diritto

  • In attesa di Giustizia: senza speranza

    L’impegno è la competenza della Ministra Cartabia sono fuori discussione, tuttavia un riassetto del “sistema giustizia” risolutivo appare ancora come una chimera e le ragioni sono molteplici.

    Una è la permanente e molesta presenza dei Cinque Stelle tanto nelle Aule Parlamentari che nella compagine di Governo: solo la mediazione ha consentito di varare dei progetti di riforma che, sfortunatamente, soffrono di prese di posizione ideologiche ed autentiche idiozie provenienti  non del tutto espunte da precedenti  iniziative a firma del Guardasigilli Ridens e dei suoi accoliti.

    L’Ufficio del Processo valga come esempio, senza entrare nell’analisi di aspetti tecnici delle innovazioni adatta solo ad operatori del settore. Parliamo di 16.000 addetti, dignitosamente pagati e divisi in due cicli con contratti a termine della durata di due anni e mezzo ciascuno: si tratta di semplici laureati in giurisprudenza che dovranno affiancare i giudici nella redazione dei provvedimenti ed allo studio delle controversie. Già, ma essendo privi di qualsiasi esperienza, quale sarà il livello qualitativo del loro contributo? Aspetto non secondario, nei Tribunali non vi sono spazi fisici dove sistemarli e come supporto operativo – forse e a malapena –  saranno forniti con una biro e un blocco per gli appunti.

    Come si è visto in un articolo precedente, neppure il reclutamento di magistrati ordinari offre motivi di sollievo, anzi: il numero elevatissimo di non ammessi all’orale del concorso per scarsa conoscenza della lingua italiana impedisce la copertura dei posti disponibili (già, di suo, inferiore alle reali necessità) e c’è da temere che tra coloro che si sono guadagnati il diritto di sostenere la prova orale non vi siano esattamente dei luminari del diritto. Forse, solo candidati che si destreggiano nell’uso dell’imperfetto e del passato remoto (per quello dei congiuntivi c’è ancora tolleranza): come dire “beati gli orbi nel regno dei ciechi”.

    Nel frattempo, torna ad impazzare la pandemia con le immaginabili conseguenze: magistrati e cancellieri contagiati, udienze rinviate, notifiche omesse, uffici e sportelli di relazione con il pubblico a mezzo servizio e – perché no? – richieste di differimento da parte di avvocati per “legittimo impedimento” qualora positivi al tampone. Ma è sufficiente la temperatura a 37,5 per impedire loro l’ingresso a Palazzo di Giustizia; magari non se n’erano neppure accorti e la sorpresa avviene al punto di controllo. In questo caso, che fare, come si può documentare all’ultimo momento la impossibilità a comparire?

    Ci si renderà conto della reale situazione dopo il 10 gennaio: già, perché fino ad allora nei Tribunali quasi nessuno lavora, né in presenza né in smart working.

    Un contentino anche all’Associazione Nazionale Magistrati viene dalla proroga per tutto il 2022 della modalità di decisione “a distanza”: vale a dire, camere di consiglio in teleconferenza con magistrati che discutono “a domicilio” delicate questioni mentre i bambini scorrazzano per casa, la moglie li rimprovera mentre cuoce il minestrone e la radio, ad alto volume, è sintonizzata dal primogenito su un canale di musica rap.

    Tra infiniti problemi c’è chi, con creatività degna di miglior destino, riesce ad alleggerire il carico di segreterie ormai allo stremo…come è capitato di recente in un Tribunale della Repubblica Italiana di cui – per immeritato decoro – non verrà fatto il nome.

    In un processo con più imputati accade che uno di essi muoia (forse di vecchiaia, in attesa di giudizio) e il difensore chiede, come è previsto dalla legge, che venga emessa sentenza di non doversi procedere per morte del presunto reo.

    Tutto ciò, a causa dei bizantinismi ancora presenti nel nostro sistema, comporta la separazione della posizione (c.d. “stralcio”) con la formazione di un distinto fascicolo destinato, in sostanza, solo alla dichiarazione di “estinzione” del processo insieme a quella del supposto autore. Faticoso: mancano cancellieri, carta, toner delle fotocopiatrici, anzi sono rotte pure le fotocopiatrici e il call center che da contattare per la manutenzione è in Uzbekistan e gli operatori destreggiano l’italiano come gli aspiranti giudici di cui sopra, manca anche il tempo…e allora ecco che non si procede allo stralcio e sui verbali, accanto a nome, cognome e nominativo dell’avvocato (che deve continuare a partecipare alle udienze…) viene apposta la dicitura: “libero, deceduto, assente”. E non c’è da ridere, siamo senza speranza: anche questa è attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: vieni avanti, cretino!

    Il 1982 non fu solo l’anno dell’indimenticabile “Mundial” di Spagna ma anche quello di uscita di una spassosissima commedia intrepretata da Lino Banfi per la regia di Luciano Salce: “Vieni avanti cretino”.

    La trama parlava dei tentativi di un ex detenuto, appena uscito dal carcere, che tenta senza fortuna di reinserirsi nella società con l’aiuto di un parente impiegato presso un ufficio di collocamento dando origine ad una serie di spassosissime gag.

    Il nostro articolo, invece, tratta un argomento molto meno divertente, anzi, ed è una vera e propria carica di cretini.

    Mentre la Guardasigilli Cartabia, con il contributo delle Commissioni istituite presso il Ministero della Giustizia e pur tra infinte polemiche, tenta di dare respiro al sistema giudiziario con riforme che valgono – tra l’altro – l’erogazione di fondi del PNRR, si è tenuto il concorso per 310 posti di magistrato ordinario.

    Posti destinati in parte a rimpinguare l’organico ed in altra a bilanciare i pensionamenti e, di questi tempi, anche arresti e destituzioni disciplinari dall’ordine giudiziario che stanno falcidiando la pianta organica.

    310, in fondo, non sono nemmeno molti ma, ahinoi, si devono sempre fare i conti con le esauste casse dello Stato che dovrebbero provvedere a pagarne poi gli stipendi e – più o meno – ogni anno quelli sono i posti messi a concorso: all’ultimo hanno partecipato quasi seimila candidati ed i lettori penseranno che sia un numero straordinariamente in eccesso ma non è così.

    Infatti, solo 3.797 hanno completato le tre prove scritte, gli altri hanno abbandonato prima di consegnare l’ultimo elaborato perché evidentemente non si sentivano sicuri del proprio lavoro e in tal modo hanno evitato di “bruciarsi” uno dei tre tentativi che al massimo sono concessi per partecipare a questo concorso.

    Fuori un terzo dei partecipanti, ce ne sarebbero stati comunque a sufficienza e quei quasi quattromila aspiranti  hanno portato a termine le prove, pur consapevoli della difficoltà (legata anche al voto assegnato) perché si sentivano  ragionevolmente certi di avere delle chances di entrare in graduatoria.

    Ebbene, la prova è stata superata solo da 88 di loro e sono tutti soggetti  non solo laureati in giurisprudenza ma già qualificati dall’avere superato altra selezione: il concorso in magistratura è, infatti, “di secondo grado” e come tale prevede un percorso professionale precedente (avvocato, docente universitario, dirigente di ente pubblico…).

    Qualche migliaio di emuli di Davigo – e questo già fa paura – tornerà (per fortuna?), almeno per un po’, ad occuparsi di ciò che facevano prima e – quindi – sono fatti salvi i livelli occupazionali. Bene ma non benissimo perché questa strage di candidati non è frutto di un eccessivo rigore della commissione esaminatrice o di prove di concorso di difficoltà pari alla scienza missilistica necessaria per mandare l’uomo su Marte: i problemi sono stati l’approssimativa conoscenza della lingua italiana, di grammatica e sintassi e certamente non saranno mancati grossolani svarioni in diritto. Insomma, siamo al cospetto di un autentico cimitero culturale.

    Spontanea sorge la domanda: come hanno fatto costoro, non tanto a prendere una prima abilitazione e neppure la laurea ma, ancor prima, a superare l’esame di terza media inferiore? Da domani, tuttavia ve li ritroverete tutti al loro posto: avvocati, ma anche magistrati onorari, dottori di ricerca, funzionari di Polizia.

    E’ il fallimento di una scuola massacrata da riforme idiote e di un’università diventata semplice esamificio.

    Ora siamo di fronte ad una vera e propria carica di cavalleria di cretini per di più patentati perché abilitati a svolgere altre mansioni, altre professioni, tutte delicate e che cercano di conquistare il diritto alla più complessa di tutte tra quelle umanistiche; qualcuno c’è anche il rischio che prima o poi ce la faccia e – a giudicare di ciò che si vede in giro – è già successo, senza indulgere a criticare quell’anima bella di Antonio Di Pietro perché sbagliava (e sbaglia tuttora) i congiuntivi ma, al confronto è meritevole di Presidenza della Accademia della Crusca.

  • In attesa di Giustizia: ricchi premi e cotillons

    Alzi la mano chi se, banalmente, ha una carie si rivolge ad un ortopedico invece che ad un medico specializzato in odontostomatologia e chi si sentirebbe rassicurato di essere operato di menisco da un urologo…tanto per fare un paio di esempi: fortunatamente, in medicina, esistono le specializzazioni e la gran parte dei medici ne ha conseguita almeno una per quanto obbligatorie siano solo quelle per radiologi ed anestesisti rianimatori.

    Se è vero che – seppure entro certi limiti – gli avvocati non salvano vite umane, tuttavia la specializzazione per questa categoria di professionisti è qualcosa che ancora è legato ad una comprovata esperienza più che ad un certificato percorso di approfondimento di studi: gli avvocati, con una variegata serie di obiezioni, hanno sempre opposto resistenza ad una normativa che da qualche anno si tenta di varare ricalcando quella del settore sanitario ed è stata maldigerita anche la frequenza obbligatoria a corsi di aggiornamento con le eccezioni di chi svolga attività di ricerca e/o insegnamento e di coloro che abbiano superato il sessantesimo anno di età ovvero dopo venticinque anni di attività professionale.

    La scelta del legale, diversamente da quella del medico è frutto, quindi, del passaparola ovvero di una notorietà nel comparto di interesse; il che è abbastanza agevole qualora il difensore di cui si ha bisogno sia un penalista: basta seguire la cronaca, infatti, si occupa largamente di grandi inchieste e processi penali in cui i nomi degli avvocati risaltano sempre e sono molto spesso sempre gli stessi.

    Più complicato, viceversa e sempre per fare esempi, è individuare un professionista affidabile in materia di locazioni, per non parlare – senza addentrarsi nella competenza del Tribunale delle Acque – dell’area vastissima e diversificata del diritto amministrativo.

    La qualifica di specialista sarebbe, quindi, un’eccellente strumento per orientarsi ma bisognerà ancora attendere; nel frattempo gli avvocati che, per par condicio con i magistrati non possono andare immuni da critiche in questa rubrica, prediligono altri (opinabili) criteri di qualificazione e promozione personale.

    A parte le ambitissime comparsate in trasmissioni televisive nelle quali non è infrequente assistere a penose dimostrazioni di inconsistenza tecnica (il grande pubblico, però, è difficile che se ne avveda) ed anche a qualche inciampo nell’uso del congiuntivo, la nuova terra di conquista sono i premi assegnati da misteriose entità, testate giornalistiche di settore, magazines che non si troveranno mai in un’edicola ed è difficile trovare, anche dimenticati, su aerei, treni o nei locali di decenza (come si chiamavano una volta) degli autogrill. Abbondano, invece, nelle sale d’aspetto di alcuni studi con il faccione austero del titolare, vestito dell’immancabile gessato, in copertina.

    I riconoscimenti hanno definizioni altisonanti e sono quasi sempre abbinati a paginate di intervista del premiato: Studio Innovativo dell’Anno, Miglior Studio Legale Boutique, Eccellenza Giuridica Regionale, Cicerone d’Oro e chi più ne ha più ne metta, preferibilmente con l’impiego di anglicismi ed il richiamo a rigorosi criteri di selezione da parte di autorevolissimi Comitati Scientifici.

    E per partecipare a cotanti agoni e puntare se non alla vittoria almeno al podio cosa bisogna fare? Generalmente tutto si risolve nell’invio della candidatura e, più che altro, nell’acquisto di biglietti per la partecipazione alla Cena di Gala in occasione della quale verranno rivelati i vincitori selezionati dal Comitato Scientifico…in base al numero di posti prenotati e regolarmente saldati unitamente al prezzo per la pubblicazione di intervista con gigantografia in copertina su una delle prestigiose riviste dell’editore.

    Diffidate, gente, diffidate…e Buon Natale a tutti!

  • In attesa di Giustizia: la Corte Regolatrice

    Con questo appellativo viene anche chiamata la Cassazione, sottintendendone una funzione cruciale: quella di offrire interpretazione certa della legge, possibilmente con una certa uniformità.

    La Corte, per quanto riguarda il settore penale, è suddivisa in sette Sezioni con attribuzione di competenze specifiche: la Prima Sezione, per esempio,  tratta i gli omicidi (ma non solo quelli), la Seconda criminalità organizzata e reati contro il patrimonio, la Terza i reati tributari e le violenze sessuali, la Quinta bancarotte e reati contro l’ordinamento economico…alla Settima vengono destinati solo i ricorsi che, ad un primo esame che viene effettuato dalla Procura Generale appena i ricorsi arrivano, appaiono evidentemente inammissibili; la Settima  tiene udienza senza che neppure partecipino le parti: decide sulla base dei ricorsi e delle richieste scritte di un Sostituto Procuratore Generale (che spesso consistono in semplici crocette apposte su una specie di questionario a risposta multipla).

    Da qualche anno a questa parte in Cassazione accade che si sia ridotto enormemente il numero dei ricorsi che vengono accolti; è vero che la qualità degli avvocati – bisogna ammetterlo – è scaduta tuttavia soprattutto il numero delle dichiarazioni di inammissibilità appare patologico e succedono anche altre strane cose: per esempio che su questioni di diritto identiche la stessa Sezione decida in maniera differente…con buona pace della uniformità di interpretazione e della certezza del diritto. E non è detto che se ne venga a sapere perché la pubblicazione delle sentenze – che passa dall’inoltro ad un ufficio che si chiama Massimario – avviene secondo oscuri criteri, non scritti, seguiti dai singoli Presidenti: come dire, una forma di eugenetica giurisprudenziale.

    Ma le stranezze non finiscono qui: se si vanno ad esaminare – per esempio – i dati del primo semestre del 2020 si scopre che in tre casi su quattro, alla Seconda Sezione penale, i ricorsi degli imputati hanno avuto esito negativo e ne è stato dichiarato inammissibile il 67% e rigettato l’8%; solo un quarto del totale ha trovato accoglimento. Stupisce la percentuale delle inammissibilità (tradotto: il ricorso contiene autentiche bestialità giuridiche, inguardabili ed inascoltabili), che è di gran lunga prevalente sull’esito rigetto o accoglimento e viene da chiedersi come mai quei ricorsi abbiano superato quel filtro iniziale di cui si è detto, dedicato espressamente a “scremare” le impugnazioni che appaiono a prima vista inammissibili.

    Altrettanto, seppur diversamente, interessante è il dato della Quinta Sezione dove quasi un ricorso su due ha esito positivo per il ricorrente: ben un 45% di annullamenti con varie formule.

    Se ne deve dedurre che la Quinta Sezione è quella più garantista insieme alla Sesta che – pure – ha numeri più fisiologici e confortanti? E i numeri, di solito, non mentono.

    Certo si è che, ormai da molti anni, per gli operatori del settore prevedere che un proprio ricorso possa essere destinato alla Seconda (e in molti casi la previsione è agevolata dal fattore “competenza per materia”) è scoraggiante, la notifica dell’avviso di fissazione delle udienza proprio a quella sezione fa passare persino la voglia di guardare l’orario delle Frecce Rosse o degli aerei per raggiungere Roma, allo sventurato cliente non si sa come dare (o confermare) la pessima notizia.

    La domanda è: come mai tra le altre anomalie che caratterizzano il funzionamento della (presunta) Corte Regolatrice spicca la statistica della Seconda? Secondo i malpensanti dipende dalla lunga militanza di Davigo – anche come Presidente – in quella sezione. Sicuramente una malignità ma è anche vero che a pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia.

  • Il divario di genere a livello di istruzione si sta riducendo, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione

    Negli ultimi anni il numero di studentesse, incluse quelle che hanno conseguito una laurea di primo livello, una laurea magistrale o un dottorato, è aumentato costantemente, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione. Queste sono alcune delle principali conclusioni della relazione She Figures 2021 della Commissione europea, che dal 2003 monitora il livello dei progressi verso la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione nell’Unione europea e altrove.

    La pubblicazione di She Figures 2021 evidenzia che, in media, per quanto riguarda la laurea di primo livello e magistrale le studentesse e le laureate sono più numerose dei loro compagni uomini (costituiscono rispettivamente il 54% e il 59%) e che si raggiunge quasi un equilibrio di genere a livello di dottorato (48 %). Persistono tuttavia disparità tra i vari campi di studio: le donne ad esempio rappresentano ancora meno di un quarto dei dottorandi nel settore delle TIC (22%), mentre sono il 60 % o più nella sanità e nei servizi sociali e nell’istruzione (rispettivamente il 60 % e il 67%).

    Inoltre solo circa un terzo dei ricercatori sono donne (33%). Ai livelli più alti del mondo accademico, le donne continuano a essere sottorappresentate e tra i professori ordinari sono solo un quarto (26%). Hanno inoltre meno probabilità di essere impiegate come scienziati e ingegneri (41%) e sono sottorappresentate tra i liberi professionisti nel settore delle scienze, dell’ingegneria e delle TIC (25%).

    She Figures è uno studio triennale che monitora la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione (R&I): pubblicato per la prima volta nel 2003, segue il percorso di ricercatori e ricercatrici, a partire dal periodo in cui studiano e si laureano, esaminandone la partecipazione al mercato del lavoro in qualità di ricercatori e le condizioni di lavoro, l’avanzamento di carriera e il coinvolgimento in posizioni decisionali e i risultati di R&I (compresa la paternità di invenzione). I corrispondenti statistici degli Stati membri e dei paesi associati contribuiscono alla raccolta dei dati.

    Diverse politiche e programmi di finanziamento dell’UE mirano a promuovere la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione. Con la sua comunicazione del 2020 su un nuovo Spazio europeo della ricerca la Commissione ha rinnovato il suo impegno a favore della parità di genere e dell’integrazione di questa dimensione nella ricerca attraverso l’ampliamento delle priorità e delle iniziative esistenti.

    Orizzonte Europa ha inoltre rafforzato il sostegno alla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione grazie a:

    • un nuovo criterio di ammissibilità ai finanziamenti di Orizzonte Europa, in quanto gli enti pubblici, gli organismi di ricerca e gli istituti di istruzione superiore devono disporre di un piano per la parità di genere;
    • l’integrazione di una dimensione di genere nei contenuti della ricerca e dell’innovazione come requisito di base in tutto il programma;
    • il finanziamento di azioni a sostegno dell’elaborazione di piani per la parità di genere negli Stati membri dell’UE e nei paesi associati e l’attuazione dell’agenda politica per lo Spazio europeo della ricerca;
    • misure e attività volte a promuovere la parità di genere nell’ambito del Consiglio europeo per l’innovazione; e
    • un forte incoraggiamento dell’equilibrio di genere nelle équipe di ricerca.

    La Commissione europea ha anche approvato la dichiarazione di Lubiana sulla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione.

    Fonte: Commissione europea

  • In attesa di Giustizia: In der Strafkolonie

    La scorsa settimana, questa rubrica si è occupata di un rarissimo caso (sembra addirittura l’unico in assoluto) di richiesta di danno erariale da parte della Corte dei Conti ad un G.I.P. e un P.M. il primo dei quali aveva ordinato l’arresto di una persona senza che vi fossero i presupposti, il secondo per averne curato la materiale esecuzione senza accorgersi del fatto di non avere, egli stesso, fatto la indispensabile richiesta.

    Risarcita dallo Stato con circa 21.000€ la vittima di questo grossolano strafalcione giudiziario, alla Corte dei Conti si è avviata la procedura per il riconoscimento del danno erariale, in egual misura ed in capo ai due protagonisti negativi, in ragione della loro colpa grave nella vicenda: approfondendo l’argomento dopo il primo articolo, è stato possibile verificare che – peraltro – le già esangui casse della Pubblica Amministrazione sono state solo parzialmente ristorate.

    Al P.M., infatti, non è stato addebitato nulla, essendosi giustificato con la circostanza che il fascicolo era rimasto al Giudice e a lui era stata trasmessa solo l’ordinanza cautelare da eseguire: dunque non si era potuto accorgere che di quella persona non aveva mai richiesto la carcerazione, dimenticandosi del tutto anche della corrispondente indagine che – pure – aveva personalmente svolto.

    Il G.I.P., invece, ha fatto ricorso al giudizio abbreviato previsto anche dal Codice della Giustizia Contabile che consente di pervenire ad una rapida definizione delle controversie garantendo l’incasso per l’Erario di somme certe ma considerevolmente ridotte rispetto all’ammontare effettivo del danno cagionato; non consta neppure l’avvio di un disciplinare al C.S.M. ed i progressi in carriera di entrambi paiono immeritatamente salvi.

    L’approfondimento ha consentito anche di verificare che praticamente mai  vi è una rivalsa dello Stato  per le riparazioni da ingiusta detenzione nei confronti di chi le ha cagionate e che gravano sul bilancio per una media di circa trenta milioni all’anno. Questo perché è necessario che la Corte dei Conti sia attivata da un esposto del cittadino vittima del torto che, di regola, non sa che può farlo ed è, comunque, privo di interesse; in alternativa vi è la segnalazione da parte del Ministero della Giustizia…ma, si sa, cane non mangia cane.

    In sostanza, la Procura Contabile, per quanto sia di sua competenza, non dispone accertamenti per poi chieder conto dei sostanziosi esborsi per indennizzi dovuti a riparazione degli errori giudiziari, accertando se vi sia stata almeno colpa grave nel determinarli, perché nessuno, normalmente, la attiva.

    Come si potrebbe fare, allora, per realizzare in questo settore una forma di spending review,  prevenendo il pregiudizio economico per lo Stato, tenuto conto del sostanziale disinteresse del privato per il ristoro del danno erariale e della difesa corporativa del settore pubblico? La soluzione potrebbe essere di ispirazione letteraria.

    Durante il periodo di tirocinio, bisognerebbe far interpretare ai neo magistrati la parte del condannato nel racconto di Kafka “Nella Colonia Penale”, in cui si narra di prigionieri incarcerati senza neppure sapere di cosa fossero stati accusati e condannati sulla base di una semplice denuncia perché il processo sarebbe stata una inutile perdita di tempo nel quale l’imputato ha la facoltà di mentire, può persino portare testimoni falsi, la difesa avrebbe propinato menzogne…dunque un vero e proprio intralcio alla giustizia.

    In una parola: l’idea di giustizia che ispira il pensiero di Piercamillo Davigo e dei suoi epigoni… almeno finché non tocca a loro, come accade “In der Strafkolonie”, sperimentare, in senso stretto sulla propria pelle la conoscenza postuma delle proprie colpe con la sottoposizione finale ad una mostruosa macchina chiamata “erpice” che incide sulla schiena dello sventurato il nome del delitto per cui è stato condannato e che solo così potrà finalmente conoscere.

  • In attesa di Giustizia: nelle mani degli esperti

    Alzi la mano chi coltiva tra le proprie letture preferite la relazione della Corte dei Conti sulle spese sostenute dallo Stato per errori giudiziari ed ingiuste detenzioni.

    Eppure, anche da un testo come questo – che non si annovera tra i più appassionanti – si possono ricavare informazioni e dati che risultano utili, sebbene di nessun conforto, a comprendere in che condizioni versa l’amministrazione della Giustizia: talvolta con annotazioni davvero sorprendenti, come questa che arricchisce la galleria degli orrori di questa rubrica.

    Partiamo dal brocardo ne procedat iudex ex officio che esprime un fondamentale principio risalente, come intuibile, al diritto romano e da allora applicato anche da giudici contemporanei con il quale è fatto divieto ad un giudice di procedere di sua iniziativa quando manchi la proposizione di una domanda “di parte”: vale a dire del cosiddetto attore nel processo civile e del Pubblico Ministero in quello penale.

    Ciononostante, accade in una cittadina del Sud che un giudice delle indagini preliminari – magistrato con una certa anzianità di servizio – ordini l’arresto di un indagato e di sua figlia per false fatturazioni sebbene il P.M. avesse chiesto la carcerazione solo dell’uomo.

    Per legge è il Pubblico Ministero che cura l’esecuzione degli arresti ma nemmeno lui si accorge che sta per essere incarcerata una persona per la quale non ha fatto richiesta; le Forze dell’Ordine eseguono entrambi i mandati di cattura e solo qualche giorno dopo, in occasione dell’interrogatorio “di garanzia” si riesce a chiarire l’equivoco, chiamiamolo così usando un eufemismo per quello che in sostanza è un sequestro di persona: scarcerazione per assenza dei presupposti di legge.

    Come si vede, non era questione di interpretare una legge confusamente articolata, oppure di fare complicate ricerche di precedenti giurisprudenziali ma solo di leggere con attenzione la richiesta finalizzata a privare della libertà almeno una persona ed applicare un principio millenario ed immutato…e saper contare fino a due.

    Tutto è bene, però, ciò che finisce bene (o quasi): tornata in libertà, la donna è stata in seguito risarcita con circa 21.000€ di cui ora la Corte dei Conti chiede la restituzione a Giudice e P.M., responsabili a tutta evidenza del danno erariale prodotto. Nel rispetto degli interessati non facciamo nomi perché la notizia è sfuggita (chissà come mai?) ai media, a tacer del fatto che ci sono accertamenti ancora in corso.

    Chi vivrà vedrà come andrà a finire, soprattutto se le polizze assicurative dei due magistrati garantiscono anche contro il verificarsi di eventi simili o se dovranno pagare di tasca loro; sarà interessante anche sapere se saranno sottoposti ad un procedimento disciplinare e che futuro avrà la loro carriera ma – come si è detto – tutto è bene ciò che finisce bene e non è fuor di luogo pensare che non vi saranno conseguenze particolari per questi campioni del diritto, forse perché qualcuno sosterrà che si tratta di errorucci dai quali sicuramente si è tratto un arricchimento della esperienza.

    E, come scriveva Niels Bohr – che non era un giurista ma un fisico che, peraltro, ha vinto un Nobel – “Un esperto è uno che ha fatto tutti gli errori possibili nel suo campo”.

  • In attesa di Giustizia: Delitto e castigo

    Sarà vero che in questo Paese non ci sono innocenti ma solo colpevoli che la fanno franca? Per una risposta attendibile, passato il tempo necessario per svolgere le indagini e magari celebrare un processo, bisognerà rivolgersi proprio a chi alimentò quella preoccupazione: Piercamillo Davigo.

    Il riferimento è alla vicenda dei verbali secretati di interrogatori del plurindagato avvocato Amara in cui si parla di una presunta loggia coperta denominata “Ungheria” con il compito – stile P2 – di condizionare apparati dello Stato.

    L’ex P.M. di Mani Pulite, come si ricorderà, ricevette quei verbali quando era componente del C.S.M. dal Sostituto Procuratore di Milano Paolo Storari il quale, lamentando immobilismo investigativo da parte dei vertici della Procura, richiedeva non si comprende bene quale genere di soccorso; un carteggio che il primo non avrebbe potuto avere ed il secondo non avrebbe dovuto trasmettere: non a Davigo di sicuro. Eppure parliamo di uomini i cui genitori hanno fatto tanti sacrifici per farli studiare.

    Ma tant’è: con buona pace del segreto istruttorio e del rispetto delle procedure quegli atti si sono diffusi come le figurine dei calciatori della Editrice Panini; dopo Davigo entrarono nella disponibilità della sua segretaria, poi di alcune redazioni di quotidiani ed in ultimo – scambiati nella discreta penombra della tromba delle scale del Consiglio Superiore – persino nelle mani del raffinato giurista a cinque stelle posto alla Presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia. Insomma, di chiunque tranne che dei possibili destinatari istituzionali.

    C’è voluto un po’ ma infine Piercamillo Davigo è stato iscritto nel registro degli indagati per rivelazione di segreti di ufficio dove già compare il nominativo di Storari il quale nel frattempo ha sperimentato, dall’altra parte della scrivania cui è abituato, la piacevolezza di un interrogatorio di quattro ore.

    Sarà interessante vedere come andrà a finire, se alla compagnia si aggiungeranno altri nomi più o meno illustri, se verrà contestato (e ci starebbe tutto) anche il più grave reato di ricettazione, se vi sarà un processo e, chissà, delle condanne.

    Rispettosi della presunzione di innocenza, non azzardiamo valutazioni circa rimproverabilità del comportamento e colpe dei coinvolti in una storia, peraltro, dai contorni quantomeno ambigui: tuttavia è possibile trarre subito una prima conclusione riferita a Piercamillo Davigo.

    Questa è una vicenda in cui, colpevoli o innocenti, nessuna la farà franca: certamente non Davigo che sconterà comunque una punizione anche se verrà assolto, un trattamento che ha il sapore del feroce contrappasso. Dovrà, infatti, nominare un difensore, sarà quindi costretto a frequentare un avvocato, ad affidarsi a lui – spregevole appartenente alla disprezzatissima genia degli azzeccagarbugli – persino a ringraziarlo e financo a pagarlo (questo forse: i magistrati hanno spesso la manina corta).

    Delitto e castigo anche se innocente: novello Raskolnikov, Piercamillo per sentirsi un po’ più a suo agio potrebbe forse scegliere di farsi difendere dal noto docente del nulla applicato al diritto autoproclamatosi avvocato degli italiani o persino da Don Fofò Bonafede: ma non è così stupido, si rivolgerà ad altri e berrà l’amaro calice fino in fondo, espierà una pena che sarà per lui così dolorosa, disumana, da suggerire di rivolgersi alla Corte dei Diritti dell’Uomo…ma Davigo non lo farà mai, sopporterà stoicamente una volta ma non una di più la vicinanza di un avvocato.

    Passi il delitto (che, seppur commesso, lui che è assistito dal dogma della infallibilità non ammetterà mai) ma, in fondo, anche al castigo c’è un limite e persino l’inflessibile Piercamillo Davigo potrebbe questa volta percepirne, soggettivamente, un eccesso di rigore.

  • In attesa di Giustizia: a volte ritornano

    Tiepida la notizia che Maria Angiuoni, l’ex P.M. che per prima si occupò del sequestro di Denise Pipitone, è stata indagata a sua volta per false dichiarazioni dopo essere stata ascoltata in relazione alle sue bizzarre investigazioni private sulla sparizione della bimba siciliana, troppo occupato il C.S.M. nel bandire un concorso per otto autisti da destinare ad altrettanti Consiglieri i cui tormentati arti inferiori non possono sopportare l’affronto di spostarsi utilizzando i mezzi pubblici messi a disposizione da Virginia Raggi; è bastata una settimana senza nemmeno un arresto, senza sputtanamenti per prove a discarico nascoste alle difese, senza regolamenti di conti più o meno palesi tra correnti diverse della magistratura associata, per ridare fiato al massimo cultore del giacobinismo manettaro e coraggio ad una paio di zombie di cui, nell’agone politico, nessuno sentiva la mancanza. A volte ritornano.

    Ricorda, allora, Piercamillo Davigo che dopo una condanna ancora appellabile non si può più seriamente parlare di presunzione di innocenza e parla di effetti devastanti come conseguenza di una modifica referendaria delle norme sulla carcerazione preventiva, paventando un futuro in cui orde di criminali lasciati liberi potranno scorrere in armi le campagne.

    Nel mentre che il sipario si alza su questo teatrino che non ha nulla di nuovo, neppure quanto a falsità (peraltro, abilmente ammannite) riappaiono sulla scena due filosofi della corrente di pensiero secondo cui il fatto prova il reato e l’unica spiegazione plausibile di un fatto è un reato.

    Parliamo di Antonio Ingroia, insuperabile collezionista di fallimenti politici, e di Antonio Di Pietro che sembrano volersi mettere nuovamente in gioco cavalcando l’onda della secessione grillina.

    Sì, a volte ritornano, proprio come in una raccolta di racconti firmata da Stephen King; per fronteggiare l’orrore ed alimentare la speranza può quindi essere di conforto proporre – a dieci anni esatti di distanza – lo scritto di un Magistrato, Giuseppe Maria Berruti.

    “La vicenda nata dalle indagini palermitane (di Antonio Ingroia, n.d.r.) e sfociata negli attacchi al Quirinale, dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un Magistrato, sono stato componente del C.S.M.: i magistrati non possono avere la coscienza tranquilla. Hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo e si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice singolo, cioè della libertà del giudice singolo di interpretare la legge, si giustifichi solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllata e controllabile: altrimenti diventa una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino in avversario in giudizio nel momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo e mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la Storia impone.”

    Nell’Ordine Giudiziario, come si vede (lo scritto è del 24 giugno 2011) e come in questa rubrica si è sempre sostenuto, vi sono personalità di prim’ordine, capaci di lucide e lungimiranti analisi, di autocritica severa e costruttiva e nel ritorno alla ribalta di figure come questa, piuttosto che degli indignati in servizio permanente effettivo, si deve confidare perché si possa parlare, prima ancora che di attesa di Giustizia, di rinascita dello Stato di Diritto, di un sistema che più che di riforme ha necessità di essere rifondato.

  • Nasce la Procura europea, seguirà 3mila casi all’anno

    E’ operativa dal primo giugno la Procura europea, il nuovo organismo destinato a contrastare le frodi sui fondi Ue ha preso vita dopo alcuni mesi di ritardo ma in tempo per monitorare l’utilizzo dei miliardi di euro del Recovery Fund che stanno per essere distribuiti. Il suo lancio non è stato senza intoppi. Inizialmente previsto per la fine del 2020, è stato rinviato in particolare perché i 22 Stati partecipanti hanno tardato a nominare i loro procuratori delegati. Due non lo avevano ancora fatto alla vigilia dell’entrata in funzione dell’organo: Slovenia e Finlandia.

    L’Ufficio del procuratore generale europeo – Eppo in inglese -, guidato dall’ex capo della procura anti-corruzione romena Laura Kovesi, lavorerà “in completa indipendenza dalla Commissione, da altre istituzioni e organi dell’Ue, nonché dagli Stati membri”.

    L’organismo sovranazionale ha il compito di indagare, ma anche perseguire e assicurare alla giustizia i responsabili di reati che incidono sul bilancio dell’Ue. Un potere senza precedenti, che l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) non aveva. Si tratta dei reati di appropriazione indebita di fondi europei e corruzione, frode transfrontaliera dell’Iva che coinvolge almeno due Stati membri e importi superiori a 10 milioni di euro, riciclaggio di denaro. Per le sole frodi Iva transfrontaliere, l’Ue stima un danno annuo tra i 30 e i 60 miliardi di euro. Per gli altri reati le stime si aggirano intorno ai 500 milioni di euro all’anno. La Procura europea prevede di trattare circa 3 mila casi all’anno.

    L’Eppo si compone di un livello centrale, con sede in Lussemburgo. Al vertice, Laura Kovesi circondata da un collegio di 22 procuratori, uno per Stato partecipante. Dei 27 Paesi dell’Ue, Ungheria, Polonia, Irlanda, Svezia e Danimarca non sono parti interessate. I procuratori hanno prestato giuramento a settembre e sono responsabili della supervisione delle indagini
    e dei procedimenti giudiziari. Le attività’ vengono svolte sul campo dai procuratori aggiunti negli Stati membri.

    Finora sono stati nominati 88 vice procuratori in 20 Paesi, il che è sufficiente per l’inizio dei lavori. In Francia ce ne sono 4, in Italia 15, in Germania sono 11. Possono agire su tutto il territorio nazionale, organizzare il sequestro di beni, emettere mandati di cattura, avviare procedimenti.

    I Paesi hanno difficoltà a indagare sui reati transfrontalieri. Per ottenere informazioni da altri Stati, devono fare rogatorie, che a volte richiedono settimane, quando vanno a buon fine. Passaggi non più necessari con la Procura europea. “Possiamo semplicemente fare una telefonata o inviare un’email al nostro collega in Slovacchia o in Italia”, spiega il vice procuratore tedesco, Marcus Paintinger. “E’ un grande valore aggiunto”. E diventa fondamentale alla luce della partenza del gigantesco piano di ripresa da 750 miliardi di euro e sui chi bisognerà vigilare per evitare frodi. L’accusa “seguirà molto da vicino l’attuazione del Next Generation Eu in modo da garantire che tutti i fondi vengano utilizzati per aiutare le nostre economie a superare la crisi”, ha affermato il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders.

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