Africa

  • L’Africa e il Brics: un rapporto strategico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su www.notiziegeopolitiche.net del 24 febbraio 2024

    Mentre l’Europa è timida rispetto ai futuri rapporti con i paesi dell’Africa, la collaborazione tra questo continente e il gruppo dei paesi Brics sta diventando sempre più operativa. L’ultimo summit del gruppo, tenutosi lo scorso settembre a Johannesburg, in Sud Africa, è stato dedicato proprio allo cooperazione con l’Africa e alle opportunità offerte dal nuovo mercato comune africano. Evidentemente se ne è sottovalutato le potenzialità.
    Nel summit si affermò a chiare lettere che “l’Area di libero scambio continentale africana (Afcfta) crea un ambiente favorevole per il commercio e gli investimenti in Africa, in particolare nello sviluppo delle infrastrutture. I paesi del Brics sono partner affidabili per la cooperazione, il commercio e lo sviluppo”. Ratificata nel 2019, l’Afcfta intende superare le barriere doganali tra i paesi africani e promuovere l’integrazione economica, monetaria e di sviluppo per l’intero continente. Oggi rappresenta già un mercato di quasi un miliardo e mezzo di persone e un pil di 2.600 miliardi di dollari.
    Anche nel 2024 l’Africa avrà una speciale attenzione da parte del Brics. La presidenza del gruppo sarà del Brasile, che coordinerà anche le attività del G20. Si rammenti che già allo scorso vertice sul clima di Nairobi, il presidente Lula aveva sposato le posizioni dell’Unione africana sulla riduzione del debito, sulla necessità di un’architettura finanziaria globale più inclusiva e “adatta allo scopo”.

    Anche Celso Amorin, consigliere speciale della presidenza brasiliana per gli affari internazionali e uno degli artefici del Brics, ha affermato che l’Africa sarà al centro della politica estera del Brasile.
    Non è un mistero che il 2024 sarà un anno pieno di insidie per il debito africano. Secondo la Banca dei regolamenti intenzionali di Basilea, il debito estero è già arrivato al 30% del pil, un terzo del quale è detenuto da banche commerciali. Quest’anno dovranno essere rinnovati titoli di debito in scadenza per oltre 200 miliardi di dollari. Nel 2023 l’inflazione media nell’Africa sub sahariana è stata del 18% e la svalutazione delle monete locali del 20% rispetto al dollaro. Questo è il quadro.
    Dopo i fallimenti del Ghana, dello Zambia e dell’Etiopia, 9 stati africani sono in grande sofferenza, 15 ad alto rischio e altri 14 a rischio moderato. I tassi d’interesse alti e un dollaro più forte sono una miscela disastrosa per i paesi poveri.
    L’Africa costituisce circa il 18% della popolazione mondiale, quota che si prevede salirà al 25% entro il 2050. Nella regione sub sahariana l’età media è di circa vent’anni. L’Africa possiede il 30% delle risorse minerarie mondiali e il 60% delle terre coltivabili inutilizzate a livello planetario.
    Negli ultimi due decenni, il focus delle esportazioni africane si è spostato verso Cina e India, con quote in calo per gli Stati Uniti e l’Unione europea.
    Perciò è’ in atto la cosiddetta “grande corsa verso l’Africa”, ricordando quella dell’oro dei secoli passati. In quest’ottica i summit bilaterali con i paesi dell’Africa sono in aumento. Dopo di quelli con la Cina, con la Russia e con l’Italia, altri sono in programma con l’Arabia Saudita, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, la Corea del sud e l’India.
    Per contrastare la crescente influenza cinese con la sua Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, del valore di mille miliardi di dollari, l’Ue ha lanciato il proprio piano strategico d’investimenti, il Global Gateway, di cui la metà, pari a circa 150 miliardi di euro, è stata destinata al continente africano.
    I leader africani, soprattutto quelli espressi dalla società civile, sono consapevoli che questo crescente interesse è rivolto più alle materie prime che allo sviluppo del continente. Perciò si vuole dare più importanza ai rapporti con il Brics. Sempre più paesi dell’Africa ne vogliono far parte. Oggi ci sono il Sud Africa, l’Egitto e l’Etiopia, ma vorrebbero aderire anche la Nigeria, il Senegal, l’Algeria, la Repubblica democratica del Congo ed altri.
    L’Africa è consapevole che il Brics dà ai paesi del Global South la possibilità di articolare le proprie proposte e di fissare le proprie priorità, anche nei settori tecnologici. L’utilizzo delle monete locali nei commerci dovrebbe creare maggiore efficienza e risparmio. Il governo egiziano ha appena deciso l’utilizzo delle monete nazionali nei commerci come sua priorità programmatica. Una sperabile maggiore indipendenza finanziaria dovrebbe essere garantita da un sistema di pagamento panafricano che è stato sviluppato dall’Afreximbank, la banca export import nata con gli accordi Afcfta, cui le banche centrali dovrebbero aderire entro la fine del 2024 e le banche commerciali entro la fine del 2025.
    Attraverso l’azione dell’Afcfta e dell’Unione africana i rapporti con il Brics diventeranno di natura collettiva, continentale. Si auspica che il Brics possa essere un efficace ombrello protettivo per i paesi africani nei confronti di chi ha eventuali intenti predatori. E’ una speranza per l’intero mondo se vero è che il nuovo ordine economico mondiale non può che essere fondato sul multilateralismo e su una nuova architettura finanziaria globale.

    * Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista.

  • Von der Leyen e Sanchez rassicurano la Mauritania sul sostegno della Ue

    L’Unione europea intende sostenere lo sviluppo della Mauritania, passando per un aumento degli investimenti nel Paese ma anche per la cooperazione energetica, senza dimenticare la gestione dei migranti. Questo è quanto emerso dalla visita a Nouakchott della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, l’8 febbraio. I due sono stati ricevuti dal capo dello Stato della Mauritania, Ould Ghazouani, con il quale si sono soffermati su diversi temi di interesse condiviso. Von der Leyen ha spiegato che l’Ue vuole rafforzare i rapporti con il Paese africano, in una prospettiva politica ed economica. “La nostra visita dimostra l’importanza del nostro partenariato con la Mauritania – ha detto von der Leyen-. Questa partnership è cresciuta negli ultimi anni in un contesto difficile. Penso, ovviamente, all’attuale instabilità del Sahel, ma anche all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e alle sue terribili conseguenze per il mondo, e per l’Africa in particolare. La vostra condanna verso questa aggressione – ha aggiunto – vi onora e ci avvicina”. “In un simile contesto, è naturale che desideriamo rafforzare ancora di più il nostro partenariato, e lo stiamo facendo oggi”, ha proseguito von der Leyen. In questa prospettiva, l’Ue intende lavorare per costruire un ecosistema di idrogeno verde nel Paese africano, sebbene per un progetto di questo tipo sia “indispensabile la prevedibilità”.

    La presidente della Commissione ha ricordato come le autorità della Mauritania abbiano lanciato nel 2020 la strategia nazionale di transizione energetica, e questa “è una coincidenza, perché esattamente nello stesso periodo, all’inizio del 2020, abbiamo lanciato il Green deal europeo, la nostra ambiziosa strategia per essere neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050, facendo crescere la nostra economia pulita e circolare”. Una parte di questa economia “è rappresentata dall’idrogeno verde”, ha ricordato von der Leyen. “Per darvi due cifre, l’Unione europea vuole produrre dieci milioni di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030 a livello nazionale, ma sappiamo anche che dovremo importare altri dieci milioni di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030. Quindi dobbiamo lavorare molto duramente a livello nazionale, ma abbiamo anche bisogno di partner all’estero”, ha rilevato la funzionaria tedesca, aprendo alla possibile cooperazione con la Mauritania in materia.

    Intervenendo in conferenza stampa con von der Leyen e Ghazouani, Sanchez ha ricordato come il Paese africano svolga “un ruolo fondamentale come referente per la stabilità democratica del Sahel”, una regione “cruciale per la Spagna e per l’Europa”. Il premier iberico ha evidenziato come il Paese africano sia vittima delle conseguenze dell’instabilità economica dell’area. “La Spagna e la Mauritania condividono molti obiettivi come la lotta al terrorismo, la ricerca di un’immigrazione ordinata, regolare e sicura e l’emergenza climatica”, ha proseguito il capo dell’esecutivo di Madrid. “La prosperità è il maggiore investimento per la sicurezza e la stabilità di tutta la regione”, ha aggiunto Sanchez prima di citare una serie di nuovi impegni assunti dal governo spagnolo nei confronti della Mauritania.

    Il primo di questi impegni è la firma di un accordo di cooperazione allo sviluppo da 60 milioni di euro per progetti da attuare nei prossimi quattro anni, oltre a 40 milioni di euro aggiuntivi per altre iniziative che saranno individuate insieme alla Banca mondiale per gli investimenti. In secondo luogo, attraverso la collaborazione delle imprese spagnole, saranno mobilitati nei prossimi anni 200 milioni di euro in particolare in progetti di viabilità e di energie rinnovabili. Sanchez ha infine evidenziato come il fenomeno dell’immigrazione irregolare colpisca con particolare intensità i due Paesi. Per questa ragione, il premier ha annunciato un rafforzamento dei progetti di collaborazione già esistenti attraverso, soprattutto, il controllo delle frontiere.

  • Accordo da 105 milioni tra Italia e Senegal

    Nel quadro del vertice Italia-Africa, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, e il ministro dell’Economia, della pianificazione e della cooperazione del Senegal, Doudou Ka, hanno firmato il “Programma di partenariato Senegal-Italia 2024-2026”, che prevede interventi nei settori prioritari dello sviluppo rurale, dell’occupazione, del settore privato e della formazione professionale, dell’istruzione, dell’ambiente e della digitalizzazione. L’impegno finanziario di 105 milioni di euro, si legge in un comunicato dell’ambasciata d’Italia a Dakar, conferma il sostegno italiano agli sforzi del Senegal per uno sviluppo sostenibile e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare. Attraverso un forte partenariato politico, economico, culturale e scientifico, i due Paesi si impegnano a promuovere la pace, la stabilità, lo sradicamento della povertà e l’emancipazione economica e sociale delle fasce più vulnerabili della popolazione. Il nuovo Programma, sostenuto dalla Cooperazione italiana, conferma questa visione condivisa e questo impegno reciproco, aprendo nuove aree di cooperazione e l’utilizzo dei più moderni progressi tecnologici.

    Il Programma ha l’obiettivo di sostenere il governo del Senegal nell’attuazione del suo piano di sviluppo economico e sociale in modo sostenibile e inclusivo, intervenendo nei settori prioritari dello sviluppo rurale, dell’occupazione, del settore privato e della formazione professionale, dell’istruzione e dell’ambiente, oltre che della digitalizzazione. Mira inoltre a combattere le cause profonde della migrazione irregolare, in particolare creando opportunità di istruzione, integrazione socioprofessionale e prospettive economiche, migliorando la governance del fenomeno e garantendo un ritorno, una riammissione e una reintegrazione efficaci e sostenibili dei migranti. In particolare, il Programma intende contribuire a colmare il divario di competenze dei giovani e dei gruppi più vulnerabili e a sostenere opportunità di lavoro che promuovano la stabilità, la crescita economica inclusiva, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile, con un approccio teso a massimizzare il potenziale della migrazione come fattore abilitante per lo sviluppo sostenibile della società senegalese.

    Il Programma ribadisce la centralità di un approccio sistemico che vede la partecipazione, accanto agli attori statali, di rappresentanti della società civile, della cooperazione decentrata e del settore privato italiano e senegalese. Determinante anche il ruolo svolto da altri attori delle realtà territoriali italiane (associazioni di migranti/diaspora, università), che fungeranno da indispensabile anello di congiunzione nelle relazioni con le comunità territoriali senegalesi. Il sostegno finanziario sarà fornito principalmente attraverso programmi bilaterali gestiti dai vari ministeri senegalesi attraverso la concessione di un dono per un valore complessivo di 45 milioni di euro ed un credito d’aiuto di un valore complessivo di 60 milioni di euro. Gli impegni multilaterali italiani sosterranno anche le azioni condotte dalle organizzazioni internazionali che operano nei settori interessati.

  • L’Africa merita grandi progetti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 7 febbraio 2024.

    Enrico Mattei era un uomo d’azione, visionario, concreto, non di tante parole. La sua vita ha segnato eventi rivoluzionari che hanno contribuito a cambiare un’epoca. È stato un leader con obiettivi e metodi operativi chiari: individuare e realizzare grandi progetti, a livello nazionale e internazionale, capaci di ispirare profondi cambiamenti economici e sociali.

    Anzitutto la realizzazione di una rete nazionale di gasdotti per la distribuzione del gas metano che ha cambiato la vita della nostra gente e ha contribuito grandemente allo sviluppo industriale dell’Italia sollevandola dalle distruzioni della guerra. Mattei è stato anche all’avanguardia nel promuovere la ricerca scientifica e tecnologica, tanto che una delle prime centrali nucleari europee, con il reattore più potente di allora, fu costruita dall’Agip nel 1958 a Latina.

    Ruppe gli accordi fifty-fifty sui profitti dall’estrazione di petrolio, portandoli a 75-25% a favore di numerosi paesi produttori, sfidando i comportamenti neocoloniali delle cosiddette sette sorelle, spingendo molti leader del terzo mondo a iniziare politiche di sviluppo più indipendenti e sovrane. Per questo ha pagato con la vita. I grandi accordi non si esaurivano con lo sfruttamento energetico ma affiancavano anche joint venture paritarie per la realizzazione di importanti infrastrutture, porti, strade, ecc, necessarie alla trasformazione dei paesi da semplici fornitori di materie prime a economie industrializzate, anche con la formazione professionale dei giovani del posto. (E’ per questo che pensiamo che il “Piano Mattei” – frase dimenticata nel testo pubblicato, nda – non sia all’altezza del nome che porta).

    Al di là delle polemiche di parte, l’iniziativa è, comunque, in sé positiva perché assegna all’Italia, almeno sulla carta, un ruolo attivo e internazionale. Secondo noi, però, il piano dovrebbe indicare pochi e grandi progetti, lavorando con i paesi africani per la loro realizzazione. Poiché tra gli obiettivi vi è opportunamente la questione dell’acqua, elemento essenziale per usi civili, agricoli e industriali e per fermare il processo di desertificazione nelle regioni del Sahel, un progetto da sostenere dovrebbe essere quello definito Transaqua. Esso prevede il trasferimento di una percentuale di acqua del fiume Congo, che altrimenti finirebbe nell’Oceano Atlantico, con un canale fino al Lago Ciad che sta per scomparire dalle cartine geografiche. A esso si legherebbero anche altri progetti nel campo agroindustriale, infrastrutturale e sociale, nonché la necessaria formazione tecnica e professionale.

    Intorno alla questione del Lago Ciad esiste da decenni una Commissione che coinvolge tutti gli stati direttamente interessati come il Ciad, il Niger, la Nigeria, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Libia e potenzialmente molti altri. L’Italia è direttamente coinvolta nel progetto, elaborato oltre 40 anni fa dall’impresa italiana Bonifica del Gruppo Iri e avendo, recentemente, partecipato allo studio di fattibilità. In altre parole la collaborazione paritetica è già in atto.

    È senz’altro vero che con i suoi 5,5 miliardi di euro l’Italia da sola non potrebbe farcela. Però, dovrebbe interessare l’Unione europea e cercare di inserire tale progetto nel piano di investimenti europei, noto come Global Gateway. Il grande progetto sarebbe una sfida a quanti vorrebbero continuare con vecchie e fallimentari politiche, “predatorie o caritatevoli”, nei confronti del continente africano.

    Invece, il piano del governo, per quanto riguarda la gestione dell’acqua punta alla realizzazione di pozzi, ad esempio, in qualche zona rurale del Congo. Iniziative del genere sono state fatte da decenni ma non hanno cambiato la situazione che è rimasta a livello di sopravvivenza.

    L’ideologia del “piccolo è bello” spesso genera degli sprechi e Mattei ci insegna che bisogna puntare in grande. Ovviamente non si tratta nemmeno di costruire delle “cattedrali nel deserto”, bensì individuare insieme ai leader africani quei progetti portanti che servono all’Africa di oggi e di domani.

    L’altra sfida è quella delle infrastrutture. Nel 2019 i paesi dell’Africa hanno ratificato l’accordo per la Zona continentale di libero scambio e nei loro progetti, previsti anche dall’Unione Africana con l’Agenda 2063, vi è una rete di trasporti ferroviari, terrestri e fluviali per migliorar e accrescere il commercio interno del continente che è soltanto il 18% di quello africano globale. Invece di arrovellarsi su piccole iniziative locali o nazionali, perché non agganciarsi ai progetti già indicati dai leader africani per l’intero continente? Sarebbe un modo serio e rispettoso, “paritetico”, per avanzare nella cooperazione. Anche così si spingerebbero gli altri paesi europei e l’Ue a sostenere una vera rivoluzione infrastrutturale e industriale in Africa.

    Non si tratta affatto di negligere i fondamentali settori dell’istruzione e della sanità. Ma, come conosciamo bene anche in Italia, questi possono essere sostenuti e migliorati nel tempo soltanto attraverso la creazione di ricchezza e l’aumento del pil. Altrimenti restano schiacciati dalla povertà o dipendenti da azioni caritatevoli, spesso “pelose”. Per quanto riguarda l’energia, tanto è stato detto e già fatto. Circa le migrazioni si può solo dire che è una sfida da gestire con umanità e anche in rapporto alle necessità di mano d’opera del nostro paese e dell’Europa.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La Commissione esige che sia posta fine alla pratica delle mutilazioni genitali femminili in tutto il mondo

    In occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, in programma il 6 febbraio 2024, la Commissione europea e l’Alto rappresentante/vicepresidente hanno ribadito il forte impegno dell’UE per porre fine alla pratica delle mutilazioni genitali femminili in tutto il mondo.

    “Le mutilazioni genitali femminili sono una violazione dei diritti umani e una grave forma di violenza contro le ragazze e le donne. È bene essere chiari: queste pratiche non hanno alcun motivo medico. Mettono a rischio la vita delle ragazze, violano i loro diritti umani e provocano traumi fisici e psicologici duraturi. Non vi è giustificazione di sorta per le mutilazioni genitali femminili.

    Le comunità, i governi, le organizzazioni e i partner internazionali fanno fronte comune per proteggere i diritti umani, la dignità e la salute delle donne e delle ragazze. L’Unione europea continuerà a collaborare con i partner internazionali per mettere in atto un approccio all’insegna della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili e lottare per un mondo in cui nessuna ragazza e nessuna donna subisca una forma di violenza qualsiasi.

    Lo scorso anno l’Unione europea ha ratificato la Convenzione di Istanbul che costituisce un passo fondamentale per stigmatizzare la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani. Un altro passo importante consisterà nel sancire nel diritto dell’UE l’obbligo di perseguire penalmente le mutilazioni genitali femminili. Al riguardo stiamo lavorando a norme specifiche che faranno parte di un quadro giuridico più ampio per combattere tutte le forme di violenza contro le donne. Nella nostra proposta mirante a prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica, suggeriamo di perseguire penalmente la mutilazione genitale femminile in quanto reato a sé stante. La proposta è attualmente in fase di negoziazione.  Stiamo anche preparando una raccomandazione su come prevenire tutte le pratiche dannose contro le donne e le ragazze. In Europa e nel mondo, le donne e le ragazze non devono più essere costrette a subire le mutilazioni genitali femminili o qualsiasi altra forma di violenza”.

    Secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), le mutilazioni genitali femminili (Mgf) comprendono tutte le pratiche che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali esterni della donna o altre pratiche lesive degli organi genitali femminili non dovute a motivi medici. Si tratta di una forma di violenza contro le donne e le ragazze che comporta gravi conseguenze fisiche e psicologiche permanenti. Le stime ci dicono che in ben 17 paesi europei 190 000 ragazze sono a rischio di mutilazioni genitali e che, nel nostro continente, 600 000 donne sono costrette a viverne le conseguenze. Ogni anno almeno 20 000 donne e bambine arrivano in Europa come richiedenti asilo da paesi in cui vi è il rischio di mutilazioni genitali femminili.

    La Commissione europea è fortemente impegnata per porre fine a tutte le forme di violenza di genere, comprese le mutilazioni genitali femminili, sia all’interno che all’esterno dell’UE, come sottolineato nel piano d’azione dell’UE per i diritti umani e la democrazia 2020-2024, nella strategia dell’UE per la parità di genere 2020-2025, nel piano d’azione dell’UE sulla parità di genere III e nella strategia dell’UE sui diritti dei minori, che mira a porre fine alla violenza contro i minori. In linea con queste politiche e con il nostro impegno a porre fine alle mutilazioni genitali femminili in Europa e nel mondo, sosteniamo le vittime, le loro famiglie e le comunità colpite oltre che gli esperti e i responsabili politici e cooperiamo con loro.

    La convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la cosiddetta convenzione di Istanbul, prevede l’obbligo di perseguire penalmente le mutilazioni genitali femminili. La convenzione è stata firmata da tutti gli Stati membri dell’Ue e, ad oggi, è stata ratificata da 22 di essi. È entrata in vigore il 1° ottobre 2023. Con l’adesione alla convenzione, l’UE è vincolata da norme ambiziose ed esaustive per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica per quanto riguarda gli ambiti della cooperazione giudiziaria in materia penale, dell’asilo e del non respingimento, oltre che la sua amministrazione pubblica.

    Nel marzo 2022 la Commissione ha presentato una proposta per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica che qualifica la mutilazione genitale femminile come reato a sé stante. La proposta è attualmente in fase di negoziazione. Nel 2024 la Commissione adotterà inoltre una raccomandazione specifica sulla prevenzione e la lotta contro le pratiche lesive a danno delle donne e delle ragazze, comprese le mutilazioni genitali femminili. Nella raccomandazione sono suggerite anche azioni specifiche rivolte agli Stati membri ed è proposto un sostegno supplementare e specializzato per la protezione delle vittime di pratiche dannose come le mutilazioni genitali femminili.

    Il programma della Commissione Cittadini, uguaglianza, diritti e valori (Cerv) offre finanziamenti per progetti volti a contrastare la violenza di genere, comprese le mutilazioni genitali femminili. Nel novembre 2023 la Commissione ha pubblicato un nuovo invito a presentare proposte per prevenire e combattere la violenza di genere. I progetti possono essere presentati fino al 24 aprile 2024. Le pratiche dannose sono tra le priorità dell’invito e comprendono le mutilazioni genitali femminili, le mutilazioni genitali intersessuali, l’aborto forzato, la sterilizzazione forzata, i matrimoni infantili e i matrimoni forzati e i delitti d’onore.

    Anche la Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di cui tutti gli Stati membri dell’UE sono parti contraenti, condanna la violenza contro i minori. Nel 2021 la Commissione ha adottato la strategia dell’Ue sui diritti dei minori volta a rafforzare l’impegno dell’Unione per proteggere le bambine e le ragazze dalle mutilazioni genitali femminili negli Stati membri dell’UE a livello mondiale; la strategia evidenzia inoltre il ruolo che l’istruzione, la sensibilizzazione e le misure giuridiche svolgono per eliminare la pratica delle mutilazioni genitali femminili attraverso azioni e raccomandazioni concrete volte a por fine a tutte le forme di violenza contro i minori.

    Nel contesto dell’azione esterna e della cooperazione allo sviluppo, l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili continua a essere un’azione fondamentale del piano d’azione dell’UE per i diritti umani e la democrazia 2020-2024 e del piano d’azione dell’UE sulla parità di genere 2021-2025, come testimoniato da dialoghi politici e azioni concrete.  Dal 2016 l’UE e i suoi Stati membri sono tra i principali donatori del programma congiunto UNFPA/UNICEF per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili con un contributo totale di 18,5 milioni di €. L’UE ha contribuito con 60 milioni di EUR all’iniziativa Team Europa sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi in Africa e con 23,5 milioni di EUR al programma regionale per l’Africa dell’iniziativa Spotlight che combatte in 18 paesi partner la violenza di genere, comprese le mutilazioni genitali femminili.

    L’UE cerca di trasformare le norme sociali e di genere collaborando con uomini e ragazzi, un aspetto fondamentale per porre fine alle mutilazioni genitali femminili e ai matrimoni infantili. Fino al 2023 più di 6 milioni di ragazzi e uomini hanno partecipato in sessioni di dialogo ed educative miranti a rafforzare la mascolinità positiva e l’impegno degli uomini per prevenire le pratiche dannose e conferire autonomia alle ragazze, con l’aiuto di quasi 900 000 leader religiosi, tradizionali o comunitari, mobilitati nel quadro del programma.

  • Cholera misinformation fuels deadly violence in Mozambique

    At least three community leaders in Mozambique have been killed and around 50 houses set on fire following a wave of misinformation about a cholera outbreak, the authorites have said.

    Officials said most of the attacks have been led by the Naparamas, a militia group that has taken up arms against jihadists in the northern Cabo Delgado province.

    This week a protest accusing authorities of spreading cholera through medicine resulted in the destruction of more than a dozen houses.

    According to local sources, the Naparamas also destroyed a cholera treatment centre.

    Officials have expressed concern that the Naparamas may fuel insecurity in Mozambique unless urgent measures are taken against them.

    António Supeia, the secretary of state for Cabo Delgado, said earlier this month: “The Naparamas are confronting the state by attacking police, community leaders and preventing assistance to the population.

    “We already have other problems, such as people being raped due to terrorism. Leaders are mobilising populations daily to combat terrorism and we do not want another terror to emerge.”

  • Tra progetti realizzati e obiettivi futuri la dotttoressa Laurie Merker fa un bilancio delle attività del Cheetah Conservation Fund

    Buone notizie dal CCF (Cheetah Conservation Fund). La fondatrice, l’antropologa californiana Laurie Merker, annuncia che molti degli obiettivi prefissati per il 2023 sono stai raggiunti, a partire dal completamento del Centro di soccorso e conservazione (CRCC) a Geed-Deeble, in Somaliland, dove sono stai spostati i ghepardi. Oltre al trasloco il team del CCF ha continuato a lavorare per fermare il commercio illegale di fauna selvatica e tante sono state le donazioni arrivate per migliorare il centro in Somaliland. Le sovvenzioni hanno contribuito a riunire i legislatori per rafforzare la legislazione sulla fauna selvatica e sulla silvicoltura in Somaliland contro il commercio illegale di animali selvatici e per consentire al governo di sviluppare parchi nazionali, aree protette e giardini d’inverno. Questa legge verrà presentata al Parlamento del Somaliland all’inizio di gennaio.

    Quest’anno il CCF è stato rappresentato all’incontro della Convention for MigratorySpecies (CMS), che è responsabile dell’African Big Cat Initiative (ACI) ed è stata celebrata anche la Giornata internazionale del ghepardo su una piattaforma internazionale della COP28 sul clima a Dubai.

    In Namibia, ricerca, conservazione ed educazione sono continuate a pieno ritmo. Il CCF ha partecipato ad un lavoro finanziato dall’Unione Europea suddiviso in 15 sovvenzioni per il progetto “Steambio” istituito presso il Centro tecnologico per le biomasse del CCF. Ciò ha visto molti partner andare e venire durante l’anno.

    Sfortunatamente diversi ghepardi sono stati catturati dagli agricoltori, la maggior parte è stata recuperata in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, delle Foreste e del Turismo e in seguito sono stati liberati quasi tutti.

    Anche quest’anno il CCF ha tenuto una campagna “One Health” durante la quale sono stati vaccinati quasi 3.000 cani (e gatti) domestici ed è stata insegnata la gestione e la salute del bestiame. Sono nati molti cuccioli dei cani da guardia e tanti allevatori hanno convissuto in perfetta armonia con i predatori.

    L’eco-turismo è andato alla grande grazie ai numerosi turisti che hanno visitato il lodge complimentandosi per l’operato del CCF.

    Purtroppo però i ghepardi sono ancora vittime del bracconaggio e del mercato illegale, senza dimenticare le trasformazioni dell’habitat naturale a causa dei cambiamenti climatici e della sempre maggiore antropizzazione dei territori che non sempre permette l’adeguata convivenza tra fauna, fauna selvatica e uomo.

    A breve poi un vertice in cui esperti e ricercatori cercheranno di trovare idee da mettere in campo per arginare la minaccia di estinzione alla quale il ghepardo potrebbe essere soggetto.

  • Anche l’Africa contro l’evasione

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il 9 dicembre 2023

    Il 22 novembre scorso alle Nazioni Unite il gruppo dei paesi africani, guidato dalla Nigeria ha presentato una risoluzione (A/C.2/78/L.18/Rev.1) sulla “Promozione di una cooperazione fiscale inclusiva ed efficace presso l’Onu” per un trattato e una riforma fiscale internazionale. Globalmente ogni anno si perdono centinaia di miliardi di dollari per l’evasione fiscale da parte di aziende private e multinazionali ed anche per i cosiddetti flussi finanziari illeciti (Iff), cioè movimenti illegali di denaro e beni. Anche il continente africano è molto penalizzato.

    Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), ogni anno quasi 90 miliardi di dollari, equivalenti a poco meno del 4% del Pil africano, viene “trafugato” dal continente sottoforma di Iff. Dal 2000 al 2015, i capitali in fuga hanno raggiunto la stratosferica cifra di 836 miliardi di dollari. L’importo è enorme e supera gli aiuti allo sviluppo dati dai paesi donatori.125 paesi del cosiddetto Global South hanno votato a favore – tra cui Cina e Russia insieme a 51 delle 54 delegazioni africane. I voti contrari sono stati 48 e 9 le astensioni. Stati Uniti, Giappone e Unione europea hanno votato contro. Al riguardo Washington ha esercitato la massima pressione sugli alleati per il voto contrario.

    Già prima del voto all’Onu, nell’ottobre scorso, i ministri delle finanze dell’Ue si erano detti contrari a una convenzione fiscale dell’Onu, finalizzata alla definizione delle regole di contrasto dell’evasione fiscale, poiché sarebbe stata «una duplicazione del lavoro internazionale in corso riguardo all’attuale quadro fiscale globale». L’Ue preferirebbe un approccio più flessibile auspicando «un’agenda multilaterale non vincolante».

    Tale posizione è paradossalmente in contrasto con una risoluzione dello stesso Parlamento europeo di giugno che, in seguito alle rivelazioni dei “Pandora Papers”, sosteneva l’avvio di una convenzione dell’Onu per affrontare l’evasione fiscale e i flussi finanziari illeciti. La scusa di un eventuale doppione si riferisce ai negoziati multilaterali per un trattato fiscale globale in seno all’Ocse che, però, dopo un decennio non ha prodotto progressi significativi. È stata proprio questa incapacità dei paesi industrializzati a spingere i paesi africani a intraprendere l’iniziativa Onu, anche con il sostegno dei paesi non allineati del Gruppo dei 77.

    Gli interessi in gioco sono enormi. Tra le clausole dei trattati fiscali vigenti figurano quelle che trattano le affiliate di imprese multinazionali come entità separate e indipendenti. Queste ultime, sono spesso registrate nei paradisi fiscali per evitare di pagare le tasse nei paesi africani in cui operano. E’ lo stesso problema di cui noi europei ci lamentiamo rispetto ai giganti internazionali delle comunicazioni, e non solo, che non vogliono pagare le tasse nei paesi europei in cui operano.

    Secondo uno studio del progetto Africa Growth Initiative presso la Brookings Institution di Washington, tra i primi 10 paesi che registrano il maggior volume di flussi finanziari illeciti, ben 9 dipendono dalle esportazioni di risorse naturali: il Sud Africa, la Repubblica democratica del Congo, il Botswana e lo Zambia per l’industria mineraria; la Nigeria, la Repubblica del Congo, l’Angola, il Sudan e il Camerun per la produzione di gas e petrolio.

    I paesi africani hanno creato l’African Continental Free Trade Area, la più grande area di libero scambio al mondo dopo l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). È una grande opportunità di sviluppo che rischia di essere bloccata da un iniquo regime fiscale interno e internazionale. In altre parole, per unificare le leggi e i regolamenti relativi allo scambio di beni e servizi nel continente, non basterà la prevista rimozione delle barriere commerciali, ma occorrerà procedere alla scrittura di regole comuni per le imprese straniere, particolarmente per le multinazionali.

    Per i paesi in via di sviluppo, la risoluzione dell’Onu pone le basi per l’ottenimento di quelle risorse finanziarie tanto necessarie e cruciali per rispondere all’attuale crisi del debito e per facilitare il raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Per le nazioni più sviluppate e industrializzate, invece, si prevedono delle condizioni per ridurre evasione ed elusione fiscale che minano l’equità economica. Bloccare la risoluzione sarebbe un segnale negativo. Ciò rivelerebbe resistenze ingiustificate da parte di chi a gran voce rivendica nuove regole senza esserne convinto. Infatti, la questione non è mai stata affrontata adeguatamente nel G20.

    *già sottosegretario Economia **economista

  • Le giunte militari di Mali e Niger ripristinano la doppia imposizione fiscale con la Francia

    Le giunte militari di Mali e Niger hanno firmato il 5 dicembre un comunicato stampa congiunto in cui denunciano le convenzioni firmate con la Francia per il superamento della doppia imposizione fiscale. La decisione, si legge nella nota congiunta, fa seguito al “persistente atteggiamento ostile della Francia” e al “carattere squilibrato” di queste convenzioni che costituiscono “un notevole deficit per il Mali e il Niger”. Le convenzioni fiscali denunciate dalle giunte golpiste disciplinano le norme per la tassazione del reddito o delle successioni e permettono inoltre lo scambio di informazioni e la collaborazione tra amministrazioni, ad esempio per la riscossione delle imposte. Tali convenzioni verranno quindi abolite “entro tre mesi”, secondo quanto affermato nel comunicato. La decisione è destinata ad avere serie ripercussioni sia per i privati che per le imprese domiciliate in Francia e che svolgono un’attività in Mali o in Niger, e viceversa, con conseguenze inevitabili sia per i francesi che lavorano in Niger, sia per i maliani della diaspora in Francia, ma anche per le aziende che espatriano alcune filiali. La mossa segna una nuova tappa nel riavvicinamento tra i Paesi golpisti del Sahel – Mali, Niger e Burkina Faso – che a settembre hanno dato vita a una coalizione militare, nota come Alleanza degli Stati del Sahel (Aes).

    La decisione fa peraltro seguito a quella con cui ieri la giunta militare del Niger – salita al potere dopo il colpo di Stato dello scorso 26 luglio – ha annunciato l’intenzione di porre fine agli accordi di difesa e sicurezza con l’Unione europea, stipulati per sostenere le autorità nigerine nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e all’immigrazione irregolare. In un comunicato pubblicato lunedì sera, il ministro degli Esteri di Niamey ha annunciato di voler revocare l’accordo stipulato con l’Ue relativo alla missione civile europea denominata Eucap Sahel Niger, attiva dal 2012 e che attualmente conta su circa 130 gendarmi e agenti di polizia messi a disposizione dagli Stati membri dell’Ue per svolgere la sua azione. Oltre alla missione Eucap, la giunta nigerina ha comunicato di aver ritirato il consenso concesso per il dispiegamento della Missione di partenariato militare dell’Ue in Niger (Eumpm), attualmente a guida italiana.

  • Italiani in Africa, terrorismo, Cina, catena alimentare nella presentazione a Milano di ‘Safari’ di Cristiana Muscardini

    Si è svolta a Milano, alla Fabbrica del Vapore, la presentazione di Safari, l’ultimo libro di Cristiana Muscardini intervistata dal giornalista Andrea Vento.

    Molte le domande fatte dal numeroso pubblico interessato anche ad approfondire i ruoli che Onu ed Unione Europea hanno giocato o non giocato rispetto ai problemi dell’immigrazione ed alle situazioni drammatiche che vivono gli abitanti di alcuni paesi africani per le carestie, la mancanza di acqua e per le guerre ed il terrorismo. Proprio sul problema terrorismo sia l’autrice che Vento hanno parlato del Corno d’Africa e della sempre difficile situazione in Somalia per gli al Shabaab che hanno portato il terrorismo in Kenya con numerosi e sanguinosi attentati.

    Nel libro sono rappresentati alcuni italiani che, nel dopoguerra, si erano trasferiti in Africa, trovando qui le più diverse esperienze ed avventure, partendo dai Mao Mao e dalla guerra di indipendenza in Kenya, l’autrice affronta anche i temi della catena alimentare, del bracconaggio, dello sterminio di rinoceronti ed elefanti, della necessità di convivenza tra animali selvatici e agricoltura essendo, entrambi, fonte di lavoro e miglioramento di vita.

    La Muscardini, sollecitata dalle puntuali e incalzanti domande di Andrea Vento, ha ricordato che così come gli europei, con tante esperienze comuni, sono diversi, per molti aspetti, da uno Stato all’altro così non si può parlare del continente africano senza conoscere le differenze che esistono tra i suoi paesi dal punto religioso, delle esperienze coloniali, della diversità delle ricchezze naturali e per la presenza, sempre più forte e a volte fonte di problemi complessi, della Cina e della Russia, che in Africa ha schierato anche i miliziani della Wagner, differenze che dovrebbero portare valutazioni geopolitiche più ampie rispetto a quelle fatte fino ad ora dall’Europa.

    Tra gli intervenuti lo scultore Stefano Soddu, Claudio Benedetti direttore generale di Federchimica, gli On. Dario Rivolta e Gabriele Pagliuzzi e l’On. Paolo Pillitteri, già sindaco di Milano.

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