Africa

  • Il Sahara Occidentale e la sovranità marocchina

    Comprensibilmente distratti dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, i media nazionali non hanno dedicato attenzione ad un’altra crisi, a tratti violenta, che da cinquant’anni è in corso nella regione sud del Marocco, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Oggi quel conflitto sembra essere sulla via di una definitiva soluzione grazie alla recente Risoluzione ONU 2797 del 31 ottobre scorso.

    Tutto cominciò nel 1975, quando, dopo la fine dell’occupazione spagnola, anche quella parte del Marocco fu liberata. Il Marocco era stato una monarchia sovrana per secoli, anche quando il resto del Maghreb era occupato dall’impero ottomano. Durante il periodo centrale delle colonizzazioni europee Francia e Spagna si erano però divise quel territorio con la prima che occupava tutta la regione nord fino al pieno deserto e la Spagna che esercitava i suoi diritti coloniali sulla regione marocchina del sud. Il protettorato, perché così fu definito il controllo franco-spagnolo dal trattato di Fez del marzo 1912, finì ufficialmente nel 1956 ma, mentre i francesi abbandonarono subito il Paese, gli spagnoli continuarono a rimanere nel sud fino al 1975. Durante tutto questo periodo, almeno nominalmente, continuò a esistere la locale monarchia che, quando riprese possesso della totale sovranità, dichiarò la necessità che tutto il Paese fosse unificato e che anche gli spagnoli se ne andassero. Fino a che il generale Francisco Franco fu in carica e in piena salute ciò, tuttavia, non avveniva e fu mentre era sul letto di morte (novembre 1975) che ben 750.000 civili marocchini mossero pacificamente dal nord verso il sud, a piedi o con qualunque mezzo disponibile, per ribadire la loro sovranità. Fu quella che fu chiamata la Marcia Verde e riuscì a sbloccare definitivamente le incertezze di Madrid. Nella capitale spagnola si decise allora di lasciare la zona, dividendola però tra una parte consegnata formalmente al Marocco e un’altra alla Mauritania. Fu allora che, con il sostegno dell’Algeria, fu creato il Fronte Polisario che dichiarò l’indipendenza e cominciò una guerriglia violenta contro gli eserciti marocchino e mauritano. I conflitti iniziarono nel febbraio 1976 e continuarono con morti da entrambe le parti fino al 1980. Nel 1979 la Mauritania rinunciò a rivendicare una qualunque autorità cedendo i propri diritti al Regno del Marocco. I ribelli del Polisario, incalzati dall’esercito regolare marocchino, scapparono in Algeria portando con sé qualche decina di migliaia di civili saharawi. Il locale regime attrezzò per loro un campo profughi a Tindouf, poco lontano dal confine, ove ancora restano e vivono grazie ad aiuti umanitari internazionali. Secondo varie organizzazioni indipendenti, lì sono trattenuti in situazione di semi-libertà e non sono autorizzati ad andarsene salvo permessi speciali rilasciati dai loro capi autonominatisi e mai eletti. Anche il loro numero resta volutamente incerto, poiché si sa che più viene dichiarato essere grande, più aiuti di vario genere vi saranno destinati.

    Nel 1981 il re Hassan II evocò la possibilità di un referendum tra la popolazione e altrettanto farà l’ONU nel 1991 con una propria Risoluzione (la 690) che istituì per l’occasione la missione MINURSO. Purtroppo, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche ma soprattutto perché il Polisario pretendeva che un eventuale referendum escludesse dal voto anche quei Saharawi che erano tornati nel paese dopo la partenza degli spagnoli. Da allora, seppur a fasi alterne, sono continuati gli scontri violenti che l’Onu ha cercato di risolvere con decine di Risoluzioni successive, sia dell’Assemblea Generale sia del Consiglio di Sicurezza, senza però fare grandi passi in avanti. Nel 2006 il re Mohamed VI annuncia che è volontà del Regno attribuire alla regione del sud un regime istituzionale particolare e presenta ufficialmente un Piano di Autonomia immediatamente appoggiato dalla Francia. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza invita le parti a discutere “seriamente” e con “buona fede” quel progetto ma i ribelli rifiutano anche di prenderlo in considerazione come base negoziale.

    In realtà è bene sapere che il Sahara Occidentale è per l’80% una zona desertica e ospita una densità di popolazione che è di 2 abitanti per chilometro quadrato. È pur vero che il suo terreno è ricchissimo di fosfati e le acque atlantiche prospicienti sono tra le più pescose in tutta la costa africana ma la popolazione totale fatica a raggiungere un totale di due milioni. Immaginare quella regione come indipendente, nei fatti e non solo formalmente, diventa un’ipotesi piuttosto difficile e i dubbi sulla spontaneità di un sincero desiderio indipendentista restano forti. Il perché l’Algeria avesse deciso di sponsorizzare la possibile secessione va ricercato nella secolare inimicizia tra i due Paesi originata da alcune diatribe di confine ma, non ultimo, esiste anche il sospetto che attraverso uno Stato “fantoccio” Algeri pensi così di potersi guadagnare uno sbocco sull’oceano Atlantico.

    È, quindi, da almeno cinquant’anni che il Marocco esercita la propria sovranità sulla maggior parte di quel territorio ma l’incertezza legale sulla regione e il non ancora avvenuto riconoscimento internazionale da parte di tutti gli altri Stati mondiali (e in particolare dell’ONU) ha consentito, a chi voleva approfittarne, di saccheggiare le sue acque pescose senza doverne rispondere ad alcuno. Anche lo stesso Marocco ha ancora dei limiti a sviluppare completamente le possibilità offerte dall’area fino a che non gli viene formalmente riconosciuto il legittimo possesso, tant’è vero che le lo sfruttamento di stimate importanti riserve petrolifere e di gas è fermo, per decisione delle Nazioni Unite, alla fase della ricerca.

    Nonostante l’incertezza legale, Rabat ha destinato alla zona grandi investimenti infrastrutturali sia nel settore dei fosfati sia nel turismo che nella valorizzazione delle locali tipicità culturali. Un grande investimento è stato effettuato per la creazione di un enorme porto per acque profonde a Dakhla e una volta completato potrà tornare utile non solo al Marocco ma anche ai vicini Stati africani quali, ad esempio, il Mali che non gode di un suo diretto accesso al mare.

    Finalmente, il 31 Ottobre scorso, l’ONU con la risoluzione 2797 ha deciso di uscire dall’impasse e di riconoscere formalmente che il Piano di Autonomia elaborato e presentato dal governo marocchino sia “l’unica realistica possibilità” per risolvere l’impasse segnando un cambio di paradigma rispetto alle precedenti risoluzioni che parlavano di “autodeterminazione” e “referendum”.

    La grande valenza politica di questa decisione è che al Consiglio di Sicurezza che l’ha votata 11 stati sono stati a favore, 3 astenuti e uno, l’Algeria, ha deciso di non partecipare al voto. La cosa più significativa è che sia Russia che Cina avrebbero potuto porre un loro eventuale veto ma hanno preferito astenersi (l’altro astenuto è stato il Pakistan), consentendo così alla risoluzione di diventare effettiva. Proprio per questa decisione di indiretta approvazione del progetto da parte delle due grandi potenze, l’Algeria ha rinunciato a dichiararsi contraria e ha preferito non partecipare al voto evidenziando così l’isolamento della sua linea tradizionalmente contraria al piano marocchino.

    Immediatamente hanno riconosciuto la sovranità marocchina (fatte salve le future negoziazioni tra gli interessati in merito alle modalità dell’autonomia) gli USA (che già l’avevano fatto nel 2020), la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, i Paesi del Golfo e molti Paesi africani e latino-americani.  Ora anche i capi del Polisario dovranno farsene una ragione e capire che chi li ha spalleggiati (e finanziati) fino a ieri non sarà più disposto a continuare in quella operazione. Anche Google Maps ha tolto ogni linea di separazione tra la regione del sud marocchino e il resto del Paese e diversi Consolati sono già stati aperti a Dakhla.

    Naturalmente restano ancora degli irriducibili, come ad esempio in Italia l’Onorevole Boldrini, che ha deciso di dare ancora una voce all’ormai squalificato Polisario invitando una delegazione di loro rappresentanti a una audizione presso la Camera dei Deputati. D’altra parte, come vediamo anche in Ucraina, c’è sempre qualcuno che predilige la guerra alla pace, almeno fino a quando sulla linea del fronte ad andarci c’è qualcun altro.

  • Kenyan authorities paid trolls to threaten Gen Z protesters, Amnesty says

    The Kenyan authorities paid a network of trolls to threaten and intimidate young protesters during recent anti-government demonstrations, Amnesty International has said.

    A new report by the human rights organisation said government agencies also employed surveillance and disinformation to target organisers of the mass protests, which swept Kenya across 2024 and 2025.

    The demonstrations were driven largely by “Gen Z” activists who used social media platforms to mobilise.

    In response to Amnesty’s report, Kenya’s interior minister said the government “does not sanction harassment or violence against any citizen”.

    But Amnesty said it had uncovered a campaign to “silence and suppress” the protesters.

    Young women and LGBT+ activists were disproportionately targeted, with misogynistic and homophobic comment, as well as AI-generated pornographic images, the report said.

    The BBC has approached the government for further comment.

    One activist told Amnesty: “I had people coming into my inbox and telling me: ‘You will die and leave your kids. We will come and attack you’.

    “I even had to change my child’s school. Someone sent me my child’s name, the age… the school bus number plate. They told me: ‘If you continue doing what you’re doing then we will take care of this child for you’.”

    It has long been believed that the government employs a network of individuals, known as “keyboard warriors”, to push its online messages.

    The report features a man who said he was part of a team paid between 25,000 and 50,000 Kenyan shillings (about $190-$390; £145-£300) per day to amplify government messaging and drown out trending protest hashtags on social media platform X.

    As part of its research, Amnesty spoke to 31 young human rights defenders who had participated in the protests. Nine of these activists said they had received violent threats via X, TikTok, Facebook and WhatsApp.

    As well as digital abuse, the authorities have also been accused of carrying out a brutal crackdown on the protests.

    More than 100 people died, rights groups say, when police clashed with protesters during two waves of demonstrations – one in 2024 and one in 2025.

    The authorities were also accused of arbitrary arrests, enforced disappearances and using lethal force against the protesters.

    The government accepted there had been some case of excessive force by police, but also defended the security forces in other instances.

    The demonstrations railed against issues such as proposed tax rises, increasing femicide and corruption.

    Amnesty chief Agnès Callamard said the organisation’s report “clearly demonstrates widespread and coordinated tactics on digital platforms to silence and suppress protests by young activists”.

    “Our research also proves that these campaigns are driven by state-sponsored trolls, individuals and networks paid to promote pro-government messages and dominate Kenya’s daily trends on X,” she added.

    Kenya’s Interior Minister Kipchumba Murkomen said: “The government of Kenya does not sanction harassment, or violence against any citizen… any officer implicated in unlawful conduct bears individual responsibility and is subject to investigation and sanction.”

    Amnesty also raised concerns about unlawful state surveillance, including allegations – denied by Kenya’s largest telecom provider, Safaricom – that authorities used mobile data to monitor protest leaders.

  • La Repubblica Centroafricana batte cassa con gli Emirati Arabi per pagare i mercenari russi

    Il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, si sarebbe rivolto agli Emirati Arabi Uniti per finanziare le operazioni degli Africa Corps, i mercenari russi ex Wagner presenti nel Paese dal 2018. Lo riferiscono fonti di “Africa Intelligence”, secondo cui in cambio Bangui potrebbe fungere da snodo logistico per l’apparato di supporto degli Emirati a sostegno delle Forze di supporto rapido (Rsf) nella guerra in Sudan. Se confermata, la notizia confermerebbe le indiscrezioni di stampa secondo cui Touadera starebbe cercando di rafforzare i legami con Abu Dhabi, consentendo al presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, di espandere la sua rete di alleanze militari e partnership strategiche in tutta l’Africa. Al centro di questa ambizione c’è la posizione geografica cruciale della Repubblica Centrafricana, potenziale fulcro del più ampio programma di sicurezza di Abu Dhabi nella regione.

    La mossa di Mohammed bin Zayed è ampiamente vista come un tentativo di spianare la strada alla creazione di avamposti militari negli Emirati, garantendo al contempo l’accesso alle vaste risorse naturali della Repubblica Centrafricana, con l’oro in cima alla lista. Secondo quanto riportato dalla stessa “Africa Intelligence” in un articolo datato 31 marzo 2025, tuttavia, le ambizioni degli Emirati vanno oltre la presenza militare sul territorio e prevedono la creazione di una rete regionale di raccolta ed elaborazione di informazioni di intelligence, il che dimostra un interesse strategico più profondo nel cuore del continente. Gli Emirati puntano, in particolare, ad utilizzare il territorio dell’Africa centrale come trampolino di lancio strategico per lo schieramento di truppe e armi in Sudan, un conflitto in cui Abu Dhabi è emerso come attore chiave, sostenendo le Rsf guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemeti”.

    Questa diplomazia militare, come sottolinea “Africa Intelligence”, è guidata tanto da calcoli finanziari quanto dal desiderio di trasformare la Repubblica Centrafricana in un polo di sicurezza sub-regionale, un’ambizione che sembra essere in stretta sintonia con l’agenda dello stesso presidente Touadera. Secondo “Africa Intelligence”, la scelta della Repubblica Centrafricana risiede nella geografia del Paese, e in particolare della regione di Vakaga, al confine con il Ciad e il Sudan: una zona remota e instabile, considerata strategicamente vitale per le crescenti ambizioni regionali di Abu Dhabi, essendo stata teatro di operazioni intermittenti da parte delle Rsf negli ultimi due anni, fin dallo scoppio della guerra in Sudan. Gli Emirati, del resto, sono stati accusati sempre più spesso di sostenere le forze di Dagalo, fornendo al gruppo paramilitare finanziamenti, armi e persino cure mediche per i suoi combattenti feriti. Accuse che hanno raggiunto la scena internazionale, tanto che Khartum ha intentato una causa contro Abu Dhabi presso la Corte internazionale di giustizia (Cig).

    Il 15 giugno 2024, inoltre, un rapporto degli esperti delle Nazioni Unite ha rivelato che le Rsf hanno utilizzato la città di confine di Umm Dafuq, adiacente alla Repubblica Centrafricana, come “importante snodo logistico” e “linea di rifornimento” per reclutare nuovi combattenti. Nel frattempo, nella città settentrionale di Birao, capoluogo della prefettura di Vakaga, sarebbero in corso trattative tra gli Emirati e le autorità di Bangui. Al centro dei colloqui ci sarebbe l’accesso a una piccola pista di atterraggio che potrebbe servire a rafforzare la logistica militare di Abu Dhabi vicino al fronte sudanese, una mossa ampiamente considerata volta a sostenere le linee di rifornimento delle Rsf. Negli ultimi mesi sarebbero in corso lavori per rendere la pista di atterraggio adatta a piccoli aerei, in una zona parzialmente controllata dai membri dell’ex gruppo russo Wagner, che si dice supervisionino le attività e le visite degli ingegneri topografici emiratini. Per gli strateghi di Abu Dhabi il sito rappresenta un’opportunità per diversificare la loro presenza regionale e ridurre la dipendenza dalla base aerea di Umm Jarras, nel Ciad nord-orientale, una risorsa militare fondamentale attualmente sotto il controllo degli Emirati.

    Una delle ragioni principali dietro il passaggio degli Emirati Arabi Uniti da Umm Jarras a Vakaga potrebbe risiedere nelle crescenti tensioni interne allo stesso Ciad. L’uso del territorio e delle piste di atterraggio del Ciad da parte di Abu Dhabi ha provocato la reazione negativa di importanti figure politiche e di diversi generali di alto rango dell’influente gruppo etnico Zaghawa, cui appartiene il presidente Mahamat ibn Idriss Deby Itno, che hanno apertamente criticato il capo dello Stato per quello che descrivono come il suo coinvolgimento di fatto nella guerra in Sudan. Nonostante la forte opposizione all’interno della sua tribù, il presidente Deby continua a dipendere fortemente dal sostegno militare e finanziario emiratino. Abu Dhabi, scrive “Africa Intelligence”, intende espandere gradualmente la propria presenza nella Repubblica Centrafricana, utilizzando la piccola pista di atterraggio di Birao come banco di prova per questa nuova partnership militare. L’obiettivo non è semplicemente quello di trasformare la pista di atterraggio in una base militare, ma anche di renderla un polo logistico per il trasporto di equipaggiamenti in Sudan, nonché in un punto di sosta per le Rsf, che di recente hanno riconquistato la città di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, proprio grazie al sostegno decisivo degli Emirati.

    Secondo gli analisti, il coinvolgimento emiratino nella regione è guidato dai propri calcoli strategici e potrebbe essere considerato come un potenziale fattore di infiammabilità in un’area già di per sé instabile. Una mossa del genere rischia di minare l’autorità del presidente ciadiano Deby e potrebbe portare a sviluppi imprevedibili nella guerra per procura degli Emirati in Sudan. Anche considerando le dinamiche interne della Repubblica Centrafricana, nonostante il crescente malcontento tra gli alleati di Touadera e una frattura con diversi alti dirigenti militari e della sicurezza accusati di favorire Dagalo rispetto all’esercito sudanese, il presidente centrafricano è finora riuscito a mantenere i suoi legami con l’esercito sudanese, sebbene con meno intensità rispetto a prima. Mohammed bin Zayed starebbe cercando di sfruttare a suo favore queste fluttuazioni nei rapporti tra Touadera e il presidente del Consiglio sovrano sudanese Abdel Fattah al Burhan. D’altro canto, i legami sempre più stretti tra la Repubblica Centrafricana e gli Emirati stanno suscitando serie preoccupazioni tra i partner del Paese e i donatori europei. Le Nazioni Unite e la loro missione nella Repubblica Centrafricana hanno espresso profonda preoccupazione per la possibilità che il conflitto in Sudan si estenda alla regione su scala molto più ampia, a causa delle politiche espansionistiche degli Emirati e della Russia nell’area. Di qui l’importanza che viene attribuita ai confini della Repubblica Centrafricana, che rivestono un’importanza economica strategica data l’enorme ricchezza mineraria inutilizzata del Paese.

  • Tupuka, una storia di coesistenza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Verso la fine di agosto il Cheetah Conservation Fund è intervenuto in una fattoria in Namibia per prelevare un ghepardo maschio che era stato trattenuto dall’allevatore perché, sebbene non avesse cacciato che animali selvatici, il felino si era avvicinato troppo al kraal, il recinto all’interno del quale venivano allevati i vitelli. Portato il ghepardo nella nostra clinica, lo staff lo ha sottoposto ad esami, in seguito ai quali si è potuto stabilire che l’animale era sano, pesava 42 kg e aveva un’età stimata di 4 o 5 anni. Inoltre, gli sono stati prelevati campioni di pelo e sangue, è stato somministrato il vaccino antirabbico e applicato un collare di localizzazione.

    Parallelamente, lo staff ha instaurato una collaborazione con l’allevatore che ha infine deciso di aderire al cosiddetto “Sistema di Allerta Rapido” (Early Warning System), un programma elaborato dal CCF che prevede l’utilizzo di dispositivi satellitari GPS dotati di funzioni di geofencing. All’interno dell’unità GPS è creato un recinto virtuale che corrisponde al territorio di proprietà dell’allevatore. Ogniqualvolta che il dispositivo rileva una “breccia” nel recinto virtuale, l’allevatore riceve tempestivamente un alert che gli permette di prevenire qualsiasi potenziale minaccia al suo bestiame senza ricorrere a metodi drastici o letali, consentendo al contrario la convivenza tra uomo e ghepardo.

    La Namibia ospita la più grande popolazione selvatica di ghepardi, la maggior parte dei quali vive al di fuori delle aree protette, aggirandosi per lo più nei pressi di aree coltivate e ritrovandosi a condividere il territorio con le comunità locali e gli animali domestici. Oggi però approcci innovativi, quali il Sistema di Allerta Rapido, stanno facendo la differenza nella coesistenza tra uomo e grandi predatori.

    Il ghepardo protagonista di questa storia è stato rilasciato a metà settembre nella riserva del CCF, vicino alla fattoria dove era stato trattenuto. La sua esperienza testimonia i risultati che si possono raggiungere quando gli sforzi di conservazione e le comunità locali operano nella stessa direzione: la conoscenza sostituisce la paura, la coesistenza pacifica sostituisce il conflitto. L’allevatore e la sua famiglia hanno deciso di dare un nome a quello che oramai non è più visto come un nemico: Tupuka che in lingua herero significa “colui che corre”.

  • MGF: ancora tante le bambine nel mondo che rischiano si subirle

    L’Università statale di Milano Bicocca e l’Università di Bologna hanno condotto uno studio i dati del quale sono impressionanti: in Italia vivono più di 88.000, ripeto ottantottomila, donne extracomunitarie che hanno superato l’adolescenza e che hanno subito mutilazioni genitali femminili, a volte eseguite nella stessa Europa.

    I dati risalgono all’inizio del 2023 con un aumento, in Italia, nonostante leggi e divieti in vigore anche nei paesi di provenienza, dell’1% rispetto al 2019.

    Oggi in Italia sono migliaia le bambine che rischiano di subire una mutilazione genitale, le donne che più sono state colpite e le bambine che rischiano di essere mutilate sono quelle di origine somala, egiziana, sudanese, nigeriana, etiope e guineana, i dati parlano di 230 milioni di donne che, nel mondo, hanno subito mutilazioni genitali.

    Più volte, nel recente passato, vi sono state iniziative al Parlamento europeo per sensibilizzare le istituzioni sul problema e rafforzare il dialogo con le comunità degli immigrati in Europa e con i governi dei paesi nei quali questa abominevole pratica, anche se ufficialmente abolita, continua a mietere vittime.

    Diverse sono state le iniziative prese al Parlamento europeo, tra le altre ricordiamo il convegno a Strasburgo del marzo 2013 organizzato dall’On. Cristiana Muscardini con la collaborazione di altre colleghe, tra le quali Roberta Angelilli, all’epoca vicepresidente del Parlamento, e Patrizia Toja  vicepresidente della commissione Industria, l’intervento della Muscardini in aula nel giugno 2013, e quello del 2014, i documenti dell’ottobre 2008, quello del 2009 e del 2014, inoltre  la lettera dell’On. Muscardini a Schultz nel marzo 2013 e  i documenti Muscardini del 2012 e 2011.

    Se ancora oggi i dati sono così allarmanti, e la salute fisica e mentale di migliaia di bambine è sempre messa a rischio, questo significa che non si è fatto ancora abbastanza, nonostante gli sforzi di tante associazioni, e che la politica deve tornare con più decisione ad occuparsi del problema di queste adolescenti che vivono in mezzo a noi in Europa e alle quali non possiamo voltare le spalle.

    Occorre ritornare a parlare apertamente del problema sia con un dialogo con gli stati extra europei, nei quali le menomazioni continuano, nonostante le leggi ufficiali, ad essere applicate, sia avendo maggiori controlli sulle bambine che vivono da noi e provenienti da famiglie con culture che praticano o comunque accettano le menomazioni sessuali femminili.

  • L’Etiopia punta su Mosca e Pechino per svilupparsi

    In un momento di forte instabilità finanziaria interna e di crescente isolamento dai tradizionali partner occidentali, l’Etiopia sembra aver scelto una traiettoria sempre più orientata verso Est. Il Paese del Corno d’Africa, specie dall’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, ha infatti rafforzato in modo deciso i suoi legami con due potenze globali: la Cina, da una parte, e la Russia, dall’altra. Se Pechino è diventata il primo interlocutore di Addis Abeba per quanto riguarda le questioni economiche e commerciali, Mosca si propone come partner strategico nel trasferimento tecnologico, sostenendo l’ingresso dell’Etiopia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e investendo nel settore energetico ad alto valore aggiunto. Una strategia, quella etiope, che risponde all’esigenza di superare l’attuale crisi economica interna, ma che costituisce anche una precisa scelta geopolitica che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Etiopia nel contesto africano e internazionale. È in questo contesto che il governo di Addis Abeba ha avviato negoziati con la Cina per convertire una parte del suo debito di oltre 5,3 miliardi di dollari in prestiti denominati in yuan. Ad annunciarlo è stato il governatore della Banca centrale etiope (Nbe), Eyob Tekalign, che in un’intervista rilasciata a “Bloomberg” ha definito Pechino “un partner molto importante” per il Paese dell’Africa orientale. “Il volume degli scambi e degli investimenti è in crescita”, ha detto Eyob, “quindi ha davvero senso organizzare uno swap (scambio) valutario, anche in termini di conversione”.

    Il governatore ha ammesso che si tratta di una strategia ancora “in fase di elaborazione”, ma ha confermato l’invio di una richiesta ufficiale di colloqui a Pechino su cui le due parti “stanno lavorando”. Il governatore ha inoltre dichiarato che sono in corso trattative con l’Export-Import Bank of China e la People’s Bank of China (Pbc) in tal senso. Dopo la sua nomina a governatore della Nbe, del resto, Eyob Tekalign ha fatto della Cina la sua prima destinazione ufficiale, effettuando una missione a capo di una delegazione di alto livello volta a far avanzare i colloqui sulla ristrutturazione del debito e rafforzare la cooperazione economica. Durante le recenti riunioni annuali della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), Eyob ha avuto anche dei colloqui bilaterali con il governatore della Banca popolare cinese (Pbc), Pan Gongsheng, incentrati sul rafforzamento della cooperazione finanziaria tra Etiopia e Cina. Gli incontri hanno fatto seguito all’accordo di ristrutturazione del debito recentemente concluso con il Comitato ufficiale dei creditori, copresieduto da Cina e Francia, con l’obiettivo di accelerare il processo di ristrutturazione del debito etiope. Se i negoziati dovessero andare in porto, l’Etiopia sarebbe il secondo Paese africano dopo il Kenya a rivolgersi a Pechino per convertire parte del suo debito in prestiti denominati in yuan. Accordi simili sono già stati stipulati da Sri Lanka e Ungheria.

    Nonostante le continue problematiche legate al debito, i titoli di Stato dell’Etiopia hanno recentemente raggiunto il livello più alto dal 2021. La scorsa settimana l’agenzia Fitch ha confermato il rating di default a lungo termine dell’Etiopia a “Restricted Default”, citando il persistente default del suo Eurobond e di altri debiti esteri commerciali. Fitch ha osservato che il governo sta cercando di ristrutturare circa 15 miliardi di dollari di debito estero e ha compiuto “notevoli progressi” nelle riforme macroeconomiche, tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio e il controllo dell’inflazione. In questo quadro, nel luglio scorso l’Etiopia ha siglato un memorandum d’intesa con i creditori ufficiali per un alleggerimento del debito di 2,5 miliardi di dollari fino al 2028, con accordi bilaterali – compresi quelli con la Cina – attualmente in fase di finalizzazione. I colloqui sul debito in Etiopia si svolgono tuttavia in un contesto di prolungata incertezza finanziaria per il Paese africano. Il governo etiope ha infatti annunciato la scorsa settimana che i negoziati con gli obbligazionisti si sono arenati a causa di disaccordi su questioni chiave. Nonostante la situazione di stallo, le autorità di Addis Abeba hanno affermato che sono stati compiuti “progressi sostanziali” e si sono espresse ottimiste sulla ripresa dei colloqui “nel prossimo futuro”.

    L’Etiopia è stata dichiarata formalmente in default nel dicembre 2023, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno allora saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Già in precedenza le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare il default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigrè, conclusa nel novembre 2022. La dichiarazione di insolvenza aveva determinato un declassamento da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che ha rivisto al ribasso il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese, inserendolo nella categoria “default” in quanto inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope.

    La situazione estremamente delicata in cui versa l’economia etiope, del resto, spinge il governo del primo ministro Abiy Ahmed a cercare nuovi partner economici e commerciali. Così, parallelamente ai colloqui in corso con Pechino, Addis Abeba guarda in maniera crescente all’altra potenza orientale: la Russia. È in questo contesto che rientra la recente visita ufficiale di due giorni effettuata a Mosca dal ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos, che nel suo primo giorno di visita Gedion ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico della Federazione Russa, nonché co-presidente della Commissione intergovernativa etiope-russa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica e il commercio, Maksim Reshetnikov Gennadievich, con il quale ha discusso dell’importanza di rafforzare ulteriormente le relazioni di lunga data e multiformi tra Etiopia e Russia. Un incontro durante il quale, secondo quanto riferito in una nota del ministero degli Esteri di Addis Abeba, il ministro Reshetnikov ha ribadito il pieno sostegno della Russia all’adesione dell’Etiopia all’Omc. Il capo della diplomazia etiope ha inoltre tenuto colloqui con alti funzionari di Rosatom, la Società statale russa per l’energia atomica, e di altre agenzie competenti per esplorare modalità per migliorare la cooperazione bilaterale nei settori energetico e tecnologico.

    L’Etiopia e la Russia hanno recentemente formalizzato un piano d’azione per promuovere lo sviluppo di un progetto di energia nucleare in Etiopia, nell’ambito di una più ampia tabella di marcia per la cooperazione discussa durante la visita del primo ministro Abiy Ahmed a Mosca, il mese scorso. L’accordo è stato stipulato il 25 settembre scorso tra Alekseij Likhachev, direttore generale di Rosatom, e il ministro Gedion Timothewos, e delinea le misure concrete per la cooperazione tra Rosatom e l’Ethiopian Electric Power Corporation (Eepc) per la realizzazione di una centrale nucleare in Etiopia. In quel frangente, entrambe le parti hanno anche sottolineato la volontà di promuovere la cooperazione in materia di energia e infrastrutture, come già affermato nell’accordo intergovernativo del 2017 sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. È in questo contesto che, lo scorso 14 ottobre, il governo etiope ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare per l’energia nucleare, che sarà guidata dal capo di gabinetto del primo ministro Abiy Ahmed, Sandokan Debbebe.

    La commissione, nelle intenzioni del governo, avrà il compito di “guidare e coordinare l’uso pacifico della tecnologia nucleare” da parte dell’Etiopia, secondo gli standard internazionali. Il mandato prevede la supervisione dell’applicazione della scienza nucleare in settori chiave come la produzione di energia elettrica, lo sviluppo industriale, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria, la ricerca scientifica e l’innovazione. L’istituzione della commissione rappresenta un ulteriore segno della volontà del primo ministro Abiy Ahmed di investire sull’energia nucleare. In occasione dell’inaugurazione della Grande diga della rinascita etiope (Gerd), lo scorso 9 settembre, il premier etiope aveva annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari in un progetto che prevede la costruzione di due centrali nucleari, da realizzare fra il 2032 e il 2034, entrambe con una capacità di circa 1.200 megawatt (Mw). Oltre al progetto nucleare, l’Etiopia mira a costruire una raffineria di petrolio, un impianto di gas e un nuovo grande aeroporto.

  • Usa, UK, Israele, Eau e altri 17 pronti a riconoscere l’indipendenza del Somaliland

    Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Emirati Arabi Uniti e altri 17 Paesi sono nelle fasi finali di un accordo per concedere il riconoscimento ufficiale all’autoproclamata repubblica del Somaliland nei prossimi mesi. Lo riferiscono fonti citate dal sito d’informazione “Middle East 24”, secondo cui si prevede che anche il Somaliland aderirà presto agli Accordi di Abramo, segnando un importante sviluppo diplomatico nel Corno d’Africa e nella più ampia regione del Medio Oriente. La questione del riconoscimento del Somaliland, che ha autoproclamato la sua indipendenza dalla Somalia nel 1991, è da tempo al centro di speculazioni e trattative diplomatiche. Da tempo l’amministrazione della regione separatista sta facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché la sostengano nel suo percorso verso il riconoscimento internazionale, dicendosi disposta ad offrire a Washington una base militare strategica all’ingresso del Mar Rosso e minerali essenziali come parte dell’accordo.

    Nel luglio scorso, in un’intervista rilasciata a “Bloomberg”, il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi alias “Irro”, aveva espresso interesse nel raggiungere un accordo con gli Usa per garantire il riconoscimento ufficiale dello Stato separatista somalo. “Se gli Stati Uniti sono interessati a sbarcare in Somaliland, sono i benvenuti”, ha affermato Irro, aggiungendo che la sua amministrazione sarebbe anche pronta a proporre un accordo che coinvolga minerali essenziali, tra cui il litio. Il presidente del Somaliland ha rivelato di aver recentemente tenuto colloqui con diplomatici e funzionari militari statunitensi ad Hargeisa, la capitale del Somaliland. Tuttavia, in risposta alle crescenti speculazioni, il dipartimento di Stato Usa ha ribadito la sua posizione di lunga data, affermando di riconoscere solo “una Somalia” e di continuare a sostenere la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale del Paese. “Abbiamo discusso di modalità e mezzi per collaborare in materia di sicurezza, commercio e stabilità regionale”, ha affermato Irro. Alla domanda sulla possibilità di istituire una base militare statunitense nel territorio, ha aggiunto: “Stiamo ancora discutendo. Ci aspettiamo che questa discussione dia i suoi frutti in futuro”.

    In quest’ottica, nei mesi scorsi Irro ha tenuto dei colloqui con una delegazione statunitense di alto livello Guidata guidata dall’ambasciatore Richard Riley e affiancata dal comandante generale del Comando usa per l’Africa (Africom), Michael Langley, insieme ad alti ufficiali e diplomatici militari statunitensi, in visita ad Hargheis. Sebbene i dettagli specifici rimangano riservati, la visita segnala il crescente interesse degli Stati Uniti per la regione separatista, che dal 1991 cerca un riconoscimento internazionale. La visita della delegazione a Berbera, sede di un importante porto e di una base militare finanziata dagli Emirati Arabi Uniti, ha anche alimentato le voci sui piani di Washington di espandere la propria presenza militare nel Corno d’Africa. Nessuna delle due parti ha confermato tali intenzioni. Il Somaliland, situato strategicamente lungo il Golfo di Aden, cerca da tempo di sfruttare la sua importanza geografica e le sue risorse minerarie inutilizzate nell’ambito della sua continua campagna per la legittimità internazionale ed è da tempo al centro delle mire di diverse potenze regionali.

    La regione è affacciata sul Golfo di Aden, non lontano dallo Stretto di Bab el Mandeb – attraverso cui transita circa il 12 per cento del commercio mondiale – e a pochi chilometri dalla costa dello Yemen, controllata in larga parte dalle milizie sciite filo-iraniane degli Houthi. Non è dunque un caso se negli ultimi tempi si siano moltiplicati i tentativi di accaparrarsi lo specchio di mare che si estende per 740 chilometri dal confine con Gibuti, a ovest, a quello con il Puntland, a est. Se negli ultimi mesi la regione è stata al centro dei riflettori per via del controverso memorandum d’intesa siglato nel gennaio 2024 tra le autorità di Hargheisa e il governo dell’Etiopia, che consentirebbe a quest’ultima di ottenere l’agognato accesso al Mar Rosso attraverso la concessione di 20 chilometri di costa intorno all’area del porto di Berbera, più di recente il Somaliland sembra essere finito nelle mire di Israele che, per il tramite degli Emirati Arabi Uniti, sarebbe interessato a costruirvi una base navale militare da cui poter contrastare con maggior efficacia le sortite dei ribelli Houthi nel Golfo di Aden.

    Nell’ottobre dello scorso anno il portale “Middle East Monitor” era stato tra i primi organi di stampa a riferire dell’interesse di Israele per il Somaliland, rivelando gli sforzi segreti dello Stato ebraico per stabilire una base militare nella regione indipendentista somala, che consentirebbe a Israele di lanciare attacchi preventivi su obiettivi Houthi e di scoraggiarne di ulteriori, in cambio del riconoscimento ufficiale di Hargeisa e di maggiori investimenti finanziari nella regione. Citando fonti diplomatiche, il sito web ha affermato che gli Emirati starebbero mediando tra le due parti, avendo già assicurato anche il finanziamento del progetto. La notizia è stata confermata più di recente dal quotidiano israeliano “Haaretz”, secondo cui le capacità operative dimostrate dagli Houthi hanno costretto Israele a trovare le contromisure per sconfiggere la minaccia dei miliziani sciiti yemeniti, vista la non sostenibilità di inviare i suoi jet da combattimento in raid lunghi e costosi sullo Yemen ogni volta che un drone esplode all’interno del Paese. La strategia militare di Israele, del resto, si è a lungo concentrata sulla garanzia di profondità strategica in regioni instabili. Nel Mediterraneo, lo Stato ebraico ha fatto affidamento su Cipro per il supporto operativo. Il Somaliland rappresenterebbe, in tal senso, un’opportunità simile nel Mar Rosso, consentendo a Israele di monitorare e rispondere alle minacce provenienti dallo Yemen.

    Il ruolo attivo degli Emirati nel facilitare l’espansione militare israeliana evidenzia peraltro le ambizioni dello Stato del Golfo di dominare le rotte marittime strategiche. L’influenza di Abu Dhabi si estende oltre il Somaliland fino all’arcipelago di Socotra, nello Yemen, dove gestisce una struttura militare e d’intelligence congiunta con Israele sull’isola di Abdul Kuri. L’iniziativa di una base israelo-emiratina in Somaliland sarebbe dunque in linea con gli interessi strategici più ampi degli Emirati nella regione del Mar Rosso, dove Abu Dhabi ha mantenuto una presenza militare e commerciale dal 2017 attraverso il porto di Berbera e la sua infrastruttura associata. Il coinvolgimento degli Emirati include anche investimenti finanziari sostanziali, come un progetto da 440 milioni di dollari per sviluppare il porto e l’aeroporto, che fungono da “hub” strategici per le operazioni militari emiratine nello Yemen. Israele e gli Emirati condividono infatti un’ostilità reciproca nei confronti del gruppo Houthi, che rappresenta una minaccia strategica per i loro interessi. Certo, l’istituzione di una base militare israeliana in Somaliland rischierebbe d’altro canto di destabilizzare la già volatile regione del Mar Rosso. L’Egitto, ad esempio, potrebbe vedere questo sviluppo come una potenziale minaccia alla sua sovranità e alla sicurezza del Canale di Suez.

    Il progetto israelo-emiratino potrebbe trovare una sponda importante da parte dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sono molte, infatti, le voci secondo cui Trump sarebbe intenzionato a riconoscere l’indipendenza di Hargheisa. A pensarla così sono diversi ex funzionari ed esponenti dei think tank vicini ai repubblicani Usa tra cui Peter Pham, l’ex inviato per l’Africa durante il primo mandato di Trump, secondo il quale il corretto svolgimento del processo democratico delle recenti elezioni presidenziali in Somaliland ha “dimostrato la sua attrattiva come partner per gli Stati Uniti e altri Paesi”. Di recente anche l’ex segretario alla Difesa del Regno Unito, Gavin Williamson, ha dichiarato che Trump dovrebbe prendere in considerazione il riconoscimento formale dell’indipendenza del Somaliland, auspicando che la nuova amministrazione Usa affronterà la questione. Un primo, concreto atto in questa direzione è arrivato lo scorso 12 dicembre, quando il deputato repubblicano Scott Perry, membro della Camera dei rappresentanti Usa, ha presentato al Congresso un disegno di legge che invita il governo statunitense a estendere il riconoscimento formale dell’indipendenza del Somaliland. La risoluzione sostiene un cambiamento nella politica degli Stati Uniti per riconoscere l’indipendenza del Somaliland, considerato come un partner strategico in una regione in cui Cina e Russia continuano ad espandere la loro influenza.

  • Fronte Polisario pronto a dialogare col Marocco sul Sahara occidentale

    A pochi giorni dalla discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato della missione Minurso, il Fronte Polisario ha presentato al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, una nuova proposta ampliata di soluzione politica, definita come un gesto di “buona volontà” e in risposta alla risoluzione 2756 (2024). L’iniziativa giunge in un momento di forte fermento diplomatico, mentre i membri del Consiglio negoziano una bozza di risoluzione che, per la prima volta, riconoscerebbe la proposta di autonomia del Marocco del 2007 come “base più credibile e realistica” per una soluzione duratura del conflitto nel Sahara Occidentale. La proposta del Polisario, trasmessa da Brahim Ghali, presidente dell’autoproclamata Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), è intitolata “Proposta del Fronte Polisario per una soluzione politica reciprocamente accettabile che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale e il ripristino della pace e della stabilità regionale”. Il documento riafferma la disponibilità del movimento sahrawi a negoziare direttamente con il Regno del Marocco, “sotto gli auspici delle Nazioni Unite e in conformità con la Carta dell’Onu e l’Atto costitutivo dell’Unione africana”.

    Secondo la rappresentanza del Polisario a New York, la proposta mira a “permettere al popolo sahrawi di esercitare il proprio diritto inalienabile all’autodeterminazione attraverso un referendum libero e supervisionato dalle Nazioni Unite e dall’Unione africana”. Ghali sottolinea inoltre la volontà della parte sahrawi di “condividere i costi della pace” e di costruire “un futuro basato sul rispetto reciproco, sul buon vicinato e sulla cooperazione regionale”. Il comunicato del Polisario descrive l’iniziativa come una risposta diretta all’appello del Consiglio di sicurezza a “superare lo stallo negoziale” e ad “ampliare le proprie posizioni”. “Crediamo che una soluzione pacifica, giusta e duratura del conflitto sia non solo urgente, ma anche possibile, se esiste una volontà politica autentica di superare lo status quo e le imposizioni unilaterali”, si legge nella nota.

    Il rilancio della via referendaria da parte del Polisario sembra tuttavia collocarsi in un quadro diplomatico che si sta muovendo in direzione opposta. La bozza preliminare di risoluzione che sarà discussa nei prossimi giorni a New York introduce infatti un cambio di paradigma: proroga il mandato della Minurso fino al 31 gennaio 2026, ma ne ridefinisce le priorità politiche, indicando il piano di autonomia marocchino come la “base più fattibile” per una soluzione di compromesso. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, il testo – promosso dagli Stati Uniti – invita Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania ad avviare “negoziati immediati e senza precondizioni”, con l’obiettivo di giungere entro tre mesi a un’intesa politica “che garantisca una genuina autonomia all’interno dello Stato marocchino, in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto all’autodeterminazione”.

    Si tratta di un passaggio che segna un chiaro cambio di tono rispetto alle precedenti risoluzioni, recependo le raccomandazioni avanzate dall’inviato personale del segretario generale, Staffan de Mistura, che lo scorso 10 ottobre ha sollecitato un calendario realistico e vincolante per il rilancio del dialogo. La bozza menziona inoltre il sostegno espresso da diversi Stati membri al piano di Rabat, presentato nel 2007 al segretario generale dell’Onu come quadro di riferimento per un’autonomia del Sahara sotto sovranità marocchina, e lo definisce “la via più realistica e credibile per una soluzione giusta e duratura”. Una formulazione che conferma la convergenza crescente della comunità internazionale verso la posizione di Rabat, sostenuta apertamente da Washington, Parigi e Madrid. La bozza elogia anche “la leadership statunitense nel dossier” e riconosce “l’impegno del presidente Donald Trump” nella ricerca di una soluzione, richiamo che potrebbe tuttavia generare riserve da parte di Russia e Cina. Entrambi i Paesi, pur avendo recentemente aperto alla possibilità di un sostegno al piano marocchino, hanno vincolato la loro posizione al rispetto del principio di autodeterminazione del popolo sahrawi e alla necessità di una soluzione accettata da tutte le parti, inclusa l’Algeria.

    Per il Polisario, al contrario, l’iniziativa statunitense rappresenta un “pericoloso arretramento politico e giuridico”, poiché – secondo i sahrawi – ometterebbe qualsiasi riferimento al processo di decolonizzazione riconosciuto dall’Onu fin dal 1963. Il movimento teme inoltre che il testo riduca di fatto la Minurso a un mero strumento tecnico di monitoraggio, escludendo il referendum dall’agenda e trasferendo la mediazione sotto l’egida diretta di Washington. “Il destino del popolo sahrawi non è nelle mani né degli Stati Uniti né della Francia, ma nelle sue stesse mani”, ha dichiarato il rappresentante del Polisario all’Onu, Sidi Mohamed Omar, ribadendo che “l’unica via legittima resta il referendum di autodeterminazione”. Il risultato della prossima sessione a New York potrebbe quindi segnare una svolta storica e un nuovo punto di equilibrio (o rottura) per la regione del Maghreb.

  • Apre il Centro di Studi e Formazione del Cheetah Conservation Fund

    Elettrizzanti notizie ci giungono dal Somaliland, dove ha finalmente aperto le porte il Centro di Studi e Formazione professionale. Grazie al supporto della Royal Commission for Al-Ula, il centro d’eccellenza sarà un hub per la formazione e l’addestramento professionale nell’ambito della conservazione e offrirà programmi immersivi per i visitatori provenienti non solo dal Somaliland, ma da tutto il Corno d’Africa. Il Centro, che si estende su una superficie di oltre 4.500 mq, ospita un’area di accoglienza, uffici e sale riunioni, aule all’aperto e al chiuso, oltre a un refettorio, a dormitori e a un grande cortile centrale.

    Realizzati da SDI Architecture in collaborazione con Detour Habitats, gli edifici del Centro sono adiacenti al CRCC (Cheetah Rescue and Conservation Centre), all’interno della riserva a un’ora da Hargeisa. Per questo progetto il Cheetah Conservation Fund ha lavorato con la designer Prasanna Lachagari, già nominata tra i Forbes 30 Under 30, che con il suo team di lavoro ha realizzato strutture sostenibili capaci di affrontare le sfide naturali e climatiche tipiche del Somaliland, tra cui il caldo soffocante e i venti forti, dotate di sistemi di raffreddamento passivi e caratterizzate da basso impatto ambientale.

    «L’apertura del Centro di Studi e Formazione professionale rappresenta per noi la base su cui costruire un futuro in cui uomo e fauna selvatica potranno coesistere. Il Centro ci consentirà di replicare in Somaliland il modello di conservazione che con tanto successo abbiamo sviluppato in Namibia e di offrire formazione e competenze in settori fondamentali come la tutela della fauna selvatica, il ripristino di habitat e territori e l’utilizzo di mezzi di sussistenza sostenibili» ha riferito la Dott.ssa Laurie Marker, fondatrice e direttrice del CCF. Dal 2022, infatti, il CCF lavora in Somaliland dove si prende cura di ghepardi salvati dal traffico illegale e, grazie all’apertura del Centro di Studi e Formazione professionale, potrà ora espandere il raggio d’azione delle proprie attività fino a includere e promuovere il coinvolgimento proattivo delle comunità locali e la sostenibilità a lungo termine.

    Nelle parole di Prasanna Lachagari: «Questo Centro è molto più di un insieme di edifici. È un palcoscenico del possibile. Abbiamo voluto creare uno spazio che riflettesse la dignità della mission del CCF, rispettasse la cultura locale e ispirasse le future generazioni di leader nel campo della conservazione».

  • Landmark deal paves way for cheaper HIV protection jab

    A new HIV prevention drug will be made available at a lower cost in over 100 low-income countries within two years — a move expected to give millions access to the breakthrough treatment and potentially bring the world closer to ending the HIV/Aids epidemic.

    The drug, called Lenacapavir and administered by injection, is due to be rolled out as early as the end of this year, at a cost of $28,000 (£20,000) per person annually.

    But Wednesday’s announcement promises to slash that price to just $40 — around 0.1% of the original cost. The lower-cost version will be rolled out in 2027 across 120 low- and middle-income countries.

    Scientists say the drug stops the virus from replicating inside cells.

    The agreement announced on Wednesday was reached between the Clinton Health Access Initiative in partnership with the Gates Foundation and other groups, including South African research institute, Wits RHI.

    “For many low- and middle-income countries, affordable access to HIV prevention is not a luxury, it is a necessity,” Professor Saiqa Mullick from Wits RHI told the BBC.

    She added that Lenacapavir had “the potential to transform prevention, especially for young people and underserved communities who struggle with frequent clinic visits.

    “The real work begins now, partnering with communities and governments to build demand, secure commitments, and prepare systems so countries are ready for rapid introduction and scale.”

    Lenacapavir has delivered impressive trial results and, in July, it received official backing from the World Health Organization for HIV prevention.

    The injection is taken twice a year and provides six months of protection against HIV infection at a time.

    Experts say long-acting injectables like Lenacapavir could help reduce new infections in populations that are most vulnerable, including adolescent girls and young women, LGBT people, sex workers, and those who use drugs.

    It is hoped it will replace the current form of HIV preventative drug, know as PrEP, or pre-exposure prophylaxis, which is taken orally and also costs $40 per person each year.

    The pills are taken daily, which can be difficult for patients to consume, and can carry stigma in certain societies. The daily dose also makes it harder to access consistently. According to the Gates Foundation, only 18% of those who could benefit from PrEP currently have access.

    Lenacapavir has already been approved by the US Food and Drug Administration and the European Commission this year.

    Last year June, the US drug company Gilead announced that a trial of its HIV drug Lenacapavir had a 100% success rate.

    The new, generic version is still pending regulatory approval but it is hoped it will be available within 18 months.

    One study says that increasing access to the injection to just 4% of the population could prevent up to 20% of new HIV infections.

    The drug can be used to protect people from catching the virus, but also to treat those who have it, according to scientists.

    The announcement comes amid a turbulent year for global health, particularly the fight against HIV and Aids, following swingeing cuts by the US government’s foreign aid programme, USAID, under the Trump administration.

    According to UNAIDS, more than 40 million people are currently living with HIV.

    Despite huge strides made to reduce global HIV rates and AIDS-related deaths since 2000, about 1.3 million people still contracted HIV last year, and more than 600,000 people died from AIDS-related illnesses.

    South Africa remains the country with the highest number of HIV cases, with almost eight million people living with the virus. It will be one of the countries to access the new, cheaper drug.

    South Africa’s department of health told the BBC that it “supports any efforts to make life saving treatment like Lenacapavir available and accessible at affordable rate to all countries, including low and middle income countries, as and when they need it”.

    Additional reporting by Akisa Wandera in Nairobi

Pulsante per tornare all'inizio