dollaro

  • US could follow the EU into negative interest rate territory

    President Donald Trump is calling for zero or negative rates in the US, in line with EU and Japanese monetary policy. That policy shift is the combination of economic reality and electoral calculation.

    In 2016 Trump accused the US Federal Reserve of getting savers “absolutely creamed” with an ultra-low rate policy but three years following his election he has become a major advocate for cheap liquidity. In September he explicitly asked the US Fed to slash rates to zero or even into negative territory.

    “Go across the world and you’ll see either very low-interest rates, or negative rates. The President wants to be competitive with these other countries on this, but I don’t think he’ll fire Jay Powell (even if I should!),” Trump Tweeted.

    But US growth has come to a halt.

    The economy slowed further in the third quarter, as consumer spending is declining. Retail accounts for two-thirds of the US economy and it is losing ground as tariffs to Chinese and European products are taking their toll.

    On Wednesday the Commerce Department will provide a GDP snapshot, which is not likely to confirm a decelerating momentum towards recession. The effect of the $1.5 trillion tax cut package is wearing off and second-quarter growth was 1,6%, compared to 2% in the first quarter. Third-quarter is likely to show further decline.

    The economy is hamstrung largely because of the Sino-American trade war, ending an 11-year continuous growth streak. Inflation is projected to be below the 2% target, closer to 1,7%, despite rising prices on a range of products. In fact, the declining trade deficit shows subdued consumption, which in the US heralds bad news for the economy.

    While unemployment is at a 50-year low, consumer confidence is falling and business investment has contracted to three-year lows, including in the oil sector. The disaster of the 737 Max is also taking weighing heavily on manufacturing. Industries were building a stock in anticipation of increased Chinese tariffs but this positive effect on the GDP is now wearing off.

    As the US enters an election year Trump is eager to maintain growth and avoid the kind of economic slowdown the economy experienced in 2008/9. Now, a growing number of economists are looking for a domestic jolt to the economy, espousing bold expansionary monetary policy, including the conservative Fed Chair Alan Greenspan.

    Negative rates penalize financial institutions for saving money rather than lending to the real economy. However, they also penalize private savings, fixed-income funds – mostly pension scheme – and thus can have a detrimental political effect in mature and ageing societies. In addition, cheap liquidity in full employment conditions can inflate housing prices, leading to further inequality as homeownership becomes more expensive.

     

  • Il dollaro da solo non basta più

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 13 settembre 2019.

    Alla recente riunione di banchieri a Jackson Hole il governatore della Bank of England, Mark Carney, ha proposto di sostituire il dollaro, come moneta di riferimento negli scambi commerciali e nelle riserve internazionali, con la Synthetic Hegemonic Currency (Shc), una nuova valuta, non più fisica ma digitale. Un’idea temeraria, come lui stesso ammette. Secondo noi, si tratta di una proposta che potrebbe rendere ancor più instabile il già precario sistema monetario internazionale.

    Il governatore centrale inglese prende come esempio la moneta digitate Libra, recentemente proposta da facebook.com, che dovrebbe diventare il nuovo strumento di pagamento per le transazioni commerciali fatte sempre più online. Libra dovrebbe essere la nuova moneta privata che sostituirebbe le valute nazionali finora utilizzate, a cominciare dal dollaro. Sarebbe utilizzata da acquirenti e altri clienti privati che operano con strumenti telematici.

    La Shc, invece, dovrebbe essere emessa dall’autorità pubblica, cioè dalle banche centrali attraverso una loro rete di monete digitali. L’intento britannico sembra essere soprattutto volto a opporsi alla tendenza egemonica dello yuan cinese che, come Carney afferma, dal 2018 avrebbe già superato la sterlina nei contratti petroliferi. Naturalmente la nuova moneta digitale ridurrebbe anche l’influenza dominante del dollaro stesso. Un mondo con due monete competitive di riserva, afferma il governatore, renderebbe instabile l’intero sistema monetario mondiale. La Grande depressione del ’29, aggravata dalle tensioni tra la sterlina e il dollaro, dovrebbe essere d’insegnamento.

    La nota di Carney rivela che la Bank of England è consapevole di ciò che avviene a livello globale. Del resto egli sottolinea che «la City è il principale centro finanziario internazionale». La conclusione della Bank of England è sicuramente azzardata. Le sue analisi di fondo, però, meritano una certa considerazione.

    Il governatore afferma che la globalizzazione ha accresciuto l’impatto e i riverberi degli eventi internazionali sulle varie economie. Di conseguenza, il sistema del tasso d’inflazione flessibile e dei tassi d’interesse fluttuanti, adottato dalle banche centrali, non regge più. Ciò ha determinato destabilizzanti asimmetrie nel sistema monetario internazionale. Infatti, mentre l’economia mondiale è passata attraverso processi di aggiustamenti, il ruolo del dollaro, invece, è rimasto uguale a quello che aveva quando il sistema di Bretton Woods nel 1971 collassò. È innegabile il fatto che le decisioni monetarie della Federal Reserve stiano producendo effetti negativi in molti paesi, anche in quelli che hanno pochi rapporti economici con gli Usa.

    Egli afferma giustamente che «un sistema unipolare non è adatto per un mondo multipolare». Ricerche ufficiali dimostrano come una rivalutazione del dollaro dell’1% comporterebbe una contrazione dello 0,6% nei volumi di commercio nel resto del mondo. Si ricordi che metà delle transazioni commerciali mondiali è effettuata ancora in dollari! Ma la quota delle importazioni Usa è solo un quinto del totale dell’import mondiale. Perciò, a nostro avviso, anche la riforma delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), è sempre più necessaria.

    Il dollaro, in quanto moneta dominante del commercio mondiale, è anche la valuta principale di riserva e di riferimento per la maggior parte dei titoli emessi nei paesi emergenti. Per circa due terzi del totale. Ciò ha inevitabilmente indotto queste economie a creare delle misure di sicurezza, aumentando le loro riserve in dollari e contribuendo così a creare quello che da tempo è chiamato «carenza mondiale di risparmi». Si stima che le riserve monetarie dei paesi emergenti potrebbero raddoppiare nei prossimi dieci anni, con un aumento di ben 9.000 miliardi di dollari.

    Noi riteniamo che la nuova moneta digitale Shc non sia la soluzione giusta. Essa, di fatto, annullerebbe progressivamente il ruolo, anche di controllo, delle banche centrali e degli stessi governi. Una questione, affatto secondaria, riguarda la sicurezza e le garanzie monetarie: chi sarebbe il «prestatore di ultima istanza»?

    Finora, e lo abbiamo visto nella Grande Crisi anche se con ritardi e lacune, il garante finale è stato la banca centrale dei vari paesi coinvolti. Il dollaro, da solo, non è oggettivamente più in grado di sostenere l’intero sistema monetario, finanziario, economico e commerciale mondiale. Riteniamo perciò che sia giunto il tempo per la creazione di un sistema monetario multipolare basato su un paniere di monete importanti e per l’attivazione di una nuova «moneta di conto» simile ai Diritti Speciali di Prelievo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il dollaro ora ha il fiato pesante

     

    Di seguito riproponiamo l’articolo “Il dollaro ora ha il fiato pesante” che l’ex sottosegretario all’Economia Mario Lettieri e l’economista Paolo Raimondi hanno pubblicato su ItaliaOggi il 3 agosto

     

    Se persino un economista della banca americana Jp Morgan Chase, la più grande tra le «too big to fail» (troppo grosse per poter fallire ndr) ammette che l’era del dollaro come moneta degli scambi internazionali è arrivata al termine, vuol dire che qualcosa d’importante sta veramente cambiando nel sistema monetario mondiale. Il dollaro è stato la valuta di riserva dominante per quasi un secolo. Ma Craig Cohen, l’economista della citata banca, afferma che «il dollaro potrebbe perdere lo status di principale valuta internazionale».

    Una causa non secondaria è il crescente potere delle economie asiatiche, in particolare quello della Cina e del Giappone. Oggi l’intera regione asiatica, che comprende anche la Russia, vanta più del 50% del pil mondiale. E, com’è noto, per i commerci interni di questa vasta area si fa sempre più spesso uso di monete locali. L’altra ragione sta nel gigantesco debito pubblico americano che ha raggiunto i 22 mila miliardi di dollari. Ciò, inevitabilmente, rende la valuta americana più vulnerabile e meno appetibile per gli investitori. La prova evidente è la corsa all’oro e la crescita del suo valore. La Russia e la Cina guidano quest’azione. Nei primi cinque mesi dell’anno hanno aumentato le loro riserve auree di ben 70 tonnellate.

    Sembra che negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve russe sia quasi decuplicata. La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Un quinto di tutte le riserve russe. Nel 2018 la Banca centrale russa ha dimezzato le riserve di dollari passando dal 45,8% al 22,7% del totale, sostituendoli con l’euro (passato dal 21,7% al 31,7%) e con lo yuan (salito dal 2,8% al 14,2% del totale)

    La Cina da gennaio sta acquistando decine di tonnellate di oro il mese che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa duemila tonnellate. Rimane ancora molto spazio, poiché l’oro rappresenterebbe solo il 3,5% del totale delle riserve cinesi. Comunque, la concentrazione di oro è ancora negli Usa. Vi sarebbero, infatti, circa 8.200 tonnellate, pari a oltre il 70% di tutte le riserve americane. Una simile percentuale vale anche per la Germania. In Italia l’oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve. Ma la tendenza a livello mondiale di rimpiazzare il dollaro, nella composizione delle riserve, con l’oro e con altre monete prosegue speditamente.

    La progressiva perdita di affidabilità del «sistema dollaro» è testimoniata anche dalla presa di distanza di molti investitori istituzionali internazionali dai titoli di stato americani. In passato la Russia era ritenuta uno dei maggiori investitori in Treasury bond. Nel 2010 ne aveva 176 miliardi di dollari. Adesso la quota è scesa a 12 miliardi. La Cina, il principale detentore mondiale di Treasury bond, mese dopo mese ne vende per decine di miliardi di dollari. Negli ultimi due anni ha raggiunto il minimo storico, scendendo a 1.100 miliardi.

    Anche i più stretti alleati degli Usa incominciano ad avere dubbi circa l’attendibilità del sistema finanziario americano, tanto che persino la Gran Bretagna nel solo mese di aprile ha ridotto il portafoglio di obbligazioni americane di 16,3 miliardi di dollari. Il Giappone, che è il secondo creditore degli Usa, ha fatto lo stesso.

    Secondo il ministero delle Finanze di Washington, la stessa disaffezione si starebbe manifestando anche nella borsa di Wall Street, dove nei passati 13 mesi gli investitori stranieri avrebbero venduto azioni di società americane, soprattutto dei settori high tech, per circa 215 miliardi di dollari.

    Nonostante tutto ciò, Trump auspica una svalutazione del dollaro. Così, sostiene lui, si comprerebbero meno beni sui mercati mondiali e le esportazioni americane diventerebbero più competitive.

    In uno dei suoi recenti «messaggini» ha detto che «la Cina e l’Europa giocano con la grande manipolazione monetaria e immettono ingenti quantità di soldi freschi nei lori sistemi allo scopo di competere con gli Usa». Il presidente americano chiede, quindi, di stampare più dollari e con essi comprare altre monete, rendendo più conveniente per gli investitori stranieri cambiare le loro valute in dollari.

    Molti, anche negli Usa, gli hanno fatto notare che un dollaro svalutato non è la soluzione. È soltanto il percorso più sicuro per far aumentare i prezzi all’interno del paese, poiché le importazioni Usa sono in gran parte prodotti semilavorati che entrano nei processi produttivi nazionali. Ma Trump non ci sente. Se oltre alla guerra dei dazi si dovesse rischiare anche una guerra delle valute, la stabilità economica mondiale potrebbe essere messa pericolosamente a rischio e con essa, naturalmente, anche il ruolo del dollaro. Al riguardo il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato molto chiaro: «Consideriamo l’accordo internazionale per evitare le svalutazioni valutarie competitive un pilastro del multilateralismo». Parole sagge e consapevoli.

  • Commission hopes euro can challenge greenback’s reserve currency status

    As part of its effort to bolster its international standing amid spats with the United States of tariffs and foreign policy, the European Commission is hoping to promote the euro as an alternative to the supremacy of the dollar for all international transactions, including those involving energy, commodities, and aircraft manufacturing, as well as in derivative operations.

    As part of the drive, the Commission also announced that will also strive to convince African states to denominate their public debt in euros in what would be the first serious challenge to Washington’s economic leadership, which Brussels sees as a way to counter the unilateralist “America First” policies of the Donald J. Trump administration.

    Europe’s efforts to establish a clearinghouse known as a Special Purpose Vehicle (SPV) to safeguard the 2015 Iran nuclear deal – which the US pulled out of earlier this year after accusing Tehran of being in violation of the terms of the agreement, which prompted Washington to re-impose crippling economic sanctions on the Islamic Republic – have fallen completely flat.

    The main guarantors of the Iran nuclear deal – Germany, France, and the UK – have refused to host the proposed clearinghouse, which could be used to help match Iranian oil and gas exports against purchases of EU goods in a barter arrangement that would circumvent the US’ sanctions. This would expose to the three European powerhouses to being subject to stiff penalties imposed by the Americans that would have a potentially devastating effect on the French, German, and British economies, while at the same time severely strain relations with the United States.

    Pressure has also been brought to bear on Austria, Luxembourg, and Belgium to host the SPV, but the three governments have serious misgivings about the practical purpose of the Special Purpose Vehicle, particularly as they fear the depth of the US’ expected retaliation.

    Initially, the European Commission hopes to begin closing energy contracts that are denominated in euros as a way to gradually promote the spread to other international commodities that could be traded in Europe’s common currency. At present, more than 80% of contracts for EU energy imports are priced and paid for in dollars, which currently trades at $1.13 to €1.

  • Meno dollaro e più euro nelle transazioni internazionali

    Lo sapevate che le imprese europee comprano aeroplani europei pagando in dollari anziché in euro? Lo ha detto Juncker, il presidente della Commissione europea, nel recente discorso sullo stato dell’Unione europea di fronte al Parlamento europeo e ce lo ricorda Paolo Raimondi, in un articolo pubblicato il 19 settembre su “Italia Oggi”. In un messaggio molto importante dal punto di vista geopolitico, messaggio che non si può ignorare e che, anzi, deve essere ricordato dopo le elezioni europee del maggio prossimo, Juncker ha detto che “l’euro deve avere un ruolo internazionale” e che “E’ già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa”. Ed ha aggiunto: “E’ assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari all’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale”. Ed ha citato a questo punto l’anomalia del pagamento in dollari di aerei europei da parte di imprese europee. Il dito è stato messo correttamente sulla piaga e bisogna dare atto a Juncker d’averlo fatto con convinzione e con la volontà di modificare la situazione. Tanto la nuova Commissione, quanto il Parlamento europeo che uscirà dalle urne, non potranno più far finta che il problema della prevalenza, molte volte ingiustificata, del dollaro esiste e che va risolto tenendo conto delle nuove realtà venutesi a creare nel mondo, come la presenza dell’euro nel pagamento degli scambi internazionali e dei Brics (Associazione in economia di 5 paesi: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). L’euro potrebbe diventare la leva per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale. Perché ciò possa accadere, l’euro deve essere rafforzato con i necessari miglioramenti del sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea. In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi Brics per cambiare profondamente la governance economica e monetaria del mondo, oggi ancora troppo dominata dal dollaro. Fantasia illuminata, sogni che corrono troppo? Non diremmo. Già ora i Brics operano tra loro con le rispettive monete nazionali, ma il loro peso sarebbe nullo senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro. Le possibilità di modificare il sistema non possono prescindere da questa nuova realtà rappresentata dall’Europa e dalla sua moneta. Tra l’altro, anche l’America ci mette del suo. I conflitti commerciali continui, infatti, combinato con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti e stanno provocando importanti reazioni in tutti i continenti. La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso  dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, si dà da fare per scavalcare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, è convinta che si stia bruscamente passando dagli investimenti stranieri in titoli americani, ai titoli cinesi in Yuan. Nei prossimi cinque anni si prevede il collocamento di titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a scapito dei titoli di stato Usa. Inoltre, tutti i paesi che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. Iran e Iraq hanno già eliminato il dollaro come valuta principale del loro commercio bilaterale. Teheran sta abbandonando la valuta americana per fare i pagamenti internazionali in euro nel settore petrolifero. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. Anche la Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina. La Russia fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia. Anche i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo l’idea di introdurre una moneta unica. Siamo consapevoli che esistono molti ostacoli alla “dedollarizzazione”. L’instabilità dei cambi valutari e la forte svalutazione delle valute in molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro rappresentano ancora un potente freno, ma i comportamenti protezionistici Usa spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung, le ha confermato di recente e persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo contro il dollaro nel mondo è stato avviato e non può più essere fermato. Oggi il 70% di tutte le transazioni del commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le varie monete asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi soltanto in moneta americana. Fino a quando? Non sarà così a lungo. Ecco perché Juncker ha ragione quando auspica un ruolo internazionale per l’euro. Ma questo ruolo non cadrà dall’alto. E’ necessario che l’Europa non stia alla finestra e si decida a muoversi politicamente verso l’obiettivo suggerito dal presidente della Commissione europea.

    Fonte: “Italia Oggi”del 19 settembre 2018

  • Il fattore competitivo della valuta

    Sono passati quasi ventisei anni da quella notte tra il 9 e 10 luglio 1992 durante la quale fu prelevato il 6 per mille da tutti quanti i conti correnti depositati presso il sistema bancario italiano dal  governo Amato, in crisi di liquidità e che non riusciva a stampare la carta e contemporaneamente svalutava la moneta italiana.

    In questo senso il confronto tra il debito pubblico di allora, espresso in euro, può indicare l’andamento nella gestione della spesa pubblica e le varie responsabilità diffuse. Nel 1993 il debito pubblico risultava essere di 959 milioni di euro e rappresentava in rapporto al PIL un andamento imbarazzante in quanto figurava, già nel 1992, al 98,6% per arrivare alla fine del 1992 al 105,5% ed esplodere durante il 1993 arrivando alla quota terribile del 115,7%.

    Questi ventisei  anni sembrano essere passati inutilmente, considerando il livello ma soprattutto i contenuti della polemica economica e politica che contrappone ancora oggi i favorevoli ai contrari alla moneta unica, cioè all’euro. Sembra incredibile come tutta la tensione intellettuale venga rivolta al fattore valutario, cioè al rapporto valoriale con le altre valute in circolazione, considerato ancora adesso dai sostenitori del ritorno alla lira come il fattore fondamentale per riacquisire competitività e rendere possibile un nuovo sviluppo e un miglioramento anche dei conti pubblici. Contemporaneamente ci si illude di riequilibrare in questo modo il rapporto tra PIL e debito pubblico che nel frattempo continua a crescere ad un ritmo di 4463 euro (8.641.573 lire per i sostenitori della lira) al secondo, una velocità che è raddoppiata rispetto a quella precedente con l’arrivo del governo Renzi .

    Sempre in ventisei  anni non si é riusciti ad elaborare una teoria ma soprattutto una strategia economica innovativa che potesse  individuare per il prossimo futuro uno sviluppo, anche sostenibile, del sistema economico italiano.

    L’errore di base che rappresenta un’incapacità imbarazzante da parte di chi sostiene queste discussioni viene rappresentato dalla mancanza di consapevolezza di un mercato globale che ha cambiato radicalmente tutte le leggi dell’economia e soprattutto gli effetti.

    In altre parole la politica economica, ma soprattutto la politica monetaria, ha perso ogni capacità di incidenza (se non nell’immediato periodo) come  di trasformazione di un proprio valore quale fattore competitivo. La globalizzazione permette di individuare ed acquisire i più diversi fattori competitivi e così di  inserirli nel ciclo produttivo, anche se appartenenti a sistemi economici distanti migliaia di chilometri, annullando  in questo modo qualsiasi effetto  stabile alla variazione valutaria. Questo non significa che un mercato nel quale il Made in Italy esporta le proprie eccellenze non presenti delle variazioni, anche sostanziali,  in relazione alla quotazione in rapporto al dollaro, per esempio, nel mercato degli Stati Uniti.

    Nell’arco degli ultimi anni, in presenza di un dollaro forte, evidentemente le aziende hanno potuto ottenere dei margini di contribuzione superiori che venivano viceversa limati nel momento in cui il dollaro aveva perso valore  nel rapporto con l’euro, costringendo le aziende stesse a diminuire i propri margini al fine di mantenere le quote e magari aumentarle anche solo di qualche decimale.

    La fotografia  del rapporto, nel caso specifico, tra euro e dollaro ha registrato nell’ultimo decennio delle oscillazioni notevoli legate soprattutto all’andamento delle due economie, statunitense ed europea, ma anche soprattutto in rapporto alle politiche nazionali come alle situazioni internazionali e all’andamento delle quotazione delle materie prime.

    Le profonde oscillazioni della valutazione e del rapporto tra euro e dollaro successivamente si possono osservare dal primo grafico, mentre il secondo, relativo all’andamento delle esportazioni unito a quello delle importazioni, dimostra senza possibilità di interpretazioni come le esportazioni, a parte il periodo tra il secondo semestre del 2008 e il 2009 (il massimo picco della crisi economico-finanziaria partita degli Stati Uniti ), abbiano avuto sempre una costante crescita. Un andamento relativo alla crescita costante delle esportazioni del sistema industriale italiano che va interamente attribuito  esclusivamente al merito delle aziende e  degli imprenditori come  delle professionalità  che operano all’interno di queste filiere che vengono apprezzate in tutto il mondo e che nonostante l’oscillazione della valuta riescono comunque sempre a strappare un aumento costante negli anni.

    Da questo  confronto dei due diversi andamenti evidenziati  dai grafici emerge evidente come la politica monetaria e soprattutto il fattore competitivo legato alla svalutazione presentino degli effetti minimali per quanto riguarda lo sviluppo, specialmente nel medio e lungo termine. Partendo quindi da questa  deduzione anche il concetto di valuta e della propria importanza all’interno di un sistema economico  dovrebbe non più venire considerata in rapporto al tasso di cambio con le altre valute internazionali.

    Il nuovo concetto di fattore competitivo legato alla valuta in un mercato competitivo e globale come quello attuale viene rappresentato dal concetto di “STABILITÀ”. Al pari dell’importanza che viene attribuita nella valutazione di un investimento al sistema  fiscale di un paese il medesimo concetto di fattore competitivo  viene riconosciuto alla stabilità di quella valuta di un determinato paese che può così assicurare nell’arco degli anni dell’investimento di programmare il Roe (Return of Investiment).

    Di conseguenza, in questo contesto ipercompetitivo di un mercato globale, il fattore valutario esce completamente dal concetto e soprattutto nell’aspetto applicativo come fattore scatenante una possibile ripresa economica. Viceversa la sua centralità viene riacquisita e intesa come elemento di stabilità nella valutazione e nella possibilità di elaborare investimenti e politiche economiche di sviluppo.

    Un concetto purtroppo sconosciuto ma talvolta addirittura negato da buona parte di quel mondo economico che ancora oggi crede nella politica monetaria ed affida la soluzione dei nostri problemi alla semplice applicazione dei principi monetaristici.

    Ventisei  anni sono passati dal 1992 e nel mezzo due crisi finanziarie, economiche ed  istituzionali, come quella del 1992 e del 2011, ma questi terribili episodi uniti alla crisi che attualmente il nostro Paese si trova a vivere non hanno avuto la forza di sviluppare alcuna nuova strategia economica che non fosse quella monetaria.

    Ormai il pensiero economico e le strategie che ne scaturiscono non sono frutto di analisi e valutazioni o pensieri economici, magari in evoluzione, in rapporto alla velocità con la quale il mercato si evolve sempre più rapidamente; le convinzioni in ambito economico altro non sono che l’applicazione di un’ideologia che di per se stessa, come la storia del novecento insegna, risulta  quasi sempre perversa. L’azzeramento del valore storico del ventesimo secolo, inteso anche come la base per la ricerca di nuove politiche anche in ambito economico, rappresenta in modo cristallino il declino culturale del nostro Paese.

    https://www.money.it/local/cache-vignettes/L600xH461/grafico-storico-euro-dollaro2018-a4c4f.jpg?1525418462

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