Agricoltura

  • La Commissione lancia una piattaforma per rafforzare il ruolo delle donne in agricoltura

    La Commissione europea ha lanciato la piattaforma per le donne in agricoltura, una nuova iniziativa pensata per rafforzare il ruolo delle donne nel settore agricolo e promuovere pari opportunità nelle comunità rurali. Annunciata nella “Visione per l’agricoltura e l’alimentazione” della Commissione, la piattaforma mira ad aumentare la partecipazione femminile all’agricoltura, incoraggiare il tutoraggio e favorire lo scambio di buone pratiche. Il lancio coincide inoltre con la proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 2026 come Anno internazionale delle agricoltrici.

    Nonostante il loro contributo fondamentale, le donne restano sottorappresentate nell’agricoltura dell’UE: gestiscono infatti solo il 32% delle aziende agricole. Persistono ancora diversi ostacoli, tra cui un accesso diseguale alla terra, ai finanziamenti e alla formazione, che continuano a limitarne il pieno potenziale.

    Il cuore della nuova piattaforma sarà il tutoraggio. I tutor condivideranno conoscenze pratiche e contribuiranno a creare una rete di supporto volta a contrastare gli stereotipi, ispirare le giovani donne e promuovere una presenza femminile sempre più riconosciuta nei ruoli di leadership del settore agricolo. Attraverso la valorizzazione di modelli di riferimento e il rafforzamento delle reti di mentoring, l’iniziativa punta ad accrescere la fiducia, migliorare l’accesso alle opportunità e garantire che il contributo delle donne sia pienamente riconosciuto.

    Nell’ambito della politica agricola dell’UE, gli Stati membri possono ora introdurre misure mirate, tra cui incentivi finanziari, per sostenere le agricoltrici. La Commissione sta inoltre migliorando la raccolta dei dati per integrare pienamente la dimensione di genere nell’elaborazione delle politiche. Solo nel 2024, 55 300 giovani donne hanno ricevuto sostegno per avviare un’attività agricola e beneficiare di un sostegno supplementare al reddito. Un settore agricolo più equo e inclusivo è essenziale per il futuro dell’Europa.

  • La Corte dei conti della Ue sollecita innovazione nell’agricoltura europea

    Secondo una relazione speciale pubblicata oggi dalla Corte dei conti europea, lo strumento dell’UE per potenziare la produttività e la sostenibilità agricole attraverso l’innovazione (PEI-AGRI) non ha sfruttato appieno il proprio potenziale. Nonostante tra il 2014 e il 2022 siano stati devoluti finanziamenti nazionali e dell’UE per quasi 1 miliardo di euro per incentivare pratiche innovative nell’agricoltura, il PEI-AGRI è raramente riuscito a produrre innovazioni utili, pratiche o adottate su larga scala.

    La Corte raccomanda di prestare maggiore attenzione alle esigenze concrete degli agricoltori, di migliorare le procedure di selezione dei progetti e di divulgarne i risultati in maniera più efficace, in modo tale che l’intero settore possa trarre beneficio dalle innovazioni. Il partenariato europeo per l’innovazione in materia di produttività e sostenibilità dell’agricoltura (PEI-AGRI), introdotto nel 2012, è finanziato dalla politica agricola comune (PAC), nonché dalla politica dell’UE in materia di ricerca e innovazione (programma Orizzonte).

    Nell’ambito della PAC 2014-2022, lo strumento ha sostenuto oltre 4 000 progetti innovativi intesi a migliorare la produttività e la sostenibilità attraverso la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese del settore agroalimentare.

    “L’innovazione è essenziale se il settore agricolo vuole migliorare la propria sostenibilità economica, ambientale e sociale – ha dichiarato Joao Leao, membro della Corte responsabile dell’audit -. Lo strumento dell’UE per potenziare l’innovazione a livello delle aziende agricole avrebbe potuto assicurare un impiego più proficuo delle risorse. Inoltre, alcune opportunità non sono state colte: ad esempio, non è stato tenuto conto delle esigenze concrete degli agricoltori, nonostante il coinvolgimento diretto degli stessi aumenti le probabilità di successo”.

    Gli auditor della Corte hanno condotto un’analisi basata sui dati ed esaminato un esteso campione di 70 progetti in Spagna, Francia, Paesi Bassi e Polonia. La Corte ha constatato che il potenziale innovativo ha costituito raramente un criterio decisivo nella selezione dei progetti e che vi è stato generalmente uno scarso coinvolgimento degli agricoltori, oltre che un’attenzione insufficiente alle loro esigenze in termini di innovazione.

    Tuttavia, coinvolgere attivamente gli agricoltori nei progetti ha contribuito ad aumentare non soltanto le probabilità di successo, ma anche la qualità dell’innovazione prodotta. Ad esempio, dopo che nell’ambito di un progetto erano state testate tecniche di semina a secco del riso, in Spagna questo metodo di coltivazione è stato adottato in un’intera area agricola.

    La Corte ha inoltre osservato che quasi un terzo dei progetti esaminati presentava un legame debole, se non del tutto assente, con l’agricoltura: alcuni di essi erano incentrati su settori quali la trasformazione industriale degli alimenti o lo sviluppo di strategie di marchio. In Polonia, un progetto relativo alla produzione industriale di burro ha apportato solo un modesto contributo alla sostenibilità economica dei produttori di latte locali; in Spagna, un altro progetto aveva il solo obiettivo di migliorare l’immagine di marchio di una catena di supermercati.

    In aggiunta, a giudizio della Corte, oltre la metà dei progetti non è riuscita a generare innovazioni di successo: molti di essi non hanno prodotto effetti concreti, hanno risposto a esigenze di nicchia o apportato benefici principalmente a singoli individui. La Corte ha inoltre rilevato alcuni casi in cui i fondi sono stati utilizzati per sostenere investimenti che, oltre a non aver prodotto chiari vantaggi per il settore più in generale, sarebbero stati probabilmente intrapresi anche in assenza del finanziamento dell’UE.

    Un altro punto debole è stata la divulgazione dei risultati, considerata dalla Corte come un’occasione persa. Solo per circa la metà dei progetti, infatti, le conoscenze prodotte sono state condivise e solo sei dei 18 progetti che hanno ottenuto risultati utili hanno generato innovazioni che sono poi state adottate su larga scala. Gli Stati membri hanno raramente promosso le innovazioni più promettenti a livello locale e delle aziende agricole, nonostante la PAC consenta l’utilizzo dei fondi con finalità di formazione, ad uso didattico oppure per servizi di consulenza.

    La Corte ha anche constatato un’assenza di sinergie con altri finanziamenti dell’UE in materia di ricerca e innovazione (Orizzonte 2020): nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse provenienti da Orizzonte 2020, nonostante per il periodo 2014-2020 fossero stati assegnati più di 1,5 miliardi di euro per la ricerca in ambito agricolo e forestale.

    Il PEI-AGRI è uno strumento dell’UE fondamentale per promuovere l’innovazione tecnologica e i servizi per le comunità rurali, migliorare le pratiche agricole e sviluppare prodotti; è fondato sulla collaborazione tra agricoltori, ricercatori, imprese del settore agroalimentare e altri portatori di interessi. Nella PAC 2023-2027 l’innovazione ricopre un ruolo sempre più rilevante e la Commissione europea ha dichiarato il suo impegno nel continuare a sostenere il PEI-AGRI in quanto “pilastro” dei sistemi di conoscenza e innovazione degli Stati membri in campo agricolo.

  • Il governo istituisce la Commissione Unica Nazionale sul grano

    Istituita la Commissione Unica Nazionale sul grano che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha avviato nell’ambito della piattaforma di proposte condivisa con il mondo degli agricoltori per arginare il crollo dei prezzi del grano, assieme alla pubblicazione dei costi medi di produzione Ismea per Sud e Centro-Nord.

    La Cun dovrà individuare il prezzo indicativo del grano duro di produzione nazionale e le sue relative tendenze di mercato. Si tratta di uno strumento importante per combattere il fenomeno del crollo periodico delle quotazioni pagate agli agricoltori, alimentato ad arte grazie agli arrivi di prodotto dall’estero e all’azione delle borse merci. Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa in media agli agricoltori 31,8 euro al Sud e 30,3 al Centro-Nord, secondo Ismea. Numeri che evidenziano l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano, con le quotazioni pagate agli agricoltori siano calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%. In questo modo – conclude Coldiretti – i ricavi non coprono più le spese, mettendo a rischio le semina future e la tenuta economica delle aziende agricole.

    L’obiettivo è ora di rafforzare la Cun, rispetto alle possibili manovre di chi vorrebbe non farla funzionare, ma anche puntare sui contratti di filiera, lo strumento più efficace per assicurare redditività e prospettive di lungo periodo gli agricoltori, tutelandoli dalle speculazioni attraverso la garanzia di un giusto prezzo, ma anche promuovere investimenti in innovazione ambientale, tecnologica e nella gestione dei dati. Sull’onda della mobilitazione di Coldiretti il governo ha assunto l’impegno a destinare 40 milioni di euro in tale direzione.

    Il grano duro è la materia prima essenziale per la pasta, prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano e pilastro dell’export. Eppure, da anni, la filiera vive una contraddizione strutturale. L’Italia è leader mondiale nella trasformazione (molini e pastifici), ma non è autosufficiente nella produzione di grano duro e importa una quota rilevante del fabbisogno. Questa dipendenza dall’estero, combinata con la volatilità dei mercati internazionali e con pratiche di importazione spesso contestate dagli agricoltori, ha generato forti tensioni. I produttori lamentano prezzi troppo bassi e scollegati dai costi di produzione. L’industria, dal canto suo, rivendica la necessità di approvvigionarsi a condizioni competitive per restare sul mercato globale. La Cun non promette prezzi alti per decreto, ma prova a costruire un terreno comune di riferimento. Il prezzo indicativo che emergerà dalla Cun non sarà obbligatorio, ma diventerà il benchmark attorno a cui ruoteranno i contratti di filiera, gli accordi quadro e le trattative private.

    Per gli agricoltori, questo significa maggiore prevedibilità delle dinamiche di mercato, un riferimento nazionale che limita il peso di trattative locali penalizzanti, ma anche uno strumento utile per programmare le semine e valutare la redditività. Per l’industria molitoria e pastaria, invece, implica maggiore chiarezza sui trend di prezzo, una riduzione del rischio informativo e la possibilità di costruire politiche di acquisto più stabili e coerenti nel medio periodo.

  • L’Italia ottiene un aumento di 10 miliardi in più dalla Ue per i propri agricoltori

    La dotazione complessiva che la Ue ha destinato l’Italia per la Pac (politica agricola comune) per il periodo 2028-2034 è passata da 31 miliardi di euro, previsti nella proposta di luglio 2025, a 40,7 miliardi di euro, superando di circa un miliardo la cifra del settennio 2021-2027. A livello europeo, Bruxelles ha incrementato i fondi complessivi per 45,3 miliardi di euro, portando la dotazione totale della Pac per tutti i Paesi dell’Unione a 293,7 miliardi.

    L’annuncio sui 10 miliardi in più per gli agricoltori italiani sulle risorse destinate alla Pac 2028-2034, chiesti dal Governo italiano e ottenuti dal ministro Lollobrigida, risponde alle richieste avanzate da mesi dalla Coldiretti anche attraverso diverse mobilitazioni in Italia e in Europa. Si tratta di un miliardo in più in confronto alla programmazione attuale, con un netto passo indietro rispetto al tentativo di Ursula Von der Leyen di tagliare fondi agli agricoltori.

    Coldiretti sollecita ora atti legislativi europei che senza ogni dubbio e discrezionalità garantiscano che questi fondi siano destinati alla difesa del reddito degli agricoltori e sottolinea che la modifica legata alle aree rurali consentirà di utilizzare per gli agricoltori il 10% delle del Fondo unico, circa 48 miliardi (questo era uno degli elementi che Coldiretti fin dall’inizio ha portato all’attenzione del governo italiano e di cui si è fatta carico in tutti i dibattiti a livello europeo). Queste risorse potranno essere utilizzate in modo concreto per affrontare il tema delle aree interne, delle aree collinari e delle aree montane, destinandole ai contadini che vivono e lavorano stabilmente in quei territori.

    Coldiretti ribadisce che la Pac non è fatta solo di risorse, ma anche di regole. Per questo chiede che sia sventato ogni tentativo di rinazionalizzazione della Pac, come ritiene che voglia fare la presidente della Commissione di Bruxelles Von der Leyen e la sua cerchia di tecnocrati. Coldiretti annuncia anche che continuerà a presidiare affinchè non vengano posti ostacoli tecnici e burocratici al pieno utilizzo dei fondi assegnati alle imprese agricole. «Coldiretti – si legge in una sua nota – continua a non fidarsi dell’alta tecnocrazia di Bruxelles». E per questo annuncia una serie di manifestazioni a partire dal 20 gennaio e fino alla fine del mese con la partecipazione di oltre 100mila soci. Le iniziative hanno visto coinvolte Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio, poi anche in Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna.

  • La Commissione invita i ministri dell’Agricoltura a discutere del futuro del settore e della sicurezza alimentare

    Il 7 gennaio, i Commissari Christophe Hansen, Maroš Šefčovič e Olivér Várhelyi hanno accolto a Bruxelles i ministri dell’Agricoltura dell’UE per discutere del futuro dell’agricoltura e della sicurezza alimentare in Europa, delineando al contempo le principali aspettative per l’azione dell’Unione nel 2026.

    L’incontro è servito a fare il punto sulla situazione agricola e alimentare nell’UE a un anno dal lancio della visione per l’agricoltura e l’alimentazione. E’ stato inoltre l’occasione per riflettere congiuntamente sulle principali preoccupazioni recentemente espresse dagli agricoltori, avviando un dialogo sul solido quadro di bilancio concepito a sostegno degli obiettivi della PAC. Sono state evidenziate le diverse opportunità di finanziamento e le possibili sinergie a beneficio dell’agricoltura e delle aree rurali, nonché discusse le azioni già intraprese e le eventuali misure aggiuntive per rafforzare la competitività degli agricoltori europei.

    La discussione ha riguardato anche le future decisioni sul bilancio a lungo termine e sul sistema delle entrate dell’UE, con l’obiettivo di garantire che l’agricoltura rimanga un settore prioritario nelle politiche europee. I ministri hanno preso parte a importanti deliberazioni, contribuendo a definire il percorso da seguire per il settore agricolo europeo.

  • Contrordine della comunità scientifica: il Glifosato è davvero pericoloso

    La rivista scientifica internazionale Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritrattato dopo 25 anni lo studio che affermava la sicurezza dell’erbicida Glifosato, evidenziando “serie criticità etiche legate all’indipendenza degli autori e all’integrità accademica dei dati sulla cancerogenicità presentati”. L’accusa, in pratica, è che a scrivere lo studio sia stata la stessa Monsanto, avvalendosi della complicità dei tre ricercatori.

    L’articolo, dal titolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, è stato pubblicato nel 2000 a firma di tre ricercatori – Gary Williams (New York Medical College), Robert Kroes (Università di Utrecht) e Ian Munro (società di consulenza Cantox, oggi Intertek) – e si presentava come una valutazione indipendente della sicurezza del glifosate, principio attivo dell’erbicida Roundup di Monsanto, giudicato non dannoso per la salute umana. Dal 2000 ad oggi le autorità di regolamentazione di molti Paesi hanno utilizzato proprio questo studio come tassello chiave a sostegno della presunta sicurezza degli erbicidi a base di glifosate, inclusa l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa).

    La revoca (retraction) di uno studio rappresenta la sanzione più grave per un lavoro scientifico: interviene quando emergono errori sostanziali o quando si configurano veri e propri casi di frode.

    Peraltro nel corso degli anni molte sentenze hanno condannato la Monsanto (acquisita nel 2028 dalla Bayer) versare risarcimenti milionari in seguito a cause civili promosse da agricoltori e giardinieri colpiti da tumore legato all’uso del glifosato.

    E non sono mancati studi che hanno lanciato l’allarme. Diversi studi hanno rilevato residui di glifosato nel latte materno, sollevando preoccupazioni per gli effetti sulla crescita infantile, data la vulnerabilità dei neonati e il ruolo cruciale del latte come nutriente e prima difesa immunitaria. La prima analisi del 2014, commissionata da “Moms Across America” e “Sustainable Pulse”, ha trovato residui elevati in 3 su 10 campioni di latte materno di donne americane. Nel 2017, uno studio sul Journal of Agromedicine ha confermato la presenza di glifosato e paraquat nel siero materno e nel cordone ombelicale di 82 donne thailandesi in gravidanza, chiedendo maggiore regolamentazione. Anche lo studio dell’Università di Paranà sul Brazilian Journal of Medical and Biological Research, ha rilevato glifosato in tutti i 67 campioni di latte materno analizzati, oltre che in acqua potabile e di pozzo della zona, con stime significative di ingestione nei primi 6 mesi di allattamento che amplificano i rischi ambientali e per la salute neonatale.

  • La Commissione propone misure a sostegno del ricambio generazionale in agricoltura per garantire il futuro alimentare, agricolo e rurale dell’Europa

    La Commissione europea ha presentato una “strategia per il ricambio generazionale in agricoltura”, che definisce una chiara tabella di marcia per sostenere i giovani agricoltori e attirare un maggior numero di persone nel settore agricolo. La strategia mira a raddoppiare la quota di giovani agricoltori nell’UE entro il 2040: l’obiettivo è che i giovani e i nuovi agricoltori rappresentino circa il 24% degli agricoltori europei.

    A tal fine, la Commissione raccomanderà agli Stati membri, in particolare a quelli che non l’hanno ancora fatto, di investire almeno il 6% della loro spesa agricola in misure di promozione del ricambio generazionale, con la possibilità di mobilitare ulteriori risorse. La strategia comprende anche lo sviluppo di strategie nazionali per il ricambio generazionale in agricoltura entro il 2028, con cui gli Stati membri affronteranno gli ostacoli esistenti e definiranno misure di sostegno mirate, sulla base delle raccomandazioni della Commissione. Gli Stati membri dovranno presentare periodicamente relazioni sui progressi compiuti. Nel complesso, queste iniziative garantiranno la sostenibilità, la resilienza e l’attrattività del settore agricolo per il futuro.

    La strategia mira a sostenere e preparare la prossima generazione di agricoltori dell’UE individuando cinque leve d’azione principali: accesso alla terra, finanziamenti, competenze, tenore di vita equo nelle zone rurali e sostegno alla successione. Per ciascuna leva sono previste iniziative faro mirate, tra cui:

    • la proposta di un “pacchetto di avvio” obbligatorio per i giovani agricoltori nella prossima PAC per agevolare il loro ingresso e insediamento nel settore attraverso una serie completa di interventi, compresa una somma forfettaria fino a 300 000 € per l’insediamento;
    • una migliore ripartizione dei fondi a favore dei giovani agricoltori;
    • la collaborazione con la BEI per sviluppare regimi di garanzia e/o contributi in conto interessi per facilitare l’accesso ai finanziamenti;
    • l’istituzione di un Osservatorio europeo dei terreni per migliorare la trasparenza fondiaria. Questo aiuterà gli agricoltori ad accedere ai terreni disponibili, favorirà la successione nelle aziende agricole, fornirà informazioni per la definizione delle politiche e impedirà la speculazione fondiaria, facilitando l’avvio dell’attività agricola per i nuovi operatori del settore;
    • l’integrazione nel semestre europeo di aspetti inerenti al ricambio generazionale e alla successione e l’integrazione delle riforme pensionistiche, del fine rapporto e del trasferimento delle aziende agricole nei quadri strategici nazionali per facilitare una successione tempestiva e la mobilità fondiaria;
    • l’invito ai giovani agricoltori a partecipare al programma Erasmus per giovani imprenditori affinché possano imparare le buone pratiche agricole all’estero o diversificare il loro reddito imparando da altri settori;
    • la promozione di buone condizioni di vita nelle zone rurali e nel contempo il sostegno allo sviluppo locale e al coinvolgimento dei giovani e delle donne;
    • il cofinanziamento di servizi di sostituzione nelle aziende agricole in caso di malattia, ferie o prestazione di assistenza degli agricoltori per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata.

    È necessario un forte impegno a livello nazionale e regionale per superare questi ostacoli e garantire un impatto efficace.

    Il settore agricolo in Europa invecchia più rapidamente di altri settori. Attualmente l’età media di un agricoltore nell’UE è di 57 anni; solo il 12% degli agricoltori ha meno di 40 anni e rientra quindi nella categoria dei giovani agricoltori. Tale squilibrio rappresenta un rischio per la sicurezza alimentare a lungo termine, l’autonomia strategica dell’UE nella produzione alimentare e la sostenibilità del panorama agricolo europeo.

    Anche il numero di giovani che vivono nelle zone rurali si sta riducendo. Tra il 2013 e il 2019 il numero di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che vivevano nelle zone rurali dell’UE-28 è sceso da 3,6 milioni a 1,9 milioni, mentre il numero di quelli di età compresa tra i 25 e i 29 anni è diminuito da 6,9 milioni a 5,9 milioni.

    Anche se un numero elevato di agricoltori più anziani è proprietario della terra, le generazioni più giovani sono spesso costrette a ricorrere all’affitto: gestiscono infatti circa 15 milioni di ettari in affitto e sono proprietari di 10 milioni di ettari. L’accesso alla terra, il credito a prezzi accessibili e le competenze essenziali restano gli ostacoli principali per i giovani agricoltori. Nel 2022 i giovani agricoltori dell’UE-27 hanno dovuto far fronte a un deficit di finanziamento di 14,1 miliardi di €, pari al 22% del deficit complessivo del settore.

  • Coldiretti sostiene gli investimenti nella filiera del tabacco

    Rafforzare i contratti di filiera come vero presidio della sovranità produttiva nazionale è stato il focus dell’evento “Crescita sostenibile e competitività del Made in Italy: opportunità e sfide per le nostre filiere”, durante il quale è stato presentato il report del Centro Studi Divulga dedicato alla filiera tabacchicola italiana. Come già avvenuto in altri settori strategici analizzati da Coldiretti – dalle filiere cerealicole a quelle lattiero-casearie – i contratti di filiera si confermano uno strumento decisivo per assicurare stabilità ai redditi agricoli, investimenti condivisi in innovazione, garanzia di qualità e continuità occupazionale. Nel caso del tabacco italiano, secondo Coldiretti e Filiera Italia, questo modello rappresenta una delle best practice più evolute del Made in Italy, un sistema integrato che unisce agricoltori, imprese e territori attorno a criteri di sostenibilità, tracciabilità e programmazione di lungo periodo. Secondo l’indagine Divulga l’Italia si conferma primo produttore europeo, con una quota pari a un terzo del totale UE.

    Il settore è fortemente radicato in quattro regioni – Umbria, Veneto, Campania e Toscana – dove il tabacco costituisce un presidio economico e occupazionale irrinunciabile. Il report Divulga stima per il 2024 una produzione di circa 40mila tonnellate su 11mila ettari di superficie agricola utilizzata, sostenuta dal lavoro di 45mila addetti tra produzione primaria, trasformazione e indotto. Elemento chiave è l’Accordo di Filiera Coldiretti, PMI e Ont Italia, rinnovato fino al 2034, che oggi copre il 50% della produzione nazionale e sostiene la transizione digitale del comparto, promuovendo investimenti su tracciabilità, innovazione tecnologica ed efficienza energetica delle aziende agricole. L’accordo, ritenuto una best practice per il settore, permette una più efficace programmazione, investimenti nell’innovazione ecologica e digitale, formazione e ricambio generazionale. Le difficoltà arrivano però dalle proposte legislative in discussione a Bruxelles con la Direttiva Accise (TED).

    Con questa proposta l’UE intende aumentare in maniera significativa la tassazione dei prodotti innovativi italiani senza combustione, con impatti negativi su tutto il comparto agricolo e industriale nazionale, arrivando a parificarla in futuro a quella dei prodotti combusti, oltre a qualificare il tabacco greggio come bene da accisa ed imponendo nuovi oneri amministrativi e di controllo per le imprese agricole della filiera. Questa direzione sembra confermata anche dall’ultima proposta della Presidenza danese di questi giorni. Tali misure possono favorire indirettamente le importazioni da Paesi terzi, dove non valgono gli standard sociali e ambientali richiesti ai produttori italiani. Il report Divulga, infatti, evidenzia un paradosso che riguarda il tema della mancata reciprocità: per ogni ettaro di tabacco perso in Italia – dove sono in vigore le norme ambientali più rigide al mondo – se ne importa uno da Paesi terzi che non garantiscono alcuna tutela su lavoro, ambiente e qualità. L’indagine evidenzia dunque come gli accordi di filiera non vadano considerati strumenti di mera pianificazione agricola ma anche e soprattutto leve strategiche in grado di rafforzare la vitalità dei territori, consolidarne la coesione sociale e tracciare nuove traiettorie di sviluppo. All’evento hanno partecipato tra gli altri Ettore Prandini e Vincenzo Gesmundo, rispettivamente presidente e segretario generale Coldiretti, il Viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il presidente della commissione industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione del Senato Luca De Carlo, il presidente del gruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli, il Segretario della Commissione Agricoltura alla Camera dei deputati,  Raffaele Nevi,  Aldo Mattia, della  Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici e Responsabile nazionale del Dipartimento agricoltura di Fratelli d’Italia. il Presidente della Filiera Tabacchicola Italiana e Direttore EU Value Chain & External Engagement, Philip Morris Italia Cesare Trippella, Luigi Vinciguerra, Gen. B. Capo del III Reparto Operazioni, Comando Generale Guardia di Finanza, Piergiorgio Marini, Senior manager value chain and illicit prevention di Philip Morris,  Carlo Ricozzi, già Generale C.A. Guardia di Finanza e Coordinatore del Tavolo M.A.C.I.S.T.E, il vice Presidente di Coldiretti e Presidente UNITAB Europa Gennarino Masiello, l’amministratore delegato di Filiera Italia Luigi Scordamaglia, il Presidente Comitato scientifico Centro Studi Divulga prof. Piermichele La Sala, il Capo Dipartimento della sovranità alimentare e dell’ippica del MASAF Marco Lupo e Alberto Petrangeli, Direzione Generale per l’Europa e la politica commerciale internazionale del MAECI.

  • Aumenta la produzione di pomodori italiani, ma frenano le esportazioni

    La campagna di trasformazione del pomodoro 2025 in Italia si è chiusa con una produzione di circa 5,8 milioni di tonnellate, in leggero aumento rispetto al 2024, ma comunque inferiore (-10% circa) al programmato. l’Italia ritorna ad essere il secondo Paese trasformatore di pomodoro a livello mondiale dopo gli Stati Uniti e prima della Cina che, dopo l’exploit degli scorsi anni, ha ridotto drasticamente le produzioni alla luce delle difficoltà legate principalmente al mantenimento delle quote di mercato estero. Il nostro Paese rappresenta il 14,4% della produzione mondiale e il 53,8% del trasformato europeo.

    L’Italia si conferma saldamente il primo Paese produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale. Nel 2024 i mercati esteri hanno fatto registrare segnali positivi sia in volume (+ 6,5%) che in valore (+3,8%). Nel primo semestre del 2025, di contro, si rileva, rispetto al primo semestre 2024, una riduzione dell’export in volume (-3,6%) e in valore (-10,7%), legata quasi certamente all’incertezza causata dalla vicenda dazi Usa (fino al 2024 il comparto subiva una tassazione per l’esportazione in USA tra il 6 e il 12% a seconda dei formati e delle referenze, ora si è passati al 15% per tutti i prodotti). L’Europa, con la Germania in testa, si conferma, ancora una volta, il principale mercato di sbocco dei nostri derivati. Quote significative sono rappresentate dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia.

    Analizzando i dati di consumo interni, nel canale retail, nel primo semestre 2025 si registra una sostanziale stagnazione dei consumi rispetto allo scorso anno, con una lieve contrazione delle quote di mercato sia in termini di volume (-0,4%) che di valore (-0,5%). La flessione maggiore ha riguardato la polpa e il pelato intero. La passata continua ad essere il prodotto più venduto, rappresentando il 63,4% del mercato dei derivati. A seguire troviamo la polpa (20,4%), i pomodori pelati (10,9%), i pomodorini (3,8%) e il concentrato (1,7%). Stabile il canale del “Fuori casa” che rappresenta la maggior parte (il 67%) del volume totale di derivati del pomodoro consumati in Italia (circa 2,1 milioni di tonnellate).

    «La nostra annuale assemblea pubblica è l’occasione ideale per riflettere, insieme alle Istituzioni e a tutti gli attori coinvolti nella filiera del pomodoro da industria, sugli scenari attuali, sulle criticità a cui dobbiamo far fronte e sulle strategie da mettere in atto per guardare al futuro con fiducia. – dichiara il presidente dell’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (Anicav) Marco Serafini – Il primato di assoluta qualità che i nostri prodotti “Made in Italy” hanno conquistato nel corso dei decenni resta saldo; tuttavia, è necessario soffermarsi con attenzione sui cambiamenti in corso, in particolare sull’ingresso di nuovi paesi produttori che, pur non potendo garantire lo stesso livello qualitativo, puntano sulla leva del prezzo e rischiano di sottrarci quote di mercato importanti. Nel lungo periodo questa situazione potrebbe creare difficoltà, anche considerando che il nostro comparto è da sempre fortemente orientato all’export. Per prevenire questi rischi sarà quindi indispensabile rendere più efficiente l’intera filiera, così da ridurre i costi senza intaccare la qualità, intervenendo su alcuni temi specifici. Penso, ad esempio, alla corretta gestione delle risorse idriche, ambito sul quale il Masaf ha annunciato proprio in questi giorni importanti interventi, dando ascolto alle nostre richieste; al divieto da parte dell’UE di utilizzare alcuni agrofarmaci e fertilizzanti, che incide negativamente sulle rese agricole e ci pone in una posizione di svantaggio rispetto a paesi che non sono soggetti alle stesse limitazioni; e, ancora, al forte impatto del sistema ETS, che impone standard su emissioni e consumi senza eguali nel mondo, senza tenere adeguatamente conto della stagionalità del nostro lavoro. Sono questioni complesse, sulle quali dobbiamo confrontarci insieme per individuare soluzioni concrete».

    «Uno dei temi centrali del dibattito è sicuramente quello della governance della filiera e della necessità di migliorare la relazione tra parte agricola e parte industriale. – dichiara il direttore generale di Anicav Giovanni De Angelis – Serve quindi un dialogo più costruttivo, mettendo al centro del processo di rinnovamento l’interprofessione, che va però ripensata nel suo perimetro di competenze e nel modello operativo, in particolare nel bacino Centro Sud. In questo scenario complesso, gli accordi quadro restano lo strumento imprescindibile e centrale per una corretta programmazione. Solo così possiamo pensare di contrastare l’evidente calo delle rese agricole e l’aumento dei costi di produzione, per poi puntare a distribuire in maniera più equilibrata il valore lungo tutta la filiera, garantendone la competitività. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, soprattutto se consideriamo che il prezzo pagato in Italia dall’industria di trasformazione agli agricoltori per la materia prima è da sempre il più alto al mondo».

  • Coldiretti: non ci sono controlli sul 97% dei prodotti extra Ue

    Si dice spesso ‘aiutarli a casa loro’ con riferimento agli immigrati, poi per ci si dimentica che aiutarli a casa loro significa accettare quello che producono e vendono alle latitudini natie. Coldiretti lamenta che 97 prodotti alimentari stranieri su 100 che entrano nell’Ue senza alcun controllo, approfittando di porti come Rotterdam, e invoca un sistema realmente efficace di controlli alle frontiere per tutelare la salute dei cittadini e difendere le imprese agroalimentari dalla concorrenza sleale che mette a rischio i record dell’agroalimentare nazionale.

    L’appello è stato lanciato nel corso dell’evento al Villaggio contadino di Bologna con la partecipazione, tra gli altri, del presidente Coldiretti Ettore Prandini e del segretario generale Vincenzo Gesmundo, di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Romano Prodi, presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, Fabrizio Curcio, commissario straordinario di governo alla ricostruzione, e Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna.

    Oggi in Europa – ricorda Coldiretti – si stima che appena il 3% dei prodotti che arrivano dall’estero sia sottoposto a verifiche fisiche, cioè test sulla salubrità, e non solo alla verifica documentale. Il sistema lascia ai singoli Stati membri la facoltà di decidere i controlli, creando dinamiche al ribasso e assenza del principio di reciprocità.

    Un caso emblematico è quello dell’accordo con il Mercosur. Nei primi otto mesi del 2025 le importazioni in Italia dai Paesi sudamericani sono cresciute del 18%, per un valore di 2,3 miliardi di euro, a fronte di esportazioni Made in Italy ferme a 284 milioni (-8%), secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. L’accordo rischia di peggiorare il saldo commerciale, favorendo l’arrivo di carne bovina e avicola, miele e riso prodotti con standard ambientali e sanitari inferiori.

    Nei Paesi del Mercosur, spiega Coldiretti, si utilizzano ancora antibiotici e sostanze vietate in Europa, così come pesticidi ormai fuori legge nell’Ue o presenti in quantità superiori ai limiti massimi consentiti. A ciò si aggiunge la prospettiva del dazio zero per centinaia di milioni di chili di carne, riso, miele e zucchero destinati al mercato europeo, fino a coprire il 10% del consumo europeo di carne di pollo.

    Il 90% di queste merci passa per il porto di Rotterdam, considerato da Coldiretti un punto debole dei controlli europei. “Non siamo contrari agli accordi di libero scambio – ha spiegato Prandini – ma non possiamo difendere l’agricoltura se non imponiamo il principio di reciprocità. L’intesa col Mercosur è obsoleta: l’agricoltura oggi è strategica e non può essere sacrificata”.

    Gesmundo ha aggiunto: “Se l’accordo non verrà corretto, sarà devastante. Esporteremo inquinamento e importeremo prodotti non conformi, rinunciando ai servizi ambientali e sociali garantiti ogni giorno dagli agricoltori europei. Derubricare l’eccezionalismo agricolo a merce di scambio è un errore gravissimo”.

    Oltre al rischio legato agli accordi internazionali, Coldiretti segnala anche le conseguenze delle guerre commerciali, in particolare con gli Stati Uniti. I dazi aggiuntivi imposti da Washington hanno già inciso pesantemente sulle vendite di prodotti italiani come olio d’oliva (-62%), derivati del pomodoro (-36%), pasta (-21%) e vini (-18%).

    La situazione, evidenziano i dati Eurostat analizzati da Coldiretti, rischia di favorire il mercato dei falsi Made in Italy, già fiorente negli Usa. La produzione di Italian sounding ha raggiunto i 40 miliardi di euro, dominata dal settore dei formaggi, con 2,7 miliardi di chili di “italian cheese” prodotti ogni anno.

    Tra questi spiccano 222 milioni di chili di “Parmesan”, 170 milioni di “provolone”, 23 milioni di “pecorino romano” e oltre 2 miliardi di chili di mozzarella. Per Coldiretti, un’ulteriore impennata dei dazi porterebbe i consumatori americani a scegliere imitazioni più economiche, amplificando un fenomeno che già sottrae all’Italia miliardi di euro e identità produttiva.

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