Africa

  • Si è conclusa in Mozambico la fase diocesana di beatificazione dei “Martiri di Guiùa”

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Anna Bono per la ‘Nuova Bussola Quotidiana’ del 10 settembre 2019

    Il 22 marzo 1992 a Guiùa, in Mozambico, dei catechisti furono brutalmente uccisi insieme alle loro famiglie dai guerriglieri della Renamo che li rapirono nel loro dormitorio e cercarono di estorcere loro notizie sui miliziani del Frelimo, il Fronte per la liberazione del Mozambico di ispirazione marxista-leninista che aveva preso il potere dopo che il paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975. “Fu un periodo di vera persecuzione contro la Chiesa – ricorda per l’agenzia Fides Padre Osorio Citora Afonso, dell’Istituto missioni della Consolata – con espropriazioni, restrizioni di ogni genere all’attività pastorale, negazione del visto d’entrata nel paese ai missionari stranieri. La Chiesa fu spogliata dei suoi averi. Molte missioni si videro svuotate dei loro missionari e sacerdoti. Nacquero allora molte piccole comunità cristiane. Esse furono radunate non più attorno ai sacerdoti e ai missionari, ma a quelli che furono chiamati i ‘missionari-laici’, cioè i catechisti e gli animatori delle comunità cristiane”. I catechisti catturati a Guiùa dalla Renamo rifiutarono di dare notizie. Questo questo provocò la collera dei miliziani e fu un massacro. “ Fin dall’epoca dei tragici eventi – ricorda Fides – i mozambicani li hanno chiamati “i Martiri di Guiúa” e li hanno seppelliti in doppia fila lungo il vialetto che porta al santuario della “Regina dei Martiri”, nel quale periodicamente si danno appuntamento per rinvigorire la loro fede ricordando la testimonianza resa dai catechisti”. Il 23 marzo scorso si è conclusa la fase diocesana del loro processo di beatificazione e canonizzazione, la prima iniziata e conclusa in Mozambico.

  • Improbabile che Ebola arrivi dall’Africa all’Europa, ma scattano misure di prevenzione

    L’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia di Ebola in corso in Africa un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, sulla  base del Regolamento Sanitario Internazionale. Il Ministero della salute in Italia ha a sua volta emanato una circolare con le misure di sorveglianza e le raccomandazioni per i viaggiatori e residenti nelle zone affette da Ebola nella Repubblica democratica del Congo. L’epicentro dell’epidemia si è spostato da Mabalako a Beni che nelle ultime tre settimane ha registrato il 46% dei casi. Un caso importato è stato segnalato a Goma, un’importante centro di scambi commerciali col Ruanda (si stima che circa 15.000 persone ogni giorno passino il confine da Goma al Ruanda), dove è situato un aeroporto internazionale che tuttavia non effettua voli diretti verso i paesi europei.

    Sono monitorati oltre 70 Punti d’Entrata e sinora sono stati effettuati 75 milioni di screening, identificando, in tal modo, 22 casi. In totale alla data del 16 luglio 2019, sono stati segnalati 2522 casi confermati o probabili, con 1698 decessi. Si sono infettati 136 in operatori sanitari, 41 dei quali sono deceduti. L’epidemia continua con una media di 80 nuovi casi segnalati settimanalmente.

    Il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) valuta che la probabilità che un cittadino europeo che vive o che si reca nelle aree affette dall’epidemia contragga l’infezione è bassa, qualora vengano applicate le precauzioni di specificate nella circolare. Anche il rischio di introduzione e ulteriore diffusione di EVD (Ebola virus disease) nei paesi europei è considerato molto basso. Si raccomanda comunque di evitare ogni contatto con pazienti sintomatici, coi loro fluidi corporei e coi corpi o liquidi corporei di persone decedute, di non consumare carne di selvaggina, di evitare i contatti con animali selvatici vivi o morti, di lavare e sbucciare (quando appropriato) frutta e verdura prima di consumarle, di lavarsi frequentemente le mani con acqua e sapone o con prodotti antisettici e di avere rapporti sessuali protetti.

  • L’Africa sarà liberata dai dazi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘Italia Oggi’ il 16 luglio 2019.

    Domenica 7 luglio, a Niamey in Niger, il vertice straordinario dei capi di Stato dei paesi dell’Unione Africana ha sancito l’inizio della fase attuativa dell’Accordo continentale africano di libero scambio (Affcta è l’acronimo in inglese) che mira ad abbattere progressivamente tutti i dazi e le altre barriere doganali all’interno dell’intero continente. Esattamente il contrario della politica delle barriere e dei dazi di Trump. È un evento di portata epocale, che potrebbe presto incidere sugli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. La visione e lo spirito che muovono l’Accordo hanno radici profonde e prospettive di lungo periodo: il rinascimento dell’Africa e il panafricanismo.

    Hanno firmato 54 dei 55 membri dell’Unione africana, fatta eccezione per l’Eritrea per le tensioni con l’Etiopia. Ha sottoscritto anche la Nigeria, che rappresenta il Paese più popoloso e potente dell’Africa. L’Affcta darà il contributo più forte per il superamento di 84 mila km di frontiere interne ereditate dal colonialismo. Lo scopo è l’integrazione, senza ridisegnare nuove frontiere. Eliminando i dazi sul commercio infra-africano, si crea un mercato di 1,2 miliardi di cittadini e di consumatori che potrebbe raddoppiare entro il 2050. Il commercio interno all’Africa rappresenta meno del 15% del totale delle esportazioni. Quello interno all’Unione europea è il 70% del totale e quello infra-asiatico è già del 50%. Perciò si prevede di portare il commercio fra i paesi africani almeno al 25% entro il 2023.

    La creazione della Zona di libero scambio e dell’unione doganale è il primo passo di un percorso ben programmato che prevede la realizzazione del mercato comune africano nel 2025 e l’unione monetaria nel 2030. I paesi africani si sono chiaramente ispirati all’esperienza dell’Unione europea, facendo tesoro delle difficoltà e degli errori commessi in Europa. Infatti, hanno messo l’unione monetaria alla fine del percorso.

    Indubbiamente si è tenuto conto anche dell’esistenza dei paesi Brics, che hanno saputo costruire nuove alleanze e istituzioni indipendenti, capaci di giocare un ruolo incisivo sullo scacchiere economico e politico globale. È un disegno ambizioso.

    L’Italia e l’Unione europea non possono limitarsi a guardare per vedere se l’Africa riuscirà o no a realizzarlo. Sarebbe grave, a nostro avviso, se ci si soffermasse a valutare i comportamenti presenti e passati dei governi e delle leadership africane. C’è un Grand Design da realizzare. È una sfida anche per la cooperazione internazionale ed europea.

    Il tutto inizia, nel maggio 2013 ad Addis Abeba in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione dell’Unione Africana, quando si definì il programma Agenda 2063 per «un’Africa integrata, prospera e pacifica guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica sulla scena internazionale». L’Agenda 2063 dettaglia, infatti, una serie d’iniziative da realizzare in tutti i campi per trasformare l’Africa in un moderno continente sovrano, che prenda in mano il proprio destino.

    In primo luogo vi è la realizzazione di una rete integrata continentale di treni ad alta velocità. Le infrastrutture occupano un posto prioritario nella lista dei progetti, come già evidenziato nel Piano di Sviluppo delle Infrastrutture in Africa (Pida). Senza infrastrutture stradali, ferroviarie, fluviali, portuali, aeroportuali, energetiche e della comunicazione, la Zona di libero scambio resterebbe una scatola «paralizzata» che bloccherebbe qualsiasi piano di sviluppo industriale, economico e civile.

    Si prevede la formulazione di una «strategia africana sulle commodity» per rendere il continente più forte nella definizione dei contratti di sfruttamento delle materie prime con i partner internazionali, per evitare che rimanga solo una grande miniera a cielo aperto e un semplice fornitore di minerali per il resto del mondo. L’Africa legittimamente vuole promuovere l’industrializzazione e la creazione di manifatture per garantire lavoro e reddito per i propri cittadini.

    L’Africa, purtroppo, finora è stata oggetto di un crescente land grabbing: vasti territori accaparrati da grandi interessi privati, da società internazionali e anche da altri Stati. Il fine è lo sfruttamento agricolo e minerario intensivo per fornire prodotti per destinazioni fuori dal continente africano. Spesso la mano d’opera locale è sfruttata al massimo e pagata al minimo, minando anche il tessuto sociale tradizionale, stravolgendo l’ambiente e lasciando, poi,sacche di povertà e di abbandono.

    Purtroppo, com’è noto, la regione sub-sahariana è il bersaglio principale di tali spregiudicate operazioni, che si giovano anche della corruzione di potentati locali e dell’ignoranza di molti. Si stima che, di tutti i territori acquisiti attraverso il land grabbing a livello mondiale, oltre il 40% sia in questa regione. Per esempio, una ricerca di alcuni anni fa quantificava l’acquisizione di terreni nella sola Repubblica Democratica del Congo in 7,2 milioni di ettari. Un terzo dell’Italia!

    9 su 10 paesi dell’Africa sub-sahariana sono «dipendenti dalle commodity», perché oltre il 60% di tutto il loro export è dato dalle commodity. Ed è una tendenza in crescita anche a livello globale. La Banca Mondiale conferma, infatti, l’aumento del rapporto debito/export nella regione sub-sahariana che è passato dal 65% del 2011 al 136% del 2017.

    L’Agenda 2063 è ricca di altri progetti relativi alle nuove tecnologie, alla finanza e anche alla ricerca spaziale. Fondamentale è la previsione di costruire un «grande museo africano» per promuovere la cultura africana in linea con gli ideali del pan-africanismo. Si vuole preservare il patrimonio culturale, stimolare gli africani a scrivere la vera storia dell’Africa e mostrare la sua influenza artistica, scientifica e letteraria sulle varie culture del mondo.

    Il summit di Niamey ha dovuto comunque riconoscere che l’impegno assunto nel 2013 di far tacere tutte le armi entro il 2020 non è stato ancora realizzato. La pacificazione e il superamento degli attuali conflitti in alcuni paesi sono, però, la condizione per l’effettiva operatività della Zona continentale africana di libero scambio senza dazi e barriere. E’ una grande sfida. Così come lo è il superamento delle frontiere e l’emissione di un unico passaporto africano per il libero movimento delle persone, che dovrebbe essere operante già dal prossimo anno.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Europa estende il fondo fiduciario per la Repubblica centrafricana

    La Commissione europea ha annunciato il prolungamento del fondo fiduciario di Bêkou per la Repubblica centrafricana fino alla fine del 2020. L’annuncio giunge pochi mesi dopo la firma dell’Accordo di pace tra il governo e i gruppi armati firmato a Bangui a febbraio. Cinque anni dopo la sua creazione, il fondo ha quasi quadruplicato le sue risorse, da 64 milioni a 243 milioni di euro, e ha lanciato 17 programmi che hanno prodotto risultati tangibili per metà della popolazione del Paese.

     

  • Si può salvare il lago Ciad e con esso l’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su I’taliaOggi’ il 9 maggio scorso. L’argomento trattato era già stato affrontato nel 2013 dall’On. Cristiana Muscardini con alcune interrogazioni parlamentari rivolte alla Commissione europea per attirare l’attenzione sul problema della siccità nell’area in questione e sollecitare un intervento concreto di collaborazione da parte dell’Europa.

    Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha recentemente dichiarato l’intenzione di affiancare il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nella raccolta di fondi per la realizzazione del progetto di «trasferimento idrico» dalla regione dell’Africa centrale verso il Lago Ciad, nel Sahel. Intendono presenziare insieme a un Forum Speciale dove coinvolgere sponsor pubblici e privati per finanziare il progetto. L’intero grande progetto richiederebbe 50 miliardi di dollari che i paesi direttamente interessati dal bacino acquifero del lago Ciad, cioè la Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad, ovviamente non sarebbero da soli in grado di disporre. L’accordo è stato mediato dall’African Development Bank, che, negli anni passati, si è mossa con grande impegno per la realizzazione d’infrastrutture in Africa e portare il continente e la sua popolazione fuori dal sottosviluppo e dal continuo spettro della povertà.

    A causa di una gestione del lago quasi inesistente e, soprattutto, dell’avanzamento del deserto, nei decenni passati il lago ha perso il 90% della sua superficie, con catastrofici effetti climatici e sociali. Come è risaputo, intorno al bacino del lago vivono circa 30 milioni di persone che, di giorno in giorno, vedono le loro vite e il loro futuro sempre più minacciati. Di conseguenza, sono sorti conflitti tra i paesi rivieraschi per l’approvvigionamento dell’acqua e forti tensioni tra agricoltori e pescatori. Una vera lotta tra poveri. Non c’è quindi da essere sorpresi se i giovani di queste terre vogliano o debbano emigrare e se altri possano finire nelle reti del terrorismo e del crimine organizzato. Com’è noto sono proprio la mancanza di lavoro e le guerre locali, le cause principali delle migrazioni anche verso l’Europa.

    È il caso di ricordare che la parte centrale del programma d’investimenti ipotizzato sarebbe la realizzazione del «Progetto Transaqua», elaborato ben 40 anni fa dall’impresa italiana «Bonifica» del gruppo Iri per la creazione di un canale lungo 2.400 km per portare acqua dolce dal fiume Congo verso il lago Chad. Già nel febbraio 2018 nella conferenza internazionale sul lago Ciad, tenutasi ad Abuja in Nigeria con la partecipazione anche dell’Italia e dell’Unesco, si era sostenuto con forza la realizzazione di Transaqua. Allo stato, il trasferimento idrico tra i bacini acquiferi non ci sembra un’opzione né un «miraggio faraonico» ma una vera e propria necessità.

    Si prevede il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del fiume Congo al lago Ciad, equivalente a circa l’8% della portata del fiume, che, comunque, la scarica tutta nell’Oceano Atlantico. Il piano prevede anche la costruzione di un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che forniranno energia pulita, trasporto fluviale e acqua dolce per le popolazioni interessate e per lo sviluppo di un moderno settore agroindustriale nell’Africa Centrale. Transaqua affronta molti aspetti della crisi africana, offrendo la possibilità di lavoro e benefici per i paesi a sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che metterebbe a disposizione l’acqua in cambio di un importante arricchimento infrastrutturale e produttivo.

    Come prevedibile, la Cina è il primo paese a essere interessato, non solo per ragioni geopolitiche ma anche per soddisfare la sua necessità di importare beni alimentari. Già nel 2016 PowerChina, il gigantesco conglomerato industriale cinese che ha costruito anche la diga delle Tre Gole, aveva discusso del progetto con il governo della Nigeria esprimendo la sua disponibilità a partecipare al finanziamento e alla realizzazione dello stesso. Oltre ai grandi investimenti miliardari in molti paesi dell’Africa, Pechino organizza ogni due anni uno specifico forum con la partecipazione di tutti i capi di stato africani. L’ultimo si è tenuto lo scorso settembre dove la Cina ha presentato il piano d’integrazione dell’Africa nelle Vie della Seta, la Belt and Road Initiative. Nel frattempo si è mossa anche la Russia che il prossimo ottobre organizzerà il primo Russian African Summit con i leader di tutti i paesi africani.

    L’Italia, fin dai tempi di Enrico Mattei, è sempre stata attenta all’idea di una vera cooperazione e dello sviluppo dell’Africa. Da sola, però, non è riuscita a smuovere gli altri grandi attori occidentali e internazionali. Lo scorso ottobre è stato meritoriamente firmato un memorandum d’intesa tra il nostro Ministero dell’Ambiente e la Commissione del Bacino del Lago Ciad per il finanziamento dello studio di fattibilità del Progetto Transaqua. L’Italia vi contribuisce con 1,5 milioni di euro. Anche PowerChina cofinanzia lo studio. Negli ultimi anni l’Europa ha ripetuto la necessità di lanciare un «Piano Marshall per l’Africa» per sviluppare il continente e per contenere il flusso dei cosiddetti «migranti economici» verso l’Europa. Questo a parole.

    L’Italia ha sempre mantenuto un rapporto storico positivo con molti paesi africani. Siamo conosciuti come i costruttori di dighe e d’importanti infrastrutture. È interesse nostro e dell’Europa di lavorare per una genuina collaborazione, superando anche qualche vecchio retaggio del colonialismo di certi paesi europei.

    In definitiva, la realizzazione del grandioso progetto in questione sarebbe un aiuto concreto allo sviluppo del continente africano e un modo serio di «aiutarli a casa loro». Sarebbe, inoltre, anche una scelta coerente per difendere la Terra dal processo di desertificazione evidenziato dallo stesso Onu. Sarebbe probabilmente una risposta importante al problema dei mutamenti climatici denunciati dagli scienziati e dai giovani di tutto il mondo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • Seeds&Chips 2019: Africa protagonista e stop alla plastica in mare

    7,8 trilioni di dollari il valore dell’agrifood a livello mondiale, che occupa il 40% della popolazione. In innovazione tecnologica nel settore sono stati investiti nel 2018 16,9 miliardi di dollari, il 43% in più dell’anno precedente. Solo in Cina 3,52 miliardi di dollari, il 95% in più del 2017. Oltre a contribuire a ridurre il fenomeno della fame nel mondo, che affligge 800 milioni di persone, solo in Italia lo sviluppo sostenibile creerà 3 milioni di posti di lavoro. Questi i dati enunciati dal palco di Seeds&Chips – The Global Food Innovation Summit che ha aperto i battenti oggi a Rho FieraMilano. L’evento internazionale, che durerà fino al 9 maggio, ha come protagonista l’Africa, una scelta non casuale visto che, nei prossimi trent’anni, nel Continente è previsto un aumento della popolazione.

    A dare il via alla prima giornata di lavori è stata la Opening Ceremony della mattina, coordinata dal fondatore e Presidente Marco Gualtieri che ha espresso tutta la sua soddisfazione per le tematiche che saranno affrontate e per la sempre più crescente partecipazione di giovani al Forum. “Siamo consapevoli che i grandi temi che affrontiamo, dal cibo alla salute, saranno al centro di un confronto globale, senza distinzioni anagrafiche o geografiche, di interesse per più di 7 miliardi di persone. I giovani e i leader da tutto il mondo – sottolinea Gualtieri – discutono del futuro del cibo e quindi del pianeta, in un format ormai consolidato, uniti dagli obiettivi posti dai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite (SDGs). Non si può parlare del futuro del cibo senza avere l’Africa al tavolo della discussione. Le economie occidentali e quelle del continente africano devono interagire per valorizzare al meglio il potenziale umano dell’Africa, il continente più giovane del pianeta quanto a età anagrafica della popolazione”. Tanti i giovani sul palco a confronto con i leader internazionali e i rappresentanti delle istituzioni intervenuti: Kerry Kennedy, presidente Robert F. Kennedy Human Rights; Donald Kaberuka, già presidente dell’African Development Bank; Gian Marco Centinaio, Ministro dell’Agricoltura, Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia; Albert-Laszlo Barabasi, professore presso la Northeastern University di Boston; Andrea Illy, imprenditore.

    La prima giornata del Summit ha visto anche la presentazione ufficiale di HOM Humans of Mediterranean, la generazione che ha curato il mare, il primo Manifesto per difendere il mare dalla minaccia della plastica, ideato e promosso da Seeds&Chips e Federpesca. Un’alleanza tra i pescatori dei 22 Paesi del bacino Mediterraneo per liberare il mare dalle plastiche e l’obiettivo di promuovere iniziative che portino ad una legislazione comune per i paesi del Mediterraneo, che possa coinvolgere i pescatori, gli enti e le associazioni per garantire la tutela dell’ecosistema marino e dell’ambiente. Il lancio si è tenuto alla presenza, tra gli altri, del Ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio e del presidente di Federpesca, Luigi Giannini. Un importante segnale che testimonia l’attenzione del governo verso la difesa dell’intero ecosistema marino, in primis coinvolgendo i pescatori ma anche associazioni di settore, enti di partenariato economico e sociale e dell’Unione Europea.

    Domani, tra le altre sessioni, uno sguardo al futuro dell’Italia con “Puglia is the place to be for precision agriculture”, con la partecipazione di Michele Emiliano, Presidente Regione Puglia, Ettore Prandini, Presidente Coldiretti e Alessandra Pesce, Sottosegretario all’Agricoltura. Atteso il keynote speech del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in programma alle 17,15.

     

  • L’Oms testa in tre Paesi africani un vaccino contro la malaria

    Questo mese in Malawi è stata avviata una vaccinazione su larga scala per proteggere centinaia di migliaia di bimbi, nell’ambito di un progetto pilota dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) partito nelle scorse settimane, anche in Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno. La malaria colpisce circa 219 milioni di persone ogni anno, soprattutto in Africa, e ne uccide 435.000, tra cui ben 250.000 bimbi sotto i 5 anni, ovvero uno ogni due minuti.

    Il lancio del primo e, finora, unico vaccino dimostratosi in grado di offrire una protezione parziale contro la malaria, è “un momento storico nella lotta a uno dei principali killer dei bimbi africani”, secondo le parole di Pedro Alonso, direttore del Programma Globale dell’Oms per la Malaria. Un momento frutto di un percorso iniziato oltre trenta anni fa, nel 1987. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo, tra il 2009 e il 2014, il vaccino RTS,S è stato testato in uno studio di fase 3 su migliaia di bimbi, dimostrandosi in grado di prevenire 4 casi su 10 di malaria e un terzo dei casi più gravi, con riduzioni significative di ricoveri e trasfusioni di sangue.

    Nel 2015 l’Agenzia europea per i farmaci (Ema) ha emesso parere scientifico positivo e nei test clinici su larga scala che hanno coinvolto migliaia di bambini africani il vaccino è stato generalmente ben tollerato. Ora l’avvio di un programma pilota permetterà di evidenziare dati in grado di influenzare le raccomandazioni politiche a un uso più ampio. Coordinato dall’Oms, vede la collaborazione di numerosi partner internazionali, tra cui GSK (lo sviluppatore e produttore di vaccini) che donerà a 10 milioni di dosi. A finanziare il progetto, una collaborazione tra GAVI Alliance (Alleanza globale per i vaccini), Unitaid e il Fondo globale per la lotta a Aids, tubercolosi e malaria. I Paesi pilota coinvolti, Ghana, Kenya e Malawi sono stati selezionati sulla base di criteri chiave come la presenza di sistemi di vaccinazione ben funzionanti.

    Il programma riguarderà aree con trasmissione della malaria moderata-alta, in cui il vaccino può avere il maggiore impatto.   Qui sarà somministrato ai bimbi in 4 dosi: 3 dosi tra 5 e 9 mesi di età e la quarta a 2 anni. Tuttavia, ricorda l’Oms in vista del World Day, l’immunizzazione andrà ad aggiungersi, e non potrà sostituirsi, alle armi oggi in uso e che hanno permesso di fare ampi progressi: ovvero zanzariere imbevute di insetticidi, spray repellenti, disinfestazioni, diagnosi tempestiva e trattamento con antimalarici.

  • Italia e Cina, una pericolosa confusione

    Una volta di più i cittadini presi in giro dalle reiterate affermazioni del premier e del vicepremier che sostengono che quello con la Cina sia solo un memorandum. In verità l’accordo riguarda imprese private e partecipate dell’Italia, si parla di Snam, Sace, Enel, Terna, Fincantieri e di banche quali Unicredit e Intesa. Non si tratta cioè soltanto di accordi di cooperazione finanziaria o di attività sul territorio cinese svolte da Eni in accordo con Bank of China, ma di vere e proprie entità strategiche come le Autorità portuali di Genova e Trieste. Quando si parla ad esempio di Fincantieri parliamo di attività sensibili particolari e quando parliamo dei porti sappiamo quanto abbia giovato all’esportazione cinese e alla sua capacità di ingerenza non solo economica l’acquisizione di altri porti del Mediterraneo, non ultimi quelli greci. Sembra sfuggire al governo italiano che la Cina si è impadronita di porzioni consistenti dell’Africa, quell’Africa che avrebbe dovuto essere il nostro partner privilegiato, e che la stessa Cina non ha solo costruito infrastrutture nei Paesi meno sviluppati ma anche nell’estremo Nord d’Europa. Se la Cina può far finalmente funzionare in maniera più adeguata il porto di Genova potrebbe essere anche un risultato positivo, ma se la gestione dei maggiori porti del Mediterraneo (Shanghai è in trattative per investire 5 miliardi nel porto di Palermo), e non solo, si tramuterà in un vorticoso aumento dei manufatti cinesi, legali o meno, e di derrate alimentari sulla qualità delle quali sappiamo bene di non poter dare garanzie ai nostri consumatori, l’operazione non sarà certo positiva per l’Italia. Se aggiungiamo poi la grande capacità cinese e l’altrettanto grande spregiudicatezza nel settore delle comunicazioni e dell’intelligenza artificiale, si comprende bene come il governo italiano dovrebbe agire con più prudenza, non guardando all’interesse di oggi o domani ma al futuro del nostro Paese in tempi lunghi. Purtroppo la cultura e la lungimiranza non sembrano doti che appartengono a chi gestisce la politica con i tweet. E’ inoltre noto che tutti gli accordi commerciali per i Paesi membri dell’Unione sono di competenza esclusiva della stessa Unione e non dei singoli Stati, perciò il cosiddetto memorandum con la Cina se non può essere un trattato commerciale è di fatto un accordo finanziario, di cessione, di vendita, totale o parziale, o di sfruttamento di impianti, infrastrutture, tecnologie strategiche per il nostro Paese.

  • Understanding where democracy stands in the Muslim world

    In December 2010 a series of dramatic anti-government protests and uprisings became outright rebellions across the Middle East. In what later became known as “the Arab Spring”, those protests led many outside observers – most of whom were far from regional experts – to draw comparisons between the upheaval in the Middle East with the wave of pro-democracy revolutions that swept aside Soviet-led Communism in Eastern Europe in late 1989.

    With the sole exception on Tunisia, however, those protests were largely unsuccessful due to a powerful counter-revolutionary backlash that took different forms depending on the country.

    The rise of radical Islamist movements like the Muslim Brotherhood and its many regional offshoots, as well as Egypt’s Abdel Fatah el-Sisi led to bitter infighting amongst the region’s liberal opposition and exposed the Arab World’s lack of political acumen and ultimately doomed the Arab Spring nearly from the start.

    The numerous counter-revolutionary forces that emerged in the wake of the 2010-2011 protests returned to power the sort of anti-democratic governments that had dominated the Middle East since the end of the Second World War.

    By successfully crushing the Arab Spring’s democratic ambitions, both the Islamists and the region’s strongmen dictators, once again, quashed any attempt by reformists to fundamentally revitalise the Near East’s countless moribund economies or breathe new life into the political culture of countries who have suffered under the brutal weight of dynastic dictatorships and corrupt bureaucracies for most of their modern existence.

    For those who had become familiar with the political and social dynamics of the Middle East, one of the main casualties in the post-Arab Spring landscape was the final deathblow to both the ideology of national liberation-style demagogues like Gamal Abdel Nasser and the Arab Socialist movements of Hafez Assad.

    Those two strains of Arab political discourse, which had dominated the region for nearly half a century, were mortally wounded by the US’ disastrous invasion of Iraq in 2003. The sectarian bloodletting that followed in Iraq and the post-Arab Spring savagery of the Syrian Civil War – two nations that were once strongholds of rival Ba’athist ideologies – as well as the overthrow of two of the of 20th century’s archetypes for Middle East dictatorship, Libya’s Muammar Gaddafi and Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia, was a definitive postscript for a particular era of modern Middle East history.

    What has followed has been anything but a flowering of a truly democratic and pluralistic Middle East. Rather, the rise of Islamism in Syria and Iraq, a return to de-facto military rule in Egypt, and the outbreak of sectarian civil war in Yemen, Syria, Iraq, Libya has left the region in chaos, with little change of cultivating any semblance of a democratic process in the countries where stability and the growth of civil society are most needed.

    This has posed a fundamental question as to where the Middle East is headed nearly a decade after undergoing the regions’ last major political upheaval first began.

    Syed Kamall a centre-right European parliamentarian from the UK, says there is a need for “increased political, economic, and civic engagement” from the world’s Muslim nations if they hope to transition to becoming fully-fledged democracies sometime in the future.

    Now, more than ever, Kamall says, the world’s leading and long-established democratic states need to come together to support the democratisation process in the Middle East and the wider Muslim world to help stem the tide of sectarian conflict and extremist politics that have swept across the region since the Arab Spring began.

    Those examples, however, are often overshadowed by pessimistic sentiments that generally come from countries where democracy has been tried but whose population were left with a weak central government prone to infighting.  This has left many regional experts asking themselves how they can encourage some of the Muslim nations to embrace democracy.

    “As the leader of one of the largest political groups in the European Parliament and a Muslim, I see no inherent contradictions between Islam and liberal democracy…There are elements which criticise democracy as being anti-Islamic. Those of us, who are Muslim, have faced criticism for taking part in elections. Many Middle Eastern governments say that as long as they provide wealth, jobs, and food, people don’t care about elections or politics,” said Kamall.

    Though authoritarian governments remain in the Middle East, Kamall noted that in other areas of the Muslim world, democratic elections and peaceful transfers of power have taken places in countries as diverse as Afghanistan, Indonesia, Malaysia, the Maldives, Pakistan, and Tunisia.

    Nearly 10 years after the early heady days of the Arab Spring, the hope for the political future of the Muslim world is that the next decade presents an opportunity for the next generation of Muslim reformers to fulfil the democratic promise of their successors.

  • La Cina, l’Africa e l’Europa

    Dal 2000 il governo cinese ha già impiegato in Africa 400 miliardi di dollari e vi sono centinaia di migliaia di cittadini cinesi che vivono nel continente africano anche come proprietari di imprese (dalle miniere alle piantagioni alle attività produttive) e vi è pure un numero altissimo di tecnici. La televisione cinese ha aperto un canale, con base a Nairobi, dedicato agli africani, moltissime sono le infrastrutture realizzate dal governo di Pechino in Africa: 6.500 km di ferrovie, 6.000 km di autostrade, 200 scuole, 80 strade e poi porti, aeroporti, linee di comunicazioni e uffici per i governi locali. La Cina pensa di arrivare in breve tempo a costruire ferrovie e porti, in Africa, per il trasporto e l’accoglienza di quasi 100 milioni di tonnellate di merci ogni anno. Ormai dal 2009 la Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, si stima che solo nel 2017 il volume di affari sia stato di 170 miliardi. Il debito che gli africani stanno accumulando sarà difficilmente ripagabile e di fatto la Cina sta sfruttando le risorse africane comprando intere parti del territorio. Per conquistarsi l’interesse della popolazione, i cinesi producono anche film nei quali si vedono caschi blu cinesi che aiutano le popolazioni africane a liberarsi dai terroristi o medici cinesi che aiutano le medesime popolazioni a contrastare gravi malattie come l’ebola. Ufficialmente le autorità cinesi sostengono che i dipendenti delle aziende cinesi in Africa sono locali per circa il 90% e che gli africani sono trattati da uguali, invece da gran parte della popolazione africana vi è molta insofferenza per l’atteggiamento di supremazia che i cinesi hanno verso i locali. Le autorità del Kenya hanno espulso un manager cinese che aveva espresso commenti pesantissimi contro gli africani, compreso il presidente Kenyatta, definendoli tutti cattivi, poveri, stupidi e neri. Secondo quanto dichiarato dal giornalista Matteo Fraschini Koffi, che da anni si occupa di Africa subsahariana, la presenza cinese in Africa vede anche attività di spionaggio, come nel caso di quello effettuato nella sede dell’Unione africana ad Adis Abeba in Etiopia, dove i cinesi hanno hackerato i computer degli uffici e copiato dati sensibili.

    I miliardari investimenti della Cina in Africa sono una vera e propria conquista del territorio che, unito alle infrastrutture che Pechino già ha nel Mediterraneo dopo aver acquisito diversi porti (non solo il Pireo) e agli investimenti in infrastrutture nel Nord Europa, dimostrano che le mire espansionistiche cinesi stanno agendo a tenaglia sul vecchio continente. Di fronte a questa emergenza l’Europa continua a tacere occupandosi solo di lanciarsi reciproche accuse sul problema immigrazione, senza peraltro risolverlo. L’Africa ha bisogno di una presenza europea più forte e mirata ad investimenti che, aiutando seriamente ed effettivamente lo sviluppo, non solo impedisca un’immigrazione controllata ma renda il continente africano capace di progredire sulla via della democrazia e del benessere. L’Africa è geograficamente il più vicino partner commerciale dell’Unione europea, ma questo continua a sfuggire a coloro che, in Europa, a livello nazionale o comunitario, si occupano di investimenti, infrastrutture e sviluppo. Solo Guy Verhostadt, presidente del gruppo liberale (Alde) al Parlamento europeo, ha recentemente sottolineato che un mercato economico comune euro-africano avrebbe un potenziale enorme, con 1,5 miliardi di consumatori e un valore di 20 trilioni. Le prossime elezioni europee e il nuovo assetto dell’Europa che ne scaturirà porranno la questione della posizione europea rispetto all’Africa e ci si augura che sia i parlamentari eletti dai cittadini sia il nuovo presidente della Commissione abbiano una visione geopolitica più avveduta di quelle precedenti.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.