diritto

  • In attesa di Giustizia: il ponte delle spie

    Glavnoe, Razvedyvatel’noe Upravlenie, siglato G.R.U., tradotto in italiano Direttorato principale per l’informazione, è il servizio segreto delle Forze Armate russe (fino al 1991, sovietiche) ed è tutt’oggi una componente molto importante del sistema di intelligence della Federazione Russa, specialmente perché non è stato mai ristrutturato, diviso e persino diversamente denominato come accaduto al Comitato per la Sicurezza dello Stato, meglio noto come K.G.B.

    Sospettato, tra l’altro, di essere stato, di recente, artefice di attacchi informatici a livello globale e di interferenza nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, ha nel suo DNA le competenze nello sviluppo di nuove tecnologie: fu, infatti, Stalin a chiedere ai suoi ingegneri di concentrarsi sulle modalità di danneggiamento dei paesi nemici a distanza.

    Come dire: non si tratta di un cimelio dell’U.R.S.S. bensì di una struttura pienamente operativa e la circostanza che il russo coinvolto nella spy story con un ufficiale della nostra Marina Militare fosse anch’egli un militare con il grado di colonnello fa pensare che la sua reale funzione nel nostro Paese – con adeguata copertura diplomatica – fosse quella di operativo del G.R.U.

    Questa vicenda sta tenendo banco ormai da giorni proprio per la sua originalità con il retrogusto da Guerra Fredda, quella guerra che sembrava ormai conclusa da decenni, da quando – come disse Margaret Thatcher – Ronald Reagan la vinse “senza sparare un colpo”.

    Intelligenza con una potenza straniera, e nel provvedimento di arresto del Capitano Walter Biot si legge di una sua elevata pericolosità, giudizio che non può che ricollegarsi alla natura delle informazioni che passava ai russi. Tanto è vero che il Governo sta considerando di mettere il segreto di Stato su quei dati che, verranno – di conseguenza – omissati negli atti giudiziari.

    Walter Biot si è avvalso del diritto al silenzio durante l’interrogatorio davanti al G.I.P. ma poche ore dopo ha fatto sapere che vuole essere sentito dai P.M., annunciando due argomenti: la irrilevanza dei documenti sottratti dal punto di vista della compromissione della efficienza militare delle nostre forze armate e la sua condizione di indebitamento.

    Non è consuetudine, in questa rubrica, anticipare giudizi soprattutto quando non si dispone di documentazione completa: tuttavia, proprio dalle poche battute del Capitano Biot traspare una implicita confessione (difficile, peraltro, negare essendo stato colto “con le mani nel sacco”) volta a minimizzare e impietosire: mutuo, figli, animali domestici da mantenere con lo stipendio della Marina e poche scartoffie senza valore rifilate ai russi.

    Due conclusioni si possono trarre a questo punto: la prima è che lo spionaggio è punito con l’ergastolo se il fatto ha compromesso il potenziale bellico dello Stato, una decina di anni in assenza di questa aggravante. Quindi, di fronte all’innegabile è meglio cercare una via di uscita dal “fine pena mai”. La seconda è che tutti i pari grado di Walter Biot guadagnano circa 2.200 euro netti al mese ma per mettere insieme il pranzo con la cena non diventano dei traditori in cambio del corrispettivo di un paio di mensilità extra.

    E il G.R.U. metterebbe in piedi un’operazione di spionaggio compromettendo agenti operativi di alto grado e mettendo dei soldi, ancorchè non molti, sul piatto per informazioni che si possono trovare digitando su Google?

    La verità sarà un’altra, quasi certamente non quella che intende offrire Walter Biot, ma per la posta in gioco, forse, non la sapremo mai del tutto; resta la triste considerazione che il traditore della Patria che ha giurato di proteggere è il peggiore dei servitori infedeli dello Stato. Anche se per pochi soldi (anzi, peggio…), anche se per informazioni di scarso valore.

    La pena che verrà inflitta al Capitano della Marina lascerà intuire qualcosa: poi bisognerà vedere se la sconterà tutta o se – come ai tempi della Guerra Fredda – verrà magari liberato e scambiato con qualcuno, forse sul Ponte Umberto che attraversa il Tevere proprio di fronte alla Corte d’Appello Militare.

  • In attesa di Giustizia: immunità di gregge o del pastore?

    In epoca di pandemia l’immunità di gregge sembra essere un obiettivo primario da raggiungere ma, a quanto pare, ci sono forme di immunità – in qualche modo collegate all’emergenza sanitaria – che sono state conseguite addirittura in anticipo: argomento che vale la pena essere affrontato non prima di avere richiamato gli sviluppi di una indagine clamoroso, in realtà non l’unica ma solo l’ultima in ordine di tempo, che ha come sfondo l’acquisto ed il commercio di dispositivi di protezione individuale.

    Il riferimento è all’inchiesta romana, coordinata da quell’eccellente magistrato del Pubblico Ministero che è Paolo Ielo, in cui insieme ad altri risulta coinvolto Mario Benotti (patron del consorzio Optel e di Microproducts) per la fornitura di milioni di mascherine da produttori cinesi, mascherine che – tra l’altro – dovrebbero avere un costo industriale incoerente con il prezzo poi praticato in rivendita, garantendosi così marginalità fuori dall’ordinario.

    Nulla che debba sorprendere più di tanto poiché in questo sventurato Paese le disgrazie e le calamità naturali sembrano costituire un richiamo formidabile per gli sciacalli: qualcosa era già successo, per esempio, in occasione della ricostruzione successiva al terremoto in Abruzzo ed anche ora, dagli ascolti telefonici, sembrerebbe che il proseguimento della pandemia e delle restrizioni precauzionali conseguenti sia stato tra gli auspici di imprenditori di modesto livello etico.

    Siamo solo in una fase di indagine, gli sviluppi potranno confermare o smentire le iniziali ipotesi di accusa e la presunzione di non colpevolezza deve essere riconosciuta a tutti ma, non c’è dubbio, il portato delle conversazioni e le ulteriori evidenze sin qui acquisite in merito al rapporto costi/ricavi propongono un quadro inquietante.

    Nel decreto di perquisizione della Autorità Giudiziaria romana destinato ai soggetti inquisiti ed alle rispettive aziende si legge che allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo il che, tradotto, significa che comunque si indaga per verificare se si siano realizzati fatti di corruzione per indurre all’acquisto mediante pubbliche commesse Il Commissariato per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contrasto dell’emergenza epidemiologica: tutto ciò anche perché risultano centinaia di intercettazioni tra gli indagati e Domenico Arcuri il quale – come lamentano due di essi al telefono – si sarebbe improvvisamente sottratto alla interlocuzione, circostanza ritenuta sintomatica della imminenza di qualche problema in arrivo. A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia avrebbe detto Giulio Andreotti ma tale repentina interruzione dei rapporti senza che vi sia, corrispettivamente, una qualche segnalazione di possibili anomalie nelle relazioni commerciali da parte dell’autorità commissariale è vagamente sospetta, come traspare dalla porzione del decreto di sequestro che è stata richiamata.

    Arcuri, intanto, già gode di una forma di immunità che non è quella di gregge ma del pastore: intrufolata – alla maniera dell’ormai ex avvocato degli Italiani – in un decreto Cura Italia c’è una norma che si cura, invece, di munire il Commissario Arcuri di poteri di spesa assai vasti e di un vero e proprio scudo rispetto a sgradite curiosità della Corte dei Conti. Nel frattempo, pure spendendo denaro pubblico per acquisti sovrapprezzati, vi è da pensare che al Commissario Arcuri sia in astratto riconoscibile il benefit di 50.000 € all’anno per obiettivi raggiunti che il suo incarico prevede…sempre che, prima dell’incasso un Commissario di altro genere non vada a bussare alla sua porta.

  • In attesa di Giustizia: giustizia feudale

    Quando questo numero de Il Patto Sociale andrà in stampa (si fa per dire) alla guida del Governo dovrebbe ormai esserci Mario Draghi e nella compagine, con certezza, mancherà Alfonso Bonafede: un bene per il Paese ma, paradossalmente, un pregiudizio per questa rubrica privandola della possibilità di commentare le sistematiche castronerie di cui si è mostrato capace.

    D’altronde, dire che la fine dell’Esecutivo sia stata determinata da un sabotaggio di Italia Viva è una mera esemplificazione: l’iniziativa di Renzi ne è stata solo la causa formale e la crisi affonda le sue radici nella inefficienza dell’azione di governo, partitamente in ambiti molto sensibili quali l’organizzazione del programma vaccinale, la gestione del piano Next Generation e – naturalmente per quanto qui interessa – l’amministrazione della Giustizia.

    L’opacità delle menti di coloro cui sono state affidate le sorti dell’Italia ha sortito interventi confusi e inadatti a fronteggiare l’emergenza determinando, piuttosto, un significativo aggravamento della crisi di efficienza in cui, comatosamente, già versava quest’ultimo settore.

    Invece di dar vita ad una disciplina organica e strategicamente pensata per consentire la prosecuzione della attività dei tribunali in tempi di pandemia l’emergenza è stata affidata a disarmoniche e cervellotiche previsioni, mutanti nel tempo ed interpolate nei decreti ristori, che ha determinato forme di supplenza peggiorative della situazione.

    Il riferimento è ad una sorta di delega verso il basso della potestà normativa che si è concretizzata – se ne è trattato anche in altri numeri de Il Patto Sociale – in una babele di protocolli e decreti di sapore feudale perché emanati e sottoscritti alla “periferia dell’Impero” dai Capi degli Uffici Giudiziari in assenza di un qualsivoglia coordinamento anche nell’ambito del medesimo territorio.

    Gli esiti sono stati disastrosi a prescindere dalla impossibilità per gli operatori di settore di comprendere il da farsi a seconda di dove e come si doveva, per esempio, depositare un atto o richiedere le copie di un fascicolo. Più recentemente, tra l’altro, si è rilevata anche esistenza di atti “dimenticati” perché, pur formalmente inviati ad un indirizzo pec corretto sono rimasti sospesi nel web a causa di confusa e complessa ripartizione interna degli indirizzi tra cancellerie di un medesimo Ufficio, giusta la disposizione di un Presidente di Corte d’Appello.

    Ed è stata proprio la latitanza del Governo a determinare – senza peraltro alcun rispetto della gerarchia delle fonti –  il ricorso a rimedi sovente rivelatisi peggiori del male.

    Nel frattempo sono decine se non centinaia di migliaia i fascicoli che rimasti del tutto fermi o arenati intasando i ruoli di udienza con semplici rinvii per la mancanza o imperfezione di qualche notifica: ed all’orizzonte non si vede alcuna prospettiva migliore anche perché gli strumenti promessi e preannunciati come di imminente consegna per consentire il lavoro agile ai funzionari amministrativi non si sono ancora visti.

    L’aggravamento della situazione è tale che, per quanto possa essere competente il Guardasigilli che Mario Draghi sceglierà, risolverla si presenta come un’impresa disperata e complicata anche dalla esigenza di porre fine al devastante “diritto protocollare” che nel frattempo è invalso evitando che il superamento con norme omogenee sul territorio determini ulteriori difficoltà per problemi di interpretazione circa l’efficacia o meno nel tempo di talune disposizioni.

    Forse la soluzione per ritornare ad una parvenza di normalità (almeno nel settore penale) può rinvenirsi in un’amnistia a maglie larghe: si tratta di un male più che mai necessario, e che – tipicamente – segnala l’incapacità dello Stato, di questo Stato e di quel Governo di fornire un adeguato servizio Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: in attesa del giusto processo

    Il furore intellettuale e la diuturna applicazione allo studio di professori reali o presunti, giuristi da Carnevale di Viareggio, politicanti giacobini e garanti della Costituzione assopiti hanno offerto un contributo forse decisivo all’affossamento del processo penale in micidiale sinergia con l’emergenza epidemiologica.

    Tra ciò che è stato fatto e quello che si poteva fare e non si è fatto, sarebbe stata meno dannosa una invasione delle locuste mirata nei Tribunali: la Costituzione ha ceduto il passo ai D.P.C.M., il diritto processuale a protocolli improvvisati ed alla fascinazione di nuove tecnologie approssimativamente impiegate.

    Da ultimo, con il D.L. n. 149 del 09.11.2020 si è celebrata la messa in requiem dei giudizi penali di appello nel contingente periodo di pandemia: salvo che non sia fatta espressa richiesta di trattazione in udienza e con discussione gli appelli vengono relegati a mero esame degli atti, senza contraddittorio, da parte della Corte; è una evidente manovra di abbrivio verso l’agognata eliminazione del secondo grado di giudizio.

    Dalla scorsa primavera siamo, poi, stati costretti a convivere con la burocratizzazione del procedimento penale, ormai regolato da protocolli adottati in maniera del tutto disomogenea dai vari uffici giudiziari: e se è vero che – a livello locale e nell’assenza di legislazione – sono stati spesso preceduti da un vivace confronto fra tutte le parti a vario titolo coinvolte, è altresì vero che rischiano di essere il viatico verso un pericoloso appiattimento della giustizia penale agli stessi.

    Il risultato finale cui si è arrivati, infatti, ha finito con l’essere ben altro rispetto a quello che i soggetti interessati nell’elaborazione dei protocolli si erano prefissati: una diffusa disparità, a tutti i livelli, distrettuale, nazionale e tra i vari uffici giudiziari. Ovvero prassi differenti e difformi, e ciò tocca inevitabilmente il principio di legalità.

    Uno strumento di salvezza vi sarebbe ed è la riserva di legge – inserita nella Costituzione – che prevede che la disciplina di una determinata materia sia regolata dalle legge primaria e non da fonti di tipo secondario – e ancor meno da protocolli locali: bisognerebbe però, innanzitutto conoscere e poi rispettare la Costituzione, infine applicarla non senza un briciolo di buon senso nel legiferare. Ah, già, anche di competenza.

    La riserva di legge assicura che in materie particolarmente delicate, come i diritti fondamentali del cittadino (quali il diritto alla difesa e al giusto processo), le decisioni vengano prese dall’organo più rappresentativo del potere sovrano, ossia dal Parlamento, così come previsto dall’articolo 70 della Costituzione.

    Per quanto non sia un’assemblea arricchita dalla presenza di uomini come Einaudi e Calamandrei, il Parlamento appare emarginato e – forse – non può che imputare a se stesso tale stato poiché, pur disponendo di strumenti per aprire dibattiti, tavole di confronto e per ribadire a gran voce il proprio primato – anche politico -, annichilisce di fronte alla deriva della giustizia penale territoriale e feudale, ad una decretazione d’urgenza senza visione prospettica e strategica.

    Il processo penale ha una sua sacralità che deve essere preservata e le battaglie a sua difesa, oggi più che mai, sono battaglie per i diritti. E’ un compito in cui debbono gli avvocati con atti di coraggio, tornando ad essere sentinelle della giustizia e guardando ad un orizzonte non troppo lontano da noi: la Costituzione.

  • In attesa di Giustizia: scandalo a Brescia

    Una cronaca giudiziaria miope e impreparata, se non in mala fede nella spasmodica ricerca della notizia che incrementi ascolti e vendite, ha gridato allo scandalo a causa di una sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Brescia con la quale è stato prosciolto per vizio totale di mente un anziano, Antonio Gozzini, accusato dell’omicidio della moglie.

    L’ossessione giustizialista di cui è preda questo paese, è stata così alimentata dopo il levarsi di molte ed indignate voci senza che nessuna si sia soffermata a considerare un dato banale: quando viene riconosciuta la incapacità di intendere e di volere si viene prosciolti, semplicemente non si è imputabili.

    Da un passaggio della arringa difensiva in favore di Antonio Gozzini in cui si è alluso a una forma di gelosia delirante è stato fantasiosamente distillato il concetto che l’uomo sia stato assolto perché la gelosia è considerata una scriminante e la decisione della Corte bresciana è stata tacciata di un arretramento plurisecolare della giurisprudenza determinando la sgomentata reazione del quarto potere al cospetto dell’ennesimo femminicidio impunito: questa volta a causa di giudici che riportano la loro decisione a una tradizione giuridica simile a quella vigente tra i boscimani che condannava la donna ad una posizione subordinata, prossima alla schiavitù.

    Tutto ciò, si badi bene, senza che siano state depositate le motivazioni della sentenza: e per evitare questo starnazzante disaccordo sarebbe stato – viceversa – sufficiente fare governo di semplice buon senso.

    Buon senso con cui considerare che è impossibile una persona possa essere stata assolta semplicemente perché ha un delirio di gelosia…salvo che non sia lo stesso giudice meritevole di un accertamento psichiatrico.

    Una sentenza di quella natura, infatti, è ovvio che sia stata preceduta da una perizia psichiatrica che ha accertato la incapacità di intendere e di volere dell’imputato, qualunque fosse la natura della patologia. Almeno questo un cronista giudiziario dovrebbe saperlo: ma se ignora basilari fondamenti del processo penale non è del tutto ingiustificata la reazione del cittadino che legge i giornali. In effetti, ci sarebbe da indignarsi ma non per quello che si è verificato, piuttosto per come è stato raccontato.

    Si tratta di un problema ormai incistato del nostro sistema: il rapporto tra processo e mass media, la assoluta approssimazione con cui vengono trattate le vicende processuali; e va a finire che non solo note influencers finiscono ingannate intervenendo a sproposito (e la domanda è: perché intervengono, a prescindere?) ma anche il giurista cui è affidata la Guardiania dei Sigilli della Repubblica cade vittima di una informazione largamente imperfetta. Rincorrendo gli umori dell’opinione pubblica (dato a cui siamo ormai rassegnati), l’Onorevole Bonafede preannuncia che manderà gli Ispettori a Brescia…ma perché, perché? In fondo lui è il Ministro della Giustizia, è un avvocato: è, forse, chiedere troppo che prima rifletta sul fatto che – alla base di quella sentenza – potrebbe esservi anche un problema di genetica molecolare, scienza che studia l’influenza del profilo genetico sul comportamento degli individui, di relazione tra sintomi psicopatologici ed alterazioni della attività cerebrale?

    Sì, questo sarebbe chiedere troppo ad Alfonso Bonafede ma non lo è che – prima di parlare, di prendere iniziative – si procuri se non la motivazione della sentenza (che ancora non è depositata) una copia della perizia psichiatrica: di questa, come di tutte, per comprendere contenuto e valutazione finale si può tranquillamente saltare tutta la parte illustrativa molto tecnica – destinata ai periti di parte – e passare direttamente a quella con scritto in grassetto  “Conclusioni” che sono sinteticamente redatte a prova di cretino. Dunque, vanno benissimo.

  • Mio figlio potato via dalla mia ex moglie

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato il Signor Giovanni Paolo Bocci al quale è stato sottratto il figlio, tenuto illegalmente in Kazakhstan dalla madre kazakha, destinataria di mandato di cattura internazionale e relativa richiesta di estradizione.

    Cara Redazione del Patto Sociale,

    Le scrivo in merito al caso di mio figlio Bocci Adelio Giovanni, cittadino italiano sottrattomi più di cinque anni fa.

    Ebbene, nonostante un mandato di cattura internazionale con estradizione emesso dal Tribunale di Brindisi e ricerche per mio figlio come minore scomparso dall’Italia, a tuttora le nostre istituzioni non hanno mosso un dito.

    Oltretutto ancora sto aspettando da parte del nostro ministero degli Esteri, dopo la lettera inviata nell’agosto del 2018 al ministro Moavero, una risposta riguardo al mio caso, di cui ve ne sarei grato se la pubblicate.

    Le amare conclusione di questa vicenda penosa sono:

    1) la mancanza di autorevolezza del nostro Paese, timido in materia di affrontare specialmente con paesi come il Kazakhstan di cui vi sono rapporti economici. Non capisco perché barattano la vita di un cittadino italiano, in questo caso mio figlio, portato illegalmente in questo paese.

    L’attività viene solo svolta in maniera burocratica senza il dovuto coordinamento tra le varie funzioni e competenze.

    2) Il nostro Paese e le sue decisioni non tutelano i propri cittadini come altri stati, impugnando fatti e battendo pugni sul tavolo.

    3) Non si vuol far capire che le vittime in tutto sono i bambini, cui vengono cancellati i legami con una parte importante della propria vita.

    Giovanni Paolo Bocci

  • In attesa di Giustizia: in difesa del diritto di difesa

    Incurante delle proteste e delle forti prese di posizione levatesi in seguito alla morte di Ebru Timtik – di cui questa rubrica si è occupata alcuni numeri fa – il regime di Erdogan ha fatto incarcerare qualche altra decina di avvocati colpevoli solo di avere svolto il loro ministero assistendo dei dissidenti.

    Nel Bel Paese, le cose vanno decisamente meglio – ma non ci vuole, poi, un grande sforzo – rispetto alla Turchia ma la funzione difensiva continua ad essere invisa e mal sopportata almeno da certa parte della Magistratura, oltre che dalla opinione pubblica.

    Accade così che un eccellente avvocato romano, Alessandro Diddi, venga segnalato al competente Consiglio di Disciplina con un esposto – ad iniziativa del Presidente della Corte d’Appello – che censura alcune affermazioni pronunciate nel corso dell’arringa proprio del giudizio di appello del processo noto come “Mafia Capitale” nel quale l’avv. Diddi assisteva ed assiste uno dei principali imputati; affermazioni considerate sconvenienti e lesive del prestigio della magistratura e come tali in violazione del codice deontologico, relative al contenuto di una sentenza con cui la Corte di Cassazione aveva precedentemente, ancora nella fase delle indagini affrontato il tema della custodia cautelare, salvo poi essere smentita nel corso del giudizio.

    Forse, allora, l’avvocato Diddi non aveva tutti i torti a svolgere critiche, magari anche aspramente come può avvenire quando una difesa è molto coinvolgente; e c’è un ulteriore dato, che fa riflettere: sebbene l’arringa incriminata risalga a due anni fa – e pur avendola udita – l’arringa difensiva, curiosamente, i giudici ne hanno rilevato la portata offensiva solo ora (l’esposto è di giugno 2020), evidentemente dopo lunga meditazione.

    Sembra di poter dire che segnalare all’organo di disciplina un avvocato, per il solo fatto di avere adempiuto al suo mandato difensivo, è atto inaccettabile che attenta alla libertà dell’esercizio di difesa anche perché la notizia, sempre a proposito della tempistica, è pervenuta all’interessato solo nel mese di agosto, quando di solito non si muove foglia, e poco prima del suo ritorno in aula per svolgere l’intervento nel processo Mafia Capitale dopo l’annullamento della Cassazione.

    Siamo, fortunatamente, ancora lontani da scenari “turchi” ma dopo le minacce di morte ai Colleghi che hanno accettato la difesa per l’omicidio di Willy a Colleferro si assiste da un ennesimo attacco alla funzione difensiva che è un valore comune e deve potersi esercitare al riparo da atti che ne possano condizionare la libertà, come nel caso dell’avv. Diddi raggiunto da contestazioni inspiegabilmente tardive e perciò ingiustificabili come qualsivoglia reazione postuma.

    E’ sconcertante dover ribadire l’inviolabilità del diritto di difesa, che dovrebbe essere immune dal timore che ciò che si dirà in aula: il rispetto della funzione e della libertà dell’avvocato sono valori comuni ad ogni democrazia ed in tempi di populismo dilagante è bene rispondere con fermezza a simili attacchi che altro non producono se non rendere sempre più vana l’attesa di Giustizia.

     

  • Carminati, la democrazia ed i giudici

    E’ assolutamente detestabile ed insopportabile il fatto che all’interno di un “presunto” stato di diritto un personaggio come Carminati possa uscire di galera dopo CINQUE anni e SETTE mesi di carcerazione preventiva.

    In altre parole, in (ripeto) cinque anni e sette mesi, un paese che si “definisce” democratico come l’Italia non è riuscito ad istruire e a portare a termine un processo contro questo personaggio. Il sistema giudiziario, nella sua articolata complessità, ha dimostrato ancora una volta la propria inefficienza ed insufficiente produttività anche per reati gravi come quelli imputati a Carminati.

    Il problema non è rappresentato, quindi, dalla polizia o da una delinquenza sempre più invasiva, ma da un sistema giudiziario e dalle “professionalità” che lo rappresentano, cioè i giudici ai quali non vengono imposti parametri temporali entro i quali istruire un processo e portarlo a termine.

    Nello specifico la completa responsabilità va attribuita ai giudici se Carminati dopo 5 anni e 7 mesi di carcerazione preventiva (degna del peggior stato dittatoriale dell’America Latina) ritrovi la possibilità di assaporare il gusto della libertà e magari di delinquere ancora.

  • Un punto di vista sul diritto di visita del genitore non collocatario ai tempi del covid-19

    Sin dall’inizio del periodo emergenziale che stiamo vivendo, i genitori separati, di diritto o di fatto, si sono trovati a porsi il problema se, in un simile frangente in cui molte nostre libertà sono, per forza di cose, limitate, il loro di diritto di visita ai figli collocati presso l’altro genitore rimanesse invariato.

    Tornando indietro all’8 marzo, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri emanato in tale data ha iniziato l’iter che, in poco tempo, avrebbe portato ad inibire, sull’intero territorio nazionale, la mobilità e la socialità, nell’ottica del contenimento dell’epidemia.

    Nella vigenza del predetto decreto, tuttavia, complici le chiare indicazioni fornite dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sul proprio sito internet, non sono state favorite interpretazioni restrittive del diritto del genitore non collocatario a recarsi al domicilio dell’altro genitore per prendere con sé il figlio e portarlo alla propria abitazione e di ivi riaccompagnarlo.

    Ed infatti, il Tribunale di Milano, pronunciando in via d’urgenza, ha confermato, in data 11 marzo 2020, che il genitore poteva continuare ad esercitare il proprio diritto di visita in conformità alle modalità previste dal giudice che si era occupato della separazione, del divorzio o dell’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio.

    Il quadro si è fatto, seppure per un breve periodo di tempo, più confuso, in seguito al successivo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo 2020, ed in particolare al divieto, ivi contenuto, per tutte le persone, di trasferirsi o spostarsi in un comune diverso rispetto a quello in cui si trovassero, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

    Tale formulazione ha portato a chiedersi se il diritto di visita del genitore fosse configurabile come una “assoluta urgenza”, e dunque tale da consentire gli spostamenti.

    Una riflessione obbligata, che troppo spesso ha scontato prese di posizione aprioristiche, ma che, invero, ha una portata di assoluta rilevanza.

    Ebbene, a fronteggiarsi sono due diritti costituzionalmente garantiti: il diritto/dovere del genitore di mantenere, istruire ed educare i figli, cui corrisponde il diritto di questi ultimi (art. 30 Cost.) ed il diritto alla salute (art. 32 Cost.).

    Non sembra davvero possibile porre tali diritti in ordine assoluto di importanza, essendo, a ben vedere, intrinsecamente compenetrata nella cura che il genitore ha il diritto ed il dovere di avere verso il figlio la tutela della salute di quest’ultimo.

    In un simile quadro, sono stati emessi provvedimenti giudiziari, ed in particolare il riferimento è alle decisioni della Corte di Appello di Bari e del Tribunale di Napoli, entrambe del 26.03.2020, che hanno deciso di sospendere le visite paterne ai figli, sostituendole con videochiamate.

    Se si condivide la necessità di valutare, caso per caso, la situazione della famiglia – e, del resto, la logica del caso concreto è quella che pare meglio adattarsi al diritto di famiglia – non sembra invece che siano i provvedimenti governativi a spingere in tale direzione.

    Ed infatti, ben presto sul sito della Presidenza del Consiglio si è chiarito che “gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro” e che “tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori”.

    A livello normativo, pertanto, possiamo certamente affermare con sicurezza che, oggi, ogni genitore che non viva con la prole può spostarsi, anche da un Comune all’altro, per prendere con sé i minori onde consentire l’esplicarsi del diritto di visita.

    Ciò verrà fatto nel rispetto di quanto previsto dal giudice, ove tra i genitori fosse già stato dato un provvedimento relativo all’affidamento ed alle visite, oppure, ove non si sia ancora avuta una decisione giudiziaria, secondo l’accordo che i genitori hanno la facoltà di raggiungere.

    Tale chiarimento di massima da parte del Governo si rivela senz’altro apprezzabile, in quanto funzionale ad evitare l’accesso alla giustizia, ed il conseguente contenzioso, in tutte quelle situazioni che non manifestano particolarità tali, in termini di rischio sanitario, da meritare di essere sottoposte alla valutazione di un giudice.

    Tuttavia, rimangono prive di tutela – rectius, anche di questa tutela – le famiglie disgregate che ancora non hanno avuto una regolamentazione giudiziaria, e nelle quali non si riesce a raggiungere un accordo tra i genitori sul diritto di visita.

    Al riguardo, è essenziale rammentare ai genitori che un diritto di rango costituzionale, quale il diritto del bambino ad un tempo significativo di cura da parte di entrambe le figure genitoriali, che altro non è che l’altra faccia del diritto di ogni genitore di prendersi cura del figlio, non può essere limitato senza serie e comprovate ragioni. Neppure in emergenza sanitaria.

    Una grande responsabilità investe pertanto l’avvocatura responsabile nella gestione del problema: nella gestione del diritto di visita ai tempi del COVID-19.

  • In attesa di Giustizia: la solitudine del difensore

    Questa settimana la rubrica non si occuperà espressamente di vicende giudiziarie ma di quella umana di un professionista del settore.

    Giacomo Nicolucci era un giovane penalista di Lanciano, un marito e un padre e, naturalmente un difensore (il termine racchiude un significato superiore rispetto ad “avvocato”) che – come tale – portava dentro di sé le angosce che solo chi si occupa della vita dei propri simili può provare: sì, perché sia pure in termini diversi, la professione forense si rassomiglia a quella di un chirurgo. La libertà e l’onore sono i valori che il difensore tutela e dalla cui salvaguardia dipende il destino dei suoi simili che glieli hanno affidati, senza fare distinzioni tra buoni e presunti cattivi ma solo tra garanzie rispettate ed altre calpestate di cui pretendere l’osservanza: il processo non è la sede per ottenere vendette sociali ma giustizia e giustizia significa anche pena adeguata al fatto ed alla persona che si accerti lo abbia commesso. Il tormento interiore non è poca cosa e gli affanni personali, quasi sempre passano in secondo piano, in silenzio, nella solitudine che accompagna scelte quasi mai semplici o scontate da cui dipende il futuro di altri uomini.

    Giacomo Nicolucci, durante i giorni che, per tradizione, sono di festa e trascorsi nella serenità famigliare si è tolto la vita e non ne sapremo mai il motivo: ma non importa, dietro ad un gesto così estremo deve esserci una disperazione profonda, qualcosa che è maturato ed ha macerato l’animo di un essere aduso a convivere con i problemi altrui facendoli propri mai potendoli condividere per il rispetto estremo che si deve al segreto professionale: tutt’al più, se lo si ha, con un co-difensore. Ma, alla fine, l’avvocato è sempre solo con quelle ansie che lo consumano un giorno dopo l’altro.

    Quale che sia la ragione che ha indotto Giacomo Nicolucci a rivolgere contro di sé una pistola, di fronte alla immensa e sconosciuta tragedia interiore che lo ha mosso ed a quella della sua famiglia è dovuto solo dolente rispetto.

    Ma c’è chi non la pensa così e, sia pure dovendosi riconoscere a chiunque libertà di pensiero, indignano, danno il voltastomaco, certi commenti apparsi in rete da parte di un gruppo di vegani o animalisti o entrambe le cose: ma verrebbe da dire, più correttamente, di  sub umani.

    Giacomo era un cacciatore, come lo sono per natura la maggior parte delle creature e, francamente, anche se non si condivide l’attività venatoria dell’uomo, sono inaccettabili commenti  – se ne citano un paio solo a mo’ di esempio – quali “io non la vedo una morte tragica, vedo la vita di tutte le creature che non moriranno per il suo divertimento…lo vedo come uno psicopatico assassino che per divertirsi deve trucidare altri esseri viventi.  Morto lui, vivi loro, quindi champagne!” oppure “Grandeeee, l’unico e l’ultimo sparo giusto che ha fatto”.

    Tutto ciò porta ad una riflessione amara: anche questo, sfortunatamente, è il Paese reale. Vengono i brividi a pensare che gente così possa far parte di una Corte d’Assise come giudice popolare contribuendo ad amministrare giustizia in nome del popolo italiano, alla educazione che può declinare sui propri figli, al fatto – non ho remore a dirlo –  che abbiano il diritto di esprimere il voto in un urna. Gli animali cui sembrano tenere tanto, sono di gran lunga migliori di chi mostra di non avere nessuna interiorità, di chi disprezza quella vita che, diversamente, sostiene di voler tutelare all’estremo.

    Neppure le belve più feroci sarebbero capaci di tanta insensibilità, di una simile mancanza di compassione per una tragica fine, una fine giunta in solitudine, subitanea nell’esecuzione e – forse – nella determinazione come spesso lo sono le decisioni che i difensori devono adottare nella loro estrema solitudine. Ma una cosa non sanno i nazi-vegani: che una toga, quella toga che Giacomo indossava e che incarna i valori della libertà e dei diritti, anche se insanguinata non muore mai.

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