Africa

  • Escalation degli scontri lungo i confini del Sudan

    Si intensificano i combattimenti nello Stato del Nilo Azzurro, nel sud-est del Sudan. Le Forze armate sudanesi (Saf) hanno annunciato oggi l’arrivo a Ed Damazin di unità avanzate della Forza congiunta, la coalizione di gruppi armati alleati della giunta al potere, per sostenere le operazioni contro le Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie del Movimento di liberazione del popolo del Sudan – North (Splm-N), loro alleate. Il dispiegamento di rinforzi da parte dell’esercito nel Nilo Azzurro avviene dopo che nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri con le forze dell’alleanza Rsf-Splm-N.

    I combattimenti nella regione sono aumentati dallo scorso febbraio, soprattutto nelle aree sudorientali al confine con l’Etiopia. Il dispiegamento è la seconda ondata di rinforzi che le Saf inviano nel Nilo Azzurro in una sola settimana dopo i recenti progressi ottenuti dalle Rsf e dall’Splm-N: l’alleanza ribelle ha di recente permesso di conquistare Kurmuk e Geissan, due località strategiche vicino al confine etiope, e di rivendicare a stretto giro il controllo delle basi di Bakori e Sorkam lì situate. La conquista di queste posizioni rappresenta un elemento importante nell’evoluzione del conflitto nel Nilo Azzurro, una regione strategica per la sua posizione di confine e per i collegamenti con l’Etiopia. L’esercito sudanese sostiene tuttavia che la fine della ribellione nella regione sia vicina e ha ribadito la propria intenzione di riprendere il controllo dell’intero Stato.

    Si complica intanto anche la situazione sul terreno lungo il confine con il Ciad, dove l’esercito di N’Djamena ha intensificato gli schieramenti e bloccato le rotte desertiche utilizzate per far arrivare armi e combattenti alle Forze di supporto rapido (Rsf). Fonti a conoscenza della questione citate dal quotidiano “Sudan Tribune” riferiscono che lo sviluppo segua l’intercettazione ed il sequestro di veicoli militari appartenenti alla Forza congiunta sudanese dopo il valico di frontiera ciadiano. Le tensioni lungo il confine si sono acuite dopo che lo Stato maggiore dell’esercito ciadiano ha riferito, lo scorso 23 agosto, che presunti droni militari sudanesi o di gruppi alleati hanno colpito un convoglio di veicoli nella regione orientale del Ciad di Ennedi-Est, a oltre 100 chilometri dalla frontiera. Lunedì alcune unità dell’esercito ciadiano hanno raggiunto il luogo degli attacchi aerei e hanno effettuato perlustrazioni di sicurezza nel deserto prima di allestire avamposti temporanei vicino al confine per bloccare le infiltrazioni e impedire che il territorio ciadiano venisse utilizzato come base di appoggio o via di rifornimento. Le forze ciadiane hanno anche sequestrato diversi veicoli blindati e armi a combattenti sudanesi che avevano attraversato il confine con il Ciad, hanno riferito le fonti.

    Secondo quanto riportato in precedenza dai media occidentali, N’Djamena avrebbe schierato circa 100 veicoli militari verso il confine, insieme a sistemi di difesa aerea, per proteggersi dalle incursioni di droni transfrontalieri. Nel Ciad orientale le autorità hanno anche condotto operazioni di accerchiamento e perquisizione in diversi campi profughi sudanesi a seguito di accuse secondo cui alcuni individui avrebbero partecipato a combattimenti in Sudan prima di rientrare oltre confine. Durante le perquisizioni le forze di sicurezza hanno fermato diversi giovani sospettati di essere coinvolti negli scontri. Sono stati poi rilasciati dopo aver firmato un impegno scritto a non intraprendere attività che possano destabilizzare la zona di confine. Le misure di sicurezza rafforzate hanno destato preoccupazione tra le agenzie umanitarie per l’impatto umanitario sui rifugiati sudanesi concentrati negli insediamenti di confine. Il Ciad ospita oltre due milioni di rifugiati sudanesi in 13 campi e centri di accoglienza nella parte orientale del Paese. Molti sono arrivati durante i precedenti conflitti sotto il presidente deposto Omar al Bashir, ma il numero è aumentato vertiginosamente dopo lo scoppio della guerra tra l’esercito sudanese e le Rsf nell’aprile del 2023.

  • L’UE stanzia 2,3 milioni di euro in aiuti umanitari di emergenza per contrastare l’epidemia di colera nell’Africa occidentale e centrale

    La Commissione europea ha stanziato 2,3 milioni di euro in aiuti umanitari di emergenza a favore di Nigeria, Camerun, Repubblica centrafricana e Ciad per sostenere questi Paesi nell’affrontare l’attuale epidemia di colera. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nei primi cinque mesi del 2026 sono stati segnalati oltre 61 000 casi di colera nella regione africana.

    In Nigeria1,5 milioni di euro contribuiranno ad aumentare il numero delle équipe di intervento, a fornire beni essenziali come i kit per il colera e a sostenere gli interventi volti a garantire l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene, compreso il trattamento dell’acqua nei punti di approvvigionamento pubblico e nelle abitazioni.

    In Camerun100 000 euro sosterranno il contenimento dell’epidemia e la gestione dei casi, anche attraverso personale aggiuntivo per i partner umanitari presenti sul campo, medicinali essenziali, ulteriori unità di trattamento del colera e punti per la somministrazione di soluzioni reidratanti orali nei villaggi più colpiti.

    Nella Repubblica centrafricana500 000 euro serviranno a potenziare la gestione dei casi e le attività di vaccinazione, nonché gli interventi volti a garantire l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene. I fondi contribuiranno inoltre a rafforzare la comunicazione dei rischi e il coinvolgimento delle comunità, a intensificare la sorveglianza e l’individuazione dei casi e a garantire sepolture dignitose e sicure.

    In Ciad200 000 euro contribuiranno a interrompere la catena di trasmissione del colera migliorando l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e all’igiene e sostenendo le comunità nelle attività di sorveglianza e gestione dei casi.

  • Scontri tribali in Sudan

    La guerra in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha favorito una larga diffusione di armi tra i civili e la formazione di milizie tribali in tutto il Sudan. Il fenomeno appare ancora più grave nelle aree controllate dalla cosiddetta Sudan Founding Alliance, guidata dalle Rsf e dal Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord (Splm-N), dove la struttura tribale delle forze armate contribuisce ad alimentare ulteriori tensioni. In questo contesto, numerose tribù dispongono di armi leggere e di medio calibro, utilizzate nei conflitti locali che si sviluppano in diverse regioni del Paese. Il 30 maggio scorso sono scoppiati violenti scontri tra le tribù Bani Halba e Salamat, che hanno causato decine di morti e lo sfollamento di centinaia di persone dalle aree di Kubum e Markondi, nello Stato del Darfur meridionale, sotto controllo delle Rsf. Particolarmente significativo il fatto che anche membri delle Rsf appartenenti alle stesse comunità tribali abbiano preso parte agli scontri, utilizzando armi leggere e indossando uniformi ufficiali.

    Secondo il sito di monitoraggio degli sfollati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), tra il 2 e il 3 giugno scorsi circa 1.520 persone sono state costrette a sfollare dalle località di Kubum, Markondi e dal villaggio di Umm Labassa in seguito agli scontri intercomunitari tra le tribù arabe Bani Halba e Salamat. Gli sfollati si sono rifugiati nelle aree di Nyala Shimal, Rehaid Albirdi e Shattaya, sempre nel Darfur meridionale. Il rapporto indica inoltre che l’episodio si inserisce in una precedente ondata di violenze che il 30 maggio aveva già causato circa 350 sfollati. Nella stessa giornata del 30 maggio, le Rsf avrebbero inoltre attaccato le aree di Al-Murra e Umm Saadoun, nella località di Gharb Bara, nello Stato del Kordofan Settentrionale, provocando la morte di oltre 50 persone appartenenti alla tribù Dar Hamid. Il ministero degli Esteri sudanese ha condannato l’attacco contro i villaggi di El Murra e Umm Saadoun, denunciando la morte di numerosi civili e chiedendo alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, all’Unione africana e alle organizzazioni per i diritti umani di assumere una posizione chiara contro quella che definisce una strage, chiedendo inoltre di individuare i responsabili e rafforzare la protezione dei civili. In risposta, il governatore del Kordofan per l’alleanza Tasis, Hamad Mohamed Hamed, ha accusato il Movimento islamista di tentare di trascinare la regione in una guerra civile attraverso l’incitamento tribale e ha affermato che i tentativi di mobilitare la tribù Dar Hamid contro le Rsf, spingendola a combattere a fianco delle Saf, rappresentano un crimine contro il tessuto sociale sudanese.

    Il monitoraggio dell’Oim segnala inoltre che già il 28 maggio circa 160 persone erano state sfollate dal villaggio di El Murra, sempre nel Kordofan Occidentale, a causa del deterioramento della sicurezza. Anche nelle aree del Kordofan Meridionale controllate dal Splm-N guidato da Abdulaziz Al-Hilu, come Bayami e Dabi Kauda nella località di Heiban, si sono registrati scontri mortali tra le tribù Atoro e Shawaya, già a partire dallo scorso marzo. In una dichiarazione del 2 giugno 2026, il segretario generale del Splm-N, Ammar Amoun Daldoum, ha riconosciuto vittime e perdite materiali tra le due comunità, precisando che lo Stato maggiore del movimento è intervenuto per contenere la situazione e ha istituito una commissione d’inchiesta. Secondo quanto riportato, la tribù Shawaya avrebbe collaborato con la commissione, mentre parte della tribù Atoro avrebbe rifiutato di incontrarla, accusando lo Splm-N di coinvolgimento nella crisi. Daldoum ha inoltre dichiarato che all’inizio di maggio il conflitto si è esteso alle aree di Payam e Kauda, causando gravi conseguenze, tra cui uccisioni di civili e il saccheggio delle sedi dello Splm-N, delle autorità civili e dell’Agenzia sudanese per il soccorso e la ricostruzione (Srra), oltre che di alcune organizzazioni operanti nella regione. Il segretario generale ha infine invitato gli ufficiali del movimento che si sono rifiutati di collaborare con la commissione a presentarsi per chiarire la propria posizione.

    In una precedente dichiarazione, il segretario dello Splm-N nella regione dei Monti Nuba, Hashim Abdullah Ibrahim, aveva definito “ribelli” i gruppi che rifiutano di sottoporsi alla leadership del movimento, spiegando che le tensioni sarebbero legate a dispute sulla demarcazione dei confini tribali e sulla proprietà delle terre, sfociate in scontri anche con l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla). Nel complesso, la molteplicità di conflitti tribali e scontri tra comunità e forze armate nelle regioni del Kordofan Meridionale e Settentrionale e del Darfur Meridionale evidenzia le profonde difficoltà che la cosiddetta “Sudan Founding Alliance” incontra nel tentativo di stabilire un sistema di governance stabile nei territori sotto il proprio controllo. Resta aperta la questione se tali fragilità possano essere superate o se finiranno per indebolire ulteriormente l’alleanza.

  • Il Marocco sorpassa il Sudafrica come Paese più industrializzato del continente nero

    Il Marocco ha superato il Sudafrica diventando la prima economia industriale del continente africano, secondo il rapporto della Banca africana di sviluppo (African development bank, Afdb) sull’Indice africano di industrializzazione 2025 (Africa Industrialisation Index, AII). Lo riferisce l’istituto di credito panafricano, spiegando che il risultato è stato trainato da un costante processo di ammodernamento industriale, dalla diversificazione delle esportazioni e da una politica industriale definita “vigorosa”. Il rapporto è stato presentato a margine delle riunioni annuali della Afdb insieme al primo “Africa Industrial Investment Barometer” (AfIIB), sviluppato da Wtba Invest Sa in collaborazione con Trendeo. I due studi offrono una panoramica sui Paesi africani che stanno registrando la più rapida industrializzazione, sulle destinazioni che attirano investimenti e sul valore aggiunto che resta nel continente. Secondo il rapporto, l’integrazione industriale africana resta tuttavia limitata: il commercio intra-africano rappresenta solo il 14,4 per cento degli scambi complessivi, segno di legami produttivi regionali ancora deboli e di ecosistemi industriali frammentati. L’indice AII, che ha valutato 54 Paesi africani nel periodo 2010-2024, rileva che 41 Stati hanno migliorato i propri punteggi di industrializzazione, con una crescita complessiva continentale del sei per cento.

    Persistono però importanti squilibri: l’Africa rappresenta meno del due per cento della produzione manifatturiera mondiale e appena l’1,4 per cento delle esportazioni manifatturiere globali. Inoltre, il valore aggiunto manifatturiero pro capite è sceso sotto i livelli precedenti al 2014. Il rapporto evidenzia che il Nord Africa e l’Africa australe dominano la produzione industriale e la sofisticazione delle esportazioni. In particolare, il Nord Africa guida tutti e tre gli indicatori analizzati dall’AfIIB – diversificazione industriale, attrattività e radicamento produttivo – attirando il 56 per cento degli investimenti industriali cumulati nel continente tra il 2020 e il 2025, con Marocco ed Egitto in prima linea. Tra le principali leve individuate per sostenere la crescita industriale africana figurano l’accesso a energia affidabile e competitiva, infrastrutture industriali transfrontaliere, finanziamenti di lungo periodo in valuta locale, investimenti nelle competenze tecniche e armonizzazione degli standard, nel quadro dell’Area continentale africana di libero scambio (AfCfta). Il rapporto invita inoltre le industrie africane ad accelerare la decarbonizzazione per evitare future penalizzazioni legate ai meccanismi di aggiustamento del carbonio che saranno introdotti nei prossimi anni da Europa e Stati Uniti.

  • Ghana to evacuate 300 from South Africa over anti-immigrant protests

    Ghana says it will evacuate 300 citizens from South Africa following a recent wave of protests against foreign nationals.

    Foreign Minister Samuel Okudzeto Ablakwa said in a post on X on Tuesday that the Ghanaian president had granted approval for their “immediate evacuation”.

    He said the “distressed” Ghanaians had registered at the country’s embassy in Pretoria to be rescued in response to an advisory by the foreign ministry “following the latest wave of xenophobic attacks”.

    Last week, South African authorities denied that anyone had been attacked, saying the widely circulated videos were fake.

    On Monday, South African President Cyril Ramaphosa said the recent “protests and criminal acts directed at foreign nationals” did not reflect government policy, describing them as “isolated acts of criminality”.

    He added that South Africa would “regulate migration, secure our borders and enforce our laws”.

    Thousands of South Africans joined protests against illegal immigration, demanding the mass deportation of undocumented foreign nationals. Protesters say illegal immigration has had an impact on jobs, housing and crime.

    On Tuesday, the Ghanaian embassy in South Africa advised nationals to be highly cautious and prioritise their safety by avoiding public gatherings and shut their shops or businesses in the port city of Durban ahead of a protest planned on Wednesday.

    Ghana and Nigeria have recently summoned the South African envoys to their respective countries over the mistreatment and harassment of their citizens.

    Ghana has also written to the African Union (AU) asking it to discuss the issue, saying it posed a “serious risk to the safety and wellbeing” of Africans in South Africa.

    South Africa responded by saying it had “nothing to hide”. The government has condemned the circulation of what it called “fake videos and images” described by some as recordings of attacks on foreign nationals.

    Other countries that have warned their citizens in South Africa include Kenya, Malawi, Lesotho and Zimbabwe.

    According to official figures, South Africa is home to more than three million foreigners, or about 5% of the population, but there are believed to be many more without papers.

    Xenophobia has long been an issue in the country and has been accompanied by occasional outbursts of deadly attacks.

  • Riprendono gli scontri tra giunta militare filorussa e ribelli terroristi in Mali

    Proseguono in Mali gli attacchi coordinati lanciati da diversi gruppi armati. Esplosioni e sparatorie sono state segnalate a Bamako, la capitale, e nel sobborgo di Kati, sede di una base militare, nonché a Gao e nelle città centrali di Sevare e Mopti. Gli scontri sono ripresi oggi a Kidal, nel nord, dove il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla) dei ribelli tuareg sostiene di aver raggiunto un “accordo” sul ritiro dei militari russi dell’Africa Corps, che supportano le forze armate maliane: secondo l’Fla, che rivendica il controllo della città, i militari russi starebbero lasciando il Campo 2 di Kidal.

    Il capo della giunta militare al governo del Mali, Assimi Goita, è stato evacuato da Kati dopo l’attacco di ieri e trasferito in un luogo sicuro. Uno dei membri della giunta è rimasto ferito: è stato colpito da due proiettili, che sono stati estratti ieri sera in una clinica della capitale. “Rfi”, inoltre, sulla base di fonti militari e della famiglia, conferma la morte del ministro della Difesa Sadio Camara, bersaglio di un attentato suicida con un camion che ha colpito la sua abitazione. Nell’attentato sono stati uccisi anche una delle sue mogli, due figli piccoli e diversi civili.

    I militari russi dell’Africa Corps a Kidal hanno “respinto quattro attacchi massicci contro la postazione principale, nonché contro le postazioni del perimetro difensivo esterno”, attacchi sferrati da un migliaio di militanti “dotati di oltre 20 veicoli corazzati da combattimento, più di 80 pick-up, droni Fpv e mortai, e operanti con il supporto di istruttori ucraini”. Lo riferisce un comunicato dell’Africa Corps. Secondo la nota, “in un solo giorno sono stati distrutti: con fuoco di artiglieria e mortai, 12 pick-up con personale e armi, per un totale stimato fino a 50 militanti” e “32 combattenti negli scontri a fuoco”. “Diversi avamposti sono stati evacuati; alcune unità si sono riorganizzate e ritirate verso posizioni più favorevoli all’interno dell’insediamento”, prosegue l’Africa Corps spiegando che “il gruppo corazzato del distaccamento è stato parzialmente accerchiato dai militanti durante la giornata e, insieme ai soldati dell’esercito maliano, ha distrutto quattro pick-up con personale e armi”.

    “Uno degli avamposti ha combattuto per tutta la giornata in completo accerchiamento, separato dalle forze principali a una distanza di sei chilometri, distruggendo sei pick-up con equipaggiamento militare; un pick-up è stato catturato insieme ad armi e munizioni”, precisa il comunicato. Gli attacchi, iniziati ieri e ripresi oggi in varie località del Paese, sono stati sferrati dal Fronte di liberazione dell’Azawad dei ribelli tuareg in coordinamento con i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim). L’Fla ha rivendicato il controllo della città di Kidal e sostenuto di aver raggiunto un “accordo” sul ritiro dell’Africa Corps dal Campo 2.

    Il portavoce del Fronte di liberazione dell’Azawad, Elmaouloud Ramadane, ha parlato all’emittente britannica “Bbc” del “coordinamento” con i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani. “Lavoravamo a questa operazione da molto tempo, in modo ben pianificato e, di fatto, in collaborazione”; “è difficile trovare una soluzione senza la loro partecipazione, e c’è stato coordinamento”, ha detto Ramadane. Il portavoce ha aggiunto che “tutti i punti di accesso di Gao sono caduti, ma gli accampamenti dell’esercito sono rimasti intatti”. Anche il gruppo Jnim, in un comunicato, ha confermato che gli attacchi facevano parte di un’operazione congiunta con l’Fla. Secondo fonti dell’emittente, l’Fla si è concentrato principalmente sulle città del nord, mentre Jnim sferrava attacchi simultanei in altre aree.

    Un comandante sul campo dell’Fla coinvolto nell’assalto a Kidal ha dichiarato alla “Bbc” che il gruppo si stava preparando all’offensiva “da mesi” e che ora punta a “controllare Gao” per poi “far cadere Timbuctù”. L’esercito del Mali ha dichiarato di combattere quelli che ha definito “gruppi terroristici”, che sarebbero stati “sconfitti” con “diverse centinaia” di morti. A Bamako sono stati istituiti posti di blocco sulle strade che conducono all’aeroporto ed è stato imposto il coprifuoco dalle 21 alle 6 (ora locale) per le prossime tre notti. Il Mali è governato da una giunta militare filorussa guidata dal generale Assimi Goita, che ha preso il potere con un colpo di stato nel 2020 in un contesto critico per la sicurezza, per l’azione dei ribelli tuareg e dei militanti islamisti.

    L’Unione europea, in una nota del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), ha condannato fermamente gli attacchi terroristici nel Paese africano, porgendo le condoglianze alle famiglie delle vittime e alle autorità maliane, ed esprimendo solidarietà al popolo maliano. L’Ue ha ribadito la sua “determinazione nella lotta al terrorismo” e il suo “impegno per la pace, la sicurezza e la stabilità in Mali e in tutto il Sahel”.

    La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeo), in un comunicato di condanna e cordoglio, ha dichiarato che “questi atti atroci dimostrano ancora una volta la natura barbarica degli autori, che continuano a minacciare la pace, la sicurezza e la stabilità dell’intera sub-regione dell’Africa occidentale”, dichiara l’organizzazione. La Cedeao ha espresso “piena solidarietà al popolo e alle autorità” del Mali e ha invitato “tutti gli Stati, le forze di sicurezza, i meccanismi regionali e le popolazioni dell’Africa occidentale a unirsi e mobilitarsi in uno sforzo coordinato per combattere questo flagello”.

    Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso preoccupazione, condanna e solidarietà, sottolineando la necessità di proteggere i civili e le infrastrutture civili. Guterres ha chiesto “un sostegno internazionale coordinato per affrontare la crescente minaccia dell’estremismo violento e del terrorismo nel Sahel e per far fronte agli urgenti bisogni umanitari”. Gli Stati Uniti, attraverso l’ufficio Affari africani del dipartimento di Stato, hanno condannato l’accaduto e inviato “condoglianze alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che sono stati colpiti”. “Ci schieriamo al fianco del popolo e del governo maliano di fronte a questa violenza. Gli Stati Uniti rimangono impegnati a sostenere gli sforzi per promuovere la pace, la stabilità e la sicurezza in tutto il Mali e nella regione”, si legge in un messaggio pubblicato su X.

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Nigeria begins mass trial of 500 terrorism suspects

    Nigeria has begun the prosecution of more than 500 people accused of involvement in militant attacks in one of the country’s largest ever terrorism trials.

    The suspects face charges linked to aiding and abetting terrorism, particularly in the north-east where an insurgency by the Boko Haram Islamist group began 17 years ago.

    Since then insecurity has spread to many other areas of the West African nation, leaving communities, often those in rural areas, at the mercy of mushrooming militant groups and gangs that kidnap for ransom.

    The mass trial opened on Tuesday at a high court in the capital, Abuja, where 227 suspects were arraigned before 10 judges, according to the attorney general.

    Hundreds of people have lost their lives in bombings and various attacks across Nigeria this year alone.

    Very few people are ever prosecuted over terror attacks – and suspects are often detained and spend years in custody without facing trial.

    According to the AFP news agency, gunmen killed at least 20 people on Wednesday in the western state of Niger. Residents say the attackers raided villages in Shiroro district, an area where kidnapping gangs and Islamist militants are known to operate.

    Security was tight during the court session on Tuesday, with suspects transported in heavily guarded convoys under military, police and intelligence supervision.

    International observers, including human rights groups and the Nigerian Bar Association, were also present in court.

    The defendants are alleged to have taken part in attacks mainly in northern Nigeria, while others face charges of supporting militants through funding, supplying arms and logistics.

    Five of the accused have already been given varying jail terms – from seven to 20 years – after pleading guilty to charges that included selling livestock, supplying food and information to militant groups.

    Attorney General Lateef Fagbemi said the scale of the operation showed the government’s resolve to deal with the matter.

    “The federal government is committed to ensuring that due process is followed while bringing those involved in terrorism to justice,” he said.

    Security expert Bashir Galma, a retired army major, told the BBC that the trial, which is expected to continue in phases, was a “positive development” and a “significant milestone” in Nigeria’s fight against terrorism.

    “For years Nigerians have been complaining about why they keep these suspects [in custody] instead of making them face the law for what they are suspected of doing,” he said.

    “This will bring some level of peace for people whose loved ones were killed or injured.”

    The trial would also dispelled rumours that suspects were routinely released after arrest “so that they can go back to their terrorism business”, the analyst added.

    However, he predicted that some of the accused could be released soon, given that they were arrested many years ago – a factor he said the judges would likely take into consideration

  • More than 70 miners killed in South Sudan as government and opposition trade blame

    At least 74 mine workers have been killed by gunmen in an area south-west of the capital, Juba, with government and opposition officials trading accusations over who was behind the deaths.

    The violence occurred over the weekend in mineral-rich Jebel Iraq, which is controlled by the army.

    The Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO), the party of suspended First-Vice President Riek Machar, condemned the killings, accusing government forces of being responsible.

    Paulino Lukudu Obede, acting governor of Central Equatoria state, which includes Jebel Iraq, said the government was “shocked and outraged” by the “brutal and barbaric killing of innocent civilians by rebel forces”.

    Obede did not say which group had carried out the attacks.

    He said the government was taking concrete measures to bring the perpetrators to justice and prevent any future violence.

    Speaking on the national broadcaster later on Monday night, Deputy Information Minister David Yau Yau accused the SPLM-IO of being behind the killings.

    There are several rebel groups fighting South Sudan’s government in various places, including the National Salvation Front that is active in Central Equatoria. Neither the group nor the SPLM-IO have claimed responsibility for the attack.

    The SPLM-IO were the first to issue a statement condemning the killings, describing them as “regrettable, barbaric and unacceptable”.

    Machar’s spokesperson Puok Both Baluang alleged that national army forces were responsible for the killings, saying Jebel Iraq was an area under their exclusive control. The national army has not commented on these allegations.

    Baluang called on UN bodies to launch a thorough investigation into the “Jebel Iraq massacre” and “other war crimes” committed in other parts of the country.

    Machar has been under house arrest in Juba since March last year, and faces trial for crimes including murder, treason and crimes against humanity, which he denies.

    Vice-President James Wani Igga condemned the attack, calling it a “heinous massacre” and describing the victims as the “backbone of our local economy”.

    He said the government would not allow unknown gunmen to continue terrorising civilians without consequence.

    He called for a formal inquiry to determine the “identity and motives” of the assailants.

    South Sudan is rich in key minerals including gold and the government has awarded several contracts to various mining companies.

    Illegal mining is also widespread in parts of the country, including in the Equatoria region, where artisanal miners often operate without government approval.

  • Due russi della Wagner alla sbarra in Angola

    Due cittadini russi, il consulente politico Igor Ratchin e il traduttore Lev Lakshtanov, compariranno davanti a un tribunale dell’Angola con l’accusa di aver fomentato proteste antigovernative, condotto una campagna di disinformazione e tentato di interferire nelle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno. Lo riferisce la “Bbc”, che ha ottenuto una copia del capo d’imputazione.

    I due, arrestati nell’agosto scorso, devono rispondere di undici capi d’accusa, tra cui terrorismo, spionaggio e traffico di influenze. Insieme a loro sono chiamati a processo due cittadini angolani, il giornalista sportivo Amor Carlos Tomé e l’attivista politico Francisco Oliveira, accusati di aver collaborato all’operazione. Secondo l’accusa, i due russi avrebbero agito per conto di Africa Politology, una rete opaca di operativi e funzionari dell’intelligence attiva nel continente, emersa dal disciolto gruppo Wagner, il cui fondatore Evgenij Prigozhin è morto in un incidente aereo nel 2023. La difesa nega qualsiasi legame con tale organizzazione e sostiene che i due stessero lavorando alla creazione di una “Casa della cultura russa” a Luanda.

    L’indagine s’inserisce nel contesto del progressivo allontanamento dell’Angola dalla sfera d’influenza di Mosca sotto la presidenza di Joao Lourenco, che non incontra il presidente russo Vladimir Putin dal 2019 e ha orientato il Paese verso l’Occidente. “Tutto questo riflette l’ansia russa riguardo alla direzione intrapresa dall’Angola sotto l’amministrazione Lourenco”, ha dichiarato alla “Bbc” Alex Vines, direttore del programma Africa dell’European council on foreign relations. Stando all’atto d’accusa, tra il 2024 e il 2025 gli imputati avrebbero effettuato pagamenti per oltre 24 mila dollari a giornalisti ed esperti locali per diffondere propaganda sui media angolani. Le autorità di Luanda collegano queste attività alle proteste del luglio scorso, le più violente dalla fine della guerra civile nel 2002, in cui persero la vita almeno 29 persone. Numerosi giornalisti e attivisti angolani contestano tuttavia questa lettura, sostenendo che le manifestazioni avessero cause socioeconomiche interne e che i russi possano essere stati usati come capri espiatori.

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