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Arance da spremere

Je vois bien qu’on a pressé l’orange; il faut penser à sauver l’écorce.

Voltaire

“Vedo bene che l’arancia è stata spremuta; bisogna pensare a salvare la buccia”. Così scriveva Voltaire ad una sua amica e confidente, madame Denis, il 2 settembre 1751. In quel periodo Voltaire si trovava a Postdam, alla corte di Federico II, Re di Prussia, come suo confidente consigliere e come oracolo in filosofia e letteratura. Il re, soprannominato anche Federico il Grande, era uno dei regnanti più importanti del Settecento. Era riconosciuto non solo per le sue imprese militari, per lo sviluppo economico e amministrativo del suo regno, ma anche per la sua propensione verso le arti e la filosofia. Ragion per cui Voltaire si trovava nella sua corte. All’inizio i rapporti erano ottimi, ma poi, con il passare del tempo, visto anche i loro caratteri, quei rapporti cominciarono a degradarsi, fino al punto che Voltraire, offeso e ferito nella sua dignità, pensava soltanto a come evadere dalla corte di Federico.

Nella sua lettera a madame Denis, Voltaire le raccontava, tra l’altro, quanto aveva detto a lui il signor La Mettrie. Il quale, come scriveva Voltaire, era un uomo che “parlava in confidenza con il re”. Voltaire, sospettando che i rapporti con Federico non erano più quelli di prima, aveva chiesto a La Mettrie di intervenire presso il re a suo favore. L’ambasciata di La Mettrie, purtroppo, non era andata a buon fine. Ma, almeno, aveva fatto sapere a Voltaire cosa Federico pensava di lui. Era soprattutto una frase del re che l’aveva profondamente umiliato, offeso e ferito. Riferendosi a Voltaire, Federico II avrebbe detto: “Io avrò bisogno di lui ancora per non più di un anno; si spreme l’arancia e poi si getta la buccia”. Una frase, quella, diventata ormai molto famosa. La sopracitata lettera di Voltaire a madame Denis (Œuvre completes de Voltaire; Edition Garnier, tome 37, p. 320 – 322) rappresenta, come tante altre, anche un concentrato di lezioni filosofiche e politiche avute dalla sua permanenza e dalla sua esperienza nella corte di Federico II di Prussia. In quella lettera Voltaire promette a madame Denis di fare anche “un dizionario ad essere usato dai re”. Voltaire era convinto, non senza una spiccata dose di cinismo, che per i regnanti “amico mio, significa schiavo mio”. Poi, per loro, “mio caro amico, significa voi mi siete più che indifferente”. E se loro ti chiedono “cenate con me stasera”, dovete capire che questo significa semplicemente “Me ne burlo di te questa sera”. E poi, se loro ti dicono “vi renderò felice”, allora bisogna capire soltanto quello che loro in realtà hanno in mente. E cioè “vi sopporterò finché ne avrò bisogno di voi”.

Un’esperienza quella di Voltaire presso la corte di Federico II di Prussia, dalla quale ci sarebbe sempre da imparare. Anche in Albania alcune persone potrebbero e dovrebbero imparare da quell’esperienza, visto gli attuali e/o i previsti sviluppi politici. Perché conoscendo quanto è accaduto e sta accadendo, nonché il carattere e il comportamento politico e/o personale del primo ministro, alcuni poveri illusi, che adesso stanno sognando un “periodo di gloria” e qualche lauto beneficio, saranno sopportati finché ‘il re” avrà bisogno di loro. Poi saranno gettati via come una buccia d’arancia spremuta. Le esperienze non mancano. Anche soltanto quelle albanesi degli ultimi anni bastano e avanzano. La storia sempre insegna. Ma soltanto a quelli che vogliono imparare, capire e poi, agire di conseguenza.

Nel 1990, mentre in tutti i paesi dell’Europa dell’est i regimi comunisti erano già caduti, in Albania la dittatura stava vivendo ancora le sue ultime agonie. Impauriti e per ingannare gli albanesi, i dirigenti comunisti hanno proposto allora una “soluzione originale”, per far credere ad un avviamento del pluripartitismo, richiesto con sempre più determinazione dagli albanesi. I dirigenti comunisti avevano proposto che alle elezioni successive potevano partecipare, per la prima volta, anche le organizzazioni delle donne e della gioventù comunista, insieme con i sindacati del regime. Organizzazioni che fino ad allora venivano ufficialmente riconosciute come le “leve del partito”. Ipocrisia e inganno allo stato puro! Ma per fortuna non ha funzionato.

Adesso il primo ministro albanese si sta sforzando di attuare la stessa strategia, mentre il paese si trova, da più di due mesi ormai, in piena crisi istituzionale. Tutto è cominciato a metà febbraio, dopo che i deputati dell’opposizione hanno rassegnato i mandati parlamentari. È stata una scelta estrema ma indispensabile, nelle condizioni in cui si trovava l’opposizione e tenendo presente la drammatica realtà albanese. L’opposizione sta chiedendo le dimissioni del primo ministro e la costituzione di un governo di transizione con un mandato ben definito. Con un unico obiettivo, quello di garantire elezioni libere, non controllate e/o condizionate dal governo, in connivenza con la criminalità organizzata. Come risultano adesso, prove alla mano, essere state le ultime elezioni politiche del giugno 2017, che hanno dato il secondo mandato al primo ministro, nonché altre gare elettorali parziali. Se non verranno accettate quelle richieste, l’opposizione non parteciperà alle elezioni, cominciando da quelle amministrative del 30 giugno prossimo. Adesso questa decisione è stata anche ufficializzata, essendo superati i tempi limiti per la registrazione dei soggetti elettorali, prevista dalla legge. Nel frattempo le proteste, sia quelle massicce a Tirana, che tante altre in diverse città del paese, stanno creando serie preoccupazioni esistenziali al primo ministro e ai suoi. Sembra che non lo stiano aiutando molto neanche i “generosi supporti internazionali”. Ragion per cui gli strateghi del primo ministro hanno disperatamente spolverato e riproposto, leggermente modificata, la soluzione ingannevole che i predecessori degli attuali governanti in Albania hanno offerto nel 1990. E cioè hanno “convinto” alcune persone delle liste elettorali dei partiti dell’opposizione durante le ultime elezioni, di “accettare” i mandati parlamentari. Tutte persone con seri problemi di personalità e dignità politica e/o umana, come dimostrato anche pubblicamente prima e/o ultimamente. Con simili rappresentanti, insieme con i tre deputati che non hanno rassegnato i mandati, il primo ministro sta cercando di costituire e ufficializzare quella che lui, con enfasi, ha chiamato la “nuova opposizione”, con la quale lui pretende portare avanti le sue riforme, convinto che tutti seguiranno e interpreteranno la sceneggiatura da lui scritta. In più, e per dare una parvenza di pluripartitismo, dopo la scelta dell’opposizione di non partecipare alle elezioni, cominciando da quelle amministrative del prossimo 30 giugno, il primo ministro sta beneficiando anche dalla costituzione di un “nuovo partito in opposizione”. Una costituzione in fretta e furia e in palese violazione delle leggi in vigore. Ma il sistema “riformato” della giustizia permette questo e ben altro, quando serve al primo ministro. Anche con il beneplacito e l’aiuto dei “rappresentanti internazionali”.

Chi scrive queste righe disprezza questa buffonata di turno. Egli, riferendosi alla saggezza di Voltaire, è convinto che i rappresentanti della “nuova opposizione” servono al primo ministro soltanto come delle arance da spremere. Saranno coccolati e sopportati finché “il re” ne avrà bisogno. Poi li getterà via. Se “il re” avrà il tempo di farlo però!

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