Africa

  • Release G20: la proposta per lo sviluppo dell’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

    Lo sviluppo e il futuro dell’Africa sono sempre menzionati nelle conferenze internazionali dei Paesi cosiddetti avanzati. Ma spesso ci si ferma a mere parole vuote o a pochi aiuti caritatevoli.

    Eclatante è il caso della pandemia: nessuna sospensione dei brevetti dei vaccini che permetterebbe la loro produzione anche in loco ma tante promesse di “regalare” centinaia di milioni di dosi in modi e tempi troppo incerti.

    Eppure, tutti sanno che le economie dei Paesi africani sono state colpite duramente, in particolare quelli della regione sub sahariana. Sono state già penalizzate dalla Grande Crisi per responsabilità altrui.

    Si aggiunga che nei prossimi tre anni il debito pubblico dei Paesi africani supererà i 950 miliardi di dollari.

    In questa situazione povera di idee e di interventi concreti, vi è, per fortuna, una iniziativa lungimirante, la proposta del cosiddetto “Release G20”, fatta da un gruppo di ong italiane impegnate nella cooperazione internazionale, coordinate dall’organizzazione LINK2007 con sede a Milano. Essa propone la ristrutturazione e la riconversione di parte del debito in investimenti in valuta locale finalizzati agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

    Nello specifico, si propone una conversione flessibile, totale o parziale, del debito sovrano di uno Stato africano debitore in un fondo in valuta locale. Ciò garantirebbe l’alleggerimento del peso del debito e nello stesso tempo favorirebbe il progresso delle comunità tramite l’avvio di investimenti produttivi di medio-lungo termine. Il fondo sarebbe gestito dal governo del singolo Stato, il quale, in assenza di pressioni dovute al debito, potrebbe promuovere e realizzare i progetti di sviluppo.

    Al fine di garantire il rispetto dei principi di trasparenza, efficacia e accountability, “Release G20” prevede l’utilizzo di efficaci meccanismi di monitoraggio e di supervisione da parte del Ministero delle finanze dello Stato interessato e il coinvolgimento degli altri ministeri competenti e delle organizzazioni della società civile. Questi strumenti e procedure servirebbero a rafforzare le capacità amministrative e operative nell’utilizzo dei fondi.

    La proposta è stata fatta pervenire al G20 a presidenza italiana. Pochi giorni prima della Conferenza ministeriale “Sviluppo” del G20 tenutasi a Matera il 29 giugno, essa è stata presentata in un incontro online, promosso dalla rete di ong LINK2007 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).

    Nel citato incontro online, cui hanno partecipato numerosi ambasciatori dei Paesi africani, il vice ministro Marina Sereni ha spiegato che «ridurre il debito dei Paesi più poveri è una sfida cui l’Italia non si sottrae, soprattutto ora che, con la crisi di Covid-19, diventa sempre più difficile, in particolare in Africa, perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu». Ha ricordato, inoltre, che “i ministri delle finanze del G20 stanno lavorando a strategie di finanziamento di questi obiettivi, accogliendo così le proposte che emergono, come nel caso di quest’incontro, dalle organizzazioni della società civile”.

    Ibrahim Assane Mayaki, responsabile di “NEPAD”, l’agenzia per lo sviluppo dell’Unione Africana, ha dichiarato che “la ristrutturazione del debito può aiutare l’Africa ad andare avanti a perseguire gli obiettivi dell’Onu in tutti i settori chiave”. Ha ricordato che “il continente perde circa 90 miliardi di dollari ogni anno a causa di flussi finanziari illeciti. Per tale ragione, “Release G20” è fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu”.

    La trasformazione del debito sovrano in investimenti per la ripresa post Covid-19 sarebbe auspicabile non solo in una prospettiva politica di rafforzamento della collaborazione tra gli Stati ma anche per qualificare la cooperazione internazionale con l’avvio di un’effettiva programmazione di investimenti orientati dai principi dell’equità e della sostenibilità.

    In un più recente incontro online organizzato dall’Eurispes, Roberto Ridolfi, presidente di LINK2007, ha invitato i Paesi BRICS a far propria e a sostenere con forza l’iniziativa “Release G20”. Il che non sarebbe irrilevante ai fini della sua concreta realizzazione.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • African universities face greatest-ever challenge to educate future digital revolution leaders

    Sub-Saharan Africa has the lowest rates of access to quality education in the world. A recent UNESCO report shows that well over half of teens aged 15 to 17 are out of school, without the possibility of resuming school.  Access to education is a prerequisite enabler in achieving the United Nation’s Sustainable Development Goal 4 by “ensuring inclusive and equitable quality education and promoting lifelong learning”, but, unfortunately, the continent is projected to fall short of its education commitments for 2030.

    As governments commit available, but meagre, resources to combat the raging coronavirus pandemic and to bolster their dwindling economies, analysts fear that education will miss out on the priority list despite its critical relevance to the development of Sub-Sahara Africa.

    While primary education remains a most pressing matter in terms of international development initiatives, the Sub-Saharan university system has peculiarly escaped the attention of policymakers. Keeping African youth invested in the continent’s, in spite of its high levels of brain drain, is an emerging concern.

    “If we don’t look after them, if we don’t equip them, if we don’t give them the propers skills and prepare them, then they’re not going to be useful in the labor market”, Cynthia Samuel-Olonjuwon, the International Labour Organisation Regional Director for Africa, told African leaders.

    Angolan entrepreneur, Mirco Martins, warns that the continent risks the consequences of creating a lost generation if Africa’s youthful population does not acquire relevant education and skills. In what he called a “double-edged dynamic” of African demographics, Martins observes that whereas Africa boasts of a population growing younger by the day compared to the global North, its immensely untapped human resources will likely waste away, instead of benefiting it.

    Martins advises that African leaders should expand access to higher education on key enabling technologies to underpin the youthful Sub-Saharan workforce as the backbone of the region’s digital revolution.

    Writing in the Africa Report, Kenyan-born Dr. Lydiah Kemunto Bosire contests the argument that brain drain is a factor in the diminishing returns of Africa’s education system. She argues that more sophisticated analyses are needed to understand migratory flows in and out of the continent. Instead, she opines, African leaders “should be alarmed about our low capacity to compete in a context where talent is global.”

    University World News’ Chang Da Wan points to the African continent’s universities as the problem. Graduates in the global South “are trained for jobs in a more advanced economy, but may not have the knowledge, skills and capability to contribute meaningfully to the society to which they belong,” he writes.

    The technology magazine Interesting Engineering notes that by 2050, growing access to the internet; improvements in technology; distributed living and learning; and a new emphasis on problem-solving will have changed the nature and trajectory of education in the global South.  Africa’s growing digitization may accelerate the quicker upskilling and access to higher education.

    Digitization of education in Africa is corroborated by a recent report suggesting that South Africa leads globally in learning practical STEM trades via smartphones. “We’re seeing more people learning online, especially women, who have since embraced what has historically been seen as male-oriented disciplines,” Anthony Tattersal, vice-president of Coursera EMEA, who published the study, told ItWeb.

    A number of initiatives are underway to ensure the most marginalised are not left out of the digital revolution. For instance, the University of Pretoria’s Future Africa partnership with Nepoworx is training students on green skills and enabling undertake enterprise development, and sustainability research. The program seeks to upskill 900 youth, women and entrepreneurs over the next three years to enable them to participate in the green economy.

    Undoubtedly, advancing practical skills in engineering, science, and technology is essential in closing in on unemployment, inequality, and infrastructural gaps. With foreign direct investment targeting SDGs, private sector financing for higher education, both locally and abroad, could come in handy. Such investment in human capital is a sure way to supply the human resources that are necessary to shake up the whole of Africa with innovative and new ways of thinking.

  • Soldati italiani nell’Africa occidentale per contrastare l’Isis

    L’operazione Takuba vedrà soldati italiani impegnati nella regione del Liptako-Gourma, a cavallo del confine fra Niger, Mali e Burkina Faso: il Parlamento ha autorizzato la partecipazione di 8 elicotteri e circa 200 uomini con compiti di ricognizione ed evacuazione sanitaria. Ma, come ha spiegato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini alle Camere, “prevediamo a partire dal 2022, di estendere l’attività anche all’addestramento delle componenti di forze speciali locali”. Il rischieramento del contingente è cominciato a marzo, nelle basi di Gao e Menaka, e dovrebbe diventare operativo “subito dopo l’estate”. Inoltre a Niamey, proprio in queste settimane, è iniziata la costruzione di una base italiana quale hub regionale per l’addestramento delle forze locali.

    Nelle loro comunicazioni in Parlamento sia Guerini sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno chiaramente spiegato che, oggi, il focus di interesse strategico per l’Italia è il Sahel. Lì verranno concentrati i nostri sforzi e questo non piace all’Isis, che proprio in quella regione dell’Africa sta vivendo una fase di espansionismo. In questo contesto va collocato, secondo la nostra intelligence, l’ ‘editoriale’ minaccioso dedicato anche all’Italia e al ministro Di Maio pubblicato l’8 luglio nel numero 294 del settimanale al-Naba, organo propagandistico del Daesh, veicolato sul circuito social “rocket.chat”. Lo spunto è stata la riunione ministeriale della coalizione anti-Daesh tenutasi a Roma il 28 giugno, presieduta dal ministro degli Esteri italiano e dal Segretario di Stato Usa Anthony Blinken. A pagina 3, nell’articolo dal titolo “La coalizione dei crociati tra Roma e Dabiq”, si dà spazio a tutta la retorica jihadista nella sottolineatura dell’impossibilità di sconfiggere il Califfato nonostante gli sforzi dei Paesi “crociati”. E si evidenzia come l’Isis, in ritirata da Siria e Iraq, si stia espandendo in altre aree, in particolare la regione centro occidentale dell’Africa. Contro le iniziative anti-Isis discusse e messe a punto durante il summit, il Daesh promette di continuare la Jihad fino a conquistare “Dabiq, Ghuta, Gerusalemme e Roma”, città che viene citata 12 volte nel testo e che viene indicata come possibile obiettivo non appena se ne presenterà l’occasione. Alla stessa stregua dell’Italia (come Paese nel suo complesso), citata tre volte e considerata un target ‘prioritario’ della campagna di conquista dello Stato islamico, attraverso i suoi soldati provenienti dall’Africa.

    Secondo gli analisti della nostra intelligence, che hanno studiato a lungo il documento, in esso la propaganda del Daesh è finalizzata ad affermare la propria vitalità, nonostante le sconfitte degli ultimi anni. E viene individuato proprio il Sahel quale attuale terreno di scontro, dove alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, hanno dato vita alla nuova missione Takuba. Ora, le minacce non sono certo una novità, ma in questa particolare congiuntura gli 007 ritengono che non possano essere minimizzate e che oggettivamente innalzino il livello di rischio per i connazionali e gli interessi italiani dislocati in quell’area, dove peraltro sono già stati attaccati contingenti internazionali, francesi e maliani, e dove la situazione è destinata a peggiorare. Non solo. La minaccia è presente anche in Europa, non tanto per effetto dell’Isis come organizzazione, quanto di elementi, spesso isolati e non organicamente riconducibili al Daesh, desiderosi di accreditamento e visibilità. I cosiddetti lupi solitari self-starter, soggetti auto-radicalizzati o con difficoltà ad integrarsi nel tessuto sociale nazionale, che devono essere dunque attentamente monitorati. Per gli 007, non vi sono “indicatori concreti di minaccia” che possono mettere in pericolo figure istituzionali italiane o della coalizione anti-Isis, e neppure vi sono al momento informazioni di reti o network terroristici strutturati all’interno dei nostri confini, ma bisogna essere consapevoli – avvertono – che l’impegno nel Sahel espone l’Italia a possibili azioni di ritorsione, al pari della Francia. 

  • Italia e Usa preoccupati per l’Isis in Africa

    C’è sintonia, “un allineamento di valori”, quasi hanno parlato all’unisono Luigi Di Maio e Antony Blinken, che il 28 giugno insieme hanno presieduto la ministeriale della Coalizione anti-Daesh alla nuova Fiera di Roma, la prima dopo due anni di pausa, con le delegazioni di 80 Paesi. La seconda giornata della visita del segretario di Stato Usa in Italia è stata dedicata soprattutto alla lotta all’Isis. Ed è stata anche l’occasione anche per ribadire la visione atlantista dell’Italia – nonostante gli accordi commerciali con la Cina – come fedele alleato degli Stati Uniti, in guerra (politica) col nemico cinese, sulla scia del faccia a faccia tra Joe Biden e Draghi al G7 in Cornovaglia.

    Lo Stato Islamico è scomparso dai media e dal terreno, perlomeno in Siria e Iraq, nonostante restino ancora sacche di resistenza dove l’applicazione estremistica e ideologica della sharia torna a rialzare la testa. “Daesh è stato sconfitto nella sua dimensione territoriale, ma non è stato sradicato – ha avvertito Di Maio -. Per questo l’Italia, con oltre 800 unità dislocate tra Iraq e Kuwait, continuerà a mantenere in Iraq, nel rispetto della sovranità irachena e in pieno accordo con Baghdad, un significativo contingente militare”. Parole, anche queste, in linea con la visione americana nel giorno in cui Washington ha lanciato nuovi raid contro milizie filoiraniane al confine tra l’Iraq e la Siria. Attacchi che hanno fatto infuriare il premier iracheno, Mustafa Al Khadimi, per la “flagrante violazione” della sovranità territoriale del suo Paese. Secca la replica di Blinken dalla conferenza stampa alla Fiera di Roma: “Con quelle azioni abbiamo dimostrato che il presidente Biden è pronto ad agire e a difendere gli interessi nazionali. Speriamo che il messaggio sia chiaro”.

    Ma a preoccupare adesso è soprattutto il tentativo dell’Isis di allargarsi in Africa, attraverso le sue ramificazioni locali, destabilizzando Paesi cruciali per l’Europa, soprattutto nel Sahel, da dove partono la maggior parte dei migranti che sperano di attraversare il Mediterraneo e dove è già schierato un contingente internazionale, di cui l’Italia fa parte, per sostenere in particolare il Mali a combattere i jihadisti, ora che la Francia ha deciso di ridimensionare la propria presenza militare nella regione. “L’Italia farà la propria parte, impegnandosi per la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile anche in quest’area, prioritaria per la nostra politica estera”, ha detto Di Maio proponendo la creazione di un Gruppo di lavoro che si concentri sul contrasto allo Stato islamico nel continente africano. Proposta accolta con “forte sostegno” dagli Stati Uniti che riconoscono all’Italia “una leadership” nell’affrontare “le sfide comuni al centro dell’agenda globale”. “Un allineamento di valori” tra Italia e Usa “per i diritti umani e la democrazia”, ha sottolineato Blinken.

    Quei diritti umani che la Cina viola nello Xinjiang, ai danni della minoranza musulmana degli uiguri, costringendo Stati Uniti e Unione europea ad imporre sanzioni contro Pechino, ricambiate in egual misura. “L’Italia è un forte partner commerciale della Cina, abbiamo relazioni storiche, ma non vanno a interferire con le relazioni che abbiamo con Usa e Nato”, ha assicurato però Di Maio rispondendo a una domanda in conferenza stampa, garantendo che “la nostra democrazia è in grado di affrontare questioni come i diritti umani” quando si trova in prima linea con un partner scomodo. Del resto, è stata invece la risposta conciliante di Blinken, con la Cina “gli Usa e gli alleati europei trovano le stesse difficoltà: un rapporto che ha dei contrasti, degli aspetti di concorrenza, ma anche di cooperazione”.

    Sulla Libia ci si è soffermati negli incontri che il segretario di Stato Usa ha avuto con Draghi a Palazzo Chigi e con Mattarella al Quirinale, con quest’ultimo che ha definito “centrale per gli equilibri del Mediterraneo e per la politica estera e di sicurezza dell’Italia” il dossier. Il capo dello Stato ha poi espresso all’ospite tutta la sua “soddisfazione” per la fase di rilancio della collaborazione transatlantica e la ripresa della piena sintonia tra agenda Ue e agenda Usa.

  • In Madagascar costretti a mangiare fango per la fame a cause della grave siccità

    Le comunità in Madagascar sono sull’orlo della fame, con donne e bambini che camminano per ore per procurarsi il cibo dopo che la peggiore siccità degli ultimi quattro decenni ha devastato il sud dell’isola. A dare la notizia il Programma Alimentare Mondiale con il suo direttore, David Beasley, che ha appena visitato la regione e ha affermato che senza assistenza immediata più di mezzo milione di persone potrebbero essere vittime della carestia e altre 800.000 potrebbero esserne coinvolte velocemente. Il quadro visto è desolante con bambini, nel sud del Madagascar, che sono solo pelle e ossa, famiglie che mangiano fango e frutti di cactus perché non c’è nient’altro. Beasley l’ha definita una tragedia silenziosa in un luogo dimenticato.

    La crisi è conseguenza del cambiamento climatico, con siccità dopo siccità che hanno costretto le famiglie a lasciare le loro case.  Secondo il PAM sono necessari 78,6 milioni di dollari per combattere la crisi.

  • 130mila elefanti a rischio

    Oltre 300 elefanti sono stati trovati morti negli ultimi mesi. Lo comunica il WWF nella sua Newsletter. Le autorità hanno per il momento escluso il bracconaggio, poiché le zanne degli animali sono state trovate intatte, e hanno puntato il dito contro alcune tossine naturali che producono «veleno», in particolare nell’acqua stagnante. Sono circa 130mila gli elefanti africani minacciati dalla costruzione di un nuovo enorme giacimento petrolifero tra Namibia e Botswana, in una delle ultime grandi aree selvagge del Continente.
    Lo scavo di nuovi pozzi petroliferi esplorativi in Africa potrebbe esaurire le scarse risorse idriche e causare un disordine ecologico nel Delta dell’Okavango, area naturalistica del Botswana nota in tutto il mondo.
    Oggi sono meno di 450mila gli elefanti che sopravvivono in Africa, rispetto ai milioni di non molto tempo fa: 130mila di questi vivono proprio nella regione dove si è deciso di costruire il giacimento.

  • Piano Ue: partenariati con l’Africa per limitare le partenze di migranti

    Un’accelerazione sulla collaborazione con i Paesi terzi, come la Tunisia, il Marocco o la Libia, per limitare le partenze dei migranti. “Partnership e cooperazioni vantaggiose per tutti”, che punteranno alla lotta contro i trafficanti di esseri umani e ad accordi sui rimpatri. In cambio, aiuti consistenti per il rilancio economico o l’ampliamento dei canali legali per l’immigrazione. Ciascun progetto sarà tagliato su misura, a seconda delle esigenze. Quello con Tunisi, dove di recente si è recata anche il ministro Luciana Lamorgese, è a buona maturazione e potrebbe essere tra i primi. Il fine è “prevenire la perdita di vite e ridurre la pressione sulle frontiere esterne”. Il piano europeo per il vertice dei leader del 24 e 25 giugno punta tutto sull’azione esterna.

    Nella prima bozza di conclusioni vista dall’agenzia Ansa – un canovaccio in attesa delle osservazioni dalle capitali – non ci sono infatti accenni alla spinosa questione dei ricollocamenti. Ma oggi a Barcellona i premier Mario Draghi e Pedro Sanchez hanno cementato la loro alleanza in vista del summit e rilanciato con una “richiesta urgente all’Europa di giungere ad una risposta comune, bilanciando i principi di umanità, solidarietà e responsabilità condivisa”, oltre ad insistere sulla necessità di portare a compimento il Patto su immigrazione e asilo, tenendo “in conto la visione dei Paesi di primo ingresso”.

    Un tasto su cui ha martellato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un’intervista al quotidiano catalano El Periodico. Il tema, già sollevato da Draghi all’ultimo vertice, è stato tenuto intenzionalmente a distanza dalle mani europee, per evitare di avvelenare il dibattito. “Il dossier è troppo tossico”, continuano a ripetere molti diplomatici a Bruxelles, meglio provare a rallentare gli arrivi e riprendere in un secondo momento le annose discussioni sull’equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Il tema più difficile in assoluto per l’Unione.

    Nelle settimane passate Roma aveva avviato negoziati con Parigi e Berlino per un meccanismo temporaneo sui ricollocamenti, una sorta di soluzione ponte in attesa dell’adozione di accordi più stabili, a 27. Ma le discussioni si erano arenate perché l’Italia non sembra aver mostrato la “flessibilità” sperata a muoversi su altri aspetti del Patto, come ad esempio i movimenti secondari verso il Nord Europa dei cosiddetti dublinanti. Un flusso continuo che pone Germania e Francia tra i primi in Ue per richieste d’asilo, ben avanti all’Italia. Ma è possibile che, anche in vista della conferenza di Berlino sulla Libia del 23 giugno, proprio alla vigilia del vertice qualcosa si stia muovendo. E Draghi potrebbe avere anche una leva. Nella bozza preliminare delle conclusioni del vertice è previsto infatti un tema centrale per Berlino: il rifinanziamento dell’accoglienza dei profughi siriani in Turchia (durante la crisi migratoria del 2015-2016 era stata proprio Merkel la promotrice dell’accordo con Ankara per arrestare il flusso sulla rotta del Mediterraneo orientale fino alla Germania). E c’è fermento intorno alla cifra che ancora deve essere svelata dalla Commissione europea. Non dovrebbe discostarsi molto dai precedenti 6 miliardi stanziati per l’EU-Turkey statement del 2016. Molti Stati membri insistono che l’intero importo arrivi dal bilancio europeo. E c’è chi teme che prosciughi gli 8 miliardi del nuovo strumento per lo sviluppo e cooperazione internazionale (Ndici). Insomma, è probabile che a Berlino servano alleati.

  • Sudan’s prime minister warns of risk of chaos, civil war

    KHARTOUM, June 15 (Reuters) – Sudan’s prime minister warned on Tuesday of the risk of chaos and civil war fomented by loyalists of the previous regime as he sought to defend reforms meant to pull the country out of a deep economic crisis and stabilise a political transition.

    Abdalla Hamdok made the comments in a televised address days after young men carrying clubs and sticks blocked roads in the capital Khartoum following the removal of fuel subsidies.

    Hamdok’s government serves under a fragile military-civilian power-sharing deal struck after a popular uprising spurred the army to overthrow veteran leader Omar al-Bashir in April 2019.

    The transition is meant to last until the end of 2023, leading to elections.

    “The deterioration of the security situation is mainly linked to fragmentation between components of the revolution, which left a vacuum exploited by its enemies and elements of the former regime,” Hamdok said.

    He said that without reform of Sudan’s sprawling security sector, which expanded under Bashir as he fought multiple internal conflicts, Sudan will continue to face internal and external threats.

    “These fragmentations can lead us to a situation of chaos and control by gangs and criminal groups, just as it can lead to the spread of conflict among all civilian groups and might lead to civil war.”

    Though Sudan has won international praise for economic reforms since Bashir’s fall and has made progress towards debt relief, many Sudanese face food shortages or have struggled to make ends meet as prices have soared over the past year.

    Inflation hit 379% in May and electricity or water outages occur daily.

    While roadblocks have often been used in protests triggered by economic or political grievances since 2018, a Reuters witness saw more aggression around the barriers set up in recent days.

    The state government said police and prosecutors would deal with what it called the gangs involved in blocking the roads, but there appeared to be little police presence on the streets.

  • 136 studenti rapiti nello stato del Niger

    Una banda armata in motocicletta ha attaccato domenica scorsa la città di Tegina, nello stato del Niger, nel centro-nord della Nigeria, rapendo 136 studenti da una scuola islamica. La conferma è arrivata da un funzionario statale. Il presidente della Nigeria, in una dichiarazione rilasciata lunedì in tarda serata, ha affermato che gli agenti di sicurezza stavano cercando circa 200 studenti. Le bande criminali che effettuano rapimenti a scopo di riscatto sono accusate di una serie di raid contro scuole e università nel nord della Nigeria negli ultimi mesi, in cui da dicembre sono stati rapiti più di 800 studenti. Il vicegovernatore dello Stato del Niger Ketso ha detto ai giornalisti che lo stato del Niger non avrebbe pagato alcuna forma di riscatto.

  • The biggest investment for African public health is its healthcare workers

    *An Angolan businessman and entrepreneur, involved in privately-held companies, entrepreneurial developments in the African region and founder of the Kuculá Foundation. He is passionate about fostering cross-border investments and greater intra-African commercial links.

    Post COVID-19, Africa must invest in its healthcare professionals.

    In 2020, the World Health Organization (WHO) chief Tedros Adhanom Ghebreyesus asked African Union states “to come together to be more aggressive in attacking” the virus.

    “Our biggest concern continues to be the potential for COVID-19 to spread in countries with weaker health systems,” said Tedros.

    A year later, we must ask ourselves what lessons we have learned from the African response to the pandemic. My country, Angola, serves as an example of a best-practice Sub-Saharan African vaccine roll-out. Having vaccinated over half a million people, Angola has a higher rate of inoculations than its neighbours, including South Africa. However, Angola now hosts the world’s ‘most mutated’ strain of COVID-19, including a so-called ‘escape mutation’ from pre-existing immunity according to recent findings. These two facts illustrate the complex nature of a public response to a challenge that is always evolving in real-time.

    Sub-Saharan Africa struggles with conflicts, poor health infrastructure, crowded cities with inadequate sanitation, limited governance, and porous borders — all of which provide excellent opportunities for variants to grow and spread. According to the World Bank, per-capita health expenditure in the region in 2018 was just US$83, compared to $1,110 on average in the rest of the world. The highest was $10,050 in North America, followed by $3,524 in the European Union.

    The COVID-19 pandemic has highlighted not only the vulnerability of the world’s poorest continent to outbreaks of contagious diseases, but the ardent need for the private sector to step up to fill the healthcare gap in Africa, especially human capital. Prioritising a ‘Whole-of-Society’ approach, as the WHO has called for, will involve calling upon stakeholders, entrepreneurs, scholars, and both continental and community leaders to share a common aim of building a more resilient and risk-ready healthcare system. Because it’s not a question of if, but when the next global health crisis will arrive. And we need a future generation of leaders ready to stand at the helm.

    In a report released by the WHO last month, they pointed to the risk in relying solely on state health systems in Africa citing unpredictable financial flow, lack of political will, and limited human and technological resources. These gaps support opportunities for the private sector to accelerate fair access to new COVID-19 technologies and materials and strengthen the existing regional coordination mechanisms.

    Considering both the global and regional pandemic fatigue and increased circulation of more contagious variants, immediate, strong and decisive public health interventions are clearly essential to control transmission. However, to safeguard future healthcare workers’ ability, a long-term investment in human resources and education must be implemented. This will demand an inclusive multisectoral coordination aimed at maximising all the available resources and reversing the tide of brain drain in the region.

    Strong community structures in Africa are well-positioned to be leveraged for critical public health measures, as we learned during the Ebola outbreak. To do so, support training for innovation and leadership must be prioritised on a human level. As I was directly inspired by my years of higher education overseas, the cornerstone of the Fundaçao Kuculá mission is the creation of a community of transformative leaders who work together across borders and sectors.

    The Fundaçao Kuculá’s Community Development scheme encourages awareness of public health preventive measures, including physical distancing, frequent hand hygiene, respiratory etiquette, proper mask use and awareness of the role of ventilation. Its secondary aim is to inspire a responsibility towards the environment while promoting access to safely managed water, sanitation, and hygiene (WASH). Education and public health go hand-in-hand, particularly for vulnerable communities and those populations affected by humanitarian crisis.

    Philanthropy fills gaps. In an age where philanthropy is not just a moral good, but a moral necessity, COVID-19 presents an opportunity to radically transform Africa’s approach to public health. The theory of change that Fundaçao Kuculá is founded upon is that the world needs leadership from ethical, creative and courageous people who can bridge cultures and disciplines.

    The pandemic has proven the interconnectedness of all nations and peoples in tackling some of the hardest questions we have faced yet. Yet, it has also shown that at the core of any system are its people, who need access to good schooling, stable resources, and bright prospects. We must give our youth a strong and healthy future that they can believe in.

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