aziende

  • Federchimica invoca la crescita tramite una politica chiara per l’industria

    Negli ultimi quattro mesi 2019 la chimica italiana, secondo i dati diffusi in occasione dell’Assemblea annuale di Federchimica, ha visto la produzione restare ferma sui livelli dell’anno scorso e a inizio 2019, ed il presidente dell’associazione delle imprese di categoria (affiliata a Confindustria), Paolo Lamberti, ha richiamato tutti gli associati, e non solo loro, osservando che «è imperativo tornare a crescere».

    La chimica ‘paga’ contrazione del settore automotive, ma non solo quello; tirano infatti soltanto i consumi non durevoli delle famiglie, come cosmetica, detergenza e chimica destinata all’alimentare. E la flessione non riguarda soltanto il mercato italiano, ma anche l’export (-0,3% in valore nel primo trimestre, -0,6% nel solo mercato europeo che pesa circa per il 60% sulle esportazioni della chimica tricolore)

    «Negli anni recenti la Chimica si è dimostrata tra i comparti che meglio hanno saputo resistere al forte calo della domanda interna, con una quota di produzione destinata all’export che supera il 50%; dal 2010, le esportazioni sono cresciute più di quasi tutti gli altri principali produttori europei» ha osservato Lamberti, prima di proseguire: «Tornare a crescere è imperativo. Sono assolutamente necessarie semplificazione normativa e riforma della Pubblica amministrazione, ambiti dove il divario tra l’Italia e gli altri Paesi è massimo. Sono interventi che non generano debito pubblico e non vanno contro le regole europee, ma serve visione e volontà politica per attuarle. Per crescere abbiamo bisogno di investimenti per la ricerca e sviluppo così come della valorizzazione dei nostri centri di eccellenza per rendere attraente l’Italia per i ricercatori, italiani ed esteri».

    Senza citare direttamente il ministro dell’Ambiente, contrario a simili impianti, Lamberti ha osservato che «non si può pensare di fare a meno dei termovalorizzatori: in Italia ne abbiamo solo 39, mentre sono 126 in Francia e 121 in Germania, due Paesi considerati assolutamente virtuosi da un punto di vista ambientale». Ma più in generale, ha proseguito, «servono politiche stabili e di lungo periodo che favoriscano competitività e innovazione. E’ necessario che la politica industriale torni in cima alle priorità europee: auspichiamo la presenza di un Commissario di rilievo in grado di coordinare una vera politica industriale, che incentivi anche nuove eccellenze, in ambito manifatturiero e digitale».

    Di 56 miliardi di euro il valore della produzione della chimica nello stivale, le 2.800 aziende attive nel settore (con circa 110 mila addetti) fanno dell’Italia il terzo produttore europeo e l’undicesimo al mondo.

     

  • Il salario minimo ed il contesto italiano

    Da oltre un ventennio il pensiero economico dominante, espressione della nomenclatura nazionale, internazionale ed accademica, ha basato tutta la propria strategia di sviluppo sul principio della concorrenza considerata come l’unica artefice del benessere per i consumatori del mercato globale.

    Un vantaggio che risulterebbe essere espressione della maggior competitività, e di conseguenza produttività, che le imprese sarebbero costrette ad esprimere nell’affrontare appunto la concorrenza di e da ogni latitudine. Un principio concettualmente corretto ma che presenta la grande limitazione applicativa nel non tenere in alcuna considerazione il fattore “ambientale e normativo specifico nazionale” nel quale questa concorrenza si trovi ad esprimersi.

    La assoluta impossibilità di riformare la Pubblica Amministrazione italiana, infatti, rende il sistema paese assolutamente anticompetitivo nei confronti delle imprese italiane che operano nel mercato globale. Questo immobilismo normativo della PA di fatto trasforma ogni aumento della produttività interna alle aziende in una semplice diminuzione del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto).

    Questa teoria economica, quindi, manifestazione di un approccio superficialmente generalista e massimalista alle diverse realtà economiche (espressioni dei diversi contesti nazionali) trova ora una ulteriore espressione nella volontà di introdurre il salario minimo. Ennesima conferma di come tali iniziative normative siano frutto di approcci ideologici ed economici come della mancanza di un minino di conoscenza delle specificità del mondo globale (principio della concorrenza) ed ultimamente anche dei soli asset industriali italiani (salario minimo).

    Il settore industriale italiano è rappresentato per oltre il 95% da PMI le quali trovano il proprio successo nel grande livello qualitativo e specificità delle proprie lavorazioni, rientrando perciò nelle filiere tanto nazionali quanto internazionali nonostante paghino i costi aggiuntivi dell’inefficienza  della pubblica amministrazione e del sistema infrastrutturale. Questo successo che pone le nostre PMI come sintesi felice di know-how industriale e professionale al vertice mondiale è costretto a scontare  il costo aggiuntivo della pubblica amministrazione italiana che da sempre rema contro il  settore industriale a causa della posizione ideologica espressione della pubblica amministrazione stessa. In più, all’interno di un mercato globale emerge evidente come oltre al problema della concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera si aggiunga quello della estrema facilità del  trasferimento tecnologico in una economia digitale assolutamente senza più barriere (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/15/il-valore-della-filiera-by-ducati/).

    Tornando alla proposta del salario minimo, questo rappresenterebbe un aggravio di costi per queste aziende che rientrano per proprio ed esclusivo merito all’interno di queste filiere ad alto valore aggiunto sia nazionali che internazionali. Viceversa altre economie, come quella tedesca, nelle quali le grandi aziende rappresentano l’asse portante del settore industriale risulta evidente come il  salario minimo possa venire applicato e soprattutto compensato attraverso una compressione dei costi pagati alle aziende contoterziste che partecipano alla filiera del prodotto finito e contemporaneamente anche attraverso la ricerca di sinergie interne all’azienda stessa.

    In altre parole il salario minimo viene applicato in Germania ed assorbito grazie ad una riduzione dei costi che vengono trasferiti sul sistema complesso delle aziende a monte della filiera. Anche perché va ricordato che tutti i prodotti risultano complessi nel senso che rappresentano la sintesi di molteplici know-how industriali e professionali che intervengono nelle diverse fasi di lavorazione del prodotto stesso.

    Il maggior aggravio di costi può essere sopportato solo a valle della filiera (l’azienda mandante e titolare del prodotto finito che lo pone sul mercato) perché altrimenti qualora venisse applicato alle diverse PMI determinerebbe un effetto moltiplicatore per ogni singola fase del processo produttivo a monte del prodotto finito. Ritornando quindi all’asset tipico industriale italiano emerge evidente come questo fattore moltiplicatore dei costi interni (il salario minimo appunto) porterebbe le nostre PMI al di fuori di mercato fortemente concorrenziale e di conseguenza delle filiere. Un ragionamento talmente semplice che parte dalla conoscenza degli asset industriali evidentemente sconosciuti alle menti elaboratrici di questa iniziativa normativa. Una volontà politica espressione della assoluta incompetenza che riesce a trasformare un’idea concettualmente corretta ma in un contesto diverso (come in Germania) in un fattore anticompetitivo drammatico per l’intero asset industriale italiano. Ancora oggi si cerca di individuare nell’Unione Europea il nemico che impedirebbe la nostra crescita economica, quando, invece, siamo noi italiani con la nostra ignoranza i peggiori nemici di noi stessi.

  • Tempo reale

    Mai come negli ultimi anni il concetto di “tempo reale” rappresenta il perno di ogni strategia economica, politica e sociale. In particolare nel settore economico-industriale questo concetto di derivazione digitale rappresenta l’evoluzione del “Just in time” che aveva rivoluzionato il processo produttivo negli anni ’90 cercando di sintonizzare quanto più possibile l’offerta di prodotto alla domanda del mercato.

    Il concetto di “tempo reale” è fondamentalmente una logica applicazione proveniente dalla inarrestabile evoluzione tecnologica del mondo digitale inserita all’interno di strategie, queste ultime da intendersi come sintesi di intelligenza umana e conoscenza. In altre parole, al di là dell’importanza del supporto tecnologico che fornisce le necessarie informazioni risulta fondamentale la capacità di analisi ed elaborazione delle medesime.  La digitalizzazione rappresenta, quindi, un supporto fondamentale ma risulta molto più legata ad una innovazione di processo che non ad una innovazione di prodotto, anche inteso nella sua accezione più ampia e quindi anche come strategia economica, “prodotto” della competenza professionale. Risulta, invece, assolutamente inutile, va comunque sottolineato, se tale supporto non venga correttamente utilizzato.

    In questo contesto, allora, mentre in Europa fervono le campagne elettorali e nei singoli Paesi come l’Italia si discute della riduzione dell’IVA sugli assorbenti, ecco che la guerra commerciale che contrappone gli Stati Uniti alla Cina ha comunque avviato un processo all’interno del mondo produttivo ed economico mondiale. Molte aziende internazionali che avevano delocalizzato la propria produzione all’interno della Repubblica cinese, per evitare anche solo l’idea di dover pagare dei dazi per accedere al mercato statunitense, stanno infatti riposizionando le proprie produzioni. Alcune di queste prendono la via dell’Indonesia o del Vietnam, giocando sempre su fattore del basso costo della manodopera. Altre aziende, invece, stanno adottando la politica del reshoring produttivo riportando negli Stati Uniti le produzioni una volta in territorio cinese. In questo secondo caso viene considerato dalle stesse aziende maggiormente vantaggioso il pacchetto costo del lavoro/servizi offerti dalla pubblica amministrazione statunitense ad una politica fiscale incentivante dei singoli stati della federazione.

    In questo contesto ecco come una visione intelligente e strategica sia da parte dell’Unione Europea che del nostro Paese spingerebbe entrambi ad aprire, assieme all’associazione di categoria (Confindustria e Api in accordo con i sindacati), una piattaforma normativa e fiscale per agevolare l’occasione che la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti sta offrendo e quindi supportare il rientro di aziende manifatturiere all’interno del perimetro nazionale. Avviando in questo modo finalmente una politica di sviluppo economico non basata su una maggiore spesa pubblica (come sempre da oltre vent’anni finanziata a debito) ma attraverso riallocazioni produttive, le uniche che possano assicurare livelli di occupazione e retribuzioni medio alte e di conseguenza un concreto aumento della domanda interna di beni e servizi.

    Viceversa, l’intera classe politica italiana ed europea dimostrano ancora una volta la propria inettitudine per l’incapacità di cogliere le opportunità che anche una situazione di crisi geo politica come quella che contrappone i due colossi Stati Uniti e Cina possa offrire. Dimostrando, in questo modo, come anche il supporto digitale da solo non possa contribuire a supportare alcun beneficio se non accoppiato ad una capacità intellettiva della classe politica e dirigente. L’evoluzione tecnologica rappresenta, infatti, un fattore fondamentale come supporto all’elaborazione di strategie offrendo la possibilità di analisi in “tempo reale”. Di certo, però, non può sostituirsi alla assoluta incompetenza, espressione di tempi assolutamente “pre analogici” che il governo in carica come la stessa Unione Europea esprimono senza vergogna avendo eletto la propria incompetenza ad espressione di virtù.

  • La Commissione Ue alza a 20mila euro il sostegno consentito agli agricoltori

    La Commissione europea ha deciso di innalzare da 15mila a 20mila euro, con deroghe fino a 25mila euro, in un triennio, il tetto degli aiuti ‘de minimis’ che uno Stato membro può concedere a ogni azienda agricola senza il preventivo via libera di Bruxelles. Secondo Bruxelles infatti il regime ‘de minimis’ ha dimostrato di essere particolarmente utile in tempi di crisi in quanto permette una reazione veloce per aiutare gli agricoltori a superare emergenze, come gap di liquidità temporanei. Tuttavia, per evitare distorsioni di mercato, la Commissione europea ha fissato gli importi massimi degli aiuti che uno Stato membro può concedere e limiti dei contributi per settore.

    Nel testo, pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue, si precisa che, il massimale dell’aiuto concesso a un’impresa unica nell’arco di un triennio dovrebbe essere elevato a 20mila euro, con un limite nazionale che per l’Italia è di 679,7 milioni di euro. Inoltre, di fronte alle necessità espresse da alcuni Stati membri, la Commissione Ue – a determinate condizioni – consente un aumento sia dell’aiuto per azienda, che può essere portato fino a 25mila euro, sia del limite nazionale degli aiuti, che per l’Italia passa ad un totale di 815,6 milioni di euro. In questo caso però, gli Stati membri non possono concedere più del 50% dell’importo ad un unico settore produttivo. Inoltre, dovrebbero creare un registro centrale degli aiuti concessi. Il regolamento della Commissione europea entrerà in vigore il prossimo 16 dicembre e si applica fino al 31 dicembre 2027.

  • Nei board dei grandi gruppi latita la presenza femminile

    Nel settore tech inglese vi è una “preoccupante” mancanza di diversità tra i suoi dirigenti senior. Lo rivela un recente rapporto dell’agenzia Inclusive Boards riportato dal Guardian secondo cui il settore è in ritardo rispetto al FTSE 100 e all’economia in generale su misure che includono la rappresentanza di genere, razza e classe. Solo l’8,5% dei leader senior nella tecnologia proviene da un background di minoranza, secondo il rapporto, mentre le donne costituiscono solo il 12,6% dei membri del consiglio di amministrazione del settore  rispetto alla rappresentanza femminile del 30% ora raggiunta dalle aziende del FTSE 100.

  • Gli istituti bancari abbandonano i distretti industriali massima espressione contemporanea del Made in Italy

    Il sistema dei distretti industriali rappresenta la formula vincente per l’unione tra capitale industriale ed umano la cui visione è proiettata ai mercati internazionali (market oriented), e quindi premiano la felice sintesi di know how industriale e umano rendendo il prodotto finale espressione della sintesi culturale attuale del nostro Paese. Questi asset industriali complessi ed articolati, per rimanere in linea con le sfide della globalizzazione, ovviamente necessitano del supporto di una pubblica amministrazione efficiente e veloce ma soprattutto di un sistema creditizio che fornisca gli strumenti finanziari necessari a supportare gli investimenti con il fine di mantenere il livello “premium” dei prodotti espressione degli stessi distretti.

    Da una recente ricerca della First Cisl (sindacato dei lavoratori del sistema bancario e finanziario) emerge come dalla esplosione della crisi del 2008 mediamente i distretti industriali paghino una diminuzione degli sportelli bancari operanti nel territorio del 20%, con una parallela diminuzione del credito del 18% a fronte, viceversa, di un aumento dei depositi del 32%.

    In termini generali questi dati dimostrano come il sistema bancario stia sostanzialmente tradendo la propria funzione istituzionale in quanto a fronte di un aumento del depositi non solo non  corrisponda un aumento dei finanziamenti agli operatori del distretto ma addirittura si debba registrare una diminuzione degli affidamenti. Questa politica del sistema bancario è così l’ulteriore conferma della criticità nel suo complesso in quanto, parallelamente alla crescita dei depositi, viene avviata una politica di dismissioni immobiliari che testimonia come la crisi strutturale dell’intero sistema sia molto lontana dalla propria soluzione.

    Tornando ai numeri, espressione di questa politica di abbandono nel distretto dell’occhialeria di Belluno in testa alla classifica per redditività assieme al distretto del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e del prosciutto di Parma, si registrano per il primo una calo del -25% delle filiali bancarie mentre per il secondo del -34% ed il terzo del -16%. Parallelamente si riscontrano diminuzioni dei finanziamenti al sistema industriale distrettuale del -13% in riferimento al distretto di Parma ma che arrivano a picchi del -42% a Longarone (vera culla dell’occhialeria bellunese) del -33%  a Pieve di Cadore (sempre provincia di Belluno distretto dell’occhialeria) fino a -31% nel distretto del prosecco di Valdobbiadene.

    Nei distretti del Tessile Abbigliamento di Prato e Carpi le chiusure di filiali arrivano al -29 % e -20% rispettivamente, mentre per i distretti dell’oro come Vicenza, anche a causa della implosione  della Popolare di Vicenza, si registra un calo di filiali del -25% mentre i prestiti segnano un preoccupante -29%. Risultati, del resto, simili all’altro distretto orafo di Arezzo, colpito dalla crisi di banca Etruria con calo delle filiali del -19% e degli affidamenti del -24%.

    Infine il distretto conciario del vicentino evidenza una calo delle filiali del -26% e dei finanziamenti del -23%.

    Quindi ribadendo la funzione centrale del sistema bancario, espressione di un sistema creditizio da sempre istituzionalmente finalizzato al sostegno del  sistema economico e produttivo, quale futuro si potrà mai avviare se il sistema creditizio abbandona il settore industriale ed in particolare le eccellenze dei distretti dell’occhialeria, del tessile abbigliamento e dell’agroalimentare.

    E’ evidente come il sistema bancario italiano sia ormai scollegato completamente dalla realtà oggettiva di un sistema economico industriale perennemente in competizione nel mercato globale.

    Da sempre il tessuto connettivo dell’impresa nel suo articolato complesso viene rappresentato dal sistema creditizio il quale agevola le operazioni di investimento e sconta crediti a medio e lungo termine. Sembra incredibile come di fronte ad una situazione del genere, che vede i principali istituti bancari italiani impegnati in operazioni di dismissione immobiliare confermative di una crisi di sistema, nessuna attenzione maggiore venga dimostrata da parte delle autorità politiche ed economiche.

    Parallelamente alla valutazione della crisi bancaria si dovrebbe affiancare un sistema normativo  statale che potesse supportare le filiere produttive italiane, le uniche che possano assicurare occupazione e retribuzione di medio ad alto livello. Il mancato supporto del sistema bancario alle eccellenze dei distretti industriali dimostra la necessità di affrontare il tema del sostegno creditizio  alla crescita proprio alla luce dei dati emersi dalla ricerca presentata. Un approccio che risulti  espressione di un’impostazione innovativa esattamente come quando si passò dal sistema bancario pubblico a quello privato, con il fine quindi di delineare il nuovo perimetro operativo di un sistema creditizio ideato e realizzato per le reali esigenze del mondo industriale ed imprenditoriale dei distretti.

    Non esiste futuro industriale ed economico per una nazione senza un adeguato sistema bancario sintonizzato con le reali esigenze, nello specifico dei distretti industriali italiani, massima  espressione contemporanea del Made in Italy.

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Svizzera e Toscana: i modelli di sviluppo Richemont

    La realtà supera spesso ogni  modello di riferimento. Al di là della la specificità del mercato alto di gamma della orologeria svizzera, della quale IWC è sicuramente uno dei massimi esempi, l’essenza del nuovo sito di produzione IWC dovrebbe rappresentare l’esempio della nuova strategia industriale che il gruppo di Schaffhausen sta consolidando.

    All’interno del nuovo centro di produzione infatti verranno realizzati sotto il medesimo tetto tutti  i vari componenti dei prestigiosi orologi, come le casse, ma  anche i movimenti degli orologi IWC.

    Una scelta strategica ed una politica industriale confermata anche dall’investimento che lo stesso gruppo Richemont sta realizzando parallelamente in Toscana. Il gruppo svizzero di proprietà sudafricana infatti ha trasformato quella che era una azienda di pelletteria, “Mont Blanc pelletteria”, nel gruppo “Richemont pelletterie” che produrrà per l’intero gruppo che possiede marchi di altissimo prestigio,  cinture, accessori e borse, quindi con un “valore unitario” certamente inferiore rispetto  all’alta orologeria svizzera. Tuttavia  viene  confermata la filosofia di organizzazione industriale.

    L’investimento di Schaffhausen nel sito di produzione dei famosi orologi IWC, come quelli in Toscana, dimostra la volontà del gruppo svizzero di organizzare la produzione attraverso una centralizzazione e gestione interna in assoluta antitesi rispetto all’outsourching, che ha come obbiettivo strategico la trasformazione di tutti i costi fissi in costi variabili.

    La scelta strategica viceversa viene considerata dal  gruppo svizzero valida sia per prodotti ad alto valore aggiunto, come l’orologeria, che per prodotti di pelle che hanno un valore inferiore, quindi indipendentemente dal ” valore intrinseco” del prodotto,ma semplicemente dal posizionamento nell’alto di gamma per ogni settore merceologico.

    In un mercato globale nel quale non esistono più le canoniche stagioni di vendita come di produzione l’intero arco dell’anno si presenta come una unica  stagione per entrambe le funzioni industriali, sempre  in costante e continua ricerca della sintonia con i mercati  che manifestano  esigenze e peculiarità tra le più diverse, il gruppo svizzero dimostra la propria soluzione strategica a tale richiesta del mercato globale  ed una delle ragioni del proprio  successo e della crescita rispetto alle altre dottrine economiche anacronistiche  per un  mercato globale. In più, l’applicazione della digitalizzazione nell’organizzazione produttiva (la tanto osannata industria 4.0) permette al gruppo svizzero di minimizzare l’impatto dei costi  della gestione ed organizzazione interna della produzione rispetto al vantaggio di un Time to Market assolutamente vincente e minimo rispetto ad un’azienda terziarizzata così da risultare perfettamente in sintonia con le diverse stagionalità di un mercato globale.

    Questa organizzazione strategico-industriale si confronta nel nostro Paese con il  senso generale della ineluttabilità delle vendita dell’ennesimo gruppo italiano, Versace, ad un azionista statunitense. Le ragioni possono risultare molteplici e non escludono una incapacità dell’attuale proprietà  di interpretare le innovazioni e richieste di un mercato sempre più esigente e competitivo.

    Sembra del resto incredibile come ancora una volta si assista ad una incapacità di interpretazione ma soprattutto di comprensione di come il sistema moda risulti  superato, in termini di riferimento, come modello industriale  dall’ agroalimentare e dal sistema del mobile e dell’arredamento.

    Certamente la legittima cessione dell’azienda da parte dalla famiglia nasce anche da un abbandono del mondo del credito che sempre meno sostiene le imprese e tanto meno i loro programmi di sviluppo, specie se Pmi.

    Ora, tornando al gruppo svizzero Richemont, resta da chiedersi come possano esistere, in Svizzera ed  in Italia, realtà economiche assolutamente  contemporanee e vincenti ma al tempo stesso distanti  da quella proposta economico strategica sostenuta dal mondo politico e dal mondo accademico negli ultimi vent’anni.

    Paradossale poi come “i nuovi e vincenti  modelli economici e soprattutto aziendali” non vengano più dalla elaborazione di modelli legati alla sola vitalità delle nostre Pmi (che continuano impavide e sole nel mercato internazionale) ma da aziende estere che hanno saputo rielaborare il nostro modello di “creazione del valore” classico degli anni ottanta ma che nel loro sviluppo risultano arenate anche per incapacità di sintonizzazione  delle proprie evoluzioni con il mercato globale.

    Non cogliere il significato strategico delle scelte del Gruppo Svizzero in Svizzera e in Toscana rappresenterebbe un errore di dimensioni epocali…

  • Imprese sempre più al setaccio dell’amministrazione fiscale

    Le imprese italiane sono viste con sempre maggior sospetto da parte delle autorità pubblica, secondo quanto denuncia la Cgia di Mestre.

    Nel 2017 le aziende hanno subito 1,595 milioni di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Tra accertamenti analitici o parziali, controlli incrociati o eseguiti per strada, accessi in azienda, verifiche sulla corretta emissione di scontrini e ricevute o comunicazioni spedite via Pec su anomalie riscontrate negli studi di settore, quasi un’azienda italiana su 3 è stata oggetto dell’attenzione del fisco.

    L’anno scorso le ispezioni sono più che raddoppiate rispetto al 2016, in particolare in seguito all’attività di “compliance”, ovvero alle comunicazioni preventive con le quali l’amministrazione finanziaria ha chiesto agli imprenditori informazioni su presunte incongruenze emerse dall’analisi della propria posizione fiscale. A queste ispezioni vanno poi aggiunte quale legate all’azione di controllo realizzata dall’Inps, dall’Inail e dalle Asl.

    Gli accertamenti sono stati 157.917, di cui 144.877 nei confronti di imprese e lavoratori autonomi con volume d’affari al di sotto dei 5,164 milioni di euro, i controlli 34.479, i controlli strumentali 522.522. Si tratta di atti con i quali viene contestato un maggior reddito e possono essere compiuti sotto forma di accertamento analitico o parziale. Le attività di controllo si concretizzano in accessi in azienda per verificare la corrispondenza dei documenti contabili a effettivi fatti di gestione, ovvero la corrispondente archiviazione nei registri aziendali. Possono essere anche controlli incrociati con la documentazione di altre imprese Quando si tratta di controlli strumentali sono eseguiti principalmente dalla Guardia di Finanza e sono diretti a verificare la corretta emissione di scontrini e ricevute fiscali, comprendono anche i controlli su strada relativi al trasporto merci e all’individuazione di indici di capacità contributiva.

    Le comunicazioni per la compliance sono state 880.425, le comunicazioni di anomalie relative agli studi di settore 147mila.

  • Pil warning

    Per le aziende quotate che risultano soggette ad una disciplina molto rigida in relazione alle comunicazioni ai propri soci spesso si assiste alla dichiarazione di “profit warning” nel caso in cui il management aziendale  intenda avvertire i proprio azionisti che per l’anno in corso gli utili risulteranno in discesa se non azzerati.

    Immancabilmente, invece, in Italia, come ogni anno da parte di istituti quali Istat e Centro Studi Confindustria, tra giugno e settembre vengono rivisti i dati della crescita economica rispetto a quelli inseriti nella legge finanziaria varata l’anno precedente dal governo. Parlando quindi dello Stato italiano, composto non da azionisti ma da cittadini, la riduzione della crescita si manifesta, di conseguenza, non con una diminuzione del “dividendo azionario” ma attraverso un progressivo aumento inevitabile della pressione fiscale o una riduzione della spesa corrente al fine di mantenere l’equilibrio finanziario. Quindi, come ogni anno da oltre un ventennio, si assiste al “Pil warning”.

    Nel primo caso, cioè per le aziende quotate, l’effetto del warning risulta quello di una riduzione della redditività delle quote azionarie. Nel secondo, e ci riferiamo allo Stato italiano, viceversa l’effetto si manifesta attraverso la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva per mantenere l’equilibrio economico-finanziario garantito da entrate fiscali che invece, proprio a causa del PIL Warning, risulteranno sicuramente inferiori progressivamente alla minore crescita. Senza tale manovra aggiuntiva salterebbero le coperture finanziarie per i capitolati di spesa del bilancio dell’anno in corso.

    Mentre nel primo caso il Warning si traduce in una riduzione dei margini azionari, e quindi della disponibilità economica, nel secondo si traduce in un aumento ulteriore della pressione fiscale o una malaugurata riduzione della spesa pubblica che negli ultimi anni quasi sempre si è trasformata in una riduzione dei trasferimenti agli enti locali. Quest’ultimi poi la trasformano in una riduzione dei servizi sanitari e di altro genere alla cittadinanza.

    La Frenata del PIL stimato ora al +1,3%, unito al forte calo dell’export oltre Ue ( -2,7%), inevitabilmente si trasformeranno in una manovra correttiva. Quindi, come ampiamente anticipato, tutti i dati entusiastici raccontati e favoleggiati dagli ultimi due ex governi Renzi e Gentiloni e dalle rispettive maggioranze si sciolgono in soli tre mesi come neve al sole. Si renderà necessaria inevitabilmente una ulteriore manovra correttiva legata alla decrescita del PIL al di sotto delle previsioni governative (di circa 9 miliardi), in aggiunta a quella già conclamata e scaturita

    dall’aumento dei tassi di interessi e di conseguenza dei costi al servizio del debito pubblico (altri 5/9 miliardi). Ovviamente a questi andranno aggiunti anche i 14 miliardi necessari per bloccare l’effetto delle clausole di garanzia relative all’aumento dell’Iva. Ancora una volta tutti i centri studi, in particolare di Confindustria, durante l’emanazione e la elaborazione della legge finanziaria o Def  per l’anno 2018 hanno fornito un supporto poco professionale alla politica governativa, specialmente in relazione alle prospettive di crescita del PIL. Poi, come sempre, da anni tali elaborazioni vengono successivamente smentite tra giugno e settembre.

    La compagine politica di maggioranza e di governo di cui questa risulta l’espressione possono avere il desiderio di offrire scenari economici di sviluppo positivi quando si trovano al governo e questo si può anche comprendere. In questo senso basti ricordare un ex ministro dell’Economia che affermò che in 4 anni avrebbe portato la quota export sul PIL dall’attuale 28,7% ad oltre il 50%. Un’affermazione priva di qualsiasi supporto ma soprattutto competenza economica e di conoscenza del mercato.

    A riprova si ricorda che della primavera del 2015, in cui la quota Export era il 28,5% sul PIL (periodo di uscita di questa entusiastica intervista al Corriere della Sera), nonostante il clima sempre più concorrenziale e competitivo le aziende italiane sono riuscite ad aumentare complessivamente la quota Export su PIL all’attuale 29,7, quindi con una crescita importante di oltre lo 0,4 % l’anno. Un risultato determinato solo ed esclusivamente dalle capacità delle imprese italiane di presidiare i mercati esteri e non certo dalla capacità o dal supporto del governo per il quale, dopo aver stanziato 34 milioni per la lotta all’italian sounding, di questa priorità non resta alcuna traccia.

    Non può essere comprensibile e tanto meno giustificabile da parte di certi studi non mantenere delle posizioni terze per evitare le continue smentite a sei mesi dalle proprie previsioni economiche.

    Tutto questo poi in un contesto nel quale i titolari dei dicasteri economici affermavano che la ripresa economica sarebbe avvenuta attraverso la forte esplosione dell’export, il cui calo del 2,7% (maggio 2018/2017 extra Ue) dimostra ancora una volta la loro assoluta “eccentricità” nelle previsioni economiche. Una responsabilità che ovviamente cadrà sul governo in carica il quale invece di affrontare queste problematiche terribili favoleggia di flat Tax, reddito cittadinanza e amenità varie invece di affrontare la terribile eredità lasciata dai governi Renzi e Gentiloni.

    Ovviamente, tornando al parallelo tra azienda e Stato italiano, a fronte di un profit warning molto spesso gli azionisti rispondono attraverso il ritiro della delega e della fiducia al management e, in taluni casi, chiedendone anche la messa sotto accusa. Viceversa, nella gestione della complessa economia italiana la responsabilità rimane un parametro sconosciuto all’intera classe politica, in particolar modo se “tecnica”.

    La decadenza economica del nostro Paese, ieri come oggi, nasce da una classe politica e dirigente che si dimostra sorda e cieca rispetto all’impatto dei fattori economici da loro determinati.

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