PMI

  • PMI: l’UE lancia il premio per le regioni leader nella lotta alla pandemia di Covid-19

    Il sostegno alle PMI per superare la crisi causata dalla pandemia di Covid-19 è il tema al centro della nuova edizione del Premio Regione imprenditoriale europea (European entrepreneurial region – Eer). Il Comitato Ue delle Regioni (CdR) ha aperto le candidature per questa edizione speciale del riconoscimento che avrà come titolo “imprenditoria per una ripresa sostenibile”. Regioni, città e Comuni avranno tempo fino al 28 ottobre 2020 per inviare le strategie previste per i prossimi due anni a sostegno delle piccole e medie imprese. Il marchio Eer è assegnato ogni anno a tre territori Ue che si sono distinti per l’adozione di strategie virtuose a sostegno di PMI e start-up. In questo caso saranno eccezionalmente sei gli enti locali premiati, coprendo il periodo di due anni: 2021 e 2022.

    Il marchio EER è stato creato in collaborazione con la Commissione europea e ha il sostegno di parti interessate a livello dell’UE come SME UnitedEurochambres e Social Economy Europe. Esso è aperto a ogni organizzazione che intenda contribuire a raggiungerne gli obiettivi.

  • FcA o Benetton: la filiera produttiva

    In rapporto alla difficoltà di ottenere la garanzia per riavviare il flusso di cassa della propria attività, in particolare se PMI, la facilità con la quale il gruppo Fca l’abbia ottenuta fa sicuramente arricciare il naso a non pochi piccoli imprenditori che ancora attendono.

    La discussione, o meglio l’aspro confronto, che tale richiesta ha scatenato si articola tuttavia in rapporto a presupposti e fattori decisamente fuorvianti.

    Quando il governo Renzi ed il ministro Calenda (che adesso si straccia le vesti contro questo finanziamento o meglio questa  garanzia)indicarono in FcA il modello di impresa internazionale con DNA italiano di fatto ammettevano la propria impotenza governativa nella inversione del peso della  burocrazia statale. Un onere da sempre indicato da tutti gli operatori economici come uno dei fardelli insopportabili che favorisce la delocalizzazione non solo produttiva ma anche fiscale e legale. In particolare il fattore fuorviante relativo alla allocazione della controllante in Olanda non ha alcun valore in rapporto ai benefici che la stessa azienda può distribuire sul territorio.

    Il gruppo Ferrero, ad esempio, situato ad Alba di Cuneo da sempre è controllato da una società lussemburghese anticipando di molto la delocalizzazione fiscale seguita da FcA ed ora da Fininvest. Il gruppo albese, da tempo immemore, nonostante la residenza fiscale in Lussemburgo, rappresenta uno dei migliori modelli di welfare aziendale in forte anticipo anche sul meraviglioso modello Luxottica di Del Vecchio.A nessuno è mai venuto in mente di rinfacciare la geolocalizzazione fiscale estera  della controllante Ferrero in quanto la politica dell’azienda rappresenta a livello di servizi ai dipendenti un modello mondiale.

    Tornando a FcA questa garanzia fornita dallo Stato al 70% per un finanziamento erogato da Intesa Sanpaolo verrà utilizzata dall’azienda stessa per pagare i fornitori a monte  della filiera essendosi interrotto il flusso di cassa a valle. Queste stesse aziende fornitrici sicuramente stanno trovando grandissime difficoltà nel riuscire a ottenere le medesime garanzie che invece facilmente FcA ha raggiunto grazie al proprio peso economico e possiamo dirlo anche politico. Anche se la controllante Exor risulta detenere liquidità in cassa rimane evidente la possibilità di fornire quelle risorse finanziarie all’intera filiera produttiva del settore auto che fa capo a FcA.

    Altre considerazioni invece riguardano la medesima richiesta avanzata dal gruppo Benetton (ma vale anche per OVS) che ha fatto della delocalizzazione nei paesi a bassissimo costo di manodopera come della quasi  totale assenza di normative a tutela del lavoro il proprio cavallo di battaglia. In questo caso la garanzia fornita dallo Stato servirebbe solo probabilmente al pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti in Italia ma non riavvierebbe alcuna filiera produttiva risultando questa in Italia assolutamente inesistente.

    In altre parole non è fondamentale tanto la residenza fiscale quanto la tutela della filiera italiana che dovrebbe rappresentare un parametro discriminante nella concessione di tali garanzie da parte dello Stato.

    Certamente il sostegno finanziario fornito dallo Stato come garanzia alla casa ex torinese rappresenta un modo molto più veloce per riavviare l’intera filiera produttiva con quella liquidità che i fornitori non riescono ad ottenere.

    Così FcA rappresenta una sorta di Cavallo di Troia finanziario a favore non solo dei 54.000 dipendenti diretti e dei 400 mila dipendenti dei fornitori che in questo modo potranno riavviare la filiera produttiva che altrimenti verrebbe esportata ancora una volta all’estero.

    In economia come nella politica industriale strategica non è importante tanto dove vengono riscosse le tasse ma il beneficio che un’azienda produce nel territorio.

    P.S. Non risulta che il gruppo Luxottica abbia presentato medesima richiesta. Il migliorie come sempre: Leonardo del Vecchio.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • 8 miliardi di euro per 100.000 Pmi dal Fondo europeo per gli investimenti (FEI):

    La crisi di liquidità che sta colpendo le piccole e medie imprese è una delle conseguenze della pandemia di  Covid 19 e le banche non si sentono pronte ad erogare prestiti alle PMI dato il repentino aumento del rischio percepito. La Commissione europea, come da impegno assunto il 13 marzo 2020, ha sbloccato 1 miliardo di euro dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) a titolo di garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), parte del Gruppo (BEI) Banca europea per gli investimenti. In questo modo il FEI potrà fornire garanzie speciali per incentivare le banche e altri finanziatori a fornire liquidità, per un importo disponibile stimabile in 8 miliardi di euro, ad almeno 100.000 PMI e piccole imprese a media capitalizzazione europee colpite dalle conseguenze economiche della pandemia di coronavirus. Queste le caratteristiche delle garanzie: un accesso semplificato e più rapido alla garanzia del FEI; una maggiore copertura del rischio (fino all’80% delle perdite potenziali sui prestiti individuali rispetto al consueto 50 %); un’attenzione particolare al capitale di esercizio in tutta l’UE; la concessione di condizioni più flessibili, quali proroga, nuova rateizzazione o sospensione dei crediti.

    La Commissione europea  e il gruppo BEI continueranno a lavorare per mettere a punto ulteriori misure e utilizzeranno tutti gli strumenti a loro disposizione per aiutare a contrastare la pandemia di coronavirus e le sue conseguenze economiche.

    Le PMI potranno rivolgersi direttamente alle loro banche e finanziatori locali partecipanti al programma, il cui nominativo sarà disponibile sul sito www.access2finance.eu

  • La metastasi finanziaria

    Da oltre un mese il governo ha sempre confermato la piena disponibilità ad accedere ai finanziamenti fino a 25.000 euro o ad una cifra pari al 25% del fatturato senza valutazione patrimoniale e quindi direttamente disponibile nel conto corrente. Al di là della sconcertante tempistica per l’evasione di queste pratiche tale volontà governativa avrebbe dovuto fornire liquidità alle imprese dopo oltre sessanta  giorni di assoluto lockdown ed interruzione dei flussi di cassa.

    A tutt’oggi solo una minima parte di questi finanziamenti risultano erogati mentre per quelli già resi operativi la criticità emerge sino ad assumere i connotati di una vera e propria truffa. A fronte di una richiesta di 20.000 euro o il 25% del fatturato di una partita IVA la quale aveva già precedentemente un accordo con l’istituto bancario per un fido di 10.000 il finanziamento complessivo che viene accreditato sul conto risulta dalla differenza tra l’ammontare, cioè 20.000 euro, ed il fido preesistente. Questa operazione rappresenta una vera e propria truffa in quanto il finanziamento dello Stato può essere utilizzato per far fronte alle scadenze che da oltre 60 giorni attendono di essere evase ma non per coprire posizioni finanziarie precedentemente debitorie.

    In altre parole, gli Istituti bancari con il tacito consenso o peggio la complice ignoranza del governo utilizzano il finanziamento erogato per assicurare tutti i rientri dai fidi drenando di conseguenza buona parte di quella liquidità che lo Stato con grande fatica ha messo a disposizione come espressione per un reale e consistente incentivo alla ripresa economica.

    Questa situazione rappresenta un vero e proprio “golpe finanziario” in quanto le risorse immesse nel circuito e destinate a dei soggetti economici vengono drenate dal sistema bancario per sanare le proprie criticità. In un simile contesto risulta paradossale il fatto poi che qualora si dovesse accedere nuovamente ad un fido si pagherebbero degli interessi aggiuntivi a quelli sulla erogazione della liquidità dello stato.

    Quindi l’erogazione risulta utilizzata sostanzialmente dagli Istituti bancari per criticità finanziarie pregresse ma non per servizi alle imprese. Una truffa che rappresenta l’ennesima conferma di una complicità, se conosciuta, o ignoranza, nel caso opposto, da parte del Governo e di una inaudita disonestà da parte del sistema bancario.

    A queste condizioni il nostro Paese è destinato alla metastasi economica.

  • L’economia circolare e Lavoisier

    Come all’avvento di ogni crisi  (2008/2011/2020) anche nell’attuale lockdown ecco fiorire le richieste da parte della cosiddetta intelligentia italiana di un cambio culturale per ripartire con maggior slancio nel futuro prossimo.

    Nel 2008-2009 la crisi finanziaria Made in Usa  che poi si trasformò nella terribile crisi economica nel 2010-2011 fece coniare da questi dotti pensatori la necessità dell’avvento della cosiddetta app/sharing e gig Economy  le quali avrebbero dovuto assicurare un nuovo sviluppo all’economia nazionale ed europea.

    Paradossale che nella situazione attuale proprio l’economia legata a questo tipo di innovazione tecnologica risulti ancora attiva (e-commerce, consegna a domicilio dei pasti, etc) ma il nostro Paese contemporaneamente perda circa 100 miliardi al mese di Pil. Riconfermando ancora una volta come il parametro attraverso il quale  possa e debba venire valutata qualsiasi strategia economica viene fornito dalla semplice ricaduta occupazionale stabile. Non va dimenticato, infatti, come questa del 2020 rappresenti  la terza crisi in poco più di 12 anni che il nostro Paese deve affrontare mentre dalle precedenti non abbiamo imparato assolutamente nulla.

    Partendo dal presupposto che il coronavirus non nasce per lo stile di vita occidentale ma da cause, come tutte le pandemie, indipendenti dalla volontà umana, risulta evidente come questa terza crisi economica  non  possa venire attribuita al modello economico attuale e alla sua gestione. Per dirla in breve non è la globalizzazione ad aver posto le basi per una simile pandemia quanto l’assoluta mancanza di regole, espressioni di sistemi normativi incompatibili per un mercato che si vuole e si definisce globale ma privo di un minimo comune denominatore che non sia quello mediato dal settore finanziario, cioè speculativo.

    Non va dimenticato, inoltre, come solo fino a pochi mesi fa si enfatizzassero gli effetti vantaggiosi della globalizzazione per i consumatori in termini di minor prezzo (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/).

    In questo periodo ecco che si ripresentano nuove teorie per un’economia ecocompatibile ed ecosostenibile basate su dati ed elaborazioni ideologiche opinabili  che proprio questa crisi ha messo in evidenza. A Padova, in ben quattro occasioni durante lo stop totale legato al Decreto Ministeriale che ha chiuso buona parte delle attività produttive come tutte le attività commerciali, si sono superati i limiti di pm10. Dimostrando per l’ennesima volta come il traffico automobilistico, al di là dell’inquinamento acustico, rappresenti l’ultima fonte di inquinamento rispetto ad altre all’interno del perimetro cittadino. Una volta in più emerge come dietro la spinta ecologista ci sia una ideologia non molto distante da quelle che hanno condannato molti paesi al declino.

    Il concetto di sostenibilità che risulta assolutamente da condividere deve partire e venire certificato da parametri oggettivi che partono anche  dalla ricaduta occupazionale (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Viceversa proprio in questi periodi di crisi riemergono simili “teorie” di una economia compatibile con l’ambiente le quali dimenticano come già il sistema industriale italiano sia stato indicato come quello a più basso impatto ambientale (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). Già nel 2018 infatti proprio le PMI, cioè le piccole e medie  aziende, rappresentarono il vero asse vincente anche sotto il profilo ambientale.

    Partendo, quindi, da questi principi già adottati dal nostro sistema economico industriale e certificati in ambito di sostenibilità e rispetto ambientale invece di avventurarsi come ad ogni crisi in nuove teorie economiche sarebbe molto più interessante adottare un’altra volta il principio di Lavoisier. In un’economia circolare “Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” per cui anche gli scarti di produzione possono diventare materia prima e dare così inizio ad un nuovo ciclo produttivo.

    Certificati questi risultati già ampiamente raggiunti dal sistema industriale ed economico italiano, una economia circolare si basa solo sulla libera circolazione di risorse economiche, persone e beni ma con una base di regole condivise relative alla tutela dei consumatori quanto dei lavoratori: in altre parole la tutela della filiera del Made in. Tutto il resto risulta semplice ideologia applicata alle giuste tensioni ambientaliste.

  • Più del reddito di cittadinanza per trovare lavoro serve una preparazione adeguata

    Su poco meno di 500 mila assunzioni previste per gennaio di quest’anno, il 32,8% degli imprenditori italiani ha segnalato difficoltà a “coprire” 151.300 posti di lavoro. Nel 15,7% dei casi a causa della mancanza di candidati (per 72.500 posti di lavoro) e per un altro 13,8% a causa della scarsa preparazione (circa 63.700 posti). E’ quanto emerge dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia – sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior- Sebbene la congiuntura non sia delle migliori – sottolinea la Cgia – e gli effetti economici del coronavirus siano ancora difficilmente quantificabili, gli imprenditori, in particolar modo a Nordest, continuano a trovare molte difficoltà nel reperire personale, soprattutto qualificato.

    “L’offerta di lavoro si sta polarizzando da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali a causa anche dello scollamento che in alcune aree del Paese si è creato tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi, invece, sono profili che spesso i nostri giovani rifiutano e solo in parte vengono coperti dagli stranieri” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

    A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nordest. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Le figure professionali maggiormente richieste al Nord e che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici.

    “Quest’anno – afferma il segretario Renato Mason – sul fronte del mercato lavoro si profila una crescita dell’occupazione a livello nazionale dello 0,4 per cento, anche se in riduzione rispetto allo 0,6 registrato l’anno scorso. Si rischia, pertanto, di interrompere un trend particolarmente favorevole, soprattutto per i giovani che, secondo i dati Istat relativi al 2019, hanno registrato una flessione significativa del tasso di disoccupazione, raggiunto grazie alla buona performance dell’apprendistato che costituisce ancora adesso il contratto più utilizzato per consentire agli under 25 di entrare nel mercato del lavoro”.

    Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è ovviamente inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari. Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento, emerge che in tutte le principali province del Sud (Bari, Catania, Caserta, Foggia, Lecce, Messina, Napoli, Palermo e Salerno), le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

    Una cosa che fino a qualche decennio fa era impensabile. Da qualche anno, invece, i giovani non vogliono più fare gli autisti di mezzi pesanti, sia perché il costo per ottenere la patente C o D e la “Carta di Qualificazione del Conducente” (CQC) ha una dimensione importante che oscilla tra i 2.500 e i 3.000 euro, sia perché è una professione estremamente faticosa. Alle ore di guida spesso si accompagnano anche quelle necessarie per compiere le operazioni di carico e scarico della merce trasportata. La difficoltà di trovare degli autisti di mezzi pesanti è una delle tante contraddizioni che caratterizzano questo settore che, ricordiamo, negli ultimi 10 anni ha perso quasi 25mila padroncini, anche se oggi fatica a reperire, persino al Sud, giovani disponibili a mettersi alla guida di un Tir come dipendenti. Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitors presenti in Europa. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i Paesi Ue, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2% degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati. Negli ultimi anni questo fenomeno è aumentato per due ordini di motivi: pur di lavorare molte persone hanno accettato un’occupazione meno qualificata del titolo di studio conseguito; “mismatch” (disallineamento) esistente tra le competenze richieste e quelle possedute. Questa specificità provoca un forte disinteresse e una scarsa motivazione per il proprio lavoro che ha delle ricadute molto negative sulla produttività del sistema economico. Un risultato che è anche ascrivibile al fatto che in Italia, pur avendo pochi laureati, la maggioranza lo è in materie umanistiche o sociali difficilmente spendibili nel mercato del lavoro, mentre abbiamo un numero insufficiente di laureati in materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, eccetera) che, invece, sono ricercatissimi, soprattutto dalle nostre medie e grandi imprese.

  • Italia prima nella Ue per finanziamenti dalla Bei

    L’Italia è di gran lunga il primo beneficiario della finanza Bei, la banca europea degli investimenti: 11 miliardi nel 2019 con un +14% rispetto al 2018 per 34 miliardi di investimenti sostenuti. Nel dettaglio si tratta di 9,7 miliardi di prestiti e 1,4 miliardi di equity e garanzie, questi ultimi attraverso il Fondo Europeo degli investimenti presieduto dall’italiano Dario Scannapieco che è vice presidente della Banca europea degli investimenti.

    Nella sostanza al nostro Paese che l’anno scorso si divideva il podio con la Spagna è andato il 17,3% dei 72,2 miliardi di finanziamenti della Bei l’anno scorso (+12,5%), spalmati su 143 operazioni domestiche. Mentre negli ultimi 10 anni, tra prestiti e investimenti, sono arrivati all’Italia 102 miliardi di nuova finanza per 277 miliardi di progetti. Grande sostegno alle Pmi con 41 miliardi dal 2010 ad oggi. Alle piccole e medie imprese italiane è andato il 18% del totale Bei nel settore. Nel 2019 le Pmi finanziate ammontano a 44.600 per 735mila posti di lavoro sostenuti. Nel decennio sono state oltre 309 mila per 6,5 milioni posti di lavoro.

    Bei ha inoltre proseguito l’impegno per i grandi gruppi con un nuovo target relativo alle imprese più piccole e più innovative come De Cecco a cui sono andati 13 milioni per migliorare la capacità produttiva o Molmed che ha ricevuto 15 per la ricerca e sviluppo nelle terapie geniche anticancro e contro malattie rare.

    Grande attenzione poi alla sostenibilità con una la Bei sempre più impegnata in progetti green la cui quota di finanziamenti salirà a livello continentale al 50% nel 2025 (dal 31% del 2019) Nel 2019 in Italia, nell’ambito di partnership con il sistema bancario sono stati finanziati 640 milioni per combattere il cambiamento climatico, 250 milioni per l’economia circolare e 400 milioni per l’agrieconomy. Grande attenzione anche alla Pubblica amministrazione e ai cittadini. Tra gli interventi messi in atto su tutti il piano scuola con 1,2 miliardi per gli edifici.

    L’Italia è infine il secondo Paese in Europa a beneficiare degli investimenti del Piano Juncker con il 15,2% del totale. Dal 2015 al 2019 sono stati attivati 458 miliardi di investimenti su 500 miliardi previsti in tutta Europa pari al 92% del totale. All’Italia sono stati erogati 11,3 miliardi di euro di finanziamenti. Il totale degli investimenti sostenuti nel periodo è pari a 69,7 miliardi.

     

  • Pitti Uomo: dei successi e delle prospettive

    La rassegna fieristica fiorentina Pitti Uomo dimostra ancora una volta la propria caratura mondiale proponendo dati e prospettive che coinvolgono il complesso sistema tessile abbigliamento italiano all’interno di un mercato globale.

    Il fatturato dell’intero settore Uomo cresce del +4% raggiungendo quasi quota 10 miliardi (9.900 mln) ma soprattutto presenta un dato ancora più indicativo relativo all’inversione di tendenza del valore della produzione italiana complessiva. Mentre l’anno precedente si era registrata una flessione del  -1,7% per i primi nove mesi del 2019 cresce del +1,9% il valore del fatturato prodotto e confezionato italiano. Una conferma di quanto, ancora oggi, possa risultare competitivo il sistema industriale PMI del tessile-abbigliamento italiano anche all’interno di un mercato fortemente compresso sul fattore costi.

    I dati positivi relativi alla crescita del fatturato e della produzione italiana vanno quindi interamente attribuiti alla capacità imprenditoriale e manageriale delle aziende italiane e suggeriscono contemporaneamente una serie di considerazioni.

    Mentre la domanda globale continua a dimostrare la propria attenzione verso un prodotto made in Italy, le associazioni di categoria cavalcano a livello comunicativo il solo fattore “sostenibilità” legato al riconoscimento di eventuali sgravi fiscali. Una posizione ed una strategia comunicativa condivisibile ma espressione di una mancanza di consapevolezza relativa a come già dal 2018 in Europa il sistema italiano delle PMI risulti ampiamente a minore impatto ambientale. Quindi  le rivendicazioni di sostegni fiscali dovrebbero risultare espressione del giusto riconoscimento dei traguardi raggiunti con grande impegno (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). L’incompetenza dei governi invece riconosce sgravi  fiscali per le tecnologie elettriche nella movimentazione (peraltro quasi tutte estere) senza sostenere invece gli ottimi risultati raggiunti dalle PMI italiane.

    Tornando alle considerazioni che la rassegna di Firenze propone, Pitti ha anche dovuto registrare un calo di afflusso di circa -10% legato soprattutto alla diminuzione dei buyer nazionali. È noto a tutti, ormai, come la distribuzione indipendente italiana stia soffrendo la concorrenza, spesso scorretta, dell’e-commerce successiva a quella della grande distribuzione negli ultimi due decenni. Uno dei fattori  che rende le piattaforme on-line convenienti è relativo alla compressione dei costi che vengono scaricati interamente sulla componente distributiva. Questa, a sua volta, determina una parcellizzazione delle consegne merci contribuendo molto più del traffico privato all’aumento dell’inquinamento dei centri storici: una problematica sicuramente sconosciuta ai sindaci italiani che continuano a penalizzare l’afflusso nelle città (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/23/e-commerce-ed-economia-digitale-la-sostenibilita-del-dettaglio-tradizionale/).

    Questa diminuzione del 10% delle presenze italiane meriterebbe una maggiore attenzione da parte del Governo il quale invece si occupa semplicemente delle grandi crisi come Alitalia ed Ilva ma anche della grande distribuzione come Auchan e Carrefour.

    La sparizione del dettaglio indipendente nei centri storici delle città (circa 14 al giorno) meriterebbe una politica fiscale a sostegno delle piccole attività, magari a conduzione familiare, le quali invece vengono ogni anno gravate di nuovi obblighi fiscali come la fatturazione elettronica e lo scontrino digitale. In preda a questo furore fiscale inoltre non vengono assolutamente tutelati neppure i dipendenti di queste piccole attività. Quasi che la tutela dei lavoratori non sia espressione  di una democrazia e quindi del  riconoscimento dei diritti  ma semplicemente del numero dei richiedenti al fine di ottenerne il riconoscimento.

    Comunque, ancora una volta, Pitti rappresenta la fotografia del secondo sistema industriale italiano. Abbandonato da una classe politica che lo utilizza semplicemente per miserevoli passerelle ma anche con associazioni di categoria più interessate agli incentivi fiscali che non ai modelli un’impresa. Cominciando ad avviare un’analisi attenta in relazione all’esplosione dell’export di alcune province della Regione Toscana che pongono una diversa interpretazione del “modello d’impresa” come della sua crescita  (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Sempre più Firenze rappresenta il punto di riferimento per un sistema industriale il quale si trova circondato dal disinteresse della politica e dalla mancanza di una visione strategica.

    La sua crescita avviene nonostante tutto questo. Onore al merito.

  • Il reddito di cittadinanza lascia le imprese prive di maestranze

    Qualcuno del M5s magari adesso le farà chiudere come l’Ilva di Taranto, così da poter dire che il reddito di cittadinanza è utile. Fatto sta che le imprese italiane soffrono di un gap di manodopera, soprattutto per quello che attiene personale con competenze digitali e ingegneri. L’anno scorso, secondo quanto segnala Confartigianato in un rapporto presentato alla Convention dei Giovani Imprenditori a Roma, le imprese italiane hanno registrato difficoltà di reperimento per 1.198.680 persone, pari al 26,3% delle entrate previste, a causa vuoi della scarsità dei candidati vuoi della loro inadeguatezza rispetto alle mansioni da svolgere.

    L’allarme relativo alla carenza di manodopera riguarda anche i giovani under 30: lo scorso anno le imprese non hanno potuto assumerne 352.420, pari al 27,8% del fabbisogno. Il problema di trovare personale, sottolinea il Rapporto, peggiora per le piccole imprese che nel 2018 non hanno potuto mettere sotto contratto 836.740 persone, di cui 245.380 sono giovani under 30.

    A scarseggiare sul mercato del lavoro sono soprattutto le professionalità dell’ambito digitale e dell’Ict: in questi settori nel 2018 le imprese richiedevano 48.800 giovani persone, ma quasi la metà (48,1%), pari a 23.450, sono considerate di difficile reperimento. Dal rapporto emerge che mancano all’appello soprattutto i giovani analisti e progettisti di software (difficile da trovare il 71,3% del personale richiesto dalle imprese, pari a 6.720 unità), e i tecnici programmatori (il 64,2%, pari a 6.990 unità, è di difficile reperimento). Le competenze digitali, al di là delle mansioni svolte anche le più tradizionali, sono richieste da quasi il 60% delle imprese. Ma questo requisito è difficile da soddisfare e lascia scoperti 236.830 posti di lavoro per giovani under 30.

    A livello regionale, la situazione più critica per assumere giovani under 30 si registra in Friuli-Venezia Giulia con il 37,1% dei posti di lavoro di difficile reperimento, Trentino-Alto Adige (34,2%), Umbria (31,6%), Veneto (31,6%) e Emilia-Romagna (30,5%). Il rapporto di Confartigianato mette in evidenza anche la difficoltà a trovare professionalità con titolo di studio adeguato alle esigenze delle imprese. In testa i laureati in ingegneria industriale: 55,5%, pari a 5.750 persone difficili da reperire, seguiti dai laureati in indirizzo scientifico, matematico e fisico (54,7%, pari a 3.370 persone introvabili sul mercato del lavoro), ingegneri elettronici e dell’informazione (52,4%, pari a 7.480 unità) e i diplomati in informatica e telecomunicazioni (50,4%, pari a 9.930 unità).

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker