Geopolitica

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Contesa per le riserve di gas del Mediterraneo orientale

    Libia e Turchia rafforzano il partenariato energetico, riaccendendo le tensioni con la Grecia sulle Zone economiche esclusive (Zee) nel Mediterraneo orientale, una contesa dagli effetti potenzialmente negativi anche per l’Italia. Il ministro del Petrolio del Governo di unità nazionale libico, Khalifa Abdul Sadiq, ha incontrato oggi il collega turco dell’Energia, Alparslan Bayraktar, per rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore degli idrocarburi. L’appuntamento, passato in apparenza come un normale colloquio tecnico, avviene in un contesto ad altissima tensione geopolitica, e segna un nuovo capitolo nella crescente rivalità tra Libia, Turchia e Grecia. Durante l’incontro, tenutosi a Tripoli, le parti hanno discusso opportunità congiunte di esplorazione onshore e offshore, con particolare attenzione al coinvolgimento delle aziende turche nei progetti di sviluppo e modernizzazione dei giacimenti e delle infrastrutture energetiche libiche. Al centro dei colloqui, il memorandum d’intesa già firmato tra la compagnia libica Noc e la turca Tpao per attività di esplorazione e produzione (E&P) in quattro blocchi marini che la Libia rivendica come parte della propria Zee.

    Per la Grecia – e non solo – si tratta di un affronto giuridico e geopolitico. La tensione è esplosa dopo che Atene ha annunciato una nuova gara internazionale per l’esplorazione di idrocarburi al largo di Creta, includendo aree che la Libia considera parte della propria Zee. La risposta è stata durissima: sia il governo di Tripoli sia l’esecutivo di Bengasi hanno condannato l’iniziativa greca come “unilaterale” e “illegittima”. Il ministero degli Esteri libico ha convocato l’ambasciatore greco a Tripoli per esprimere una “ferma protesta”, denunciando “una violazione del diritto internazionale del mare e una lesione dei diritti sovrani della Libia”. In risposta, il governo greco ha annunciato il dispiegamento di due fregate e una nave militare nelle acque internazionali prospicienti la Libia, ufficialmente per contenere i flussi migratori verso Creta e Gavdos. Un gesto che Tripoli ha percepito come provocazione militare.

    A illustrare la portata della contesa è Marco Florian, ex manager per la cooperazione internazionale presso la Camera di commercio italo-greca di Salonicco. “Noc e Tpao hanno firmato un MoU che invita la parte turca a fare E&P in quattro blocchi marini nella Zee libica. Il problema è che la mappa turco-libica si scontra frontalmente con quella greca e cipriota”, ha scritto Florian in un thread pubblicato su X, precisando che “per ora i blocchi che la Libia ha concesso alla turca Tpao non interferiscono con i blocchi greci”. La disputa nasce dal fatto che Libia e Turchia applicano la Convenzione di Ginevra del 1958, mentre Grecia, Cipro e l’Unione europea si rifanno alla Unclos del 1982. Al centro del conflitto cartografico ci sono isole come Kastellorizo, un piccolo lembo di terra greca a soli 2 chilometri dalla costa turca, che Atene considera pienamente abilitato a generare una Zee, mentre Ankara e Tripoli ritengono sproporzionato.

    Il dossier potrebbe avere delle ripercussioni anche in l’Italia. “Una destabilizzazione dell’EastMed significherebbe distruzione delle rotte commerciali da e per Suez. Un disastro per il nostro export, un danno per l’industria italiana”, ha osservato Florian. In caso di escalation, l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede che gli Stati membri debbano offrire assistenza militare a un Paese aggredito, aprendo uno scenario ad alta tensione tra Ue e Turchia. “Le probabilità sono basse – ha aggiunto – ma non così basse da poter ignorare il rischio”.

    A rafforzare la posizione libico-turca interviene anche Rawad M. Shalabi, diplomatico libico specializzato in relazioni multilaterali. Secondo Shalabi, la Grecia “è costantemente emersa come un attore persistentemente intransigente”, e adotta una “interpretazione unilaterale del diritto marittimo internazionale”, negando il principio di equità. Shalabi cita i precedenti giuridici della Corte internazionale di giustizia (Cig), come il caso Romania-Ucraina (2009) e quello Libia-Malta (1985), in cui è stato stabilito che piccole isole non possono alterare in modo sproporzionato la delimitazione marittima. Per il diplomatico, l’accordo del 2019 tra Libia e Turchia rispetta pienamente il diritto internazionale. Al contrario, le reazioni greche “violano il diritto sovrano degli Stati di stipulare intese bilaterali”.

    Nel frattempo, l’Unione europea si prepara a inviare una missione in Libia all’inizio di luglio. L’iniziativa, annunciata dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, vedrà la partecipazione del commissario Ue per gli Affari interni, Magnus Brunner, e dei ministri di Italia, Grecia e Malta. Tema ufficiale: il contenimento dei flussi migratori provenienti dalla Libia orientale. Secondo Mitsotakis, “serve un intervento immediato della Commissione europea per fermare le partenze”. Ma per Tripoli, l’invio di navi militari greche rappresenta una misura unilaterale e aggressiva. Le questioni migratorie e quelle energetiche, ancorché tecnicamente separate, sono comunque intrecciate sul piano politico e strategico.

    Anche l’Egitto gioca un ruolo cruciale nel complesso mosaico delle rivendicazioni marittime del Mediterraneo orientale. Nell’agosto del 2020, Il Cairo ha firmato con Atene un accordo bilaterale per la delimitazione delle rispettive Zone economiche esclusive (Zee), che ha suscitato una ferma opposizione da parte della Turchia e della Libia. L’intesa greco-egiziana si sovrappone in parte al controverso memorandum turco-libico del 2019, generando un’area di giurisdizione marittima contesa e alimentando la polarizzazione regionale. Per l’Egitto, l’accordo rappresenta una mossa strategica volta a tutelare i propri interessi energetici nel bacino levantino, in particolare quelli connessi allo sviluppo dei giacimenti offshore e alle infrastrutture di esportazione del gas verso l’Europa.

    La sovrapposizione delle mappe e l’assenza di un meccanismo multilaterale condiviso per la risoluzione delle controversie continuano a rendere il quadro estremamente instabile. Una possibile soluzione, suggerita da Florian, potrebbe essere la creazione di una “Zee unica” tra Ue e Turchia, gestita da un ente sovranazionale che garantisca a tutti una quota equa di risorse. Al momento, tuttavia, questa ipotesi sembra ancora lontana e il rischio di “incidenti” è dietro l’angolo. Già nel 2020 si arrivò a uno scontro “fisico” nel quale una fregata greca (la Limnos) speronò una fregata turca (la Kemal Reis). Allora solo l’intervento degli Usa e dell’Ue evitò il peggio. Ora, a cinque anni di distanza e in assenza di intese strutturate, la stabilità dell’area continuerà a dipendere da equilibri provvisori e dalla capacità delle parti di evitare nuove escalation.

  • Attacco di Israele all’Iran e situazione geopolitica

    Ho sempre considerato l’Iran il vero problema nell’ottica di un nuovo possibile equilibrio del Medio Oriente, in quanto il regime degli Ayatollah, in nome della religione, finanzia tutte le organizzazioni terroristiche mediorientali, da Hamas agli Hezbollah fino ai fratelli musulmani.

    L’amministrazione Biden ha la grandissima responsabilità di non aver contrastato il ciclo di arricchimento dell’uranio che era stato interrotto durante la prima amministrazione Trump, il quale aveva isolato sostanzialmente la teocrazia iraniana grazie all’alleanza con la sunnita Arabia Saudita, nemica storica del regime sciita dell’Iran e, si pensi, con Putin.

    Viceversa, l’amministrazione democratica di Biden, riavviando i rapporti diplomatici con la teocrazia sciita, forte anche del solito servile appoggio dell’Unione Europea, ha fornito la complicità politica alla teocrazia nel perseguimento del sogno nucleare continuando nel processo di arricchimento dell’uranio ultimato poche settimane addietro. E come sempre gli effetti degli errori di politica estera si manifestano non immediatamente ma nell’arco di qualche anno.

    Del resto è altrettanto evidente che la sfrontatezza bellica di Israele possa contare su un implicito mandato da parte di tutti gli stati arabi, quindi non solo dell’Arabia Saudita, i quali vedono nell’Iran il loro grande concorrente nella gestione dell’egemonia politica ed economica mediorientale e soprattutto un ostacolo nella secolarizzazione delle società arabe che assicura loro una nuova prosperità economica.

    Tuttavia rimane evidente che un’azione di guerra di questa entità diretta e dichiarata verso uno stato sovrano, per quanto sia l’Iran, rappresenta un atto di una gravità senza precedenti, anche in relazione alla possibile risposta dell’Iran stesso il quale, avendo appunto ultimato il ciclo di arricchimento dell’uranio e di conseguenza con la disponibilità della bomba atomica, potrebbe scatenare, proprio in nome di un mandato divino ed istituzionale finalizzato ad “annientare l’entità giudaica”, una controffensiva nucleare la quale nella visione religiosa non provocherebbe vittime civili, ma semplicemente martiri che potranno, però, accedere al regno dei cieli.

    Tutto questo ovviamente mentre la comunità politica nazionale ed europea si dimostrano ancora una volta inadeguate e distratte da argomenti imbarazzanti e di una pochezza disarmante.

    Il primo partito dell’opposizione italiano, infatti, il PD, propone una legge relativa alla limitazione dell’uso dello zucchero alla quale fa riscontro il patetico tentativo di un presunto sultano di periferia che vorrebbe essere rieletto alla guida della propria regione per la quarta volta. Mentre il governo in carica assicura, esattamente come il precedente di Draghi, di essere in grado di tagliare le tasse grazie alla riforma del cuneo fiscale. Un’affermazione comune agli ultimi due governi, Draghi e Meloni, ridicolizzata dall’ufficio contabile del Parlamento il quale ha dimostrato che a fronte di un aumento di due punti percentuali dell’inflazione il prelievo fiscale aumenta del 13% (fiscal drag).

    Contemporaneamente in Europa si impone il blocco alle autovetture a gasolio euro 5, il cui acquisto era stato addirittura incentivato dallo Stato, convinti di risolvere la questione relativa ad un ipotetico cambiamento climatico.

    In questo contesto, intanto, l’India e la Cina hanno firmato un accordo per l’apertura di decine e decine di nuove centrali elettriche a carbone che ridicolizza gli obiettivi pseudoambientalisti ed ideologici dell’Unione Europea.

    In questo surreale quadro politico nazionale ed europeo mai come ora lo spettro di una guerra atomica, magari di bassa entità, ammesso che questo possa essere un termine corretto, si affaccia come una reale opzione e rende ancora più ridicole le istituzioni nazionali ed europee che in questi ultimi anni hanno pensato alle desinenze dei nomi nel delirio legato al Woke ed al Green Deal, ma assolutamente incapaci di avere una visione geopolitica degna del termine. La stessa idea di avviare una strategia di riarmo per acquisire maggiore credibilità alla Ue definisce senza ombra di dubbio il livello imbarazzante ed ormai al di sotto del minimo sindacale raggiunto.

    Mai come ora risulta necessario uno sforzo politico e istituzionale per riportare gli scontri politici e militari mediorientali e russo ucraini all’interno di un perimetro che, per quanto possa comunque definirsi di una guerra, escluda una escalation nucleare mondiale.

    Nel frattempo la Cina accelera i programmi di riarmo (forse copiando la strategia della Unione Europea?) finalizzati all’invasione di Taiwan.

    Andrebbe ancora una volta ricordato come una situazione geopolitica esprima gli effetti di decisioni adottate anni addietro e non, come si crede in Italia ed Europa, il week end precedente.

  • Tra sogni e realtà alla fine del 2024

    Erdogan sogna l’impero ottomano e qualche passo in avanti sembra lo abbia fatto vista la nuova realtà siriana, i suoi sempre buoni, e reciprocamente interessati, rapporti con il mondo occidentale e le diverse situazioni nelle quali è stato e sarà almeno coprotagonista di livello.

    Putin sogna una grande Russia sempre più imperiale e ha fatto qualche passo indietro visto che dopo quasi tre anni non ha sconfitto l’Ucraina mentre la Georgia e la Moldavia sognano, anche con coraggio e rischio in piazza, l’Europa, il suo amico Lukashenko ha dichiarato che sceglierà lui, e non lo zar, i siti dove piazzerà le armi russe, il Kazakistan non ha aderito all’alleanza militare con la Russia ed alcune repubbliche ex sovietiche e, come ultimo atto di un periodo nel quale ha sacrificato 700.000 russi, morti sul campo, è costretto ad ospitare il sanguinario Bashar al Assad e cercare di mettersi d’accordo con Al Jolani, il nuovo capo siriano, ed Erdogan  per non perdere le sue basi in Siria.

    Gli Stati Uniti sognano di tornare ad essere ancora di più centrali nella soluzione della guerra in medio oriente e in Ucraina e di ottenere che i paesi europei aumentino gli stanziamenti militari, intanto devono fare i conti con l’immigrazione, la violenza interna e la sempre più attiva concorrenza del mondo asiatico, insomma problemi e confusioni.

    L’Iran, che sognava di dare vita ad una specie di guerra che avrebbe dovuto riunire il mondo arabo, vede cadere invece il suo alleato siriano e indebolito Putin, altro alleato all’insegna del vecchio detto: chi è nemico del mio nemico è mio amico.

    Israele sogna di poter vivere senza dover continuare a difendersi e a piangere morti ed ostaggi, uno stato, una nazione riconosciuta e rispettata da tutti e che finisca nel mondo quell’antisemitismo mai sopito e che si è risvegliato quasi ovunque.

    Tutte le persone normali, se normali è un termine che si può ancora usare, sognano che la Palestina diventi uno stato libero indipendente e senza terroristi, che il terrorismo sia sconfitto ovunque si annidi.

    L’Unione Europea non sa esattamente cosa sognare perché una gran parte degli Stati e dei cittadini dell’Unione vorrebbero finalmente e velocemente realizzata quell’Unione politica e militare, della quale si parla da decenni inutilmente, mentre l’opposizione di Orban e l’indecisione di qualche altro crea una eterna situazione di stallo dovuta al voto all’unanimità in Consiglio. L’Europa dovrebbe non sognare ma agire modificando finalmente quella parte dei trattati che la condannano ad essere ininfluente politicamente e ormai debole anche sul piano commerciale.

    Il continente africano, in alcune aree terra di conquista cinese ed in parte russa, in altre violentato dal terrorismo e messo a dura prova dalle carestie e dalle povertà, sogna governi più attenti alle necessità dei popoli e capaci di dare sviluppo reale a territori che, pur essendo in molti casi ricchi di grandi risorse, necessitano di strutture ed infrastrutture costruiti senza contratti capestro siglati con i paesi più sviluppati.

    La Cina non sogna perchè non ne ha bisogno, il presidente Xi Jinping ha ancora una volta le carte in mano per poter giocare le partite che sono più utili al Dragone, le sue zone di influenza, politica e commerciale, il grande salto tecnologico fatto in tutti i campi, le ricchezze dovute non solo alle terre rare e le debolezze altrui le consentono di misurarsi con tutti da una posizione dominante.

    Noi vorremmo sognare, ci sforziamo di farlo ma non è così semplice!

  • Le incompatibili strategie

    Come reazione all’attentato terroristico dello scorso ottobre lo Stato di Israele ha scelto di rispondere in due diversi modalità. La prima attraverso quella che potremmo definire una guerra tradizionale nei confronti dello Stato palestinese, ma soprattutto di Hamas che lo amministra lungo la striscia di Gaza. Contemporaneamente, ed ecco la seconda opzione, i servizi segreti israeliani hanno mantenuto la propria operatività individuabile nella ricerca e successiva eliminazione dei leader delle diverse organizzazioni terroristiche, esattamente come nell’ultimo caso a Teheran con il campo di Hamas.

    La coesistenza di queste due strategie sta isolando completamente lo Stato israeliano all’interno degli schieramenti internazionali anche a causa di un errore clamoroso dell’amministrazione Biden. Appena insediato il quasi ex presidente degli Stati Uniti d’America tradì l’accordo, precedentemente firmato dall’amministrazione Trump, con l’Arabia Saudita che aveva portato all’isolamento politico, militare ed economico dell’Iran sciita e nemico storico della dinastia Saudita. La irresponsabile apertura statunitense alla Repubblica islamica ha permesso a quest’ultima di continuare nel processo di arricchimento dell’uranio, di sostenere finanziariamente i vari gruppi terroristici, di diventare un alleato della Russia di Putin e di confermare la propria volontà di abbattere lo Stato di Israele. Mentre l’Arabia Saudita, che assieme agli Stati Uniti rappresentano i due più importanti produttori di petrolio nel mondo, ha abbandonato la propria posizione di mediazione all’interno del mondo arabo ed ora all’interno di questa nuova e terribile crisi mediorientale rimane in posizione di attesa.

    In questo complesso sistema di relazioni internazionali e di guerra, le due strategie, (1) di una guerra totale, (2) di un azzeramento dei vertici delle diverse organizzazioni terroristiche attraverso l’azione dei servizi segreti, risultano incompatibili in quanto gli effetti di un compattamento degli avversari politici, ideologici e religiosi rischiano di diventare molto più gravi nella loro complessa gestione di quelli di un tradizionale conflitto militare.

    Una lungimirante politica vedrebbe innanzitutto coinvolta l’Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti attraverso un nuovo accordo che andrebbe ben oltre l’elezione del prossimo presidente Usa, in modo da assicurarsi all’interno del vulcano medio orientale l’appoggio politico o quantomeno la neutralità del più grande stato di quella regione, anche in previsione di un possibile ingresso dell’Arabia Saudita all’interno dei Brics in un’ottica di sbarramento allo strapotere cinese.

    In altre parole, mantenere questa strategia israeliana risulta assolutamente impossibile e per risolvere bisognerebbe coinvolgere appunto l’Arabia Saudita in contrapposizione all’Iran ed alla sua teocrazia che intende ad accrescere lo scenario di guerra coinvolgendo gli Hezbollah libanesi.

    Uno scenario certamente complesso che richiede visioni a medio e lungo termine e competenze non comuni. Esattamente quelle che ancora una volta l’intera Unione Europea dimostra di non possedere in considerazione della sua più totale assenza da ogni situazione di crisi geopolitica internazionale.

  • Scelte che evidenziano determinati interessi geopolitici

    Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo

    obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

    Proverbio cinese

    La scorsa settimana è stata molto attiva per il Presidente della Repubblica popolare della Cina, allo stesso tempo segretario generale del partito comunista cinese. Ha effettuato tre visite di Stato in Europa: il 6 ed il 7 maggio era in Francia, poi è arrivato in Serbia ed, infine, in Ungheria. Il Presidente cinese ritornava in Europa dopo cinque anni. Il motivo dichiarato ufficialmente delle visite in Francia ed in Ungheria era la celebrazione del 60° e 75° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche, rispettivamente, con la Francia e l’Ungheria. Mentre in Serbia si ricordava il bombardamento del 7 maggio 1999, durante la guerra in Kosovo, dell’ambasciata cinese a Belgrado dagli aerei della NATO. Bombardamenti che causarono la morte di tre giornalisti cinesi ed il ferimento di diverse persone. Ma un altro motivo importante delle visite del Presidente cinese nei tre sopracitati Paesi era quello economico e geopolitico.

    A Parigi il Presidente cinese è stato accolto all’Eliseo, il palazzo presidenziale, dal suo omologo francese. Durante l’incontro ufficiale ed ai successivi colloqui ha partecipato anche la presidente della Commissione europea. Quest’ultima ha affrontato, durante l’incontro, questioni di interesse per l’Unione europea, come le diverse controversie commerciali con la Cina. Ma è stata affrontata anche la situazione in Ucraina. Il Presidente francese ha sottolineato, tra l’altro, che il ruolo della Cina è decisivo, riferendosi alla guerra in Ucraina. Ma anche a quella nella Striscia di Gaza. Mentre, per quanto riguarda i rapporti commerciali tra i Paesi dell’Unione europea e la Cina, il Presidente francese ha ribadito che è necessario che siano stabilite e rispettate delle “regole eque per tutti”. Aggiungendo: “…L’avvenire del nostro continente dipenderà chiaramente anche dalla nostra capacità di continuare a sviluppare in modo equilibrato le nostre relazioni con la Cina”. Anche la presidente della Commissione europea, dopo l’incontro trilaterale, riferendosi alla guerra in Ucraina, ha dichiarato, che il Presidente cinese “…ha avuto un ruolo importante sulla riduzione delle minacce nucleari irresponsabili di Mosca” e di essere fiduciosa “che continui a farlo, anche alla luce degli ultimi sviluppi”. Ma ha anche chiesto alla Cina di intervenire sulle “minacce nucleari russe”. Mentre, per quanto riguarda i rapporti economici e commerciali, la presidente della Commissione europea ha sottolineato che con il Presidente cinese avevano discusso “delle questioni economiche e di commercio”. Specificando: “…Ci sono degli squilibri che suscitano gravi preoccupazioni e siamo pronti a difendere la nostra economia se serve”. Il Presidente cinese ha ammesso che tra la Cina e l’Unione europea ci sono “numerose controversie”, ma ha anche ribadito che “come due grandi potenze mondiali, la Cina e l’Ue devono rimanere partner, perseguire il dialogo e la cooperazione, approfondire la comunicazione strategica, rafforzare la fiducia reciproca strategica, consolidare il consenso strategico e impegnarsi nel coordinamento strategico”. Bisogna però evidenziare e sottolineare che, nonostante le massime autorità della Cina dichiarino la loro “neutralità” nell’ambito della guerra in Ucraina, la stessa Cina non ha mai condannato l’aggressione Russa in Ucraina. Non solo, ma fatti alla mano, risulterebbe che l’aumento reale degli scambi commerciali tra la Cina e la Russia durante l’anno scorso abbia contribuito a diminuire l’effetto reale delle sanzioni economiche poste dall’Unione europea, ma non solo, contro la Russia.

    Un altro Paese che ha stretto molti rapporti di vario tipo con la Russia è anche la Serbia. E in rispetto di questi rapporti, la Serbia, un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, non ha condiviso le sanzioni poste alla Russia dalla stessa Unione, dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Ebbene, in seguito alla visita ufficiale in Francia, il Presidente cinese è arrivato in Serbia la sera del 7 maggio scorso. Ricordando così il bombardamento di 25 anni fa, proprio la sera del 7 maggio 1999, dell’ambasciata cinese a Belgrado dagli aerei della NATO.  L’indomani, l’8 maggio, l’illustre ospite è stato accolto dal suo omologo, il Presidente serbo, con tutti gli onori previsti dal protocollo ufficiale. Lui, dopo aver convintamente affermato il grande interesse della Serbia ad aumentare la collaborazione tra i due Paesi, ha ringraziato il Presidente cinese “…per aver scelto la Serbia come una tappa del suo primo viaggio in Europa dopo cinque anni”. Bisogna evidenziare che la Cina rappresenta il secondo Paese, dopo la Germania, per quanto riguarda i rapporti economici e gli investimenti fatti in Serbia. Mentre il Presidente cinese era in Serbia, veniva pubblicata dal quotidiano serbo Politika una sua lettera intitolata “Possa la luce della nostra amicizia d’acciaio risplendere sulla cooperazioni tra Serbia e Cina”. In quella lettera, tra l’altro, il Presidente cinese affermava che “…L’amicizia serbo-cinese, forgiata col sangue dei nostri compatrioti, rimarrà nella memoria condivisa dei popoli serbo e cinese e ci ispirerà ad andare avanti a grandi passi”. Nell’ambito della visita sono stati firmati ben 29 accordi bilaterali tra i due Paesi. La Serbia è uno dei Paesi che ha attivamente aderito alla nota iniziativa strategica cinese nota come la Nuova Via della Seta (in inglese Belt and Road Initiative; l’Iniziativa un Nastro ed una Via; n.d.a.). C’è stata anche un’espressa intesa politica e geopolitica. Per la Serbia, come dichiarato dal Presidente serbo, “Taiwan è Cina”. Lui ha altresì ribadito che la Cina sosterrà la Serbia in tutte le questioni che vengono discusse alle Nazioni Unite; compresa la questione del riconoscimento dello Stato del Kosovo.

    Dalla Serbia il Presidente cinese è arrivato in Ungheria. Una visita che coincide con il 75° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi che hanno stabilito buoni rapporti di vario tipo, quegli economici compresi. Il Presidente cinese ha anche dichiarato che “…Cina e Ungheria sono buoni amici e partner che si fidano l’uno dell’altro”. E, guarda caso, la Cina finanzia quasi tutto il progetto della costruzione di una linea ferroviaria tra Budapest e Belgrado. Una linea che trasporterà merci di vario tipo, arrivate al porto greco di Pireo e dirette verso l’Europa occidentale. Un progetto parte integrante dell’iniziativa strategica cinese la Nuova Via della Seta. Bisogna sottolineare che l’Ungheria è il primo Paese dell’Unione europea che ha aderito a questa iniziativa, nota anche come Belt and Road Initiative. Il 9 maggio scorso l’ospite è stato onorato dalle massime autorità ungheresi. Ed anche in Ungheria sono stati firmati diversi accordi bilaterali tra i due Paesi.

    Chi scrive queste righe avrebbe altri argomenti di trattare per il nostro lettore, che riguardano  le scelte di collaborazione con la Cina, fatte dalla Serbia, dall’Ungheria, ma anche da altri Paesi. Scelte che evidenziano comunque degli interessi geopolitici, economici ed altro. Ma lo spazio non lo permette. Egli però chiude queste righe con un proverbio cinese che avverte: possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

  • Bisogna impedire il peggio

    …Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio
    vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete
    e le sedie dei venditori di colombe e disse loro:
    “Sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
    Voi invece ne fate un covo di ladri”….

    Vangelo secondo Matteo; 21;12,13

    Ormai gli scandali in Albania sono talmente frequenti che sembrano parte integrante della quotidianità. Il che sta creando un altro male: quello di abituarsi al male. Che, perciò, diventa peggiore del male stesso. Appena l’attenzione pubblica, quella ancora non assopita, si rivolge a quanto è accaduto arriva un altro scandalo, che fa stendere un velo pietoso sul precedente. Come se si facesse apposta. Può anche darsi. Ma comunque l’irresponsabilità di coloro che governano, la loro convinzione di essere degli intoccabili e la loro avidità di appropriarsi di qualisasi cosa, non possono non produrre scandali continui. E la mancanza di moralità passa in secondo piano. Anche la reazione della parte sana dell’opinione pubblica bisogna però che sia quella giusta. Per impedire il peggio. Si tratta di fatti gravi, che violano apertamente le leggi in vigore e spesso anche la Costituzione. Sono scandali che coinvolgono i massimi livelli della classe politica, come ideatori e/o approfittatori e beneficiari. Scandali che, tra l’altro, stanno screditando il Paese, soltanto come una delle conseguenze.

    Gli ultimi due, accaduti o resi noti durante la settimana appena passata, sono altrettanto gravi. Uno riguarda le procedure dell’estradizione in Italia di una persona sotto processo in Albania, in aperta violazione, sia della legge albanese, che di quella internazionale. E guarda caso, si tratta del tesoriere e l’unico testimone importante arrestato in Albania, di una banda criminale di trafficanti di stupefacenti. Di quella banda, i membri della quale sono stati arrestati in Italia alcuni mesi fa e che, dalle intercettazioni della procura di Catania, sembrerebbe avessero la copertura diretta dell’ex ministro degli interni (2013 – 2017), loro parente, che è ormai indagato in Albania proprio per queste accuse. Nella sua gravità, lo scandalo viene “addobbato” dalle dichiarazioni irresponsabili, contraddittorie, ridicole e, perciò, poco convincenti dei più alti rappresentanti delle istituzioni direttamente responsabili dell’estradizione. Tutto sembrerebbe una messinscena ideata e attuata per giustificare l’ingiustificabile. Questo scandalo, in più, sembra essere stato preceduto da una serie di altre cose accadute ultimamente, tutte legate alle indagini sull’ex ministro delgi interni. Cose che non potevano accadere senza una determinata e ben precisa volontà politica e personale del primo ministro. Il tempo lo dimostrerà.

    L’altro scandalo in corso riguarda un multidimensionale accordo in corso tra l’Albania e la Grecia. Nonostante e contrariamente alle “rassicuranti” dichiarazioni del ministro degli esteri e del primo ministro albanese, alcune parti sensibili del contenuto dell’accordo sono state rese note pubblicamente dal ministro degli esteri ellenico la scorsa settimana, sia in parlamento, che davanti ai rappresentanti dei media. Dichiarazioni che non solo smentiscono quanto hanno detto e dicono i politici albanesi coinvolti, ma soprattutto, rendono trasparente quanto si sta cercando di nascondere in Albania. E si tratta di accordi a scapito degli interessi nazionali albanesi. Rimane tutto da seguire e da valutare, ma i segnali sono tutt’altro che rassicuranti.

    Tutto ciò, mentre la propaganda governativa, con la solita sua irritante demagogia cerca di nascondare e di insabbiare le verità. Ma sono talmente tanti gli scandali da coprire e metterli nell’oblio che sta diventanto un’impresa sempre più difficile. Adesso anche lo stendardo della riforma di giustizia non “entusiasma”, non attrae e, perciò, non convince più di tanto. Le tante cose e i tanti scandali ormai accaduti e resi noti hanno svalutato questa impresa che, dall’inizo, era stata un’impresa ardua, in salita e poco credibile.

    In una situazione del genere non aiutano neache le forti dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense in Albania. Lo stesso ambasciatore che ha sempre “tuonato” per la riforma della giustizia, in piena sintonia con il primo ministro. Spesso oltrepassando e violando anche i diritti previsti dal suo mandato e quasi sempre tollerato e supportato dalla classe politica. Di quella riforma che doveva garantire la totale indipendenza del sistema di giustizia, come uno dei tre poteri della democrazia albanese in fasce, dai continui e arroganti interventi della politica. Sistema di giustizia che purtroppo, fatti alla mano, sta cadendo sempre di più nelle mani della politica e, cosa più grave ancora, nelle mani di una sola persona: del primo ministro albanese. Sono tanti i casi evidenziati e tutti sono veramente preoccupanti. Anche l’ultimo scandalo in corso, sopracitato, quello dell’estradizione in Italia di una persona sotto processo in Albania, potrebbe essere un esempio significativo. Ma l’ambasciatore non ha detto ancora niente. Lo stesso ambasciatore che, adesso che la riforma doveva essere attiva da quasi un anno, mentre non sono ancora attive neanche le strutture previste dalla Costituzione, non ha però espresso pubblicamente la sua opinione. L’ambasciatore, allo stesso tempo, sta tacendo per la costituzione di alcune strutture parallele da parte del governo, sempre legate al sistema della giustizia, con l’obiettivo di controllarlo. Lui non ha detto niente neanche per tanti altri scandali accaduti nel frattempo (Patto Sociale n.283), sapendo il vero perché. Insieme con lui, anche la rappresentante dell’Unione europea in Albania.

    L’ambasciatore staunitense sta tacendo per tutte queste cose ed altre, come ha taciuto per anni della cannabis, diventata un’allarmante problema anche per le istituzioni dello Stato che rappresenta. In realtà ha continuamente appoggiato quanto diceva il primo ministro sulla cannabis, e cioè negava l’esistenza e applaudiva i successi del governo, insieme con la rappresentante dell’Unione europea. È lo stesso ambasciatore che il 7 novembre scorso prevedeva la cattura dei “Pesci grandi” in gennaio (Patto Sociale n.288). Intendeva cioè la consegna alla giustizia “riformata” di alti rappresentanti della politica coinvolti in scandali e/o in altre facende legalmente punibili. Almeno queste erano le aspettative del pubblico. Gennaio è però passato e nessun “pesce grande” è caduto nella rete, come diceva convinto e sicuro il 7 novembre scorso l’ambascitore statunitense. Non è valso neanche un suo status in rete alcuni giorni fa, con il quale chiedeva al governo, alla polizia a alla procura “riformata” dei risultati concreti. Una richiesta che, visto quanto è successo, suona come un’altra, – l’ennesima – offesa fatta agli albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che gli albanesi debbano finalmente ribellarsi, per rovesciare questa dittatura che si sta instaurando e scacciare via tutti i veri responsabili. È un loro sacrosanto diritto e dovere. Come Gesù scacciò tutti quelli che avevano fatto del tempio un covo di ladri.

  • Internet pericoloso in mano agli Stati, perché gli hacker lavorano per loro

    Tim Maurer, co-direttore della Cyber ​​Policy Initiative e fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace, ha dato alle stampe il saggio Cyber ​​Mercenaries nel quale esplora le relazioni segrete tra Stati e hacker. Mentre il cyberspazio è diventato la nuova frontiera della geopolitica, sostiene l’autore, diversi Stati hanno fatto ricorso agli hacker come per delegare loro il perseguimento, in via informale, dei propri obiettivi di potere. Esaminando casi negli Stati Uniti, in Iran, in Siria, in Russia e in Cina, il volume sottolinea che le relazioni delle autorità pubbliche con gli hacker di stato sollevano quindi importanti domande sul controllo, l’autorità e l’uso di capacità informatiche offensive.

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