difesa

  • La giornata mondiale del cane ci ricorda che c’è ancora molto da fare

    Nella giornata mondiale dedicata al cane, compagno leale e disinteressato di milioni e milioni di persone, dobbiamo ancora una volta fare i conti con i numeri, sempre altissimi, degli animali abbandonati, e delle troppe truffe e veri e propri delitti commessi dalle zoomafie.

    Se da un lato vi è una sempre maggior presa di coscienza da parte di chi decide di avere un compagno di vita a quattro zampe non mancano purtroppo gli abbandoni, specie nei periodi di vacanza e le rinunce che alcuni fanno riportando il cane o il gatto adottati ai rifugi di provenienza.

    Rimangono ancora inascoltati, da parte delle istituzioni, gli appelli a controllare i rifugi ed i canili e gattili e a crearne di nuovi sotto i controlli dei comuni, nonostante una nuova legge che ha sancito pene più severe e la detenzione per chi maltratta un animale, ancora troppo spesso bisogna intervenire, e a volte non si fa in tempo, per sottrarre cani rinchiusi in spazi angusti, esposti al sole o alle intemperie, privi di quel minimo di igiene necessario alla sopravvivenza.

    Un mondo diviso tra chi esagera e compra cappottini di cashmere e chi porta alla morte poveri animali colpevoli solo di essersi fidati dell’essere umano. Oggi almeno per un giorno, guardiamoci intorno, forse vicino c’è un cane o un gatto che hanno bisogno del nostro aiuto.

  • Difesa comune?

    Molto spesso si parla del distacco tra il mondo della politica intesa nella definizione più ampia e la vita reale, e quindi le legittime aspettative dei cittadini.

    Troppo spesso anche di fronte a questo evidente distacco, la politica crede di poter imporre vincoli e schemi culturali lontani anni luce dal sentire della popolazione che stanno amministrando solo in nome dei principi istituzionali interpretati invece con l’evidente intenzione di raggiungere obiettivi particolari. Paradossalmente la politica percepisce sé stessa sempre più come élite culturale per quanto distante si dimostra nella realizzazione di modelli culturali che da decenni continua ad imporre a quello che considera il “popolino”.

    Poi esistono i bagni di umiltà o meglio il ritorno alla realtà dettato dall’esito delle iniziative politiche di chi governa le quali dovrebbero imporre una revisione delle priorità che la politica si è posta.

    In questo contesto l’esito dell’arruolamento volontario in Germania, che ha visto 300 volontari sui 20.000 ipotizzati, dimostra quanto velleitario il progetto di una difesa comune europea possa essere ancora oggi considerato ed interpretato. Questo risultato fornisce l’idea del delirio delle classi politiche e governative sia tedesca che  europee in generale tanto in ambito militare che economico le quali non condividono la realtà economica, sociale e politica dei diversi paesi che formano l’Unione Europea, non sanno più interpretare le aspettative di pace dell’intera popolazione europea .Tantomeno possiedono  nel proprio bagaglio gli strumenti culturali per imporre priorità necessarie alla  salvaguardia delle “garanzie democratiche ” .

    Solo quando la politica, abbandonando la centralità dei temi “etici” minoritari ma ad alto impatto di immagine e comunicazione, tornerà finalmente a parlare di lavoro, sviluppo, occupazione ed introdurrà nuovamente negli scenari di guerra la parola diplomazia, solo allora la politica si dimostrerà in grado di tornare ad essere la legittima interprete delle aspettative dei cittadini.

  • Promemoria per cittadini, associazioni e per chi governa

    Anche in materia di caccia ed ambiente le direttive europee non possono essere violate. Una legge nazionale non può derogare dal diritto europeo, se il diritto europeo non è rispettato l’Europa attiva le procedure di infrazione contro lo Stato membro colpevole della violazione.

    In prima istanza la Commissione Europea indirizza una lettera con la quale avverte e mette in mora il governo che ha promulgato una legge non conforme alle disposizioni europee.

    Se i chiarimenti e le modifiche richieste non avvengono nei tempi e modi stabiliti si apre un contenzioso di fronte alla Corte di Giustizia e possono partire sanzioni economiche.

    L’Italia ha una sanzione base di 8.000 euro al giorno che può portare a tre milioni di euro all’anno, sono  più di 70 le procedure di infrazione contro leggi italiane che non rispettano quanto stabilito dall’Unione Europea e quasi trenta di queste infrazioni sono connesse alle normative ambientali.

    La nuova legge sulla caccia viola in più punti le norme europee stabilite per preservare, attraverso l’ambiente, la nostra stessa salute, infatti tutelare l’ecosistema non è un’opzione ma una necessità per tutti.

    Aprire la caccia nelle foreste demaniali, nelle montagne innevate, non tutelare più stambecchi ed uccelli migratori, ampliare l’uso dei richiami vivi, deregolamentare gli appostamenti fissi per la caccia, prolungare la stagione venatoria, mettendo sempre più a rischio la fauna selvatica che è fonte di equilibrio per il territorio, non solo è in contrasto con la normativa habitat ma con il buon senso.

    Se poi si tiene conto, come già pubblicato sul Patto Sociale, della costante diminuzione delle doppiette e dell’età sempre più avanzata dei cacciatori, molti oggi hanno il permesso di caccia solo per avere un’arma di difesa a disposizione, si comprende come sia necessario modificare la legge sulla caccia in modo sensibilmente restrittivo al contrario di quanto si sta facendo.

  • La difesa comune

    Ancora una volta le dichiarazioni contrastanti di Trump sui Patriot per l’Ucraina dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’inattendibilità del presidente americano e la necessità per l’Europa di unire in modo organico i propri sistemi di difesa.

    Piaccia o meno ad alcuni, pacifisti di comodo, la sicurezza dell’Europa, come dell’Ucraina e di altri Stati che attendono l’ingresso nell’Unione, dipendo solo da noi, dalla creazione di un sistema di difesa comune, il tempo passa veloce troppe parole e pochi fatti non garantiscono la libertà e la democrazia del nostro occidente.
    Il missile, probabilmente di fabbricazione nord coreana, che ha colpito il territorio polacco come altri droni precipitati in Romania sono più che campanelli d’allarme, Putin sta testando la nostra capacità di reazione per usare poi altri strumenti di intimidazione, oltre a quelli già in essere tramite la rete, la disinformazione e gli attacchi di hackeraggio.

    Se il Nord Corea fornirà altri 30.000 soldati a Mosca, altra carne da cannone, avremo nuovamente una recrudescenza della guerra di trincea mentre un altro pericolo colpisce diversi paesi più poveri che non riescono più ad ottenere il grano ucraino per i bombardamenti russi sulle navi da carico ed altri milioni di persone rischiano, di conseguenza, la fame in aree dove o le piogge eccessive o la imponente siccità creano grandi aree prive di approvvigionamenti alimentari.

    È arrivato il momento, per l’Unione, di una revisione istituzionale da troppo rimandata, il voto all’unanimità tiene il progresso bloccato e mette a rischio la nostra incolumità di europei, come sosteniamo da anni, dobbiamo decidere come abbiamo fatto per l’euro.

    Gli Stati che sono pronti avviino il processo di unificazione dei sistemi di difesa anche attraverso una centrale d’acquisto dei mezzi e degli strumenti necessari affinché i militari possano esercitarsi su sistemi conosciuti da tutti, anche se provengono da paesi e da lingue diverse.

    Gli altri Stati entreranno nella  difesa comune quando si sentiranno pronti ma aspettare ancora diventa ogni giorno più pericoloso, siamo  di fronte a dittatori senza scrupoli come Putin e Kim Jong-un, a numerosi terroristi organizzati come gli Houti o gli Shabaab somali ed ad numero imprecisato, non solo di deviati mentali, che periodicamente, usando coltelli, autovetture o appiccando incendi distruggono le nostre vite e mettono a serio rischio sia l’economia che il senso di sicurezza al quale abbiamo diritto.

    Gli Stati Uniti oggi non sono più un punto di riferimento ma rischiano di diventare un nuovo pericolo per seguire gli interessi personali di Trump, non organizzarci di conseguenza diventa colpevole

  • In attesa di Giustizia: partial defence

    E dire che Britannia e Caledonia erano province romane ed il Vallo di Adriano una fortificazione volta a prevenire le scorrerie delle tribù dei Pitti: barbari tra i barbari che si tentava di civilizzare romanizzandoli…un periodo della storia che ancora brucia agli inglesi perché nessun altro è mai più riuscito ad invadere la loro isoletta ed a tentare ad insegnare loro qualcosa; eppure, dobbiamo ammetterlo, sul piano del diritto (in cui i romani primeggiavano) qualcosa hanno avuto da insegnarci dai tempi della Magna Carta a quelli della Dichiarazione dei Diritti mentre da noi la facevano da padroni gli inquisitori Domenicani con i loro metodi spicci per ottenere confessioni di stregoneria, eresia ed apostasia e risolvendo il problema con roghi ben allestiti.

    Il caso di Mario Roggero, con tutte le polemiche e proposte (quasi sempre fuori luogo) che l’hanno accompagnato, è l’occasione per offrire ai lettori la possibilità di conoscere una disciplina che il nostro codice non contempla ma che  vale la pena almeno di conoscere e  valutare: la partial defence, letteralmente “difesa parziale”, è un istituto di common law pensato per i casi in cui la morte di un aggressore venga cagionata da chi, poco prima, ha subito la commissione di un reato, come una rapina, ma non si trova più nelle condizioni che giustificano la legittima difesa (attualità del pericolo, proporzionalità e necessità della reazione). Non si tratta né di un’attenuante né di una scriminante, ma di un meccanismo giuridico del fatto che riqualifica il reato da murder — l’equivalente, grosso modo, del nostro omicidio doloso — a manslaughter, categoria autonoma con una propria cornice sanzionatoria, più mite e con ampia forbice discrezionale nella determinazione finale della pena, a seconda dei casi.

    Questa, in sostanza, è la partial defence: un criterio di imputazione che, se riconosciuto, modifica il reato, donde l’aggettivo “parziale” perché non porta all’assoluzione, ma a una condanna per un reato di omicidio meno grave, il manslaughter che – però – non equivale neppure al nostro eccesso colposo in legittima difesa, suddividendosi in due distinte categorie. Nel voluntary manslaughter, che qui interessa, ciò che viene meno non è la volontà dell’evento morte, ma la piena rimproverabilità per aver compiuto il fatto in una condizione di alterazione emotiva riconosciuta per legge. E poi c’è l’involuntary manslaughter, dove la morte non è voluta, ma deriva da imprudenza o negligenza. La partial defence può configurarsi, ovviamente, solo con riferimento al voluntary manslaughter.

    Il legislatore britannico attraverso modifiche progressive nel tempo ha, in sostanza, voluto correggere una “difesa” percepita come troppo indulgente verso chi uccideva in un impeto di rabbia improvvisa, e troppo poco sensibile verso chi reagiva non con un’esplosione immediata, ma dopo un lungo logorio psicologico, come spesso accade nelle violenze domestiche reiterate. La legge attuale ha così eliminato il requisito della reazione “improvvisa” (sudden), prevedendo, però, che la stessa debba essere determinata da un qualifying trigger, cioè da un timore fondato di fatti di violenza estrema da parte della vittima: in un siffatto contesto si aggiunge una sorta di test oggettivo, che richiede al giudice di valutare se una persona, dotata di normale tolleranza e autocontrollo, si sarebbe potuta comportare in modo analogo nelle stesse circostanze. C’è, infine, una clausola che esclude espressamente la difesa quando risulti che l’imputato abbia agito per un “desiderio ponderato di vendetta”, ciò per impedire che una ritorsione fredda e calcolata possa essere giustificata parzialmente dalla perdita di controllo. Se la partial defence per loss of control viene accolta, il reato diventa manslaughter, e la pena applicabile, secondo i casi e le linee guida del Sentencing Council, va da un minimo di tre anni fino ad un massimo di venti: non certo buffetti sulle guance.

    Nel dibattito italiano dove si blatera di difesa che è sempre legittima e di clemenza obbligata nessuno sembra aver preso in considerazione l’esperienza anglosassone della partial defence, eppure questo antico istituto potrebbe rappresentare, nella prospettiva di riforma, il punto di equilibrio fra le contrapposte esigenze di giustizia: non legittimare la vendetta privata, non destrutturare la legittima difesa e, al tempo stesso, considerare la perdita di controllo. I nuovi barbari del diritto siamo noi.

  • In attesa di Giustizia: grazia e giustizia

    La domanda di grazia al gioielliere Mario Roggero continua a tenere banco e da più parti viene arricchito lo stupidiarium juris di accompagnamento alla sentenza di condanna ed alla perorazione per un sollecito provvedimento di clemenza che – detto da un avvocato difensore qual è il curatore di questa rubrica – oggi, sarebbe un grave errore: significherebbe porre nel nulla i presupposti del riconoscimento della legittima difesa che è un istituto giuridico, ampiamente esteso con una iniziativa di legge proprio a matrice salviniana, in anni recenti ma senza autorizzare condotte analoghe a quelle del gioielliere piemontese. Ed allora, se la legge voluta da chi oggi la contesta dovesse essere vanificata dalla concessione della grazia che ne sarebbe della certezza del diritto e della giustizia? Chi potrebbe mai sostenere, infatti, che se dovesse verificarsi da qui in avanti un caso analogo il responsabile non dovrebbe essere subito graziato dal Presidente della Repubblica, “come nel caso Roggero”? Si autorizzerebbe di fatto, seppur indirettamente, il superamento della disciplina penale, l’inseguimento del rapinatore in fuga e la sua esecuzione sul posto: una “giustizia” fai da te, una vendetta legalizzata. Resta più che comprensibile il dramma umano che questa vicenda porta con sé la figura tragica di un uomo che da vittima è diventato carnefice e ed ha varcato la soglia del carcere, ma una società matura e civile ha il dovere di fare rispettare le sue regole sempre, senza scorciatoie emotive, populiste e pericolose per gli equilibri di una convivenza ordinata tra le persone. Chi alimenta pulsioni istintive e sommarie nell’opinione pubblica è un irresponsabile, alla ricerca di un consenso facile, ma con un prezzo altissimo da pagare per l’intera società…né più né meno che mutatis mutandis sta accadendo con la vicenda bolognese che ha visto morire un immigrato. L’indagine della Procura dovrà accertare come è morto Fakir.

    Quello che abbiamo visto indica comunque un fatto certo: un uomo è morto nelle mani dello Stato, quello Stato che dovrebbe proteggere i cittadini, che sia avvenuto per colpa, per incapacità, per ignoranza, di polizia e operatori del 118 presenti, non cambia la sostanza delle cose perché lo Stato deve anche sapere prendere in custodia una persona, perché quando la vita di una persona è nelle mani di chi ne esercita funzioni e poteri non deve essere stritolata. Senso di impunità, fondato sulle leggi-sicurezza che preservano gli operatori delle Forze dell’ordine dalla perseguibilità dei loro errori, o scarso addestramento o le due cose insieme rischiano di distruggere la civiltà della nostra convivenza e anche la percezione della sicurezza generale, messa in crisi da un sistema di polizia che non rispetta l’essere umano e davanti al quale avere paura, se non si interviene immediatamente a ristabilire l’equilibrio dei rapporti tra la forza dello Stato e i cittadini. Nessuno si senta escluso, asserita brava gente compresa.

    Le riprese dell’intervento su Fakir sono durissime ma bisogna guardarle e non è questo il genere di tutela che si auspica per evitare che ci si faccia giustizia da sé in condizioni di reale o presunta autodifesa altrimenti non si è altro che in presenza di declinazioni diverse del codice di Hammurabi.

  • Accordo raggiunto per accelerare l’espansione della base industriale della difesa dell’UE

    La Commissione europea si compiace per l’accordo politico provvisorio raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE per semplificare gli appalti nel settore della sicurezza e della difesa, agevolare gli investimenti nel settore della difesa e sostenere l’industria della difesa.

    Un anno fa la Commissione ha proposto il pacchetto omnibus nel settore della difesa, nell’ambito dell’agenda di semplificazione dell’UE volta a rafforzare la competitività dell’Europa. Tali misure rappresentano una risposta concreta alle richieste dell’industria riguardo a politiche industriali della difesa più rapide, flessibili e meno onerose, mirate a rafforzare la sicurezza e la resilienza industriale dell’Europa.

    L’accordo agevolerà il trasferimento di prodotti per la difesa all’interno dell’UE. Nuove licenze a livello dell’UE ed esenzioni più ampie dall’autorizzazione preventiva renderanno più semplice il trasferimento transfrontaliero di prodotti per la difesa e contribuiranno a ridurre i ritardi.

    L’accordo provvisorio intende inoltre razionalizzare le procedure di appalto nel settore della difesa per le amministrazioni aggiudicatrici e l’industria. Ciò ridurrà gli oneri amministrativi e contribuirà ad accelerare gli appalti nel settore della difesa.

    L’accordo introduce autorizzazioni più rapide per i progetti nel settore della difesa, introducendo un termine di 42 giorni lavorativi per le decisioni in materia di autorizzazioni e rendendo automatica l’approvazione qualora le autorità non rispondano in tempo utile. Ciò aiuterà i progetti critici nel settore della difesa a progredire più rapidamente.

  • La Costituzione italiana riconosce gli animali come esseri senzienti

    Dal 21 gennaio del 2026 un nuovo decreto segna un decisivo passo avanti nella tutela del mondo animale, l’art. 9 della Costituzione italiana riconosce gli animali come esseri senzienti e la loro difesa diventa un dovere pubblico così il nuovo decreto stabilisce attività e regole per intervenire in caso di necessità.
    Da gennaio gli animali, che si trovino in situazioni rischiose e pericolose, anche per calamità naturali o di disastri di vario tipo e genere, devono essere soccorsi e salvati, siano animali da lavoro, da reddito, da compagnia o animali liberi e selvatici.

    Una delle prime attività da compiere è la mappatura del territorio per identificare le strutture che già ospitano animali, dai rifugi per cani e gatti agli allevamenti, per far sì che, in caso di pericolo, sia pronta l’organizzazione necessaria per andarli a recuperare, contestualmente si sta provvedendo all’organizzazione per il loro trasporto e ricovero, occorrono infatti aree adeguate ove portarli ed individuare i  veterinari necessari alla loro assistenza, inoltre bisogna provvedere alla redazione dei protocolli di attuazione tenuto conto delle risorse disponibili e reperibili.

    Un altro importante obiettivo da raggiungere è il monitoraggio e censimento delle molte associazioni di volontariato che lavorano in tutta Italia e che da anni intervengono efficacemente per mettere in sicurezza animali maltrattati o abbandonati, le associazioni spesso forniscono preziose informazioni a Carabinieri e Guardia di Finanza per identificare illeciti e reati commessi dalle zoomafie.

    Ad oggi le associazioni che si occupano volontariamente della tutela degli animali sono state spesso più o meno sole, sul territorio, con le nuove disposizioni vi sarà un censimento per identificare le realtà, in regola con i requisiti, che saranno coinvolte nelle attività di recupero e salvataggio.

  • Più deterrenza nucleare in Europa, secondo il Financial Times gli Usa ci stanno pensando

    Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di dispiegare armi nucleari in ulteriori Paesi europei della Nato, in una mossa volta a rassicurare gli alleati sul fatto che una riduzione del sostegno militare convenzionale non indebolirebbe le garanzie di sicurezza statunitensi. Lo riferisce in esclusiva il quotidiano britannico “Financial Times”, citando tre fonti informate sui colloqui, secondo cui funzionari dell’amministrazione presidenziale Usa hanno espresso l’apertura a nuovi dispiegamenti oltre agli attuali sei Paesi che ospitano velivoli in grado di condurre attacchi con armi nucleari.

    Le discussioni, definite altamente riservate e non necessariamente destinate a produrre modifiche agli accordi di condivisione nucleare, avvengono in un contesto di crescente preoccupazione in Europa per le decisioni del presidente Donald Trump di ritirare truppe e sistemi d’arma critici dal Vecchio continente. L’eventuale ampliamento consentirebbe ad altri Paesi di ospitare velivoli statunitensi dotati di armi nucleari. Secondo due delle fonti citate, l’apertura degli Stati Uniti a queste discussioni mira a mostrare l’impegno di Washington a garantire l’ombrello nucleare, mentre gli alleati europei vengono spinti, in particolare in ambito Nato, ad assumere una quota maggiore dell’onere per quanto concerne la difesa convenzionale. I Paesi del fianco orientale della Nato, tra cui Polonia e Stati baltici, sarebbero interessati a ospitare basi per velivoli a doppia capacità. Varsavia, in particolare, ha già espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari statunitensi, mentre quest’anno ha aderito anche a un’iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron per valutare il possibile trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei. Secondo una fonte, le discussioni sono in corso attraverso i canali della Nato e gli alleati più vicini ai confini russi hanno mostrato il maggiore interesse, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina e dei ripetuti riferimenti del presidente Vladimir Putin alle capacità nucleari di Mosca. Una seconda fonte ha tuttavia precisato che un accordo per ampliare la capacità nucleare statunitense in Europa non si può definire come imminente. Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge attualmente Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito, tutti Paesi autorizzati a ospitare velivoli a doppia capacità e bombe nucleari statunitensi “forward-deployed”, custodite da personale Usa e utilizzabili solo previa autorizzazione di Washington. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato il mese scorso che, pur in presenza di un maggiore orientamento statunitense verso altri teatri, “la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse”.

  • Morta Galdikas, la maggior esperta mondiale di oranghi

    È morta a 79 anni Birutė Galdikas, antropologa, primatologa di origini lituane, tra le più importanti studiose degli oranghi.

    Per oltre quattro decenni aveva vissuto nel Borneo, osservando gli oranghi nel loro ambiente naturale e documentando comportamenti fino ad allora quasi sconosciuti. Il suo nome è legato al progetto avviato dal paleoantropologo Louis Leakey, che affidò a lei e altre due ricercatrici – le tre furono presto ribattezzate Trimates – lo studio dei grandi primati in natura: Jane Goodall per gli scimpanzé e Dian Fossey per i gorilla.

    Nel 1971 Galdikas raggiunse la riserva di Tanjung Puting, dove fondò il campo di ricerca noto come Camp Leakey. I suoi lavori permisero di documentare dieta, comportamento sociale, riproduzione e ritmi di crescita, aspetti fino ad allora poco conosciuti. Tra i contributi più importanti forniti dalla sue ricerche, pubblicate su National Geographic, ci sono la descrizione degli intervalli di nascita molto lunghi, uno degli elementi che rende la specie particolarmente vulnerabile, nonché dell’intelligenza, dell’indole solitaria e della complessa relazione tra gli oranghi e il loro habitat forestale.

    Galdikas avviò anche il primo programma di riabilitazione per oranghi orfani o provenienti dalla cattività. Molti animali erano stati sottratti illegalmente alla foresta o rimasti senza madre a causa della distruzione dell’habitat. Decise anche di crescere uno dei figli insieme alla piccola orfana di orango Princess, notando le somiglianze tra il cucciolo umano e il piccolo primate

    Nel 1986 fondò la Orangutan Foundation International, con l’obiettivo di proteggere gli oranghi e le foreste da cui dipendono. La scienziata denunciò per anni la deforestazione legata alle piantagioni di olio di palma, considerata una delle principali minacce per la sopravvivenza della specie. Il suo impegno ha ispirato nuove generazioni di scienziati e, in particolare, molte donne a intraprendere la carriera scientifica. Tra i suoi numerosi successi anche la promozione della designazione di Tanjung Puting come Parco Nazionale e la guida della prima Conferenza Mondiale sulle Grandi Scimmie nel 1991.

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