difesa

  • Più deterrenza nucleare in Europa, secondo il Financial Times gli Usa ci stanno pensando

    Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di dispiegare armi nucleari in ulteriori Paesi europei della Nato, in una mossa volta a rassicurare gli alleati sul fatto che una riduzione del sostegno militare convenzionale non indebolirebbe le garanzie di sicurezza statunitensi. Lo riferisce in esclusiva il quotidiano britannico “Financial Times”, citando tre fonti informate sui colloqui, secondo cui funzionari dell’amministrazione presidenziale Usa hanno espresso l’apertura a nuovi dispiegamenti oltre agli attuali sei Paesi che ospitano velivoli in grado di condurre attacchi con armi nucleari.

    Le discussioni, definite altamente riservate e non necessariamente destinate a produrre modifiche agli accordi di condivisione nucleare, avvengono in un contesto di crescente preoccupazione in Europa per le decisioni del presidente Donald Trump di ritirare truppe e sistemi d’arma critici dal Vecchio continente. L’eventuale ampliamento consentirebbe ad altri Paesi di ospitare velivoli statunitensi dotati di armi nucleari. Secondo due delle fonti citate, l’apertura degli Stati Uniti a queste discussioni mira a mostrare l’impegno di Washington a garantire l’ombrello nucleare, mentre gli alleati europei vengono spinti, in particolare in ambito Nato, ad assumere una quota maggiore dell’onere per quanto concerne la difesa convenzionale. I Paesi del fianco orientale della Nato, tra cui Polonia e Stati baltici, sarebbero interessati a ospitare basi per velivoli a doppia capacità. Varsavia, in particolare, ha già espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari statunitensi, mentre quest’anno ha aderito anche a un’iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron per valutare il possibile trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei. Secondo una fonte, le discussioni sono in corso attraverso i canali della Nato e gli alleati più vicini ai confini russi hanno mostrato il maggiore interesse, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina e dei ripetuti riferimenti del presidente Vladimir Putin alle capacità nucleari di Mosca. Una seconda fonte ha tuttavia precisato che un accordo per ampliare la capacità nucleare statunitense in Europa non si può definire come imminente. Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge attualmente Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito, tutti Paesi autorizzati a ospitare velivoli a doppia capacità e bombe nucleari statunitensi “forward-deployed”, custodite da personale Usa e utilizzabili solo previa autorizzazione di Washington. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato il mese scorso che, pur in presenza di un maggiore orientamento statunitense verso altri teatri, “la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse”.

  • Morta Galdikas, la maggior esperta mondiale di oranghi

    È morta a 79 anni Birutė Galdikas, antropologa, primatologa di origini lituane, tra le più importanti studiose degli oranghi.

    Per oltre quattro decenni aveva vissuto nel Borneo, osservando gli oranghi nel loro ambiente naturale e documentando comportamenti fino ad allora quasi sconosciuti. Il suo nome è legato al progetto avviato dal paleoantropologo Louis Leakey, che affidò a lei e altre due ricercatrici – le tre furono presto ribattezzate Trimates – lo studio dei grandi primati in natura: Jane Goodall per gli scimpanzé e Dian Fossey per i gorilla.

    Nel 1971 Galdikas raggiunse la riserva di Tanjung Puting, dove fondò il campo di ricerca noto come Camp Leakey. I suoi lavori permisero di documentare dieta, comportamento sociale, riproduzione e ritmi di crescita, aspetti fino ad allora poco conosciuti. Tra i contributi più importanti forniti dalla sue ricerche, pubblicate su National Geographic, ci sono la descrizione degli intervalli di nascita molto lunghi, uno degli elementi che rende la specie particolarmente vulnerabile, nonché dell’intelligenza, dell’indole solitaria e della complessa relazione tra gli oranghi e il loro habitat forestale.

    Galdikas avviò anche il primo programma di riabilitazione per oranghi orfani o provenienti dalla cattività. Molti animali erano stati sottratti illegalmente alla foresta o rimasti senza madre a causa della distruzione dell’habitat. Decise anche di crescere uno dei figli insieme alla piccola orfana di orango Princess, notando le somiglianze tra il cucciolo umano e il piccolo primate

    Nel 1986 fondò la Orangutan Foundation International, con l’obiettivo di proteggere gli oranghi e le foreste da cui dipendono. La scienziata denunciò per anni la deforestazione legata alle piantagioni di olio di palma, considerata una delle principali minacce per la sopravvivenza della specie. Il suo impegno ha ispirato nuove generazioni di scienziati e, in particolare, molte donne a intraprendere la carriera scientifica. Tra i suoi numerosi successi anche la promozione della designazione di Tanjung Puting come Parco Nazionale e la guida della prima Conferenza Mondiale sulle Grandi Scimmie nel 1991.

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

  • La Commissione presenta un programma da 115 milioni di euro per un’innovazione rapida e agile nel settore della difesa

    La Commissione europea presenta un nuovo strumento di finanziamento da 115 milioni di € (AGILE), mirato a portare le cosiddette tecnologie di difesa dirompenti dal laboratorio al terreno a velocità record. Lo strumento pilota punta ad accelerare lo sviluppo e la sperimentazione di tali innovazioni dirompenti nel settore della difesa – come l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche o i droni – e la loro diffusione sul mercato, concentrandosi sul sostegno alle piccole e medie imprese (PMI), comprese le start-up e le scale-up.

    La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina ha dimostrato che il successo militare sul campo dipende ormai dalla brevità dei cicli di innovazione; si tratta insomma di raggiungere la capacità di sviluppare, testare e diffondere nuove tecnologie e soluzioni efficienti sotto il profilo dei costi nel giro di settimane o mesi anziché anni. A fronte degli scenari di guerra moderni e della loro rapida trasformazione digitale e tecnologica, AGILE è concepito per gli attori della “nuova difesa”, le start-up e gli innovatori tecnologici che si muovono ad alta velocità.

  • Japan to deploy missiles on island near Taiwan by 2031

    Japan plans to deploy surface-to-air missiles to its remote western island near Taiwan by March 2031, its defence minister said, as regional tensions simmer.

    It is the first time that Japan specified a timeline for the missile deployment to Yonaguni island since it was announced in 2022.

    China claims self-ruled Taiwan as its own and has not ruled out the use of force to “reunify” with it. Yonaguni is visible from Taiwan’s shores on a clear day, located just 110km (68 miles) away.

    Tensions between Tokyo and Beijing have run high since November when Japanese Prime Minister Sanae Takaichi appeared to suggest that Japan would activate its self-defence force in the event of an attack on Taiwan.

    ADVERTISEMENT The worry has long been that any attack on Taiwan, which counts the US as an ally, could result in a direct military conflict between Washington and Beijing, then widen to include other US allies in the region such as Japan.

    Takaichi’s remarks to parliament plunged ties with China to their lowest level in years and Beijing has been piling on the pressure in a wide range of ways – sending warships, throttling rare earth exports, curbing Chinese tourism, cancelling concerts and even reclaiming its pandas.

    Japanese defence minister Shinjiro Koizumi announced the timeline for the missiles on Tuesday, a day after China imposed export curbs on 20 Japanese companies and entities, citing national security concerns.

    Koizumi said the Yonaguni unit will be equipped with medium-range surface-to-air missiles able to intercept incoming aircraft and missiles.

    With a range of about 50km and 360-degree capability, the Japanese-made missile system can track up to 100 targets simultaneously and engage up to 12 at once.

    China has yet to react to Koizumi’s announcement. But when Koizumi visited Yonaguni in November, Beijing said Japan was moving to “create regional tension and provoke military confrontation”.

    Within days, China flew drones near the island to express its anger, prompting Japan to scramble aircraft jets in response.

    The latest developments come after Takaichi secured a landslide victory in parliamentary elections earlier this month. That victory gave Takaichi political space to double down on boosting Japan’s defence capabilities.

    This makes the announcement on Yonaguni island more than just a military adjustment – it looks like the opening chapter for a more assertive Tokyo. And as Takaichi bolsters the country’s military and defence budget, such assertiveness seems unlikely to end here.

    The Yonaguni announcement also shows where Japan sees its front line – and how far it is prepared to go to defend it.

    Over the past decade, Japan has transformed sleepy Yonaguni into a military outpost, which currently handles coastal surveillance and is staffed by some 160 members of Japan’s self-defence force.

    An electronic warfare unit capable of disrupting enemy communications and radar will be set up there in fiscal year 2026, which runs from April to March next year.

    The timing for the deployment of the missile unit “may change depending on the progress of future facility improvements, but the current plan is for fiscal year 2030”, Koizumi said.

  • L’Iran ha fatto shopping a Mosca: acquistate armi per 500 milioni di euro

    L’Iran avrebbe firmato a dicembre a Mosca un accordo segreto da 500 milioni di euro con la Russia per acquistare 500 lanciatori Manpads Verba e 2.500 missili 9M336. È quanto emerge da documenti russi visionati dal “Financial Times”, secondo cui le consegne sarebbero previste in tre tranche dal 2027 al 2029, ma alcune unità potrebbero essere già state consegnate. La notizia arriva mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concentrato forze militari Usa in Medio Oriente, minacciando Teheran di attacchi se non accetterà limiti al programma nucleare.

    L’Iran avrebbe formalmente richiesto i sistemi russi lo scorso luglio, secondo il “Financial Times”, pochi giorni dopo la fine del conflitto di 12 giorni in cui gli Stati Uniti si sono uniti a Israele negli attacchi contro tre importanti impianti nucleari iraniani. Il nuovo accordo sui Verba sarebbe stato negoziato tra Rosoboronexport, l’agenzia statale russa per l’export di armamenti, e il rappresentante a Mosca del ministero iraniano della Difesa e della Logistica delle Forze armate. Il contratto sarebbe stato organizzato da Ruhollah Katebi, funzionario del ministero iraniano con base a Mosca, che in precedenza aveva contribuito a mediare la vendita da parte dell’Iran di centinaia di missili balistici a corto raggio Fath-360 per l’uso nell’invasione russa dell’Ucraina. Gli Usa hanno sanzionato Katebi nel 2024 per aver agito per conto del dicastero di Teheran; il Dipartimento del Tesoro Usa lo ha descritto come “il punto di contatto del governo russo” con il ministero della Difesa iraniano.

    Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, aveva già apparentemente confermato questa settimana che diversi voli provenienti dalla Russia in tempi recenti avrebbero contenuto carichi militari. “Sono anni che abbiamo firmato solidi accordi militari e di difesa con la Russia. Posso solo dire che questi aerei dimostrano che quegli accordi vengono attuati”, aveva dichiarato alla televisione di Stato Jalali, senza fornire ulteriori dettagli.

    Un aereo cargo russo Ilyushin Il-76TD ha effettuato almeno tre voli negli ultimi otto giorni da Mineralnye Vody, nel Caucaso settentrionale, alla città iraniana di Karaj e almeno un altro Il-76 ha volato verso l’Iran a fine dicembre. Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe ricevuto fino a sei elicotteri d’attacco Mi-28 russi a gennaio e ne avrebbe utilizzato uno a Teheran questo mese. Secondo i documenti visionati da “Financial Times”, Rosoboronexport venderebbe all’Iran i missili 9M336 al prezzo di 170 mila euro l’uno e i lanciatori Verba a 40 mila euro ciascuno. Inoltre, l’accordo includerebbe anche 500 visori notturni Mowgli-2.

    L’accordo segna una cooperazione militare continua tra Iran e Russia: Teheran ha fornito a Mosca droni e missili negli ultimi due anni durante l’invasione russa dell’Ucraina, e i due Paesi hanno firmato un trattato di rafforzamento dei legami bilaterali nel gennaio 2025; l’Iran ha cercato inoltre di acquisire due squadroni dei caccia avanzati Sukhoi Su-35 dalla Russia, anche se funzionari a Teheran avrebbero lamentato ritardi nell’esecuzione dell’ordine. Secondo Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis, citato da “Financial Times”, la disponibilità di Mosca a fornire armi a Teheran indica anche che la Russia non ha alcun interesse a rispettare le sanzioni Onu “snapback” contro l’Iran.

  • Il Pentagono invoca il liberismo: no a preferenze pro-Ue negli appalti per armi in Europa

    L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito l’Unione europea che eventuali norme volte a privilegiare i produttori di armamenti europei nell’ambito delle acquisizioni per la difesa potrebbero provocare ritorsioni commerciali e restrizioni all’accesso delle imprese europee al mercato della difesa statunitense. E’ quanto affermano fonti informate citate dal sito d’informazione “Politico”, secondo cui in un contributo inviato alla consultazione della Commissione europea sulla revisione delle regole sugli appalti militari, il dipartimento della Guerra ha espresso una netta opposizione a qualsiasi misura che limiti la partecipazione delle aziende statunitensi alle forniture per la difesa dei Paesi membri. Il Pentagono ha chiarito che Washington considera “protezionistiche ed escludenti” politiche che riducano la presenza industriale statunitense, sottolineando che attualmente le grandi imprese europee continuano a beneficiare dell’accesso al mercato Usa.

    Il Pentagono ha avvertito che una clausola vincolante di preferenza europea potrebbe portare alla revisione delle deroghe alle norme “compra americano”, attualmente in vigore grazie ad accordi di reciprocità firmati da 19 dei 27 Stati membri. Ciò limiterebbe l’accesso delle aziende europee ai contratti del dipartimento della Guerra, che potrebbero essere concessi in futuro solo caso per caso e per esigenze legate all’interoperabilità della Nato. Secondo Washington, una stretta protezionistica indebolirebbe l’Alleanza atlantica, ridurrebbe la libertà di spesa dei governi europei e metterebbe a rischio gli obiettivi di capacità militare concordati. La disputa rischia di complicare i piani industriali europei e di testare la volontà dei Paesi membri di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in un contesto di relazioni transatlantiche sempre più tese.

    Secondo “Politico”, il confronto mette anche in luce una contraddizione strategica: gli Stati Uniti chiedono da anni agli alleati europei di assumersi una quota maggiore della difesa convenzionale del continente, ma senza penalizzare l’industria militare statunitense, che oggi fornisce circa due terzi delle armi importate dall’Unione europea, dai caccia di quinta generazione F-35 ai sistemi missilistici e di difesa aerea. Bruxelles sta valutando un aggiornamento della direttiva sugli appalti del 2009, nell’ambito di una più ampia spinta verso l’autonomia strategica e il rafforzamento dell’industria bellica europea, anche in risposta al rischio di conflitto con la Russia. Programmi come il fondo di prestiti per armamenti e le forniture destinate all’Ucraina già prevedono una quota minima di componenti prodotti in Europa.

  • Sette europei su dieci favorevoli all’aumento degli investimenti in difesa

    Gli europei sono favorevoli ad aumentare gli investimenti nella difesa. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da SWG e Polling Europe, presentata da Rado Fonda, Head of Research delle due società, nel corso di Primo Piano Europa, il nuovo format televisivo dell’agenzia Italpress condotto da Claudio Brachino.
    Secondo i dati della ricerca, il 73% dei cittadini europei si dichiara d’accordo con un incremento delle spese militari a livello continentale, mentre solo il 27% si oppone. “All’interno della maggioranza favorevole, tuttavia, emergono sfumature significative – spiega Fonda -: circa il 35% auspica un aumento molto rilevante delle risorse destinate agli apparati militari, mentre un altro 38% si mostra più cauto, preferendo un incremento più contenuto e graduale”. Il dato però non è uniforme in tutta Europa. L’Italia si conferma il Paese con la quota più bassa di consensi verso l’aumento degli investimenti nella difesa: il 60% degli italiani è favorevole. All’estremo opposto si colloca la Polonia, dove il sostegno raggiunge il 93%, la percentuale più alta registrata. Non è un caso: la vicinanza geografica al confine russo e la percezione di una minaccia più diretta influenzano fortemente l’opinione pubblica polacca. Ma perchè i cittadini europei chiedono di rafforzare la difesa? La risposta è legata a un diffuso senso di vulnerabilità. “Oltre la metà degli europei ritiene infatti che il continente non sia preparato ad affrontare un eventuale conflitto armato con un’altra superpotenza – sottolinea Fonda -. E’ proprio questa percezione di inadeguatezza a generare incertezza e timore, spingendo molti a sostenere un potenziamento dei sistemi militari europei”. Sul fronte della governance della difesa, l’opinione pubblica europea appare invece spaccata. Circa il 48% dei cittadini vorrebbe che le decisioni in materia di difesa e investimenti fossero coordinate a livello europeo, sotto la guida della Commissione. Il 41%, invece, preferirebbe che queste scelte restassero di competenza dei singoli Stati nazionali.
    Questa divisione riflette nettamente le appartenenze politiche degli elettori. Gli elettori di sinistra, dell’area socialdemocratica, dei Verdi e dei gruppi liberali sono i più favorevoli a una gestione sovranazionale della difesa. Al contrario, gli elettori di destra, in particolare quelli dei gruppi Patriots e di partiti come Alternative fur Deutschland (AfD) in Germania, Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, e in Italia la Lega e in parte Fratelli d’Italia, spingono per mantenere la governance a livello nazionale.

  • La Commissione presenta la strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione

    La Commissione presenta la prima strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione, che definisce gli obiettivi politici dell’UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da bussola per i prossimi cinque anni, indicando una serie di priorità concrete.

    L’UE ha in tal modo aperto un nuovo capitolo sulla migrazione e l’asilo, basandosi sui progressi sostanziali compiuti nella protezione delle nostre frontiere esterne e consolidandoli, perseguendo una diplomazia assertiva in materia di migrazione (esempio: i nostri partenariati strategici e globali con i paesi partner) e attuando le riforme introdotte dal patto sulla migrazione e l’asilo. Negli ultimi anni tutti questi fattori hanno contribuito a una costante diminuzione della migrazione illegale e a una migliore gestione della migrazione.

    La Commissione sta inoltre adottando la prima strategia in assoluto dell’UE in materia di visti. Tale strategia fissa un quadro per una politica dei visti più strategica e mirata a promuovere gli interessi a lungo termine dell’UE, che le consentirà di essere meglio attrezzata riguardo alla crescente mobilità e alle conseguenze dell’instabilità regionale e della concorrenza geopolitica.

    La strategia mira a rendere l’Europa più sicura, rafforzando la “prima linea” degli accertamenti di sicurezza; più prospera e competitiva, agevolando l’accesso di coloro che contribuiscono alle nostre economie e società; più influente a livello mondiale, promuovendo gli interessi strategici, i valori e la posizione globale dell’UE e più efficiente, grazie a una politica dei visti più intelligente, moderna e coerente.

  • La Cina arruola i pescatori per controllare i mari di suo interesse. Intanto litiga con le Filippine

    Nelle ultime settimane, la Cina ha silenziosamente mobilitato migliaia di pescherecci per formare enormi barriere galleggianti lunghe almeno 200 miglia, dimostrando un nuovo livello di coordinamento che potrebbe offrire a Pechino maggiori possibilità di imporre il controllo nei mari contesi. Lo scrive il “New York Times”, in riferimento a due recenti operazioni passate inosservate. Un’analisi dei dati di tracciamento delle navi condotta dal quotidiano rivela che, lo scorso 11 gennaio, circa 1.400 imbarcazioni cinesi hanno interrotto le loro consuete attività di pesca o hanno lasciato i loro porti di origine per radunarsi nel Mar Cinese Orientale, formando come un rettangolo in mare lungo oltre 200 miglia.

    La formazione, scrive il “Nyt”, si è rivelata così fitta che alcune navi cargo in avvicinamento hanno dovuto aggirarla o procedere a zig-zag, come mostrato dai dati di tracciamento delle navi. L’esercitazione dell’11 gennaio ha fatto seguito a un’operazione simile organizzata il giorno di Natale, quando circa 2 mila pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, sempre nel Mar Cinese Orientale. Ognuna di queste si estendeva per 290 miglia (oltre 466 chilometri) – pari alla distanza che separa Roma da Cosenza – formando una forma a L rovesciata, come indicano i dati sulla posizione delle navi. Secondo l’esame di esperti marittimi e militari le manovre suggerirebbero che la Cina stia rafforzando le sue unità marittime, formate in questo caso da pescherecci civili addestrati a partecipare a operazioni militari. Gli esercizi così monitorati dimostrerebbero che Pechino è in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi.

    Il 13 gennaio l’ambasciata cinese nelle Filippine ha respinto con fermezza le ultime affermazioni del Consiglio nazionale marittimo filippino sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, accusando Manila di “affermazioni infondate e fuorvianti” e di aver “tratto in inganno l’opinione pubblica” confondendo deliberatamente acque territoriali e zona economica esclusiva (Zee). In una dichiarazione diffusa nella serata di ieri, la rappresentanza diplomatica cinese ha sottolineato che nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) “non esiste alcun concetto di ‘zona marittima’”, ma solo regimi giuridici come mare territoriale e Zee. Secondo Pechino, “per lungo tempo le Filippine hanno deliberatamente offuscato la distinzione tra mare territoriale e Zee”, descrivendo come “pattugliamenti illegali” attività cinesi considerate normali in acque rivendicate come zona economica esclusiva da entrambe le parti.

    La Cina ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui l’arbitrato avviato unilateralmente dalle Filippine è “nullo e privo di effetto fin dall’inizio”, ricordando che nel 2006 Pechino ha escluso, ai sensi dell’articolo 298 dell’Unclos, le dispute sulla delimitazione marittima dai procedimenti arbitrali senza consenso. Nel ricostruire l’origine delle tensioni, la dichiarazione punta il dito contro Manila. Viene citato l’episodio del 1999, quando una nave militare filippina fu “illegalmente incagliata” a Ren’ai Jiao, con successivi rifornimenti di materiali da costruzione “nel tentativo di trasformarla in un avamposto militare permanente”. Più recentemente, secondo Pechino, dal secondo semestre del 2023 le Filippine avrebbero inviato ripetutamente navi della guardia costiera e pescherecci nelle acque territoriali di Huangyan Dao, “costringendo la Cina ad adottare misure necessarie di tutela”.

    La nota richiama anche la presenza, tra aprile e settembre 2024, di una nave della guardia costiera filippina nella secca di Sabina (Xianbin Jiao) per quasi cinque mesi, sollevando il sospetto di un possibile nuovo “incagliamento”. L’ultimo episodio citato risale al 12 dicembre 2025, quando, secondo la Cina, Manila avrebbe “organizzato e orchestrato” l’ingresso illegale di numerose imbarcazioni nella stessa area.

Pulsante per tornare all'inizio