Energia

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • Nel primo quarto del 2026 business per oltre due miliardi tra Italia e Tunisia

    Dall’1 gennaio a fine aprile 2026 gli scambi commerciali tra Italia e Tunisia hanno toccato i 7,413 miliardi di dinari, pari a 2,18 miliardi di euro al cambio attuale. È ciò che emerge dai dati sull’interscambio pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino. Nel primo quadrimestre del 2026, le esportazioni italiane verso la Tunisia hanno raggiunto i 3,869 miliardi di dinari (circa 1,15 miliardi di euro), in aumento di circa il 5,24 per cento rispetto ai 3,677 miliardi di dinari (1,08 miliardi di euro) dei primi quattro mesi dell’anno scorso. Le importazioni dalla Tunisia verso l’Italia, invece, si attestano a 3,543 miliardi di dinari (1,042 miliardi di euro), in aumento del 10,7 per cento rispetto ai 3,201 miliardi di dinari (941 milioni di euro) del primo quadrimestre 2025. L’Italia si conferma il secondo fornitore europeo della Tunisia, e il terzo al mondo, preceduta solamente dalla Francia – che nei primi quattro mesi ha esportato verso Tunisi beni e merci per un valore di 3,775 miliardi di dinari (1,11 miliardi di euro) – e dalla Cina (con 3,805 miliardi di dinari, ossia circa 1,119 miliardi di euro). Il saldo della bilancia commerciale tra Italia e Tunisia pende a favore di Tunisi di 326,6 milioni di dinari (circa 96 milioni di euro).

    Tra i principali prodotti esportati dall’Italia verso la Tunisia vi sono materie prime energetiche (petrolio raffinato), metalli, tessuti, cuoio e pellami, apparecchi di cablaggio, materie plastiche e prodotti in plastica, motori generatori e trasformatori, prodotti chimici e farmaceutici, impianti e macchinari. Tra i principali prodotti che l’Italia invece importa figurano gli articoli di abbigliamento e calzature, parti e accessori per veicoli, oli e grassi, motori generatori e trasformatori, articoli in plastica, prodotti chimici e fertilizzanti, prodotti della siderurgia, petrolio greggio. Risulta evidente, pertanto, un consistente traffico di perfezionamento-trasformazione di materie prime o semilavorati in prodotti dall’Italia alla Tunisia.

    In generale, nei primi quattro mesi del 2026, il commercio estero tunisino ha registrato una crescita sia delle esportazioni sia delle importazioni, confermando la ripresa di alcuni comparti strategici dell’economia nazionale, ma senza riuscire a contenere il persistente squilibrio della bilancia commerciale, fortemente appesantita dalla componente energetica. Secondo gli ultimi dati Ins, le esportazioni hanno raggiunto i 22,69 miliardi di dinari tunisini (circa 6,78 miliardi di euro), in aumento del 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono salite a 30,22 miliardi di dinari (circa 9,03 miliardi di euro), con una crescita del 7,9 per cento. Il deficit commerciale si è così attestato a 7,53 miliardi di dinari (2,25 miliardi di euro), contro i 7,29 miliardi di dinari (2,18 miliardi di euro) registrati nei primi quattro mesi del 2025. Nonostante l’aggravarsi del saldo negativo, il tasso di copertura delle importazioni da parte delle esportazioni è migliorato, passando dal 74 al 75,1 per cento.

    A sostenere l’export tunisino sono stati soprattutto i settori delle industrie meccaniche ed elettriche, cresciute del 12,2 per cento, e dell’agroalimentare, che ha segnato un aumento del 24,3 per cento grazie in particolare al forte incremento delle vendite di olio d’oliva. Le esportazioni del prodotto simbolo dell’agricoltura tunisina sono infatti passate da 1,76 miliardi di dinari (circa 526 milioni di euro) a 2,63 miliardi di dinari (circa 786 milioni di euro). In crescita anche il settore energetico (+13 per cento), trainato dalle esportazioni di prodotti raffinati, salite a 449,3 milioni di dinari (134 milioni di euro) contro i 105,8 milioni (31,6 milioni di euro) dello stesso periodo del 2025. Più contenuta la performance del comparto tessile, abbigliamento e cuoio, che ha registrato un modesto +0,3 per cento, mentre continua la fase negativa del settore minerario e dei fosfati, con una contrazione del 23,6 per cento. Quest’ultimo rappresenta storicamente uno dei pilastri delle esportazioni tunisine, ma continua a soffrire problemi strutturali, rallentamenti produttivi e difficoltà logistiche.

    Sul fronte delle importazioni, la crescita ha riguardato tutte le principali categorie merceologiche. Gli aumenti più marcati hanno interessato i prodotti alimentari (+18,3 per cento), i prodotti energetici (+13,7 per cento) e i beni di equipaggiamento (+8,9 per cento). In rialzo anche le importazioni di beni di consumo (+7,7 per cento) e di materie prime e semilavorati (+2,2 per cento), segnale di una domanda interna ancora sostenuta e della dipendenza dell’apparato produttivo tunisino dalle forniture estere.

    L’Unione europea (Ue) si conferma il principale partner commerciale della Tunisia. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso il mercato europeo, che assorbe il 71,3 per cento dell’export tunisino, sono aumentate a 16,18 miliardi di dinari (4,83 miliardi di euro), rispetto ai 14,52 miliardi (4,34 miliardi di euro) dello stesso periodo del 2025. In crescita soprattutto le vendite verso la Francia (+13,8 per cento), l’Italia (+5,2 per cento) e la Germania (+4,7 per cento). In calo invece le esportazioni verso i Paesi Bassi (-7,5 per cento) e la Grecia (-38,9 per cento). Per quanto riguarda i paesi arabi, spicca il forte incremento delle esportazioni verso l’Egitto (+99,9 per cento) e l’Arabia Saudita (+71,7 per cento). In flessione invece gli scambi con il Marocco (-40,1 per cento), l’Algeria (-20,3 per cento) e la Libia (-19,6 per cento).

    Anche sul lato delle importazioni, l’Europa mantiene un ruolo centrale: gli acquisti dalla Ue, pari al 45,5 per cento del totale, sono cresciuti a 13,75 miliardi di dinari (4,11 miliardi di euro), contro i 12,14 miliardi (3,63 miliardi di euro) dei primi quattro mesi del 2025. Gli aumenti più significativi riguardano la Francia (+24,7 per cento) e l’Italia (+10,7 per cento), mentre risultano in calo le importazioni dalla Bulgaria (-19,3 per cento) e dalla Grecia (-6,4 per cento). Fuori dall’Ue, la Tunisia ha aumentato le importazioni dalla Turchia (+8,1 per cento) e dall’India (+32,1 per cento), mentre si registra una netta riduzione degli acquisti dalla Russia (-57 per cento) e una lieve flessione dalla Cina (-3,7 per cento).

    L’analisi della bilancia commerciale per gruppi di prodotti mostra che il principale fattore di squilibrio resta il settore energetico, con un deficit di 4,19 miliardi di dinari (1,25 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 3,68 miliardi (1,10 miliardi di euro) dello stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo negativo riguarda anche le materie prime e i semilavorati (-1,98 miliardi di dinari, pari a 592 milioni di euro), i beni di equipaggiamento (-1,46 miliardi, pari a 436 milioni di euro) e i beni di consumo (-859 milioni, pari a 257 milioni di euro). Solo il comparto alimentare registra un avanzo, pari a 963,5 milioni di dinari (288 milioni di euro). Secondo i dati dell’Ins, escludendo il settore energetico il deficit commerciale tunisino si riduce a 3,34 miliardi di dinari (circa 998 milioni di euro), evidenziando come la dipendenza energetica continui a rappresentare uno dei principali elementi di vulnerabilità macroeconomica del Paese nordafricano.

  • Sempre più forti le preoccupazioni per attacchi cibernetici a energia, trasporti e forniture

    Le tensioni geopolitiche stanno riportando l’attenzione su quanto siano fragili e al contempo imprescindibili per la nostra quotidianità le infrastrutture globali. Energia, trasporti e supply chain non sono esposti solo a possibili interruzioni legate alla disponibilità di materie prime, ma anche a minacce digitali sempre più mirate. Oggi le infrastrutture critiche si trovano su una linea di doppio rischio: possono essere messe sotto pressione da crisi geopolitiche oppure colpite direttamente da attacchi cyber, sempre più utilizzati in chiave di cyberwarfare, cioè operazioni informatiche mirate a interrompere servizi essenziali e generare effetti concreti su economia e sicurezza.

    Un esempio recente arriva dall’Italia. L’attacco al sistema di pompe che protegge Piazza San Marco dall’acqua alta, avvenuto a Venezia, mostra chiaramente come un’infrastruttura critica possa essere bloccata anche senza danni fisici, con conseguenze immediate sulla sicurezza e sulla continuità operativa della città.

    In questo contesto, la cyberwarfare sta diventando uno strumento sempre più utilizzato. Secondo il report Armis Labs “The State of Cyberwarfare”, il 68% dei decision-maker IT ritiene che la crescente “weaponization” dell’intelligenza artificiale renderà il conflitto cyber una componente stabile della geopolitica globale, mentre il 67% teme che l’uso improprio delle tecnologie emergenti possa aumentare il rischio di danni collaterali alle infrastrutture civili. Allo stesso tempo, l’adozione di modelli avanzati ha ridotto il tempo medio di compromissione da ore a pochi secondi, rendendo gli attacchi più rapidi e difficili da contenere, soprattutto in ambienti complessi e interconnessi.

    La pressione sulle infrastrutture critiche emerge chiaramente anche guardando ai settori che le sostengono ogni giorno. Nel comparto Oil, Gas e Mining, il 68% delle organizzazioni ha registrato un aumento delle minacce negli ultimi sei mesi, mentre il costo dei ransomware supera spesso l’intero budget annuale di cybersecurity. Non si tratta più solo di proteggere sistemi IT: negli ambienti industriali, dove IT e OT sono sempre più interconnessi, un attacco può tradursi rapidamente in un’interruzione operativa reale, con impatti diretti su produzione, servizi e sicurezza.

    In Italia, questo scenario è già tangibile. Il 66% dei responsabili IT teme che attacchi di matrice statale possano compromettere la continuità dei servizi essenziali, mentre il costo medio di un ransomware ha raggiunto gli 8,29 milioni di euro nel 2025, superando il budget di sicurezza per oltre la metà delle aziende. Non è solo una questione di difesa: il rischio cyber sta iniziando a influenzare le decisioni industriali, tanto che più di un’azienda manifatturiera su quattro ha rallentato o sospeso progetti di trasformazione digitale.

    La cyberwarfare è ormai una realtà operativa, accelerata dall’uso dell’intelligenza artificiale.L’AI è oggi un fattore chiave su entrambi i fronti: consente agli attaccanti di aumentare velocità e scala delle operazioni, ma è anche uno strumento fondamentale per rafforzare le difese. In un contesto di crescente instabilità geopolitica, diventa essenziale sviluppare visibilità completa della superficie di attacco e adottare un approccio proattivo alla gestione dell’esposizione, per proteggere le infrastrutture critiche prima che il rischio si traduca in un impatto operativo.

    In uno scenario in cui le infrastrutture critiche sono sempre più esposte e interconnesse, la resilienza passa dalla capacità di anticipare il rischio. Attraverso Armis Centrix™, piattaforma di Cyber Exposure Management basata su AI, le organizzazioni possono ottenere una visibilità completa degli ambienti IT, OT e IoT, comprendere come gli asset sono collegati tra loro e intervenire prima che una vulnerabilità si trasformi in un problema operativo. Un approccio che aiuta a ridurre l’esposizione, rafforzare la governance e garantire continuità anche nei contesti più complessi.

  • Eni annuncia una nuova scoperta di risorse di gas al largo dell’Indonesia

    Eni annuncia una nuova importante scoperta di gas effettuata dal pozzo esplorativo Geliga-1, perforato nel blocco Ganal nel bacino del Kutei, a circa 70 chilometri dalla costa del Kalimantan Orientale, nell’offshore indonesiano. Le stime preliminari indicano volumi in posto pari a circa 140 miliardi di metri cubi di gas (5 Tcf) e 300 milioni di barili di condensati nell’intervallo incontrato. Il pozzo Geliga-1 è stato perforato fino a una profondità totale di circa 5.100 metri in circa 2.000 metri di profondità d’acqua e ha incontrato una significativa colonna a gas nell’intervallo miocenico, caratterizzato da eccellenti proprietà petrofisiche. È previsto un test di produzione per valutare la produttività del giacimento. La scoperta Geliga-1 si inserisce nell’eccellente track record esplorativo di Eni nel Bacino del Kutei e fa seguito all’importante scoperta di Geng North, avvenuta alla fine del 2023 a soli 20 chilometri a sud di Geliga, nonché alla più recente scoperta del pozzo Konta-1, annunciata nel dicembre 2025. Questi risultati confermano il significativo potenziale del play a gas del bacino e la scalabilità delle risorse nell’area.

    La scoperta Geliga-1 segue inoltre le recenti Decisioni Finali d’Investimento (Fid) per i progetti a gas Gendalo e Gandang (South Hub) e per i giacimenti Geng North e Gehem (North Hub). In particolare, il progetto North Hub si baserà sull’impiego di una FPSO di nuova costruzione, con una capacità di trattamento di circa 28 milioni di metri cubi al giorno (1bscf/d) di gas e 90.000 bpd di condensati, nonché sull’impianto Gnl di Bontang esistente. Sono in corso analisi per valutare opzioni di sviluppo accelerato, tenendo conto anche della vicinanza a infrastrutture – esistenti e da realizzare – che offrono potenziali sinergie in termini di time-to-market e ottimizzazione dei costi. La nuova scoperta è adiacente alla scoperta a gas di Gula (circa 56 miliardi di metri cubi di gas in posto con 75 milioni di barili di condensati), non ancora sviluppata. Le valutazioni iniziali indicano che le risorse combinate di Geliga e Gula hanno il potenziale per produrre 28 milioni di metri cubi al giorno (1bscf/d) aggiuntivo di gas e 80.000 bpd di condensati, aprendo tra l’altro la possibilità di realizzare, in modalità fast-track, un terzo hub produttivo nel prolifico Bacino del Kutei, replicando il modello di sviluppo del progetto North Hub in corso. Sono inoltre in corso studi per valutare un’ulteriore estensione di Bontang attraverso la riattivazione di capacità di liquefazione aggiuntiva rispetto a quanto già previsto per il progetto North Hub, prolungando ulteriormente l’operatività dell’impianto. Negli ultimi sei mesi, Eni ha perforato con successo altri quattro pozzi esplorativi nello stesso bacino. La campagna esplorativa proseguirà con un ulteriore pozzo previsto nel 2026 e due pozzi nel 2027.

    La scoperta Geliga-1 è situata nel Psc Ganal, operato da Eni con una quota dell’82 per cento, mentre Sinopec detiene il restante 18 per cento. Il Psc Ganal fa parte del portafoglio di 19 blocchi (14 in Indonesia e 5 in Malesia) che saranno conferiti a Searah, la società a controllo congiunto tra Eni e Petronas annunciata nel novembre 2025. La nuova società integrerà asset, competenze tecniche e risorse finanziarie a supporto della crescita e per rafforzare il proprio posizionamento nel Sud-Est asiatico. I piani industriali di Searah includono lo sviluppo di circa 3 miliardi di barili di olio equivalente (boe) di risorse scoperte e la valorizzazione di un significativo potenziale esplorativo. Il closing dell’operazione è atteso entro il secondo trimestre del 2026. E’ attualmente in corso la cessione a una terza parte di una quota del 10 per cento degli asset conferiti da Eni Indonesia in Searah, quota che rimarrà esclusa dalla nuova società, e se ne prevede il completamento nel 2026. La scoperta di Geliga accresce il valore di questa cessione. La scoperta di Geliga accresce il valore di questa cessione. Eni è presente in Indonesia dal 2001 e detiene attualmente un portafoglio upstream diversificato nelle attività di esplorazione, sviluppo e produzione. La produzione netta è di circa 90.000 barili di olio equivalente al giorno, principalmente dai giacimenti di Jangkrik e Merakes nell’offshore del Kalimantan Orientale.

  • Sventato attentato alle forniture energetiche per l’Italia

    L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dall’Azerbaigian attraversa la Georgia e la Turchia trasportando petrolio destinato anche all’Italia, era finito nel mirino di una cellula terroristica legata all’Iran che è stata smantellata all’inizio di marzo dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano. È quanto emerge da un comunicato congiunto delle Forze di difesa di Israele (Idf) e delle agenzie d’intelligence Mossad e Shin Bet. La notizia assume particolare rilievo nel contesto attuale della crisi degli approvvigionamenti scoppiata a seguito della guerra in Iran. L’Azerbaigian è il secondo fornitore di petrolio dell’Italia dopo la Libia, con oltre 9.387.736 tonnellate giunte nel 2025. Peraltro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parteciperà al vertice Ue-Armenia il 4 e 5 maggio a Erevan, e non è escluso che successivamente faccia tappa in Azerbaigian, come preannunciato dalla stessa premier dopo la recente missione nel Golfo.

    La cellula terroristica pianificava attacchi contro diversi obiettivi e istituzioni ebraiche in Azerbaigian, tra cui l’ambasciata israeliana e la sinagoga a Baku. L’oleodotto era considerato un obiettivo strategico in quanto trasporta circa un terzo delle importazioni di petrolio di Israele, secondo quanto riferisce il comunicato. Stando alla dichiarazione israeliana, i membri della cellula avevano introdotto clandestinamente droni esplosivi in Azerbaigian e stavano raccogliendo informazioni sotto le direttive dei loro referenti iraniani. Secondo il comunicato, negli ultimi mesi Israele ha colpito una rete terroristica che prendeva di mira funzionari e obietti israeliani in tutto il mondo, e durante la campagna militare congiunta con gli Stati Uniti, iniziata lo scorso 28 febbraio, sono stati uccisi diversi membri di spicco dell’organizzazione.

    All’inizio di marzo, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian aveva annunciato di aver sventato un piano attribuito ai servizi segreti iraniani per colpire alcuni obiettivi nel Paese, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana a Baku, un leader della comunità ebraica mizrahi e una sinagoga ashkenazita. Secondo quanto riferito dalle autorità azerbaigiane, “la serie di operazioni terroristiche e di intelligence pianificate è stata orchestrata dal servizio di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i pasdaran), che ha incaricato agenti locali di condurre attività di sorveglianza, procurarsi armi e garantire i trasporti”. Stando alle autorità, esplosivi sarebbero stati introdotti clandestinamente nel Paese da cittadini iraniani con il sostegno di complici azerbaigiani. Nei pressi dell’insediamento di Shikhov, nel distretto di Sabail, era stato trovato un contenitore con oltre 7,7 chilogrammi di esplosivo C-4, mentre nel distretto di Garadagh erano stati scoperti altri ordigni, tra cui una bomba telecomandata con un raggio d’azione di 250-300 metri. In seguito alle operazioni preventive, sono state arrestate diverse persone: quattro sono già state condannate a sei anni e sei mesi di reclusione per il loro coinvolgimento nel complotto, mentre altri sono stati fermati per preparazione di omicidio e possesso illegale di esplosivi e armi da fuoco.

    Secondo il comunicato israeliano, Rahman Moqadam, capo di una divisione per operazioni speciali dell’intelligence dei pasdaran, era a capo della cellula ed è stato ucciso nelle prime fasi dei bombardamenti in Iran. Stando a quanto ricostruito dalle autorità israeliane, Moqadam aveva reclutato e addestrato degli agenti sia all’interno che all’esterno dell’Iran, chiedendo loro di raccogliere informazioni su leader politici israeliani, funzionari della sicurezza, installazioni militari israeliane e occidentali, nonché porti e navi israeliane in tutto il mondo. Secondo quanto riferito da Israele, Moqadam prestava servizio sotto il comando di Majid Khademi, un alto funzionario dell’intelligence del Corpo delle guardie rivoluzionarie, anch’egli ucciso durante la guerra contro l’Iran.

    Un’altra figura centrale nella rete era Mohsen Suri, membro della stessa divisione di Moqadam. Secondo Israele, Suri incontrò cellule terroristiche al di fuori dell’Iran ed è stato ucciso in un attacco israeliano contro un rifugio dei pasdaran. A guidare la rete in Azerbaigian era Mahdi Yekeh-Dehghan, noto anche come “il dottore”. Il suo ruolo è stato scoperto a gennaio, quando le autorità turche hanno arrestato sei persone, tra cui un cittadino iraniano, con l’accusa di spionaggio politico e militare per conto dell’Iran, a seguito di raid coordinati in cinque province. Yekeh-Dehghan dirigeva la cellula, che si occupava di contrabbandare droni esplosivi dall’Iran attraverso la Turchia e fino a Cipro, nonché di raccogliere informazioni sulle forze statunitensi. Come riportato dalle Idf, a seguito dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i pasdaran hanno intensificato i loro sforzi per creare cellule terroristiche all’estero e compiere attentati.

  • Hormuz e il caro-energia mandano in sofferenza l’intelligenza artificiale

    L’intelligenza artificiale promette guadagni di produttività senza precedenti. Ma a quale costo fisico ed economico? È un dibattito aperto tra economisti ed esperti di IA, che assume sempre più importanza considerato lo shock energetico derivante dalla guerra nel Golfo Persico, che ha già fatto salire il prezzo del barile ai livelli più alti degli ultimi anni e riaperto il dibattito sulla dipendenza digitale dai combustibili fossili.

    Secondo il rapporto Energy and AI dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), i data center hanno consumato circa 415 Terawattora di elettricità nel 2024, un’energia che equivale a circa l’1,5 per cento del totale mondiale; la proiezione al 2030 sale a 945 Terwattora, ossia il consumo annuale di una potenza industriale come il Giappone. Goldman Sachs Research stima una crescita ancora più accentuata fino al +165 per cento della domanda globale di energia dei data center tra il 2023 e il 2030, con un tasso composto annuo del 17 per cento fino al 2028; l’Electric Power Research Institute statunitense calcola che i data center potrebbero arrivare fino al 9,1 per cento dell’elettricità nazionale entro il 2030 nello scenario di adozione più accelerata, rispetto all’attuale 1,5 per cento. Inoltre, alla voce energia bisogna aggiungere il costo idrico.

    Secondo Digiconomist, nel 2025 i sistemi IA hanno consumato circa 765 miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento delle infrastrutture. Il World Economic Forum ha identificato la sicurezza energetica come priorità nazionale sistemica nell’era dell’IA, sottolineando come la carenza di turbine e i colli di bottiglia nelle reti di trasmissione rischiano di limitare l’intera traiettoria di crescita del settore. Il dibattito tra gli economisti è tutt’altro che risolto. La Brookings Institution ha segnalato che le innovazioni nei modelli come DeepSeek riducono il costo energetico per singolo token generato, ma non invertono la traiettoria complessiva.

    L’effetto rebound – o paradosso di Jevons – spiega il fenomeno per cui un aumento dell’efficienza nell’uso di una risorsa non riduce il consumo complessivo, ma lo aumenta: il minor costo unitario stimola una domanda aggregata molto più alta, annullando i guadagni di efficienza. Sul fronte della produttività gli economisti sono cauti: secondo la Brookings Institution, i guadagni delle tecnologie general purpose tendono a manifestarsi con ritardi di un decennio o più rispetto alla diffusione iniziale, e l’IA nel 2025 non ha ancora mostrato un impatto dominante sui dati aggregati di Pil. Il Center for Strategic and International Studies identifica nell’approvvigionamento elettrico il principale collo di bottiglia alla supremazia IA statunitense, al pari dei semiconduttori; senza una rete energetica adeguata, la corsa all’IA rischia di incepparsi per vincoli fisici prima ancora che economici.

    L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che la crescita delle emissioni legate ai data center resti comunque sotto l’1,5 per cento del totale globale del settore energetico e potrebbe essere compensata, nel medio periodo, dai guadagni di efficienza che l’IA stessa abilita in altri comparti, dalle batterie al fotovoltaico. L’Unione europea e gli Stati Uniti incarnano due filosofie in direzione opposta. La direttiva europea sull’efficienza energetica obbliga i data center sopra i 500 kilowatt a rendicontare annualmente consumi di energia e acqua in un database centralizzato; la Germania ha abbassato la soglia a 300 kilowatt, con obbligo di transizione al 100 per cento di rinnovabili entro il 2027. La Commissione europea sta finalizzando un Data Center Energy Efficiency Package e un Cloud and AI Development Act che integreranno la dimensione energetica nell’AI Act già in vigore, puntando alla neutralità carbonica del settore entro il 2030.

    L’amministrazione Trump è agli antipodi, avendo imboccato la strada della deregolamentazione. Il piano Winning the Race: America’s AI Action Plan (23 luglio 2025) ha semplificato i permessi ambientali per data center e infrastrutture energetiche; più di recente, le principali aziende tech americane hanno firmato un impegno volontario ad autoprodurre l’energia necessaria, su pressione della Casa Bianca preoccupata per l’aumento delle bollette elettriche (+8 per cento nel 2025) in vista delle elezioni di midterm. Per coprire il fabbisogno, sia Google sia Microsoft stanno investendo massicciamente nel nucleare, inclusi i reattori modulari di piccola taglia (Smr), la cui prima ondata è attesa dal 2030. Il divario regolatorio transatlantico rischia così di diventare un nuovo terreno di competizione strategica: non solo chi produce i modelli migliori, ma chi riesce ad alimentarli in modo più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili potrebbe detenere un vantaggio strutturale nel decennio a venire. Un altro capitolo del confronto tra Washington e Bruxelles.

  • La Commissione invita gli Stati membri a iniziare a prepararsi per l’inverno in un contesto di perturbazioni energetiche in Medio Oriente

    Alla luce della volatilità del mercato derivante dal conflitto in Medio Oriente, la Commissione europea invita gli Stati membri ad avviare la stagione di riempimento degli stoccaggi di gas e i preparativi per il prossimo inverno in modo coordinato e tempestivo.

    La sicurezza dell’approvvigionamento energetico dell’UE resta al momento garantita, grazie alla limitata dipendenza dalle importazioni da questa regione e ai carichi di GNL che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz prima del conflitto. Tuttavia, preparativi tempestivi e coordinati sono fondamentali per garantire un adeguato riempimento degli stoccaggi di gas in vista della prossima stagione di riscaldamento, adattandosi alle condizioni di mercato e applicando le flessibilità previste.

    In una lettera indirizzata a tutti i ministri dell’Energia dell’UE, il Commissario per l’Energia e l’edilizia abitativa Dan Jørgensen ha ricordato che il regolamento UE sugli stoccaggi di gas offre agli Stati membri maggiore flessibilità nel raggiungimento degli obiettivi di riempimento degli stoccaggi, al fine di reagire rapidamente alle mutevoli condizioni di mercato. Questa flessibilità, compresa la possibilità di ridurre l’obiettivo di riempimento o di raggiungerlo in un arco di tempo più lungo in determinate condizioni, può contribuire a ridurre la domanda di gas nei momenti in cui l’offerta è sotto pressione e ad allentare la pressione sui prezzi del gas in Europa.

  • La Commissione presenta misure per rafforzare l’indipendenza energetica dell’UE e ridurre i costi dell’energia

    La Commissione europea ha presentato le prime iniziative volte a stimolare gli investimenti in soluzioni energetiche pulite prodotte internamente, rafforzare la resilienza del sistema energetico e contribuire a ridurre i prezzi dell’energia. L’attuale contesto geopolitico ricorda quanto siano elevati i rischi legati alla dipendenza dell’Europa dalle importazioni di combustibili fossili, mentre cittadini e industrie continuano a esprimere una forte preoccupazione per il livello dei prezzi energetici.

    La strategia di investimento per l’energia pulita mira a colmare il divario tra il capitale privato oggi disponibile e gli investimenti necessari per accelerare la transizione energetica. Con il pacchetto energia dei cittadini, la

    Commissione propone inoltre azioni concrete per ridurre le bollette, consentire ai cittadini di produrre e condividere la propria energia pulita e contrastare la povertà energetica. La strategia per i piccoli reattori modulari (SMR) delinea invece una visione per la creazione di una catena di approvvigionamento europea dedicata a questa tecnologia, con l’obiettivo di rendere operativi i primi SMR all’inizio degli anni 2030.

    Le misure presentate danno attuazione al piano d’azione per un’energia a prezzi accessibili, con l’obiettivo di rafforzare la competitività dell’Europa, ridurre le dipendenze energetiche e migliorare l’accessibilità economica dell’energia per le famiglie. La Commissione presenterà ulteriori iniziative nei prossimi mesi.

  • Il collegamento energetico tra Tunisia e Italia potrebbe essere completato solo nel 2031

    Il costo del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed è stimato in circa 1,014 miliardi di euro, di cui 582 milioni di euro a carico della parte tunisina. Lo ha dichiarato il segretario di Stato tunisino incaricato della Transizione energetica, Wael Chouchane, indicando che il progetto “consentirà lo scambio bidirezionale di elettricità tra i due Paesi, permettendo in particolare l’esportazione di energia prodotta da fonti rinnovabili e il rafforzamento della rete elettrica tunisina durante le ore di punta, contribuendo così alla sicurezza energetica”. Secondo le stime del governo tunisino, i ricavi annuali generati dall’infrastruttura dovrebbero essere compresi tra 71 e 182 milioni di euro, che saranno divisi equamente tra la società elettrica tunisina Steg e la sua omologa italiana. L’entrata in funzione dell’interconnessione prevista per il 2028, ha precisato Chouchane, potrebbe tuttavia “slittare al 2030 o al 2031, a causa delle tensioni internazionali che continuano a incidere sulla disponibilità di apparecchiature energetiche dall’inizio della guerra russo-ucraina”.

    Elmed prevede la realizzazione di un collegamento elettrico sottomarino in corrente continua ad alta tensione, bidirezionale, tra la Sicilia e la Tunisia, con punto di approdo nella regione industriale di El Mlaabi a Menzel Temime, nel governatorato di Nabeul. Il progetto comprende due stazioni di conversione – una a Menzel Temime e una a Partanna, in Sicilia – e un cavo sottomarino lungo circa 200 chilometri, che attraverserà lo Stretto di Sicilia a una profondità massima di 800 metri, con una capacità di 600 megawatt e una tensione di 500 chilovolt in corrente continua. Sono inoltre previste le infrastrutture di collegamento terrestre, i sistemi di telecomunicazione e i dispositivi di monitoraggio continuo del cavo.

    Un accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro, circa 145 milioni di dinari in valuta locale, destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica è stato firmato a Tunisi tra il governo tunisino e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) lo scorso 16 gennaio. L’accordo mira a rafforzare la rete elettrica della Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg) attraverso l’installazione di linee di trasmissione aeree, comprese le linee in entrata e in uscita nel governatorato settentrionale di Nabeul. La seconda fase del progetto è denominata Grid Reinforcement Program e prevede il rafforzamento delle griglie di trasmissione su territorio tunisino. In particolare, è prevista la posa di una linea aerea a 400 kilovolt di circa 85 chilometri, che collegherà Grombalia (Nabeul) a Kondar (Sousse), attraversando quattro governatorati: Nabeul, Ben Arous, Zaghouan e Sousse. Il progetto include inoltre l’installazione di linee aeree in entrata e in uscita tra Ezzahra e Grombalia 1, collegate alla sottostazione Grombalia 2 (400/225 kV), per una lunghezza complessiva di circa 10 chilometri, nonché ulteriori linee tra Seltene e Grombalia 1, anch’esse collegate alla stessa sottostazione, per un totale di circa 10 chilometri.

  • Il 56,9% dei consumi energetici della Ue è soddisfatto da importazioni extraeuropee

    L’Unione europea resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, pari al 56,9 per cento dei consumi e l’Italia supera questa media, con un quadro che però è in miglioramento. E’ il dato emerso dalla settima edizione del “MED & Italian Energy Report”, dedicato alla sicurezza energetica nella transizione euro-mediterranea di SRM (Gruppo Intesa Sanpaolo) e ESL@EnergyCenter del Politecnico di Torino. La ricerca ha mostrato come la transizione verso la decarbonizzazione richieda un equilibrio tra sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e accessibilità economica, in un contesto segnato da forti dipendenze strategiche da combustibili fossili, materie prime critiche e tecnologie chiave. L’analisi individua tre dimensioni della sicurezza energetica: la dipendenza dall’importazione di risorse energetiche (combustibili fossili, energia elettrica e combustibile nucleare), la dipendenza tecnologica dalle materie prime critiche e dai semilavorati, e l’affidabilità delle infrastrutture energetiche. Nell’Unione Europea, la scarsità di risorse domestiche mantiene elevata la vulnerabilità delle catene di fornitura, esposte a una forte concentrazione geografica e alla volatilità dei prezzi. Entrando nello specifico, cresce in modo strutturale il peso delle rinnovabili, che oggi rappresentano il 47 per cento della generazione elettrica europea e il 49 per cento del mix italiano, rendendo centrale il rafforzamento del dialogo euro-mediterraneo e il ruolo del Nord Africa come potenziale “ponte verde”, nonostante una capacità rinnovabile ancora sottodimensionata. Ampio spazio è dedicato alle materie prime critiche, la cui domanda è destinata ad aumentare rapidamente con l’elettrificazione del sistema energetico.

    Il Rapporto mette in luce l’elevata concentrazione di riserve, produzione e raffinazione, con la Cina in posizione dominante, e i conseguenti rischi geopolitici ed economici per i paesi del Mediterraneo, già oggi caratterizzati da un significativo deficit commerciale. In questo quadro si inserisce il Critical Raw Materials Act europeo, che mira a ridurre le dipendenze strategiche attraverso l’incremento di estrazione, lavorazione e riciclo domestici. Il Mediterraneo emerge come snodo strategico globale per il transito energetico: attraverso Suez, Gibilterra e Bosforo passa una quota rilevante dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sicurezza delle rotte marittime e delle infrastrutture è quindi centrale tanto quanto la diversificazione delle fonti. Parallelamente, lo shipping riveste un ruolo chiave anche nel trasporto delle materie prime critiche, i cui flussi marittimi mostrano una crescita strutturale di lungo periodo.

    Lo studio analizza inoltre il ruolo del nucleare nel mix futuro, una fonte che copre una quota rilevante della generazione elettrica europea ma con una filiera del combustibile fortemente concentrata. In questo contesto, gli Small Modular Reactors emergono come possibile soluzione per una generazione più flessibile e decentralizzata. Attraverso indicatori quantitativi sul Trilemma Energetico – sicurezza, sostenibilità e accessibilità economica – il MED & Italian Energy Report conferma le vulnerabilità strutturali dell’Area Mediterranea e l’urgenza di una strategia comune di lungo periodo. Il Nuovo Patto per il Mediterraneo della Commissione Europea rappresenta un passaggio chiave per rafforzare cooperazione, interconnessioni energetiche, filiere industriali e sicurezza dell’intera regione.

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