Nato

  • Dare vita finalmente alla difesa comune europea

    Velivoli, aerei o grandi droni, hanno sorvolato i cieli di paesi dell’Unione Europea e componenti della Nato, Polonia, Romania ed Estonia.

    I leader di questi Stati, dopo aver attivato le misure di contraerea e sorveglianza per allontanare i velivoli che avevano sconfinato, hanno ufficialmente dichiarato che appartenevano alla Federazione Russa.

    Si è anche verificato un black out negli aeroporti di Bruxelles, Berlino, Londra e Dublino con la conseguenza che decine di voli sono stati cancellati o dirottati su altri aeroporti.

    Putin nega che i velivoli che hanno sconfinato siano suoi.

    I premier dei paesi, i cui cieli sono stati violati, annunciano che sono pronti ad abbattere i velivoli che dovessero nuovamente sconfinare nei loro cieli.

    Putin dice che non teme minacce.

    C’è qualcosa che non quadra, se i velivoli non sono suoi, come afferma e continua a dichiarare, quale minaccia ci sarebbe per le Russia se gli aerei o i droni fossero abbattuti? Il problema riguarderà chi li ha mandati.

    Se la situazione non fosse tragica, per le conseguenze che possono arrivare da una continua violazione dei cieli Nato e dal loro necessario e legittimo abbattimento, sarebbe ridicola, cosa importa a Putin di questi velivoli se non sono suoi?

    Se però si ritiene minacciato dall’abbattimento dei velivoli è evidente che gli appartengono e che sta cercando di capire fino a dove può spingersi, quanto è la capacità di reazione della Nato, qual è il vero impegno dell’Europa e degli Stati Uniti nella difesa comune.

    Senza tanti giri di parole qualunque velivolo che, senza autorizzazione, senza identificarsi, varchi i confini dei paesi europei deve essere abbattuto e l’Europa si deve svegliare dal suo sonno e dare finalmente vita ad una difesa comune non per fare un doppione della Nato ma perché è ormai evidente che gli Stati Uniti non rappresentano più lo scudo che per anni ci ha protetto, per altro impedendo, con modi diversi, che i paesi europei trovassero una coesione in campo strategico e militare.

  • Errori americani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Il lituano Andrius Kubilius, il commissario europeo alla difesa, afferma che Vladimir Putin è il «nemico pubblico numero uno dell’Ue». E che la Russia sta preparando un attacco all’Europa «nei prossimi 3-4 anni». Chiunque pensi con la propria testa e non sia vittima della propaganda che ci arriva ogni giorno dalla stampa principale e dalle TV sa che è inverosimile che la Russia abbia una qualche intenzione di attaccare un qualunque Paese europeo. Sono tre anni che non riesce a chiudere la partita con l’Ucraina e solo dei pazzi o chi ha altri inconfessabili obiettivi possono credere che Mosca voglia lanciarsi in una guerra diretta contro tutta la NATO. Eppure, in Europa da mesi a questa parte esiste davvero una situazione pericolosa che non va sottovalutata. Basterebbe infatti un piccolo incidente, magari non voluto espressamente da alcuno, per far scoccare quella scintilla che porti veramente a una guerra. Starmer, Merz e Macron sembrano proprio invocarla e non da poco Zelensky fa di tutto per spingere la NATO a intervenire direttamente in suo aiuto. Come sempre accade, è ovvio che ci sia chi guadagna sui conflitti ma, nonostante la propaganda, le opinioni pubbliche non ne vogliono sapere. Fino a che i noti guerrafondai si limitano a mandare milioni di euro e armi a un Paese già fallito, la maggior parte dei cittadini europei preferisce non vedere il rischio, sperando che scompaia.

    Purtroppo il pericolo di una vera guerra in Europa non è cominciato con l’invasione russa dell’Ucraina, né con il colpo di Stato a Kiev del 2014: è stata innescata già dal momento in cui l’Unione Sovietica è crollata. Le ragioni vanno cercate nei comportamenti dell’unico vero potere che da quel momento era rimasto nel mondo: gli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale noi europei occidentali siamo stati totalmente dipendenti dagli USA e, anche se abbiamo dovuto rinunciare alla nostra totale autonomia politica ed economica, ne abbiamo anche tratto grandi vantaggi. Non solo una certa libertà individuale che è mancata a quelli che sono rimasti sotto il tallone sovietico ma anche un vero benessere economico abbastanza diffuso. In cambio, abbiamo accettato di condurre la nostra politica estera semplicemente come vassalli. Caduta l’URSS e rimasti l’unica grande potenza, l’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani (messo per iscritto in un documento sulla “Sicurezza Nazionale”) è stato quello di impedire che potesse nascere nell’intero mondo un qualunque antagonista alla loro supremazia. È da quel momento che, ahimé, hanno commesso una serie di sbagli strategici che hanno aumentato i rischi di una nuova guerra mondiale.

    Anche se qualcuno vuole oggi attribuire al solo Trump e ai suoi modi tutt’altro che diplomatici i problemi, interni ed esterni, che il mondo Occidentale si trova ad affrontare essi datano da molto prima.

    Se guardiamo alla storia recente degli ultimi trent’anni possiamo vedere quali sbagli Washington ha commesso per farci temere di una catastrofe mondiale. Non che prima del 1989 tutto fosse stato fatto con lungimiranza e per accertarlo basta vedere che nessuna Agenzia americana capì fino all’ultimo la debolezza politica dello Scià iraniano. Fu anche per quella cecità che a Teheran, dopo la rivoluzione, nacque un regime totalmente ostile. Come non fosse bastato il non aver prevenuto gli eventi, gli USA detterò ospitalità allo Scià stesso nonostante la dichiarata diffida formulata dal regime degli Ayatollah. La conseguenza fu l’occupazione dell’Ambasciata di Teheran cui seguì il disgraziato tentativo della liberazione militare degli ostaggi. Non solo il blitz non riuscì a causa di varie inefficienze militari ma morirono 8 soldati americani. Da allora i rapporti con un Paese che era ricchissimo di materie prime e vantava una cultura millenaria furono solo ostili. Nei confronti dell’Iran fu poi commesso in seguito un altro grave errore e questa volta da Trump nel suo primo mandato: la decisione unilaterale di disdire lo JCPOA. Oggi, anziché essere isolato, l’IRAN fa parte dei BRICS e esporta petrolio quanto non faceva più dal 1978.

    Un altro grave errore compiuto quando ancora esistevano due blocchi fu commesso quando per l’Europa si presentò per la prima volta l’occasione di costruire un esercito comune (a parte la fallita CED del 1954). Attualmente sembra che anche da oltre-oceano lo si auspichi ma allora ci fu proibito. Chi espressamente si oppose a quell’ipotesi fu, nel 1998, il Segretario di Stato Madeleine Albright che avvertì gli europei che Washington avrebbe giudicato negativamente ogni decisione europea in quel senso: nessuna duplicazione della NATO sarebbe stata ammessa e quando si fosse trattato di appalti per la difesa dovevano essere gli USA a decidere chi avrebbe, o non avrebbe, potuto parteciparvi tra i Paesi al di fuori dell’Alleanza. Poco dopo toccò a un altro fanatico corto-vedente impedire il rafforzamento militare dell’Europa: Paul Wolfowitz un neo-conservatore. Gli europei si erano riuniti a Berlino nel 2003 con l’obiettivo di creare una forza di reazione rapida europea capace di intervenire in crisi internazionali senza dipendere completamente dagli Stati Uniti. Si parlò anche di istituire una cellula civile-militare all’interno dello Stato Maggiore UE per pianificare e coordinare operazioni militari in modo autonomo. Con l’intenzione di impedirlo, all’incontro arrivò Paul Wolfowitz, Sottosegretario di Stato USA, e assieme alla famigerata Victoria Nuland (quella che per impedire una soluzione negoziata e pacifica delle dimostrazioni di Maidan a Kiev nel 2014 disse che bisognava eccitare gli scontri. Al suo ambasciatore che manifestava le perplessità degli europei disse “Fuck the EU”) esercitarono pressioni affinché non si sviluppasse alcuna struttura militare autonoma.  Furono così riconfermati il controllo e l’unilateralismo americano in contrasto con le aspirazioni europee di un ruolo più equilibrato e militarmente multipolare. Il risultato: gli accordi detti di Berlin Plus permisero sì all’UE di usare proprie risorse ma solo in missioni dove la NATO non fosse direttamente coinvolta. Come usarle? Attraverso un esercito di soli 5000 uomini (sic!) con comando a rotazione. Cioè: nulla. Anche oggi, quando sono gli stessi Stati Uniti a chiederci di rafforzare le nostre difese, la condizione è che tutto deve comunque essere coordinato con la NATO. L’errore? Impedirci di diventare dei veri partner per confermarci come “colonie” dell’Impero USA.

    Un altro grave errore strategico fu la seconda guerra del Golfo (2003) contro Saddam Hussein. Che costui fosse un delinquente politico è indiscutibile, ma la sua eliminazione costituì la fine dell’unica potenza militare confinante con l’Iran che poteva impedire il dilagare iraniano verso ovest. Dopo la caduta del regime di Saddam, a causa della tradizionale incapacità di capire culture diverse dalla loro, gli americani mandarono dapprima un incapace (Bremer) a gestire lo Stato in fieri e poi fecero nominare Presidente del Consiglio di Governo iracheno un tal Chalabi, sponsorizzato dalla CIA e dai neo-conservatori. Costui era soltanto uno scaltro sciita che ben presto si asservì agli interessi iraniani. Attualmente, l’Iraq è un Paese estremamente corrotto e fallimentare (salvo il Kurdistan che è quasi un’oasi felice) ed è egemonizzato principalmente da Teheran. La forma democratica resta solo un’apparenza.

    Lo sbaglio più grave in assoluto degli anni di inizio 2000 (tralasciamo qui per pietà i fallimenti in Afganistan, in Siria, in Libia ecc.) fu però l’atteggiamento verso la Russia, cui subito si allinearono servilmente e masochisticamente gli europei. Spiegare dettagliatamente gli errori che cominciarono a partire dalla fine dell’URSS diventerebbe molto lungo ma, per capire perché e come furono commessi occorre rifarsi alle visioni politiche di Zbigniew Brzezinski. Costui, collega e avversario di Kissinger, pur se molto meno intelligente, fu un politico e politologo polacco naturalizzato statunitense nel 1958. Consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter dal 1977 al 1981, divenne anche collaboratore di altri Presidenti e docente universitario ascoltatissimo come esperto di politica internazionale, con particolare riferimento ai rapporti con l’Unione Sovietica. Gli stessi suoi estimatori temevano la sua ideologia intransigente, lo stile abrasivo e l’incapacità di lavorare con una squadra. Di lui si ricordano molti suggerimenti che si dimostrarono poi gravi abbagli. Ad esempio il finanziamento dei mujahiddin in Pakistan e Afghanistan durante la guerra fredda e, nel 1999, il bombardamento della Jugoslavia. In merito al sostegno ad Al Qaida in Afganistan Brzezinski (e i suoi sodali) non capirono che quei fanatici islamisti odiavano i sovietici come odiavano gli occidentali e il risultato si vide soltanto in seguito, con l’11 settembre 2001. Nel 2011 appoggiò apertamente l’intervento della NATO in Libia contro Gheddafi e nel 2014, dopo il referendum che sancì l’annessione della Crimea alla Russia, affermò che l’azione russa “meritava una risposta” e paragonò Putin a Hitler e Mussolini. Il suo pensiero politico (che ha influenzato tutti i Governi americano dal 1989 in poi) è riassunto nel suo libro “La grande scacchiera” del 1997. In quelle pagine Brzezinski riprende il concetto ottocentesco di “Grande Gioco” (quello tra Russia e Gran Bretagna in Asia centrale nel diciannovesimo secolo) e lo proietta in chiave globale. La metafora della scacchiera indica che gli Stati Uniti devono muovere i pezzi (alleanze, istituzioni, basi militari, diplomazia) per mantenere il vantaggio su tutti i possibili concorrenti mondiali. Per farlo, la priorità è impedire che emerga una potenza egemone in Eurasia capace di sfidare la leadership americana. Secondo lui, poiché per dimensioni e armamenti ereditati dall’URSS Mosca potrebbe diventare egemone su qualche parte dell’Eurasia, occorre “contenerla”. Come? Allargando al massimo la NATO. In particolare: «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico», ed ecco così spiegato l’interesse americano verso Kiev, altro che esportazione della democrazia! Brzezinski aveva suggerito di incorporare l’intero ex patto di Varsavia all’interno di Unione Europea e Alleanza Atlantica e, infatti, uno dopo l’altro furono inglobati nella NATO e nell’Unione Europea. Ciò nonostante le celebri rassicurazioni che ciò non sarebbe mai avvenuto fatte a Mikhail Gorbaciov da Manfred Woerner, segretario generale dell’Alleanza atlantica, e da altri dal 1988 al 1994. Nel 2008 al vertice NATO di Bucarest Washington inserì nell’ordine del giorno l’ingresso nella NATO di Georgia e Ucraina. Al momento si opposero però Germania e Francia perché, sostennero, “ciò avrebbe significato uno schiaffo alla Russia che sarebbe stata obbligata a reagire”. Di questo avviso, contrario a una estensione dell’Alleanza senza limiti, si dichiararono in varie circostanze anche Kissinger e l’ex Ambasciatore a Mosca George Kennan (costui che fu il padre della teoria del “contenimento” dell’URSS riteneva un grave errore applicare quel concetto alla nuova Russia). Già nel convegno sulla sicurezza di Monaco del 2007 Putin denunciò l’espansione della NATO verso est, definendola una minaccia alla sicurezza della Russia. Come risposta, la Clinton, allora Segretario di Stato, nel 2009 si presentò a Mosca con un pulsante che diceva: “reset”, alludendo ad una presunta volontà americana di ristabilire buoni rapporti con la Federazione Russa. Putin accettò ma l’aspettativa positiva fu presto smentita da nuovi tentativi di “rivoluzioni colorate” spalleggiate dall’Occidente in Paesi ex sovietici i cui Governi avevano relazioni strette con Mosca. La fiducia reciproca venne allora meno e non fu più recuperata. I russi avevano sperato loro fosse riconosciuta la possibilità di mantenere una certa influenza su Paesi che consideravano strategici per la loro sicurezza ma i fatti smentirono le promesse. Il colpo di Stato a Kiev del 2014 segnò il punto di non ritorno. Ebbene, l’attuale guerra in Ucraina è la naturale conseguenza dell’assedio cui la Russia è stata sottoposta dal momento della sua nascita come Stato. Prima di Putin lo fecero molte società americane che tentarono di acquisirne le ricchezze strategiche in modi più o meno legali con la complicità degli oligarchi di allora (vedi Khodorkovsky). Dopo l’arrivo al potere del nuovo Zar, fu il Governo americano e i Brzezinski vari, direttamente o tramite ONG etero-comandate, a condurre con una lotta politica senza scampo seppur mai dichiarata apertamente. Risultato: l’Europa ha dovuto rinunciare a commerciare con il Paese al mondo più ricco di tutte le materie prime e bisognoso del nostro know-how e dei nostri investimenti. In cambio, lo abbiamo buttato, seppure storicamente reticente, nelle braccia della Cina con la quale oggi guida i BRICS, lo SCO e la ribellione mondiale al potere dell’Occidente.

    Un secondo errore strategico altrettanto deleterio compiuto dagli americani fu l’atteggiamento verso la Cina dopo l’arrivo al potere di Deng Xiaoping. Furono diversi gli analisti indipendenti che intuirono subito che la nuova Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto, in un tempo non troppo breve, diventare un pericoloso concorrente per la supremazia Occidentale nel mondo, ma a Washington erano di altro avviso. Abbacinati dal grande sviluppo economico, gli stolidi americani si convinsero che il crescere della ricchezza avrebbe comportato una evoluzione politica verso forme di democrazia liberale (quindi controllabile anche dall’esterno) e, senza comprensione (come sempre) delle realtà storiche e sociali di altri Paesi, pensavano che la Cina sarebbe potuta diventare un nuovo “cliens” (nel senso latino) del potere americano. Protagonista di questo progetto fu Bill Clinton che pensava di utilizzare il libero scambio e gli investimenti USA come mezzi per integrare la Cina nell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Fu a questi scopi che nel 1999 firmò con Pechino un accordo bilaterale e nel 2000, il Congresso degli Stati Uniti approvò la concessione dello status di “Permanent Normal Trade Relations” (PNTR) alla Cina, passo fondamentale per la sua adesione all’OMC che divenne effettiva nel 2001. Naturalmente gli europei, obbedienti come d’abitudine, non seppero opporsi. Nonostante la Cina non fu mai (e non lo è ancora) totalmente rispettosa delle regole dell’OMC, il suo ingresso nell’organizzazione le consentì di diventare la “fabbrica del mondo”. Con le conseguenze economiche e politiche sull’Occidente che oggi conosciamo.

  • L’Egitto pensa a una Nato africana

    Il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, ha chiesto nel 2015 alla Lega araba di “formare una forza araba in stile Nato”. Lo ha dichiarato l’esperto militare egiziano Samir Farag ai media egiziani. Il ruolo di capo della forza araba congiunta, se approvata, verrebbe assunto dal capo di Stato maggiore egiziano – che è anche il segretario generale aggiunto della Lega araba per gli Affari militari – o da un tenente generale egiziano. Il vice capo sarebbe invece di nazionalità saudita e verrebbe formato un Consiglio di comando composto dai Paesi arabi partecipanti, ha affermato Farag. Inoltre, in caso di attacco a uno dei Paesi membri, la forza si mobiliterebbe per difenderlo. L’Egitto contribuirebbe almeno con 20 mila militari, più di qualsiasi altro Paese, ha aggiunto l’esperto. Esiste un accordo di difesa congiunta all’interno della Lega araba, ma non è mai stato attuato. “Ci auguriamo che la formazione di una forza araba congiunta venga approvata. L’aggressione israeliana contro il Qatar ha rivelato quanto sia importante per noi questa forza. La speranza dell’Egitto e degli arabi risiede nell’unità e nel non fare affidamento sugli Stati Uniti o su qualsiasi altra potenza”, ha affermato Farag.

    La notizia della “proposta egiziana di creare una forza araba congiunta per contrastare gli attacchi israeliani è un duro colpo agli accordi di pace”, ha dichiarato in un messaggio su X il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, sottolineando che questo “duro colpo” è “seguito dal voto favorevole alla creazione di uno Stato palestinese da parte della stragrande maggioranza dei paesi alleati di Israele”. Ieri, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che chiede la creazione di uno Stato di Palestina libero dal movimento islamista Hamas. Il governo del premier Benjamin Netanyahu “ha distrutto la nostra posizione internazionale. Una combinazione letale di irresponsabilità, dilettantismo e arroganza ci sta distruggendo agli occhi del mondo. Dobbiamo sostituirlo prima che sia troppo tardi”, ha affermato Lapid.

    L’idea che disturba Israele potrebbe rientrare tra i temi in discussione nel vertice, il primo di questo tipo, che il 22 ottobre si svolgerà a Bruxelles tra Unione europea ed Egitto. Secondo quanto comunicato dal Consiglio europeo “il vertice si concentrerà sulle relazioni bilaterali e sull’ulteriore approfondimento del partenariato politico ed economico, come stabilito nel partenariato strategico e globale Ue-Egitto, con l’obiettivo di promuovere la stabilità, la pace e la prosperità comuni. I leader discuteranno anche delle sfide globali odierne, tra cui la situazione in Medio Oriente, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, il multilateralismo, il commercio, la migrazione e la sicurezza”. L’Ue sarà rappresentata al vertice dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mentre l’Egitto sarà rappresentato dal presidente, Abdul Fattah al-Sisi. “I nostri legami di lunga data affondano le loro radici nella storia, nella geografia e nella cultura comuni, nonché nei forti legami tra i nostri popoli”, ha dichiarato Costa, che poi ha aggiunto: “L’Ue apprezza profondamente il ruolo stabilizzatore dell’Egitto nella regione del Medio Oriente e il suo ruolo di mediazione nel conflitto di Gaza. Il nostro primo vertice bilaterale sarà un’ottima occasione per approfondire ulteriormente il nostro partenariato, cooperare nell’affrontare le nostre sfide comuni e liberare tutto il potenziale delle nostre relazioni”.

  • Si vis pacem, para iustitiam

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La fine della guerra dei dodici giorni ha colto di sorpresa tutti gli osservatori e le stesse istituzioni internazionali. Quello che sembrava un conflitto destinato ad una escalation persino nucleare ha trovato la propria fine grazie al lavoro e al peso della diplomazia internazionale.

    Il presidente degli Stati Uniti Trump ha saputo far valere nei confronti di Israele la forza ed il valore del proprio sostegno facendogli capire anche come la guerra con l’Iran fosse un scenario più adatto ad azioni di intelligence piuttosto che ad una operazione militare in considerazione anche delle estensione del paese persiano.

    Il russo Putin, primo alleato della teocrazia degli Ayatollah, è riuscito a bloccare la volontà di risposta dell’Iran, cercando così di ottenere in questo modo un credito nei confronti degli Stati Uniti da riscuotere all’interno di una trattativa per una tregua nella guerra russo ucraina.

    La diplomazia, quindi, nella sua forma migliore ha saputo ottenere un risultato importante trovando un punto di equilibrio tra i due contendenti i quali entrambi hanno rinunciato ad un immediato interesse per la salvaguardarne quello di maggiore peso: l’alleanza con il negoziatore.

    In questo contesto l’Unione Europea ha brillato ancora una volta per l’assenza di una strategia diplomatica figlia di una totale mancanza di un barlume di politica estera e della propria totale irrilevanza economica, tecnologica e strategica.

    Questa disarmante posizione europea dimostra ancora una volta quanto la Ue sia incapace di prendere in considerazione la valenza della diplomazia.

    Una scelta che si dimostra anche come la inevitabile conseguenza della strategia economica, industriale ma anche agricola orchestrata nell’Unione Europea negli ultimi decenni.

    All’interno di una trattativa diplomatica il ruolo, ma soprattutto il peso dei diversi negoziatori viene espresso dal valore attribuito agli asset strategici del paese che rappresentano. Avendo quindi l’Unione Europea abbandonato da oltre un decennio la tutela delle eccellenze manifatturiere in ambito industriale ed agricolo, al tavolo diplomatico si troverebbe assolutamente sguarnita di qualsiasi peso ed argomenti strategici in quanto priva di asset strategici in ambito economico, industriale o tecnologico (l’ultima innovazione tecnologica il fondamentale tappo vincolato alla bottiglia).

    Come ulteriore conferma basti pensare a tutti i recenti accordi europei che risultano di natura esclusivamente commerciale, come l’ultimo del Mercosur, all’interno dei quali è la stessa Unione ad istituzionalizzare il dumping sociale, normativo e retributivo espresso dai prodotti provenienti dai nuovi partner commerciali.

    Esattamente come precedentemente era avvenuto nel tessile abbigliamento con la fine dell’accordo Millefibre valido fino al 2005, che aprì il mercato europeo ai flussi commerciali di prodotti espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo dai paesi dell’estremo oriente.

    Lo stesso triste destino riservato alla filiera del tessile abbigliamento ora viene allestito in campo industriale con la cieca adozione del paradigma Green Deal che rappresenta la negazione totale di ogni possibilità di sopravvivenza del settore Automotive e delle eccellenze industriali europee.

    La inevitabile conseguenza di questo ennesimo suicidio economico è quello di regalare un mercato (europeo) ai flussi commerciali di auto provenienti dalla Cina in nome di un ridicolo ambientalismo, in quanto nessuno probabilmente ha le competenze per valutare l’impatto ambientale di queste auto cinesi prodotte con oltre il 70% di energia elettrica proveniente da centrali elettriche a carbone.

    In questo contesto politico l’unica iniziativa che la Ue è in grado di proporre è rappresentata da quella avanzata dalla Nato, il vero facente funzioni nella politica estera della Ue, cioè quella di una corsa al riarmo portando le spese al 5% del PIL (un valore assolutamente indicativo e difficilmente verificabile), le quali dovrebbero trasformarsi in un fattore deterrente rispetto alle 6.257 testate nucleari possedute dalla Russia.

    Addirittura il segretario generale della Nato Rutte ha affermato “Siamo pronti a soffrire e morire insieme”.

    In altre parole, la politica del riarmo confermata anche all’ultimo vertice Nato certifica la totale assenza di peso specifico della istituzione europea come naturale conseguenza della disintegrazione sistematica degli asset strategici e delle eccellenze produttive europee. Una strategia che vira verso “l’economia del Telepass” che considera l’Europa un mercato di soli flussi commerciali il cui unico valore aggiunto viene fornito dal pagamento di un pedaggio.

    La politica del riarmo quindi non è altro che l’ultimo anello della nullità europea all’interno della quale le varie classi politiche nazionali si sono sempre adeguate con piacere in quanto possono ancora splafonare ogni vincolo di bilancio come con il rapporto debito pubblico/Pil, ed addirittura dichiararsi non responsabili del conseguente aumento della pressione fiscale. Se poi buona parte di queste nuove risorse finanziarie interamente a debito vadano ad aumentare soprattutto gli ordini dell’Industria pesante tedesca risulta assolutamente marginale.

    Il paradosso di questa situazione emerge evidente dalla inconfessabile aspirazione della stessa Unione Europea la quale spinge e spera in una prosecuzione dello scontro russo ucraino e non certamente nel conseguimento di una tregua duratura, la quale toglierebbe la motivazione fondamentale alla stessa politica della riarmo.

    Sic transit gloria mundi.

  • Putin spedisce tre navi da guerra a Cuba

    L’annuncio di un imminente arrivo a Cuba di tre imbarcazioni e un sottomarino a propulsione nucleare russi ha acceso l’allarme degli Stati Uniti, che temono un possibile svolgimento di esercitazioni militari nei Caraibi. Manovre che sarebbero una risposta alle – quasi concomitanti – esercitazioni Nato nel Mar Baltico, in programma fino al 20 giugno. Ll’Avana aveva segnalato che dal 12 al 17 giugno riceverà in visita ufficiale la fregata “Gorshkov”, il sottomarino a propulsione nucleare “Kazan”, la petroliera della flotta “Pashin” e il rimorchiatore “Nikolai Chicker”. La visita, scrive il governo cubano, è realizzata nell’ambito delle “storiche relazioni di amicizia tra Cuba e la Federazione russa e rispetta i regolamenti internazionali”. L’Avana assicura che nessuna delle navi contiene armi nucleari”. Le visite di unità navali di altri Paesi sono una “pratica storica del governo, con nazioni con cui manteniamo relazioni di amicizia e collaborazione”, prosegue il comunicato. Le imbarcazioni russe svolgeranno diverse attività istituzionali durante la permanenza: tra queste, una visita al capo della Marina cubana e alla governatrice della capitale L’Avana. Al loro arrivo saranno sparati 21 colpi a salve come saluto a Cuba, con la risposta di una unità delle forze armate cubane.

    Washington aveva avvertito della presenza di unità militari russe già mercoledì, denunciando anche lo svolgimento di possibili esercitazioni aeree: un funzionario dell’amministrazione Usa, sentito da “Miami Herald”, ha affermato che sono attese attività aeree e navali che includono mezzi da combattimento. Si tratterebbe della prima esercitazione aereo-marittima coordinata di Mosca nell’emisfero occidentale in cinque anni. “Siamo delusi ma non sorpresi dalla decisione di Cuba di accogliere i mezzi russi”, ha detto ieri il funzionario, assicurando che l’intelligence statunitense supervisionerà le esercitazioni pur non considerandole una minaccia diretta e ritenendo che non ci siano armi nucleari a bordo. “Sono esercitazioni navali di routine, accelerate dopo il supporto degli Usa all’Ucraina e dopo le attività di addestramento a supporto degli alleati Nato”. Per gli Stati Uniti, hanno peraltro avvertito che le navi potrebbero fare tappa anche in Venezuela.

    Stando a quanto riporta l’agenzia governativa russa “Tass”, le navi fanno parte di una flotta settentrionale della marina e sono salpate lo scorso 17 maggio per “assicurare la presenza navale in aree importanti della zona oceanica”. La fregata Gorshkov ha effettuato un’esercitazione ad un target simulato nell’oceano atlantico, utilizzato il complesso di artiglieria Ak-192m e missili Palash. Il sottomarino kazan può trasportare missili di precisione a lungo raggio, capaci di colpire obiettivi a terra, in mare e in aria. Secondo quanto riporta l’istituto navale Usa, è dal 1969 che sottomarini russi visitano periodicamente l’isola. Nello stesso periodo della presenza a Cuba, altri mezzi militari russi e personale dell’esercito sono entrati in Nicaragua per fornire “assistenza e vantaggi reciproci in caso di emergenza”, come si legge in una nota del governo nicaraguense che ne autorizza l’ingresso fino al 31 dicembre 2024. Le truppe da Mosca lavoreranno insieme all’esercito locale per condurre operazioni di sicurezza e contro la criminalità e per condividere addestramenti con il Comando di operazioni speciali.

    Le esercitazioni russo-cubane si svolgono, peraltro, quasi in concomitanza con le Baltops, le tradizionali manovre navali della Nato nel Mar baltico. La 53esima edizione delle Baltops viene osservata con grande attenzione dalla Russia che si trova a confrontarsi, dopo l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia, con un Mar Baltico a trazione decisamente atlantista. Le esercitazioni della Nato si svolgono da oggi sino al 20 giugno e coinvolgeranno venti nazioni che sono già giunte la scorsa settimana a Klaipeda, in Lituania. Nelle manovre saranno impiegati quattro gruppi anfibi e diverse unità operative multinazionali composti da più di 50 navi, 25 aerei e 9 mila militari provenienti da Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Le operazioni di addestramento prevedono attività di guerra antisommergibile, esercitazioni di artiglieria, operazioni anfibie, sminamento e interventi medici. Sin dalla prima edizione nel 1971, le Baltops sono aumentate sia in termini numerici di partecipazione che in complessità poiché la Nato ha rafforzato la sua dottrina relativa alla minaccia proveniente dal fianco orientale, ovvero la Russia.

  • La Nato si esercita in Africa insieme ai suoi alleati locali

    Ha avuto inizio l’Esercitazione multinazionale African Lion 2024, organizzata dal Comando statunitense Southern European Task Force – Africa (Setaf-af) con sede a Vicenza su mandato del Comando Africa statunitense (Africom). African Lion 2024 si svolge contemporaneamente in Marocco, Ghana, Senegal e Tunisia, fino al 31 maggio, con oltre 7.100 partecipanti provenienti da oltre venti nazioni, compresi contingenti della Nato.

    Per la Difesa italiana partecipa l’Italian Joint Force Headquarters (Ita Jfhq), il Comando interforze a livello brigata estremamente flessibile, ad elevata prontezza operativa e caratterizzato da una connotazione proiettabile (anche in configurazione seabased). Posto alle dirette dipendenze del Comando operativo di vertice interforze (Covi), l’Ita Jfhq è deputato alla pianificazione e direzione di small scale operations e operazioni di evacuazione dei nostri connazionali all’estero in caso di necessità, così come avvenuto in conseguenza del rapido deterioramento della cornice securitaria in Afghanistan nell’agosto 2021, o a causa degli scontri armati in Sudan nell’aprile 2023 o subito dopo il colpo di stato in Niger, nel luglio dello stesso anno.

    L’obiettivo strategico di African Lion 2024 è quello di potenziare la capacità di interagire e interoperare con i partner africani ed europei con interessi in questo continente al fine di affrontare congiuntamente e con successo le sfide securitarie comuni. Il contributo dell’Ita Jfhq alla corrente edizione di African Lion è quello di simulare il Comando responsabile delle operazioni di evacuazione di civili da un’area di crisi in cui sono in corso delle ostilità, frattanto interessata da un terremoto che ha determinato l’adozione di un cessate il fuoco dalle parti per permettere lo svolgimento delle attività a supporto delle popolazioni coinvolte. Il Comando italiano, che dal 27 maggio si dispiegherà con le proprie capacità nei sedimi di Agadir e Tan Tan in Marocco fino al primo giugno, è supportato da reparti dell’Esercito (in particolare della Brigata “Granatieri di Sardegna” e dell’11esimo Reggimento Trasmissioni) e dell’Aeronautica militare (32esimo Aerostormo, 37esimo Aerostormo e 46esima Brigata Aerea).

    La partecipazione del Jfhq ad African Lion 2024 rappresenta un’importante opportunità per la Difesa per consolidare la già acclarata leadership nel contesto securitario euro-mediterraneo ed euro-atlantico, poiché si pone anche quale accreditato interlocutore di rilievo in materia di Neo (Non-Combatant Evacuation Operation), potendo: porre la giusta enfasi sull’importanza attribuita alla salvaguardia dei non-combattenti (oggigiorno un tema di altissima rilevanza, al centro della realtà geopolitica e geostrategica globale); incrementare la partecipazione ad attività internazionali che valorizzino, in particolare, la funzione di Comando e Controllo (C2) di un pacchetto di Forze già consolidato quale abilitante per le Neo; massimizzare le opportunità derivanti da programmi di cooperazione internazionali; promuovere e consolidare la conoscenza dell’Ita Jfhq nel panorama internazionale quale “eccellenza” della Difesa.

  • Pace in Ucraina

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da più parti si chiede che la guerra in Ucraina si trasformi presto in pace o almeno in una tregua che apra a negoziati per la fine definitiva del conflitto. È più che giusto che si desideri porre fine a una carneficina che tocca soldati e civili da una parte e dall’altra e che ci si interroghi su come arrivare a questa soluzione. Tuttavia, prima di ragionare su cosa fare credo che sia bene che qualcuno, chiunque egli sia, risponda (almeno a sé stesso) a due domande.

    La prima: quali sono gli interessi dell’Europa nel volere che l’Ucraina entri nella NATO? Tutti, salvo gli ipocriti, sanno che la guerra è scoppiata dopo che, per diverse volte, Mosca aveva pubblicamente fatto sapere di considerare come un attentato alla propria sicurezza il possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO. Non a caso, quando gli americani vollero che all’ordine del giorno dell’incontro NATO di Bucarest del 2008 fossero inseriti anche l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di quel Paese e della Georgia, Germania e Francia (e sottovoce anche l’Italia) si opposero, esprimendo la preoccupazione che tale atto avrebbe causato una risposta della Russia tutt’altro che pacifica. Gli americani dovettero fare buon viso a cattiva sorte ma, in cambio della rinuncia, ottennero che la questione fosse solo rimandata a data successiva. Dopo quanto era accaduto nel 1999 con l’attacco della NATO contro la Serbia (non avallato dall’ONU) e alcune “rivoluzioni colorate” scoppiate i Paesi limitrofi alla Russia, a Mosca si era cominciato a pensare, a torto o a ragione, che l’Occidente stesse puntando a destabilizzare ciò che restava dell’ex-Unione Sovietica. Ad avvalorare tale ipotesi aveva contribuito la trasformazione dello scopo ufficiale della NATO, da puramente difensivo al momento della sua creazione, in un’organizzazione che si poneva come obiettivo di intervenire ovunque si giudicasse (da parte di Washington?) fossero a rischio la democrazia e i diritti umani. A tal proposito vedi Dichiarazione di Roma nel 1991 e la sua formalizzazione a Washington nel 1999 attraverso il “Nuovo Concetto Strategico”.  Naturalmente si sarebbero chiusi gli occhi se le violazioni fossero avvenute in Paesi considerati “amici” o “utili”. E, infatti, nessuno ha aiutato o inviato armi all’Armenia democratica attaccata dall’Azerbaigian autoritario nel Nagorno-Karabakh con l’esodo forzato di decine di migliaia di etnicamente armeni costretti a1988-2024d abbandonare tutto.

    Dunque: Gli americani avevano una loro logica, giusta o sbagliata che fosse, ma gli europei? Voglio quindi ripetere la domanda: che interesse aveva, ed ha, l’Europa ad avere l’Ucraina nella NATO? Chi rispondesse che serve per “contenere” la Russia giustificherebbe le reazioni di Mosca.

    La seconda: Qual è l’interesse dell’Europa nell’avere, e magari in tempi rapidi, l’Ucraina come membro dell’Unione Europea? Dopo che gli USA con l’Inflation Reduction Act hanno messo in ginocchio alcuni settori dell’industria europea invitandoli a delocalizzare verso gli Stati Uniti, vogliamo forse distruggere anche l’agricoltura dell’Europa? È risaputo che, grazie alla mano d’opera a buon mercato e alle immense distese di territori coltivabili ucraini, importare senza dazi i prodotti agricoli da quel Paese metterebbe fuori mercato le nostre aziende e in Polonia sono stati i primi ad accorgersene. Senza contare che, dopo tutti i bombardamenti con proiettili a uranio impoverito dalle due parti in conflitto, ogni prodotto frutto dei campi colpiti dalla guerra arriverebbe da noi contaminato da polveri non radioattive ma estremamente velenose (più del piombo – vedi le malattie mortali riscontrate da civili serbi e soldati NATO in Serbia, Iraq e Afghanistan). E poi, chi dovrebbe pagare i costi della ricostruzione dopo che la guerra sarà finita? Come sempre è successo per i futuri nuovi ingressi, miliardi di euro sono stati mandati da Bruxelles ai Paesi candidati per “adeguare le leggi e le infrastrutture” agli standard europei. Nel caso dell’Ucraina, oltre alla sua dimensione superiore ad ogni precedente Paese entrato, si dovranno aggiungere i fondi necessari a ricostruire strade, fabbriche e intere città. Sanno i cittadini europei cosa sarà trattenuto dalle loro tasche per assecondare i vaneggiamenti di quattro irresponsabili politici a Bruxelles e nelle varie capitali?

    E allora: dove sta l’interesse degli europei a far entrare questo nuovo “membro”, tra l’altro considerato dal FMI come il più corrotto d’Europa? Chi rispondesse che le nostre aziende guadagnerebbero dalla ricostruzione fa solo fantasia e non conosce gli accordi già sottoscritti da Zelensky con Blackrock e J.P. Morgan.

    Veniamo ora alla pace che tutti vogliamo. O almeno a una possibile tregua.

    Il 15 e il 16 giugno prossimi, vicino a Lucerna in Svizzera, si terranno colloqui per identificare un percorso che porti verso una pace giusta e duratura in Ucraina. Ottima iniziativa, se non fosse che la Russia, salvo variazioni dell’ultimo momento, ha già annunciato che non vi parteciperà. È possibile concordare una qualunque pace tra due contendenti nell’assenza di uno dei due?

    Purtroppo, i veri problemi di una negoziazione da intraprendere oggi stanno nel fatto che, checché se ne dica, la vera guerra non è tra Ucraina e Russia ma tra Occidente (in primis gli USA) e la Russia e che nessuno dei contendenti ha fiducia nella buona fede dell’altro. Entrambi sono pervasi da intenzioni massimaliste. Almeno per ora Kiev e l’Occidente, dopo tutti i morti inutili tra la popolazione ucraina, non possono permettersi di perdere la faccia rinunciando a far entrare l’Ucraina nella NATO e abdicando alla rivendicazione dei territori perduti e della Crimea. Inoltre, pensano che l’obiettivo di Mosca sia di instaurare a Kiev un governo fantoccio manovrabile da Mosca. Da parte russa si è sinceramente convinti che l’obiettivo dell’Occidente sia di assicurarsi una “sconfitta strategica” della Russia, la sostituzione dell’attuale regime e il futuro “spezzettamento” della Federazione. Se le due parti sono su queste linee è evidente che l’unica soluzione che si può intravedere è tra la capitolazione o la continuazione dei combattimenti.

    Comunque sia, anche chi nega che la storia sia maestra di vita dovrebbe ricordare come sono finite le guerre nel mondo degli ultimi 70/80 anni. Tutte le volte che sono cessate o sono state sospese grazie a un negoziato senza che sia stato drasticamente risolto il motivo che le aveva scatenate, le ostilità sono ricominciate in breve tempo.

    Vediamo qualche esempio tra i tanti:

    Guerra del Vietnam (1955-1975). Gli accordi di pace di Parigi permisero il ritiro americano dal conflitto ma la guerra continuò fino a che il Vietnam del nord arrivò a detronizzare il governo di Saigon.

    Guerra dei 6 giorni (1967). Gli accordi di Camp David arrivarono solo nel ’78 e consistettero nella vittoria di Israele sull’Egitto sancendo il riconoscimento ufficiale dell’esistenza dello stato israeliano. Dunque: vittoria di Israele.

    Prima guerra del Golfo (1990-1991). Ci fu un cessate il fuoco mediato dall’ONU che sospese temporaneamente il conflitto ma fu sostituito da sanzioni pesanti contro l’Iraq. La guerra ricominciò nel 2003 arrivando alla sconfitta definitiva di Saddam Hussein.

    Guerra civile in Bosnia (1992-1995). Con gli accordi di Dayton si creò un governo federale tra le varie etnie bosniache, croate e serbe che, tuttavia, continuano ancora oggi a essere una polveriera con minaccia di scissioni.

    Guerra del Kossovo (1998-1999). Finì solo con la sconfitta totale della Jugoslavia e gli accordi del ’99 furono, di fatto, la resa di Belgrado. La Serbia tuttora non riconosce l’esistenza autonoma dello stato Kossovaro.

    Guerre tra Armenia e Azerbaigian (1988-2024) Le tensioni etniche tra armeni e azeri datano almeno dall’inizio del ‘900. Nel 1988 con la fine dell’URSS l’Armenia si re-impadronì del Nagorno-Karabakh abitato prevalentemente da armeni. La guerra subito scoppiata finì grazie alla mediazione russa per ricominciare nel 1994 e incattivirsi nel 2016 (guerra dei quattro giorni). Nel 2020 scoppiò di nuovo e ancora la Russia fece da mediatrice imponendo un accordo tra le parti. Accordo reso nullo dalla recente invasione azera del 2024 con successo di quest’ultima grazie all’aiuto della Turchia.

    Se anche l’attuale guerra in Ucraina dovesse finire con un accordo tra le parti che non costituisca una vera vittoria per uno dei due, molto probabilmente si tratterebbe di una soluzione temporanea e, prima o poi, le ostilità ricomincerebbero. Alcuni alti funzionari americani ritengono che la guerra debba finire con un accordo negoziato ma nessuno di loro ha mai detto né agli alleati né tanto meno al governo ucraino su quali basi ciò potrebbe avvenire.

    Dobbiamo dunque rinunciare a cercare la pace? Nessuno dovrebbe permetterselo! Quale pace, tuttavia? Accetterà l’occidente che ciò che resta dell’Ucraina diventi un Paese neutrale come furono l’Austria, la Finlandia e la Svezia, senza che la Nato ci metta becco?  O, in alternativa, accetterà Mosca di rinunciare ai territori che ha già inglobato nella Federazione e che Kiev diventi un nuovo membro dell’Alleanza Atlantica? Entrambe le soluzioni sembrano ad oggi piuttosto improbabili.

    Nel frattempo non va dimenticato che un decreto presidenziale voluto da Zelensky nel Settembre 2022 e tuttora in vigore ha stabilito “l’impossibilità di aprire negoziazioni con il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin” e chi lo facesse sarebbe immediatamente accusato di alto tradimento. Forse bisognerebbe cominciare con il cancellare questo “ukase”.

  • Neutralità

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Cominciamo col dire che la Confederazione Svizzera, nonostante il suo nome ufficiale, non è una Confederazione. Infatti la sua stessa Costituzione è detta Federale (dal 1848) e il suo Governo, non a caso, si chiama Consiglio Federale. Di là da questo fatto di non minore importanza, il Paese elvetico ha (o aveva) due peculiarità che lo contraddistinguono (o contraddistinguevano) nel panorama politico mondale: il Governo non è composto solo dalla maggioranza parlamentare ma include anche rappresentanti della minoranza e, secondo, la neutralità (dichiarata “perpetua” dal Congresso di Vienna del 1815) che ha conservato la Svizzera fuori da tutte le guerre da più di due secoli.

    Al fianco del tempo indicativo presente ho usato, seppur tra parentesi, anche l’indicativo imperfetto poiché, mentre la struttura di governo è ancora la stessa sulla neutralità odierna della Svizzera ci sarebbe da discutere. La ragione del dubbio risiede in due aspetti: l’atteggiamento assunto verso la guerra in Ucraina e quello in merito al Trattato delle Nazioni Unite sulla Proibizione delle Armi Nucleari. Occorre anche precisare che il rapporto tra il Governo e il Parlamento (detto Assemblea Federale) non è più quello che ci si aspetterebbe da un Paese democratico, noto, per di più, attraverso il frequente ricorso alla democrazia diretta via referendum. Nel caso della guerra in Ucraina, anziché astenersi dal prendere parte per l’uno o per l’altro dei contendenti come supposto dalla definizione stessa di neutralità, la Svizzera ha deciso di schierarsi nettamente con uno dei due adottando le decisioni sanzionatorie volute da Stati Uniti, Europa e pochi altri Paese del mondo. In queste decisioni è incluso anche il congelamento preventivo dei beni dello Stato russo, degli imprenditori russi e di tutti i soggetti di quella nazionalità che avevano conti bancari o proprietà in Svizzera.

    Il secondo fatto che mina il concetto di neutralità e mette a rischio il rapporto tra Parlamento e Governo riguarda la non ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari. Il 5 giugno del 2018 con 100 voti a favore, 86 contrari e 1 astenuto il Consiglio Nazionale (una delle due Camere parlamentari) aveva approvato, invitando il governo ad adeguarvisi, una mozione (la 17.42.41) che approvava la firma e la ratifica di quel trattato. Il 12 dicembre dello stesso anno anche il Consiglio degli Stati (l’altra Camera) aveva approvato la stessa mozione con 24 voti favorevoli, 15 contrari e 2 astensioni. Purtroppo, nonostante questi voti teoricamente impegnativi, il Governo (cioè il Consiglio Federale) nello stesso 2018, nel 2019 e ultimamente il 27 marzo 2024 ha dichiarato che, “almeno per ora”, non avrebbe firmato quel Trattato. Occorre ricordare che l’accordo sulla proibizione di armi nucleari è entrato in forza nel 2021 ed è già stato ratificato da 70 Stati, tra cui tra i Paesi occidentali l’Irlanda e l’Austria. La giustificazione del Governo, piuttosto sorprendente da un Paese autodefinitosi neutrale, è che “Nessuno degli Stati nucleari né la maggioranza dei Paesi occidentali ed europei lo riconosce”. E poi: “Unirsi al Trattato di Non Proliferazione Nucleare complicherebbe la posizione della Svizzera nelle partnership per la sicurezza. Questo è particolarmente vero in relazione alla Nato che è un’alleanza dichiaratamente nucleare e rimarrà così nel prevedibile futuro”. Inoltre: “Unirsi a tale Trattato non è negli interessi della Svizzera dato l’attuale contesto internazionale”. Viene inoltre precisato che: “Come sodale del Trattato di Non Proliferazione Nucleare la Svizzera abbandonerebbe l’opzione di considerarsi esplicitamente sotto un “ombrello nucleare” nel quadro di tali alleanze (N.d.A.: Nato e Unione Europea). In linguaggio ancora molto più esplicito: non accettando di aderire a quel Trattato il Governo sta annunciando una adesione “di fatto” alla Nato.

    A ulteriore dimostrazione di questa concezione piuttosto originale da parte di un Paese neutrale, il Governo svizzero ha espresso commenti in merito all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato: “Due Stati che hanno coltivato una lunga tradizione di neutralità durante la guerra fredda e in seguito si sono evoluti da neutrali a stati non allineati quando si sono uniti all’Unione Europea ed è entrato in vigore il Trattato di Lisbona sono ora giunti alla conclusione che la loro sicurezza è meglio garantita dalla Nato”.

    Queste parole significano che la Svizzera ha già scelto di essere, se non proprio un membro, almeno un alleato della Nato? Il timore che il Governo voglia diventarlo è rappresentato esplicitamente in una mozione approvata dalla Commissione per la Politica di Sicurezza del Parlamento Nazionale che, il 20 febbraio 2024, temendo una possibile decisione simile da parte del Governo, proibisce perentoriamente ogni forma di partecipazione a esercizi militari congiunti con la Nato.

    A parte che l’ipotesi che la Russia possa attaccare qualche Paese della Nato subito dopo la fine della guerra in Ucraina è pura propaganda basata sul nulla e contraddetta dal minimo buonsenso, c’è qualcuno in Svizzera che teme la Russia intenda attaccare il Paese elvetico? È veramente per questa assurda paura che il Governo rifiuta di adempiere alla volontà del suo Parlamento?

    Purtroppo, anche nella tradizionalmente neutrale Svizzera c’è davvero qualcuno che teme, o finge di temere, che qualcuno la voglia invadere tanto è vero che, indifferente al sentimento della maggioranza degli svizzeri, il Governo di Berna il 10 aprile scorso ha deciso di partecipare alla “European Sky Shield Initiative” lanciato nell’agosto 2022 dalla Germania e composto da 11 Stati europei con lo scopo di “rafforzare la difesa aerea in Europa e migliorare gli sforzi comuni”. Dov’è finita la “perenne neutralità”?

    È un peccato dover prendere atto di quanto sopra. Noi tutti abbiamo sempre ammirato e invidiato sia il sistema eccezionalmente democratico della Svizzera che conoscevamo, sia il suo lunghissimo atteggiamento di neutralità totale. Dobbiamo purtroppo dover constatare che anche la Confederazione Svizzera è ormai diventata un Paese come un altro.

  • Attacco russo a due voli finlandesi sopra l’Estonia, in pieno spazio Nato

    Risulta che nell’area balcanica nel corridoio di Suwalki la Russia abbia messo la sede del Baltic Jummer. Negli ultimi giorni due voli della compagnia aerea Finnair in viaggio da Helsinki verso Tartu in Estonia, e cioè in pieno spazio Nato, giunti nei pressi dell’aeroporto, non abbiano potuto atterrare a seguito di un attacco ai loro sistema di navigazione.

    I Gps degli aerei sono stati completamente oscurati e perciò senza alcun segnale per proseguire la rotta, i due aerei, uno giovedì sera e l’altro venerdì sera, non potendo atterrare sono dovuti ritornare all’aeroporto di partenza.

    Il Lotte-Triin Narusk, che è il responsabile delle comunicazioni dei servizi aerei estoni, ha dichiarato che le interferenze Gps sono aumentate con gravi problemi per le procedure del traffico aereo. Il disturbo dei Gps è in atto dalla fine del 2022 e le notizie darebbero la responsabilità alla Russia e al suo Baltic Jummer che ha sede nell’enclave di Kaliningrad.

    Nel passato vi erano stati altri problemi dei segnali Gps per aerei che viaggiavano da Varsavia a Berlino e proprio sopra Kaliningrad ci sarebbe il più alto livello di interferenze.

    Secondo quanto riportato dal Messaggero l’aviazione britannica ha pubblicato, nei giorni scorsi, un report dal quale risulta che oltre 45.000 voli siano stati colpiti da interferenze dai loro sistemi di navigazione mentre sorvolavano l’area balcanica. Le fonti dell’aviazione sospettano che la Russia abbia lanciato pericolosi attacchi elettronici contro voli turistici britannici.

  • Helsinki ha avviato la costruzione del muro con la Russia

    La data del 24 febbraio 2022 è uno spartiacque da cui non si tornerà indietro facilmente. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ripete spesso i concetti ma al summit delle nazioni nordiche – organizzato quest’anno a Helsinki – ha voluto essere di una chiarezza cristallina: «Nemmeno la fine della guerra in Ucraina – ha avvertito – prevede un ritorno alla normalità nelle relazioni con la Russia». Perché lo scenario della sicurezza europea è «radicalmente mutato». La premier Sanna Marin, da padrone di casa, annuisce convinta. E non a caso la Finlandia ha appena dato il via ai lavori di costruzione del ‘muro’ lungo i confini con la Russia.

    La frontiera russo-finlandese, infatti, si estende per 1.300 chilometri ed è destinata a diventare uno dei punti caldi della nuova guerra fredda ora che Helsinki ha deciso di entrare nella Nato. Certo, blindarla tutta è impossibile. Ma il governo a novembre aveva presentato un piano per mettere in sicurezza i confini con una recinzione di circa 200 chilometri. Adesso si parte, con la rimozione degli alberi su entrambi i lati del valico di frontiera di Imatra e un primo troncone di tre chilometri di recinto per testarne la resistenza alle gelate invernali (o un eventuale massiccio afflusso di persone da est). Questa prima parte di muro di prova dovrebbe essere pronta a giugno. I cantieri poi continueranno e tra il 2023 e il 2025 saranno istallati ulteriori 70 chilometri di recinzione, principalmente nel sud-est del paese nordico – il progetto prevede reti di oltre tre metri con filo spinato, telecamere per la visione notturna, luci e altoparlanti.

    «Abbiamo dovuto prendere decisioni difficili, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia era chiaro che lo status quo per Finlandia e Svezia non era più sostenibile», ha sottolineato Marin augurandosi che il processo di ratifica d’ingresso nella Nato del suo Paese da parte di Ungheria e Turchia si concluda «il prima possibile». Stoltenberg, interpellato più volte dai giornalisti sul punto, ha detto che «sono stati fatti dei progressi» e che ora è arrivato il momento di chiudere la partita, dato che Finlandia e Svezia «hanno rispettato» le clausole del memorandum firmato con la Turchia. L’obiettivo è quello di concludere le procedure in tempo per il summit di Vilnius dei leader dell’Alleanza, in calendario a luglio. Così facendo, il quadrante nord sarà definitivamente in sicurezza. «La Nato è l’unico confine che la Russia non osa varcare», ha tagliato corto Marin.

    Nel mentre, concordano i Paesi nordici, bisogna fare il possibile per aiutare Kiev a resistere all’assalto russo. “Quando la guerra finirà, dobbiamo essere sicuri che la storia non si ripeta e che Putin non possa invadere l’Ucraina un’altra volta», ha notato Stoltenberg parlando della necessità di rafforzare le capacità di autodifesa di Kiev. «Gli alleati – ha chiarito – hanno stabilito che il futuro dell’Ucraina è nella Nato ma si tratta di una prospettiva di lungo termine». Ecco perché, in generale, non si può tornare indietro e serve «spendere di più in difesa», anche a costo di altre voci importanti come «salute e istruzione». «Non c’è nulla di più cruciale della nostra sicurezza».

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