Agricoltura

  • La Commissione invita i ministri dell’Agricoltura a discutere del futuro del settore e della sicurezza alimentare

    Il 7 gennaio, i Commissari Christophe Hansen, Maroš Šefčovič e Olivér Várhelyi hanno accolto a Bruxelles i ministri dell’Agricoltura dell’UE per discutere del futuro dell’agricoltura e della sicurezza alimentare in Europa, delineando al contempo le principali aspettative per l’azione dell’Unione nel 2026.

    L’incontro è servito a fare il punto sulla situazione agricola e alimentare nell’UE a un anno dal lancio della visione per l’agricoltura e l’alimentazione. E’ stato inoltre l’occasione per riflettere congiuntamente sulle principali preoccupazioni recentemente espresse dagli agricoltori, avviando un dialogo sul solido quadro di bilancio concepito a sostegno degli obiettivi della PAC. Sono state evidenziate le diverse opportunità di finanziamento e le possibili sinergie a beneficio dell’agricoltura e delle aree rurali, nonché discusse le azioni già intraprese e le eventuali misure aggiuntive per rafforzare la competitività degli agricoltori europei.

    La discussione ha riguardato anche le future decisioni sul bilancio a lungo termine e sul sistema delle entrate dell’UE, con l’obiettivo di garantire che l’agricoltura rimanga un settore prioritario nelle politiche europee. I ministri hanno preso parte a importanti deliberazioni, contribuendo a definire il percorso da seguire per il settore agricolo europeo.

  • Contrordine della comunità scientifica: il Glifosato è davvero pericoloso

    La rivista scientifica internazionale Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritrattato dopo 25 anni lo studio che affermava la sicurezza dell’erbicida Glifosato, evidenziando “serie criticità etiche legate all’indipendenza degli autori e all’integrità accademica dei dati sulla cancerogenicità presentati”. L’accusa, in pratica, è che a scrivere lo studio sia stata la stessa Monsanto, avvalendosi della complicità dei tre ricercatori.

    L’articolo, dal titolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, è stato pubblicato nel 2000 a firma di tre ricercatori – Gary Williams (New York Medical College), Robert Kroes (Università di Utrecht) e Ian Munro (società di consulenza Cantox, oggi Intertek) – e si presentava come una valutazione indipendente della sicurezza del glifosate, principio attivo dell’erbicida Roundup di Monsanto, giudicato non dannoso per la salute umana. Dal 2000 ad oggi le autorità di regolamentazione di molti Paesi hanno utilizzato proprio questo studio come tassello chiave a sostegno della presunta sicurezza degli erbicidi a base di glifosate, inclusa l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa).

    La revoca (retraction) di uno studio rappresenta la sanzione più grave per un lavoro scientifico: interviene quando emergono errori sostanziali o quando si configurano veri e propri casi di frode.

    Peraltro nel corso degli anni molte sentenze hanno condannato la Monsanto (acquisita nel 2028 dalla Bayer) versare risarcimenti milionari in seguito a cause civili promosse da agricoltori e giardinieri colpiti da tumore legato all’uso del glifosato.

    E non sono mancati studi che hanno lanciato l’allarme. Diversi studi hanno rilevato residui di glifosato nel latte materno, sollevando preoccupazioni per gli effetti sulla crescita infantile, data la vulnerabilità dei neonati e il ruolo cruciale del latte come nutriente e prima difesa immunitaria. La prima analisi del 2014, commissionata da “Moms Across America” e “Sustainable Pulse”, ha trovato residui elevati in 3 su 10 campioni di latte materno di donne americane. Nel 2017, uno studio sul Journal of Agromedicine ha confermato la presenza di glifosato e paraquat nel siero materno e nel cordone ombelicale di 82 donne thailandesi in gravidanza, chiedendo maggiore regolamentazione. Anche lo studio dell’Università di Paranà sul Brazilian Journal of Medical and Biological Research, ha rilevato glifosato in tutti i 67 campioni di latte materno analizzati, oltre che in acqua potabile e di pozzo della zona, con stime significative di ingestione nei primi 6 mesi di allattamento che amplificano i rischi ambientali e per la salute neonatale.

  • La Commissione propone misure a sostegno del ricambio generazionale in agricoltura per garantire il futuro alimentare, agricolo e rurale dell’Europa

    La Commissione europea ha presentato una “strategia per il ricambio generazionale in agricoltura”, che definisce una chiara tabella di marcia per sostenere i giovani agricoltori e attirare un maggior numero di persone nel settore agricolo. La strategia mira a raddoppiare la quota di giovani agricoltori nell’UE entro il 2040: l’obiettivo è che i giovani e i nuovi agricoltori rappresentino circa il 24% degli agricoltori europei.

    A tal fine, la Commissione raccomanderà agli Stati membri, in particolare a quelli che non l’hanno ancora fatto, di investire almeno il 6% della loro spesa agricola in misure di promozione del ricambio generazionale, con la possibilità di mobilitare ulteriori risorse. La strategia comprende anche lo sviluppo di strategie nazionali per il ricambio generazionale in agricoltura entro il 2028, con cui gli Stati membri affronteranno gli ostacoli esistenti e definiranno misure di sostegno mirate, sulla base delle raccomandazioni della Commissione. Gli Stati membri dovranno presentare periodicamente relazioni sui progressi compiuti. Nel complesso, queste iniziative garantiranno la sostenibilità, la resilienza e l’attrattività del settore agricolo per il futuro.

    La strategia mira a sostenere e preparare la prossima generazione di agricoltori dell’UE individuando cinque leve d’azione principali: accesso alla terra, finanziamenti, competenze, tenore di vita equo nelle zone rurali e sostegno alla successione. Per ciascuna leva sono previste iniziative faro mirate, tra cui:

    • la proposta di un “pacchetto di avvio” obbligatorio per i giovani agricoltori nella prossima PAC per agevolare il loro ingresso e insediamento nel settore attraverso una serie completa di interventi, compresa una somma forfettaria fino a 300 000 € per l’insediamento;
    • una migliore ripartizione dei fondi a favore dei giovani agricoltori;
    • la collaborazione con la BEI per sviluppare regimi di garanzia e/o contributi in conto interessi per facilitare l’accesso ai finanziamenti;
    • l’istituzione di un Osservatorio europeo dei terreni per migliorare la trasparenza fondiaria. Questo aiuterà gli agricoltori ad accedere ai terreni disponibili, favorirà la successione nelle aziende agricole, fornirà informazioni per la definizione delle politiche e impedirà la speculazione fondiaria, facilitando l’avvio dell’attività agricola per i nuovi operatori del settore;
    • l’integrazione nel semestre europeo di aspetti inerenti al ricambio generazionale e alla successione e l’integrazione delle riforme pensionistiche, del fine rapporto e del trasferimento delle aziende agricole nei quadri strategici nazionali per facilitare una successione tempestiva e la mobilità fondiaria;
    • l’invito ai giovani agricoltori a partecipare al programma Erasmus per giovani imprenditori affinché possano imparare le buone pratiche agricole all’estero o diversificare il loro reddito imparando da altri settori;
    • la promozione di buone condizioni di vita nelle zone rurali e nel contempo il sostegno allo sviluppo locale e al coinvolgimento dei giovani e delle donne;
    • il cofinanziamento di servizi di sostituzione nelle aziende agricole in caso di malattia, ferie o prestazione di assistenza degli agricoltori per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata.

    È necessario un forte impegno a livello nazionale e regionale per superare questi ostacoli e garantire un impatto efficace.

    Il settore agricolo in Europa invecchia più rapidamente di altri settori. Attualmente l’età media di un agricoltore nell’UE è di 57 anni; solo il 12% degli agricoltori ha meno di 40 anni e rientra quindi nella categoria dei giovani agricoltori. Tale squilibrio rappresenta un rischio per la sicurezza alimentare a lungo termine, l’autonomia strategica dell’UE nella produzione alimentare e la sostenibilità del panorama agricolo europeo.

    Anche il numero di giovani che vivono nelle zone rurali si sta riducendo. Tra il 2013 e il 2019 il numero di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che vivevano nelle zone rurali dell’UE-28 è sceso da 3,6 milioni a 1,9 milioni, mentre il numero di quelli di età compresa tra i 25 e i 29 anni è diminuito da 6,9 milioni a 5,9 milioni.

    Anche se un numero elevato di agricoltori più anziani è proprietario della terra, le generazioni più giovani sono spesso costrette a ricorrere all’affitto: gestiscono infatti circa 15 milioni di ettari in affitto e sono proprietari di 10 milioni di ettari. L’accesso alla terra, il credito a prezzi accessibili e le competenze essenziali restano gli ostacoli principali per i giovani agricoltori. Nel 2022 i giovani agricoltori dell’UE-27 hanno dovuto far fronte a un deficit di finanziamento di 14,1 miliardi di €, pari al 22% del deficit complessivo del settore.

  • Coldiretti sostiene gli investimenti nella filiera del tabacco

    Rafforzare i contratti di filiera come vero presidio della sovranità produttiva nazionale è stato il focus dell’evento “Crescita sostenibile e competitività del Made in Italy: opportunità e sfide per le nostre filiere”, durante il quale è stato presentato il report del Centro Studi Divulga dedicato alla filiera tabacchicola italiana. Come già avvenuto in altri settori strategici analizzati da Coldiretti – dalle filiere cerealicole a quelle lattiero-casearie – i contratti di filiera si confermano uno strumento decisivo per assicurare stabilità ai redditi agricoli, investimenti condivisi in innovazione, garanzia di qualità e continuità occupazionale. Nel caso del tabacco italiano, secondo Coldiretti e Filiera Italia, questo modello rappresenta una delle best practice più evolute del Made in Italy, un sistema integrato che unisce agricoltori, imprese e territori attorno a criteri di sostenibilità, tracciabilità e programmazione di lungo periodo. Secondo l’indagine Divulga l’Italia si conferma primo produttore europeo, con una quota pari a un terzo del totale UE.

    Il settore è fortemente radicato in quattro regioni – Umbria, Veneto, Campania e Toscana – dove il tabacco costituisce un presidio economico e occupazionale irrinunciabile. Il report Divulga stima per il 2024 una produzione di circa 40mila tonnellate su 11mila ettari di superficie agricola utilizzata, sostenuta dal lavoro di 45mila addetti tra produzione primaria, trasformazione e indotto. Elemento chiave è l’Accordo di Filiera Coldiretti, PMI e Ont Italia, rinnovato fino al 2034, che oggi copre il 50% della produzione nazionale e sostiene la transizione digitale del comparto, promuovendo investimenti su tracciabilità, innovazione tecnologica ed efficienza energetica delle aziende agricole. L’accordo, ritenuto una best practice per il settore, permette una più efficace programmazione, investimenti nell’innovazione ecologica e digitale, formazione e ricambio generazionale. Le difficoltà arrivano però dalle proposte legislative in discussione a Bruxelles con la Direttiva Accise (TED).

    Con questa proposta l’UE intende aumentare in maniera significativa la tassazione dei prodotti innovativi italiani senza combustione, con impatti negativi su tutto il comparto agricolo e industriale nazionale, arrivando a parificarla in futuro a quella dei prodotti combusti, oltre a qualificare il tabacco greggio come bene da accisa ed imponendo nuovi oneri amministrativi e di controllo per le imprese agricole della filiera. Questa direzione sembra confermata anche dall’ultima proposta della Presidenza danese di questi giorni. Tali misure possono favorire indirettamente le importazioni da Paesi terzi, dove non valgono gli standard sociali e ambientali richiesti ai produttori italiani. Il report Divulga, infatti, evidenzia un paradosso che riguarda il tema della mancata reciprocità: per ogni ettaro di tabacco perso in Italia – dove sono in vigore le norme ambientali più rigide al mondo – se ne importa uno da Paesi terzi che non garantiscono alcuna tutela su lavoro, ambiente e qualità. L’indagine evidenzia dunque come gli accordi di filiera non vadano considerati strumenti di mera pianificazione agricola ma anche e soprattutto leve strategiche in grado di rafforzare la vitalità dei territori, consolidarne la coesione sociale e tracciare nuove traiettorie di sviluppo. All’evento hanno partecipato tra gli altri Ettore Prandini e Vincenzo Gesmundo, rispettivamente presidente e segretario generale Coldiretti, il Viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il presidente della commissione industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione del Senato Luca De Carlo, il presidente del gruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli, il Segretario della Commissione Agricoltura alla Camera dei deputati,  Raffaele Nevi,  Aldo Mattia, della  Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici e Responsabile nazionale del Dipartimento agricoltura di Fratelli d’Italia. il Presidente della Filiera Tabacchicola Italiana e Direttore EU Value Chain & External Engagement, Philip Morris Italia Cesare Trippella, Luigi Vinciguerra, Gen. B. Capo del III Reparto Operazioni, Comando Generale Guardia di Finanza, Piergiorgio Marini, Senior manager value chain and illicit prevention di Philip Morris,  Carlo Ricozzi, già Generale C.A. Guardia di Finanza e Coordinatore del Tavolo M.A.C.I.S.T.E, il vice Presidente di Coldiretti e Presidente UNITAB Europa Gennarino Masiello, l’amministratore delegato di Filiera Italia Luigi Scordamaglia, il Presidente Comitato scientifico Centro Studi Divulga prof. Piermichele La Sala, il Capo Dipartimento della sovranità alimentare e dell’ippica del MASAF Marco Lupo e Alberto Petrangeli, Direzione Generale per l’Europa e la politica commerciale internazionale del MAECI.

  • Aumenta la produzione di pomodori italiani, ma frenano le esportazioni

    La campagna di trasformazione del pomodoro 2025 in Italia si è chiusa con una produzione di circa 5,8 milioni di tonnellate, in leggero aumento rispetto al 2024, ma comunque inferiore (-10% circa) al programmato. l’Italia ritorna ad essere il secondo Paese trasformatore di pomodoro a livello mondiale dopo gli Stati Uniti e prima della Cina che, dopo l’exploit degli scorsi anni, ha ridotto drasticamente le produzioni alla luce delle difficoltà legate principalmente al mantenimento delle quote di mercato estero. Il nostro Paese rappresenta il 14,4% della produzione mondiale e il 53,8% del trasformato europeo.

    L’Italia si conferma saldamente il primo Paese produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale. Nel 2024 i mercati esteri hanno fatto registrare segnali positivi sia in volume (+ 6,5%) che in valore (+3,8%). Nel primo semestre del 2025, di contro, si rileva, rispetto al primo semestre 2024, una riduzione dell’export in volume (-3,6%) e in valore (-10,7%), legata quasi certamente all’incertezza causata dalla vicenda dazi Usa (fino al 2024 il comparto subiva una tassazione per l’esportazione in USA tra il 6 e il 12% a seconda dei formati e delle referenze, ora si è passati al 15% per tutti i prodotti). L’Europa, con la Germania in testa, si conferma, ancora una volta, il principale mercato di sbocco dei nostri derivati. Quote significative sono rappresentate dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia.

    Analizzando i dati di consumo interni, nel canale retail, nel primo semestre 2025 si registra una sostanziale stagnazione dei consumi rispetto allo scorso anno, con una lieve contrazione delle quote di mercato sia in termini di volume (-0,4%) che di valore (-0,5%). La flessione maggiore ha riguardato la polpa e il pelato intero. La passata continua ad essere il prodotto più venduto, rappresentando il 63,4% del mercato dei derivati. A seguire troviamo la polpa (20,4%), i pomodori pelati (10,9%), i pomodorini (3,8%) e il concentrato (1,7%). Stabile il canale del “Fuori casa” che rappresenta la maggior parte (il 67%) del volume totale di derivati del pomodoro consumati in Italia (circa 2,1 milioni di tonnellate).

    «La nostra annuale assemblea pubblica è l’occasione ideale per riflettere, insieme alle Istituzioni e a tutti gli attori coinvolti nella filiera del pomodoro da industria, sugli scenari attuali, sulle criticità a cui dobbiamo far fronte e sulle strategie da mettere in atto per guardare al futuro con fiducia. – dichiara il presidente dell’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (Anicav) Marco Serafini – Il primato di assoluta qualità che i nostri prodotti “Made in Italy” hanno conquistato nel corso dei decenni resta saldo; tuttavia, è necessario soffermarsi con attenzione sui cambiamenti in corso, in particolare sull’ingresso di nuovi paesi produttori che, pur non potendo garantire lo stesso livello qualitativo, puntano sulla leva del prezzo e rischiano di sottrarci quote di mercato importanti. Nel lungo periodo questa situazione potrebbe creare difficoltà, anche considerando che il nostro comparto è da sempre fortemente orientato all’export. Per prevenire questi rischi sarà quindi indispensabile rendere più efficiente l’intera filiera, così da ridurre i costi senza intaccare la qualità, intervenendo su alcuni temi specifici. Penso, ad esempio, alla corretta gestione delle risorse idriche, ambito sul quale il Masaf ha annunciato proprio in questi giorni importanti interventi, dando ascolto alle nostre richieste; al divieto da parte dell’UE di utilizzare alcuni agrofarmaci e fertilizzanti, che incide negativamente sulle rese agricole e ci pone in una posizione di svantaggio rispetto a paesi che non sono soggetti alle stesse limitazioni; e, ancora, al forte impatto del sistema ETS, che impone standard su emissioni e consumi senza eguali nel mondo, senza tenere adeguatamente conto della stagionalità del nostro lavoro. Sono questioni complesse, sulle quali dobbiamo confrontarci insieme per individuare soluzioni concrete».

    «Uno dei temi centrali del dibattito è sicuramente quello della governance della filiera e della necessità di migliorare la relazione tra parte agricola e parte industriale. – dichiara il direttore generale di Anicav Giovanni De Angelis – Serve quindi un dialogo più costruttivo, mettendo al centro del processo di rinnovamento l’interprofessione, che va però ripensata nel suo perimetro di competenze e nel modello operativo, in particolare nel bacino Centro Sud. In questo scenario complesso, gli accordi quadro restano lo strumento imprescindibile e centrale per una corretta programmazione. Solo così possiamo pensare di contrastare l’evidente calo delle rese agricole e l’aumento dei costi di produzione, per poi puntare a distribuire in maniera più equilibrata il valore lungo tutta la filiera, garantendone la competitività. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, soprattutto se consideriamo che il prezzo pagato in Italia dall’industria di trasformazione agli agricoltori per la materia prima è da sempre il più alto al mondo».

  • Coldiretti: non ci sono controlli sul 97% dei prodotti extra Ue

    Si dice spesso ‘aiutarli a casa loro’ con riferimento agli immigrati, poi per ci si dimentica che aiutarli a casa loro significa accettare quello che producono e vendono alle latitudini natie. Coldiretti lamenta che 97 prodotti alimentari stranieri su 100 che entrano nell’Ue senza alcun controllo, approfittando di porti come Rotterdam, e invoca un sistema realmente efficace di controlli alle frontiere per tutelare la salute dei cittadini e difendere le imprese agroalimentari dalla concorrenza sleale che mette a rischio i record dell’agroalimentare nazionale.

    L’appello è stato lanciato nel corso dell’evento al Villaggio contadino di Bologna con la partecipazione, tra gli altri, del presidente Coldiretti Ettore Prandini e del segretario generale Vincenzo Gesmundo, di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Romano Prodi, presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, Fabrizio Curcio, commissario straordinario di governo alla ricostruzione, e Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna.

    Oggi in Europa – ricorda Coldiretti – si stima che appena il 3% dei prodotti che arrivano dall’estero sia sottoposto a verifiche fisiche, cioè test sulla salubrità, e non solo alla verifica documentale. Il sistema lascia ai singoli Stati membri la facoltà di decidere i controlli, creando dinamiche al ribasso e assenza del principio di reciprocità.

    Un caso emblematico è quello dell’accordo con il Mercosur. Nei primi otto mesi del 2025 le importazioni in Italia dai Paesi sudamericani sono cresciute del 18%, per un valore di 2,3 miliardi di euro, a fronte di esportazioni Made in Italy ferme a 284 milioni (-8%), secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. L’accordo rischia di peggiorare il saldo commerciale, favorendo l’arrivo di carne bovina e avicola, miele e riso prodotti con standard ambientali e sanitari inferiori.

    Nei Paesi del Mercosur, spiega Coldiretti, si utilizzano ancora antibiotici e sostanze vietate in Europa, così come pesticidi ormai fuori legge nell’Ue o presenti in quantità superiori ai limiti massimi consentiti. A ciò si aggiunge la prospettiva del dazio zero per centinaia di milioni di chili di carne, riso, miele e zucchero destinati al mercato europeo, fino a coprire il 10% del consumo europeo di carne di pollo.

    Il 90% di queste merci passa per il porto di Rotterdam, considerato da Coldiretti un punto debole dei controlli europei. “Non siamo contrari agli accordi di libero scambio – ha spiegato Prandini – ma non possiamo difendere l’agricoltura se non imponiamo il principio di reciprocità. L’intesa col Mercosur è obsoleta: l’agricoltura oggi è strategica e non può essere sacrificata”.

    Gesmundo ha aggiunto: “Se l’accordo non verrà corretto, sarà devastante. Esporteremo inquinamento e importeremo prodotti non conformi, rinunciando ai servizi ambientali e sociali garantiti ogni giorno dagli agricoltori europei. Derubricare l’eccezionalismo agricolo a merce di scambio è un errore gravissimo”.

    Oltre al rischio legato agli accordi internazionali, Coldiretti segnala anche le conseguenze delle guerre commerciali, in particolare con gli Stati Uniti. I dazi aggiuntivi imposti da Washington hanno già inciso pesantemente sulle vendite di prodotti italiani come olio d’oliva (-62%), derivati del pomodoro (-36%), pasta (-21%) e vini (-18%).

    La situazione, evidenziano i dati Eurostat analizzati da Coldiretti, rischia di favorire il mercato dei falsi Made in Italy, già fiorente negli Usa. La produzione di Italian sounding ha raggiunto i 40 miliardi di euro, dominata dal settore dei formaggi, con 2,7 miliardi di chili di “italian cheese” prodotti ogni anno.

    Tra questi spiccano 222 milioni di chili di “Parmesan”, 170 milioni di “provolone”, 23 milioni di “pecorino romano” e oltre 2 miliardi di chili di mozzarella. Per Coldiretti, un’ulteriore impennata dei dazi porterebbe i consumatori americani a scegliere imitazioni più economiche, amplificando un fenomeno che già sottrae all’Italia miliardi di euro e identità produttiva.

  • Le scelte sulla politica agricola comune europea preoccupano la filiera del tabacco italiana

    Taglio degli aiuti Pac, proposta di includere il tabacco greggio nel perimetro della Direttiva sulle accise, mancato riconoscimento del processo di innovazione che ha portato ai prodotti di nuova generazione e accise in rialzo, questi gli elementi che stanno creando un clima di forte preoccupazione per la filiera tabacchicola europea e italiana. Si tratta di un settore caratterizzato da un elevato profilo di sostenibilità economica e ambientale, che coinvolge undici paesi europei per una produzione che nel 2024 ha raggiunto 105mila tonnellate con circa 2 milioni di occupati. L’Italia, secondo quanto rileva un’analisi del Centro Studi Divulga, è il primo produttore europeo di tabacco greggio con un terzo del volume totale prodotto in Europa, conta 45mila posti di lavoro lungo la filiera e 200 milioni di valore del solo prodotto agricolo. In questo scenario settoriale, spicca il ruolo dell’accordo di filiera tra Coldiretti e Philip Morris, che coinvolge circa il 50% del tabacco greggio italiano e ha consentito di attivare ingenti investimenti e dato una spinta rilevante a produzioni innovative e sostenibili. L’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris nasce nel 2011 ed è stato recentemente rinnovato fino al 2034, con l’estensione di tutte le garanzie sugli impegni di acquisto. Unico accordo con queste caratteristiche nel panorama italiano ed europeo.

    Per quanto riguarda la politica agricola europea, il tabacco riceve aiuti nell’ambito del I pilastro della Pac relativamente al sostegno di base al reddito per la sostenibilità, nell’ecoschema 4, nel caso del sostegno ridistributivo complementare al reddito per la sostenibilità e per il sostegno complementare al reddito per i giovani agricoltori.

    Per le azioni del Piano di sviluppo rurale la scelta italiana è stata quella di declinarle secondo le diverse esigenze dei territori di produzione. Sei regioni, Veneto, Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo e Campania hanno ammesso il tabacco alle aree di intervento previste (impegni in materia di ambiente e clima e in materia di gestione, vincoli naturali o altri vincoli territoriali specifici, svantaggi territoriali specifici derivanti da determinati requisiti obbligatori, investimenti compresi quelli per l’irrigazione, insediamento dei giovani agricoltori e avvio di imprese rurali, strumenti per la gestione del rischio, cooperazione, scambio di conoscenze e diffusione dell’informazione).

    La Pac è dunque rilevante per il futuro della filiera tabacchicola e, il taglio di risorse finanziarie indicato dalla Commissione con la creazione di un fondo unico, andrebbe sicuramente a penalizzare il settore bloccandone lo sviluppo con conseguenze pesanti in molte aree rurali rivitalizzate proprio grazie alla produzione di tabacco greggio. L’Unione europea negli ultimi anni ha dimostrato di non avere a cuore le imprese agricole e di produzione del tabacco, proponendo approcci penalizzanti che non tengono conto dei possibili impatti a livello locale. Le Direttive già messe in campo da Bruxelles, come la proposta di Direttiva del Consiglio relativa alla struttura e alle aliquote dell’accisa applicata al tabacco e ai prodotti correlati, o che saranno riviste nei prossimi mesi, come la Direttiva sui prodotti del tabacco, nonché la partecipazione alla prossima COP 11 nell’ambito della convenzione quadro dell’Oms (Framework Convention on Tobacco Control), rappresentano una sfida per tutta la filiera nazionale ed europea.

    La proposta della Commissione Ue presentata lo scorso luglio sulla Direttiva accise tabacchi prevede aumenti della tassazione su tutti i prodotti, compresi quelli innovativi italiani e ulteriori misure di diretto interesse per la filiera tabacchicola. L’aumento non equilibrato della tassazione dei prodotti finiti e le ulteriori misure di controllo in materia di tabacco greggio potrebbero tradursi in un aumento di costi e prezzi per i coltivatori italiani ed europei. Andando a colpire anche i prodotti di nuova generazione Made in Italy, la proposta di revisione normativa potrebbe impattare negativamente sulla richiesta di tabacco greggio italiano, con un impatto diretto sull’intera filiera, dalla produzione agricola alla trasformazione e commercializzazione.

    I prodotti del tabacco riscaldato realizzati in Italia sono infatti uno sbocco fondamentale per la produzione agricola italiana e, secondo le stime della stessa Commissione, con gli aumenti di tassazione previsti, subirebbero una contrazione del 30% dei volumi di vendita. In questo modo si scoraggerebbero gli investimenti sia delle aziende agricole che di quelle industriali indebolendo una filiera che in questi anni ha creato valore aggiunto, lavoro e sostenuto lo slancio imprenditoriale e di investimento di molte imprese agricole con effetti positivi nelle aree rurali interessate nel nostro Paese. Un’altra criticità indicata dal report di Divulga è l’introduzione di nuovi obblighi sulla tracciabilità del tabacco greggio, comunicazione e movimentazione che renderebbero ancora più difficile la vita degli agricoltori.

    Un ultimo aspetto, di fondamentale importanza, riguarda la possibile equiparazione dei nuovi prodotti del tabacco italiani a quelli tradizionali, un aspetto che non tiene in considerazione le caratteristiche di questi prodotti (per esempio l’assenza di combustione) e le differenti modalità di utilizzo. Un approccio che di fatto non tiene conto delle innovazioni del settore e viene proposto senza nessuna valutazione di impatto sulle filiere produttive. Una chiusura che potrebbe colpire soprattutto la filiera italiana, la cui produzione di tabacco greggio è collegata a prodotti innovativi senza combustione. Insomma, occorrerebbero analisi e valutazioni di impatto accurate che possano tenere in debita considerazione gli effetti sulla salute ma anche gli impatti economici, sociali e occupazionali nei paesi europei, sia nel breve che nel medio-lungo periodo.

  • Acque reflue utilizzabili per l’agricoltura. Coldiretti soddisfatta del decreto del governo

    Gli agricoltori potranno utilizzare le acque reflue trattate per l’irrigazione dei campi, senza costi aggiuntivi. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti approvato in esame preliminare il regolamento sul riutilizzo delle acque reflue affinate. Il provvedimento disciplina i criteri, le modalità e le condizioni per l’uso sicuro di tali acque, fornendo un quadro normativo essenziale per far fronte alla crisi idrica e per supportare l’irrigazione in agricoltura. Le nuove norme stabiliscono in particolare l’obbligo di redigere un Piano di gestione dei rischi, individuando ruoli e responsabilità dei gestori e degli utilizzatori finali, con l’obiettivo di proteggere la salute umana, animale e l’ambiente.

    Per il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si tratta di «un grande passo in avanti per rendere il settore agricolo più resiliente al fenomeno del cambio del clima. Con questa normativa sarà possibile utilizzare acque reflue trattate per usi irrigui rispettando i parametri di salubrità e dei più alti standard qualitativi senza costi aggiuntivi per gli agricoltori».

    Il provvedimento introduce regole chiare per il riuso delle acque a fini irrigui, ambientali, civili e industriali, promuovendo il risparmio idrico e l’economia circolare, e rafforzando la capacità del sistema idrico nazionale di affrontare la scarsità d’acqua. «Per noi la carenza d’acqua – ha commentato ancora Lollobrigida – non è una emergenza ma un fenomeno strutturale che va affrontato mettendo nelle condizioni il sistema agricoltura di sfruttare la risorsa idrica al meglio e senza sprechi».

    Il decreto sulle acque reflue approvato dal Consiglio dei Ministri è importante per garantire un corretto utilizzo di tutte le risorse idriche disponibili, aumentando i volumi a disposizione delle aziende agricole rispetto alle problematiche legate ai cambiamenti climatici, afferma per parte sua la Coldiretti, sottolineando che il nuovo dispositivo è il frutto del dialogo costante avviato dalla Coldiretti con il dicastero sul fronte della sostenibilità e dell’innovazione, che in questi giorni ha portato anche alla rimodulazione delle tempistiche per gli impianti di biometano, nell’ambito del nuovo regolamento clima.

    Oltre a garantire la disponibilità di nuovi volumi nelle situazioni di crisi – spiega Coldiretti – il provvedimento prevede la partecipazione delle organizzazioni agricole nella fase della pianificazione dell’uso e del monitoraggio di rischi e la sottoscrizione di accordi di programma tra gestori degli impianti e gestori delle reti di distribuzione per definire le risorse necessarie agli investimenti.

    La garanzia dell’acqua è centrale – ricorda Coldiretti – per l’agroalimentare italiano con circa il 41% del valore aggiunto prodotto dal settore che deriva proprio da produzioni irrigue.

    Ma per assicurare una piena disponibilità delle risorse è anche necessario rilanciare sulla realizzazione di un grande piano invasi capace di garantire l’approvvigionamento idrico e produrre energia pulita. L’obiettivo del progetto proposto da Coldiretti è raddoppiare la raccolta di acqua piovana garantendone la disponibilità per gli usi civili, per la produzione agricola e per generare energia pulita idroelettrica, grazie ad appositi sistemi di pompaggio, contribuendo anche alla regimazione delle piogge in eccesso e prevenendo il rischio di esondazioni.

  • L’Italia è una stalla che vale 55 miliardi di euro

    La Stalla Italia ha raggiunto un giro di affari di 55 miliardi di euro, con il solo valore delle produzioni zootecniche che nel giro degli ultimi cinque anni è aumentato del 41% e il nuovo obiettivo di rilanciare la presenza delle stalle su tutto il territorio, dal Nord fino al Mezzogiorno, dando nuove opportunità di crescita e lavoro. E’ uno degli spunti emersi all’incontro organizzato da Coldiretti alla 97esima Fiera Agricola Zootecnica Italiana di Montichiari (Brescia), con la presenza del presidente nazionale Ettore Prandini, del Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, e di Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia, assieme a Luigi Scordamaglia, Amministratore Delegato di Filiera Italia, Nicola Di Noia, Direttore Generale dell’Associazione Italiana Allevatori; Maria Chiara Zaganelli, Direttore Generale del Crea; Sergio Marchi, Direttore Generale di Ismea, Simona Tironi, assessore all’istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, Alessandro Beduschi, Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia e Marco Togni, sindaco di Montichiari.

    L’allevamento italiano, dal campo alla tavola, dà lavoro a circa 800mila addetti ed è una componente fondamentale del Made in Italy agroalimentare, poiché è dalla Stalla Italia che nascono le eccellenze più note all’estero, dai formaggi ai salumi a denominazione di origine. Le aziende agricole con allevamento sono oltre 200mila, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Un settore che sta calamitando anche l’interesse dei giovani, con oltre 20mila allevatori under 40.

    Un patrimonio del Paese che va difeso rispetto ai segnali negativi che negli ultimi tempi arrivano da alcune filiere, dal calo del prezzo del latte bovino a livello europeo alla crisi di quello di bufala, passando per la diminuzione delle quotazioni del Pecorino Romano, senza dimenticare le criticità legate alle epidemie, da quella della peste suina africana legata alla presenza eccessiva dei cinghiali ai nuovi focolai di aviaria.

    “Ma un rilancio autentico del settore zootecnico non può prescindere anche da un netto stop alle campagne ideologiche e distorte che demonizzano la carne, un alimento centrale nella Dieta Mediterranea e nei nostri allevamenti, magari per promuovere alimenti ultra formulati anticamera di quelli sintetici dietro i quali si celano pericoli per la salute dei cittadini oltre ai molteplici interessi economici – sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – Queste campagne rischiano infatti di vanificare gli sforzi sostenuti negli anni dalle aziende italiane, che hanno reso il settore zootecnico nazionale tra i più sostenibili del mondo”.

    Un’opportunità importante per la filiera viene dal decreto ColtivaItalia che ha stanziato 300 milioni di euro per la mangimistica e la zootecnia, con l’obiettivo di creare le condizioni per aumentare il livello di autosufficienza. Nonostante la crescita economica del settore, gli ultimi anni hanno visto un calo della produzione di bovini da carne, con il livello di autoapprovvigionamento che è sceso dal 53% al 40%. In tale ottica il rilancio della zootecnia, proposto da Coldiretti, avrebbe valenze non solo economiche, ma anche sociali e ambientali, puntando sulla linea vacca-vitello. Un obiettivo che guarda soprattutto al Sud riportando le stalle nelle aree interne e disagiate, con l’effetto di ripopolare molti territori altrimenti a rischio abbandono, dando opportunità di lavoro e sviluppo, a partire dalle giovani generazioni.

  • Ok del Parlamento europeo alla semplificazione della politica agricola comune

    Il Parlamento europeo ha approvato (con 492 voti favorevoli, 111 contrari e 39 astensioni) la semplificazione della Pac, la politica agricola comune) per alleggerire il carico burocratico che grava sulle aziende agricole; la semplificazione dovrà ora essere concretamente concordata e poi implementata d’intesa tra la Commissione europea e gli Stati dell’Unione europea.

    La novità più significativa è che gli ecoschemi, che erano stati seriamente contestati da Coldiretti, non saranno più obbligatori per gli agricoltori con meno di 10 ettari e/o con un numero limitato di capi. Le aziende agricole che rientrino entro questi limiti saranno automaticamente considerate come conformi ad alcuni requisiti per mantenere i terreni in buone condizioni agronomiche e ambientali e non dovranno più certificare attraverso la compilazione degli ecoschemi di essere per l’appunto in regola con le norme europee per la tutela di territorio e ambiente

    Le altre misure prevedono l’estensione dei pagamenti in caso di crisi anche a epizoozie, con soglie di perdita ridotte e copertura per danni rilevanti a superfici e allevamenti. Gli aiuti per lo sviluppo imprenditoriale delle piccole aziende agricole salgono da 50.000 a 75.000 euro. Sono previsti sostegni agro-climatico-ambientali che possono assumere la forma di pagamenti per unità di bestiame adulto. Vengono ridotti i tempi di approvazione dei piani strategici e la possibilità per gli Stati membri di obbligare all’uso di sistemi digitali, purché accessibili, supportati e con adeguata tutela dei dati. I prati permanenti sono definiti come terreni non arati o riseminati da almeno sette anni o come non seminativi al 1° gennaio 2023. Inoltre, le aziende fino a 50 ettari potranno essere considerate conformi alla regola delle tre colture e, infine, le aziende biologiche e quelle situate in aree Natura 2000 sono considerate automaticamente conformi a diverse norme BCAA. Via libera anche a disposizioni che rafforzano i sostegni alla cooperazione tra agricoltori e introducono incentivi per investimenti in materiale genetico e animali di qualità. Le modifiche approvate dal Parlamento dovranno ora passare al voto del Trilogo, ma il voto di oggi rappresenta un segnale politico di grande rilievo nel percorso di semplificazione per le imprese agricole.

Pulsante per tornare all'inizio