difesa

  • L’UE rafforzerà l’industria europea della difesa mediante appalti comuni con uno strumento di 500 milioni di euro

    La Commissione ha adottato una proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce uno strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa mediante appalti comuni (EDIRPA) per il periodo 2022-2024. Come annunciato nella comunicazione congiunta sulle carenze di investimenti nel settore della difesa di maggio, la Commissione mantiene il suo impegno di istituire uno strumento a breve termine dell’UE volto a rafforzare le capacità industriali europee nel settore della difesa mediante appalti comuni degli Stati membri dell’UE. Lo strumento, in risposta a una richiesta del Consiglio europeo, mira a rispondere alle esigenze più urgenti e critiche di prodotti della difesa, derivanti all’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina. La Commissione propone di impegnare 500 milioni di € del bilancio dell’UE dal 2022 al 2024. Lo strumento incentiverà gli Stati membri ad effettuare acquisizioni congiunte, in uno spirito di solidarietà, e agevolerà l’accesso di tutti gli Stati membri ai prodotti della difesa di cui vi è urgente bisogno.

    Eviterà la concorrenza tra gli Stati membri per gli stessi prodotti e agevolerà i risparmi sui costi. Rafforzerà l’interoperabilità e consentirà alla base tecnologica e industriale di difesa europea (EDTIB) di adeguare meglio e potenziare le sue capacità produttive per fornire i prodotti necessari. Lo strumento sosterrà le azioni dei consorzi composti da almeno tre Stati membri. Le azioni ammissibili possono comprendere nuovi progetti di appalti nel settore della difesa o l’ampliamento dei progetti avviati dall’inizio della guerra.

    In particolare, lo strumento sarà volto a:

    • promuovere la cooperazione degli Stati membri in materia di appalti nel settore della difesa. Ciò contribuisce alla solidarietà, all’interoperabilità e all’efficienza della spesa pubblica, previene gli effetti di spiazzamento (impossibilità per gli Stati membri di soddisfare la loro domanda di prodotti della difesa a causa di un picco della domanda) ed evita la frammentazione;
    • promuovere la competitività e l’efficienza della base tecnologica e industriale di difesa europea, in particolare accelerando l’adeguamento dell’industria ai cambiamenti strutturali, compreso l’aumento delle sue capacità produttive, derivante dal nuovo contesto di sicurezza a seguito dell’aggressione russa in Ucraina.

    Lo strumento sosterrà le azioni che soddisfano le condizioni seguenti:

    • un consorzio di almeno tre Stati membri;
    • l’espansione delle cooperazioni esistenti o nuove cooperazioni per l’acquisizione comune dei prodotti della difesa più urgenti e critici;
    • procedure di appalto che riflettono il coinvolgimento dell’EDTIB.

    Lo strumento terrà conto dei lavori della task force per le acquisizioni congiunte nel settore della difesa istituita dalla Commissione e dell’alto rappresentante/capo dell’Agenzia europea per la difesa. La task force agevola il coordinamento delle esigenze degli Stati membri in materia di appalti a brevissimo termine e collabora con gli Stati membri e i fabbricanti di materiali per la difesa dell’UE al fine di sostenere le acquisizioni congiunte per ricostituire le scorte.

    In risposta all’urgenza della situazione, sei settimane dopo essere stata incaricata dal Consiglio europeo, la Commissione ha adottato la proposta di regolamento in via altamente prioritaria e la trasmetterà ai colegislatori. La Commissione conta su una rapida adozione per essere in grado, entro la fine del 2022, di aiutare gli Stati membri ad affrontare in modo cooperativo le loro esigenze più urgenti e critiche di prodotti della difesa.

    Inoltre, la Commissione proporrà un regolamento relativo al programma europeo di investimenti nel settore della difesa (EDIP), che fungerà da base per futuri progetti congiunti di sviluppo e acquisizione di elevato interesse comune per la sicurezza degli Stati membri e dell’Unione.

    Fonte: Commissione europea

  • 1 miliardo di euro per rafforzare le capacità di difesa dell’UE e nuovi strumenti per l’innovazione nel settore della difesa

    La Commissione adotta il secondo programma di lavoro annuale del Fondo europeo per la difesa (FED), che per il 2022 prevede un finanziamento totale di 924 milioni di euro. Una settimana dopo la comunicazione congiunta sulle carenze di investimenti nel settore della difesa, la Commissione sblocca nuovi finanziamenti per investire insieme e in modo migliore nelle capacità strategiche di difesa.

    Il programma di lavoro per il 2022 introduce inoltre una serie di nuovi strumenti per promuovere l’innovazione nel settore della difesa nell’ambito di un nuovo quadro, il sistema di innovazione nel settore della difesa dell’UE. Già annunciato nella comunicazione del 15 febbraio 2022, il sistema di innovazione opererà in stretta collaborazione con il polo di innovazione dell’Agenzia europea per la difesa.

    Il programma di lavoro riguarda un totale di 33 temi strutturati in otto inviti a presentare proposte – che saranno pubblicati a partire dall’inizio di giugno – per avviare una serie di grandi progetti emblematici, che andranno dalla cibersicurezza allo spazio o al combattimento navale. Il programma si concentra sulle tecnologie e sulle capacità di difesa in linea con le priorità dell’UE in materia di capacità concordate dagli Stati membri e precisate nella bussola strategica.

    Fonte: Commissione europea

  • Arriva il piano per la difesa Ue, via al fondo comune

    La guerra ucraina ha cambiato radicalmente i piani europei per l’autonomia strategica: quello che era considerato un ambizioso obiettivo sta diventando via via una necessità. Mercoledì prossimo, facendo seguito alle conclusioni del vertice di Versailles dello scorso marzo, la Commissione presenterà il piano Defend Eu per correre ai ripari su quelle che sono ritenute mancanze e sovrapposizioni nelle strategie di difesa dei Paesi membri. Il piano includerà un fondo ad hoc, non computato nel budget ordinario dell’Unione, per dare il là a investimenti europei nel campo della difesa e, soprattutto, per istituire degli appalti comuni nell’acquisto di armi.

    Di fronte alla minaccia russa, Palazzo Berlaymont ha voluto fare una profonda ricognizione dello status quo nel settore. E ha riscontrato “gravi carenze” che includono limiti nelle difese aeree di fronte ad attacchi con missili, droni, aerei, navi o carri armati, problemi logistici e di connettività nonché scarsità di munizioni. I motivi sarebbero soprattutto due: da un lato il progressivo depauperamento del Fondo europeo per la difesa e dall’altro lo scarso coordinamento tra gli Stati membri, punto quest’ultimo che più volte è stato rimarcato dall’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell. Uno degli obiettivi del Defend Eu è proprio quello di “deframmentizzare” la spesa militare dei 27 Paesi membri. Il piano chiaramente non prevede alcun smantellamento degli eserciti nazionali. E anche il contributo per il fondo comune, secondo quanto risulta dalle bozze che circolano in queste ore, sarà su base volontaria. La procedura perché il piano sia davvero in vigore non sarà breve e necessiterà dell’ok unanime dei 27. Martedì, in occasione della riunione dei ministri della Difesa Ue, il commissario al Mercato Interno Thierry Breton anticiperà l’iniziativa che, certamente, sarà sul tavolo del summit straordinario dei leader del 30 e 31 maggio.

    La settimana prossima potrebbe anche essere quella finalmente decisiva per il via libera al sesto pacchetto di sanzioni. La questione resta complessa, l’Ungheria non arretra e una soluzione non appare “vicina” hanno spiegato fonti europee dicendosi tuttavia ottimiste per i giorni che verranno. Bruxelles resta determinata a mantenere i 27 uniti e a non spacchettare le sanzioni dilazionando l’embargo al petrolio. Una diversa exit strategy sarebbe vista come “un fallimento”, ha spiegato un alto funzionario europeo. Ma per superare lo scoglio dei magiari (e le perplessità di altri Paesi orientali) servirà, per lo meno, venire incontro a Budapest sulle richieste dei fondi necessari per lo stop al greggio russo: circa 700 milioni che l’Ue potrebbe inserire nel piano RepPowerEu. Non è detto che basti. E l’impressione è che Viktor Orban voglia mantenere il punto fino al vertice dei leader.

  • L’Ue accelera sulla difesa comune

    La Nato appare meno interessata all’Europa e quindi sulla formazione di una difesa comune dell’Unione bisogna andare avanti e fare presto. Nel castello di Brdo, in una piovosissima serata slovena, l’Ue ha fatto un altro passo avanti verso un traguardo che, fino a poco tempo fa, sembrava un’utopia. Nella cena informale dei leader la difesa comune e l’autonomia strategica sono stati, assieme al dossier energetico, il piatto forte. Il percorso resta però in salita e il rapporto con l’Alleanza Atlantica è ancora tutto da delineare.

    Dalla Slovenia, infatti, non è emersa alcuna decisione ma un calendario che, nel marzo del 2022, potrebbe portare all’approvazione di un piano ad hoc per la difesa comune. “Ci sono scenari in cui non vediamo la Nato” e “potrebbe essere necessario che l’Ue sia in grado di agire”, sono state le parole della presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

    A Brdo, sul fronte della difesa comune (e non solo), è tornato a riproporsi anche l’asse tra Mario Draghi e Emmanuel Macron. Il premier e il presidente si sono visti in un bilaterale a margine in cui hanno ribadito piena comunione d’intenti nei principali dossier internazionali. Preparandosi, di fatto, a vivere da protagonisti i mesi del post-Angela Merkel. Senza la cancelleria e in attesa del nuovo esecutivo tedesco, sono Draghi e Macron gli uomini forte dell’europeismo.

    Già nel corso della cena il premier italiano aveva avvertito i suoi colleghi che, sulla difesa comune, “non c’è più tempo”. Ma proprio mentre i leader Ue erano seduti a tavola, da Washington giungevano i primi, chiari malumori dei vertici Nato. “Un’organizzazione di difesa reciproca esclusivamente europea rischia di dividere e indebolire l’Alleanza atlantica”, ha avvertito il segretario generale Jens Stoltenberg. Parole che, alla Casa Bianca, poche ore dopo hanno accolto con favore. “Una migliore capacità di difesa europea è nell’interesse degli Usa ma dovrebbe essere complementare alla Nato”, è la linea del segretario di Stato Anthony Blinken, che a Parigi ha visto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio con il quale ha parlato dei tanti temi cruciali su cui c’è sinergia tra Roma e Washington, ma non del dossier della difesa Ue.

    Il rapporto con la Nato resta insomma il primo grande ostacolo per una difesa comune europea. I Paesi baltici, per i quali tradizionalmente l’Alleanza è una sorta di ombrello anti-russo, non a caso sono tra i più scettici. Mentre la Germania paga la debolezza di un governo limitato di fatto agli affari correnti. Tanto che, nel corso della conferenza stampa a Brdo, il primo ministro Janez Jansa ha ammesso come un accordo unanime ancora non ci sia. Ma la crisi afghana e il patto Aukus sembrano portare l’Europa su una strada dalla quale non si potrà tornare indietro. Entro dicembre l’Ue è chiamata ad elaborare lo Strategic Compass, il piano che sarà la base regolamentare e politica della difesa comune. E che il Consiglio Ue, secondo il cronoprogramma di Bruxelles, dovrebbe approvare nel marzo 2022.

    Certo, non c’è solo il nodo del rapporto con la Nato a minacciare continui rallentamenti. “Se l’Europa non ha una politica estera comune è molto difficile che possa avere una difesa comune”, ha spiegato ad esempio Draghi sottolineando come all’unione militare ci si possa arrivare all’interno dell’Europa o con alleanze inter-governative tra i Paesi membri. “Il primo modo è di gran lunga il preferibile, perché manterremmo uno schema sovranazionale”, ha rimarcato il premier italiano annunciando che chiederà alla commissione un’analisi ad hoc sulle opzioni in campo. Mentre sul nodo della relazione con la Nato Draghi è stato netto: “Non credo che qualunque cosa nasca fuori dalla Nato indebolisca la Nato e indebolisca l’Europa”, ha sottolineato sulla stessa linea anche von der Leyen. Ma Draghi è andato oltre, lamentando una certa marginalità dei Paesi Ue nell’ambito dell’Alleanza e auspicando un maggior coordinamento intra-europeo per incidere di più.

  • Guerra e Natura II^ puntata

    L’Asia e forse ancor più l’Africa, sono continenti che racchiudono meravigliosi tesori naturalistici ma anche quelli più massacrati da guerre e guerriglie che ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

    Alcuni conservazionisti hanno dato la vita per la  loro missione: ricordiamo personaggi come Diane Fossey, uccisa a colpi di machete nel 1985 per proteggere gli ultimi gorilla di  montagna in Rwanda (D. Fossey “Gorilla in the mist”); o come George Adamson (ex marito di Joy Adamson autrice del best-seller ”Nata libera-storia della leonessa Elsa”), che visse per anni insieme a leoni e leopardi che lui stesso aveva reinserito in natura. Predisse che la sua morte non sarebbe avvenuta ad opera di questi pur pericolosi carnivori selvaggi: fu ucciso infatti nel 1989 da un gruppo di guerriglieri o banditi somali armati, che scorrazzava nel Kenya settentrionale. (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    ASIA (16 stati e 169 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    AFGANISTAN

    Prima della spaventosa situazione nella quale si è trovato l’Afganistan in questi ultimi decenni, lo zoo di Kabul fu inaugurato nel 1967, quando l’economia del paese era fiorente. Si trattava di un’istituzione importante che, come molti altri moderni zoo, faceva parte di Programmi Internazionali di Conservazione e allevamento di specie in pericolo. Accoglieva circa 400 animali con gruppi riproduttori di specie rare; nello zoo si sperimentava la riproduzione di quelle specie che stavano per estinguersi in Afganistan o in altri paesi del medioriente quali: il Cervo di Bukhara o battriano (Cervus (elaphus?) bactrianus) e altri rari ruminanti selvatici di montagna, come alcune specie di capre e pecore selvatiche vale a dire Stambecchi, Markor, Egagro, Mufloni e Argali, e anche specie del deserto, come la Gazzella persiana (Gazella subgutturosa). Fase successiva era la messa in atto di progetti di reintroduzione di queste specie nei loro luoghi di origine.  Oggi in questo zoo, trasformatosi in un ”lager per animali”, gran parte di quegli esemplari sono scomparsi dai loro recinti e non sappiamo che fine abbiano fatto; né conosciamo l’attuale situazione degli ultimi contingenti afgani delle 75 specie di piante e animali selvatici a rischio, originarie di questo paese, compreso il raro Leopardo delle nevi o Irbis (Panthera uncia) delle zone montuose più elevate del paese. Interessante a questo proposito sarebbe la lettura del libro “The Snow Leopard project and other Adventures in Warzone Conservation” di Alex Dehgan, direttore della Wildlife Conservation Society, che nel 2006, viaggiando alla ricerca di animali superstiti nelle zone più remote del Nuristan, si è ritrovato in un campo ancora minato e non ancora bonificato.

    AFRICA (29 Stati e 220 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    CORNO D’AFRICA (SOMALIA, ETIOPIA , ERITREA, SUD SUDAN ecc…)

    Nel ”Manifesto sulla conservazione e sulle risorse naturali” stilato a Mogadiscio, capitale della Somalia, si legge: ”La Repubblica somala riconosce che la conservazione della natura (…) costituisce un fondamento per il consolidamento e l’armonico sviluppo del paese (…) e si impegna (…) con la costituzione di Parchi nazionali, riserve naturali e l’insegnamento della conservazione della natura nelle scuole. Purtroppo il manifesto risale al 1968; oggi quasta nazione, devastata da guerriglie tribali e mancante di un governo stabile e riconosciuto, è nelle mani dei cosiddetti ‘signori della guerra’.

    Attualmente la parte settentrionale della penisola somala che guarda sul Golfo di Aden si è resa indipendente dal resto del paese col nome di Somaliland, e versa in condizioni politiche e economiche migliori, tanto che la Dott.ssa Laurie Marker a capo del CCF (Cheetah Conservation Fund)  è riuscita ad organizzare e allestire un centro di recupero per i piccoli ghepardi che vengono sequestrati alle frontiere e nei porti del paese dove, bracconieri senza scrupoli, dopo averli sottratti giovanissimi alle cure della madre (spesso uccisa per prendere i cuccioli indifesi) tentano di esportare i giovanissimi ghepardi vendendoli nella penisola arabica; qui infatti è diventato di gran moda, come vero Status Symbol,  passeggiare con un ghepardo addomesticato al guinzaglio o esibirlo sulla propria auto (fonte CCF Italia).

    In Somalia sono state censite ben 158 specie rare: tutti i grossi carnivori, gli ultimi elefanti, ecc ma molte delle specie rappresentano ‘endemismi’ tipici del Corno d’Africa, si tratta quindi di animali che vivono solo in questa regione. L’Italia ha sempre mantenuto rapporti di collaborazione anche in campo naturalistico con questa sua storica ex colonia (Africa Orientale Italiana), tanto che negli anni ’70 diede il suo contributo per l’istituzione di un grande parco nazionale di oltre 30.000 Km², denominato dell’Oltre Giuba, dotato di strutture per la ricerca e l’accoglienza. Oggi non si hanno notizie di questa area protetta e delle sue infrastrutture, nè si conosce la sorte di molte specie rarissime tipiche della fauna somala, come due piccole antilopi: il Beira (Dorcatragus megalotis), delle montagne settentrionali e il Dibatag  (Ammodorcas clarkei), delle zone aride centro-meridonali; il Dibatag sopravvive in un particolare ambiente semi-arido con varie specie di Acacia e Commiphora, denominato ”gedguwa” poco conosciuto ed ormai degradato dal pascolo del bestiame e dalla caccia eccessiva. In una ristrettissima porzione costiera di questo stesso ambiente vive anche la più piccola delle specie di Dik dik, il Dik-dik argentato o di Piacentini (Madoqua piacentinii), che secondo la ‘Red-list’ delle specie rare, redatta dall’IUCN, viene classificata come DD, Deficient Data, vale a dire che mancano dati sulla sua situazione numerica, ma si teme l’estinzione sicura entro pochissimi anni, se gli ultimi esemplari non verranno inseriti in un serio programma di salvaguardia (Bellani G.G. 2013 Gnusletter Vol 31); sempre la ‘Red-list’ liquida anche la situazione della quasi sconosciuta Genetta abyssinica con uno scofortante DD (Deficient data). Non spetta una sorte migliore nemmeno a tre specie di gazzelle: quella di Pelzeln (Gazella dorcas pelzelnii) e di Soemmering (G. soemmerringii berberana) e la gazzella naso o di Speke (Gazella spekei) nè alla popolazione degli ultimi Asini selvatici somali (Equus africanus somalicus) massacrati, forse anche per fame, dalle tribù locali nonostante la protezione nel parco di Yangudi Rassa.

    LIBERIA, SIERRA LEONE, NIGERIA ECC.

    In Liberia, il regime di terrore di Charles Taylor (fortunatamente cacciato nel 2003 ed oggi in carcere per crimini di guerra), ha finanziato i ribelli della Sierra Leone (RUF), desideroso di impossessarsi delle ricchissime miniere di diamanti di cui è ricco il paese. Nazioni come la Liberia e la Sierra Leone (di quest’ultima l’ONU dichiara: ”é il peggior posto al mondo in cui vivere”) non praticano nessun rispetto per i diritti umani; uccisioni e torture degli avversari politici, arruolamento di bambini nell’esercito e 30.000 persone condannate ad amputazioni punitive, sono attività tollerate. Da quando è iniziato il conflitto si contano oltre 100.000 morti e 2 milioni e mezzo di profughi. E’ penoso anche solo elencare le brutture sopportate dalle popolazioni dei paesi dell’Africa occidentale che si affacciano sul Golfo di Guinea, una regione ricchissima di risorse naturali; un tempo era ricoperta da splendide foreste tropicali, oggi in gran parte distrutte insieme alla ricchissima biodiversità che custodivano. Nel 2000 è stata dichiarata estinta una bellissima scimmia, il Colobo di Waldron (Colobus badius waldronae), mentre non si conoscono ancora i contingenti superstiti di molte specie quasi sconosciute, alcune delle quali scoperte solo pochi anni fa, come la Mangusta della Liberia (Liberiictis kuhni) conosciuta e classificata nel 1958 e oggi già sull’orlo dell’estinzione. Molto vulnerabili sono anche l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) tipico delle foreste umide, varie specie di scimmie come alcuni Colobi e Cercopitechi, piccoli carnivori come due Genette (Genetta thierryi e G. johnstoni),  ed alcune piccoli antilopi di foresta come l’antilope reale o pigmea (Neotragus pigmaeus) e il cefalofo zebra (Cephalophus zebra); queste ultime fanno parte della cosiddetta “bushmeat” o carne da selvaggina, e sono l’unico apporto proteico possibile per alcune popolazioni ridotte alla fame.

    EPILOGO

    Non esiste un epilogo molto confortante e non si pensi che dove la guerra è durata molti anni, la cessazione dei conflitti possa risolvere da un giorno all’altro la situazione del patrimonio naturalistico. Gran parte delle aree dove sopravvive il rarissimo Stambecco del Simien (Capra walie), dell’Etiopia, sono disseminate di campi minati, pericolosissimi per le innumerevoli mine ancora inesplose. Durante il Genocidio Rwandese dei Tutsi (forse un milione di perone massacrate) il centro di Karisoke, fondato da Diane Fossey per i Gorilla venne completamente distrutto nel 1994 e migliaia di profughi in fuga invasero le foreste dei gorilla uccidendo un gran numero dei grossi e pacifici Primati.

    Armi e combattimenti lasciano conseguenze disastrose: per esempio durante la guerra del Viet-Nam si fece largo uso di defolianti che causarono l’estrema rarefazione di molte specie di scimmie le quali, come i Langur (Presbytis), si nutrono esclusivamente di foglie; ma i danni maggiori alla biodiversità del paese avvennero al termine del dissidio, quando il governo vietnamita cominciò un selvaggio taglio del patrimonio boschivo sopravvissuto, per poter ottenere il legname indispensabile alla ricostruzione post bellica. In alcuni casi persino la cessazione dei conflitti e i tentativi di ripristino delle condizioni di normalità economica e sociale, purtroppo ricadono ancora sugli abitanti più indifesi degli ambienti naturali, tra i quali certamente gli animali.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: sezione doppio zero

    Nel corso del fine settimana ha fatto scalpore la notizia della conferma della condanna di Mirko Franzoni a nove anni e quattro mesi, da parte della Corte d’Assise di Appello di Brescia.

    Questo il fatto che ha ulteriormente alimentato il dibattito su una presunta, necessaria, modifica estensiva della legittima difesa: nella notte del 14 dicembre 2014, l’uomo aveva inseguito e ucciso – sparandogli da distanza ravvicinata –  un ladro che si era introdotto nella casa del fratello.

    Per quanto è dato sapere, la linea difensiva si sarebbe, peraltro, basata sulla occasionalità dell’evento determinato da un colpo partito accidentalmente e che ha fatto sostenere la tesi dell’omicidio colposo, punito molto meno severamente di quello volontario; all’epoca dei fatti, invero, quando Franzoni fu arrestato, ci furono manifestazioni di solidarietà da parte dei concittadini che ne reclamavano la liberazione, il riconoscimento della legittima difesa, promuovendo una raccolta fondi per contribuire alle spese di assistenza legale.

    In un caso come questo, pur senza conoscere nel dettaglio gli atti processuali, deve escludersi che il comportamento possa essere scriminato posto che lo sparo micidiale fu esploso nei confronti di un soggetto che era ormai in fuga e disarmato, a distanza di tempo dalla intrusione domestica, senza che si rappresentasse alcun rischio per l’incolumità dell’inseguitore. Nessun bilanciamento era dunque possibile tra i beni protetti: patrimonio, messo oggettivamente a repentaglio, e vita o quantomeno incolumità fisica del derubato, che non correva alcun rischio. Prudente ed oculata, pertanto, la scelta di orientare la difesa sulla fortuità della esplosione del colpo di fucile anche se – evidentemente – sono stati i rilievi balistici effettuati a condurre la Corte a conclusioni diverse.

    Resta il fatto che nell’immaginario collettivo, nella opinione pubblica (o almeno parte di essa) la reazione di Franzoni è stata vista come giustificabile anche se dovrebbe apparire evidente agli occhi di chiunque che non lo è: tutt’al più comprensibile nella misura in cui è caratterizzata da un momento di impeto e non da una malvagia spinta omicida, il che spiega la pena sostanzialmente mite e vicina al minimo previsto dalla legge.

    Sono, però, proprio queste pulsioni, queste ansie collettive che alimentano il dibattito su un allargamento del perimetro dell’autodifesa e con esso della disponibilità a detenere armi per l’impiego delle quali, poi, non è detto che si abbia la necessaria competenza e freddezza.

    La normativa attuale sulla legittima difesa, va detto, consente margini già ampi di valutazione anche nel caso in cui sia soltanto putativa: cioè a dire nel caso in cui l’aggredito ritenga di correre un rischio nel concreto insussistente. Per esempio laddove veda l’aggressore portare la mano sotto gli indumenti come per estrarre un’arma e reagisca, anticipando il pericolo, sparando per primo.

    Quello che non è consentito è la vendetta, la reazione eccessiva a fronte di un pregiudizio subito o imminente a un bene il cui parametro di protezione sia inferiore a quello declinato dall’articolo 32: unico tra tutti quelli costituzionalizzati definito come fondamentale e che attiene alla salute, con essa alla integrità fisica e alla vita stessa.

    Ogni allargamento della disciplina vigente rischia di indurre una spirale di violenza ingiustificata e pericolosissima perché la risposta armata dell’aggredito temuta dall’aggressore allenterebbe i freni inibitori di quest’ultimo sin dall’inizio della sua condotta illecita.

    Non abbiamo bisogno di una Sezione Doppio Zero nel codice penale: nemmeno quella del MI6 descritta da Ian Fleming nel contesto della Guerra Fredda altro non era che frutto di immaginazione. Abbiamo bisogno di Giustizia.

  • Da compagnia o da tavola, gli animali sono una responsabilità che va disciplinata

    E’ noto come in Italia vi siano milioni di persone che hanno un animale da compagnia, principalmente cani e gatti ma in molti casi anche altri piccoli animali. Non è solo la solitudine delle grandi città che ha portato più della metà degli italiani ad avere un animale da compagnia, vi è infatti ormai una cultura diffusa che vede nei pet un compagno di vita. Rimane certamente ancora grave la piaga degli abbandoni, specie nei periodi estivi o di vacanza, ancora troppa superficialità porta ad acquistare o a prendere un cane o un gatto senza tenere conto che la presenza in casa di un essere vivente e senziente comporta regole, tempo, dedizione e attenzione alle esigenze dell’animale. Ma è certamente positivo che grazie alla grande propaganda delle associazioni animaliste e all’attenzione dei media, negli ultimi anni più sollecita a parlare di animali e del loro benessere, sia cresciuta negli italiani l’attenzione e il rispetto per gli animali. Purtroppo però, guardando i siti dedicati all’abbandono di cani e gatti, vediamo che ci sono migliaia di animali, specie nel Sud Italia, lasciati da cuccioli nei cassonetti o portati nei canili appena si capiscono i problemi legati alla convivenza. Molti acquistano un animale come status symbol ed è sempre emergenza per quanto riguarda i cani da caccia, anche con pedigree, abbandonati e portati nei canili perché non idonei alla funzione per la quale sono stati acquistati. Se si registra un miglioramento notevole rispetto a 10-20 anni fa, rimane però ancora enorme la piaga degli abbandoni, tenendo anche conto che in troppe città e Regioni mancano strutture appropriate per il ricovero dei cani abbandonati e che ancora manca, nonostante la cippatura regionale, una centralina nazionale per identificare e riconsegnare ai proprietari i cani eventualmente smarriti. Ci auguriamo che il prossimo governo, tra i tanti problemi che dovrà affrontare, dedichi attenzione anche questo, perché risolvendo ci saranno contestualmente segnali di maggior civiltà, meno inutili sofferenze di tanti animali e anche una migliore gestione delle poche risorse utilizzate per il controllo del randagismo.

    Un altro problema è invece quello legato al benessere degli animali da allevamento e da carne. Come ha ricordato un convegno tenutosi all’Auditorium Sant’Ilario di Piacenza, ‘Il benessere degli animali da reddito: percepito e reale’. Nel convegno si è sottolineato come sia, giustamente, cambiata anche la mentalità dei consumatori, che sempre più chiedono che negli allevamenti siano rispettate norme che garantiscano un trattamento degli animali privo di sofferenze. Allevamenti che rispettano le regole garantiscono il consumatore anche sul tema della qualità, infatti i problemi che derivano da strutture non idonee, sovraffollate e nelle quali gli animali patiscono sofferenze producono stress molto gravi che portano gli animali  a produrre meno latte, ammalarsi, prendere dei farmaci che poi vanno a nuocere anche alla salute dei consumatori. Convegno senza dubbio interessante, ma ancora una volta dobbiamo segnalare con vivo rammarico la mancanza di attenzione verso i luoghi di macellazione e il netto rifiuto, che in Italia dovrebbe esserci, per la macellazione rituale (della quale abbiamo parlato nello scorso numero de Il Patto Sociale).

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