel Paese.

    Le elezioni in Gambia si terranno il 4 dicembre.

  • Ethiopia’s Tigray crisis: Report says war crimes may have been committed

    All sides in Ethiopia’s Tigray conflict have violated international human rights, some of which may amount to crimes against humanity, a new report states.

    Extra-judicial executions, torture, rape, and attacks against refugees and displaced people were documented.

    A joint investigation by the Ethiopian Human Rights Commission (EHRC) and the UN Human Rights Office said there could also be evidence of war crimes.

    The war broke out on 4 November 2020.

    It started when Ethiopian Prime Minister Abiy ordered an offensive against regional forces in northern Tigray region.

    Government forces initially routed the rebels, but things changed in June with the Tigrayan fighters making significant territorial gains. They are now reportedly approaching the capital, Addis Ababa.

    On Tuesday, the Ethiopian government declared a state of emergency hours after urging residents of the capital to arm themselves.

    The war has created a humanitarian crisis. Thousands of people have been killed, millions displaced and hundreds of thousands in Tigray face famine conditions, according to aid organisations.

    UN High Commissioner for Human Rights Michelle Bachelet said the conflict had been marked by extreme brutality and called for a lasting ceasefire.

    “There are reasonable grounds to believe all parties to the conflict… either directly attacked civilians and civilian objects, such as houses, schools, hospitals, and places of worship, or carried out indiscriminate attacks resulting in civilian casualties and destruction or damage to civilian objects,” the report states.

    Unlawful or extrajudicial killings and executions have also been recorded.

    The report details how a Tigrayan youth group known as Samri killed more than 200 ethnic Amhara civilians in Mai Kadra in November last year. Revenge killings were then committed against ethnic Tigrayans in the same town.

    The Eritrean army has joined the conflict fighting alongside the Ethiopian government forces. Eritrean soldiers killed more than 100 civilians in Aksum in central Tigray later in November 2020, the report says.

    “War crimes may have been committed since there are reasonable grounds to believe that persons taking no direct part in hostilities were wilfully killed by parties to the conflict,” the report says.

    It also cites cases of sexual violence including gang rape committed by both sides and targeting women, men, girls and boys.

    In one incident a 19-year-old woman was detained and raped repeatedly for three months. A case of a woman with disability being sexually assaulted was also reported.

    The report says sexual violence was used “to degrade and dehumanise the victims”.

    The organisations called on the Ethiopian government to conduct “thorough and effective investigations by independent and impartial bodies into allegations of violations and to hold those responsible accountable”.

    Prime Minister Abiy said he ordered the military offensive last November in response to an attack on a military base housing government troops there.

    The escalation came after months of feuding between Mr Abiy’s government and leaders of the TPLF, which was the dominant political party in Tigray.

    The authorities later labelled the TPLF a terrorist organisation and ruled out any peace talks with them.

    The federal government’s renewed ground offensive in recent weeks, including using airstrikes, has failed to halt the rebels’ territorial gains.

    In a statement on Wednesday, Mr Abiy said the government had “serious reservations” about aspects of the joint report but added that his government was “heartened” that the investigation did not establish the claim of genocide against Tigrayans and did not give any evidence that the government had wilfully denied humanitarian assistance to people in Tigray, as some reports have suggested.

    The spokesperson for the Tigray People Liberation Front said the report was “fraught with a number of problems,” saying that the involvement of the EHRC was an “affront to the notion of impartiality”.

  • Golpe dei militari in Sudan, arrestato il premier

    I militari hanno preso il controllo della transizione che avrebbe dovuto traghettare il Sudan dal dispotismo del presidente Omar Al Bashir deposto nel 2019 alla democrazia: con un colpo di stato in piena regola, hanno arrestato premier e ministri civili, imposto lo Stato d’emergenza, bloccato internet, assaltato la tv e sparato su manifestanti causando alcuni morti – nella serata del 26 ottobre se ne contavano almeno tre – e oltre 80 feriti. Il tutto fra condanne internazionali e appelli a tornare al coordinamento con i civili.

    Il generale Abdel Fattah Burhan, presidente del Consiglio Militare di Transizione e di fatto già leader del Sudan, ha annunciato lo scioglimento del governo e del Consiglio sovrano paritetico dove sedevano esponenti militari e altrettanti civili, costituendo un sorta di capo di Stato collettivo che stava guidando il Sudan dall’agosto di due anni fa. Oltre al premier, il 63enne economista Abdallah Hamdok, sono stati arrestati e deportati in luoghi sconosciuti anche diversi ministri civili che affiancavano quelli militari nell’esecutivo. Stessa sorte per tutti i rappresentanti civili in seno al Consiglio sovrano. Il 61enne Burhan, finora mostratosi vicino ad Egitto, Emirati ed Arabia Saudita, in un discorso televisivo tenuto in mimetica e basco ha annunciato stato di emergenza, coprifuoco, sospensione di alcuni articoli della Costituzione e la formazione di un nuovo esecutivo “indipendente” e “rappresentativo” per “correggere la transizione”. Oltre all’annuncio del cambio di diversi governatori, il generale ha confermato “elezioni libere” come previsto per la fine del 2023, anno in cui ci dovrebbe essere il passaggio del potere a un governo eletto. Nella penultima settimana di ottobre Hamdok aveva annunciato che il passaggio a un potere pienamente civile sarebbe avvenuto entro il 17 novembre, come chiesto da parte della piazza. E questo dopo che un fallito golpe tentato a settembre da nostalgici del trentennale dittatore islamista Bashir aveva spinto i militari a chiedere un rimpasto di governo.

    Il premier, dapprima messo ai domiciliari, è stato deportato con la moglie per essersi rifiutato di appoggiare il golpe e aver invece istigato i manifestanti a protestare, seppur pacificamente. Fra pneumatici in fiamme e strade bloccate con vari ostacoli, i dimostranti hanno però cercato di marciare vicino al quartier generale delle forze armate, situato nel centro della capitale Khartoum e protetto da giorni con nuovi blocchi di cemento: i militari hanno sparato e lanciato lacrimogeni. Il bilancio provvisorio di almeno 3 morti e oltre 80 feriti è stato fornito dall’Associazione dei medici sudanesi.

    “Condanno il colpo di stato militare in corso in Sudan. Il primo ministro Abdalla Hamdok e tutti gli altri funzionari devono essere rilasciati immediatamente”, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Farnesina, nell’esprimere “preoccupazione”, ha auspicato che con il contributo di Ue, Unione africana e altri ed organismi regionali si possa tornare al più presto allo spirito del processo di transizione democratica in Sudan, sostenuto dalla comunità internazionale. L’Unione Africana ha chiesto il rilascio di Hamdok e degli altri esponenti arrestati, oltre a una “ripresa immediata delle consultazioni fra civili e militari”. “Molto allarmati” per questo sviluppo si sono detti anche gli Usa. Il Sudan è sempre stato sotto il giogo di militari e islamisti durante tutti i 65 anni della propria indipendenza e ora la principale confederazione di sindacati sta esortando alla “disobbedienza civile a allo sciopero totale fino alla sconfitta dei golpisti”.

  • Google to invest $1 billion in Africa over five years

    LAGOS, Oct 6 (Reuters) – Google plans to invest $1 billion in Africa over the next five years to ensure access to fast and cheaper internet and will back startups to support the continent’s digital transformation, it said on Wednesday.

    The unit of U.S. tech company Alphabet Inc (GOOGL.O) made the announcement at a virtual event where it launched an Africa Investment Fund, through which it will invest $50 million in startups, providing them with access to its employees, network and technologies.

    Nitin Gajria, managing director for Google in Africa told Reuters in a virtual interview that the company would among others, target startups focusing on fintech, e-commerce and local language content.

    “We are looking at areas that may have some strategic overlap with Google and where Google could potentially add value in partnering with some of these startups,” Gajria said.

    In collaboration with not-for-profit organisation Kiva, Google will also provide $10 million in low interest loans to help small businesses and entrepreneurs in Ghana, Kenya, Nigeria and South Africa so they can get through the economic hardship created by COVID-19.

    Small businesses in Africa often struggle to get capital because they lack the necessary collateral required by banks in case they default. When credit is available, interest rates are usually too high.

    Google said a programme pioneered last year in Kenya in partnership with Safaricom that allows customers to pay for 4G-enabled phones in instalments would be expanded across the continent with mobile operators such as MTN, Orange and Vodacom.

    Gajria said an undersea cable being built by Google to link Africa and Europe should come into service in the second half of next year and is expected to increase internet speeds by five times and lower data costs by up to 21% in countries like South Africa and Nigeria.

    Reporting by MacDonald Dzirutwe; editing by Jason Neely, Kirsten Donovan

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