Energia

  • Le pale eoliche cinesi finiscono nel mirino dell’Antitrust europeo

    La vicepresidente della Commissione europea Margrethe Vestager ha annunciato l’apertura di un’indagine sui sussidi cinesi all’aziende dell’eolico, sulla falsariga di quanto l’Antitrust europeo ha già fatto per le auto elettriche made in China.

    “La strategia di Pechino sui maxi-sussidi statali e le esportazioni è attuata in tutte le aree delle tecnologie pulite, dei microchip e oltre. Le nostre economie non possono assorbirla. Non è solo pericolosa per la nostra competitività: mette a repentaglio anche la nostra sicurezza economica”, ha sottolineato Vestager, prospettando come eventualità in cui non incorrere una dipendenza dell’Europa rispetto a quei prodotti cinesi: “Non possiamo permetterci di vedere accadere ad auto elettriche, energia eolica o chip essenziali quello che è successo ai pannelli solari”.

    Senza un cambio di rotta, questo il timore di Bruxelles, l’Ue rischia di sviluppare una dipendenza dalla Cina entro il 2030 per l’eolico simile a quella che aveva dalla Russia per il gas prima dell’invasione dell’Ucraina. Mentre le aziende europee dell’energia eolica, da Orsted a Siemens Energy a Vestas, sono in difficoltà i costruttori cinesi sono molto solidi. Le tre principali aziende cinesi del settore – Goldwind, Envision e Windey – hanno installato più della metà delle turbine eoliche in patria. Da sola la Cina rappresenta il 58% delle installazioni di energia solare e il 60% delle installazioni di energia eolica a livello globale.

    La crescita delle aziende cinesi, oltre alle tre grandi ci sono un’altra dozzina di realtà, è una consistente minaccia all’industria eolica europea, dato che le turbine made in China costano la metà di quelle occidentali e che potrebbero sempre più venire esportate all’estero. Nel 2018 le società europee controllavano il 55% del mercato eolico globale, ma nel 2022 sono calate al 42%; nello stesso periodo, quelle cinesi sono cresciute dal 37 al 56%.

  • Il triste esito del “socialismo liberale”

    Le due ideologie politiche socialista e liberale si dimostrano sempre più convergenti nella realtà. Da sempre, infatti, all’interno del nostro Paese si confrontano sostanzialmente due schieramenti ideologici in campo politico ma soprattutto economico.

    Il primo si definisce espressione di un ipotetico mondo liberale in contrapposizione a quello legato alla ideologia socialista. Il confronto, anche cruento sotto il profilo dialettico, tuttavia alla fine si conclude con il compiaciuto conseguimento di un unico risultato, cioè la nefasta sintesi di entrambi gli approcci ideologici, liberale quanto socialista.

    Basti rilevare come la pressione fiscale sia arrivata ad oltre il 50,3% e rappresenti la massima declinazione di una centralità dello Stato e soprattutto di una propria funzione “fondamentale”, come ogni ideologia socialista da sempre propone ed ora applicabile anche nell’ambito dell’Unione Europea.

    In questo contesto, già di per sé negativo per le attività economiche quanto per la vita degli stessi cittadini, anche una timida applicazione della teoria liberale potrebbe fungere da contrappeso.

    In Italia, però, invece di creare le condizioni per un più agevole accesso ai servizi generati da una sana concorrenza tra monopolisti, la sua applicazione ha permesso la creazione di posizioni di pura speculazione in campo energetico, esercitate a sfavore ovviamente degli utenti.

    L’effetto disastroso di questa pseudo economia liberale, la quale in Italia altro non rappresenta se non interessi monopolisti, viene rappresentato dalle tariffe elettriche pagate dalle imprese e dai cittadini nel mese di aprile con i concorrenti europei.

    Il confronto impietoso dimostra quanto inaccettabile si sia dimostrata la disonestà intellettuale di tutti i governi che hanno gestito la strategia energetica negli ultimi anni. Il governo Draghi ha atteso vanamente la definizione di un Price Cap a livello europeo mentre la Spagna lo ha adottato fin dall’inizio fissandolo a 40 euro ed il differenziale tra le tariffe praticate risulta imbarazzante.

    Successivamente il governo Meloni ha abolito le tariffe tutelate inneggiando ad un fasullo mercato libero come opportunità per gli utenti, aumentando contemporaneamente l’IVA dal 5 al 22%, precedentemente abbassato al governo Draghi.

    In altre parole, la sintesi di queste due ideologie teoricamente contrastanti, le quali sono state applicate da tutti i governi che si sono susseguiti alla guida dell’Italia negli ultimi trent’anni, ha creato le condizioni di un mercato energetico privo della funzione calmieratrice dello Stato come di una qualsiasi forma di concorrenza tra monopolisti.

    Un disastro strategico epocale il quale condanna il nostro Paese ad una progressiva marginalità all’interno di qualsiasi contesto economico globale, già di per sé appesantito da una folle transizione energetica voluta dall’Unione Europea.

  • I Paesi del sud-est asiatico frenano gli investimenti sulle rinnovabili

    Diversi Paesi del Sud-est asiatico stanno frenando gli investimenti sulle energie rinnovabili e le altre tecnologie “verdi”, a causa delle pesanti ricadute di queste ultime sui prezzi di energia e beni, un fenomeno noto come “greenflation” (“inflazione verde”).

    Uno tra gli esempi più significativi di questa tendenza, segnalata dal quotidiano “Nikkei”, è la recente decisione dell’Indonesia di abbassare gli obiettivi nazionali di adozione delle energie rinnovabili. Il Consiglio energetico nazionale del Paese ha abbassato a gennaio la quota delle rinnovabili nel mix energetico nazionale al 19-21% entro il 2030, mentre l’obiettivo originale era del 23%. Ad oggi le rinnovabili rappresentano solo il 13% delle fonti energetiche del Paese. Il ministero dell’Energia, inoltre, ha rinviato a non prima del 2026 l’introduzione di una carbon tax nel Paese.

    Inflazione e timori legati alla sostenibilità dei finanziamenti gravano sugli sforzi di decarbonizzazione di altri Paesi regionali, come Malesia e Vietnam. Il vicepremier malesiano Fadillah Yusof ha dichiarato a “Nikkei” che l’indebolimento del ringgit degli ultimi mesi minaccia gli sforzi nazionali di decarbonizzazione, dipendenti in larga parte da componenti e tecnologie d’importazione. Il Paese si è dato obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione, lanciando 10 progetti nazionali con un investimenti stimato in 5,5 miliardi di dollari entro il 2030 e la realizzazione di zone a energia rinnovabile. Fadillah, responsabile del portafoglio della transizione energetica, ha avvertito però che finanziare le tecnologie verdi diventerà “sempre più difficile”, anche a causa del crescente scetticismo degli investitori in merito alla sostenibilità economica di queste tecnologie.

  • Dal Covid ad oggi la speculazione trova nuova forza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    L’anno successivo al covid gli utenti hanno conosciuto la speculazione energetica basata sulle quotazioni del gas (materia prima oggetto delle sanzioni europee contro la Russia di Putin) alla borsa olandese nata, secondo la “dotta” strategia della UE, per offrire un maggiore peso all’euro nelle transazioni energetiche.

    Questa situazione prettamente finanziaria ha determinato per le imprese fornirci di energia l’esplosione di fatturato ed utili senza precedenti. Prova ne è che la Spagna ha fissato il price cap a quaranta euro ed introdotto con successo una extra tassazione straordinaria in ragione degli effetti della speculazione energetica sui fatturati delle imprese erogatrici.

    Da allora in Italia, pur essendo passati quasi quattro anni, un’altra volta i medesimi consumatori si trovano all’interno di una ulteriore speculazione ancora più ingiustificata. A fronte di una strutturale diminuzione del prezzo del gas, ora quotato circa 23 euro a megawattora contro i 340 del periodo successivo al covid ed in piena crisi russo-ucraina, le bollette arrivate in tutta Italia rappresentano l’espressione cristallina di un oligopolio di matrice sudamericana con rincari che arrivano al 300%.

    Questa gestione eversiva nell’approvvigionamento per le famiglie italiane trova oggi, come in passato, l’approvazione di tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese, nessuno escluso, negli ultimi decenni. Ogni compagine governativa ha omesso di operare a favore delle imprese e delle famiglie italiane mantenendo una posizione servile e mercenaria nei confronti delle grandi aziende fornitrici di energia in mano ormai a fondi privati stranieri. Lo scenario, infatti, era già chiaro nel maggio 2023 ed evidenzia il diverso destino industriale e delle famiglie tra gli stessi partner dell’Unione Europea (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-diverso-destino-di-italia-e-francia/).

    Non soddisfatti, poi, si è pensato bene nel 2024 di aumentare di 17 punti l’Iva applicata nelle bollette (togliendo lo sconto introdotto dal governo Draghi) e, per chiudere il cerchio, con l’approvazione di una imbarazzante interpretazione della dottrina liberale, sono state eliminate le tariffe tutelate.

    Ricapitolando, grazie all’azione combinata di tutti i governi negli ultimi trent’anni la situazione risulta ormai decisamente insostenibile anche sotto il profilo della credibilità istituzionale oltre che della tenuta istituzionale. Non trova alcuna giustificazione, infatti, il fatto che nessun governo e partito si sia adoperato per introdurre, a fronte della scadenza del contratto di fornitura energetica, l’obbligo di proporne il rinnovo la cui operatività scattasse con l’ottenimento del consenso del consumatore. Si è preferito lasciare mano libera alle aziende di praticare la tariffa più alta possibile non appena il contratto di fornitura avesse raggiunto la scadenza.

    In più, quando scade un contratto tra due contraenti ed in attesa della stipula di un secondo da rendere operativo, dovrebbero nel frattempo rimanere in vigore le condizioni precedenti con la possibilità di aumenti legati all’andamento delle quotazioni internazionali.

    Desta, poi, un certo ribrezzo sentire ancora oggi qualche esperto di dottrina liberale giustificare questa apocalisse energetica come la applicazione del concetto il libero mercato. Una tesi talmente insostenibile e che esprime competenze precedenti alla caduta del muro di Berlino in quanto all’interno di un reale libero mercato tutti i soggetti dovrebbero venire sottoposti ai medesimi obblighi contrattuali.

    In Italia, viceversa, la politica, nella sua più variegata espressione, ha sempre favorito in modo indecente le società energetiche rendendo i cittadini a quel “parco buoi” con i quali la speculazione finanziaria indica i piccoli risparmiatori.

    La paura di una degenerazione atomica del conflitto russo ucraino trova la sua prima applicazione nel mercato energetico nazionale le cui vittime sono rappresentate dai consumatori italiani.

  • Inverno 1963/64

    Nessuno contesta come il cambiamento climatico rappresenti l’essenza stessa di un universo in continua evoluzione mentre in questo periodo si cerca di individuare tale processo nella causa dell’attività umana.

    Già sessant’anni fa però si manifestarono degli inverni con poca neve alla quale ovviamente non si poteva ovviare con gli impianti di innevamento programmato…

    L’innovazione tecnologica, nella sua continua evoluzione, offre oggi  il  grande merito di far fronte a situazioni meteorologiche avverse, sia nella stagione invernale che in una estate torrida con l’utilizzo dell’aria condizionata.

    In questo contesto tuttavia andrebbe ricordato quanto diceva Milton Friedman, e cioè che “nessun pasto è gratis”, quindi qualsiasi aspetto del progresso, come ogni innovazione, genera costi la cui sostenibilità è identificabile nel  rapporto vantaggioso tra benefici e appunto costi.

    La caduta del muro di Berlino di fatto ha tolto la base istituzionale politica a tutte quelle  forze di sinistra che si erano illuse di portare il regime socialista all’interno del mondo occidentale, dopo questa sconfitta epocale del pensiero socialista l’unico modo per ricreare le condizioni per una rivoluzione era rappresentato dalla possibilità di annullare qualsiasi vantaggio economico, politico e sociale che l’occidente detiene ancora oggi nei confronti dell’est e dei paesi dell’estremo Oriente, ovvero attraverso l’annientamento di tutti i primati tecnologici industriali e professionali espressione di decenni di investimenti finanziari e professionali.

    In altre parole, negare il progresso verso un minore impatto ambientale dello stile di vita occidentale rappresenta la premessa ideologica finalizzata alla adozione di  una disciplina repressiva, come quella relativa al divieto di vendita applicato alle automobili con motore endotermico.

    Questa forma di repressione rappresenta l’atto politico e normativo che  assicura una  vita politica e la stessa giustificazione della esistenza in vita di partiti e persone che altrimenti non rappresenterebbero più nulla.

    L’attenzione verso l’ambiente risulta essere un approccio progressivo ed economicamente vantaggioso, in quanto produce la stessa quantità con minore energia, e determina un minore impegno patrimoniale e finanziario indicandolo come un processo assolutamente ineludibile oltre che vantaggioso non solo per l’ambiente ma anche per gli operatori economici.

    Il risparmio energetico rappresenta un processo virtuoso di rispetto ambientale le cui tappe vengono negate dal mondo ambientalista, basti pensare alle automobili che hanno ridotto del 92% negli ultimi vent’anni le emissioni, negato da un movimento divenuto  puramente ideologico e che ha la caratteristica di diventare sostanzialmente sovversivo, un obiettivo molto simile a quello della rivoluzione Socialista.

  • Edison e Sea costruiranno una stazione di idrogeno verde per i voli cargo a Malpensa

    Edison Next, società del Gruppo Edison che accompagna clienti e territori nel loro percorso di decarbonizzazione e transizione ecologica, e Sea, Aeroporti di Milano, hanno annunciato lo sviluppo di una stazione di rifornimento a idrogeno verde all’interno dell’aeroporto internazionale di Milano Malpensa per la decarbonizzazione della logistica aeroportuale. Il progetto è un tassello importante nel percorso di riconversione green dello scalo di Milano Malpensa, punto di riferimento per l’air-cargo nel centro-sud Europa, tra i primi cinque scali europei e il primo in Italia per traffico merci, con oltre 720.000 tonnellate di merce gestite nel 2022, pari a una quota di mercato di circa il 65% rispetto al totale transitato negli aeroporti italiani.

    Il progetto Malpensa H2, finanziato dal Pnrr, sarà sviluppato in collaborazione con Sea, Aeroporti di Milano, nei pressi dell’area di Malpensa Cargo City in sinergia con Olga (hOListic Green Airport), programma finanziato dalla Commissione europea (Horizon 2020) che si inserisce in un più ampio percorso di decarbonizzazione intrapreso da Sea per ridurre l’impatto ambientale del settore dell’aviazione. Nell’ambito del progetto Malpensa H2, Edison Next realizzerà una stazione di rifornimento a idrogeno verde, alimentata da un elettrolizzatore installato in loco, che rifornirà i veicoli pesanti della logistica aeroportuale dell’area Malpensa Cargo City. La mobilità a idrogeno è “zero-emission”, ciò significa che la sostituzione potenzialmente totale del parco mezzi presente nella cargo city permetterà un importante abbattimento delle emissioni inquinanti della zona.

    “Il settore aeroportuale è uno dei più sfidanti dal punto di vista della transizione energetica. Gli aeroporti sono ecosistemi complessi che coinvolgono numerosi attori e che stanno cominciando un percorso di trasformazione profonda con l’obiettivo di diventare veri e propri hub energetici in grado di autoprodurre, accumulare e condividere energia green – dichiara Gabriele Lucchesi Direttore Idrogeno di Edison Next. – L’idrogeno è un vettore energetico chiave nella transizione energetica e può giocare un ruolo importante anche nella decarbonizzazione del mondo dell’aviazione, non solo a livello dei velivoli, ma anche delle infrastrutture aereoportuali. Lo sviluppo di una stazione di rifornimento a idrogeno all’interno dell’aeroporto di Milano Malpensa rappresenta un importante passo in questo percorso di trasformazione, contribuendo alla decarbonizzazione della logistica aeroportuale di uno degli scali più trafficati d’Europa.”

    “Gli aeroporti di Milano sono impegnati nella riduzione delle emissioni di CO2, con un ruolo trainante verso la decarbonizzazione del trasporto aereo – afferma Alessandro Fidato, Chief Operating Officer di Sea Aeroporti di Milano. – Ci siamo impegnati a raggiungere zero emissioni entro il 2030 nei nostri scali. Lavoriamo su più fronti nel breve periodo ci siamo concentrati sui SAF, ma vogliamo essere pronti all’utilizzo dell’idrogeno come rifornimento: partiamo dalla mobilità su gomma, preparandoci ad accogliere in futuro anche gli aerei con motori a idrogeno”. Si prevede che l’impianto entrerà in servizio tra dicembre 2025 e febbraio 2026, in modo da essere operativo in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, che si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La stazione di rifornimento a idrogeno verde del progetto Malpensa H2 si estenderà su un’area di circa 12 mila metri quadrati e ospiterà sia tecnologie e attrezzature all’avanguardia per la produzione e la fornitura di idrogeno verde, sia spazi per i servizi destinati al pubblico. L’impianto potrà erogare a doppia pressione, 350 e 700 bar, al fine di asservire tutte le tipologie di mezzi presenti nell’area Malpensa Cargo City.

    L’impianto di produzione di idrogeno verde di Malpensa H2 sarà realizzato in modo da consentire il raddoppio della sua potenza così da essere in grado di sostenere lo sviluppo di ulteriori passi nel percorso di decarbonizzazione del parco mezzi dell’aeroporto. Quella con Sea Aeroporti di Milano non è l’unica stazione di rifornimento a idrogeno nella cui realizzazione è impegnata Edison Next; sono in sviluppo ulteriori sei stazioni di rifornimento, tre nei pressi di Venezia, Verona e Piacenza e tre nei dintorni di Vercelli, Frosinone e Foggia che serviranno principalmente mezzi pesanti e autobus in aree altamente trafficate e posizionate lungo corridoi TEN-T – Trans-European Networks Transport, (Rete transeuropea dei trasporti) – che attraversano l’Italia collegandola con il resto dell’Europa. Gli impianti di Venezia, Verona e Piacenza, che hanno ottenuto i finanziamenti già a marzo 2023, entreranno in servizio nel corso del 2025, mentre quelli di Vercelli, Frosinone e Foggia, appena finanziati, saranno operativi nel primo semestre del 2026.

  • Ambiente tema centrale delle elezioni del 2024 nel mondo. Incognita intelligenza artificiale sulle campagne elettorali

    Nel 2024 metà della popolazione mondiale andrà alle urne e a quanto pare la questione ambientale sarà una delle issue più rilevanti in tutte le consultazioni.

    Nella più popolosa democrazia del mondo, l’India, il premier uscente (e favorito nei pronostici) Narendra Modi si barcamena tra la spinta verso le fonti energetiche rinnovabili e l’accelerazione nell’estrazione di carbone, mentre lì accanto, nel Pakistan, la contesa elettorale si gioca anche sui problemi del cambiamento climatico resi evidenti dalle piogge torrenziali che nel 2022 hanno provocato 8 milioni di senza casa. L’Indonesia nell’eleggere il suo prossimo presidente dovrà scegliere se proseguire lungo la diminuzione della deforestazione, la sua foresta pluviale è tra le più grandi al mondo, oppure no: Prabowo Subianto, ex genero del dittatore Suharto e uno dei candidati con maggiori chances di spuntarla, è contrario alle politiche in difesa dalla deforestazione. C’è poi la possibilità che negli Usa Donald Trump riesca a guadagnarsi l’epiteto che a suo tempo Indro Montanelli affibbiò ad Amintore Fanfani – «rieccolo!» – e riproponga quelle politiche che il suo successore e rivale Joe Biden ha sconfessato, come il ritiro dell’adesione statunitense dagli accordi di Parigi decisa da Obama nel 2015, col conseguente impegno cioè ad agire per contenere l’aumento di temperatura entro +1,5° rispetto all’epoca pre-industriale.

    Sulle elezioni pesano sempre più, peraltro, i timori di registi occulti che tramite i social media diffondano fake news. Negli Usa già durante le primarie per il Partito repubblicano sono partite telefonate in cui una voce che sembrava della di Biden ma era invece opera dell’intelligenza artificiale invitava gli elettori a disertare la votazione per scegliere chi tra Trump e i suoi competitors debba rappresentare il Gop nella corsa alla Casa Bianca. Un report dell’americana Advance Democracy segnala il possibile utilizzo diffuso dell’intelligenza artificiale anche per orientare gli elettori, in un senso o nell’altro, facendo leva su tematiche ambientali. Sander van der Linden, docente di Psicologia sociale a Cambridge, creatore del primo strumento psicometrico che verifica se sia possibile che le reti neurali generino disinformazione, ha confermato su Wired quanto sostenuto un’altro studio pubblicato su Science. L’algoritmo GPT-3 produce notizie false più convincenti rispetto agli umani: «Nel 2024 vedremo più deepfake, clonazione vocale e manipolazioni prodotte dall’AI. La disinformazione generata dall’intelligenza artificiale arriverà alle elezioni vicino a noi e probabilmente non ce ne renderemo nemmeno conto».

  • Le difficoltà del 2023 non scalfiscono i conti dell’Eni

    Eni ha chiuso il 2023 con “risultati eccellenti”, nonostante uno scenario “incerto e volatile”. Con queste parole l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha commentato i conti finanziari del 2023 e del quarto trimestre resi noti qualche giorno fa. I risultati finanziari di Eni sono stati “eccellenti” con un Ebit proforma di circa 18 miliardi di euro e un utile netto adjusted pari a 8,29 miliardi di euro, nonostante un calo del 38% rispetto allo scorso anno. La generazione di cassa operativa con 16,5 miliardi di euro su base adjusted “prima dell’assorbimento del circolante ha assicurato un significativo surplus in aggiunta al sostanziale ritorno di cassa agli azionisti di 4,8 miliardi di euro, mantenendo un rapporto di indebitamento di 0,2” ha sottolineato Descalzi. I risultati confermano che nel 2023 “abbiamo superato tutti i nostri obiettivi” e soprattutto, “abbiamo continuato a lavorare nel percorso di transizione”. Nonostante la volatilita’ dello scenario caratterizzato dalla flessione dei prezzi del petrolio Brent (-5% rispetto al quarto trimestre 2022) e del gas (diminuiti del 57% nel mercato europeo), l’utile ante imposte adjusted del quarto trimestre 2023 di 3,2 miliardi di euro, pari a 15,1 miliardi di euro su base annua, “evidenzia la robusta performance conseguita dal Gruppo grazie alla efficace gestione industriale e alla disciplina finanziaria”. L’utile netto adjusted sul trimestre si attesta a 1,6 miliardi a fronte dei 2,5 miliardi dello stesso periodo del 2022 (-34%). L’utile netto è pari a 4,7 miliardi (-66%), sul quarto trimestre il dato è di 149 milioni (in diminuzione del 76%).

    Su base annua, Eni ha conseguito un utile operativo adjusted di 13,8 miliardi di euro, in riduzione del 32% rispetto al 2022, che “riflette il minor contributo dei business E&P, anche per effetto del deconsolidamento delle società operative angolane conferite alla JV Azule nel terzo trimestre del 2022, e dei business della Raffinazione e della Chimica, in parte compensati dalla performance del settore GGP e dai risultati positivi dei business Enilive e Plenitude & Power” ha osservato il Gruppo. Il settore Ggp, ha spiegato Descalzi, “ha realizzato risultati record facendo leva sulla qualità del portafoglio, azioni di ottimizzazione e favorevoli accordi contrattuali”. Mentre Enilive, attiva nei business dei biocarburanti e dei servizi di mobilità, “ha ampliato la propria presenza internazionale attraverso l’acquisizione della partecipazione del 50 per cento nella bioraffineria di Chalmette negli Stati Uniti e l’accordo di joint venture con LG Chem per la realizzazione di un nuovo impianto in Corea del Sud” ha continuato ancora l’Ad. Intorno al tassello di Plenitude, in particolare, nelle giuste condizioni di mercato, l’Ipo di Plenitude “resta per Eni un’opzione anche dopo la cessione di una quota di circa il 9% al fondo Eip”. Lo ha detto il cfo Francesco Gattei, durante la conference call con gli analisti commentando i risultati del 2023 e del quarto trimestre, osservando che “continueremo a monitorare le condizioni di mercato nel 2024 e 2025”.

    Passando invece al quarto trimestre 2023, Eni ha conseguito l’utile operativo adjusted di 2,7 miliardi di euro con una riduzione del 23% rispetto al quarto trimestre 2022 dovuta principalmente al settore E&P (-17% a 2.431 milioni di euro) per “effetto della flessione del prezzo del petrolio e delle quotazioni del gas naturale, alla debole performance del business della Chimica”, ha sottolineato una nota del Gruppo, che ha registrato una perdita operativa adjusted di 237 milioni di euro, -172% rispetto al quarto trimestre 2022, a causa della flessione della domanda e dell’incremento della pressione competitiva da parte di prodotti più economici, nonché al significativo deterioramento dello scenario della raffinazione che ha determinato una sensibile riduzione dell’utile operativo della Raffinazione (-322 milioni di euro). Descalzi ha commentato a riguardo, infatti, che “siamo consapevoli della situazione della chimica e abbiamo fatto molto per cambiare ma ora sono necessarie radicali iniziative che vadano verso il cambiamento. Dobbiamo trasformare i nostri impianti. Dobbiamo fare qualche azione più forte perchè è un’area dove possiamo creare valore”. Tale trend è stato in parte compensato dai risultati record di Ggp (+614 milioni di euro il risultato operativo adjusted).

    Nel quarto trimestre 2023 la produzione di idrocarburi è stata in media di 1,71 milioni di boe/giorno pari a 1,66 milioni di boe/giorno nell’anno 2023, in aumento del 6 per cento rispetto al quarto trimestre 2022, +3% rispetto all’anno precedente. La produzione è stata sostenuta dal ramp-up in Mozambico, dallo start-up del progetto Baleine in Costa d’Avorio, dalla maggiore attività in Algeria che beneficia anche delle acquisizioni, in Kazakhstan a causa di eventi non pianificati verificatisi nello stesso periodo del ’22, nonché in Libia e Indonesia. Questi aumenti sono stati compensati dalla minore produzione dovuta al declino dei campi maturi. Nel confronto sequenziale, la produzione è in aumento di circa il 5% per gli stessi driver descritti in precedenza. A tal proposito l’ad ha commentato: “Abbiamo recentemente finalizzato l’acquisizione di Neptune che, con il suo portafoglio prevalentemente a gas, e sinergico ai nostri asset in Nord Europa, Indonesia e Nord Africa, costituirà un elemento chiave per i nostri piani di sviluppo. Nel 2023 abbiamo avviato nel rispetto dei tempi e dei budget i due rilevanti progetti Baleine in Costa d’Avorio e Floating Gnl Congo. Grazie agli straordinari successi esplorativi in Indonesia e in altre geografie abbiamo confermato la nostra leadership nel settore; al tempo stesso abbiamo conseguito il massimo livello di produzione rispetto all’intervallo obiettivo annunciato”.

  • Ok a Terna: si farà l’elettrodotto sottomarino tra Marche e Abruzzo

    Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha autorizzato con decreto del 31 gennaio 2024 la realizzazione dell’Adriatic link, l’elettrodotto sottomarino di Terna che unirà le Marche e l’Abruzzo. E’ quanto si legge in una nota. L’opera di sviluppo, inserita tra gli interventi previsti dal Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) e riconosciuta come strategica per il sistema Paese anche dall’Autorità di regolazione, rafforzerà lo scambio di energia nella parte centrale della Penisola rispondendo alle esigenze di sicurezza e flessibilità del sistema elettrico nazionale e agli obiettivi di incremento di energia da fonti rinnovabili.

    Il collegamento elettrico, all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e ambientale, sarà costituito da 2 cavi sottomarini di circa 210 chilometri, posati a una profondità massima di 100 metri, e da 2 cavi terrestri di 40 chilometri. Le stazioni di conversione saranno realizzate nelle vicinanze delle esistenti stazioni elettriche di Cepagatti Pescara, in Abruzzo, e di Fano (Pesaro-Urbino), nelle Marche. Il collegamento consentirà di incrementare di circa mille megawatt la capacità di scambio tra le zone Centro-Sud e Centro-Nord del Paese abilitando l’integrazione e il trasferimento dell’energia prodotta dagli impianti eolici e fotovoltaici del Mezzogiorno verso i centri di consumo del Nord.

    Tramite tale opera strategica – continua la nota – sarà garantito non solo un miglioramento dei requisiti di affidabilità e sicurezza del servizio di trasmissione lungo la dorsale adriatica, ad oggi costituita da un’unica direttrice a 400 chilovolt tra Marche e Abruzzo, ma anche un migliore sfruttamento del parco di generazione nazionale ed una crescente integrazione della generazione rinnovabile.

    Su tale opera, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato: “Con l’autorizzazione ministeriale dell’Adriatic link si pone un altro tassello del percorso intrapreso dallo Stato con Terna per raggiungere gli obiettivi eurounitari di decarbonizzazione del sistema energetico italiano in coerenza con gli obiettivi delineati dal Piano nazionale integrato energia e clima”. “Siamo molto soddisfatti del via libera ottenuto dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per l’Adriatic link, una delle opere fondamentali del Piano di sviluppo decennale di Terna – ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, amministratore delegato e direttore generale di Terna -. L’infrastruttura, per la quale investiremo circa 1,3 miliardi di euro, aumenterà la sicurezza e la resilienza della rete elettrica di trasmissione nazionale e contribuirà al raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, a conferma del ruolo dell’Italia di hub energetico europeo e del Mediterraneo”. L’autorizzazione – si legge nella nota – è il risultato della costante interlocuzione tra il ministero e Terna e del lungo percorso di confronto avviato dall’azienda con il territorio. Dal dicembre 2020, infatti, il dialogo nelle fasi di progettazione e di consultazione pubblica si è concretizzato in oltre 120 incontri svolti con amministrazioni regionali e comunali, associazioni e cittadini.

  • Parte nel ferrarese il progetto Pangea per diffondere il teleriscaldamento nella pianura padana

    Il progetto Pangea per sfruttare il calore della terra (150 gradi a 5-6 km di profondità) e dotare la pianura padana di teleriscaldamento diffuso ha preso avvio in Provincia di Ferrara. Il primo pozzo marchiato Fri-El Geo è in costruzione a Ostellato, tra Ferrara e il mare e tra due anni consentirà di avere il primo impianto geotermico a media entalpia in Italia, in grado di generare 240 Mw di energia termica – quanto basta a scaldare 120mila case – e 30 Mw elettrici su appena un ettaro e mezzo di terreno.

    «Sarà il primo di altri 15 impianti. Il prossimo partirà nell’area di Milano nel 2024. Ma sono almeno 100 i siti idonei che abbiamo individuato nella Pianura Padana. Con la tecnologia geotermica potremmo eliminare il 50% delle caldaie domestiche, ridurre del 15% il consumo nazionale di gas (10 miliardi di mc in meno). Ed eliminare oltre 17 milioni di tonnellate di CO2 dall’aria inquinata del Nord Italia» ha dichiarato al Sole 24 Ore Ernst Gostner, cofondatore con i fratelli Thomas e Josef del gruppo bolzanino Fri-El Green Power (tra i principali produttori italiani di energia rinnovabile da eolico, biomassa e biogas, 623 milioni di euro di fatturato 2022 e 286 milioni di Ebitda) e presidente della newco Fri-El Geo, spiega le potenzialità inesplorate della geotermia come alternativa per la transizione green.

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