cocaina

  • Sharks off Brazil coast test positive for cocaine

    Sharks off the coast of Brazil have tested positive for cocaine, scientists say.

    Marine biologists tested 13 Brazilian sharpnose sharks taken from the shores near Rio de Janeiro and found they tested for high levels of cocaine in their muscles and livers.

    The concentrations were as much as 100 times higher than previously reported for other aquatic creatures.

    The research, carried out by the Oswaldo Cruz Foundation, is the first to find the presence of cocaine in sharks.

    Experts believe the cocaine is making its way into the waters via illegal labs where the drug is manufactured or through excrement of drug users.

    Packs of cocaine lost or dumped by traffickers at sea could also be a source, though this is less likely, researchers say.

    Sara Novais, a marine eco-toxicologist at the Marine and Environmental Sciences Centre of the Polytechnic University of Leiria, told Science magazine that the findings are “very important and potentially worrying”.

    All females in the study were pregnant, but the consequences of cocaine exposure for the foetuses are unknown, experts say.

    Further research is required to ascertain whether cocaine is changing the behaviour of the sharks.

    However, previous research has shown that drugs were likely to have similar effects on animals as they do on humans.

    Last year, chemical compounds including benzoylecgonine, which is produced by the liver after cocaine use, were found in seawater samples collected off the south coast of England.

  • Rappresentanti corrotti di servizi segreti internazionali in azione

    Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna e quelli che odorano di bucato.

    Indro Montanelli

    Era il 21 gennaio 2023 quando, all’aeroporto internazionale John Fitzgerald Kennedy di New York, veniva arrestato un uomo di 54 anni. Si trattava di un alto ed importante ex funzionario dell’Ufficio Federale di Investigazione degli Stati Uniti d’America (Federal Bureau of Investigation – FBI; n.d.a.), con ventidue anni di carriera presso quell’Ufficio. Lui nel 2016, prima di trasferirsi a New York, era a capo dei servizi di controspionaggio dell’FBI a Washington DC. In seguito, dall’inizio d’ottobre 2016 fino al 2018, quando è andato in pensione, ha diretto la più importante divisione del servizio di controspionaggio statunitense con sede a New York. Le accuse a suo carico, fatte dalle autorità competenti di Washington DC e di New York, erano diverse. Era stato accusato della violazione delle sanzioni poste dal governo statunitense a determinati oligarchi russi e soprattutto ad uno di loro, noto per essere molto vicino al presidente russo. In più veniva accusato di non aver dichiarato diversi suoi viaggi ed incontri all’estero e di essere stato impegnato personalmente nel riciclaggio di denaro sporco. Un’altra accusa era quella di aver ricevuto 225.000 dollari, non dichiarati, da un ex agente dei servizi segreti albanesi. Per settimane i più importanti media statunitensi, ma non solo, hanno trattato il caso. Caso di cui è stato informato anche il nostro lettore (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze, 30 gennaio 2023; Un regime corrotto e che corrompe, 13 febbraio 2023; Angosce di un autocrate corrotto e che corrompe, 20 febbraio 2023; Un autocrate corrotto e che corrompe, ormai in preda al panico, 27 febbraio 2023; La messinscena con un ‘sostegno’ avuto in un periodo difficile, 10 luglio 2023 ecc.).

    L’autore di queste righe scriveva nel gennaio 2023 che il sopracitato oligarca russo “…insieme con l’ex alto funzionario dell’FBI hanno registrato ufficialmente, da alcuni anni, delle attività di impresa e di consulenza in Albania” (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze, 30 gennaio 2023). Dalle indagini risultava altresì che, tra le persone che avevano collaborato con l’ex alto funzionario del FBI, era anche un “consigliere esterno” del primo ministro albanese che ha goduto da lui di un “trattamento speciale”. L’autore di queste righe scriveva che “…Si tratta di una persona che ha avuto però “utili rapporti di conoscenza” anche con i dirigenti delle organizzazioni malavitose e trafficanti di stupefacenti in Messico. Rappresentanti che il “consigliere esterno” ha accompagnato nell’ufficio del primo ministro due anni fa” (Angosce di un autocrate corrotto e che corrompe; 20 febbraio 2023). Bisogna sottolineare però che dalle dichiarazioni ufficiali delle autorità statunitensi rese pubbliche sul caso dell’ex alto funzionario dell’FBI, il nome del primo ministro albanese veniva citato per ben 14 volte come persona coinvolta. Lui stesso, nel settembre 2022 aveva dichiarato, proprio riferendosi all’ex alto funzionario del FBI, che “il capo del controspionaggio dell’FBI è stato ed è mio amico, non si discute!”.

    Errare humanum est, perseverare autem diabolicum dicevano i latini. Con la loro esperienza e saggezza essi ci insegnano che commettere errori è umano, ma perseverare è diabolico. Però nel caso del primo ministro albanese, fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo, fatti documentati sia in Albania che in altri Paesi, fatti testimoniati e denunciati alla mano, risulterebbe che lui è un individuo che non sbaglia per caso. Lui continua, persevera con le sue scelte che non sono degli “errori”, bensì sono obblighi dovuti alla criminalità organizzata e ai clan occulti con i quali da anni collabora e ne approfitta.

    Il 12 giugno scorso alcuni media in Romania rendevano pubblico uno scandalo internazionale in cui risulterebbe attivamente coinvolto l’ex vice direttore del Servizio dell’Intelligenza Romena, un ex generale ormai  in pensione. Mercoledì scorso, in mattinata, lui ha affrontato i procuratori della Direzione nazionale Anticorruzione a Bucarest, essendo accusato di corruzione, ricatto ed altro. Le indagini nei suoi confronti sono state avviate il 24 maggio scorso. Il media televisivo România TV, che trasmette notizie 24 ore, affermava che l’ex vice direttore del Servizio dell’Intelligenza Romena, una persona vicina “…ad alcuni importanti politici albanesi” ha aiutato la sua amante di “…farsi parte di una rete internazionale del traffico della droga. La cocaina arrivava dal Messico in Albania, direttamente dal cartello Sinaloa, in grandi quantità e poi veniva trasferita a Bucarest, tramite un percorso segreto”. Si evidenziava che il ruolo dell’ex generale “era, indubbiamente, un ruolo strategico”. I media romeni hanno pubblicato anche una fotografia in cui apparivano tre persone. C’erano l’ex generale in pensione e la sua amante. E con loro c’era anche il sopracitato “consigliere esterno” del primo ministro albanese. La foto era stata scattata a Berlino.

    România TV specifica che “…il generale in pensione aveva un contratto di consulenza con l’Albania, dove consigliava politici di alto livello. E più precisamente il primo ministro”.

    Il media romeno evidenzia, tra l’altro, che l’ex vice direttore del Servizio dell’Intelligenza Romena da circa quattro anni “…ha fatto quello che sapeva fare meglio; è stato infiltrato profondamente nel sottosuolo della mafia in Albania attuando una serie di legami; legami pericolosi […] con i vertici degli ambienti criminali e politici in Albania”. Specificando che lui, l’ex vice direttore del Servizio dell’Intelligenza Romena era in continuo contatto con il “consigliere esterno” ed affidato del primo ministro albanese”. In più si specificava che il “consigliere esterno” è noto in Albania come la persona che “…aiuta il primo ministro nei suoi rapporti con l’imprenditoria e l’ambiente criminale albanese”. In seguito si evidenziano anche i rapporti del noto cartello di Sinaloa, che gestisce il traffico della cocaina con la criminalità organizzata albanese. In base a quei rapporti “…i trafficanti messicani hanno cominciato a riciclare grandi quantità di denaro in Albania”.

    Due settimane fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore del programma Report dedicato alla realtà albanese, trasmesso su RAI 3 il 2 giugno scorso. Durante l’intervista il giornalista ha rinfacciato al primo ministro di essersi incontrato nel suo ufficio con “…un trafficante albanese, membro attivo di un noto cartello messicano che gestisce la cocaina della Colombia”. E poi il giornalista ha detto al primo ministro: “Per me, come giornalista, il fatto che il capo del Consiglio dei ministri dell’Albania si incontra con una persona che, in seguito, si scopre riciclare il denaro del cartello Sinaloa e [di essere] uno dei membri più importanti [del cartello], è una notizia ed io le chiederò di questo. Non avrei fatto bene il mio mestiere se non glielo avessi chiesto.” (Nuove verità inquietanti da un programma televisivo investigativo; 3 giugno 2024). E anche in questo caso era presente anche il “consigliere esterno” del primo ministro! La stessa persona che risultava anche nelle indagini dell’ex alto funzionario del FBI. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe seguirà questo nuovo scandalo ed informerà il nostro lettore delle attività pericolose di certi rappresentanti corrotti di servizi segreti internazionali. Egli però è convinto che gli “errori” del primo ministro albanese sono, parafrasando Indro Montanelli, quelli che puzzano di fogna. E puzzano davvero.

  • Colombia cocaine: Cultivation reaches record high

    The area planted with coca bushes in Colombia reached a record high last year, an annual report to the UN says.

    The United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) said that potential coca production had risen by 24% since 2021.

    Coca leaves are the key ingredient in cocaine and Colombia has long been the top producer of the illegal drug.

    The area planted with coca bushes rose by 13%, and the biggest increase was recorded in Colombia’s border areas.

    Almost two-thirds of the coca crops are found in the provinces of Nariño and Putumayo, which border Ecuador, and in Norte de Santander, on the Venezuelan border.

    There has been a 77% rise in in coca cultivation in Putumayo, which shares a border with Peru and Ecuador.

    Candice Welsch, UNODC’s regional director, said that it was “worrying that each year there is an increase in coca crops in the country”.

    Colombian Justice Minister Néstor Osuna said that his country was “flattening the curve” and that the rate of increase was much lower than in 2021.

    The UNODC’s Leonardo Correa however warned that there had been a sharp rise in potential coca production in 2022.

    “The crops that were young last year have now reached maturity and are now productive. In other words, the rate of growth in hectares is decreasing. But the rate of cocaine production is increasing,” he said.

    Both the size of the area planted with coca in Colombia and the potential coca production are at their highest since the UN began monitoring in 2001.

    Colombia is the top coca cultivator in the world, producing 60% of the world’s cocaine, followed by Peru and Bolivia.

    President Gustavo Petro on Saturday appealed to his regional counterparts to turn away from a militarised approach to fighting drug use and instead see it as a public health issue.

    “It is time to rebuild hope and not repeat the bloody and ferocious wars, the ill-named ‘war on drugs’, viewing drugs as a military problem and not as a health problem for society,” he said at the Latin American and Caribbean Conference on Drugs in Cali.

    His Mexican counterpart, Andrés Manuel López Obrador said it was key to “fight first and foremost against poverty and inequality, and to offer work and good salaries”.

    He said growers needed to be convinced “to switch from sowing marijuana, poppies and coca to planting beans, corn, cocoa and fruit trees”.

    Mexico is the base for some of the most powerful transnational drug cartels that control trafficking routes from South America to the United States and Europe.

    It also produces large amounts of heroin, cannabis, methamphetamine and synthetic opioids such as fentanyl.

  • La cocaina dilaga nella Ue e aumentano le nuove sostanze

    Cocaina, cannabis, eroina e fentanyl. E altre 41 sostanze psicoattive nuove in un solo anno. Facendosi largo dai porti del Nord Europa, il traffico di droga dilaga nel Vecchio Continente, spingendone il consumo e la produzione, e gonfiando i portafogli della criminalità organizzata contrastata dalle sole autorità nazionali. Che, impegnate in sequestri record, tentano con fatica di arginare le partite in ingresso, i laboratori abusivi e la creatività dei contrabbandieri guardando al luglio 2024, quando arriveranno i rinforzi della nuova Agenzia dell’Unione europea per la droga.

    Uno scenario riassunto in una frase dalla stessa futura agenzia, oggi Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel suo report annuale: la droga è ormai “ovunque, in tutte le forme, usata da tutti”. E, nel caso della cannabis, è anche al vaglio di una possibile legalizzazione per uso ricreativo in Repubblica Ceca, Germania, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi, oltre alla Svizzera.

    Nella fotografia restituita dall’Osservatorio, le sostanze illecite più classiche sono diventate “ampiamente accessibili”.

    Anche grazie alla produzione su larga scala dentro a officine che proliferano nei Paesi membri: 34 quelle smantellate nel 2021, contro le 23 chiuse nel 2020. E, come da diversi anni a questa parte, è la cocaina a continuare ad arrivare in grandi quantità e a livelli altissimi di purezza in container commerciali salpati soprattutto dall’America Latina. I dati riferiti al 2021 mostrano l’espansione del fenomeno: utilizzata da 3,7 milioni di europei, la polvere bianca è stata sequestrata nell’Unione in dosi oltre le 303 tonnellate, in netto aumento rispetto alle 211 tonnellate ritirate nel 2020. Sequestri disposti nella gran parte dei casi (75%) sui mercati di Belgio, Paesi Bassi e Spagna che, con i loro porti – Anversa su tutti -, aprono la strada verso il Continente. Dove nessun Paese membro è esente dal traffico e dallo spaccio: in Italia le confische hanno raggiunto le 20 tonnellate, in Germania le 21,5, in Francia oltre le 26.

    La presenza della polvere estratta dalle foglie della pianta di coca in Ue è superata comunque dalla cannabis, che si conferma la sostanza illecita più consumata dagli europei, con 22,6 milioni di cittadini tra i 15 e i 64 anni che ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Un uso che Praga, Berlino, Lussemburgo, La Valletta e Amsterdam stanno pianificando di legalizzare per scopi ricreativi guardando anche a quanto fatto negli Stati

    Uniti. E che, invece, le autorità contrastano con sequestri record: nel 2021 i volumi di resina di cannabis (816 tonnellate) e di cannabis in foglie (256 tonnellate) confiscati hanno raggiunto il livello più alto registrato nell’ultimo decennio, in Italia hanno toccato rispettivamente le 20 e le 47 tonnellate. La sfida per l’Ue, nelle parole del direttore dell’Osservatorio, Alexis Goosdeel, è “aiutare i Paesi” impegnati in un piano legislativo a “prendere una decisione” basandosi su dati il più possibile “affidabili” che, è l’avvertimento, non possono essere definiti tali se arrivano da oltreoceano.

    Con il dilemma della legalizzazione ancora tutto da sciogliere, a prendere sempre più piede sono anche i nuovi prodotti a base di cannabis, alcuni anche in forme commestibili come le caramelle ad alto contenuto di Thc e Hhc, finiti sotto la lente dell’Osservatorio perché “associati a ricoveri per intossicazione acuta”. I nuovi cannabinoidi rappresentano oltre la metà delle nuove sostanze psicoattive rilevate in Europa, in tutto 41 nel solo 2022.

    E anche gli oppiacei continuano a fare la loro parte: circa un milione di europei ne fa uso, con l’eroina che resta quello più usato e il fentanyl sempre sotto monitoraggio. La guerra in Ucraina ha sconvolto la logistica dell’eroina, rilanciando le rotte dall’Afghanistan attraverso l’Asia centrale e il Caucaso. Tutte attività che gonfiano gli affari del crimine organizzato che nelle parole della commissaria Ue per gli Interni, Ylva Johansson, non può essere combattuto da nessuna capitale da sola. La parola d’ordine Ue è “cooperazione” con i Paesi terzi.

  • Ricerca Usa evidenzia come si crea la dipendenza da cocaina

    L’uso continuo di cocaina modifica l’espressione di un gene, rendendolo più attivo, nell’ippocampo, che è una parte del cervello responsabile della memoria e dell’apprendimento. Lo rileva uno studio della Michigan State University, pubblicato sul Journal of Neuroscience, che indica in questo effetto una delle possibili spiegazioni della dipendenza da cocaina.

    Gli studiosi ritengono che quando questo gene è ‘attivo’, il cervello di un tossicodipendente crei legami più forti tra la droga e l’ambiente in cui viene assunta, il che porta a elaborare ricordi positivi e rende più propensi a riutilizzarla. Svolgendo la propria ricerca su topi, gli studiosi hanno rilevato che i roditori a cui veniva somministrata quotidianamente cocaina mostravano una maggiore espressione di questo gene rispetto a quelli a cui era stata data una soluzione salina. L’uso continuo di cocaina ha causato una modificazione che ha reso il gene più attivo.

  • Dopo la cannabis, la cocaina

    La politica e i criminali sono la stessa cosa

    Michael Corleone (da “Il padrino” – parte III)

    Sono stati molti i servizi e gli articoli dei media internazionali che trattavano il preoccupante problema della cannabis in Albania. Soprattutto nel 2017. Si denunciava la massiccia coltivazione della cannabis su tutto il territorio. Si evidenziavano fatti sul coinvolgimento delle strutture della polizia di Stato e si arrivava alla logica conclusione che una simile realtà non poteva esistere senza il beneplacito del potere politico. Realtà ben conosciuta in Albania e denunciata continuamente sia dall’opposizione che dai media non controllati dal governo. Una simile realtà veniva, però, sistematicamente ridicolizzata e negata dal primo ministro albanese e dalla ben funzionante propaganda governativa. Mentre alcuni ambasciatori e alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, presenti in Albania, parlavano di “grandi successi” del governo e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata, evitando “ostinatamente” di parlare della cannabis. Mentre le istituzioni specializzate dei loro Paesi e dell’Unione europea pubblicavano dei dati allarmanti.

    Il lettore del Patto Sociale è stato sempre informato sia sulla diffusa coltivazione della cannabis in Albania, che del suo massiccio traffico illecito. Traffico che, purtroppo, continua tuttora, preoccupando non poco le forze dell’ordine e le strutture specializzate dei Paesi confinanti e non solo. Ma le quantità che si sequestrano sono soltanto una piccolissima parte di quella che esce realmente dall’Albania! Mentre la polizia di Stato albanese continua a non “vedere” niente, in un territorio che è piccolo e dove tutti sanno tutto di tutti.

    Il lettore del Patto Sociale è altresì a conoscenza che il “virtuoso ministro” degli Interni (2013-2017), il prediletto del primo ministro, è ormai indagato per traffico internazionale di stupefacenti, grazie alle indagini svolte dalla procura di Catania (Patto Sociale n.285 ecc.). Così com’è stato informato che 127 ufficiali della polizia di Stato risultano, dai rapporti dei servizi segreti, attivamente coinvolti sia nella coltivazione, che nel traffico illecito della cannabis. Alcuni di loro sono “scomparsi” e tuttora irreperibili.

    Dal rapporto dell’Interpol (2017) sulla “Valutazione del Rischio della Criminalità Organizzata” risultava che “…l’Albania rimane la fonte principale della cannabis che si traffica in Europa…”.

    Da un servizio della BBC (1 dicembre 2016) risultava che “…L’Albania è diventata la più grande produttrice della cannabis in Europa… Se si confrontano le cifre del 2015 con quelle del 2016 si dimostra un aumento di cinque volte della superficie dove si coltiva la cannabis”.

    Mentre l’Huffington Post il 7 ottobre 2016 intitolava un suo articolo “La droga dell’Albania sta destabilizzando i Balcani”. Secondo l’autore di quell’articolo “…i più alti rappresentanti del governo [albanese] sono stati coinvolti nel traffico [illecito] della droga, non semplicemente per dei guadagni personali, ma perché hanno un piano per mantenere il potere con i soldi della droga”.

    E tutto questo in un Paese dove l’economia è in vistoso affanno e sta andando sempre peggio. Secondo la Fondazione statunitense Heritage (Heritage Foundation), l’economia dell’Albania viene classificata come “frustrata”, che significa la peggiore valutazione possibile. Queste constatazioni sono soltanto una piccola parte, in confronto a tutte quelle fatte durante questi ultimi anni, e soltanto dai media internazionali, sulla realtà albanese.

    In una simile realtà, un nuovo scandalo, l’ennesimo, è venuto a galla in Albania. Il 28 febbraio scorso sono stati sequestrati 613 chilogrammi di cocaina purissima, nascosta in un doppio fondo di un container di banane provenienti dalla Columbia. Tutto fa pensare ad uno scandalo in cui sarebbero coinvolti non soltanto il grossista che aveva ordinato le banane e subito scappato all’estero, ma anche altre persone molto altolocate. Costringendo il ministro degli Interni di contraddire se stesso in due dichiarazioni successive, nell’arco di poche ore. Perché il primo ministro voleva far passare tutto come un’operazione e un successo soltantno della polizia di Stato albanese, mentre il ministro aveva ringraziato le strutture specializzate straniere per la loro collaborazione nella cattura della cocaina. Per poi cambiare “stranamente” versione. Versione quella, che urta fortemente con la realtà. Per la cronaca, ad oggi sono stati arrestati soltanto un camionista e un comune amministratore!

    Lo scandalo è tuttora in corso e stanno indagando anche le strutture specializzate di altri paesi, compresa la DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense. Ogni giorno che passa emergono nuovi dati e informazioni che smentiscono la “versione ufficiale”. Una cosa è certa però. E cioè che in Albania si sta passando sempre più dalla cannabis alla cocaina. Per diverse ragioni, ma comunque ragioni che non sfuggono all’attenzione dell’opinione pubblica e alle strutture internazionali specializzate.

    Nel rapporto della CIA (The Central Intelligence Agency) sull’Albania, pubblicato sul suo sito ufficiale, si legge che “…l’Albania è un punto di passaggio… per la cocaina proveniente dal Sud America verso il mercato dell’Europa occidentale”. La britannica Agenzia Nazionale per il Crimine (The National Crime Agency), riferendosi al 2017, nel rispettivo rapporto evidenzia che “…i criminali balcanici e, particolarmente, quegli albanesi, stanno diffondendo la loro rete d’influenza, creando dei legami diretti con i fornitori della cocaina dall’America latina”. Sempre riferendosi al 2017, l’Ufficio dell’ONU sulle Droghe e il Crimine (UN Office on Drugs and Crime), nel rispettivo rapporto, scrive che “…il traffico della cocaina dall’Albania verso i mercati dell’Europa occidentale e centrale sta aumentando vistosamente in confronto alla cocaina trafficata direttamente nei porti dell’Europa occidentale e centrale”. Mentre una giornalista statunitense, specializzata sulle questioni della sicurezza, riferendosi alla sopracitata cattura della cocaina in Albania, scrive sull’InSight Crime che “…l’Albania ha una lunga storia di coltivazione e traffico della mariuana e adesso il suo nuovo status, come Paese di transito della cocaina columbiana verso il mercato europeo, ha molte probabilità di allargarsi… La sua posizione geografica… e i legami esistenti con il clan mafioso italiano ‘ndrangheta, fanno dell’Albania un Paese attrattivo per i clan del traffico della cocaina dall’America latina”.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e alle specificità della vissuta realtà albanese, pensa che niente di tutto ciò potrebbe accadere senza la connivenza tra la criminalità organizzata e i massimi livelli del potere politico. Anche perché gli investimenti finanziari messi in gioco sono tali che chi investe non si muove senza determinate garanzie e accordi con persone molto altolocate. Perciò suonano attuali le parole di Michael Corleone “La politica e i criminali sono la stessa cosa”.

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