Agricoltura

  • Il maltempo estremo incide su colture e foraggio in Europa, Bruxelles lavora per adattare l’agricoltura

    Il caldo persistente e la scarsità di precipitazioni registrati negli ultimi due mesi stanno incidendo sulle colture estive e sulla disponibilità di foraggio nell’Europa occidentale e centrale, secondo l’ultimo bollettino MARS del Centro comune di ricerca (CCR) della Commissione europea.

    Le conseguenze più significative sono segnalate in Francia, nella Germania meridionale, nell’Italia settentrionale e centrale, in Austria, Cechia, Slovacchia, Ungheria e Romania occidentale. Le alte temperature, associate alla scarsità di piogge, hanno inciso sulle colture e sulla disponibilità di foraggio, mentre la limitata disponibilità di acqua per l’irrigazione ha ulteriormente aggravato lo stress in diverse regioni.

    Nei Paesi del Benelux, in Slovenia e in Croazia, le condizioni calde e siccitose hanno ridotto le previsioni di resa delle colture estive, in particolare del mais. La disponibilità di foraggio desta invece preoccupazione in ampie zone dell’Europa occidentale e centrale, dove il caldo e la siccità persistenti hanno ridotto la disponibilità di pascoli e l’accumulo di biomassa.

    Pubblicato ogni mese, il bollettino MARS del CCR aiuta la Commissione a monitorare le condizioni dell’agricoltura e a rispondere alle difficoltà che gli agricoltori si trovano ad affrontare. La Commissione resta impegnata a sostenere gli agricoltori affinché possano continuare a fornire alimenti di qualità a prezzi accessibili. In questo contesto, la politica agricola comune (PAC) svolge un ruolo fondamentale nel rendere l’agricoltura più resiliente e meglio adattata ai cambiamenti climatici, sostenendo pratiche agricole che rafforzano la resilienza e metodi più sostenibili. La PAC sostiene gli investimenti nell’irrigazione efficiente, nelle infrastrutture resilienti ai cambiamenti climatici, nelle tecnologie per il risparmio idrico e in una migliore gestione delle risorse idriche, nonché la transizione verso colture più resilienti ai cambiamenti climatici. Maggiori informazioni sulle modalità con cui la Commissione sostiene gli agricoltori sono disponibili online.

    Il Commissario per l’Agricoltura e l’alimentazione, Christophe Hansen, ha dichiarato: «Questa estate è stata particolarmente difficile per gli agricoltori di tutta l’UE. La siccità e il caldo estremo stanno mettendo sotto pressione crescente le colture, il foraggio, il bestiame e i redditi degli agricoltori. Monitoriamo attentamente e attivamente gli sviluppi, acquisendo informazioni sugli effetti direttamente sul campo. Questi eventi ci ricordano che dobbiamo prepararci a un futuro in cui gli eventi meteorologici estremi saranno più frequenti. Dobbiamo sostenere gli agricoltori oggi, rendendo al contempo l’agricoltura europea più resiliente per il futuro».

  • Coltura idroponica sempre più diffusa ed è necessario prestare attenzione

    Sempre più stanno prendendo piede le colture che usano le tecniche idroponiche per produrre ortaggi tutto l’anno.

    Certamente per particolari zone, con caratteristiche climatiche difficili o per mancanza di terreno coltivabile la coltura idroponica ha il vantaggio di veder crescere i prodotti molto più velocemente e può essere utilizzata durante tutto l’arco dell’anno.

    Coltivare nell’acqua però, al di là dell’ottimo aspetto estetico dei pomodori o degli altri ortaggi, non garantisce le stesse qualità organolettiche dei prodotti coltivati nella terra. Inoltre, ed è ciò che più preoccupa, è evidente che il pomodoro, come qualunque altra verdura, non nasce esclusivamente nutrendosi di acqua e perciò nell’acqua vanno inserite sostanze che aiutano la maturazione e la crescita. Queste sostanze non sono sempre controllabili dal consumatore, in molti casi si tratta addirittura di mangime per pesci d’allevamento, mangime che sappiamo bene contiene anche sostanze che nulla hanno a che vedere con le verdure, o di prodotti chimici

    Considerato che il sistema di coltura idroponico si va sempre più sviluppando, anche in Italia, è importante che il consumatore, prima di acquistare un prodotto, verifichi quale tipo di coltivazione è stata utilizzata e la provenienza territoriale

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • Sette imprese su 10 dell’Emilia Romagna investono nelle tecnologie digitali

    L’Emilia-Romagna si conferma uno dei territori più dinamici d’Italia sul fronte dell’innovazione. I dati parlano chiaro: nel 2025 il 70,7% delle imprese emiliano-romagnole ha investito in almeno un ambito della digitalizzazione. Tra le micro e piccole imprese la quota raggiunge il 67,6%, in crescita di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che coinvolge anche uno dei settori più rappresentativi dell’economia regionale: l’agroalimentare.

    La Food Valley emiliano-romagnola vale circa 37 miliardi di euro, coinvolge oltre 53 mila imprese agricole e agroalimentari e occupa più di 129 mila persone lungo l’intera filiera. Solo l’industria alimentare conta circa 4.500 imprese e oltre 64 mila addetti. A trainare il settore è anche la forte vocazione internazionale: l’export agroalimentare ha raggiunto il valore di oltre 10 miliardi di euro, nei primi nove mesi del 2025, con Parma, Modena, Reggio Emilia e Bologna tra i principali poli italiani.

    In questo contesto, la trasformazione digitale non è più soltanto una leva per migliorare l’efficienza produttiva, ma anche uno strumento essenziale per rafforzare la competitività delle imprese in tutte le fasi del business. Difatti, se fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al food era concentrato quasi esclusivamente sulla fase produttiva – dall’agricoltura di precisione al controllo qualità automatizzato, dalla manutenzione predittiva degli impianti all’ottimizzazione dei consumi energetici –, oggi il valore della tecnologia sta emergendo anche nella fase successiva, quella che inizia quando il prodotto esce dallo stabilimento e raggiunge il mercato. Del resto, per le imprese agroalimentari la sfida non è più soltanto produrre bene, ma individuare nuovi clienti, comprendere la domanda, presidiare i canali digitali, sviluppare relazioni commerciali efficaci per la vendita.

    È qui che emerge il ruolo della tecnologia e soprattutto dell’intelligenza artificiale. Innanzitutto, le nuove soluzioni basate sull’AI consentono alle aziende di interpretare meglio i dati commerciali, individuare nuovi segmenti di mercato, anticipare i trend di consumo e supportare le attività di export. Attraverso l’analisi avanzata delle informazioni è possibile identificare buyer potenzialmente interessati, qualificare i contatti commerciali e personalizzare la comunicazione in funzione delle esigenze di clienti e distributori. Per un’impresa agroalimentare questo significa poter intercettare nuove opportunità di business in tempi più rapidi e con maggiore precisione. Anche il marketing sta vivendo una profonda evoluzione. Gli strumenti di nuova generazione permettono di creare contenuti mirati, analizzare le performance delle campagne digitali e migliorare la presenza sui canali online, rendendo più efficace il dialogo con consumatori, buyer e stakeholder. Parallelamente, sistemi evoluti di customer care e agenti intelligenti possono supportare la gestione delle richieste, velocizzare le risposte e garantire una maggiore continuità del servizio, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a più alto valore aggiunto.

    Per le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante dell’agroalimentare regionale, si tratta di un’opportunità particolarmente significativa. Molte aziende emiliane o romagnole dispongono di prodotti riconosciuti e di una forte identità territoriale, ma si trovano a competere in mercati sempre più complessi e interconnessi. L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo gap, rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano investimenti considerevoli e competenze specifiche.

    Il contesto istituzionale sostiene questa traiettoria. La Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro al sostegno della transizione digitale delle imprese, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra i programmi regionali e camerali attivi nel 2026 figurano bandi dedicati alla digitalizzazione con contributi a fondo perduto fino al 40-50% degli investimenti, rivolti anche commercio di vicinato, bar, ristoranti, e pubblici esercizi[4]. La struttura cooperativa del settore conferma il peso strategico di questa filiera: le sole cooperative agroalimentari emiliano-romagnole sviluppano un fatturato di oltre 16 miliardi di euro, pari al 39% dell’intera industria agroalimentare regionale. Le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna generano nel comparto 7,9 miliardi di euro di fatturato e oltre 14.600 occupati.

    Per il settore agroalimentare si apre, quindi, una fase che va oltre la digitalizzazione della filiera. L’intelligenza artificiale continuerà a innovare la produzione, ma una parte crescente del suo impatto si giocherà nel rapporto con il mercato. Per molte imprese della Food Valley la sfida non sarà soltanto produrre meglio, ma comprendere prima i cambiamenti della domanda, individuare nuove opportunità e rafforzare le relazioni con clienti e distributori. In uno scenario sempre più competitivo, la differenza sarà determinata dalla capacità di trasformare i dati in decisioni e le informazioni in valore.

  • La Commissione lancia una piattaforma per rafforzare il ruolo delle donne in agricoltura

    La Commissione europea ha lanciato la piattaforma per le donne in agricoltura, una nuova iniziativa pensata per rafforzare il ruolo delle donne nel settore agricolo e promuovere pari opportunità nelle comunità rurali. Annunciata nella “Visione per l’agricoltura e l’alimentazione” della Commissione, la piattaforma mira ad aumentare la partecipazione femminile all’agricoltura, incoraggiare il tutoraggio e favorire lo scambio di buone pratiche. Il lancio coincide inoltre con la proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 2026 come Anno internazionale delle agricoltrici.

    Nonostante il loro contributo fondamentale, le donne restano sottorappresentate nell’agricoltura dell’UE: gestiscono infatti solo il 32% delle aziende agricole. Persistono ancora diversi ostacoli, tra cui un accesso diseguale alla terra, ai finanziamenti e alla formazione, che continuano a limitarne il pieno potenziale.

    Il cuore della nuova piattaforma sarà il tutoraggio. I tutor condivideranno conoscenze pratiche e contribuiranno a creare una rete di supporto volta a contrastare gli stereotipi, ispirare le giovani donne e promuovere una presenza femminile sempre più riconosciuta nei ruoli di leadership del settore agricolo. Attraverso la valorizzazione di modelli di riferimento e il rafforzamento delle reti di mentoring, l’iniziativa punta ad accrescere la fiducia, migliorare l’accesso alle opportunità e garantire che il contributo delle donne sia pienamente riconosciuto.

    Nell’ambito della politica agricola dell’UE, gli Stati membri possono ora introdurre misure mirate, tra cui incentivi finanziari, per sostenere le agricoltrici. La Commissione sta inoltre migliorando la raccolta dei dati per integrare pienamente la dimensione di genere nell’elaborazione delle politiche. Solo nel 2024, 55 300 giovani donne hanno ricevuto sostegno per avviare un’attività agricola e beneficiare di un sostegno supplementare al reddito. Un settore agricolo più equo e inclusivo è essenziale per il futuro dell’Europa.

  • La Corte dei conti della Ue sollecita innovazione nell’agricoltura europea

    Secondo una relazione speciale pubblicata oggi dalla Corte dei conti europea, lo strumento dell’UE per potenziare la produttività e la sostenibilità agricole attraverso l’innovazione (PEI-AGRI) non ha sfruttato appieno il proprio potenziale. Nonostante tra il 2014 e il 2022 siano stati devoluti finanziamenti nazionali e dell’UE per quasi 1 miliardo di euro per incentivare pratiche innovative nell’agricoltura, il PEI-AGRI è raramente riuscito a produrre innovazioni utili, pratiche o adottate su larga scala.

    La Corte raccomanda di prestare maggiore attenzione alle esigenze concrete degli agricoltori, di migliorare le procedure di selezione dei progetti e di divulgarne i risultati in maniera più efficace, in modo tale che l’intero settore possa trarre beneficio dalle innovazioni. Il partenariato europeo per l’innovazione in materia di produttività e sostenibilità dell’agricoltura (PEI-AGRI), introdotto nel 2012, è finanziato dalla politica agricola comune (PAC), nonché dalla politica dell’UE in materia di ricerca e innovazione (programma Orizzonte).

    Nell’ambito della PAC 2014-2022, lo strumento ha sostenuto oltre 4 000 progetti innovativi intesi a migliorare la produttività e la sostenibilità attraverso la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese del settore agroalimentare.

    “L’innovazione è essenziale se il settore agricolo vuole migliorare la propria sostenibilità economica, ambientale e sociale – ha dichiarato Joao Leao, membro della Corte responsabile dell’audit -. Lo strumento dell’UE per potenziare l’innovazione a livello delle aziende agricole avrebbe potuto assicurare un impiego più proficuo delle risorse. Inoltre, alcune opportunità non sono state colte: ad esempio, non è stato tenuto conto delle esigenze concrete degli agricoltori, nonostante il coinvolgimento diretto degli stessi aumenti le probabilità di successo”.

    Gli auditor della Corte hanno condotto un’analisi basata sui dati ed esaminato un esteso campione di 70 progetti in Spagna, Francia, Paesi Bassi e Polonia. La Corte ha constatato che il potenziale innovativo ha costituito raramente un criterio decisivo nella selezione dei progetti e che vi è stato generalmente uno scarso coinvolgimento degli agricoltori, oltre che un’attenzione insufficiente alle loro esigenze in termini di innovazione.

    Tuttavia, coinvolgere attivamente gli agricoltori nei progetti ha contribuito ad aumentare non soltanto le probabilità di successo, ma anche la qualità dell’innovazione prodotta. Ad esempio, dopo che nell’ambito di un progetto erano state testate tecniche di semina a secco del riso, in Spagna questo metodo di coltivazione è stato adottato in un’intera area agricola.

    La Corte ha inoltre osservato che quasi un terzo dei progetti esaminati presentava un legame debole, se non del tutto assente, con l’agricoltura: alcuni di essi erano incentrati su settori quali la trasformazione industriale degli alimenti o lo sviluppo di strategie di marchio. In Polonia, un progetto relativo alla produzione industriale di burro ha apportato solo un modesto contributo alla sostenibilità economica dei produttori di latte locali; in Spagna, un altro progetto aveva il solo obiettivo di migliorare l’immagine di marchio di una catena di supermercati.

    In aggiunta, a giudizio della Corte, oltre la metà dei progetti non è riuscita a generare innovazioni di successo: molti di essi non hanno prodotto effetti concreti, hanno risposto a esigenze di nicchia o apportato benefici principalmente a singoli individui. La Corte ha inoltre rilevato alcuni casi in cui i fondi sono stati utilizzati per sostenere investimenti che, oltre a non aver prodotto chiari vantaggi per il settore più in generale, sarebbero stati probabilmente intrapresi anche in assenza del finanziamento dell’UE.

    Un altro punto debole è stata la divulgazione dei risultati, considerata dalla Corte come un’occasione persa. Solo per circa la metà dei progetti, infatti, le conoscenze prodotte sono state condivise e solo sei dei 18 progetti che hanno ottenuto risultati utili hanno generato innovazioni che sono poi state adottate su larga scala. Gli Stati membri hanno raramente promosso le innovazioni più promettenti a livello locale e delle aziende agricole, nonostante la PAC consenta l’utilizzo dei fondi con finalità di formazione, ad uso didattico oppure per servizi di consulenza.

    La Corte ha anche constatato un’assenza di sinergie con altri finanziamenti dell’UE in materia di ricerca e innovazione (Orizzonte 2020): nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse provenienti da Orizzonte 2020, nonostante per il periodo 2014-2020 fossero stati assegnati più di 1,5 miliardi di euro per la ricerca in ambito agricolo e forestale.

    Il PEI-AGRI è uno strumento dell’UE fondamentale per promuovere l’innovazione tecnologica e i servizi per le comunità rurali, migliorare le pratiche agricole e sviluppare prodotti; è fondato sulla collaborazione tra agricoltori, ricercatori, imprese del settore agroalimentare e altri portatori di interessi. Nella PAC 2023-2027 l’innovazione ricopre un ruolo sempre più rilevante e la Commissione europea ha dichiarato il suo impegno nel continuare a sostenere il PEI-AGRI in quanto “pilastro” dei sistemi di conoscenza e innovazione degli Stati membri in campo agricolo.

  • Il governo istituisce la Commissione Unica Nazionale sul grano

    Istituita la Commissione Unica Nazionale sul grano che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha avviato nell’ambito della piattaforma di proposte condivisa con il mondo degli agricoltori per arginare il crollo dei prezzi del grano, assieme alla pubblicazione dei costi medi di produzione Ismea per Sud e Centro-Nord.

    La Cun dovrà individuare il prezzo indicativo del grano duro di produzione nazionale e le sue relative tendenze di mercato. Si tratta di uno strumento importante per combattere il fenomeno del crollo periodico delle quotazioni pagate agli agricoltori, alimentato ad arte grazie agli arrivi di prodotto dall’estero e all’azione delle borse merci. Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa in media agli agricoltori 31,8 euro al Sud e 30,3 al Centro-Nord, secondo Ismea. Numeri che evidenziano l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano, con le quotazioni pagate agli agricoltori siano calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%. In questo modo – conclude Coldiretti – i ricavi non coprono più le spese, mettendo a rischio le semina future e la tenuta economica delle aziende agricole.

    L’obiettivo è ora di rafforzare la Cun, rispetto alle possibili manovre di chi vorrebbe non farla funzionare, ma anche puntare sui contratti di filiera, lo strumento più efficace per assicurare redditività e prospettive di lungo periodo gli agricoltori, tutelandoli dalle speculazioni attraverso la garanzia di un giusto prezzo, ma anche promuovere investimenti in innovazione ambientale, tecnologica e nella gestione dei dati. Sull’onda della mobilitazione di Coldiretti il governo ha assunto l’impegno a destinare 40 milioni di euro in tale direzione.

    Il grano duro è la materia prima essenziale per la pasta, prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano e pilastro dell’export. Eppure, da anni, la filiera vive una contraddizione strutturale. L’Italia è leader mondiale nella trasformazione (molini e pastifici), ma non è autosufficiente nella produzione di grano duro e importa una quota rilevante del fabbisogno. Questa dipendenza dall’estero, combinata con la volatilità dei mercati internazionali e con pratiche di importazione spesso contestate dagli agricoltori, ha generato forti tensioni. I produttori lamentano prezzi troppo bassi e scollegati dai costi di produzione. L’industria, dal canto suo, rivendica la necessità di approvvigionarsi a condizioni competitive per restare sul mercato globale. La Cun non promette prezzi alti per decreto, ma prova a costruire un terreno comune di riferimento. Il prezzo indicativo che emergerà dalla Cun non sarà obbligatorio, ma diventerà il benchmark attorno a cui ruoteranno i contratti di filiera, gli accordi quadro e le trattative private.

    Per gli agricoltori, questo significa maggiore prevedibilità delle dinamiche di mercato, un riferimento nazionale che limita il peso di trattative locali penalizzanti, ma anche uno strumento utile per programmare le semine e valutare la redditività. Per l’industria molitoria e pastaria, invece, implica maggiore chiarezza sui trend di prezzo, una riduzione del rischio informativo e la possibilità di costruire politiche di acquisto più stabili e coerenti nel medio periodo.

  • L’Italia ottiene un aumento di 10 miliardi in più dalla Ue per i propri agricoltori

    La dotazione complessiva che la Ue ha destinato l’Italia per la Pac (politica agricola comune) per il periodo 2028-2034 è passata da 31 miliardi di euro, previsti nella proposta di luglio 2025, a 40,7 miliardi di euro, superando di circa un miliardo la cifra del settennio 2021-2027. A livello europeo, Bruxelles ha incrementato i fondi complessivi per 45,3 miliardi di euro, portando la dotazione totale della Pac per tutti i Paesi dell’Unione a 293,7 miliardi.

    L’annuncio sui 10 miliardi in più per gli agricoltori italiani sulle risorse destinate alla Pac 2028-2034, chiesti dal Governo italiano e ottenuti dal ministro Lollobrigida, risponde alle richieste avanzate da mesi dalla Coldiretti anche attraverso diverse mobilitazioni in Italia e in Europa. Si tratta di un miliardo in più in confronto alla programmazione attuale, con un netto passo indietro rispetto al tentativo di Ursula Von der Leyen di tagliare fondi agli agricoltori.

    Coldiretti sollecita ora atti legislativi europei che senza ogni dubbio e discrezionalità garantiscano che questi fondi siano destinati alla difesa del reddito degli agricoltori e sottolinea che la modifica legata alle aree rurali consentirà di utilizzare per gli agricoltori il 10% delle del Fondo unico, circa 48 miliardi (questo era uno degli elementi che Coldiretti fin dall’inizio ha portato all’attenzione del governo italiano e di cui si è fatta carico in tutti i dibattiti a livello europeo). Queste risorse potranno essere utilizzate in modo concreto per affrontare il tema delle aree interne, delle aree collinari e delle aree montane, destinandole ai contadini che vivono e lavorano stabilmente in quei territori.

    Coldiretti ribadisce che la Pac non è fatta solo di risorse, ma anche di regole. Per questo chiede che sia sventato ogni tentativo di rinazionalizzazione della Pac, come ritiene che voglia fare la presidente della Commissione di Bruxelles Von der Leyen e la sua cerchia di tecnocrati. Coldiretti annuncia anche che continuerà a presidiare affinchè non vengano posti ostacoli tecnici e burocratici al pieno utilizzo dei fondi assegnati alle imprese agricole. «Coldiretti – si legge in una sua nota – continua a non fidarsi dell’alta tecnocrazia di Bruxelles». E per questo annuncia una serie di manifestazioni a partire dal 20 gennaio e fino alla fine del mese con la partecipazione di oltre 100mila soci. Le iniziative hanno visto coinvolte Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio, poi anche in Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna.

  • La Commissione invita i ministri dell’Agricoltura a discutere del futuro del settore e della sicurezza alimentare

    Il 7 gennaio, i Commissari Christophe Hansen, Maroš Šefčovič e Olivér Várhelyi hanno accolto a Bruxelles i ministri dell’Agricoltura dell’UE per discutere del futuro dell’agricoltura e della sicurezza alimentare in Europa, delineando al contempo le principali aspettative per l’azione dell’Unione nel 2026.

    L’incontro è servito a fare il punto sulla situazione agricola e alimentare nell’UE a un anno dal lancio della visione per l’agricoltura e l’alimentazione. E’ stato inoltre l’occasione per riflettere congiuntamente sulle principali preoccupazioni recentemente espresse dagli agricoltori, avviando un dialogo sul solido quadro di bilancio concepito a sostegno degli obiettivi della PAC. Sono state evidenziate le diverse opportunità di finanziamento e le possibili sinergie a beneficio dell’agricoltura e delle aree rurali, nonché discusse le azioni già intraprese e le eventuali misure aggiuntive per rafforzare la competitività degli agricoltori europei.

    La discussione ha riguardato anche le future decisioni sul bilancio a lungo termine e sul sistema delle entrate dell’UE, con l’obiettivo di garantire che l’agricoltura rimanga un settore prioritario nelle politiche europee. I ministri hanno preso parte a importanti deliberazioni, contribuendo a definire il percorso da seguire per il settore agricolo europeo.

  • Contrordine della comunità scientifica: il Glifosato è davvero pericoloso

    La rivista scientifica internazionale Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritrattato dopo 25 anni lo studio che affermava la sicurezza dell’erbicida Glifosato, evidenziando “serie criticità etiche legate all’indipendenza degli autori e all’integrità accademica dei dati sulla cancerogenicità presentati”. L’accusa, in pratica, è che a scrivere lo studio sia stata la stessa Monsanto, avvalendosi della complicità dei tre ricercatori.

    L’articolo, dal titolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, è stato pubblicato nel 2000 a firma di tre ricercatori – Gary Williams (New York Medical College), Robert Kroes (Università di Utrecht) e Ian Munro (società di consulenza Cantox, oggi Intertek) – e si presentava come una valutazione indipendente della sicurezza del glifosate, principio attivo dell’erbicida Roundup di Monsanto, giudicato non dannoso per la salute umana. Dal 2000 ad oggi le autorità di regolamentazione di molti Paesi hanno utilizzato proprio questo studio come tassello chiave a sostegno della presunta sicurezza degli erbicidi a base di glifosate, inclusa l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa).

    La revoca (retraction) di uno studio rappresenta la sanzione più grave per un lavoro scientifico: interviene quando emergono errori sostanziali o quando si configurano veri e propri casi di frode.

    Peraltro nel corso degli anni molte sentenze hanno condannato la Monsanto (acquisita nel 2028 dalla Bayer) versare risarcimenti milionari in seguito a cause civili promosse da agricoltori e giardinieri colpiti da tumore legato all’uso del glifosato.

    E non sono mancati studi che hanno lanciato l’allarme. Diversi studi hanno rilevato residui di glifosato nel latte materno, sollevando preoccupazioni per gli effetti sulla crescita infantile, data la vulnerabilità dei neonati e il ruolo cruciale del latte come nutriente e prima difesa immunitaria. La prima analisi del 2014, commissionata da “Moms Across America” e “Sustainable Pulse”, ha trovato residui elevati in 3 su 10 campioni di latte materno di donne americane. Nel 2017, uno studio sul Journal of Agromedicine ha confermato la presenza di glifosato e paraquat nel siero materno e nel cordone ombelicale di 82 donne thailandesi in gravidanza, chiedendo maggiore regolamentazione. Anche lo studio dell’Università di Paranà sul Brazilian Journal of Medical and Biological Research, ha rilevato glifosato in tutti i 67 campioni di latte materno analizzati, oltre che in acqua potabile e di pozzo della zona, con stime significative di ingestione nei primi 6 mesi di allattamento che amplificano i rischi ambientali e per la salute neonatale.

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