diritto

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: separati in casa

    Giochereste una partita di pallone in cui l’arbitro vesta, invece della divisa, la maglia della squadra avversaria? Probabilmente no, comunque qualche dubbio sulla sua imparzialità sarebbe fondato.

    Ebbene, nel nostro ordinamento giudiziario le cose funzionano sostanzialmente così: il Giudice arbitro delle controversie – che per disposto costituzionale dovrebbe, dunque,  assicurare assoluta terzietà – appartiene al medesimo Ordine del Pubblico Ministero, proviene dal medesimo concorso, la funzione giudicante/inquirente è interscambiabile senza eccessive difficoltà, dulcis in fundo avanzamenti di carriera, incarichi direttivi, autorizzazioni per lucrosi incarichi fuori ruolo non meno che (rarissime) sanzioni disciplinari dipendono dal Consiglio Superiore della Magistratura composto tanto da giudicanti che da Pubblici Ministeri e governato dalla logica delle correnti e del compromesso non di rado anche a sostrato politico.

    Secondo l’impostazione tradizionale del processo penale accusatorio, nel nostro sistema introdotto ormai trent’anni fa, le carriere di Giudici e P.M. sono nettamente separate, addirittura gli uffici sono ubicati  in edifici diversi; nel nostro Paese, tuttavia,  ogni tentativo di intervenire normativamente in proposito incontra un fitto fuoco di sbarramento da parte della Magistratura paventando – innanzitutto – il rischio che, separando le carriere, il Pubblico Ministero diventerebbe dipendente dal potere esecutivo e, pertanto, subordinato alla politica: nulla di meno vero perché per conseguire questo scopo non basterebbe neppure una legge ordinaria ma bisognerebbe intervenire su tre o quattro articoli della Costituzione che i Padri Costituenti avevano opportunamente elaborato proprio per scongiurare questo rischio.

    Una politica pavida e perennemente tenuta sotto scacco dalla Autorità Giudiziaria ha traccheggiato, dunque, per circa sei lustri senza mai  varare questa opportuna riforma dell’Ordinamento Giudiziario. Si è, allora, provveduto alla raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare promosso dalla Unione delle Camere Penali che, coronata da successo, è approdato alla Camera ed è ora sostenuta da un gruppo molto trasversale di una cinquantina di deputati ed assegnata alla Commissione Affari Costituzionali.

    Dunque, vi è per la prima volta la concreta possibilità che la separazione delle carriere divenga legge generando sgomento e allarme all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati e motivo di ennesima frizione tra i due Vice Premier uno dei quali – Salvini – è favorevole alla riforma, l’altro no.

    E’ recente un incontro tra la Giunta dell’A.N.M. e il Capo dello Stato (che è anche Presidente del C.S.M., giova ricordarlo) nel corso del quale si è voluto affrontare l’argomento della separazione delle carriere con Sergio Mattarella spendendo – tra l’altro – argomenti fuorvianti e autenticamente ingannevoli come quello del rischio di perdita di indipendenza del P.M. (per evitare equivoci, il disegno di legge prevede espressamente l’indipendenza da qualsiasi potere dell’Ufficio Requirente) e, soprattutto tentando indebitamente di coinvolgere il Presidente della Repubblica in un prossimo, libero, dibattito parlamentare.

    Gli ingredienti per rendere accidentato il percorso di una riforma, che si propone come ammodernatrice del sistema giudiziario e volta ad attuare i principi del giusto processo, ci sono tutti: il conflitto strisciante tra poteri dello Stato, il contrasto interno alle forze di Governo, non mancheranno dunque le polemiche al momento del voto alle Camere orientato dalla disciplina di partito.

    Nel frattempo, mentre i Magistrati si sgomentano all’idea di diventare separati in casa, diverse decine di migliaia di cittadini, che hanno sottoscritto il disegno di legge recandosi ai gazebo allestiti in tutta Italia dagli avvocati penalisti, restano a guardare, restando ancora una volta in attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

  • Non avete visto niente ancora!

    Extremis malis, extrema remedia!

    Si, a mali estremi, estremi rimedi! Ad una simile e molto difficile scelta si arriva soltanto quando non esistono altre e quando ogni possibilità di intesa svanisce definitivamente. Questa è stata anche la ragione perché i rappresentanti dell’opposizione politica in Albania hanno rassegnato ufficialmente i mandati parlamentari il 21 febbraio scorso. Da allora si è messa in moto una assordante campagna propagandistica contro questo atto, ignorando la realtà e senza badare a incoerenze logiche e ragionamenti ridicoli e per niente convincenti. Una campagna che, oltre al primo ministro in prima persona e ai suoi luogotenenti, oltre ai media e agli opinionisti da lui controllati, vede attivati, come mai prima, anche i “rappresentanti internazionali’. Una campagna tuttora in corso.

    Ovviamente, in un paese democratico, ma veramente democratico, rassegnare i mandati parlamentari in blocco da parte dell’opposizione sarebbe stata una misura del tutto inspiegabile e ingiustificabile. Perché si sa, in un paese democratico la vita e le attività politiche si dovrebbero svolgere, e realmente si svolgono, prima di tutto, in parlamento.

    Ma in Albania la realtà è ben diversa e molto allarmante. Perché l’Albania, purtroppo, non è un paese democratico. Dalle istituzioni internazionali specializzate viene considerata, a seconda dei casi, come un paese con una “democrazia ibrida”, oppure con una “democrazia fragile”. Che poi non è che cambia molto in sostanza. Ma anche queste definizioni, dati e fatti alla mano, risultano esprimere una valutazione ottimistica. E questo perché, sempre dati e fatti alla mano, negli ultimi anni, e sempre più frequentemente, l’Albania sta scivolando verso un regime totalitario. Con tutte le derivanti e allarmanti conseguenze.

    In una simile realtà, il Parlamento, come simbolo della democrazia viene, quasi quotidianamente, profanato dalla maggioranza governativa e, soprattutto, dal primo ministro in persona. Anzi, è proprio il primo ministro, che con la sua arroganza, la sua volgarità verbale e tanto altro ancora, si identifica come il profanatore per eccellenza delle istituzioni, Parlamento compreso.

    In Albania tutti ricordano, o dovrebbero ricordare, una frase del suo discorso iniziale come primo ministro, appena il suo governo aveva avuto il previsto sostegno parlamentare. Accadeva nel settembre del 2013. Quel discorso non si ricorda e/o non si ricorderà per il suo contenuto, e cioè per il programma del governo durante il suo primo mandato, allora appena cominciato. Perché niente di quello che ha detto il primo ministro, durante quel discorso, è stato realizzato e nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Come sempre. Quel suo primo discorso da primo ministro si ricorderà soltanto per una frase, per quella frase rivolta ai deputati dell’opposizione: “Non avete visto niente ancora!”. Così ha dichiarato il primo ministro allora. Purtroppo il messaggio minatorio di quella frase si è avverato durante tutti questi anni, da quel settembre 2013. Un messaggio chiaro, che si riferiva e preannunciava tutte le negazioni, la completa trascuratezza dei loro diritti istituzionali, nonché le sofferenze alle quali si dovevano abituare i rappresentanti dell’opposizione. Quanto è accaduto in seguito ha confermato quelle parole e quella “profezia”. E non solo nelle attività parlamentari. Era forse una delle pochissime promesse fatte dal primo ministro e da lui mantenute. Non si sa, e forse non si saprà mai, se quelle parole esprimevano una scelta, una linea guida consapevole, oppure sono state articolate dal suo inconscio. Comunque sia stato allora, nel settembre 2013, quanto è accaduto in seguito ha dato piena ragione a quella ammonizione e “minaccia amichevole” del primo ministro per i rappresentanti dell’opposizione. Proprio quella frase “sfugge” però, come tante altre cose importanti e che meritano la massima attenzione, anche ad alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania.

    Tornando alla rassegnazione dei mandati parlamentari, tutti coloro che hanno condannato quella scelta dell’opposizione, avrebbero dovuto prima conoscere bene e capire la vera realtà albanese e poi esprimersi. Quella realtà vissuta e sofferta quotidianamente dagli albanesi però, non quella “storia di successi” immaginaria che diffonde la propaganda governativa. Ovviamente non lo hanno fatto i soliti “rappresentanti internazionali”, che da sempre sono schierati a fianco del primo ministro. Quelli si sa, vedono, sentono e capiscono soltanto tramite i suoi occhi, le sue orecchie e la sua testa. Loro sanno anche il perché. Lo dovrebbero aver fatto e/o lo devono fare, prima possible però, tutti quelli che con la voglia sincera di aiutare si stanno occupando seriamente adesso dell’Albania. Perché solo così potrebbero trarre le dovute e giuste conclusioni, per poi consigliare quello che si dovrebbe fare e come farlo.

    Adesso non si può contestare all’opposizione l’aver rimesso i mandati parlamentari. Anzi, lo dovevano aver fatto prima. E le occasioni non sono mancate, anzi! Ma meglio tardi che mai. Da anni ormai, la presenza dell’opposizione in parlamento serviva al primo ministro soltanto come facciata, come parvenza di pluralismo e pluripartitismo. E a niente altro! Chi non riesce a capire questa realtà, non riesce a capire la realtà albanese in generale. Eccezion fatta per tutti coloro che capiscono, ma che per “determinate ragioni” acconsentono! Quella albanese è una realtà vissuta, che dimostra e testimonia il modo in cui il primo ministro, come minimo, ha sempre ignorato l’opposizione, le sue proposte in parlamento e altro ancora. Una realtà che descrive e dimostra un primo ministro arrogante, autoritario, ma anche volgare e vigliacco. Un primo ministro che fa, lui solo, il buono e il cattivo tempo.

    Come si potrebbe pretendere “normalità” e considerare democratico un paese come l’Albania mentre il sistema della giustizia si sta volutamente politicizzando ogni giorno che passa? Un paese dove quelli che gestiscono la cosa pubblica hanno volutamente fatto fallire la riforma della giustizia. Compreso, come parte di quel [voluto] fallimento anche l’incapacità di funzionamento della Corte Costituzionale e della Corte Suprema. Quale istituzione ormai, da più di un anno a questa parte, può decidere sulla costituzionalità delle delibere governative e di altre istituzioni, nonché delle richieste di gruppi di interesse e/o di semplici cittadini? Quale altra privazione dovrebbe affrontare l’opposizione istituzionale? Si può parlare ancora di “normalità” in Albania?! Perché allora, in una simile grave situazione, i rappresentanti dell’opposizione dovevano stare ancora in Parlamento? Per avere, semplicemente, l’ennesima prova e dimostrazione che, per il primo ministro, loro non valgono, non contano niente, ma soltanto servono da facciata? Queste sono soltanto alcune delle tante ragioni, che bastano e avanzano per costringere l’opposizione ad azioni e decisioni estreme. Compresa anche l’aver rassegnato mandati parlamentari.

    Chi scrive queste righe è convinto che, privandosi dei mandati parlamentari, i rappresentanti dell’opposizione hanno tolto al primo ministro almeno il lusso di fingere, di mentire senza batter ciglio, di manipolare l’opinione pubblica in Albania e all’estero e di parlare di pluralismo e di democrazia. Egli si chiede però chi sono, per chi lavorano e a chi rendono conto alcuni “rappresentanti internazionali”, molto attivi ultimamente in Albania!

  • In attesa di Giustizia: castrazione costituzionale

    Sarà che si avvicina la tornata elettorale europea, sarà forse che questo Paese vive in perenne campagna elettorale per consultazioni politiche ed amministrative calendarizzate senza soluzione di continuità ma la ricerca del consenso, attraverso il tradizionale stimolo dell’elettore a sostenere chi sembri garantirgli più sicurezza, sembra avere importanti accelerazioni.

    Si è dato il via con l’introduzione di limitazioni di accesso al giudizio abbreviato (che, a fronte della rinuncia ad importanti garanzie processuali, garantisce riduzioni di pena a chi sia condannato) sul falso presupposto che determinava sentenze troppo miti per reati gravi ed in particolare impediva l’irrogazione dell’ergastolo per gli omicidi.

    In verità, il giudizio abbreviato, così com’era strutturato, consentiva di infliggere il carcere a vita (salvo elidere la pena accessoria dell’isolamento diurno che può andare da un minimo di sei mesi fino a tre anni) così come pene inferiori in base alla valutazione che il Giudice poteva fare delle circostanze aggravanti e attenuanti, nel caso vi fossero. Non diversamente da quanto poteva e può ancora accadere in un giudizio ordinario e si consideri che nella ipotesi “base” il nostro codice prevede per l’omicidio la pena non inferiore a ventuno anni e non l’ergastolo. E nel rispetto del parametro costituzionale della finalità rieducativa della pena, l’ordinamento prevede, tranne in limitati casi, che un “fine pena mai” diventi un fine pena molto lungo ma con un termine.

    Il cittadino, adeguatamente disinformato dalla propaganda, ovviamente plaude e si sente in un mondo migliore.

    E mentre la Corte delle Leggi viene investita – a tre mesi dalla promulgazione – da più di un’eccezione sulla costituzionalità di un punto centrale proprio sulla esecuzione della pena del c.d. “decreto spazzacorrotti”, un’altra iniziativa quantomeno discutibile impegna la discussione parlamentare: la castrazione chimica.

    Qualcosa di simile, o forse peggio, nel nostro sistema penale c’è già ed è contenuto nella normativa della monta equina che prevede l’obbligo di ottenere l’approvazione degli istituti  di incremento ippico ed un certificato del veterinario provinciale in difetto della quale il proprietario dell’ “equide” – così lo definisce la legge – rischia un’ammenda ma il Giudice deve anche disporre la castrazione dell’ignaro puledro. La regola vale anche per i tori…

    Se la disciplina fosse più nota il WWF e la protezione animali scatenerebbero l’inferno; invece se si parla, anche in termini di sottoposizione volontaria, di castrazione chimica di un uomo la condivisione è ampia…anche se la i sospetti di incostituzionalità sarebbero più di uno.

    A prescindere dalla ventilata volontarietà della sottoposizione ad un trattamento farmacologico, un rattoppo da verificare se non faccia discendere comunque un’ incongruenza con l’art. 32 della Costituzione, il profilo più certo è la disparità di trattamento (art. 3): sempre a prescindere, questa volta dalla efficacia e mancanza di controindicazioni dei farmaci impiegabili, volti a mitigare gli impulsi del testosterone, gli effetti collaterali (anche irreversibili) e l’inefficacia terapeutica dal punto di vista psicologico, il tutto sarebbe riferibile solo agli uomini. E per le donne? Il caso recente, verificatosi a Prato, di un’insegnante ebefrenica (per usare un elegante grecismo) che è stata indagata per violenza sessuale su un minore è indicativo che questo tipo di reati e la pedofilia non sono riferibili solo ai maschi.

    L’emendamento sulla castrazione chimica sembra sia stato ritirato, tra le polemiche, dal disegno di legge sul c.d. revenge porn ma con la promessa di essere riproposto in seguito in forma più organica.

    Per ora si può stare tranquilli rispetto ad un ulteriore assalto alla Costituzione che rischia lei di essere castrata. I cavalli e i tori, invece,  per salvare i “gioielli di famiglia”, potranno continuare a fare affidamento, se non altro, su un sistema in cui l’attesa di Giustizia è molto lungo.

  • In attesa di Giustizia: il manifesto elettorale

    Torniamo a parlare della prescrizione: l’argomento ha tenuto banco per tutta la settimana perché la sua proposta di modifica ha condotto se non sull’orlo di una crisi di governo (ma quasi) su quella di una crisi di nervi tra componenti della maggioranza governativa (anzi oltre); poi, come politica vuole, si è raggiunto un compromesso. Si farà ma più avanti insieme a una riforma complessiva del processo penale. Quindi, forse.

    Così come pensata, sospensione definitiva dopo la sentenza di primo grado, disegnerà un sistema del processo che manterrà una persona, per un tempo assolutamente indefinito, nella qualità di imputato, anche se assolto ma la sentenza appellata dal Pubblico Ministero. Con buona pace della tutela delle parti offese dalla commissione dei reati, che attenderanno giustizia molto a lungo.

    La riforma si rivelerà, comunque, tardiva, inefficace ed irrealizzabile.

    Sarà tardiva perché applicabile solo anni dopo la sua approvazione: potrà, infatti, riguardare solo i reati commessi dopo la sua entrata in vigore e, quindi, considerando tempi di scoperta, avvio delle indagini, rinvio a giudizio celebrazione e termine del processo di primo grado.

    Inefficace perché i dati statistici provenienti dal Ministero della Giustizia segnalano che, in percentuale preponderante il termine di prescrizione matura nella fase delle indagini preliminari e riguarda reati di marginale offensività: difficile pensare che impatti su un reato di corruzione, visto che la norma sembra essere stata suggerita proprio dalla volontà di contrastare fermamente questo fenomeno,  perché già oggi servono diciotto anni. E uno Stato, un sistema, che si teme non riescano a garantire la fine di un processo in un simile lasso di tempo segnalano altro genere di problemi  strutturali cui converrebbe prestare subito maggiore attenzione.

    Irrealizzabile perché in contrasto con il parametro Costituzionale del giusto processo e della sua ragionevole durata mentre l’allungamento dei tempi prescrizionali rappresenta il presupposto di una denegata giustizia che consentirà alle Corti d’Appello ed alla Corte di Cassazione di dilatare a discrezionalmente i tempi di celebrazione ricorrendo ad una sorta di eugenetica giudiziaria con priorità offerta a taluni casi piuttosto che ad altri. Il processo, per garantire la parità dei cittadini davanti alla legge deve avere irrinunciabilmente tempi circoscritti che non possono essere lasciati ad una determinazione casuale o alla diversa organizzazione degli Uffici Giudiziari sul territorio.

    Il Guardasigilli, peraltro, ha anticipato importanti interventi mirati alla assunzione di personale nel comparto giustizia che consentirà migliorie di funzionamento della macchina della giustizia che se vi fosse – magari! – non richiederebbe alcun intervento sulla prescrizione: in ogni caso si tratta di un mero annuncio perché la generica previsione di spesa non è supportata da una adeguata analisi delle necessità del settore, posto prima di qualsiasi intervento strutturale è necessario studiare i motivi della inefficienza come diversificati per specifici ambiti operativi e territorio. Di qualcosa di simile non vi è traccia.

    Lo stesso principio della certezza della pena, così caro alle forze di Governo alla perenne ricerca di consenso, è nella realtà tradito perché paradossalmente la pena non sarà più certa: a prescindere dalle aspettative delle vittime, un imputato non saprà più quando verrà definitivamente assolto o condannato. Se condannato, certamente ci sarà una pena: ma una pena tardiva può considerarsi come giusta e certa e diventare un efficace strumento dissuasivo? Quello della modifica della prescrizione non è un intervento mirato e pensato nell’interesse del Paese e della Giustizia (questa volta con la G maiuscola) ma solo l’ennesimo manifesto di una politica in perenne campagna elettorale.

     

  • Achtung Binational Babies: Adelio, un piccolo Italiano abbandonato dal suo Paese

    Nella vita di Giovanni c’è un grande amore, quello per suo figlio e un immenso dolore unito alla delusione per quello che non hanno fatto le Istituzioni Italiane per riportare a casa questo nostro piccolo connazionale e soprattutto per tutelarlo dalla violenza.

    Per questo caso di sottrazione internazionale, già tre anni fa, la Farnesina “seguiva la vicenda con attenzione”. A tante belle parole, come quasi sempre, non è seguito nulla di veramente efficace. Gli avvocati hanno incassato numerose parcelle di almeno cinque cifre, ma non hanno ottenuto niente. I tribunali italiani hanno emesso condanne che non hanno avuto nessun effetto, peggio ancora, hanno complicato la situazione.

    Il piccolo A. si trova ora in Kazakistan, dove lo ha condotto la madre, cittadina di quel paese e al tempo moglie di Giovanni. Il bambino ha dunque la doppia nazionalità. Il Kazakistan non aveva al tempo ratificato la convenzione dell’Aja e per questo non è stato chiesto il suo rimpatrio. Il tribunale kazako ha pertanto deciso sull’affidamento del piccolo, fissando la sua residenza in quel paese. In Italia, la madre è stata condannata, in via ormai definitiva, per sottrazione internazionale ed è stata richiesta la sua estradizione. Perché l’Italia chiede l’estradizione di una cittadina kazaka e illude il padre del piccolo, sapendo che il Kazakistan non estrada i suoi concittadini?

    Di fatto si è creata la situazione che sempre si andrebbe a creare se passasse la proposta di legge che prevede addirittura di considerare la sottrazione internazionale come un sequestro di persona (reato dunque molto più grave): l’unica possibilità di riportare il bambino in Italia era la mediazione, era il tentativo di convincere la madre a rientrare nel nostro paese, dove avrebbe giovato di condizioni di vita più agiate. Sarebbe stato possibile, soprattutto perché Giovanni più che degni di questo nome, che non ha perso di vista il bene di suo figlio e non si è lasciato prendere dal desiderio di vedere innanzi tutto in carcere la donna che lo ha sottratto La mediazione però non si può più fare perché la donna, rientrando in Italia, verrebbe immediatamente condotta in carcere ed è pertanto ormai decisa a restare nel suo paese e ha interrotto ogni dialogo con l’ex coniuge.

    Ciò che è successo a questa famiglia è ciò che succede praticamente sempre nei casi di sottrazione internazionale. Da tre anni un padre, un cittadino italiano, si batte (e si dissangua!) per un figlio che presto verrà allontanato definitivamente da lui, dalla sua lingua e dalla sua famiglia nella totale indifferenza dei media e della politica.

    Ma in questa vicenda c’è un risvolto ben più grave: il bambino di fatto non vive con la mamma. Vive con persone che lo picchiano e lo maltrattano, mentre la madre lavora a migliaia di chilometri di distanza. Provate ad immaginare cosa si prova nel vedere, nei rari contatti concessi con la webcam, il proprio figlio che non ti mostra più affetto, ma soprattutto viene picchiato con la cinghia da uno sconosciuto. E tu sei lì che guardi impotente, pur avendo fatto il possibile e l’impossibile per riportare a casa tuo figlio, e ti senti tradito e vilipeso in primo luogo da chi ha speso solo parole vuote, da chi – ora lo sai – ha solo fatto finta di aiutarti e dal quel baraccone istituzionale che ha solo pensato a svuotarti le tasche. Ti chiedi se è questo il significato dell’essere cittadino Italiano. L’Italia è un grande Paese che rispetta i diritti di tutti, tranne che dei propri connazionali, soprattutto dei più deboli e indifesi. Ci si mobilita per le bambine indiane in India, i bambini brasiliani in Brasile, gli Africani in Africa, ma mai una parola e soprattutto mai un gesto concreto per tutelare i diritti fondamentali dei bambini italiani all’estero.

    Ormai solo la politica potrà salvare il piccolo A., ma non la politica che abbiamo conosciuto fino ad ora, quella che per diplomazia intende sottomissione, bensì una nuova politica che esiga il rispetto dei diritti fondamenti, che intervenga con determinazione e non farfugli sommessamente, ma parli ad alta voce e riporti a casa anche questo piccolo connazionale. Anche lui ha diritto, come tutti i bambini, a crescere in un ambiente sereno, senza violenza né maltrattamenti. Questo diritto non gli può essere negato oltre, solo perché Italiano!

  • Il tribunale Ue vieta alla Chiesa di licenziare per motivi religiosi

    La Corte di giustizia europea ha inflitto un nuovo colpo ai diritti delle chiese di assumere e licenziare persone sulla base delle loro convinzioni. L’11 settembre il tribunale dell’Ue ha infatti dichiarato che la Chiesa cattolica tedesca ha sbagliato a licenziare un uomo che gestiva una delle sue cliniche per aver divorziato ed essersi risposato, in violazione del precetto cattolico secondo cui il matrimonio è «sacro e indissolubile». Il licenziamento «potrebbe costituire una discriminazione illegale fondata sulla religione» ai sensi della direttiva Ue sulla parità di trattamento, ha affermato il tribunale europeo, sottolineando che il punto di vista della Chiesa sul matrimonio «non sembra essere un requisito professionale genuino, legittimo e giustificato» anche se  la Costituzione tedesca permette alla Chiesa deroghe al diritto comunitario.

    Il caso è stato sollevato, nel 2009, da “JQ”, un medico cattolico romano, che ha aiutato a gestire l’ospedale St. Vinzenz gestito dalla chiesa nella città tedesca di Dusseldorf, davanti alla giustizia tedesca. Ottenuto il parere del tribunale della Ue, cui aveva rimesso la questione, il Tribunale federale del lavoro tedesco, il Bundesarbeitsgericht, dovrà ora risolvere la questione alla luce della sentenza dei magistrati europei, secondo i quali la «fornitura di consulenza medica e assistenza in un ambiente ospedaliero e la gestione del dipartimento di medicina interna» del JQ non aveva nulla a che fare con lo speciale «ethos» della Chiesa.

    Le chiese cattoliche e protestanti tedesche sono tra i maggiori datori di lavoro della nazione, con oltre 1,3 milioni di posti di lavoro attraverso associazioni di beneficenza e fondazioni. E la recente sentenza arriva dopo una analoga ad aprile, secondo la quale la Chiesa protestante ha sbagliato a respingere una domanda di lavoro sulla base del fatto che il ricorrente era ateo (il caso era stato sollevato nel 2012 da Vera Egenberger, ex esperta delle Nazioni Unite, che non era riuscita a ottenere un colloquio con Diakonie, un ente di beneficenza protestante, per un contratto di 18 mesi per redigere uno studio sulla discriminazione razziale).

    Secondo la giurisprudenza del tribunale dell’Ue, le chiese possono esigere la fedeltà confessionale solo quando il profilo lavorativo la rende «significativa, legale e giustificata».

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