allevamento

  • Al G20 Agricoltura sottoscritta la Carta della sostenibilità dei sistemi alimentari

    Il G20 Agricoltura si è chiuso con l’impegno a promuovere pratiche di allevamento che siano sia produttive che sostenibili, basate su scienza evidenze e dati.
    I Ministri Agricoli del G20 adotteranno la Carta della sostenibilità dei sistemi alimentari. I principi, 21 in tutto, sono elencati nella dichiarazione finale che ha chiuso i lavori del summit a Firenze.
    “Noi, Ministri dell’Agricoltura del G20, ci siamo incontrati a Firenze dal 17 al 18 settembre 2021 e abbiamo ribadito il nostro impegno a raggiungere la sicurezza alimentare e la nutrizione per tutti e a garantire sistemi alimentari sostenibili e resilienti, senza lasciare indietro nessuno”. E’ il primo impegno di una serie di 21 punti per la sostenibilità dei sistemi alimentari, condivisi dai Ministri dell’Agricoltura riuniti per il G20 che si è concluso a Firenze.
    Gli impegni comprendono la protezione degli ecosistemi e la mitigazione dei cambiamenti climatici. In questo contesto, il G20 Agricoltura guarda con favore alle Linee guida volontarie sui sistemi alimentari e la nutrizione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) recentemente approvate
    La pandemia di COVID-19 e altre malattie infettive emergenti e zoonosi, nonché la continua sfida della resistenza antimicrobica (AMR), “ci ricordano le strette connessioni tra salute umana, animale, vegetale e ambientale”- si legge nella dichiarazione. Sulla base degli standard internazionali dell’OIE e del Codex Alimentarius, i MInistri sottolineano l’importanza fondamentale di applicare un approccio One Health “per accelerare la lotta globale contro la resistenza antimicrobica nei sistemi agricoli e alimentari e per prevenire le minacce biologiche”.
    Il G20 Agricoltura incoraggia il lavoro congiunto di OIE, FAO, WHO e UNEP,  per rafforzare l’attuazione dell’approccio One Health per combattere la resistenza antimicrobica, le malattie zoonotiche emergenti con potenziale pandemico e altre minacce alla sicurezza sanitaria globale
    Fra gli impegni, la promozione della  ricerca e dell’innovazione per invertire la perdita di biodiversità e migliorare la resistenza di piante e animali a malattie, parassiti e stress abiotici. “Ricordiamo il ruolo vitale della caratterizzazione, conservazione in situ ed ex situ e valutazione delle risorse genetiche animali e vegetali”.
    “Promuoveremo pratiche e tecnologie di allevamento che siano sia produttive che sostenibili, basate su scienza evidenze e dati”- dichiarano i Ministri.
    Fra gli impegni, la promozione della ricerca e dell’innovazione per invertire la perdita di biodiversità e migliorare la resistenza di piante e animali a malattie, parassiti e stress abiotici. “Ricordiamo il ruolo vitale della caratterizzazione, conservazione in situ ed ex situ e valutazione delle risorse genetiche animali e vegetali”.

    Fonte: AnmviOggi

  • Allevare gli animali con cui l’uomo si sfama produce oltre 17 miliardi di tonnellate di CO2

    Più di 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno: a tanto ammonta l’impatto ambientale della produzione di cibo a livello globale in termini di emissione di gas serra. Il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale, mentre quasi il doppio (il 57%) è dovuto ai cibi di origine animale. A ‘pesare’ sul bilancio sono soprattutto gli allevamenti bovini e le coltivazioni di riso, con il Sud America e il Sudest asiatico in testa alle regioni che emettono più gas serra. La stima è pubblicata sulla rivista Nature Food da un gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università dell’Illinois a cui partecipa anche la divisione Statistica della Fao di Roma.

    Lo studio è il primo a tener conto delle emissioni nette dei tre principali gas serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) derivanti da tutti i settori delle filiere alimentari relative a 171 coltivazioni e 16 prodotti da allevamento. “Sebbene la CO2 sia molto importante, il metano generato dalle coltivazioni di riso e dagli animali e il protossido di azoto derivante dai fertilizzanti sono rispettivamente 34 e 298 volte più potenti nel trattenere calore in atmosfera”, spiega il primo autore dello studio, Xiaoming Xu.

    I dati, raccolti in oltre 200 Paesi del mondo intorno al 2010, dimostrano che i sistemi alimentari sono responsabili del 35% delle emissioni legate alle attività umane. In particolare, il 29% è dovuto alla produzione di cibi di origine vegetale (19% CO2, 6% metano, 4% protossido di azoto), il 57% si deve agli alimenti di origine animale (32% CO2, 20% metano, 6% protossido di azoto), mentre gli altri prodotti a uso non alimentare, come il cotone e la gomma, contribuiscono alle emissioni per il 14%. Grazie a questi dati, i ricercatori sono riusciti a creare un database pubblico che consente di stimare l’impatto ambientale delle varie attività del settore alimentare nelle diverse aree del mondo. I risultati dimostrano per esempio che Cina, Brasile, Stati Uniti e India sono i Paesi ‘maglia nera’ per le emissioni associate alla produzione di alimenti di origine animale, mentre le emissioni relative ai cibi di origine vegetale sono maggiori in Cina, India e Indonesia.

    Considerando che la crescita della popolazione mondiale porterà ad aumentare le colture e gli allevamenti, così come l’uso di acqua, fertilizzanti e pesticidi, la lavorazione e il trasporto dei prodotti, i ricercatori auspicano che il database possa essere utilizzato per stimare al meglio le emissioni di gas serra legate alle diverse attività del settore alimentare: un modo per incoraggiare tutti – dai semplici cittadini fino ai decisori politici – ad adottare stili di vita e politiche che possano mitigare gli effetti dei gas serra, prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile.

  • Pandemia e inviti dell’Oms non fermano in Cina l’allevamento di cani per uso alimentare

    In una sua recente pronuncia l’Oms avverte del pericolo rappresentato dalla vendita, per uso alimentare, di animali selvatici vivi, infatti questi sono serbatoio del 70% delle malattie infettive che potrebbero essere trasmesse, in modi diversi, all’uomo causando nuove pandemie. In molti paesi, specialmente asiatici, i mercati che vendono animali selvatici vivi sono restati aperti nonostante le sollecitazioni di alcuni governi, come quello cinese, a cessare questo pericoloso commercio. Proprio in Cina continua, in molte regioni, l’utilizzo di carne di cani, allevati allo scopo alimentare, in allevamenti lager nonostante recenti leggi abbiano chiarito che i cani non sono da considerarsi animali per l’alimentazione. Resta da chiedersi come un governo, ed un sistema politico, così capace di farsi obbedire su tutto non sia ancora stato in grado di debellare gli allevamenti di cani da macello ed i mercati con selvatici vivi, nonostante tutti i problemi creatisi con l’insorgere della pandemia proprio in uno di questi mercati.

    L’Oms chiede anche maggiore pulizia, controlli e regole per gli allevamenti di animali da carne.

    Intanto ha dato buoni risultati la prima fase del vaccino anti covid 19 per i gatti e nelle prossime settimane si avranno i dati anche della seconda puntura, si pensa inoltre ad una sperimentazione sui visoni, animali che nei mesi scorsi si sono dimostrati particolarmente predisposti ad ammalarsi e a contagiare.

    Una buona notizia in Italia è che il Ministero della Salute abbia finalmente annunciato che entro il 2021 si potrà estendere a tutte le regioni il nuovo sistema di anagrafe per gli animali d’affezione, sistema al quale, per ora, le regioni potranno aderire volontariamente mentre invece dovrebbe essere obbligatorio un sistema nazionale di identificazione. I sistemi regionali, infatti, non essendo compatibili tra di loro e connessi in rete spesso ritardano, o impediscono, il riconoscimento di animali persi. Rimane anche il problema, per alcune regioni del sud, dell’omessa pratica per l’identificazione degli animali di proprietà lasciati spesso liberi intorno a casa o in campagna senza che sia possibile, di conseguenza, identificarne i proprietari, tale pratica aumenta anche il randagismo, infatti le cucciolate indesiderate sono abbandonate. Nel programma del Ministero vi è anche l’annuncio di un maggior coordinamento e controllo sulle strutture di vario genere che ospitano animali: canili, rifugi, allevamenti.

  • Sono 12.000 le famiglie che da 2 mesi attendono di poter portare a casa il loro cucciolo di cane o gatto di razza

    Pubblichiamo un appello lanciato da ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani)

    (Cremona, 6 maggio 2020)- E’ diventata urgente la necessità di consegnare o di ritirare i cuccioli di cani e gatti di razza, che da oltre due mesi attendono di essere consegnati ai loro proprietari. Con una lettera al Ministro Teresa Bellanova e alle competenti direzioni del Mipaaf, l’ANMVI ha chiesto che venga tutelato il patrimonio cinologico e felino nazionale. Le nuove nascite, iscritte ai rispettivi libri genealogici, rischiano di andare incontro a problemi di salute e di benessere e sono attese da circa 12mila famiglie/proprietari italiani. Tale risulta infatti la ragguardevole consistenza di esemplari stimata dagli allevatori cinofili e felini italiani.

    L’ANMVI chiede che – su tutto il territorio nazionale – venga inequivocabilmente autorizzata la movimentazione di cuccioli di cani e gatti di razza, nati da riproduzioni precedenti la pandemia da COVID-19  e a tutt’oggi vincolati alla permanenza presso i loro allevatori/riproduttori. L’Associazione ritiene che debbano essere autorizzati per “motivi di salute” e per “necessità”, gli spostamenti, anche fuori regione e in autodichiarazione, da parte di:

    – privati cittadini che si rechino con proprio mezzo presso l’allevatore per il ritiro del proprio cucciolo di cane/ gatto;

    – allevatori o terzi incaricati verso la famiglia/proprietario per la consegna del cucciolo di cane/gatto;

    La nota firmata oggi dal Presidente ANMVI  Marco Melosi, ricorda che il Ministero della Salute fa rientrare fra i “motivi di salute” in autodichiarazione anche la salute animale. A riprova, i DPCM hanno sempre considerato i Servizi Veterinari (Cod. Ateco 75) essenziali e quindi non sospesi.

    Si tratta di “esseri senzienti”, il cui ritardato affidamento al proprietario può seriamente nuocere alla loro salute e al loro benessere. Oltre alla regolarizzazione del possesso (identificazione anagrafica- microchip ove obbligatoria) si rende necessario ed urgente:

    – somministrare, senza ulteriori ritardi, le vaccinazioni veterinarie raccomandate dalla comunità scientifica internazionale, a protezione di malattie anche di portata zoonosica;

    – avviare, senza ulteriori ritardi, la socializzazione di questi esemplari con persone e consimili per il loro corretto sviluppo comportamentale, obiettivo conseguibile con risultati ottimali nei primi 2 mesi di vita;

    Si tratta anche di esemplari di razze pregiate, iscritti ai rispettivi libri genealogici e ascrivibili al patrimonio cinologico e felino nazionale, la cui tutela è affidata al Mipaaf. Ulteriori restrizioni alla movimentazione delle nuove nascite rischia di deprimere ulteriormente le attività riproduttive, attività che nella cd Fase 1 sono state responsabilmente interrotte a causa delle restrizioni alla mobilità.

    E’ evidente che un infausto perdurare di tali circostanze rischierebbe di impoverire un patrimonio zootecnico nazionale che vanta posizioni di eccellenza internazionale, con ricadute negative su tutto l’indotto economico-produttivo di cui si compone la filiera degli animali da compagnia (segnatamente dei cani e dei gatti di razza).

    “Considerato che le attività di allevamento animale non sono state sospese dai DPCM adottati in corso di Fase 1, si ritiene che anche le consegne debbano essere finalmente e coerentemente consentite attraverso un indirizzo uniforme ai territori per evitare blocchi o respingimenti, a nostro giudizio non più giustificati”.

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

     

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