difesa

  • Guerra e Natura II^ puntata

    L’Asia e forse ancor più l’Africa, sono continenti che racchiudono meravigliosi tesori naturalistici ma anche quelli più massacrati da guerre e guerriglie che ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

    Alcuni conservazionisti hanno dato la vita per la  loro missione: ricordiamo personaggi come Diane Fossey, uccisa a colpi di machete nel 1985 per proteggere gli ultimi gorilla di  montagna in Rwanda (D. Fossey “Gorilla in the mist”); o come George Adamson (ex marito di Joy Adamson autrice del best-seller ”Nata libera-storia della leonessa Elsa”), che visse per anni insieme a leoni e leopardi che lui stesso aveva reinserito in natura. Predisse che la sua morte non sarebbe avvenuta ad opera di questi pur pericolosi carnivori selvaggi: fu ucciso infatti nel 1989 da un gruppo di guerriglieri o banditi somali armati, che scorrazzava nel Kenya settentrionale. (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    ASIA (16 stati e 169 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    AFGANISTAN

    Prima della spaventosa situazione nella quale si è trovato l’Afganistan in questi ultimi decenni, lo zoo di Kabul fu inaugurato nel 1967, quando l’economia del paese era fiorente. Si trattava di un’istituzione importante che, come molti altri moderni zoo, faceva parte di Programmi Internazionali di Conservazione e allevamento di specie in pericolo. Accoglieva circa 400 animali con gruppi riproduttori di specie rare; nello zoo si sperimentava la riproduzione di quelle specie che stavano per estinguersi in Afganistan o in altri paesi del medioriente quali: il Cervo di Bukhara o battriano (Cervus (elaphus?) bactrianus) e altri rari ruminanti selvatici di montagna, come alcune specie di capre e pecore selvatiche vale a dire Stambecchi, Markor, Egagro, Mufloni e Argali, e anche specie del deserto, come la Gazzella persiana (Gazella subgutturosa). Fase successiva era la messa in atto di progetti di reintroduzione di queste specie nei loro luoghi di origine.  Oggi in questo zoo, trasformatosi in un ”lager per animali”, gran parte di quegli esemplari sono scomparsi dai loro recinti e non sappiamo che fine abbiano fatto; né conosciamo l’attuale situazione degli ultimi contingenti afgani delle 75 specie di piante e animali selvatici a rischio, originarie di questo paese, compreso il raro Leopardo delle nevi o Irbis (Panthera uncia) delle zone montuose più elevate del paese. Interessante a questo proposito sarebbe la lettura del libro “The Snow Leopard project and other Adventures in Warzone Conservation” di Alex Dehgan, direttore della Wildlife Conservation Society, che nel 2006, viaggiando alla ricerca di animali superstiti nelle zone più remote del Nuristan, si è ritrovato in un campo ancora minato e non ancora bonificato.

    AFRICA (29 Stati e 220 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    CORNO D’AFRICA (SOMALIA, ETIOPIA , ERITREA, SUD SUDAN ecc…)

    Nel ”Manifesto sulla conservazione e sulle risorse naturali” stilato a Mogadiscio, capitale della Somalia, si legge: ”La Repubblica somala riconosce che la conservazione della natura (…) costituisce un fondamento per il consolidamento e l’armonico sviluppo del paese (…) e si impegna (…) con la costituzione di Parchi nazionali, riserve naturali e l’insegnamento della conservazione della natura nelle scuole. Purtroppo il manifesto risale al 1968; oggi quasta nazione, devastata da guerriglie tribali e mancante di un governo stabile e riconosciuto, è nelle mani dei cosiddetti ‘signori della guerra’.

    Attualmente la parte settentrionale della penisola somala che guarda sul Golfo di Aden si è resa indipendente dal resto del paese col nome di Somaliland, e versa in condizioni politiche e economiche migliori, tanto che la Dott.ssa Laurie Marker a capo del CCF (Cheetah Conservation Fund)  è riuscita ad organizzare e allestire un centro di recupero per i piccoli ghepardi che vengono sequestrati alle frontiere e nei porti del paese dove, bracconieri senza scrupoli, dopo averli sottratti giovanissimi alle cure della madre (spesso uccisa per prendere i cuccioli indifesi) tentano di esportare i giovanissimi ghepardi vendendoli nella penisola arabica; qui infatti è diventato di gran moda, come vero Status Symbol,  passeggiare con un ghepardo addomesticato al guinzaglio o esibirlo sulla propria auto (fonte CCF Italia).

    In Somalia sono state censite ben 158 specie rare: tutti i grossi carnivori, gli ultimi elefanti, ecc ma molte delle specie rappresentano ‘endemismi’ tipici del Corno d’Africa, si tratta quindi di animali che vivono solo in questa regione. L’Italia ha sempre mantenuto rapporti di collaborazione anche in campo naturalistico con questa sua storica ex colonia (Africa Orientale Italiana), tanto che negli anni ’70 diede il suo contributo per l’istituzione di un grande parco nazionale di oltre 30.000 Km², denominato dell’Oltre Giuba, dotato di strutture per la ricerca e l’accoglienza. Oggi non si hanno notizie di questa area protetta e delle sue infrastrutture, nè si conosce la sorte di molte specie rarissime tipiche della fauna somala, come due piccole antilopi: il Beira (Dorcatragus megalotis), delle montagne settentrionali e il Dibatag  (Ammodorcas clarkei), delle zone aride centro-meridonali; il Dibatag sopravvive in un particolare ambiente semi-arido con varie specie di Acacia e Commiphora, denominato ”gedguwa” poco conosciuto ed ormai degradato dal pascolo del bestiame e dalla caccia eccessiva. In una ristrettissima porzione costiera di questo stesso ambiente vive anche la più piccola delle specie di Dik dik, il Dik-dik argentato o di Piacentini (Madoqua piacentinii), che secondo la ‘Red-list’ delle specie rare, redatta dall’IUCN, viene classificata come DD, Deficient Data, vale a dire che mancano dati sulla sua situazione numerica, ma si teme l’estinzione sicura entro pochissimi anni, se gli ultimi esemplari non verranno inseriti in un serio programma di salvaguardia (Bellani G.G. 2013 Gnusletter Vol 31); sempre la ‘Red-list’ liquida anche la situazione della quasi sconosciuta Genetta abyssinica con uno scofortante DD (Deficient data). Non spetta una sorte migliore nemmeno a tre specie di gazzelle: quella di Pelzeln (Gazella dorcas pelzelnii) e di Soemmering (G. soemmerringii berberana) e la gazzella naso o di Speke (Gazella spekei) nè alla popolazione degli ultimi Asini selvatici somali (Equus africanus somalicus) massacrati, forse anche per fame, dalle tribù locali nonostante la protezione nel parco di Yangudi Rassa.

    LIBERIA, SIERRA LEONE, NIGERIA ECC.

    In Liberia, il regime di terrore di Charles Taylor (fortunatamente cacciato nel 2003 ed oggi in carcere per crimini di guerra), ha finanziato i ribelli della Sierra Leone (RUF), desideroso di impossessarsi delle ricchissime miniere di diamanti di cui è ricco il paese. Nazioni come la Liberia e la Sierra Leone (di quest’ultima l’ONU dichiara: ”é il peggior posto al mondo in cui vivere”) non praticano nessun rispetto per i diritti umani; uccisioni e torture degli avversari politici, arruolamento di bambini nell’esercito e 30.000 persone condannate ad amputazioni punitive, sono attività tollerate. Da quando è iniziato il conflitto si contano oltre 100.000 morti e 2 milioni e mezzo di profughi. E’ penoso anche solo elencare le brutture sopportate dalle popolazioni dei paesi dell’Africa occidentale che si affacciano sul Golfo di Guinea, una regione ricchissima di risorse naturali; un tempo era ricoperta da splendide foreste tropicali, oggi in gran parte distrutte insieme alla ricchissima biodiversità che custodivano. Nel 2000 è stata dichiarata estinta una bellissima scimmia, il Colobo di Waldron (Colobus badius waldronae), mentre non si conoscono ancora i contingenti superstiti di molte specie quasi sconosciute, alcune delle quali scoperte solo pochi anni fa, come la Mangusta della Liberia (Liberiictis kuhni) conosciuta e classificata nel 1958 e oggi già sull’orlo dell’estinzione. Molto vulnerabili sono anche l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) tipico delle foreste umide, varie specie di scimmie come alcuni Colobi e Cercopitechi, piccoli carnivori come due Genette (Genetta thierryi e G. johnstoni),  ed alcune piccoli antilopi di foresta come l’antilope reale o pigmea (Neotragus pigmaeus) e il cefalofo zebra (Cephalophus zebra); queste ultime fanno parte della cosiddetta “bushmeat” o carne da selvaggina, e sono l’unico apporto proteico possibile per alcune popolazioni ridotte alla fame.

    EPILOGO

    Non esiste un epilogo molto confortante e non si pensi che dove la guerra è durata molti anni, la cessazione dei conflitti possa risolvere da un giorno all’altro la situazione del patrimonio naturalistico. Gran parte delle aree dove sopravvive il rarissimo Stambecco del Simien (Capra walie), dell’Etiopia, sono disseminate di campi minati, pericolosissimi per le innumerevoli mine ancora inesplose. Durante il Genocidio Rwandese dei Tutsi (forse un milione di perone massacrate) il centro di Karisoke, fondato da Diane Fossey per i Gorilla venne completamente distrutto nel 1994 e migliaia di profughi in fuga invasero le foreste dei gorilla uccidendo un gran numero dei grossi e pacifici Primati.

    Armi e combattimenti lasciano conseguenze disastrose: per esempio durante la guerra del Viet-Nam si fece largo uso di defolianti che causarono l’estrema rarefazione di molte specie di scimmie le quali, come i Langur (Presbytis), si nutrono esclusivamente di foglie; ma i danni maggiori alla biodiversità del paese avvennero al termine del dissidio, quando il governo vietnamita cominciò un selvaggio taglio del patrimonio boschivo sopravvissuto, per poter ottenere il legname indispensabile alla ricostruzione post bellica. In alcuni casi persino la cessazione dei conflitti e i tentativi di ripristino delle condizioni di normalità economica e sociale, purtroppo ricadono ancora sugli abitanti più indifesi degli ambienti naturali, tra i quali certamente gli animali.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: sezione doppio zero

    Nel corso del fine settimana ha fatto scalpore la notizia della conferma della condanna di Mirko Franzoni a nove anni e quattro mesi, da parte della Corte d’Assise di Appello di Brescia.

    Questo il fatto che ha ulteriormente alimentato il dibattito su una presunta, necessaria, modifica estensiva della legittima difesa: nella notte del 14 dicembre 2014, l’uomo aveva inseguito e ucciso – sparandogli da distanza ravvicinata –  un ladro che si era introdotto nella casa del fratello.

    Per quanto è dato sapere, la linea difensiva si sarebbe, peraltro, basata sulla occasionalità dell’evento determinato da un colpo partito accidentalmente e che ha fatto sostenere la tesi dell’omicidio colposo, punito molto meno severamente di quello volontario; all’epoca dei fatti, invero, quando Franzoni fu arrestato, ci furono manifestazioni di solidarietà da parte dei concittadini che ne reclamavano la liberazione, il riconoscimento della legittima difesa, promuovendo una raccolta fondi per contribuire alle spese di assistenza legale.

    In un caso come questo, pur senza conoscere nel dettaglio gli atti processuali, deve escludersi che il comportamento possa essere scriminato posto che lo sparo micidiale fu esploso nei confronti di un soggetto che era ormai in fuga e disarmato, a distanza di tempo dalla intrusione domestica, senza che si rappresentasse alcun rischio per l’incolumità dell’inseguitore. Nessun bilanciamento era dunque possibile tra i beni protetti: patrimonio, messo oggettivamente a repentaglio, e vita o quantomeno incolumità fisica del derubato, che non correva alcun rischio. Prudente ed oculata, pertanto, la scelta di orientare la difesa sulla fortuità della esplosione del colpo di fucile anche se – evidentemente – sono stati i rilievi balistici effettuati a condurre la Corte a conclusioni diverse.

    Resta il fatto che nell’immaginario collettivo, nella opinione pubblica (o almeno parte di essa) la reazione di Franzoni è stata vista come giustificabile anche se dovrebbe apparire evidente agli occhi di chiunque che non lo è: tutt’al più comprensibile nella misura in cui è caratterizzata da un momento di impeto e non da una malvagia spinta omicida, il che spiega la pena sostanzialmente mite e vicina al minimo previsto dalla legge.

    Sono, però, proprio queste pulsioni, queste ansie collettive che alimentano il dibattito su un allargamento del perimetro dell’autodifesa e con esso della disponibilità a detenere armi per l’impiego delle quali, poi, non è detto che si abbia la necessaria competenza e freddezza.

    La normativa attuale sulla legittima difesa, va detto, consente margini già ampi di valutazione anche nel caso in cui sia soltanto putativa: cioè a dire nel caso in cui l’aggredito ritenga di correre un rischio nel concreto insussistente. Per esempio laddove veda l’aggressore portare la mano sotto gli indumenti come per estrarre un’arma e reagisca, anticipando il pericolo, sparando per primo.

    Quello che non è consentito è la vendetta, la reazione eccessiva a fronte di un pregiudizio subito o imminente a un bene il cui parametro di protezione sia inferiore a quello declinato dall’articolo 32: unico tra tutti quelli costituzionalizzati definito come fondamentale e che attiene alla salute, con essa alla integrità fisica e alla vita stessa.

    Ogni allargamento della disciplina vigente rischia di indurre una spirale di violenza ingiustificata e pericolosissima perché la risposta armata dell’aggredito temuta dall’aggressore allenterebbe i freni inibitori di quest’ultimo sin dall’inizio della sua condotta illecita.

    Non abbiamo bisogno di una Sezione Doppio Zero nel codice penale: nemmeno quella del MI6 descritta da Ian Fleming nel contesto della Guerra Fredda altro non era che frutto di immaginazione. Abbiamo bisogno di Giustizia.

  • Da compagnia o da tavola, gli animali sono una responsabilità che va disciplinata

    E’ noto come in Italia vi siano milioni di persone che hanno un animale da compagnia, principalmente cani e gatti ma in molti casi anche altri piccoli animali. Non è solo la solitudine delle grandi città che ha portato più della metà degli italiani ad avere un animale da compagnia, vi è infatti ormai una cultura diffusa che vede nei pet un compagno di vita. Rimane certamente ancora grave la piaga degli abbandoni, specie nei periodi estivi o di vacanza, ancora troppa superficialità porta ad acquistare o a prendere un cane o un gatto senza tenere conto che la presenza in casa di un essere vivente e senziente comporta regole, tempo, dedizione e attenzione alle esigenze dell’animale. Ma è certamente positivo che grazie alla grande propaganda delle associazioni animaliste e all’attenzione dei media, negli ultimi anni più sollecita a parlare di animali e del loro benessere, sia cresciuta negli italiani l’attenzione e il rispetto per gli animali. Purtroppo però, guardando i siti dedicati all’abbandono di cani e gatti, vediamo che ci sono migliaia di animali, specie nel Sud Italia, lasciati da cuccioli nei cassonetti o portati nei canili appena si capiscono i problemi legati alla convivenza. Molti acquistano un animale come status symbol ed è sempre emergenza per quanto riguarda i cani da caccia, anche con pedigree, abbandonati e portati nei canili perché non idonei alla funzione per la quale sono stati acquistati. Se si registra un miglioramento notevole rispetto a 10-20 anni fa, rimane però ancora enorme la piaga degli abbandoni, tenendo anche conto che in troppe città e Regioni mancano strutture appropriate per il ricovero dei cani abbandonati e che ancora manca, nonostante la cippatura regionale, una centralina nazionale per identificare e riconsegnare ai proprietari i cani eventualmente smarriti. Ci auguriamo che il prossimo governo, tra i tanti problemi che dovrà affrontare, dedichi attenzione anche questo, perché risolvendo ci saranno contestualmente segnali di maggior civiltà, meno inutili sofferenze di tanti animali e anche una migliore gestione delle poche risorse utilizzate per il controllo del randagismo.

    Un altro problema è invece quello legato al benessere degli animali da allevamento e da carne. Come ha ricordato un convegno tenutosi all’Auditorium Sant’Ilario di Piacenza, ‘Il benessere degli animali da reddito: percepito e reale’. Nel convegno si è sottolineato come sia, giustamente, cambiata anche la mentalità dei consumatori, che sempre più chiedono che negli allevamenti siano rispettate norme che garantiscano un trattamento degli animali privo di sofferenze. Allevamenti che rispettano le regole garantiscono il consumatore anche sul tema della qualità, infatti i problemi che derivano da strutture non idonee, sovraffollate e nelle quali gli animali patiscono sofferenze producono stress molto gravi che portano gli animali  a produrre meno latte, ammalarsi, prendere dei farmaci che poi vanno a nuocere anche alla salute dei consumatori. Convegno senza dubbio interessante, ma ancora una volta dobbiamo segnalare con vivo rammarico la mancanza di attenzione verso i luoghi di macellazione e il netto rifiuto, che in Italia dovrebbe esserci, per la macellazione rituale (della quale abbiamo parlato nello scorso numero de Il Patto Sociale).

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