adesione

  • Irresponsabili comportamenti di alcuni rappresentanti europei

    Voi siete responsabili non soltanto di ciò che dite, ma anche di ciò che non dite

    Martin Luther King

    Martedì scorso, 26 maggio, si è svolta a Bruxelles l’ottava Conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea. Purtroppo tutto è stata una banale e grottesca messinscena tra il primo ministro albanese, la commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato e la vice ministra degli Affari esteri di Cipro, che era presente come rappresentante del suo Paese presso la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Solo dichiarazioni che non avevano niente in comune con la vera, vissuta e spesso anche sofferta realtà albanese.

    Le rappresentanti dell’Unione europea hanno dichiarato che l’Albania ha raggiunto gli obiettivi intermedi del capitolo ”Fondamentali”, che comprende il sistema della giustizia, i rispetto dei diritti fondamentali ed altro. Esse hanno affermato che sono stati fatti notevoli progressi nella riforma della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata (Sic!).

    Si tratta però di dichiarazioni che non hanno niente, ma proprio niente in comune con la vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese. Perché è facilmente verificabile che il sistema “riformato” della giustizia in Albania è sotto il diretto controllo del primo ministro. Così com’è pubblicamente noto che la corruzione, ben radicata, partendo dai massimi livelli della politica, è diventata un cancro che sta divorando tutto. Mentre la criminalità organizzata albanese diventata molto pericolosa anche in altri Paesi europei, garantisce, tra l’altro le “vittorie elettorali”, indispensabili per la sopravvivenza politica, ma non solo, del primo ministro albanese.

    Ormai questi fatti sono stati evidenziati, oltre che dai media internazionali, anche dai rapporti delle strutture specializzate dell’Unione europea. Si tratta di note strutture come Moneyval (che analizza e valuta il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento del terrorismo), l’OLAF (Ufficio europeo per la lotta antifrode), l’Europol (agenzia di polizia dell’Unione europea) e l’Eurojust (Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale). Chissà perché le rappresentanti dell’Unione europea non riescono e vedere e a capire niente di quello che realmente accade in Albania?! Le cattive lingue parlano di attività lobbistiche del primo ministro.

    Il primo ministro albanese, durante l’ottava Conferenza intergovernativa, ha dichiarato che i progressi nei negoziati sono direttamente collegati alla trasformazione delle istituzioni e del sistema della giustizia del Paese. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, ha affermato che adesso abbiamo “un sistema giudiziario rafforzato e indipendente come mai prima d’ora nella storia del nostro Paese” (Sic!). Ma lui, essendo un innato bugiardo, può dire anche che è il sole che gira intorno alla terra. La storia ci insegna però che in qualsiasi dittatura non si rispetta più il principio della separazione dei poteri di Montesquieu. Il potere esecutivo, rappresentato dal primo ministro, ormai controlla, oltre al potere legislativo, anche il potere giudiziario. E il nostro lettore da molti anni è stato informato, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, che l’Albania è diventata una nuova e veramente pericolosa dittatura.

    Invece la commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato ha continuato con le sue dichiarazioni che niente hanno a che vedere con la vera e drammatica realtà albanese. Anche lei, senza batter ciglio, riferendosi ai “continui successi” dell’Albania ha detto che quello raggiunto dall’Albania rappresenta ormai “…un traguardo da festeggiare, un riconoscimento di un grande lavoro durato oltre un decennio, perché non è qualcosa che si può ottenere in un giorno. Pertanto, confermando il raggiungimento di questi obiettivi intermedi per lo Stato di diritto, confermiamo che il vostro lavoro, svolto per oltre 10 anni in questo campo, ha dato i suoi frutti”. Qualcuno però dovrebbe dirle che in tutte le dittature lo Stato di diritto è tra i primi che viene annientato.

    La commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato ha descritto la riforma del sistema della giustizia come uno dei “maggiori successi” raggiunti. Lei ha affermato che tale era anche il processo, comunemente noto come vetting (vaglio, controllo; n.d.a.) che analizzava l’integrità morale e professionale dei magistrati del sistema di giustizia in Albania.

    Ma da molti fatti denunciati e pubblicamente noti risulta che quel processo è stato tutt’altro che imparziale e professionalmente svolto. Un processo che in realtà è stato orientato e controllato politicamente dal primo ministro e dai suoi più stretti collaboratori, per togliere dal sistema tutti i giudici e i procuratori che non ubbidivano e tenere solo coloro che, ubbidienti a lui, si mettevano a disposizione degli “orientamenti” e gli ordini partiti dai massimi livelli del potere politico. I rappresentanti dell’Unione europea, che hanno gestito la riforma della giustizia in Albania, non hanno raccomandato di implementare il vetting in altri Paesi balcanici.

    Durante l’ottava Conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, è intervenuta anche la vice ministra degli Affari esteri di Cipro. Anche lei ha parlato di “successi”, mentre la realtà albanese testimonia una molto preoccupante e pericolosa situazione. Lei ha affermato, chissà perché, “crediamo profondamente nell’allargamento e siamo lieti che il processo di adesione dell’Albania stia procedendo con decisione”. In seguito ha aggiunto: “Desidero congratularmi con il governo albanese e con i cittadini albanesi per il loro impegno e la loro determinazione nel portare avanti riforme difficili”. Strane dichiarazioni perché ormai è pubblicamente noto che sono proprio le “riforme” che da anni hanno bloccato il percorso dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Le decisioni del Consiglio europeo lo testimoniano inconfutabilmente.

    Ma durante l’ottava Conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea svoltasi il 26 maggio scorso a Bruxelles sono state volutamente “fumate” le dichiarazioni fasulle del primo ministro e delle rappresentanti dell’Unione europea. E per renderlo possibile, con “regia centrale”, tutta l’attenzione era stata focalizzata sulla “gara dei baci amichevoli e affettuosi” tra le due “signore” ed il primo ministro albanese. Una misera messinscena quella che ha generato però un’abominevole sensazione di disgusto, come confermano anche le immagini trasmesse in diretta. La commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato, essendo di statura bassa, è stata fatta salire su uno sgabello, per riuscire meglio con i baci al primo ministro.

    Il nostro lettore è stato informato che dalle indagini, professionalmente svolte da noti giornalisti di giornali e televisioni europee e statunitensi, nonché da diverse strutture specializzate, quello dell’Albania viene considerato un narcostato. E i dizionari definiscono il nascostato come una struttura occulta controllata dai trafficanti delle droghe. Ovviamente in una simile drammatica realtà non si può mai attendere di attuare delle riforme democratiche. Ragion per cui non si può mai pretendere  neanche l’adempimento delle richieste dell’Unione europea sull’adesione. E un Paese considerato narcostato non può mai attuare l’adempimento ed il rispetto dei criteri di Copenaghen, quello politico, quello economico ed il criterio dell’acquis comunitario. E si tratta ovviamente di criteri che devono adempiere e rispettare tutti i Paesi che stanno seguendo l’obbligatorio percorso per aderire all’Unione europea!

    Chi scrive queste righe considera come irresponsabile il comportamento delle due rappresentati dell’Unione europea nell’ambito dell’ottava Conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea. A loro due qualcuno dovrebbe ricordare l’affermazione di Martin Luther King: “Voi siete responsabili non soltanto di ciò che dite, ma anche di ciò che non dite”.

  • Altri ritardi che condizionano il processo europeo

    Non vanno d’accordo il ragionamento e la fretta

    Sofocle

    La scorsa settimana il nostro lettore veniva informato sul percorso molto in salita del processo d’adesione all’Unione europea dell’Albania. Il 5 maggio scorso è stato reso pubblico il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo. Ebbene si tratta di un rapporto che ha evidenziato le problematiche reali, preoccupanti e spesso anche pericolose, non solo per l’Albania.

    L’autore di queste righe, riferendosi al sopracitato rapporto, scriveva: “Una realtà quella [albanese] che però i massimi rappresentanti della Commissione europea non vedono e non riescono a percepire. Chissà perché?! Ma la stessa realtà, da anni ormai, è nota però a molti Paesi membri dell’Unione europea. Ragion per cui, i loro massimi rappresentanti nel Consiglio europeo non solo hanno bloccato il percorso europeo del Paese, ma hanno altresì posto nuove condizioni all’Albania da essere rispettate ed esaudite prima che il Consiglio europeo prendesse le decisioni ed avviasse le necessarie procedure legate al percorso europeo dell’Albania” (L’adesione di altri Paesi all’Unione europea solo per merito; 11 maggio 2026).

    Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo trattava soprattutto il controllo del sistema della giustizia da parte del primo ministro albanese. Una realtà quella ormai documentata, denunciata e nota pubblicamente anche fuori dall’Albania. Una realtà però che ha generato forti reazioni in alcune importanti cancellerie europee, soprattutto dopo la clamorosa ed arrogante decisione del Parlamento albanese del 12 marzo scorso con solo i voti della maggioranza, di rifiutare la revoca dell’immunità come deputata, per l’ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia.

    Il 19 novembre dell’anno scorso, dopo molte denunce fatte dall’opposizione ed in seguito a delle investigazioni dettagliate fatte da giornalisti coraggiosi e non ubbidienti al primo ministro e alla sua potente propaganda, un giudice altrattanto coraggioso del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere la stretta collaboratrice del primo ministro dai suoi incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il nostro lettore è stato informato durante questi ultimi mesi a più riprese sul caso con la dovuta e richesta oggettività, sempre basandosi sui fatti documentati e pubblicamente noti.

    Riferendosi alla decisione del parlamento di non revocare l’immunità come deputata dell’orami ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo sottolineava che: “…L’immunità parlamentare fa parte del quadro costituzionale volto a garantire il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche”, aggiungendo che “…qualsiasi decisione in merito deve essere presa nel rigoroso rispetto delle disposizioni costituzionali e delle procedure giuridiche stabilite, senza interferenze politiche e senza ingiustificati ritardi”.

    Il rapporto evidenziava anche la preoccupazione legata alla galoppante e ben radicata corruzione, partendo dai massimi livelli istituzionali e della politica ed il pieno controllo, da parte del potere politico, su tutte le risorse finanziarie ed umane dell’amministrazione pubblica. Risorse che garantiscono sempre i “successi elettorali” del partito/clan del primo ministro. Il rapporto ha fatto riferimento al massacro elettorale delle ultime elezioni politiche dell’11 maggio 2025. Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo evidenziava anche il clamoroso divieto all’opposizione di beneficiare, a livello parlamentare, dei propri diritti previsti dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dallo stesso Regolamento del Parlamento.

    Il rapporto “…sottolinea l’importanza di combattere efficacemente la criminalità organizzata, compresi i reati di riciclaggio di denaro e traffico di droga e chiede una maggiore cooperazione con le agenzie dell’Unione europea come Europol (L’agenzia di polizia dell’Unione europea; n.d.a.) ed Eurojust (Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale; n.d.a.). Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo “…invita le autorità ad accelerare i lavori per l’allineamento del quadro giuridico albanese in materia di criminalità organizzata con l’acquis comunitario, a rafforzare le capacità delle forze dell’ordine e a migliorare l’efficienza delle indagini”.

    Il 12 maggio scorso è stato riunito di nuovo il gruppo COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU – Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea; n.d.a.). Si tratta di una struttura preparatoria che opera nell’ambito del Consiglio europeo. Da credibili fonti dello stesso Consiglio europeo risulta che sono sempre nove i Paesi membri, come accade ormai dal marzo scorso, che non approvano il rapporto IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report, ossia il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi; n.d.a). Il nostro lettore è stato però informato che senza quell’approvazione non può avanzare il processo dei negoziati per l’Albania. E da qualche mese i negoziati tra l’Unione europea e l’Albania sono entrati in una fase di stallo.

    I Paesi che si oppongono all’approvazione del rapporto IBAR sono convinti che ormai in Albania il potere esecutivo controlla, oltre al potere legislativo, anche il potere giudiziario, in palese violazione del principio della separazione dei poteri di Montesquieu. E si riferiscono al caso della ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Ma il gruppo preparatorio COELA continua a non approvare il rapporto IBAR sull’Albania anche per altre problematiche, che sono altrettanto importanti per il Consiglio europeo.

    Il 30 aprile scorso era stata prevista a Berlino la Conferenza economica tedesca-albanese sul partenariato strategico, sulla cooperazione economica e sulle prospettive europee. Alla Conferenza era prevista la partecipazione del primo ministro albanese. Un evento preparato con il massimo impegno dagli organizzatori che dovevano garantire anche la partecipazione di alti rappresentanti del governo tedesco e membri del Bundestag (Parlamento federale tedesco ; n.d.a.). Ma è successo che tutti i rappresentanti del governo e del Bundestag invitati hanno rifiutato di partecipare alla sopracitata Conferenza economica tedesca-albanese, L’unico rappresentate che ha confermato la sua partecipazione era un sottosegretario del ministero dell’Economia.

    Informato di quel massiccio rifiuto dalle massime autorità governative e parlamentari tedesche, anche il primo ministro albanese ha deciso di non partecipare alla Conferenza economica tedesca-albanese. Ma per lui quella era una personale sconfitta. Anche perché, avendo da anni fallito con l’adempimento dei criteri previsti per avanzare con il processo dell’adesione all’Unione europea, lui voleva sfruttare l’occasione per “fare spettacolo”. Bisogna sottolineare però che la Germania è tra quei nove Paesi che non approvano il rapporto IBAR sull’Albania.

    Chi scrive queste righe pensa che anche quelli della scorsa settimana rappresentano altri ritardi che condizionano il processo europeo dell’Albania. Ritardi causati dal fallimento del governo albanese con le riforme richieste dall’Unione europea. Parafrasando quanto affermava circa ventiquattro secoli fa Sofocle, si potrebbe dire che non possono andare d’accordo i ragionamenti del Consiglio europeo sull’Albania con la fretta del primo ministro albanese di avere quello che non merita.

  • L’adesione di altri Paesi all’Unione europea solo per merito

    Il mondo ricompenserà più spesso le apparenze del merito, che non il merito vero.

    François de La Rochefoucauld

    Sabato scorso, 9 maggio, è stata celebrata la Giornata dell’Europa, ufficialmente istituita durante il vertice dei capi di Stato e di governo, svoltosi a Milano il 29 giugno 1985. Era proprio il 9 maggio 1950 quando l’allora ministro degli Esteri della Francia, Robert Schuman rese pubblica quella che ormai è comunemente nota come la Dichiarazione Schuman.

    La seconda guerra mondiale era finita ufficialmente proprio il 9 maggio 1945, cioè cinque anni prima. E per impedire un altro devastante e sanguinoso conflitto mondiale i Padri fondatori, con la loro lungimiranza, hanno pensato e deciso di mettere sotto un comune controllo la produzione dei due elementi base per la produzione delle armi; il carbone e l’acciaio. I Paesi che, il 18 aprile 1951, per primi aderirono alla costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio sono stati la Francia, la Germania occidentale, l’Italia, i Paesi Bassi, il Belgio ed il Lussemburgo.

    Robert Schuman, il 9 maggio 1950, affermava convinto: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Schuman affermava in più che “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Nella sua Dichiarazione letta il 9 maggio 1950, Robert Schuman affermava che “…Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei”.

    La costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) era il primo passo che portò poi alla costituzione della Comunità Economica Europea (CEE) con la firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Il Trattato della costituzione della Comunità Economica Europea entrò in vigore in seguito, il 1° gennaio 1958, con l’obiettivo di creare un mercato comune e un’unione doganale. Alla Comunità Economica Europea aderirono gli stessi Paesi che costituirono anche la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Sono passati ormai molti decenni da allora. Con la firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992, che entrò in vigore il primo novembre 1993, è stata costituita l’attuale Unione europea che sostituì la Comunità Economica Europea.

    Attualmente molti sviluppi politici, geopolitici, geostrategici ed economici sono avvenuti sia nel mondo che, in particolare, in Europa. Ma non sempre le decisioni e le reazioni delle strutture e dei massimi rappresentanti dell’Unione europea sono state quelle dovute. Basta fare riferimento solo a quanto stia succedendo dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina il 24 febbraio 2022. Lo conferma anche l’atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea nell’ambito del conflitto nella Striscia di Gaza, iniziato il 7 ottobre 2023. Un conflitto le cui conseguenze sono veramente preoccupanti. Un’altra significativa testimonianza è il comportamento dei massimi rappresentanti dell’Unione, nonché le loro decisioni nei confronti delle irresponsabili e pericolose decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America, da quando lui ha cominciato il suo secondo mandato.

    Non bisogna però dimenticare neanche le politiche e le decisioni delle istituzioni dell’Unione europea nell’ambito dell’allargamento dell’Unione stessa ad altri Paesi candidati. Soprattutto alcuni che hanno testimoniato, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, ormai anche a livello intrrnazionale, che non meritano per niente l’adesione all’Unione europea. E tra quelle istituzioni dell’Unione che spesso hanno chiuso occhi, orecchie e cervello di fronte a simili realtà preoccupanti c’è soprattutto la Commissione europea. Le cattive lingue, da anni ormai, parlano di attività lobbistiche milionarie per sostenere il primo ministro albanese.

    Si tratta di una realtà, causata dal continuo consolidamento di un regime totalitario, come alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti, molto potenti finanziariamente. Una realtà, quella albanese, che da anni ormai ha causato un continuo e molto preoccupante spopolamento del Paese. Basterebbe solo questo fatto, pubblicamente noto, nonché facilmente verificabile, per rendersi conto di quello che da anni sta succedendo in Albania.

    Una realtà quella che però i massimi rappresentanti della Commissione europea non vedono e non riescono a percepire. Chissà perché?! Ma la stessa realtà, da anni ormai, è nota però a molti Paesi membri dell’Unione europea. Ragion per cui, i loro massimi rappresentanti nel Consiglio europeo non solo hanno bloccato il percorso europeo del Paese, ma hanno altresì posto nuove condizioni all’Albania da essere rispettate ed esaudite prima che il Consiglio europeo prendesse le decisioni ed avviasse le necessarie procedure legate al percorso europeo dell’Albania..

    Si tratta di condizioni che riguardano il normale funzionamento dello Stato di diritto, la garanzia reale della separazione dei poteri e, soprattutto, la garanzia che il potere esecutivo non possa influenzare le attività del potere giudiziario. In più le condizioni poste all’Albania da alcuni Stati membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo riguardano la galoppante e ben radicata corruzione, partendo dai massimi livelli istituzionali. Ci sono però anche condizioni che riguardano il controllo, da parte del potere politico, del risultato delle elezioni politiche.

    Il 5 maggio scorso è stato reso pubblico il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo. Ebbene si tratta di un rapporto che, nonostante la stesura in un modo “diplomaticamente corretto”, ha denunciato molti di quegli aspetti, evidenziando le problematiche reali, preoccupanti e spesso anche pericolose, non solo per l’Albania. Sì, perché ormai la criminalità organizzata, ben attiva non solo in Albania, rappresenta una seria preoccupazione per molti altri Paesi membri dell’Unione europea, Italia compresa. Ma il rapporto evidenzia anche il controllo, da parte del potere politico, sul sistema “riformato” della giustizia. Il rapporto evidenzia altresì anche il divieto all’opposizione di beneficiare, a livello parlamentare, dei propri diritti previsti dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dallo stesso Regolamento del Parlamento.

    L’8 maggio scorso è stata resa pubblica una lettera del presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo indirizzata alla commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato. In quella lettera, tra l’altro, l’autore poneva alla commissaria due domande. La prima era: “Qual è la valutazione della Commissione europea sull’attuale cooperazione tra il governo e l’opposizione parlamentare in Albania?”, mentre la seconda domanda era: “Come può la Commissione europea garantire che l’opposizione albanese sia in grado di esercitare i propri diritti fondamentali e di svolgere la sua funzione di istituzione di controllo?”. E si riferiva a delle funzioni garantite dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dal regolamento del Parlamento.

    Ad ora non è stata resa nota nessuna risposta, da parte della commissaria per l’allargamento e le politiche di vicinato, alle sopracitate domande del presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo. Si sa però che lei è una dichiarata sostenitrice del primo ministro albanese. Ci sono state delle dichiarazioni pubbliche da lei fatte, anche durante gli ultimi mesi, che provano e testimoniano questo suo preoccupante supporto, con tutte le sue derivanti conseguenze.

    Chi scrive queste righe è convinto che l’adesione dell’Albania all’Unione europea deve essere fatta solo per merito e per nient’altro. Ma, parafrasando François de La Rochefoucauld, bisogna evitare che la Commissione europea possa ricompensare le apparenze del merito e non il merito vero.

  • Bugie ed insulti per coprire fallimenti in corso

    Al bugiardo non si crede neppure quando dice il vero.

    Marco Tullio Cicerone; da “La divinazione”, 44 a.C.

    Gli sviluppi in varie parti del mondo continuano ad essere molto preoccupanti. Lo testimonia anche quanto è accaduto durante la settimana appena passata nel Golfo Persico, in Medio Oriente ed in Ucraina, ma non solo. Non hanno portato ad un risultato i negoziati tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran avviati l’11 aprile scorso ad Islamabad, capitale del Pakistan. Dopo il fallimento dei negoziati i massimi rappresentanti dei Paesi belligeranti hanno sostenuto determinati i loro obiettivi. Il che significa la ripresa degli scontri con tutte le gravi conseguenze, anche a livello mondiale.

    Quanto sta accadendo nel Golfo Persico ha preoccupato, tra molti altri, anche Papa Leone XIV. Il 5 aprile scorso il Pontefice ha detto: “Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”. Il 7 aprile, sempre riferendosi a quel conflitto, il Pontefice ha dichiarato: “Tutti gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale, ma sono anche un segno dell’odio, della divisione, della distruzione di cui l’essere umano è capace”. Poi sabato scorso Papa Leone ha detto perentorio: “Basta con l’idolatria dell’io e del denaro! Basta con le dimostrazioni di forza! Basta con la guerra!”.

    Affermazioni chiare e dirette quelle di Papa Leone XIV che hanno scatenato, nelle primissime ore di questo lunedì, 13 aprile, la reazione offensiva del presidente statunitense. Secondo lui “…Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”. Aggiungendo poi, sempre riferendosi al Pontefice: “Non credo che stia facendo un gran bel lavoro. Immagino che gli piaccia la criminalità”. E ovviamente, da noto narcisista qual è, il presidente statunitense si è vantato che “….non era in nessuna lista per essere Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che fosse il modo migliore per affrontare il presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.” (Sic!).

    Dopo una breve pausa per la Pasqua ortodossa, sono ripresi i reciproci attacchi anche sul fronte ucraino. Si tratta di una grave, drammatica e preoccupante realtà, che dura ormai da più di quattro anni. E che adesso, in seguito al nuovo conflitto nel Golfo Persico, ha perso purtroppo un po’ anche l’attenzione istituzionale e mediatica. Il che fa comodo al dittatore russo, il quale ieri, la domenica della Pasqua, ha ricevuto la benedizione del Patriarca della Chiesa ortodossa russa nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Chissà perché potrebbe avere meritato una simile benedizione?!

    La storia ci insegna che, nel corso dei secoli, intere popolazioni in diverse parti del mondo hanno sofferto le conseguenze delle decisioni prese da persone irresponsabili, motivate solo da interessi personali ed occulti, oppure da “ostentati patriottismi” per giustificare strategie espansionistiche. Quanto sta accadendo, compresi i sopracitati conflitti, rappresenta un’inconfutabile conferma.

    Dal 28 febbraio scorso, quando cominciò l’attacco congiunto degli Stati Uniti ed Israele contro l’Iran, tutta l’attenzione istituzionale e mediatica a livello internazionale si è focalizzata proprio su quel conflitto. Il che fa “sfuggire” alle dovute istituzioni, alle cancellerie ed all’opinione pubblica  quanto stia accadendo realmente in altre parti dell’Europa e del mondo. Compresa, nel suo piccolo, anche l’Albania. E si tratta di situazioni che meritano di essere monitorate e valutate.

    Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, della grave, drammatica, preoccupante e pericolosa realtà albanese. E si tratta di un Paese che dal 1o aprile 2009 è membro della NATO e poi, dal 27 giugno 2014 è diventato un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. E come tale, l’Albania ha degli inderogabili obblighi da adempiere e rispettare. Ma che, non di rado, non lo ha fatto.

    Il nostro lettore è stato spesso informato, fatti accaduti e documentati alla mano, che durante questi ultimi anni in Albania è stata restaurata e si sta continuamente consolidando una nuova dittatura sui generis. Si tratta di un’alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali.

    Una realtà quella albanese, che sta preoccupando ultimamente anche alcune importanti cancellerie europee e molte istituzioni internazionali specializzate, comprese quelle dell’Unione europea. La realtà albanese sta attirando ormai anche l’attenzione di importanti media europei e di oltreoceano. Noti giornalisti investigativi stanno denunciando la collaborazione del potere politico albanese con la criminalità organizzata locale ed internazionale. I giornalisti dei media internazionali stanno altresì evidenziando, fatti accaduti, pubblicamente noti e documentati alla mano, l’abuso di potere e la galoppante corruzione, partendo dai più alti livelli istituzionali e della politica.

    Durante questi ultimi mesi alcune cancellerie europee hanno presentato, tramite le loro ambasciate, delle richieste concrete al governo albanese. Richieste che riguardano soprattutto il rispetto reale del principio della separazione dei poteri. Il che, nel contesto albanese, significa l’indipendenza del sistema giudiziario dal controllo del potere politico. Richieste che si riferivano concretamente anche alla mancata revoca dell’immunità parlamentare, per ordine del primo ministro, alla sua vice e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia fino al 26 febbraio scorso. Il nostro lettore è stato informato del caso (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi, 1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025; Preoccupanti realtà, 9 febbraio 2026 ecc.).

    E proprio in seguito al rifiuto, il 12 marzo scorso, della revoca dell’immunità parlamentare alla stretta collaboratrice del primo ministro albanese, hanno reagito di nuovo alcune cancellerie europee, partendo da quella della Germania e poi anche di otto altri Paesi membri dell’Unione europea. Ma questa volta a livello delle strutture dell’Unione Europea. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    Da qualche mese ormai si sta opponendo al processo europeo dell’Albania anche COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU – Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea; n.d.a.) un organo preparatorio del Consiglio europeo. Fonti interne del Consiglio europeo dichiarano che ormai sono 9 i Paesi membri che non approvano il rapporto IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report, ossia il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi; n.d.a). Ma senza quell’approvazione non può avanzare il processo dei negoziati. E, guarda caso, il primo ministro albanese, per coprire i continui fallimenti dei suoi governi, dal 2013 ad oggi, non assume nessuna delle sue dirette ed inconfutabili responsabilità e dà la colpa all’opposizione (Sic!).

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro è il diretto responsabile della vera e molto preoccupante realtà albanese. Lui, con le sue “scelte”, è anche il diretto responsabile dei continui fallimenti del processo di adesione all’Unione europea. Chi scrive queste righe pensa che c’è una somiglianza tra il presidente statunitense ed il primo ministro albanese. Loro dicono delle bugie ed insultano altri per coprire i propri fallimenti. E, parafrasando quanto affermava Marco Tullio Cicerone, si potrebbe dire che al bugiardo non ci si dovrebbe credere neppure quando dice il vero.

  • Sfide europee

    Non crediamo al male finché non lo vediamo.

    Jean de La Fontaine

    La scorsa settimana, il 24 marzo, a Bruxelles si è svolto il vertice dell’Europa competitiva 2026 (Competitive Europe Summit 2026; n.d.a.). Un vertice organizzato da Politico Europe, una nota testata mediatica che tratta soprattutto gli sviluppi e le problematiche riguardanti l’Unione europea. Vista la preoccupante situazione non solo in Europa, durante il vertice sono state trattate le sfide attuali e quelle del futuro, a livello europeo e mondiale. Compresa anche la sfida dell’allargamento dell’Unione europea ad altri Paesi candidati all’adesione.

    Durante il vertice la Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato, riferendosi proprio all’allargamento dell’Unione ad altri Paesi, ha affermato che la Commissione europea ha già presentato tre diverse opzioni ai Paesi membri. Opzioni che sono il mantenimento dello status quo sulle politiche di allargamento, la modifica di queste politiche per garantire, nel futuro, il comportamento non problematico dei nuovi Paesi membri dell’Unione, nonché l’allargamento al contrario. Una proposta, quest’ultima, fatta dalla Presidente della Commissione europea, in base alla quale i Paesi candidati possano aderire all’Unione europea anche prima del completamento delle riforme chiave, determinate in rispetto dei criteri di Copenaghen..

    Riferendosi alla documentazione ufficiale, risulta che la proposta della Commissione europea dell’allargamento al contrario, spesso denominata anche come l’integrazione graduale, rappresenta un nuovo approccio che consente ai Paesi candidati di accedere progressivamente al Mercato unico europeo, al sistema Schengen per la libera circolazione e ad altre politiche dell’Unione europea, prima dell’adesione definitiva all’Unione. Una proposta, quella dell’allargamento al contrario, che comunque dovrebbe garantire di non rendere difficile il processo decisionale, in sede europea, da ogni Paese diventato membro dell’Unione.

    Si tratta di una proposta presentata in seguito all’aggressione russa in Ucraina e che si riferisce anche ad altre influenze geopolitiche, soprattutto nei Paesi balcanici. Il che configura la proposta stessa come uno strumento ed un approccio pragmatico e graduale, prima dell’adesione ufficiale all’Unione. Da fonti mediatiche risulterebbe però che importanti funzionari della Commissione europea hanno affermato che proprio la proposta di allargamento al contrario è stata considerata irrealizzabile dalla maggior parte dai rappresentanti ufficiali dei Paesi membri.

    Il noto media Politico Europe ha fatto sul suo sito anche un’analisi su un articolo pubblicato il 28 febbraio scorso dal noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Un articolo scritto a quattro mani dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Il nostro lettore è stato informato di questa “innovazione” balcanica. “Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali”. Il nostro lettore veniva informato inoltre che gli autori del sopracitato articolo, “convinti” di avere adempiuto i propri obblighi, hanno criticato però “…l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!” (Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea; 9 marzo 2026).

    Il nostro lettore è stato altresì informato che nel frattempo però, durante queste ultime settimane ci sono stati “…ulteriori sviluppi che si riferiscono alle difficoltà, sia per la Serbia che per l’Albania, nel loro percorso europeo. Difficoltà generate dal mancato adempimento delle condizioni poste dalle istituzioni dell’Unione europea, che si basano sui criteri di Copenaghen. Risulta ormai che sia l’Albania che la Serbia non riescono ad adempiere tra l’altro, il primo criterio, quello politico, e soprattutto il funzionamento dello Stato di diritto” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    Nell’analisi sull’articolo scritto congiuntamente dal primo ministro albanese e dal presidente serbo, fatta da Politico Europe sul suo sito, si evidenziava che gli autori dell’articolo si lamentavano della lentezza degli sforzi per trarre vantaggio dai legami più stretti con l’Unione europea. In quell’articolo gli autori hanno espresso anche i loro disappunti sull’operato delle istituzioni dell’Unione europea. Secondo il primo ministro albanese ed il presidente serbo quanto stava succedendo in questi ultimi anni e che coinvolgeva non solo i Paesi balcanici, era “…il risultato di riforme interne, tensioni geopolitiche, vincoli istituzionali e legittime preoccupazioni all’interno degli Stati membri”.

    Bisogna evidenziare che il progetto, il quale prevede l’Unione europea costituita da due livelli di organi legislativi e regolatori, è stato sostenuto da alcuni dei Paesi candidati ma ha, altresì, avuto lo scetticismo sia della Moldavia che dell’Ucraina, due paesi che mirano a una piena adesione all’Unione europea, alla pari con gli altri membri dell’Unione.

    Durante il vertice dell’Europa competitiva 2026, svoltosi il 24 marzo scorso a Bruxelles, uno dei giornalisti di Politico Europe ha fatto una domanda alla Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato. La domanda era: “È preoccupata per l’attuale situazione in Albania dopo le dimissioni del vice primo ministro […] e per il modo in cui Rama (il primo ministro; n.d.a.) la sta gestendo?”. E si riferiva ad un clamoroso e milionario scandalo corruttivo che, fatti documentati alla mano, vede coinvolti il primo ministro e la sua stretta collaboratrice. Si tratta di uno scandalo di cui il nostro lettore è stato dettagliatamente informato durante questi ultimi mesi.

    Ebbene, la Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato, una nota sostenitrice del primo ministro albanese, ha cercato di tergiversare con la sua risposta, spostando sui cittadini la colpa. “Si può avere la migliore legislazione per combattere la corruzione, ma se la corruzione è accettata nel Paese, allora si ha un altro problema. Quindi tutti questi Paesi stanno attraversando questo processo di cambiamento di mentalità nei confronti della corruzione e ci vuole del tempo”. Questa era la risposta evasiva della Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato alla precisa domanda del giornalista del Politico Europe. E per riuscirci meglio non ha fatto più riferimento all’Albania, come chiaramente domandava il giornalista, bensì a “questi Paesi”.

    Ovviamente anche in Albania, come in tutti i Paesi del mondo, ci sono dei cittadini i quali, per risolvere i loro problemi “accettano la corruzione”. Ma affermare che la corruzione è accettata e tollerata dalla mentalità della popolazione, come ha detto la Commissaria per l’Allargamento, c’è una ben distinta ed ampia differenza. E, guarda caso, lei ha fatto riferimento ad una nota tesi utilizzata, non di rado, proprio dal primo ministro albanese che tuttora continua a vantarsi di essere “il cavaliere anticorruzione in una società totalmente corrotta” (Sic!).

    Chi scrive queste righe pensa che in un Paese candidato all’adesione all’Unione europea devono essere in vigore delle leggi per combattere la corruzione, ovunque si presenti, anche quando fa parte della “mentalità della popolazione”. Perché se no, allora bisogna cambiare le leggi per colpire tutti i corrotti, dai massimi livelli politici ed istituzionali ai colpevoli cittadini. Una sfida europea anche quella. Jean de La Fontaine constatava che noi, esseri umani, non crediamo al male finché non lo vediamo. Un’altra sfida da superare, per rendere solida e competitiva l’Unione europea.

  • Realtà balcaniche

    Per sapere la verità bisogna ascoltare due bugiardi

    Proverbio

    “I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”. Così pensava Winston Churchill uno dei più rinomati politici del secolo scorso. E lui di esperienza ne ha avuta abbastanza, essendo stato membro del Parlamento inglese (1900 – 1922 e 1924 – 1964), primo ministro del Regno Unito (1940 – 1945 e 1951 – 1955) e dirigente del partito Conservatore (1940 – 1955). E la storia dei Balcani, sia quella passata che quella attuale, gli ha dato ragione.

    Solo durante gli ultimi anni ci sono stati degli sviluppi, sia a livello dei singoli Paesi balcanici e regionale che a livello geopolitico e geostrategico, che ci fanno ricordare anche la sopracitata frase di Winston Churchill sui Balcani. Basta fare riferimento, tra l’altro, ad una “iniziativa” regionale denominata Open Balkans (Balcani aperti; n.d.a.). Un “lungimirante progetto” per “costruire l’area economica comune dei Balcani occidentali”, è stato presentato ufficialmente per la prima volta il 10 ottobre 2019 a Novi Sad, in Serbia. Allora era denominato come il “Mini-Schengen balcanico”, per poi cambiare la sua denominazione proprio ad Open Balkans, durante il vertice a Scopie, in Macedonia del Nord, il 29 luglio 2021. Risultava però, documenti alla mano, che era proprio la Serbia il paese che poteva trarre il maggiori vantaggi da quel “progetto lungimirante”.

    Bisogna sottolineare però che quel “progetto” è stato appoggiato solo dalla Serbia, dall’Albania e dalla Macedonia del Nord, mentre gli altri Stati balcanici non hanno mai aderito. Due dei firmatari di quel “progetto” erano l’attuale primo ministro albanese e l’attuale presidente della Serbia. Il terzo era l’allora primo ministro della Macedonia del Nord. E tutti e tre dichiaravano che si trattava di un “progetto” che aveva tutto l’appoggio dell’Unione europea. Ma mentivano consapevolmente, perché l’Unione europea, così come i massimi rappresentanti istituzionali dei Paesi balcanici’, dal 2014 in poi, appoggiavano istituzionalmente quello che era noto come il Processo di Berlino. Compresi anche i tre promotori del “progetto” Open Balkans.

    Il nostro lettore è stato ampiamente informato, a tempo debito, di tutto ciò. Come è stato anche informato, fatti alla mano, che i veri promotori del “progetto” erano George Soros, che aveva presentato le tesi dell’iniziativa in un suo articolo pubblicato nel 1999, e la Russia. Si proprio così. Lo ha confermato il 6 giugno 2022 il ministro russo degli Esteri, affermando anche che alla Serbia non sarebbe mancato l’appoggio della Russia. Lui ha altresì parlato del “progetto” Open Balcan, voluto e sostenuto anche dalla Russia, nonché della paternità di quell’iniziativa. E così facendo lui ha contribuito proprio ad un ulteriore smascheramento di un accordo regionale occulto.

    Due settimane fa il nostro lettore è stato informato che il 28 febbraio scorso il noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo intitolato “Noi comprendiamo le preoccupazioni. Ma l’espansione è nell’interesse di tutti”. Un articolo scritto a quattro mani dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Si tratta di due massimi rappresentanti istituzionali e politici che da anni ormai, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, sono anche diventati degli “amici” tra di loro. “Amicizia” consolidata ulteriormente durante il periodo in cui loro sostenevano e promuovevano il “progetto” Open Balkans. Un progetto ormai di cui si parla sempre meno. Ma le sue conseguenze commerciali sono tuttora presenti, avvantaggiando la Serbia.

    L’autore di queste righe, riferendosi agli autori di quell’articolo, scriveva: “Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali”. Aggiungendo che “Gli autori criticano anche l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!” (Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea; 9 marzo 2026).

    Ma durante queste due settimane ci sono stati ulteriori sviluppi che si riferiscono alle difficoltà, sia per la Serbia che per l’Albania, nel loro percorso europeo. Difficoltà generate dal mancato adempimento delle condizioni poste dalle istituzioni dell’Unione europea, che si basano sui criteri di Copenaghen. Risulta ormai che sia l’Albania che la Serbia non riescono ad adempiere tra l’altro, il primo criterio, quello politico, e soprattutto il funzionamento dello Stato di diritto.

    Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di rifermimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati.

    Ebbene risulterebbe che l’Albania ancora non ha convinto il Gruppo di lavoro sull’Allargamento su tematiche legate allo Stato di diritto, alla lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata e ai diritti universali. Sono questioni comprese nei capitoli 23 e 24 dei negoziati d’adesione. E se non si chiudono entrambi questi due capitoli il processo si blocca. Sì, perché senza il giudizio positivo del rapporto IBAR sui capitoli 23 e 24 non si può chiudere nessun altro capitolo.

    Da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta che il 6 ed il 13 marzo scorso, durante le riunioni del COELA non è stata presa nessuna decisione sull’Albania. Le stesse fonti affermano che ci sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, ma soprattutto la Germania, che insistono sul principio della separazione e l’indipendenza dei poteri; quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è violato dal primo ministro albanese. Un’inconfutabile testimonianza, tra tante altre, è ormai la decisione di proibire la revoca dell’immunità parlamentare per una delle più strette collaboratrici del primo ministro. Una decisione approvata giovedì scorso dal parlamento, con i soli voti della maggioranza.

    Sempre durante questi ultimi giorni le istituzioni dell’Unione europea hanno espresso valutazioni negative anche per la Serbia. Proprio martedì scorso è stato reso pubblico il rapporto presentato al Parlamento europeo dal relatore per la Serbia. In quel rapporto, tra l’altro, la Serbia viene criticata per la mancanza di progressi in settori importanti come lo Stato di diritto, la libertà di stampa, gli standard democratici e la cooperazione con l’Unione europea. Particolare attenzione è stata rivolta anche alla stagnazione del dialogo sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. Il rapporto evidenza che la Serbia ha compiuto progressi limitati o, addirittura, nessun progresso per soddisfare i criteri di adesione all’Unione europea. Si valuta altresì che il processo europeo della Serbia risulta essere bloccato da anni. Più chiaro di così!.

    Chi scrive queste righe è convito che sia il primo ministro albanese e sia il presidente serbo sanno benissimo in che situazione si trovano i rispettivi processi europei dei due Paesi balcanici. Perciò leggendo il loro sopracitato articolo ci si convince che, per conoscere la verità, bisogna sapere cosa scrivono i due bugiardi. Bugiardi che in questo caso non si contraddicono, ma insieme cercano di ingannare, di nascondere la realtà e di dare la colpa alle istituzioni dell’Unione europea.

  • Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea

    Non erano solo le menzogne ad essere pericolose.

    Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.

    George Orwell; da “1984”

    L’Albania e la Serbia sono due dei Paesi balcanici che, da anni ormai, stanno proseguendo i loro percorsi per l’adesione all’Unione europea. Ma viste le non poche inadempienze degli obblighi e delle condizioni poste da parte delle istituzioni dell’Unione europea, la strada si presenta ancora molto in salita per i due Paesi.

    L’Albania ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione con l’Unione europea il 12 giugno 2006. Si tratta di un accordo con il quale comincia ufficialmente anche lo stesso processo dell’adesione. In seguito, il 28 aprile 2009, il governo albanese ha presentato l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi, durante la riunione del Consiglio europeo del 26 e 27 giungo 2014, è stata presa la decisione di dare all’Albania lo status del Paese candidato all’adesione. Mentre, durante il vertice del 24 marzo 2020, il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati con l’Albania. In seguito, il 19 luglio 2022, durante la prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, sono stati avviati ufficialmente i negoziati dell’adesione. Adesso però bisogna anche chiuderli. E questo rappresenta una grande sfida vista la realtà albanese, condizionata dalla continua violazione dei principi dello Stato di diritto, dalla corruzione diffusa, dall’abuso di potere ed altro.

    Invece la Serbia ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea il 29 aprile 2008. Poi, seguendo le procedure, il 22 dicembre 2009 ha presentato ufficialmente la domanda di adesione all’Unione Europea. Alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea il 1° marzo 2012. In seguito, il Consiglio europeo, durante il vertice del 27 e 28 giugno 2013 ha preso la decisione di avviare i negoziati di adesione con la Serbia non più tardi del gennaio 2014. Negoziati che sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Ma dal 2022 il percorso europeo della Serbia risulta essere molto rallentato. Tra le cause di questo rallentamento, oltre ai problemi legati al funzionamento dello Stato di diritto, vi sono anche i rapporti della Serbia con il Kosovo ed il riconoscimento della sua indipendenza, nonché un’ambigua politica estera, non in sintonia con quella dei Paesi occidentali, bensì spesso orientata verso la Russia e la Cina.

    Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, la Serbia non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione europea alla Russia. Una scelta quella, che continua tuttora, contestata sia dai massimi rappresentanti dell’Unione che da alcuni Stati membri. Il ministro degli Esteri tedesco dichiarava già a metà aprile del 2022 che “…Se la Serbia vuole aderire all’Unione europea, deve sostenere la politica estera degli altri membri dell’Unione […] e quindi imporre alla Russia le sanzioni necessarie”.

    Il 4 settembre 2024, durante il Forum economico orientale svoltosi a Vladivostok in Russia, il vice primo ministro serbo ha avuto un incontro molto cordiale con il presidente russo. Lui ha garantito che la Serbia “…non diventerà mai un membro della NATO, non imporrà mai sanzioni alla Federazione Russa e non permetterà mai che il suo territorio venga usato per qualsiasi azione anti-russa”. Aggiungendo, tra l’altro, che “…la Serbia non è solo un partner strategico della Russia. La Serbia è anche un alleato della Russia. E questa è la ragione per cui la pressione dell’Occidente contro di noi è [così] grande”.

    Ma quella scelta della Serbia è stata però sempre giustificata, in varie occasioni, dal primo ministro albanese, un “caro amico” del presidente serbo. In una sua intervista, nel giugno 2022, rilasciata al noto media “Politico Europe” che tratta, tra l’altro, anche gli sviluppi nell’Unione europea, il primo ministro albanese ha dichiarato: “Bisogna capire che la Serbia si trova in una posizione molto diversa rispetto a molti altri, a causa della sua storia e dei suoi legami speciali con la Russia”. Aggiungendo anche:Penso che la Serbia sia sulla strada giusta”.

    Le ultime elezioni in Serbia per rinnovare l’Assemblea nazionale, cioè il Parlamento serbo, si sono svolte il 17 dicembre 2023. La coalizione capeggiata dal Partito Progressista Serbo dell’attuale presidente della Repubblica ha ottenuto una maggioranza assoluta. Ma il risultato di quelle elezioni è stato duramente contestato, documenti alla mano, dai partiti dell’opposizione che accusavano di brogli e di manipolazioni elettorali. Il nuovo governo si è insediato però solo il 1o maggio 2024, dopo le continue proteste in piazza dell’opposizione.

    In Albania le ultime elezioni politiche si sono svolte l’11 maggio 2025. Si è trattato però di un vero e proprio massacro elettorale che ha permesso al partito capeggiato dal primo ministro di ottenere una maggioranza assoluta. Come ha fatto in Serbia il presidente della Repubblica. Il nostro lettore è stato ampiamente informato dei clamorosi brogli e manipolazioni elettorali in Albania, nonché del diretto coinvolgimento della criminalità organizzata per garantire quella che il primo ministro albanese si è vantato di essere stata una “grandissima e meritata vittoria” (Sic!).

    Nel frattempo, come sopracitato, il processo europeo della Serbia si è molto rallentato. Mentre dal 3 novembre 2024, dopo il crollo della tettoia nella stazione ferroviaria di Novi Sad, di cui il nostro lettore è stato altresì informato, in Serbia continuano le proteste, sempre più massicce dei cittadini degli studenti e degli agricoltori con i loro trattori in varie città. Con lo slogan “La corruzione uccide” i manifestanti chiedono nuove elezioni.

    Da fonti ben informate e credibili risulta che durante una riunione di più di un mese fa del COELA, l’acronimo del “Gruppo di Lavoro sull’Allargamento e Paesi impegnati nei negoziati di adesione all’Unione europea” (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU), i rappresentanti di alcuni Paesi membri, ma soprattutto della Germania, hanno chiesto che il primo ministro albanese non blocchi i procuratori e i giudici a procedere sul caso della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, di cui il nostro lettore è stato ampiamente informato. Perché se no, allora si bloccherebbe il percorso europeo dell’Albania

    Guarda caso però il 28 febbraio scorso il noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo scritto dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali. Gli autori criticano anche l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!

    Chi scrive queste righe è convinto che gli autori del sopracitato articolo hanno mentito e nascosto le verità, per “giustificare” il loro fallimento clamoroso nell’ambito dei negoziati per l’adesione all’Unione europea sia dell’Albania e sia della Serbia. Invece loro sono i veri responsabili di una simile e molto preoccupante situazione. Aveva ragione George Orwell quando affermava che non erano solo le menzogne ad essere pericolose. Anche le verità, se dimenticate, diventano inutili.

  • L’ultimo sondaggio Eurobarometro rivela che i giovani europei sono tra i più forti sostenitori dell’allargamento dell’UE

    La Commissione europea ha pubblicato un nuovo sondaggio speciale Eurobarometro dal quale emerge che i giovani europei sostengono fortemente l’allargamento dell’UE: circa due terzi degli intervistati di età compresa tra i 15 e i 39 anni condividono l’opinione secondo cui i (potenziali) candidati dovrebbero aderire all’UE, una volta soddisfatte le condizioni necessarie, mentre il 56% è favorevole a un ulteriore allargamento dell’UE e lo ritiene vantaggioso per il proprio paese. Secondo gli intervistati, i principali vantaggi dell’ampliamento dell’adesione all’UE sono legati alla sicurezza e alla difesa, a un’economia e a una competitività più forti e all’influenza globale dell’UE nel mondo. Il 67% dei cittadini dichiara tuttavia di non sentirsi ben informato sul tema dell’allargamento.

    Sono state condotte indagini anche nei paesi candidati e potenziali candidati, che in genere mostrano un sostegno generale all’adesione all’UE. Nei Balcani occidentali il sostegno più elevato si registra in Albania (91%) e Macedonia del Nord (69%), mentre gli intervistati in Serbia mostrano il sostegno più basso nella regione con un 33%. Nel vicinato orientale, la Georgia e l’Ucraina mostrano rispettivamente un sostegno del 74% e del 68%.

    Gli albanesi hanno anche l’immagine più positiva dell’UE (82%), mentre in Serbia la percentuale è la più bassa (38%). In Moldova oltre la metà dei cittadini ha un’immagine positiva dell’UE (55%), mentre la cifra è inferiore in Ucraina (49%) e Georgia (43%).

    In Turchia un sondaggio analogo ha mostrato un sostegno all’adesione all’UE pari al 49,9%, mentre il 50,7% dei cittadini vede positivamente l’UE.

    I risultati dell’indagine contribuiranno a orientare gli sforzi della Commissione volti a coinvolgere il pubblico sia nell’UE sia nei paesi candidati e potenziali candidati in merito alla politica di allargamento dell’UE. Saranno utili inoltre a indirizzare i lavori della Commissione su come comunicare meglio i progressi compiuti, anche nell’ambito del ciclo annuale di relazioni sull’allargamento.

    L’Eurobarometro speciale e le indagini sulla percezione sono stati condotti mediante interviste dirette tra febbraio e giugno 2025.

  • Come avrebbero reagito i Padri Fondatori?

    La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico.

    Karl Popper

    L’Europa, uscita distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, aveva un vitale bisogno di una vera ricostruzione. E proprio per realizzare una simile e multidimensionale ricostruzione il contributo delle persone lungimiranti, che guardavano oltre agli interessi nazionali, era indispensabile. Persone piene d’idee che riguardavano non solo i loro Paesi, bensì la costituzione di una nuova Europa libera ed unita. E quelle persone non mancavano. Erano proprio i Padri Fondatori di quell’Europa che doveva affrontare molte importanti sfide locali ed internazionali.

    I Padri Fondatori della nuova Europa unita hanno collaborato per costituire le prime istituzioni comuni. Era il 9 maggio 1951 quando l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, presentò un piano noto come il Piano Schuman, oppure come la Dichiarazione Schuman. Un piano elaborato con Jean Monnet, un altro Padre Fondatore della nuova Europa unita. Era un piano coraggioso e lungimirante, che prevedeva il congiunto controllo della produzione del carbone e dell’acciaio da parte di alcuni Paesi europei. Si trattava di due materiali indispensabili per produrre le armi. E con quel controllo della produzione del carbone e dell’acciaio si poteva garantire anche la pace tra Paesi storicamente avversari. Come la Francia e la Germania.

    In seguito alla Dichiarazione Schuman, alcuni Padri Fondatori, come Konrad Adenauer, il primo Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia ed altri, lavorarono insieme per la costituzione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. Una Comunità che è stata costituita il 18 aprile 1951, con il Trattato di Parigi, firmato dai massimi rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania occidentale, dell’Italia, del Lussemburgo e dei Paesi Bassi.

    I sopracitati Padri Fondatori, insieme con altri come Winston Churchill, il noto primo ministro britannico durante la Seconda Guerra Mondiale e poi tra il 1951-1955, il politico belga Paul-Henri Spaak, che è stato anche il Presidente della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (1952 – 1954), il politico lussemburghese Joseph Bech, il banchiere e politico olandese Johan Willem Beyen, il tedesco Walter Hallstein, che è stato il primo presidente dell’allora Commissione europea (1958-1967), l’olandese Sicco Mansholt, un agricoltore ed un membro della resistenza olandese, che è stato anche il primo Commissario europeo per l’Agricoltura, il politico italiano Altiero Spinelli, uno dei tre autori del manifesto “Per un’Europa libera e unita”, comunemente noto come Manifesto di Ventotene, ed altri ancora, hanno contribuito molto alla costituzione dell’allora Comunità economica europea nel 1957. Sono stati proprio la lungimiranza, la devozione, l’impegno ed il coraggio dei Padri Fondatori della nuova Europa unita che portò alla firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Con la firma di quei due Trattati si istituirono la Comunità economica europea e la Comunità europea per l’Energia atomica.

    Da allora sono passati 58 anni. Molti sviluppi sono stati evidenziati. Sono stati molti gli sviluppi che hanno portato al miglioramento della collaborazione tra i Paesi europei. Ma, purtroppo, non sono mancati neanche i conflitti armati in Europa. Come quello cominciato il 24 febbraio 2022 in Ucraina, dopo l’aggressione militare da parte delle forze armate della Russia. Ma non sono solo i conflitti armati che preoccupano. Sì, perché in alcuni dei Paesi europei sono stati restaurati ed, in seguito, consolidati dei regimi autocratici e dittatoriali.

    Tenendo presente una simile realtà, vengono naturali le seguenti domande. Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea fosse restaurata una dittatura? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea non si svolgessero elezioni libere e democratiche? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, se in quel Paese si mettesse in atto una “strategia” per costituire una “ubbidiente opposizione”, per poi far sembrare che funziona il pluripartitismo? E cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, se in quel Paese venissero però imprigionati, senza nessuna valida accusa giuridica, i veri oppositori del regime?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori, nel caso di una programmata strategia per attuare lo spopolamento di un Paese, che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, solo per ubbidire a delle occulte “strategie geopolitiche regionali”?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea il potere politico collaborasse strettamente con la criminalità organizzata? Anche per assicurare una maggioranza parlamentare e garantire le “vittorie elettorali”? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, la canabbizzazione di vaste aree del suo territorio fosse una realtà testimoniata? E cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea fosse diventato, fatti documentati alla mano, un narcostato?

    Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, il controllo del sistema della giustizia e la sua documentata ubbidienza al potere politico fosse una ben nota verità? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea, avrebbe avuto come gestore assoluto del potere un individuo il quale abusasse e sperperasse milioni del bene pubblico senza dare conto e in piena violazione della legge, mentre le istituzioni del sistema della giustizia facessero finta di non sapere niente? Cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori se, in un Paese che avesse voluto aderire all’allora Comunità economica europea la corruzione fosse ben radicata, partendo dai massimi livelli del potere politico e, invece, le istituzioni del sistema della giustizia continuassero a fare finta di non essere a conoscenza di una simile e ben diffusa realtà, pubblicamente nota? E l’elenco di simili domande è ancora lungo. Ebbene questo Paese è l’Albania che è anche un Paese candidato all’adesione all’Unione europea.

    Allora viene naturale e obbligatoria una domanda. E cioè cosa avrebbero pensato e come avrebbero reagito i Padri Fondatori del dichiarato appoggio di alcuni dei massimi dirigenti di Paesi membri dell’attuale Unione europea al primo ministro albanese che, da innumerevoli fatti documentati, denunciati e pubblicamente noti alla mano, anche all’estero, risulta inconfutabilmente essere un autocrate irresponsabile, ingannatore, corrotto, che abusa continuamente del potere usurpato e del bene pubblico? Di certo non avrebbero mai condiviso un simile atteggiamento.

    Chi scrive queste righe da anni ha informato il nostro lettore di una simile, preoccupante e molto pericolosa realtà albanese. Egli trova sempre attuale l’affermazione di Karl Popper e cioè che la democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. Ma non un potere che gioisce e trae benefici però da certe alleanze di interesse e di convenienza con alcuni “grandi dell’Europa”. Come quello del primo ministro albanese, che non ha niente in comune con la democrazia.

  • Devono essere rapporti realistici, non ‘diplomaticamente corretti’

    Nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri:

    lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancor più realistici.

    Elias Canetti; da “La provincia dell’uomo”, 1973

    La scorsa settimana si è riunita la commissione Affari Esteri del Parlamento europeo nota come AFET (abbreviazione del francese affaires étrangères; n.d.a.). Durante la riunione del 4 giugno scorso della commissione si è discusso anche della situazione in Albania. In seguito è stato votato un apposito rapporto, approvato con 57 voti favorevoli, 11 voti contrari e 6 astensioni. Parte integrante delle discussioni sono state anche le “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, durante queste ultime settimane, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, di queste “elezioni”, ma che in realtà non si è trattato di elezioni, bensì di un processo che, fatti accaduti, documentati e denunciati ufficialmente alla mano, niente ha avuto a che fare con una gara elettorale libera, onesta e democratica. Per chi scrive queste righe si è trattato invece di un massacro elettorale (In attesa di altri abusi elettorali, 6 maggio 2025; Un autocrate che ottiene il quarto mandato con abusi elettorali, 12 maggioAppoggiano un autocrate corrotto in cambio di proficui accordi, 19 maggio 2025; Preoccupanti ed ipocriti atteggiamenti dei ‘grandi dell’Europa’, 27 maggio 2025; Una grave e pericolosa realtà che deve essere conosciuta da tutti; 2 giungo 2025).

    Il rapporto sull’Albania approvato dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo il 4 giugno scorso è stato redatto in un linguaggio “diplomaticamente corretto”. E cioè ha cercato di “accontentare” tutte le parti interessate. Il rapporto si riferisce ai “progressi dell’Albania” nel suo percorso europeo. Ma soprattutto valuta l’Albania come uno “Stato all’avanguardia nei processi dell’integrazione [europea], con l’obiettivo di aderire all’Unione europea entro il 2030” (Sic!). Le stesse cose che diceva anche il primo ministro albanese durante la campagna elettorale per le “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso. Il nostro lettore è stato ormai informato che il primo ministro, avendo fallito con tutte le sue “miracolose” promesse elettorali durante le tre precedenti campagne per le elezioni parlamentari, non poteva fare altre promesse. Perché ormai sono state esaurite tutte. Ragion per cui lui ha focalizzato tutta la sua campagna elettorale soltanto sulla promessa dell’adesione dell’Albania all’Unione europea entro il 2030. Promettendo anche “il passaporto europeo” per i cittadini albanesi. E con simili affermazioni sopracitate, ma anche altre, il rapporto della Commissione europea sull’Albania, approvato il 4 giugno scorso, ha cercato di “accontentare” la maggioranza governativa ed il primo ministro.

    Il rapporto però, essendo redatto in modo “diplomaticamente corretto”, ha evidenziato anche la preoccupazione riguardane “…l’indipendenza del sistema della giustizia, il rafforzamento della lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la difesa dei diritti fondamentali [dei cittadini]”. Il rapporto sottolineava che “…il rafforzamento del pluralismo politico e la trasparenza dei media sono fondamentali per costruire la fiducia del pubblico”. Riferendosi alle “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso, il rapporto evidenziava che “…sono state svolte in un contesto fortemente polarizzato a livello politico”. In più, tramite il sopracitato rapporto, i membri della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo esprimono la loro seria preoccupazione che si riferisce alle “dannose influenze straniere”, legate particolarmente a quelle provenienti dalla Russia. Il rapporto sottolinea la necessità per un maggiore impegno istituzionale nella lotta contro gli abusi del finanziamento politico, la manipolazione mediatica e le minacce cibernetiche.

    Durante la sopracitata riunione della commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, il 4 giungo scorso, si è svolta anche una seduta d’audizione con i membri della missione, a breve termine, degli osservatori del Parlamento europeo nelle “elezioni” parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. Il dirigente della missione ha evidenziato molti abusi elettorali e violazioni della legge prima e durante il giorno delle “elezioni”. Il dirigente della missione, riferendosi al processo elettorale concluso l’11 maggio scorso in Albania, ha dichiarato che le preoccupazioni principali, legate alla disuguaglianza della gara elettorale “…includono l’uso improprio delle risorse pubbliche, la pressione sugli elettori, soprattutto sui dipendenti pubblici, nonché l’abuso delle attività statali, come l’attività ciclistica “Giro d’Italia”, per scopi elettorali”. Bisogna ricordare che le prime tre tappe del “Giro d’Italia” sono state svolte in Albania, dal 9 maggio all’11 maggio, proprio il giorno delle “elezioni” parlamentari in Albania!

    In seguito il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo ha dichiarato che “….un’influenza negativa ha avuto anche il condono delle multe, all’ultimo momento, per i cittadini; una decisione percepita come compravendita dei voti”. Si tratta, infatti, di un condono deciso dal governo durante l’ultima settimana della campagna elettorale, in piena e palese violazioni della legge elettorale! Ma in Albania il primo ministro, che controlla personalmente il sistema “riformato” della giustizia, se ne infischia altamente della legge. In più il dirigente della missione degli osservatori si è riferito anche ad una decisione governativa dell’aprile scorso, alla vigilia delle “elezioni”. Lui ha evidenziato che “in aprile è stato, altresì, donato un solo pagamento di 100 euro per [circa] 760.000 pensionati, un mese prima delle elezioni. Questo è stato considerato come un elemento influente”. Bisogna sottolineare che i pensionati in Albania rappresentano quasi la metà della popolazione residente nel Paese, dopo il massiccio esodo degli ultimi anni.

    Il dirigente della missione degli osservatori del Parlamento europeo in Albania, per le “elezioni” dell’11 maggio scorso, si è fermato anche sull’influenza della criminalità organizzata prima e durante il giorno delle “elezioni”. Lui ha dichiarato che “la criminalità organizzata, che ricicla il denaro proveniente dal traffico delle droghe, influisce durante le elezioni, per mantenere invariata la situazione [politica] e per continuare indisturbata l’attività [criminale]”. Sempre riferendosi alla collaborazione del potere politico con la criminalità organizzata, il dirigente della missione degli osservatori ha, altresì, dichiarato convinto: “…Penso che questa è una questione importante per l’Unione europea. Non possiamo permettere, quando si tratta di riciclaggio del denaro sporco, oppure di traffico delle droghe, che queste strutture continuino a funzionare indisturbate”. Una realtà questa che non è stata però evidenziata nel sopracitato rapporto della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, redatto in modo “diplomaticamente corretto”.

    Durante la riunione del 4 giungo scorso della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo è intervenuto anche il suo presidente. Egli ha suggerito l’invio di una missione di osservatori in Albania. Ha, tra l’altro, affermato: “…Penso che è stato buono inserire l’Albania in agenda, dopo l’osservazione delle elezioni, a causa delle sensibilità politica. […] Suggerisco durante la prima parte dell’anno [2026] di andare nei Paesi candidati [all’adesione nell’Unione] e l’Albania bisogna che sia inclusa senz’altro”.

    Chi scrive queste righe pensa che i rapporti delle istituzioni internazionali devono essere rapporti realistici, non “diplomaticamente corretti’. Perché solo così contribuiscono veramente al processo d’allargamento dell’Unione europea solo con i Paesi che meritano l’adesione. Il premio Nobel del 1981 per la letteratura, Elias Canetti, ci insegna che nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri: lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancor più realistici.

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