PMI

  • Bruxelles approva aiuti statali per 400 milioni di euro alle Pmi

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di 400 milioni di euro per sostenere le piccole e medie imprese colpite dall’epidemia di coronavirus. La misura è stata approvata nell’ambito del Quadro di riferimento temporaneo per gli aiuti di Stato e fa parte dell’attuazione del piano italiano di ripresa e resilienza. La Commissione europea ha spiegato che il sostegno pubblico sarà aperto alle Pmi impegnate in attività e operazioni internazionali rilevanti per la transizione digitale e verde e attive in tutti i settori, tranne quello finanziario, quello della produzione primaria di prodotti agricoli e quello della pesca e dell’acquacoltura. L’obiettivo della misura è quello di sostenere iniziative nel campo della transizione digitale e verde; iniziative per promuovere l’internazionalizzazione delle Pmi nell’ambiente digitale e la partecipazione delle stesse pmi a eventi internazionali relativi alla transizione digitale e/o verde.

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette combinate con prestiti agevolati nell’ambito del regime de minimis. I beneficiari ammissibili possono ricevere un contributo massimo di 120.000 euro, a seconda del tipo di iniziativa e della regione in cui ha sede il beneficiario. La Commissione ha riscontrato che la misura italiana è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo modificato il 18 novembre 2021.

  • PMI: strategie per uscire dalla crisi

    Dott. Ielo, lei è stato dirigente di banca ed è attualmente direttore generale di una società di consulenza legale ed economica internazionale specializzata nella gestione delle crisi di impresa, in fondi e bandi pubblici e lo sviluppo di mercati esteri oltre che consigliere economico di importanti imprese ed enti e docente presso diverse realtà di formazione. Alla luce della sua lunga esperienza, quali sono attualmente le principali difficoltà delle imprese?

    La prima difficoltà è certamente quella di “rimanere in vita”. Solo a Roma, giusto per fare un esempio, la Confcommercio stima che saranno 18.000 le imprese che chiuderanno entro la fine del 2021. Immaginatevi quali possano essere le cifre in tutta l’Italia. Si tratta ovviamente di stime, ma comunque purtroppo prossime al vero perché basate su concreti indicatori economici.

    In merito, invece, a tutte quelle imprese che riusciranno a sopravvivere, diversi autorevoli sondaggi su questa crisi riportano che le più citate problematiche che hanno le aziende ed i liberi professionisti riguardano innanzitutto gli attuali molteplici e complessi vincoli normativi (che li costringono ad un regime burocratico asfissiante), una pressione fiscale fra più alte d’Europa (l’osservatorio economico europeo la parametra ad un 64% circa) e la difficoltà a trovare nuovi clienti e mercati.

     Quale sarà, secondo lei, la risposta delle PMI a tutto questo?

    Come detto, per alcune la risposta sarà quella di cercare di “chiudere” nel modo più indolore possibile. Per tutte le altre, o di finire nelle mani degli usurai (si stima che oltre 176 mila imprese italiane sono segnalate come insolventi e pertanto non possono accedere ad alcun prestito bancario) o di lanciarsi in rischiosi investimenti fai da te (come le criptovalute o i sedicenti facili investimenti online) o, per i più prudenti, usare l’antico metodo di tagliare le spese e attendere tempi migliori (azione che, generalmente, comporta licenziamenti e/o pericolosi cali nella qualità produttiva e di sicurezza sul lavoro). Per i pochi più coraggiosi, se così possiamo dire, e lungimiranti, la risposta sarà quella di affidarsi a seri consulenti per vagliare con attenzione tutte le possibili soluzioni future per fare una diagnosi economico-finanziaria della situazione. Solo partendo da questo è possibile valutare seriamente il da farsi. In generale mi chiedo quale sarà la ripercussione sul sistema dei servizi offerti al cittadino dallo stato italiano, visto che la “macchina paese”, formata da una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, è stata fino ad oggi alimentata solamente dal 10% di imprenditori che versando i propri contributi hanno provveduto al mantenimento in vita di questo sistema. Un sistema che tuttavia si è rivelato a dir poco perverso, in quanto, ai tagli operati sul sistema sanitario, quello della cultura e dell’istruzione, sono corrisposte ulteriori stringenti normative emanate a discapito della classe imprenditoriale. Di positivo c’è che esistono alcuni strumenti utili da attivare il prima possibile (come fondi, bandi e strategie finanziarie integrate al marketing, etc.) ma troppo spesso non vengono presi in considerazione nonostante possano offrire un grande aiuto per recuperare liquidità e produttività.

    Perché avviene questo?

    Perché, come detto, il volume degli adempimenti normativi e fiscali e, aggiungo, il volume delle informazioni spesso imprecise o false su internet, è tale che spesso gli imprenditori e i loro stessi consulenti non riescono ad avere il tempo ed il giusto distacco per studiare e intraprendere le giuste strategie.

    E cosa può fare un imprenditore per trovare le persone giuste a cui fare affidamento?

    Curriculm e passaparola possono ancora aiutare molto. Ovvero, informarsi sul percorso formativo e lavorativo dei consulenti contattati o chiedere ad amici e conoscenti se hanno avuto modo di conoscere una persona che abbia dimostrato nei fatti di essere stato competente e in grado di migliorare la situazione sono strumenti antichi ma tuttora validi. È un percorso che vuole il suo tempo perché è impegnativo esporre la propria situazione a più persone ma, a mio parere, può sempre valerne la pena.

    È corretto aggiungere che esiste oggi anche la possibilità di fare consulenze online e con costi più bassi (certamente a breve) ma non credo che possa essere una soluzione percorribile quando il problema delle imprese è oggi radicato, diffuso e sistemico. Per agire correttamente e intelligentemente bisogna saper distinguere bene cosa sia possibile fare da cosa sia più opportuno fare. E per fare questo ci vuole tempo ma, più esperto e capace è il consulente e meno tempo si perderà.

     Come vede il bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

    Nonostante tutto e nonostante l’attuale difficile situazione, il bicchiere lo vedo sempre mezzo pieno. E questo non perché io sia un inguaribile ottimista o contento della situazione attuale, tutt’altro, ma perché l’aver ricoperto nella mia carriera diversi importanti ruoli di responsabilità in contesti differenti ma complementari fra loro (in Italia e all’Estero) mi ha dato modo di poter cambiare il mio punto di osservazione professionale (e personale) sulla società e sui mercati, aiutandomi, di fatto, a vedere soluzioni che spesso altri non vedono. Certamente la situazione economica attuale è difficile e la crisi è strutturale, globale e non passeggera. Un buon consulente può essere di grande aiuto per le aziende italiane ma, oggettivamente, si tratta sempre di dare un buon colpo alla botte e un buon colpo al cerchio. Per trovare soluzioni di più lunga durata, a mio avviso, occorrerebbe lavorare per dedicarsi seriamente a riforme di sistema ormai urgentissime, prima fra le quali quella tributaria e fiscale.

    È di fatto impensabile credere di poter essere competitivi con Paesi appartenenti al nostro stesso continente che applicano una tassazione media del 20% e che agiscono con una metodologia burocratica molto più “snella” della nostra. Tutto ciò negli anni ha portato solamente ad un impoverimento del nostro Paese e ad una perdita di risorse umane ed economiche davvero importante.

    Continuare a “svendere” pezzi di storia imprenditoriale italiana, quali banche, compagnie aeree, società energetiche, ci condurrà definitivamente al tracollo ed è impensabile attrarre investitori esteri a queste condizioni.

    Mi piacerebbe piuttosto pensare ad un Italia partecipata e non colonizzata; il nostro artigianato, le nostre produzioni alimentari ed enologiche, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra paesaggistica meritano una focalizzazione economica diversa soprattutto in grado di rivolgersi al lungo periodo.

    Ma di questo, ne parleremo un’altra volta…

  • La crisi dei chip frena la crescita della manifattura europea

    Frena la crescita del settore manifatturiero in Eurozona, anche se resta sopra la soglia dei 50 punti che indicano comunque un’espansione dell’attività. Pesa la crisi dei chip. In Italia, anche se ostacolato dai ritardi sulle forniture, il manifatturiero cresce rapidamente e resta solido.  Per la zona euro l’indice finale Ihs Markit Pmi è sceso, lievemente, a 58,6 punti, dalla precedente stima flash di 58,7, ma il dato è notevolmente inferiore rispetto ai 61,4 punti di agosto, registrando il livello più basso da febbraio. I dati Pmi manifatturieri a livello nazionale hanno rivelato come a settembre siano state le nazioni relativamente più piccole ad aver osservato i miglioramenti maggiori, con l’Austria in cima alla classifica. L’economia austriaca è stata inoltre l’unica ad osservare una crescita manifatturiera mensile più veloce, mentre nelle altre nazioni si sono registrati rallentamenti. Allo stesso tempo, la Germania ha osservato il maggiore rallentamento rispetto ad agosto, con il relativo indice Pmi principale crollato di oltre 4 punti.

    Il crollo del Pmi manifatturiero, spiega Ihs Markit, è stato causato dai due principali componenti dell’indice, i nuovi ordini e la produzione, che hanno segnalato considerevoli moderazioni della crescita rispetto ad agosto. In entrambi i casi, l’espansione è stata ancora elevata anche se la più debole in 8 mesi. Allo stesso tempo, dopo i forti tassi di incremento osservati nei mesi precedenti, i nuovi ordini esteri, incluso il traffico intra eurozona, sono aumentati al tasso più lento da gennaio. L’interruzione sulla fornitura è stata uno degli ostacoli principali ai programmi di produzione di settembre, mentre la più debole condizione della domanda è stata un’altra causa. Continuano ad allungarsi notevolmente a settembre i tempi medi di consegna dei fornitori, con l’entità del deterioramento che inoltre è stata maggiore di quella di agosto. La carenza di componenti elettronici e materie prime è stata particolarmente diffusa, e le aziende hanno accusato la scarsa disponibilità di container e i problemi logistici in alcune parti dell’Asia.

    In Italia l’indice destagionalizzato Pmi Ihs Markit a settembre ha registrato 59,7, segnalando il quindicesimo mese consecutivo di miglioramento delle condizioni operative del settore manifatturiero. L’indice principale è diminuito da 60,9 di agosto, “mostrando il tasso di espansione più lento da febbraio, rimanendo però in generale abbastanza rapido”. Lewis Cooper, Economista di Ihs Markit, ha sottolineato che “gli ultimi dati hanno evidenziato l’ennesimo miglioramento delle condizioni manifatturiere italiane. Con un tasso di espansione mensile in leggera diminuzione”. Tuttavia “le interruzioni sulla fornitura hanno tuttavia continuato a trattenere il settore. A causa delle diffuse carenze di materiale e problemi di natura logistica, si sono intensificati i ritardi delle consegne. Di conseguenza, le aziende sono rimaste in attesa dei beni per poter completare i loro ordini, il che, assieme alla forte domanda, ha provocato un nuovo e forte aumento delle pressioni sulla capacità”.

  • Lo smartworking crea nuove opportunità per il cybercrime. E poche Pmi sono coperte

    Lo smartworking non può che accrescere il rischio cyber. Che già prima dell’emergenza coronavirus, e di tutte le sue implicazioni, si espandeva a “doppia cifra”. Un trend che prosegue così già da una decina d’anni e che ora di certo non potrà rallentare, continuando a macinare rialzi “intorno al 25%”. Ciò è vero in Italia come in tutto il resto del mondo. Ma in un’economia come quella tricolore, caratterizzata da un tessuto imprenditoriale frammentato, balza agli occhi come solo meno del 10% delle Pmi possa contare su una copertura assicurativa. Percentuale che sale al 50% per le grandi aziende. Rispetto a quel che accade oltre confine il limite assicurabile è poi decisamente inferiore. Questo è quanto emerge dall’osservatorio di Marsh, multinazionale attiva nel settore del brokeraggio assicurativo.

    Che la minaccia sia sempre più presente non può stupire. Quello che prima veniva discusso nella sala riunioni più riservata dall’azienda adesso viene condiviso via web. E specie durante il lockdown “sono state molteplici le violazioni dei sistemi”, spiega Corrado Zana, che di Marsh è Head of Cyber Risk Consulting. Ora, se “la grande azienda scopre che un malware è stato iniettato nel proprio sistema 150-200 giorni dopo l’attacco, nella piccola e media impresa non se ne accorgono proprio, se non dopo anni”, racconta il responsabile di Marsh. Ne acquisisce la consapevolezza quando scopre che sul mercato viene venduto un suo prodotto a un prezzo stracciato. Spesso dietro c’è lo zampino di un hacker che, entrando nel sistema informatico della Pmi di turno, sottrae know-how, disegni, liste di fornitori e clienti. In poche parole, riassume Zana, “anni e anni di lavoro”.

    È facile capire che perdita ciò possa rappresentare per un’economia come quella italiana. Oggi la domanda di polizze sta in effetti crescendo tanto e il loro costo si sta adeguando sia alla richiesta che ai sinistri. Tanto per fare un esempio, oggi l’attacco più temuto è il ransomware, che condiziona il ripristino del sistema al pagamento del riscatto. Ebbene, le notifiche che rispondono a questo tipo di tecnica sono raddoppiate nel solo 2019, come certifica la stessa Marsh nel report ‘The Changing Face of Cyber Claims’, basato su quanto accaduto in Europa continentale.

    In Italia il rischio ransomware è molto sentito. C’è la somma da corrispondere: che può andare dai 250-300 euro quando la vittima è un privato cittadino ai 10-20 mila euro per una piccola azienda, fino ad arrivare a milioni nel caso di grossi gruppi. Ma spesso c’è pure la beffa, nel senso che poi l’hacker non riattiva il sistema, generando così un’interruzione dell’attività d’impresa e quindi una perdita conseguente di profitto.

    “La frontiera che preoccupa tutti è l’intelligenza artificiale ‘cattiva’. I computer – fa presente Zana – sono comandati da hacker, o meglio da comunità criminali, ma sono le macchine le esecutrici dell’attacco. Oggi si sta quindi investendo in sistemi che siano in grado di costruirsi da soli nuove strategie per colpire. Chiaramente, a ciò si può opporre l’intelligenza artificiale ‘buona’ per reagire a minacce automatizzate”. Di sicuro, al momento, in cima alle preoccupazioni delle aziende, ma anche degli Stati, c’è quindi proprio il rischio cyber legato all’intelligenza artificiale e sferrato contro il sistema industriale con un attacco mirato ‘zero day’, ovvero per cui non sono disponibili già soluzioni tecnologiche di contrasto. Insomma, quello che si potrebbe definire un ‘delitto perfetto’.

  • Pmi sempre più nel mirino del cybercrime

    Negli ultimi anni gruppi APT (Advanced Persistent Threat) hanno cominciato a utilizzare le proprie capacità, affinate in anni di “servizio” agli ordini di Paesi come la Corea del Nord, per “vendersi” al miglior offerente e cominciare ad attaccare anche piccole e medie imprese. L’ultimo esempio è un recente attacco contro uno studio di architettura australiano con clienti in tutto il mondo.

    Ci sono sempre stati criminal hacker “a pagamento” e Stati come la Cina e la Russia li reclutano per le loro operazioni di intelligence consentendo loro di imparare tecniche, tattiche e procedure sofisticate che possono poi essere utilizzate anche per il cybercrime e grazie alle quali possono costituire gruppi di mercenari a disposizione di privati che vogliano spiare i loro concorrenti o manipolare i mercati finanziari. Lo hanno confermato anche gli USA ad aprile con un rapporto sulle minacce nord coreane alla cyber security in cui si denunciava che attori di Pyongyang erano stati pagati per hackerare siti web per conto terzi. Nell’ultimo decennio, il numero di stati con capacità offensive a livello cyber è cresciuto da una mezza dozzina di paesi a oltre 30. Inoltre, la proliferazione di conoscenze e capacità continua a superare il modo in cui i singoli Paesi (e le organizzazioni) possono proteggersi efficacemente.

    Le Pmi, da bersaglio secondario negli attacchi alla supply chain, stanno diventando il target primario e questo solleva un serio problema, in quanto spesso le Pmi non hanno i budget o il personale qualificato necessari per rilevare e rispondere a tali attacchi.

  • Problemi di liquidità per quasi 6 imprese su 10 nella fase post-Covid

    Sono quasi 780mila (il 58,4% del totale) le imprese che prevedono di avere problemi di liquidità nei prossimi sei mesi e poco meno di 565mila (il restante 41,6%) quelle alle quali invece si prospetta un futuro meno difficoltoso sul versante finanziario. La crisi di domanda che si è innescata con la   pandemia Covid-19 e il clima di incertezza sui tempi del recupero, legato anche alle diffuse criticità sui mercati globali, fanno temere a molte imprese di non poter generare i flussi di cassa necessari a garantire l’ordinaria operatività aziendale.

    E’ quanto risulta da un approfondimento del Sistema informativo Excelsior sull’universo di 1.380 mila imprese con almeno un dipendente, condotta tra il 22 giugno e il 6 luglio 2020 da Unioncamere in accordo con Anpal, per valutare le prospettive occupazionali a seguito dell’emergenza Coronavirus.

    Le imprese che si sono presentate di fronte allo shock generato dalla pandemia operando stabilmente sui mercati internazionali e quelle con strategie avanzate e integrate di digitalizzazione mostrano una solidità finanziaria relativamente maggiore: infatti, si attestano rispettivamente al 48% e al 45% dei relativi totali le aziende che non segnalano difficoltà (tra i 6 e i 3 punti in più della media). Soffrono invece maggiormente le micro imprese (1-9 dipendenti) tra le quali raggiunge il 60,4% la quota di quante segnalano un insufficiente livello di liquidità, una situazione che migliora sensibilmente al crescere della dimensione di impresa, arrivando al 44% nelle imprese over 250. La ristorazione e i servizi legati alla filiera del turismo rappresentano il settore più colpito dagli effetti della carenza di liquidità, segnalata da poco meno di tre quarti delle imprese (73,8%), dal momento che segmenti importanti del comparto, come quello legato alle presenze straniere nelle città d’arte, hanno ripreso solo molto marginalmente. Problemi di liquidità superiori alla media del comparto terziario anche per gli altri servizi alle persone (che comprendono anche le attività ricreative, culturali e sportive) e per l’istruzione e la formazione private. Tra i settori industriali è, invece, la filiera della moda ad aver risentito più sensibilmente delle conseguenze del lockdown, tanto che problemi di liquidità sono indicati dal 68,0% delle imprese di questo settore, ma quote superiori al 60% si osservano anche nel legno-arredo e nell’industria della carta. Situazione di sostanziale equilibrio tra le imprese con e senza problemi di liquidità nella meccanica e nelle industrie elettriche ed elettroniche. Più intensa la carenza di liquidità nel Sud e Isole (la mettono in luce due terzi delle imprese) e nel Centro (60,3%), mentre nelle regioni settentrionali il problema è segnalato nel 53-54% dei casi.

  • PMI: l’UE lancia il premio per le regioni leader nella lotta alla pandemia di Covid-19

    Il sostegno alle PMI per superare la crisi causata dalla pandemia di Covid-19 è il tema al centro della nuova edizione del Premio Regione imprenditoriale europea (European entrepreneurial region – Eer). Il Comitato Ue delle Regioni (CdR) ha aperto le candidature per questa edizione speciale del riconoscimento che avrà come titolo “imprenditoria per una ripresa sostenibile”. Regioni, città e Comuni avranno tempo fino al 28 ottobre 2020 per inviare le strategie previste per i prossimi due anni a sostegno delle piccole e medie imprese. Il marchio Eer è assegnato ogni anno a tre territori Ue che si sono distinti per l’adozione di strategie virtuose a sostegno di PMI e start-up. In questo caso saranno eccezionalmente sei gli enti locali premiati, coprendo il periodo di due anni: 2021 e 2022.

    Il marchio EER è stato creato in collaborazione con la Commissione europea e ha il sostegno di parti interessate a livello dell’UE come SME UnitedEurochambres e Social Economy Europe. Esso è aperto a ogni organizzazione che intenda contribuire a raggiungerne gli obiettivi.

  • FcA o Benetton: la filiera produttiva

    In rapporto alla difficoltà di ottenere la garanzia per riavviare il flusso di cassa della propria attività, in particolare se PMI, la facilità con la quale il gruppo Fca l’abbia ottenuta fa sicuramente arricciare il naso a non pochi piccoli imprenditori che ancora attendono.

    La discussione, o meglio l’aspro confronto, che tale richiesta ha scatenato si articola tuttavia in rapporto a presupposti e fattori decisamente fuorvianti.

    Quando il governo Renzi ed il ministro Calenda (che adesso si straccia le vesti contro questo finanziamento o meglio questa  garanzia)indicarono in FcA il modello di impresa internazionale con DNA italiano di fatto ammettevano la propria impotenza governativa nella inversione del peso della  burocrazia statale. Un onere da sempre indicato da tutti gli operatori economici come uno dei fardelli insopportabili che favorisce la delocalizzazione non solo produttiva ma anche fiscale e legale. In particolare il fattore fuorviante relativo alla allocazione della controllante in Olanda non ha alcun valore in rapporto ai benefici che la stessa azienda può distribuire sul territorio.

    Il gruppo Ferrero, ad esempio, situato ad Alba di Cuneo da sempre è controllato da una società lussemburghese anticipando di molto la delocalizzazione fiscale seguita da FcA ed ora da Fininvest. Il gruppo albese, da tempo immemore, nonostante la residenza fiscale in Lussemburgo, rappresenta uno dei migliori modelli di welfare aziendale in forte anticipo anche sul meraviglioso modello Luxottica di Del Vecchio.A nessuno è mai venuto in mente di rinfacciare la geolocalizzazione fiscale estera  della controllante Ferrero in quanto la politica dell’azienda rappresenta a livello di servizi ai dipendenti un modello mondiale.

    Tornando a FcA questa garanzia fornita dallo Stato al 70% per un finanziamento erogato da Intesa Sanpaolo verrà utilizzata dall’azienda stessa per pagare i fornitori a monte  della filiera essendosi interrotto il flusso di cassa a valle. Queste stesse aziende fornitrici sicuramente stanno trovando grandissime difficoltà nel riuscire a ottenere le medesime garanzie che invece facilmente FcA ha raggiunto grazie al proprio peso economico e possiamo dirlo anche politico. Anche se la controllante Exor risulta detenere liquidità in cassa rimane evidente la possibilità di fornire quelle risorse finanziarie all’intera filiera produttiva del settore auto che fa capo a FcA.

    Altre considerazioni invece riguardano la medesima richiesta avanzata dal gruppo Benetton (ma vale anche per OVS) che ha fatto della delocalizzazione nei paesi a bassissimo costo di manodopera come della quasi  totale assenza di normative a tutela del lavoro il proprio cavallo di battaglia. In questo caso la garanzia fornita dallo Stato servirebbe solo probabilmente al pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti in Italia ma non riavvierebbe alcuna filiera produttiva risultando questa in Italia assolutamente inesistente.

    In altre parole non è fondamentale tanto la residenza fiscale quanto la tutela della filiera italiana che dovrebbe rappresentare un parametro discriminante nella concessione di tali garanzie da parte dello Stato.

    Certamente il sostegno finanziario fornito dallo Stato come garanzia alla casa ex torinese rappresenta un modo molto più veloce per riavviare l’intera filiera produttiva con quella liquidità che i fornitori non riescono ad ottenere.

    Così FcA rappresenta una sorta di Cavallo di Troia finanziario a favore non solo dei 54.000 dipendenti diretti e dei 400 mila dipendenti dei fornitori che in questo modo potranno riavviare la filiera produttiva che altrimenti verrebbe esportata ancora una volta all’estero.

    In economia come nella politica industriale strategica non è importante tanto dove vengono riscosse le tasse ma il beneficio che un’azienda produce nel territorio.

    P.S. Non risulta che il gruppo Luxottica abbia presentato medesima richiesta. Il migliorie come sempre: Leonardo del Vecchio.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • 8 miliardi di euro per 100.000 Pmi dal Fondo europeo per gli investimenti (FEI):

    La crisi di liquidità che sta colpendo le piccole e medie imprese è una delle conseguenze della pandemia di  Covid 19 e le banche non si sentono pronte ad erogare prestiti alle PMI dato il repentino aumento del rischio percepito. La Commissione europea, come da impegno assunto il 13 marzo 2020, ha sbloccato 1 miliardo di euro dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) a titolo di garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), parte del Gruppo (BEI) Banca europea per gli investimenti. In questo modo il FEI potrà fornire garanzie speciali per incentivare le banche e altri finanziatori a fornire liquidità, per un importo disponibile stimabile in 8 miliardi di euro, ad almeno 100.000 PMI e piccole imprese a media capitalizzazione europee colpite dalle conseguenze economiche della pandemia di coronavirus. Queste le caratteristiche delle garanzie: un accesso semplificato e più rapido alla garanzia del FEI; una maggiore copertura del rischio (fino all’80% delle perdite potenziali sui prestiti individuali rispetto al consueto 50 %); un’attenzione particolare al capitale di esercizio in tutta l’UE; la concessione di condizioni più flessibili, quali proroga, nuova rateizzazione o sospensione dei crediti.

    La Commissione europea  e il gruppo BEI continueranno a lavorare per mettere a punto ulteriori misure e utilizzeranno tutti gli strumenti a loro disposizione per aiutare a contrastare la pandemia di coronavirus e le sue conseguenze economiche.

    Le PMI potranno rivolgersi direttamente alle loro banche e finanziatori locali partecipanti al programma, il cui nominativo sarà disponibile sul sito www.access2finance.eu

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