Energia

  • Torna l’’I-Week’ con una edizione speciale dedicata a energia, digitale e intelligence

    Transizione energetica, digitale e dell’intelligence. A questi tre elementi che, per effetto del Covid, hanno subito e prodotto cambiamenti a forte velocità è dedicata la Speciale I-Week che, dopo il successo dell’edizione dello scorso maggio, ritorna dal 17 al 20 gennaio. Organizzata da ‘Vento & Associati’ in collaborazione con ‘Dune Tech Companies’, con le partnership di Darktrace, Enel, Fervo, Saipem e Snam e il supporto dell’Università degli Studi di Pavia, della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo e della Provincia di Pavia, si profila come un viaggio immersivo di tre giorni nella sfida delle tre transizioni.

    12 i talk, spalmati nella tre giorni e con numerosi relatori di alto livello, in cui si cercherà di fornire un quadro completo sulle opportunità offerte da questo cambiamento, uno spaccato sui rischi e sugli attori principali che concorreranno in questa grande competizione mondiale di adeguamento alle sfide climatiche e di lotta alla riduzione delle emissioni. Per partecipare ad ogni talk occorre registrarsi sul sito https://i-week.it/.

    Si parte lunedì 17 gennaio, alle ore 17, con i saluti istituzionali per proseguire, alle 18, con il talk Mercato dell’energia tra passato, presente e futuro durante il quale interverrà il senatore Adolfo Urso per parlare della relazione del Copasir sulla sicurezza energetica e parteciperanno Gianni Bardazzi (Maire Tecnimont), Loretana Cortis (Saipem), Nicola Lanzetta (Enel), Alberto Pagani (Commissione Difesa Gruppo Pd), Lapo Pistelli (Eni) e Patrizia Rutigliano (Snam).

    Si prosegue con martedì 18 gennaio, alle ore 10, con Trasformazione digitale e IoT: un pilastro per la riuscita della sostenibilità energetica in cui interverranno Francesco Cerizzi, Associate Solution Architect Amazon Web Services (AWS), Francesca Gostinelli, Head of Group Strategy, Economics and Scenario Planning Enel Group, Andrea Roero, Chief Digital Officer di Fervo, Gruppo italiano di Facility and Energy management.  Si prosegue con Smart grid, Comunità energetiche e digitalizzazione dell’energia (ore 11,30) e gli interventi di Marco Alberti, Ambasciatore d’Italia in Kazakistan, Emanuele Fiano, Deputato PD, Maria Alessandra Gallone, Senatrice FI, Membro della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, Antonio Cammisecra, Head of Global Infrastructure and Networks Enel Group, Alessandro Marangoni, Direttore scientifico Top Utility e Chief Executive Officer Althesys Strategic Consultants. Alle 15 sarà la vota di Enrico Mattei e l’intelligence che vedrà come relatori Giorgio Boatti, giornalista e scrittore, esperto di intelligence, Andrea Vento, CEO V&A, Paolo Quercia, Professore di Sistemi di Intelligence e Sicurezza Collettiva, Università di Perugia e Mario Caligiuri, Presidente della Società Italiana di Intelligence, Professore Ordinario Intelligence, educazione e sicurezza Università della Calabria. All’ultimo talk della giornata, Smart Communities e Cyber security (ore 17) parteciperanno Gabriele Carrer, Autore de Formiche, Sara Moretto, Deputata Italia Viva, Matteo Bonelli, Partner BonelliErede, Corrado Broli, Country Manager Darktrace Italia, Pierluigi Paganini, CEO Cybhorus, Membro Ad-Hoc Working Group Cyber Threat Landscapes – ENISA (European Union Agency for Network and Information Security, Giuliano Tavaroli, Senior Advisor SRC, Marco Tulliani, Group Chief Security Officer Engineering

    Il 19 gennaio si comincia alle ore 10 con il talk La disponibilità e l’accesso all’acqua tra sostenibilità e tensioni geopolitiche al quale parteciperanno Laura Galvagni, Vice caposervizio Il Sole 24 Ore, Andrea Manciulli, Responsabile Relazioni Istituzionali Fondazione Leonardo Med-Or e Presidente Europa Atlantica, Alessandro Russo, Presidente CAP Holding, Alberto Massa Saluzzo, Tecnico agronomo del comprensorio Neorurale, Massimo Zaurrini, Direttore Africa e Affari e InfoAfrica, Ernesto Ciorra, Head of Innovability Enel Group.  Spazio a Nuove fonti energetiche per rendere stabili e resilienti le economie occidentali (ore 11,30) con Cheo Condina, Giornalista de Il Sole 24 Ore, Alessandro Cattaneo, Deputato FI, già Sindaco di Pavia, Silvia Fregolent, Deputato Italia Viva, Membro della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici, Alberto Dell’Acqua, Presidente ItalgasGiulia GranciniProfessoressa di Chimica e Responsabile del Team PVSquared2 dell’Università di Pavia, Marco Ricotti, Professore ordinario di Impianti Nucleari, dip. di Energia Politecnico di MilanoDavide Tabarelli, Presidente Nomisma Energia. Alle 15 La versione di Pazienza con Andrea Vento, CEO V&A, Marco Cuzzi, Professore associato di Storia contemporanea Università degli Studi di Milano, Maria Gabriella Pasqualini, storica, già docente della Scuola Ufficiali dei Carabinieri, Francesco Pazienza, già consulente del SISMI. La giornata si concluderà con il talk Intelligence, Cyber sicurezza e resilienza dei futuri modelli energetici (ore 17) che vedrà intervenire Paolo Chirafisi, Analista de La Voce Repubblicana, Andrea Zatti, Professore e Referente tecnico del Rettore dell’Università di Pavia per la sostenibilità, Alan Ferrari, Senatore, Vice presidente Vicario PD, Giampio Bracchi, Presidente Fondazione Politecnico, Paola Girdinio, Professoressa, Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici e Presidente del Centro di Competenza sulla sicurezza e ottimizzazione delle infrastrutture digitali START 4.0, Emanuele Marcianò, AD Dune, Marianna Vintiadis, Chief Executive Officer 36Brains.

    L’ultima giornata, giovedì 20 gennaio si aprirà alle ore 10 con il talk La geopolitica della Supply chain dell’energia e delle nuove materie prime al quale parteciperanno Massimo Zaurrini, Direttore Africa e Affari e InfoAfrica, Stefania Craxi, Senatrice FI, già Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri, Mattia Mor, Deputato Italia Viva, Elena Lucchini, Deputata Lega Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici, Marco Lombardi, Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica, Direttore di ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies), Luca Noviello, Head of Enel Green Power and Thermal Generation Procurement, Italo Soncini, Chairman of the BoD Aura S.p.A., Fabrizio Spagna, Presidente Veneto Sviluppo. Cambio di paradigma tra digitalizzazione e sicurezza della logistica industriale e distributiva nazionale sarà il talk delle 11 con Laura Galvagni, Vice caposervizio de Il Sole 24 Ore, Tiziana Vallone, Vice Presidente Manageritalia Lombardia, Andrea Condotta, Public Affairs & Innovation manager Gruber Logistics, Riccardo Fuochi, Vice Presidente Assologistica, Stefano Gualandi, Professore dip. Matematica Università degli Studi di Pavia ed esperto di modelli per i sistemi di mobilità, Francesco Pastore, RMS Business Consulting Leader Italy, Andrea Roero, Chief Digital Officer Fervo, Luca Sisto, DG Confitarma. La giornata si concluderà con Intelligenza artificiale, Data economy e Cyber security (ore 17) e gli interventi di Giorgio Rutelli, Direttore de Formiche, Enrico Borghi, Deputato PD, Raffaele Volpi, Deputato Lega, Gianantonio Bison, Direttore Relazioni Istituzionali Manpower Group Italia, Andrea Chittaro, Presidente Aipsa, Senior Vice President Global Security & Cyber Defence Department Snam, Pierguido Iezzi, Founder e CEO Swascan, Stefano Mele, Avvocato, Partner Gianni & Origoni, Head of Cyber security Law Dept e Co-Head of Privacy Dept, Novica Mrdovic, AD Add Value, General Partner Star Tech Ventures Aerospazio, Difesa, Sicurezza, Alfio Rapisarda, Head of Group Security Eni.

  • Berlino non vuole il nucleare nella tassonomia delle fonti europee

    Due parole, nucleare e Ets, e il tavolo dei leader è saltato. La fumata nera al Consiglio Ue sull’energia affonda le sue radici nel complesso capitolo della transizione ecologica. Sul caro prezzi, in realtà, i leader europei un compromesso lo avevano trovato, inserendo nelle conclusioni gli stock comuni su base volontaria. Ma, ad un certo punto, sul tavolo dell’Europa Building è finito il dossier tassonomia ed è sceso il buio. La classificazione delle attività economiche che possono essere definite sostenibili è attesa nei prossimi giorni e la Commissione Ue, nonostante il fallimento del vertice, ha confermato che entro l’anno l’atto delegato ci sarà. Ma servirà tanto equilibrismo a Bruxelles dove, con il passare delle ore, salgono i timori che alla fine la tassonomia slitti al 2022.

    Nella tassonomia l’Ue si appresta a inserire due fonti energetiche considerate stabili, e quindi utili a parare gli effetti collaterali della transizione: il gas, particolarmente caro all’Italia, e il nucleare. A Palazzo Berlaymont, forse, avevano dato per scontato che un sostanziale consenso, tra i leader Ue, sarebbe stato trovato. Non è andata così. Sul nucleare si è levato immediatamente il muro di Germania, Lussemburgo e Austria. Sul gas l’opposizione è stata meno netta ma comunque l’ipotesi suscita un certo fastidio nei Paesi del Nord, tutti con dei Pnrr che hanno le maggiori percentuali di risorse dedicate agli investimenti verdi.

    Parallelamente ha deciso di passare all’attacco anche il Gruppo Visegrad. Repubblica Ceca e Slovacchia ma soprattutto Polonia e Ungheria hanno puntato il mirino sull’Ets, il mercato delle emissioni che obbliga chi produce inquinando a pagare delle quote. Secondo Varsavia, nella tempesta dei prezzi energetici, il meccanismo è un colpo per le casse di una Polonia legata al carbone. “Dobbiamo rimuovere gli speculatori dal sistema”, gli ha fatto sponda Viktor Orban esultando per l’unità di Visegrad e rilevando qualche ora dopo, e forse con un pizzico di esagerazione, che “al summit si è quasi venuti alle mani”. Il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, di fronte alla bagarre, non ha potuto fare altro che alzare bandiera bianca. Anche perché nei Palazzi di Bruxelles, c’è la convinzione che l’offensiva di Varsavia e Budapest abbia anche un colore politico: quella di dimostrare che i 2 Paesi costantemente sotto attacco per le loro leggi poco complementari al diritto Ue siano due membri a tutti gli effetti dell’Ue. Anzi, che quell’Unione siano anche capaci di metterla sotto scacco.

    Il nucleare è un affare innanzitutto franco-tedesco. Una fonte diplomatica europea la spiega così: con i Verdi nel governo il Cancelliere Olaf Scholz non poteva tornare dal suo esordio a Bruxelles con “l’odiato” nucleare in saccoccia. Ma il tema divide anche la Commissione Ue. Al pasdaran verde Frans Timmermans si oppone il titolare del Mercato Unico Thierry Breton. “No abbiamo bisogno del nucleare per la transizione, chi dice il contrario mente”, è la sua sentenza. E poi c’è chi, tra Palazzo Berlaymont e l’Europa Building, invita a vedere il lato geopolitico delle fonti energetiche. E su questo aspetto, con un’Ue legata al gas russo, il nucleare potrebbe essere strategico. E l’Italia? Di fatto, prende atto del fallimento con una consapevolezza: il pacchetto ‘Fit for 55’, che contiene 13 proposte su energia e clima. L’obiettivo, per Roma, è che la transizione sia percorsa in maniera rapida ma senza seminare tasse, inflazione e disoccupati. Lunedì, al Consiglio dei ministri dell’Ambiente, se ne riparlerà. Ma un accordo è possibile solo al vertice dei leader di marzo. E intanto, è l’accusa lanciata Raffaele Fitto di Ecr, “l’inverno sarà finito”.

  • I costi della ideologia ambientalista

    Molto spesso si parla di ideologia ambientalista solo in relazione alla pura scelta fideistica ed ideologica ma mai in riferimento ai suoi eventuali costi, soprattutto in una prospettiva futura che queste scelte scaricano sulla collettività come espressione delle cieca ideologia.

    Il termine ideologia ambientalista, quindi, serve a definire un movimento politico molto spesso privo di competenze specifiche ma sostenuto dalla fede ideologica divenuta la propria ragione anche solo di sopravvivenza politica a scapito ovviamente degli interessi del paese e dei cittadini la cui provenienza spesso viene da ideologie politiche ampiamente sconfitte dalla storia.

    In questo contesto risulta impossibile pretendere da questi novelli cavalieri della salvezza del pianeta anche la sola comprensione dell’effetto devastante per la vita quotidiana dei cittadini delle proprie decisioni. Nel 2020 il governo Conte stabilì il blocco delle trivellazioni per l’estrazione del gas per la zona di Ravenna nella quale da sempre l’attività estrattiva nel suo complesso è una delle principali realtà economiche e contemporaneamente fonte di occupazione di alto livello. Una decisione scellerata e puramente ideologica la quale ha determinato come prima nefasta conseguenza l’aumento fin da subito del livello di dipendenza dell’approvvigionamento energetico del nostro Paese, problema ovviamente sconosciuto ai rappresentanti di questo delirio ideologico. Questo miope divieto ovviamente non riguardava la Croazia la quale ha continuato giustamente ad estrarre il gas dal mare Adriatico traducendo questa disgraziata scelta politica del governo Conte e dalla sua maggioranza (5Stelle e Pd) in nuova disoccupazione per un’economia già in difficoltà regalando anche un ulteriore vantaggio competitivo ad un nostro concorrente come lo stato della Croazia.

    Da sempre l’effetto delle scelte politiche si dimostra non tanto nell’immediato quanto nel medio e lungo termine. Certamente nel 2020 nessuno poteva immaginare una crisi energetica di simili proporzioni tuttavia la scelta ideologica del governo Conte già allora si dimostrò scellerata di per sé ed ora persino disastrosa in un contesto di estrema difficoltà come quello attuale.

    Va ricordato infatti come il gas che noi importiamo costi più del doppio rispetto al costo pagato dall’utenza croata.

    Ecco quindi come le responsabilità della chiusura, per esempio, per il caro bollette di alcune vetrerie a Burano (Venezia) e di molte aziende tessili che stanno fermando la produzione in quanto la bolletta elettrica le rende anti economiche non nasca solo da un contesto internazionale di estrema difficoltà ma dalla semplice ottusità di chi ci ha governato negli ultimi anni.

    Esponenti politici espressione di quella ideologia ambientalista che non si preoccupa dei disastri economici provocati ma semplicemente  vive di luce propria come unica ragione della propria esistenza ed azione.

  • La Ue lancia il caricatore unico per i dispositivi mobili

    Consumatori e ambiente ringraziano. Apple no. Più volte sul punto di essere varata negli ultimi anni, la proposta di direttiva presentata dalla Commissione europea di un caricabatteria universale, adatto per tutti gli smartphone, tablet, fotocamere, cuffie, altoparlanti portatili e console per videogiochi, è arrivata. E come prevedibile non è andata giù a Cupertino, dove hanno fatto sapere di non gradire affatto lo standard unico delle porte di ricarica e di considerare la mossa come un potenziale ostacolo all’innovazione.

    Giunto in sala stampa a Bruxelles reduce da una missione di quattro giorni negli Stati Uniti, il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, ha cercato di evitare le polemiche. La proposta Ue “non è contro qualcuno, Apple o altri”, ha assicurato, sottolineando che si tratta invece di “un passo importante per aumentare la praticità e ridurre gli sprechi”. Sta di fatto che, se il disegno della Commissione sarà approvato da Parlamento Ue e Stati membri, dal 2024 tutti i dispositivi mobili saranno dotati di un’unica porta universale USB-C per permettere la carica con lo stesso cavo indipendentemente dalla marca del prodotto. Uno standard che si scontra con la politica Apple, da sempre proprietaria di una sua tecnologia di ricarica (prima Dock e ora Lightning), che sarebbe costretta ad allinearsi agli altri. Per la società guidata da Tim Cook, una regolamentazione “severa che imponga un solo tipo di connettore” potrebbe “soffocare l’innovazione anziché incoraggiarla”. Da qui l’intenzione di impegnarsi in negoziati con le istituzioni Ue per trovare “una soluzione”. Ma da Bruxelles hanno ribadito che l’industria ha avuto tutto il tempo necessario – circa un decennio – per trovare soluzioni e i protocolli tecnologici della porta di ricarica USB-C sono “già conosciuti”, quindi non dovrebbero creare grossi problemi a nessuno. Non solo: quello dell’innovazione – ha rincarato Breton – è un ritornello che si ripete ogni volta che l’Ue propone un cambiamento che colpisce le Big Tech.

    A guadagnarci sono allora consumatori e ambiente. Gli uni stanchi dei troppi cavi tra cui districarsi ogni giorno e l’altro affaticato dal doverli smaltire. Oltre alla porta comune, Bruxelles prevede l’armonizzazione dei software di ricarica rapida per garantire la stessa velocità di caricamento sui diversi dispositivi. E anche la possibilità di acquistare un nuovo prodotto senza comprare anche il cavo, così da poter utilizzarne uno vecchio. Scelta che Apple ha già introdotto da alcuni anni per i suoi clienti. Tutte misure che stando alle stime di palazzo Berlaymont porteranno ogni anno a un taglio di quasi 1.000 tonnellate di rifiuti elettronici e a un risparmio per i consumatori di 250 milioni di euro su acquisti di caricabatterie non necessari.

  • Futures e speculazione incidono sull’aumento del prezzo del gas

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi 

    In Italia, non solo tra le forze politiche, si discute dell’aumento delle bollette del gas e dell’elettricità, rispettivamente del 31% e del 40%. E’ un trend inflattivo in atto in tutta Europa e nel resto del mondo. Manca, però, la chiarezza sulle cause dell’aumento.

    Non basta riferirsi alla ripresa economica globale e dei consumi dopo i lockdown pandemici, alla domanda di energia pulita e al cambiamento climatico. Tutti aspetti veri, ma il classico rapporto tra domanda e offerta, a nostro avviso, non spiega il fenomeno dei prezzi così “inflazionati”. Però, diventano delle giustificazioni per operazioni di carattere finanziario, come i futures sul gas.

    Com’è noto, il prezzo del gas naturale e quello dei futures sul gas sono definiti nello stato della Lousiana dal cosiddetto Henry Hub. Dall’inizio dell’anno il prezzo dei futures sul gas contrattati negli Usa è cresciuto di oltre 94%. Cinque volte quelli di due anni fa.

    Si aggiunga che sul mercato ci sono anche i cosiddetti CFD (contract for difference), strumenti finanziari derivati il cui utilizzo non comporta lo scambio fisico, in questo caso il gas. Bensì si prevede il pagamento in contanti della variazione di valore della materia prima alla scadenza del contratto.

    I mercati principali dei futures sui prodotti energetici sono il Chicago Mercantile Exchange e il NYMEX di New York. Come per gli altri futures e, in genere, per i derivati finanziari, i trader possono usare il cosiddetto leverage, la leva, per cui un deposito limitato messo in garanzia permette di sottoscrivere contratti per un valore multiplo.

    Pertanto, la sola spiegazione oggettiva dell’aumento del prezzo del gas, causato dalla crescita della domanda e dei consumi, non regge. Lo conferma anche lo studio, “The future of liquified natural gas: Opportunities for growth“, pubblicato nel settembre 2020 da McKinsey & Company, la maggiore società internazionale di consulenza strategica. McKinsey ha una sua credibilità. Per esempio, in passato ha elaborato lo studio più accurato sulle infrastrutture a livello globale.

    McKinsey sosteneva che l’industria del gas naturale liquefatto (GNL) stava praticando prezzi bassi e un’offerta eccessiva e che, per la pandemia, la domanda di gas nel 2020 sarebbe potuta diminuire dal 4 al 7%. Tanto che gli esportatori di GNL avevano cancellato alcune spedizioni di gas (più di 100 cargo statunitensi sono stati cancellati nel mese di giugno e di luglio 2020), poiché il prezzo spot nei mercati asiatici ed europei non copriva più il costo della fornitura.

    In ogni caso, McKinsey spiegava che in futuro lo GNL avrebbe avuto una grande potenzialità in rapporto a cinque aree di intervento: efficienza del capitale, ottimizzazione della catena di approvvigionamento, sviluppo del mercato, de carbonizzazione e digitalizzazione avanzata dei processi. In seguito, McKinsey ha valutato una crescita della domanda globale di gas intorno al 3,4% annuo fino al 2035.

    Perciò, l’aumento della domanda c’è, ma in dimensioni che non giustificano la sproporzionata crescita del prezzo del gas. Invece, l’aumento dei prezzi dei futures può deformare l’andamento del mercato.

    Ovviamente i liberisti facinorosi sostengono che i futures non influenzano l’andamento dei prezzi, poiché si tratta di contratti tra privati, dove se uno perde, l’altro vince. Somma zero.

    In realtà, i futures e in generale le operazioni speculative in derivati, grazie al leverage, raggiungono numeri altissimi e riescono a influenzare i mercati e determinare i prezzi di una materia prima. Si ricordi il balzo del petrolio fino a oltre 150 dollari al barile nel 2008, alla vigilia della Grande Crisi, per poi crollare. Allora si parlò dei famosi “barili di carta”, perché per ogni barile reale di petrolio, almeno cento barili erano trattati con strumenti speculativi.

    Resta ineludibile, quindi, l’approvazione di nuove regole sulle attività finanziarie e speculative. Il G20 non può sottrarsi a questa specifica responsabilità. Se ne faccia carico anche il governo italiano.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • CO2: not in my back yard

    Il Mercato ETS (Emission Trading System) nasce con il sogno, supportato da un’unica visione ideologica priva di ogni riferimento con l’economia globalizzata, della burocrazia europea di combattere ed abbattere le emissioni di CO2. L’obiettivo dichiarato era quello di portare ad una riduzione del 50% entro il 2030 rispetto a quelle registrate nel 1999. A tutt’oggi, quindi, a partire dal 2021 e per i prossimi nove (9) anni il nostro sistema economico dovrebbe riuscire praticamente a diminuire le quote di emissioni di una percentuale doppia rispetto a quella ottenuta negli ultimi trent’anni (-26%): un risultato di per sé già notevole.

    Un obiettivo assolutamente irraggiungibile al momento, per di più in considerazione di questo terribile momento storico e per gli effetti disastrosi della pandemia. Una situazione talmente difficile mentre si intravede una luce flebile alla fine del tunnel e caratterizzata da un’esplosione dei costi delle materie prime legati soprattutto alla concorrenza dei paesi dell’estremo Oriente, quindi della Cina.

    Come logica conseguenza ci si sarebbe aspettati una sospensione o quantomeno un ammorbidimento degli obiettivi e del percorso temporale per il loro raggiungimento da parte della classe politica europea e della sua elefantiaca burocrazia. Già il posticipare gli obiettivi sia in termini di riduzione delle percentuali di CO2 quanto dei tempi per il raggiungimento dell’obiettivo rappresenterebbe un segnale incoraggiante soprattutto per quanto riguarda gli investimenti necessari finalizzati ad una ripresa economica duratura del continente europeo.

    Non una parola, invece, di reale comprensione del momento storico estremamente complesso e per molti versi drammatici anche in prospettiva delle ricadute sociali viene dall’Unione Europea e tantomeno da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea: una granitica resistenza nel proprio integralismo economico ed ambientalista ed incurante, ai limiti del disprezzo, degli effetti combinati legati alla crisi economica da covid-19.

    Emerge evidente, quindi, una sostanzialmente incongruità espressa dal presidente della Commissione europea in rapporto alle competenze che una classe dirigente e politica deve dimostrare specialmente in periodi di difficoltà la cui prima manifestazione viene rappresentata da una flessibilità ideologica ed operativa.

    Questi nuovi rappresentanti dell’integralismo ambientale europeo stanno così ponendo le basi per la nascita di un nuovo euroscetticismo il quale potrebbe trarre le proprie ragioni non tanto da una scelta ideologica politica quanto da una valutazione sugli effetti delle politiche dell’Unione Europea operate in particolare negli ultimi due anni e dalla dimostrazione di non possedere alcuna capacità di adattamento intellettuale al contesto.

    Risulta infatti evidente come le risorse finanziarie, peraltro quasi  interamente a debito, che l’Unione Europea ha messo a disposizione attraverso il piano PNRR risultino sostanzialmente minimali per quanto riguarda gli effetti in termini di occupazione e crescita economica all’interno di un mercato globale se, come sembra, verranno utilizzate solo ed esclusivamente per una transizione ambientale di natura ideologica senza destinare alcuna risorsa alla crescita della competitività complessiva dei sistema economico  italiano (magari attraverso una riduzione della pressione fiscale e delle accise).

    Le riforme strutturali relative alla giustizia e alla pubblica amministrazione risultano sicuramente fondamentali per attirare investimenti nel nostro Paese mentre l’ottuso mantenimento dei dogmi ambientalisti, anche in un momento così difficile, ed a causa dell’aumento esponenziale del prezzo della CO2, rende molto più competitivi e quindi attrattivi per gli investimenti i paesi extraeuropei come gli Stati Uniti e la Cina.

    L’esplosione dei prezzi dei diritti di CO2 in Europa dimostra, ancora una volta, come l’obiettivo dichiarato ambientalista si riverberi negativamente sull’economia europea e dei singoli paesi dirottando l’interesse degli investitori verso altri continenti i quali si guardano bene, nel breve termine, di adottare alcuna politica penalizzante la ripresa economica.

    E’ evidente come la devastazione sociale e gli effetti di questa transazione ambientale con le gravi ricadute economiche non rappresenti un problema per la presidenza della Commissione europea. La classe politica europea, quindi, rinnova, disinteressandosi di ogni effetto delle proprie scelte, il vecchio principio “Not in my back yard”.

    In altre parole la politica europea ha ripreso la strategia italiana nella elaborazione di un piano di approvvigionamento energetico. Si acquista l’energia di origine nucleare dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia ma non la si produce

    Si persiste nel tentativo di diminuire la presenza di CO2 a costi sociali ed economici imbarazzanti per restare fedeli al principio NOT IN MY BACK YARD.

  • Da Londra le prime conseguenze della Sharia ambientalista

    La follia e l’incoscienza ambientalista europea cominciano a dimostrare i propri nefasti effetti.

    Direttamente dal The Times di Londra: ” … al fine di evitare i blackout elettrici verranno staccate le postazioni per caricare le batterie degli autoveicoli  dalle… alle …” (https://www.thetimes.co.uk/article/e-car-chargers-will-turn-off-to-prevent-blackouts-jnm2m86pz).

    Mai come oggi la furia integralista ideologica ambientalista sta assumendo le caratteristiche di una SHARIA finalizzata ad una regressione economica e culturale impedendo di fatto di rispondere ad una domanda di mobilità storica e potenziale che rappresenta la base di un sistema economico aperto ed anche una delle forme elementari di democrazia liberale. In più va ricordato come il dogma della digitalizzazione tanto dell’economia, per rispondere ad una velocizzazione del time to market, quanto nella vita quotidiana non può venire in nessun modo considerato eco-sostenibile o, peggio ancora, finalizzato ad un impatto zero delle attività umane. Basti pensare come solo in Europa vengano spedite GIORNALMENTE 20 miliardi di email la cui elaborazione necessita di circa 19 gr di CO2. Già questo definisce in modo inequivocabile come la supposta svolta green della classe politica nazionale ed europea risponda solo ed esclusivamente ad una scelta ideologica priva di una base di conoscenza approfondita.

    In questo delirio, invece, l’integralismo “sostenibile” pone le condizioni non solo per un blackout elettrico legato all’impossibilità di creare nuova energia e soddisfare la mobilità elettrica in quanto si continua a rifiutare, ancora per pura scelta ideologica, ogni apporto alla crescita di disponibilità energetica di origine nucleare in modo da rispondere alla crescita esponenziale della domanda.

    Queste strategie “ecologiste”, poi, si basano su tecnologie la cui resa rimane ancora oggi un’incognita mentre fin da adesso emerge la certezza di una implosione complessiva di un articolato e connesso sistema economico come quello europeo. Il tutto con costi economici e sociali disastrosi, causando contemporaneamente l’azzeramento del vantaggio tecnologico che il nostro continente ancora vanta in determinati settori strategici.

    Invece di guardare alla sostenibilità attuale già raggiunta, come il primato europeo in campo tecnologico oggi determina (l’8% di emissioni totali di CO2 lo certifica ampiamente), si omette di affrontare il vero problema rappresentato dalle emissioni della Cina la quale, viceversa, si guarda bene dall’adottare simili politiche a tutela dell’ambiente.

    Emerge così evidente la sproporzione tra le risorse finanziarie investite in questo tipo di transizione, i conseguenti costi sociali ed economici che produrranno ed il vantaggio per l’ambiente che sarà di qualche percentuale decimale di CO2 calcolata su di un totale già ora Inferiore rispetto ai concorrenti.

    Ora più che mai la politica invece di utilizzare le tematiche ambientali per dimostrare la propria esistenza in vita dovrebbe dimostrare di possedere le complesse competenze come espressioni di sintesi politiche, economiche ed ambientali compatibili con il livello e la tecnologia esistente (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Viceversa risulterebbe una scelta assolutamente suicida abbandonare i nostri primati anche nel basso impatto ambientale delle economie europee, come dimostra la bassa percentuale di contribuzione alla CO2 mondiale (8% si ricorda) ma anche quelli, all’interno della stessa Unione Europea, del sistema industriale italiano (10.12.2018 https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Contemporaneamente in un mercato globale l’Europa continua a lasciare mano libera nella crescita economica alla Cina (export +25%) la quale mantiene la propria competitività anche grazie agli investimenti nella produzione di energia attraverso investimenti in centrali a carbone, nonostante sia da tempo il primo inquinatore al mondo.

    L’aspetto innovativo ed inquietante, tornando all’ambito europeo, emerge anche dal mondo delle grandi case europee produttrici di auto le quali sembra stiano sposando in pieno il delirio europeo relativo alla elettrificazione del settore automobilistico. In particolar modo quelle tedesche le quali sono cresciute attraverso la motorizzazione di massa e che ora, con un atteggiamento assolutamente speculativo, credono di intravedere nuovi mercati dalle altissime potenzialità. Non si illudano di avere a loro disposizione, a partire dai prossimi anni e soprattutto dalle 2035, un nuovo mercato europeo di sostituzione delle oltre 230 milioni di auto a combustione interna. La transazione ecologica si trasformerà, per quanto riguarda il settore privato della mobilità automobilistica, nella sistematica distruzione della domanda privata di mobilità dovuta ai costi insostenibili delle ricariche elettriche.

    Già ora, quindi, si delinea all’orizzonte un’Europa espressione di un nuovo sistema di socialismo ambientale all’interno del quale la mobilità privata risulterà minimale e soprattutto a favore di pochi eletti. In questo contesto i primi a pagarne le giuste conseguenze saranno coloro che l’hanno sostenuta e, di conseguenza, i produttori di automobili.

    La transazione ecologica, in altre parole, sta ponendo le basi per un salto della nostra civiltà nel buio più assoluto, espressione di una regressione culturale ed economica spaventosa: l’avvento della Sharia ambientalista.

  • Problemi ancora senza risposta

    Mentre ogni giorno diventa sempre più preoccupante la situazione climatica e l’erosione costante di suolo, con le ormai note conseguenze per l’ecosistema, e molti scienziati temono si sia raggiunto il punto di non ritorno, rimangono ancora senza risposta proprio alcuni dei principali problemi che devono essere risolti. Chi produrrà sufficiente energia elettrica per le macchine visto che solo alcune ibride ricaricano le batterie durante i percorsi che fanno con carburante tradizionale? Si pensa ad un ritorno al nucleare? Certamente, nonostante il loro potenziamento, le  fonti energetiche alternative non saranno sufficienti anche perché non si è ancora trovato il modo di accumulare l’energia prodotta dal vento o dal sole mentre le nostre riserve d’acqua per produrre elettricità sono ormai agli sgoccioli. Inoltre non è stato ancora chiarito come saranno smaltite le batterie non più utilizzabili, problema non da poco in una società che non è stata ancora in grado di smaltire, senza conseguenze, le scorie nucleari. Sul problema inquinamento resta inoltre aperto il quesito di dove cadono, sono caduti, cadranno i vari satelliti in giro per lo spazio e che via via si disintegrano, che i loro pezzi possano girare per l’eternità nell’etere è decisamente dubbio nonché pericoloso visto che ormai si parla anche di viaggi  privati nello spazio. Gli oceani sono pieni di veleni che stanno facendo ammalare pesci di ogni grandezza mentre le barriere coralline di stanno sfaldando, speriamo che ad alcuni geni non venga in mente proprio di utilizzare le profondità oceaniche come nuove gigantesche discariche.

  • Europe First

    Siamo dovuti arrivare al settembre 2021, e più  precisamente al Forum Ambrosetti,  per  sentire che uno degli obiettivi del nostro Paese e dell’Unione Europa debba essere rappresentato dal conseguimento di una maggiore indipendenza tecnologica. Lo ha candidamente affermato il ministro Colao il quale con estrema semplicità, a distanza di soli sei (6) anni, come governo in carica adottano probabilmente, comunque a propria insaputa,  uno dei cardini della politica di sviluppo economico statunitense introdotta dall’amministrazione Trump e successivamente  dall’attuale presidente  Biden (30.07.2021 https://www.ilpattosociale.it/attualita/glory-and-pride-made-in-usa/).

    Emergono tuttavia  evidenti due fondamentali criticità rispetto alla strategia Made in Usa le quali riducono  la consistenza delle dichiarazioni del ministro ad un bigliettino di desideri a Babbo Natale rispetto alla politica pragmatica delle amministrazioni statunitensi.

    Innanzitutto va ricordato come l’indipendenza, soprattutto tecnologica, sia in buona parte nei confronti della Cina e trae la propria giustificata origine dal presupposto di una già conseguita, ormai, indipendenza energetica. Questo traguardo rende l’economia statunitense quasi autosufficiente risultando basata per i quattro quinti su consumi interni, mentre il precario equilibrio italico tra crescita economica e debito pubblico si regge da anni sulla nostra vocazione export oriented.

    In questo contesto probabilmente sarà sfuggito al ministro “tecnico” del governo Draghi come la politica estera statunitense da anni sia già di per sé l’espressione più evidente di una scelta sempre più isolazionista e sia perfettamente proprio l’espressione di questa sicurezza energetica frutto appunto della indipendenza.

    Contemporaneamente si  esprime in questo modo  anche  una evidente critica  politica ed economica ad un mercato globale all’interno del quale un regime totalitario come la Cina viene messa nelle condizioni privilegiate di trarre i massimi vantaggi  a costo delle democrazie occidentali (27.03.2018 https://youtu.be/ZKvXD4KxfV8 ).

    In questo contesto la politica europea e quella italiana risultano ben lontane dagli step operativi che l’amministrazione Trump prima e Biden ora hanno messo in campo per esempio nei protocolli di approvvigionamento della pubblica amministrazione per  prodotti e servizi sempre più legati ed espressione del Made in Usa.

    Viceversa, per quanto riguarda la politica di approvvigionamento energetico, finalmente anche in Italia si sta riaprendo al nucleare in quanto ci avviciniamo ad un periodo in cui assisteremo ad un picco di consumi  elettrici  (si pensi alla sola mobilità) che sarà assolutamente incompatibile con gli asset attuali in campo energetico.

    Comunque, al di là della indipendenza energetica e tecnologica degli Stati Uniti con l’amministrazione Trump prima e Biden adesso, gli obiettivi indicati finalmente anche al di qua del Pacifico risultano assolutamente condivisibili e applicabili anche all’Unione europea. Emerge la logica considerazione di come questa affermazione dimostri un ritardo ingiustificato nelle articolate valutazioni relative ad una economia globale.

    Siamo, quindi, dovuti arrivare al settembre 2021 per comprendere  come  un mercato aperto senza regole, così come è stato inteso negli ultimi vent’anni ma sopratutto per come è stato strutturato proprio da coloro che adesso lo criticano, sia assolutamente inadeguato ad uno sviluppo sostenibile e compatibile con  il conseguimento di una ricaduta positiva attraverso un maggiore tasso di occupazione.

    In questo contesto la responsabilità va attribuita alla superficialità con la quale il mondo occidentale abbia  abbracciato un mercato globale privo di regole condivise confidando nel fatto che la ricerca del prezzo minore rappresentasse di per sé un elemento di sviluppo ed un vantaggio per il consumatore.

    Tornando alla sequenza temporale di Cernobbio siamo arrivati al settembre 2021 per comprendere che coloro che hanno creato e sostenuto il mercato globale ora, sempre a loro insaputa, lo stanno criticando e soprattutto disintegrando, quantomeno in prospettiva attraverso protocolli operativi ed economici espressione di una più attenta e consapevole conoscenza dei fattori di sviluppo economico nazionali.

    Siamo, quindi, arrivati al settembre 2021 per ascoltare e spacciare come proprie quelle teorie economiche e strategiche già realizzate precedentemente dell’amministrazione Trump ed attualmente dal presidente Biden.

    Siamo quindi passati dalle critiche ad America First all’adozione di Europe First.

  • Lamentele green fuori luogo: la Ue produce più energia da fonti rinnovabili che da quelle fossili

    Green di qua, green di là: slogan e doglianze (per la terra inquinata) la fanno da padrona, mentre i fatti attestano che ci sarebbe più da rallegrarsi che da preoccuparsi: nell’Ue lo scorso anno 2020 la produzione di elettricità da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella delle fonti fossili.

    Il sorpasso è stato certificato da Eurostat sulla base dei dati preliminari dell’anno passato su cui hanno inciso anche forniture e consumi minori causati dal Covid e dalla conseguente sospensione delle attività economiche. Ma il risultato è comunque in linea con una tendenza che dura dagli anni ’90. Lo scorso anno l’elettricità ‘pulita’ ha superato la soglia di un milione di GigaWatt all’ora. Quasi 30mila GWh in più rispetto alla produzione da combustibili fossili, calata del 9,8% tra il 2019 e il 2020 toccando il livello più basso dal 1990. L’andamento è simile per il nucleare, con la produzione di elettricità diminuita del 6,3% rispetto al 2019 e al minimo dal 1990.

    Una spinta ulteriore alla Decarbonizzazione del settore energetico (il 75% delle emissioni di gas serra nell’Ue) dovrebbe arrivare il 14 luglio dal pacchetto clima con cui la Commissione inizierà a declinare i target di riduzione delle emissioni (-55% al 2030, zero netto al 2050) in misure concrete. “Sulla base dei Piani nazionali per l’energia e il clima, già adesso prevediamo di raggiungere in 10 anni una quota di rinnovabili del 33%” dei consumi lordi finali di energia (tutta, non solo quella elettrica), ha spiegato all’Ansa la commissaria Ue all’energia Kadri Simson. “Siamo già oltre l’obiettivo di almeno il 32% al 2030, fissato nella direttiva esistente – ha puntualizzato – e possiamo fare di più”. Il nuovo target dovrebbe essere tra il 38 e il 40%.

    A dare nuovo impulso alla transizione verde arriveranno tra poco anche i provvedimenti del cosiddetto pacchetto clima in cui sono contenute misure anche per i trasporti con standard più stringenti per le emissioni di CO2 delle auto e proposte per lo sviluppo di infrastrutture per i carburanti alternativi. Intanto l’Acea, l’associazione europea dei costruttori automobilistici, è tornata a chiedere punti ricarica per le auto elettriche in cambio di impegni a ridurre le emissioni del parco veicoli nuovi. Insieme all’Ong Transport & Environment e all’associazione europea dei consumatori Beuc, Acea ha già chiesto all’Ue almeno un milione di punti ricarica entro il 2024 anche al fine di scongiurare il rischio di un’Europa a 2 velocità poiché oggi queste strutture, che sono in tutto 255mila, sono concentrare per il il 70% in soli 3 Paesi (Germania, Francia e Olanda).

    Tra le novità Ue in campo ambientale c’è anche l’entrata in vigore, dal prossimo sabato, della Direttiva europea Sup sulla plastica monouso (Single Use Plastic), che mette al bando gli oggetti usa e getta trovati più frequentemente sulle spiagge e nei mari: cannucce, cotton fioc, piatti e posate, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirolo. Dal 3 luglio questi oggetti potranno essere venduti soltanto per esaurire le scorte, quindi saranno vietati.

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