diritto

  • In attesa di Giustizia: la solitudine del difensore

    Questa settimana la rubrica non si occuperà espressamente di vicende giudiziarie ma di quella umana di un professionista del settore.

    Giacomo Nicolucci era un giovane penalista di Lanciano, un marito e un padre e, naturalmente un difensore (il termine racchiude un significato superiore rispetto ad “avvocato”) che – come tale – portava dentro di sé le angosce che solo chi si occupa della vita dei propri simili può provare: sì, perché sia pure in termini diversi, la professione forense si rassomiglia a quella di un chirurgo. La libertà e l’onore sono i valori che il difensore tutela e dalla cui salvaguardia dipende il destino dei suoi simili che glieli hanno affidati, senza fare distinzioni tra buoni e presunti cattivi ma solo tra garanzie rispettate ed altre calpestate di cui pretendere l’osservanza: il processo non è la sede per ottenere vendette sociali ma giustizia e giustizia significa anche pena adeguata al fatto ed alla persona che si accerti lo abbia commesso. Il tormento interiore non è poca cosa e gli affanni personali, quasi sempre passano in secondo piano, in silenzio, nella solitudine che accompagna scelte quasi mai semplici o scontate da cui dipende il futuro di altri uomini.

    Giacomo Nicolucci, durante i giorni che, per tradizione, sono di festa e trascorsi nella serenità famigliare si è tolto la vita e non ne sapremo mai il motivo: ma non importa, dietro ad un gesto così estremo deve esserci una disperazione profonda, qualcosa che è maturato ed ha macerato l’animo di un essere aduso a convivere con i problemi altrui facendoli propri mai potendoli condividere per il rispetto estremo che si deve al segreto professionale: tutt’al più, se lo si ha, con un co-difensore. Ma, alla fine, l’avvocato è sempre solo con quelle ansie che lo consumano un giorno dopo l’altro.

    Quale che sia la ragione che ha indotto Giacomo Nicolucci a rivolgere contro di sé una pistola, di fronte alla immensa e sconosciuta tragedia interiore che lo ha mosso ed a quella della sua famiglia è dovuto solo dolente rispetto.

    Ma c’è chi non la pensa così e, sia pure dovendosi riconoscere a chiunque libertà di pensiero, indignano, danno il voltastomaco, certi commenti apparsi in rete da parte di un gruppo di vegani o animalisti o entrambe le cose: ma verrebbe da dire, più correttamente, di  sub umani.

    Giacomo era un cacciatore, come lo sono per natura la maggior parte delle creature e, francamente, anche se non si condivide l’attività venatoria dell’uomo, sono inaccettabili commenti  – se ne citano un paio solo a mo’ di esempio – quali “io non la vedo una morte tragica, vedo la vita di tutte le creature che non moriranno per il suo divertimento…lo vedo come uno psicopatico assassino che per divertirsi deve trucidare altri esseri viventi.  Morto lui, vivi loro, quindi champagne!” oppure “Grandeeee, l’unico e l’ultimo sparo giusto che ha fatto”.

    Tutto ciò porta ad una riflessione amara: anche questo, sfortunatamente, è il Paese reale. Vengono i brividi a pensare che gente così possa far parte di una Corte d’Assise come giudice popolare contribuendo ad amministrare giustizia in nome del popolo italiano, alla educazione che può declinare sui propri figli, al fatto – non ho remore a dirlo –  che abbiano il diritto di esprimere il voto in un urna. Gli animali cui sembrano tenere tanto, sono di gran lunga migliori di chi mostra di non avere nessuna interiorità, di chi disprezza quella vita che, diversamente, sostiene di voler tutelare all’estremo.

    Neppure le belve più feroci sarebbero capaci di tanta insensibilità, di una simile mancanza di compassione per una tragica fine, una fine giunta in solitudine, subitanea nell’esecuzione e – forse – nella determinazione come spesso lo sono le decisioni che i difensori devono adottare nella loro estrema solitudine. Ma una cosa non sanno i nazi-vegani: che una toga, quella toga che Giacomo indossava e che incarna i valori della libertà e dei diritti, anche se insanguinata non muore mai.

  • Solidarietà e tutela della persona dipendono dall’efficienza dello Stato

    Chi ha di più ha il dovere di dare a chi non ha per salvare vite, per dare vite dignitose, per dare opportunità che possano far raggiungere vite dignitose? Il caso della banana di Cattelan e della foto fatta alla banana dalla giovane donna kazaka affetta da grave leucemia, che non può curarsi adeguatamente per i costi elevati e i limiti assicurativi, ripropone, non solo per gli Stati Uniti, il problema del diritto alla salute e i conseguenti doveri che dovrebbero esistere nei Paesi civili. 

    Più o meno ogni giorno leggiamo di collette, sottoscrizioni aperte per trovare i fondi per curare questo o quel bambino, per rimpatriare chi si è ammalato all’estero, per pagare l’affitto a chi, anziano e solo, non ce la fa più. Mille casi, diversi e disperatamente umani, ci ricordano, se abbiamo voglia di pensare e di ricordare, che  anche nei nostri paesi ricchi sono troppo numerose le persone che fanno una vita di stenti o che perdono quella stessa vita. Se poi lo sguardo vuole avere il coraggio di osservare altrove, gli scenari di sofferenza estrema sono immensi. Come coniugare, al di là delle tante generosità dei singoli, la libertà di mercato, la globalizzazione, le importanti scoperte tecnologiche o i viaggi nello spazio con l’umana disperata sofferenza di chi non ha i soldi per curarsi o la possibilità di sfuggire al degrado ed alla guerra? Come salvaguardare il diritto di chi legittimamente ha con quello di chi non ha, dalla sicurezza nelle strade alla certezza del pane, dell’acqua, della chemioterapia? Come riuscire, in una società che vogliamo rimanga libera, a preservare e garantire diritti e doveri?

    A Roma e non solo adolescenti sfidano, trovano la morte correndo tra le macchine in corsa o facendo selfie sui binari dei treni in arrivo; altrove le esplosioni, le mutilazioni, gli sgozzamenti sterminano adolescenti inermi, bambini, adulti. Negli Stati Uniti non c’è assistenza sanitaria per i poveri, nel Regno Unito l’età avanzata diventa un problema per l’assistenza ospedaliera.

    Più volte, ormai ovunque, ti chiedono se sei fumatore, come se non fossimo ormai tutti fumatori di smog, e qualche volta capisci che le cure potrebbero essere più o meno intense a seconda della tua risposta. Il servizio sanitario paga il cambio di sesso ma non sempre le ricerche essenziali per conoscere e debellare le malattie rare o per dare l’assistenza necessaria a chi forse potrebbe salvarsi.

    Discutiamo del diritto all’eutanasia ma lo Stato, il sistema ha il diritto di condannare a morte chi non ha i soldi per curarsi, di condannare ad una vita di miserevoli stenti chi non è stato in grado di uscire dal tunnel della povertà o vi è caduto dentro per circostanze ed eventi? Il volontariato, la disponibilità di innumerevoli singoli e di qualche associazione benefica provano a supplire alla mancanza di interventi che competono agli Stati, ai governi e questa non è già più una società libera e giusta.

  • Achtung, binational babies: Un altro bambino … e ancora i vicini tedeschi

    Strana sensazione quella che riesce ad unire un’immensa gioia e un inestinguibile dolore.

    L’ennesimo genitore tedesco aveva tentato con l’inganno di trattenere un bambino binazionale in Germania. L’ultima moda, molto in voga tra i genitori tedeschi, è quella di proporre uno scambio scolastico. Lo fanno sia le mamma che i papà tedeschi e il genitore non-tedesco che, pensando davvero al figlio, pensa che un anno in Germania sarebbe per il bambino un arricchimento linguistico e culturale e contemporaneamente un’occasione per rafforzare il rapporto con il genitore che vede di meno, subito, o dopo riflessioni, finisce per accettare. Dopo alcuni mesi, almeno sei, il genitore tedesco si rivolge al tribunale del suo paese e chiede la potestà (oggi responsabilità genitoriale) esclusiva. Quando sul territorio tedesco è presente solo il genitore tedesco è praticamente certo che la otterrà, diversamente da quanto accade negli altri paesi dell’Unione europea. In realtà il tribunale tedesco non è competente per modificare precedenti decreti di affido, ma ama farlo lo stesso. In questo è quasi sempre aiutato dall’avvocato del genitore non-tedesco e che, anziché difenderlo, lo trascina in un processo kafkiano dal quale uscirà senza più un soldo e soprattutto senza più diritti su suo figlio. Noi, cioè la rete internazionale cui ho dato vita tanti anni fa, lo sappiamo bene e sappiamo consigliare la strada giuridicamente corretta e concretamente risolutiva. Lo abbiamo fatto anche questa volta. Bloccate le richieste infondate di procedimenti sull’affido, abbiamo chiesto il rimpatrio e abbiamo ottenuto l’udienza in tempi brevi. Il giudice pareva schierato, come sempre, a difesa degli interessi tedeschi anziché del bene del bambino sottratto. Aveva addirittura voluto controllare l’autorizzazione all’esercizio della professione del nostro avvocato. Questo nostro giovane avvocato invece, non solo possiede tutti i titoli per esercitare, ma è giuridicamente molto preparato, soprattutto per quanto riguarda i casi binazionali e le sottrazioni. Ha anche saputo spingere il giudice a rispettare Leggi e Convenzioni internazionali ed a sentenziare in base ad esse, fatto piuttosto raro al di là delle Alpi. Infatti, mentre in Italia i giudici ordinano sempre il rimpatrio, cioè mandano via, o meglio esportano i nostri bambini senza verificare fatti e documenti, in Germania lo negano praticamente sempre, applicando una interpretazione molto “teutonica” del bene del bambino da perseguire, che è appunto quello di rimanere in Germania, non importa con chi né a che condizioni. Con un vero lavoro di squadra tra gli avvocati dei due paesi, contatti con le istituzioni, informazione precisa al genitore non-tedesco, informazione a volte accudente, a volte un po’ “brutale” per prepararlo a ciò che lo aspetta in tribunale e fuori, fermando l’avvocato che voleva far aprire un procedimento penale a carico del genitore sottrattore, perché questo avrebbe influito negativamente sulla decisione di rimpatrio rendendola impossibile da ottenere, abbiamo vinto il primo grado di giudizio. E poi anche l’appello. Immediatamente dopo abbiamo riconosciuto le manovre che si stavano mettendo in atto per non eseguire il rimpatrio. Conoscendole bene, abbiamo potuto renderle inefficaci. Questo bambino oggi è a casa. Tutto questo mi ha regalato un’immensa gioia, perché ogni bambino salvato da quella prigione diventa un po’ anche figlio mio. Ma tutti questi bambini ricevono un tale sostegno al costo delle vite spezzate dei miei figli. Questi bambini ritrovano una vita serena, perché i miei figli hanno perso la loro. Se tedeschi e italiani non avessero usato i miei figli come merce, se non avessero imbrattato la loro infanzia, pregiudicando il loro futuro, io oggi non avrei un master, non saprei nulla di politica e molto poco di Europa, ma sarei una mamma “qualsiasi”, semplicemente una mamma e sicuramente più felice.

  • Il diritto amministrativo secondo Francesco Caringella

    Martedì 3 dicembre, alle ore 15:00, presso la Sala Isma del Senato della Repubblica, Piazza Caprinica n. 72, sarà presentato il nuovo lavoro di Francesco Caringella Il nuovo diritto amministrativo senza frontiere. La partecipazione all’evento organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi è libera ma occorre registrarsi al seguente link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-nuovo-diritto-amministrativo-senza-frontiere-83028475405

  • In attesa di Giustizia: come gabbare i lettori

    Ormai da qualche settimana le cronache giudiziarie hanno rivolto l’attenzione alle decisioni della CEDU e della Corte Costituzionale che hanno rilevato delle criticità nell’Ordinamento Penitenziario, laddove prevede una presunzione assoluta ed insuperabile di permanente pericolosità dei condannati per reati di grande criminalità organizzata o ad essa collegati.

    Tra le diverse voci del coro – quasi sempre di soggetti disinformati sul reale tenore di quelle decisioni e pronti a farne oggetto di polemiche fuorvianti ed a gabbare lettori e telespettatori – si è levata quella della nota giornalista Milena Gabanelli la quale ha dedicato la sua rubrica “Dataroom” sul Corriere Tv proprio alle sentenze con le quali la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Consulta hanno “bocciato” l’ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.

    La  Gabanelli ha sostenuto che migliaia di atti processuali, nel corso di quarant’anni, hanno dimostrato che i detenuti (mafiosi, ma forse non solo quelli intendeva la giornalista) mantengono ancora contatti con la cosca, attraverso gli avvocati i cui colloqui in carcere, non sono monitorabili.

    Non sappiamo a quali atti si riferisse: considerato che ha fatto riferimento a una moltitudine di casi ci sarebbe stato da aspettarsi che ne citasse almeno uno, possibilmente conclamato. Invece nulla, anche se, doverosamente, non si può escludere che qualcosa di simile sia accaduto. Ma, certamente, non è la regola e nemmeno una prassi da ritenere frequente.

    Dunque, ci risiamo per l’ennesima volta a confondere volutamente, aprioristicamente, generalizzando senza riferimenti puntuali, dati statistici, prove certe, gli avvocati con i loro assistiti: criminali gli uni e gli altri e i primi, forse, peggiori dei secondi perché insospettabili e sfuggenti ai controlli.

    Questo non è giornalismo, tantomeno giornalismo di inchiesta: è una gratuita macchina del fango che schizza indiscriminatamente su una intera categoria messa in moto, per di più, dal  volto noto appartenente a professionista preceduta da una certa fama.

    Ovviamente, queste affermazioni non potevano passare nell’indifferenza e hanno provocato la reazione dell’Avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali che ha così commentato: “Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti”, preannunciando una querela.

    La via giudiziaria sembra quella più opportuna da praticare: la  Gabanelli avrà, così, l’opportunità di portare in Tribunale, se li ha, i riscontri di cui disponeva per addivenire ad una gravissima accusa diffamatoria.

    E avrà bisogno di un avvocato, di un difensore,  rammentandole con ciò  che la sua stessa libertà è garantita da uno dei tanti che indistintamente ha considerato dei collusi se non dei complici dei mafiosi e che ha accettato di assistere anche chi lo abbia toccato, sia pure indirettamente, in ciò che ha di più sacro: la dignità di una Toga che al servizio di tutti i cittadini. Anche della Gabanelli quando si trova in attesa di Giustizia.

  • La Corte di giustizia Ue circoscrive il diritto all’oblio su Google

    La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente stabilito che Google non deve garantire in ogni parte del mondo il diritto all’oblio, ossia la possibilità di vedere rimossi contenuti che persone direttamente interessate ritengano dannosi e ormai datati. Nello specifico, la sentenza afferma che «non c’è obbligo, per un motore di ricerca che risponde alla richiesta di de-indicizzazione di una persona di condurre questa ricerca in tutte le versioni del suo motore di ricerca». La sentenza garantisce di fatto la possibilità di continuare a visualizzare risultati indesiderati sulle pagine di Google al di fuori dell’Unione Europea.

    La sentenza affonda le proprie radici nel 2014, quando, a causa di un pronunciamento della stessa Corte, Google aveva iniziato a rimuovere i contenuti segnalati da tutte le versioni europee del sito, ma non da quelle appartenenti a Paesi terzi. Nel 2016, poi, la Commission nationale de l’informatique et des libertés francese aveva sanzionato Google, poiché il popolare motore di ricerca non aveva rimosso globalmente i contenuti che un utente aveva ritenuto indesiderati: il diritto all’oblio era stato, infatti, sostanzialmente violato. La questione era stata, infine, posta all’attenzione di un tribunale francese, che ha sospeso il procedimento per chiedere un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia.

    Nonostante la sentenza della Corte di Giustizia vada in direzione opposta alla posizione delle istituzioni europee, in alcuni Stati membri sono stati pronunciati verdetti contrari al “global removal”, in base all’idea che non sussista l’extraterritorialità del diritto. Pur essendo inserito nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), il diritto all’oblio non è, quindi, esportabile.

    Antonello Soro, garante italiano per la privacy, si è espresso su tale questione, sottolineando che la «barriera territoriale appare sempre più anacronistica».

  • In attesa di Giustizia: anni di piombo

    Correva l’anno 1998, mese di novembre, quando la Corte Costituzionale censurò per l’ennesima volta una riforma del codice di procedura penale mirata a garantire l’oralità del giudizio e la possibilità di interrogare e controinterrogare le fonti di accusa: il codice promulgato nel 1989, purtroppo, doveva misurarsi con una Costituzione che, pur restando di alto profilo, quanto a talune garanzie dell’imputato guardava ad un sistema inquisitorio, quello disegnato dalla legislazione degli anni ’30.

    L’Unione delle Camere Penali allora Presieduta dal Prof. Giuseppe Frigo, che proprio della Corte Costituzionale entrerà a far parte in seguito, proclamò per protesta un’astensione dalle udienze reclamando contro un ripristino strisciante del modello processuale abrogato e confliggente con quello di impronta accusatoria introdotto un decennio prima.

    Durissima e, francamente, inaccettabile fu la reazione dell’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro che bollò gli avvocati come terroristi sostenendo che ribellarsi contro una sentenza della Corte Costituzionale è comportamento equiparabile a scendere in piazza armati.

    I penalisti dalle parole di Scalfaro ricavarono stimoli ancora più forti a proseguire nella loro protesta arrivando a prevedere la restituzione dei tesserini di appartenenza agli Ordini professionali – un terrorista non può essere contemporaneamente uomo della legge – querele nei confronti di Scalfaro per diffamazione del quale pretesero le scuse e raccogliendo, per vero, solidarietà bipartisan dai rappresentanti della politica.

    Tanto è vero che il 23 novembre 1999, esattamente un anno dopo, fu approvata la modifica dell’art. 111 della Costituzione con un articolato che, sostanzialmente, clona l’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo introducendo i principi del c.d. giusto processo e ponendo così termine a una diatriba a colpi di modifiche normative e interventi del Giudice delle Leggi che provocò, per anni, solo incertezza del diritto e compressione delle garanzie dei cittadini. Tutti terroristi, forse, anche quei senatori e deputati che, con maggioranza qualificata e doppia lettura della novella costituzionale, avevano riequilibrato le sorti del processo penale. Almeno secondo il pensiero del Presidente Scalfaro che nel frattempo aveva lasciato il Quirinale.

    Ora ci risiamo: l’Unione ha proclamato cinque giorni di astensione a partire dal 21 ottobre per lamentare la mancata – sebbene promessa – riforma del processo penale che avrebbe dovuto fungere da ammortizzatore alla sostanziale eliminazione della prescrizione già approvata ed in vigore a partire dall’anno prossimo: astensione contro una legge dello Stato e fortemente voluta dagli illuminati giureconsulti pentastellati! Tornano gli anni di piombo? Ancora terrorismo in Toga?

    Se questo è terrorismo, allora c’è da augurarsi che sia l’anticamera di una guerra civile anzi – meglio ancora – di una guerra di civiltà, una di quelle guerre, di quelle battaglie che gli avvocati non hanno mai temuto di affrontare e mai per interessi personali o di categoria ma sempre e solo nell’interesse dei cittadini, di coloro che si trovano al cospetto di un potere che li sovrasta, il potere punitivo dello Stato.

    E’ tempo di legge finanziaria, recupero delle risorse per evitare l’aumento dell’IVA, ma è anche tempo di elezioni suppletive al C.S.M. dopo scandali e dimissioni risalenti a poche settimane addietro ma nessuno più ne parla, così come delle riforma in materia di Giustizia: questi sono temi che non garantiscono comprensione e consenso e i cittadini restano – anche se non lo sanno –  in attesa di Giustizia e anche se non sanno nemmeno questo non sono soli: con loro ci sono quei terroristi degli avvocati penalisti.

     

  • In attesa di Giustizia: Beccaria non abita più qui

    Nella nostra Costituzione, all’articolo 27, echeggia il pensiero di Cesare Beccaria laddove si prevede che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: un impegno, pertanto, che coinvolge l’intera amministrazione della Giustizia, dal Giudicante che deve determinare il trattamento sanzionatorio per chi sia stato ritenuto autore di un reato misurandolo con le prospettive di reinserimento sociale, sino al Tribunale di Sorveglianza che può ammettere un condannato a benefici che ne riducano la pena ovvero ne consentano l’espiazione attraverso un progressivo riacquisto della libertà sempre che il soggetto – sottoposto ad osservazione di esperti durante la carcerazione – ne risulti meritevole anche per la possibilità di ottenere un lavoro all’esterno.

    La nostra legislazione prevede che anche l’ergastolano possa avere una opportunità di rientro nel consorzio sociale, sia pure dopo molti e molti anni di detenzione, invece che un “fine pena mai”. Ma ci sono delle limitazioni introdotte nel tempo e tra queste quella che prevede il c.d. ergastolo ostativo, cioè a dire (con riferimento solo a taluni reati di sangue aggravati) il divieto di misure premiali di qualsiasi genere.

    Con decisione recentissima la CEDU ha affermato che l’ergastolo ostativo è contrario anche alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo violandone  l’art 3.

    La pronuncia, partitamente in un periodo storico – politico in cui la tendenza è quella della panpenalizzazione delle condotte e dell’inasprimento delle pene, è di grande importanza nel quadro di un necessario riallineamento della pena detentiva perpetua alla necessaria finalità rieducativa della pena e suona a monito di un legislatore nazionale ispirato solo dalla estremizzazione del rigore, senza considerare che la sicurezza dei cittadini deve essere assicurata anche tentando, almeno tentando, il recupero dei condannati allontanandone il pericolo che ricadano nel crimine una volta scontata la pena.

    Peraltro la critica della CEDU non ha tanto ad oggetto la durata della pena, quanto l’automatismo normativo che, nei reati “ostativi” che non sono solo quelli puniti con l’ergastolo, ravvede nella collaborazione con l’autorità giudiziaria l’unico strumento per ritenere cessata la pericolosità: la Corte mette, dunque, in discussione anche delle ostatività (alcune recentemente introdotte, per esempio per reati contro la Pubblica Amministrazione) relative a pene temporanee.

    La CEDU ha ritenuto che, se la collaborazione costituisce l’unica via attraverso la quale il condannato possa aspirare ad una rivalutazione della sua pericolosità, vi è da dubitare che il dubbio possa essere il frutto di una libera scelta, senza contare che, non di rado, è la paura di ritorsioni che determina la scelta di non collaborare. Quindi, deduce la Corte, la mancanza di collaborazione non può di per sé esprimere una permanente adesione a valori criminali o alla criminalità organizzata, ed altresì che la dissociazione del condannato può esprimersi con diverse modalità. D’altro canto, la collaborazione non è necessariamente prova di una effettiva resipiscenza ma può essere frutto di una valutazione utilitaristica. Infine, afferma la Corte che la personalità di un condannato non può essere ritenuta immutabile rispetto a quella che era al momento della commissione di un reato e, pertanto, deve tenersi conto dei progressi eventualmente accertati nel corso dell’esecuzione della pena.

    La Grand Chambre ha infine osservato che compete allo Stato Italiano introdurre una riforma del regime dell’ergastolo che garantisca valorizzazione di eventuali progressi del condannato ai fini della valutazione pericolosità dello stesso e dell’eventuale accesso a misure alternative al carcere, a prescindere dalla eventuale collaborazione.

    Beccaria non abita più qua, ce lo ricordano da Strasburgo: converrà tenere conto dell’insegnamento invece che perseguire il consenso attraverso il clangore delle manette.

  • In attesa di Giustizia: adelante Pedro, con juicio

    Il titolo di questa rubrica sottende che tratti problematiche che affliggono in forma endemica il nostro sistema giustizia: da una normazione sciatta e disorganica, passando per decisioni giudiziarie quanto meno singolari, effetti perversi di pulsioni sociali e – naturalmente, parlando di attesa – di tempi.

    La Costituzione, facendo proprio un enunciato dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ha previsto il principio di ragionevole durata del processo: ottima cosa, tanto è vero che con la legge 89/2001, nota come “legge Pinto” dal nome del Parlamentare che ne fu estensore,  è stato previsto il diritto a richiedere allo Stato un’equa riparazione per il danno (patrimoniale o non) subito per la irragionevole durata del processo. Si è così introdotto un ricorso interno, di competenza delle Corti d’Appello che deve avviarsi prima di eventualmente rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

    Difesa corporativa, tutela delle casse dello Stato perennemente esauste? Fatto sta che alla applicazione della legge sono state opposte iniziali resistenze e sono stati ri-appellati i singoli casi alla CEDU per disapplicazione dei parametri di una materia disciplinata a livello convenzionale; infine è dovuta intervenire la Cassazione stabilendo che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel valutare i ricorsi proposti in base alla legge Pinto.

    Con il c.d. “Decreto Sviluppo” risalente al Governo Monti, successivamente, è stata anche semplificata la procedura del ricorso in sede nazionale e precisato un tetto oltre il quale la durata del processo deve considerarsi irragionevole: sei anni complessivi per i tre gradi di giudizio.

    Con la legge di Stabilità del 2016 sono stati, inoltre, fissati  gli indennizzi…ed in termini non certo generosi: da un minimo di 400 ad un massimo di 800 euro per anno o frazione di anno superiore ai sei mesi eccedenti il termine di “ragionevolezza” con possibilità di aumenti fino al 40% a seconda dello sforamento del tempo limite.

    Insomma, se proprio si deve lavorare sulla interpretazione degli aggettivi, quei tetti di indennizzo più che equi  appaiono miserabili.

    Ciononostante, con una decisione recentissima, la Corte d’Appello di Napoli ha rigettato totalmente una richiesta risarcitoria ai sensi della legge Pinto proposta da due avvocati coinvolti a titolo personale in un giudizio che solo tra primo e secondo grado di giudizio è durato nove anni. La motivazione? E’ sotto due profili, uno più inquietante dell’altro.

    Il primo è che i ricorrenti hanno lo studio in una zona elegante di Napoli e – di conseguenza – sono presuntivamente ricchi. Il sottinteso è che non avrebbero bisogno di alcun indennizzo. Come se qualche biglietto da cento euro possa cambiare la vita di chiunque…la ratio della disciplina è certamente un’altra e si fonda su una questione di principio.

    Il secondo esplicita una volta di più come al peggio non ci sia limite: trattandosi di avvocati sono abituati alle lungaggini processuali e non avrebbero neppure dovuto proporre ricorso.

    Adelante Pedro, cum juicio, potremmo dire richiamando un passo celebre dei Promessi Sposi: l’efficienza del sistema giustizia può essere stimolata, anche dettando criteri temporali certi per mettere un punto fermo sulla ragionevole durata del processo. Ma senza esagerare.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.