difesa

  • La Commissione presenta la strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione

    La Commissione presenta la prima strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione, che definisce gli obiettivi politici dell’UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da bussola per i prossimi cinque anni, indicando una serie di priorità concrete.

    L’UE ha in tal modo aperto un nuovo capitolo sulla migrazione e l’asilo, basandosi sui progressi sostanziali compiuti nella protezione delle nostre frontiere esterne e consolidandoli, perseguendo una diplomazia assertiva in materia di migrazione (esempio: i nostri partenariati strategici e globali con i paesi partner) e attuando le riforme introdotte dal patto sulla migrazione e l’asilo. Negli ultimi anni tutti questi fattori hanno contribuito a una costante diminuzione della migrazione illegale e a una migliore gestione della migrazione.

    La Commissione sta inoltre adottando la prima strategia in assoluto dell’UE in materia di visti. Tale strategia fissa un quadro per una politica dei visti più strategica e mirata a promuovere gli interessi a lungo termine dell’UE, che le consentirà di essere meglio attrezzata riguardo alla crescente mobilità e alle conseguenze dell’instabilità regionale e della concorrenza geopolitica.

    La strategia mira a rendere l’Europa più sicura, rafforzando la “prima linea” degli accertamenti di sicurezza; più prospera e competitiva, agevolando l’accesso di coloro che contribuiscono alle nostre economie e società; più influente a livello mondiale, promuovendo gli interessi strategici, i valori e la posizione globale dell’UE e più efficiente, grazie a una politica dei visti più intelligente, moderna e coerente.

  • La Cina arruola i pescatori per controllare i mari di suo interesse. Intanto litiga con le Filippine

    Nelle ultime settimane, la Cina ha silenziosamente mobilitato migliaia di pescherecci per formare enormi barriere galleggianti lunghe almeno 200 miglia, dimostrando un nuovo livello di coordinamento che potrebbe offrire a Pechino maggiori possibilità di imporre il controllo nei mari contesi. Lo scrive il “New York Times”, in riferimento a due recenti operazioni passate inosservate. Un’analisi dei dati di tracciamento delle navi condotta dal quotidiano rivela che, lo scorso 11 gennaio, circa 1.400 imbarcazioni cinesi hanno interrotto le loro consuete attività di pesca o hanno lasciato i loro porti di origine per radunarsi nel Mar Cinese Orientale, formando come un rettangolo in mare lungo oltre 200 miglia.

    La formazione, scrive il “Nyt”, si è rivelata così fitta che alcune navi cargo in avvicinamento hanno dovuto aggirarla o procedere a zig-zag, come mostrato dai dati di tracciamento delle navi. L’esercitazione dell’11 gennaio ha fatto seguito a un’operazione simile organizzata il giorno di Natale, quando circa 2 mila pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, sempre nel Mar Cinese Orientale. Ognuna di queste si estendeva per 290 miglia (oltre 466 chilometri) – pari alla distanza che separa Roma da Cosenza – formando una forma a L rovesciata, come indicano i dati sulla posizione delle navi. Secondo l’esame di esperti marittimi e militari le manovre suggerirebbero che la Cina stia rafforzando le sue unità marittime, formate in questo caso da pescherecci civili addestrati a partecipare a operazioni militari. Gli esercizi così monitorati dimostrerebbero che Pechino è in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi.

    Il 13 gennaio l’ambasciata cinese nelle Filippine ha respinto con fermezza le ultime affermazioni del Consiglio nazionale marittimo filippino sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, accusando Manila di “affermazioni infondate e fuorvianti” e di aver “tratto in inganno l’opinione pubblica” confondendo deliberatamente acque territoriali e zona economica esclusiva (Zee). In una dichiarazione diffusa nella serata di ieri, la rappresentanza diplomatica cinese ha sottolineato che nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) “non esiste alcun concetto di ‘zona marittima’”, ma solo regimi giuridici come mare territoriale e Zee. Secondo Pechino, “per lungo tempo le Filippine hanno deliberatamente offuscato la distinzione tra mare territoriale e Zee”, descrivendo come “pattugliamenti illegali” attività cinesi considerate normali in acque rivendicate come zona economica esclusiva da entrambe le parti.

    La Cina ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui l’arbitrato avviato unilateralmente dalle Filippine è “nullo e privo di effetto fin dall’inizio”, ricordando che nel 2006 Pechino ha escluso, ai sensi dell’articolo 298 dell’Unclos, le dispute sulla delimitazione marittima dai procedimenti arbitrali senza consenso. Nel ricostruire l’origine delle tensioni, la dichiarazione punta il dito contro Manila. Viene citato l’episodio del 1999, quando una nave militare filippina fu “illegalmente incagliata” a Ren’ai Jiao, con successivi rifornimenti di materiali da costruzione “nel tentativo di trasformarla in un avamposto militare permanente”. Più recentemente, secondo Pechino, dal secondo semestre del 2023 le Filippine avrebbero inviato ripetutamente navi della guardia costiera e pescherecci nelle acque territoriali di Huangyan Dao, “costringendo la Cina ad adottare misure necessarie di tutela”.

    La nota richiama anche la presenza, tra aprile e settembre 2024, di una nave della guardia costiera filippina nella secca di Sabina (Xianbin Jiao) per quasi cinque mesi, sollevando il sospetto di un possibile nuovo “incagliamento”. L’ultimo episodio citato risale al 12 dicembre 2025, quando, secondo la Cina, Manila avrebbe “organizzato e orchestrato” l’ingresso illegale di numerose imbarcazioni nella stessa area.

  • Lettera aperta al Ministro Nordio

    Scrivo queste righe dopo aver letto l’ennesima sentenza che colpisce un carabiniere per aver reagito durante un intervento, dopo che un collega era stato ferito con un cacciavite.
    Non scrivo per polemica.
    Scrivo perché questa storia non è un’eccezione. È un simbolo.

    Io quella violenza l’ho conosciuta direttamente.
    Stessa arma.
    Stesso gesto.
    Un cacciavite conficcato nella pancia da un criminale che non aveva nulla da perdere.

    È stato arrestato.
    E, come spesso accade, dopo pochi mesi era di nuovo libero.

    Libero di tornare a casa.
    Libero di dimostrare, ancora una volta, quanto fosse pericoloso.

    Nella sua abitazione ha accoltellato sua madre, riducendola in fin di vita.
    Un fatto gravissimo, che avrebbe dovuto chiarire definitivamente la natura di quell’uomo.
    E invece no: anche dopo questo è tornato in libertà.

    A questo punto la domanda non è più emotiva, è razionale:

    Cosa pensano alcuni giudici italiani quando valutano questi casi?

    Che idea hanno della pericolosità reale, della prevenzione, della tutela delle vittime?

    Perché da cittadini — e ancor più da chi serve lo Stato — si ha l’impressione che il sistema sia capace solo di intervenire dopo, quando il danno è ormai fatto, quando qualcuno è stato ferito, mutilato o ucciso.

    Nel frattempo, chi indossa una divisa vive con una certezza amara: se reagisci, se difendi, se fai il tuo dovere in pochi secondi, verrai giudicato col senno di poi, a freddo, in un’aula lontana dalla strada, dal sangue, dalla paura.

    Nelle caserme non si urla.
    Non si invoca vendetta.
    C’è qualcosa di peggiore: la sfiducia.

    La sensazione di essere trattati come potenziali colpevoli, mentre chi delinque sembra godere di infinite attenuanti, seconde possibilità, giustificazioni.

    Questa non è una richiesta di impunità.
    È una richiesta di equilibrio, responsabilità e buon senso.

    Uno Stato che non protegge chi lo difende,

    uno Stato che rimette in libertà chi dimostra più volte di essere pericoloso,
    uno Stato che punisce l’intervento e tollera l’aggressione,

    non è uno Stato giusto.
    È uno Stato che abdica alla sua funzione primaria: la tutela dei cittadini e di chi li protegge.

    Questa lettera non nasce dall’odio.
    Nasce dalla constatazione di una realtà che molti fingono di non vedere.
    E prima o poi, questa realtà presenterà il conto a tutti.

  • Può toccare a noi

    Come molti, da sempre, auspichiamo per il popolo venezuelano, come per tutti gli altri popoli, di poter vivere in democrazia e libertà, una democrazia e libertà che Maduro aveva da troppo tempo negato.

    Come molti osserviamo che ormai il diritto internazionale sembra diventato un optional, rispettarlo è obbligo solo per i paesi meno forti, se sei la Russia, gli Stati Uniti o la Cina puoi fare come vuoi quando vuoi.

    Non serve essere fini analisti politici o esperti di questioni internazionali per comprendere come siamo tutti di fronte ad un riassetto delle aree di influenza, potere e affari economici nell’intero pianeta.

    L’Europa è chiaro che deve organizzarsi da sola per sopravvivere, non fa parte, perché senza politica estera e di difesa comune, dello scacchiere sul quale giocano i grandi, anzi ha il difetto di essere un’importante realtà economica, in parte priva delle più importanti risorse naturali che deve importare, e un importante mercato per chi deve esportare, essere così forti economicamente e così deboli, militarmente e politicamente, non solo la rende ininfluente ma la tramuta in una preda ambita.

    Alla luce di quanto è avvenuto in Venezuela, dopo i lunghi mesi nei quali Trump ha riallacciato i rapporti con Putin ed ha tenuto una posizione più che ambigua con l’Ucraina e con l’Unione Europea, non siamo certo i soli ad aver compreso che i tempi stanno precipitando, che il denaro e gli affari valgono più del diritto, che l’esercizio della forza  è la nuova legge e non ha più bisogno di giustificazioni di qualunque tipo.
    Unica notizia che ci può far guardare ad un futuro con meno dittature è la ribellione del popolo iraniano, sperando non sia massacrato mentre cerca uno spiraglio di libertà e l’unica opzione per noi europei è che gli ucraini continuino a combattere ed a resistere aiutati, seriamente e decisamente, da un’Europa che diventi, subito, consapevole che dopo l’Ucraina può toccare a noi, presi uno per uno se perdiamo l’unità.

  • L’Ucraina non può aspettare

    I “Grandi”, veri o convinti di esserlo, ormai disquisiscono, da giorni, sugli ipotetici punti che dovrebbero portare una pace, giusta e durevole, in Ucraina.

    Nel frattempo qualche vero o presunto scandalo, tra alcuni personaggi a Kiev, e la certezza, consolidata da più prove, che il mediatore di Trump con Putin è più amico di Putin e più interessato ai reciproci business che a quello che invece preoccupa il mondo civile, quello che non ha il denaro ma la giustizia come obiettivo, e cioè la pace giusta, occupano articoli e non portano certo a notizie rassicuranti.

    Noi possiamo fare ben poco oltre a continuare a scrivere, come sempre, la realtà, la realtà perché la verità la manipolano, inventano, modificano i potenti ed i loro servi.

    La Russia di Putin ha attaccato l’Ucraina, un Paese indipendente e sovrano, dopo aver dichiarato, parole di Putin, fino al giorno prima che non ci sarebbe stata nessuna invasione.

    L’invasione è stata fatta in spregio ad ogni regola internazionale, grazie a Putin non esiste più un diritto comune che regolamenti, almeno in parte, i rapporti tra gli Stati. Ora chiunque potrebbe attaccare chiunque perché l’unico diritto è quello della forza.

    La prima notte di guerra l’esercito di Putin ha cercato, senza riuscirci, di conquistare la capitale, Kiev e di uccidere il presidente Zelensky.

    Gli ucraini hanno invece respinto il proditorio attacco russo.

    Potenze alleate hanno offerto a Zelensky di rifugiarsi all’estero e il presidente invece è rimasto al fianco del suo popolo organizzando la controffensiva.

    Da ormai quattro anni l’ucraina resiste all’immensa potenza dello zar Putin che, per cercare di vincere quella che ha chiamato operazione speciale e non guerra, ha usato mercenari, arruolato assassini e detenuti nelle carceri, reclutato uomini disperati per la miseria delle regioni più lontane, ha siglato un accordo con un pazzo irresponsabile come Kim Jong-un mandando al massacro migliaia di ignari coreani.

    Quella che Putin riteneva poco più di una passeggiata si è rivelata una guerra sanguinosa dove centinaia di migliaia di russi sono morti, migliaia di civili ucraini sono stati uccisi, migliaia di bambini rapiti, distrutte città e interi territori che non saranno più coltivabili per anni dopo l’inquinamento di proiettili  e la presenza di mine antiuomo, il granaio d’Europa e  dell’Africa è stato in parte distrutto dalla sciagurata smania di grandezza di un dittatore sanguinario che per la sua gloria ha distrutto parte del suo stesso popolo.

    Gli alleati europei, pur con lodevoli intenzioni, non sono stati all’altezza del loro compito, l’Unione non ha abbastanza credibilità né verso la Russia né verso gli Stati Uniti perché è priva di una politica comune di difesa e di progetto ad ampio respiro, non è sufficiente allargare l’Unione ad altri paesi per crearne un interlocutore credibile nel mondo.

    Gli Stati Uniti, nell’era Trump, stanno vivendo il periodo più basso della loro democrazia sia all’interno che verso il mondo e gli alleati, la decisione di Trump di non dare più armi all’Ucraina, se non vendendole alla Nato che a sua volta le vende agli alleati europei, è un sistema per non andare in rotta di collisione con Putin, al quale è legato da intricati sentimenti di invidia ed ammirazione, e di guadagnare sulle disgrazie altrui.

    Intanto si parla di pace, una pace che, secondo Trump passa dal presupposto di cedere all’invasore russo intere regioni ucraine e nel rendere l’Ucraina e, di conseguenza l’Europa, sempre più debole e dipendente da interessi stranieri.

    Non è certo una novità che a nessuna delle tre grandi potenze Stati Uniti, Grande Russia e Cina, dà molto fastidio l’ipotesi di doversi confrontare con una quarta potenza, l’Europa, mentre anche altri paesi, come l’India, stanno avanzando per chiedere il loro posto nello scacchiere politico ed economico internazionale.

    Rendere più piccola e più ininfluente ed indifesa l’Ucraina è una strategia comune a Trump ed a Putin per rendere l’Europa sempre meno in grado di competere con le altre potenze, prima gli europei, popoli e leader, lo capiranno e meglio sarà ma ormai temiamo che i tempi siano troppo ridotti e l’Ucraina non può aspettare.

  • Abbattere i lupi per cercare consenso

    Il 26 novembre 2025 si è tenuto a Piozzano, in provincia di Piacenza, un incontro con diversi esponenti politici e non, il tema era la presenza dei lupi alle porte dei centri abitati.
    Molte delle cose dette durante l’incontro contrastano con gli studi e le ricerche di Ispra, l’organo deputato, sia a livello nazionale che europeo, a monitorare il lupo nei suoi spostamenti, nei decessi e nelle eventuali problematiche inerenti la sua presenza sul territorio.

    Come sempre, almeno da parte di quei politici che, a tutto campo, sono dalla parte dei cacciatori, ai quali il lupo può sottrarre alcune prede, si è enfatizzato il problema che invece in Africa, con realtà ben diverse e pericolose, è stato risolto trovando il modo per il quale i grandi carnivori, o gli erbivori particolarmente numerosi, possano convivere con gli agricoltori e gli allevatori con reciproco beneficio.

    Sinceramente, leggendo ogni giorno la Libertà, il quotidiano locale, pensavamo che l’emergenza che avrebbe dovuto richiamare l’attenzione e la decisione del personale politico fosse la violenza che a Piacenza, e nel piacentino, aumenta  di giorno in giorno.
    Se l’attenzione politica è sempre alla ricerca di un nemico da abbattere, specie se non si può difendere, ed a catturare qualche voto, si finisce che si creano sul territorio situazioni ancora più complesse e si capisce perché, ad ogni elezione, diminuisce la partecipazione al voto dei cittadini, così come hanno dimostrato anche le ultime elezioni  regionali.

    L’abbiamo scritto più volte e l’hanno rimarcato scienziati ed esperti:
    1) abbattere uno o due lupi in un branco crea uno sconquasso all’interno della loro organizzazione sociale, rende i lupi incontrollabili perchè perdono la catena gerarchica, i loro riferimenti

    2) i lupi seguono le loro prede preferite, tra questi i cinghiali che scendono sempre più nell’abitato attirati dai bidoni dell’immondizia che per loro rappresentano un pranzo succulento, ancora non si è capito che in campagna, e nelle zone limitrofe alla città, i cassonetti dovrebbero essere ermetici e la raccolta, specie dell’umido, quasi giornaliera. I cittadini pagano molto per lo smaltimento rifiuti e sono costretti a differenziazioni che costano tempo ed occupano spazio ma il servizio resta colpevolmente carente

    3) troppi allevatori lasciano nelle letamaie parti organiche, quali ad esempio la placenta, o addirittura animali nati morti. Per legge gli animali morti, le placenta e quant’altro dev’essere consegnato all’incenerimento ma per risparmiare pochi euro o per pigrizia o menefreghismo alcuni allevatori non lo fanno ed i lupi, comprensibilmente, si dedicano loro allo smaltimento, quello per loro è cibo per il quale risparmiano la fatica ed i rischi della caccia, così si avvicinano sempre più alle aziende agricole. Se voi foste una lupa, magari anche con dei cuccioli non trovereste più facile mangiare quello che trovate gettato sulle letamaie, cibo facilmente raggiungibile? Se siete un cucciolo cresciuto vicino ad un allevamento non imparereste a restare in zona senza aver più di tanto paura? Se agricoltori o allevatori non recepiscono la legge che vieta di tenere i loro cani legati alla catena e di notte non li ricoverano in luoghi sicuri, perché stupirsi se i lupi aggrediscono i cani che segnano la loro presenza, rappresentano per loro un pericolo ed essendo legati non si possono difendere?

    4) Se nonostante siano regalati, a chi li richiede, pastori abruzzesi e maremmani, i cani da secoli utilizzati per la guardia degli armamenti dalla predazione dei lupi o anche di eventuali bipedi, questi cani non si richiedono, se non si mettono le recinzioni elettriche, per le quali esistono sovvenzioni, se le stalle di notte sono lasciate aperte, se di fatto, si vuole sempre vivere come fossimo gli unici proprietari del mondo e dell’ecosistema allora ogni ragionamento è inutile.

    Piaccia o non piaccia ad alcuni, fortunatamente pochi ma influenti, dirigenti della Lega e di Fratelli d’Italia, i lupi sono in gran parte, ogni anno, già massacrati da macchine, camion, treni e bracconieri e l’Italia è spaventosamente indietro nella costruzione di vie protette per la fauna come esistono in altri paesi europei. Con buona pace di tutti, l’ecosistema ha nel lupo un punto fondamentale ed è il lupo ad essere perseguitato.

    Alle porte delle città il pericolo è l’aumento della violenza, fisica e verbale, dell’ignoranza e del pressapochismo, del continuo cercare di inculcare paure e creare problemi per poi porsi come possibili risolutori e cercare così quel consenso che è sempre più rarefatto, infatti anche se si ha la maggioranza dei voti ma vota solo una minoranza chi comanderà sarà sempre la minoranza del popolo italiano.

  • Dalla Finlandia un esempio per l’Europa dei nazionalismi obsoleti e dei mondialismi pericolosi

    Mentre alcuni partiti, dalla Lega ai 5 Stelle ad Avs, contestano la necessità dell’Europa di difendere l’Ucraina, per difendere anche il proprio futuro e la propria indipendenza, e di organizzarsi, si spera il prima possibile, per avere armamenti ed esercito sinergici, la Finlandia si è già da tempo organizzata per resistere a possibili invasioni militari e per impostare una nuova regola di vita che crei un unicum tra tutti i suoi cittadini.
    La Finlandia è un Paese piuttosto freddo, dove non è semplice abitare, il clima dell’Artico è duro ed è difficile confrontarsi col territorio tra foreste innevate e laghi ghiacciati, una sfida continua che i suoi abitanti vincono ogni giorno.
    Una sfida che ha creato un modo di vivere diverso, partendo dal sistema educativo che ha permesso alla Finlandia di essere in cima alle classifiche del ‘Program for International Studies Assessment’ dell’Ocse, programma che misura il grado di alfabetizzazione e le capacità matematiche dei bambini i quali coniugano lezioni e diversi minuti dedicati a gioco e vita all’aria aperta, nonostante il clima sfavorevole.
    Tornando alla necessità di difendersi, la Finlandia ha il secondo confine più lungo con la Russia, 1.340 km contro i 1.576 dell’Ucraina.

    Il popolo finlandese col suo sistema è riuscito a restare indipendente dopo ben due attacchi, nel secolo scorso, da parte russa.
    Gli abitanti sono 5 milioni, i militari di leva solo 23mila ma il sistema che è stato messo in piedi consente di aggiungere 176mila uomini e donne delle forze territoriali immediatamente richiamabili in caso di guerra ed altre 700mila persone pronte a mobilitarsi e addestrate a lottare per la propria comunità.

    Un recente sondaggio, pubblicato anche da riviste italiane quali Sette del Corriere della Sera, ha rilevato che l’80% dei finlandesi è disposto ad attivarsi e a combattere per la libertà e l’indipendenza della loro nazione se la Russia dovesse attaccare. In Italia sembra che solo il 14% sarebbe disposto ad impegnarsi.

    In Finlandia alla base della società vi è la regola del “mutuo soccorso”, da noi sembra esserci quella della mutua reciproca distruzione.

    L’Europa ha bisogno di una politica comune, di un esercito comune, ma in attesa che ci si metta d’accordo, dopo anni di inutili parole, si potrebbe iniziare ad insegnare, in tutte le nostre scuole, cosa significhi vivere insieme, aiutarsi e credere nel proprio Paese come avviene in Finlandia, senza idee nazionaliste obsolete o visione mondialiste distorte.

    Forse con umiltà e semplicità dovremmo guardare a chi è stato capace, nonostante le difficoltà del clima e del pericolo sempre alle porte, di creare una società coesa, preparata, scevra da tante parole inutili e pronta ad agire.

  • La Commissione avanza verso lo “spazio Schengen militare” e la trasformazione dell’industria della difesa

    Per facilitare una circolazione più rapida e agevole di truppe, attrezzature e mezzi militari in tutta Europa, la Commissione europea e l’Alta rappresentante intensificano la prontezza alla difesa, concentrandosi sulla preparazione, con un pacchetto sulla mobilità militare consistente in un nuovo regolamento sulla mobilità militare e una comunicazione congiunta. La Commissione mira inoltre a promuovere l’innovazione dirompente nel settore militare e a rafforzare l’industria europea della difesa con una tabella di marcia dell’UE per la trasformazione dell’industria della difesa.

    Con la creazione di uno spazio di mobilità militare a livello dell’UE entro il 2027, il pacchetto sulla mobilità militare avvicina l’UE all’idea di uno “spazio Schengen militare”, rendendo più rapido, sicuro e coordinato lo spostamento di truppe e attrezzature militari in tutta Europa.

  • Tupuka, una storia di coesistenza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Verso la fine di agosto il Cheetah Conservation Fund è intervenuto in una fattoria in Namibia per prelevare un ghepardo maschio che era stato trattenuto dall’allevatore perché, sebbene non avesse cacciato che animali selvatici, il felino si era avvicinato troppo al kraal, il recinto all’interno del quale venivano allevati i vitelli. Portato il ghepardo nella nostra clinica, lo staff lo ha sottoposto ad esami, in seguito ai quali si è potuto stabilire che l’animale era sano, pesava 42 kg e aveva un’età stimata di 4 o 5 anni. Inoltre, gli sono stati prelevati campioni di pelo e sangue, è stato somministrato il vaccino antirabbico e applicato un collare di localizzazione.

    Parallelamente, lo staff ha instaurato una collaborazione con l’allevatore che ha infine deciso di aderire al cosiddetto “Sistema di Allerta Rapido” (Early Warning System), un programma elaborato dal CCF che prevede l’utilizzo di dispositivi satellitari GPS dotati di funzioni di geofencing. All’interno dell’unità GPS è creato un recinto virtuale che corrisponde al territorio di proprietà dell’allevatore. Ogniqualvolta che il dispositivo rileva una “breccia” nel recinto virtuale, l’allevatore riceve tempestivamente un alert che gli permette di prevenire qualsiasi potenziale minaccia al suo bestiame senza ricorrere a metodi drastici o letali, consentendo al contrario la convivenza tra uomo e ghepardo.

    La Namibia ospita la più grande popolazione selvatica di ghepardi, la maggior parte dei quali vive al di fuori delle aree protette, aggirandosi per lo più nei pressi di aree coltivate e ritrovandosi a condividere il territorio con le comunità locali e gli animali domestici. Oggi però approcci innovativi, quali il Sistema di Allerta Rapido, stanno facendo la differenza nella coesistenza tra uomo e grandi predatori.

    Il ghepardo protagonista di questa storia è stato rilasciato a metà settembre nella riserva del CCF, vicino alla fattoria dove era stato trattenuto. La sua esperienza testimonia i risultati che si possono raggiungere quando gli sforzi di conservazione e le comunità locali operano nella stessa direzione: la conoscenza sostituisce la paura, la coesistenza pacifica sostituisce il conflitto. L’allevatore e la sua famiglia hanno deciso di dare un nome a quello che oramai non è più visto come un nemico: Tupuka che in lingua herero significa “colui che corre”.

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

Pulsante per tornare all'inizio