Commissione

  • Pragmatismo ed idealismo insieme per un’Europa democratica

    La nuova legislatura europea è iniziata con una scelta difficile per chi lotta per un’Europa sociale: alla presidenza della Commissione europea è stata nominata la tedesca conservatrice Ursula von der Leyen e noi eurodeputati siamo stati chiamati a ratificare la decisione dei Governi. Può essere lei a incarnare quel radicale cambiamento democratico dell’Unione europea che abbiamo promesso ai nostri elettori? E’ lei la persona che sognavamo alla guida dell’esecutivo comunitario?
    No, non ci sono dubbi: non è lei la persona che sognavamo. Ma il Ppe è il gruppo arrivato primo alle elezioni europee e il nostro dovere non è quello di sognare, ma di provare a cambiare la realtà. L’Unione europea che ci ha regalato settant’anni di pace e di benessere economico è stata costruita grazie al coraggio di chi ha saputo coniugare idealismo e pragmatismo, non grazie a chi vuole vendere agli elettori la propria immacolata purezza politica.
    E’ stato proprio grazie al mix di idealismo e pragmatismo che la nostra delegazione di eurodeputati Pd è stata determinante nel negoziare con Ursula von der Leyen i punti chiave di un programma politico così spostato a sinistra da provocare delle defezioni tra gli stessi conservatori del Ppe.
    All’interno del Gruppo S&D noi eurodeputati Pd siamo la seconda delegazione, dopo quella spagnola. Con i socialisti spagnoli schiacciati sul “Sì” a prescindere, per ragioni di politica interna, e la Spd tedesca sul “No” a prescindere, ugualmente per ragioni di politica interna, siamo stati noi eurodeputati Pd a condurre il negoziato con Von der Leyen, dimostrandoci esigenti e puntuali nelle richieste, ma allo stesso tempo aperti al confronto. Una linea riformista e costruttiva che ha portato a impegni scritti nero su bianco su flessibilità, investimenti, clima, sostenibilità e stato di diritto. Questo risultato, sottolineato dal discorso in aula della candidata alla presidenza, significativamente differente dalle prime audizioni al Parlamento europeo, è quello che ha fatto cambiare opinione anche a molti altri componenti del Gruppo S&D.
    Alla fine hanno prevalso i voti favorevoli, anche se con solo nove voti di scarto. Abbiamo scongiurato una crisi istituzionale europea ed eletto la prima donna a capo della Commissione. I tentativi della Lega di condizionare il nuovo esecutivo comunitario sono stati mandati in fumo dal nostro protagonismo e alla fine i leghisti hanno scelto di arroccarsi in un voto contrario che nuocerà al nostro Paese. I grillini hanno votato a favore, spaccando la maggioranza di governo italiana e contraddicendo anni di propaganda euroscettica e di alleanza con Farage. In altre parole sovranisti e populisti sono allo sbando e l’Unione europea si è spostata in senso progressista. È questo il mandato che ci è stato affidato dai nostri elettori e che continueremo a svolgere vigilando attentamente sugli impegni presi. E’ così che nella scorsa legislatura abbiamo portato a casa, tra le altre cose, il piano Ue per gli investimenti e che in questa vogliamo concretizzare l’assicurazione europea per la disoccupazione, chiesta da noi e promessa da Ursula von der Leyen.

    *Deputato europeo, PD – S&D, vicepresidente  ITRE (Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del PE)

  • Pietro Fiocchi: in Europa per difendere il Made in Italy e dialogare con tutti

    Difesa del made in Italy, delle PMI e dialogo con tutti i Gruppi politici. Pietro Fiocchi, eletto per la prima volta al Parlamento europeo lo scorso 26 maggio nella Circoscrizione Nord ovest con Fratelli d’Italia, ha le idee chiare e tanto entusiasmo. A Bruxelles siede tra i banchi dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei) e sa che non sarà facile affrontare questa legislatura in cui forte è la spinta ad isolare i partiti di centro destra tacciati di antieuropeismo.

    On. Fiocchi nella sua prima esperienza al Parlamento europeo ha già posto l’attenzione su uno dei problemi più importanti per i Paesi del Sud Europa, e cioè i problemi legati alle PMI (un concetto molto diverso, per dimensioni e strutture organizzative assai diverso da quello che hanno i Paesi del Nord Europa). Quale pensa potrebbe essere il progetto da perseguire?
    Mi sono appena insediato e ho partecipato, martedì 16 luglio, alla votazione per la Presidenza della Commissione Europea,tuttavia ho le idee chiare sui problemi di cui vorrei occuparmi,tra questi vi sono sicuramente quelli legati alle PMI. Percepisco un approccio potenzialmente pesante e integralista sulle questioni ambientali con obiettivi, secondo me esagerati, di riduzione di CO2. E’ ancora presto per esporre un progetto al riguardo, quello che posso anticipare è che intendo muovermi, facendo squadra con gli altri eurodeputati per riuscire a migliorare la situazione

    L’Italia ha delle particolari specificità nel manifatturiero, ritiene che potrebbe essere ancora interessante riproporre al Parlamento ed alla Commissione la famosa norma sulla denominazione d’origine dei prodotti extra UE, meglio nota come Made In, sulla quale il Parlamento ha lavorato per otto anni, con la Commissione, e nonostante abbia raggiunto un voto positivo, a larghissima maggioranza, il Consiglio ha ignorato?
    L’Italia ha delle eccellenze in molti settori ed esse vanno tutelate come “Made in Italy”. Questo è uno dei punti del mio programma che mi sono impegnato a portare avanti, il prodotto nazionale va difeso anche attraverso la sua tracciabilità rispetto ai prodotti extra UE, ciò al fine di evitare ulteriori e gravi danni economici e di immagine. Ritengo quindi utile riproporre il tema.

    Viste le peculiarità del sistema Italia sarebbe opportuno avere un Commissario europeo al Commercio, all’Economia o alla Concorrenza, tutti ruoli occupati da rappresentanti dei Paesi del Nord Europa nella precedente legislatura… Ci sono finalmente le condizioni e soprattutto la volontà per ottenere uno dei ruoli in questione?
    Questa è una domanda delicatissima, alla luce di come sono andate le elezioni per la Presidenza della Commissione e di come si sono schierati alcuni movimenti politici italiani. Io tifo Italia e gradirei che uno dei Commissari che contano in Europa fosse un italiano competente, ma non so se ne sussista l’effettiva possibilità.

    Come certamente Lei sa, uno dei problemi con il quale il mondo dell’impresa deve confrontarsi è quello della contraffazione e del commercio illegale. Ormai tutto si contraffa, dall’accendino usa e getta alle gomme delle macchine, dai vestiti alle componenti metal meccaniche. Nel vostro settore (munizioni per armi) avete potuto notare se esiste questo problema e che conseguenze comporta?
    Quello della contraffazione è un serio problema, crea enormi danni ai produttori e ai nostri unici prodotti. Tuttavia ritengo che il livello della nostra qualità e del nostro design sia difficilmente imitabile, tanto da far riconoscere l’originale dal contraffatto (fake). Vi sono stati timidi tentativi anche nel mio settore, ma il tutto si è rivelato ininfluente per i livelli qualitativi raggiunti dalla Fiocchi munizioni e da altri produttori italiani. Si tenga presente inoltre che il nostro è uno dei settori tra i più regolati e controllati, rendendo la vita dei potenziali contraffattori ulteriormente difficile.

    Lo sviluppo di un sistema aziendale oggi passa anche attraverso la tutela dell’ambiente. Come ci si sta muovendo nel suo settore e cosa pensa di proporre al Parlamento europeo in materia di questioni ambientali?
    Ormai tutte le Aziende devono avere tra le loro policy la responsabilità sociale d’Impresa che vede la sicurezza, la tutela della salute e dell’ambiente come priorità. La drastica diminuzione degli insetti “impollinatori”, in particolare del calo delle api, è un preciso segno ed  allarme per cui vi è, a mio avviso, da indagarne  le cause, di questo vorrei investire il Parlamento Europeo.

    Come eletto di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo siederà tra i banchi dell’ECR (European Conservatives and Reformists), un gruppo che potrebbe subire ridimensionamenti quando la Brexit avrà luogo, che non è riuscito ad esprimere un candidato per le più importanti cariche europee e che per alcuni aspetti è lontano dagli interessi che l’Italia porta a Bruxelles. Come pensa di riuscire a collaborare e che sostegno si aspetta?
    Nel Gruppo ECR mi trovo bene, in particolare con Raffaele Fitto, ma voglio creare un buon  rapporto con europarlamentari di altri Gruppi, senza  barriere e steccati ideologici precostituiti. Il pensiero europeo dovrebbe affrontare i vari problemi in maniera comune e condivisa, nello spirito dei Padri fondatori,non lasciando soli i singoli Stati membri, come ad esempio per la  questione dei migranti. Nella realtà con la Brexit perderemo 4 inglesi  che saranno integrati  da 4  nuovi eurodeputati, di cui 1 di FDI, per cui il numero totale rimarrà invariato. Abbiamo  uno dei cinque Questori e siamo ben posizionati nelle commissioni, ove avviene il grosso dell’attività legislativa e normativa. Vi è una grossa spinta ambientalista e potenzialmente una spinta volta ad isolare la destra, in particolar modo i partiti percepiti come anti Europa.Vedremo come la situazione si evolverà, ora è di difficile lettura.

  • Ursula von der Leyen nuova presidente della Commissione europea

    Ursula von der Leyen, 60 anni, tedesca, protestante luterana, 7 figli, della CDU di Angela Merkel, già ministro della Difesa, sarà la nuova presidente della Commissione europea, in sostituzione di Jean-Claude Juncker, cristiano-sociale lussemburghese. È stata eletta martedì sera, 16 luglio, dal Parlamento europeo con 383 voti a favore, con un scarto di soli 9 voti sui 374 necessari per avere la maggioranza. I voti contrari sono stati 327 e gli astenuti 22. I timori della vigilia su di una possibile bocciatura sono svaniti, ma il risultato finale dimostra una spaccatura anche all’interno dei gruppi politici.  Dei socialisti mancano almeno 40 voti e non tutti i liberali hanno votato a favore. Il Ppe ha votato compatto per Ursula, pare con qualche leggera sbavatura individuale. La Lega ha votato contro, come i Fratelli d’Italia, mentre i Grillini hanno votato a favore, insieme al Pd e a Forza Italia. Tra il gruppo dei Conservatori e Riformisti solo i polacchi hanno votato a favore.  L’elezione comunque conferma l’esistenza di una maggioranza anti sovranista centrata sui tre gruppi politici maggiori. I Verdi, non avendo ottenuto dalla candidata l’impegno per ridurre del 55% le emissioni di gas serra (lei si è limitata al 50%), le hanno votato contro e hanno criticato in aula l’insufficiente – a loro dire –  politica ambientalista. Per avere un’idea del fenomeno dei “franchi tiratori” è sufficiente constatare il divario fra la somma dei seggi dei gruppi Ppe, S&D socialisti e Renew europe liberali, che si sono dichiarati a favore della candidata tedesca (444 deputati) e i voti realmente ottenuti: 383. E’ presto per dire che quella appena apertasi sarà una legislatura debole, vista la scarsa maggioranza ottenuta con la scelta della presidenza. Bisognerà attendere l’elezione dei Commissari e verificare il loro spessore di competenze e di  personalità prima di pronunciarci sulle possibili qualità dell’esecutivo, ma è indubbio che un segno di debolezza, più che dalla composizione della stessa Commissione, è rappresentato dalle striature divisorie esistenti all’interno dei gruppi politici. L’esempio fornito dal gruppo socialista nel corso della votazione non è consolante. A nulla è servita l’azione del presidente Davide Sassoli per riportare il gruppo all’unità prima del voto. D’altro canto anche la sua elezione, avvenuta al secondo scrutinio, dimostra una certa assonanza con quella della Von der Leyen. E’ riuscito con 345 voti, undici in più rispetto alla maggioranza di 334 voti richiesti. La votazione della Presidente della Commissione  ha ripetuto la debolezza della maggioranza che si era già presentata con la votazione del presidente del Parlamento. Se molti commentatori continuano ad affermare che la situazione è tranquilla perché i sovranisti sono stati battuti, c’è legittimamente da chiedersi, tuttavia, se questa tranquillità in realtà non sia che un puro auspicio. Il discrimine non è rappresentato soltanto dal populismo sovranista contro una certa visione del processo europeo di integrazione, ma può manifestarsi su tutta una serie di problemi di gestione delle istituzioni e di scelte programmatiche importanti,  come una politica estera, di difesa e di sicurezza comuni, che segnerebbe una svolta politica qualitativamente molto importante per l’avvenire dell’UE e dei suoi Stati membri. Non sarà una legislatura tranquilla. Vorremmo che non fosse una legislatura che si perde in una dialettica politica inconsistente, che si divide su tanti argomenti e sulle numerose scelte, che invece richiedono unità di visione e maggioranze consistenti. Indicazioni più certe arriveranno nei prossimi giorni, quando i governi dei Paesi membri presenteranno le candidature dei Commissari. Prima di metà settembre Von der Leyen dovrà assegnare i portafogli. E tra metà settembre e metà ottobre avranno luogo a Bruxelles le audizioni dei candidati commissari da parte delle competenti commissioni parlamentari. Si prevede che tra il 21 e il 23 ottobre il Parlamento si riunisca a Strasburgo per la votazione definitiva dell’insieme della nuova Commissione europea. Il Consiglio, invece, darà il via libera il 17 ottobre e la nuova Commissione di Von der Leyen si insedierà ufficialmente tra il 1° e il 4 novembre. Si concluderanno così le molteplici procedure scaturite dalle elezioni del 26 maggio per consentire al nuovo esecutivo ed alle altre istituzioni dell’Unione (Presidenza dell’UE, Alto Rappresentante per la politica estera e Vice Presidente della Commissione, Banca Centrale europea) di iniziare una nuova fase politica, caratterizzata, senza alcun dubbio, dai marcati risultati elettorali: sovranisti, nazionalisti, europeisti, di destra, di sinistra, ambientalisti, globalisti, antiglobalisti, ecc. Risultati spesso contradditori e in ogni caso, tendenti a non rispettare la tradizione – come il rifiuto del principio dello “spitzenkandidat”- e a giocare in proprio su ogni argomento. La nuova presidente, per fortuna nostra, ha le idee molto chiare sull’avvenire nostro e dell’Unione. Essere uniti, accettare il dialogo ed i compromessi che ne derivano, considerare l’Europa una società aperta e fondata su regole e sulla democrazia, aprirsi al nuovo senza essere sottomessi alle tecnologie, ma usarle per la maggiore libertà di tutti e per far emergere quanto di buono l’umanità sa esprimere, nel rispetto della sua dignità di persona e nella consapevolezza che il benessere va condiviso con chi ne ha meno o non ne ha affatto. L’Italia non ha ancora scelto il suo candidato Commissario, pur pretendendo il settore della Concorrenza. Il ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi, ha una grande e lunga esperienza del settore, avendo svolto la funzione di membro del gabinetto prima, e di Capo gabinetto poi, del Commissario italiano alla Concorrenza. Ha anche scritto un libro che rappresenta un punto di riferimento specifico per i cultori della materia. Ma ha il demerito di non essere iscritto alla Lega o al partito dei Grillini. Vedremo come andrà a finire, con il governo che si è spaccato anche sul nome della Presidente Ursula von der Leyen. Italia debole, in un’Europa meno solida e coesa.!

  • Ursula von der Leyen è il nuovo presidente eletto della Commissione europea

    Ursula von der Leyen, attuale ministro della Difesa tedesco, ha ottenuto il sostegno di un numero sufficiente di membri del Parlamento europeo per essere nominato presidente eletto della Commissione europea.

    Tedesca nata a Bruxelles, stretta collaboratrice della cancelliera Angela Merkel, ha ricevuto 383 dei 733 voti necessari per ottenere la maggioranza assoluta per la sua candidatura. Succederà all’attuale Presidente Jean-Claude Juncker quando scadrà  il suo mandato, il prossimo 31 ottobre.

    Confida nella collaborazione reciproca delle Istituzioni europee perché solo se si lavorerà in modo costruttiva, ne è convinta, sarà possibile un’Europa unita.

    Con il voto, von der Leyen diventa la prima donna eletta come presidente della Commissione europea.

    I risultati del voto rivelano che von der Leyen, membro della Christian Democratic Union tedesca, ha ottenuto il sostegno dei 182 deputati europei del Partito popolare europeo e dei 108 liberali di Renew Europe – numeri che l’hanno portata a una distanza di 374 voti necessario per ottenere una maggioranza assoluta nella camera.

    I Conservatori e Riformisti europei, un gruppo anti-federalista di centro-destra, il cui maggior partito in termini di numero di deputati al Parlamento europeo è il partito di Giustizia e Giustizia della Polonia, hanno appoggiato von der Leyen.

    Contrari, invece, per quel che riguarda l’Italia, i deputati europei del Movimento 5 Stelle.

  • Non certa la nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della commissione europea

    Martedì prossimo, 16 luglio, alle ore 18, il Parlamento europeo ha all’ordine del giorno la votazione per la presidenza della Commissione europea. Come è noto, il Consiglio europeo, cioè l’organo che riunisce i capi di stato o di governo dell’UE, ha proposto la candidatura del ministro tedesco della Difesa Ursula von der Leyen. Questa proposta, come prevedono i trattati, deve essere approvata a maggioranza dal Parlamento europeo. In caso contrario, il Consiglio europeo dovrà proporre un’altra candidatura. Il nome della Von der Leyen era stato accolto all’inizio con un sospiro di sollievo, dopo i ritiri di Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe, di Frans Timmermans, socialista olandese, già vice presidente della Commissione europea, e della liberale Margrethe Vestager, commissaria danese alla Concorrenza. Tutte e tre queste personalità erano spitzencandidaten, cioè “candidati di punta” dei tre più importanti gruppi politici del Parlamento. Fino a ieri, era tradizione che il candidato alla Commissione europea fosse lo spitzencandidat del gruppo più votato, in questo caso il bavarese Weber. Ma il presidente francese Macron ha posto un veto all’applicazione di questo metodo e dopo un negoziato abbastanza inconcludente, alla fine è improvvisamente spuntato il nome della Von der Leyen, accettato da tutto il Consiglio europeo. Se il nome del ministro della Difesa tedesco ha accontentato i capi di Stato e di Governo, altrettanto non si può dire dei parlamentari, che si sono visti sottrarre  il principio dello spitzencandidat, da loro scelto nel passato e che aveva dato buona prova, rendendo più facili e meno complicati i negoziati per l’assegnazione delle altre candidature, nel rispetto dell’equilibrio fra nazionalità e tendenze politiche. Secondo le opinioni emerse in questi ultimi giorni la nomina della Von Leyen non è data così sicura come sembrava in un primo momento. I motivi di questa incertezza sono rappresentati da almeno tre ostacoli. Il primo è appunto quello dei parlamentari che considerano negativo l’aver accantonato il meccanismo dello spitzencandidat da parte dai capi di Stato o di Governo, secondo il quale il nuovo presidente deve essere scelto fra i “candidati di punta” espressi dai partiti europei prima delle elezioni. Il secondo ostacolo è di natura istituzionale. Il compromesso su Von der Leyen è stato trovato in Consiglio dagli staff dei capi di stato e di governo, ma molti parlamentari europei si considerano indipendenti dai governi, soprattutto quelli eletti con partiti che non sostengono il governo del proprio Paese e rivendicano di votare come meglio credono. In più, pur sapendo che le scelte in Europa rimangono influenzate dai gruppi politici, non sempre tra le due istituzioni: Consiglio europeo e Parlamento, il coordinamento fra i membri della stessa tendenza  funziona perfettamente. I capi di governo dei Popolari, ad esempio, potrebbero su diverse questioni, avere un’opinione diversa dei parlamentari del Ppe. Nel caso in questione,  molti parlamentari, anche tedeschi, non hanno accettato che il loro presidente fosse sacrificato in modo così sbrigativo da Macron e soci. Il terzo ostacolo è di natura politica e riguarda il programma della nuova Commissione. Sono in corso da giorni gli incontri della candidata con le varie famiglie politiche per raggiungere accordi che permettano un voto favorevole. Il caso dei Verdi è emblematico. Avevano chiesto alla Von der Leyen la riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento rispetto ai valori del 1990, come proposto dall’intero Parlamento europeo nel 2018. Ma la Von der Leyen è passata da un iniziale 40% a un 50%, non andando oltre. I Verdi non hanno ceduto, e per questa ragione le voteranno contro. I Popolari hanno invece dichiarato che la sosterranno, mentre le altre due principali famiglie politiche europee, quella dei socialisti e quella dei liberali, stanno ancora trattando e non hanno ancora raggiunto un compromesso. L’incontro con i socialisti non è andato troppo bene, tanto che la capogruppo spagnola Iratxe Gercia ha precisato che il suo gruppo ha avanzato proposte molto concrete, ma che non ha avuto risposte sufficienti. Anche i parlamentari italiani Calenda e Toia hanno spiegato che la candidata tedesca è sembrata piuttosto deludente su temi fondamentali come il superamento di Dublino, la flessibilità per gli investimenti, lo stato di diritto e migration compact. Una certa ostilità alla candidatura della von der Leyen è stata espressa anche tra i socialisti belgi, olandesi e greci. Molto critici i socialisti tedeschi che in un documento di due pagine spiegano perché a parere loro la candidata è inadeguata per l’incarico di presidente della Commissione europea. Anche i liberali europei, in una lettera resa pubblica, insistono sull’introduzione di un meccanismo di sanzioni per i paesi che non rispettano le leggi europee sulla stato di diritto e sulla nomina della loro ex candidata di punta Margrethe Vestager a vice presidente della Commissione.

    Sono molti i punti non chiariti negli incontri di questa settimana. Ci sarà ancora tempo per giungere a compromessi che permettano un voto favorevole? Ne dubitiamo. Ma le ragioni politiche sono forti tanto nel senso di una approvazione della candidatura, quanto in quello contrario di un respingimento. Martedì sera sapremo come sarà andata a finire.

  • Accordo del Consiglio europeo sulle nomine

    Nel tardo pomeriggio di ieri l’accordo sulle nomine in seno al Consiglio europeo è stato faticosamente e felicemente raggiunto. Faticosamente, perché in fasi successive, sono state eliminate due candidature di “spitzencandidaten”, il democratico cristiano bavarese del PPE, Manfred Weber, e il socialista olandese Frans Timmermans. Ad entrambi i candidati erano collegate candidature per la presidenza del Consiglio europeo e per la banca Centrale europea, che erano state annullate a seguito della scomparsa delle due candidature di punta. Era stata chiusa inoltre la sessione del 30 giugno senza risultati. Felicemente perché, con le nuove candidature, il risultato è stato a portata di mano ed approvato dal Consiglio europeo. Ecco le nuove nomine:

    1. Ursula von der Leyen, attuale ministro tedesco della Difesa, alla presidenza della Commissione europea, al posto di Jean-Claude Juncker.
    2. Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario internazionale, alla Banca Centrale europea, al posto di Mario Draghi.
    3. Josef Borrell, attuale ministro socialista per la Affari europei nel governo Spagnolo ed ex presidente del Parlamento europeo, è stato indicato come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, in sostituzione dell’italiana Federica Mogherini.
    4. Charles Michel, Primo ministro del Belgio, liberale, alla presidenza del Consiglio europeo, al posto del polacco Donald Tusk.

    Nella mattinata di oggi il Parlamento europeo ha eletto alla sua presidenza il socialista italiano David Sassoli, in sostituzione di Antonio Tajani. Tutto fatto, dunque? No, bisognerà aspettare che il Parlamento voti per l’approvazione della nomina della presidente della Commissione e per i Commissari. Non è vero che la Commissione – come affermano ad alta voce gli euroscettici nostrani – sia una istituzione antidemocratica perché composta da burocrati non eletti. A votarla in secondo grado sono i rappresentanti di più di mezzo miliardo di cittadini europei che sono stati eletti in primo grado nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il Parlamento può votare contro certi candidati proposti, come è successo all’on. Rocco Buttiglione nel 2004. Allora il presidente del Parlamento europeo era Josef Borrell, lo spagnolo oggi indicato come Alto Rappresentante per la politica estera. La scelta di due donne per incarichi così prestigiosi ci fa bene sperare. La loro esperienza politica e la qualità del lavoro svolto fino ad ora ci rassicurano sul loro equilibrio e sul loro rifiuto per i giochi di corrente o della politica “politicante”. Chi sembra aver perduto peso in tutto questo lungo negoziato è il gruppo del PPE, il cui presidente è stato respinto come candidato alla presidenza della Commissione e come presidente del Parlamento europeo, al quale sembrava destinato dopo la prima fase dei negoziati. La Germania ha avuto in eredità la presidenza della Commissione, ma ha perso la BCE, alla quale da due anni sembrava fosse destinato il presidente della Bundesbank. Bisognerà vedere se alla presidenza del gruppo del PPE rimarrà Weber, o se sarà sostituito. Il gruppo nel suo insieme lo ha sostenuto nel corso dei negoziati, ma è stato un sostegno che non è servito a nulla. La Francia di Macron, alla fine, ha avuto partita vinta contro il principio dei “candidati di punta”, ma ha perso l’efficacia dell’esperienza di Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE per la Brexit. Dell’Italia è meglio non parlare. Dei tre posti di grande prestigio da noi detenuti nella legislatura appena terminata, ne è rimasto uno solo, quello della presidenza del Parlamento europeo. Ma il merito spetta al gruppo socialista europeo e non al governo italiano. Noi avremo, a detta di Tusk, una vicepresidenza della Commissione europea da lui perorata con insistenza, Ma per averne conferma bisognerà attendere le nomine dei Commissari. Così come attendiamo che il nostro governo proponga il nome del commissario che dovrà rappresentarci. Speriamo che tra una litigata e l’altra trovi il tempo di presentarlo in tempo utile, e non in prorogatio, come siamo abituati a chiedere.

  • La crisi d’identità dell’Europa

    In attesa che i leader europei raggiungano un accordo sulle nomine alle quattro più importanti e prestigiose cariche dell’Unione europea (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento, Banca centrale), viene naturale chiedersi le ragioni del fallimento che ha incontrato fino ad ora il Consiglio europeo, l’istituzione incaricata di presentare i candidati. Siamo consapevoli della complessità dell’operazione e degli elementi che entrano in gioco per il raggiungimento di un equilibrio politico e di nazionalità. Per quanto riguarda il primo, da due legislature funzionava un metodo, detto dello “spitzencandidat”, che garantiva la presidenza della Commissione europea al partito che aveva raggiunto il maggior numero di seggi alle elezioni. Il metodo era stato scelto dal Parlamento e semplificava di parecchio le trattative per le altre tre presidenze. Ma con l’arrivo di Macron, il presidente francese, questo metodo è stato considerato obsoleto e non più rispondente alle esigenze dell’attualità. Per questo è stata rifiutata subito la candidatura del presidente del gruppo del PPE, il bavarese Manfred Weber, che con 179 deputati ha il maggior numero di seggi. Il principio democratico della vittoria elettorale doveva essere sacrificato all’esperienza di governo e alla notorietà, che non caratterizzavano la carriera politica di Weber. I fatti hanno dimostrato subito che il rifiuto del principio dello spitzencandidat era un pretesto, poiché Macron, con la Merkel, i socialisti e gli spagnoli hanno presentato la candidatura dello spitzencandidat socialista Frans Timmermans, olandese. Il che sta a dimostrare che Macron non voleva un democratico cristiano, non uno spitzencandidat. L’atteggiamento equivoco della Merkel che accetta il rifiuto di un candidato della sua parte politica e della sua nazionalità si spiega con la sua preferenza per la presidenza della Banca Centrale Europea da affidare a Jens Weidmann, attuale presidente della Deutsche Bundesbank. I giochi non sono ancora fatti. Circolano vari nomi, come è normale, ma il cerchio non è ancora chiuso e le divisioni tra i 28 governi possono riservare sorprese. Ma non ci meraviglia che i negoziati vadano per le lunghe. Gli equilibri da raggiungere sono delicati e toccano gli interessi di oltre 120 partiti nazionali rappresentati al Parlamento europeo e riuniti nei sette gruppi politici. E’ normale che ciascun gruppo cerchi il maggior spazio possibile. Quel che però non convince è il muoversi a vuoto, l’agitarsi per il posto da occupare, senza una visione generale da perseguire, senza un obiettivo chiaro e distinguibile che riguardi il bene comune e l’interesse di oltre mezzo miliardo di cittadini europei. Quale Europa? Quale suo posto nel mondo? In quali valori identificarsi? Tutti questi traguardi ci paiono assenti nelle trattative negoziali di questi giorni. Ecco, a noi pare che questa Europa, con la sua crisi attuale, sia il risultato di una mancanza di identità precisa, specifica, facilmente individuabile e perciò avvertita e vissuta dalla stragrande maggioranza degli europei. No, questa identità non c’è più, ammesso che ce ne fosse una con le Comunità europee, o non c’è ancora, se vogliamo partire da Maastricht e dalla fondazione dell’Unione europea. “Stiamo finalmente vivendo – scrive lo storico David Engels su l’European Conservative del maggio scorso – le conseguenze di un pericolo che Robert Schuman, il padre fondatore della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, ha avvertito più di mezzo secolo fa – e cioè che un’Europa unificata non deve rimanere solo un’impresa economica e tecnocratica, ma ha bisogno di un’anima, di una consapevolezza delle sue radici storiche e dei suoi obblighi presenti e futuri”. Senza un’identità comune, nessuna solidarietà europea è possibile in tempi difficili come i nostri di oggi. Tale identità, tuttavia, deve basarsi non solo sull’idea di diritti umani universali, ma deve anche tener conto di ciò che l’Europa e gli europei hanno in comune: una visione occidentale dell’uomo profondamente radicata nella tradizione e nella storia. Se un tale sforzo dovesse fallire, ci sono solo due possibilità: ricadere negli stati nazionali, che saranno poi in balia di potenze come la Cina, la Russia, il mondo musulmano o gli Stati Uniti, o scendere ulteriormente in un centralismo burocratico e senza anima. Sono due rischi che Schuman aveva già avvertito quando scriveva: “La democrazia (europea) sarà cristiana o non sarà. Una democrazia anticristiana è destinata a diventare una caricatura che si disintegra in tirannia o in anarchia” (….) L’Europa è molto più della semplice somma delle persone che attualmente vivono nelle nostre terre. Deve rimanere fedele all’eredità dei suoi antenati assicurando un rapporto positivo con la tradizione classica e cristiana, proteggendo l’ideale occidentale della famiglia e favorendo un sano orgoglio per l’unicità della propria ricca eredità. Se deve esserci l’obbligo morale di affrontare i crimini della propria storia, allora c’è anche il dovere di commemorare le grandi conquiste e i grandi risultati della nostra civiltà”. Condividiamo le opinioni di Engels e ci chiediamo con apprensione se i leader europei stanno lavorando anche per ridefinire un’identità a questa Europa in crisi. Temiamo invece che questa crisi sia sistemica, non congiunturale, sia l’inizio di quanto temuto da Schuman sessant’anni fa. Se così è, i nomi scelti per le nomine ci dicono poco. La ricerca dell’identità deve diventare invece l’obiettivo massimo per chi sarà chiamato e presiedere le istituzioni europee.

    1. Apprendiamo ora che il ministro della Difesa tedesco, esponente di punta della CDU, Ursula von derLeyen, entra nella corsa per la presidenza della Commissione europea. Allieva della scuola europea di Bruxelles, madre di sette figli, a lei i nostri migliori auguri, con l’auspicio che i timori di Schuman possano rappresentare un impegno di lavoro.
  • Mercato unico digitale: l’Europa annuncia gli otto siti che ospiteranno supercomputer di prim’ordine

    Otto siti per centri di supercalcolo sono stati selezionati nell’UE per ospitare i primi supercomputer europei. Sosterranno ricercatori, industria e imprese europei nello sviluppo di nuove applicazioni in un’ampia gamma di settori, dalla progettazione di medicinali e nuovi materiali alla lotta ai cambiamenti climatici.

    Con un grande passo avanti per rendere l’Europa una regione di supercalcolo all’avanguardia a livello mondiale, l’impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni (EuroHPC) ha selezionato in 8 Stati membri gli 8 siti per centri di supercalcolo che ospiteranno le nuove macchine per l’elaborazione automatica dell’informazione ad alte prestazioni. I siti ospitanti saranno ubicati a Sofia (Bulgaria), Ostrava (Cechia), Kajaani (Finlandia), Bologna (Italia), Bissen (Lussemburgo), Minho (Portogallo), Maribor (Slovenia) e Barcellona (Spagna). Sosterranno lo sviluppo di applicazioni importanti in ambiti quali la medicina personalizzata, la progettazione di farmaci e materiali, la bioingegneria, le previsioni meteorologiche e i cambiamenti climatici. In totale, 19 dei 28 paesi partecipanti all’impresa comune faranno parte dei consorzi che gestiranno i centri e il bilancio complessivo, con i fondi dell’UE, sarà pari a 840 milioni di €. Le modalità precise di finanziamento dei nuovi supercomputer saranno integrate nelle convenzioni di accoglienza che verranno firmate a breve.

  • La Commissione adotta un pacchetto di investimenti da 4 miliardi di euro per progetti infrastrutturali in 10 Stati membri

    La politica di coesione dell’UE investe 4 miliardi di euro di fondi UE in 25 grandi progetti infrastrutturali in 10 Stati membri. Il pacchetto di investimenti interessa Bulgaria, Cechia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Malta, Polonia, Portogallo e Romania con progetti che riguardano un’ampia gamma di settori: salute, trasporti, ricerca, ambiente ed energia. L’investimento complessivo in questi progetti, contando anche il cofinanziamento nazionale, è pari a 8 miliardi di euro.

    Questi i progetti finanziati:

    Bulgaria – energia più sicura e a prezzi accessibili, Cechia – collegamenti stradali e ferroviari più agevoli sulla rete transeuropea di trasporto, Germania – un moderno polo di ricerca a Jena, Grecia – servizi pubblici efficienti nel paese ed energia a prezzi accessibili a Creta, Ungheria – migliore connettività, minore congestione del traffico e maggiore sicurezza dei trasporti intorno a Budapest, Italia – miglioramento del trasporto ferroviario in Sicilia (contributo di oltre 358 milioni di € di fondi UE destinato all’ampliamento della linea ferroviaria Circumetnea operativa a Catania, con otto nuove stazioni e nuovo materiale rotabile), Malta – acqua potabile di migliore qualità, Polonia – migliore assistenza sanitaria e maggiore connettività, interventi nel trasporto ferroviario su strada, Portogallo – ammodernamento della linea ferroviaria del Nord, Romania – trasporti più agevoli a Bucarest, tutela ambientale e gestione delle risorse idriche nel paese.

    I “grandi progetti” infrastrutturali ricevono oltre 50 milioni di € dai fondi della politica di coesione (75 milioni di € nel caso di progetti nel settore dei trasporti). Si tratta di progetti che, in ragione della loro portata, sono soggetti a una valutazione e decisione specifica della Commissione. Nel periodo di programmazione 2014-2020 sono stati finanziati con fondi UE 258 grandi progetti. Il contributo dell’UE a tali progetti è pari a 32 miliardi di €, pari alla metà del loro valore totale.

  • “New deal” per i consumatori: Commissione europea e Consiglio accolgono con favore l’accordo provvisorio sul rafforzamento delle norme UE a tutela dei consumatori

    Raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio un accordo provvisorio su un rafforzamento e una migliore applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori.

    Questi i principali miglioramenti: maggiore trasparenza per i consumatori che effettuano acquisti online, sanzioni efficaci e norme chiare per contrastare il problema del doppio standard qualitativo dei prodotti nell’UE. Le nuove norme sono state proposte dalla Commissione europea nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito del “new deal” per i consumatori. Le misure adottate apporteranno benefici tangibili per i consumatori.

    Nel dettaglio: saranno introdotte sanzioni efficaci per le violazioni del diritto del consumo dell’UE, cioè  le autorità nazionali di tutela dei consumatori potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive in modo coordinato. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri e che sono soggette a un’esecuzione coordinata a livello UE, la sanzione massima applicabile in ciascuno Stato membro sarà pari a non meno del 4% del volume d’affari annuo del professionista.  Saranno contrastate le differenze di qualità nei beni di consumo,  nel senso che le nuove regole qualificano come pratica ingannevole la commercializzazione di un prodotto come identico a uno stesso prodotto in altri Stati membri, se tali beni presentano in realtà, ingiustificatamente, composizioni o caratteristiche molto diverse.

    I diritti dei consumatori online sanno rafforzati e perciò, in caso di acquisti online, ai consumatori dovrà essere chiaramente comunicato se stanno comprando prodotti o servizi da un professionista o da un privato, in modo da sapere di quale tutela godono in caso di problemi. In caso di ricerche online, ai consumatori sarà chiaramente comunicato se il risultato della ricerca è sponsorizzato da un professionista. I consumatori saranno inoltre informati in merito ai principali parametri che determinano la classificazione dei risultati della ricerca.

    L’accordo provvisorio deve ora essere adottato formalmente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

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