aziende

  • Il 78% delle aziende europee concede dilazioni nei pagamenti a causa del coronavirus

    La maggior parte delle aziende europee, il 78%, a fronte del 59% nel 2019, ha accettato termini di pagamento più lunghi per portare avanti la propria attività dopo l’emergenza coronavirus. Una percentuale che scende al 61% in Italia. A rivelarlo sono i dati dello Epr White Paper (European  Payment Report White Paper), una survey condotta da Intrum, operatore europeo dei credit service, intervistando le posizioni apicali di 9.980 aziende in 29 Paesi europei e di 11 settori industriali, sia nella fase pre Covid-19 (febbraio 2020) che durante (maggio 2020).

    Tra i settori in cui in Europa vengono accettate più dilazioni ci sono energia, minerario e utility (86%), farmaceutica, medicina e biotecnologie (85%), con tecnologie, media e telecomunicazioni (83%). In Italia il 61% che accetta di ritardare lo fa per un’unica ragione: non rovinare il rapporto col cliente. Nel 2019 il 33% aveva accettato pagamenti più lunghi dalle multinazionali, il 51% dalle piccole e medie aziende e il 24% del settore pubblico, mentre il 16% non ne aveva accettati.

    Le dilazioni però non piacciono, non solo in Italia, infatti in Europa quasi la metà delle aziende vorrebbe che le aziende stesse si organizzassero per prendere iniziative contro i pagamenti in ritardo (+15% rispetto al 2019). In Italia però si crede meno in un impegno comune delle aziende in tale direzione: solo il 29% si aspetta iniziative comuni contro i ritardati pagamenti, mentre il 54% crede che sia lo Stato a doversene fare carico. Cresce intanto l’adozione della direttiva sui ritardati pagamenti, che permette alle aziende di applicare un tasso d’interesse e un minimo di 40 euro per i costi di recupero del credito: il 23% delle aziende europee dice di applicarla (8% dello scorso anno), mentre il 57% no (37% nel 2019). In Italia il 44,5% la applica qualche volta, il 12% sempre e il 28,5% mai.

  • La metastasi finanziaria

    Da oltre un mese il governo ha sempre confermato la piena disponibilità ad accedere ai finanziamenti fino a 25.000 euro o ad una cifra pari al 25% del fatturato senza valutazione patrimoniale e quindi direttamente disponibile nel conto corrente. Al di là della sconcertante tempistica per l’evasione di queste pratiche tale volontà governativa avrebbe dovuto fornire liquidità alle imprese dopo oltre sessanta  giorni di assoluto lockdown ed interruzione dei flussi di cassa.

    A tutt’oggi solo una minima parte di questi finanziamenti risultano erogati mentre per quelli già resi operativi la criticità emerge sino ad assumere i connotati di una vera e propria truffa. A fronte di una richiesta di 20.000 euro o il 25% del fatturato di una partita IVA la quale aveva già precedentemente un accordo con l’istituto bancario per un fido di 10.000 il finanziamento complessivo che viene accreditato sul conto risulta dalla differenza tra l’ammontare, cioè 20.000 euro, ed il fido preesistente. Questa operazione rappresenta una vera e propria truffa in quanto il finanziamento dello Stato può essere utilizzato per far fronte alle scadenze che da oltre 60 giorni attendono di essere evase ma non per coprire posizioni finanziarie precedentemente debitorie.

    In altre parole, gli Istituti bancari con il tacito consenso o peggio la complice ignoranza del governo utilizzano il finanziamento erogato per assicurare tutti i rientri dai fidi drenando di conseguenza buona parte di quella liquidità che lo Stato con grande fatica ha messo a disposizione come espressione per un reale e consistente incentivo alla ripresa economica.

    Questa situazione rappresenta un vero e proprio “golpe finanziario” in quanto le risorse immesse nel circuito e destinate a dei soggetti economici vengono drenate dal sistema bancario per sanare le proprie criticità. In un simile contesto risulta paradossale il fatto poi che qualora si dovesse accedere nuovamente ad un fido si pagherebbero degli interessi aggiuntivi a quelli sulla erogazione della liquidità dello stato.

    Quindi l’erogazione risulta utilizzata sostanzialmente dagli Istituti bancari per criticità finanziarie pregresse ma non per servizi alle imprese. Una truffa che rappresenta l’ennesima conferma di una complicità, se conosciuta, o ignoranza, nel caso opposto, da parte del Governo e di una inaudita disonestà da parte del sistema bancario.

    A queste condizioni il nostro Paese è destinato alla metastasi economica.

  • Asse tra le associazioni imprenditoriali europee: appello di Confindustria, Bdi e Medef per la ripresa

    Confindustria, Bdi e Medef hanno lanciato un appello congiunto ai governi di Italia, Germania e Francia e alle istituzioni europee, per chiedere un ampio piano per tornare a crescere e difendere la competitività delle imprese a livello globale. L’appello, come ha anticipato una nota, chiede una risposta ambiziosa e senza precedenti per la ripresa europea, con solidarietà, sostenibilità e digitalizzazione tra le priorità. Nella missiva i Presidenti delle tre organizzazioni industriali, Vincenzo Boccia, Dieter Kempf (Bdi) e Geoffroy Roux de Bézieux (Medef), si dicono “profondamente preoccupati per le conseguenze sociali, economiche e politiche della pandemia” partendo dal presupposto che non tutti i Paesi sono stati colpiti allo stesso modo dall’emergenza e che alcuni territori e settori industriali, nonostante le misure senza precedenti già prese anche per fornire liquidità al sistema, non potranno evitare l’enorme calo e le forti ripercussioni economiche su produzione, occupazione e finanza pubblica, almeno fino a quando la situazione sanitaria non tornerà a essere nuovamente sotto controllo.

    “Le nostre economie e le nostre società dovranno affrontare un grande shock con il recupero dalla fase di lock-down che richiederà tempo”, proseguono i presidenti delle tre organizzazioni industriale. Al fine di “passare dal contenimento all’uscita, dall’uscita alla stabilizzazione e al recupero completo” gli industriali italiani, tedeschi e francesi, consapevoli che le loro economie sono profondamente integrate, hanno condiviso tra le altre, le seguenti raccomandazioni: cooperazione europea e internazionale nei piani d’uscita dall’emergenza e in quelli per la ripresa; una risposta ambiziosa da parte dell’Ue, un rafforzamento del Temporary Framework sugli aiuti di Stato; l’adozione di forti misure fiscali a livello nazionale anti-cicliche per supportare la ripresa; una forte risposta fiscale che dovrà essere solidale e risposte adeguate da parte della politica con garanzia di copertura delle nuove priorità messe a bilancio.

  • Nel 2019 Lavazza ha aumentato del 45% il proprio utile netto

    Il gruppo torinese del caffé Lavazza nel 2019 ha aumentato l’utile netto del 45% su base annua: 127,4 milioni, contro gli 87,9 milioni dell’anno precedente. I ricavi sono ammontati invece a 2,2 miliardi, in crescita del 18% rispetto al 2018.

    Il gruppo ha realizzato il 70% del fatturato all’estero. In particolare la crescita è riconducibile sia all’integrazione di Lavazza Professional sia alla positiva performance del business del gruppo (+3,9% a volume), che ha visto una crescita a doppia cifra in Nord America (+15,2%), Nord Europa (+13%) ed Europa dell’Est (+23%), principalmente in Russia e Polonia.

    Per quanto riguarda il 2020, “l’attuale contesto, fortemente condizionato dall’emergenza sanitaria in corso, rende difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi a livello macroeconomico”, spiega l’amministratore delegato Antonio Baravalle, sottolineando che il gruppo a seguito del diffondersi dell’epidemia di coronavirus ha “immediatamente adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire la massima sicurezza ai nostri dipendenti, clienti, fornitori e consumatori”.  Sull’Italia lo sguardo del ceo è positivo: “Confidiamo, infine, che con contributi concreti e immediati, come quelli messi in campo dal nostro gruppo e da molti altri imprenditori e aziende italiane, si possa uscire dall’emergenza consentendo al nostro Paese di ripartire”, conclude il capo azienda.

  • Coronavirus: le imprese associate all’UPIVEB considerano la possibilità di chiudere i propri stabilimenti produttivi italiani

    Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa diramato dall’Unione Produttori Italiani Viteria e Bulloneria (UPIVEB) in seguito all’emergenza causata dalla diffusione dell’epidemia di Covid-19

    Comunicato

    Emergenza Coronavirus COVID19

    Milano, 17 marzo 2020

    In questo momento di grande incertezza dovuto alla diffusione dell’epidemia di COVID‐19 in tutto il mondo, l’Unione Produttori Italiani Viteria e Bulloneria (“UPIVEB”) ritiene indispensabile far presente al mercato che le aziende associate si sono attivate per attuare le misure di sicurezza sanitaria necessarie per tutelare la salute dei propri lavoratori, in linea con quanto previsto dal DPCM dell’11 marzo 2020 (il “Decreto”) e del “Protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid19 negli ambienti di lavoro” concordato tra Governo, sindacati e parti datoriali in attuazione all’art. 1, co. 1, n. 9 del Decreto.

    La maggior parte delle imprese associate è al momento operativa e sta adottando i massimi sforzi per far fronte alle obbligazioni contrattuali verso i propri clienti, per lo più stranieri e in buona parte operanti nel settore automotive.

    Il 75% della produzione italiana di fasteners è infatti destinata all’estero, in particolare in Europa. La situazione dei contagi fuori dal confine italiano risulta essere attualmente meno grave. Non esistono, tuttavia, linee guida condivise a livello europeo riguardanti l’opportunità di mantenere attiva la produzione industriale. Ogni Paese, cliente e produttore si sta muovendo in autonomia con conseguenti e immaginabili future ripercussioni in tema di concorrenza tra imprese appartenenti a diversi Stati.

    La forte propensione all’export del settore della produzione dei fasteners si traduce nell’impossibilità per le aziende associate di assumere posizione unilaterali, le quali avrebbero un inevitabile e diretto impatto sulle attività dei rispettivi partner stranieri, causando possibili inadempimenti contrattuali, potenziali danni e connesse conseguenze legali.

    Nell’esprimere preoccupazione per l’evolversi della pandemia in Italia e nel mondo, le imprese associate UPIVEB considerano la possibilità di chiusura dei propri stabilimenti produttivi italiani una scelta altamente responsabile in funzione della gravità dell’emergenza in corso.

    Tale ipotesi, per la sua concreta attuazione, necessita di essere supportata da una forte condivisione politica e da una concreta base normativa, delle quali si auspica un rapido e comune raggiungimento sul piano europeo. 

    Ufficio Stampa
    UPIVEB, Unione Produttori Italiani Viteria e Bulloneria
    Piazza della Repubblica, 10 ‐ I ‐ 20121 Milano
    Tel. +39 (0)2 6575295 ‐ Fax +39 (0)2 6572897
    www.upiveb.org ‐ info@upiveb.org

  • Rivalutazione dei beni di impresa, qualche riflessione

    La legge di bilancio 2020 (L. 160/2019) ha riproposto la rivalutazione dei beni di impresa. Un’interessante opportunità che negli ultimi anni è stata più volte rivisitata, pur rifacendosi, in sostanza, al provvedimento originario del 2000 (L. 342/2000).

    La normativa si rivolge a tutte le società di capitali, alle società di persone a carattere commerciale, alle imprese individuali, alle società cooperative agli non commerciali, per i beni riconducibili all’attività di impresa e ai soggetti non residenti con stabili organizzazioni in Italia.

    Sono rivalutabili i beni risultanti dal bilancio al 31/12/2018 e deve effettuarsi nel bilancio dell’esercizio successivo (31/12/2019) di prossima approvazione. Ancora pochi giorni, quindi, per gli amministratori per valutare il provvedimento e, eventualmente, effettuare le opportune variazioni nel progetto di bilancio in fase di definizione.

    Potrà trattarsi di beni materiali o immateriali (con l‘eccezione dei meri costi pluriennali) e delle partecipazioni in società controllate e collegate, purché iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie. Sono esclusi i beni al cui scambio o alla cui produzione è diretta l’attività di impresa (cosiddetti beni merce). La rivalutazione non può prescindere dalla corretta classificazione dei beni in categorie omogenee dovendo necessariamente riferirsi a tutti i beni appartenenti alla medesima categoria (unica eccezione per i beni immateriali che potrà riferirsi al singolo bene). Quest’ultima attività è tutt’altro che banale e va compiuta con estremo rigore e precisione potendo inficiare, a posteriori, la validità della rivalutazione stessa.

    Alla rivalutazione consegue il pagamento di un’imposta sostitutiva pari al 10% o al 12% dei maggiori valori, rispettivamente per i beni non ammortizzabili o per quelli ammortizzabili. Anche in questo caso, la suddivisione apparentemente semplice, è tutt’altro che banale soprattutto con riferimento ai fabbricati poiché, i nuovi principi contabili, non prevedono che gli stessi siano esclusi dal processo di ammortamento. A rigor di logica, i beni immobili patrimonio, essendo soggetti a limiti di indeducibilità dei costi anche con riferimento alle quote di ammortamento, dovrebbero essere ricompresi nella fascia con aliquota più bassa. Maggiori certezze si hanno invece con riferimento ai terreni esclusi per definizione dal processo di ammortamento.

    La norma non impone la redazione di perizie che sono tuttavia assolutamente consigliabili per contrastare rilievi futuri anche in considerazione del fatto che non si possono eccedere i valori correnti. Non è prevista la possibilità di dare valenza fiscale ad eventuali svalutazioni, nonostante il periodo storico di riferimento meriterebbe attenzione al fenomeno.

    A fronte dei maggiori valori va iscritta in bilancio una riserva “in sospensione di imposta” che può essere liberata dal vincolo con il versamento di un ulteriore 10%, portando il costo complessivo dell’operazione al 20% o al 22% rispetto al 27,9% della tassazione ordinaria. Nonostante le aliquote delle imposte sostitutive siano scese rispetto a quelle dell’ultimo provvedimento analogo, comportano comunque un costo complessivo non trascurabile, soprattutto in caso di affrancamento della riserva. Opzione, quest’ultima, che andrà attentamente ponderata in funzione dei piani aziendali prospettici disponibili.

    I maggiori valori acquistano valenza fiscale dal terzo anno successivo (2022) con riguardo alla deducibilità degli ammortamenti e alla disciplina sulle società di comodo, mentre dal quarto anno successivo per la determinazione di plusvalenze e minusvalenze. In caso di cessione nel periodo di sorveglianza, si terranno in considerazione i valori ante rivalutazione, emergerà un credito di imposta per il contribuente e si liberà la riserva in sospensione.

    Vorrei sollecitare nei destinatari del provvedimento alcuni ragionamenti per consentire una scelta consapevole.

    I maggiori valori acquisiranno rilevanza per il superamento del test di operatività ai sensi della normativa sulle società di comodo (art. 30 legge n. 724 del 1994) con impatti a volte complicati soprattutto se riferiti alle società operanti nel mercato immobiliare.

    Effettuare la rivalutazione senza affrancare la riserva implica un elevato costo futuro in caso di successiva distribuzione della stessa, occorrerà quindi aver ben presenti i piani prospettici dell’azienda, la politica dei dividendi nonché la redditività futura. In periodi di crisi, la rivalutazione dei maggiori valori latenti può contribuire a patrimonializzare l’azienda aumentandone la capacità di sopportare perdite future. Se questo fosse l’orizzonte, potrebbe risultare superfluo affrancare la riserva emergente. Analoghe conclusioni potrebbero essere tratte in caso di una politica di forte reinvestimento in azienda degli utili realizzati.

    Un’ultima questione sulle riserve in sospensione di imposta generatesi a seguito di precedenti rivalutazioni. Ci si potrebbe chiedere se fosse possibile affrancarle sfruttando il provvedimento legislativo odierno pagando l’imposta sostitutiva del 10%. Ebbene il testo normativa sembra far esplicito riferimento alla possibilità di affrancare esclusivamente la riserva generatasi in occasione della presente rivalutazione e in tal senso si era espressa l’Agenzia nel 2006 e nel 2013 con riferimento ai rispettivi provvedimenti normativi.

  • Nomina dell’organo di controllo nelle srl, proroga a tempo scaduto

    Il codice della crisi e dell’insolvenza è stato varato a gennaio 2019 (Dlgs. 14/2019) in attuazione della legge 19 ottobre 2017 n. 155. Diciamo, quindi, con una gestazione discretamente lunga.

    Una parte delle norme è entrata in vigore decorsi trenta giorni dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale, una parte sarebbe invece entrata in vigore diciotto mesi dopo. Tra queste ultime, l’obbligo di nomina dell’organo di controllo o del revisore nelle srl che negli ultimi due esercizi avessero superato almeno uno dei seguenti parametri: quattro milioni di euro di attivo, quattro milioni di euro di ricavi, venti dipendenti in media occupati nell’anno. Anche sulle soglie di cui all’art. 2477 del codice civile, si è assistito ad un susseguirsi di balzelli che hanno dapprima ridotto le soglie per poi aumentarle ai limiti attuali.

    Pertanto, dal 14 febbraio 2019, le società hanno avuto dieci mesi di tempo (nove dalla data di pubblicazione) per adeguare i propri statuti, laddove necessario, e nominare il revisore o il sindaco unico o, ancora, il collegio sindacale.

    I più virtuosi hanno nominato l’organo di controllo o il revisore con l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio 2018.

    Alla spicciolata si sono aggiunte nei mesi seguenti una parte delle società che hanno superato i parametri previsti negli esercizi 2017 e 2018, esortate ad adempiere dalla stampa specializzata e dai propri consulenti che hanno fatto una diffusa opera di informazione e sollecitazione alla compliance con la nuova normativa.

    Chiaramente sulle società è impattato un nuovo costo, quello del revisore, percepito, peraltro, quale figura di controllo e di ingerenza negli “affari” sociali. Molti imprenditori delle piccole imprese italiane soggette ai nuovi obblighi, in effetti, non sono preparati per questa rivoluzione epocale che necessita di un cambio di passo culturale di non poco conto. L’impresa dovrà essere adeguatamente strutturata e l’imprenditore non potrà accentrare il ruolo gestorio e quello di controllo che dovrà essere necessariamente affidato a soggetti terzi adeguatamente preparati.

    Non voglio entrare, in questa sede, nel merito dei compiti del revisore e della sua attività, ma ritengo necessario precisare che un valido revisore non sarà solo un costo sterile per l’azienda e, più in generale, per l’imprenditore, ma un valido supporto con cui confrontarsi anche al fine di cogliere tempestivamente segnali di crisi con l’obiettivo di adottare i correttivi necessari.

    Ciò premesso, il lavoro di revisione va adeguatamente programmato e non si esaurisce in pochi giorni. Da qui, giunti a ridosso della fatidica scadenza del 16 dicembre e resosi conto che molte aziende chiamate non avevano ancora proceduto alle nomine, sono iniziati i primi rumors incentrati sul fatto che i revisori nominati a dicembre non avrebbero avuto modo di svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Si sono affacciate timide interpretazioni che avrebbero voluto la nomina del revisore nei termini ma con decorrenza 2020 nonché richieste di proroghe avanzate da più fronti.

    Fatto sta che la normativa non è stata modificata e il 16 dicembre è arrivato, molte società si sono attrezzate, ma altrettante e forse più, non hanno provveduto.

    Le camere di commercio, deputate al controllo, avrebbero inviato richieste di spiegazioni in merito alla mancata nomina. A fronte di ulteriore inerzia sarebbe scattata la segnalazione al tribunale che avrebbe provveduto d’Ufficio, con notevole imbarazzo, aggiungo io, sia per la società che per il revisore vista la delicatezza della funzione.

    Ancora il 5 febbraio 2020, il Ministro dello Sviluppo Economico, a seguito di interrogazione parlamentare, aveva escluso eventuali proroghe stante l’evidente “iniquità sotto il profilo concorrenziale delle imprese che hanno rispettato il termine di adempimento rispetto a quelle che, invece lo hanno disatteso”.

    Ed in effetti, così è: se esiste una legge va rispettata da tutti pena discriminazioni e distorsioni nel sistema della concorrenza.

    Ma l’Italia è il Paese delle proroghe, basti pensare che tutti gli anni il Governo vara un decreto chiamato “milleproroghe”, e così, a tempo scaduto, l’art 6 bis del citato decreto prevederebbe lo slittamento della nomina dell’organo di controllo o del revisore alla data di approvazione del bilancio 2019.

    Esclusa qualsiasi presunzione di sindacare il fatto che la proroga fosse giusta o sbagliata, sicuramente ciò che è censurabile è il metodo. Uno dei punti cardine di qualsiasi Paese è la certezza del diritto che da noi, troppo spesso, è diventato incerto comportando plurimi effetti negativi.

    Per favorire gli inadempienti, si è finiti nuovamente per penalizzare gli imprenditori in regola, che per tempo hanno studiato la normativa, hanno modificato i propri assetti organizzativi e hanno nominato il revisore o l’organo di controllo, sopportandone, almeno inizialmente, esclusivamente il relativo costo posto che i benefici saranno attesi in futuro. Ora cosa si inventeranno per premiare questi virtuosi? Che di virtuoso, per altro, poco avrebbero, posto l’esistente obbligo normativo artatamente disatteso a posteriori dallo stesso legislatore. Un contributo per le spese di adeguamento sostenute sarebbe auspicabile e potrebbe essere previsto contestualmente alla proroga.

    A coloro in regola, infine, mi rivolgo, invitandoli a non farsi prendere dallo scoramento, a non percorrere strade che porterebbero alla revoca del revisore (non del sindaco unico) per cessazione dell’obbligo normativo, posto che fra poco più di due mesi si troverebbero punto a capo, a meno che, cambiando gli esercizi monitorati si venga esclusi dall’adempimento. Ipotesi, questa, da verificare con riferimento al testo normativo in fase di approvazione.

    Certo è che, troppo spesso, si interviene a ridosso delle scadenze o, peggio ancora, a tempo scaduto, come nel presente caso. Così facendo si minano le fondamenta del sistema Italia che senza certezze non ripartirà mai: gli investitori stranieri saranno sempre più restii ad entrarvi stabilmente e i cittadini saranno sempre più incentivati ad arrangiarsi alla giornata, rimandando qualsiasi intervento trincerandosi dietro all’assioma che tanto, prima o poi, qualcuno ci metterà una pezza.

  • Italia prima nella Ue per finanziamenti dalla Bei

    L’Italia è di gran lunga il primo beneficiario della finanza Bei, la banca europea degli investimenti: 11 miliardi nel 2019 con un +14% rispetto al 2018 per 34 miliardi di investimenti sostenuti. Nel dettaglio si tratta di 9,7 miliardi di prestiti e 1,4 miliardi di equity e garanzie, questi ultimi attraverso il Fondo Europeo degli investimenti presieduto dall’italiano Dario Scannapieco che è vice presidente della Banca europea degli investimenti.

    Nella sostanza al nostro Paese che l’anno scorso si divideva il podio con la Spagna è andato il 17,3% dei 72,2 miliardi di finanziamenti della Bei l’anno scorso (+12,5%), spalmati su 143 operazioni domestiche. Mentre negli ultimi 10 anni, tra prestiti e investimenti, sono arrivati all’Italia 102 miliardi di nuova finanza per 277 miliardi di progetti. Grande sostegno alle Pmi con 41 miliardi dal 2010 ad oggi. Alle piccole e medie imprese italiane è andato il 18% del totale Bei nel settore. Nel 2019 le Pmi finanziate ammontano a 44.600 per 735mila posti di lavoro sostenuti. Nel decennio sono state oltre 309 mila per 6,5 milioni posti di lavoro.

    Bei ha inoltre proseguito l’impegno per i grandi gruppi con un nuovo target relativo alle imprese più piccole e più innovative come De Cecco a cui sono andati 13 milioni per migliorare la capacità produttiva o Molmed che ha ricevuto 15 per la ricerca e sviluppo nelle terapie geniche anticancro e contro malattie rare.

    Grande attenzione poi alla sostenibilità con una la Bei sempre più impegnata in progetti green la cui quota di finanziamenti salirà a livello continentale al 50% nel 2025 (dal 31% del 2019) Nel 2019 in Italia, nell’ambito di partnership con il sistema bancario sono stati finanziati 640 milioni per combattere il cambiamento climatico, 250 milioni per l’economia circolare e 400 milioni per l’agrieconomy. Grande attenzione anche alla Pubblica amministrazione e ai cittadini. Tra gli interventi messi in atto su tutti il piano scuola con 1,2 miliardi per gli edifici.

    L’Italia è infine il secondo Paese in Europa a beneficiare degli investimenti del Piano Juncker con il 15,2% del totale. Dal 2015 al 2019 sono stati attivati 458 miliardi di investimenti su 500 miliardi previsti in tutta Europa pari al 92% del totale. All’Italia sono stati erogati 11,3 miliardi di euro di finanziamenti. Il totale degli investimenti sostenuti nel periodo è pari a 69,7 miliardi.

     

  • Gli appalti si complicano, parola d’ordine semplificare

    L’Italia muore di burocrazia, questo il risultato che trova conferma anche nella ricerca della CGIA pubblicata a gennaio 2019, su dati della Commissione europea riferiti al 2017.

    Peggio di noi, in Europa, solo la Grecia e questo, visti i trascorsi , dovrebbe allarmare più che mai.

    Il coordinatore dell’Ufficio Studi Paolo Zabeo, in un’intervista pubblicata da ADNKRONOS il 12 gennaio 2019, segnalava come “il livello medio complessivo sia preoccupante. L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, che ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che, purtroppo, non vogliono più investire in Italia anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”.

    Le aziende e i professionisti che le assistono devono confrontarsi quotidianamente con adempimenti vari, comunicazione di dati, procedure in deroga e chi più ne ha più ne metta. Reverse charge, split payment sono ormai termini di uso comune, non solo per gli addetti ai lavori, che identificano situazioni in cui gli adempimenti sono traslati a carico di soggetti cui, in realtà non competerebbero. Questo sacrificio viene richiesto, ancora una volta, per arginare frodi in ambito iva o, comunque, cercare di ridurre il “vat gap” che ci vede primeggiare in Europa.

    Analoghi modus operandi sono stati adottati, già in passato, nel campo delle ritenute fiscali e previdenziali per limitare il fenomeno dei mancati versamenti.

    Ricordo che la ratio di effettuare le ritenute (previdenziali o fiscali) e rimettere il relativo versamento in capo al committente si basa sull’assunto del contrasto di interessi per cui, sottraendo l’adempimento alla “discrezionalità” del soggetto inciso si avrebbe maggior certezza che lo stesso venga effettuato correttamente.

    Apparentemente nemmeno questo meccanismo è ormai sufficiente in Italia per cui siamo costretti ad andare ancora a monte. Tant’è che il Dl 124/2019, all’art. 4, trasferisce in capo al committente (purché sostitutivo di imposta e residente in Italia), l’obbligo di versare le ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilati operate dall’impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice.

    E’ chiaro che il traslare questo tipo di adempimenti comporta un maggior aggravio burocratico in un sistema che invece dovrebbe essere notevolmente semplificato per riacquistare appeal e efficienza. L’adempimento è, tra l’altro, oltremodo macchinoso comportando che l’impresa appaltatrice fornisca al committente l’elenco nominativo dei soggetti con le relative ritenute operate, dimenticando che un medesimo lavoratore potrebbe aver lavorato presso più committenti con difficoltà quindi di ripartire e riattribuire l’onere sugli stessi.

    La novella prevede ancora che l’appaltatrice fornisca al committente la provvista in denari per effettuare il versamento, privando pertanto il contribuente di effettuare il versamento in compensazione con eventuali crediti tributari dallo stesso vantati.

    Unico modo, ad oggi, per sottrarsi all’inversione del soggetto incaricato ad effettuare il versamento delle ritenute è quello di operare con società appaltatrici che siano in esercizio da almeno cinque anni ovvero abbia eseguito nei due anni precedenti versamenti complessivi registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro nonché non abbiano pendenze con l’amministrazione finanziaria per importi superiori a cinquantamila euro.

    Emerge chiaramente come una simile condizione falsi la concorrenza penalizzando aziende di recente costituzione che, non solo verranno discriminate dai committenti che preferiranno evitare tutta la complessità burocratica descritta, ma anche laddove riuscissero a lavorare, non potranno usufruire legittimamente della compensazione di eventuali crediti vantati.

    Le intenzioni di fondo del legislatore saranno pur legittime e condivisibili, ma forse andrebbero perseguite con modalità differenti, senza aggravi burocratici e senza discriminazioni.

    Mi interrogo, infine, sulla tenuta del sistema e sui suoi fondamentali posto che servono continue deroghe. Deroghe che spesso e volentieri complicano la vita dei cittadini, ingenerano incertezza e accrescono il rischio di essere sanzionati. Tutto questo in un apparato che è già di per sé farraginoso e complicato e, come anticipato in premessa, andrebbe semplificato e non burocratizzato.

  • Il reddito di cittadinanza lascia le imprese prive di maestranze

    Qualcuno del M5s magari adesso le farà chiudere come l’Ilva di Taranto, così da poter dire che il reddito di cittadinanza è utile. Fatto sta che le imprese italiane soffrono di un gap di manodopera, soprattutto per quello che attiene personale con competenze digitali e ingegneri. L’anno scorso, secondo quanto segnala Confartigianato in un rapporto presentato alla Convention dei Giovani Imprenditori a Roma, le imprese italiane hanno registrato difficoltà di reperimento per 1.198.680 persone, pari al 26,3% delle entrate previste, a causa vuoi della scarsità dei candidati vuoi della loro inadeguatezza rispetto alle mansioni da svolgere.

    L’allarme relativo alla carenza di manodopera riguarda anche i giovani under 30: lo scorso anno le imprese non hanno potuto assumerne 352.420, pari al 27,8% del fabbisogno. Il problema di trovare personale, sottolinea il Rapporto, peggiora per le piccole imprese che nel 2018 non hanno potuto mettere sotto contratto 836.740 persone, di cui 245.380 sono giovani under 30.

    A scarseggiare sul mercato del lavoro sono soprattutto le professionalità dell’ambito digitale e dell’Ict: in questi settori nel 2018 le imprese richiedevano 48.800 giovani persone, ma quasi la metà (48,1%), pari a 23.450, sono considerate di difficile reperimento. Dal rapporto emerge che mancano all’appello soprattutto i giovani analisti e progettisti di software (difficile da trovare il 71,3% del personale richiesto dalle imprese, pari a 6.720 unità), e i tecnici programmatori (il 64,2%, pari a 6.990 unità, è di difficile reperimento). Le competenze digitali, al di là delle mansioni svolte anche le più tradizionali, sono richieste da quasi il 60% delle imprese. Ma questo requisito è difficile da soddisfare e lascia scoperti 236.830 posti di lavoro per giovani under 30.

    A livello regionale, la situazione più critica per assumere giovani under 30 si registra in Friuli-Venezia Giulia con il 37,1% dei posti di lavoro di difficile reperimento, Trentino-Alto Adige (34,2%), Umbria (31,6%), Veneto (31,6%) e Emilia-Romagna (30,5%). Il rapporto di Confartigianato mette in evidenza anche la difficoltà a trovare professionalità con titolo di studio adeguato alle esigenze delle imprese. In testa i laureati in ingegneria industriale: 55,5%, pari a 5.750 persone difficili da reperire, seguiti dai laureati in indirizzo scientifico, matematico e fisico (54,7%, pari a 3.370 persone introvabili sul mercato del lavoro), ingegneri elettronici e dell’informazione (52,4%, pari a 7.480 unità) e i diplomati in informatica e telecomunicazioni (50,4%, pari a 9.930 unità).

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