Moda

  • Accordato lo sconto, le nozze tra Lvmh e Tiffany si faranno nel 2021

    Le nozze tra il colosso francese del lusso Lvmh e la storica gioielleria americana Tiffany non sono più un miraggio. Il periodo è fissato per l’inizio del 2021, ora che le due società hanno trovato un accordo sul prezzo, che in sostanza farà risparmiare a Lvmh 420 milioni di dollari sull’acquisizione.

    L’accordo è infatti per 15,96 miliardi di dollari, a fronte dei precedenti oltre 16 miliardi. Erano 135 dollari per azione e il nuovo prezzo è di 131,5. Un leggero premio (+1,2%) rispetto alla chiusura in Borsa a New York del giorno precedente, ma anche rispetto a quello che sembra prospettarsi nella giornata del via libera (+0,7% a 130,8 dollari a mercati ancora aperti). Lvmh intanto ha chiuso a Parigi a +0,4% a 403,8 euro. “Siamo molto soddisfatti di avere raggiunto con Lvmh un accordo su un prezzo attraente – ha commentato Roger Farah, presidente di Tiffany – e di essere ora in grado di procedere con l’integrazione. Il board ha concluso che era nel miglior interesse dei nostri stakeholder raggiungere una certezza nel closing”. E “continuiamo a credere nel potere e nel valore del brand Tiffany e nei benefici finanziari e strategici di lungo termine di questa integrazione” ha osservato il ceo Alessandro Bogliolo. Come a dire che la convenienza è stata vista da entrambe le parti.

    Il gigante di Bernard Arnault si avvia così a chiudere la più grande acquisizione nel settore del lusso in un trimestre nel quale la paura per le conseguenze dei lockdown per contenere la pandemia da Covid 19 si sta rifacendo concreta. Ed era stata proprio la gestione dell’iconico marchio di preziosi durante la prima ondata di coronavirus ad essere stata messa in discussione a settembre dai francesi: ritenuta non adeguata, oltre ad avere compreso la distribuzione di “sostanziosi dividendi”. Le minacce degli Usa di tassare i beni francesi, evidenziate in una lettera del ministro francese per l’Europa e gli affari esteri aveva fatto il resto. Tiffany aveva risposto con un’azione legale alla Delaware Chancery Court, a cui era seguita quella di Lvmh. Col nuovo accordo, approvato dai Cda di entrambi, cadono anche le cause e il 19 novembre si prevede che Tiffany paghi il dividendo trimestrale di 0,58 dollari.

    “Questo accordo bilanciato raggiunto col cda di Tiffany – ha sottolineato Arnault, presidente e ceo di Lvmh – permette a Lvmh di lavorare all’acquisizione con fiducia e di riprendere le discussioni col management di Tiffany sui dettagli dell’integrazione. Siamo sempre convinti del potenziale formidabile del marchio Tiffany e pensiamo che Lvmh sia la casa giusta per Tiffany e i suoi dipendenti in questo prossimo eccitante capitolo”.

  • EMME22: raccontare all’antica ma con animo nuovo

    “Il nero è l’inizio di tutto, il grado zero, il profilo, il contenitore e il contenuto. Senza le sue ombre, il suo rilievo e il suo sostegno avrei l’impressione che gli altri colori non esistano”. La citazione è di Christian Lacroix, il nero al quale si fa riferimento, in questo caso, è l’elegante sfondo, il fil rouge che lega gli elementi della rivista telematica EMME22 della giornalista Clementina Speranza, nata da pochi giorni ma che promette, con classe, di raccontare il bello, l’eleganza, l’arte, la cultura che animano Milano, e non solo. Una bella sfida dopo il lungo periodo di lockdown e in tempi di grandi incertezze, ma, come si suol dire in certi casi, le migliori idee nascono proprio quando tutto sembra più difficile. Ci siamo incuriositi e abbiamo deciso di saperne di più dalla fondatrice di questa rivista glamour e scoppiettante al tempo stesso.

    Perché EMME22?

    Emme sta per Moda, Milano, Magazine. La rivista nasce a Milano ma tratta articoli a carattere nazionale e non solo. Con 22 si fa riferimento a Lettera 22, la macchina da scrivere dell’Olivetti, simbolo del giornalismo.

    E anche alla macchina da scrivere con la quale da bambina ho iniziato a battere le prime lettere che dedicavo a mio nonno.  Un’Olivetti Lettera 22 era custodita nel suo studio, rimasto, dopo la sua morte, così come lui l’aveva lasciato. Nonno era docente universitario e con quella macchina aveva scritto le sue pubblicazioni. A me piaceva l’idea di toccare i tasti che aveva sfiorato lui, purtroppo non l’ho conosciuto, è morto prima che io nascessi. Oggi la conservo gelosamente sulla mia scrivania.

    Da cosa nasce l’idea di una rivista on line?

    Già nel 2004 curavo una rubrica online, e oggi mi rendo conto che l’online costituisce il futuro. Resto comunque innamorata della carta stampata e mi piacerebbe proporre anche la versione cartacea. Nell’impostare EMME22 ho sempre tenuto in mente il formato tradizionale delle riviste: copertina, indice e notizie accompagnate da immagini.

    Emme22 ha una copertina come le riviste classiche, ma consente al lettore di cliccare e introdursi immediatamente nella sezione che più gli interessa.

    Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nella realizzazione del tuo progetto?

    Avevo un’idea molto chiara sull’immagine grafica, ma non è stato facile trovare chi la realizzasse. Poi il problema è stato, ed è tutt’ora, trovare chi scrive con passione, chi non fa solo copia-incolla di comunicati stampa, chi davvero legge tutto un libro prima di recensirlo, chi ha voglia di intervistare e sbobinare, chi ancora svolge questo lavoro “all’antica” e con animo nuovo.

    Cosa offre di diverso EMME22 rispetto alle tante pubblicazioni che negli ultimi tempi sono nate anche grazie ai canali social?

    L’eterogeneità delle sezioni. Gli approfondimenti giornalistici tramite interviste e video interviste. Poi ci saranno anche le riprese durante sfilate di moda, presentazioni di nuovi prodotti e brand. Eventi in generale. E questo grazie anche alla collaborazione di bravi fotografi e video maker.

    Siamo sempre alla ricerca di aziende e di realtà interessanti da raccontare. Per eventuali proposte invitiamo a scrivere a: info@emme22.it

    Qual è il tuo pubblico di riferimento?

    Dal primo giorno del mio lavoro al Corriere della Sera mi hanno insegnato a utilizzare un linguaggio semplice per arrivare a tutti.  Propongo per questo anche una varietà di sezioni: Moda, Arte&Design, Salute-Wellness-Beauty, Libri, Food&beverage, No Profit, Sport, Viaggi. Più una per brevi interviste Video.

    Con i video che gireranno sui social desidero catturare l’attenzione e portare alla rivista quanti più lettori sia possibile.

    Arrivi dalla tv, dove hai raccontato storie imprenditoriali di successo, e dal mondo dell’economia. Quanto ha ereditato la rivista dalle tue esperienze passate e in cosa differisce da esse?

    In EMME 22 c’è tutta la mia esperienza. I miei studi passati nell’ambito dell’arte e nella moda, poi la mia conduzione di programmi televisivi e la collaborazione con il Corriere Economia. Ho insegnato giornalismo per 5 anni, a Milano, a contatto con i giovani ho capito cosa più li attrae, e con loro ho esplorato il mondo dei blogger.

    EMME22 vuole essere il punto di incontro di tante esperienze. E poi, sono sempre aperta a nuove idee.

    Quanto c’è della tua Sicilia nel racconto della Milano di EMME22?

    La Sicilia c’è sempre. Anche al Corriere proponevo aziende siciliane. Si fa più fatica a scrivere di loro perché spesso non sono supportate dagli uffici stampa e molti imprenditori non sono abituati alle interviste. Ma in Sicilia ci sono bellissime realtà imprenditoriali e mi piace scovarle e farle conoscere. Nella sezione “Video”, per esempio, tra le sfilate milanesi c’è l’intervista a Pucci Scafidi, il fotografo palermitano che in occasione dei 30 anni di carriera ha presentato, a Milano, l’ultimo suo libro Fimmina. 21 volti di donne siciliane, tra cui l’attrice Maria Grazia Cucinotta, la chef stellata Patrizia di Benedetto, la Presidentessa nazionale di terziario donna di Confcommercio Patrizia di Dio, la scrittrice Stefania Auci. Nella sezione “Food6&Beverage”, a fianco di brand che raccontano di champagne, franciacorta e Brunello, ci sono le storie di alcune cantine siciliane. Attualmente quella di Musita, a Salemi: un’azienda attenta all’ambiente e all’ecosostenibilità, che nel 2015 riceve il premio per il “Miglior Spumante della Sicilia”.

    C’è la storia di Teo Musso e la nascita di Baladin, la birra artigianale che fino a quel momento non esisteva in Italia. A raccontarla Paolo Di Caro, Presidente di Fondazione Italiana Sommelier Sicilia.

    Cosa ti aspetti da questa avventura?

    EMME22 è una mia creatura. Muove adesso i suoi primi passi, mi auguro che cresca, si sviluppi e incontri il favore del pubblico.

  • Meno modelle sulle passerelle: il coronavirus spinge la moda a ridurre le sfilate

    Dopo lo choc della pandemia la moda si sta interrogando sulla necessità di ripensare ritmi e stagioni delle sfilate. Già nelle scorse settimane, diverse griffe, stilisti e manager avevano comunicato tempi e modalità delle loro prossime presentazioni. Ma alcuni, come Chanel, non vogliono rinunciare a sei defilé annui. Il primo a fare i conti con la cruda realtà del cambiamento imposto dal distanziamento sociale, e quindi all’impossibilità di organizzare sfilate con il pubblico, è stato Giorgio Armani, che saggiamente è stato tra i primi a presentare le sue collezioni a Milano “a porte chiuse”, e a rimandare la sua Cruise che doveva sfilare a Dubai ad aprile, al prossimo novembre. Re Giorgio ha poi fatto sapere che preferisce maggiore dilatazione dei tempi e del numero delle sue collezioni annue. Anche Alessandro Michele per Gucci ha tratto le stesse conclusioni: “Ci incontreremo solo due volte l’anno per condividere i capitoli di una nuova storia. Si tratterà di capitoli irregolari, impertinenti e profondamente liberi. Saranno scritti mescolando le regole e i generi. Si nutriranno di nuovi spazi, codici linguistici e piattaforme comunicative”. Così lo stilista su Instagram. Valentino ha fatto sapere invece che sfilerà a settembre con il pret-à-porter 2021, ma salterà l’uomo a Parigi in digitale, mentre a luglio sarà presentata l’haute couture. Poi se saranno defilé veri o in digitale si vedrà. Intanto Pitti Immagine ha rimandato i saloni ‘fisici’ per l’uomo e per il bimbo a gennaio. Mentre Milano e Parigi hanno annunciato le fashion week online. E’ notizia recente che la settimana della moda tedesca lascerà Berlino e si trasferirà a Francoforte a partire dall’estate 2021, come ha voluto Premium Group che dal 2007 organizza due appuntamenti l’anno, in estate e in inverno, e che a gennaio aveva portato a Berlino 70.000 visitatori. Ma anche qui “La Fashion week e il suo format dovranno essere ripensati” ha fatto sapere la responsabile del Premium Group Anita Tillmann. La presentazione del nuovo piano sarà in autunno.

    Nessuna rinuncia al numero dei suoi defilé annui per la maison Chanel, che ieri ha presentato in streaming il video della sua nuova collezione Cruise. Ha confermato la sua agenda canonica, comprensiva di sei sfilate l’anno tra pret-à-porter, pre-collezioni e couture. “Non so se il numero giusto sia due o sei, dipende. Siamo in vantaggio nel calcolo del nostro impatto ambientale, e di volta in volta stiamo facendo progressi nel nostro approccio. Crediamo sia importante fare le sfilate, abbiamo ancora bisogno di avere la libertà creativa per esprimerci in ogni momento” ha detto il presidente di Chanel Bruno Pavlovski. Va ricordato che Chanel è stato tra le prime maison a credere nelle sfilate delle pre-collezioni, iniziando con le cruise 20 anni fa. “Il defilé rappresenta – continua Pavlovski – l’inizio della storia. Il ritmo è scandito dall’abilità nel consegnare merce nuova nelle boutique ogni due mesi e siamo a nostro agio con questo cadenza. Ogni collezione è piuttosto veloce e focalizzata su un argomento, questo tipo di storytelling viene sviluppato sei volte l’anno”. Insomma per Chanel il lusso è sinonimo di fast fashion. Pavlovski conferma  la presenza di Chanel alla Paris fashion week. La collezione Cruise 2021 si sarebbe dovuta svolgere il 7 maggio scorso a Capri, ma l’appuntamento è stato annullato a causa della pandemia. Ma la maison e la sua direttrice creativa Virginie Viard erano al lavoro per la collezione da mesi. Quindi la sfilata che ha avuto molti consensi sui social e poche critiche è  stata presentata in video. “Inizialmente avevo in mente Capri, dove lo spettacolo doveva svolgersi, ma alla fine non è successo a causa del blocco. Quindi abbiamo dovuto adattarci: non solo abbiamo deciso di utilizzare tessuti che lo avevamo già fatto, ma la collezione, più in generale, si è evoluta verso un viaggio nel Mediterraneo. Le isole, il profumo dell’eucalipto, le sfumature rosa della buganville. E un’allure libera e rilassata ispirata alle leggendarie attrici degli anni ’60, quando andavano in vacanza sulla Costa Azzurra e in Francia”.

  • Pitti Uomo: dei successi e delle prospettive

    La rassegna fieristica fiorentina Pitti Uomo dimostra ancora una volta la propria caratura mondiale proponendo dati e prospettive che coinvolgono il complesso sistema tessile abbigliamento italiano all’interno di un mercato globale.

    Il fatturato dell’intero settore Uomo cresce del +4% raggiungendo quasi quota 10 miliardi (9.900 mln) ma soprattutto presenta un dato ancora più indicativo relativo all’inversione di tendenza del valore della produzione italiana complessiva. Mentre l’anno precedente si era registrata una flessione del  -1,7% per i primi nove mesi del 2019 cresce del +1,9% il valore del fatturato prodotto e confezionato italiano. Una conferma di quanto, ancora oggi, possa risultare competitivo il sistema industriale PMI del tessile-abbigliamento italiano anche all’interno di un mercato fortemente compresso sul fattore costi.

    I dati positivi relativi alla crescita del fatturato e della produzione italiana vanno quindi interamente attribuiti alla capacità imprenditoriale e manageriale delle aziende italiane e suggeriscono contemporaneamente una serie di considerazioni.

    Mentre la domanda globale continua a dimostrare la propria attenzione verso un prodotto made in Italy, le associazioni di categoria cavalcano a livello comunicativo il solo fattore “sostenibilità” legato al riconoscimento di eventuali sgravi fiscali. Una posizione ed una strategia comunicativa condivisibile ma espressione di una mancanza di consapevolezza relativa a come già dal 2018 in Europa il sistema italiano delle PMI risulti ampiamente a minore impatto ambientale. Quindi  le rivendicazioni di sostegni fiscali dovrebbero risultare espressione del giusto riconoscimento dei traguardi raggiunti con grande impegno (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). L’incompetenza dei governi invece riconosce sgravi  fiscali per le tecnologie elettriche nella movimentazione (peraltro quasi tutte estere) senza sostenere invece gli ottimi risultati raggiunti dalle PMI italiane.

    Tornando alle considerazioni che la rassegna di Firenze propone, Pitti ha anche dovuto registrare un calo di afflusso di circa -10% legato soprattutto alla diminuzione dei buyer nazionali. È noto a tutti, ormai, come la distribuzione indipendente italiana stia soffrendo la concorrenza, spesso scorretta, dell’e-commerce successiva a quella della grande distribuzione negli ultimi due decenni. Uno dei fattori  che rende le piattaforme on-line convenienti è relativo alla compressione dei costi che vengono scaricati interamente sulla componente distributiva. Questa, a sua volta, determina una parcellizzazione delle consegne merci contribuendo molto più del traffico privato all’aumento dell’inquinamento dei centri storici: una problematica sicuramente sconosciuta ai sindaci italiani che continuano a penalizzare l’afflusso nelle città (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/23/e-commerce-ed-economia-digitale-la-sostenibilita-del-dettaglio-tradizionale/).

    Questa diminuzione del 10% delle presenze italiane meriterebbe una maggiore attenzione da parte del Governo il quale invece si occupa semplicemente delle grandi crisi come Alitalia ed Ilva ma anche della grande distribuzione come Auchan e Carrefour.

    La sparizione del dettaglio indipendente nei centri storici delle città (circa 14 al giorno) meriterebbe una politica fiscale a sostegno delle piccole attività, magari a conduzione familiare, le quali invece vengono ogni anno gravate di nuovi obblighi fiscali come la fatturazione elettronica e lo scontrino digitale. In preda a questo furore fiscale inoltre non vengono assolutamente tutelati neppure i dipendenti di queste piccole attività. Quasi che la tutela dei lavoratori non sia espressione  di una democrazia e quindi del  riconoscimento dei diritti  ma semplicemente del numero dei richiedenti al fine di ottenerne il riconoscimento.

    Comunque, ancora una volta, Pitti rappresenta la fotografia del secondo sistema industriale italiano. Abbandonato da una classe politica che lo utilizza semplicemente per miserevoli passerelle ma anche con associazioni di categoria più interessate agli incentivi fiscali che non ai modelli un’impresa. Cominciando ad avviare un’analisi attenta in relazione all’esplosione dell’export di alcune province della Regione Toscana che pongono una diversa interpretazione del “modello d’impresa” come della sua crescita  (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Sempre più Firenze rappresenta il punto di riferimento per un sistema industriale il quale si trova circondato dal disinteresse della politica e dalla mancanza di una visione strategica.

    La sua crescita avviene nonostante tutto questo. Onore al merito.

  • Pitti Uomo e Filati: sic et simpliciter

    L’ultima edizione di Pitti Uomo e Filati come sempre ha fornito  il quadro della situazione attuale e dei trend del complesso sistema tessile abbigliamento, contemporaneamente ai dati consuntivi del 2018.

    Ancora una volta Firenze con Pitti Uomo e Filati (ma non si dimentichi Pitti bimbo), con i propri appuntamenti, si dimostra punto di riferimento mondiale nel sistema tessile abbigliamento italiano indicando tanto i plus quanto le criticità del sistema. Pitti Uomo sostanzialmente ha confermato  per il 2018 un andamento del settore sostanzialmente positivo registrando un +2,4% del fatturato complessivo (9.515 mln) con una perdita del  -1,7% del valore della produzione italiana (una pericolosa inversione rispetto al +1,7 % del 2017) ed una crescita dell’export del +4,9% (6.396 mln).

    Purtroppo i consumi finali calano  ancora del -4,8% confermando il calo dei consumi in forte crescita rispetto alla diminuzione del -1,7% del 2017. Per quanto riguarda invece Pitti Filati il 2018 si è chiuso con un aumento del +3,2% del fatturato che ha superato di 11 milioni quello del 2015 dal quale abbiamo assistito nel 2016/17 ad una invarianza dei fatturati complessivi del settore filati. In questo contesto brilla anche l’aumento del valore della produzione italiana che cresce del +2,7% alla quale si abbina la crescita dell’export +2,9%. Tuttavia il primo semestre di quest’anno si è rivelato decisamente meno performante rispetto all’andamento del 2018 come già il IV trimestre dello scorso anno lasciava presagire. Si comincia a parlare di cassa integrazione a fronte di calo degli ordini, così come dell’export, mentre le crisi aziendali si protraggono nel tempo senza una soluzione (in questo il caso Cantarelli ne risulta l’emblema).

    Le due manifestazioni fieristiche, in altre parole, dimostrano, anche nei momenti di difficoltà, di rappresentare perfettamente l’andamento del secondo settore industriale italiano sia per il contenuto internazionale (1222 i brand rappresentati) che per l’espressione dell’asset italiano. In questo in senso, infatti, si sono registrati dei minimi cali delle presenza (-3/5%) specialmente tra i buyer italiani espressione della difficoltà del dettaglio indipendente e più in generale della stagnazione dell’economia italiana. A questo quadro problematico si aggiunge la relazione sull’andamento dei primi sei mesi del distretto biellese, vera  eccellenza mondiale nei filati e tessuti, che registra un calo dell’export del -10%. In altre parole il primo semestre 2019, in attesa dei dati di Milano Unica, si conferma come un periodo di inversione di tendenza rispetto alla crescita positiva del 2018.

    Tutto questo meriterebbe una maggiore attenzione relativa alle problematiche che impediscono e gravano sullo sviluppo di questo importante settore industriale, secondo per occupazione ed export in Italia ma che ora paga in aggiunta anche l’avversione ideologica del governo contro il settore industriale.

    Ad una sostanziale lontananza ed incompetenza nella gestione dell’ultimo decennio da parte della politica in generale e dei vari governi che si sono succeduti alla guida della nostro Paese si aggiunge ora, alla già citata avversione, anche la negazione dell’importanza del settore  industriale come elemento di  sviluppo economico ed occupazionale. Questo settore industriale e quello  metalmeccanico sono i primi due per occupazione e valore dell’export (e definiti nel passato come “old Economy” dai dotti strateghi economici italiani) ed ora meriterebbero diverse professionalità e una rinnovata attenzione e competenza per le  proprie problematiche.

    Ma come ormai è evidente come  in Italia … Tutto cambia perché nulla cambi…

  • Pitti Uomo gennaio 2019: la rivincita dell’uomo sempre più in solitaria

    L’ultima edizione della fiera internazionale dell’abbigliamento maschile tenutasi a Firenze nel gennaio 2019 ha dimostrato come il settore tessile abbigliamento, considerato a lungo come un settore in declino (old economy), rappresenti ancora un punto di forza dell’industria italiana.

    Il trend di crescita per l’anno 2018 risulta infatti superiore con un +1,5% all’andamento dell’economia italiana nel suo complesso come dimostrano gli ultimi indicatori economici italiani. In più, la quota export indicata con un notevole +3,9% è quasi quattro volte superiore all’andamento della crescita del PIL e comunque fortemente superiore all’andamento generale dell’export italiano.

    Recentemente poi è stata pubblicata una ricerca che ha dimostrato come oltre il 70% delle giacche e dei pantaloni di fascia medio-alta che vengono commercializzati in ogni parte del mondo attraverso tutti i canali commerciali abbinati ai più diversi brand risultino comunque e sempre prodotti in Italia. Un implicito riconoscimento alla qualità della intera filiera italiana, espressione culturale del Made in Italy.

    A fronte di queste positive ed incoraggianti rilevazioni statistiche purtroppo si devono registrare altre che invece indurrebbero ad una maggiore attenzione anche da parte della politica e dei diversi governi  alla guida del nostro Paese nell’arco degli ultimi anni.

    Il dettaglio indipendente italiano continua a perdere importanza nell’economia commerciale a causa delle politiche aggressive dell’e-commerce ma anche a causa delle miopi politiche di sindaci privi di ogni competenza di base che chiudono i centri storici ad auto, anche con tecnologie all’avanguardia, sull’onda di una emotività infantile. Una difficoltà del dettaglio indipendente confermata da un calo delle presenze dei buyer italiani vicino all’8%.

    I dati, poi, ancora parziali e relativi all’andamento della campagna vendite autunno-inverno 2018-19 sembrano confermare una flessione delle vendite attorno al 30% (!) per quanto riguarda le piccole e medie superfici degli operatori del centro storico delle città. In questo contesto la pessima riforma fiscale con l’introduzione della fatturazione elettronica voluta da Tremonti non fa che aggravare una situazione già difficile.

    Tuttavia un dato risulta molto più allarmante che, in parte mitiga quello positivo del 70% della produzione  italiana di “alto di gamma” per pantaloni e giacche. A fronte infatti di un aumento del fatturato globale del settore uomo, il valore della produzione italiana è diminuito del -2,8%. Questo dato evidenzia come il settore produttivo ancora non abbia invertito quel nefasto andamento relativo alle delocalizzazioni produttive addirittura incentivate dal governo Prodi. Un dato tendenziale molto preoccupante ed  assolutamente ignorato  da ogni media del settore e generalista.

    Una strategia alla quale l’amministrazione Trump ha posto rimedio abbassando le tasse per le imprese statunitensi  ed introducendo nell’ultimo accordo con il Canada il tax free, cioè l’esenzione di dazi per quei prodotti che risultino al 75% espressione di know-how industriali con un salario base di 14 dollari. In questo rispondendo ad una forte tendenza del mercato della distribuzione la quale, per azzerare i costi di magazzino, tende ad acquistare sempre minori quantità ma molto più frequentemente. Il che ovviamente determina delle problematiche logistiche la cui gestione risulta difficile per le aziende che producono i paesi lontani dai mercati di sbocco.

    Viceversa l’Italia, in pieno declino culturale di cui quello economico rappresenta una semplice declinazione, invece di attuare una politica di fiscalità di vantaggio finalizzata a favorire il reshoring produttivo (termine sconosciuto alla nomenklatura economica ora al governo) come massima espressione della propria incompetenza elabora e partorisce una fiscalità di vantaggio per i pensionati che dovrebbero in questo modo rientrare dai paesi a bassa fiscalità  e successivamente ripopolare il  Sud Italia.

    Risulta molto difficile definire ed esprimere un giudizio relativo a questa imbarazzante miopia strategico- economica, assolutamente inappropriata per un paese in cerca una via di sviluppo complessivo.

    Si passa in questo modo dalla fiscalità di vantaggio del “reshoring produttivo” a quelle innovative ed uniche del mondo finalizzata al “reshoring pensionistico“. Dimenticando, una volta di più, come il sistema industriale, nello specifico il tessile-abbigliamento  assieme a quello metalmeccanico, rappresentino i primi due settori in termini di occupazione, esportazione e saldo positivo della bilancia dei pagamenti. Una mancata attenzione che, va ricordato, non risulta attribuibile solo al pessimo governo in carica ma anche ai governi precedenti. Basti ricordare alla disgraziata gestione della crisi finanziaria Cantarelli che ha portato una storica azienda da 12 milioni gestita da un commissario incompetente nominato dal governo Renzi all’azzeramento del fatturato con la complice ed assoluta latitanza della regione Toscana.

    Il settore uomo, tornando così alla più importante rassegna fieristica del settore, continua a progredire attingendo solo ed esclusivamente alle proprie professionalità e risorse finanziarie avendo ancora una volta come primo nemico nella competizione del mercato globale il governo in carica, spesso “coadiuvato” anche da enti locali nel complesso esercizio delle proprie incompetenze.

  • Un selfie per sincerarsi di esistere e chirurgia plastica per diventare la foto di sé stessi

    Un recente articolo di Simone Disegni, pubblicato dal magazine Sette, riporta uno studio dell’Accademia nazionale dei chirurghi facciali plastici degli Stati Uniti. Nello studio il 55% degli specialisti riferisce dell’aumento esponenziale di richieste di intervento chirurgico, per migliorare e modificare il proprio aspetto, dovuto alle foto che sono pubblicate sui Social. Non solo i selfie ma le app che consentono di modificare in meglio le foto che saranno poi postate inducono, quasi costringono, a ricercare anche un cambiamento fisico per assomigliare di più alla foto ritoccata e non provare imbarazzante incontrare qualcuno che poi dica che su internet si era  più belli che dal vivo…

    Un mondo truccato, un fisico camuffato, manipolato, nascosto anche dai mille tatuaggi,l’insicurezza di sé sempre più forte, l’incapacità di riconoscersi ed accettarsi, il desiderio di essere qualcuno che non siamo.

    La società dell’apparenza, delle parole postate senza rendersi conto di quello che effettivamente significano, la superficialità di pensieri ed azioni, dal vivere quotidiano di ciascuno alla stessa politica, in un’orgia di narcisismo estremo che va di pari passo con il non sapersi apprezzare in modo corretto. Il fenomeno è talmente dilagante che Disegni riporta l’allerta lanciata a Bergamo, in un congresso internazionale, durante il quale si è evidenziato come la maggior parte delle persone che chiedono un intervento chirurgico per modificare il proprio aspetto lo facciano esibendo foto di persone alle quali vorrebbero somigliare in tutto o in parte, o loro foto modificate dall’app che consente in pochi istanti di diventare molto più belli o più giovani… Altro dato allarmante che troviamo nell’articolo è dato dalla dichiarazione del vicepresidente dell’Associazione italiana chirurgia plastica ed estetica – dei circa cinquemila professionisti che eseguono interventi plastici solo 1150 sono veri specialisti… –  di fatto per troppe persone ormai la vita reale non sembra esistere se non si tramuta nel loro personale reality. Come ebbi a scrivere molti anni fa i libri ed i film sono la nostra vita negli occhi degli altri, oggi la vita normale non interessa, se non possiamo andare all’Isola dei Famosi o in qualche altro reality camuffiamo la nostra vita e mettiamo in rete la nostra operazione di chirurgia plastica. Può essere che non farsi un selfie appaia retrogrado ma certamente la mania di fotografarsi e di fotografare tutto, compreso il piatto al ristorante, denota una grande povertà  d’animo e di fantasia, o meglio ancora una vera e propria patologia e se questa patologia continua a diffondersi tra coloro che dovrebbero rappresentare, al governo o all’opposizione, le più importanti istituzioni il problema diventa sempre più grave.

    Questo fenomeno di narcisismo decadente si sposa con atteggiamenti negativi di autostima. Chi non crede in sé stesso cerca di apparire diverso di fronte agli altri, per rendersi più interessante e per cercare di riempire il vuoto che la non sufficiente stima di sé crea nella propria personalità. E’ la stessa mancanza di autostima che spinge giovani e non più giovani a tatuarsi nei modi più bizzarri. Ci si convince in questo modo di essere più interessanti agli occhi degli altri e di sovrapporre la personalità dell’apparenza a quella reale e naturale. E’ uno sdoppiamento della personalità. Rimane da provare però che il fenomeno riesca a rendere più felici, o più equilibrati gli interessati a questo genere d’esperienza. Tutto sommato, crediamo che il noto “nosce te ipsum” di origine greca e fatto proprio dai latini, sia ancora oggi un monito da rispettare, in barba a tutti i modernissimi e tecnologici suggerimenti di Facebook e di Apple.

  • Alla Torino Fashion Week è di scena il Sud Africa

    Anche il Sud Africa, con una delegazione di stilisti e creativi emergenti, parteciperà alla Torino Fashion Week in programma nel capoluogo piemontese dal 27 giugno al 3 luglio.

    Dal 2010 il settore sudafricano del tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e delle calzature ha avuto una vera e propria una rinascita, dopo essere stato messo quasi in ginocchio da produzioni provenienti dall’estero e meno costose, grazie all’introduzione del programma di competitività del settore tessile e abbigliamento (CTCP) del Governo e a un focus del Piano d’azione per la politica industriale (IPAP) che ha fornito agli operatori del settore locale una piattaforma per lanciare un ambito davvero competitivo.

    Il tessile abbigliamento in Sud Africa riveste un ruolo significativo non solo per la creazione di posti di lavoro, ma anche per l’intera filiera costituita da piccoli agricoltori che forniscono materie prime lavorate, come cashmere (dalla capra indigena), lana (di pecora), seta selvatica e cotone. E ha, dati alla mano, una sua tipicità che non passa inosservata: quattro lavoratori su cinque sono donne.

    Negli ultimi tempi il settore sta lanciando una sfida non facile, è cioè competere con Paesi come la Cina, l’India e il Vietnam che producono – e questo il mercato europeo, e italiano in particolare, lo sanno  – beni molto più economici. E per questo occorrono capitali ma anche molte abilità e capacità di ricerca. Il governo sudafricano ha pubblicato il suo decimo piano d’azione sulla politica industriale (IPAP), con particolare attenzione all’approfondimento dello sviluppo industriale, all’accelerazione della trasformazione economica radicale e all’aumento della capacità di produrre prodotti a valore aggiunto. La rinascita del settore dell’abbigliamento e del tessile è parte integrante di questo piano.

    E proprio nell’ambito di questa strategia di governo e non solo che una delegazione di oltre 20 designer sudafricani emergenti parteciperà alla Torino Fashion Week 2018 per trovare nuovi mercati, esporre i propri marchi e talenti e incontrare potenziali partner per migliorare e innovare le capacità produttive e portare avanti l’industria della moda sudafricana. Il 28 giugno, in occasione del ‘South Africa Day’, si svolgeranno una serie di sfilate in cui sarà possibile ammirare tutto il colore, la fantasia, la creatività degli stilisti che porteranno in passerella le molteplici anime della Nazione Arcobaleno, come la definì uno dei suoi figli più importanti, l’Arcivescovo Desmond Tutu.

    Per chi volesse saperne di più sulla moda e sul tessile sudafricano e/o fosse alla ricerca di partnership interessanti potrà partecipare il 2 luglio, dalle ore 10,30, nella Sala Sella del Centro Congressi di Torino (Via Nino Costa,8) ad una conferenza alla quale parteciperanno, tra gli altri, TSD Nxumalo, Console Generale del Sud Africa a Milano, Federico Daneo, Direttore del Centro Piemontese di Studi africani e l’Avv. Paolo Bertolino, Segretario generale Unioncamere Piemonte, oltre ad una rappresentanza di designer sudafricani e rappresentanti dell’industria tessile italiana.

  • Pitti Uomo, la realtà dei numeri supera la poesia

    Mentre tutto il mondo economico e politico è avvinto dalla discussione sugli effetti della Flat Tax o di un  eventuale quanto disastroso ritorno alla Lira, il mondo reale continua la propria  dura attività  nel mercato globale senza alcun aiuto da parte del medesimo sistema politico.

    I dati emersi dall’ultimo Pitti Uomo a Firenze risultano infatti assolutamente esplicativi ed indicativi delle caratteristiche peculiari dell’asset industriale come motore di sviluppo dell’economia italiana. Nel 2017 il settore abbigliamento ha registrato un aumento del fatturato del 3,4% crescendo quindi oltre il doppio  della media italiana (pil +1,4%). A questo, dato già di per sé importante, se ne deve aggiungere un secondo relativo all’aumento del valore della produzione italiana che registra un +1,7% confortato da un calo dell’import dello 0,8%. Questi due ultimi dati sono particolarmente confortanti in quanto sottolineano come il “reshoring produttivo” dimostri il proprio valore sotto il profilo del fatturato come  dell’occupazione. Un  argomento purtroppo  completamente dimenticato  dalla classe dirigente e politica italiana, come dimostra l’assoluta mancanza di una politica di fiscalità di vantaggio finalizzata alla riallocazione delle produzioni italiane all’interno del perimetro nazionale, una  strategia economica e  fiscale utilizzata da Paesi come Gran Bretagna, Francia,  Svizzera, Austria, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e all’interno del perimetro degli Stati Uniti d’America.

    Nonostante tale colpevole e forse dolosa mancanza di attenzione verso questo principale fattore come il reshoring produttivo, volano di una ripresa economica stabile da parte di tutta la classe politica ed accademica distratta da elucubrazioni economiche rappresentate dalla sharing e gig Economy, il settore abbigliamento grazie a questi numeri, corredati anche da un aumento dell’export del 5,2%, si pone all’attenzione come un modello di sviluppo. Si pensi che sommando i dati relativi alla crescita del fatturato(+3,4%) con l’aumento  del valore della produzione italiana sul fatturato totale(+1,7%) si arriva ad un incremento del 5,1% complessivo. Una addizione forse contabilmente non corretta ma che indica la via dello sviluppo economico nazionale ricordando il valore del fattore moltiplicatore legato e scaturito da un nuovo posto di lavoro nel settore dell’Industria (1 nuovo lavoratore industria sviluppa 2,7 nel settore logistico e manutenzione).

    In considerazione poi del fatto che oltre l’80% delle aziende presenti al Pitti abbia un fatturato inferiore ai 50 milioni dimostra  ancora una volta come queste Pmi (che nel complesso italiano rappresentano il 95% delle imprese industriali italiane) siano il vero  bacino che possa assicurare uno sviluppo stabile con un buon livello di occupazione anche sotto il profilo retributivo. Un asset industriale dimenticato ancora una volta dal sistema bancario che aumenta la disponibilità dei crediti per le grandi imprese mentre continua a diminuire l’accesso al credito per le PMI (in più da sempre sottocapitalizzate) che unito all’assoluto disinteresse dalla classe politica ed accademica per il “reshorig produttivo” ci indica chiaramente e senza possibilità di giustificazione il quadro della considerazione che questo sistema industriale riceve.

    Un altro fattore molto importante che emerge dall’ultimo Pitti riguarda un aspetto purtroppo dimenticato delle variegate strategie economiche di sviluppo, tutte incentrate sulla innovazione di processo (leggi industria 4.0) le quali hanno ottenuto anche notevoli agevolazioni fiscali. Le aziende presenti a Pitti e che crescono oltre due volte il PIL nazionale dimostrano invece come risulti  fondamentale l’innovazione di prodotto unita alla modifica delle tempistiche organizzative, condizionate dalle aspettative di un mercato sempre più veloce ma che il sistema tessile/abbigliamento dimostra di avere già comprese ed istituzionalizzate nella organizzazione dell’impresa stessa.

    Ancora una volta il sistema tessile abbigliamento dimostra il ritardo culturale di una classe politica e dirigente che non intende offrire nessun tipo di attenzione a questo settore considerato ancora Old Economy. Un atteggiamento talmente miope che li porta quasi a snobbarle, anche solo in relazione alle dimensioni dell’azienda media tipica di questo settore. Ovviamente pur essendo quindi il tessile/abbigliamento molto più avanti e addirittura per molti aspetti in anticipo rispetto agli innumerevoli modelli economici di sviluppo proposti attraverso i media anche questo settore risente di crisi aziendali importanti anche sotto il profilo occupazionale come per esempio la vicenda Cantarelli. Una storica azienda, espressione di una cultura manifatturiera unica, che ha pagato una gestione commissariale assolutamente inappropriata e professionalmente ingiustificabile la quale non ha nemmeno saputo utilizzare gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione per esempio a rotazione) per riportare ad un minimo  equilibrio finanziario anche solo temporaneo l’azienda aretina.

    In questo senso si ricorda come Leonardo, considerata il fiore all’occhiello dell’industria ad alta tecnologia, abbia potuto usufruire per mantenere il proprio equilibrio finanziario di 1.200 prepensionamenti, di fatto scaricando sui conti pubblici le proprie diseconomie strutturali.

    Il commissario designato dal ministero per la gestione di Cantarelli ha invece accompagnato con la propria incapacità all’inevitabile fallimento di un punto di riferimento dell’abbigliamento formale mondiale con la complicità e probabilmente anche a causa della  miopia, o quantomeno della  superficialità, degli enti locali e soprattutto dei sindacati.

    Tornando al quadro generale, i numeri della crescita del 2017 dimostrano come il tempo delle poesie (termine utilizzato in antitesi al valore dei numeri) risulti assolutamente superato dalla realtà che l’ultimo Pitti Uomo di Firenze, nella sua variegata innovazione di prodotto, ha dimostrato. Un’innovazione di prodotto che presenta dei margini di miglioramento incredibili se posta in relazione ad una successiva innovazione di processo. In questo senso però risulta fondamentale ricordare come la seconda, cioè l’innovazione di processo, non presenti alcun senso se non successiva o quantomeno contemporaneo ad una precedente innovazione vincente di prodotto. Pitti Uomo, attraverso le proprie PMI, ha dimostrato esattamente questo. L’innovazione parte dal prodotto. Sempre.

  • Frida e la moda: quando (anche) gli abiti fanno l’artista

    Chiuderà i battenti il 3 giugno uno degli eventi più attesi degli ultimi tempi. La mostra “Frida Kahlo. Oltre il mito”, organizzata da 24 ORE Cultura al MUDEC di Milano, ha attirato moltissimi spettatori, amanti dell’artista e semplici curiosi, affascinati dalla storia della pittrice messicana e dai colori, accesi e vividi, che raccontano la personalità della Kahlo, la sua terra e l’intero Sud America. Non solo creatrice di quadri dal forte impatto emotivo ma anche un modello di stile per il suo look inconfondibile. A questo tratto di personalità entrato a far parte dell’immaginario collettivo, a volte forse più della stessa produzione pittorica, è dedicato il libro FRIDA VESTIDA – Abiti e accessori di Frida Kahlo, un volume illustrato ricco di ispirazioni, per scoprire l’inscindibile rapporto tra Frida Kahlo e la moda, curato da Alessandra Galasso (docente di semiotica e antropologia della moda presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) con le illustrazioni di Alessandra Scandella (illustratrice specializzata in moda e design, collabortrice, tra gli altri, del Corriere della Sera, Bulgari, Tod’s, Kiton). Straordinaria promotrice di se stessa e della propria arte, Frida ha saputo costruire uno stile unico, passato alla storia grazie alle numerose fotografie e agli altrettanto numerosi autoritratti, e oggi riprodotto all’infinito su poster, calendari e accessori di ogni genere. I suoi abiti ispirati alla tradizione messicana, i suoi vistosi gioielli e le sue acconciature fiorite rappresentano infatti, ancora oggi, un’inesauribile fonte di ispirazione per i creativi di tutto il mondo, e hanno contribuito a fare di Frida una vera e propria icona pop. Arricchito da curatissime illustrazioni, opere d’arte, fotografie e un originale glossario, il saggio analizza lo stretto rapporto di Frida con la moda, svelando un vasto guardaroba fatto di gonne dai colori accesi e di camicie ricamate, di occhiali da sole dorati e stivaletti rosa decorati di perline e campanelli, ma anche di busti ortopedici e provocatori abiti maschili. Un volume imperdibile per tutti gli amanti dell’arte e della moda, e della donna che, meglio di chiunque altra, ha saputo farne una cosa sola.

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