adesione

  • L’ultimo sondaggio Eurobarometro rivela che i giovani europei sono tra i più forti sostenitori dell’allargamento dell’UE

    La Commissione europea ha pubblicato un nuovo sondaggio speciale Eurobarometro dal quale emerge che i giovani europei sostengono fortemente l’allargamento dell’UE: circa due terzi degli intervistati di età compresa tra i 15 e i 39 anni condividono l’opinione secondo cui i (potenziali) candidati dovrebbero aderire all’UE, una volta soddisfatte le condizioni necessarie, mentre il 56% è favorevole a un ulteriore allargamento dell’UE e lo ritiene vantaggioso per il proprio paese. Secondo gli intervistati, i principali vantaggi dell’ampliamento dell’adesione all’UE sono legati alla sicurezza e alla difesa, a un’economia e a una competitività più forti e all’influenza globale dell’UE nel mondo. Il 67% dei cittadini dichiara tuttavia di non sentirsi ben informato sul tema dell’allargamento.

    Sono state condotte indagini anche nei paesi candidati e potenziali candidati, che in genere mostrano un sostegno generale all’adesione all’UE. Nei Balcani occidentali il sostegno più elevato si registra in Albania (91%) e Macedonia del Nord (69%), mentre gli intervistati in Serbia mostrano il sostegno più basso nella regione con un 33%. Nel vicinato orientale, la Georgia e l’Ucraina mostrano rispettivamente un sostegno del 74% e del 68%.

    Gli albanesi hanno anche l’immagine più positiva dell’UE (82%), mentre in Serbia la percentuale è la più bassa (38%). In Moldova oltre la metà dei cittadini ha un’immagine positiva dell’UE (55%), mentre la cifra è inferiore in Ucraina (49%) e Georgia (43%).

    In Turchia un sondaggio analogo ha mostrato un sostegno all’adesione all’UE pari al 49,9%, mentre il 50,7% dei cittadini vede positivamente l’UE.

    I risultati dell’indagine contribuiranno a orientare gli sforzi della Commissione volti a coinvolgere il pubblico sia nell’UE sia nei paesi candidati e potenziali candidati in merito alla politica di allargamento dell’UE. Saranno utili inoltre a indirizzare i lavori della Commissione su come comunicare meglio i progressi compiuti, anche nell’ambito del ciclo annuale di relazioni sull’allargamento.

    L’Eurobarometro speciale e le indagini sulla percezione sono stati condotti mediante interviste dirette tra febbraio e giugno 2025.

  • Come avrebbero reagito i Padri Fondatori?

    La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico.

    Karl Popper

    L’Europa, uscita distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, aveva un vitale bisogno di una vera ricostruzione. E proprio per realizzare una simile e multidimensionale ricostruzione il contributo delle persone lungimiranti, che guardavano oltre agli interessi nazionali, era indispensabile. Persone piene d’idee che riguardavano non solo i loro Paesi, bensì la costituzione di una nuova Europa libera ed unita. E quelle persone non mancavano. Erano proprio i Padri Fondatori di quell’Europa che doveva affrontare molte importanti sfide locali ed internazionali.

    I Padri Fondatori della nuova Europa unita hanno collaborato per costituire le prime istituzioni comuni. Era il 9 maggio 1951 quando l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, presentò un piano noto come il Piano Schuman, oppure come la Dichiarazione Schuman. Un piano elaborato con Jean Monnet, un altro Padre Fondatore della nuova Europa unita. Era un piano coraggioso e lungimirante, che prevedeva il congiunto controllo della produzione del carbone e dell’acciaio da parte di alcuni Paesi europei. Si trattava di due materiali indispensabili per produrre le armi. E con quel controllo della produzione del carbone e dell’acciaio si poteva garantire anche la pace tra Paesi storicamente avversari. Come la Francia e la Germania.

    In seguito alla Dichiarazione Schuman, alcuni Padri Fondatori, come Konrad Adenauer, il primo Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ed altri, lavorarono insieme per la costituzione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. Una Comunità che è stata costituita il 18 aprile 1951, con il Trattato di Parigi, firmato dai massimi rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania occidentale, dell’Italia, del Lussemburgo e dei Paesi Bassi.

    I sopracitati Padri Fondatori, insieme con altri come Winston Churchill, il noto primo ministro britannico durante la Seconda Guerra Mondiale e poi tra il 1951-1955, il politico belga Paul-Henri Spaak, che è stato anche il Presidente della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (1952 – 1954), il politico lussemburghese Joseph Bech, il banchiere e politico olandese Johan Willem Beyen, il tedesco Walter Hallstein, che è stato il primo presidente dell’allora Commissione europea (1958-1967), l’olandese Sicco Mansholt, un agricoltore ed un membro della resistenza olandese, che è stato anche il primo Commissario europeo per l’Agricoltura, il politico italiano Altiero Spinelli, uno dei tre autori del manifesto “Per un’Europa libera e unita”, comunemente noto come Manifesto di Ventotene, ed altri ancora, hanno contribuito molto alla costituzione dell’allora Comunità economica europea nel 1957. Sono stati proprio la lungimiranza, la devozione, l’impegno ed il coraggio dei Padri Fondatori della nuova Europa unita che portò alla firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Con la firma di quei due Trattati si istituirono la Comunità economica europea e la Comunità europea per l’Energia atomica.

    Da allora sono passati 58 anni. Molti sviluppi sono stati evidenziati. Sono stati molti gli sviluppi che hanno portato al miglioramento della collaborazione tra i Paesi europei. Ma, purtroppo, non sono mancati neanche i conflitti armati in Europa. Come quello cominciato il 24 febbraio 2022 in Ucraina, dopo l’aggressione militare da parte delle forze armate della Russia. Ma non sono solo i conflitti armati che preoccupano. Sì, perché in alcuni dei Paesi europei sono stati restaurati ed, in seguito, consolidati dei regimi autocratici e dittatoriali.

    Tenendo presente una simile realtà, vengono naturali le seguenti domande. Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea fosse restaurata una dittatura? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea non si svolgessero elezioni libere e democratiche? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, se in quel Paese si mettesse in atto una “strategia” per costituire una “ubbidiente opposizione”, per poi far sembrare che funziona il pluripartitismo? E cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, se in quel Paese venissero però imprigionati, senza nessuna valida accusa giuridica, i veri oppositori del regime?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, nel caso di una programmata strategia per attuare lo spopolamento di un Paese, che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, solo per ubbidire a delle occulte “strategie geopolitiche regionali”?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea il potere politico collaborasse strettamente con la criminalità organizzata? Anche per assicurare una maggioranza parlamentare e garantire le “vittorie elettorali”? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, la canabbizzazione di vaste aree del suo territorio fosse una realtà testimoniata? E cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea fosse diventato, fatti documentati alla mano, un narcostato?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, il controllo del sistema della giustizia e la sua documentata ubbidienza al potere politico fosse una ben nota verità? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, avrebbe avuto come gestore assoluto del potere un individuo il quale abusasse e sperperasse milioni del bene pubblico senza dare conto e in piena violazione della legge, mentre le istituzioni del sistema della giustizia facessero finta di non sapere niente? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea la corruzione fosse ben radicata, partendo dai massimi livelli del potere politico e, invece, le istituzioni del sistema della giustizia continuassero a fare finta di non essere a conoscenza di una simile e ben diffusa realtà, pubblicamente nota? E l’elenco di simili domande è ancora lungo. Ebbene questo Paese è l’Albania che è anche un Paese candidato all’adesione all’Unione europea.

    Allora viene naturale e obbligatoria una domanda. E cioè cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori del dichiarato appoggio di alcuni dei massimi dirigenti di Paesi membri dell’attuale Unione europea al primo ministro albanese che, da innumerevoli fatti documentati, denunciati e pubblicamente noti alla mano, anche all’estero, risulta inconfutabilmente essere un autocrate irresponsabile, ingannatore, corrotto, che abusa continuamente del potere usurpato e del bene pubblico? Di certo non avrebbero mai condiviso un simile atteggiamento.

    Chi scrive queste righe da anni ha informato il nostro lettore di una simile, preoccupante e molto pericolosa realtà albanese. Egli trova sempre attuale l’affermazione di Karl Popper e cioè che la democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. Ma non un potere che gioisce e trae benefici però da certe alleanze di interesse e di convenienza con alcuni “grandi dell’Europa”. Come quello del primo ministro albanese, che non ha niente in comune con la democrazia.

  • Devono essere rapporti realistici, non ‘diplomaticamente corretti’

    Nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri:

    lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancor più realistici.

    Elias Canetti; da “La provincia dell’uomo”, 1973

    La scorsa settimana si è riunita la commissione Affari Esteri del Parlamento europeo nota come AFET (abbreviazione del francese affaires étrangères; n.d.a.). Durante la riunione del 4 giugno scorso della commissione si è discusso anche della situazione in Albania. In seguito è stato votato un apposito rapporto, approvato con 57 voti favorevoli, 11 voti contrari e 6 astensioni. Parte integrante delle discussioni sono state anche le “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, durante queste ultime settimane, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, di queste “elezioni”, ma che in realtà non si è trattato di elezioni, bensì di un processo che, fatti accaduti, documentati e denunciati ufficialmente alla mano, niente ha avuto a che fare con una gara elettorale libera, onesta e democratica. Per chi scrive queste righe si è trattato invece di un massacro elettorale (In attesa di altri abusi elettorali, 6 maggio 2025; Un autocrate che ottiene il quarto mandato con abusi elettorali, 12 maggioAppoggiano un autocrate corrotto in cambio di proficui accordi, 19 maggio 2025; Preoccupanti ed ipocriti atteggiamenti dei ‘grandi dell’Europa’, 27 maggio 2025; Una grave e pericolosa realtà che deve essere conosciuta da tutti; 2 giungo 2025).

    Il rapporto sull’Albania approvato dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo il 4 giugno scorso è stato redatto in un linguaggio “diplomaticamente corretto”. E cioè ha cercato di “accontentare” tutte le parti interessate. Il rapporto si riferisce ai “progressi dell’Albania” nel suo percorso europeo. Ma soprattutto valuta l’Albania come uno “Stato all’avanguardia nei processi dell’integrazione [europea], con l’obiettivo di aderire all’Unione europea entro il 2030” (Sic!). Le stesse cose che diceva anche il primo ministro albanese durante la campagna elettorale per le “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso. Il nostro lettore è stato ormai informato che il primo ministro, avendo fallito con tutte le sue “miracolose” promesse elettorali durante le tre precedenti campagne per le elezioni parlamentari, non poteva fare altre promesse. Perché ormai sono state esaurite tutte. Ragion per cui lui ha focalizzato tutta la sua campagna elettorale soltanto sulla promessa dell’adesione dell’Albania all’Unione europea entro il 2030. Promettendo anche “il passaporto europeo” per i cittadini albanesi. E con simili affermazioni sopracitate, ma anche altre, il rapporto della Commissione europea sull’Albania, approvato il 4 giugno scorso, ha cercato di “accontentare” la maggioranza governativa ed il primo ministro.

    Il rapporto però, essendo redatto in modo “diplomaticamente corretto”, ha evidenziato anche la preoccupazione riguardane “…l’indipendenza del sistema della giustizia, il rafforzamento della lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la difesa dei diritti fondamentali [dei cittadini]”. Il rapporto sottolineava che “…il rafforzamento del pluralismo politico e la trasparenza dei media sono fondamentali per costruire la fiducia del pubblico”. Riferendosi alle “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso, il rapporto evidenziava che “…sono state svolte in un contesto fortemente polarizzato a livello politico”. In più, tramite il sopracitato rapporto, i membri della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo esprimono la loro seria preoccupazione che si riferisce alle “dannose influenze straniere”, legate particolarmente a quelle provenienti dalla Russia. Il rapporto sottolinea la necessità per un maggiore impegno istituzionale nella lotta contro gli abusi del finanziamento politico, la manipolazione mediatica e le minacce cibernetiche.

    Durante la sopracitata riunione della commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, il 4 giungo scorso, si è svolta anche una seduta d’audizione con i membri della missione, a breve termine, degli osservatori del Parlamento europeo nelle “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. Il dirigente della missione ha evidenziato molti abusi elettorali e violazioni della legge prima e durante il giorno delle “elezioni”. Il dirigente della missione, riferendosi al processo elettorale concluso l’11 maggio scorso in Albania, ha dichiarato che le preoccupazioni principali, legate alla disuguaglianza della gara elettorale “…includono l’uso improprio delle risorse pubbliche, la pressione sugli elettori, soprattutto sui dipendenti pubblici, nonché l’abuso delle attività statali, come l’attività ciclistica “Giro d’Italia”, per scopi elettorali”. Bisogna ricordare che le prime tre tappe del “Giro d’Italia” sono state svolte in Albania, dal 9 maggio all’11 maggio, proprio il giorno delle “elezioni” parlamentari in Albania!

    In seguito il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo ha dichiarato che “….un’influenza negativa ha avuto anche il condono delle multe, all’ultimo momento, per i cittadini; una decisione percepita come compravendita dei voti”. Si tratta, infatti, di un condono deciso dal governo durante l’ultima settimana della campagna elettorale, in piena e palese violazioni della legge elettorale! Ma in Albania il primo ministro, che controlla personalmente il sistema “riformato” della giustizia, se ne infischia altamente della legge. In più il dirigente della missione degli osservatori si è riferito anche ad una decisione governativa dell’aprile scorso, alla vigilia delle “elezioni”. Lui ha evidenziato che “in aprile è stato, altresì, donato un solo pagamento di 100 euro per [circa] 760.000 pensionati, un mese prima delle elezioni. Questo è stato considerato come un elemento influente”. Bisogna sottolineare che i pensionati in Albania rappresentano quasi la metà della popolazione residente nel Paese, dopo il massiccio esodo degli ultimi anni.

    Il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo in Albania, per le “elezioni” dell’11 maggio scorso, si è fermato anche sull’influenza della criminalità organizzata prima e durante il giorno delle “elezioni”. Lui ha dichiarato che “la criminalità organizzata, che ricicla il denaro proveniente dal traffico delle droghe, influisce durante le elezioni, per mantenere invariata la situazione [politica] e per continuare indisturbata l’attività [criminale]”. Sempre riferendosi alla collaborazione del potere politico con la criminalità organizzata, il dirigente della missione degli osservatori ha, altresì, dichiarato convinto: “…Penso che questa è una questione importante per l’Unione europea. Non possiamo permettere, quando si tratta di riciclaggio del denaro sporco, oppure di traffico delle droghe, che queste strutture continuino a funzionare indisturbate”. Una realtà questa che non è stata però evidenziata nel sopracitato rapporto della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, redatto in modo “diplomaticamente corretto”.

    Durante la riunione del 4 giungo scorso della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo è intervenuto anche il suo presidente. Egli ha suggerito l’invio di una missione di osservatori in Albania. Ha, tra l’altro, affermato: “…Penso che è stato buono inserire l’Albania in agenda, dopo l’osservazione delle elezioni, a causa delle sensibilità politica. […] Suggerisco durante la prima parte dell’anno [2026] di andare nei Paesi candidati [all’adesione nell’Unione] e l’Albania bisogna che sia inclusa senz’altro”.

    Chi scrive queste righe pensa che i rapporti delle istituzioni internazionali devono essere rapporti realistici, non “diplomaticamente corretti’. Perché solo così contribuiscono veramente al processo d’allargamento dell’Unione europea solo con i Paesi che meritano l’adesione. Il premio Nobel del 1981 per la letteratura, Elias Canetti, ci insegna che nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri: lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancor più realistici.

  • Soltanto per merito

    I mediocri del “Politically Correct” negano sempre il merito.
    Sostituiscono sempre la qualità con la quantità.

     Oriana Fallaci

    Il 17 aprile scorso il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, durante la seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, dov’era presente anche il Presidente francese Emmanuel Macron, ha spiegato finalmente la ragione per la quale la Commissione europea ha raccomandato al Consiglio dell’Unione europea l’apertura dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali

    In quella sede Juncker ha dichiarato che “Se non apriamo le porte [dell’Unione] per i Paesi di quella regione tragica e complicata e se non mostriamo loro una prospettiva europea, [allora] vedremmo ritornare le guerre, esattamente come nel 1990”. Per poi aggiungere “Non voglio il ritorno della guerra nei Balcani, perciò noi dobbiamo aprirci nei loro confronti”.

    Riferendosi a queste dichiarazioni di Juncker, risulterebbe che l’unica vera ragione dell’apertura dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali ha e avrà a che fare solo e soltanto con le congiunture geopolitiche e la sicurezza nella regione e non, come si dovrebbe, con i meriti e gli adempimenti degli obblighi e delle condizioni poste a ciascuno dei Paesi balcanici. Sarebbe il caso però di ricordare, tra l’altro, che le condizioni storiche e geopolitiche che hanno causato quelle guerre soltanto nell’ex Jugoslavia erano ben diverse da quelle di oggi.

    Il Presidente francese Macron, trattando lo stesso argomento, e cioè l’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali, ha ribadito che anche lui non sarebbe contrario all’avvicinamento dei Paesi dei Balcani occidentali al progetto europeo, ma, secondo lui, non è questo il momento che questi diventino parte dell’Unione. Macron ha dichiarato di sostenere “l’allargamento [dell’Unione] soltanto se prima ci sarà una profonda riforma della nostra Europa”. Per poi ribadire chiaramente di non volere “che i Balcani guardino verso la Turchia o la Russia”, ma di non volere “nemmeno un’Europa, che funziona con difficoltà con i 28 Paesi oggi e 27 domani, la quale possa decidere che noi acceleriamo per diventare domani 30 oppure 32 [Paesi] con le stesse regole”.

    Lo stesso giorno, e sempre da Strasburgo, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, riferendosi all’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali, informava ufficialmente che “Oggi la Commissione raccomanda al Consiglio [dell’Unione europea] di decidere sull’apertura dei negoziati […] con l’Albania e l’ex repubblica jugoslava della Macedonia”.

    Mentre il 18 aprile scorso Federica Mogherini, durante una conferenza stampa con il primo ministro albanese a Tirana, spiegando le ragioni per le quali la Commissione europea ha deciso una simile raccomandazione, ha ribadito che “nei Balcani occidentali la politica dell’allargamento dell’Unione europea […] è riconciliazione e pace. Le relazioni del buon vicinato, del coordinamento e della cooperazione nella regione [dei Balcani] sono un elemento essenziale delle ragioni perché noi siamo riuniti insieme nell’Unione”.

    Perciò le prevalenti ragioni della raccomandazione per l’allargamento sono sempre le ragioni della stabilità, della sicurezza dei confini dell’Unione europea, nonché quelle geopolitiche. Ma i meriti dove stanno? Perché se si trascurano i meriti e i veri interessi dei cittadini dei Paesi balcanici, anche i problemi che preoccupano i due alti rappresentanti della Commissione europea, non solo non si risolverebbero, ma addirittura potrebbero aumentare. Perché gli scontri potrebbero ritornare nei singoli Paesi balcanici, ma adesso non più tra di loro, come negli anni ‘90, ma bensì tra le criminalità organizzate, per spartire e dominare i traffici illeciti e i mercati delle armi, delle droghe e della prostituzione. Un simile scenario in Albania bisogna prenderlo seriamente in considerazione, fatti e dati alla mano.

    Tornando alla sopracitata conferenza stampa del 18 aprile scorso a Tirana, la Mogherini dichiarava anche di sentirsi ”particolarmente orgogliosa di essere in condizione oggi di portare a Tirana la decisione che la Commissione europea ha preso ieri, di dare [una] raccomandazione positiva per la prima volta nella storia dell’Albania a che il Consiglio europeo avvii i negoziati per l’adesione dell’Albania all’Unione Europea”.

    Qualcuno ricordi all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza che infatti non è la prima volta che si raccomanda l’apertura dei negoziati per l’Albania come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Per due volte il Consigolio europeo ha rimandato quando si raccomandava dalla Commisione. La prima volta nel dicembre 2013, la seconda a fine 2016. Con l’auspicio, adesso, che non si avveri il detto “non c’è due senza tre”. Anche perché attualmente singoli Paesi dell’Unione hanno espresso riserve e perplessità. Riserve e perplessità legate alla criminalità organizzata, sempre in pericolosa crescita in Albania, alla corruzione galoppante a tutti i livelli delle strutture statali e dell’amministrazione pubblica, ai traffici illeciti dei stupefacenti ecc. Le sopracitate dichiarazioni del Presidente  Macron potrebbero essere state basate su simili riserve e perplessità.

    Circa un mese fa il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, riferendosi alla realtà albanese, dichiarava che “il traffico delle droghe è una piaga aperta che si deve curare. Bisogna strappare dalle radici le ragioni che hanno portato ad una [simile] situazione drammatica”. Negli ultimi anni sono state tante le dichiarazioni pubbliche, fatte da importanti autorità di diversi Paesi, nonché dai rappresentanti delle specializzate istituzioni e di importanti media internazionali. Dichiarazioni e constatazioni che evidenziavano l’allarmante situazione in Albania. Pochi giorni fa, nel Rapporto per il 2017 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, erano tante le constatazioni che descrivevano realmente quanto sta succedendo in Albania. Ognuna delle qualli basterebbe per far riflettere bene prima della decisione del Consiglio dell’Unione europea, dopo la terza raccomandazione positiva della Commissione. Una, tra le altre, affermava che “La corruzione è diffusa in tutte le strutture del governo… Nonostante il governo avesse i meccanismi per indagare e condannare gli abusi e la corruzione, la corruzione nella polizia (di Stato; n.d.a.) continua ad essere un problema”. Serie e fondate preoccupazioni sulla situazione in Albania sono state ufficilamente espresse, durante gli ultimi giorni, anche dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale.

    Chi scrive queste righe è fortemente convinto, e lo ha sempre espresso su “Il Patto Sociale”, che l’adesione dell’Albania nell’Unione europea si dovrebbe fare solo e soltanto per merito! Non si devono più chiudere gli occhi, le orecchie e la bocca, da chi di dovere, come nella ben nota allegoria delle tre scimmie. Dando così spazio ad altri e ulteriori abusi da parte della classe politica corrotta in Albania. Bisogna importare ed esportare meriti e valori prima di qualsiasi altra cosa. Bisogna importare ed esportare democrazia.

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