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Sostenibilità efficienza energetica e sistemi industriali

Da molto tempo, forse da troppo, uno dei concetti fondamentali per cercare di distinguersi e di offrire una visione positiva e “modernista” quanto autoreferenziale da parte di economisti e politici risulta legata alla proposizione del concetto di eco-sostenibilità come via dello sviluppo economico, quasi in contrapposizione all’immobilismo e alla mancanza di sensibilità dell’altra “parte del mondo industriale”.

La sostenibilità ambientale rappresenta da sempre, e  non da oggi, un fattore economico tanto  importante da diventare anche un elemento competitivo semplicemente perché la sua corretta applicazione si trasforma in un passaggio importante in quanto permette una ottimizzazione del  consumo di energia per la articolata produzione. Una visione “vetero-economica” che però molte  aziende hanno già compreso, magari senza un’elaborazione concettuale da offrire al mondo della comunicazione.

In questo senso infatti, al fine di comprendere l’attualità del concetto di eco sostenibilità, andrebbe analizzata con un occhio maggiormente obiettivo la situazione attuale del sistema industriale italiano e il  proprio posizionamento nella articolata realtà economica ed industriale europea.

L’Italia, va ricordato, rappresenta la seconda economia manifatturiera e soprattutto i settori metalmeccanico e tessile-abbigliamento sono  i primi due settori per le esportazioni con degli attivi commerciali record per la bilancia commerciale e mantengono le preminenza rispetto ad altri settori, anche per quanto riguarda l’occupazione.

Nella visione “eco-modernista” che contraddistingue i nuovi sostenitori di una rinnovata ricerca della sostenibilità il grafico in foto dimostra come questo concetto venga applicato CON OTTIMI RISULTATI e  con grande successo dal sistema industriale italiano in rapporto soprattutto all’Europa ed ai principali competitor. Una  semplice analisi dei dati  evidenzia senza possibilità di interpretazioni diverse l’efficienza energetica raggiunta IN QUESTO MOMENTO STORICO dal sistema industriale italiano: un risultato notevole se rapportato alle dimensioni delle nostre imprese industriali che sono perlopiù PMI (95%) e che scontino quindi una crescente e maggiore difficoltà di accesso al credito, anche a causa di una inferiore rappresentatività all’interno del sistema politico nazionale. Comunque, senza ombra di dubbio, questi risultati dimostrano come il concetto di sostenibilità sia ampiamente applicato nel nostro sistema industriale.

I grafici, infatti, dimostrano come, per quanto riguarda il consumo energetico/per milione di unità di prodotto, tolta la Gran Bretagna (10,6) che rappresenta un’economia fortemente influenzata dalla componente finanziaria, il nostro sistema industriale necessiti di sole 14,2 tonnellate di oil/per milione di prodotto. Una quantità inferiore rispetto alla Francia (14,9), alla Spagna (15,7) ma soprattutto ben al di sotto di quanto necessiti al sistema industriale tedesco (prima economia manifatturiera europea) con 17 milioni di tonnellate, sempre per milione di prodotto, il quale dimostra come le dimensioni delle industrie non assicurino il vantaggio di usufruire di una qualche  economie di scala.

Questo dato, da solo, annienta e ridicolizza tutti i modelli economici proposti dal mondo variegato della politica ed accademico per i quali la sola grande industria internazionale (alla quale il nostro tessuto industriale caratterizzato al 95% da Pmi dovrebbe ispirarsi) rappresenti la dimensione necessaria non solo in rapporto al mercato globale ma anche per quanto riguarda il reperimento di  investimenti anche finalizzati alla ottimizzazione energetica e quindi all’obiettivo della eco-sostenibilità.

Questi dati annichiliscono anni di discorsi e di vision economiche inutili e prive di ogni supporto  economico e risultano assolutamente sconnesse con la realtà oggettiva quanto i loro sostenitori.

In più, sotto il profilo della efficienza energetica, il sistema industriale italiano basato sulle PMI presenta un consumo energetico medio per milioni di prodotti di circa -2,6 milioni inferiore anche  rispetto alla media europea (16,8) e di 2,8 rispetto alla prima economia manifatturiera, cioè la Germania (17).

Tenendo poi in considerazione i dati  relativi alle emissioni, ecco come la Francia, che da tempo ha puntato sull’energia nucleare, presenti un più basso tasso di emissioni per milione di prodotto (85,5 tonnellate di Co2/milione di prodotto), mentre l’Italia registra delle emissioni comunque inferiori rispetto alla Spagna (127,4) ed alla Germania stessa (136,7), ma anche alla media europea (130,5).

Anche in questa analisi emerge evidente come il concetto di sostenibilità rappresenti per chi lo propone ora NUOVO OBIETTIVO invece che rappresentare un semplice bigliettino da visita autoreferenziale in considerazione dei dati qui riportati che dimostrano i traguardi già raggiunti dal sistema industriale italiano e in buona sostanza dalle Pmi.

Paradossale andando avanti, poi, se si intendesse passare al grafico relativo alla produzione di rifiuti. Mettendo sempre in rapporto la produzione di rifiuti/per milioni di prodotto nella classifica che comprende le maggiori realtà industriali ed economiche europee, l’Italia, ed il suo articolato sistema industriale, risulta la nazione più virtuosa. Il nostro Paese, infatti, con 43,2 tonnellate/milione di prodotto, si dimostra molto più ecosostenibile rispetto ai dati molto più alti della Spagna (54,7), della stessa Gran Bretagna (64) e della Germania, da sempre il nostro competitor manifatturiero (67,6). Il sistema industriale italiano in più, anche  rispetto alla media europea, presenta una produzione di rifiuti inferiore della metà (Italia 43,2/89,3 Ue), un rapporto che conferma ancora una volta la assoluta centralità delle dinamiche di investimento relative alla sostenibilità del sistema industriale italiano di cui questi dati ne offrono la conferma.

Questi grafici offrono la fotografia del nostro sistema industriale il quale probabilmente dovrebbe essere più consapevole delle proprie caratteristiche e prerogative, come degli ottimi risultati, già raggiunti in tema di eco-sostenibilità.

Una consapevolezza che dovrebbe trasformarsi in iniziative propositive al fine di ottenere da una parte una maggiore tutela normativa (legge Made in Italy), con una forte pressione politica nella Unione Europea, titolare della competenza normativa, dall’altra dovrebbe contemporaneamente esprimere una nuova capacità comunicativa nelle forme come nei contenuti, con l’obiettivo di rendere noti e facilmente verificabili i propri plus di sostenibilità ad un consumatore sempre più  sensibile a queste tematiche legate al valore complessivo di un prodotto  reale, espressione della filiera produttiva italiana.

La conoscenza di questi dati, tra l’altro, dovrebbe convincere e rafforzare le politiche di fiscalità di vantaggio relative al “reshoring produttivo”, una tematica abbandonata ormai anche delle stesse categorie dei rappresentanti industriali, troppo spesso distratte dalle dinamiche politiche e sempre meno attente alle reali aspettative del mercato, espressione complessiva della nuova sensibilità dei consumatori. Inoltre la consapevolezza del valore espresso da questi grafici dovrebbero indurre da soli, se opportunamente comunicati, un valore aggiunto e soprattutto CONTEMPORANEO per l’intera filiera del made in Italy, da troppo tempo diventata semplice cassa di risonanza della creatività senza nessun collegamento a valori indentificativi e condivisibili dagli stessi consumatori.

Non comprenderlo e soprattutto non attuare le politiche necessarie di comunicazione, inserendo tali nuovi fattori eco-sostenibili già raggiunti come espressione attuale del valore complessivo ed articolato della filiera, rappresenterebbe il più grosso errore culturale di questo Paese e soprattutto delle diverse associazione di categoria che dovrebbero porsi il problema della perdita di valore delle politiche di comunicazioni complessive assolutamente ancorate a modelli degli anni ottanta.

Un sistema industriale italiano criticato e persino dileggiato per la sua dimensione dalle grandi menti accademiche, ma che ora con questi dati dimostra ancora una volta come possa invece  rappresentare, anche in rapporto alla quantità di materiale necessario/per milione di prodotto,  il sistema industriale con il più alto grado di sostenibilità integrata all’interno dell’Europa.

Un  sistema con simili Plus meriterebbe  una diversa considerazione da parte della classe politica ma anche un azzeramento della credibilità mediatica dei cosiddetti economisti che hanno sempre puntato sulle aziende di grande dimensioni come l’espressione vincente all’interno di un mercato globale.

La sommatoria virtuale di fattori come le esportazioni, unita all’occupazione ed ora anche alla sostenibilità complessiva, di fatto azzerano la credibilità di tali modelli economici degli ultimi trent’anni, riportando al centro dello sviluppo del nostro Paese l’intero sistema industriale italiano, espressione di un sentimento ed attenzione alla eco-sostenibilità certamente poco valutata e considerata probabilmente dalle stesse associazioni di categoria. La consapevolezza richiede un immediato salto culturale dell’intero settore industriale per non vanificare il valore dei traguardi raggiunti forse “a propria insaputa”.

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