Africa

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Nigeria begins mass trial of 500 terrorism suspects

    Nigeria has begun the prosecution of more than 500 people accused of involvement in militant attacks in one of the country’s largest ever terrorism trials.

    The suspects face charges linked to aiding and abetting terrorism, particularly in the north-east where an insurgency by the Boko Haram Islamist group began 17 years ago.

    Since then insecurity has spread to many other areas of the West African nation, leaving communities, often those in rural areas, at the mercy of mushrooming militant groups and gangs that kidnap for ransom.

    The mass trial opened on Tuesday at a high court in the capital, Abuja, where 227 suspects were arraigned before 10 judges, according to the attorney general.

    Hundreds of people have lost their lives in bombings and various attacks across Nigeria this year alone.

    Very few people are ever prosecuted over terror attacks – and suspects are often detained and spend years in custody without facing trial.

    According to the AFP news agency, gunmen killed at least 20 people on Wednesday in the western state of Niger. Residents say the attackers raided villages in Shiroro district, an area where kidnapping gangs and Islamist militants are known to operate.

    Security was tight during the court session on Tuesday, with suspects transported in heavily guarded convoys under military, police and intelligence supervision.

    International observers, including human rights groups and the Nigerian Bar Association, were also present in court.

    The defendants are alleged to have taken part in attacks mainly in northern Nigeria, while others face charges of supporting militants through funding, supplying arms and logistics.

    Five of the accused have already been given varying jail terms – from seven to 20 years – after pleading guilty to charges that included selling livestock, supplying food and information to militant groups.

    Attorney General Lateef Fagbemi said the scale of the operation showed the government’s resolve to deal with the matter.

    “The federal government is committed to ensuring that due process is followed while bringing those involved in terrorism to justice,” he said.

    Security expert Bashir Galma, a retired army major, told the BBC that the trial, which is expected to continue in phases, was a “positive development” and a “significant milestone” in Nigeria’s fight against terrorism.

    “For years Nigerians have been complaining about why they keep these suspects [in custody] instead of making them face the law for what they are suspected of doing,” he said.

    “This will bring some level of peace for people whose loved ones were killed or injured.”

    The trial would also dispelled rumours that suspects were routinely released after arrest “so that they can go back to their terrorism business”, the analyst added.

    However, he predicted that some of the accused could be released soon, given that they were arrested many years ago – a factor he said the judges would likely take into consideration

  • More than 70 miners killed in South Sudan as government and opposition trade blame

    At least 74 mine workers have been killed by gunmen in an area south-west of the capital, Juba, with government and opposition officials trading accusations over who was behind the deaths.

    The violence occurred over the weekend in mineral-rich Jebel Iraq, which is controlled by the army.

    The Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO), the party of suspended First-Vice President Riek Machar, condemned the killings, accusing government forces of being responsible.

    Paulino Lukudu Obede, acting governor of Central Equatoria state, which includes Jebel Iraq, said the government was “shocked and outraged” by the “brutal and barbaric killing of innocent civilians by rebel forces”.

    Obede did not say which group had carried out the attacks.

    He said the government was taking concrete measures to bring the perpetrators to justice and prevent any future violence.

    Speaking on the national broadcaster later on Monday night, Deputy Information Minister David Yau Yau accused the SPLM-IO of being behind the killings.

    There are several rebel groups fighting South Sudan’s government in various places, including the National Salvation Front that is active in Central Equatoria. Neither the group nor the SPLM-IO have claimed responsibility for the attack.

    The SPLM-IO were the first to issue a statement condemning the killings, describing them as “regrettable, barbaric and unacceptable”.

    Machar’s spokesperson Puok Both Baluang alleged that national army forces were responsible for the killings, saying Jebel Iraq was an area under their exclusive control. The national army has not commented on these allegations.

    Baluang called on UN bodies to launch a thorough investigation into the “Jebel Iraq massacre” and “other war crimes” committed in other parts of the country.

    Machar has been under house arrest in Juba since March last year, and faces trial for crimes including murder, treason and crimes against humanity, which he denies.

    Vice-President James Wani Igga condemned the attack, calling it a “heinous massacre” and describing the victims as the “backbone of our local economy”.

    He said the government would not allow unknown gunmen to continue terrorising civilians without consequence.

    He called for a formal inquiry to determine the “identity and motives” of the assailants.

    South Sudan is rich in key minerals including gold and the government has awarded several contracts to various mining companies.

    Illegal mining is also widespread in parts of the country, including in the Equatoria region, where artisanal miners often operate without government approval.

  • Due russi della Wagner alla sbarra in Angola

    Due cittadini russi, il consulente politico Igor Ratchin e il traduttore Lev Lakshtanov, compariranno davanti a un tribunale dell’Angola con l’accusa di aver fomentato proteste antigovernative, condotto una campagna di disinformazione e tentato di interferire nelle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno. Lo riferisce la “Bbc”, che ha ottenuto una copia del capo d’imputazione.

    I due, arrestati nell’agosto scorso, devono rispondere di undici capi d’accusa, tra cui terrorismo, spionaggio e traffico di influenze. Insieme a loro sono chiamati a processo due cittadini angolani, il giornalista sportivo Amor Carlos Tomé e l’attivista politico Francisco Oliveira, accusati di aver collaborato all’operazione. Secondo l’accusa, i due russi avrebbero agito per conto di Africa Politology, una rete opaca di operativi e funzionari dell’intelligence attiva nel continente, emersa dal disciolto gruppo Wagner, il cui fondatore Evgenij Prigozhin è morto in un incidente aereo nel 2023. La difesa nega qualsiasi legame con tale organizzazione e sostiene che i due stessero lavorando alla creazione di una “Casa della cultura russa” a Luanda.

    L’indagine s’inserisce nel contesto del progressivo allontanamento dell’Angola dalla sfera d’influenza di Mosca sotto la presidenza di Joao Lourenco, che non incontra il presidente russo Vladimir Putin dal 2019 e ha orientato il Paese verso l’Occidente. “Tutto questo riflette l’ansia russa riguardo alla direzione intrapresa dall’Angola sotto l’amministrazione Lourenco”, ha dichiarato alla “Bbc” Alex Vines, direttore del programma Africa dell’European council on foreign relations. Stando all’atto d’accusa, tra il 2024 e il 2025 gli imputati avrebbero effettuato pagamenti per oltre 24 mila dollari a giornalisti ed esperti locali per diffondere propaganda sui media angolani. Le autorità di Luanda collegano queste attività alle proteste del luglio scorso, le più violente dalla fine della guerra civile nel 2002, in cui persero la vita almeno 29 persone. Numerosi giornalisti e attivisti angolani contestano tuttavia questa lettura, sostenendo che le manifestazioni avessero cause socioeconomiche interne e che i russi possano essere stati usati come capri espiatori.

  • UN votes to recognise slavery as ‘gravest crime against humanity’

    The United Nations General Assembly has voted to recognise the slave trade as “the gravest crime against humanity”, a move advocates hope will pave the way for healing and justice.

    The resolution – proposed by Ghana – called for this designation, while also urging UN member states to consider apologising for the slave trade and contributing to a reparations fund. It does not mention a specific amount of money.

    The proposal was adopted with 123 votes in favour and three against – the United States, Israel and Argentina.

    Fifty-two countries abstained, including the United Kingdom and European Union member states.

    Countries like the UK have long rejected paying reparations, saying today’s institutions cannot be held responsible for past wrongs.

    Before the vote, Samuel Okudzeto Ablakwa, Ghana’s foreign minister, told the BBC’s Newsday programme: “We are demanding compensation – and let us be clear, African leaders are not asking for money for themselves.

    “We want justice for the victims and causes to be supported, educational and endowment funds, skills training funds.”

    The campaign for reparations has gained significant momentum in recent years – “reparatory justice” was the African Union’s official theme for 2025 and Commonwealth leaders have jointly called for dialogue on the matter.

    Ablakwa also said that, with the resolution, Ghana was not ranking its pain above anyone else’s, but simply documenting a historical fact.

    Between 1500 and 1800, around 12-15 million people were captured in Africa and taken to the Americas where they were forced to work as slaves. It is estimated that over two million people died on the journey.

    The resolution, backed by the African Union and the Caribbean Community, states that the consequences of slavery persist in the form of racial inequalities and underdevelopment “affecting Africans and people of African descent in all parts of the world”.

    Ablakwa told the BBC: “Many generations continue to suffer the exclusion, the racism because of the transatlantic slave trade which has left millions separated from the continent and impoverished.”

    Ghana, one of the main gateways for the trade, has long been a leading advocate for reparations.

    Forts, where tens of thousands of enslaved Africans were once held under inhuman conditions, remain standing along the West African country’s coast.

    The resolution also calls for cultural artefacts stolen during the colonial era to be returned to their countries of origin.

    “We want a return of all those looted artefacts, which represent our heritage, our culture and our spiritual significance. All those artefacts looted for many centuries into the colonial era ought to be returned,” Ablakwa said.

    Ghana’s President John Dramani Mahama told the UN on Tuesday that the resolution was “historic” and “a safeguard against forgetting”.

    He also criticised Donald Trump’s administration for “normalising the erasure of black history”.

    Since returning to power, the US president has targeted American cultural and historical institutions for promoting what he calls “anti-American ideology”.

    Trump’s orders have led to moves such as the restoration of Confederate statues and an attempt to dismantle a slavery exhibit in Philadelphia.

    “These policies are becoming a template for other governments as well as some private institutions,” Mahama said.

  • «Genocidio nel Darfur», denuncia del Sudan in sede Onu

    La violenza perpetrata dalle Forze di supporto rapido (Rsf) nella città sudanese di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, porta “i segni distintivi del genocidio”. Lo hanno affermato in una dichiarazione congiunta i ministri degli Esteri del gruppo centrale sudanese presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il gruppo conclude che la violenza condotta dalle Rsf costituisce crimini di guerra e crimini contro l’umanità e porta i segni distintivi del genocidio. I rappresentanti dei cinque Paesi – Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito – hanno inoltre dichiarato di voler formare una coalizione per impedire ulteriori atrocità in Sudan. In una dichiarazione distinta, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato che “quasi tre anni di brutale conflitto hanno quasi trasformato il Sudan in una terra di disperazione”. Secondo Turkm “il rapporto che presento oggi è l’ennesimo capitolo nella cronaca di questa crudeltà. Descrive modelli chiari e persistenti di violenza contro i civili, tra cui uccisioni, stupri e torture. Con l’intensificarsi dei combattimenti, le violazioni del diritto internazionale da parte di tutte le parti in conflitto sono aumentate, mentre l’assunzione di responsabilità è rimasta praticamente assente”.

    Nel 2025, ha proseguito l’Alto commissario, la documentazione dell’Ufficio Onu per i diritti umani (Ohchr) indica un aumento di oltre due volte e mezzo delle uccisioni di civili rispetto all’anno precedente, mentre molte migliaia di persone risultano ancora disperse o non identificate. “Sia le Forze di supporto rapido che le Forze armate sudanesi hanno continuato a usare armi esplosive in aree densamente popolate, spesso senza preavviso, mostrando un totale disprezzo per la vita umana. Le parti hanno attaccato scuole, ospedali, mercati e siti religiosi, in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Il crescente utilizzo di droni avanzati a lungo raggio ha aumentato i danni ai civili in aree lontane dalle linee del fronte, precedentemente pacifiche. Le parti – principalmente le Rsf – hanno ripetutamente utilizzato droni per colpire infrastrutture critiche, tra cui centrali elettriche, dighe e serbatoi di carburante, con enormi ripercussioni sulla popolazione civile, e ne sono stato testimone diretto quando ho visitato il Sudan all’inizio di quest’anno. Un attacco da parte delle Rsf alle infrastrutture elettriche a Kosti, sul Nilo Bianco, all’inizio dell’anno scorso ha paralizzato i sistemi di trattamento delle acque, permettendo al colera di diffondersi a macchia d’olio”, ha proseguito Turk.

    I corpi di donne e ragazze sudanesi – prosegue il rapporto – sono stati trasformati in armi per terrorizzare le comunità. “Nel 2025 abbiamo identificato oltre 500 vittime di violenza sessuale, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali e schiavitù, in alcuni casi con esito fatale. E quando sono stato in Sudan all’inizio di quest’anno, ho ascoltato le strazianti testimonianze di almeno dieci di loro. Abbiamo anche documentato un forte aumento delle esecuzioni sommarie di civili, spesso accusati di collaborazionismo con la controparte. La detenzione arbitraria su larga scala è un altro strumento di intimidazione, utilizzato da entrambe le parti e dalle milizie alleate. Nei territori controllati dalle Saf, i civili sono stati arrestati e condannati senza un giusto processo, con molti procedimenti che hanno portato a condanne a morte o all’ergastolo. Nelle aree controllate dalle Rsf non è operativo alcun sistema giudiziario formale. In entrambi i casi, i detenuti sono stati sottoposti a tortura e maltrattamenti e sono stati tenuti in condizioni disumane e di sovraffollamento, causando epidemie di malattie mortali e la perdita di centinaia di vite umane. Abbiamo documentato – ha aggiunto Turk – picchi particolarmente intensi di violenza di ritorsione contro i civili quando il controllo di un’area è cambiato di mano”.

    La conquista del campo di Zamzam da parte delle Rsf, ad aprile 2025, e la sua offensiva su El Fasher a ottobre hanno scatenato una carneficina che ha causato migliaia di vittime, configurandosi come crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. “Persone sono state uccise, stuprate, rapite e torturate, anche lungo le vie di fuga, con corpi ammucchiati ai bordi delle strade. Ho più volte messo in guardia dai rischi a cui andava incontro El Fasher, ma il massacro non è stato impedito. Mentre l’epicentro della guerra si sposta nella regione del Kordofan, sono estremamente preoccupato che questi crimini possano ripetersi. Perché si tratta di modelli di brutalità atroce e spietata. Stiamo già assistendo a una preoccupante escalation di attacchi con droni e blocchi da parte sia delle Rsf che delle Saf nel Kordofan e oltre, anche contro i convogli di aiuti umanitari. Dal 1 gennaio questi attacchi hanno ucciso o ferito quasi 600 civili”, ha denunciato Turk, che ha inoltre definito “straziante” la situazione delle persone con disabilità, costrette a fuggire senza supporto o accesso a cibo, assistenza sanitaria o riparo, e sono spesso soggette a molestie. Attacchi mirati contro operatori sanitari e umanitari, convogli umanitari e scorte alimentari – tutti protetti dal diritto internazionale – stanno riducendo le ultime risorse vitali e aggravando una delle crisi umanitarie più gravi al mondo”, ha detto.

    L’Alto commissario si è quindi detto preoccupato per la sorte di 13 milioni di bambini fuori dalle scuole, bombardate, convertite a uso militare o chiuse e per la crescente militarizzazione della società, incluso il reclutamento di bambini e giovani per partecipare alle ostilità. “Questa è una piaga che deve finire. La militarizzazione sta anche erodendo lo spazio civico. Entrambe le parti hanno represso il dissenso, attaccato giornalisti e difensori dei diritti umani e limitato la libertà di associazione e il diritto di riunione pacifica. L’incitamento all’odio e la retorica disumanizzante stanno lacerando le ossa di comunità già frammentate. Nel Kordofan settentrionale, ad esempio, abbiamo documentato appelli all’uccisione di attivisti per la pace, amplificati sui social media. L’impatto cumulativo di queste violazioni consolida la discriminazione e infligge un trauma generazionale, preparando il terreno a ulteriori violenze future. Questa guerra è orribile. È sanguinosa. Ed è insensata”, ha aggiunto, implorando tutte le parti in conflitto a cessare tutti gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili e invitando gli Stati a fare pressione sulle parti affinché rispettino i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, proteggano i civili e garantiscano la distribuzione senza ostacoli degli aiuti umanitari. “Abbiamo urgente bisogno di una maggiore pressione diplomatica e politica per spingere le parti verso una tregua umanitaria che porti a un cessate il fuoco permanente. A questo devono seguire negoziati di pace e una transizione verso un governo civile inclusivo”, ha concluso.

  • Crescono le tensioni in Sudan intorno al corso del Nilo

    In Sudan il conflitto in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) si è di recente intensificato nello Stato del Nilo Azzurro, un’area che per la sua posizione al confine con Sud Sudan ed Etiopia è particolarmente esposta al rischio di una destabilizzazione regionale. Negli ultimi due mesi, le operazioni militari di entrambe le fazioni si sono intensificate in aree come Al Silk, Boot e Al Kurmok, con attacchi compiuti con droni e l’uso di tecnologie belliche avanzate, allo scopo di conquistare nuove porzioni di territorio. Nel contesto del conflitto e della più ampia gestione regionale nel Corno d’Africa il controllo del Nilo Azzurro rimane del resto un obiettivo militare significativo.

    Nello specifico, lo Stato sud-orientale confina con la regione etiope del Benishangul-Gumuz, dove si trovano tanto la contestata Grande diga della Rinascita etiope (Gerd) quanto il campo di addestramento di combattenti da integrare nelle fila delle Rsf rivelato da “Reuters”. L’inchiesta pubblicata il 10 febbraio ha dato prova del già acclarato coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nel conflitto sudanese, rendendo di fatto evidente quello etiope e di altre potenze regionali. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, a tre giornalisti di Reuters ad Addis Abeba è stato revocato l’accredito ed impedito di coprire il vertice dell’Unione africana tenuto nella capitale etiope il 14 e 15 febbraio.

    Un giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’11 febbraio, il primo ministro Abiy Ahmed ha ricevuto ad Addis Abeba il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, prima che una delegazione di Riad guidata dal viceministro degli Esteri Waleed Al Khereiji si recasse l’indomani in Eritrea. La tensione tra Addis Abeba ed Asmara è aumentata di recente in modo esponenziale, con il rischio che un nuovo conflitto esploda fra i due Paesi a soli quattro anni dalla conclusione della guerra del Tigrè (2020-2022). Martedì 17 febbraio, intanto, è stato il turno del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di visitare l’Etiopia: a lui il premier Ahmed ha chiesto sostegno nelle rivendicazioni etiopi di accesso al mar Rosso, ricevendo invece un avvertimento sul fronte del riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland, fascicolo che per Erdogan “non apporterebbe beneficio ad alcuno”.

    In un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova“, l’ex ministro dell’Allevamento del Nilo Azzurro, Moneir Elias, ha da parte sua confermato la grave situazione umanitaria esistente nel Nilo Azzurro, dove continua ad aumentare l’afflusso di sfollati da diverse località della regione. Moneir prevede che la situazione peggiorerà con l’intensificarsi delle attività militari e la debole risposta delle organizzazioni umanitarie. Nelle sue considerazioni, l’ex ministro sudanese ha ricordato l’impatto che l’instabilità politica e la forte polarizzazione del dibattito stanno avendo sull’aumento delle tensioni interne al Sudan, con l’esplodere di nuovi conflitti intercomunitari.

    Da questo punto di vista non appare senza importanza il ruolo che i leader tribali stanno giocando all’interno del conflitto, con il loro schieramento a favore delle Saf o delle Rsf – sostenute dal Movimento di liberazione del Sudan – Nord (Splm-N) – fin dall’inizio della guerra, nell’aprile del 2023. La posizione del Nilo Azzurro tra Etiopia e Sud Sudan lo rende anche una regione contesa per le risorse e l’accesso all’acqua, e dopo la costruzione della diga Gerd – ha osservato Moneir – lo Stato del Nilo Azzurro ha acquisito maggiore importanza nella regione. Da parte loro, le Saf hanno incassato il sostegno del movimento islamista sudanese, influente nella regione etiope di Benishangul-Gumuz attraverso le organizzazioni religiose locali, con un impatto su tutta l’area che si è avverato destabilizzante. Per l’ex ministro, il potere economico giocherà un ruolo cruciale nel determinare chi potrà imporre la propria visione sul territorio. Il Nilo Azzurro vive sotto stato di emergenza dal 2022.

  • Turkey’s president rejects Israel’s recognition of Somaliland

    Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan has rejected Israel’s recognition of the breakaway region of Somaliland as an independent nation.

    During a visit to Ethiopia, Erdogan said it could prove dangerous for a volatile region.

    In December, Israel became the first country to recognise Somaliland, which declared independence from Somalia more than 30 years ago. The move upset Mogadishu, which still considers Somaliland as part of its territory.

    Landlocked Ethiopia has yet to comment, but its plans two years ago to lease a piece of Somaliland’s coastline to build a port angered Somalia at the time – and it was Erdogan who mediated an end to the dispute that had prompted fears of a wider conflict.

    In reaction to Erdogan’s comments, Somaliland’s foreign ministry said that Turkey, which has in recent years become an important geopolitical player in the Horn of Africa, should refrain from inflaming regional tensions.

    At a joint press conference in Addis Ababa with Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed, Erdogan said: “The Horn of Africa should not be the battlefield of foreign forces.

    “We believe that countries of the region should address their problems by themselves.”

    Meanwhile, Abiy urged Turkey to support Ethiopia’s quest for sea access, arguing that it was unjust for the country to remain landlocked.

    Eritrea officially seceded from Ethiopia in 1993, leaving the country without access to a 1,350km (840-mile) Red Sea coastline.

    “It is not right for a country with a population of over 130 million to be denied sea access and remain a geographical prisoner for a long time due to the conspiracy of our enemies,” Abiy said.

    Since the Somaliland deal fell through in 2024, Abiy has been pushing for ownership of Eritrea’s southern port of Assab – about 60km from its border – and hinted at the desire to take it by force.

    Abiy said he had asked Turkey to exert diplomatic pressure and assist peacefully in securing access to the sea.

    “We have had a strong discussion with President Erdogan to play his part in this regard. We thank him for this,” the Ethiopian prime minister added.

    This all comes against the backdrop of fears of a return to conflict in Ethiopia’s northern Tigray region, which borders Eritrea.

    During the first Tigray war, which raged between 2020 and 2022, Eritrean forces fought alongside the Ethiopian army against local Tigrayan fighters.

    But allegiances have changed – and any renewed conflict in Tigray is likely to inflame tensions between the neighbours who fought a devastating border war between 1998 and 2000 that claimed more than 100,000 lives.

    Local media has been reporting about growing panic in cities in Tigray as alleged military build-ups continue near the region.

    Banks in Tigray have run out of cash and civil servants did not receive their January salaries, further fuelling frustration.

  • Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

    Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

    Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

    La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

    Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

    Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

  • Ethiopia PM hits out at Eritrea over atrocities in Tigray

    Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed has hit out at Eritrea’s army for committing atrocities during the two-year war in the northern Tigray region, which ended in 2022.

    Eritrean forces fought alongside the Ethiopian army against local Tigrayan fighters for control of Tigray, which borders Eritrea.

    In an address to parliament, Abiy admitted for the first time that Eritrean troops had massacred people in Aksum – allegations Eritrea had previously denied following reports of mass killings that took place in the historic city over two days in November 2020.

    It is the latest twist in a volatile relationship between the two Horn of Africa neighbours, who flip flop from being friends to enemies.

    Abiy won the Nobel Peace Prize in 2019 for ending a 20-year military stalemate with Eritrea over a border dispute.

    Friendly relations were forged further during the Tigray war, but have of late given way to a war of words over the Red Sea – something landlocked Ethiopia wants access to through Eritrea.

    Ethiopia’s foreign ministry has also recently accused Eritrea of changing allegiances in Tigray – leading to fears of a renewed conflict in the region.

    The African Union (AU) brokered a deal between the government and the Tigray People’s Liberation Front (TPLF) to end the brutal Tigray war in November 2022, but Eritrea was not a signatory to the Pretoria Agreement.

    At the time Asmara opposed the truce, arguing it should not have been concluded before the TPLF was fully defeated.

    All sides were accused of committing atrocities during the Tigray war – with some of the worst abuses blamed on Eritrean troops.

    Most communications to the region were cut off during the war – and journalists were not granted access, but the BBC and rights groups like Amnesty International were able to piece together what happened in Aksum.

    Witnesses recounted how hundreds of unarmed civilians were killed by Eritrean soldiers – many of them boys and men – during house-to-house raids on 28 and 29 November 2020.

    Abiy had told parliament on 30 November 2020 that “not a single civilian was killed” during the operation.

    But during his parliamentary address on Tuesday the prime minister admitted that there had been mass killings of young people by Eritrean soldiers.

    He added that during the war when allied forces began taking control of Tigray’s cities, Eritrean troops had demolished homes, looted properties, destroyed industries and seized machinery in places such as Adwa, Aksum, Adigrat and Shire.

    Abiy said he had dispatched envoys to Eritrea during the conflict, urging its government to halt the destruction and killings.

    His comments came as passenger flights between Ethiopia’s capital, Addis Ababa, and cities in Tigray resumed on Tuesday morning after a five-day suspension.

    They had been cancelled because of clashes between the federal army and Tigray fighters in a disputed area of western Tigray – sparking fears of a return to conflict.

    An AU envoy estimated that 600,000 people were killed during the two-year Tigray war.

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