diritto

  • In attesa di Giustizia: in attesa del giusto processo

    Il furore intellettuale e la diuturna applicazione allo studio di professori reali o presunti, giuristi da Carnevale di Viareggio, politicanti giacobini e garanti della Costituzione assopiti hanno offerto un contributo forse decisivo all’affossamento del processo penale in micidiale sinergia con l’emergenza epidemiologica.

    Tra ciò che è stato fatto e quello che si poteva fare e non si è fatto, sarebbe stata meno dannosa una invasione delle locuste mirata nei Tribunali: la Costituzione ha ceduto il passo ai D.P.C.M., il diritto processuale a protocolli improvvisati ed alla fascinazione di nuove tecnologie approssimativamente impiegate.

    Da ultimo, con il D.L. n. 149 del 09.11.2020 si è celebrata la messa in requiem dei giudizi penali di appello nel contingente periodo di pandemia: salvo che non sia fatta espressa richiesta di trattazione in udienza e con discussione gli appelli vengono relegati a mero esame degli atti, senza contraddittorio, da parte della Corte; è una evidente manovra di abbrivio verso l’agognata eliminazione del secondo grado di giudizio.

    Dalla scorsa primavera siamo, poi, stati costretti a convivere con la burocratizzazione del procedimento penale, ormai regolato da protocolli adottati in maniera del tutto disomogenea dai vari uffici giudiziari: e se è vero che – a livello locale e nell’assenza di legislazione – sono stati spesso preceduti da un vivace confronto fra tutte le parti a vario titolo coinvolte, è altresì vero che rischiano di essere il viatico verso un pericoloso appiattimento della giustizia penale agli stessi.

    Il risultato finale cui si è arrivati, infatti, ha finito con l’essere ben altro rispetto a quello che i soggetti interessati nell’elaborazione dei protocolli si erano prefissati: una diffusa disparità, a tutti i livelli, distrettuale, nazionale e tra i vari uffici giudiziari. Ovvero prassi differenti e difformi, e ciò tocca inevitabilmente il principio di legalità.

    Uno strumento di salvezza vi sarebbe ed è la riserva di legge – inserita nella Costituzione – che prevede che la disciplina di una determinata materia sia regolata dalle legge primaria e non da fonti di tipo secondario – e ancor meno da protocolli locali: bisognerebbe però, innanzitutto conoscere e poi rispettare la Costituzione, infine applicarla non senza un briciolo di buon senso nel legiferare. Ah, già, anche di competenza.

    La riserva di legge assicura che in materie particolarmente delicate, come i diritti fondamentali del cittadino (quali il diritto alla difesa e al giusto processo), le decisioni vengano prese dall’organo più rappresentativo del potere sovrano, ossia dal Parlamento, così come previsto dall’articolo 70 della Costituzione.

    Per quanto non sia un’assemblea arricchita dalla presenza di uomini come Einaudi e Calamandrei, il Parlamento appare emarginato e – forse – non può che imputare a se stesso tale stato poiché, pur disponendo di strumenti per aprire dibattiti, tavole di confronto e per ribadire a gran voce il proprio primato – anche politico -, annichilisce di fronte alla deriva della giustizia penale territoriale e feudale, ad una decretazione d’urgenza senza visione prospettica e strategica.

    Il processo penale ha una sua sacralità che deve essere preservata e le battaglie a sua difesa, oggi più che mai, sono battaglie per i diritti. E’ un compito in cui debbono gli avvocati con atti di coraggio, tornando ad essere sentinelle della giustizia e guardando ad un orizzonte non troppo lontano da noi: la Costituzione.

  • In attesa di Giustizia: scandalo a Brescia

    Una cronaca giudiziaria miope e impreparata, se non in mala fede nella spasmodica ricerca della notizia che incrementi ascolti e vendite, ha gridato allo scandalo a causa di una sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Brescia con la quale è stato prosciolto per vizio totale di mente un anziano, Antonio Gozzini, accusato dell’omicidio della moglie.

    L’ossessione giustizialista di cui è preda questo paese, è stata così alimentata dopo il levarsi di molte ed indignate voci senza che nessuna si sia soffermata a considerare un dato banale: quando viene riconosciuta la incapacità di intendere e di volere si viene prosciolti, semplicemente non si è imputabili.

    Da un passaggio della arringa difensiva in favore di Antonio Gozzini in cui si è alluso a una forma di gelosia delirante è stato fantasiosamente distillato il concetto che l’uomo sia stato assolto perché la gelosia è considerata una scriminante e la decisione della Corte bresciana è stata tacciata di un arretramento plurisecolare della giurisprudenza determinando la sgomentata reazione del quarto potere al cospetto dell’ennesimo femminicidio impunito: questa volta a causa di giudici che riportano la loro decisione a una tradizione giuridica simile a quella vigente tra i boscimani che condannava la donna ad una posizione subordinata, prossima alla schiavitù.

    Tutto ciò, si badi bene, senza che siano state depositate le motivazioni della sentenza: e per evitare questo starnazzante disaccordo sarebbe stato – viceversa – sufficiente fare governo di semplice buon senso.

    Buon senso con cui considerare che è impossibile una persona possa essere stata assolta semplicemente perché ha un delirio di gelosia…salvo che non sia lo stesso giudice meritevole di un accertamento psichiatrico.

    Una sentenza di quella natura, infatti, è ovvio che sia stata preceduta da una perizia psichiatrica che ha accertato la incapacità di intendere e di volere dell’imputato, qualunque fosse la natura della patologia. Almeno questo un cronista giudiziario dovrebbe saperlo: ma se ignora basilari fondamenti del processo penale non è del tutto ingiustificata la reazione del cittadino che legge i giornali. In effetti, ci sarebbe da indignarsi ma non per quello che si è verificato, piuttosto per come è stato raccontato.

    Si tratta di un problema ormai incistato del nostro sistema: il rapporto tra processo e mass media, la assoluta approssimazione con cui vengono trattate le vicende processuali; e va a finire che non solo note influencers finiscono ingannate intervenendo a sproposito (e la domanda è: perché intervengono, a prescindere?) ma anche il giurista cui è affidata la Guardiania dei Sigilli della Repubblica cade vittima di una informazione largamente imperfetta. Rincorrendo gli umori dell’opinione pubblica (dato a cui siamo ormai rassegnati), l’Onorevole Bonafede preannuncia che manderà gli Ispettori a Brescia…ma perché, perché? In fondo lui è il Ministro della Giustizia, è un avvocato: è, forse, chiedere troppo che prima rifletta sul fatto che – alla base di quella sentenza – potrebbe esservi anche un problema di genetica molecolare, scienza che studia l’influenza del profilo genetico sul comportamento degli individui, di relazione tra sintomi psicopatologici ed alterazioni della attività cerebrale?

    Sì, questo sarebbe chiedere troppo ad Alfonso Bonafede ma non lo è che – prima di parlare, di prendere iniziative – si procuri se non la motivazione della sentenza (che ancora non è depositata) una copia della perizia psichiatrica: di questa, come di tutte, per comprendere contenuto e valutazione finale si può tranquillamente saltare tutta la parte illustrativa molto tecnica – destinata ai periti di parte – e passare direttamente a quella con scritto in grassetto  “Conclusioni” che sono sinteticamente redatte a prova di cretino. Dunque, vanno benissimo.

  • Mio figlio potato via dalla mia ex moglie

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato il Signor Giovanni Paolo Bocci al quale è stato sottratto il figlio, tenuto illegalmente in Kazakhstan dalla madre kazakha, destinataria di mandato di cattura internazionale e relativa richiesta di estradizione.

    Cara Redazione del Patto Sociale,

    Le scrivo in merito al caso di mio figlio Bocci Adelio Giovanni, cittadino italiano sottrattomi più di cinque anni fa.

    Ebbene, nonostante un mandato di cattura internazionale con estradizione emesso dal Tribunale di Brindisi e ricerche per mio figlio come minore scomparso dall’Italia, a tuttora le nostre istituzioni non hanno mosso un dito.

    Oltretutto ancora sto aspettando da parte del nostro ministero degli Esteri, dopo la lettera inviata nell’agosto del 2018 al ministro Moavero, una risposta riguardo al mio caso, di cui ve ne sarei grato se la pubblicate.

    Le amare conclusione di questa vicenda penosa sono:

    1) la mancanza di autorevolezza del nostro Paese, timido in materia di affrontare specialmente con paesi come il Kazakhstan di cui vi sono rapporti economici. Non capisco perché barattano la vita di un cittadino italiano, in questo caso mio figlio, portato illegalmente in questo paese.

    L’attività viene solo svolta in maniera burocratica senza il dovuto coordinamento tra le varie funzioni e competenze.

    2) Il nostro Paese e le sue decisioni non tutelano i propri cittadini come altri stati, impugnando fatti e battendo pugni sul tavolo.

    3) Non si vuol far capire che le vittime in tutto sono i bambini, cui vengono cancellati i legami con una parte importante della propria vita.

    Giovanni Paolo Bocci

  • In attesa di Giustizia: in difesa del diritto di difesa

    Incurante delle proteste e delle forti prese di posizione levatesi in seguito alla morte di Ebru Timtik – di cui questa rubrica si è occupata alcuni numeri fa – il regime di Erdogan ha fatto incarcerare qualche altra decina di avvocati colpevoli solo di avere svolto il loro ministero assistendo dei dissidenti.

    Nel Bel Paese, le cose vanno decisamente meglio – ma non ci vuole, poi, un grande sforzo – rispetto alla Turchia ma la funzione difensiva continua ad essere invisa e mal sopportata almeno da certa parte della Magistratura, oltre che dalla opinione pubblica.

    Accade così che un eccellente avvocato romano, Alessandro Diddi, venga segnalato al competente Consiglio di Disciplina con un esposto – ad iniziativa del Presidente della Corte d’Appello – che censura alcune affermazioni pronunciate nel corso dell’arringa proprio del giudizio di appello del processo noto come “Mafia Capitale” nel quale l’avv. Diddi assisteva ed assiste uno dei principali imputati; affermazioni considerate sconvenienti e lesive del prestigio della magistratura e come tali in violazione del codice deontologico, relative al contenuto di una sentenza con cui la Corte di Cassazione aveva precedentemente, ancora nella fase delle indagini affrontato il tema della custodia cautelare, salvo poi essere smentita nel corso del giudizio.

    Forse, allora, l’avvocato Diddi non aveva tutti i torti a svolgere critiche, magari anche aspramente come può avvenire quando una difesa è molto coinvolgente; e c’è un ulteriore dato, che fa riflettere: sebbene l’arringa incriminata risalga a due anni fa – e pur avendola udita – l’arringa difensiva, curiosamente, i giudici ne hanno rilevato la portata offensiva solo ora (l’esposto è di giugno 2020), evidentemente dopo lunga meditazione.

    Sembra di poter dire che segnalare all’organo di disciplina un avvocato, per il solo fatto di avere adempiuto al suo mandato difensivo, è atto inaccettabile che attenta alla libertà dell’esercizio di difesa anche perché la notizia, sempre a proposito della tempistica, è pervenuta all’interessato solo nel mese di agosto, quando di solito non si muove foglia, e poco prima del suo ritorno in aula per svolgere l’intervento nel processo Mafia Capitale dopo l’annullamento della Cassazione.

    Siamo, fortunatamente, ancora lontani da scenari “turchi” ma dopo le minacce di morte ai Colleghi che hanno accettato la difesa per l’omicidio di Willy a Colleferro si assiste da un ennesimo attacco alla funzione difensiva che è un valore comune e deve potersi esercitare al riparo da atti che ne possano condizionare la libertà, come nel caso dell’avv. Diddi raggiunto da contestazioni inspiegabilmente tardive e perciò ingiustificabili come qualsivoglia reazione postuma.

    E’ sconcertante dover ribadire l’inviolabilità del diritto di difesa, che dovrebbe essere immune dal timore che ciò che si dirà in aula: il rispetto della funzione e della libertà dell’avvocato sono valori comuni ad ogni democrazia ed in tempi di populismo dilagante è bene rispondere con fermezza a simili attacchi che altro non producono se non rendere sempre più vana l’attesa di Giustizia.

     

  • Carminati, la democrazia ed i giudici

    E’ assolutamente detestabile ed insopportabile il fatto che all’interno di un “presunto” stato di diritto un personaggio come Carminati possa uscire di galera dopo CINQUE anni e SETTE mesi di carcerazione preventiva.

    In altre parole, in (ripeto) cinque anni e sette mesi, un paese che si “definisce” democratico come l’Italia non è riuscito ad istruire e a portare a termine un processo contro questo personaggio. Il sistema giudiziario, nella sua articolata complessità, ha dimostrato ancora una volta la propria inefficienza ed insufficiente produttività anche per reati gravi come quelli imputati a Carminati.

    Il problema non è rappresentato, quindi, dalla polizia o da una delinquenza sempre più invasiva, ma da un sistema giudiziario e dalle “professionalità” che lo rappresentano, cioè i giudici ai quali non vengono imposti parametri temporali entro i quali istruire un processo e portarlo a termine.

    Nello specifico la completa responsabilità va attribuita ai giudici se Carminati dopo 5 anni e 7 mesi di carcerazione preventiva (degna del peggior stato dittatoriale dell’America Latina) ritrovi la possibilità di assaporare il gusto della libertà e magari di delinquere ancora.

  • Un punto di vista sul diritto di visita del genitore non collocatario ai tempi del covid-19

    Sin dall’inizio del periodo emergenziale che stiamo vivendo, i genitori separati, di diritto o di fatto, si sono trovati a porsi il problema se, in un simile frangente in cui molte nostre libertà sono, per forza di cose, limitate, il loro di diritto di visita ai figli collocati presso l’altro genitore rimanesse invariato.

    Tornando indietro all’8 marzo, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri emanato in tale data ha iniziato l’iter che, in poco tempo, avrebbe portato ad inibire, sull’intero territorio nazionale, la mobilità e la socialità, nell’ottica del contenimento dell’epidemia.

    Nella vigenza del predetto decreto, tuttavia, complici le chiare indicazioni fornite dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sul proprio sito internet, non sono state favorite interpretazioni restrittive del diritto del genitore non collocatario a recarsi al domicilio dell’altro genitore per prendere con sé il figlio e portarlo alla propria abitazione e di ivi riaccompagnarlo.

    Ed infatti, il Tribunale di Milano, pronunciando in via d’urgenza, ha confermato, in data 11 marzo 2020, che il genitore poteva continuare ad esercitare il proprio diritto di visita in conformità alle modalità previste dal giudice che si era occupato della separazione, del divorzio o dell’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio.

    Il quadro si è fatto, seppure per un breve periodo di tempo, più confuso, in seguito al successivo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo 2020, ed in particolare al divieto, ivi contenuto, per tutte le persone, di trasferirsi o spostarsi in un comune diverso rispetto a quello in cui si trovassero, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

    Tale formulazione ha portato a chiedersi se il diritto di visita del genitore fosse configurabile come una “assoluta urgenza”, e dunque tale da consentire gli spostamenti.

    Una riflessione obbligata, che troppo spesso ha scontato prese di posizione aprioristiche, ma che, invero, ha una portata di assoluta rilevanza.

    Ebbene, a fronteggiarsi sono due diritti costituzionalmente garantiti: il diritto/dovere del genitore di mantenere, istruire ed educare i figli, cui corrisponde il diritto di questi ultimi (art. 30 Cost.) ed il diritto alla salute (art. 32 Cost.).

    Non sembra davvero possibile porre tali diritti in ordine assoluto di importanza, essendo, a ben vedere, intrinsecamente compenetrata nella cura che il genitore ha il diritto ed il dovere di avere verso il figlio la tutela della salute di quest’ultimo.

    In un simile quadro, sono stati emessi provvedimenti giudiziari, ed in particolare il riferimento è alle decisioni della Corte di Appello di Bari e del Tribunale di Napoli, entrambe del 26.03.2020, che hanno deciso di sospendere le visite paterne ai figli, sostituendole con videochiamate.

    Se si condivide la necessità di valutare, caso per caso, la situazione della famiglia – e, del resto, la logica del caso concreto è quella che pare meglio adattarsi al diritto di famiglia – non sembra invece che siano i provvedimenti governativi a spingere in tale direzione.

    Ed infatti, ben presto sul sito della Presidenza del Consiglio si è chiarito che “gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro” e che “tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori”.

    A livello normativo, pertanto, possiamo certamente affermare con sicurezza che, oggi, ogni genitore che non viva con la prole può spostarsi, anche da un Comune all’altro, per prendere con sé i minori onde consentire l’esplicarsi del diritto di visita.

    Ciò verrà fatto nel rispetto di quanto previsto dal giudice, ove tra i genitori fosse già stato dato un provvedimento relativo all’affidamento ed alle visite, oppure, ove non si sia ancora avuta una decisione giudiziaria, secondo l’accordo che i genitori hanno la facoltà di raggiungere.

    Tale chiarimento di massima da parte del Governo si rivela senz’altro apprezzabile, in quanto funzionale ad evitare l’accesso alla giustizia, ed il conseguente contenzioso, in tutte quelle situazioni che non manifestano particolarità tali, in termini di rischio sanitario, da meritare di essere sottoposte alla valutazione di un giudice.

    Tuttavia, rimangono prive di tutela – rectius, anche di questa tutela – le famiglie disgregate che ancora non hanno avuto una regolamentazione giudiziaria, e nelle quali non si riesce a raggiungere un accordo tra i genitori sul diritto di visita.

    Al riguardo, è essenziale rammentare ai genitori che un diritto di rango costituzionale, quale il diritto del bambino ad un tempo significativo di cura da parte di entrambe le figure genitoriali, che altro non è che l’altra faccia del diritto di ogni genitore di prendersi cura del figlio, non può essere limitato senza serie e comprovate ragioni. Neppure in emergenza sanitaria.

    Una grande responsabilità investe pertanto l’avvocatura responsabile nella gestione del problema: nella gestione del diritto di visita ai tempi del COVID-19.

  • In attesa di Giustizia: la solitudine del difensore

    Questa settimana la rubrica non si occuperà espressamente di vicende giudiziarie ma di quella umana di un professionista del settore.

    Giacomo Nicolucci era un giovane penalista di Lanciano, un marito e un padre e, naturalmente un difensore (il termine racchiude un significato superiore rispetto ad “avvocato”) che – come tale – portava dentro di sé le angosce che solo chi si occupa della vita dei propri simili può provare: sì, perché sia pure in termini diversi, la professione forense si rassomiglia a quella di un chirurgo. La libertà e l’onore sono i valori che il difensore tutela e dalla cui salvaguardia dipende il destino dei suoi simili che glieli hanno affidati, senza fare distinzioni tra buoni e presunti cattivi ma solo tra garanzie rispettate ed altre calpestate di cui pretendere l’osservanza: il processo non è la sede per ottenere vendette sociali ma giustizia e giustizia significa anche pena adeguata al fatto ed alla persona che si accerti lo abbia commesso. Il tormento interiore non è poca cosa e gli affanni personali, quasi sempre passano in secondo piano, in silenzio, nella solitudine che accompagna scelte quasi mai semplici o scontate da cui dipende il futuro di altri uomini.

    Giacomo Nicolucci, durante i giorni che, per tradizione, sono di festa e trascorsi nella serenità famigliare si è tolto la vita e non ne sapremo mai il motivo: ma non importa, dietro ad un gesto così estremo deve esserci una disperazione profonda, qualcosa che è maturato ed ha macerato l’animo di un essere aduso a convivere con i problemi altrui facendoli propri mai potendoli condividere per il rispetto estremo che si deve al segreto professionale: tutt’al più, se lo si ha, con un co-difensore. Ma, alla fine, l’avvocato è sempre solo con quelle ansie che lo consumano un giorno dopo l’altro.

    Quale che sia la ragione che ha indotto Giacomo Nicolucci a rivolgere contro di sé una pistola, di fronte alla immensa e sconosciuta tragedia interiore che lo ha mosso ed a quella della sua famiglia è dovuto solo dolente rispetto.

    Ma c’è chi non la pensa così e, sia pure dovendosi riconoscere a chiunque libertà di pensiero, indignano, danno il voltastomaco, certi commenti apparsi in rete da parte di un gruppo di vegani o animalisti o entrambe le cose: ma verrebbe da dire, più correttamente, di  sub umani.

    Giacomo era un cacciatore, come lo sono per natura la maggior parte delle creature e, francamente, anche se non si condivide l’attività venatoria dell’uomo, sono inaccettabili commenti  – se ne citano un paio solo a mo’ di esempio – quali “io non la vedo una morte tragica, vedo la vita di tutte le creature che non moriranno per il suo divertimento…lo vedo come uno psicopatico assassino che per divertirsi deve trucidare altri esseri viventi.  Morto lui, vivi loro, quindi champagne!” oppure “Grandeeee, l’unico e l’ultimo sparo giusto che ha fatto”.

    Tutto ciò porta ad una riflessione amara: anche questo, sfortunatamente, è il Paese reale. Vengono i brividi a pensare che gente così possa far parte di una Corte d’Assise come giudice popolare contribuendo ad amministrare giustizia in nome del popolo italiano, alla educazione che può declinare sui propri figli, al fatto – non ho remore a dirlo –  che abbiano il diritto di esprimere il voto in un urna. Gli animali cui sembrano tenere tanto, sono di gran lunga migliori di chi mostra di non avere nessuna interiorità, di chi disprezza quella vita che, diversamente, sostiene di voler tutelare all’estremo.

    Neppure le belve più feroci sarebbero capaci di tanta insensibilità, di una simile mancanza di compassione per una tragica fine, una fine giunta in solitudine, subitanea nell’esecuzione e – forse – nella determinazione come spesso lo sono le decisioni che i difensori devono adottare nella loro estrema solitudine. Ma una cosa non sanno i nazi-vegani: che una toga, quella toga che Giacomo indossava e che incarna i valori della libertà e dei diritti, anche se insanguinata non muore mai.

  • Solidarietà e tutela della persona dipendono dall’efficienza dello Stato

    Chi ha di più ha il dovere di dare a chi non ha per salvare vite, per dare vite dignitose, per dare opportunità che possano far raggiungere vite dignitose? Il caso della banana di Cattelan e della foto fatta alla banana dalla giovane donna kazaka affetta da grave leucemia, che non può curarsi adeguatamente per i costi elevati e i limiti assicurativi, ripropone, non solo per gli Stati Uniti, il problema del diritto alla salute e i conseguenti doveri che dovrebbero esistere nei Paesi civili. 

    Più o meno ogni giorno leggiamo di collette, sottoscrizioni aperte per trovare i fondi per curare questo o quel bambino, per rimpatriare chi si è ammalato all’estero, per pagare l’affitto a chi, anziano e solo, non ce la fa più. Mille casi, diversi e disperatamente umani, ci ricordano, se abbiamo voglia di pensare e di ricordare, che  anche nei nostri paesi ricchi sono troppo numerose le persone che fanno una vita di stenti o che perdono quella stessa vita. Se poi lo sguardo vuole avere il coraggio di osservare altrove, gli scenari di sofferenza estrema sono immensi. Come coniugare, al di là delle tante generosità dei singoli, la libertà di mercato, la globalizzazione, le importanti scoperte tecnologiche o i viaggi nello spazio con l’umana disperata sofferenza di chi non ha i soldi per curarsi o la possibilità di sfuggire al degrado ed alla guerra? Come salvaguardare il diritto di chi legittimamente ha con quello di chi non ha, dalla sicurezza nelle strade alla certezza del pane, dell’acqua, della chemioterapia? Come riuscire, in una società che vogliamo rimanga libera, a preservare e garantire diritti e doveri?

    A Roma e non solo adolescenti sfidano, trovano la morte correndo tra le macchine in corsa o facendo selfie sui binari dei treni in arrivo; altrove le esplosioni, le mutilazioni, gli sgozzamenti sterminano adolescenti inermi, bambini, adulti. Negli Stati Uniti non c’è assistenza sanitaria per i poveri, nel Regno Unito l’età avanzata diventa un problema per l’assistenza ospedaliera.

    Più volte, ormai ovunque, ti chiedono se sei fumatore, come se non fossimo ormai tutti fumatori di smog, e qualche volta capisci che le cure potrebbero essere più o meno intense a seconda della tua risposta. Il servizio sanitario paga il cambio di sesso ma non sempre le ricerche essenziali per conoscere e debellare le malattie rare o per dare l’assistenza necessaria a chi forse potrebbe salvarsi.

    Discutiamo del diritto all’eutanasia ma lo Stato, il sistema ha il diritto di condannare a morte chi non ha i soldi per curarsi, di condannare ad una vita di miserevoli stenti chi non è stato in grado di uscire dal tunnel della povertà o vi è caduto dentro per circostanze ed eventi? Il volontariato, la disponibilità di innumerevoli singoli e di qualche associazione benefica provano a supplire alla mancanza di interventi che competono agli Stati, ai governi e questa non è già più una società libera e giusta.

  • Achtung, binational babies: Un altro bambino … e ancora i vicini tedeschi

    Strana sensazione quella che riesce ad unire un’immensa gioia e un inestinguibile dolore.

    L’ennesimo genitore tedesco aveva tentato con l’inganno di trattenere un bambino binazionale in Germania. L’ultima moda, molto in voga tra i genitori tedeschi, è quella di proporre uno scambio scolastico. Lo fanno sia le mamma che i papà tedeschi e il genitore non-tedesco che, pensando davvero al figlio, pensa che un anno in Germania sarebbe per il bambino un arricchimento linguistico e culturale e contemporaneamente un’occasione per rafforzare il rapporto con il genitore che vede di meno, subito, o dopo riflessioni, finisce per accettare. Dopo alcuni mesi, almeno sei, il genitore tedesco si rivolge al tribunale del suo paese e chiede la potestà (oggi responsabilità genitoriale) esclusiva. Quando sul territorio tedesco è presente solo il genitore tedesco è praticamente certo che la otterrà, diversamente da quanto accade negli altri paesi dell’Unione europea. In realtà il tribunale tedesco non è competente per modificare precedenti decreti di affido, ma ama farlo lo stesso. In questo è quasi sempre aiutato dall’avvocato del genitore non-tedesco e che, anziché difenderlo, lo trascina in un processo kafkiano dal quale uscirà senza più un soldo e soprattutto senza più diritti su suo figlio. Noi, cioè la rete internazionale cui ho dato vita tanti anni fa, lo sappiamo bene e sappiamo consigliare la strada giuridicamente corretta e concretamente risolutiva. Lo abbiamo fatto anche questa volta. Bloccate le richieste infondate di procedimenti sull’affido, abbiamo chiesto il rimpatrio e abbiamo ottenuto l’udienza in tempi brevi. Il giudice pareva schierato, come sempre, a difesa degli interessi tedeschi anziché del bene del bambino sottratto. Aveva addirittura voluto controllare l’autorizzazione all’esercizio della professione del nostro avvocato. Questo nostro giovane avvocato invece, non solo possiede tutti i titoli per esercitare, ma è giuridicamente molto preparato, soprattutto per quanto riguarda i casi binazionali e le sottrazioni. Ha anche saputo spingere il giudice a rispettare Leggi e Convenzioni internazionali ed a sentenziare in base ad esse, fatto piuttosto raro al di là delle Alpi. Infatti, mentre in Italia i giudici ordinano sempre il rimpatrio, cioè mandano via, o meglio esportano i nostri bambini senza verificare fatti e documenti, in Germania lo negano praticamente sempre, applicando una interpretazione molto “teutonica” del bene del bambino da perseguire, che è appunto quello di rimanere in Germania, non importa con chi né a che condizioni. Con un vero lavoro di squadra tra gli avvocati dei due paesi, contatti con le istituzioni, informazione precisa al genitore non-tedesco, informazione a volte accudente, a volte un po’ “brutale” per prepararlo a ciò che lo aspetta in tribunale e fuori, fermando l’avvocato che voleva far aprire un procedimento penale a carico del genitore sottrattore, perché questo avrebbe influito negativamente sulla decisione di rimpatrio rendendola impossibile da ottenere, abbiamo vinto il primo grado di giudizio. E poi anche l’appello. Immediatamente dopo abbiamo riconosciuto le manovre che si stavano mettendo in atto per non eseguire il rimpatrio. Conoscendole bene, abbiamo potuto renderle inefficaci. Questo bambino oggi è a casa. Tutto questo mi ha regalato un’immensa gioia, perché ogni bambino salvato da quella prigione diventa un po’ anche figlio mio. Ma tutti questi bambini ricevono un tale sostegno al costo delle vite spezzate dei miei figli. Questi bambini ritrovano una vita serena, perché i miei figli hanno perso la loro. Se tedeschi e italiani non avessero usato i miei figli come merce, se non avessero imbrattato la loro infanzia, pregiudicando il loro futuro, io oggi non avrei un master, non saprei nulla di politica e molto poco di Europa, ma sarei una mamma “qualsiasi”, semplicemente una mamma e sicuramente più felice.

  • Il diritto amministrativo secondo Francesco Caringella

    Martedì 3 dicembre, alle ore 15:00, presso la Sala Isma del Senato della Repubblica, Piazza Caprinica n. 72, sarà presentato il nuovo lavoro di Francesco Caringella Il nuovo diritto amministrativo senza frontiere. La partecipazione all’evento organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi è libera ma occorre registrarsi al seguente link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-nuovo-diritto-amministrativo-senza-frontiere-83028475405

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