diritto

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • Violenze, lavoratori, Landini ed altri

    La sicurezza è sempre più a rischio, i femminicidi aumentano ed alcuni magistrati si limitano ad ordinare, ad uomini già recidivi per violenze e minacce, di rimanere lontani dalla loro vittima, tifosi delinquenti devastano le città o aggrediscano pullman di persone di altra fede sportiva, nei cortei pacifisti consistenti gruppi di violenti, di professione e cultura, feriscono decine di poliziotti e carabinieri mettendo a soqquadro interi quartieri.

    Nello stesso tempo fioriscono marce sindacali, sotto la regia del solito Landini, che nulla hanno a che fare con i diritti o le speranze dei lavoratori o dei disoccupati che il lavoro lo cercano, mentre tanti altri il lavoro lo rifiutano.

    Una società piena di violenze e contraddizioni rese sempre più evidenti dalla confusione dei reciproci ruoli e dall’insulto diventato strumento del linguaggio politico aumentando così rancori, confusioni e a volte vere e proprie manifestazioni di attività violente.

    Nessuno, né Landini né il cosiddetto campo largo parlano dei lavoratori sfruttati con il lavoro sottopagato in nero, sia nei campi che in molte altre attività, non solo domestiche, delle centinaia di migliaia che dipendono dalle agenzie interinali, che lucrano sul loro lavoro e degli altri che, per vivere, accettano lavori di poche ore, o pochi giorni, commissionati da agenzie italiane od estere che pagano pochi euro e solo dopo 90 giorni.

    Landini di tutti costoro non si è mai preoccupato, non conosce neppure la vera situazione del mondo del lavoro, dei tanti che il lavoro lo hanno perso ed ora sono ridotti ad accettare le briciole, quando le trovano, per potersi mantenere.

    Landini sa che il suo tempo sta per finire e cerca di ottimizzare il suo incarico reclutando, o strizzando l’occhio, a quelle frange più estreme desiderose di sfogare la propria rabbia e non di dare un contributo per migliorare le cose, vede il suo futuro politico non dando vita ad un programma diverso ed alternativo alle altre forze politiche, ma costruendo per sé l’immagine del rivoluzionario a tutti i costi.

    Il vero rivoluzionario oggi sarebbe invece chi realmente, senza urla e strepiti, si occupasse di quella parte del mondo del lavoro che ancora non ha rappresentanza, magari chiedendo al governo la creazione di un ufficio che celermente verificasse la reale situazione delle varie agenzie interinali e di tutto quel mondo sommerso che offre lavori poco retribuiti e pagati a 90 giorni, sarebbe un grande passo avanti se i sindacati, che oggi rappresentano più i pensionati che i lavoratori, si rendessero conto di tante realtà non sommerse ma ignorate.

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

  • Non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele e senza la resa di Hamas

    Lo abbiamo detto e scritto per anni, insieme ad alcuni altri che via via sono aumentati: la pace in Medio Oriente poteva avvenire solo con il riconoscimento dello Stato di Israele e la creazione ed il riconoscimento di uno Stato palestinese. Uno stato palestinese  liberato dai terroristi.
    Dopo anni di guerra, una guerra programmata e voluta da Hamas, con migliaia di morti e feriti, mentre Hamas continua a tenere in ostaggio i prigionieri israeliani, quelli che ancora non sono stati uccisi, ad usare i palestinesi come scudi umani e a tenere nella propria carta costitutiva, e ragion d’essere, proprio la distruzione di Israele, difficile immaginare il riconoscimento di uno Stato che non c’è e che non ha un punto politico di riferimento considerato che da un lato ci sono i terroristi che comandano e dall’altro l’autorità  palestinese di Abu Mazen che non conta più nulla.
    Sconfiggere Hamas dovrebbe essere l’impegno di tutti se si vuole raggiungere l’obiettivo di due popoli due Stati.
    Tutto questo sembra sfuggire a chi parla di riconoscere lo Stato palestinese senza che vi sia un interlocutore credibile al quale  affidare questo ipotetico stato, inoltre la decisione dei paesi arabi di tenere, salvo Iran ed Houthi, ben lontani sia Hamas che i profughi di Gaza la dice lunga sui timori che tutti hanno nella regione.
    Tutto questo sfugge completamente ai più o meno benpensanti sia della politica di centro sinistra che di parte della così detta società civile, tutti dobbiamo essere seriamente preoccupati per la disperata situazione dei civili, attanagliati dalla fame e sotto il doppio tiro dei soldati israeliani e dei miliziani di Hamas e dobbiamo tentare tutte le strade per aiutarli ma l’aiuto non sarà certo qualche facinorosa e violenta manifestazione, qualche ritrita e sterile contestazione dell’opposizione al governo italiano.
    La sinistra, ammesso che di sinistra si possa ancora parlare, vista l’incapacità di pensiero politico, di attenzione vera e di proposte concrete ai problemi principali di questo travagliato terzo decennio del terzo millennio, smetta di blaterare su due popoli e due Stati perché non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele, senza la resa di Hamas, senza la nascita di una leadership palestinese credibile e autorevole.

  • In attesa di Giustizia: la terra dei miracoli

    Italia terra dei miracoli: sarà per la presenza dell’enclave dello Stato Città del Vaticano, o forse perché – come sta scolpito all’EUR – il nostro è un popolo di Santi oltre che di poeti, navigatori, artisti, pensatori, scienziati, trasmigratori ed eroi (e, forse, non a caso non sono citati i giuristi…).

    Fatto sta che dal Colle di Cadibona ai Sette della Città Eterna è un susseguirsi di miracoli: nella sola Genova, addirittura se ne sono verificati ben due! Accade che un fascicolo – secretato ed a carico una volta di più di Giovanni Toti – chiuso nella cassaforte del Procuratore Capo, Nicola Piacente, avendo la meglio sul principio fisico della impenetrabilità dei corpi solidi, approdi nella redazione di un quotidiano dando il via immediato allo sputtanamento a palle incatenate a mezzo stampa.

    Il secondo miracolo è che il Dott. Piacente, come peraltro impone la legge ma tutti abitualmente se ne infischiano, ha aperto un’indagine su questa fuga di notizie: ovviamente si tratterà di un fascicolo al momento senza indagati anche perché essendo proprio Piacente il custode di quel fascicolo non ancora assegnato ad alcuno sostituto, dovrebbe paradossalmente cominciare ad iscrivere se stesso nel registro delle notizie di reato…ma tre miracoli di fila sarebbero troppi.

    A latitudini più basse, nei ministeri piuttosto che alla Commissione Affari Costituzionali, con un percorso di selezione delle professionalità che non può definirsi altro che miracoloso accade che la redazione di testi normativi venga affidata a soggetti che il diritto, soprattutto quello costituzionale, l’hanno imparato frequentando corsi di studio serali…al buio.

    Per farne un paio di esempi e fermandosi agli ultimissimi ecco delle autentiche chicche che anche un lettore non tecnico potrà comprendere senza troppo arrovellarsi: nel tanto decantato decreto sicurezza – a tacer d’altro – si rinviene la previsione che la pena sia aumentata per qualsiasi reato commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di una stazione ferroviaria o della metropolitana e cosa significherà mai immediate vicinanze? Nel bar di fronte alla stazione, a 50, 100, 200 metri, al parcheggio dei taxi anche se più distante? Chi deciderà a quale parametro dovrà allinearsi? Il tutto con violazione e buona pace del principio di tassatività della legge penale previsto dalla Costituzione…e – poi – perché solo nelle stazioni ferroviarie e non in quelle degli autobus o negli aeroporti o nelle biglietterie degli aliscafi al Molo Beverello che si propongono in un identico contesto? E tanti saluti anche alla parità di trattamento di fronte alla legge.

    In una nobile competizione con il Ministero della Giustizia anche quello della Pubblica Istruzione ha pensato bene di mettere mano al codice penale suggerendo che sia possibile l’arresto obbligatorio in flagranza per chi abbia cagionato anche solo lesioni lievi al personale docente. Con tutto il rispetto per gli insegnanti vittime di violenze e bullismo ci si sta dimenticando un piccolo dettaglio: che il codice penale per le lesioni lievi prevede che si proceda a querela di parte e cioè a dire che la persona offesa ha tre mesi di tempo per decidere se chiedere la punizione del colpevole oppure no e non si può certo arrestare qualcuno che potrebbe non essere neppure mai querelato…tranne che, per risolvere il problema, non si voglia ardire sino al punto di facultare i bidelli a ricevere querela orale nella immediatezza dei fatti, e munirli di poteri di arresto quali ausiliari facenti funzioni di Carabinieri e Polizia e magari dotandoli di manette e taser, già che ci siamo e potrebbe non essere fantadiritto.

  • In attesa di Giustizia: la legge non è uguale per tutti

    Continua inarrestabile il profluvio di norme penali peggio che inutili: di dubbia legittimità costituzionale ed, a volte, entrambe le cose.

    Meglio dell’8 marzo, come data, non si poteva scegliere per annunciare con il dovuto clamore il disegno di legge di origine governativa che introduce nel codice penale il reato di femminicidio.

    Chi ne ha scritto il testo, a parte una conoscenza approssimativa della lingua italiana, dimostra una volta di più di aver dato una lettura superficiale alla Costituzione che all’art. 3 proclama l’eguaglianza di tutti i cittadini (quindi uomini, donne, LGBTQ e chi più ne ha più ne metta) di fronte alla legge non meno che del 32 che, unico tra tutti, individua come fondamentale il diritto alla salute sottintendendo quello alla vita, anche in questo caso – ovviamente – senza distinguo.

    Il cosiddetto femminicidio è indubbiamente un fenomeno sociale con il quale si devono fare i conti ma anche durante una bevuta di birra al Bar Sport, se questo fosse l’argomento, chiunque si renderebbe conto che la vita di una vittima durante una rapina, di un regolamento di conti piuttosto che di odio razziale non vale meno di un’altra e, a proposito: se in un conflitto a fuoco tra un rapinatore maschio ed un Carabiniere donna fosse quest’ultima a morire che tipo di reato sarebbe? Omicidio o femminicidio? Oppure di un soggetto che ha in corso la transizione di genere? Peggio che mai nell’ipotesi di un gender fluid la cui identità di genere oscilla lungo lo spettro di genere variando nel tempo…

    Si badi bene che l’intenzione non è quella di svilire la portata di un tema sociale drammatico quale quello del crimine di genere, piuttosto quella di criticare una opzione normativa che una volta di più si richiama al più bieco populismo ed è volta all’accaparramento di consenso elettorale.

    Il femminicidio, dunque, rischia (con elevata probabilità di acclamazione bipartisan una volta pervenuto in Aula) di diventare un reato a sé, un omicidio diverso dagli altri: incostituzionale ed inutile perché già allo stato attuale della normazione con l’aggravante dell’odio di genere o altre quali i motivi abietti e futili o la crudeltà può comportare la pena dell’ergastolo.

    Per introdurre un dato di novità rispetto al passato il nostro sciatto legislatore ha pensato bene di descrivere la condotta come quella caratterizzata da odio ed intesa a “reprimere l’esercizio dei diritti, delle libertà e della personalità della vittima”: sembra una supercazzola di Tognazzi, che cosa vorrà mai dire, in concreto, tutto ciò? Sicuramente che un altro canone costituzionale che sfugge alla penna del legislativo di via Arenula è quello di tassatività che impone la determinatezza delle fattispecie criminose utilizzando espressioni precise in modo che sia possibile distinguere ciò che è penalmente lecito da ciò che è sanzionato anche senza avere un dottorato di ricerca all’Istituto di Diritto Penale della Sapienza.

    Trascorsi i tempi bui in cui alla consolle del Ministero della Giustizia sedeva un dj incompetente in utroque jure c’era da sperare in meglio e viene invece da chiedersi a che punto è la notte.

  • Il Comune di Ancona accetta il ripudio di una moglie in base alla formula del rito islamico

    Il Comune di Ancona ha registrato come valido il ripudio che un marito bengalese ha formulato secondo il rituale islamico, il talaq, nei confronti di una moglie che accusava di tradimento. La vicenda è stata scoperta dagli avvocati ai quali la donna si era rivolta per ottenere il divorzio secondo i crismi della legge italiana.

    L’uomo aveva ottenuto già dal 2013 documentazione tradotta e certificata dall’ambasciata a Dhaka che certificava la fine dell’unione secondo la volontà dell’uomo stesso e in accordo con quanto prevede la religione islamica, la quale tuttavia non ha valore ai fini del diritto di famiglia italiano.

    A dispetto del fatto che tale ripudio non sia riconosciuto dalla normativa italiana, il Comune di Ancona aveva riconosciuto come valida la documentazione fornita dall’uomo e aveva quindi riconosciuta come cessata l’unione tra l’uomo e la moglie già prima che quest’ultima chiedesse, nelle forme previste dalla legge italiana, lo scioglimento del vincolo matrimoniale.

    I legali della donna hanno fatto ricorso contro il ripudio stesso, anche perché quest’ultimo non prevede obblighi di mantenimento a carico dell’uomo, quali invece possono scaturire dalle procedure di rescissione matrimoniale previste dalla legge italiana. Il Comune di Ancona intanto, tramite il dirigente dei servizi anagrafici ha dichiarato legalmente insussistente «la possibilità di rifiutare un’annotazione perché contraria all’ordine pubblico italiano» e ha pure aggiunto che «se troverà una formula legittima per annullare l’annotazione del ripudio, lo farà». La spiegazione non ha convinto i legali della donna, secondo i quali l’accettazione del ripudio viola i principi internazionali, il municipio ha insistito nel dichiarare che «il Comune non ha il potere di discernere o rifiutarsi di annotarlo. Tocca al governo normare, ma intanto lo status della residente cambia».

  • In attesa di Giustizia: lui è peggio di me

    Questo era il titolo di un film di una trentina di anni fa interpretato da Andriano Celentano e Renato Pozzetto: ovviamente regalava il sorriso, cosa che non sono in grado di fare Marco Travaglio e Andrea Del Mastro…tanto per scegliere una coppia di impresentabili da commentare in questo numero de Il Patto Sociale.

    Il primo dei due, sempre pronto a commentare come ferite non rimarginabili alla giustizia e democrazia tutte le sentenze che non rechino la parola “condanna”, è – per il momento – rimasto silente a proposito dell’esito del terzo grado di giudizio a carico di Piercamillo Davigo, una notizia che, impropriamente, la maggior parte dei quotidiani ha riportato inserendo nel titolo “Appello bis per Davigo”: vero, ma così si mimetizza una realtà non banale e cioè che l’annullamento della sentenza di condanna da parte della Cassazione è stato solo parziale, essendo divenuta definitiva una parte della sentenza della Corte d’Appello di Brescia che ha condannato l’ex P.M. di Mani Pulite per rivelazione di segreto d’ufficio, una rivelazione senza uguali precedenti  come annotano i giudici bresciani usando proprio il corsivo per meglio evidenziare il concetto.

    Davigo, dunque, nuovamente a giudizio solo per alcune delle condotte contestate che la Corte d’Appello dovrà rivalutare ma ciò non significa che verrà automaticamente assolto mentre risulta definitivamente condannato per altre. Tecnicamente lo si deve definire un pregiudicato ma non si può dire commentando oltre la superficie la notizia di quel parziale successo che significherebbe, per amor di verità (una virtù, peraltro, raramente coltivata dal Fatto Quotidiano), affrontare, la parte meno gradevole della decisione.

    La famiglia Travaglio è in lutto e questo, forse, spiega il silenzio del Direttore che, a suo tempo, sentenziò in anticipo che “Davigo non deve rispondere di nulla perché è riuscito a tutelare il segreto”, una difesa preventiva con inattesi sussulti garantisti che è stata smentita. Questa volta, però, la condanna, sia pure parziale non è motivo di festa come se, in base al metro di giudizio standard di Travaglio, Davigo fosse improvvisamente diventato motivo di imbarazzo, una brutta persona poiché condannato, e fosse preferibile nascondere la circostanza come quando si butta la polvere sotto al tappeto… il che non è: Piercamillo Davigo è uno con cui non avrei mai voluto avere a che fare come imputato e non è stato piacevole neppure da difensore ma non è una brutta persona tantomeno perché è pregiudicato come non lo sono tanti che lui stesso ha fatto condannare da P.M. o condannato con le sue mani quando è passato alle funzioni giudicanti.

    Un bel tacer non fu mai scritto e – detta tutta – l’ammutolimento su dettagli non secondari di questa vicenda è di gran lunga preferibile alle giustificazioni che, invece, ha ritenuto di dare il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro Delle Vedove: uno con il cognome che evoca la fantozziana contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ma anche in questo caso non fa per nulla ridere. Ripugna.

    Ripugna, la notizia non è nuovissima, la sua affermazione secondo la quale è una intima gioia non lasciare nemmeno respirare chi viene trasportato dal nuovo blindato della Polizia Penitenziaria riservato ai detenuti in regime di alta sicurezza o al 41 bis ritenendo che gli agenti della PolPen condividano il suo medesimo entusiasmo ad incalzare chi siede su quel veicolo. Sottosegretario, lei ha forse studiato diritto costituzionale al buio? Forse non ha mai avuto notizia che il precedente motto degli Agenti di custodia era “Vigilando redimere” che – se pure in latino fosse un po’ zoppicante come in diritto costituzionale – non ha bisogno di essere tradotto?

    Ma forse è troppo pretendere da costui che abbia anche solo sfogliato qualche pagina scritta da Cesare Beccaria o letto, figuriamoci capito, cosa sottintende l’articolo 27 della Costituzione dove afferma che le pene devono ispirarsi al senso di umanità…però, almeno qualche giornale oltre la pagina dello sport lo avrà occhieggiato, magari avrà visto un telegiornale che riportava la notizia del soffocamento da parte di agenti della polizia di Minneapolis di un nero, John Floyd, durante l’ arresto per il presunto impiego di una banconota falsa da venti dollari: un presunto innocente martoriato e ucciso senza motivo e sebbene gridasse la sua disperazione “non respiro!” perchè gli agenti, con un ginocchio premuro sul collo, facevano qualcosa che al poco Onorevole Del Mastro sembra provocare orgasmi incontenibili invece che farlo riflettere sulla circostanza che quei poliziotti sono stati processati e l’autore materiale dell’omicidio, commesso tenendo per più di otto minuti il ginocchio sul collo di Floyd che implorava pietà, è stato condannato a ventidue anni di carcere. Probabilmente ignora anche questo e con opportuno uso del participio può definirsi un ignorante.

    “Volevo dire che è alla mafia che non diamo respiro”, ha provato a giustificarsi Del Mastro: la classica pezza peggiore del buco perché quello che ha detto in una occasione pubblica ha un significato inequivocabile. Tranne per chi, oltre a Beccaria (figuriamoci Pietro Verri e Carlo Cattaneo), alla Costituzione e forse al latino, probabilmente non conosce nemmeno l’uso della lingua italiana.

  • La certezza del diritto

    Uno stato democratico si caratterizza attraverso la certezza del diritto che assicura equità tra i diversi poteri all’interno di una società sempre più complessa ed articolata. La stessa divisione dei poteri rappresenta lo scheletro di garanzie istituzionali dal quale poi vengono esercitati i diversi poteri nella piena e reciproca legittimità. In questo contesto democratico, la sola idea, si ribadisce la sola idea, di spostare l’appuntamento elettorale delle elezioni regionali, in scadenza nel 2025, all’anno successivo e, di conseguenza, aumentando di un anno il mandato in una carica, rappresenta un attacco senza precedenti non solo alla certezza di diritto ma anche alla tutela del diritto di voto attraverso il quale si esercita la volontà dei cittadini.

    A questi ultimi, infatti, verrebbe posticipato di un anno il diritto costituzionalmente garantito di confermare o meno la fiducia alla coalizione al governo, anche se regionale, dopo cinque anni che ora, nella proposta, diventerebbero sei.

    Pur essendo condivisibile l’obiettivo di istituire un unico Election Day per evitare la campagna elettorale perenne nel Paese, questa modifica della durata del mandato elettorale dovrebbe venire dichiarata all’ultimo appuntamento elettorale, non certo in corso d’opera e comunque escludendo le autorità in carica.

    In più, a “sostegno” di questa iniziativa si aggiunge una ulteriore miserabile motivazione individuabile nella volontà espressa del Vice Presidente del Consiglio di offrire la possibilità al governatore del Veneto in carica di inaugurare le prossime Olimpiadi del 2026.

    La sintesi si traduce nella modifica e nell’utilizzo per fini espressamente privati di una garanzia democratica, i tempi del mandato elettorale, per di più manifestata da un vicepresidente del Consiglio, espressione cioè del potere esecutivo, un potere concorrente rispetto a quello legislativo.

    In altre parole, quando il potere esecutivo intende modificare i principi istituzionali così come la certezza del diritto automaticamente si esce dal modello democratico per entrare in una selva oscura.

    Questa iniziativa rappresenta una strategia politica assolutamente priva di qualsiasi fondamento democratico, ed anche se potrebbe esprimere un sostanziale analfabetismo istituzionale, ma non certo giustificarla, risulta assolutamente inaccettabile e rappresenta un pessimo e molto pericoloso esempio di utilizzo delle prerogative democratiche finalizzate al perseguimento di obiettivi personali o di un singolo partito.

    L’election day rappresenta una delle fondamentali riforme da adottare per evitare di vivere in un paese in continua campagna elettorale, incapace quindi di elaborare qualsiasi programma a medio e lungo termine. Tuttavia va ribadito che il percorso verso la sua adozione dovrebbe escludere i rappresentanti attualmente in carica. L’idea di ridurre il perimetro di garanzia istituzionale attraverso la proroga di un anno del mandato elettorale offre il senso della cultura democratica di chi la propone e rappresenta un ulteriore insulto ai cittadini che vedrebbero rimandato di un anno il proprio diritto al voto.

    In ultima analisi questa proposta rappresenta il senso e la volontà di prevaricazione del potere esecutivo nei confronti delle garanzie istituzionali e della stessa certezza del diritto. La sola ignoranza non può più rappresentare una giustificazione accettabile.

  • Palese mancanza di giustizia

    Una volta ancora pericolosi aderenti alla organizzazione mafiosa sono stati scarcerati per decorrenza dei termini.

    Il problema giustizia, nel senso più pieno della parola, rimane uno dei più gravi problemi italiani, non abbiamo remore a sostenere che è delittuoso tenere in carcere delle persone per anni senza fare loro il processo per accertare la verità e che è altrettanto delittuoso che da tempo, e sempre più spesso, riottengano la libertà, per decorrenza dei termini, persone che sono state messe in carcere perché sospettate, a buon ragioni, di delitti gravissimi.

    In questa ultima occasione hanno ritrovato la libertà dieci complici di Messina Denaro, il famoso boss trapanese, i fiancheggiatori del quale, dopo il suo arresto, non sono stati ancora tutti identificati.

    Far uscire dal carcere per decorrenza dei termini individui sospettati di gravi misfatti non solo è una palese mancanza di giustizia ma anche il modo per far sentire sempre più insicura la società e sempre più arroganti, impunite le associazioni criminali.

    La politica dovrebbe finalmente è più seriamente interpellarsi sui motivi di questo mal funzionamento del sistema giustizia in Italia e correre, senza ulteriore indugio, ai ripari tenendo anche conto di una ulteriore pericolosa conseguenza e cioè quella di demotivare le Forze dell’Ordine che con tanta dedizione, e spesso sprezzo del pericolo, arrestano pericolosi malviventi che poi, senza processo, sono rimessi in libertà.

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