Energia

  • Germania e Francia provano a salvare l’industria automobilistica, l’Italia si associa

    La partita europea dell’automobile non riguarda più soltanto la scadenza fissata al 2035. Dietro il confronto sui motori endotermici si sta ormai definendo qualcosa di più ampio: quale industria automobilistica l’Europa intenda conservare sul proprio territorio, con quali tecnologie e fino a che punto sia disposta a utilizzare sussidi, requisiti di contenuto locale e protezioni commerciali per difenderla dalla concorrenza internazionale. È in questo quadro che, come riferito dal quotidiano britannico “Financial Times”, Francia e Germania stanno cercando in queste ore un compromesso destinato, se raggiunto, a pesare sull’intera politica industriale dell’Unione. L’Italia non è spettatrice: su alcuni punti si trova molto vicina a Parigi, su altri condivide da tempo le richieste di Berlino e potrebbe quindi inserirsi proprio nello spazio politico che separa le due maggiori economie europee. Il punto di partenza è il progressivo ridimensionamento dell’impostazione originaria del Green Deal per il settore automobilistico. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha proposto di modificare le norme sulle emissioni delle nuove automobili e dei furgoni. Nel nuovo schema, ancora oggetto del processo legislativo europeo, dal 2035 i costruttori non dovrebbero più raggiungere una riduzione del 100 per cento delle emissioni allo scarico rispetto ai livelli di riferimento, ma del 90 per cento. Il restante 10 per cento potrebbe essere compensato attraverso acciaio a basse emissioni prodotto nell’Unione oppure mediante e-fuel (carburanti sintetici) e biocarburanti. La proposta consentirebbe quindi di mantenere dopo il 2035 un ruolo non soltanto per le auto elettriche e a idrogeno, ma anche per ibride plug-in, range extender, mild hybrid e, a determinate condizioni, veicoli con motore a combustione interna. Per il 2030-2032 Bruxelles ha inoltre proposto maggiore flessibilità nel calcolo degli obiettivi e un alleggerimento del target previsto per i furgoni.

    Ciò non significa, tuttavia, che il confronto europeo sia chiuso. Al contrario. Un documento del Consiglio dell’Ue di quest’estate indicava ancora gli obiettivi del 2030 e del 2035 e le nuove flessibilità fra i principali nodi politici irrisolti. Dietro la disputa tecnica emergono due concezioni differenti della competitività. Una parte degli Stati membri considera maggiore flessibilità e neutralità tecnologica condizioni necessarie per evitare che la transizione distrugga capacità produttiva europea; un’altra ritiene invece che rallentare l’elettrificazione rischi di lasciare l’industria del continente ancora più indietro rispetto ai concorrenti asiatici. È su questa divisione che si sta costruendo il possibile compromesso franco-tedesco. Secondo il “Financial Times”, Parigi e Berlino si stanno avvicinando a un’intesa complessiva nella quale ciascuna potrebbe ottenere una parte delle proprie priorità. La Germania chiede maggiore flessibilità sugli obiettivi di CO2 e spazio per tecnologie e carburanti alternativi. La Francia vuole invece fare del “Made in Europe” uno degli strumenti centrali della nuova politica industriale comunitaria, condizionando una parte degli incentivi e degli acquisti sostenuti da denaro pubblico alla produzione europea. Il dissenso, dunque, non riguarda soltanto il motore dell’automobile del futuro, ma il luogo in cui quell’automobile e i suoi componenti saranno costruiti. Parigi sostiene una definizione relativamente restrittiva del “Made in Europe”: il ministro dell’Industria francese Sebastien Martin ha affermato lo scorso luglio, durante una visita a Roma, che un veicolo europeo dovrebbe avere oltre il 60 per cento dei componenti prodotti nel continente e che gli aiuti pubblici dovrebbero essere destinati a chi produce in Europa. Più recentemente la Francia ha sostenuto che le preferenze dell’Industrial Accelerator Act dovrebbero essere concentrate sui Paesi membri dell’Ue. Berlino propone invece un modello più aperto, definito anche “Made with Europe”, che consentirebbe l’accesso ai benefici a partner economici stretti dell’Ue legati al blocco da accordi commerciali, come Regno Unito e Norvegia. La differenza non è marginale. Una politica europea basata su questi requisiti potrebbe aiutare a ricostruire filiere industriali nel continente, ma criteri troppo rigidi rischierebbero di scontrarsi con la struttura attuale dell’industria automobilistica, nella quale batterie, materie prime, semiconduttori e altri componenti attraversano più volte le frontiere.

    Ed è proprio su questo punto che si inserisce la posizione italiana, che non coincide perfettamente né con quella di Parigi né con quella di Berlino, ma condivide elementi centrali di entrambe le strategie. Sul fronte tecnologico, il governo italiano è da tempo uno dei principali sostenitori della revisione delle regole europee e della cosiddetta neutralità tecnologica. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha chiesto ripetutamente che nel percorso di decarbonizzazione siano riconosciuti pienamente non soltanto l’elettrico, ma anche biocarburanti, carburanti rinnovabili e idrogeno. In questo senso Roma è vicina alla richiesta tedesca di evitare che le norme europee prescrivano nei fatti un’unica tecnologia. Italia e Germania avevano già coordinato le rispettive posizioni sulla possibilità di mantenere dopo il 2035 veicoli alimentati con carburanti rinnovabili. Ma sul fronte della localizzazione industriale, l’Italia è significativamente più vicina alla Francia. A luglio Urso, proprio al termine dell’incontro con Martin, aveva parlato esplicitamente di una posizione comune italo-francese fondata sia sulla neutralità tecnologica sia sulla necessità di aumentare la quota di componenti europei nei veicoli. “Auspichiamo che anche la Germania convenga su questa posizione”, aveva aggiunto il ministro. La linea italiana è stata ribadita lo scorso 24 settembre a Bruxelles, dove Urso ha incontrato sia Martin sia la ministra dell’Economia tedesca Katherina Reiche, chiedendo che l’Industrial Accelerator Act rafforzi l’autonomia strategica, protegga le filiere europee dalla concorrenza ritenuta sleale e incorpori il principio della neutralità tecnologica a partire dall’automotive. L’Italia appare quindi collocata in una posizione peculiare: sostiene, come Berlino, l’apertura tecnologica e una revisione più profonda dell’architettura regolatoria; condivide però con Parigi l’idea che la transizione abbia senso industriale soltanto se una quota crescente del valore aggiunto rimane in Europa.

    Dietro queste divergenze c’è la trasformazione materiale del mercato. Nei primi otto mesi del 2026 le immatricolazioni di auto nuove nell’Ue sono cresciute del 5,3 per cento. Le elettriche a batteria sono salite al 21,7 per cento del mercato, dal 15,8 per cento dell’anno precedente; le ibride rappresentano ormai il 36,6 per cento e le plug-in il 10 per cento. Benzina e diesel insieme sono scesi al 29 per cento, dal 37,5 per cento del 2025. L’elettrificazione, dunque, non si è fermata: sta accelerando. In Francia le immatricolazioni di elettriche sono cresciute del 74,2 per cento nei primi otto mesi e in Germania del 53,1 per cento. In Italia, invece, uno dei fenomeni più marcati è la crescita delle plug-in, aumentate del 77,6 per cento. Il problema europeo è un altro: elettrificazione del mercato ed europeizzazione della produzione non sono necessariamente la stessa cosa. L’industria automobilistica dà lavoro direttamente e indirettamente a circa 13,8 milioni di persone nell’Ue e genera oltre il 7 per cento del Pil comunitario. Eppure nel 2025 la produzione europea era ancora inferiore di circa tre milioni di veicoli rispetto al 2019. L’Unione rappresentava circa il 14,6 per cento della produzione automobilistica mondiale, mentre l’Asia continuava ad aumentare il proprio peso. Le automobili prodotte in Cina hanno raggiunto il 7 per cento delle vendite nell’Ue e, nel solo settore elettrico, la Cina ha prodotto nel 2025 quasi tre quarti delle vetture fabbricate nel mondo. È questo dato a spiegare perché la discussione abbia smesso di essere semplicemente ambientale. Se l’Europa raggiungesse gli obiettivi climatici sostituendo progressivamente il proprio parco automobilistico con veicoli, batterie e componentistica prodotti in misura crescente altrove, la transizione potrebbe essere un successo sotto il profilo delle emissioni ma accompagnarsi a una perdita di capacità industriale. Dall’altra parte, rallentare troppo l’elettrificazione per proteggere gli impianti esistenti comporterebbe il rischio opposto: conservare tecnologie sulle quali il mercato globale sta progressivamente riducendo gli investimenti proprio mentre i concorrenti asiatici guadagnano scala, esperienza e vantaggio sui costi. I numeri del mercato europeo indicano che la domanda di elettrico cresce rapidamente; quelli della produzione mondiale mostrano però che una parte considerevole del vantaggio industriale è già fuori dall’Europa.

    L’Italia sta cercando di rispondere a questo dilemma anche sul piano nazionale. Il governo ha destinato 1,343 miliardi di euro al nuovo programma per l’automotive, orientandolo soprattutto verso investimenti produttivi, ricerca, innovazione e riconversione della filiera. A settembre il ministero delle Imprese ha attivato 300 milioni di euro attraverso i mini contratti di sviluppo e, pochi giorni fa, altri 631 milioni per progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Parallelamente sono stati stanziati fondi per l’infrastruttura di ricarica. La logica dichiarata dal governo è accompagnare la transizione senza identificare quest’ultima esclusivamente con una tecnologia, ma cercando nello stesso tempo di mantenere produzione e componentistica in Italia. In questo contesto, un eventuale compromesso tra Parigi e Berlino potrebbe assumere una portata superiore al dossier automobilistico. In termini politici, l’intesa possibile è abbastanza leggibile: maggiore flessibilità tecnologica in cambio di una politica industriale europea più assertiva. La Germania potrebbe ottenere regole meno rigide sulla traiettoria delle emissioni e sui carburanti alternativi; la Francia potrebbe ottenere requisiti più forti affinché incentivi e commesse pubbliche alimentino capacità produttiva europea. L’Italia avrebbe interesse su entrambi i versanti e potrebbe contribuire alla costruzione di questo punto di equilibrio. Questa è però un’interpretazione della convergenza in corso, non ancora un accordo definito: il “Financial Times” riferisce che le distanze si sono ridotte, ma restano divergenze importanti soprattutto sul perimetro geografico del “Made in Europe”. L’Europa, di fatto, sta cercando di decidere contemporaneamente tre cose: quanto velocemente elettrificare il proprio mercato, quanta libertà lasciare alle tecnologie alternative e quanta produzione pretendere che rimanga sul continente in cambio del denaro pubblico utilizzato per sostenere la transizione. Francia, Germania e Italia partono da interessi industriali differenti, ma stanno convergendo almeno su un punto: le regole climatiche non possono essere discusse separatamente dalla capacità produttiva europea.

  • Il duplice obiettivo di una strategia energetica

    Nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia la prima fonte rimane il settore idroelettrico, anche se risente di una incertezza normativa legata al rinnovo delle concessioni ormai in scadenza.

    In un momento di crisi energetica come quello attuale, che si protrae praticamente dal covid in poi, ed ha avuto un’accelerazione con i due conflitti, portare la quota attuale dell’idroelettrico dal 45% al 55% nella produzione rinnovabile italiana sarebbe vitale. Questa auspicabile strategia richiederebbe un incremento reale di circa il 10% e la produzione energetica da fonte idroelettrica, un traguardo tecnicamente possibile ma subordinato a riforme strutturali ed ammodernamenti.

    Attualmente, l’idroelettrico rappresenta, come si diceva, la prima fonte energetica rinnovabile in Italia, coprendo mediamente il 45% (pari a circa il 20% del fabbisogno energetico totale del Paese). Uno storico studio condotto da Teha ed Enel conferma che il settore presenta un potenziale di crescita residuo proprio nell’ordine di quel 10% necessario a raggiungere il target del 55%.

    Per colmare questo divario e sbloccare la capacità produttiva inespressa, gli esperti indicano due interventi strategici. Innanzitutto si dimostra assolutamente fondamentale affrontare lo stallo delle concessioni in quanto il sistema burocratico (in buona parte di genesi europea) rappresenta oggi il principale freno agli investimenti.  L’86% delle concessioni per le grandi derivazioni idroelettriche è già scaduto o in scadenza imminente. Senza un quadro regolatorio chiaro, stabile e armonizzato a livello regionale gli operatori non possono avviare i piani di investimento a lungo termine necessari per potenziare i siti esistenti.

    Partendo da questo quadro generale allora il modello da seguire non dovrebbe più essere quello europeo bensì quello francese. La Francia, infatti, ha recentemente approvato una riforma radicale per evitare le gare d’appalto europee per le proprie centrali idroelettriche, superando un contenzioso con la Commissione Europea che durava da oltre dieci anni. Di fatto ha tutelato la proprietà francese di una importante fonte energetica, evitando così che interessi finanziari speculativi potessero avere il sopravvento rispetto a quelli nazionali.

    In secondo luogo va considerato il problema legato al Revamping e Repowering degli impianti in quanto l’idroelettrico rappresenta la fonte rinnovabile più antica ma soprattutto più importante d’Italia. Non va dimenticato come gran parte del parco impianti nazionale necessiti di un urgente bisogno di manutenzione e ammodernamento tecnologico attraverso interventi mirati di efficientamento relativo alle turbine come alle strutture (sia “opere asciutte” che “opere bagnate”), la cui sintesi permetterebbe di incrementare la potenza senza dover costruire nuove dighe o impattare ulteriormente sull’ambiente, rendendo possibile l’obiettivo di recuperare una capacità stimata fino a diversi GW di potenza aggiuntiva e svariati TWh di produzione annua pulita. In più, così, l’intero settore idroelettrico potrebbe mantenere un grandissimo vantaggio strategico, rappresentato da una fonte energetica completamente sotto il controllo italiano, cioè made in Italy.

    In questo si differenzia molto dagli investimenti nel fotovoltaico i quali accentuano una forte dipendenza dalla Cina per la filiera del fotovoltaico e quindi espongono ad un innegabile rischio strategico l’Italia come tutta l’Unione Europea.

    Non va, infatti, dimenticato come Pechino controlli oltre l’80% della produzione mondiale di moduli fotovoltaici e quote ancora superiori (fino al 95-98%) per componenti chiave come i lingotti di silicio e i wafer, infatti in Italia, la dipendenza dalle importazioni cinesi di pannelli finiti supera il 70%. Senza dimenticare come grazie a massicci sussidi statali durati oltre un decennio le aziende cinesi riescono a produrre moduli a un costo quasi dimezzato rispetto ai produttori europei i quali oggi coprono appena il 2-3% del mercato continentale.

    In ultima analisi, la politica energetica nazionale dovrebbe assolutamente privilegiare il rafforzamento e lo sviluppo degli asset specifici nazionali come l’idroelettrico, puntando contemporaneamente ad una massima diversificazione delle fonti energetiche in modo da ridurne il peso specifico e, di conseguenza, la dipendenza. Anche perché all’interno di un contesto geopolitico problematico la dipendenza energetica prevalentemente da un’unica fonte può diventare uno strumento di ingerenza politica esercitata dai Paesi che ne detengono il monopolio.

    Allora, al di là della matrice ideologica, una politica energetica dovrebbe perseguire il doppio obiettivo di assicurare ad un prezzo ragionevole l’energia per sostenere le famiglie e le imprese, ma, parallelamente, dovrebbe assicurare una indipendenza politica alle istituzioni nazionali, ottenibile solo attraverso una diversificazione energetica e non certo con l’adozione di un modello energetico monoteistico e squisitamente ideologico, come quello espresso all’interno dell’Unione Europea con la transizione energetica.

  • A micro e piccole imprese italiane l’energia costa 3,7 miliardi in più rispetto alla media europea

    Le micro e piccole imprese italiane pagano per l’elettricità 3,7 miliardi di euro in più rispetto alla media europea, con un peso del fisco in bolletta maggiore del 47,4% rispetto all’Ue. Lo rileva Confartigianato in un’analisi che viene presentata alla 22esima edizione dell’annuale convention ‘Energies and Sustainability Confartigianato High School’, organizzata dalla Confederazione in collaborazione con i Consorzi energia Caem, CEnPI, Multienergia. Secondo il rapporto di Confartigianato, la bolletta elettrica delle piccole imprese italiane è oggi tra le più costose d’Europa: 25,99 centesimi di euro/kWh, un prezzo che supera del 17,9% la media UE (22,04 centesimi/kWh) e che colloca l’Italia al terzo posto nell’Unione europea, dietro Irlanda (28,33 centesimi) e Germania (26,06 centesimi). E a gonfiare il costo dell’elettricità dei piccoli imprenditori italiani contribuisce il prelievo fiscale e parafiscale in bolletta (accise e oneri generali).

    Confartigianato ha stilato la classifica delle regioni con il maggiore extracosto “elettrico” pagato dalle piccole imprese rispetto alla media europea: Lombardia (700 milioni di euro); Veneto (376 milioni); Emilia-Romagna (338 milioni); Puglia (280 milioni); Toscana (265 milioni); Piemonte (262 milioni); Campania (247 milioni); Sicilia (239 milioni). A livello provinciale, il maggiore divario della bolletta elettrica delle piccole imprese rispetto all’Europa si registra a: Brescia (135 milioni); Milano (123 milioni); Napoli (108 milioni); Taranto (100 milioni); Bergamo (97 milioni); Torino (89 milioni); Verona (82 milioni); Treviso (66 milioni); Vicenza (66 milioni); Padova (66 milioni); Udine (66 milioni); Varese (66 milioni)

    “Le bollette energetiche che pagano le Pmi italiane sono gonfiate dal fisco, il cui peso maggiore è del 47,4% rispetto all’Ue“, fa sapere ancora Confartigianato. “A gonfiare il costo dell’elettricità dei piccoli imprenditori italiani contribuisce il prelievo fiscale e parafiscale in bolletta (accise e oneri generali): è superiore del 47,4% rispetto alla media Ue, con un carico pari a 5,44 centesimi/kWh, il terzo più alto in Europa dopo Polonia (7,41 centesimi) e Cipro (7,32 centesimi)”.

    “Il fisco in bolletta cala al crescere dei consumi: le grandi imprese energivore italiane registrano, infatti, un prelievo fiscale inferiore alla media europea, mentre le imprese con i consumi minori, inferiori a 20 MWh, subiscono il divario più elevato, pari addirittura al +75,5% nel confronto con l’UE. Quindi, più l’impresa è piccola, maggiore è lo svantaggio rispetto all’Europa”.

  • La Commissione autorizza l’acquisizione di Eni Plenitude da parte di Eni e Ares

    La Commissione europea ha approvato, a norma del regolamento UE sulle concentrazioni, l’acquisizione del controllo comune di Eni plenitude S.p.A. Società Benefit (“Eni plenitude”) da parte di Eni S.p.A, entrambe italiane, e della statunitense Ares Management Corporation (“Ares”).

    L’operazione riguarda principalmente il settore dell’energia.

    La Commissione ha concluso che l’operazione notificata non solleverebbe problemi sotto il profilo della concorrenza, dato che il nuovo azionista che esercita il controllo congiunto non opera sullo stesso mercato dell’impresa comune o su mercati ad esso collegati verticalmente. L’operazione notificata è stata esaminata nell’ambito della procedura semplificata di esame delle concentrazioni.

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • Nel primo quarto del 2026 business per oltre due miliardi tra Italia e Tunisia

    Dall’1 gennaio a fine aprile 2026 gli scambi commerciali tra Italia e Tunisia hanno toccato i 7,413 miliardi di dinari, pari a 2,18 miliardi di euro al cambio attuale. È ciò che emerge dai dati sull’interscambio pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino. Nel primo quadrimestre del 2026, le esportazioni italiane verso la Tunisia hanno raggiunto i 3,869 miliardi di dinari (circa 1,15 miliardi di euro), in aumento di circa il 5,24 per cento rispetto ai 3,677 miliardi di dinari (1,08 miliardi di euro) dei primi quattro mesi dell’anno scorso. Le importazioni dalla Tunisia verso l’Italia, invece, si attestano a 3,543 miliardi di dinari (1,042 miliardi di euro), in aumento del 10,7 per cento rispetto ai 3,201 miliardi di dinari (941 milioni di euro) del primo quadrimestre 2025. L’Italia si conferma il secondo fornitore europeo della Tunisia, e il terzo al mondo, preceduta solamente dalla Francia – che nei primi quattro mesi ha esportato verso Tunisi beni e merci per un valore di 3,775 miliardi di dinari (1,11 miliardi di euro) – e dalla Cina (con 3,805 miliardi di dinari, ossia circa 1,119 miliardi di euro). Il saldo della bilancia commerciale tra Italia e Tunisia pende a favore di Tunisi di 326,6 milioni di dinari (circa 96 milioni di euro).

    Tra i principali prodotti esportati dall’Italia verso la Tunisia vi sono materie prime energetiche (petrolio raffinato), metalli, tessuti, cuoio e pellami, apparecchi di cablaggio, materie plastiche e prodotti in plastica, motori generatori e trasformatori, prodotti chimici e farmaceutici, impianti e macchinari. Tra i principali prodotti che l’Italia invece importa figurano gli articoli di abbigliamento e calzature, parti e accessori per veicoli, oli e grassi, motori generatori e trasformatori, articoli in plastica, prodotti chimici e fertilizzanti, prodotti della siderurgia, petrolio greggio. Risulta evidente, pertanto, un consistente traffico di perfezionamento-trasformazione di materie prime o semilavorati in prodotti dall’Italia alla Tunisia.

    In generale, nei primi quattro mesi del 2026, il commercio estero tunisino ha registrato una crescita sia delle esportazioni sia delle importazioni, confermando la ripresa di alcuni comparti strategici dell’economia nazionale, ma senza riuscire a contenere il persistente squilibrio della bilancia commerciale, fortemente appesantita dalla componente energetica. Secondo gli ultimi dati Ins, le esportazioni hanno raggiunto i 22,69 miliardi di dinari tunisini (circa 6,78 miliardi di euro), in aumento del 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono salite a 30,22 miliardi di dinari (circa 9,03 miliardi di euro), con una crescita del 7,9 per cento. Il deficit commerciale si è così attestato a 7,53 miliardi di dinari (2,25 miliardi di euro), contro i 7,29 miliardi di dinari (2,18 miliardi di euro) registrati nei primi quattro mesi del 2025. Nonostante l’aggravarsi del saldo negativo, il tasso di copertura delle importazioni da parte delle esportazioni è migliorato, passando dal 74 al 75,1 per cento.

    A sostenere l’export tunisino sono stati soprattutto i settori delle industrie meccaniche ed elettriche, cresciute del 12,2 per cento, e dell’agroalimentare, che ha segnato un aumento del 24,3 per cento grazie in particolare al forte incremento delle vendite di olio d’oliva. Le esportazioni del prodotto simbolo dell’agricoltura tunisina sono infatti passate da 1,76 miliardi di dinari (circa 526 milioni di euro) a 2,63 miliardi di dinari (circa 786 milioni di euro). In crescita anche il settore energetico (+13 per cento), trainato dalle esportazioni di prodotti raffinati, salite a 449,3 milioni di dinari (134 milioni di euro) contro i 105,8 milioni (31,6 milioni di euro) dello stesso periodo del 2025. Più contenuta la performance del comparto tessile, abbigliamento e cuoio, che ha registrato un modesto +0,3 per cento, mentre continua la fase negativa del settore minerario e dei fosfati, con una contrazione del 23,6 per cento. Quest’ultimo rappresenta storicamente uno dei pilastri delle esportazioni tunisine, ma continua a soffrire problemi strutturali, rallentamenti produttivi e difficoltà logistiche.

    Sul fronte delle importazioni, la crescita ha riguardato tutte le principali categorie merceologiche. Gli aumenti più marcati hanno interessato i prodotti alimentari (+18,3 per cento), i prodotti energetici (+13,7 per cento) e i beni di equipaggiamento (+8,9 per cento). In rialzo anche le importazioni di beni di consumo (+7,7 per cento) e di materie prime e semilavorati (+2,2 per cento), segnale di una domanda interna ancora sostenuta e della dipendenza dell’apparato produttivo tunisino dalle forniture estere.

    L’Unione europea (Ue) si conferma il principale partner commerciale della Tunisia. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso il mercato europeo, che assorbe il 71,3 per cento dell’export tunisino, sono aumentate a 16,18 miliardi di dinari (4,83 miliardi di euro), rispetto ai 14,52 miliardi (4,34 miliardi di euro) dello stesso periodo del 2025. In crescita soprattutto le vendite verso la Francia (+13,8 per cento), l’Italia (+5,2 per cento) e la Germania (+4,7 per cento). In calo invece le esportazioni verso i Paesi Bassi (-7,5 per cento) e la Grecia (-38,9 per cento). Per quanto riguarda i paesi arabi, spicca il forte incremento delle esportazioni verso l’Egitto (+99,9 per cento) e l’Arabia Saudita (+71,7 per cento). In flessione invece gli scambi con il Marocco (-40,1 per cento), l’Algeria (-20,3 per cento) e la Libia (-19,6 per cento).

    Anche sul lato delle importazioni, l’Europa mantiene un ruolo centrale: gli acquisti dalla Ue, pari al 45,5 per cento del totale, sono cresciuti a 13,75 miliardi di dinari (4,11 miliardi di euro), contro i 12,14 miliardi (3,63 miliardi di euro) dei primi quattro mesi del 2025. Gli aumenti più significativi riguardano la Francia (+24,7 per cento) e l’Italia (+10,7 per cento), mentre risultano in calo le importazioni dalla Bulgaria (-19,3 per cento) e dalla Grecia (-6,4 per cento). Fuori dall’Ue, la Tunisia ha aumentato le importazioni dalla Turchia (+8,1 per cento) e dall’India (+32,1 per cento), mentre si registra una netta riduzione degli acquisti dalla Russia (-57 per cento) e una lieve flessione dalla Cina (-3,7 per cento).

    L’analisi della bilancia commerciale per gruppi di prodotti mostra che il principale fattore di squilibrio resta il settore energetico, con un deficit di 4,19 miliardi di dinari (1,25 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 3,68 miliardi (1,10 miliardi di euro) dello stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo negativo riguarda anche le materie prime e i semilavorati (-1,98 miliardi di dinari, pari a 592 milioni di euro), i beni di equipaggiamento (-1,46 miliardi, pari a 436 milioni di euro) e i beni di consumo (-859 milioni, pari a 257 milioni di euro). Solo il comparto alimentare registra un avanzo, pari a 963,5 milioni di dinari (288 milioni di euro). Secondo i dati dell’Ins, escludendo il settore energetico il deficit commerciale tunisino si riduce a 3,34 miliardi di dinari (circa 998 milioni di euro), evidenziando come la dipendenza energetica continui a rappresentare uno dei principali elementi di vulnerabilità macroeconomica del Paese nordafricano.

  • Sempre più forti le preoccupazioni per attacchi cibernetici a energia, trasporti e forniture

    Le tensioni geopolitiche stanno riportando l’attenzione su quanto siano fragili e al contempo imprescindibili per la nostra quotidianità le infrastrutture globali. Energia, trasporti e supply chain non sono esposti solo a possibili interruzioni legate alla disponibilità di materie prime, ma anche a minacce digitali sempre più mirate. Oggi le infrastrutture critiche si trovano su una linea di doppio rischio: possono essere messe sotto pressione da crisi geopolitiche oppure colpite direttamente da attacchi cyber, sempre più utilizzati in chiave di cyberwarfare, cioè operazioni informatiche mirate a interrompere servizi essenziali e generare effetti concreti su economia e sicurezza.

    Un esempio recente arriva dall’Italia. L’attacco al sistema di pompe che protegge Piazza San Marco dall’acqua alta, avvenuto a Venezia, mostra chiaramente come un’infrastruttura critica possa essere bloccata anche senza danni fisici, con conseguenze immediate sulla sicurezza e sulla continuità operativa della città.

    In questo contesto, la cyberwarfare sta diventando uno strumento sempre più utilizzato. Secondo il report Armis Labs “The State of Cyberwarfare”, il 68% dei decision-maker IT ritiene che la crescente “weaponization” dell’intelligenza artificiale renderà il conflitto cyber una componente stabile della geopolitica globale, mentre il 67% teme che l’uso improprio delle tecnologie emergenti possa aumentare il rischio di danni collaterali alle infrastrutture civili. Allo stesso tempo, l’adozione di modelli avanzati ha ridotto il tempo medio di compromissione da ore a pochi secondi, rendendo gli attacchi più rapidi e difficili da contenere, soprattutto in ambienti complessi e interconnessi.

    La pressione sulle infrastrutture critiche emerge chiaramente anche guardando ai settori che le sostengono ogni giorno. Nel comparto Oil, Gas e Mining, il 68% delle organizzazioni ha registrato un aumento delle minacce negli ultimi sei mesi, mentre il costo dei ransomware supera spesso l’intero budget annuale di cybersecurity. Non si tratta più solo di proteggere sistemi IT: negli ambienti industriali, dove IT e OT sono sempre più interconnessi, un attacco può tradursi rapidamente in un’interruzione operativa reale, con impatti diretti su produzione, servizi e sicurezza.

    In Italia, questo scenario è già tangibile. Il 66% dei responsabili IT teme che attacchi di matrice statale possano compromettere la continuità dei servizi essenziali, mentre il costo medio di un ransomware ha raggiunto gli 8,29 milioni di euro nel 2025, superando il budget di sicurezza per oltre la metà delle aziende. Non è solo una questione di difesa: il rischio cyber sta iniziando a influenzare le decisioni industriali, tanto che più di un’azienda manifatturiera su quattro ha rallentato o sospeso progetti di trasformazione digitale.

    La cyberwarfare è ormai una realtà operativa, accelerata dall’uso dell’intelligenza artificiale.L’AI è oggi un fattore chiave su entrambi i fronti: consente agli attaccanti di aumentare velocità e scala delle operazioni, ma è anche uno strumento fondamentale per rafforzare le difese. In un contesto di crescente instabilità geopolitica, diventa essenziale sviluppare visibilità completa della superficie di attacco e adottare un approccio proattivo alla gestione dell’esposizione, per proteggere le infrastrutture critiche prima che il rischio si traduca in un impatto operativo.

    In uno scenario in cui le infrastrutture critiche sono sempre più esposte e interconnesse, la resilienza passa dalla capacità di anticipare il rischio. Attraverso Armis Centrix™, piattaforma di Cyber Exposure Management basata su AI, le organizzazioni possono ottenere una visibilità completa degli ambienti IT, OT e IoT, comprendere come gli asset sono collegati tra loro e intervenire prima che una vulnerabilità si trasformi in un problema operativo. Un approccio che aiuta a ridurre l’esposizione, rafforzare la governance e garantire continuità anche nei contesti più complessi.

  • Eni annuncia una nuova scoperta di risorse di gas al largo dell’Indonesia

    Eni annuncia una nuova importante scoperta di gas effettuata dal pozzo esplorativo Geliga-1, perforato nel blocco Ganal nel bacino del Kutei, a circa 70 chilometri dalla costa del Kalimantan Orientale, nell’offshore indonesiano. Le stime preliminari indicano volumi in posto pari a circa 140 miliardi di metri cubi di gas (5 Tcf) e 300 milioni di barili di condensati nell’intervallo incontrato. Il pozzo Geliga-1 è stato perforato fino a una profondità totale di circa 5.100 metri in circa 2.000 metri di profondità d’acqua e ha incontrato una significativa colonna a gas nell’intervallo miocenico, caratterizzato da eccellenti proprietà petrofisiche. È previsto un test di produzione per valutare la produttività del giacimento. La scoperta Geliga-1 si inserisce nell’eccellente track record esplorativo di Eni nel Bacino del Kutei e fa seguito all’importante scoperta di Geng North, avvenuta alla fine del 2023 a soli 20 chilometri a sud di Geliga, nonché alla più recente scoperta del pozzo Konta-1, annunciata nel dicembre 2025. Questi risultati confermano il significativo potenziale del play a gas del bacino e la scalabilità delle risorse nell’area.

    La scoperta Geliga-1 segue inoltre le recenti Decisioni Finali d’Investimento (Fid) per i progetti a gas Gendalo e Gandang (South Hub) e per i giacimenti Geng North e Gehem (North Hub). In particolare, il progetto North Hub si baserà sull’impiego di una FPSO di nuova costruzione, con una capacità di trattamento di circa 28 milioni di metri cubi al giorno (1bscf/d) di gas e 90.000 bpd di condensati, nonché sull’impianto Gnl di Bontang esistente. Sono in corso analisi per valutare opzioni di sviluppo accelerato, tenendo conto anche della vicinanza a infrastrutture – esistenti e da realizzare – che offrono potenziali sinergie in termini di time-to-market e ottimizzazione dei costi. La nuova scoperta è adiacente alla scoperta a gas di Gula (circa 56 miliardi di metri cubi di gas in posto con 75 milioni di barili di condensati), non ancora sviluppata. Le valutazioni iniziali indicano che le risorse combinate di Geliga e Gula hanno il potenziale per produrre 28 milioni di metri cubi al giorno (1bscf/d) aggiuntivo di gas e 80.000 bpd di condensati, aprendo tra l’altro la possibilità di realizzare, in modalità fast-track, un terzo hub produttivo nel prolifico Bacino del Kutei, replicando il modello di sviluppo del progetto North Hub in corso. Sono inoltre in corso studi per valutare un’ulteriore estensione di Bontang attraverso la riattivazione di capacità di liquefazione aggiuntiva rispetto a quanto già previsto per il progetto North Hub, prolungando ulteriormente l’operatività dell’impianto. Negli ultimi sei mesi, Eni ha perforato con successo altri quattro pozzi esplorativi nello stesso bacino. La campagna esplorativa proseguirà con un ulteriore pozzo previsto nel 2026 e due pozzi nel 2027.

    La scoperta Geliga-1 è situata nel Psc Ganal, operato da Eni con una quota dell’82 per cento, mentre Sinopec detiene il restante 18 per cento. Il Psc Ganal fa parte del portafoglio di 19 blocchi (14 in Indonesia e 5 in Malesia) che saranno conferiti a Searah, la società a controllo congiunto tra Eni e Petronas annunciata nel novembre 2025. La nuova società integrerà asset, competenze tecniche e risorse finanziarie a supporto della crescita e per rafforzare il proprio posizionamento nel Sud-Est asiatico. I piani industriali di Searah includono lo sviluppo di circa 3 miliardi di barili di olio equivalente (boe) di risorse scoperte e la valorizzazione di un significativo potenziale esplorativo. Il closing dell’operazione è atteso entro il secondo trimestre del 2026. E’ attualmente in corso la cessione a una terza parte di una quota del 10 per cento degli asset conferiti da Eni Indonesia in Searah, quota che rimarrà esclusa dalla nuova società, e se ne prevede il completamento nel 2026. La scoperta di Geliga accresce il valore di questa cessione. La scoperta di Geliga accresce il valore di questa cessione. Eni è presente in Indonesia dal 2001 e detiene attualmente un portafoglio upstream diversificato nelle attività di esplorazione, sviluppo e produzione. La produzione netta è di circa 90.000 barili di olio equivalente al giorno, principalmente dai giacimenti di Jangkrik e Merakes nell’offshore del Kalimantan Orientale.

  • Sventato attentato alle forniture energetiche per l’Italia

    L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dall’Azerbaigian attraversa la Georgia e la Turchia trasportando petrolio destinato anche all’Italia, era finito nel mirino di una cellula terroristica legata all’Iran che è stata smantellata all’inizio di marzo dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano. È quanto emerge da un comunicato congiunto delle Forze di difesa di Israele (Idf) e delle agenzie d’intelligence Mossad e Shin Bet. La notizia assume particolare rilievo nel contesto attuale della crisi degli approvvigionamenti scoppiata a seguito della guerra in Iran. L’Azerbaigian è il secondo fornitore di petrolio dell’Italia dopo la Libia, con oltre 9.387.736 tonnellate giunte nel 2025. Peraltro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parteciperà al vertice Ue-Armenia il 4 e 5 maggio a Erevan, e non è escluso che successivamente faccia tappa in Azerbaigian, come preannunciato dalla stessa premier dopo la recente missione nel Golfo.

    La cellula terroristica pianificava attacchi contro diversi obiettivi e istituzioni ebraiche in Azerbaigian, tra cui l’ambasciata israeliana e la sinagoga a Baku. L’oleodotto era considerato un obiettivo strategico in quanto trasporta circa un terzo delle importazioni di petrolio di Israele, secondo quanto riferisce il comunicato. Stando alla dichiarazione israeliana, i membri della cellula avevano introdotto clandestinamente droni esplosivi in Azerbaigian e stavano raccogliendo informazioni sotto le direttive dei loro referenti iraniani. Secondo il comunicato, negli ultimi mesi Israele ha colpito una rete terroristica che prendeva di mira funzionari e obietti israeliani in tutto il mondo, e durante la campagna militare congiunta con gli Stati Uniti, iniziata lo scorso 28 febbraio, sono stati uccisi diversi membri di spicco dell’organizzazione.

    All’inizio di marzo, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian aveva annunciato di aver sventato un piano attribuito ai servizi segreti iraniani per colpire alcuni obiettivi nel Paese, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana a Baku, un leader della comunità ebraica mizrahi e una sinagoga ashkenazita. Secondo quanto riferito dalle autorità azerbaigiane, “la serie di operazioni terroristiche e di intelligence pianificate è stata orchestrata dal servizio di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i pasdaran), che ha incaricato agenti locali di condurre attività di sorveglianza, procurarsi armi e garantire i trasporti”. Stando alle autorità, esplosivi sarebbero stati introdotti clandestinamente nel Paese da cittadini iraniani con il sostegno di complici azerbaigiani. Nei pressi dell’insediamento di Shikhov, nel distretto di Sabail, era stato trovato un contenitore con oltre 7,7 chilogrammi di esplosivo C-4, mentre nel distretto di Garadagh erano stati scoperti altri ordigni, tra cui una bomba telecomandata con un raggio d’azione di 250-300 metri. In seguito alle operazioni preventive, sono state arrestate diverse persone: quattro sono già state condannate a sei anni e sei mesi di reclusione per il loro coinvolgimento nel complotto, mentre altri sono stati fermati per preparazione di omicidio e possesso illegale di esplosivi e armi da fuoco.

    Secondo il comunicato israeliano, Rahman Moqadam, capo di una divisione per operazioni speciali dell’intelligence dei pasdaran, era a capo della cellula ed è stato ucciso nelle prime fasi dei bombardamenti in Iran. Stando a quanto ricostruito dalle autorità israeliane, Moqadam aveva reclutato e addestrato degli agenti sia all’interno che all’esterno dell’Iran, chiedendo loro di raccogliere informazioni su leader politici israeliani, funzionari della sicurezza, installazioni militari israeliane e occidentali, nonché porti e navi israeliane in tutto il mondo. Secondo quanto riferito da Israele, Moqadam prestava servizio sotto il comando di Majid Khademi, un alto funzionario dell’intelligence del Corpo delle guardie rivoluzionarie, anch’egli ucciso durante la guerra contro l’Iran.

    Un’altra figura centrale nella rete era Mohsen Suri, membro della stessa divisione di Moqadam. Secondo Israele, Suri incontrò cellule terroristiche al di fuori dell’Iran ed è stato ucciso in un attacco israeliano contro un rifugio dei pasdaran. A guidare la rete in Azerbaigian era Mahdi Yekeh-Dehghan, noto anche come “il dottore”. Il suo ruolo è stato scoperto a gennaio, quando le autorità turche hanno arrestato sei persone, tra cui un cittadino iraniano, con l’accusa di spionaggio politico e militare per conto dell’Iran, a seguito di raid coordinati in cinque province. Yekeh-Dehghan dirigeva la cellula, che si occupava di contrabbandare droni esplosivi dall’Iran attraverso la Turchia e fino a Cipro, nonché di raccogliere informazioni sulle forze statunitensi. Come riportato dalle Idf, a seguito dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i pasdaran hanno intensificato i loro sforzi per creare cellule terroristiche all’estero e compiere attentati.

  • Hormuz e il caro-energia mandano in sofferenza l’intelligenza artificiale

    L’intelligenza artificiale promette guadagni di produttività senza precedenti. Ma a quale costo fisico ed economico? È un dibattito aperto tra economisti ed esperti di IA, che assume sempre più importanza considerato lo shock energetico derivante dalla guerra nel Golfo Persico, che ha già fatto salire il prezzo del barile ai livelli più alti degli ultimi anni e riaperto il dibattito sulla dipendenza digitale dai combustibili fossili.

    Secondo il rapporto Energy and AI dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), i data center hanno consumato circa 415 Terawattora di elettricità nel 2024, un’energia che equivale a circa l’1,5 per cento del totale mondiale; la proiezione al 2030 sale a 945 Terwattora, ossia il consumo annuale di una potenza industriale come il Giappone. Goldman Sachs Research stima una crescita ancora più accentuata fino al +165 per cento della domanda globale di energia dei data center tra il 2023 e il 2030, con un tasso composto annuo del 17 per cento fino al 2028; l’Electric Power Research Institute statunitense calcola che i data center potrebbero arrivare fino al 9,1 per cento dell’elettricità nazionale entro il 2030 nello scenario di adozione più accelerata, rispetto all’attuale 1,5 per cento. Inoltre, alla voce energia bisogna aggiungere il costo idrico.

    Secondo Digiconomist, nel 2025 i sistemi IA hanno consumato circa 765 miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento delle infrastrutture. Il World Economic Forum ha identificato la sicurezza energetica come priorità nazionale sistemica nell’era dell’IA, sottolineando come la carenza di turbine e i colli di bottiglia nelle reti di trasmissione rischiano di limitare l’intera traiettoria di crescita del settore. Il dibattito tra gli economisti è tutt’altro che risolto. La Brookings Institution ha segnalato che le innovazioni nei modelli come DeepSeek riducono il costo energetico per singolo token generato, ma non invertono la traiettoria complessiva.

    L’effetto rebound – o paradosso di Jevons – spiega il fenomeno per cui un aumento dell’efficienza nell’uso di una risorsa non riduce il consumo complessivo, ma lo aumenta: il minor costo unitario stimola una domanda aggregata molto più alta, annullando i guadagni di efficienza. Sul fronte della produttività gli economisti sono cauti: secondo la Brookings Institution, i guadagni delle tecnologie general purpose tendono a manifestarsi con ritardi di un decennio o più rispetto alla diffusione iniziale, e l’IA nel 2025 non ha ancora mostrato un impatto dominante sui dati aggregati di Pil. Il Center for Strategic and International Studies identifica nell’approvvigionamento elettrico il principale collo di bottiglia alla supremazia IA statunitense, al pari dei semiconduttori; senza una rete energetica adeguata, la corsa all’IA rischia di incepparsi per vincoli fisici prima ancora che economici.

    L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che la crescita delle emissioni legate ai data center resti comunque sotto l’1,5 per cento del totale globale del settore energetico e potrebbe essere compensata, nel medio periodo, dai guadagni di efficienza che l’IA stessa abilita in altri comparti, dalle batterie al fotovoltaico. L’Unione europea e gli Stati Uniti incarnano due filosofie in direzione opposta. La direttiva europea sull’efficienza energetica obbliga i data center sopra i 500 kilowatt a rendicontare annualmente consumi di energia e acqua in un database centralizzato; la Germania ha abbassato la soglia a 300 kilowatt, con obbligo di transizione al 100 per cento di rinnovabili entro il 2027. La Commissione europea sta finalizzando un Data Center Energy Efficiency Package e un Cloud and AI Development Act che integreranno la dimensione energetica nell’AI Act già in vigore, puntando alla neutralità carbonica del settore entro il 2030.

    L’amministrazione Trump è agli antipodi, avendo imboccato la strada della deregolamentazione. Il piano Winning the Race: America’s AI Action Plan (23 luglio 2025) ha semplificato i permessi ambientali per data center e infrastrutture energetiche; più di recente, le principali aziende tech americane hanno firmato un impegno volontario ad autoprodurre l’energia necessaria, su pressione della Casa Bianca preoccupata per l’aumento delle bollette elettriche (+8 per cento nel 2025) in vista delle elezioni di midterm. Per coprire il fabbisogno, sia Google sia Microsoft stanno investendo massicciamente nel nucleare, inclusi i reattori modulari di piccola taglia (Smr), la cui prima ondata è attesa dal 2030. Il divario regolatorio transatlantico rischia così di diventare un nuovo terreno di competizione strategica: non solo chi produce i modelli migliori, ma chi riesce ad alimentarli in modo più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili potrebbe detenere un vantaggio strutturale nel decennio a venire. Un altro capitolo del confronto tra Washington e Bruxelles.

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