Agricoltura

  • Le scelte sulla politica agricola comune europea preoccupano la filiera del tabacco italiana

    Taglio degli aiuti Pac, proposta di includere il tabacco greggio nel perimetro della Direttiva sulle accise, mancato riconoscimento del processo di innovazione che ha portato ai prodotti di nuova generazione e accise in rialzo, questi gli elementi che stanno creando un clima di forte preoccupazione per la filiera tabacchicola europea e italiana. Si tratta di un settore caratterizzato da un elevato profilo di sostenibilità economica e ambientale, che coinvolge undici paesi europei per una produzione che nel 2024 ha raggiunto 105mila tonnellate con circa 2 milioni di occupati. L’Italia, secondo quanto rileva un’analisi del Centro Studi Divulga, è il primo produttore europeo di tabacco greggio con un terzo del volume totale prodotto in Europa, conta 45mila posti di lavoro lungo la filiera e 200 milioni di valore del solo prodotto agricolo. In questo scenario settoriale, spicca il ruolo dell’accordo di filiera tra Coldiretti e Philip Morris, che coinvolge circa il 50% del tabacco greggio italiano e ha consentito di attivare ingenti investimenti e dato una spinta rilevante a produzioni innovative e sostenibili. L’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris nasce nel 2011 ed è stato recentemente rinnovato fino al 2034, con l’estensione di tutte le garanzie sugli impegni di acquisto. Unico accordo con queste caratteristiche nel panorama italiano ed europeo.

    Per quanto riguarda la politica agricola europea, il tabacco riceve aiuti nell’ambito del I pilastro della Pac relativamente al sostegno di base al reddito per la sostenibilità, nell’ecoschema 4, nel caso del sostegno ridistributivo complementare al reddito per la sostenibilità e per il sostegno complementare al reddito per i giovani agricoltori.

    Per le azioni del Piano di sviluppo rurale la scelta italiana è stata quella di declinarle secondo le diverse esigenze dei territori di produzione. Sei regioni, Veneto, Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo e Campania hanno ammesso il tabacco alle aree di intervento previste (impegni in materia di ambiente e clima e in materia di gestione, vincoli naturali o altri vincoli territoriali specifici, svantaggi territoriali specifici derivanti da determinati requisiti obbligatori, investimenti compresi quelli per l’irrigazione, insediamento dei giovani agricoltori e avvio di imprese rurali, strumenti per la gestione del rischio, cooperazione, scambio di conoscenze e diffusione dell’informazione).

    La Pac è dunque rilevante per il futuro della filiera tabacchicola e, il taglio di risorse finanziarie indicato dalla Commissione con la creazione di un fondo unico, andrebbe sicuramente a penalizzare il settore bloccandone lo sviluppo con conseguenze pesanti in molte aree rurali rivitalizzate proprio grazie alla produzione di tabacco greggio. L’Unione europea negli ultimi anni ha dimostrato di non avere a cuore le imprese agricole e di produzione del tabacco, proponendo approcci penalizzanti che non tengono conto dei possibili impatti a livello locale. Le Direttive già messe in campo da Bruxelles, come la proposta di Direttiva del Consiglio relativa alla struttura e alle aliquote dell’accisa applicata al tabacco e ai prodotti correlati, o che saranno riviste nei prossimi mesi, come la Direttiva sui prodotti del tabacco, nonché la partecipazione alla prossima COP 11 nell’ambito della convenzione quadro dell’Oms (Framework Convention on Tobacco Control), rappresentano una sfida per tutta la filiera nazionale ed europea.

    La proposta della Commissione Ue presentata lo scorso luglio sulla Direttiva accise tabacchi prevede aumenti della tassazione su tutti i prodotti, compresi quelli innovativi italiani e ulteriori misure di diretto interesse per la filiera tabacchicola. L’aumento non equilibrato della tassazione dei prodotti finiti e le ulteriori misure di controllo in materia di tabacco greggio potrebbero tradursi in un aumento di costi e prezzi per i coltivatori italiani ed europei. Andando a colpire anche i prodotti di nuova generazione Made in Italy, la proposta di revisione normativa potrebbe impattare negativamente sulla richiesta di tabacco greggio italiano, con un impatto diretto sull’intera filiera, dalla produzione agricola alla trasformazione e commercializzazione.

    I prodotti del tabacco riscaldato realizzati in Italia sono infatti uno sbocco fondamentale per la produzione agricola italiana e, secondo le stime della stessa Commissione, con gli aumenti di tassazione previsti, subirebbero una contrazione del 30% dei volumi di vendita. In questo modo si scoraggerebbero gli investimenti sia delle aziende agricole che di quelle industriali indebolendo una filiera che in questi anni ha creato valore aggiunto, lavoro e sostenuto lo slancio imprenditoriale e di investimento di molte imprese agricole con effetti positivi nelle aree rurali interessate nel nostro Paese. Un’altra criticità indicata dal report di Divulga è l’introduzione di nuovi obblighi sulla tracciabilità del tabacco greggio, comunicazione e movimentazione che renderebbero ancora più difficile la vita degli agricoltori.

    Un ultimo aspetto, di fondamentale importanza, riguarda la possibile equiparazione dei nuovi prodotti del tabacco italiani a quelli tradizionali, un aspetto che non tiene in considerazione le caratteristiche di questi prodotti (per esempio l’assenza di combustione) e le differenti modalità di utilizzo. Un approccio che di fatto non tiene conto delle innovazioni del settore e viene proposto senza nessuna valutazione di impatto sulle filiere produttive. Una chiusura che potrebbe colpire soprattutto la filiera italiana, la cui produzione di tabacco greggio è collegata a prodotti innovativi senza combustione. Insomma, occorrerebbero analisi e valutazioni di impatto accurate che possano tenere in debita considerazione gli effetti sulla salute ma anche gli impatti economici, sociali e occupazionali nei paesi europei, sia nel breve che nel medio-lungo periodo.

  • Acque reflue utilizzabili per l’agricoltura. Coldiretti soddisfatta del decreto del governo

    Gli agricoltori potranno utilizzare le acque reflue trattate per l’irrigazione dei campi, senza costi aggiuntivi. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti approvato in esame preliminare il regolamento sul riutilizzo delle acque reflue affinate. Il provvedimento disciplina i criteri, le modalità e le condizioni per l’uso sicuro di tali acque, fornendo un quadro normativo essenziale per far fronte alla crisi idrica e per supportare l’irrigazione in agricoltura. Le nuove norme stabiliscono in particolare l’obbligo di redigere un Piano di gestione dei rischi, individuando ruoli e responsabilità dei gestori e degli utilizzatori finali, con l’obiettivo di proteggere la salute umana, animale e l’ambiente.

    Per il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si tratta di «un grande passo in avanti per rendere il settore agricolo più resiliente al fenomeno del cambio del clima. Con questa normativa sarà possibile utilizzare acque reflue trattate per usi irrigui rispettando i parametri di salubrità e dei più alti standard qualitativi senza costi aggiuntivi per gli agricoltori».

    Il provvedimento introduce regole chiare per il riuso delle acque a fini irrigui, ambientali, civili e industriali, promuovendo il risparmio idrico e l’economia circolare, e rafforzando la capacità del sistema idrico nazionale di affrontare la scarsità d’acqua. «Per noi la carenza d’acqua – ha commentato ancora Lollobrigida – non è una emergenza ma un fenomeno strutturale che va affrontato mettendo nelle condizioni il sistema agricoltura di sfruttare la risorsa idrica al meglio e senza sprechi».

    Il decreto sulle acque reflue approvato dal Consiglio dei Ministri è importante per garantire un corretto utilizzo di tutte le risorse idriche disponibili, aumentando i volumi a disposizione delle aziende agricole rispetto alle problematiche legate ai cambiamenti climatici, afferma per parte sua la Coldiretti, sottolineando che il nuovo dispositivo è il frutto del dialogo costante avviato dalla Coldiretti con il dicastero sul fronte della sostenibilità e dell’innovazione, che in questi giorni ha portato anche alla rimodulazione delle tempistiche per gli impianti di biometano, nell’ambito del nuovo regolamento clima.

    Oltre a garantire la disponibilità di nuovi volumi nelle situazioni di crisi – spiega Coldiretti – il provvedimento prevede la partecipazione delle organizzazioni agricole nella fase della pianificazione dell’uso e del monitoraggio di rischi e la sottoscrizione di accordi di programma tra gestori degli impianti e gestori delle reti di distribuzione per definire le risorse necessarie agli investimenti.

    La garanzia dell’acqua è centrale – ricorda Coldiretti – per l’agroalimentare italiano con circa il 41% del valore aggiunto prodotto dal settore che deriva proprio da produzioni irrigue.

    Ma per assicurare una piena disponibilità delle risorse è anche necessario rilanciare sulla realizzazione di un grande piano invasi capace di garantire l’approvvigionamento idrico e produrre energia pulita. L’obiettivo del progetto proposto da Coldiretti è raddoppiare la raccolta di acqua piovana garantendone la disponibilità per gli usi civili, per la produzione agricola e per generare energia pulita idroelettrica, grazie ad appositi sistemi di pompaggio, contribuendo anche alla regimazione delle piogge in eccesso e prevenendo il rischio di esondazioni.

  • L’Italia è una stalla che vale 55 miliardi di euro

    La Stalla Italia ha raggiunto un giro di affari di 55 miliardi di euro, con il solo valore delle produzioni zootecniche che nel giro degli ultimi cinque anni è aumentato del 41% e il nuovo obiettivo di rilanciare la presenza delle stalle su tutto il territorio, dal Nord fino al Mezzogiorno, dando nuove opportunità di crescita e lavoro. E’ uno degli spunti emersi all’incontro organizzato da Coldiretti alla 97esima Fiera Agricola Zootecnica Italiana di Montichiari (Brescia), con la presenza del presidente nazionale Ettore Prandini, del Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, e di Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia, assieme a Luigi Scordamaglia, Amministratore Delegato di Filiera Italia, Nicola Di Noia, Direttore Generale dell’Associazione Italiana Allevatori; Maria Chiara Zaganelli, Direttore Generale del Crea; Sergio Marchi, Direttore Generale di Ismea, Simona Tironi, assessore all’istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, Alessandro Beduschi, Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia e Marco Togni, sindaco di Montichiari.

    L’allevamento italiano, dal campo alla tavola, dà lavoro a circa 800mila addetti ed è una componente fondamentale del Made in Italy agroalimentare, poiché è dalla Stalla Italia che nascono le eccellenze più note all’estero, dai formaggi ai salumi a denominazione di origine. Le aziende agricole con allevamento sono oltre 200mila, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Un settore che sta calamitando anche l’interesse dei giovani, con oltre 20mila allevatori under 40.

    Un patrimonio del Paese che va difeso rispetto ai segnali negativi che negli ultimi tempi arrivano da alcune filiere, dal calo del prezzo del latte bovino a livello europeo alla crisi di quello di bufala, passando per la diminuzione delle quotazioni del Pecorino Romano, senza dimenticare le criticità legate alle epidemie, da quella della peste suina africana legata alla presenza eccessiva dei cinghiali ai nuovi focolai di aviaria.

    “Ma un rilancio autentico del settore zootecnico non può prescindere anche da un netto stop alle campagne ideologiche e distorte che demonizzano la carne, un alimento centrale nella Dieta Mediterranea e nei nostri allevamenti, magari per promuovere alimenti ultra formulati anticamera di quelli sintetici dietro i quali si celano pericoli per la salute dei cittadini oltre ai molteplici interessi economici – sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – Queste campagne rischiano infatti di vanificare gli sforzi sostenuti negli anni dalle aziende italiane, che hanno reso il settore zootecnico nazionale tra i più sostenibili del mondo”.

    Un’opportunità importante per la filiera viene dal decreto ColtivaItalia che ha stanziato 300 milioni di euro per la mangimistica e la zootecnia, con l’obiettivo di creare le condizioni per aumentare il livello di autosufficienza. Nonostante la crescita economica del settore, gli ultimi anni hanno visto un calo della produzione di bovini da carne, con il livello di autoapprovvigionamento che è sceso dal 53% al 40%. In tale ottica il rilancio della zootecnia, proposto da Coldiretti, avrebbe valenze non solo economiche, ma anche sociali e ambientali, puntando sulla linea vacca-vitello. Un obiettivo che guarda soprattutto al Sud riportando le stalle nelle aree interne e disagiate, con l’effetto di ripopolare molti territori altrimenti a rischio abbandono, dando opportunità di lavoro e sviluppo, a partire dalle giovani generazioni.

  • Ok del Parlamento europeo alla semplificazione della politica agricola comune

    Il Parlamento europeo ha approvato (con 492 voti favorevoli, 111 contrari e 39 astensioni) la semplificazione della Pac, la politica agricola comune) per alleggerire il carico burocratico che grava sulle aziende agricole; la semplificazione dovrà ora essere concretamente concordata e poi implementata d’intesa tra la Commissione europea e gli Stati dell’Unione europea.

    La novità più significativa è che gli ecoschemi, che erano stati seriamente contestati da Coldiretti, non saranno più obbligatori per gli agricoltori con meno di 10 ettari e/o con un numero limitato di capi. Le aziende agricole che rientrino entro questi limiti saranno automaticamente considerate come conformi ad alcuni requisiti per mantenere i terreni in buone condizioni agronomiche e ambientali e non dovranno più certificare attraverso la compilazione degli ecoschemi di essere per l’appunto in regola con le norme europee per la tutela di territorio e ambiente

    Le altre misure prevedono l’estensione dei pagamenti in caso di crisi anche a epizoozie, con soglie di perdita ridotte e copertura per danni rilevanti a superfici e allevamenti. Gli aiuti per lo sviluppo imprenditoriale delle piccole aziende agricole salgono da 50.000 a 75.000 euro. Sono previsti sostegni agro-climatico-ambientali che possono assumere la forma di pagamenti per unità di bestiame adulto. Vengono ridotti i tempi di approvazione dei piani strategici e la possibilità per gli Stati membri di obbligare all’uso di sistemi digitali, purché accessibili, supportati e con adeguata tutela dei dati. I prati permanenti sono definiti come terreni non arati o riseminati da almeno sette anni o come non seminativi al 1° gennaio 2023. Inoltre, le aziende fino a 50 ettari potranno essere considerate conformi alla regola delle tre colture e, infine, le aziende biologiche e quelle situate in aree Natura 2000 sono considerate automaticamente conformi a diverse norme BCAA. Via libera anche a disposizioni che rafforzano i sostegni alla cooperazione tra agricoltori e introducono incentivi per investimenti in materiale genetico e animali di qualità. Le modifiche approvate dal Parlamento dovranno ora passare al voto del Trilogo, ma il voto di oggi rappresenta un segnale politico di grande rilievo nel percorso di semplificazione per le imprese agricole.

  • I produttori di grano italiani lavorano in perdita, secondo Coldiretti

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Sud 31,8 euro (30,3 al Centro Nord) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita. Ad affermarlo è la Coldiretti a commento della pubblicazione da parte di Ismea del monitoraggio dei costi medi per il frumento. Un risultato della grande mobilitazione che ha visto ventimila produttori della più grande organizzazione agricola d’Italia e d’Europa scendere in piazza in tutto il Paese.

    Si tratta, infatti, di un passo avanti fondamentale perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole, a salvaguardia dei consumatori e del loro diritto a prodotti sani e locali. Costi di produzione che – sottolinea Coldiretti – non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy.

    Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

    L’andamento delle campagne di commercializzazione dal 2015/2016 al 2025 (luglio-settembre) evidenzia come dal picco dei listini nel 2021/2022 (470,7 euro a tonnellata) si sia passati a 274,1 negli ultimi tre mesi di quest’anno. I costi medi, sempre per il grano duro, rilevati dall’Ismea si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, saliti nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Ismea spiega che a determinare il costo sono concimi, fitosanitari, sementi, prodotti energetici e acqua, manodopera e costi fissi. Dai grafici elaborati da Ismea spicca dal 2022/2023 un ribaltamento del rapporto prezzi-costi.

    Se nel 2021-2022 la variazione del prezzo del prodotto aveva segnato +73,4% a fronte di +21,4% dei costi, nel 2022+14,9% i costi e -10,8% i prezzi riconosciuti ai produttori, nel 2023/2024 si abbassano i costi (-2,5%), ma molto di più i prezzi (-20,1%) per arrivare alla campagna 2024/2025(costi stabili, ma listini giù del 14,6%). Un altro elemento che avvalora la denuncia di Coldiretti relativamente alla salubrità del grano duro importato è l’exploit degli acquisti dal Canada, dove il prodotto viene trattato con il glifosato in modalità vietate in Italia. Nel 2024 le importazioni sono infatti aumentate del 60,2% per un valore che ha raggiunto 290 milioni di euro.

    Mentre gli acquisti si sono ridotti sia dalla Ue (-8,4%) che dal mondo (-22%). L’Ismea ha anche calcolato il costo medio per area. Nel Sud e cioè Puglia, Sicilia e Basilicata il costo medio a ettaro nel 2025 è stato di 1,170 euro con un differenziale prezzo-costo di -7%. Nel Centro (Toscana e Marche) costo medio a 1,390 a ettaro con un differenziale di -2%. Nel Centro Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana) 1,427 euro (+2%).

    Da qui il piano di misure presentato da Coldiretti in occasione della mobilitazione e subito condiviso dal Governo con il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, a partire dall’impegno a istituire la Commissione Unica Nazionale (CUN) sul grano duro, per superare le borse merci locali, fermare le speculazioni e costruire un meccanismo trasparente e partecipato per garantire il corretto formarsi del futuro prezzo di mercato. Una misura finalizzata a costruire armonia che ora diventa ancora più urgente tenendo conto dell’atteggiamento degli industriali che non hanno partecipato alla Commissione sperimentale per il grano duro, una presa di posizione che evidenza un atteggiamento ostile alla istituzione della CUN.

    Bene anche l’annuncio di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10 milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici. Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per stoccaggi e infine serve triplicare la resa ad ettaro attraverso le nuove tecniche di irrigazione così da assicurare riserve strategiche, forniture sicure e difendere la sovranità alimentare.

  • La Commissione approva due nuove indicazioni geografiche italiane

    La Commissione europea ha approvato l’aggiunta delle italiane “Olive taggiasche liguri” e “Carne Salada del Trentino” al registro delle indicazioni geografiche protette (IGP).

    Le olive taggiasche liguri sono olive da tavola e pasta di olive ottenute da olive della varietà taggiasca, devono il nome alla località di Taggia, nelle cui terre i monaci benedettini nel X secolo impiantarono i primi ceppi.

    La “Carne Salada del Trentino” è un salume di carne bovina caratterizzato dalla magrezza, dal sapore di carne matura e dall’aroma leggermente speziato. La carne viene prodotta e confezionata in tutto il territorio amministrativo della Provincia Autonoma di Trento, ad eccezione di alcuni comuni.

  • Presentazione del protocollo Combi Mais 2025

    Sarà presentato il prossimo 29 settembre a Robbiano di Mediglia il protocollo 2025 di Combi Mais. L’evento, che si svolgerà nell’azienza agricola Folli dei fratelli Mario e Alberto Vigo, è da alcuni anni un appuntamento fisso per raccontare e presentare l’evoluzione del progetto che ha suscitato anche la curiosità e l’interesse della commissione Agricoltura del Parlamento europeo.

  • La Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo in visita a Robbiano di Mediglia: al centro il progetto Combi Mais

    Un evento di portata europea si è svolto lunedì 15 settembre presso la Società Agricola Folli di Vigo Mario e Andrea: la Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo ha infatti scelto la realtà lombarda per una visita istituzionale dedicata al progetto Combi Mais, modello di innovazione sostenibile che sta attirando l’attenzione delle istituzioni europee.

    Un riconoscimento di livello europeo

    La scelta di includere l’azienda di Robbiano di Mediglia nell’agenda ufficiale della Commissione Agricoltura rappresenta un riconoscimento di eccellenza per l’agricoltura italiana. Non si tratta infatti di una visita di cortesia, ma di un momento di studio e approfondimento su pratiche agricole innovative che potrebbero diventare modello per l’intera Unione Europea.

    Ad accogliere i circa quaranta parlamentari europei giunti in pullman, oltre al titolare Mario Vigo, al figlio Andrea e al fratello Alberto, erano presenti l’agronomo dott. Leonardo Bertolani e l’onorevole Carlo Fidanza, promotore e organizzatore dell’incontro che ha reso possibile questo importante ponte tra territorio e istituzioni europee.

    Dalla ricerca locale all’attenzione europea

    All’interno della stalla allestita per l’occasione, il dott. Mario Vigo, co-ideatore del protocollo insieme al dott. Bertolani, ha ripercorso la genesi del progetto, nato nel 2014 con il coinvolgimento di importanti aziende fornitrici di mezzi tecnici e con la supervisione scientifica dell’Università di Agraria di Torino. “L’obiettivo – ha sottolineato Vigo davanti ai rappresentanti europei – era creare una squadra capace di coniugare innovazione e tradizione, per dimostrare che un’agricoltura competitiva e sostenibile è possibile”.

    Vigo ha inoltre richiamato il riconoscimento ottenuto da Combi Mais nel panorama nazionale: dal successo all’Expo 2015 fino al premio nazionale per l’innovazione agricola ricevuto nel 2019 direttamente dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Agricoltura, tappe che hanno portato il progetto all’attenzione delle istituzioni europee.

    Innovazione che parla al futuro dell’Europa

    Il dott. Leonardo Bertolani è poi entrato nel merito tecnico, illustrando ai parlamentari europei i risultati del protocollo sul piano agronomico e ambientale. “Il principio guida – ha spiegato – è ottenere di più con meno, ottimizzando tutti i fattori produttivi. Questo significa aumentare la resa e la qualità delle produzioni riducendo al minimo l’impatto ambientale e i costi per l’azienda agricola”, un approccio che risponde perfettamente agli obiettivi del Green Deal europeo e della nuova PAC.

    Particolarmente significative sono state le numerose domande poste dai parlamentari europei, interessati soprattutto agli effetti del protocollo sulla sostenibilità economica e ambientale e alle possibilità di replicazione del modello in altri contesti europei. Un confronto vivace che ha evidenziato come Combi Mais rappresenti esattamente il tipo di innovazione che l’Europa sta cercando per il futuro della sua agricoltura.

    Un ponte tra tradizione e futuro

    La giornata si è conclusa con un momento conviviale all’insegna delle eccellenze gastronomiche lombarde: salame di Milano, grana padano, raspadura lodigiana e dolci preparati con la farina Combi Mais, oggi commercializzati con il marchio Milano Cento Pertiche. Un modo per mostrare concretamente come l’innovazione tecnologica possa valorizzare le tradizioni agroalimentari del territorio.

    Verso nuovi scenari europei

    La visita rappresenta molto più di un semplice momento di confronto: potrebbe infatti aprire la strada a collaborazioni strutturate tra il progetto Combi Mais e le politiche agricole europee. L’interesse dimostrato dalla Commissione Agricoltura lascia infatti intravedere possibili sviluppi nella direzione di programmi di ricerca e sviluppo a livello europeo, con la realtà lombarda che potrebbe assumere un ruolo di riferimento per l’innovazione agricola sostenibile in Europa.

    L’evento conferma il ruolo strategico del progetto Combi Mais come esempio concreto di come l’agricoltura italiana possa coniugare tradizione, innovazione e sostenibilità, diventando modello per l’intera Unione Europea.

  • Coldiretti si sente beffata da von per Leyen

    Tra i tanti critici del secondo mandato della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ci sono anche i coltivatori italiani. Le parole della von del Leyen (“In Europa, abbiamo accesso a cibo di alta qualità che i nostri eccezionali agricoltori e pescatori producono a prezzi accessibili. Sono anche i custodi delle nostre terre e dei nostri oceani, della nostra biodiversità. La chiave per la nostra sicurezza alimentare. Ma si trovano ad affrontare venti contrari, dagli elevati costi dei fattori produttivi alla burocrazia o alla concorrenza sleale. Stiamo agendo su tutti questi fronti”) a detta di Coldiretti si “scontrano impietosamente con la realtà delle misure promosse dalla sua Commissione che colpiscono duramente proprio il settore agricolo, dal taglio del 20% dei fondi della Pac alla stipula di accordi commerciali come il Mercosur senza far valere il principio di reciprocità delle regole” secondo il commento di Coldiretti e Filiera Italia al discorso sullo stato dell’Unione pronunciato a Bruxelles dalla presidente dell’esecutivo Ue.

    L’esaltazione del ruolo agricoltori nella sicurezza alimentare europea è assolutamente incompatibile con la proposta riduzione del bilancio della Politica agricola comune che rischia di segnare la fine della stessa Pac. Altrettanto assurdo – rilevano Coldiretti e Filiera Italia – è affermare di aver evitato la concorrenza sleale delle importazioni dei prodotti agricoli e alimentari da Paesi terzi come nell’accordo Mercosur, che rappresenta la negazione assoluta del principio di reciprocità. E la stessa clausola di salvaguardia prevista è inutile, visto che non se ne prevede l’applicazione automatica, così come l’entità delle risorse finanziarie per eventuali compensazioni sottratte peraltro dallo stesso bilancio agricolo.

    E lo stesso annuncio dell’aumento dei fondi per la politica di promozione assurdo – continuano Coldiretti e Filiera Italia -, sicuramente condivisibile, non dovrà essere finanziato con i fondi agricoli, già drasticamente tagliati in questi anni per finanziare l’Ucraina. Spacciare la semplificazione come priorità già raggiunta nel settore agricolo è poi fuori dalla realtà che parla di un processo solo avviato e contenuti omnibus extra-Pac assolutamente inadeguati alle aspettative. Manca anche un ripensamento critico del green deal, eredità di Timmermans, che viene anzi esaltato senza riconoscere le gravissime conseguenze che ha provocato in termini di competitività soprattutto per il settore agricolo che, invece, dovrebbe avere un ruolo propositivo centrale nella transizione verde.

    Al contrario – sottolineano Coldiretti e Filiera Italia -, i servizi della commissione non hanno mostrato nessuna apertura nei confronti dei biocarburanti, vero strumento competitivo per molti paesi europei per il raggiungimento della neutralità tecnologica. La presunta indipendenza energetica – concludono Coldiretti e Filiera Italia – si scontra, poi, con la concessione fatta agli Usa di un import in tre anni di 750 mld di euro di gas naturale liquefatto. Allo stesso modo il rilancio produzione manifatturiera europea e il made in Europe e tutela delle proprie industrie non vede riscontri nella proposta di assoggettarle a nuova tassazione europea.

  • La Ue avvia la ratifica dell’accordo di libero commercio col Sud America

    Il governo italiano “accoglie con favore l’inserimento di un pacchetto di salvaguardie aggiuntive a tutela degli agricoltori europei” nel testo finale dell’accordo tra Unione europea e Mercosur. Con queste parole l’esecutivo di Giorgia Meloni ha commentato la presentazione del testo finale dell’accordo tra l’Ue e il Mercato comune dell’America meridionale, la cui adozione ieri da parte della Commissione ha dato il via al processo di ratifica di un patto commerciale che riguarderà oltre 700 milioni di consumatori e 31 Paesi, creando l’area di libero scambio più grande al mondo. I passi successivi, ha stabilito la Commissione, prevedono il voto del Consiglio europeo sulla parte commerciale. Tuttavia, il percorso resta irto di ostacoli, nonostante l’inserimento del pacchetto di salvaguardie. Il Consiglio deve approvare il testo con maggioranza qualificata, ovvero con il sostegno di almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’Ue. Se poi l’accordo è considerato “misto” (cioè include competenze condivise tra Ue e Stati membri), è necessaria anche la ratifica da parte dei parlamenti nazionali di ciascuno Stato membro, il che potrebbe allungare i tempi e moltiplicare le resistenze.

    La principale sfida è posta dai Paesi che hanno mostrato fin dall’inizio contrarietà al testo. Prima di tutto la Francia, che da mesi manifesta contrarietà su alcuni punti, e poi Ungheria e Polonia. Una minoranza di Paesi, come visto, potrebbe bastare ad arenare il processo di ratifica. L’Italia potrebbe giocare il ruolo di “ago della bilancia”, da una parte facendo leva su buone relazioni con i Paesi sudamericani, dall’altra riservandosi un appoggio condizionato all’accordo. Il governo Meloni, infatti, non ha assicurato il proprio sostegno a prescindere, ma ha promesso che “valuterà, anche attraverso il coinvolgimento delle rilevanti associazioni di categoria, l’efficacia delle garanzie aggiuntive previste e la conseguente possibilità di sostenere o meno l’approvazione finale dell’accordo Ue-Mercosur”, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi.

    Tra le salvaguardie aggiuntive incluse nell’ultimo testo ci sono un meccanismo di monitoraggio e intervento rapido in caso di perturbazioni nei prezzi, anche a livello di singolo Stato membro; il rafforzamento dei controlli fito-sanitari sulle merci in ingresso per assicurarne il pieno rispetto di standard e regolamentazioni Ue; l’impegno a prevedere compensazioni adeguate per le filiere agricole eventualmente danneggiate. Tutte misure, afferma Chigi, “attivamente chieste negli scorsi mesi dall’Italia”. Altre misure riguardano le quote per prodotti come la carne vaccina e le disposizioni per cui ognuna delle parti può sospendere il patto se l’altra non rispetta l’accordo sul clima di Parigi. La Commissione, da parte sua, ha assunto la responsabilità di “supervisionare attentamente il mercato dei prodotti più sensibili”, informando regolarmente (ad esempio ogni sei mesi) il Consiglio e il Parlamento affinché “tutte le istituzioni sappiano in tempo reale cosa succede nel mercato”. “Abbiamo creato un piano per rendere operative le misure di salvaguardia dal punto di vista giuridico per qualunque settore in cui vediamo un aumento improvviso o dannoso delle importazioni che potrebbe portare a un impatto negativo, in particolare per i produttori del settore agroalimentare”, ha affermato il portavoce della Commissione.

    La Polonia è uno dei Paesi che promette di dar battaglia. Il vicepremier e ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha assicurato che il suo Paese “lotterà per formare una minoranza” che blocchi l’accordo. Le preoccupazioni, così come per la Francia, riguardano l’ingresso in Europa di prodotti sudamericani capaci di competere con la produzione interna. In varie occasioni il premier polacco Donald Tusk ha dichiarato che “non accetterà il testo” e il ministro dell’Agricoltura Stefan Krajewski ha segnalato che le quote previste “sono troppo alte”. Parigi ha assicurato che “analizzerà” le clausole di salvaguardia. “Occorrerà soprattutto che una clausola di salvaguardia possa essere azionata da un solo Paese e non da tanti” e “possa applicarsi in modo temporaneo e non definitivo”, ha affermato la portavoce dell’esecutivo transalpino, Sophie Primas.

    Il blocco sudamericano ha espresso soddisfazione per l’avanzamento del testo finale, avendo più volte affermato che l’esito della conclusione dell’accordo è nelle mani di Bruxelles. Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, guida pro tempore del Mercosur, ha ribadito la sua intenzione di concludere l’accordo entro la fine del suo periodo di presidenza, cioè entro dicembre 2025. Anche il governo uruguaiano, tramite il ministro degli Esteri Mario Lubektin, ha espresso soddisfazione e auspicato che il testo concordato ieri sia il primo passo verso la conclusione del patto. In generale, l’accordo permetterà all’Unione europea di esportare automobili, macchinari industriali e bevande alcoliche in Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, facilitando a sua volta l’ingresso nel proprio mercato di carne, zucchero, riso, miele e soia sudamericani.

    A pesare in Italia sono soprattutto le posizioni di Confagricoltura e Coldiretti. La prima auspica “spazi di miglioramento, soprattutto per i comparti più esposti: carni bovine, pollame, riso, mais e zucchero” e definisce l’accordo “ancora penalizzante per importanti produzioni europee e italiane in termini di concorrenza e sicurezza alimentare”. La necessità di “un principio di reciprocità che richieda ai produttori del Mercosur di rispettare gli stessi parametri ambientali, sanitari e sociali previsti per gli agricoltori europei”, ha evidenziato il presidente Massimiliano Giansanti, “è un elemento imprescindibile per le nostre imprese e il sistema agroalimentare, che non potrebbero competere con produttori esteri sottoposti a regole meno restrittive”.

    Per Coldiretti, l’accordo con il Mercosur “è ancora insoddisfacente” e deve essere vincolato a “precise garanzie” sul rispetto del principio di reciprocità degli standard produttivi e su controlli puntuali su tutti i prodotti agroalimentari che entrano in Europa, “se non vogliamo mettere a rischio la salute dei consumatori e il futuro delle filiere agroalimentari”. Secondo il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, l’accordo può rappresentare un’opportunità per settori come l’industria, il vino e i formaggi, ma rischia di penalizzare altri comparti, dal riso alle carni rosse”. Lollobrigida ha osservato che “senza i nostri dubbi non ci sarebbe stata trattativa, con un ‘sì’ immediato avremmo avallato tutto mentre con un ‘no’ avremmo prodotto una minoranza di blocco. Invece abbiamo aperto la strada a un confronto vero grazie al lavoro del collega (ministro degli Esteri Antonio) Tajani, (del commissario europeo) Raffaele Fitto, della nostra diplomazia e soprattutto di Giorgia Meloni, hanno lavorato con equilibrio e fermezza. Ora il testo va letto con attenzione insieme alle associazioni agricole, che abbiamo sempre consultato prima di assumere ogni decisione”.

    L’elemento più importante è la rimozione progressiva del 91% dei dazi, che secondo le stime della Commissione europea farebbe risparmiare 4 miliardi di euro. Senza contare la possibilità per le imprese europee di accedere agli appalti pubblici statali nei Paesi Mercosur. Oggi le importazioni dall’area sudamericana sono il 2,2% del totale in Europa (con un valore di 109 miliardi di euro) e sono in prevalenza prodotti agricoli, materie prime e minerali critici. In senso opposto l’Ue è il secondo partner del blocco sudamericano ed esporta soprattutto manifattura. Dal punto di vista europeo si prevede una maggiore crescita soprattutto nelle importazioni, anche grazie ai minori costi, con la fornitura ai consumatori europei di più prodotti con prezzi più bassi. La stima è che il commercio bilaterale possa incrementare fino al 68% soprattutto grazie alla riduzione dei dazi su auto (oggi al 35%), prodotti chimici (18% oggi), calzature in pelle (oggi 35%), ma anche alimenti come cioccolato e vino (oggi rispettivamente al 20% e 27%). Una delle carenze riguarda invece gli investimenti, che non sono un settore adeguatamente incluso nel trattato. Per questo, sottolineano gli esperti, il testo dovrebbe integrarsi con il programma di investimenti dell’Ue in America Latina lanciato quest’anno (Global Gateway).

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