allevamento

  • Il 2026 si prospetta preoccupante per il commercio di carne suina italiana

    L’analisi di fine anno di Assosuini evidenzia che il contesto del 2025 ha accentuato alcune fragilità strutturali che potrebbero emergere con forza nel 2026. Nel triennio più recente, il saldo commerciale italiano delle carni suine resta strutturalmente negativo. Le importazioni hanno raggiunto valori prossimi ai 3,5 miliardi di euro, con volumi superiori a 1,18–1,19 milioni di tonnellate. Le esportazioni, pur in crescita rispetto agli anni precedenti, si attestano intorno ai 2,5 miliardi di euro e a circa 320–330 mila tonnellate. Il divario tra import ed export rimane quindi ampio, sia in valore sia in quantità.

    Questa dinamica è strettamente collegata ai livelli di prezzo della materia prima nazionale. I prezzi elevati dei suini e delle cosce fresche hanno ridotto la competitività delle produzioni italiane sui mercati esteri, limitando la capacità di espansione dell’export proprio in una fase in cui la domanda internazionale è particolarmente selettiva sul prezzo. Sul fronte dei costi, il 2025 ha segnato una parziale normalizzazione rispetto ai picchi del 2022–2023, ma su livelli comunque elevati rispetto alla media storica. Il mais nazionale si è mantenuto per gran parte dell’anno tra 250 e 300 euro/tonnellata, mentre la soia estera ha oscillato frequentemente tra 450 e 550 euro/tonnellata. Questo significa che i costi di alimentazione restano strutturalmente più alti rispetto al periodo pre-crisi.

    La combinazione di prezzi elevati dei suini e costi ancora sostenuti ha prodotto un quadro di redditività fortemente asimmetrico. L’allevamento ha beneficiato di margini elevati, mentre la macellazione ha mostrato una redditività relativamente stabile, con indici intorno a 1,0–1,1, senza riuscire a intercettare pienamente la fase favorevole. La stagionatura, soprattutto DOP, ha invece subito una progressiva erosione dei margini.

    In questo contesto, il rischio per il 2026 è duplice. Da un lato, una possibile ripresa anche parziale dell’offerta di suini potrebbe esercitare una pressione immediata al ribasso sui prezzi. Dall’altro, la domanda interna ed estera potrebbe non essere in grado di assorbire volumi a prezzi elevati, amplificando la correzione.
    Se i prezzi dei suini dovessero scendere rapidamente, l’allevamento potrebbe vedere comprimersi i margini in tempi molto brevi, soprattutto in presenza di costi di alimentazione ancora superiori alla media storica. Il 2026 si apre quindi come un anno ad alto rischio di volatilità, in cui l’equilibrio raggiunto nel 2025 potrebbe rivelarsi fragile.

  • Quasi 400 aziende recepiscono le norme europee per migliorare gli allevamenti di polli

    Cresce il numero di aziende che a livello europeo si impegnano nel miglioramento delle condizioni di allevamento dei polli e che scelgono di aderire allo European Chicken Commitment (Ecc), ovvero lo standard minimo adottato da un numero sempre crescente di aziende del mercato comunitario. L’Italia rimane tra i paesi che registrano meno progressi in assoluto.

    Essere Animali rende pubblico in Italia il report “European Chicken Commitment Progress Report 2025” redatto dalla Open Wing Alliance (Ora) – coalizione internazionale composta da quasi 100 organizzazioni in tutto il mondo tra cui Essere Animali – in cui viene presentata un’ampia panoramica dei progressi compiuti dall’industria alimentare europea per eliminare le maggiori cause di sofferenza per i polli allevati per la produzione di carne. «Dal Regno Unito alla Francia, passando per Norvegia, Germania e Spagna, i maggiori produttori europei stanno facendo importanti passi avanti per mettere al centro delle politiche aziendali il benessere animale. L’Italia resta fanalino di coda e aziende come Coop, pur dichiarandosi attente alle condizioni di allevamento nelle proprie filiere a marchio, non hanno fatto passi significativi per allinearsi ai competitor europei. Se Coop vuole essere realmente all’avanguardia l’unica via è aderire allo European Chicken Commitment, dimostrando così ai propri clienti di avere a cuore il benessere degli animali e la qualità dei prodotti venduti a scaffale», dichiara Simone Montuschi, presidente di Essere Animali.

    Secondo i dati riportati nel report, ad oggi sono 394 le aziende in tutta Europa ad aver aderito all’Ecc, con un impatto positivo sulle condizioni di vita di oltre 260 milioni di polli. Tra le aziende che operano in Italia si registrano solo Carrefour, Cortilia, Eataly e il produttore Fileni. Manca quindi del tutto un impegno in tal senso da parte delle principali insegne italiane, tra cui Coop, Conad ed Esselunga.

    Stando alle stime di Ora, l’impegno delle aziende che hanno adottato l’ECC porterà a una riduzione delle sofferenze per oltre 1,3 miliardi di animali ogni anno.

    Il report evidenzia inoltre che 12 delle principali aziende ad aver sottoscritto l’Ecc, tra cui Aldi, Carrefour, Lidl, Waitrose e Marks & Spencer, stanno rendendo pubblici i loro progressi: tre dei maggiori produttori in Europa stanno fornendo carne di pollo conforme ai criteri Ecc su larga scala; la britannica Marks & Spencer ha registrato, dopo la transizione all’Ecc, un aumento delle vendite di carne avicola del 33%; la norvegese Norsk Kylling produce 100% carne di pollo in linea con i criteri ECC e ha visto una riduzione della mortalità degli animali del 79%; dopo l’adesione all’Ecc il produttore Plukon Food Group ha ridotto di oltre 100 volte dell’uso di antibiotici; a settembre la britannica Waitrose è diventata la prima catena pienamente conforme all’ECC e non ha aumentato i prezzi per i consumatori, sfatando il mito secondo cui garantire un maggiore benessere animale comporti costi più elevati; il gruppo francese Lambert Dodard Chancereul (Ldc) si è impegnato affinché i suoi marchi principali Le Gaulois e Maître CoQ rispettino i criteri dell’ECC entro il 2028, con un impatto positivo su 120 milioni di animali ogni anno. Come Ldc, anche il secondo produttore francese Terrena si è recentemente impegnato a implementare lo standard Ecc entro il 2028 per le sue due linee di prodotti a marchio (Père Dodu e la Nouvelle Agriculture)

    Lo European Chicken Commitment è una richiesta della società civile per soddisfare criteri più elevati di benessere animale per i polli allevati per la produzione di carne. Basato su evidenze scientifiche, lo standard ECC mira a ridurre le più gravi sofferenze causate dall’allevamento intensivo, tra cui le elevate densità e l’utilizzo di razze a rapido accrescimento, che fanno sì che questi animali raggiungano il peso ideale di macellazione in soli 30-40 giorni, con gravi danni al loro organismo. Proprio l’introduzione di razze di polli a lenta crescita è un elemento correlato non solo a benefici diretti di benessere animale, ma anche a una maggiore qualità della carne.

    Infatti, un tipico segnale evidente derivante dall’uso di razze a rapido accrescimento sul benessere dei polli e sulla qualità della carne è l’insorgere del white striping, una miopatia che si manifesta con strisce bianche di grasso e tessuto cicatriziale presenti sul petto, visibili anche a occhio nudo. Questa malattia, indice di condizioni di allevamento inadeguate, interessa tra il 50% e il 90% dei polli a rapido accrescimento, quelli maggiormente impiegati negli allevamenti intensivi, dai quali provengono 9 polli italiani su 10.

    Secondo lultima analisi di Essere Animali su oltre 600 confezioni di petti di pollo a marchio CONAD, Coop ed Esselunga, la malattia è visibile su oltre il 90% di questi prodotti venduti dalle tre insegne. Nel caso di Coop, alcuni risultati registrano la più alta percentuale di casi con gravità elevata di white striping. Questo nonostante, nelle sue comunicazioni pubbliche, Coop dichiari che il benessere animale è un elemento fondante della sua politica aziendale, e che l’attenzione a questo tema è massima per i prodotti a marchio proprio. Il white striping non rappresenta una non conformità dal punto di vista veterinario nonostante derivi da uno squilibrio fisiologico in cui i muscoli, soprattutto quelli del petto, si sviluppano così velocemente da superare la capacità del sistema circolatorio di fornire sangue e ossigeno sufficienti. Ciò determina una degenerazione delle fibre muscolari – sostituite da tessuto fibroso e grasso – che genera carni di minore qualità, con una composizione nutrizionale alterata rispetto a carni sane.

    Il report diffuso da Essere Animali è stato anche al centro di due interrogazioni presentate al Senato e alla Camera, dirette al Ministero della Salute e al Ministero dell’Agricoltura e a firma delle Onorevoli Eleonora Evi, Ilenia Malavasi, Gian Antonio Girelli, Marco Furfaro (Pd) e della Senatrice Dolores Bevilacqua (M5s), che hanno chiesto al Governo risposte sulle reali condizioni dei polli negli allevamenti italiani. Anche i cittadini hanno dimostrato grossa preoccupazione sul tema del white striping e sulla qualità del pollo 100% Made in Italy venduto nei maggiori supermercati italiani: i contenuti diffusi dall’associazione hanno raggiunto oltre due milioni di utenti sui media nazionali e locali, e più di 3 milioni e mezzo di visualizzazioni sui social, diventando virali.

  • ‘Operazione Pig’ da spy story ad ammonimento della comunità scientifica

    Domenica 8 settembre nella pagina dei commenti sul Corriere della Sera la scienziata Ilaria Capua ha ammonito su ‘Peste suina, rischi e responsabilità’, quasi riecheggiando la trama della spy story recentemente pubblicata da Albert De Bonnet ‘Operazioni Pig’ incentrata proprio sui rischi, conosciuti o anche paventabili, legati a laboratori privati che manipolano virus.

    Ricordando, in merito all’allevamento di suini, che «la Commissione europea ci ha redarguito qualche mese fa per come sono state gestite le prime avvisaglie di questa infezione sul territorio italiano, Capua sollecita come «urgente, anzi urgentissimo, seguire pedissequamente le indicazioni della Commissione europea» in merito ai controlli per garantire che i suini non diventino un veicolo di propagazione di malattie ed epidemie.

    A valle, come esplicita Capua dati alla mano, c’è un settore che in Italia «ha un valore economico pari a 20 miliardi di euro (di questi 2,1 miliardi sono legati all’export) ed occupa 100.000 persone in tutti i segmenti della filiera». A monte, come ci ammonisce De Bonnet col suo romanzo, c’è il problema di un utilizzo della scienza troppo scarsamente regolamentato e vigilato a livello internazionale e di possibili spregiudicati giochi di potere da parte di chi ha più mezzi e cognizioni che scrupoli. In mezzo, va da sé, c’è la salute di tutti e la sicurezza dell’intero pianeta.

  • La peste suina un problema che ritorna e preoccupa

    Salvo qualche quotidiano locale da tempo il silenzio stampa è sceso sul grave problema della peste suina che, negli ultimi anni, sta creando notevoli danni, non solo economici, negli allevamenti di molti paesi europei e l’Italia è tra questi.

    La peste suina, in precedenza, ha portato all’abbattimento di milioni di maiali in Cina dove il maiale non solo è utilizzato per il mercato interno ma anche esportato in notevoli quantità, vivo o macellato.

    Il Italia la regione che in passato ha avuto più problemi è stata la Sardegna, la peste suina è diffusa da cinghiali e maiali selvatici che la attaccano ai maiali da allevamento. Già da due anni vi sono zone, in Piemonte, in Liguria ed Emilia, nelle quali è stato proibito il passaggio nei boschi con i cani e la ricerca dei tartufi proprio per la recrudescenza dell’epidemia, recentemente anche la Toscana ha identificato cinghiali infetti.

    Nei prossimi giorni in Emilia Romagna partirà un piano di abbattimento, con operatori esperti, dei cinghiali per cercare di arginare la diffusione della peste, e partirà in primis dalle province di Parma e Piacenza, al momento le più colpite.

    La peste suina se è presente in un allevamento comporta l’abbattimento di tutti gli animali, danno economico molto ingente con conseguenze anche per lo smaltimento delle carcasse ed il rischio, purtroppo presente, che qualcuno, per cercare di contenere il danno, cerchi di macellare e vendere maiali ammalati, fortunatamente la rete sicura dei veterinari e della finanza procede con controlli a tappeto.

    Apparentemente la peste suina non si attacca all’uomo ma vi sono stati sporadici casi sospetti e comunque l’uomo, inconsapevolmente, rischia di essere veicolo di trasmissione del virus che può restare in incubazione fino a 100 giorni.

    Mentre partono le nuove iniziative delle regioni per contrastare il diffondersi della peste Il Patto Sociale vi ha dato notizia del libro Operazione Pig, edito da Europa Edizioni, di Albert de Bonnet, che tratta proprio dell’argomento oggi ritornato di primaria importanza.

    Un romanzo nel quale realtà e fantasia si intrecciano con scenari che, purtroppo, potrebbero non essere sempre di fantapolitica visti i molti laboratori che, nel mondo, lavorano su nuovi virus, spesso per creare nuove armi.

  • Siamo davvero sicuri di doverci difendere dai lupi?

    Da qualche tempo sono decisamente in aumento, nei quotidiani editi in certe province, articoli sempre più inquietanti che spingono a togliere il lupo dalle specie protette.

    Amministratori della Lega e cacciatori, specialmente, supportati da qualche agricoltore del nord, sembra che nel centro e nel sud il problema non sia sentito, forse per un miglior rapporto con l’ecosistema e la natura, si affannano a parlare di un aumento di lupi preoccupante.

    In Italia, dai dati oggettivi, i lupi sono poco più di tremila e quasi ogni giorno si trovano carcasse di lupi uccisi da veicoli, morti per avvelenamento, per esche avvelenate o perché hanno mangiato animali a loro volta avvelenati, o sparati oltre, ovviamente, a quelli morti per cause naturali.

    Pensiamo che nella sola provincia di Piacenza, nel 2022, sono stati trovati morti per le strade più di 14 lupi.

    Da anni la direttiva europea HABITAT ed altri ulteriori interventi hanno stabilito che i governi nazionali, con fondi ad hoc, risarciscano i danni, se effettivamente comprovati, subiti dagli allevatori per l’uccisione di animali dall’allevamento da parte dei lupi, inoltre ci sono fondi regionali per provvedere all’installazione di dispositivi di difesa e sono donati agli allevatori cani antilupo, come il pastore maremmano e abruzzese.

    Bisogna inoltre ricordare che i lupi possono avvicinarsi agli allevamenti quando sulle concimaie sono buttate le placente e le carcasse di animali morti mentre, per legge, dovrebbero essere smaltite per incenerimento da un apposito servizio. Se a questo aggiungiamo la triste abitudine di lasciare in giro o vicino a casa immondizie alimentari risulta evidente che i lupi, come altri carnivori del bosco, possano essere attirati più vicino all’abitato.

    E’ per molti ormai evidente che la furia che si è scatenata contro lupi ed orsi ha motivazioni diverse rispetto alla effettiva necessità di difendersi dalla loro pericolosità.

    La verità è che l’uomo ama più convivere con il cemento che con la natura e che l’irrefrenabile voglia di dominare un animale e di esercitare potere e violenza è troppo forte nonostante la nostra presunta civiltà.

  • Cosa c’è dietro

    Quando comperiamo le arance o i peperoni, gli asparagi o i carciofi, la pasta, il pane, il riso, quando mangiamo una fetta di carne, mettiamo il latte nel caffè o nella tazza di un bambino, l’olio nell’insalata e beviamo un bicchiere di vino ci viene mai in mente cosa c’è dietro?

    Quante sono le ore di lavoro, quanta la fatica per combattere la siccità o le bombe d’acqua, sappiamo vagamente come alcuni prodotti della terra abbiano bisogno di molte cure, di raccolte ancora manuali, chini sul campo, o di macchinari costosi, sia se si comperano che se li si prende a noleggio?

    Gli asparagi nascono all’alba e vanno raccolti subito, a mano, ogni giorno e la raccolta dura poche settimane per anno. Il dicembre scorso, in Sicilia, gli agricoltori hanno dovuto dare acqua agli aranceti assetati mentre, non solo in Puglia, in estate ed in autunno, le olive e le uve sono state decimate dalle avversità del tempo.

    In Romagna peri e meli sono coperti dalle reti antigrandine da srotolare e riavvolgere ogni volta, le pecore vanno portate a pascolare su e giù per monti e pianure, nelle stalle il letame va raccolto, le mucche nutrite e pulite prima della mungitura ed i veterinari eseguono controlli costanti e ovviamente non gratuiti.

    Ogni volta che acquistiamo un prodotto e poi lo cuciniamo, che lo abbiamo acquistato su una bancarella o al supermercato (i piccoli negozi sono ormai quasi del tutto spariti), ci viene mai in mente quale lavoro c’è dietro il nostro piatto di pasta con le cime di rapa, la cotoletta alla milanese, le lasagne o un arancino di riso, melanzane e pomodoro? Tanto lavoro e passione che la stragrande parte degli agricoltori, dei contadini, degli allevatori mettono ogni giorno.

    Mentre beviamo un bicchiere di vino, con un po’ di pane e prosciutto, coppa o salame, mortadella o pancetta, pensiamo solo alle calorie, preoccupati di non esagerare, al costo di quello che stiamo mangiando o pensiamo, per un attimo, anche a cosa c’è dietro, a tutti i passaggi necessari per arrivare alla nostra tavola?

    Probabilmente pensiamo ai prezzi che sono cresciuti ma non all’ormai decennale problema dei mega distributori che, in tutta Europa, si accaparrano tutte le produzioni, decidono quanto e come pagare, dopo avere distrutto i piccoli distributori regionali, portando chi coltiva e chi alleva a dover subire la potenza di monopoli che non lasciano scampo: o vendi sottocosto o non vendi.

    Lo sanno bene anche i floricultori italiani e francesi costretti a chiudere le serre per la concorrenza che arriva da paesi lontani dove non si controllano gli usi dei pesticidi più nocivi e si affamano i lavoratori.

    Così sui cargo arrivano i pomodori cinesi e il problema non è l’emergenza per il grano ucraino ma la consuetudine di avere qui quello russo o di sapere che il latte delle mucche italiane non è pagato a sufficienza perché qualche “furbo” trasformatore utilizza quello in polvere che dovrebbe servire solo per l’alimentazione degli animali.

    Chiedere che i prodotti che arrivano in Europa abbiano lo stesso standard qualitativo e di sicurezza alimentare di quelli europei, che la rincorsa ai carburanti alternativi ed alle energie rinnovabili non sia fatto a scapito dell’agricoltura rendendo inutilizzabili migliaia di ettari coltivabili, combattere la eccessiva cementificazione del suolo ed incentivare il recupero abitativo di vecchie case e strutture dismesse, volere che i letti ed i greti dei fiumi siano ripuliti dai tronchi e dalle immondizie, che aumentano la pericolosità delle piene, non vuol dire stare dalla parte degli agricoltori ma stare dalla parte di tutti.

    Bisogna Impedire l’attuale strapotere dei monopolisti della grande distribuzione, difendere il nostro sistema alimentare, evitare che col cibo accada quanto già accaduto con il gas.

    Essere favorevoli a sgravi fiscali per chi produce in sicurezza quanto ci occorre per nutrirci e per esportare la nostra qualità, le nostre peculiarità e diversità, impedire che si proponga di pagare per non coltivare, per non produrre, proprio in un momento nel quale, per le guerre ed i cambiamenti climatici, c’è la necessità che ogni paese cerchi di avere quanto è indispensabile al sostentamento della sua popolazione, non è essere contro l’Europa ma essere capaci di ricondurla con i piedi per terra.

    Saper convivere tra noi umani, saper comprendere e rispettare le semplici ma severe regole della natura non è un optional e le donne, gli uomini che vivono a più contatto con la terra ci ricordano anche questo, non si può mangiare il cemento, dipendere dalle importazioni, pensare che per avere più progresso si debba distruggere il presente ed ipotecare il futuro.

    Quando iniziamo a mangiare pensiamo un attimo che la maggior parte di quello che abbiamo pagato per quel cibo non va a chi oggi, in tutta Europa, sfila sui trattori e si vede invece riconosciuto un prezzo ben inferiore ai costi di produzione.

  • La Commissione stanzia 46,7 milioni di euro per gli agricoltori colpiti da focolai di influenza aviaria in Italia

    In seguito al voto favorevole degli Stati membri, la Commissione concederà all’Italia 46,7 milioni di euro per contribuire a compensare gli agricoltori delle zone colpite da focolai di influenza aviaria.

    Tra il 1º gennaio 2022 e il 30 aprile 2022 l’Italia ha registrato 23 focolai confermati di influenza aviaria ad alta patogenicità del sottotipo H5 (“influenza aviaria”). In risposta, l’Italia ha attuato rapidamente misure rigorose in materia di sanità animale, con conseguenti perdite di produzione nelle regioni colpite, in particolare per quanto riguarda le uova e le carni.

    A seguito della richiesta formale dell’Italia, la Commissione europea ha deciso di stanziare 46.670. 790 euro provenienti dalla riserva agricola, a copertura del 50% della spesa dell’Italia per aiutare gli agricoltori gravemente colpiti. I pagamenti cofinanziati dalla riserva agricola devono essere effettuati entro il 30 settembre 2024. Il sostegno è riservato alle aziende agricole situate nelle zone soggette a restrizioni colpite dai 23 focolai. Al fine di evitare doppi finanziamenti da fondi pubblici, le perdite subite non devono essere compensate da aiuti di Stato o da assicurazioni. Dopo l’approvazione formale della misura di sostegno da parte della Commissione, il regolamento di esecuzione sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE e dovrebbe entrare in vigore all’inizio di febbraio.

  • Il benessere degli animali sta a cuore agli europei, lo afferma l’indagine di Eurobarometro

    La protezione del benessere degli animali è essenziale per gli europei: lo dimostrano i risultati di un’indagine Eurobarometro pubblicata il 19 ottobre. Da oltre 40 anni la Commissione è impegnata a favore del benessere degli animali, migliorando progressivamente il loro benessere e adottando alcune tra le più stringenti normative mondiali in materia. Questo sondaggio evidenzia l’importanza di questo tema per i cittadini di tutta l’UE.

    L’84% di europei ritiene che nel proprio paese il benessere degli animali d’allevamento debba essere protetto meglio di quanto non lo sia attualmente. Molto simile (83%) la quota degli europei favorevoli a limitare il tempo di trasporto degli animali. Quasi tre quarti degli intervistati (il 74 %) sono favorevoli a una migliore protezione del benessere degli animali da compagnia nel proprio paese.

    Oltre il 90% degli europei ritiene che le pratiche agricole e di allevamento debbano soddisfare determinati requisiti etici di base, quali: fornitura di sufficiente spazio, cibo e acqua agli animali, ambienti adatti alle loro esigenze (fango, paglia, ecc.) e garanzia di un trattamento corretto. L’indagine ha inoltre evidenziato un elevato livello di preoccupazione per il benessere degli animali nei macelli.

    Tre quarti degli intervistati hanno infatti giudicato inaccettabile la pratica di uccidere i pulcini maschi appena uscito dal guscio, e una stragrande maggioranza è favorevole al divieto di amputare alcune parti del corpo degli animali (code, orecchie, becchi, ecc.), a meno che non sia strettamente necessario e avvenga sotto anestesia. Per quanto riguarda l’allevamento di animali da pelliccia, oltre la metà degli intervistati (57%) ritiene che dovrebbe essere rigorosamente vietato nell’UE, mentre quasi un terzo (32%) ritiene accettabile mantenerlo solo assicurando condizioni di benessere migliori.

    Per quanto riguarda le importazioni di prodotti alimentari da paesi terzi, oltre otto europei su dieci (l’84%) ritengono che l’attuale situazione in materia di benessere degli animali debba cambiare, applicando le norme dell’UE in materia di benessere degli animali alle importazioni di alimenti o etichettando i prodotti in base agli standard applicati in fase di produzione.

    Nonostante le interviste siano state condotte nel marzo 2023, quando i prezzi dei prodotti alimentari erano già molto elevati a causa dell’inflazione, il 60% degli intervistati ha dichiarato di essere disposti a pagare di più per prodotti provenienti da sistemi di allevamento rispettosi del benessere degli animali. Circa un quarto (il 26%) degli europei sarebbe pronto a pagare fino al 5 % in più per alimenti rispettosi del benessere degli animali.

  • E se Einstein avesse ragione?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Karl Wolfsgruber

    Pochi giorni fa sono stati resi noti i risultati di una ricerca statistica[1] diretta dal noto studioso Max Roser (professore del Global Data Analytics presso l’Università di Oxford e direttore esecutivo del Global Change Data Lab) sui volumi mondiali delle attività di macellazione degli animali da allevamento nel 2021. Sovrapponendo le migliaia di informazioni, estrapolate dalle banche dati dei più importanti enti di ricerca sul tema, hanno calcolato che nel 2021, nel mondo, sono stati macellati a scopo alimentare circa 162 miliardi di animali da allevamento (332 milioni circa di mucche, 500 milioni circa di capre, 617 milioni circa di ovini, 1 miliardo e 400 milioni circa di maiali, 4 miliardi e 300 milioni circa di anatre e 74 miliardi di polli). Se suddividiamo questo dato per 365 giorni (pari a un anno), il numero di animali da allevamento macellati ogni giorno è di circa 443 milioni (308 mila animali macellati al minuto!). E se a questo calcolo aggiungessimo le centinaia di milioni di pesci e crostacei consumati a tavola ogni anno, il quadro sarebbe ancora più completo. Del resto la domanda di consumo di carne in molti paesi è in costante crescita da ormai sessant’anni. Vediamo alcuni dati: negli Stati Uniti, in Australia e in Spagna il consumo di carne è stimato essere di circa 100 chilogrammi pro capite annui, 88 chilogrammi in Germania, 83 in Francia e 80 in Italia. Secondo alcuni dati il numero di persone in cura per patologie legate all’eccessivo consumo di proteine e grassi animali e il volume dei danni ambientali dovuti all’aumento degli allevamenti intensivi sono in crescita da ormai sessant’anni (ovunque vi sia il cosiddetto “sviluppo”).

    Non volevo, tuttavia, soffermarmi su questi dati quanto su altri due aspetti, relativi al consumo di carne. Aspetti che trovo particolarmente significativi ovvero 1) come vengono trattati questi animali e 2) quando vengono macellati. Sul primo punto dico solo che la sola logica che giustifica la tortura di questi animali è quella del profitto economico di pochi perché sul piano ambientale, sociale, salutare e aggiungo, morale gli effetti distruttivi di tanta sofferenza la stiamo pagando tutti (consapevolmente o inconsapevolmente). Sul secondo punto, ovvero sul quando, sempre per la sola logica del profitto economico di pochi, questi animali vengono macellati, mi basterà dare alcune informazioni [2].

    La mucca viene macellata quando ha circa 12/16 mesi di vita. In natura può vivere più di 20 anni. Il bovino maschio a 5/8 mesi, quando è ancora un vitello. In natura può vivere più di 20 anni. Il maiale quando ha circa 6 mesi. In natura può vivere più di 15 anni. La pecora quando è ancora un agnello, a circa 4/6 mesi. In natura può vivere più di 13 anni. Il pollo quando ha circa 6 settimane. In natura può vivere più di 8 anni. Il tacchino quando ha circa 10 settimane. In natura può vivere più di 10 anni.

    Quindi, non solo a causa degli allevamenti intensivi stiamo generando innumerevoli e irreversibili danni all’ambiente (inquinamento dell’aria, dei terreni e delle falde acquifere, deforestazione, promozione dello sviluppo di prodotti Ogm, perdita di biodiversità, fame nel mondo, etc. etc.) ma ci stiamo anche ammalando (obesità, tumori, etc.) perché la qualità della carne che mangiamo è il prodotto della macellazione industriale di cuccioli di animali terrorizzati, torturati, ipernutriti, malnutriti, riempiti di antibiotici (perché non potrebbero sopravvivere differentemente) e uccisi con metodi spietati.

    Sto vivendo senza grassi e senza carne e in questo modo mi sento proprio bene. Spesso mi domando: e se l’uomo non fosse nato per essere un carnivoro?

    Albert Einstein (1879–1955)

    [1] Max Roser (2023) – “How many animals get slaughtered every day?”. Published online at OurWorldInData.org.https://ourworldindata.org/how-many-animals-get-slaughtered-every-day

    [2] Fonte: viva.org.uk (2023)

  • Sanità animale, ANMVI: ‘Che Tempo Che Fa’ ne parli con i Medici Veterinari

    Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani

    È uno schiaffo alla sicurezza alimentare nazionale sostenere – come ha fatto il conduttore di Che Tempo Che Fa, Fabio Fazio – che “assumiamo antibiotici senza saperlo”. Nessun animale in corso di trattamento farmacologico può produrre alimenti destinati al consumo umano. Lo dice la Legge e lo dicono i Veterinari, il Ministero della Salute, l’Unione Europea e l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA, con sede a Parma).

    Ed è pura disinformazione affermare, come fa il prof. Roberto Burioni, che negli allevamenti si pratichi “l’utilizzo degli antibiotici per fare crescere di più di peso gli animali”. In Italia, come in tutta la UE, non lo si fa. E non lo si fa ormai da quasi vent’anni, sulla base di norme sull’alimentazione animale che vietano l’uso degli antibiotici come promotori della crescita dal 1° gennaio 2006.

    I farmaci ad uso veterinario, antibiotici compresi, sono necessari alla salute e al benessere degli animali. Il compito di garantire animali e consumatori di alimenti di origine animale è affidato ai sistemi veterinari degli Stati Membri. E l’Italia vanta un sistema veterinario tra i migliori al mondo.

    Auspichiamo che una trasmissione – con meritato seguito – come Che Tempo Che Fa voglia rettificare e, per il futuro, far parlare di sanità animale i Medici Veterinari.

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani – 0372/40.35.47

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