Conservatori

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • L’assemblea dei Conservatori britannici: anche il discorso della May è stato molto applaudito

    Se i congressi dei partiti dovessero essere valutati dalla qualità del discorso del leader, anche quello dei Conservatori britannici, che si sta tenendo a Birmingham, come già quello dei Laburisti, sarebbe un congresso ben riuscito. Questa ipotesi, tuttavia, non può essere assunta come veritiera, perché per giudicare un congresso bisogna aspettarne la fine e verificare le conclusioni a cui arriva, con il voto dei delegati per le nuove nomine dei dirigenti e/o per le eventuali risoluzioni finali. Comunque sia, quello della May è stato un discorso accolto con grandi applausi dai congressisti, un discorso molto diverso da quello dello scorso anno che era tutto sulla difensiva e non lanciava sfide al futuro. Il discorso di ieri è stato quello di una premier all’attacco, con l’indicazione dei temi da sostenere e con una visione, forse troppo ottimistica, del futuro: “I giorni migliori sono davanti a noi. Abbiamo tutto per poter avere successo”. Anche sulla Brexit non ha avuto tentennamenti, rispondendo direttamente agli attacchi feroci promossi dall’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, che il giorno prima aveva definito “un oltraggio” il piano della premier per la Brexit. Un progetto – il piano dei Chequers – che la May difende perché contiene il commercio dei beni senza attriti con l’UE e la difesa dell’unità del Paese. Promette inoltre agli elettori che porterà a compimento la Brexit, avvertendo gli oltranzisti che “cercare la soluzione perfetta rischia di farci finire senza nessuna Brexit”. E aggiunge in conclusione: “La Gran Bretagna non ha paura di uscire senza intesa, se dovrà. Dobbiamo essere onesti su questo punto: uscire senza un’intesa, introdurre dazi e costosi controlli alla frontiera sarebbe un brutto risultato per la UE e per il Regno Unito”.  Ha parlato dell’utilità del libero mercato, ha trasmesso un messaggio forte di sostegno all’impresa, ha lanciato un appello a restare fermi e uniti sulla Brexit e ha sferrato un attacco feroce all’opposizione di Jeremy Corbyn – “una tragedia nazionale” , accusandolo di rifiutare i valori comuni che un tempo anche la sinistra condivideva, di aver chiesto ai russi – sul caso Salisbury – conferma sulle indagini inglesi. “Appalterebbero la sicurezza al Cremlino”, dice.  Ma, principalmente, ha annunciato che dieci anni dopo la crisi finanziaria “l’austerità è finita”.  Staremo a vedere fino a che punto i suoi nemici interni riusciranno a indebolirla, il che indebolirebbe anche il partito dei Conservatori, che da tempo assiste allo sbranamento reciproco dei suoi leader. Chi ne approfitterebbe sarebbe proprio Jeremy Corbyn, uscito rafforzato dall’assemblea del suo partito e con un’opinione pubblica disposta a sostenerlo in caso di elezioni, nonostante il suo non celato sinistrismo da terza internazionale. Il secondo referendum, come alcuni laburisti non sostenuti da Corbyn hanno chiesto, non si farà. Forse non si farà nemmeno l’accordo con l’UE per il dopo Brexit. Ed anche questo avvantaggerà Corbyn nel caso di elezioni politiche anticipate. Non c’è che dire! Le prospettive non sono rosee nemmeno per il Regno Unite, come non lo sono per l’UE, assediata dai nazionalismi sovranisti.

  • En vue des Elections europeennes de 2019

    Irnerio Seminatore

    L’évolution de la conjoncture européenne en vue des élections parlementaires de 2019 résulte d’une opposition entre dirigeants européens et américains à propos des deux notions, du “peuple” et du “gouvernement”, se présentant comme une opposition entre populistes et élitistes, ou encore entre ” nationalistes” et “progressistes”, “souverainistes illibéraux” (Orban, Salvini et autres) et “libéraux anti-démocratiques”, tels Macron, Merkel et Sanchez. Cette opposition reprend la classification de Yascha MounK, Professeur à Harvard,dans son essai, “Le peuple contre la Démocratie”, qui explique pourquoi le libéralisme et la démocratie sont aujourd’hui en plein divorce et pourquoi on assiste à la montée des populismes.La crise de la démocratie libérale s’explique, selon Mounk, par la conjonction de plusieurs tendances, la dérive technocratique du fait politique, dont le paroxisme est représenté par l’Union Européenne, la manipulation à grande échelle des médias et une immigration sans repères qui détruit les cohésions nationales.

    Ainsi l’atonie des démocraties exalte les nationalismes et les formes de “patriotisme inclusif”, qui creusent un fossé entre deux conceptions du “peuple”, celle défendue par Trump, Orban et les souverainistes européens, classifiés comme “illibéraux démocratiques” et celle des “libéraux anti-démocratiques”, pour qui les processus électoraux sont contournés par les bureaucraties, la magistrature (en particulier la Cour Suprême aux États-Unis) et les médias, dans le buts de disqualifier leurs adversaires et éviter les choix incertains des électeurs. Ce type de libéralisme permet d’atteindre des objectifs antipopulaires par des méthodes détournées.

    Or, dans la phase actuelle, la politique est de retour en Europe, après une longue dépolitisation de celle-ci, témoignée par le livre de F. Fukuyama, qui vient de paraître aux États-Unis, au titre: “Identité: la demande de dignité et la politique du ressentiment”. Fukuyama nous expliquait en 1992, que “la fin de l’histoire” était la fin du débat politique, comme achèvement du débat entre projets antagonistes, libéralisme et socialisme, désormais sans objet. Au crépuscule de la guerre froide, il reprenait au fond la thèse de Jean Monnet du début de la construction européenne sur la “stratégie de substitution” de la politique pour atteindre l’objectif de l’unité européenne. Une stratégie qui s’est révélée une “stratégie d’occultation” des enjeux du processus unitaire et de lente dérive des nouveaux détenteurs du pouvoir, les “élites technocratiques”, éloignées des demandes sociales et indifférentes, voire opposées au “peuple”. Pour Fukuyama l’approfondissement de sa thèse sur la démocratie libérale comme aboutissement du libéralisme économique, implique encore davantage aujourd’hui, après trente ans de globalisation, un choix identitaire et un image du modèle de société, conçue en termes individualistes, d’appartenance sexuelle, religieuse et ethnique. Le contre choc de la globalisation entraîne un besoin d’appartenance et une politique des identités, qui montrent très clairement les limites de la dépolitisation. Les identités de Fukuyama sont “inclusives”, car elles réclament l’attachement des individus aux valeurs et institutions communes de l’Occident, à caractère universel.

    Face à l’essor des mouvements populistes, se réclamant d’appartenances nationales tenaces, les vieilles illusions des fonctionnalistes, pères théoriques des institutions européennes, tels Haas, Deutsch et autres, selon lesquelles la gestion conciliatrice des désaccords remplacerait les conflits politiques et l’efficacité des normes et de la structure normative se substitueraient aux oppositions d’intérêts nationaux, sont remises radicalement en cause, à l’échelle européenne et internationale, par les crises récentes de l’Union. En effet, la fragilité de l’euro-zone, les politiques migratoires, les relations euro-américaines et euro-russes révèlent une liaison profonde, conceptuelle et stratégique, entre politique interne et politique étrangère.

    Elles révèlent l’existence de deux champs politiques, qui traversent les différences nationales et opposent deux conceptions de la démocratie et deux modèles de société, celle des “progressistes (autoproclamés)” et celle des souverainistes (vulgairement appelés populistes).

    “L’illibéralisme” d’Orban contre “le libéralisme anti-démocratique” de Macron

    Ainsi l’enjeu des élections européennes de mai 2019 implique une lecture appropriée des variables d’opinions ,le rejet ou l’acquiescence pour la question migratoire, l’anti-mondialisme et le contrôle des frontières. Cet enjeu traduit politiquement une émergence conservatrice, qui fait du débat politique un choix passionnel, délivré de tout corset gestionnaire ou rationnel Ce même enjeu est susceptible de transformer les élections de 2019 en un référendum populaire sur l’immigration et le multiculturalisme, car ce nouveau conservatisme, débarrassé du chantage humanitaire, a comme fondement l’insécurité, le terrorisme et le trafic de drogue,  qui se sont  installés partout sur le vieux continent.  Il a pour raison d’être l’intérêt du peuple à demeurer lui même et pousse les dirigeants européens à promouvoir une politique de civilisation. Il n’est pas qui ne voit que le phénomène migratoire pose ouvertement la question de la transformation démographique du continent et, plus en profondeur, la survie de l’homme blanc, En perspective et par manque d’alternatives, l’instinct de conservation pourra mobiliser tôt ou tard les peuples européens vers un affrontement radical et vers la pente fatale de la guerre civile et de la révolte armée contre l’Islam et le radicalisme islamique Ainsi autour de ces enjeux, le débat entre les deux camps, de “l’illibéralisme” ou de l’État illibéral à la Orban et du “libéralisme sans démocratie” à la Macron, creuse un fossé sociétal dans nos pays, détruit les fondements de la construction européenne et remet à l’ordre du jour le mot d’ordre de révolution ou d’insurrection. Il en résulte une définition de l’Europe qui, au delà du Brexit, n’a plus rien à voir avec le marché unique ou avec ses institutions sclérosées et désincarnées, mais avec  des réalités vivantes, ayant une relation organique avec ses nations.

    Les élections parlementaires de 2019 constitueront non seulement un tournant, mais aussi une rupture avec soixante ans d’illusions européistes et mettront en cause le primat de la Cour européenne des droits de l’homme, censée ériger le droit et le gouvernement des juges au dessus de la politique. Ainsi le principe de l’équilibre des pouvoirs devra être redéfini et le rapport entre formes d’État et formes de régimes, revu dans la pratique, car mesuré aux impératifs d’une conjoncture inédite. Le fossé entre élites et peuple doit être réévalué à la mesure des pratiques des libertés et à l’ostracisassions  du discours des oppositions, classé “ad libitum” comme phobique ou haineux, ignorant les limites constitutionnelles du pouvoir et de l’État de droit classiques.

    Or la conception illibérale de l’État, dont s’est réclamé Orban en 2014, apparaît comme une alternative interne à l’équilibre traditionnel des pouvoirs et , à l’extérieur, comme une révision de la politique étrangère et donc comme la chance d’une “autre gouvernance” de l’Union, dont le pivot serait désormais la nation, seul juge du bien commun.  Cette conception de” l’État non libéral, ne fait pas de l’idéologie l’élément central de l’organisation de l’État, mais ne nie pas les valeurs fondamentales du libéralisme comme la liberté”. En conclusion “l’illibéralisme d’Orban “résulte d’une culture politique qui disqualifie, en son principe, la vision du libéralisme constitutionnel à base individualiste et fait du “demos” l’axe portant de toute politique du pouvoir. Le débat entre “souverainistes” et “progressistes” est une preuve de la prise de conscience collective de la gravité de la conjoncture et de l’urgence de trancher dans le vif et avec cohérence sur l’ensemble de ces questions vitales. En France le bonapartisme est la quintessence et la clef de compréhension de l’illibéralisme français, qui repose sur “le culte de l’État rationalisateur et la mise en scène du peuple un”. Orban réalise ainsi la synthèse politique de Poutine et de Carl Schmitt, une étrangeté constitutive entre “la verticale du pouvoir” du premier et du concept de souveraineté du second, qui s’exprime dans la nation et la tradition et guère dans l’individu.

    Cette synthèse fait tomber “un rideau du doute” entre les deux Europes, de l’Est et de l’Ouest, tout au long de la ligne du vieux “rideau de fer”, allant désormais de Stettin à Varsovie, puis de Bratislava à Budapest et, in fine de Vienne à Rome. D’un côté nous avons le libre-échange sauvage, la morale libertine et une islamisation croissante de la société, sous protection normative de l’U.E et de certains États-membres, de l’autre les “illibéraux” de l’Est, qui se battent pour préserver l’héritage de l’Église et de la chrétienneté. L’espace passionnel de l’Europe centrale, avec, en fers de lance la Pologne et la Hongrie puise dans des “gisements mémoriels”, riches en histoire, les sources d’un combat souverainiste et conservateur, qui oppose à l’Ouest deux résistances fortes, culturelles et politiques.

    Sur le plan culturel une résistance déclarée à toutes les doctrines aboutissant à la dissolution de la famille, de la morale et des mœurs traditionnelles (avortement et théorie du genre).

    Sur le plan politique, la remise en question du clivage droite-gauche, la limitation des contre-pouvoirs, affaiblissant l’autorité de l’exécutif et au plan général, la préservation des deux héritages, la tradition et l’histoire, qui protègent l’individu de la contrainte, quelle qu’en soit la source, l’État, la société ou l’Église; protection garantie par une Loi fondamentale à l’image de la Magna Carta en Grand Bretagne (1215), ou de la Constitution américaine de 1787.

    Cette opposition de conceptions, de principes et de mœurs, aiguisés par la mondialisation et la question migratoire, constitueront le terrain de combat et de conflit des élections européennes du mois de mai 2019 et feront de l’incertitude la reine de toutes les batailles, car elles seront un moment important pour la création d’un nouvel ordre en Europe et, indirectement, dans le monde.

     

    Bruxelles 27 septembre 2018

  • Jeremy Corbyn non ha cambiato idea su niente

    L’Assemblea ha avuto luogo la settimana scorsa e gli osservatori s’aspettavano che Corbyn si pronunciasse finalmente sulla Brexit: è contro, o condivide l’opinione di una larga parte del suo partito che vi è favorevole e che addirittura propone un secondo referendum prima di decidere definitivamente? La risposta è l’ambiguità. Prima bisogna tenere le elezioni politiche interne, poi si vedrà! La sua leadership, nonostante l’ambiguità, rimane indiscussa. Ne è una conferma l’accoglienza calorosa riservata al suo discorso di chiusura dell’Assemblea, discorso applauditissimo a più riprese che ha concluso i lavori in modo entusiastico. Eppure!!!

    Eppure, afferma Andrew Sullivan sul New York Magazine del 6 agosto scorso, Corbyn non ha cambiato idea su niente, rimane “un eccentrico socialista di 69 anni che in vita sua non ha mai creduto di poter guidare un partito politico, figurarsi essere credibilmente menzionato come possibile futuro primo ministro del Regno Unito. Nato in una famiglia dell’alta borghesia, Corbyn era un classico “pannolino rosso”. I suoi erano socialisti e New Tree Manor, la tenuta di campagna seicentesca dove è cresciuto, era una dimora molto bohémien, piena di saloni ricolmi di libri di sinistra. Corbyn si diplomò con voti così tremendi che l’opzione universitaria fu scartata subito, per cui entrò nell’equivalente britannico dei Corpi di pace e fu stanziato in Giamaica per due anni, poi viaggiò in tutta l’America latina. Disgustato dalle enormi disuguaglianze che vide attorno a sé, si radicalizzò ulteriormente e quando tornò in Inghilterra si trasferì nella multirazziale Londra del Nord, dove abitano molti immigrati (gli inglesi bianchi sono una minoranza). Era una periferia da terzo mondo e Corbyn si sentiva a casa” –  dichiara Sullivan. Ma il suo radicalismo sinistrorso si è manifestato in altri settori. Simpatizzò per l’Esercito repubblicano irlandese (Ira), fu ostile alla monarchia e a favore dei movimenti rivoluzionari terzomondisti e si batteva per il disarmo nucleare unilaterale. Si oppose all’appartenenza britannica alla Nato e alla futura Unione europea. Disprezzava l’alleanza americana e la tendenza capitalistica dell’UE. Era un astemio contrario all’alcol e alle droghe. E’ un vegetariano. Non ha cambiato idea su nulla, anche se i suoi obiettivi sono stati tutti battuti dalla storia. E’ stato singolare il suo rapporto con il partito al quale apparteneva ed appartiene. Nei decenni che ha passato in parlamento, ad esempio, ha votato 428 volte contro le indicazioni del suo partito quando era al governo. Come deputato è sempre rimasto ai margini. E’ un convinto difensore dei palestinesi. Per questo, forse, ancora oggi, è antisemita e un convinto avversario di Israele. Ha invitato alla Camera dei Comuni i suoi “amici” di Hamas e Hezbollah, come alcuni membri dell’Ira, una volta persino due settimane dopo che un gruppo dell’Ira aveva quasi assassinato Margaret Thatcher, facendo scoppiare una bomba nel suo hotel nel 1984. Ha disprezzato la modernizzazione del partito attuata da Tony Blair. I corbynisti sono fermi agli anni settanta. Allora il modello socialdemocratico collassò in una mera difesa del potere dei sindacati contro un governo eletto, provocò la stagflazione e paralizzò i servizi pubblici essenziali con scioperi di massa. Le riserve di energia – continua Sullivan – erano talmente ridotte all’osso che, a un certo punto, il Regno Unito aveva elettricità soltanto per tre giorni lavorativi a settimana. Oggi i corbynisti vedono l’eredità neoliberale della Thatcher in uno stato di disastro e con la richiesta di elezioni sperano di approfittare della situazione per tornare al governo. La Brexit passa in secondo piano nelle loro priorità. Ma davvero il Regno unito è pronto a buttarsi nelle braccia di Corbyn, di questo vecchio arnese del socialismo radicale che negli ultimi cinquant’anni ha perso tutte le scommesse con la storia? Un Regno Unito fuori dall’UE sarebbe ancora più debole per poter resistere a questa prospettiva. Quello dei laburisti alla Corbyn sarebbe un sovranismo imperiale. Ci mancava anche questo, da affiancare ai sovranismi populisti, ahinoi!, senza impero, del Continente.

    Dopo l’assemblea dei Laburisti della settimana scorsa, è iniziata quella del Partito Conservatore, la premier May deve far fronte a due difficoltà: da un lato gli oppositori interni e dall’altro, la necessità di trovare una soluzione per l’accordo sull’uscita dall’UE. Il Consiglio di Salisburgo non gli era stato favorevole e l’UE aveva respinto le proposte inglesi. Si arriverà al fatidico 19 marzo 2019, data prevista per l’uscita dall’UE, senza accordo? Sarebbe un ulteriore indebolimento della May, con Corbyn che richiede le elezioni politiche. Ci sarà un ammorbidimento delle richieste inglesi all’Europa? I nemici della May hanno già cominciato a spararle contro in modo forsennato. Avrà una maggioranza per resistere alle pressioni contrarie?

  • Cosa vogliono i laburisti con la Brexit?

    L’accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non è ancora stato raggiunto. Anche l’ultimo incontro tra i negoziatori delle due parti non ha raggiunto un’intesa condivisa. Da un lato il RU mira a mantenere determinati vantaggi offerti dall’appartenenza al mercato unico, pur non facendone più parte, e dall’altro l’UE non è disposta a concedere i vantaggi dell’adesione a chi vuole uscire. Il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha addirittura detto che se si accettasse la posizione del governo di Londra, per la UE sarebbe un suicidio. Anche il presidente Macron, in occasione del vertice informale UE di Salisburgo ha dichiarato che “la Brexit non sarà senza costi o conseguenze per Londra”. Siamo a pochi mesi dalla data fissata per l’uscita e c’è il rischio che ci si arrivi senza nessun accordo. Nel frattempo, tuttavia, la premier inglese Theresa May usa la platea dell’Assemblea generale dell’Onu per promuovere la Gran Bretagna post Brexit, annunciando che il Regno Unito istituirà per le imprese la “tassazione più bassa” tra le nazioni del G20 e offrirà a quelle che investono nel Paese non solo vantaggi fiscali, ma anche un’industria di servizi e un centro finanziario, la City, che sono “invidiati in tutto il mondo”. La posizione della premier conservatrice è chiara. E quella dei laburisti lo è altrettanto? Cosa faranno con la Brexit? Staranno a guardare lo svolgersi degli avvenimenti, o prenderanno posizioni chiare? Per ora il loro atteggiamento è abbastanza ambiguo. Si è conclusa da qualche giorno a Liverpool l’assemblea del partito, si è discusso di molte cose, ma soprattutto della Brexit: un tema su cui i laburisti non sembrano proprio avere le idee chiare, nonostante le trattative con l’Unione europea che dovrebbero concludersi nei prossimi due mesi. Durante il discorso del portavoce laburista per Brexit, Keir Starmer, sono emerse le contraddizioni che caratterizzano il partito in ordine a questo problema. Parlando della possibilità di un nuovo referendum per Brexit, Starmer ha detto che “nessuno vuole escludere la possibilità di rimanere” nell’Unione europea. A questo punto buona parte del pubblico presente, formato dai delegati del partito, ha cominciato ad applaudire vigorosamente e ad alzarsi in piedi. Starmer sembrava stupito da questa reazione ed ha ripreso a fatica il filo del suo discorso. E Corbyn, il segretario del partito, come ha reagito a questa manifestazione di entusiasmo contro la Brexit? Come è noto, egli è un euroscettico e in un’intervista successiva all’intervento di Starmer si è limitato a dire che era a conoscenza del testo del discorso, senza aggiungere altro. Questa ambiguità del segretario potrebbe essere comprensibile, dato che al referendum del 2016 una fetta consistente degli elettori laburisti, circa un terzo, votò per uscire dall’UE, il che vuol dire però che i due terzi degli elettori, insieme a quasi tutti i dirigenti, votarono per rimanere in Europa. L’aumento dei consensi al partito, confermato da diversi sondaggi, è stato costruito grazie al recupero dello storico blocco sociale del partito laburista rappresentato dalla classe bianca medio-bassa, attratta a votare per Brexit dalle promesse di notevoli benefici economici e sociali. Ma quei benefici non si sono materializzati fino ad ora e sembrano anche sempre più remoti se il Regno Unito uscirà dall’UE. D’altro canto, da circa un anno l’opinione comune su Brexit sembra essersi spostata, tanto che un sondaggio di YouGov conferma che il 50% dei britannici sostiene che votare per uscire dalla UE sia stata una cattiva idea. Solo il 40% ha sostenuto l’opzione opposta. All’interno del partito, fra gli attivisti e gli iscritti, l’ostilità a Brexit è ancora più diffusa. Un sondaggio di YouGov indica che addirittura il 91% di loro ritiene che Brexit sia un danno per l’economia britannica e l’86% è favorevole a un nuovo referendum che includa la possibilità di rimanere nell’UE, tanto che tra le mozioni approvate dall’Assemblea una ne parlava, sia pure implicitamente. Perché allora questa persistente reticenza di Corbyn a prendere posizione? Da un lato il suo radicalismo marxista e dall’altro la sua capacità manovriera di muoversi con destrezza nelle indicazioni dell’opinione pubblica e di approfittare di ogni occasione per rafforzare il suo potere, non gli permettono di schierarsi ora apertamente per un’opzione chiara e definita. Per questo i laburisti da alcune settimane spingono per nuove elezioni politiche, fatto che consentirebbe loro di concentrarsi sulla campagna elettorale e quindi di posticipare una presa di posizione netta sulla Brexit. Corbyn, nonostante la volontà della maggioranza del suo partito, non vuole un nuovo referendum e non vuole nemmeno caricarsi della responsabilità che potrebbero derivare da un esito negativo dell’uscita dell’Unione europea. Non è escluso, tra l’altro, che un non accordo sull’uscita veda domani un Corbyn premier costretto a negoziare lui stesso il dopo Brexit.

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