Crescita

  • L’Italia accelera: il Pil cresce più che in Francia e Germania

    Tra il 2019 e il 2023 l’Italia è l’economia cresciuta a un ritmo più elevato tra le quattro maggiori dell’Unione europea, recuperando il livello del Pil di fine 2019 già nel terzo trimestre del 2021. È quanto emerge dal Rapporto annuale 2024 dell’Istat. “A confronto con l’ultimo trimestre del 2019 – si legge -, a fine del 2023, il livello del Pil era superiore del 4,2% in Italia, del 2,9% in Spagna, dell’1,9% in Francia e solo dello 0,1% in Germania”.

    “Nel 2023 – prosegue il Rapporto -, in Italia il Pil è aumentato dello 0,9%. La crescita è stata dello 0,7% in Francia e del 2,5% in Spagna, mentre la Germania ha registrato un calo (-0,3%). Secondo le stime preliminari, nel primo trimestre del 2024, la crescita congiunturale dell’economia è stata dello 0,7% in Spagna, lo 0,3% in Italia e lo 0,2% sia in Francia sia in Germania. Al netto degli effetti di calendario, la crescita acquisita per il 2024 sarebbe dell’1,6% in Spagna, dello 0,5% in Francia e Italia, e dello -0,2% in Germania”.

    Alla crescita del Pil nel 2023, spiega l’Istat, “hanno contribuito per 0,7 punti percentuali i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, 0,2 quelli collettivi, 1,0 punti gli investimenti fissi lordi. La domanda estera netta ha pure dato un apporto per 0,3 punti, mentre il decumulo delle scorte di prodotti finiti ha sottratto 1,3 punti percentuali”.

    La crescita vivace dei flussi commerciali del 2021 e 2022 “si è arrestata nel 2023. In questo periodo, l’andamento in valore degli scambi ha risentito delle fluttuazioni dei prezzi di energia e altre commodities e dell’andamento della domanda mondiale”.

    “Nel 2023 – si legge – il valore delle esportazioni di beni è rimasto invariato, mentre quello delle importazioni si è ridotto del 10,4%. In volume, le esportazioni sono calate, riportando una flessione del 5,1%, alla quale ha contribuito la debolezza della Germania”. “Il saldo commerciale, negativo per oltre 30 miliardi di euro nel 2022, è tornato positivo per 34,5 miliardi”, aggiunge l’Istat.

    Nel 2023, la spesa media mensile per consumo delle famiglie residenti in Italia è pari a 2.728 euro in valori correnti, in aumento del 3,9% rispetto all’anno precedente, trainata dall’ulteriore aumento dei prezzi; in termini reali, la spesa media si riduce dell’1,8%. “Dal 2014 al 2023 – prosegue -, la spesa media mensile delle famiglie è cresciuta dell’8,3%. L’aumento è stato molto più accentuato nelle Isole (+23%), seguite dal Centro (+11,4%) e dal Sud (+10,2%). Nel Nord, invece, l’incremento è stato del 4,5% (+4,8% nel Nord-ovest, +4,1% nel Nord-est), poco più della metà del dato nazionale”. Nell’arco dei 10 anni, tuttavia, spiega l’Istat, “la distanza tra le diverse aree del Paese si è complessivamente ridotta: nel 2014, il divario maggiore, tra Isole e Nord-est, era di 963 euro, il 33,9% in meno; nel 2023, il più ampio, tra Nord-ovest e Sud, è di 773 euro, il 26% in meno”.

    “L’Italia conserva una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, nonostante i miglioramenti osservati sul mercato del lavoro negli ultimi anni. Tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in Italia è diminuito del 4,5% mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania”. Secondo i dati dell’Indagine sul reddito e le condizioni di vita (Eu-Silc), prosegue il Rapporto, “nel 2022 la quota di occupati a rischio di povertà in Italia è all’11,5%, nell’Ue27 è l’8,5% del totale”.

  • L’economia cinese cresce più velocemente del previsto nel primo trimestre

    L’economia cinese ha avuto un inizio d’anno più forte del previsto, nonostante l’aggravarsi della crisi nel settore immobiliare. Secondo i dati ufficiali, nei primi tre mesi del 2024 il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto del 5,3% rispetto all’anno precedente, superando superato le aspettative. La seconda economia mondiale potrebbe vedere la crescita rallentare al 4,6% nel primo trimestre. Il mese scorso Pechino ha raggiunto un ambizioso obiettivo di crescita annuale pari a circa il 5%”.

    I dati dell’Ufficio nazionale di statistica (NBS) hanno anche mostrato che la crescita delle vendite al dettaglio nel primo trimestre, un indicatore chiave della fiducia dei consumatori cinesi, è scesa al 3,1%. Nello stesso periodo gli investimenti immobiliari sono diminuiti del 9,5%, evidenziando le sfide affrontate dalle società immobiliari cinesi.

    I dati sono arrivati mentre la Cina continua a lottare con la crisi del mercato immobiliare in corso. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il settore rappresenta circa il 20% dell’economia. Gli ultimi dati hanno anche mostrato che a marzo i prezzi delle nuove case sono scesi al ritmo più veloce da oltre otto anni. La crisi del settore immobiliare è stata evidenziata a gennaio, quando un tribunale di Hong Kong ha ordinato la liquidazione del colosso immobiliare Evergrande. La settimana scorsa, l’agenzia di rating del credito Fitch ha ridotto le sue prospettive per la Cina, citando i crescenti rischi per le finanze del paese a causa delle sfide economiche.

    Per decenni l’economia cinese si è espansa a un ritmo stellare, con dati ufficiali che indicavano una crescita media del PIL vicina al 10% annuo.

  • Il calo demografico espone gli atenei del sud al rischio di chiusura

    Il calo demografico mette a rischio la sopravvivenza di molti atenei italiani: a certificarlo è Talents Venture, società di consulenza specializzata in istruzione universitaria, secondo la quale il declino demografico può mettere in crisi molti corsi sia per motivi numerici che finanziari: nell’anno accademico 21/22, il 18% dei corsi di laurea aveva 20 iscritti o meno al primo anno, con una concentrazione dei corsi a numerosità ridotta nel Mezzogiorno.

    Inoltre se il gettito relativo ai corsi di laurea registrasse una contrazione pari a quella della popolazione di 18-21 anni, le minori entrate nel 2040 rispetto al 2020 potrebbero ammontare a oltre 600 milioni, un valore prossimo a quello che oggi realizzano i 7 atenei statali con il gettito maggiore dai corsi di laurea. “Parlare di declino demografico significa discutere dell’esistenza stessa di molte sedi didattiche oggi attive. Le preoccupazioni riguardano soprattutto i territori più fragili, come quelli del Mezzogiorno, in cui gli atenei dovrebbero essere fondamentali leve di sviluppo. Si pensi che le 15 sedi didattiche presenti nei territori che registreranno il declino demografico più severo entro il 2030 sono tutte situate nel Mezzogiorno, e 6 di queste avevano già meno di 100 studenti iscritti al primo anno nell’anno accademico 2021/22”, commenta Pier Giorgio Bianchi, Ceo e Co-Founder di Talents Venture. Gli atenei che potrebbero vedere ridursi maggiormente in termini percentuali gli immatricolati “in sede” (cioè senza considerare i “fuori sede”, che arrivano nelle sedi didattiche da altre province) sono Enna Kore, Basilicata, Foggia, Sannio e Federico II. Questi atenei – secondo il report – potrebbero assistere a una riduzione degli immatricolati “in sede” nelle proprie sedi didattiche tra il 15% e il 24% entro il 2030 rispetto all’anno accademico 2021/22.

    La riduzione demografica del Mezzogiorno riguarderà direttamente anche i grandi atenei del Centro-Nord, che dalle regioni del Sud e dalle Isole attraggono molti fuori sede. L’università La Sapienza, per esempio, potrebbe registrare riduzioni degli immatricolati fuori sede provenienti da altre regioni al 2030 del 6% rispetto ai valori dell’anno accademico scorso, a causa della diminuzione della popolazione di 18-21enni che in questi anni riguarderà Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e Basilicata.

    Nel 2040, tutti i 10 grandi atenei che oggi attraggono il maggior numero di immatricolati da altre regioni – Bologna, La Sapienza, Ferrara, Politecnico di Milano, Milano Cattolica, Perugia, Padova, Parma, Torino Politecnico e Trento – secondo Talents Venture potrebbero registrare contrazioni nelle immatricolazioni di fuori sede da altre regioni superiori al 20%.

    Nelle conclusioni, gli economisti di Talents Venture sottolineano da una parte la necessità di un coordinamento a livello nazionale, che accompagni gli atenei nelle sfide legate ai trend demografici, evitando l’ingenerarsi di squilibri non governati interni al sistema universitario ed assicurando risorse finanziarie destinate ad investimenti, a partire da quelle del Pnrr destinate alle residenze universitarie. Dall’altra la necessità di iniziative specifiche a livello di singoli atenei e territori, volte all’analisi dei trend demografici in atto presso i propri “bacini” di riferimento e al rafforzamento della sostenibilità della propria offerta formativa.

  • L’Europa non può sottovalutare il problema demografico

    La rivitalizzazione demografica deve essere posta in cima alle politiche dell’UE. E’ questo il monito scaturito dalla conferenza del Comitato economico e sociale europeo (CESE), tenutasi a Zagabria il 14 novembre scorso. Nel suo discorso di apertura il ministro croato per la demografia, la famiglia, la gioventù e le questioni sociali, Vesna Bedeković, ha sottolineato come la Croazia si stia muovendo in questa direzione attraverso l’attuazione delle varie misure quali l’aumento dell’indennità per maternità e il prolungamento del congedo per maternità/paternità. Il filo conduttore della conferenza è stato l’analisi della situazione demografica del paese ospitante, così come evidenziato dai diversi relatori presenti. Il fine è quello di proporre suggerimenti sui quali confrontarsi per delineare una politica comune europea. Tema che sarà inserito tra le priorità nell’agenda del primo semestre del 2020 del Consiglio dell’UE, la cui presidenza sarà appunto affidata alla Croazia. Numerose le tematiche affrontate e sviluppate durante il convegno: rapido calo della popolazione europea, tasso di natalità negativo (per metà dei paesi UE), invecchiamento e riduzione della popolazione in età lavorativa e in età riproduttiva, discriminazione basata sull’età sui mercati del lavoro, aumento dell’emigrazione, soprattutto di persone giovani e istruite, nei paesi dell’Europa centrale, meridionale e orientale, in rapporto ad una minore immigrazione nelle stesse nazioni, differenze sociali ed economiche tra i vari stati europei, generale tendenza negativa degli indicatori demografici. Nel suo intervento, il presidente del CESE Luca Jahier ha sottolineato come tutte queste problematiche, se confermate nel lungo periodo, possano influire negativamente sul ruolo dell’Europa all’interno della scacchiera mondiale, in termini sia economici che politici.

  • Perché non si cresce

    Questo era il titolo di un editoriale di sabato 2 marzo 2019  pubblicato  sul Corriere della Sera e firmato dai professori Alesina e Giavazzi. Sostanzialmente la tesi esposta riguardava il fatto che la diminuzione della crescita della nostra economia risultasse legata alla mancata approvazione di norme che aprissero alla  concorrenza nel settore dei  taxi (grande bacino elettorale) e alla mancata assegnazione con gara europea per la gestione degli  gli stabilimenti balneari. Nessuno contesta la validità del  concetto che la concorrenza possa recare dei vantaggi all’utenza in quanto determina un abbassamento della soglia economica di accesso ad un bene o ad un servizio. Contemporaneamente però va anche valutato come l’abbassamento di tale soglia in termini economici  determini contemporaneamente una diminuzione di valore aggiunto quindi di creazione di ricchezza (non importa se nella rilevazione sia espressione di monopoli o oligopoli).

    Nello specifico poi nell’articolo si legge anche un  riferimento ad Uber che, come soggetto imprenditoriale, diventa espressione non più di una apertura alla concorrenza indicata dai due professori. La società quotata negli Stati Uniti infatti opera in Europa attraverso una S.r.l. di diritto olandese con un capitale versato risibile. Quindi ogni azione di responsabilità nei suoi confronti si rivelerebbe assolutamente impossibile.

    Tornando alla tesi di Alesina e Giavazzi, nel caso di Uber operante sul territorio nazionale ci troveremmo di fronte ad una vera e propria “deregulation normativa” a danno non certo alla corretta applicazione del principio della concorrenza ma per i  successivi danni patrimoniali ed azzeramento del valore della formazione professionale richiesta per accedere a tali professioni.

    Per quanto riguarda gli stabilimenti balneari (altro bacino elettorale), questa nuova legge che favorisce i vecchi locatari si sarebbe dovuta accompagnare con un adeguamento del  canone d’affitto e valori più attuali al fine di  ovviare alla mancata messa a bando europeo. Tuttavia risulta incredibile come questi due fattori assolutamente marginali nella crescita economica (taxi e stabilimenti balneari) possano venire  indicati  come le ragioni della mancata crescita italiana.

    In Italia da oltre trent’anni non si elaborano politiche industriali proprio perché la politica ed i governi, influenzati dai vari  Alesina e Giavazzi, espressione classica della mercatura economica italiana, hanno periodicamente abbracciato prima la new economy e con essa la inevitabilità delle delocalizzazioni produttive (espressione invece della old economy che il governo Prodi addirittura finanziò).

    Successivamente si proposero sogni pindarici di sistemi economici espressione di un equilibrio basato sull’apporto delle app/gig/sharing Economy. Tutti termini  che ora risultano definitivamente scomparsi da oltre sei mesi dal lessico giornaliero  semplicemente perché la crisi economica legata alla contrazione della domanda internazionale nelle cui filiere le nostre PMI risultano inserite ha ancora una volta dimostrato come l’economia reale non abbia niente a che fare con le ricette periodicamente proposte  dalle colonne dei vari giornali o nei vari convegni da simili sognatori di economie futuriste.

    La nostra ripresa economica può risultare solo ed esclusivamente  espressione di  una seria e rinnovata  politica industriale la quale necessita INNANZITTUTTO di  una tutela normativa della filiera da monte a valle per tutti i settori merceologici, cioè del Made in Italy il cui valore risulta sconosciuto ai dotti professori.

    Sembra incredibile, infatti, come il mondo di questi personaggi non abbia ancora compreso che il miglior marchio e brand mondiale che venga ancora oggi  indicato e percepito nel suo  contenuto culturale e sintesi di competenze professionali sposate ai know how industriali sia il Made in Italy e cosa rappresenta per i consumatori del mercato globale.

    Questo intervento apparso sabato scorso sul Corriere della Sera relativo alla  crisi economica del nostro paese dimostra come il default culturale trovi la sua massima espressione in queste analisi infantili prive di ogni senso della proporzione tra i fenomeni affrontati ed il  loro peso economico.

  • Il 2019 prossimo futuro

    Al di là delle correzioni relative alla crescita del 2019 attuate dal  governo in complice e speranzoso silenzio (crescita prevista dall’1,6 % ad un 1,5%), emergono evidenti i numeri fantasiosi dello stesso governo rispetto a quelli degli organi internazionali, assolutamente ignorati anche dai maggiori media nazionali.

    Ad un crescendo imbarazzante delle previsioni di crescita del 1,5% presente nel Def e sulla base del quale vengono calcolate sia le uscite a debito che quelle previste come copertura finanziaria per il prossimo anno, fanno riscontro le previsioni dell’Ocse di oltre un mese fa che indicavano nel +1,1% la crescita prevista del Pil per il 2019 per l’Italia. Il differenziale del – 0,4% tra le previsioni risulta per ora assolutamente in linea con la medesima previsione per l’anno in corso del Governo Gentiloni e con la triste realtà economica: da un +1,4% ad un modesto +1% se nel quarto trimestre la crescita subirà una impennata del +0,4%. Nel caso contrario venisse mantenuto il trend dell’ultimo Q3 (crescita +0%) l’obiettivo per la crescita annuale si fermerebbe ad un ben più modesto +0,8/1,0%.

    Tornando al governo in carica, tale sua previsione già di per se viene rivista al ribasso da Goldman Sachs che indica una crescita di +0,4% prevista del PIL italiano per il 2019 a fronte di una crescita europea del +1,6%: cresceremo quindi un quarto della media europea e perciò con un differenziale tra crescita media europea e italiana del -1,2%. Alla Germania, viceversa, viene attribuita una crescita del +1,9% con un differenziale, questa volta positivo del +0,3%, mentre rispetto alla nostra crescita l’economia tedesca ci supera di quasi cinque volte (+1,9% rispetto al nostro +0,4%), mentre la Francia di “sole” oltre quattro volte (+1.7% rispetto al nostro sempre +0,4%). Anche per la Francia il differenziale tra crescita stimata europea e quella nazionale registra un +0,1% essendole attribuita un +1,7 di aumento del Pil.

    In poco più di un mese abbiamo assistito alla riduzione di tre quarti (3/4 dal +% 1.6 al +0,4%) delle previsioni di crescita del Pil italiano per il 2019, dimostrando essenzialmente come risultasse assolutamente arbitrario il livello indicato dal governo e come contemporaneamente risulti assolutamente priva di ogni fondamento economico l’indicazione a 2,4% del deficit previsto per il 2019, destinata a crescere ben oltre il 3% come logica conseguenza della rivisitazione al ribasso di  questi tassi di crescita, per di più con una spesa corrente in costante aumento.

    Contemporaneamente la Spagna, che ha superato in valore il nostro Pil nel giugno del 2018, nell’anno in corso crescerà più del doppio rispetto al Pil del nostro paese (Italia +1.1% /+2,6% Spagna). Passando invece alle previsioni di crescita del 2019, sempre la Spagna presenterà un tasso di crescita quasi sei (6!) volte superiore al nostro tasso di crescita, con un +0,4% del Pil italiano rispetto ad un +2,3% di quello spagnolo.

    Questi numeri dimostrano inequivocabilmente il fallimento di un’intera classe politica la quale è riuscita a portare il nostro paese nelle medesime condizioni del novembre 2011, accusando alternativamente ora l’euro ora la Bce oppure le politiche nazionaliste, infine il mondo ed il mercato globalizzati. Tali dati inesorabilmente dovrebbero finalmente indicare il livello di preparazione della classe dirigente politica ed accademica che ha permesso questo disastroso risultato nella più assoluta irresponsabilità. Tutto questo in un paese normale dovrebbe portare come logica conseguenza ad un azzeramento delle classi dirigenti per avviare un piano a medio e lungo termine elaborato da professionalità indipendenti da volgari interessi elettorali, espressione delle mefitiche ingerenze politiche.

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Il tempo delle favole è terminato

    Sembra incredibile come gli argomenti relativi alle polemiche politiche non prendano in alcuna considerazione la terza riduzione di previsioni di crescita del 2018 per l’Italia. Mentre gli Stati Uniti segnano per l’ultimo trimestre una crescita del +4,1% e l’Unione europea del +2,3%, in Italia la previsione di crescita si ferma a un +1,1% (il terzo ribasso in tre settimane dal +1,4 del governo Gentiloni, Padoan  e Calenda)

    Ed ancora oggi si continuano a considerare economicamente valide e vantaggiose le politiche economiche proposte dai governi Renzi e Gentiloni, come ora quelle proposte dal governo Di Maio-Salvini.

    Politiche economiche espressioni, come sempre, di interventi straordinari e mai di strategie economiche di crescita e comunque ispirate da professionalità economiche ormai superate come Padoan o Calenda ed ora dai sovranisti che puntano tutto sulla svalutazione come fattore competitivo per favorire le  esportazioni.

    Quanto invece la semplice politica statunitense (“semplice” per modo di dire) ha visto l’abbassamento della Corporate tax (la tassazione sugli utili di impresa) che ha portato ad una riallocazione delle produzione all’interno del perimetro statunitense e di conseguenza a nuovi posti di lavoro, e questo inevitabilmente ha  aumentato la domanda interna, come la crescita del 4,1% conferma. In questo senso basti ricordare la riallocazione produttiva dei Pick Up Dodge voluta dal compianto Sergio Marchionne che cosi creò migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.

    In altre parole, la riduzione della tassazione ha di nuovo reso competitiva la produzione all’interno degli Stati Uniti anche in rapporto ai servizi della pubblica amministrazione rispetto e paesi a basso costo di manodopera. Viceversa in Italia si è voluto finanziare l’industria 4.0, di fatto escludendo, con questo tipo di innovazione tecnologica, tutte le PMI per evidente difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie che a tutt’oggi non ha portato nessun beneficio né per quanto riguarda le esportazioni (in forte frenata nel primo semestre 2018) che per quanto riguarda la maggior competitività e il sistema industriale stesso. Le esportazioni continuano a crescere ad un tasso dallo 0 ,4% annuale ma il PIL cresce del 1,1%, due decimali inferiori all’aumento dell’inflazione.

    Contemporaneamente, e sostanzialmente, la ricetta proposta dei luminari economisti delle migliori università italiane era allora, e rimane anche adesso, quella di dover aumentare la produttività per far fronte alla competizione di paesi a basso costo di manodopera, espressioni di dumping fiscale normativo e sanitario.

    L’ennesimo calo del PIL, ora a quota 1,1% rispetto alle previsioni di 1,4%, dimostra sostanzialmente come tale la semplicistica visione naufraghi clamorosamente nel mare del mercato globale.

    A questo va aggiunto, perché sarebbe ora e tempo di cominciare a fare chiarezza sulle prospettive delle scelte operate, che si è puntato molto sul turismo che rappresenta una risorsa economica di basso livello a bassa concentrazione di manodopera e fortemente dequalificata professionalmente che quindi incide molto poco nella creazione di valore aggiunto rispetto ad un sistema industriale.

    Tornando quindi al chiaro esempio della crescita statunitense va ricordato che buona parte infatti della crescita del PIL risulta legata ad un aumento della domanda interna, frutto di una sensazione di positività da parte di consumatori in relazione alla propria posizione professionale soprattutto in prospettiva e ad una maggiore disponibilità economica…

    Da noi invece si parla di Gig Economy, sharing Economy e app Economy espressione di una mediocrità intellettuale applicata all’economia che ci destina ad un declino inesorabile…

  • Il deficit durevole, la fiscalità e l’evasione

    E’ opinione comune che il deficit sia la conseguenza dell’evasione fiscale. Combattere quest’ultima con tutti i mezzi corrisponderebbe a eliminare il deficit con le entrate ricavate dalla frode. E’ un leitmotiv corrente. Non c’è opposizione che non imputi alla maggioranza governativa la responsabilità di non contrastare convenientemente l’evasione. Contrasto che va effettuato non solo per il rispetto della legge, ma soprattutto per eliminare il deficit. Ebbene, questa credenza è falsa – afferma Nicolas Marques, ricercatore associato dell’Istituto economico Molinari di Parigi, in un articolo pubblicato il 9 maggio su “La Tribune” e che riproduciamo. “Una pressione fiscale più misurata e un’economia più sviluppata” sarebbe la ricetta migliore per eliminare il deficit.

    La fraude fiscale en France est estimée à 60 milliards d’euros, l’exact montant du déficit public. Pour certains, c’est simple il suffirait de renforcer la lutte contre la fraude pour faire disparaître le déficit. Une évidence qui est loin d’être une solution, au contraire.

    Il existe une croyance répandue. En France, la persistance des déficits s’expliquerait pour partie par la fraude fiscale. Sans rien changer à nos habitudes, nous pourrions assainir nos comptes. Il est vrai que les ordres de grandeur semblent correspondre : plus de 60 milliards pour la fraude fiscale selon certaines estimations, pour un déficit public de 60 milliards l’an passé. Mais peut-on vraiment en conclure que faire disparaître la fraude fiscale ramènerait les finances publiques à l’équilibre ? Certainement pas.

    Un sophisme

    On sait que plus la fiscalité est significative, plus la fraude est tentante. En France, les recettes des administrations publiques représentent 53,9% du PIB, le record de l’Union européenne. Prétendre résorber les déficits (2,6% du PIB) en réduisant d’autant la fraude relève du sophisme pour toute une série de raisons. D’une part, les comportements individuels ne vont pas changer du jour au lendemain. D’autre part, la lutte contre la fraude est coûteuse. Mais surtout, l’espoir de réduire significativement la fraude sans obérer l’activité économique est illusoire. Les dépenses collectives à financer sont très significatives (56,5% du PIB). Très peu de pays ont réussi à atteindre un tel niveau de recettes publiques au cours des dernières années. Seules la Suède (1996 à 2000), l’Islande (2016), ou la Norvège (2005 à 2008) l’ont fait sur des périodes de temps très restreintes. On sait que ces niveaux de recettes publiques, associés à des prélèvements obligatoires massifs, découragent l’activité et affaiblissent significativement le développement économique à long terme.

    Des effets pervers de deux ordres

    Penser qu’on pourrait atteindre ces niveaux sur la longue période en France relève de la pure croyance et génère des effets pervers de deux ordres. A court terme, cela nous conduit à relativiser l’importance d’un rééquilibrage des comptes publics articulé autour d’une baisse des dépenses, contrairement à ce qui a réussi chez nos voisins. A long terme, cela nourrit un débat politique construit autour d’une alternative caricaturale et anxiogène pour l’opinion publique : accepter de maintenir la pression fiscale à des niveaux très élevés ou se résoudre à une remise en cause du « modèle social » français.

    Or, les comparaisons avec nos voisins montrent que l’enjeu est différent. Elles attestent qu’il est possible de financer un niveau significatif de dépenses publiques (19.300 euros par habitant en France) sans multiplier les déficits (900 euros par habitant en France). L’Autriche ou la Belgique ont des dépenses publiques supérieures aux nôtres (de l’ordre de 21.000 euros par habitant) avec des déficits moindres (de l’ordre de 300 euros par personne). Le Danemark et la Suède ont des dépenses collectives bien supérieures (de l’ordre de 25.000 euros par habitant) avec des excédents (500 euros par personne ou plus). Ces pays financent des dépenses publiques significatives, avec des déficits moindres ou inexistants. Leur recette : une pression fiscale plus mesurée et une économie plus développée. L’écart de production de richesse par habitant est conséquent, il va de 4.400 euros par an en faveur de nos voisins Belges à 15.900 euros en faveur des Danois.

    Des contextes plus favorables à la création de richesses

    Ces écarts ne sont pas le fruit du hasard. Ils découlent de contextes plus favorables à la création de richesses et à la préservation des patrimoines. Ces approches pragmatiques, loin de profiter à une minorité nantie, irriguent en profondeur ces sociétés caractérisées par plus de libertés économiques et des prélèvements obligatoires plus cléments.

    Aussi, au lieu de rester dans le déni et de continuer à tabler sur une hypothétique réduction des déficits lié à une augmentation de la pression fiscale, nous gagnerions à nous inspirer de ces voisins. Ils ont compris qu’une fiscalité trop élevée nuisait à l’activité et fragilisait le financement des dépenses collectives. Cela leur a permis de mieux développer leurs économies et donc de financer des niveaux significatifs de dépenses publiques, sans multiplier les dettes. Pour les Français, souvent enclins à penser l’économie comme un jeu d’antagonismes, l’enjeu est de taille. Il est temps d’accepter qu’un enrichissement significatif est le préalable à tout développement soutenable de la dépense publique. Il y a 350 ans, Jean de la Fontaine nous y invitait déjà, en s’élevant contre ceux qui, sacrifiant la Poule aux œufs d’or, transformaient la richesse en pauvreté.

     

  • Pil ed inflazione: chi paga il differenziale

    Sembra incredibile come ancora oggi troppi esponenti, diretta espressione della linea politica economica dei partiti, continuino imperterriti a parlare di crescita economica italiana unita al raggiungimento degli obiettivi prefissati dagli ultimi governi successivi al 2013 (quindi dal governo Monti), quando i dati consuntivi, soprattutto i numeri negativi uniti alle prospettive di crescita, delineano un quadro assolutamente diverso. Uno scenario talmente fosco da assumere le tinte di una vera e propria recessione.

    I dati relativi alla crescita economica per il 2018 parlano di una crescita del PIL pari a 1,5 % (a tal proposito si ricorda che, come sempre da oltre vent’anni,a settembre si assiste ad un ritocco decimale al ribasso). Assolombarda prevede invece la crescita dell’inflazione, sempre per l’anno 2018, pari al 1,7%. Il differenziale, cioè lo 0,2%, indica chiaramente ed inequivocabilmente la decrescita reale del potere d’acquisto dei cittadini, quindi da una vera e propria recessione del valore nominale nella capacità di acquisto, espressione forse impropria ma reale di una recessione economica. Il tutto frutto di una crescita inferiore persino al tasso di inflazione, quindi essa stessa espressione di una domanda interna e conseguentemente di una frenata anche dell’export.

    La risultante dell’incrocio di questi dati delinea una situazione paradossale se confrontata con le  teorie economiche che negli ultimi anni hanno assunto la centralità della discussione economica e politica italiana.

    Il risultato di tale aumento dell’inflazione superiore al PIL viene determinato dall’importazione dell’inflazione stessa attraverso l’aumento delle materie prime, in particolare i prodotti petroliferi, come delle tariffe pubbliche, soprattutto quelle legate ai servizi offerti dalle aziende partecipate e dagli enti locali, espressione della mancanza di concorrenza ed ancora oggi di rendite di posizione. Come non ricordare la posizione favorevole all’aumento dell’IVA dei ministri Padoan e Calenda i quali si illudevano, attraverso l’impostazione dell’IVA, di ottenere l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

    Un’opinione questa condivisa anche dal presidente della BCE Draghi il quale, nonostante la politica monetaria fortemente espansiva, non riuscì a ottenere un sostanziale aumento dell’inflazione, addirittura dirottando  la speranza nell’aumento del prezzo del greggio e dimostrando, ancora una volta, come tanto i politici italiani quanto i presidenti europei non si siano mai posti il problema di chi avrebbe pagato differenziale tra un aumento del PIL inferiore al tasso di inflazione.

    Dall’altra parte di questa contesa politica ed economica ci sono i sostenitori dell’inflazione legata magari  ad una moneta debole la quale darebbe impulso all’esportazione rendendo competitivi i prodotti italiani. In questo senso ecco allora i sostenitori del ritorno alla liretta, visionari ma soprattutto pericolosi in quanto l’inflazione provoca una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei cittadini a reddito fisso e, di conseguenza, la nuova competitività andrebbe tutta a carico dei cittadini stessi. Agli smemorati sostenitori di questa dottrina si ricorda come negli anni ‘70 venne introdotta la scala mobile la quale a sua volta generò  nuova inflazione tanto da dover essere abolita all’inizio degli anni ‘80 per fermare la spirale inflattiva che in pratica impoveriva il ceto medio. Senza dimenticare la problematica relativa al Fiscal Drag, cioè all’aumento del prelievo fiscale allegato all’aumento dei valori nominali delle retribuzioni.

    Per quanto riguarda invece le previsioni del 2019, il grafico nella foto riporta come la nostra decrescita economica risulterà ancora maggiore in quanto il PIL crescerà solo del +1.2% (quindi con un – 0,3% di crescita economica) al quale contemporaneamente seguirà un aumento dell’inflazione pari al +1,4%.

    Il terribile combinato di frenata della crescita del PIL, unito comunque ad una infrazione che risulta superiore dello 0,2% al PIL stesso, determinerà ancora, una volta, una perdita del potere d’acquisto dei cittadini, quindi una ulteriore flessione della domanda interna che rappresenta una delle motivazioni per la quale non si riesce a trovare una crescita stabile dell’economia del nostro Paese.

    Un quadro a dir poco allarmante per non dire disastroso che evidentemente non riesce a suscitare alcuna reazione nel mondo politico come in quello economico, entrambi rivolti verso teorie  e strategie economiche  espressione di un asset economico ormai superato dal mercato globale. Si guarda al passato per non dimostrare l’incapacità di comprendere il presente e di delineare uno scenario futuro.

Pulsante per tornare all'inizio