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  • Prezzi alle stelle, il cioccolato è sempre più un bene di lusso

    Il cioccolato sta diventando sempre più prezioso. Le quotazioni sui mercati finanziari di New York e Londra, che guidano i movimenti sul mercato della filiera del cacao e dei suoi derivati, hanno raggiunto nel giugno del 2025 il valore di 8.402 dollari/tonnellata, confermando il trend di forte crescita nel medio periodo (a inizio 2024 il costo per mille kili di cacao era di 4.443 dollari), sebbene in calo dopo il record registrato a gennaio (10.710$). Come spesso accade, i produttori hanno assorbito la maggior parte degli rincari, proponendo in mercati come Belgio, Paesi Bassi, Germania e Italia, prodotti con un aumento medio annuo contenuto al 18,1%.

    Come rivela il “Cocoa Crisis Report” di YouGov, il leader nelle ricerche sul mondo del largo consumo che consente un monitoraggio continuo delle abitudini dei consumatori, minacce climatiche, shock dell’offerta globale e prezzi del cacao alle stelle determinano un mercato sotto forte pressione: i cattivi raccolti in Ghana e Costa d’Avorio si sono scontrati con colli di bottiglia logistici, malattie delle colture e contrattazioni speculative. I piccoli agricoltori hanno visto crollare i raccolti, mentre i produttori in Europa e Nord America hanno dovuto far fronte a costi delle materie prime in rapida crescita e il cacao, un tempo merce dai costi relativamente stabili, è diventato il simbolo di quanto le filiere alimentari siano esposte agli stress globali.

    I produttori hanno fatto la loro parte, ammortizzando gran parte dei costi, come dimostrano le analisi di YouGov sui prezzi al consumo. Per sostenere il conto economico, l’industria si è affidata a meccanismi di difesa consolidati come la riduzione delle dimensioni delle confezioni, la semplificazione delle gamme di prodotti, l’ideazione di nuove ricette con grassi più economici o un minor contenuto di cacao. Una conseguenza degna di nota in tale scenario è il rimodulamento dei prezzi a scaffale, che tende a livellare quelli di private label e cioccolato di marca. In Belgio, capitale europea del cioccolato, le private label hanno registrato gli aumenti più significativi (fino al +25%), mentre i marchi premium hanno contenuto i rincari (+5%) ben al di sotto della media del comparto (+14%). Una dinamica dovuta ai contratti di fornitura a breve termine con copertura limitata tipici della Marca del Distributore, che innescano aggiustamenti più frequenti e più incisivi.

    Dal punto di vista degli acquirenti il cioccolato rimane una categoria guidata dalle emozioni che rappresenta piacere, indulgenza, dolce evasione. In tutta Europa, le vendite mostrano una notevole resilienza, beneficiando della percezione del cioccolato come “piccolo beno di lusso” a cui molti sono riluttanti a rinunciare, anche in un periodo di crisi del costo della vita. In Italia i dati tratti dallo Shopper Panel di YouGov mostrano una penetrazione del mercato complessivo del cioccolato addirittura in aumento al 93% (dal 92.7%), sostenuta in particolare da quella in crescita del segmento delle tavolette di cioccolato (82.1%). I consumatori hanno reagito alla spinta inflazionistica riducendo gli acquisti medi del 7% circa ma mantenendo molto elevata e addirittura crescente la frequenza di acquisto: nel 2025 le famiglie italiane hanno acquistato cioccolato in media 14.2 volte (+1% rispetto al 2024), raggiungendo una spesa media annua familiare di oltre 72 euro (+8.4%). In linea con i consueti atteggiamenti antinflazionistici, per far fronte ai rincari gli italiani aumentano la frequenza acquistando però quantità minori.

    Che la componente emotiva sfidi l’inflazione è tanto più vero per il cioccolato stagionale. Uova di Pasqua, statuette di San Nicola e assortimenti natalizi occupano un posto unico nelle tradizioni delle famiglie europee e garantiscono resistenza agli aumenti. In Belgio nel 2024 i prezzi di vendita del cioccolato festivo sono aumentati del 26,6%, eppure la domanda è rimasta stabile e, in alcuni casi, è aumentata. I consumatori hanno pagato volentieri di più per preservare le loro abitudini e, invece di ridurre o abbassare la quantità, molti hanno optato per opzioni premium.

  • I produttori di grano italiani lavorano in perdita, secondo Coldiretti

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Sud 31,8 euro (30,3 al Centro Nord) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita. Ad affermarlo è la Coldiretti a commento della pubblicazione da parte di Ismea del monitoraggio dei costi medi per il frumento. Un risultato della grande mobilitazione che ha visto ventimila produttori della più grande organizzazione agricola d’Italia e d’Europa scendere in piazza in tutto il Paese.

    Si tratta, infatti, di un passo avanti fondamentale perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole, a salvaguardia dei consumatori e del loro diritto a prodotti sani e locali. Costi di produzione che – sottolinea Coldiretti – non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy.

    Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

    L’andamento delle campagne di commercializzazione dal 2015/2016 al 2025 (luglio-settembre) evidenzia come dal picco dei listini nel 2021/2022 (470,7 euro a tonnellata) si sia passati a 274,1 negli ultimi tre mesi di quest’anno. I costi medi, sempre per il grano duro, rilevati dall’Ismea si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, saliti nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Ismea spiega che a determinare il costo sono concimi, fitosanitari, sementi, prodotti energetici e acqua, manodopera e costi fissi. Dai grafici elaborati da Ismea spicca dal 2022/2023 un ribaltamento del rapporto prezzi-costi.

    Se nel 2021-2022 la variazione del prezzo del prodotto aveva segnato +73,4% a fronte di +21,4% dei costi, nel 2022+14,9% i costi e -10,8% i prezzi riconosciuti ai produttori, nel 2023/2024 si abbassano i costi (-2,5%), ma molto di più i prezzi (-20,1%) per arrivare alla campagna 2024/2025(costi stabili, ma listini giù del 14,6%). Un altro elemento che avvalora la denuncia di Coldiretti relativamente alla salubrità del grano duro importato è l’exploit degli acquisti dal Canada, dove il prodotto viene trattato con il glifosato in modalità vietate in Italia. Nel 2024 le importazioni sono infatti aumentate del 60,2% per un valore che ha raggiunto 290 milioni di euro.

    Mentre gli acquisti si sono ridotti sia dalla Ue (-8,4%) che dal mondo (-22%). L’Ismea ha anche calcolato il costo medio per area. Nel Sud e cioè Puglia, Sicilia e Basilicata il costo medio a ettaro nel 2025 è stato di 1,170 euro con un differenziale prezzo-costo di -7%. Nel Centro (Toscana e Marche) costo medio a 1,390 a ettaro con un differenziale di -2%. Nel Centro Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana) 1,427 euro (+2%).

    Da qui il piano di misure presentato da Coldiretti in occasione della mobilitazione e subito condiviso dal Governo con il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, a partire dall’impegno a istituire la Commissione Unica Nazionale (CUN) sul grano duro, per superare le borse merci locali, fermare le speculazioni e costruire un meccanismo trasparente e partecipato per garantire il corretto formarsi del futuro prezzo di mercato. Una misura finalizzata a costruire armonia che ora diventa ancora più urgente tenendo conto dell’atteggiamento degli industriali che non hanno partecipato alla Commissione sperimentale per il grano duro, una presa di posizione che evidenza un atteggiamento ostile alla istituzione della CUN.

    Bene anche l’annuncio di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10 milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici. Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per stoccaggi e infine serve triplicare la resa ad ettaro attraverso le nuove tecniche di irrigazione così da assicurare riserve strategiche, forniture sicure e difendere la sovranità alimentare.

  • Le conseguenze asimmetriche del conflitto russo ucraino

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Come all’interno di un conflitto anche le conseguenze dello stesso possono venire considerate asimmetriche nella loro intensità e soprattutto nella loro distribuzione geografica, quindi con ripercussioni diverse sui diversi sistemi economici di una medesima alleanza.

    A differenza di quanto possa credere qualcuno la guerra non genera PIL, se non per piccole e ben definite nicchie, per ogni miliardo speso.

    Un fattore incontrovertibile che azzera quanto aveva dichiarato il Ministro della Difesa Crosetto il quale, con l’obiettivo di giustificare l’incremento percentuale del PIL al settore della Difesa, aveva affermato come la spesa militare generasse un nuovo Pil, immettendo come il moltiplicatore della spesa pubblica se indirizzata al settore della Difesa sia dello 0,5%, il più basso per quanto riguarda la crescita economica generata da risorse pubbliche.

    A questo si aggiunga poi come anche la sola idea di convertire, con l’obiettivo di ridare slancio alla crescita economica europea, il settore Automotive ad una produzione legata alla difesa ed agli armamenti rappresenti un’utopia espressione ancora una volta di una sostanziale inadeguatezza culturale e professionale.

    Aumentare il settore della Difesa in Europa offre un impiego a circa 487.000 lavoratori mentre il settore dell’automotive con le sue complesse filiere ne assicura tredici (13) milioni ed oltre mille (1000) miliardi di entrate fiscali.

    Proprio all’interno di un periodo storico tra i più preoccupanti dal dopoguerra risulta chiaro come il primo dovere delle istituzioni dovrebbe essere quello di cercare di mantenere in piedi un sistema economico ed industriale che ha assicurato il livello di benessere attuale, rendendolo compatibile con gli impegni di una qualsiasi alleanza politica e militare.

    Quindi, ecco che anche la politica energetica, cioè il primo passo per dotarsi di una politica industriale, acquisisce una molteplicità di valori decisamente più articolati rispetto ad un qualsiasi periodo di pace.

    In questo senso, infatti, va interpretato il continuo aumento della produzione di petrolio dell’Opec sostenuto dalla Arabia Saudita e dagli stessi Stati Uniti, finalizzato a ridurre la quotazione del greggio e di conseguenza ridurre l’approvvigionamento finanziario alla Russia per sostenere il conflitto con l’Ucraina.

    Una strategia che ha come obiettivo, quindi, quello di indebolire Putin nel conflitto russo ucraino e quindi spingerlo verso un’intesa di pace.

    Del resto gli stessi attriti tra il presidente degli Stati Uniti con l’India, la quale opera come triangolatore negli acquisti di petrolio russo, va intesa in quest’ottica.

    L’Unione Europea, viceversa, da decenni non ha dimostrato di avere una propria politica energetica, se non quella suggerita dalla Merkel di creare una diretta dipendenza appunto con il colosso russo.

    Ora, viceversa, sta affossando l’industria europea proprio con la cieca approvazione del Green Deal spacciato come una visione ambientalista dell’approvvigionamento energetico ma che alla fine favorisce solo ed esclusivamente la Cina.

    La risultante di questa strategia è quella di operare a favore delle conseguenze asimmetriche del conflitto e gli attori interessati nello scenario geopolitico internazionale e soprattutto nei confronti dei propri alleati.

    Solo in questo senso si può spiegare politicamente e strategicamente la volontà molto spesso dichiarata, ma ora sempre più ricercata, di chiudere definitivamente le forniture di gas russo, quando contemporaneamente la stessa Unione Europea non trova nulla di strano nell’approvvigionamento sempre di gas russo da parte del proprio alleato ucraino.

    L’applicazione asimmetrica di questa strategia nei confronti del gas russo pone le basi per il collasso dell’economia europea,

    distrutta da una politica energetica diventata ormai semplicemente ideologica, la quale risulta la responsabile di queste conseguenze belliche in campo energetico assolutamente asimmetriche.

  • Un buon orticello per tutti

    Che una gran parte degli italiani debba affrontare, e spesso non poter risolvere, il problema lavoro e il problema casa dovrebbe essere noto a tutti, politici ed amministratori in primis visti i molti articoli che, nelle settimane e nei mesi, si sono susseguiti sull’argomento.

    Che i due problemi siano spesso connessi tra loro è un’altra evidenza, difficile infatti trovare ed accettare un lavoro se non si ha una abitazione che consenta di svolgerlo senza essere a centinaia di km di distanza.

    Che Milano sia la capitale economica d’Italia e la città che offre maggiori opportunità, se si ha la possibilità di accoglierle, è noto come è altrettanto noto che Milano da anni ha migliaia di case non assegnate, di proprietà dell’Aler o del Comune, causando così altrettante migliaia di problemi ai cittadini che non possono pagare un affitto sul mercato libero.

    Secondo le stime dell’assessore Pd del Comune di Milano nella sola città Palazzo Marino ha 6.059 case sfitte e l’Aler altre 10.364.

    Non ripartiamo con la stessa giustificazione, che Comune ed Aler sbandierano da anni, cioè che molte di queste case hanno bisogno di lavori e ristrutturazioni perché in tanti anni si sarebbe potuto abbondantemente provvedere magari spendendo meno per qualche faraonica pista ciclabile o per colate di cemento per marciapiedi enormi e piazze assolate e tristi mentre si poteva spendere un po’ per sistemare le case per chi ne ha bisogno.

    Sono anni che la sinistra amministra Milano ed anni che la sinistra non parla dei problemi reali dei cittadini più svantaggiati, basti pensare ai portatori di qualche handicap fisico ai quali si risponde che non c’è nessuna abitazione pubblica senza barriere architettoniche.

    Il mal funzionamento dell’Aler è noto da molti, molti anni e se Comune e Regione sono ancora lì a parlarne si ha proprio l’impressione che il vecchio detto sia vero “cane non mangia cane” e l’Aler sembra che da sempre sia un buon orticello per tutti.

  • I costi di questa guerra per noi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta

    Quali siano le ragioni che abbiano spinto gli americani e gli europei a decidere che l’Ucraina dovesse diventare membro della NATO e dell’Unione Europea è bene cominciare a valutarne il prezzo per le tasche dei contribuenti occidentali. Lasciamo da parte i costi indiretti sulle economie europee che sono già sotto gli occhi di tutti e guardiamo a quelli messi a bilancio. È bene, tuttavia, ricordare che molti dei soldi usati per aiutare in vario modo l’Ucraina in questa guerra non sono rubricati in quanto tali ma sono presi da altre voci di bilancio ed è quasi impossibile quantificarli tutti.

    Già dal 2008, su iniziativa di polacchi e svedesi, Bruxelles aveva cominciato a lavorare per portare Kiev nell’orbita occidentale attraverso il Programma Eastern Partnership (Partenariato Orientale). Il progetto fu avviato dalla Polonia e successivamente fu elaborata una proposta più dettagliata in collaborazione con la Svezia. Il meccanismo fu fatto proprio da tutta la Commissione e fu inaugurato a Praga, nel maggio 2009. Lo scopo ufficiale dichiarato era di costruire nuove relazioni con gli Stati post-sovietici: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Si parlava di democrazia, prosperità e stabilità ma, in realtà, erano già previsti interventi nel settore della difesa. Il tutto rientrava in un piano pensato da americani e polacchi e britannici per “isolare” la Russia. Furono subito stanziati 600 milioni di Euro per il periodo 2010-2013. Quando il Presidente ucraino Yanukovich, che in un primo momento aveva accettato di dialogare, decise di ritirarsi da quel programma partirono subito le manifestazioni di Piazza Maidan fino al colpo di Stato che realizzò il cambiamento di regime.

    Per quanto riguarda gli USA, per capire il loro ruolo è sufficiente ricordare che, durante le manifestazioni sulla piazza Maidan a Kiev e quando sembrava poter funzionare l’accordo mediato da Francia e Germania con Yanukovich e con i manifestanti, la Sottosegretaria agli esteri americana Victoria Nuland disse al suo ambasciatore in Ucraina che quell’accordo doveva saltare perché “noi non abbiamo investito più di 5 miliardi di dollari” per lasciar finire tutto così. E sulla piazza cominciarono gli spari. Il nuovo primo ministro che assunse la carica fu scelto proprio dagli stessi americani (a questo proposito, chi dubita che quanto sto riferendo sia frutto di fantasia o ingigantito vada ad ascoltarsi la registrazione della telefonata citata che si può trovare in internet. Senza dubbio la registrazione è stata fatta in modo fraudolento dai servizi russi, ma così succede).

    Gli aiuti “particolari”, militari e finanziari, a favore dell’Ucraina cominciarono subito dopo l’annessione russa della Crimea e la ribellione delle regioni secessioniste russofone del Donbass. Da allora è stato un continuo crescendo di impegni finanziari dell’Occidente.

    Le cifre individuate dal The Ucraine Support Tracker di Kiel – Germania (riportate dalla rivista americana Geopolitical Future) sono impressionanti anche se riguardano soltanto il periodo che va dal 24 gennaio 2022 al 29 febbraio 2024. A quella data gli aiuti ufficiali complessivi erano di 87,28 miliardi di dollari in armamenti, 68,28 miliardi in mezzi finanziari, 14,28 miliardi per ragioni umanitarie e 92,68 per l’assistenza ai rifugiati. In totale in circa due anni sono stati “regalati” da EU e USA all’Ucraina più di 262 miliardi di dollari. Va bene inteso il termine “regalati” perché tutti sanno che l’Ucraina è in bancarotta e il suo debito che ammonta a più di un trilione di Euro non sarà mai ripagato

    Se vogliamo scendere nei dettagli, il Paese europeo che più ha “investito” sui nuovi governi di Kiev è la Germania, con circa 38 miliardi di dollari (altre fonti parlano di 43 miliardi di Euro). Segue la Commissione Europea con 30 miliardi, la Polonia (soprattutto per i costi dovuti all’ospitalità dei rifugiati) con 26 miliardi, la Gran Bretagna con 11 miliardi e così via. L’Italia, da par suo e senza contare quanto di sua competenza pagato attraverso Bruxelles, ha “investito” “solamente” 5 miliardi (sono esclusi gli armamenti che vanno rimpiazzati).

    Una voce a parte riguarda gli Stati Uniti. Formalmente questo Paese è il maggiore donatore avendo speso circa 67 miliardi di dollari di cui più del 90% in armamenti. Tuttavia non va dimenticato che anche le armi “donate” dai Paesi europei sono principalmente di fabbricazione americana e vanno rimpiazzate, facendo così la gioia dei produttori USA di materiale bellico Un esempio del modo di fare dei nostri alleati lo si ricava dall’ultimo stanziamento voluto da Biden e approvato dal Congresso. Si tratta di ben 61 miliardi aggiuntivi a quelli precedenti ma l’80% di questa cifra non arriverà direttamente in Ucraina poiché sarà destinato alle industrie americane per produrre nuove armi che serviranno a rimpiazzare quelle già mandate in Ucraina.

    Inoltre, si deve ricordare che il dopo-guerra è già stato ipotecato da Blackrock e J.P. Morgan tramite gli accordi sottoscritti con loro da Zelensky pochi mesi dopo l’inizio del conflitto. Infine, secondo alcune fonti, Washington avrebbe garantito, almeno in parte, i prestiti concessi a Kiev attraverso la possibilità di disporre alla fine della guerra di due terzi delle terre coltivabili ucraine.

    Un aspetto positivo(sic!) di tutto questo è che la maggior parte dei Paesi europei ha mandato in Ucraina armi considerate quasi obsolete e queste saranno rimpiazzate con armi di ultima generazione. Un altro aspetto positivo (altro sic!) è che da Washington hanno ben pensato, convincendo gli europei a fare altrettanto, che si dovrebbero sequestrare tutti i beni russi, statali e privati, attualmente presenti in USA e in Europa per usarli come “aiuto per l’Ucraina”. Purtroppo, si fa finta di non sapere che rompere le regole dei diritti di proprietà nella comunità economica mondiale oltre a violare il tanto invocato “diritto internazionale” uccide la fiducia degli investitori internazionali e incide negativamente, di conseguenza, anche sul commercio globale.

  • L’Anaao batte cassa per la sanità pubblica

    Il Servizio sanitario nazionale più che curare va curato, secondo quanto lamenta l’Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo di medici e dirigenti del Ssn.

    Sulla base di una ricerca condotta a giugno 2023, il sindacato avverte che la sanità pubblica è l’unico modo per evitare che un ricovero possa costare da 422 a 1.278 euro al giorno, come succederebbe se si ricorresse alla sanità privata. Senza strutture pubbliche, la sala operatoria – proseguente il sindacato fornendo altri esempi – costerebbe 1.200 euro l’ora, la degenza 600 euro al giorno in un reparto chirurgico e 400 euro al giorno in un reparto di medicina, un ricovero ordinario post acuzie 165 euro al giorno.

    Sulla base di questi dati, il sindaco batte cassa, lamentando che il finanziamento della sanità pubblica italiana patisce una carenza significativa di risorse. Secondo il 18° Rapporto del Crea Sanità, uscito a gennaio 2023, per raggiungere un’incidenza media sul Pil simile agli altri paesi dell’Unione Europea, sarebbero necessari almeno 50 miliardi di euro aggiuntivi (al minimo). Attualmente, la spesa sanitaria del nostro Paese presenta una forbice del -38% circa rispetto agli altri paesi della Ue, con una diminuzione sia della spesa privata (-12%) che della spesa pubblica (-44%) nel 2021. Tuttavia, tale calcolo è sottostimato. Dal 2000 al 2021, la spesa sanitaria in Italia è cresciuta con un tasso medio annuo del 2,8%, circa il 50% in meno rispetto agli altri Paesi della Ue di riferimento. Inoltre, anche durante la pandemia, la crescita della spesa è stata meno dinamica rispetto agli altri paesi.

    Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media europea dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi di euro (il 2,3% del PIL, contro una media europea del 2%): oltre 1.700 euro a nucleo familiare (5,7% dei consumi).

    D’altronde, la sanità pubblica è tutt’altro che sana, sotto il profilo della gestione dei conti, come ampiamente evidenziato dalla Corte dei conti nel suo ultimo rapporto di maggio sul coordinamento della finanza pubblica.

  • Le librerie indipendenti tengono duro ma è allarme liquidità

    Tengono le librerie indipendenti nel 2022, in un clima di fiducia in miglioramento in vista delle festività natalizie. Sono stabili i ricavi e l’occupazione, ma l’aumento dei costi, l’impatto dell’inflazione e lo scenario economico incerto si riflettono sulla carenza di liquidità – in calo l’indicatore che si assesta a 38 punti contro i 43 di dicembre 2021 – e sulla necessità di far fronte al fabbisogno finanziario per il 77% delle librerie che accedono al credito.

    Sempre più critica la situazione della scolastica. Sono i dati dell’Osservatorio sulle librerie 2022 realizzato da Ali, l’Associazione Librai Italiani aderente a Confcommercio, in collaborazione con Format Research. La ricerca è stata presentata all’incontro “Nuove chiavi di lettura sul mondo delle librerie: numeri prospettive e tendenze”, il 29 novembre nella sede di Confcommercio a Roma, con gli interventi del vicepresidente vicario di Confcommercio Lino Enrico Stoppani e dei presidenti di Ali Confcommercio, Paolo Ambrosini e di Impresa-Cultura Italia-Confcommerci, Carlo Fontana.

    Secondo i dati, quasi 8 librerie su 10 lamentano un aumento abnorme dei prezzi praticati dai propri fornitori e, di queste, circa la metà registra un aumento dei prezzi superiore al 20%. Il 54% delle librerie segnala una crescita di clienti e il 55% un aumento dei libri venduti, anche in valore, rispetto al 2021. Confermate le difficoltà sul fronte della scolastica: 9 librerie indipendenti su 10 che distribuiscono testi scolastici hanno avuto problemi nell’approvvigionamento e ritengono inadeguato il margine riconosciuto dagli editori sia per i libri scolastici sulle nuove edizioni che sui titoli a catalogo, mentre oltre l’80% è insoddisfatto delle case editrici.

    La distribuzione di libri scolastici e universitari costa molto alle librerie, anche per importanti investimenti aggiuntivi e produce margini esigui o addirittura inesistenti. Concorrenza dei megastore online per l’81,4% e bassi margini di guadagno riconosciuti dagli editori per l’80% sono i principali ostacoli allo sviluppo delle librerie che trattano testi universitari. In particolare, per la concorrenza dei megastore online oltre il 60% di queste librerie ha perso negli ultimi due anni una quota di fatturato compresa tra il 20% e il 50%, mentre una su 10 ha perso addirittura più del 50% del fatturato. “Le nostre imprese stanno attraversando una tempesta senza eguali prima per via del Covid e ora per l’aumento delle materie prime, la guerra e l’inflazione. Ciò nonostante nel complesso le librerie reggono salvo alcuni comparti specifici, come scolastica e universitaria, per i quali è urgente un intervento delle Istituzioni che risolva i forti squilibri che sono presenti nell’editoria scolastica e il vantaggio competitivo che, anche a causa di un sistema distributivo ancora inadeguato, consente agli operatori online, e tra questi al principale operatore mondiale, di schiacciare le librerie universitarie che garantiscono professionalità, contribuiscono al presidio socio-economico delle nostre città e favoriscono la diffusione dei saperi fondamentali per lo sviluppo e il benessere del Paese”.

    Sono 3.640 le librerie in Italia, di cui 2.405 indipendenti, e occupano oltre diecimila e 700 addetti. In otto anni (2012-2020) si sono ridotte di 261 unità. Il 59% sono ditte individuali, il 24% sono società di persone, il 15% sono società di capitali, solo il 2% sono cooperative. Al Sud le librerie rappresentano il 33,3% dell’intero comparto, mentre il Nord Est ha la quota più bassa (17,3%). Lombardia, Lazio e Campania sono le prime 3 Regioni per numero di librerie, mentre oltre 3 addetti su 5 operano nelle librerie del Nord Ovest (39,6%) e del Centro (23,7%).

  • Prezzi delle case a livelli record: nel primo trimestre 2022 sono cresciuti del 4,&%

    Da oltre un decennio i prezzi delle case non salivano così. L’Istat registra un aumento dell’indice relativo alle abitazioni acquistate dalle famiglie dell’1,7%, nel primo trimestre, rispetto al trimestre precedente, e del 4,6% rispetto a un anno prima. Non aveva mai rilevato un incremento dei prezzi annuo così ampio a partire dall’inizio di queste serie storiche, nel 2010.

    Segnano un record anche i prezzi delle abitazioni esistenti (+4,5% annuo), mentre per quelle nuove il rialzo è del 5%, sull’onda dei rincari dei costi di costruzione. Tutto il territorio nazionale, secondo i dati preliminari, è coinvolto in questi rialzi.

    La voglia di casa emersa con la pandemia sembra così continuare. Istat sottolinea che “nonostante il clima di incertezza e preoccupazione dovuto al conflitto in Ucraina, si conferma e si consolida il trend di crescita dei prezzi delle abitazioni avviatosi nel terzo trimestre 2019”.

    L’istituto di statistica vede inoltre una “persistente e vivace crescita dei volumi di compravendita” e cita l’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate che ha registrato un aumento degli scambi del 12% nel primo trimestre, dopo il +15,7% del trimestre precedente.

    I dati si riferiscono ancora ai primi tre mesi dell’anno, prima della stretta sui tassi di interesse annunciata per luglio dalla Banca centrale europea che sta rendendo l’accesso ai mutui più costoso. Già a maggio, secondo gli ultimi dati dell’Abi-Associazione bancaria italiana, i tassi dei nuovi mutui hanno raggiunto i massimi da tre anni, a partire da febbraio 2019, attestandosi in media poco sotto il 2% (1,93%). Un anno prima erano pari all’1,4%.

    A sostenere il mercato, sono soprattutto i più giovani, con l’aiuto delle agevolazioni del governo per la prima casa. Secondo l’analisi del Barometro Crif, a maggio, le richieste di mutui immobiliari da parte dei ragazzi under 35 sono salite al 35,4% del totale in un contesto in cui la domanda complessiva è calata del 16,8% rispetto all’anno precedente. La flessione è marcata soprattutto per surroghe, viste le condizioni di mercato meno convenienti.

    L’Istat calcola che la crescita acquisita dei prezzi delle abitazioni per il 2022, ovvero quella che si avrebbe in caso di variazioni nulle nel resto dell’anno, è del 2,8%. Ma l’incertezza è elevata e un primo allarme sul mattone è arrivato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, la settimana scorsa. Con gli aumenti dei tassi di interesse e l’erosione del reddito reale delle famiglie per l’inflazione, “il rischio di una correzione dei prezzi degli immobili sta aumentando”, ha detto Lagarde in un’audizione al Parlamento europeo.

  • Tel Aviv named as world’s most expensive city to live in

    Tel Aviv has been named as the most expensive city in the world to live in, as soaring inflation and supply-chain problems push up prices globally.

    The Israeli city came top for the first time in a survey by the Economist Intelligence Unit (EIU), climbing from fifth place last year and pushing Paris down to joint second with Singapore.

    Damascus, in war-torn Syria, retained its place as the cheapest in the world.

    The survey compares costs in US dollars for goods and services in 173 cities.

    The EIU said the data it collected in August and September showed that on average prices had risen 3.5% in local currency terms – the fastest inflation rate recorded over the past five years.

    Transport has seen the biggest price increases, with the cost of a litre of petrol up by 21% on average in the cities studied.

    Tel Aviv’s climb to the top of the EIU’s World Cost of Living rankings mainly reflected the soaring value of Israel’s currency, the shekel, against the dollar. The local prices of around 10% of goods also increased significantly, especially for groceries.

    The survey found Tel Aviv was the second most expensive city for alcohol and transport, fifth for personal care items, and sixth for recreation.

    Tel Aviv’s mayor, Ron Huldai, warned in an interview with the Haaretz newspaper that rising property prices – not included in the EIU’s calculations – meant the city was heading towards an “explosion”.

    “Tel Aviv will become increasingly more expensive, just as the entire country is becoming more expensive,” he said.

    “The fundamental problem is that in Israel there is no alternative metropolitan centre. In the United States, there is New York, Chicago, Miami and so on. In Britain, there’s Greater London, Manchester and Liverpool. There you can move to another city if the cost of living is too onerous.”

    Last year, Paris, Zurich and Hong Kong shared joint first place in the EIU’s survey. Zurich and Hong Kong were fourth and fifth this year, followed by New York, Geneva, Copenhagen, Los Angeles and Osaka.

    Tehran climbed the most in the rankings, jumping from 79th to 29th, as US economic sanctions continued to cause shortages of goods and rising import prices in Iran.

    The EIU said the rankings continued to be sensitive to shifts brought about by the coronavirus pandemic.

    “Although most economies are now recovering as Covid-19 vaccines are rolled out, the world’s major cities still experience frequent surges in cases, prompting renewed social restrictions. In many cities this has disrupted the supply of goods, leading to shortages and higher prices.”

    It added: “Fluctuating consumer demand has also influenced purchasing habits, while investor confidence has affected currencies, further fuelling price rises.”

    ìThe EIU said it expected price rises to moderate over the coming year as central banks cautiously increased interest rates to stem inflation.

    The five most expensive cities

    1 Tel Aviv

    2 Paris and Singapore in joint place

    3 Zurich

    4 Hong Kong

    The five cheapest cities

    1 Damascus

    2 Tripoli

    3 Tashkent

    4 Tunis

    5 Almaty

    Source: EIU’s World Cost of Living index

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