PMI

  • La Commissione approva un regime italiano da 34,4 milioni di euro a sostengo delle aziende

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 34,4 milioni di € a sostegno delle aziende nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina.
    La misura sarà accessibile ai datori di lavoro attivi nei settori siderurgico, del legno, della ceramica, automobilistico e dell’agroindustria. Per essere ammissibili, le aziende devono aver sospeso le proprie attività nel periodo compreso tra il 22 marzo e il 31 maggio 2022 a causa dell’invasione russa dell’Ucraina. Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di esenzione dal pagamento degli oneri sociali dovuti per ciascun mese del suddetto periodo, fino a 2 milioni di € per azienda, oppure fino a 250.000 € per azienda attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. In particolare, l’aiuto i) non supererà i 250.000 € per azienda attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli e i 2 milioni di € per azienda attiva in tutti gli altri settori; e ii) sarò concesso entro il 31 dicembre 2023.

  • Il reso ed il dumping

    Dall’inizio dell’anno il colosso dell’e-commerce Amazon ha perso il 42% del proprio valore in borsa a causa delle trimestrali deludenti e di una possibile flessione dei consumi nei prossimi mesi.

    Il “nuovo” modello di sviluppo del retail, letteralmente esploso durante le restrizioni pandemiche ed eletto come vincente tanto dall’Europa progressista quanto dall’Italia Illuminata, si dimostra adesso nella propria fragilità, esattamente come tutti gli altri operatori economici all’interno di un periodo di forte crisi e di una probabile recessione economica. Andrebbe, infatti, ricordato come nella strategia del gigante americano si intravede anche un ridimensionamento della forza lavoro con il licenziamento di oltre 10.000 lavoratori per riequilibrare una struttura finanziaria in forte difficoltà.

    Nel frattempo, però, la sua attività di ricarichi minimi e servizi gratuiti ha messo in difficoltà le Pmi della distribuzione, causandone la chiusura di oltre centomila e con la perdita di professionalità trentennali, portando alla desertificazione dei centri storici e delle periferie di tutte le città.

    All’interno di questa “improvvisa” flessione, e sempre per abbassare i costi della struttura, dall’inizio dell’anno verrà annullata la possibilità dei “resi gratuiti” per i prodotti acquistati in rete. Un plus che ha rappresentato una vera forma, pur se assolutamente legittima, di dumping nei confronti dei canali della distribuzione tradizionale e, contemporaneamente, ma sempre sottovalutata dal mondo progressista, l’esplosione di inquinamento causato dall’autotrasporto nel servizio di andata e ritorno del medesimo prodotto.

    La sua sospensione per una evidente insostenibilità economica, dimostra anche come l’obiettivo della società statunitense fosse rappresentato più dalla ricerca dell’estinzione della concorrenza esistente che non da una semplice marginalità, un obiettivo, ora con la perdita della capitalizzazione, divenuto finanziariamente insostenibile.

    Si aprono, quindi, nuovi orizzonti nel mondo retail anche grazie ad un riequilibrio direttamente sul campo tra i diversi operatori, nel quale la concorrenza potrebbe finalmente esprimersi semplicemente attraverso le competenze espresse e non più dal conseguimento di obiettivi, sostenuti dalla leva finanziaria, come l’annientamento della concorrenza.

  • Approvato dalla Commissione il regime italiano da 700 milioni di € a sostegno delle imprese nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina

    La Commissione europea ha approvato il regime italiano da 700 milioni di € a sostegno delle imprese nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina. La misura sarà accessibile alle piccole e medie imprese (“PMI”) e a quelle con meno di 1500 dipendenti (imprese a media capitalizzazione) attive in tutti i settori colpiti dall’attuale crisi geopolitica e dalle sanzioni e controsanzioni adottate in tale contesto.

    Sono tuttavia escluse le imprese che operano nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli, della pesca, dell’acquacoltura, del settore bancario e finanziario, nonché le società commerciali e di intermediazione commerciale.

    La misura è analoga ad altri regimi italiani a sostegno dei settori agricolo, forestale, della pesca e dell’acquacoltura, come quello approvato dalla Commissione il 18 maggio 2022 (SA.102896).

    Nell’ambito del regime i beneficiari ammissibili avranno diritto a ricevere aiuti di importo limitato sotto forma di sovvenzioni dirette.

    Il regime sarà accessibile alle imprese con un fatturato estero medio complessivo, negli anni 2019, 2020 e 2021, pari ad almeno il 10% del fatturato medio totale degli stessi anni.

    Per essere ammissibili, le società devono inoltre rifornirsi per determinate parti dell’insieme delle loro forniture dall’Ucraina, dalla Russia o dalla Bielorussia e prevedere, per l’esercizio finanziario 2022, i) un aumento del costo unitario medio delle forniture; o ii) una riduzione dei quantitativi di forniture provenienti dagli stessi paesi di almeno il 20 % rispetto alla media registrata nel 2019, 2020 e 2021.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. In particolare, gli aiuti i) non supereranno 500.000 € per impresa; e ii) saranno concessi entro il 31 dicembre 2022.

    La Commissione ha concluso che il regime italiano è necessario, adeguato e proporzionato per porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro in linea con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), TFUE e con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo.

    Su queste basi la Commissione ha approvato la misura di aiuto in quanto conforme alle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.

    Fonte: Commissione europea

  • Grazie ad Amazon le piccole e medie aziende italiane hanno dato lavoro a 60.000 persone

    Sono più di 20.000 le realtà italiane che hanno scelto di utilizzare il negozio online di Amazon nel 2021 e, ad oggi, hanno creato in totale circa 60.000 posti di lavoro in Italia. È quanto emerge dai risultati del Report 2022 sulle Piccole e Medie Imprese (Pmi) italiane che vendono su Amazon.it.

    Inoltre, nel 2021, più della metà delle Poi che vendono su Amazon ha esportato i propri prodotti registrando vendite all’estero per circa 800 milioni di euro, intorno al 25% in più rispetto all’anno precedente: di questi, più di 60 milioni di euro sono stati registrati al di fuori dell’Unione Europea.

    “Sono numeri – si legge in una nota – che confermano il contributo di Amazon nel sostenere l’economia italiana attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e favorendo la digitalizzazione e l’internazionalizzazione del tessuto imprenditoriale, in linea con il più ampio obiettivo dell’azienda annunciato lo scorso maggio di aiutare i partner di vendita a raggiungere 1.2 miliardi di euro di export all’anno entro il 2025”.

    “I numeri di questa nuova edizione del Report annuale sulle piccole e medie imprese che vendono su Amazon rappresentano la cifra del nostro impegno quotidiano. Siamo molto orgogliosi del fatto che le oltre 20.000 Poi italiane che vendono su Amazon.it. abbiano creato fino ad oggi circa 60.000 posti di lavoro, perché questo evidenzia l’impatto positivo che riescono ad avere sull’intera economia italiana, anche grazie al successo ottenuto su Amazon”, ha commentato Mariangela Marseglia, VP e Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “Crediamo nell’enorme potenziale del nostro tessuto imprenditoriale e siamo consapevoli che Amazon può contribuire attivamente alla transizione digitale delle Poi offrendo loro la possibilità di aprirsi a nuovi canali e di raggiungere così nuovi clienti in diversi Paesi, coerentemente con l’obiettivo del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza di supportare le imprese nei processi di internazionalizzazione”, ha aggiunto.

    Secondo il Report, nel 2021 più di 200 Pmi italiane che vendono su Amazon hanno superato 1 milione di euro di vendite per la prima volta e circa 5.000 partner di vendita hanno superato 100mila euro di vendite. Complessivamente, le oltre 20.000 realtà imprenditoriali hanno venduto oltre 200 prodotti al minuto su Amazon. Le 5 categorie di prodotto di maggior successo all’estero sono state Casa e Cucina; Bellezza; Sport e Tempo Libero; Industria e Scienza; Salute e Cura della persona.

    “Siamo un alleato per le Pmi italiane ed europee e ogni giorno ci impegniamo per offrire nuovi strumenti e programmi per aiutarle a esprimere tutto il loro potenziale attraverso i canali digitali ed essere competitive sia in Italia che all’estero. Il loro successo è il nostro successo e questi obiettivi raggiunti confermano ancora una volta che siamo sulla buona strada e che continueremo ad innovare per conto dei nostri clienti e di tutte le realtà che hanno scelto di collaborare con Amazon per espandere il proprio business”, afferma Xavier Flamand, VP, EU Seller Services di Amazon.

    Le Pmi non vendono solo nel proprio Paese, ma anche in tutto il mondo attraverso i negozi Amazon, raggiungendo un export totale di circa 800 milioni di euro nel 2021. Analizzando le vendite all’estero delle Pmi nelle singole regioni, la Lombardia si attesta al primo posto con un valore di oltre 125 milioni di euro, seguono, al secondo posto, la Campania con oltre120 milioni di euro e al terzo il Lazio con oltre 70 milioni euro. Segue il Veneto con oltre 70 milioni di euro mentre il Piemonte chiude la top 5 con un valore di oltre 50 milioni di euro. Tra le altre regioni con un elevato livello di export figurano Toscana (oltre 50 milioni di euro), Puglia (oltre 50 milioni), Emilia-Romagna (oltre 40 milioni) e Sicilia (oltre 25 milioni). Le Pmi che vendono su Amazon hanno sede in tutte le 20 regioni italiane e in tre regioni ci sono oltre 2.000 partner di vendita: in Lombardia (oltre 3.250), Campania (oltre 2.750) e Lazio (oltre 2.000). La top 5 delle regioni con maggiore presenza di Pmi include anche la Puglia (oltre 1.700) e il Veneto (oltre 1.500). È significativa la presenza di Pmi anche in Emilia-Romagna con oltre 1.500, in Piemonte e Sicilia con oltre 1.250, in Toscana con circa 1.250 e in Abruzzo con oltre 500 Pmi “I risultati annunciati – prosegue la nota – sono frutto del continuo impegno di Amazon nel supportare le piccole e medie imprese italiane a digitalizzare e internazionalizzare il proprio business. In particolare, attraverso il programma di formazione gratuito “Accelera con Amazon», lanciato a fine 2020 con l’obiettivo di aiutare le Pmi e startup italiane nel loro percorso di digitalizzazione, Amazon ha supportato più di 11.000 imprenditrici e imprenditori italiani, e ne aiuterà ulteriori 20.000 entro la fine del 2022”.

    “La storia della nostra azienda nasce 50 anni fa, quando mio padre e mia madre hanno iniziato a lavorare insieme in un piccolo negozio di vernici, per poi sviluppare un polo produttivo che ci ha consentito di ampliare la nostra offerta, fino ad approdare su Amazon nel 2018. Abbiamo aderito al programma di formazione di ‘Accelera con Amazon’ per sfruttare tutte le risorse messe a disposizione per la nostra crescita digitalizzazione”, commenta Francesca Mazza, Responsabile Export Department di Colorificio Mazza, storica azienda a conduzione familiare situata a Roma. “Per vendere efficacemente online bisogna studiare, capire e analizzare: è tutto spiegato in modo semplice e chiaro ma ci vogliono impegno ed entusiasmo per sfruttare tutte le potenzialità offerte da Amazon. Grazie ad Accelera con Amazon, abbiamo acquisito maggiori competenze nell’ambito del digital marketing e questo ci ha consentito di migliorare l’identità digitale del nostro brand: dall’immagine dei prodotti all’ottimizzazione del targeting del cliente», prosegue.

    La vetrina Made in Italy di Amazon, nata nel 2015, è un ulteriore strumento a disposizione delle piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon, finalizzato a valorizzare i prodotti realizzati nel nostro Paese da piccole e medie imprese e artigiani non solo per i clienti di Amazon.it, ma anche di Amazon.de, Amazon.fr, Amazon.es, Amazon.co.uk e Amazon.com e recentemente anche di Amazon.co.jp e Amazon.ae. Oggi, sono oltre 4.500 gli artigiani e le Pmi che usufruiscono della Vetrina Made in Italy di Amazon, la cui selezione di prodotti ha raggiunto oltre 1 milione di prodotti.

    A partire dal 2019, in aggiunta, oltre 2.000 piccole e medie imprese italiane hanno iniziato a vendere su Amazon grazie all’accordo con Agenzia Ice, rendendo disponibili oltre 240.000 nuovi prodotti per i clienti di Amazon. “Da quando nel 2017 abbiamo iniziato a vendere attraverso Amazon i nostri prodotti totalmente Made in Italy abbiamo da subito riscontrato successo, con percentuali di incremento del nostro fatturato nei primi 2 anni dal 300% al 500%. E ora che il nostro business è consolidato, la crescita è costante e ogni anno il fatturato aumenta mediamente del 35%/40%, con l’export che vale l’80%”, spiega Andrea Magnone, co-founder di Emilia Food Love, azienda della provincia di Reggio Emilia che vende prodotti della tradizione enogastronomica emiliana. “Abbiamo aperto ai clienti degli Stati Uniti in pieno lockdown, il 1° aprile 2020, e registrato nei primi tre mesi un aumento del fatturato del 500%. Ora, gli Stati Uniti valgono il 35% del nostro fatturato, in continua crescita, e l’export in tutta Europa pesa il 45%, con particolare successo in Germania e in Inghilterra”, aggiunge.

  • Aiuti di Stato: la Commissione approva un regime italiano di sostegno agli investimenti da 677 milioni di € per una ripresa sostenibile nel contesto della pandemia di coronavirus

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di sostegno agli investimenti da 677 milioni di euro per una ripresa sostenibile nel contesto della pandemia di coronavirus. Il regime è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo per le misure di aiuti di Stato.

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette. Il regime mira a sostenere gli investimenti privati in immobilizzazioni materiali e immateriali come stimolo per superare la carenza di investimenti accumulata nell’economia a causa della pandemia di coronavirus e ad accelerare la transizione verde e quella digitale.

    La misura sarà accessibile alle piccole e medie imprese (PMI) attive in determinati settori, come la fabbricazione di prodotti farmaceutici, la ricerca scientifica e lo sviluppo. Si prevede che la misura sosterrà tra 600 e 800 imprese.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare, l’aiuto i) non supererà l’1% della dotazione complessiva del regime per beneficiario; ii) sosterrà investimenti in immobilizzazioni materiali e immateriali, ma non investimenti finanziari; e iii) sarà concesso entro il 31 dicembre 2022.

    La Commissione ha pertanto concluso che la misura è necessaria, adeguata e proporzionata per agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per una ripresa sostenibile dell’economia.

    Fonte: Commissione europea

  • Pmi: strategie per uscire dalla crisi (2a parte)

    Gentilissimo Dott. Ielo, nella nostra precedente intervista ha descritto una situazione delle PMI in Italia tutt’altro che rosea. In particolare ci ha ricordato come i molteplici vincoli normativi, l’ingente pressione fisale (tra le più alte in Europa) e l’arretratezza del “sistema Italia” sul piano commerciale rappresentino degli ostacoli difficilmente superabili se non si attuano rapidamente delle riforme fiscali ed economiche lungimiranti e se, nel breve periodo, le aziende non si rivolgono a professionisti esperti. Cosa intende per una riforma fiscale lungimirante?

    In genere si dice lungimirante quella persona che ha la capacità di prevedere gli sviluppi futuri di una o più situazioni. Nel nostro caso, definisco una riforma fiscale lungimirante quell’insieme di norme che possono mantenere e far accrescere la ricchezza degli italiani tenendo conto di come gli orientamenti produttivi e dei consumi (per costume e per necessità) stiano cambiando rapidamente e radicalmente in questo Paese e nel Mondo.

    Il debito italiano è di circa 2.700 miliardi di euro e l’evasione fiscale è stimata (e ripeto, stimata) intorno ai 100 miliardi di euro all’anno. Questo è il presente. E il futuro? Di certo sappiamo che la spesa per affrontare le emergenze ambientali, agricole, alimentari, sociali ed economiche aumenteranno. Di conseguenza, per essere lungimiranti, qualunque azienda o persona orienti le proprie attività per migliorare questa situazione deve essere fortemente aiutata sul piano fiscale, oltre che incentivata o finanziata. Al contrario, chi non fa nulla in questa direzione deve essere disincentivato. Ogni euro non speso per la tutela dell’ambiente, o per la tutela della salute, equivale a cento, mille, diecimila euro di spesa pubblica per cercare di risolverlo. E ancora, tassare in modo esponenziale chi produce, indifferentemente da cosa e come lo produce, e, di contro, dare sempre più sussidi direttamente a chi non produce nulla (è fuori dubbio che ci sono persone che ne hanno davvero diritto) senza avere adeguati strumenti di controllo e senza alcuna reale progettualità, alla lunga porterà dei grossi scompensi economici. Sono alcune delle contraddizioni che credo meritino di essere affrontate con urgenza e con lungimiranza, appunto.

    Se lei domani fosse nominato Ministro delle Finanze, che cosa farebbe da subito?

    Partendo dal presupposto che siamo in emergenza e che è tempo di essere italiani ancor prima che appartenenti ad un partito politico, istituirei innanzitutto un tavolo di lavoro per condividere le informazioni sulla situazione attuale e futura delle casse dello Stato con i più importanti enti di rappresentanza del mondo del lavoro (a livello nazionale e regionale) e non solo (penso anche al terzo settore). Scopo di questo tavolo quello di elaborare in tempi brevi una strategia condivisa sui più urgenti interventi di correzione, in positivo, delle proiezioni più negative. In secondo luogo istituirei un altro tavolo di lavoro, composto da comprovati professionisti, per raccogliere, studiare ed analizzare i “sistemi fiscali” di altri paesi. E lo scopo dell’iniziativa è quello di creare un confronto su scala internazionale sul tema perché oggi non esiste solo il “pianeta” Italia ma esiste un sistema economico globalizzato e globalizzante con il quale è impossibile non fare i conti. In terzo luogo creerei un altro tavolo di lavoro per studiare il modo per alleggerire e semplificare tutto il sistema fiscale delle PMI e delle partite iva. La vera forza economica e culturale di questo paese. All’analisi darei corso fattivamente ad una strategia attuativa.

    Più che una riforma del fisco mi sembra una vera e propria rivoluzione. Non pensavo fosse così ottimista.

    Con gli amici spesso ci diciamo che “In Italia è bello vivere solo da turisti”. È solo una battuta che cela la tanta amarezza e tristezza che alberga nei nostri cuori. Stiamo ritornando ad essere un paese di emigranti. Stanno via via scomparendo i piccoli agricoltori custodi di biodiversità, i piccoli artigiani custodi di multiculturalità e tutti i piccoli geniali inventori che hanno fatto di questo paese uno dei più belli e ricchi al mondo. C’è qualcosa che non va. Mi trovo perfettamente d’accordo con Piero Angela quando afferma che l’Italia è un paese morto perché non ci sono punizioni per chi sbaglia né premi per chi merita. Tuttavia, alla possibilità di sedermi nel punto più alto della scala decisionale, come ha potuto sentire, non mi tirerei di certo indietro e cercherei di fare di tutto per rianimare questo paese allo stremo.

    Per lavoro è molto spesso a Roma ma vive in una città del Sud. Cosa farebbe se diventasse assessore delle attività produttive della sua città? 

    Si, vivo a Messina, una delle principali culle storiche della cultura mediterranea. Mi concentrerei, nelle stesse modalità poc’anzi descritte, per rilanciare nell’immediato la cultura della “condivisione” fra imprenditori (in primis di obiettivi di sistema) per procedere all’istituzione di un sistema di offerta integrata in grado di proporsi sui mercati domestici e locali (con particolare riferimento a quello dell’indotto turistico) e sui mercati internazionali dei paesi cosiddetti “ricchi” dove ancora il made in Italy è sinonimo di eccellenza qualitativa ed il rapporto dei prezzi è per noi maggiormente vantaggioso. È solamente uniti e con obiettivi comuni che si può concorrere e vincere! Affermo con fermezza che è arrivato il momento di abbandonare le retoriche di difesa (di cosa poi? i nostri imprenditori e le famiglie ad essi collegate hanno perso praticamente tutto in questi ultimi anni). Vanno abbracciate nuove logiche di rinascita economica, soprattutto a livello locale, degne di rappresentare la nuova vera opportunità che tutti quanti aspettiamo.

    Strategie di breve periodo per uscire da questa cristi energetica ed economica?

    In Italia siamo esperti risparmiatori ma pessimi investitori. Dalla singola persona fino ad arrivare, purtroppo, ai piani alti. Si stima che nelle nostre banche ci siano depositati quasi 1.200 miliardi di euro e che a dichiarare un reddito annuo sotto i 30.000 Euro siano circa la metà degli Italiani. Per quanto il divario tra ricchi e poveri stia aumentando i conti non tornano (o meglio, i soldi non girano, per lo meno in Italia). C’è una situazione di stallo. Tra le incertezze sul futuro e la pressione fiscale, fare impresa o investire in questo Paese diventa molto difficile. Tuttavia io sono tra quelli che pensa che è proprio in questi momenti che bisogna avere il coraggio di impiegare le proprie risorse, anche economiche, in progetti che portino i loro frutti a medio e lungo periodo. E non mi riferisco solo a iniziative imprenditoriali o a prodotti finanziari e bancari (per i quali, come detto anche nella prima parte dell’intervista, bisogna rivolgersi solo a persone di comprovata esperienza) ma anche a piccoli progetti di miglioramento della propria vita (dal fare l’orto al fare ginnastica, dall’abbonamento a teatro alla beneficienza di quartiere). Se tutti quanti, infatti, facciamo “girare” anche piccole somme di denaro destinate alla salute, alla cultura e all’ambiente ne gioverà da subito la nostra persona e le persone a noi più care famiglia e a medio periodo anche tutto il sistema perché una lungimirante prevenzione rimane sempre una delle forme di risparmio più intelligente a tutti i livelli.

  • Dal boom economico ai motorini elettrici

    Il 20 settembre 2021 un sicuro e raggiante ministro Brunetta dichiarò “…momento magico per l’Italia, viaggiamo verso il 7% di aumento del Pil…”. Un valore percentuale positivo certamente ma di per sé abbastanza relativo in quanto basato sui valori del 2020, un anno durante il quale il nostro Pil aveva segnato un oltre -9,3%, quindi quasi il doppio rispetto alla Germania.

    E’ evidente come da una base statistica di questo livello gli incrementi percentuali, pur assumendo un indice numerico importante, considerati in valore assoluto si dimostrino decisamente meno entusiasmanti.

    Precedentemente il governo aveva stanziato poco meno di quattro (4) miliardi con l’obiettivo di attenuare l’impatto della crescita dei costi energetici a favore dei nuclei familiari meno abbienti a dimostrazione di come fosse perfettamente a conoscenza delle dinamiche delle quotazioni energetiche e quindi degli effetti impattanti a danno del sistema industriale. Al quale tuttavia non destinò alcuna risorsa né nei capitolati della spesa pubblica né tanto meno delle risorse provenienti dal PNRR.

    A gennaio 2022, cioè a meno di quattro (4) mesi, il sogno di Brunetta si infrange clamorosamente contro la dura realtà nella quale da un boom economico si passa direttamente alla chiusura delle aziende a causa dell’esplosione dei costi energetici. Una situazione ampiamente anticipata dai rappresentanti delle diverse categorie delle imprese mentre contemporaneamente governo e sindacati (per i quali la tutela dei lavoratori non sembra più essere “la priorità”) si occupavano, fino a poco prima di Natale, delle pensioni nel più assoluto disinteresse per le richieste provenienti dall’economia reale e relative alle problematiche energetiche. E nel nostro Paese contemporaneamente si allestiva il “banchetto di spesa” finanziato con il PNRR per soddisfare anche gli appetiti di enti locali (60 mld) e finalizzato sostanzialmente a finanziare piste ciclabili con la piena soddisfazione del governatore del Veneto sorvolando su come al porto di Venezia (vero asset in grado di creare occupazione ed incremento del Pil) non venisse attribuita alcuna risorsa.

    Si “investe” in adeguamenti energetici di teatri e cinema mentre si continuava a blaterare di transizione ecologica ed ambientale r contemporaneamente va ricordato come il costo del gas sia aumentato del 723% con un impatto devastante per il sistema industriale italiano e delle Pmi italiano.

    Mentre per le nuove e per ora solo annunciate riaperture delle estrazioni di gas nel mare Adriatico bloccate dal governo Conte (costo del mq di gas italiano estratto 5 euro contro i 175 attuali del mercato energetico) si attende ancora il via, a tutto beneficio della Croazia che non ha mai smesso di estrarlo.

    In questo delirio di spesa pubblica finanziata con il PNRR il sistema industriale si trova di fronte all’impossibilità di evadere gli ordini acquisiti, segno di una timida ripresa, in quanto con l’esplosione dei costi energetici vengono meno anche le semplici economie in scala sulle quali si basa la produzione industriale e, di  conseguenza, le imprese ricorrono alla cassa integrazione oppure si vedono costrette ad una, si spera, solo temporanea chiusura.

    Con questo disastroso scenario che coinvolge tanto le grandi quanto le micro imprese (a Belluno alcuni bar staccano i frigoriferi per abbassare il consumo di energia elettrica) il governo, ancora una volta con un pesantissimo ritardo, dichiara di avere trovato poco più di un miliardo (1,7 mld) per ridurre l’impatto dell’impennata dei costi. Risorse finanziarie le quali, complessivamente con i precedenti stanziamenti, copriranno meno del 6% dei rincari totali.

    Viceversa in Francia il governo ha approvato una legge il cui impianto normativo si concentra sul divieto dell’aumento delle bollette oltre il 4% con l’inevitabile tracollo in borsa di -25% di Edf (la società di produzione energetica) alla quale viene addebitato il costo aggiuntivo di oltre otto (8) miliardi.

    Questa scelta controversa, tuttavia, è espressione di una strategia, certamente non esente da costi aggiuntivi per lo Stato di circa venti (20) miliardi, la quale però va interpretata come un atto estremo finalizzato a salvaguardare il tessuto industriale ed imprenditoriale nazionale.

    Nel medesimo periodo e precisamente il 13 gennaio 2022 il governo Draghi risponde in questo sempre più problematico contesto internazionale con il finanziamento del bonus per i motorini elettrici in perfetta continuità con i bonus monopattini dei disastrosi governi Conte, ad ulteriore conferma attraverso questi atti precisi e puntuali della “consapevolezza e presa in carico” della situazione economica in atto dei rappresentanti governativi.

    Il livello di Improvvisazione ed impreparazione dimostrati da questo governo “dei migliori” e dai suoi ministri economici sono inaccettabili ma soprattutto deleteri nella gestione dell’emergenza sanitaria ed economica del nostro Paese determinata anche dalle dinamiche dei costi energetici.

    Senza poi dimenticare l’assoluta latitanza confermata dal totale disinteresse verso la spirale inflazionistica che ridurrà il già esiguo potere di acquisto delle fasce più deboli della cittadinanza partendo dalla certezza della transitorietà dello stesso fenomeno inflattivo (non certo dell’impatto si dovrebbe aggiungere).

    Come nella esilarante affermazione ministeriale di un boom economico nel 2021 per il nostro Paese così ora a soli quattro mesi di distanza, nel 2022, per la problematica inflattiva la presunzione dimostrata dal governo Draghi si sposa alla assoluta incapacità gestionale di problematiche complesse riguardanti i cittadini ed ovviamente il sistema delle imprese.

  • Bruxelles approva aiuti statali per 400 milioni di euro alle Pmi

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di 400 milioni di euro per sostenere le piccole e medie imprese colpite dall’epidemia di coronavirus. La misura è stata approvata nell’ambito del Quadro di riferimento temporaneo per gli aiuti di Stato e fa parte dell’attuazione del piano italiano di ripresa e resilienza. La Commissione europea ha spiegato che il sostegno pubblico sarà aperto alle Pmi impegnate in attività e operazioni internazionali rilevanti per la transizione digitale e verde e attive in tutti i settori, tranne quello finanziario, quello della produzione primaria di prodotti agricoli e quello della pesca e dell’acquacoltura. L’obiettivo della misura è quello di sostenere iniziative nel campo della transizione digitale e verde; iniziative per promuovere l’internazionalizzazione delle Pmi nell’ambiente digitale e la partecipazione delle stesse pmi a eventi internazionali relativi alla transizione digitale e/o verde.

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette combinate con prestiti agevolati nell’ambito del regime de minimis. I beneficiari ammissibili possono ricevere un contributo massimo di 120.000 euro, a seconda del tipo di iniziativa e della regione in cui ha sede il beneficiario. La Commissione ha riscontrato che la misura italiana è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo modificato il 18 novembre 2021.

  • PMI: strategie per uscire dalla crisi

    Dott. Ielo, lei è stato dirigente di banca ed è attualmente direttore generale di una società di consulenza legale ed economica internazionale specializzata nella gestione delle crisi di impresa, in fondi e bandi pubblici e lo sviluppo di mercati esteri oltre che consigliere economico di importanti imprese ed enti e docente presso diverse realtà di formazione. Alla luce della sua lunga esperienza, quali sono attualmente le principali difficoltà delle imprese?

    La prima difficoltà è certamente quella di “rimanere in vita”. Solo a Roma, giusto per fare un esempio, la Confcommercio stima che saranno 18.000 le imprese che chiuderanno entro la fine del 2021. Immaginatevi quali possano essere le cifre in tutta l’Italia. Si tratta ovviamente di stime, ma comunque purtroppo prossime al vero perché basate su concreti indicatori economici.

    In merito, invece, a tutte quelle imprese che riusciranno a sopravvivere, diversi autorevoli sondaggi su questa crisi riportano che le più citate problematiche che hanno le aziende ed i liberi professionisti riguardano innanzitutto gli attuali molteplici e complessi vincoli normativi (che li costringono ad un regime burocratico asfissiante), una pressione fiscale fra più alte d’Europa (l’osservatorio economico europeo la parametra ad un 64% circa) e la difficoltà a trovare nuovi clienti e mercati.

     Quale sarà, secondo lei, la risposta delle PMI a tutto questo?

    Come detto, per alcune la risposta sarà quella di cercare di “chiudere” nel modo più indolore possibile. Per tutte le altre, o di finire nelle mani degli usurai (si stima che oltre 176 mila imprese italiane sono segnalate come insolventi e pertanto non possono accedere ad alcun prestito bancario) o di lanciarsi in rischiosi investimenti fai da te (come le criptovalute o i sedicenti facili investimenti online) o, per i più prudenti, usare l’antico metodo di tagliare le spese e attendere tempi migliori (azione che, generalmente, comporta licenziamenti e/o pericolosi cali nella qualità produttiva e di sicurezza sul lavoro). Per i pochi più coraggiosi, se così possiamo dire, e lungimiranti, la risposta sarà quella di affidarsi a seri consulenti per vagliare con attenzione tutte le possibili soluzioni future per fare una diagnosi economico-finanziaria della situazione. Solo partendo da questo è possibile valutare seriamente il da farsi. In generale mi chiedo quale sarà la ripercussione sul sistema dei servizi offerti al cittadino dallo stato italiano, visto che la “macchina paese”, formata da una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, è stata fino ad oggi alimentata solamente dal 10% di imprenditori che versando i propri contributi hanno provveduto al mantenimento in vita di questo sistema. Un sistema che tuttavia si è rivelato a dir poco perverso, in quanto, ai tagli operati sul sistema sanitario, quello della cultura e dell’istruzione, sono corrisposte ulteriori stringenti normative emanate a discapito della classe imprenditoriale. Di positivo c’è che esistono alcuni strumenti utili da attivare il prima possibile (come fondi, bandi e strategie finanziarie integrate al marketing, etc.) ma troppo spesso non vengono presi in considerazione nonostante possano offrire un grande aiuto per recuperare liquidità e produttività.

    Perché avviene questo?

    Perché, come detto, il volume degli adempimenti normativi e fiscali e, aggiungo, il volume delle informazioni spesso imprecise o false su internet, è tale che spesso gli imprenditori e i loro stessi consulenti non riescono ad avere il tempo ed il giusto distacco per studiare e intraprendere le giuste strategie.

    E cosa può fare un imprenditore per trovare le persone giuste a cui fare affidamento?

    Curriculm e passaparola possono ancora aiutare molto. Ovvero, informarsi sul percorso formativo e lavorativo dei consulenti contattati o chiedere ad amici e conoscenti se hanno avuto modo di conoscere una persona che abbia dimostrato nei fatti di essere stato competente e in grado di migliorare la situazione sono strumenti antichi ma tuttora validi. È un percorso che vuole il suo tempo perché è impegnativo esporre la propria situazione a più persone ma, a mio parere, può sempre valerne la pena.

    È corretto aggiungere che esiste oggi anche la possibilità di fare consulenze online e con costi più bassi (certamente a breve) ma non credo che possa essere una soluzione percorribile quando il problema delle imprese è oggi radicato, diffuso e sistemico. Per agire correttamente e intelligentemente bisogna saper distinguere bene cosa sia possibile fare da cosa sia più opportuno fare. E per fare questo ci vuole tempo ma, più esperto e capace è il consulente e meno tempo si perderà.

     Come vede il bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

    Nonostante tutto e nonostante l’attuale difficile situazione, il bicchiere lo vedo sempre mezzo pieno. E questo non perché io sia un inguaribile ottimista o contento della situazione attuale, tutt’altro, ma perché l’aver ricoperto nella mia carriera diversi importanti ruoli di responsabilità in contesti differenti ma complementari fra loro (in Italia e all’Estero) mi ha dato modo di poter cambiare il mio punto di osservazione professionale (e personale) sulla società e sui mercati, aiutandomi, di fatto, a vedere soluzioni che spesso altri non vedono. Certamente la situazione economica attuale è difficile e la crisi è strutturale, globale e non passeggera. Un buon consulente può essere di grande aiuto per le aziende italiane ma, oggettivamente, si tratta sempre di dare un buon colpo alla botte e un buon colpo al cerchio. Per trovare soluzioni di più lunga durata, a mio avviso, occorrerebbe lavorare per dedicarsi seriamente a riforme di sistema ormai urgentissime, prima fra le quali quella tributaria e fiscale.

    È di fatto impensabile credere di poter essere competitivi con Paesi appartenenti al nostro stesso continente che applicano una tassazione media del 20% e che agiscono con una metodologia burocratica molto più “snella” della nostra. Tutto ciò negli anni ha portato solamente ad un impoverimento del nostro Paese e ad una perdita di risorse umane ed economiche davvero importante.

    Continuare a “svendere” pezzi di storia imprenditoriale italiana, quali banche, compagnie aeree, società energetiche, ci condurrà definitivamente al tracollo ed è impensabile attrarre investitori esteri a queste condizioni.

    Mi piacerebbe piuttosto pensare ad un Italia partecipata e non colonizzata; il nostro artigianato, le nostre produzioni alimentari ed enologiche, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra paesaggistica meritano una focalizzazione economica diversa soprattutto in grado di rivolgersi al lungo periodo.

    Ma di questo, ne parleremo un’altra volta…

  • La crisi dei chip frena la crescita della manifattura europea

    Frena la crescita del settore manifatturiero in Eurozona, anche se resta sopra la soglia dei 50 punti che indicano comunque un’espansione dell’attività. Pesa la crisi dei chip. In Italia, anche se ostacolato dai ritardi sulle forniture, il manifatturiero cresce rapidamente e resta solido.  Per la zona euro l’indice finale Ihs Markit Pmi è sceso, lievemente, a 58,6 punti, dalla precedente stima flash di 58,7, ma il dato è notevolmente inferiore rispetto ai 61,4 punti di agosto, registrando il livello più basso da febbraio. I dati Pmi manifatturieri a livello nazionale hanno rivelato come a settembre siano state le nazioni relativamente più piccole ad aver osservato i miglioramenti maggiori, con l’Austria in cima alla classifica. L’economia austriaca è stata inoltre l’unica ad osservare una crescita manifatturiera mensile più veloce, mentre nelle altre nazioni si sono registrati rallentamenti. Allo stesso tempo, la Germania ha osservato il maggiore rallentamento rispetto ad agosto, con il relativo indice Pmi principale crollato di oltre 4 punti.

    Il crollo del Pmi manifatturiero, spiega Ihs Markit, è stato causato dai due principali componenti dell’indice, i nuovi ordini e la produzione, che hanno segnalato considerevoli moderazioni della crescita rispetto ad agosto. In entrambi i casi, l’espansione è stata ancora elevata anche se la più debole in 8 mesi. Allo stesso tempo, dopo i forti tassi di incremento osservati nei mesi precedenti, i nuovi ordini esteri, incluso il traffico intra eurozona, sono aumentati al tasso più lento da gennaio. L’interruzione sulla fornitura è stata uno degli ostacoli principali ai programmi di produzione di settembre, mentre la più debole condizione della domanda è stata un’altra causa. Continuano ad allungarsi notevolmente a settembre i tempi medi di consegna dei fornitori, con l’entità del deterioramento che inoltre è stata maggiore di quella di agosto. La carenza di componenti elettronici e materie prime è stata particolarmente diffusa, e le aziende hanno accusato la scarsa disponibilità di container e i problemi logistici in alcune parti dell’Asia.

    In Italia l’indice destagionalizzato Pmi Ihs Markit a settembre ha registrato 59,7, segnalando il quindicesimo mese consecutivo di miglioramento delle condizioni operative del settore manifatturiero. L’indice principale è diminuito da 60,9 di agosto, “mostrando il tasso di espansione più lento da febbraio, rimanendo però in generale abbastanza rapido”. Lewis Cooper, Economista di Ihs Markit, ha sottolineato che “gli ultimi dati hanno evidenziato l’ennesimo miglioramento delle condizioni manifatturiere italiane. Con un tasso di espansione mensile in leggera diminuzione”. Tuttavia “le interruzioni sulla fornitura hanno tuttavia continuato a trattenere il settore. A causa delle diffuse carenze di materiale e problemi di natura logistica, si sono intensificati i ritardi delle consegne. Di conseguenza, le aziende sono rimaste in attesa dei beni per poter completare i loro ordini, il che, assieme alla forte domanda, ha provocato un nuovo e forte aumento delle pressioni sulla capacità”.

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