concorrenza

  • Coldiretti lamenta speculazioni sull’olio

    “Il settore olivicolo non può più accettare che il valore del nostro extravergine italiano venga distorto dalle speculazioni”. Con questo messaggio il Presidente di Unaprol e vicepresidente nazionale di Coldiretti, David Granieri, è intervenuto al Tavolo Olivicolo Nazionale convocato presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, richiamando l’attenzione sulla necessità di dotare il comparto di strumenti più efficaci contro le dinamiche speculative che stanno comprimendo il valore dell’olio extravergine di oliva italiano.

    L’appuntamento è stato l’occasione per ribadire l’importanza di estendere il registro telematico a livello europeo e per sottolineare come gli attuali parametri di riferimento, basati sulle rilevazioni delle Camere di Commercio, non siano più adeguati a rappresentare fedelmente l’andamento del mercato né a garantire un sufficiente livello di trasparenza.

    Per superare queste criticità, Coldiretti e Unaprol propongono un rafforzamento del Portale SIAN, introducendo l’obbligo di registrazione delle contrattazioni non solo dell’olio sfuso, ma anche delle olive da olio.

    “Solo attraverso la dichiarazione delle contrattazioni, incluse quelle delle olive da olio – spiega Granieri – potremo disporre di un dato aggregato e geograficamente definito, capace di restituire il giusto valore ai produttori e al Made in Italy olivicolo. L’obiettivo è arrivare a un quadro completo delle diverse fasi di scambio, con informazioni riferibili alle singole piazze di contrattazione, così da garantire un riferimento oggettivo, non manipolabile e realmente rappresentativo per l’intera filiera”, conclude.

  • Aumenta la produzione di pomodori italiani, ma frenano le esportazioni

    La campagna di trasformazione del pomodoro 2025 in Italia si è chiusa con una produzione di circa 5,8 milioni di tonnellate, in leggero aumento rispetto al 2024, ma comunque inferiore (-10% circa) al programmato. l’Italia ritorna ad essere il secondo Paese trasformatore di pomodoro a livello mondiale dopo gli Stati Uniti e prima della Cina che, dopo l’exploit degli scorsi anni, ha ridotto drasticamente le produzioni alla luce delle difficoltà legate principalmente al mantenimento delle quote di mercato estero. Il nostro Paese rappresenta il 14,4% della produzione mondiale e il 53,8% del trasformato europeo.

    L’Italia si conferma saldamente il primo Paese produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale. Nel 2024 i mercati esteri hanno fatto registrare segnali positivi sia in volume (+ 6,5%) che in valore (+3,8%). Nel primo semestre del 2025, di contro, si rileva, rispetto al primo semestre 2024, una riduzione dell’export in volume (-3,6%) e in valore (-10,7%), legata quasi certamente all’incertezza causata dalla vicenda dazi Usa (fino al 2024 il comparto subiva una tassazione per l’esportazione in USA tra il 6 e il 12% a seconda dei formati e delle referenze, ora si è passati al 15% per tutti i prodotti). L’Europa, con la Germania in testa, si conferma, ancora una volta, il principale mercato di sbocco dei nostri derivati. Quote significative sono rappresentate dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia.

    Analizzando i dati di consumo interni, nel canale retail, nel primo semestre 2025 si registra una sostanziale stagnazione dei consumi rispetto allo scorso anno, con una lieve contrazione delle quote di mercato sia in termini di volume (-0,4%) che di valore (-0,5%). La flessione maggiore ha riguardato la polpa e il pelato intero. La passata continua ad essere il prodotto più venduto, rappresentando il 63,4% del mercato dei derivati. A seguire troviamo la polpa (20,4%), i pomodori pelati (10,9%), i pomodorini (3,8%) e il concentrato (1,7%). Stabile il canale del “Fuori casa” che rappresenta la maggior parte (il 67%) del volume totale di derivati del pomodoro consumati in Italia (circa 2,1 milioni di tonnellate).

    «La nostra annuale assemblea pubblica è l’occasione ideale per riflettere, insieme alle Istituzioni e a tutti gli attori coinvolti nella filiera del pomodoro da industria, sugli scenari attuali, sulle criticità a cui dobbiamo far fronte e sulle strategie da mettere in atto per guardare al futuro con fiducia. – dichiara il presidente dell’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (Anicav) Marco Serafini – Il primato di assoluta qualità che i nostri prodotti “Made in Italy” hanno conquistato nel corso dei decenni resta saldo; tuttavia, è necessario soffermarsi con attenzione sui cambiamenti in corso, in particolare sull’ingresso di nuovi paesi produttori che, pur non potendo garantire lo stesso livello qualitativo, puntano sulla leva del prezzo e rischiano di sottrarci quote di mercato importanti. Nel lungo periodo questa situazione potrebbe creare difficoltà, anche considerando che il nostro comparto è da sempre fortemente orientato all’export. Per prevenire questi rischi sarà quindi indispensabile rendere più efficiente l’intera filiera, così da ridurre i costi senza intaccare la qualità, intervenendo su alcuni temi specifici. Penso, ad esempio, alla corretta gestione delle risorse idriche, ambito sul quale il Masaf ha annunciato proprio in questi giorni importanti interventi, dando ascolto alle nostre richieste; al divieto da parte dell’UE di utilizzare alcuni agrofarmaci e fertilizzanti, che incide negativamente sulle rese agricole e ci pone in una posizione di svantaggio rispetto a paesi che non sono soggetti alle stesse limitazioni; e, ancora, al forte impatto del sistema ETS, che impone standard su emissioni e consumi senza eguali nel mondo, senza tenere adeguatamente conto della stagionalità del nostro lavoro. Sono questioni complesse, sulle quali dobbiamo confrontarci insieme per individuare soluzioni concrete».

    «Uno dei temi centrali del dibattito è sicuramente quello della governance della filiera e della necessità di migliorare la relazione tra parte agricola e parte industriale. – dichiara il direttore generale di Anicav Giovanni De Angelis – Serve quindi un dialogo più costruttivo, mettendo al centro del processo di rinnovamento l’interprofessione, che va però ripensata nel suo perimetro di competenze e nel modello operativo, in particolare nel bacino Centro Sud. In questo scenario complesso, gli accordi quadro restano lo strumento imprescindibile e centrale per una corretta programmazione. Solo così possiamo pensare di contrastare l’evidente calo delle rese agricole e l’aumento dei costi di produzione, per poi puntare a distribuire in maniera più equilibrata il valore lungo tutta la filiera, garantendone la competitività. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, soprattutto se consideriamo che il prezzo pagato in Italia dall’industria di trasformazione agli agricoltori per la materia prima è da sempre il più alto al mondo».

  • Allarme di Coldiretti: Italia invasa da grano duro canadese di bassa qualità

    Coldiretti lamenta che due dei simboli della dieta mediterranea come grano e olio d’oliva sono sotto attacco, con gli arrivi di prodotto di bassa qualità dall’estero che mettono a rischio il lavoro degli agricoltori italiani facendo crollare le quotazioni all’origine. Secondo Coldiretti, infatti, oltre la metà del grano duro canadese è quest’anno di qualità pessima con chicchi fortemente germogliati, danni da insetti e funghi, secondo i risultati delle analisi delle autorità del Canada sul raccolto nazionale. Si tratta di una vera e propria beffa per i nostri agricoltori – afferma ancora Coldiretti – considerato che gli arrivi di prodotto canadese nei porti tricolori nel 2025 sono praticamente raddoppiati, con un effetto dirompente sulle quotazioni del prodotto nazionale.

    Ricordando di essere stata l’unica a opporsi alla ratifica dell’intesa che ha portato oggi ad un aumento esponenziale delle importazioni di grano canadese mettendo a rischio la sicurezza e la qualità delle nostre produzioni e danneggiando gli agricoltori italiani che garantiscono invece standard di eccellenza e di qualità unici al mondo, Coldiretti addebita la penetrazione del grano canadese sul mercato italiano al dazio zero che l’Unione Europea ha concesso ai cereali del Paese dell’acero per via dell’accordo commerciale Ceta.

    Contro questo scandalo – ricorda un comunicato stampa – sono scesi in piazza ventimila agricoltori della Coldiretti con un’imponente mobilitazione che ha portato il governo ad accogliere la piattaforma di proposte elaborata dall’organizzazione agricola per fermare le speculazioni e l’azione dei trafficanti di grano. Grazie a questa azione, non solo è stata invertita la tendenza del mercato nazionale, ma è stata bloccata la corsa al ribasso dei prezzi che altrimenti sarebbero ulteriormente peggiorati.

    Quotazioni che restano però ancora su livelli inferiori rispetto ai costi di produzione definiti da Ismea. A rendere ancora più inaccettabile la situazione è il fatto che il grano canadese viene trattato con il glifosato, il cui utilizzo nel nostro Paese è vietato nella fase di pre raccolta a causa dei timori per i possibili effetti cancerogeni. Un fenomeno che mette a rischio la salute dei cittadini oltre a rappresentare una forma di concorrenza sleale verso gli agricoltori italiani, visto che nei Paesi extra Ue si continuano ad usare sostanze e pesticidi che in Europa sono vietati da decenni, grazie alla mancata applicazione del principio di reciprocità Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Difficile anche la situazione dell’Uliveto Italia. Le importazioni di olio straniero sono quasi raddoppiate nel 2025 con un’accelerazione che alimenta le speculazioni ai danni dell’extravergine italiano, le cui quotazioni sono crollate del 20% nel giro di poche settimane, piombando sotto i costi di produzione. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi di olio d’oliva straniero sono saliti a 427 milioni di chili, il 67% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un’impennata nel mese di agosto (+93%), alla vigilia della campagna di raccolta. Una vera e propria invasione che ha impattato sulle quotazioni del prodotto nazionale, sotto la spinta di contratti al ribasso. Da inizio ottobre il prezzo dell’extravergine è passato da 9,4 euro al chilo a 7,74 euro, con un calo di quasi il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. Una situazione inaccettabile che danneggia gravemente le imprese, poiché la remunerazione dell’olio evo tricolore sta scendendo sotto i costi di produzione. Si tratta peraltro di un’anomalia evidente, soprattutto se si considera la situazione del Frantoio Italia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Icqrf le giacenze di olio al 31 ottobre 2025 risultano del 32,7% superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della disponibilità di extravergine (+37,5%).

    Se si va però a guardare alla provenienza del prodotto, l’olio evo italiano è cresciuto di appena l’8,7%, mentre quello straniero è esattamente raddoppiato (+100%). Secondo Coldiretti non può essere dunque spiegabile un simile crollo delle quotazioni anche alla luce dell’arrivo dell’extravergine “nuovo” che normalmente dovrebbe portare a un incremento dei prezzi. Coldiretti e Unaprol chiedono all’Ispettorato Centrale Controllo Qualità l’istituzione di una Cabina di Regia straordinaria per coordinare le operazioni di contrasto alle irregolarità nel settore olivicolo. Sollecitano inoltre un piano straordinario di controlli nei porti e nei punti di ingresso delle merci per verificare l’origine dei prodotti e il rispetto dei limiti sui residui fitosanitari. Infine, propongono di monitorare i contratti “futures” sulle principali Borse Merci per prevenire fenomeni speculativi e frodi sull’origine. Secondo analisi settoriali pubblicate negli ultimi giorni, la produzione potrebbe attestarsi nella parte alta della forchetta e portare la Tunisia al secondo posto mondiale nella stagione in corso, dietro la Spagna. La stima più ottimistica fissa l’output a circa 500 mila tonnellate. A livello territoriale, primi dati regionali confermano il trend positivo: a Monastir si prevedono 90 mila tonnellate di olive, equivalenti a poco più di 18 mila tonnellate di olio. L’avvio della raccolta è indicato fra metà ottobre e inizio novembre a seconda delle regioni. Il quadro tunisino si inserisce in un contesto mediterraneo in normalizzazione dopo due annate siccitose: le previsioni del settore segnalano un aumento dell’offerta nell’Ue e una domanda internazionale in graduale recupero. Gli indicatori del Consiglio oleicolo internazionale mostrano inoltre prezzi alla produzione in calo rispetto ai picchi del 2023-2024, con il baricentro dei listini ancora legato all’evoluzione delle rese autunnali. Sul fronte interno, le autorità finanziarie e di settore hanno avviato riunioni operative per sostenere la campagna, con il coinvolgimento del sistema bancario e richiami alla valorizzazione del prodotto tunisino tramite etichettatura e confezionamento. L’obiettivo dichiarato è accrescere il peso dell’olio imbottigliato rispetto allo sfuso, migliorando margini e notorietà sui mercati terzi. Resta, tuttavia, un nodo di mercato: il calo dei prezzi internazionali ha già compresso il valore medio all’export nell’ultima stagione, nonostante i volumi in aumento. Gli operatori segnalano l’esigenza di liquidità per l’acquisto della materia prima, una logistica più snella e una maggiore promozione del brand Tunisia per assorbire l’offerta attesa e difendere i listini. Se le rese di ottobre e novembre confermeranno le attese, la Tunisia si avvia verso una stagione di svolta, con la possibilità di scalare le gerarchie globali già nel 2025-2026. La tenuta dei prezzi e la capacità di spingere l’olio confezionato sui mercati extraeuropei saranno i fattori decisivi per tradurre il potenziale produttivo in maggiori entrate in valuta e in un rafforzamento strutturale della filiera.

  • La Commissione chiede a Shein di fornire informazioni sulla vendita di prodotti illegali a norma del regolamento sui servizi digitali

    La Commissione europea ha inviato una richiesta di informazioni a Shein a norma del regolamento sui servizi digitali, a seguito di indicazioni preliminari secondo cui si starebbero offrendo sul mercato articoli illegali, come armi e bambole sessuali con sembianze infantili. A seguito della vendita di prodotti illegali in Francia e di diverse relazioni pubbliche, la Commissione sospetta che il sistema di Shein possa rappresentare un rischio sistemico per i consumatori in tutta l’Unione europea.

    La Commissione chiede ora formalmente alla piattaforma di fornire informazioni dettagliate e documenti interni sul modo in cui garantisce che i minori non siano esposti a contenuti inadeguati all’età, in particolare attraverso misure di garanzia dell’età, e sul modo in cui impedisce la circolazione di prodotti illegali sulla sua piattaforma. La Commissione sta inoltre indagando sull’efficacia di tali misure di mitigazione adottate da Shein.

    Il regolamento sui servizi digitali impone alle piattaforme online di dimensioni molto grandi come Shein, di valutare e attenuare adeguatamente i rischi sistemici, quali i rischi per i minori o la diffusione di contenuti illegali, che possono derivare dai loro sistemi e dalla progettazione o dal funzionamento dei loro servizi.

    Questa è la terza richiesta di informazioni che la Commissione invia a Shein.

  • La Commissione avvia indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali

    La Commissione europea ha avviato tre indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali. Due indagini di mercato valuteranno se Amazon e Microsoft debbano essere designate come gatekeeper per i loro servizi di cloud computing Amazon Web Services e Microsoft Azure, ai sensi del regolamento sui mercati digitali. In altre parole, si valuterà se esse fungano da importanti punti di accesso tra imprese e consumatori, pur non rispettando le soglie dei gatekeeper di tale regolamento per quanto riguarda le dimensioni, il numero di utenti e la posizione di mercato. La terza indagine di mercato valuterà se il regolamento sui mercati digitali possa contrastare efficacemente le pratiche che possono limitare la competitività e l’equità nel settore del cloud computing nell’UE.

    Il cloud computing è la spina dorsale di molti servizi digitali ed è fondamentale per lo sviluppo dell’IA. Per promuovere l’innovazione, la fiducia e l’autonomia strategica dell’Europa, i servizi cloud devono essere forniti in un ambiente equo, aperto e competitivo.

  • La Commissione infligge ammende ai marchi di moda Gucci, Chloé e Loewe per oltre 157 milioni di euro per pratiche tariffarie anticoncorrenziali

    La Commissione europea ha inflitto ammende alle imprese di moda Gucci, Chloé e Loewe per aver fissato i prezzi di rivendita in violazione delle norme dell’UE in materia di concorrenza. Dall’inchiesta della Commissione è emerso che le tre società hanno limitato la capacità dei rivenditori terzi indipendenti con cui lavorano di fissare i prezzi al dettaglio online e offline per i prodotti progettati e venduti da Gucci, Chloé e Loewe con i rispettivi marchi. Questo tipo di comportamento anticoncorrenziale aumenta i prezzi e riduce la scelta per i consumatori.

    Le ammende, che sono state ridotte in tutti e tre i casi a seguito della cooperazione delle imprese con la Commissione, ammontavano complessivamente a oltre 157 milioni di euro.

  • Le piattaforme di e-commerce cinesi puntano sul Belpaese

    I dazi commerciali da parte degli Stati Uniti, annunciati, rimandati e alla fine imposti dal presidente Donald Trump, rappresentano un problema per l’Unione europea ma anche un’opportunità. Lo hanno ribadito in questi mesi capi di Stato e massimi rappresentanti delle istituzioni comunitarie, convinti che la chiusura dei mercati americani possa favorire nuove possibilità di sviluppo ed espansione verso altri continenti. Un discorso analogo, però, devono averlo fatto anche i manager delle più importanti compagnie cinesi di e-commerce, che vedono ora l’Europa come una nuova frontiera di sviluppo anche a causa della decisione del presidente americano di introdurre una tassa sui pacchi postali provenienti dall’estero per i prodotti di valore inferiore agli 800 euro. Tassa che al momento, sotto i 150 euro, in Europa non c’è. Per questo, giganti dell’e-commerce come Temu e Shein hanno deciso di puntare, ed investire miliardi, sul vecchio continente. Bastano pochi dati per comprendere quanto queste multinazionali possano influenzare il nostro mercato.

    Shein, fra le società leader nella commercializzazione di abbigliamento, è stata fondata a Nanchino nel 2008 ed oggi opera in oltre 100 Paesi per un fatturato che si aggirerebbe intorno ai 9 miliardi di euro nel 2023, con oltre 10 mila dipendenti. A tirare questi risultati anche le campagne pubblicitarie dirette ai più giovani, specialmente attraverso altre piattaforme come Tik Tok, sempre cinese. Fatturato ancora superiore per Temu, società che mettendo in connessione clienti e produttori offre sul proprio sito una svariata selezione di oggetti. Il gruppo fatturerebbe oltre 15 miliardi nel 2024 (anche se alcuni analisti parlano di addirittura 50 miliardi), con una crescita ingente (+24%) rispetto all’anno precedente. Questo grazie sopratutto al mercato europeo, perchè i dati mostrano come gli utenti attivi negli Stati Uniti, per entrambe le piattaforme, siano drasticamente calati tra marzo e giugno di quest’anno (-50% per Temu e -12% per Shein). “Colpa” dei dazi americani.

    Tendenza completamente opposta a quella registrata in Europa. Secondo Sensor tower, uno dei maggiori siti di analisi sui dati dei portali web, il numero di persone che hanno utilizzato l’app di Temu a giugno è aumentato del 76% in Francia, del 71% in Spagna e del 64% in Germania. Più contenuta la crescita di Shein, che nei diversi Paesi europei fa registrare una crescita fra il 13 ed il 20 per cento. Un segnale di come le due grani padrone del mercato online, insieme ad altre, molte delle quali sempre cinesi, abbiano deciso di “invadere” l’Europa. Basti pensare che Shein produce il 17,5% delle vendite nette online effettuate nel nostro Paese. Percentuale che sale addirittura 30,5% in Portogallo. Numeri che hanno portato la società a surclassare in termini di fatturato colossi europei come Zara. Non da meno Temu che in Italia, nel 2024, ha raggiunto oltre 14 milioni di utenti, quarta piattaforma di e-commerce nel Paese. Sempre nel 2024, stando a Sensor Tower, Temu sarebbe l’applicazione di shopping più scaricata al mondo.

    Un’espansione a livello globale che, nel tempo, ha fatto sorgere non pochi dubbi in merito ai profili di sicurezza di queste applicazioni per lo shopping “da casa”. Shein, dopo un ingente furto di dati nel 2018, ha subito critiche per quel che riguarda l’accessibilità e la protezione dei dati. Dubbi sui livelli di sicurezza sono arrivati anche per Shein da parte di istituzioni nazionali ed enti terzi di valutazione. Per tutte queste ragioni, e per la capillare diffusione delle piattaforme di e-commerce, l’Unione europea sta valutando misure per correre ai ripari ed evitare una vera e propria invasione di merci cinesi. Innanzitutto, come prima contromisura, la Commissione ipotizza di eliminare l’esenzione dai dazi doganali per i pacchi di valore inferiore a 150 euro, sulla strada tracciata dall’amministrazione Trump. Soprattutto perchè, sottolinea l’Ue in una recente relazione in materia, nel solo 2024 sono stati importati oltre 4,6 miliardi di articoli a basso costo. Circa 12 milioni di pacchi al giorno.

  • La Commissione avvia una consultazione sulle future misure per salvaguardare il settore siderurgico dell’UE dalle pratiche commerciali sleali

    La Commissione europea ha avviato una consultazione mirata i cui risultati contribuiranno a individuare le future misure volte a continuare a salvaguardare il settore siderurgico dell’UE dalle pratiche commerciali sleali e dagli effetti negativi delle sovraccapacità siderurgiche mondiali.

    L’intenzione è raccogliere le esperienze delle parti interessate del settore al fine di sostituire efficacemente l’attuale salvaguardia dell’UE sull’acciaio, che scadrà il 30 giugno 2026. Le parti interessate hanno tempo fino al 18 agosto 2025 per esprimere il loro parere su diversi potenziali scenari elaborati dalla Commissione. Mediante questa consultazione, la Commissione intende raccogliere contributi da tutta la catena del valore dell’acciaio.

    Queste preziose informazioni daranno forma alla proposta legislativa della Commissione.

    Nel suo piano d’azione per la siderurgia e la metallurgia, la Commissione si è impegnata a presentare tale proposta legislativa entro il terzo trimestre del 2025.

    La consultazione comprende un invito a presentare contributi e un questionario, disponibile su EU Survey, che delinea diversi scenari su cui le parti interessate possono esprimere il loro punto di vista.

  • E’ l’anno del riso tricolore, Italia da primato

    L’Italia è il primo Paese produttore di riso in Europa, con oltre la metà dell’intera produzione continentale, e nel 2025 celebra l’ottantesimo anniversario del Carnaroli e il centenario del primo incrocio varietale di un’eccellenza celebrata anche all’estero, oltre che simbolo di biodiversità con quasi duecento tipologie coltivate. I primati delle risaie nazionali sono stati al centro dell’incontro “Celebriamo insieme l’anno del riso italiano”, organizzato in occasione dell’inaugurazione di Tuttofood alla Fiera di Milano Rho.

    Nel 2024, come si evince da Il Punto Coldiretti, le esportazioni di riso italiano hanno sfiorato i 720 milioni di chili, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente, con la Germania primo mercato, seguita dalla Francia. In aumento anche le superfici coltivate, anche se gli effetti dei cambiamenti climatici hanno poi limitato il previsto incremento produttivo. Coldiretti è tornata perciò a rimarcare l’importanza di realizzare un piano invasi con sistemi di pompaggio per assicurare alle imprese la disponibilità di acqua, particolarmente importante proprio nel caso di una coltura come il riso. Un cambio di passo a livello infrastrutturale che limiterebbe i problemi causati da siccità e alluvioni e consentire, evitando una volta per tutte di dover continuare a inseguire le emergenze.

    A pesare sul futuro dei risicoltori italiani, si legge ancora, è però anche la concorrenza sleale delle importazioni dall’estero, che rischiano di essere ulteriormente favorite dalla stipula di accordi commerciali senza il rispetto del principio di reciprocità, a partire da quello con i Paesi del Mercosur. Nel dettaglio, l’Unione Europea prevede di concedere un contingente iniziale di 10.000 tonnellate di riso sudamericano a dazio zero, che crescerà progressivamente fino a 60.000 tonnellate.

    Una quantità che, sommata a quanto già entra con dazi agevolati (oltre il 60% dell’import), rischia di raddoppiare le attuali importazioni (circa 80.000 tonnellate l’anno). Ma a pesare è soprattutto l’assenza di reciprocità, consentendo l’ingresso agevolato di prodotti coltivati usando sostanze vietate nella Ue da decenni, come nel caso del triciclazolo. Si tratta di un pesticida bandito nell’Unione Europea nel 2016 ma ancora oggi largamente utilizzato in Brasile e in India che, assieme al Pakistan, detiene il primato europeo per notifiche su riso contaminato da fitofarmaci proibiti.

    La Commissione Europea ha peraltro recentemente annunciato l’intenzione di riaprire i negoziati per un accordo di libero scambio proprio con il Paese indiano, che è il maggior esportatore mondiale e che potrebbe così inondare il mercato Ue di prodotto a dazio zero, con il rischio di mettere all’angolo quello nazionale. Ma resta sospesa anche la richiesta del Pakistan del riconoscimento Igp per il riso basmati, che Coldiretti e Filiera Italia sono riuscite per il momento a bloccare. Un’eventualità che porterebbe a un crollo della valorizzazione del riso di tipo Indica europeo e all’abbandono della coltivazione del lungo B, senza che sia garantito anche qui il principio di reciprocità in termini di sostenibilità sociale ed ambientale nel processo di produzione del riso nel Paese asiatico.

  • Il commercio con regole comuni rispettate strumento per impedire i conflitti

    Incertezza e volatilità rimangono alte, la politica dei dazi di Trump per ora ha portato solo effetti negativi nelle borse europee ed anche le statunitensi non sono scevre di problemi, mentre, ovviamente, continua a rafforzarsi l’oro, che non è solo un bene rifugio dei singoli ma, da tempo, è acquistato dai fondi sovrani vista l’incertezza sia economica che politica.

    Ha ricominciato a salire l’inflazione e non è da escludere che la diminuzione dei tassi di interesse degli ultimi mesi si trasformi invece in nuovi aumenti.

    Le conseguenze economiche le vedremo nei prossimi giorni e molto dipenderà anche dalla capacità delle imprese europee ed italiane di indirizzarsi su nuovi mercati e di saper rispondere in modo accorto ai dazi americani, certo è che se qualche paese pensa di poter uscire da solo dalla crisi sbaglia.

    La trattativa con gli Stati Uniti può avere successo solo agendo tutti insieme mentre sembra che Trump, per dividere l’Europa, potrebbe provare a stringere accordi con singoli stati.

    Il commercio, con regole comuni rispettate, è uno strumento per impedire guerre e conflitti e portare benessere e sviluppo, per questo proprio in questo momento sarebbe necessario che l’Europa si impegnasse per ottenere una riorganizzazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, OMS, che da dopo l’ingresso della Cina ha dimostrato di non essere più all’altezza dei suoi compiti, problema del quale si parla da anni senza concludere.

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