PMI

  • Più del reddito di cittadinanza per trovare lavoro serve una preparazione adeguata

    Su poco meno di 500 mila assunzioni previste per gennaio di quest’anno, il 32,8% degli imprenditori italiani ha segnalato difficoltà a “coprire” 151.300 posti di lavoro. Nel 15,7% dei casi a causa della mancanza di candidati (per 72.500 posti di lavoro) e per un altro 13,8% a causa della scarsa preparazione (circa 63.700 posti). E’ quanto emerge dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia – sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior- Sebbene la congiuntura non sia delle migliori – sottolinea la Cgia – e gli effetti economici del coronavirus siano ancora difficilmente quantificabili, gli imprenditori, in particolar modo a Nordest, continuano a trovare molte difficoltà nel reperire personale, soprattutto qualificato.

    “L’offerta di lavoro si sta polarizzando da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali a causa anche dello scollamento che in alcune aree del Paese si è creato tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi, invece, sono profili che spesso i nostri giovani rifiutano e solo in parte vengono coperti dagli stranieri” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

    A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nordest. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Le figure professionali maggiormente richieste al Nord e che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici.

    “Quest’anno – afferma il segretario Renato Mason – sul fronte del mercato lavoro si profila una crescita dell’occupazione a livello nazionale dello 0,4 per cento, anche se in riduzione rispetto allo 0,6 registrato l’anno scorso. Si rischia, pertanto, di interrompere un trend particolarmente favorevole, soprattutto per i giovani che, secondo i dati Istat relativi al 2019, hanno registrato una flessione significativa del tasso di disoccupazione, raggiunto grazie alla buona performance dell’apprendistato che costituisce ancora adesso il contratto più utilizzato per consentire agli under 25 di entrare nel mercato del lavoro”.

    Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è ovviamente inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari. Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento, emerge che in tutte le principali province del Sud (Bari, Catania, Caserta, Foggia, Lecce, Messina, Napoli, Palermo e Salerno), le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

    Una cosa che fino a qualche decennio fa era impensabile. Da qualche anno, invece, i giovani non vogliono più fare gli autisti di mezzi pesanti, sia perché il costo per ottenere la patente C o D e la “Carta di Qualificazione del Conducente” (CQC) ha una dimensione importante che oscilla tra i 2.500 e i 3.000 euro, sia perché è una professione estremamente faticosa. Alle ore di guida spesso si accompagnano anche quelle necessarie per compiere le operazioni di carico e scarico della merce trasportata. La difficoltà di trovare degli autisti di mezzi pesanti è una delle tante contraddizioni che caratterizzano questo settore che, ricordiamo, negli ultimi 10 anni ha perso quasi 25mila padroncini, anche se oggi fatica a reperire, persino al Sud, giovani disponibili a mettersi alla guida di un Tir come dipendenti. Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitors presenti in Europa. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i Paesi Ue, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2% degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati. Negli ultimi anni questo fenomeno è aumentato per due ordini di motivi: pur di lavorare molte persone hanno accettato un’occupazione meno qualificata del titolo di studio conseguito; “mismatch” (disallineamento) esistente tra le competenze richieste e quelle possedute. Questa specificità provoca un forte disinteresse e una scarsa motivazione per il proprio lavoro che ha delle ricadute molto negative sulla produttività del sistema economico. Un risultato che è anche ascrivibile al fatto che in Italia, pur avendo pochi laureati, la maggioranza lo è in materie umanistiche o sociali difficilmente spendibili nel mercato del lavoro, mentre abbiamo un numero insufficiente di laureati in materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, eccetera) che, invece, sono ricercatissimi, soprattutto dalle nostre medie e grandi imprese.

  • Italia prima nella Ue per finanziamenti dalla Bei

    L’Italia è di gran lunga il primo beneficiario della finanza Bei, la banca europea degli investimenti: 11 miliardi nel 2019 con un +14% rispetto al 2018 per 34 miliardi di investimenti sostenuti. Nel dettaglio si tratta di 9,7 miliardi di prestiti e 1,4 miliardi di equity e garanzie, questi ultimi attraverso il Fondo Europeo degli investimenti presieduto dall’italiano Dario Scannapieco che è vice presidente della Banca europea degli investimenti.

    Nella sostanza al nostro Paese che l’anno scorso si divideva il podio con la Spagna è andato il 17,3% dei 72,2 miliardi di finanziamenti della Bei l’anno scorso (+12,5%), spalmati su 143 operazioni domestiche. Mentre negli ultimi 10 anni, tra prestiti e investimenti, sono arrivati all’Italia 102 miliardi di nuova finanza per 277 miliardi di progetti. Grande sostegno alle Pmi con 41 miliardi dal 2010 ad oggi. Alle piccole e medie imprese italiane è andato il 18% del totale Bei nel settore. Nel 2019 le Pmi finanziate ammontano a 44.600 per 735mila posti di lavoro sostenuti. Nel decennio sono state oltre 309 mila per 6,5 milioni posti di lavoro.

    Bei ha inoltre proseguito l’impegno per i grandi gruppi con un nuovo target relativo alle imprese più piccole e più innovative come De Cecco a cui sono andati 13 milioni per migliorare la capacità produttiva o Molmed che ha ricevuto 15 per la ricerca e sviluppo nelle terapie geniche anticancro e contro malattie rare.

    Grande attenzione poi alla sostenibilità con una la Bei sempre più impegnata in progetti green la cui quota di finanziamenti salirà a livello continentale al 50% nel 2025 (dal 31% del 2019) Nel 2019 in Italia, nell’ambito di partnership con il sistema bancario sono stati finanziati 640 milioni per combattere il cambiamento climatico, 250 milioni per l’economia circolare e 400 milioni per l’agrieconomy. Grande attenzione anche alla Pubblica amministrazione e ai cittadini. Tra gli interventi messi in atto su tutti il piano scuola con 1,2 miliardi per gli edifici.

    L’Italia è infine il secondo Paese in Europa a beneficiare degli investimenti del Piano Juncker con il 15,2% del totale. Dal 2015 al 2019 sono stati attivati 458 miliardi di investimenti su 500 miliardi previsti in tutta Europa pari al 92% del totale. All’Italia sono stati erogati 11,3 miliardi di euro di finanziamenti. Il totale degli investimenti sostenuti nel periodo è pari a 69,7 miliardi.

     

  • Pitti Uomo: dei successi e delle prospettive

    La rassegna fieristica fiorentina Pitti Uomo dimostra ancora una volta la propria caratura mondiale proponendo dati e prospettive che coinvolgono il complesso sistema tessile abbigliamento italiano all’interno di un mercato globale.

    Il fatturato dell’intero settore Uomo cresce del +4% raggiungendo quasi quota 10 miliardi (9.900 mln) ma soprattutto presenta un dato ancora più indicativo relativo all’inversione di tendenza del valore della produzione italiana complessiva. Mentre l’anno precedente si era registrata una flessione del  -1,7% per i primi nove mesi del 2019 cresce del +1,9% il valore del fatturato prodotto e confezionato italiano. Una conferma di quanto, ancora oggi, possa risultare competitivo il sistema industriale PMI del tessile-abbigliamento italiano anche all’interno di un mercato fortemente compresso sul fattore costi.

    I dati positivi relativi alla crescita del fatturato e della produzione italiana vanno quindi interamente attribuiti alla capacità imprenditoriale e manageriale delle aziende italiane e suggeriscono contemporaneamente una serie di considerazioni.

    Mentre la domanda globale continua a dimostrare la propria attenzione verso un prodotto made in Italy, le associazioni di categoria cavalcano a livello comunicativo il solo fattore “sostenibilità” legato al riconoscimento di eventuali sgravi fiscali. Una posizione ed una strategia comunicativa condivisibile ma espressione di una mancanza di consapevolezza relativa a come già dal 2018 in Europa il sistema italiano delle PMI risulti ampiamente a minore impatto ambientale. Quindi  le rivendicazioni di sostegni fiscali dovrebbero risultare espressione del giusto riconoscimento dei traguardi raggiunti con grande impegno (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). L’incompetenza dei governi invece riconosce sgravi  fiscali per le tecnologie elettriche nella movimentazione (peraltro quasi tutte estere) senza sostenere invece gli ottimi risultati raggiunti dalle PMI italiane.

    Tornando alle considerazioni che la rassegna di Firenze propone, Pitti ha anche dovuto registrare un calo di afflusso di circa -10% legato soprattutto alla diminuzione dei buyer nazionali. È noto a tutti, ormai, come la distribuzione indipendente italiana stia soffrendo la concorrenza, spesso scorretta, dell’e-commerce successiva a quella della grande distribuzione negli ultimi due decenni. Uno dei fattori  che rende le piattaforme on-line convenienti è relativo alla compressione dei costi che vengono scaricati interamente sulla componente distributiva. Questa, a sua volta, determina una parcellizzazione delle consegne merci contribuendo molto più del traffico privato all’aumento dell’inquinamento dei centri storici: una problematica sicuramente sconosciuta ai sindaci italiani che continuano a penalizzare l’afflusso nelle città (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/23/e-commerce-ed-economia-digitale-la-sostenibilita-del-dettaglio-tradizionale/).

    Questa diminuzione del 10% delle presenze italiane meriterebbe una maggiore attenzione da parte del Governo il quale invece si occupa semplicemente delle grandi crisi come Alitalia ed Ilva ma anche della grande distribuzione come Auchan e Carrefour.

    La sparizione del dettaglio indipendente nei centri storici delle città (circa 14 al giorno) meriterebbe una politica fiscale a sostegno delle piccole attività, magari a conduzione familiare, le quali invece vengono ogni anno gravate di nuovi obblighi fiscali come la fatturazione elettronica e lo scontrino digitale. In preda a questo furore fiscale inoltre non vengono assolutamente tutelati neppure i dipendenti di queste piccole attività. Quasi che la tutela dei lavoratori non sia espressione  di una democrazia e quindi del  riconoscimento dei diritti  ma semplicemente del numero dei richiedenti al fine di ottenerne il riconoscimento.

    Comunque, ancora una volta, Pitti rappresenta la fotografia del secondo sistema industriale italiano. Abbandonato da una classe politica che lo utilizza semplicemente per miserevoli passerelle ma anche con associazioni di categoria più interessate agli incentivi fiscali che non ai modelli un’impresa. Cominciando ad avviare un’analisi attenta in relazione all’esplosione dell’export di alcune province della Regione Toscana che pongono una diversa interpretazione del “modello d’impresa” come della sua crescita  (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Sempre più Firenze rappresenta il punto di riferimento per un sistema industriale il quale si trova circondato dal disinteresse della politica e dalla mancanza di una visione strategica.

    La sua crescita avviene nonostante tutto questo. Onore al merito.

  • Il reddito di cittadinanza lascia le imprese prive di maestranze

    Qualcuno del M5s magari adesso le farà chiudere come l’Ilva di Taranto, così da poter dire che il reddito di cittadinanza è utile. Fatto sta che le imprese italiane soffrono di un gap di manodopera, soprattutto per quello che attiene personale con competenze digitali e ingegneri. L’anno scorso, secondo quanto segnala Confartigianato in un rapporto presentato alla Convention dei Giovani Imprenditori a Roma, le imprese italiane hanno registrato difficoltà di reperimento per 1.198.680 persone, pari al 26,3% delle entrate previste, a causa vuoi della scarsità dei candidati vuoi della loro inadeguatezza rispetto alle mansioni da svolgere.

    L’allarme relativo alla carenza di manodopera riguarda anche i giovani under 30: lo scorso anno le imprese non hanno potuto assumerne 352.420, pari al 27,8% del fabbisogno. Il problema di trovare personale, sottolinea il Rapporto, peggiora per le piccole imprese che nel 2018 non hanno potuto mettere sotto contratto 836.740 persone, di cui 245.380 sono giovani under 30.

    A scarseggiare sul mercato del lavoro sono soprattutto le professionalità dell’ambito digitale e dell’Ict: in questi settori nel 2018 le imprese richiedevano 48.800 giovani persone, ma quasi la metà (48,1%), pari a 23.450, sono considerate di difficile reperimento. Dal rapporto emerge che mancano all’appello soprattutto i giovani analisti e progettisti di software (difficile da trovare il 71,3% del personale richiesto dalle imprese, pari a 6.720 unità), e i tecnici programmatori (il 64,2%, pari a 6.990 unità, è di difficile reperimento). Le competenze digitali, al di là delle mansioni svolte anche le più tradizionali, sono richieste da quasi il 60% delle imprese. Ma questo requisito è difficile da soddisfare e lascia scoperti 236.830 posti di lavoro per giovani under 30.

    A livello regionale, la situazione più critica per assumere giovani under 30 si registra in Friuli-Venezia Giulia con il 37,1% dei posti di lavoro di difficile reperimento, Trentino-Alto Adige (34,2%), Umbria (31,6%), Veneto (31,6%) e Emilia-Romagna (30,5%). Il rapporto di Confartigianato mette in evidenza anche la difficoltà a trovare professionalità con titolo di studio adeguato alle esigenze delle imprese. In testa i laureati in ingegneria industriale: 55,5%, pari a 5.750 persone difficili da reperire, seguiti dai laureati in indirizzo scientifico, matematico e fisico (54,7%, pari a 3.370 persone introvabili sul mercato del lavoro), ingegneri elettronici e dell’informazione (52,4%, pari a 7.480 unità) e i diplomati in informatica e telecomunicazioni (50,4%, pari a 9.930 unità).

  • Crescita ed occupazione nell’UE grazie agli effetti del Piano Juncker

    E’ tempo di bilanci per la Commissione europea e per il suo Presidente uscente Jean-Claude Junker che lascerà la poltrona alla tedesca Ursula von der Leyen che si insedierà, con i 27 Commissari, il prossimo 1° novembre. Come dichiarato in una nota il piano di investimenti per l’Europa, il cosiddetto piano Juncker, ha avuto un ruolo chiave nel promuovere la crescita e l’occupazione nell’UE. Gli investimenti del Gruppo Banca europea per gli investimenti (BEI), con il sostegno del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) del piano Juncker, hanno aumentato dello 0,9 % il prodotto interno lordo (PIL) dell’UE e creato 1,1 milioni di nuovi posti di lavoro rispetto allo scenario di riferimento. Grazie al piano Juncker, entro il 2022 il PIL dell’UE sarà aumentato dell’1,8 %, con 1,7 milioni di posti di lavoro in più. Sono questi gli ultimi calcoli del Centro comune di ricerca (JRC) e del dipartimento di economia del Gruppo BEI, basati sugli accordi di finanziamento che risultavano approvati a fine giugno 2019. “Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissi: riportare l’Europa su un percorso di crescita solida e stimolare l’occupazione”, il commento di Juncker. Oltre all’incidenza diretta che ha avuto sull’occupazione e sulla crescita del PIL, il piano avrà anche un impatto macroeconomico a lungo termine sull’UE. Guardando al 2037, saranno ancora evidenti i benefici delle sue operazioni: un milione di nuovi posti di lavoro e un aumento del PIL dell’UE dell’1,2 %. La migliore connettività e la maggiore produttività derivanti dai progetti sostenuti dal piano Juncker stanno contribuendo a rafforzare la competitività e la crescita dell’Europa nel lungo periodo. A partire da ottobre 2019 il piano dovrebbe mobilitare 439,4 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi in tutta l’UE. Più di un milione di start-up e piccole imprese dovrebbero ora beneficiare di un migliore accesso ai finanziamenti. Il 70% circa degli investimenti previsti provengono da risorse private, il che significa che il piano Juncker ha conseguito anche l’obiettivo di mobilitare gli investimenti privati.

    Grazie al sostegno del piano Juncker, la BEI e la sua controllata per il finanziamento delle piccole imprese, il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), hanno approvato il finanziamento di quasi 1200 operazioni e stanno mettendo capitale di rischio a disposizione di più di un milione di start-up e di PMI in un’ampia gamma di settori in tutti i 28 Stati membri. In ordine di investimenti generati dal FEIS in rapporto al PIL, a ottobre 2019 i primi paesi sono la Grecia, l’Estonia, il Portogallo, la Bulgaria e la Polonia. I progetti del piano Juncker spaziano da un’infrastruttura paneuropea per la ricarica ad alta velocità dei veicoli elettrici a una società di gestione dei rifiuti alimentari in Romania, al reinserimento nel mondo del lavoro di ex militari nei Paesi Bassi.

    Oltre al finanziamento di progetti innovativi e delle nuove tecnologie, il piano Juncker ha sostenuto altri obiettivi dell’UE, ad esempio per quanto riguarda le politiche nel settore sociale, del clima e dei trasporti: più di 10 milioni di famiglie hanno accesso alle energie rinnovabili; 20 milioni di europei beneficiano di migliori servizi sanitari; 182 milioni di viaggiatori all’anno usufruiscono di migliori infrastrutture urbane e ferroviarie.

    Il Fondo europeo per gli investimenti strategici del piano Juncker sostiene idee innovative per proteggere il pianeta. I progetti finanziati dal Gruppo BEI nell’ambito del piano Juncker dovrebbero mobilitare 90,7 miliardi di € di investimenti a favore dell’azione per il clima: edifici a energia zero, parchi eolici, progetti nel settore dell’energia solare, docce a risparmio idrico, autobus ecologici e illuminazione a LED.

    Un altro importante obiettivo è contribuire a far decollare i progetti. Il polo europeo di consulenza sugli investimenti fornisce assistenza tecnica e consulenza ai progetti in fase iniziale. Dal suo avvio nel 2015, il polo ha gestito più di 1400 richieste da parte di promotori di progetti in tutti i paesi dell’UE; di questi, più di 400 hanno beneficiato di servizi di consulenza personalizzata e più di 50 progetti sono già stati inseriti nel portafoglio prestiti della BEI, come l’ammodernamento del sistema di illuminazione stradale di Vilnius, al fine di renderlo più efficiente sotto il profilo energetico. Inoltre, a settembre 2019, 890 progetti figuravano nel portale dei progetti di investimento europei, un luogo di incontro online tra i promotori di progetti e gli investitori. I progetti coprono tutti i principali settori dell’economia dell’UE, con proposte di investimento per un importo complessivo di 65 miliardi di euro. Da quando sono stati pubblicati sul portale, più di 60 progetti hanno ottenuto finanziamenti. Il portale offre anche servizi aggiuntivi, come l’organizzazione di occasioni di incontro tra i soggetti interessati.

  • In arrivo 3 miliardi di euro di garanzie a supporto delle PMI italiane

    Cassa Depositi e Prestiti ha sottoscritto con il Fondo Europeo per gli Investimenti un accordo finalizzato a potenziare notevolmente la capacità operativa del Fondo di Garanzia per le PMI (Fondo) a supporto del tessuto produttivo italiano. Grazie all’intesa, CDP concederà in favore del Fondo 3 miliardi di euro di contro-garanzie su un portafoglio del valore complessivo di 3,75 miliardi. Le risorse finanziarie che CDP veicolerà – ottenute attraverso il Programma europeo COSME (Competitiveness of Small and Medium-Sized Enterprises) gestito dal FEI – permetteranno di erogare fino a 5,8 miliardi di finanziamenti in favore di 65 mila piccole e medie imprese operanti in quasi tutti i settori merceologici, e attiveranno nuovi investimenti per un totale stimato in circa €8 miliardi.

    Si tratta della seconda operazione realizzata da CDP in favore del Fondo PMI attraverso il Programma COSME e, insieme alla precedente, rappresenta l’intervento d’importo più rilevante realizzato in un singolo Paese europeo. Infatti, grazie alla prima operazione attivata da CDP nel 2017, oltre 47 mila PMI italiane hanno ricevuto, in poco più di 18 mesi, nuovi finanziamenti per circa €4,1 miliardi, che hanno attivato investimenti per un ammontare stimato di circa €5,7 miliardi.

    Per accedere ai finanziamenti – importo massimo €150 mila e durata non inferiore ai 12 mesi – le imprese interessate potranno rivolgersi direttamente alla propria banca o al proprio Confidi. L’esito della domanda sarà comunicato nell’arco di 7 giorni lavorativi. Tutte le informazioni sono disponibili alla seguente pagina web:www.fondidigaranzia.it .

    L’accordo si inserisce nel perimetro della “Piattaforma di risk-sharing per le PMI” strutturata da CDP in cooperazione con il FEI, nell’ambito delle iniziative sviluppate attraverso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici del Piano di Investimenti per l’Europa.

    Il Piano di Investimenti per l’Europa, noto come “Piano Juncker”, è uno dei più importanti strumenti europei per incentivare nuovi investimenti e creare occupazione e crescita, rimuovendo gli ostacoli agli investimenti, fornendo visibilità e assistenza tecnica ai progetti e assicurando un uso più efficiente delle risorse finanziarie esistenti e future. Con la garanzia dell’EFSI, la BEI e il FEI sono in grado di assumere una maggiore quota di rischio, incoraggiando gli investitori privati a partecipare ai progetti. Il Parlamento Europeo e gli Stati Membri hanno convenuto a dicembre 2017 di estendere la durata dell’EFSI e aumentare la sua dotazione finanziaria. Ad oggi, il Piano Juncker ha attivato investimenti per oltre €424 miliardi in Europa, di cui €66.6 miliardi soltanto in Italia, sostenendo così oltre 967.000 PMI.

  • Il salario minimo ed il contesto italiano

    Da oltre un ventennio il pensiero economico dominante, espressione della nomenclatura nazionale, internazionale ed accademica, ha basato tutta la propria strategia di sviluppo sul principio della concorrenza considerata come l’unica artefice del benessere per i consumatori del mercato globale.

    Un vantaggio che risulterebbe essere espressione della maggior competitività, e di conseguenza produttività, che le imprese sarebbero costrette ad esprimere nell’affrontare appunto la concorrenza di e da ogni latitudine. Un principio concettualmente corretto ma che presenta la grande limitazione applicativa nel non tenere in alcuna considerazione il fattore “ambientale e normativo specifico nazionale” nel quale questa concorrenza si trovi ad esprimersi.

    La assoluta impossibilità di riformare la Pubblica Amministrazione italiana, infatti, rende il sistema paese assolutamente anticompetitivo nei confronti delle imprese italiane che operano nel mercato globale. Questo immobilismo normativo della PA di fatto trasforma ogni aumento della produttività interna alle aziende in una semplice diminuzione del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto).

    Questa teoria economica, quindi, manifestazione di un approccio superficialmente generalista e massimalista alle diverse realtà economiche (espressioni dei diversi contesti nazionali) trova ora una ulteriore espressione nella volontà di introdurre il salario minimo. Ennesima conferma di come tali iniziative normative siano frutto di approcci ideologici ed economici come della mancanza di un minino di conoscenza delle specificità del mondo globale (principio della concorrenza) ed ultimamente anche dei soli asset industriali italiani (salario minimo).

    Il settore industriale italiano è rappresentato per oltre il 95% da PMI le quali trovano il proprio successo nel grande livello qualitativo e specificità delle proprie lavorazioni, rientrando perciò nelle filiere tanto nazionali quanto internazionali nonostante paghino i costi aggiuntivi dell’inefficienza  della pubblica amministrazione e del sistema infrastrutturale. Questo successo che pone le nostre PMI come sintesi felice di know-how industriale e professionale al vertice mondiale è costretto a scontare  il costo aggiuntivo della pubblica amministrazione italiana che da sempre rema contro il  settore industriale a causa della posizione ideologica espressione della pubblica amministrazione stessa. In più, all’interno di un mercato globale emerge evidente come oltre al problema della concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera si aggiunga quello della estrema facilità del  trasferimento tecnologico in una economia digitale assolutamente senza più barriere (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/15/il-valore-della-filiera-by-ducati/).

    Tornando alla proposta del salario minimo, questo rappresenterebbe un aggravio di costi per queste aziende che rientrano per proprio ed esclusivo merito all’interno di queste filiere ad alto valore aggiunto sia nazionali che internazionali. Viceversa altre economie, come quella tedesca, nelle quali le grandi aziende rappresentano l’asse portante del settore industriale risulta evidente come il  salario minimo possa venire applicato e soprattutto compensato attraverso una compressione dei costi pagati alle aziende contoterziste che partecipano alla filiera del prodotto finito e contemporaneamente anche attraverso la ricerca di sinergie interne all’azienda stessa.

    In altre parole il salario minimo viene applicato in Germania ed assorbito grazie ad una riduzione dei costi che vengono trasferiti sul sistema complesso delle aziende a monte della filiera. Anche perché va ricordato che tutti i prodotti risultano complessi nel senso che rappresentano la sintesi di molteplici know-how industriali e professionali che intervengono nelle diverse fasi di lavorazione del prodotto stesso.

    Il maggior aggravio di costi può essere sopportato solo a valle della filiera (l’azienda mandante e titolare del prodotto finito che lo pone sul mercato) perché altrimenti qualora venisse applicato alle diverse PMI determinerebbe un effetto moltiplicatore per ogni singola fase del processo produttivo a monte del prodotto finito. Ritornando quindi all’asset tipico industriale italiano emerge evidente come questo fattore moltiplicatore dei costi interni (il salario minimo appunto) porterebbe le nostre PMI al di fuori di mercato fortemente concorrenziale e di conseguenza delle filiere. Un ragionamento talmente semplice che parte dalla conoscenza degli asset industriali evidentemente sconosciuti alle menti elaboratrici di questa iniziativa normativa. Una volontà politica espressione della assoluta incompetenza che riesce a trasformare un’idea concettualmente corretta ma in un contesto diverso (come in Germania) in un fattore anticompetitivo drammatico per l’intero asset industriale italiano. Ancora oggi si cerca di individuare nell’Unione Europea il nemico che impedirebbe la nostra crescita economica, quando, invece, siamo noi italiani con la nostra ignoranza i peggiori nemici di noi stessi.

  • Lombardia: finanziamenti per ricerca e sviluppo alle PMI

    La Lombardia è da sempre in prima linea quando si parla di finanziamenti per l’innovazione e l’internazionalizzazione delle Pmi. In questi giorni si stanno discutendo due provvedimenti che puntano a promuovere l’attività delle imprese piccole e medie: queste valgono complessivamente 37 milioni.

    Il primo, atteso a breve in pubblicazione, è il nuovo bando Frim Fesr 2020 «Ricerca e Sviluppo», gestito da Finlombarda, che vale 30 milioni: finanzia ricerca e innovazione delle Pmi e dei liberi professionisti. A disposizione ci sono risorse regionali, statali e del Por Fesr 2014-2020 per i progetti collegati alle aree di specializzazione della «Strategia regionale di specializzazione intelligente per la ricerca e l’innovazione-S3» (settore aerospaziale, agroalimentare, industrie creative) e alle tematiche delle «smart cities» (infrastrutture, costruzioni intelligenti, sicurezza). I finanziamenti sono a medio-lungo termine, di durata da tre a sette anni (di cui massimo due di preammortamento) con tasso fisso nominale dello 0,5% e importo tra 100mila euro e un milione. È finanziabile fino al 100% degli investimenti di almeno 100mila euro in attività di ricerca industriale, sviluppo sperimentale e innovazione, realizzati entro 18 mesi (più sei di possibile proroga) dal decreto di concessione. Sono ammissibili nel finanziamento spese per tecnici e ricercatori, costi di ammortamento o canoni per l’acquisto in leasing di impianti e attrezzature nuovi o usati, i costi della ricerca contrattuale, delle competenze tecniche e dei brevetti, la consulenza per l’attività di ricerca, i materiali necessari alla realizzazione del progetto, le spese generali forfettarie, i costi per il deposito e la convalida dei brevetti durante il periodo di realizzazione del progetto. Sarà possibile presentare domanda online dal 6 giugno fino a esaurimento delle risorse.

    Si apre invece il 22 maggio lo sportello della «linea internazionalizzazione» di Regione Lombardia, gestita da Finlombarda, che finanzia i progetti integrati di internazionalizzazione e sviluppo internazionale delle Pmi lombarde attive da almeno due anni. Lo stanziamento iniziale è di 7 milioni a valere su risorse del Por Fesr 2014-2020 con il cofinanziamento regionale e statale. Sono previsti finanziamenti di medio-lungo termine a tasso zero, di importo compreso tra 50 e 500mila euro e durata da tre a sei anni (di cui massimo due di preammortamento). I finanziamenti coprono fino all’80% degli investimenti in programmi di internazionalizzazione, che siano realizzati entro 18 mesi dalla concessione dell’agevolazione e di importo minimo di 62.500 euro. Sono finanziabili le spese sostenute per la partecipazione a fiere internazionali, per la promozione dei prodotti in showroom o spazi espositivi temporanei all’estero, per servizi di consulenza, per l’ottenimento di certificazioni estere e per il personale impiegato nel progetto di internazionalizzazione. Le imprese potranno fare domanda online, fino a esaurimento delle risorse.

    Resterà aperto fino al 17 giugno, invece, il bando Fashiontech della Regione Lombardia per la sostenibilità delle piccole e medie imprese del settore moda. In base al bando, aperto il 30 aprile, sarà possibile presentare progetti “di ricerca e sviluppo finalizzati all’innovazione del settore Tessile, moda e accessorio, secondo il principio della sostenibilità, dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. Il budget del bando è di 10 milioni di euro. Possono partecipare al partenariato pmi, grandi imprese, organismi di ricerca pubblici e privati o Università. Le imprese devono avere sede operativa attiva in Lombardia alla data della prima richiesta di contributo. Vengono comunque solo riconosciute le spese sostenute presso la sede in Lombardia.

  • Quattro imprese italiane su cinque pronte all’industria 4.0

    Il dato è confortante: ben il 78% delle aziende italiane ha avviato processi di trasformazione digitale, improntati verso l’Industria 4.0.

    In realtà la ricerca realizzata da Bcg e Ipsos tra le imprese fornisce un quadro caratterizzato da luci e ombre, presentando più di una criticità nel viaggio verso Industria 4.0. Tra le 170 aziende coinvolte (oltre 20 settori di appartenenza, con una prevalenza di realtà del Nord Italia) in termini di conoscenza il problema non esiste più: il 100% delle imprese conosce l’argomento.

    A distanza di oltre due anni dal varo dei maxi-incentivi fiscali disponibili per i beni “connessi”, il 22% del campione non ha avviato alcun progetto digitale e al momento non pianifica nulla sul tema. Il 78% delle aziende ha invece progetti in corso o comunque già pianificati, anche se le applicazioni in corso sono circoscritte ai primi step: ad esempio l’avvio di un primo progetto pilota in produzione o la connessione delle le prime macchine. Solo un quarto delle imprese (24%) si è invece già spinto oltre, avviando o completando la connessione con clienti e fornitori o addirittura arrivando a connettere l’intera catena del valore. In media i dati dicono quindi che solo il 19% delle imprese (il 24% del 78%) ha messo in pista progetti profondi e radicati, in grado di modificare in modo evidente i risultati ottenuti.

    Così, non sorprende più di tanto osservare che nel 54% dei casi le imprese non si sentano in grado di poter fare un bilancio sull’effetto incrementale di questi cambiamenti in termini di maggiori ricavi, mentre solo il 25% del campione segnala un saldo positivo. In generale solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara di aver sperimentato un aumento di ricavi, percentuale che balza invece al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità.

    Altro nodo chiave è quello delle competenze, con il 98% delle imprese a segnalare la necessità di un miglioramento in questo ambito. Nuove professionalità che in generale non avranno un riflesso significativo sui numeri della forza lavoro interna: ci si aspetta infatti un saldo negativo del 2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di livello superiore, un aumento dell’1% tra i manager. Tra chi ha già avviato un progetto Industria 4.0, solo il 26% ha previsto team dedicati, nonostante nel 67% dei casi le aziende ammettono di attendersi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti.

    La maggior parte delle aziende quindi considerano quello di Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche specializzate, dunque non sistemiche.

    “Nella fabbrica intelligente – spiega Jacopo Brunelli, partner e managing director di BCG, responsabile operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele – saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo. Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo la ricerca di nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

    Per Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos, “bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0; è una ‘rivoluzione copernicana’ che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

    “A due anni e mezzo dalla partenza del piano industria 4.0 – commenta il vice presidente di Confindustria per la politica industriale Giulio Pedrollo – possiamo dire che ha funzionato e che le imprese hanno colto l’opportunità di innovare e di crescere. Una sfida importante e imprescindibile adesso è quella dell’adeguata formazione delle risorse umane già impiegate e soprattutto della creazione di nuovi profili che siano in grado di dispiegare al meglio le potenzialità di Industria 4.0”.

  • La via della seta e l’imbarazzante strategia governativa

    La proposta del governo di Pechino di aderire a questa opera infrastrutturale, ma soprattutto la valutazione del suo impatto economico, dimostra il livello di preparazione culturale ed economica tanto del governo italiano in carica quanto dell’Unione europea. Entrambi i soggetti politici infatti dimostrano un “infantilismo economico” assolutamente imbarazzante. Il Presidente del Consiglio assieme agli esponenti dei 5 Stelle si dimostrano convinti che questa infrastruttura permetterà alle nostre merci di avere un accesso diretto al mercato cinese e, di conseguenza, si trasformerebbe in un veicolo di sviluppo delle esportazioni italiane. Sembra incredibile come questi non risultino in grado di comprendere come il nostro asset industriale ed imprenditoriale sia la declinazione di mercato concorrenziale ed al tempo stesso di strutture politiche democratiche.

    Attraverso l’adesione a questo progetto, viceversa, tutti gli asset economici ed industriali italiani si troveranno  in competizione con altrettante aziende, direttamente o meno, supportate da politiche anche di fiscalità di vantaggio di un regime autoritario nel quale la programmazione viene effettuata solo ed esclusivamente dal comitato politico.

    In altre parole, grazie alla scelta di questo governo, si aprirà la porta principale all’invasione dei prodotti cinesi (molti dei quali già delocalizzati in aree a minore costo della manodopera), espressioni di quadri normativi inesistenti rispetto a quelli italiani. Uno scenario assolutamente disastroso, in particolar modo nel settore dei  beni intermedi, che metteranno in serie difficoltà le nostre PMI appartenenti alle filiere nazionali e soprattutto internazionali. A tal proposito si ricorda come infatti alle PMI vada riconosciuto il merito di aver mantenuto in equilibrio export-oriented la nostra economia come unica espressione di crescita economica. Questa  incapacità di analisi politica, tuttavia, che va interamente attribuita al Presidente del Consiglio e al partito di maggioranza relativa trova una sponda anche all’interno dell’Unione Europea.

    Innanzitutto la Germania rimane su una posizione molto negativa rispetto alla via della seta (pur essendo l’interscambio con la Cina di oltre 200 miliardi). Addirittura, poi, il governo tedesco assieme all’associazione della Confindustria tedesca stanno creando un fondo che potrà venire utilizzato per opporsi alle scalate ostili da parte di capitali cinesi nei confronti di aziende tedesche ritenute strategiche.

    In Italia,  invece, l’intera classe politica ed anche Confindustriale plaudono alla vendita di un’azienda ad un colosso all’estero, intesa come dimostrazione della appetibilità del nostro settore manifatturiero.

    Va altresì ricordato ovviamente come in Germania l’associazione degli industriali si associ ed elabori un’azione di difesa delle aziende considerate strategiche .

    La nostra associazione di categoria confindustriale invece si diletta in modo altrettanto infantile nelle previsioni di crescita o di reddito di cittadinanza dimostrando anch’essa un declino culturale imbarazzante.

    Inoltre, ad aprire il mercato attraverso le opere infrastrutturali alla potenza cinese, va ricordato come la stessa Unione Europea operi contro le forme di aggregazione di colossi europei che possano competere nel mercato mondiale.

    La decisione della commissione antitrust contraria alla fusione tra Alstom e Siemens dimostra essenzialmente la visione domestica e non mondiale delle dinamiche economiche del mercato alla  quale invece si risponde proprio con la creazione di colossi europei (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/11/lunione-europea-espressione-del-ritardo-culturale/). E’ imbarazzante in questo senso la assoluta incapacità della burocrazia europea di comprendere come i termini e le dinamiche siano mondiali e all’interno di queste i colossi europei possono competere solo ed esclusivamente attraverso le associazioni o la fusione di imprese.

    In altre parole la via della seta dimostra ancora una volta il declino culturale della classe politica italiana ora al governo quanto dell’Unione Europea incapace di comprendere come le regole del mercato devono necessariamente partire da una analisi e da una successiva elaborazione di un quadro normativo comune. Questo sarebbe infatti  la base per rendere la concorrenza espressione dell’aumento della produttività e della ricerca tecnologica invece di un approccio speculativo ad un minore costo della manodopera. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il declino della nostra società sia legato ad una incapacità culturale della classe politica e dirigente tanto italiana e quanto europea.

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