Miele

  • 2020 ottimo anno, per la produzione di miele italiano

    Dopo molti anni di crisi nera l’Italia nel 2020 produrrà più miele, mettendo a segno una crescita del 13% per un totale di 17mila tonnellate. Si tratta comunque di un livello inferiore del 26% rispetto alla capacità produttiva nazionale che conta oltre 1,66 milione di alveari in aumento del 7,5%. Un mondo messo a dura prova da tempo non solo dai cambiamenti climatici e dai prodotti fitosanitari, ma anche dai parassiti killer che da anni attentano alla vita delle api. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è la Vespa velutina che da pochi giorni ha iniziato ad attaccare gli alveari in Liguria e Toscana causando danni ancora non quantificabili. Per non parlare poi della Varroa, l’acaro che tanto spaventa gli apicoltori costretti ad ‘ingabbiare’ la regina per salvare la famiglia o ancora del coleottero Aethina tumida che danneggia i favi, porta alla perdita di miele e polline.

    Ad inquadrare il settore a 360 gradi sono le stime dell’Osservatorio Ismea contenute nel rapporto ‘Tendenze’, dedicato al miele, un comparto che ha sofferto di una flessione degli acquisti negli ultimi due anni. Ma anche dal mercato arriva un dato a sorpresa, perché il Covid nei primi 9 mesi dell’anno ha fatto crescere i consumi di miele in valore del 13%. Complici la maggiore attenzione alla salute in un’epoca di emergenza sanitaria e la più lunga permanenza tra le mura di casa, le famiglie italiane hanno riscoperto questo alimento, mettendo a segno una vera e propria inversione di tendenza. Appena lo scorso anno solo una famiglia su tre consumava miele, ricorda l’Ismea e se l’incremento delle vendite dovesse mantenersi nei prossimi tre mesi si raggiungerebbe a fine 2020 il livello più alto degli ultimi 5 anni. Una pandemia che ha cambiato anche il profilo del consumatore: la fascia giovane, nuove famiglie comprese, diventa la più dinamica con un aumento del 56% nei primi 9 mesi, dopo che per anni a trainare gli acquisti con il 70% sono gli over 50 di reddito medio alto. Vendite più robuste con prezzi medi al consumo previsti in graduale ascesa con +1,4% rispetto al 2019, un’annata in cui il 60% di prodotto disponibile sugli scaffali era di provenienza estera. Da qui la raccomandazione della Coldiretti di leggere sempre con attenzione l’etichetta che deve riportare l’obbligo di origine, per non cadere nell’inganno di falsi prodotti italiani. Qualche buona notizia arriva però anche dalla bilancia commerciale, dove l’Ismea segnala importazioni in flessione del 12% in valore nel 2019 e del 12,4% nei primi mesi 2020, con le esportazioni anch’esse in calo di oltre il 25%. Una scarsa competitività per il miele italiano dovuto al prezzo, visto che quello cinese arriva a 1,25 euro/Kg, mentre quello dai paesi dell’Est a 3 euro/kg.

  • Il Parlamento europeo chiede alla Commissione più controlli per il miele contraffatto

    E’ il terzo prodotto più contraffatto al mondo e per questo il Parlamento europeo, su proposta del deputato ungherese Norbert Erdős, il primo marzo scorso ha approvato una proposta di risoluzione in cui alla Commissione europea si chiedono norme precise per contrastare il fenomeno. L’Unione europea, con 17 milioni di arnie e 600.000 apicoltori che producono 250.000 tonnellate di miele ogni anno, è il secondo produttore di miele dopo la Cina, paese da cui vengono la maggior parte delle importazioni verso l’UE. All’interno dell’UE i maggiori produttori sono Romania, Spagna e Ungheria. La contraffazione diventa così una piaga che danneggia i produttori e inganna i numerosi consumatori. Per questo nell’iniziativa proposta a Bruxelles si chiedono chiaramente
    misure per migliorare le procedure di analisi, intensificare i controlli per meglio scoprire le truffe e inasprire le sanzioni per i truffatori e interventi sull’etichettatura in modo che i consumatori sappiamo da dove viene il miele che mangiano.  L’Unione europea, con la Direttiva 2001/110/CE del Consiglio, del 20 dicembre 2001, concernente il miele stabiliva già standard molto elevati per la produzione del miele che evidentemente non sono stati rispettati del tutto. Secondo le analisi dell’UE, infatti, il 20% dei campioni rilevati nei controlli alle frontiere e presso gli importatori non rispetta le richieste europee tanto che alcuni prodotti risultano contenere sciroppi di zucchero o si usa addirittura miele che è stato raccolto in anticipo e seccato artificialmente.  Nella Risoluzione, inoltre, si chiede anche l’aumento dei fondi per i programmi nazionali per l’apicoltura, il miglioramento della salute delle api (che dovrebbe passare anche dal divieto dell’uso di pesticidi nocivi), la protezione delle varietà di api locali e regionali. Una maggiore disponibilità economica permetterebbe di approfondire studi e ricerche sulle api e sul loro patrimonio genetico e di garantire una maggiore produzione di medicinali più efficaci, anche innovativi, per curare le api affette da malattie visto che quanto prodotto è ancora assai limitato.  Naturalmente i fondi da stanziare servirebbero anche ad incentivare l’apicoltura e l’istituzione di una banca dati digitale comune, armonizzata a livello dell’UE, per lo scambio di informazioni tra gli apicoltori, i ricercatori e tutti i soggetti interessati, scienziati e medici veterinari compresi. Non da ultimo la Risoluzione sottolinea i numerosi effetti benefici che l’uso di miele offre. Adesso si attende una risposta concreta da parte della Commissione europea.

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