Africa

  • Il lockdown porta a un surplus di natalità in Kenya

    Il Kenya si prepara a un “baby boom” per la fine di quest’anno. Un rapporto del ministero della Salute certifica infatti un incremento nel numero delle donne rimaste incinte a partire da marzo, primo mese delle restrizioni imposte dal governo del presidente Uhuru Kenyatta per contenere la
    diffusione del Covid-9. Secondo gli esperti del ministero, citati dal quotidiano
    locale The Standard, negli ultimi quattro mesi il numero delle donne e delle ragazze che si sono rivolte alle prime cure prenatali è aumentato di circa un decimo rispetto allo stesso
    periodo negli anni precedenti. Il mese record, fino ad adesso, è stato giugno. Un dato in
    controtendenza rispetto a quella che è ritenuta la norma: in genere il mese in cui si riscontra un aumento nell’assistenza prenatale è gennaio, con un calo a maggio e giugno.
    Rispetto alle cause di questo incremento si è ancora nel campo delle ipotesi. Tra le più accreditate, le varie conseguenze delle restrizioni anti-Covid. Secondo un esperto di salute riproduttiva sentito dallo Standard, Victor Rasugu, un ruolo fondamentale lo ha avuto il calo degli approvvigionamenti e degli acquisti di contraccettivi, nonché di assistenza sanitaria riproduttiva. Un fenomeno, questo, dovuto soprattutto allo stress a cui è stato sottoposto il sistema sanitario nazionale. A preparare il “baby boom”, secondo la stampa keniana, anche i lunghi coprifuoco e i consigli a restare in casa che hanno caratterizzato il periodo di lockdown, con alcune restrizioni peraltro ancora in vigore.

  • Cominciato il processo contro l’ex Presidente del Sudan al-Bashir

    E’ iniziato il processo contro Omar al-Bashir, presidente del Sudan per oltre trent’anni, per il colpo di stato militare che lo ha portato al potere il 30 giugno 1989. Bashir, già accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il sanguinoso intervento in Darfur, era stato costretto a lasciare il potere nel 2019 a seguito delle proteste iniziate alla fine del 2018. Ad agosto era stato formato un governo unitario composto da funzionari dell’esercito e civili.

    Con Bashir sono stati mandati a processo anche più di venti ex funzionari che hanno prestato servizio nel suo governo. Insieme agli ufficiali, l’ex presidente è accusato di aver pianificato il colpo di stato in cui l’esercito ha arrestato i leader politici del Sudan, sospeso il parlamento, chiuso l’aeroporto e annunciato il rovesciamento alla radio. Bashir è già stato condannato per corruzione. Potrebbe essere condannato a morte se ritenuto colpevole del suo ruolo nel colpo di stato. Il processo è stato sospeso fino all’11 agosto per essere ripreso in un tribunale più grande dove più avvocati e familiari di imputati potranno partecipare.

  • Sahel summit agrees need to intensify campaign against jihadists

    International and regional powers on Tuesday agreed to intensify their military efforts against Islamist militants in the West African Sahel region.

    The leaders of the G5 Sahel nations, as well as EU leaders, including French president Emmanuel Macron, took part in a summit in the capital of Mauritania, Nouakchott. The G5 Sahel framework for coordination of regional cooperation was formed in 2014. Its members are Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania and Niger.

    “The heads of State stressed the need to intensify the fight on all fronts by national and international forces against terrorist groups”, a communique said.

    “It is our desire to Europeanise the fight against terrorism in the Sahel. When France gets involved, it’s Europe that gets involved”, Macron said. In January, Macron hosted a summit to help secure a stronger public commitment from the G5 Sahel nations, after France lost 13 troops in a helicopter crash.

    Earlier this month, French military forces killed the top al-Qaeda leader in North Africa, Abdelmalek Droukdel. “We are all convinced that victory is possible in the Sahel. We are finding our way there thanks to the efforts that have been made over the past six months”, Macron said.

  • Nuovo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo

    La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha riferito di un nuovo focolaio di Ebola nella città occidentale di Mbandaka mentre il paese sta lottando per contenere un’ondata di infezioni da Coronavirus. Il ministro della Salute Eteni Longondo parla di quattro persone morte, confermate come casi positivi attraverso un test di laboratorio dell’Istituto Nazionale di Ricerca Biomedica (INRB) della capitale Kinshasa.

    Anche l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) conferma l’infezione e il suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha twittato che l’epidemia “ricorda che COVID-19 non è l’unica minaccia per la salute delle persone”.

    La Repubblica Democratica del Congo ha lottato a lungo per bloccare lo scoppio dell’Ebola vicino ai suoi confini orientali con Ruanda e Uganda. Quest’ultimo focolaio di Ebola è l’undicesimo che esplode nella Repubblica Democratica del Congo da quando il virus è stato scoperto per la prima volta nel 1976.

  • Vanno a fare danni in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso si ItaliaOggi il 15 maggio 2020

    Avendo perso mordente e spazio operativo negli Usa e in Europa, le agenzie di rating si sono buttate contro i paesi emergenti, in particolare quelli dell’Africa. Non è necessario essere un genio di competenza e di capacità di analisi per immaginare le difficoltà economiche in un mondo devastato dalla pandemia del covid-19. Soprattutto nei paesi cosiddetti emergenti, da sempre suscettibili a ciò che accade nelle economie avanzate.

    In momenti e in modi leggermente differenti, le «tre sorelle del rating», Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, hanno declassato dieci paesi africani e i loro titoli di debito pubblico fino al livello di junk, di titoli spazzatura. Si tratta di Angola, Botswana, Camerun, Capo Verde, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Mauritius e Zambia.

    Le valutazioni sono basate fondamentalmente sulle previsioni riguardanti la debolezza dei sistemi fiscali e sanitari di detti paesi. Ciò avviene mentre la Banca Mondiale ha opportunamente, invece, sostenuto la sospensione dei pagamenti degli interessi sui debiti dei paesi più poveri che fanno parte dell’International Development Association (Ida).

    D’altra parte, la loro conoscenza dell’Africa è bassissima. La S&P, per esempio, si vanta di essere in grado di formulare valutazioni su ben 128 paesi del mondo. Ma ha un solo ufficio, a Johannesburg, per l’intero continente africano.

    I rating delle agenzie sono solitamente delle valutazioni più o meno banali. Però, com’è noto, sono presi in considerazione dai mercati per giudicare lo stato di salute delle varie economie e, di conseguenza, per definire i tassi d’interesse del debito pubblico dei singoli paesi.

    È un fenomeno più volte sperimentato, con effetti devastanti sia sull’aumento del costo dei prestiti sia sugli investitori internazionali. In merito, è opportuno ricordare il ruolo svolto dalle agenzie nel «meltdown» finanziario negli anni della Grande Crisi del 2008, che ebbe un impatto sui mercati globali e, soprattutto, sull’economia reale di molti paesi, compresi quelli in via di sviluppo.

    Poiché sembra che la cosa non sia nella memoria collettiva, riteniamo utile ricordare le denunce istituzionali fatte nei loro confronti.

    Per esempio, il dettagliato rapporto «The financial crisis inquiry report» redatto da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo statunitense nel 2011. Vi si affermava, tra l’altro, che «la crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese». Il solito giochino.

    Qualche anno fa, persino il «falco» tedesco Wolfang Schäuble, allora ministro delle Finanze, aveva detto: “Dobbiamo spezzare l’oligopolio delle agenzie di rating”. Si ricordi che in più circostanze, sia il G8 sia il G20 ha prodotto una copiosa letteratura, fatta di documenti e dichiarazioni, con i quali si stigmatizza il loro comportamento e si chiede una loro profonda riforma.

    Moody’s ha declassato a junk il Sudafrica facendogli perdere l’ultimo gradino di investment grade, sotto il quale gli investitori istituzionali non sono più autorizzati a comprare i titoli di stato. Essa ha stimato un notevole aumento del debito pubblico sudafricano che dovrebbe raggiungere il 91% del Pil entro il 2023. Quest’anno la crescita dovrebbe essere inferiore all’1% e poi sprofondare in terreno negativo a meno 5,8%.

    Moody’s non ha neanche aspettato per verificare l’impatto economico del coronavirus e i provvedimenti del governo di Pretoria.

    Le altre due agenzie, a onor del vero, avevano già da tre anni valutato come junk i titoli sudafricani. Adesso il Sud Africa dovrà lasciare l’importante World Government Bond Index dove ci sono tutti i titoli pubblici con il rating di investment grade. Di conseguenza il valore dei titoli sarà ridefinito senza una rete di protezione.

    Fitch ha tagliato il rating sovrano del Gabon da B a CCC. La spiegazione del declassamento riguarda l’eventuale difficoltà di rimborso del debito sovrano per mancanza di liquidità determinata dalla caduta dei prezzi del petrolio.

    Moody ha rivisto in negativo il rating sovrano di Mauritius a causa della previsione di minori guadagni turistici per il coronavirus.

    La Nigeria è stata declassata da S&P da B a B – perché il covid-19 aumenterebbe il rischio di choc fiscali derivanti dalla riduzione dei prezzi del petrolio e dalla recessione economica.

    S&P ha, da ultimo, anche declassato il Botswana, una delle economie più stabili dell’Africa, che aveva il rating A. L’agenzia ha citato l’indebolimento del bilancio statale a causa di un calo della domanda di materie prime e della prevista decelerazione economica provocata dalla pandemia. Il declassamento del Botswana è stato fatto quando nel paese non si era registrato neanche un caso di infezione!

    Questi downgrade a livello di spazzatura stanno provocando seri problemi, che possono avere conseguenze peggiori dello stesso coronavirus. Riducono, infatti, il valore delle obbligazioni sovrane usate come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle banche centrali, aumentando allo stesso tempo il costo degli interessi e, quindi, del debito. Di conseguenza vi sarà un’ondata di declassamenti anche delle imprese private.

    I paesi dell’Africa sono chiamati da più parti a disegnare un meccanismo di risposta collettiva contro l’abuso del rating. Si vorrebbe, tra l’altro, che l’Unione Africana creasse una sua autorità di controllo sulle attività delle agenzie e definisse degli standard di valutazione equi e realistici.

    I governi e le popolazioni del continente africano guardano sempre più all’Europa per trovare un sostegno e un modello. Purtroppo, anche sulla questione delle agenzie di rating l’Unione europea è ancora e inspiegabilmente paralizzata.

    Riguardo a particolari avvenimenti e a certi comportamenti umani, le popolazioni africane per descriverli usano figure di animali. Chissà quale bestia della savana utilizzeranno per le agenzie di rating?

    *già sottosegeretario all’Economia **economista

  • So prendermi cura di loro

    Cari bambini, dovete sapere che ci sono esseri umani che hanno vissuto per millenni nel grande deserto africano del Kalahari (che in lingua Tswara significa “Terra della Grande Sete”). Deserto che si estende in una vasta  area dell’Africa australe tra Botswana, Namibia, Angola, Zambia, Zimbabwe e Sudafrica. È un popolo di nomadi conosciuti come, San, Khwe, Basarwa o Boscimani (dall’inglese bushmen “uomini della boscaglia”. Appellativo usato dagli uomini bianchi come offesa).

    Quanti nomi!

    Ma sono tutti dati da altre tribù o dagli europei perché loro non si sono mai dati un nome. E se chiedete a loro: “Chi siete?”. Vi risponderanno semplicemente: “Siamo esseri umani, persone”.

    Gli esseri umani, come ci sembra rispettoso continuare a definirli, sono sopravvissuti per secoli grazie alla loro straordinaria intelligenza e ammirevole capacità di adattamento ad un ambiente fra i più ostili del pianeta: il deserto. Un luogo dove la temperatura può superare i 40°C di giorno e scendere sotto zero di notte. Qui l’acqua scarseggia ma i serpenti velenosi e i grandi felini abbondano.

    E come hanno fatto? Vi starete chiedendo.

    Ci sono riusciti perché hanno memorizzato e si sono tramandati, di generazione in generazione, tutti i tipi di vegetali (radici, foglie, bacche, frutti, etc.) e di insetti e animali (selvatici) per avere un’alimentazione completa e ricca di tutte le sostanze nutritive fondamentali e perché si sono tramandati tutte le necessarie conoscenze per vivere (di poco e con poco) e per convivere in costante equilibrio con gli altri esseri viventi. Forti! Non è vero?

    Pensate che non hanno mai avuto bisogno di mappe perché sanno orientarsi con le stelle; di medici perché sanno curarsi con il cibo e le piante spontanee; di telefoni e computer perché comunicano fra di loro utilizzando tutti i cinque sensi; di scienziati perché conoscono le leggi e il susseguirsi dei fenomeni naturali. E pensate che non hanno mai avuto bisogno di andare a scuola perché la loro più grande maestra è Madre Natura. Immaginate! Dalle laboriose formiche hanno imparato a viaggiare uno in fila all’altro; dalle scattanti e veloci gazzelle hanno imparato a correre; dai possenti e astuti felini hanno imparato a cacciare e a nascondersi; dai gioiosi e allegri uccelli hanno imparato a cantare e a danzare, eccetera, eccetera.

    Intelligenti! vero?

    Ora, a causa di chi si è sempre sentito più intelligente di loro, ovvero le comunità di europei insediatesi nella zona (e non solo), le loro condizioni di vita sono andate sempre più peggiorando. Infatti, essendo quei territori ricchi anche di selvaggina e di diamanti (come si è scoperto da qualche decennio) a causa dei forti interessi occidentali nell’area, gli esseri umani hanno dovuto subire ogni sopruso e violenza possibile. Fino al 1930 Sua Maestà Britannica in persona firmava licenze di “caccia ai boscimani” (un regale nulla osta al massacro) e mentre vi scrivo sono ancora minacciati e spesso caricati su camion e trasportati chissà dove. Politici locali corrotti (o minacciati) da dalle più importanti compagnie diamantifere e turistiche, vietano loro di accedere ai pochi pozzi d’acqua della zona. Perché c’è bisogno di tantissima acqua per le estrazioni di diamanti (tanto ricercati dai Principi e dalle Principesse) e per mantenere i lussuosissimi resort con piscina costruiti per gli amanti della caccia “grossa” (leoni, rinoceronti, elefanti, etc.) e dei cocktail con vista savana.

    Oggi, la maggior parte dei sopravvissuti vive in campi di reinsediamento (così adesso chiamano i campi di concentramento) fuori dalle loro zone di origine. Qui per sopravvivere dipendono dalle razioni di cibo distribuite dal governo e vengono torturati e arrestati se sorpresi a raccogliere piante selvatiche o a cacciare. Alcolismo, malattie fisiche (diabete, tubercolosi, Aids, etc.) e mentali (depressione, ansia, etc.) sono diffusissime. Questa è l’attuale condizione degli esseri umani da quando hanno incontrato la “disumana” civiltà.

    Se non riusciranno a tornare nelle loro terre da persone libere, sarà la fine per loro ed anche per i nostri nipoti. Perché sono tra i pochi semi selvatici dell’umanità rimasti e, per questo, tra i pochi capaci di sopravvivere a contatto con la Natura ancora oggi e anche quando la nostra civiltà crollerà inesorabilmente.

    Se, nonostante i tanti nostri attuali problemi vogliamo fare qualcosa per loro (e per i nostri nipoti) sosteniamo quelle associazioni no profit (come Survival International) grazie alle quali sono in atto durissime e costosissime battaglie legali (molte anche vinte) per garantire loro (e ai nostri nipoti) un primitivo futuro possibile.

    “So come prendermi cura dei vegetali e degli animali. Con i vegetali e gli animali sono nato e vissuto; qui c’è ancora tanta natura e selvaggina. Se venite nella mia terra troverete tante piante e tanti animali, e questo dimostra che so prendermi cura di loro”

    Frase di un Essere Umano

  • Mediterranean states to help water utility operators cope with COVID-19 crisis

    The Union for the Mediterranean (UfM) and the Mediterranean Water Institute (IME) met in a virtual conference with experts from Algeria, Cyprus, Egypt, France, Jordan, Lebanon, Malta, Morocco, the Palestine Authority, Spain, Tunisia and Turkey, to discuss their emergency and recovery plans to help water utility operators cope with the COVID-19 crisis, UfM said, adding that they agreed that providing sustainable water access is essential for many jobs.

    According to UfM, over 250 million people are expected to be “water poor” within the next 20 years in the Euro-Mediterranean region, with numbers potentially exacerbated by the COVID-19 pandemic.

    The COVID-19 pandemic is prompting questions for the water supply and sanitation sector globally and especially in some areas of the Euro-Mediterranean region, already under stress due to the water scarcity caused by the climate crisis, said the UfM Secretariat, which is is co-funded by the European Union.

    Since the lockdown, Jordan and Turkey have been affected by water shortages, whilst other countries have rerouted irrigation water to household water, the UfM said, adding that access to water is crucial in fighting of this pandemic. Participants exchanged on their solutions to effectively tackle the water shortage.

    Following the alarming discovery that traces of COVID-19 were found in wastewater treatment plants and concerns raised by participants, the UfM said it is working with the Joint Research Centre (JRC), the European Commission’s science and knowledge service, to ensure a scientific response. Together, the UfM and JRC will host a webinar showcasing guidelines and tools for keeping such infrastructure and its services safe and secure, especially for countries using treated effluent for their agricultural activities, the UfM said.

    The recovery phase

    Water -including coastal water- is a key component of the productive systems, from agriculture, energy production and industrial production to transport and tourism, the UfM said. “Today, 3 out of 4 jobs are water-dependent. To face this, the UfM is launching a study on the impact of COVID-19 on the water sector, and will support the implementation of the recovery strategy by providing a platform for policy dialogue and up-scaling of exemplary projects,” the UfM said, noting that the Union for the Mediterranean along with its partners, will support national policies and action plans, starting with two or three pilot countries from the Maghreb, Mashrek and Balkans regions.

    “Water shall be at the centre of any recovery and development plan tackling the consequences of the COVID-19 pandemic in the region, as the crisis is yet another reminder that this vital sector must always be kept financially sustainable and technically capable,” UfM Secretary General Nasser Kamel said.

    At the same time, the aftermath of COVID-19 will require the Euro-Mediterranean region to shift in its approach towards more sustainable production and consumption patterns.”

    The UfM said the recovery response will be included in the UfM’s regional Water Agenda, developed and implemented since 2017 to help achieve the 2030 Sustainable Development Goal of “Ensure access to water and sanitation for all”, in the Euro-Mediterranean area. The UfM Water Agenda aims to ensure that each and every Euro-Mediterranean country receives the necessary technical, administrative, and financial recommendations to help achieve water security for its population and their economic activities, taking into account its impact on agriculture, employment, hygiene and climate change.

  • La Ue lancia Team Europe per contrastare il coronavirus in tutto il mondo

    L’Ue sta intensificando la sua azione globale in risposta alla pandemia in evoluzione, concentrandosi sui Paesi più vulnerabili in tutto il mondo. L’8 aprile 2020, la Commissione europea ha presentato i piani per una risposta UE forte e mirata per aiutare i Paesi partner ad affrontare la pandemia. Il pacchetto collettivo “Team Europe” si concentra sull’affrontare la crisi sanitaria urgente e le esigenze umanitarie, rafforzare i sistemi sanitari, idrici e sanitari dei Paesi partner, nonché le loro capacità di ricerca e preparazione per affrontare la pandemia e mitigare l’impatto più ampio sulle società e economie. Ciò contribuirà a ridurre il rischio di destabilizzazione. Come attore globale e principale donatore di aiuti internazionali al mondo, l’Ue sostiene e promuove una risposta multilaterale coordinata, insieme alle Nazioni Unite, alle istituzioni finanziarie internazionali, nonché al G7 e al G20. La risposta globale dell’Ue alla pandemia di Covid-19 integra i suoi obiettivi strategici nei confronti dell’ambiente e del clima, in linea con l’accordo verde europeo e l’agenda digitale.

    L’approccio “Team Europe” combina risorse dell’Ue, dei suoi Stati membri e delle istituzioni finanziarie, non da ultimo la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). La Commissione e la Bei hanno già impegnato oltre 15,6 miliardi di euro dai programmi esistenti. Il pacchetto aiuterà i paesi più vulnerabili in Africa, nel vicinato dell’UE, in Asia, nel Pacifico, in America Latina e nei Caraibi. I primi pacchetti sono già in fase di attuazione nel vicinato e nei Balcani occidentali.

    Nel presentare l’iniziativa è stato ribadito espressamente che le “misure speciali e straordinarie necessarie per contenere la pandemia non devono condurre a un arretramento dei valori e dei principi fondamentali delle nostre società aperte e democratiche” e che l’azione dell’Ue sarà basata sui fatti e combatterà ogni tentativo di disinformazione all’interno e all’esterno dell’Ue.

  • The COVID-19 crisis reveals a need for change in EU-Africa relations

    Africa won’t weather this crisis on its own. The EU’s global support package that was announced by Commission President Ursula von der Leyen provides welcome relief, but COVID-19 is a symptom of a much deeper crisis that makes it harder for economically and politically unstable countries in Africa to deal with the outbreak. The EU should seize this moment to shift its longer-term partnership with Africa accordingly. The bloc’s new leadership already started to reflect on how it can forge new relations with Africa.

    Right before the pandemic hit Europe, Von der Leyen visited Addis Ababa, seat of the African Union, accompanied by 22 European commissioners, and outlined a new EU-Africa strategy. Issued on March 9, it can shape relations between the two continents for years to come, but the current offer falls short. Whilst the pandemic should not dictate the new strategy, it reveals structural challenges the EU should address to make the partnership work.

    Four priority areas, in particular, stand out. Governance has been the Achilles Heel in EU-Africa relations. Already the continent with the largest democratic deficit, many leaders in Africa will use the health crisis as an excuse to tighten their grip through the postponement of elections, the stifling of civic space, or through unaccountable security responses. An extended lockdown – impossible to enforce in Africa’s large informal economies and high-density cities – could rapidly create widespread social and political unrest, especially in the low-trust contexts of many African countries. The EU has a strategic interest in strengthening democratic resilience in Africa, but in the proposed strategy its values agenda takes a backseat.

    The EU’s reputation in Africa has suffered greatly from its transactional handling of the migration crisis that has been perceived as self-serving. It is not too late, however, to reverse this trend if it sets out a coherent approach to counter democratic backsliding, attacks on the rule of law, and the closing of civic spaces.

    Secondly, faced with an unprecedented crisis, governments around the world are resorting to a range of tracking technologies to limit the spread of the virus. The impact on civil liberties is likely to outlast the current crisis, while African countries already struggle to keep up with regulating technology.

    At present, only 14 of Africa’s 54 countries have data protection and privacy laws, and only nine of these are well enforced. The EU has started to roll out a progressive model for the digital transformation at home. In the meantime, global digital competition is continuing apace, and big technology companies have long been pushing hard for African markets. To offer an attractive model to Africa, the EU will need to balance its commercial interests with the promotion of a digital agenda that respects rights and puts humans first.

    Thirdly, the COVID-19 crisis could set back the fight against climate change, including by diverting money assigned to climate policy to address the pandemic. At the same time, it has demonstrated how quickly states can mobilise efforts in the face of an existential crisis. Whilst Africa’s contributions to global warming are negligible, the impact is not. Neither the United States nor China seem willing to lead a global push for managing climate action. The EU, by contrast, has put forward far-reaching, ambitious proposals to transition to a climate-neutral Europe by 2030. It now needs to use its trade, aid and investment policies to ensure that the burden of global adjustments is fairly distributed.

    Finally, a fair climate transition could advance social and economic justice in ways that market economies have failed to deliver. The coronavirus crisis demonstrates that lack of access to public goods (health, sanitation and education, in particular) is not only an existential threat but a shared global responsibility. The same institutions hollowed out by decades of structural adjustments and other austerity policies must now rapidly and sustainably be strengthened. This requires more than patchwork. The pandemic cannot be used to further a fundamentally unsustainable economic orthodoxy.

    As a first step, the EU could use its clout in multilateral banks and institutions to pause private and public debt, for the almost 40% of African countries in danger of slipping into a major debt crisis. In the longer term, future relations with Africa will need to include a sovereign debt workout mechanism to avoid a series of economic collapses, which in turn threaten the stability the EU has put such a premium on. The coronavirus outbreak has left the EU struggling to assert its leadership in Europe, let alone in the world. But it’s in the EU’s interest to think globally as well as locally. The current crisis does not suspend that reality; it raises the stakes.

     

  • South Sudan rebels reject president’s peace deal

    South Sudan rebels rejected the government’s peace offer to reduce the number of states and create three administrative areas in the country, aiming to pave the way for a unity government.

    The country’s president Salva Kiir had said he would compromise by cutting the current 32 regional states back down to the original 10, which is one of the major demands of the rebels. The number of states is controversial because the borders will determine the divisions of power in the country.

    However, Kiir also included three “administrative areas” of Pibor, Ruweng and Abyei. Rebel chief Riek Machar said he opposed the idea of three areas, saying it “cannot be referred to as reverting to 10 states” and “as such cannot be accepted”: “We therefore call upon President Kiir to reconsider this idea of creating administrative areas”, Machar said.

    Kiir said returning to a system of 10 states was a “painful decision but a necessary one if that is what brings peace”. The most controversial of the three proposed areas is the oil-rich Ruweng, in the north.

    Kiir and Machar agreed on a peace deal in 2018. However, they now face international pressure, including by the United States, to resolve their differences before a deadline set till 22 February.

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