Agricoltura

  • Le mani di troppi sull’Africa

    Parliamo tutti, e molte volte in modo troppo superficiale, dei problemi legati alle emigrazioni che portano, specialmente in Italia, migliaia di immigrati ogni anno. Dette e ribadite le responsabilità dell’Unione Europea che, in tanti anni, non è stata nella volontà e nella capacità sia di adottare una linea comune, facendola  rispettare, che di occuparsi del continente africano in modo corretto, sta di fatto che oltre alle guerre ed al terrorismo, che distruggono interi territori e paesi, oltre alla siccità o alle invasioni di cavallette, che portano carestia e fame, e a molti governi che sfruttano le risorse naturali senza che ve ne sia vantaggio per le popolazioni sempre più povere, i popoli africani sono in gran parte dedichi all’agricoltura. Un’agricoltura che, mancando di acqua e di mezzi adeguati ad una coltivazione meno faticosa e più redditizia, è un settore del quale ogni giorno questi popoli sono sempre un po’ più privati. In circa 20 anni una grande quantità di terreni è stata ceduta a capitali stranieri, come ricorda Domenico Quirico che, in un suo recente articolo, parla di vendita o dell’affittanza a capitali stranieri di 35 milioni di ettari (un ettaro sono 10.000 metri quadri di terra). I paesi che hanno venduto o affittato più terreno alle multinazionali straniere sono Congo, Sudan, Mozambico, Etiopia, e i veri padroni dell’Africa sono diventati gli investitori cinesi, degli Emirati ma c’è anche una forte presenza statunitense e libanese. Le multinazionali hanno comperato foreste per esportare legname creando così nuova desertificazione e siccità e procurando problemi anche a quella fauna selvatica che, attraverso il turismo, porta un po’ di denaro in Africa. Le società straniere hanno acquistato terre per produrre mais, canna da zucchero, biocarburante, prodotti che esportano al 90%, dove non hanno comperato i terreni li hanno affittati per trenta o addirittura cinquanta anni con affitti irrisori. I contadini locali sono scacciati per pochi soldi o addirittura espropriati e praticamente costretti ad abbandonare i loro villaggi per essere trapiantati altrove. Localmente quei contadini che sono assunti ricevono un salario per pochi dollari al mese, un avventizio, kibarua, prende un dollaro al giorno per lavorare nelle grandi serre della Tanzania dove ci sono più coltivazioni all’anno di fiori recisi che vengono trasportati e venduti in Europa con la conseguenza che è stata messa in ginocchio la floricoltura ligure e della costa sud della Francia. Solo i tecnici prendono un salario adeguato ma provengono quasi tutti dall’estero e le condizioni di lavoro, quando si è sotto padrone cinese, sono molto dure. Quando poi il legname è finito e le foreste sono state distrutte o il progetto agricolo non rende più a sufficienza i terreni sono abbandonati esausti e agli africani non rimane nulla. Di questi gravi problemi, e delle loro conseguenze anche in tema di emigrazione, non parla nessuno: in Africa si continua a soffrire, chi riesce scappa a rischio della vita e arriva da noi così i problemi si moltiplicano e qualcuno ci guadagna sempre sulla pelle degli altri.

  • Nessun uomo è un’isola

    Sulla costa a metà strada tra Catania e Siracusa, in una zona di campagna, ha preso forma e si sta sviluppando un interessante progetto di comunità rurale denominato “Il Giardino delle Bio-Diversità”. Qui, oltre a favorire e a coltivare la biodiversità vegetali con metodi di agricoltura biologica lavorano, collaborano o soggiornano anche per tempi brevi, persone di diverse origini, cultura, età e credo religioso.

    Ciao Roberto. Come nasce questo progetto?

    Nasce sicuramente dall’incontro tra una lunga storia di militanza politico/sociale con l’esigenza di molti giovani di cambiare radicalmente paradigma (in questo, l’emergenza COVID sta molto aiutando la nostra esperienza così come tante altre analoghe in giro in Europa e forse anche altrove). L’evento catalizzatore è stato l’intenso confronto con Dominique Marchais, il regista francese del film Nul homme est un’ile (Nessun uomo è un’isola – dove si parla anche della nostra esperienza). In sostanza, tempo fa avevo abbandonato dei terreni che avevo coltivato per diversi lustri in bio ad ortaggi in quanto mi avevano costruito proprio in mezzo un’autostrada. Confrontandomi con Dominique, che nei suoi lavori cinematografici tratta sempre del rapporto tra l’uomo e la natura, mi sono detto: “Ma no! Piuttosto che arretrare di fronte all’antropizzazione che avanza, piantiamo una foresta che si mangi l’autostrada! Attorno ad essa facciamo crescere piante alimentari in quantità e diversità e mettiamoci dentro a lavorare tanta altra diversità umana, culturale, religiosa, etc; e non a lavorare da dipendenti, ma tutte e tutti responsabili!”

    Attualmente con chi condividi questo progetto?

    Ci sono io, un vecchio agricoltore biologico dal 1982 e promotore di molte iniziative nel campo dell’economia solidale (tra cui il Consorzio Siciliano Le Galline Felici) in Sicilia, in Italia e negli ultimi anni anche su scala europea ed otto giovani e giovanissimi di diverse nazionalità.

    Moustafà, marocchino di trentasei anni (che lavora con me da sette) assieme alla sua compagna Naywal ed il loro piccolo neonato Ayub di tre mesi.

    Catherine, parigina di trentun anni, che vive con me da poco più di due che lavora per il sunnominato Consorzio. Ha fatto studi nel campo della cultura. Ha lasciato il suo impiego presso un’associazione di cinema indipendente di Parigi per stare con noi dopo aver visto il film di Dominique. Da allora non se n’è più andata.

    Giacomo, romano di ventinove anni con una brillantissima carriera di ricercatore universitario in matematica, pura e astratta, e con molte pubblicazioni alle spalle; ha lasciato l’università per venire a piantare qui banani ed avogados. Con lui e sua sorella, coordinatrice di ricerca negli stessi campi a Montpellier (Francia), abbiamo da poco costituito la società agricola “Il Giardino delle Bio-Diversità”.

    Anna, ventiquattrenne ligure; studi economico-sociali ed anni di volontariato. Tempo fa mi chiese di poter passare un periodo di tempo con noi e adesso è nostra dipendente.

    Malik, francese di origine algerina. Ventiquattro anni. Studi sociali. Era venuto a trovare Anna, conosciuta durante il volontariato nei Balcani. Oggi pianta e zappa con noi ed è anche lui un nostro dipendente.

    Fusako, giapponese. Trentasette anni. Ha vissuto quattordici anni in Spagna. È con noi da pochi mesi. Pensiamo e speriamo che non vada più via.

    A tutti questi ragazzi si sommano vari membri della comunità territoriale.

    Poi molte altre persone di tutte le nazionalità sono passate e passano da qua. Negli anni scorsi abbiamo provato ad inserire un gruppo di migranti africani, ma l’arrivo al governo di alcuni personaggi ha fatto fuggire tutti in altri Paesi europei.

    Quali sono le vostre attività?

    Innanzitutto facciamo agricoltura biologica su una scala grande, per noi piccoli: un centinaio di tonnellate di agrumi vari, una ventina di banani e spero anche presto una decina di avogados (abbiamo diversi nuovi impianti), mentre su una scala molto più piccola, produciamo olio extravergine d’oliva, uova, una vasta gamma di ortaggi e un po’ di frumento. Al contempo stiamo anche costruendo una piccola comunità locale con altri soggetti attivi sul territorio (nel raggio di 4/5 km) per dimostrare che “insieme è molto, ma molto meglio!”.

    Ci sosteniamo frequentemente in varie attività ed organizziamo settimanalmente “pranzi e cene di territorio”. Ci prendiamo cura anche dell’ambiente tenendo pulite dalla monnezza le strade di accesso e pulendo le coste prospicienti. Ricicliamo in modo artistico, quando possibile, alcune delle cose che vengono buttate dalla gente. In questo modo cerchiamo di dare una risposta concreta ad alcuni dei moltissimi giovani che stanno lasciando (o meditano di lasciare) la vita urbana ormai ritenuta da molti poco appagante. Giovani che ci chiedono lumi e appoggio (impossibile per tutte/i) e, per questo, stiamo pensando di costituire una cooperativa di servizi che possa da un lato impiegare giovani, anche migranti, e dall’altra facilitare l’esecuzione dei lavori agricoli ad alcuni dei piccoli e piccolissimi agricoltori. Sperimentiamo, inoltre, tecniche innovative, sia in campo agricolo, che in quello energetico. Cerchiamo di produrre e distribuire cultura, organizzando con discreta frequenza delle “cine-cene”, feste, incontri, etc.

    Stiamo anche progettando di acquistare un casolare di proprietà di un mio fraterno amico allevatore, ormai vecchio e stanco, per realizzarvi un “condominio solidale”, un centro culturale ed una mensa aperta al territorio e rifornita principalmente dai nostri prodotti. E, caro Karl, abbiamo in mente tante e tante altre cose.

    Quali obiettivi a breve, medio e lungo termine?

    A breve: consolidare le posizioni lavorative, creando altra economia reale (lo stiamo facendo, impiantando altri alberi e banani)

    A medio: realizzare il già citato condominio solidale /centro culturale /mensa territoriale.

    A lungo periodo: essere ancor di più un esempio concreto per molti giovani per fare quel famoso passo e riuscire a produrre più intensamente eventi e cultura.

    Roberto, cosa avresti piacere di dire ai nostri lettori più o meno giovani?

    Il mondo scivola sempre più sulla china dell’autodistruzione. A parte le scelte dei potenti (che continuano a propinarci le stesse ricette consumiste e devastanti il pianeta) c’è molto che potremmo fare personalmente; ma siamo accecati da una smisurata fame di falsi bisogni, scientificamente creata attraverso tutti gli strumenti “culturali” a disposizione del potere economico, compresa l’induzione all’individualismo più sfrenato. Tuttavia, se rivalutiamo intimamente e praticamente, il senso di comunità, che è stata per millenni la condizione principale per la sopravvivenza della specie umana (perché anche se sei Rambo, il Mammoth da solo non lo prendi e col piffero che tieni acceso il fuoco, da solo, per tutta la notte, tutte le notti!), potremmo accorgerci che abbiamo veramente bisogno di poco e che ciò di cui abbiamo bisogno ci può arrivare, e facilmente ci arriva, dalla comunità stessa, alla quale ricambiare con la stessa “moneta”. In questo modo la vita diventa più facile e bella, abbiamo bisogno di molto meno lavoro (noi, al momento, lavoriamo parecchio, se necessario!), possiamo occuparci dei nostri figli (e sottolineo nostri, in senso comunitario; già lo facciamo con Ayub, il figlio di Moustafà), senza bisogno di infasciarli la mattina presto e lasciarli alla nonna o all’asilo per andare a vendere il nostro tempo in cambio di quattro soldi; possiamo godere di un cibo di altissima qualità intrinseca (da noi si mangia benissimo!) e sempre molto vario; possiamo godere della socialità stessa di una comunità che si sostiene reciprocamente, e fare feste e ballare spesso! Ma, si badi bene! Non sto parlando di una comunità rinchiusa al suo interno, bensì costantemente aperta a cercare di svolgere una semplicissima azione pedagogica, ovvero, “vi dimostriamo con tutti i nostri atti, che insieme è molto, ma molto meglio!”.

    Perché noi tutto questo lo facciamo quotidianamente o, quanto meno, cerchiamo di farlo, umani come siamo, vittime di qualche secolo di cultura che ci ha indotto a pensarci ben diversamente.

     

  • Corsa a funghi, è boom nei boschi

    Stagione di funghi e scatta la corsa a porcini, finferli, trombette, chiodini nei boschi italiani con le piogge delle ultime settimane che hanno creato condizioni favorevoli soprattutto al Nord e nelle zone appenniniche mentre al Sud si dovrà ancora attendere. È quanto emerge dal monitoraggio di Coldiretti sull’inizio delle attività di raccolta. Ma la Coldiretti mette anche in guardia contro le improvvisazioni tracciando un decalogo di regole.

    In Veneto, sottolinea Coldiretti, si annuncia una stagione più che favorevole per tutte le specie che si trovano nei boschi: galletti, porcini, mazza di tamburo, finferli. È buona la raccolta in Cadore, nell’agordino, nella Val Zoldana e nelle zone colpite dalla tempesta Vaia, quindi pure nel vicentino sull’Altopiano, dove continua la proliferazione dopo uno stop dovuto allo schianto di alberi. Buona la situazione – spiega Coldiretti – anche in Trentino Alto Adige e in Friuli Venezia Giulia dove si registra una crescita abbondante per tutte le principali varietà”. In Lombardia si raccoglie in Valcamonica, nel Bresciano, con un forte aumento di porcini, russule e altri funghi. Più difficile fare previsioni per l’alta Lombardia, dove tra le province di Varese, Como, Sondrio e Lecco il caldo intenso delle scorse settimane ha rallentato di molto la crescita dei funghi, ancora assenti nella zona bassa mentre si trovano in discreta quantità solo nella fascia tra i 1500 e i 1800 metri. Allo stato attuale, oltre ai porcini, predominano le ‘russule’; i cantarelli sono stati i primi a comparire ma piccoli e poco abbondanti. In Valle Brembana, nella Bergamasca, la stagione è iniziata in questi giorni, ma sembra che sia buona, soprattutto per i porcini. “Meno buona la situazione in Piemonte, dove anche i cercatori più esperti faticano a trovare funghi – continua Coldiretti – mentre in Liguria si attende l’effetto delle ultime piogge, sperando in una buona stagione. In Toscana si preannuncia un autunno molto interessante, a partire dalle zone top di Valtiberina e Casentino (Arezzo) in cui si stima un incremento del 50% nella raccolta rispetto alla media degli ultimi anni”. Sui colli dell’Emilia sono attese ottime nascite di funghi porcini estivi, “mentre – dice Coldiretti – le previsioni sono più negative in Romagna, così come nelle Marche dove si registra ancora una scarsa presenza, soprattutto di porcini e galletti, in Umbria e nel Lazio”. Raccolta ancora al palo soprattutto al Sud.

    E per la sicurezza Coldiretti invita a: documentarsi sulla difficoltà dell’itinerario; comunicare il proprio tragitto evitando le escursioni in solitaria; fare attenzione ai sentieri nel bosco che possono diventare scivolosi a causa della pioggia; consultare i bollettini meteo; in caso fulmini non fermarsi vicino ad alberi, pietre e oggetti acuminati; usare scarpe e vestiti adatti e fare scorte di acqua e cibo; non raccogliere funghi sconosciuti; verificare i limiti alla raccolta di funghi con i servizi micologici territoriali; pulire subito il fungo da rami, foglie e terriccio; per il trasporto meglio usare contenitori rigidi e areati che proteggono il fungo.

  • Il settore della carne suina dell’UE

    I 150 milioni di suini allevati in tutta l’UE rappresentano la più ampia categoria di bestiame prima di quella dei bovini e il solo settore della carne suina dell’UE rappresenta quasi la metà della produzione totale di carne dell’UE. Germania, Spagna e Francia contribuiscono per più della metà della quantità totale di carne suina prodotta nell’Unione Europea. Il settore è molto diversificato, con enormi differenze nei metodi di allevamento e nelle dimensioni delle aziende agricole degli Stati membri: dall’allevamento in cortile agli impianti industriali con migliaia di animali. Nell’ambito della politica agricola comune (PAC), il settore delle carni suine è coperto dalla comune organizzazione dei mercati che regolano il commercio e forniscono sostegno in caso di crisi settoriale. Gli agricoltori possono anche ricevere finanziamenti per lo sviluppo rurale nell’ambito del secondo pilastro della PAC, ad esempio, per effettuare gli investimenti necessari nelle loro aziende agricole. A questo settore si applica un gran numero di atti legislativi dell’UE riguardanti vari aspetti dell’allevamento suino: tutela ambientale, sicurezza alimentare e salute pubblica, produzione biologica, salute degli animali e benessere. Tuttavia, le prove mostrano una mancanza di conformità con le normative dell’UE sul benessere dei suini e la persistenza di dannose pratiche di routine. Un’altra sfida è quella dell’aria, del suolo e dell’inquinamento dell’acqua causato dall’allevamento intensivo di suini, che grava pesantemente sull’ambiente.

    L’UE è attualmente il primo esportatore mondiale di prodotti a base di carne suina e le sue esportazioni sono state potenziate dal calo della produzione in Asia, dove la peste suina africana sta decimando milioni di animali. L’aumento della domanda di carne suina dell’UE ha spinto i prezzi al massimo all’inizio del 2020. Nei prossimi anni il settore della produzione di suini potrebbe essere influenzato dall’evoluzione della politica ambiente: i negoziati su una nuova PAC sono in corso e il Green Deal recentemente pubblicato e la strategia Farm to Fork, che promuovono entrambi sistemi agricoli e alimentari più verdi e più sostenibili, menzionano la futura revisione della legislazione relativa al settore dei suini, anche sul benessere degli animali.

  • Bando europeo Sviluppo Rurale

    Il programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 mette a disposizione di agricoltori e Cooperative agricole di produzione il bando PSR per l’emergenza Covid-19. Per conoscere modalità di partecipazioni e tempi cliccare sul seguente link: https://www.reterurale.it/PSR2014_2020

  • Il PE si prepara a votare l’accordo sulle indicazioni geografiche UE-Cina

    Il 6 novembre 2019 l’UE e la Cina hanno concluso i negoziati su un accordo autonomo in merito alla cooperazione sulla protezione delle indicazioni geografiche (IG) di prodotti, perlopiù agricoli. Il reciproco accordo UE-Cina mira a proteggere 100 IG dell’UE in Cina e 100 IG cinesi nell’UE contro l’imitazione e l’appropriazione indebita. Il 20 luglio 2020 il Consiglio UE ha approvato la firma dell’accordo e il Parlamento europeo deve ora dare il suo consenso alla conclusione del contratto. Una volta entrato in vigore, l’accordo potrebbe contribuire a promuovere le esportazioni dei prodotti alimentari di alta qualità dell’UE, compresi vini e alcolici, verso la terza destinazione più grande per le esportazioni agroalimentari dell’UE, cioè la Cina.

    L’accordo amplierebbe inoltre il riconoscimento globale del regime di protezione delle IG sui generis dell’UE, un obiettivo chiave della politica commerciale dell’UE.

  • Dall’UE via libera all’etichettatura d’origine per i salumi Made in Italy

    L’Unione Europea ha finalmente dato il via libera all’etichetta Made in Italy su salami, mortadella, prosciutti e culatello per smascherare l’inganno della carne straniera spacciata per italiana. Ad annunciarlo la Coldiretti che ha fortemente sostenuto il provvedimento dopo la scadenza del cosiddetto termine di “stand still”, periodo di 90 giorni dalla notifica entro il quale la Commissione avrebbe potuto fare opposizione allo schema di decreto nazionale interministeriale (Politiche Agricole, Sviluppo Economico e Salute) che introduce l’indicazione obbligatoria della provenienza per le carni suine trasformate. In questo modo sarà accontentato quel 93% di cittadini che ritiene importante conoscere l’origine degli alimenti, come rileva l’indagine on line del Ministero delle Politiche agricole, e si darà linfa vitale ai 5mila allevamenti nazionali di maiali messi in ginocchio dalla pandemia e dalla concorrenza sleale. E, dopo tante battaglie, sarà salvo il prestigioso settore della norcineria che in Italia, dalla stalla alla distribuzione, vale 20 miliardi.

    Secondo un’analisi Coldiretti, dall’inizio dell’emergenza sanitaria le quotazioni dei maiali italiani si sono quasi dimezzate, scendendo a poco più di un euro al chilo, mettendo a rischio le imprese e il Made in Italy che vanta 12,5 milioni di prosciutti a denominazione di origine (Dop) Parma e San Daniele prodotti in Italia.

    A preoccupare è l’invasione di cosce dall’estero per una quantità media di 56 milioni di “pezzi” che ogni anno arrivano nel nostro Paese, soprattutto dal Nord Europa, per essere lavorate ed ottenere prosciutti da spacciare come Made in Italy. Si stima, infatti, che tre prosciutti su quattro venduti in Italia siano in realtà ottenuti da carni straniere senza che questo sia stato fino ad ora esplicitato in etichetta.

    Il decreto sui salumi, che dovrà essere presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale per essere operativo, prevede che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le informazioni relative a: “Paese di nascita degli animali, “Paese di allevamento degli animali, “Paese di macellazione”. Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. La dicitura “100% italiano” è utilizzabile dunque solo quando la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia. Se la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o da Paesi extra europei, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”.

     

  • Robot e droni garantiscono che la filiera agroalimentare non s’inceppi per mancanza di manodopera

    Arrivano i robot a salvare i raccolti nei campi italiani per sopperire alla carenza di manodopera a causa  dell’emergenza coronavirus. La svolta tecnologica dell’agricoltura 4.0, un settore che vale oltre 450 milioni di euro, passa per l’utilizzo di droni (in grado di verificare in volo lo stato delle colture), di sistemi informatizzati di sorveglianza (per irrigazioni e fertilizzanti), di trappole tecnologiche contro i parassiti dannosi, di blockchain per la tracciabilità degli alimenti nonché di personal shopper digitale nel carrello. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione dell’Innovation Day organizzato in collaborazione con Filiera Italia e Bonifiche Ferraresi.

    L’agricoltura 4.0 di precisione rappresenta il futuro dei campi ed entro due anni mira a coinvolgere il 10% della superficie coltivata in Italia con lo sviluppo di applicazioni – sottolinea la Coldiretti – sempre più adatte alle produzioni nazionali su diversi fronti: dall’ottimizzazione produttiva e qualitativa alla riduzione dei costi  aziendali, dalla minimizzazione degli impatti ambientali con sementi,  fertilizzanti, agrofarmaci fino al taglio dell’uso di acqua e del  consumo di carburanti.

    Con una crescita del 22% in un anno, gli investimenti in nuove tecnologie nel settore agricolo si concentrano in particolare sui sistemi di monitoraggio e controllo delle produzioni (49%), sulle attrezzature e software gestionali (34%) e sulle tecnologie di mappatura delle superfici e la raccolta di dati per il supporto alle decisioni (14%) spiega un’analisi della Coldiretti sull’Osservatorio Smartagrifood.

    Una evoluzione del lavoro nei campi che sul Portale del Socio della Coldiretti ha portato alla creazione di Demetra il primo sistema integrato per la gestione on line dell’azienda agricola con lettura in tempo reale dello stato di salute delle coltivazioni, dati su previsioni meteo e temperature, fertilità dei terreni e stress idrico. Un sistema per una gestione efficiente e sostenibile delle colture e affrontare le nuove sfide dei cambiamenti climatici.

    I robot sono poi sempre più al centro dell’attività agricola per monitorare e bloccare i nuovi parassiti alieni che distruggono i raccolti, per risparmiare fino al 95% di acqua per l’irrigazione e nell’allevamento e per gestire in automatico serre di coltivazione senza l’intervento umano. Le opportunità offerte dall’agricoltura 4.0 con l’utilizzo dei Big Data Analytics e del cosiddetto ”Internet delle cose” rischiano però spesso di non poter essere colte a causa dei ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane. Esiste purtroppo un pesante ‘digital divide’ tra città e campagna dove le nuove tecnologie sono uno strumento indispensabile per far esplodere le enormi risorse che il territorio può offrire”.

  • Il made in Italy lancia l’orto spaziale

    Un micro-orto a 6mila chilometri dalla terra per coltivare verdure fresche destinate alle future esplorazioni spaziali. E’ il progetto Greencube messo a punto da un team scientifico tutto italiano e sarà contenuto per la prima volta a bordo di un mini satellite che verrà lanciato in occasione del volo inaugurale del vettore ufficiale Vega-C dell’Agenzia Spaziale Europea. Il prototipo alla cui realizzazione partecipano Enea, Università Federico II di Napoli e Sapienza Università di Roma, nel ruolo di coordinatore e titolare di un accordo con l’Agenzia Spaziale Italiana, si basa su colture idroponiche a ciclo chiuso in grado di garantire per i 20 giorni di sperimentazione un ciclo completo di crescita di microverdure, selezionate tra quelle più adatte a sopportare le condizioni estreme extraterrestri.

    Alloggiato in un ambiente pressurizzato e confinato, il micro-orto Greencube sarà dotato di un sistema integrato di sensori hi-tech per il monitoraggio e controllo dei parametri ambientali, della crescita e dello stato di salute delle piante, e sarà progettato in modo da trasmettere a terra, in totale autonomia, tutte le informazioni acquisite, dando così la possibilità ai ricercatori di valutare la risposta delle piante alle condizioni di stress estremo. Il satellite verrà realizzato in due sezioni: due unità saranno dedicate al sistema di coltivazione e di controllo ambientale che, oltre alle microverdure e ai sensori, conterrà anche la soluzione nutritiva e l’atmosfera necessaria; la seconda unità invece ospiterà all’interno del “telaio” del satellite la piattaforma di gestione e controllo del veicolo spaziale. “Il progetto si inquadra nell’ambito della mission Enea di trasferire all’industria e alle pubbliche amministrazioni i risultati della ricerca scientifica in un’ottica di sviluppo economico sostenibile, in questo caso attraverso competenze, infrastrutture e professionalità maturate nella coltivazione in ambienti chiusi e confinati di ortaggi freschi per uso industriale e in ambienti estremi, come lo spazio”, sottolinea Luca Nardi, ricercatore del Laboratorio Biotecnologie Enea. “Il sistema di coltivazione in orbita consentirà di massimizzare l’efficienza sia in termini di volume che di consumo di energia, aria, acqua e nutrienti e durante la missione verrà affiancato da esperimenti di coltivazione a terra in apposite camere per poter verificare gli effetti sulle piante oltre che delle radiazioni anche della bassa pressione e della microgravità”, aggiunge Nardi.

  • Assopopolari e il futuro del credito

    Pubblichiamo di seguito la lettera del Presidente di Assopopolari, Dott. Corrado Sforza Fogliani, apparsa su Il Sole 24 Ore il 10 marzo 2020

    Caro Direttore,

    mi riferisco alla lettera a firma Ettore Prandini pubblicata sul Suo giornale.

    Non mi interessa entrare nel merito del discorso del presidente dei Coltivatori diretti a riguardo della possibile incorporazione dell’Ubi da parte di Banca Intesa San Paolo. Così pure, non discuto del concetti di banca di territorio che Prandini ha, dato che ricomprende in questa categoria di banche (se non ho capito male) persino quella che diventerebbe, addirittura e sempre secondo Prandini, la seconda banca d’Europa.

    Quello che voglio osservare è che il Presidente di Coldiretti forse non considera che andando di questo passo ci avviciniamo vieppiù ad un oligopolio bancario italiano: nel nostro paese finiremmo per avere due o tre grosse banche in tutto, per di più a capitale straniero. Non credo che sarà l’ideale per le piccole e medie aziende.

    Ma non è neanche tutto.

    All’estero convincono grosse banche e banche di territorio (negli Stati Uniti e in Canada come anche in Germania e Francia, la cui più grossa banca è addirittura una banca cooperativa, come cooperative sono le Banche italiane). Da noi, le grandi non diventano tali sviluppandosi e crescendo per linee interne ma facendo fuori le piccole (vicenda Ubi docet). Eppure, l’Italia è il Paese che dovrebbe tenere più di ogni altro alla convivenza di banche dato il sistema di medie e piccole imprese che ci caratterizza.

    La Coldiretti dovrebbe – a mio avviso – essere d’accordo.

    Le sarò grato, Signor Direttore, se vorrà ospitare questa lettera in omaggio al principio di biodiversità che sempre ha finora caratterizzato 24 Ore.

    Corrado Sforza Fogliani

    Presidente Assopopolari

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