diritto

  • Il volo cancellato dalla compagnia aerea dà sempre diritto al rimborso del biglietto (o a un volo alternativo)

    Sì al rimborso del biglietto aereo se il volo viene cancellato per mancanza di jet fuel e sì anche ove la cancellazione del volo sia dovuta al prezzo elevato del carburante.

    Il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha voluto spiegare cosa prevede la legislazione comunitaria chiarendo che in Europa esistono diritti di trasporto aereo a tutela dei viaggiatori e che le protezioni previste vengono applicate a tutti i voli in partenza da aeroporto Ue, indipendentemente dal vettore, e ai voli in arrivo in un aeroporto europeo operato da un vettore Ue.

    In caso di cancellazione o ritardo significativo, i passeggeri hanno diritto a informazioni chiare, assistenza e cure, nonché alla possibilità di scegliere tra il rimborso o un volo alternativo verso la destinazione finale.

    In caso di volo cancellato, il viaggiatore ha diritto di scegliere tra rimborso o volo alternativo (non appena possibile o a una data successiva a scelta del viaggiatore) e di ricevere assistenza in aeroporto.

    Chi viaggia ha inoltre diritto ad un risarcimento, in aggiunta al rimborso del biglietto, se la compagnia aerea informa della cancellazione del volo entro 14 giorni dalla data di partenza. Non si ha invece diritto al risarcimento se si viene informati dalla compagnia aerea della cancellazione del volo prima di 14 giorni dalla data di partenza oppure se si viene informati tra 14 e 7 giorni prima della partenza e viene offerto un volo alternativo che consente di partire non oltre le 2 ore prima dell’orario previsto in origine, di raggiungere la destinazione finale meno di 4 ore dopo l’arrivo previsto in origine, così come non si ha diritto al risarcimento se si viene informati meno di 7 giorni prima della partenza e viene offerto un volo alternativo che consente di partire non oltre 1 ora prima dell’orario inizialmente previsto e di raggiungere la destinazione finale meno di 2 ore dopo l’arrivo inizialmente previsto. Infine non si ha diritto al risarcimento se la compagnia può provare che la cancellazione dipende da circostanze eccezionali «che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso». Non sono considerate circostanze eccezionali: problemi tecnici, urto di una scaletta d’imbarco contro un aeromobile, scioperi del personale della compagnia aerea. Sono invece circostanze eccezionali condizioni meteo particolarmente avverse e lo sciopero esterno al vettore aereo.

    L’entità del risarcimento che va ad aggiungersi al rimborso del biglietto dipende dalla distanza coperta dal volo e dalla destinazione: 250 euro per tratte aeree intra-Ue fino a 1500 km e 400 euro per tratte intra-Ue di oltre 1500 km, 250 euro per tratte extra-Ue fino a 1500 km, 400 km per tratte extra-Ue tra i 1500 e i 3500 km, 600 euro per tratte extra-Ue di oltre 3500 km.

  • Un autocrate in difficoltà pensa solo a se stesso

    Ogni difficoltà su cui si sorvola diventa un fantasma che turberà i nostri sonni.

    Frédéric Chopin

    Da anni ormai in Albania sono stati resi pubblici molti clamorosi scandali milionari. Scandali che, fatti documentati alla mano, coinvolgono direttamente i massimi livelli politici ed istituzionali. E non poteva essere diversamente. Durante questi anni il nostro lettore è stato informato, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, di questi scandali. Tra l’altro si potrebbe ricordare lo scandalo dei tre inceneritori che, nonostante non inceneriscano niente, accumulano milioni dai soldi pubblici. Mentre l’inceneritore della capitale non esiste neanche fisicamente! Si potrebbe fare riferimento altresì allo scandalo milionario del porto di Durazzo che, tra l’alro, compromette anche la sicurezza nazionale di un Paese membro della NATO.

    Durante questi ultimi mesi sono stati resi pubblici e documentati anche due altri scandali. Uno è quello delle “strade d’oro”, in cui è stata coinvolta personalmente l’ormai ex vice primo ministra e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Ma dalle intercettazioni ambientali a disposizione degli inquirenti, il cui contenuto ormai è di dominio pubblico, risulta che in quello scandalo sia personalmente coinvolto anche il primo ministro. E non poteva essere diversamente. Si tratta di uno scandalo, le cui conseguenze continuano a gravare sui poveri cittadini albanesi. Sia perché ormai molte di quelle “strade d’oro” diventano improvvisamente inagibili e sia perché, da qualche mese ormai, lo scandalo stia bloccando anche il percorso europeo dell’Albania.

    L’altro scandalo milionario è quello in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di un’istituzione costituita nel 2013 e che dipende direttamente dal primo ministro. Anche in questo scandalo milionario, in base a documentazioni, il cui contenuto stia diventando pubblico, risulta che il primo ministro ed alcuni suoi stretti famigliari sono stati direttamente coinvolti. Ragion per cui, da quando molti dettagli degli abusi legati a questo scandalo sono stati resi pubblici, l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione è stata denominata il “giardino personale” del primo ministro.

    Ma questo scandalo rappresenta una particolarità rispetto agli altri scandali, compresi quegli sopracitati. La particolarità è legata al sistema diabolico concepito ed attivato, il cui obiettivo è quello di rendere quasi impossibile l’indentificazione dei miliardi convertiti in tanti beni immobiliari. Un sistema che si basa su diversi e successivi passaggi fasulli di proprietà.

    Si tratta di uno scandalo che da quasi dodici anni stia sperperando i soldi pubblici, tramite appalti truccati, controllati e vincitori prestabiliti. Il nostro lettore è stato informato su alcuni aspetti di questo scandalo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2025; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo; 29 dicembre 2025; Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia, 26 gennaio 2026). Ma, ovviamente, si tratta di uno scandalo, quello legato all’Agenzia nazionale della Società d’Informazione, che continuerà ad attirare l’attenzione pubblica e mediatica con altre clamorose rivelazioni.

    Gli specialisti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione hanno “partorito” anche la prima ministra digitale al mondo. Un evento quello che è stato usato personalmente dal primo ministro per attirare l’attenzione mediatica internazionale. Al inizio ci era riuscito, ma in seguito la “ministra digitale” è diventata obiettivo di critiche e ridicolizzazioni per i media internazionali. Il nostro lettore, tra l’altro, è stato informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Un’altra “geniale innovazione” generata dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, ovviamente seguendo gli ordini partiti da molto alto, è stata quella della costituzione di un “Parco tecnologico” in cui dovevano lavorare delle imprese “per acquisire nuove conoscenze tecnologiche o scientifiche, che consentono lo sviluppo di prodotti o servizi”. Tutto basato su una legge che è stata approvata dal Parlamento il 22 luglio 2022. Una legge che prevedeva delle agevolazioni fiscali molto vantaggiose alle imprese del Parco. E per rendere possibile l’attività di quelle imprese il 27 marzo 2024 il Consiglio dei ministri decise di consegnare ad un’impresa, ancora non esistente, una superficie di 140.000 m2 in un’area soltanto poche decine di chilometri al ovest della capitale. Un’impresa quella che è stata costituita solo circa 11 mesi dopo, il 18 febbraio 2025!

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…tutti possono verificare molto facilmente che, ad oggi, in quel territorio non c’è niente, ma proprio niente, tranne erba e cespugli!”. E poi aggiungeva: “Bisogna sottolineare però che la persona che ha maggiormente beneficiato  da quel “parco” è un famigliare molto stretto del primo ministro. Mentre due altri sui “collaboratori”, molto attivi con gli appalti pubblici dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, sono ormai ricercati dalla giustizia, accusati di diversi reati” (Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia; 26 gennaio 2026).

    Il primo ministro, coinvolto personalmente nello scandalo dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, ha cominciato subito a difendere pubblicamente la direttrice dell’Agenzia, una delle sue più strette collaboratrici. Tutto cominciò dopo che lei è stata messa agli arresti domiciliari il 16 dicembre 2025, in seguito ad una decisione di un giudice coraggioso. Ovviamente con le sue dichiarazioni pubbliche il primo ministro ha mentito, cosa che per lui è molto normale quando si trova in difficoltà. Riferendosi alla direttrice dell’Agenzia, il primo ministro dichiarava il 28 dicembre 2025 che lei “…vive in una casa in affitto, dopo aver vissuto in precedenza in un appartamento dei genitori in un edificio del periodo comunista”. E poi ha affermato di conoscerla da 20 anni e che ha tutto il mio rispetto! Mentre dopo la “volontaria” consegna delle dimissioni dalla direttrice dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, il 13 febbraio 2026, il primo ministro di nuovo si è messo a difendere la sua “cara collaboratrice”, mentendo di nuovo spudoratamente. Il 26 febbraio 2026 lui dichiarava che gli hanno attribuito “…ville e auto, quando lei non guida e non possiede un’auto?”.

    Bisogna evidenziare anche un fatto ormai denunciato da un imprenditore albanese, nonché da un altro imprenditore tedesco. Negli ambienti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione venivano tenuti sequestrati coloro che potevano “disturbare” gli appalti truccati.

    Il 22 aprile scorso sono state rese pubbliche le proprietà immobiliari in possesso della “povera” direttrice dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Altro che povera! Documenti alla mano, risulta che lei possiede due ampi appartamenti a Tirana, un appartamento a sud di Durazzo ed una villa sulla costa ionica. In più possiede un uliveto di 1.500 m2 nelle periferie della capitale ed una macchina di lusso. Lei possiede anche diverse carte bancarie nelle quali sono state depositate ingenti somme, sia in moneta locale che in Euro. Da allora il primo ministro non ha detto più una sola parola sulle “modeste condizioni di vita” della sua stretta collaboratrice, colei che lui conosce da 20 anni e che ha tutto il suo rispetto! Adesso sta pensando solo a se stesso.

    Chi scrive queste righe, parafrasando un po’ Frédéric Chopin, direbbe che ogni difficoltà su cui cercherà di sorvolare, diventerà un fantasma e si tramuterà in incubi per il primo ministro albanese.

  • In attesa di Giustizia: la banalità della tragedia

    Studia, studia, altrimenti finirai con il fare il Pubblico Ministero: è un modo di dire un po’ in disuso, ironico e paradossale, che in Calabria ha mostrato come la realtà possa grottescamente confermare la saggezza popolare.

    A Platì è una notte di novembre di molti anni fa, quando venne fatto partire il blitz della cosiddetta Operazione Marine e 125 abitanti su 3.800 vengono arrestati con l’accusa di essere mafiosi mentre un altro centinaio sono gli indagati a piede libero: questa spettacolare operazione coordinata dall’ineffabile Nicola Gratteri si concluderà molti anni dopo con solo otto condanne e, fin qui, siamo nella fisiologia delle iniziative visionarie di un Procuratore che si ritiene unto dal Signore. Alla parte tragica di questa maxi indagine fece seguito l’onere per lo Stato di pagare decine di sostanziosi indennizzi per ingiusta detenzione ma alla banalità della tragedia che ha privato della libertà personale una moltitudine di innocenti si assomma una componente ridicola della vicenda che ha dell’incredibile. Secondo i Carabinieri, coordinati da Gratteri ma anche secondo il GIP che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. Secondo gli inquirenti la prova di uno iattante predominio mafioso a Platì è rappresentato da una delibera del Comune del 2001 intitolata “valorizzazione aree latitanti”: secondo Gratteri & C. ciò dimostrerebbe che i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti sarebbero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto di straordinaria gravità con tanto di esplicita delibera comunale, tanto che il Giudice, nell’ordinanza di custodia cautelare afferma che tale delibera era sintomatica dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti mentre il furore manettaro non ne conosce.

    Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia affiorano le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati recuperano le delibere precedenti a quella del 2001 che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina facendo questa scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti” dal correttore automatico…e nessuno a rileggere neppure prima di arrestare centinaia di persone.

    La notizia dello strafalcione è ghiotta ed inizia a trapelare ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che la legge impone di svolgere proprio al PM), sostiene che si tratti di un abbaglio segnalato dei difensori, ed all’ ANSA dichiara che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”…detto da lui che parla una lingua aborigena che italiano sicuramente non è.

    Di fronte al tribunale della libertà, tuttavia, viene evidenziato che la parola “latistante” nella lingua italiana esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc e nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”.

    Inquietante nota di colore è quella che evidenzia come il termine “latistante” fosse persino utilizzato nei quiz usati per l’accesso al concorso in magistratura.

    La banalità di questa tragedia è tale che fa venir persino da sorridere, se fosse la sceneggiatura di un film, magari un sequel dell’indimenticabile e profetico “Tutti dentro!” interpretato da Alberto Sordi e non l’intessuto di un provvedimento di cattura che porta in intestazione la Stella della Repubblica. Della Repubblica delle Procure.

  • In attesa di Giustizia: al bivio dell’ignoranza

    Messa fortunatamente alle spalle la buriana della campagna referendaria, per questa rubrica non sono certo venuti meno gli spunti di riflessione, tutt’altro! Questa settimana, per esempio, bruciava la penna dal desiderio di raccontare quella volta che Gratteri ed i suoi accoliti fecero finire in galera decine di persone perché non avevano saputo prima leggere e poi distinguere, in lingua italiana, un aggettivo da un sostantivo…ma ne parleremo. L’alternativa, che ha sbaragliato la concorrenza al bivio dell’ignoranza, è stata individuata nell’ emendamento al decreto sicurezza attualmente in esame alle Camere – con scadenza imminente dei termini di conversione – che, nei procedimenti a carico di immigrati clandestini con patrocinio a spese dello Stato, prevede un compenso per l’avvocato soltanto qualora il cittadino straniero assistito presenti domanda di “rimpatrio volontario” e venga effettivamente rimpatriato.

    In tal modo, allettandolo, si trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione ma non è solo questo il punto: già faceva rabbrividire l’idea originaria di privare del tutto gli immigrati clandestini del patrocinio gratuito con una violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione (parità di trattamento davanti alla legge, inviolabilità del diritto di difesa e di ammissione al patrocinio per i non abbienti) di cui si sarebbe avveduto anche uno studente di terza media alle prese con l’educazione civica. Qualcuno deve averlo sussurrato all’orecchio dei parlamentari della coalizione di Governo ed ecco servita la classica pezza peggiore del buco con una previsione che questa volta oltre ad essere incompatibile con gli articoli 3 e 24 della Costituzione lo è anche con i con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza; ragione fondante per cui, nel nostro Paese, non esiste e non può esistere un ufficio del Public Defender sul modello americano perché un difensore d’ufficio dipendente dello Stato non offre garanzie di autonomia rispetto alla sua controparte processuale, il P.M., che rappresenta quello Stato che è anche il suo datore di lavoro.

    Per una volta si è mobilitato in anticipo anche il Quirinale con dei rumours che lasciano intendere che la promulgazione di una legge siffatta è tutt’altro che scontata ed il Sottosegretario Mantovano è accorso al Colle per parlarne nel tentativo di sventare un secondo sonoro ceffone alla maggioranza in materia di giustizia.

    Non ce la farà, non ce la potrebbe mai fare perché questa previsione, oltretutto, tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione: è semplicemente irricevibile,  inaccettabile e sorprende (ma ormai non più di tanto) il silenzio – assenso di Carlo Nordio, uno che non solo è stato sempre uno schietto garantista ma proviene da una stirpe di avvocati penalisti mentre per tutti gli altri presunti giureconsulti, soprattutto quelli in salsa verde/tricolore, l’invito non può essere che quello di offrire, come meritano, le proprie braccia per la prossima campagna del grano.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • Lettera aperta rivolta al Presidente della Regione Emilia-Romagna e ai rappresentanti istituzionali che ho contribuito a eleggere con il mio voto

    Viene da chiedersi se molti di loro siano realmente consapevoli del funzionamento attuale del sistema sanitario regionale o se siano piuttosto assorbiti da altri interessi. Per questo motivo, ritengo necessario richiamare brevemente un principio fondamentale, troppo spesso evocato in modo selettivo: quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

    La norma stabilisce chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività, garantito dallo Stato: un diritto che i cittadini finanziano quotidianamente attraverso il proprio lavoro e il prelievo fiscale, e che dovrebbe essere assicurato a tutti senza distinzione.

    Eppure, la realtà che mi trovo a vivere racconta altro.

    Recentemente mi sono rivolto alla pediatra di mio figlio per una visita di routine, in vista dell’inizio della scuola primaria. Tra i vari controlli richiesti, mi è stato prescritto un esame ortottico per la valutazione della motilità oculare. Nulla di straordinario, se non fosse che, al momento della prenotazione presso un CUP della Regione Emilia-Romagna, mi sono sentito rispondere che le liste sono chiuse per un anno e che avrei dovuto ripresentarmi nel marzo 2027.

    Una situazione che appare in evidente contrasto con le normative nazionali introdotte proprio per limitare la chiusura delle liste d’attesa.

    Purtroppo, non si tratta di un caso isolato. Personalmente, sono già in attesa da oltre 13 mesi per una visita e un intervento precedentemente prenotati: tempi che, più che eccezioni, sembrano ormai diventati la regola.

    Anche per una semplice radiografia non va meglio: infatti, anche qui le liste di prenotazione risultano chiuse e, per prenotare, bisognerebbe richiamare tra almeno sei mesi.

    Nel tentativo di trovare una soluzione, mi sono rivolto al mio nuovo medico di base, assegnato dopo che il precedente ha cessato la convenzione. Anche qui, un’ulteriore difficoltà: appuntamenti disponibili solo dopo una settimana, salvo casi ritenuti “gravi”.

    Ma cosa si intende per “grave”? Una patologia oncologica del sangue, se già trattata, non lo è; nemmeno la necessità urgente di un farmaco essenziale come la levotiroxina — fondamentale per la regolazione della tiroide — viene considerata tale. Il risultato è che un paziente si trova costretto ad attendere, con il rischio concreto di un peggioramento delle proprie condizioni e l’insorgenza di sintomi debilitanti.

    Di fronte a tutto questo, è inevitabile porsi delle domande. I rappresentanti istituzionali che abbiamo eletto conoscono davvero queste situazioni? Le loro famiglie si affidano al servizio sanitario pubblico o hanno accesso a canali alternativi?

    E ancora: per vedere tutelato un diritto costituzionale, è necessario rivolgersi all’autorità giudiziaria?

    Il sistema sanitario pubblico, oggi, appare esso stesso malato. E, mentre emergono inchieste, segnalazioni e casi di mala gestione, resta un interrogativo fondamentale: che fine fanno le risorse, i miliardi di euro provenienti dalle tasse dei cittadini?

    In attesa di risposte concrete, continuerò a osservare e informarmi, con la speranza che alle parole seguano finalmente i fatti.

  • La legge deve essere uguale per tutti

    Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge.

    Pittaco

    Era la mattina del 10 novembre 2025 quando in Ucraina è stata data la notizia che NABU, l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina, aveva perquisito alcune abitazioni, compresa anche quella dell’allora ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia dal 2021 e fino al luglio 2025. Tutto in seguito ad un’indagine durata per circa quindici mesi. Insieme con il ministro della giustizia, la ministra che lo sostituì al dicastero dell’Energia ed altri alti funzionari, era stato indagato anche un molto noto imprenditore ucraino nell’ambito di una vasta operazione anticorruzione denominata “Minas”. In Ucraina è pubblicamente noto che sia il ministro della giustizia che l’imprenditore erano persone molto vicine al presidente ucraino.

    Il 15 febbraio scorso l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ha ufficialmente affermato di avere “arrestato un ex ministro dell’Energia mentre cercava di lasciare il Paese in treno”, come persona coinvolta nella sopracitata operazione “Minas”. Nonostante non sia stato reso noto il nome della persona arrestata, i media hanno fatto riferimento proprio all’ex ministro dell’Energia. Lui è stato accusato di “riciclaggio e associazione a delinquere”. Secondo l’accusa nei suoi confronti, l’ex ministro era riuscito a nascondere delle tangenti di circa 100 milioni di dollari, approfittando dalla gestione del sistema energetico. Un sistema basato sull’energia nucleare, la quale, soprattutto dopo l’invasione russa il 24 febbraio 2022, veniva trattata in modo particolare. Il che ha permesso anche l’abuso dell’ex ministro dell’Energia, come risulterebbe dalle indagine.

    Bisogna sottolineare che sia l’ex ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia, che colei che la sostituì nel ministero dell’Energia hanno negato le accuse fatte dalle istituzioni del sistema della giustizia. Nonostante ciò, il presidente ucraino prima li aveva sospesi tutti e due dai loro incarichi istituzionali e poi li aveva costretti a presentare le dimissioni. Invece l’imprenditore, indagato nell’ambito della stessa operazione anticorruzione, era riuscito a fuggire in Israele, nel novembre 2025, poche ore prima che gli agenti potessero arrestarlo.

    Giovedì scorso, 19 febbraio, di prima mattina, Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, è stato arrestato dalla polizia britannica nella tenuta reale di Sandringham, contea di Norfolk, dove da qualche anno abitava per decisione di re Carlo III. L’accusa nei suoi confronti era quella di “misconduct in public office”. Si tratta di un’accusa che, secondo i canoni del sistema giuridico britannico, significa cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.

    Dopo più di dieci ore di interrogatorio il fratello di re Carlo III è stato rilasciato, sempre rimanendo sotto la stessa accusa. Il che, sempre per i canoni del sistema giuridico britannico, significa che si possono eseguire ulteriori convocazioni e/o requisizioni di documenti e, se si ritenesse necessario, si potrebbe avviare anche un rinvio a giudizio. Risulterebbe però che tutto sia legato ai rapporti, pubblicamente noti da anni, che Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, ha avuto con il famigerato imprenditore Jeffrey Epstein.

    Si tratta di rapporti che hanno condizionato anche gli incarichi ufficiali di Andrea legati alla promozione commerciale del Regno Unito all’estero. L’inchiesta ha avuto inizio dopo che, negli Stati Uniti d’America, veniva resa pubblica un’enorme quantità di fascicoli e di registrazioni che documentavano i rapporti di Jeffrey Epstein con persone molto altolocate, politici, imprenditori e molti altri. Andrea Windsor-Mountbatten era uno di loro.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, risulta che re Carlo III avrebbe espresso la sua “profonda preoccupazione” per quanto stava accadendo. Il re però avrebbe ribadito altresì che “la legge deve fare il suo corso”. E sempre riferendosi al caso del fratello di re Carlo III, fonti ufficiali del governo britannico hanno confermato che la giustizia sara libera ad esprimersi, in rispetto del principio che nessuno è al di sopra della legge.

    Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione del presidente statunitense. Con una sua sentenza la Corte annulla i dazi doganali imposti durante i mesi passati, considerando le decisioni del presidente statunitense come violazione delle regole del Congresso. Si, perché la Costituzione statunitense prevede che il Congresso è l’unico organo autorizzato ad approvare simili decisioni del presidente. E il sistema di giustizia può annullare anche le decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America.

    Ovviamente, dopo quella sentenza della Corte Suprema statunitense, non poteva tardare neanche la reazione del presidente. Lui, durante una conferenza stampa ha dichiarato: “La sentenza della Corte Suprema mi ha deluso molto, mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”. Aggiungendo che “i dazi rimangono”, poiché ci sono “delle alternative”. E si riferisce alla Sezione 122 del Trade Act (Legge del commercio; n.d.a.) del 1974. Perciò, dopo la sentenza della Corte Suprema, il presidente ha confermato dazi di 10%, che poi, in meno di 24 ore, ha aumentato al 15%. Ma non si escludono neanche altre “sorprese” da lui.

    Nel novembre scorso, in Albania, in seguito a molti scandali milionari che coinvolgono i massimi livelli istituzionali, è stato reso noto pubblicamente uno scandalo milionario di abuso di potere e di corruzione, in cui risulterebbero coinvolti direttamente sia la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, sia il primo ministro. Il nostro lettore è stato informato spesso di questo scandalo durante questi ultimi mesi. E non solo dello scandalo di per sé, ma anche per l’accanimento e le minacce del primo ministro nei confronti dei magistrati. Prima si era infuriato contro un procuratore ed un giudice che hanno reso possibile la sospensione della sua vice dai suoi incarichi. E poi, in seguito, anche contro tutto il sistema “riformato” della giustizia che fino ad allora rappresentava per lui un “un vanto ed un grande successo”. Tutto perché qualcuno, da qualche mese, non ubbidisce ai suoi “orientamenti” e alla sua volontà.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato che il primo ministro, sentendosi egli stesso “minacciato”, ha presentato come deputato, insieme con due altri deputati, suoi collaboratori, una modifica all’articolo 232 del Codice della procedura penale. L’autore di queste righe scriveva: “Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa (Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa, 18 febbraio 2026).

    Chi scrive queste righe è convinto che la legge deve essere uguale per tutti e bisogna permettere alle istituzioni giudiziarie di procedere e compiere il loro dovere, come prevede il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, nonché le Costituzioni e la legislazione di ogni singolo Paese. Come hanno fatto la scorsa settimana il re Carlo III, il presidente ucraino pochi mesi fa e la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America il 20 febbraio scorso. E accordarsi con l’affermazione fatta circa 26 secoli fa dal filosofo della Grecia antica Pittaco: “Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge”. Ma in Albania non è così. Il primo ministro decide su tutto e tutti.

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • Violenze, lavoratori, Landini ed altri

    La sicurezza è sempre più a rischio, i femminicidi aumentano ed alcuni magistrati si limitano ad ordinare, ad uomini già recidivi per violenze e minacce, di rimanere lontani dalla loro vittima, tifosi delinquenti devastano le città o aggrediscano pullman di persone di altra fede sportiva, nei cortei pacifisti consistenti gruppi di violenti, di professione e cultura, feriscono decine di poliziotti e carabinieri mettendo a soqquadro interi quartieri.

    Nello stesso tempo fioriscono marce sindacali, sotto la regia del solito Landini, che nulla hanno a che fare con i diritti o le speranze dei lavoratori o dei disoccupati che il lavoro lo cercano, mentre tanti altri il lavoro lo rifiutano.

    Una società piena di violenze e contraddizioni rese sempre più evidenti dalla confusione dei reciproci ruoli e dall’insulto diventato strumento del linguaggio politico aumentando così rancori, confusioni e a volte vere e proprie manifestazioni di attività violente.

    Nessuno, né Landini né il cosiddetto campo largo parlano dei lavoratori sfruttati con il lavoro sottopagato in nero, sia nei campi che in molte altre attività, non solo domestiche, delle centinaia di migliaia che dipendono dalle agenzie interinali, che lucrano sul loro lavoro e degli altri che, per vivere, accettano lavori di poche ore, o pochi giorni, commissionati da agenzie italiane od estere che pagano pochi euro e solo dopo 90 giorni.

    Landini di tutti costoro non si è mai preoccupato, non conosce neppure la vera situazione del mondo del lavoro, dei tanti che il lavoro lo hanno perso ed ora sono ridotti ad accettare le briciole, quando le trovano, per potersi mantenere.

    Landini sa che il suo tempo sta per finire e cerca di ottimizzare il suo incarico reclutando, o strizzando l’occhio, a quelle frange più estreme desiderose di sfogare la propria rabbia e non di dare un contributo per migliorare le cose, vede il suo futuro politico non dando vita ad un programma diverso ed alternativo alle altre forze politiche, ma costruendo per sé l’immagine del rivoluzionario a tutti i costi.

    Il vero rivoluzionario oggi sarebbe invece chi realmente, senza urla e strepiti, si occupasse di quella parte del mondo del lavoro che ancora non ha rappresentanza, magari chiedendo al governo la creazione di un ufficio che celermente verificasse la reale situazione delle varie agenzie interinali e di tutto quel mondo sommerso che offre lavori poco retribuiti e pagati a 90 giorni, sarebbe un grande passo avanti se i sindacati, che oggi rappresentano più i pensionati che i lavoratori, si rendessero conto di tante realtà non sommerse ma ignorate.

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

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