green

  • Euro 5 e l’incertezza del diritto

    Nelle democrazie moderne e consolidate la certezza del diritto rappresenta la sicurezza di vedere garantiti i propri diritti fondamentali nel tempo.

    Viceversa all’interno di uno stato etico nel quale tutte le azioni devono essere finalizzate alla realizzazione del bene universale dello Stato Supremo, il diritto assume una componente etica e morale, di conseguenza soggetta al cambiamento che in questo caso risulta molto diversa dal concetto di evoluzione.

    Non va dimenticato, poi, come le nostre democrazie si considerino, e con piena ragione, secolarizzate, cioè separate da qualsiasi influenza religiosa. Tuttavia, contemporaneamente, le stesse istituzioni europee e nazionali hanno abbracciato ciecamente i postulati etici e morali del Green Deal per il cui conseguimento vengono sacrificati molti diritti precedentemente assicurati. Ad esempio, la vicenda della messa al bando dalla circolazione delle autovetture a gasolio euro 5 ne rappresenta la triste fotografia. Negli anni passati l’acquisto di queste automobili addirittura venne incentivato dallo Stato con l’obiettivo di rottamare auto con classi di emissioni più impattanti a favore di quelle tecnologicamente più avanzate come le euro 5. Inevitabilmente la tecnologia automobilistica da allora è riuscita ad evolversi verso automobili con emissioni ancora inferiori. All’interno di uno Stato di diritto tutte le automobili che hanno comunque ottenuto l’omologazione dovrebbero restare in circolazione e magari essere soggette ad un bollo inferiore in quanto articolato in una percentuale fissa ed in un’altra legato al valore decrescente dell’autovettura.

    Logica conseguenza vorrebbe che quindi le autovetture non più giovani pagassero anche un bollo inferiore rispetto a quelle più recenti in quanto queste ultime risultano espressione di una maggiore capacità contributiva (*).

    Nel passaggio, invece, da uno stato democratico in grado di tutelare i diritti nel tempo anche alla circolazione delle persone meno abbienti con autovetture comunque omologate dallo Stato, ad uno stato etico, ecco come per il perseguimento degli obiettivi si cambiano in continuazione le regole e soprattutto si penalizzano le classi di contribuenti meno abbienti come i possessori di automobili ormai superate.

    Solo in uno stato etico e religioso (**), quindi, si trasforma un fattore di evoluzione tecnologica del passato, come l’adozione dell’Euro 5, nella stessa motivazione allo stop alla circolazione con l’annullamento del principio della non retroattività delle norme (***).

    L’Europa da culla della cultura negli ultimi secoli con la nascita di una istituzione politica europea si dimostra incapace di proporre valori democratici ed ha iniziato una metamorfosi verso uno stato etico e religioso che rappresenta l’unica ragione di sopravvivenza del proprio ceto politico.

    Continuare a penalizzare le popolazioni con basse fasce di reddito, le quali utilizzano ovviamente autovetture più vecchie, in nome di un minimale vantaggio per l’ambiente ma a fronte del costo in credibilità per le istituzioni a causa della negazione dello stato di diritto, rappresenta la conferma di una volontà finalizzata al conseguimento di un bene supremo etico indipendentemente dai costi sopportati dalla popolazione. Contemporaneamente viene abrogata la certezza del diritto anche se solo in materia di circolazione.

    Mai come ora con questa vicenda che potremmo definire “Neuro 5”, il declino culturale di quella che una volta era il punto di riferimento della cultura mondiale risulta evidente e quanto mai drammatico.

    (*) fermo restando che la tassazione sulla mobilità privata ha raggiunto un livello inaccettabile ed insopportabile.

    (**) l’ideologia Green prevede l’adozione dei precetti che esprime esattamente come una qualsiasi religione.

    (***) Il principio di non retroattività delle norme, o irretroattività, stabilisce che una legge non può applicarsi a fatti, atti o situazioni che si sono verificati prima della sua entrata in vigore

  • L’UE più vicina agli obiettivi per il 2030 su clima ed energia, secondo i piani nazionali

    Secondo la valutazione della Commissione europea dei piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC), gli Stati membri dell’Unione europea hanno notevolmente ridotto il divario per conseguire gli obiettivi su energia e clima per il 2030. L’UE nel suo complesso è prossima a ridurre del 55% le emissioni di gas a effetto serra, come previsto dalla normativa europea sul clima, raggiungendo una quota di almeno il 42,5% di energie rinnovabili.

    Dalla valutazione della Commissione emerge che l’UE è sulla buona strada per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di circa il 54% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, se gli Stati membri attuano pienamente le misure nazionali e le politiche dell’UE esistenti e previste

    La valutazione della Commissione fornisce inoltre una solida base per le discussioni sulle prossime tappe del percorso di decarbonizzazione dell’UE per il 2040 e sul conseguimento della neutralità climatica entro il 2050.

  • Centrosinistra e centrodestra: la grande truffa

    Il parco circolante di auto in Italia è rappresentato da autovetture di 12,8 anni ed una cilindrata media di 1.534 centimetri cubi, inoltre più del 50% delle autovetture ha poi una cilindrata compresa tra i 1300 e i 1600 cc.

    Nel nuovo decreto infrastrutture, che dovrebbe essere operativo dal 1°luglio 2025, il governo in carica ha deciso di introdurre nuovi parametri da applicare al pagamento dei pedaggi autostradali. Questi, infatti, verranno calcolati in base alle classi di emissioni dell’autovettura ed alle fasce orarie di utilizzo delle infrastrutture con l’obiettivo di “ottenere un decongestionamento della infrastruttura autostradale ed un vantaggio ambientale” (*). Di conseguenza, un lavoratore di reddito medio basso, proprietario di una Panda del 2012 euro 5, la quale emette tra i 99 e i 133 grammi di CO2/km, pagherà un pedaggio superiore rispetto all’attuale. A questo primo aumento del costo si aggiungerà anche un secondo in rapporto alla fascia oraria di utilizzo del tratto autostradale per il proprio trasferimento verso il luogo di lavoro, i cui orari, a forte congestione, risultano dettati non certo dal lavoratore.

    In altre parole, in perfetta sintonia con i governi precedenti, la attuale classe politica e governativa ancora una volta penalizza il lavoro ed i fattori di crescita economica e la stessa produzione di reddito espressione della sintesi di attività professionali, industriali e dei servizi le quali finalizzano gli orari all’aumento della propria produttività e della stessa qualità.

    Anche questo governo si allinea alle richieste ambientaliste imposte dall’Unione Europea e verso le quali viene confermato l’atteggiamento servile del governo in carica tipico delle maggioranze precedenti.

    Richieste che ha come unico obiettivo l’imposizione di uno stato nel quale i diritti vengano riconosciuti solo se aderenti ai precetti europei e nazionali ma i cui costi ricadranno, come in passato, sulle fasce dei lavoratori colpevoli solo di avere retribuzioni medio basse ed auto con parametri di emissione non in linea con il furore ambientalista.

    La truffa nasce proprio dalla constatazione che gli obiettivi del centro-sinistra come del centro-destra risultino sostanzialmente i medesimi, cioè relativi all’imposizione di uno stato il quale intende modificare i comportamenti dei cittadini persino nell’ambito professionale senza comprendere l’effetto potenziale con una frenata del PIL.

    L’unica differenza tra i due schieramenti è relativa alle modalità di conseguimento di questo stato etico, il quale assegna alla classe politica il potere assoluto.

    I governi di centro-sinistra, a cominciare da quello Prodi, che aumentò la tassazione delle auto in ragione della classe di emissione inferiore come espressione di una ideologia massimalista ambientalista che regna ora incontrastata in Europa.

    Al percorso ideologico espresso dai governi del centro-sinistra, i quali sostanzialmente hanno coperto le proprie lacune culturali in ambito economico e strategico con la propria cieca vis ideologica, indebolendo la domanda interna con il progressivo aumento della tassazione in nome di una maggiore tutela ambientale, fa riscontro quello ora adottato dal centro-destra.

    Questo si traduce nel semplice piacere nell’esercizio del potere finalizzato a rendere sempre più sudditi i propri cittadini, ma non più in virtù di una vis ideologica ma solo come espressione di poca competenza.

    Entrambi tuttavia dimostrano di non possedere nemmeno le basi minime sindacali in quanto viene invertito, per non dire azzerato, il principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla base della quale viene applicata la progressività delle aliquote. Il risultato che ne consegue è assolutamente incredibile.

    Sulla base, infatti, di questa inversione del principio economico i contribuenti a basso reddito, e titolari di auto obsolete, pagheranno un servizio (pedaggio) ad un prezzo superiore rispetto a quello applicato ai contribuenti di fascia medio alta ma titolari di auto più recenti.

    Il centrodestra come il centrosinistra sospendono completamente ogni principio di equità fiscale ed inaugurano una nuova stagione nella quale viene applicato una tariffa per un determinato servizio applicando il principio inverso rispetto alla fascia di reddito appartenente. Ad un reddito inferiore, si ricorda che l’Italia è l’unico paese che negli ultimi 30 anni ha perso il potere d’acquisto rispetto alla crescita del +34% della Germania e +27% della Francia, e a ciò corrisponderà un maggior costo del servizio, drenando ancora una volta, come per le accise (**), risorse a sostegno della domanda interna e di conseguenza alla crescita del PIL.

    Questa nefasta deriva sociale è molto simile all’approccio della gallina spennata di Stalin, che esprime il principio sulla base del quale si toglie tutto ad un suddito rendendolo dipendente da una qualsiasi forma di elemosina statale. Che poi altro non è che il principio adottato da trent’anni nel nostro Paese, nel quale alla continua crescita della spesa pubblica e del debito corrisponde una diminuzione dei redditi disponibili.

    (*) https://www.investireoggi.it/pedaggi-2025-cosa-cambia-davvero-con-il-nuovo-decreto/

  • Passata la sbornia Greta, la Ue rivede le tempistiche per la promozione dell’auto elettrica

    La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha riferito il 3 marzo a Bruxelles i tre punti secondo lei più importanti del secondo incontro del “Dialogo strategico sul futuro dell’industria automobilistica europea” con l’industria e le parti interessate del settore automotive.

    E’ stata, ha detto durante un punto stampa, “una discussione proficua, intensa e produttiva, ed è molto chiaro ora che è tempo di agire su una serie di priorità”. In questo quadro, la Commissione presenta la proposta di un Piano d’azione per il settore automotive il 5 marzo.

    “Innanzitutto – ha riferito von der Leyen -, il tema dell’innovazione è stato dominante. Dovrebbe essere al centro di tutto ciò che facciamo per garantire il futuro dell’industria automobilistica in Europa, senza alcun dubbio. Ad esempio, abbiamo concordato che abbiamo bisogno di una grande spinta riguardo al software e all’hardware per la guida autonoma. Sappiamo che la concorrenza globale è feroce. Quindi dobbiamo agire in grande, e dobbiamo essere grandi. L’economia di scala su questo argomento è importante, più che mai”.

    “Ecco perché abbiamo concordato che creeremo e sosterremo un’alleanza di settore” per la guida autonoma. “Le aziende saranno in grado di mettere in comune le risorse. Svilupperanno software, chip e tecnologia di guida autonoma condivisi. Da parte nostra”, come Commissione, “perfezioneremo le regole sui test e la diffusione, e aiuteremo anche a lanciare progetti pilota su larga scala per la guida autonoma. Perché l’obiettivo è molto semplice: dobbiamo portare i veicoli autonomi sulle strade europee più velocemente”, ha indicato von der Leyen.

    Il secondo punto importante indicato dalla presidente della Commissione è la soluzione che si profila al fine di evitare che le industrie automobilistiche europee debbano pagare delle forti multe per non aver rispettato gli obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2025, a causa del netto calo della domanda di auto elettriche. La Commissione intende proporre che sia valutata la conformità con l’obiettivo di riduzione su tre anni invece che sull’ultimo anno. “Abbiamo bisogno di prevedibilità ed equità per i ‘first mover’, le imprese che hanno fatto i loro compiti a casa con successo. Ciò significa – ha rilevato von der Leyen – che dobbiamo attenerci agli obiettivi concordati” riguardo al percorso di riduzione delle emissioni di CO2.

    Ma, ha aggiunto, “Dall’altro lato dobbiamo ascoltare le voci e le parti interessate che chiedono più pragmatismo in questi tempi difficili, soprattutto quando si tratta degli obiettivi del 2025 e delle relative sanzioni in caso di non conformità. Per affrontare questo punto in modo equilibrato – ha annunciato -, proporrò questo mese un emendamento mirato al regolamento sugli standard di emissioni di CO2: invece della conformità annuale, le aziende avranno tre anni” per conformarsi agli obiettivi.

    “Gli obiettivi – ha precisato von der Leyen – rimangono gli stessi”, le imprese “devono rispettarli”. Ma questa soluzione “significa che c’è più spazio di manovra per l’industria, e significa anche più chiarezza, senza modificare – ha insistito – gli obiettivi concordati”.

    Il terzo punto riguarda la competitività. “E’ necessario che le filiere europee di fornitura delle automobili siano più solide e resilienti, soprattutto per quanto riguarda le batterie. E qui – ha avvertito von der Leyen – c’è una sfida: perché mentre la nostra produzione è in aumento, vediamo che le batterie importate sono più economiche. Non possiamo permettere che i veicoli elettrici diventino più costosi. Ma non possiamo nemmeno permetterci di creare nuove dipendenze”, ha osservato.

    “Quindi – ha annunciato ancora la presidente della Commissione – esploreremo ipotesi di supporto diretto per i produttori di batterie dell’Ue. E introdurremo gradualmente requisiti di contenuto europei per celle e componenti delle batterie”. Queste, insomma, sono “alcune delle nostre azioni prioritarie. E Ce ne sono altre in arrivo, naturalmente, presentate nel Piano d’azione il 5 marzo. Ma vorrei anche sottolineare – ha concluso von der Leyen – che il dialogo con l’industria automobilistica non è terminato oggi. Continueremo a impegnarci nei filoni di lavoro che abbiamo con i commissari. E abbiamo concordato che ci incontreremo di nuovo a livello di Ceo (amministratori delegati, ndr) prima della pausa estiva”.

  • La Presidente von der Leyen annuncia il piano d’azione per l’acciaio e i metalli

    La Commissione europea istituirà un dialogo strategico sull’acciaio volto a tracciare una rotta decisiva per il futuro dell’industria siderurgica europea. L’iniziativa sottolinea il fermo impegno della Commissione nei confronti di questo settore strategico, riconoscendone il ruolo centrale nell’innovazione, nella crescita, nell’occupazione e nella più ampia autonomia strategica dell’UE.

    La Presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato: “L’industria siderurgica è un settore chiave del mercato unico europeo. Allo stesso tempo, si tratta di un settore della massima importanza nella lotta ai cambiamenti climatici. Il dialogo strategico contribuirà a sviluppare un piano d’azione concreto per affrontare le sfide uniche di questo settore nella transizione industriale pulita. Vogliamo garantire che l’industria siderurgica europea sia competitiva e sostenibile nel lungo termine.”

    Il dialogo si baserà sulle fondamenta poste dalla bussola dell’UE per la competitività recentemente pubblicata e dal prossimo patto per l’industria pulita. I principali punti di discussione comprenderanno le modalità per migliorare la competitività e la circolarità, promuovere la transizione pulita, la decarbonizzazione e l’elettrificazione, e garantire relazioni commerciali eque e condizioni di parità a livello internazionale. Ulteriori informazioni sono disponibili nel documento di riflessione che guiderà le discussioni nell’ambito del dialogo strategico.

  • I padri e le madri della crisi europea

    Emerge evidente e contemporaneamente inquietante, nella valutazione del gigante tedesco Volkswagen, la deleteria sintesi tra una incredibile inadeguatezza del management ed il delirio ideologico, espresso attraverso la propria politica, dalla Commissione Europea.

    Dalle dichiarazioni del CdA emerge evidente la natura della crisi della casa di Wolfsburg la quale nasce da una chiara volontà speculativa,  clonata dal mondo finanziario ma applicata al settore industriale dell’automobile, che ha cercato di massimizzare i vantaggi futuri derivanti da una “opportunità politica europea” fornita dalle scelte pseudo ambientaliste nella politica europea.

    Una volontà speculativa che ha trovato il  limite e quindi le ragioni dell’inevitabile  fallimento in quanto non aveva tenuto in alcuna considerazione la eventuale disponibilità del mercato circa la transizione elettrica nella mobilità privata.

    In altre parole, questa scelta strategica operata dal management della Casa di Wolfsburg, i cui costi sono ora il problema principale dell’azienda, che intende ridurli  attraverso la chiusura o la possibilità di vendita di questi stabilimenti di produzione di auto elettriche, era motivata dalla sola volontà speculativa offerta dalla comunità europea, tanto da illudere il CdA ad andare  verso un periodo caratterizzato da un mercato vergine per i prossimi decenni e relativo alla transizione verso le auto elettriche che avrebbe assicurato oltre 300 milioni di autovetture da cambiare in Europa.

    Proprio questa sintesi deleteria tra ideologia ambientalista e desiderio speculativo ha generato la crisi solo europea del settore Automotive e dell’intera filiera industriale la quale si manifesta nelle sue terribili declinazioni solo ed esclusivamente nel continente europeo, come diretta conseguenza del divieto di produzione e vendita di auto a motore endotermico. Ciò rappresenta un unicum al mondo.

    Tornando alla volontà speculativa del management di Volkswagen, sicuramente i piani industriali di una grossa casa automobilistica non possono essere variati ogni 3-4 anni, come a propria giustificazione afferma il Ceo.

    Ma di fronte ad una scelta assolutamente disastrosa, in quanto basata solo su di una scommessa speculativa, andrebbe assolutamente ritirata da parte degli azionisti la fiducia al CDA e al management, i cui tempi di un avvicendamento però sono sicuramente inferiori, che dovrebbe essere destituito immediatamente per manifesta incompetenza ed inadeguatezza.

    La crisi Volkswagen non rappresenta una problematica evoluzione di un mercato globale e sempre più concorrenziale. Nasce, invece, da una volontà speculativa che ha cercato di sfruttare una ideologica opportunità europea ma senza avere alcuna conoscenza della disponibilità del mercato in merito alle auto elettriche. E proprio per gli effetti ed i mancati risultati ottenuti che dovrebbero essere destituiti per manifesta incompetenza ed inadeguatezza.

    Di conseguenza, gli effetti di questa strategia, espressione di una sintesi tra ideologia ambientalista europea e una  volontà speculativa, dovrebbero ricadere sugli azionisti della Volkswagen che hanno scelto il CdA e, a caduta, il management.

    Invece il perseverare nella medesima strategia finalizzata comunque a nascondere l’errore strategico, con in più il rinnovato sostegno alla posizione dell’Unione europea, si trasformerà in un disastro economico, sociale e politico senza precedenti dal dopoguerra ad oggi per l’intero continente europeo il quale diventerà la Terra di conquista delle auto a carbone (*)  provenienti dalla Cina.

    (*) Il 62% dell’energia necessaria alla realizzazione delle auto cinesi viene dalle centrali a carbone attraverso l’importazione di 5 miliardi di tonnellate all’anno.

  • La nuova guerra fredda e la marginalità europea

    Sono passati solo pochi giorni dal discorso di insediamento di Donald Trump e si avverte già in modo netto quanto il mondo sia cambiato, e molto più di quanto non si potesse immaginare.

    Mentre “l’intellighenzia” italiana ed europea si interroga sul valore simbolico del braccio teso di Elon Musk e sull’uscita degli Stati Uniti dall’Oms, Stellantis e Volkswagen hanno repentinamente deciso di aumentare i propri investimenti produttivi nel territorio statunitense creando così nuovi posti di lavoro, in modo da aggirare i dazi promessi dal Presidente Trump.

    Contemporaneamente lo stesso Presidente statunitense, pur essendo considerato molto vicino alle lobby petrolifere, ha chiesto di abbassare il costo del petrolio con l’obiettivo di creare le condizioni favorevoli ad una ripresa economica, dimostrando in questo modo di non essere così vincolato dagli interessi delle grandi aziende petrolifere statunitensi.

    In Italia, viceversa, il governo in carica si conferma ancora oggi assolutamente incapace di comprendere il vero motivo per cui Stellantis abbia portato la produzione di auto in Italia al livello del 1956 (476.000 auto), mentre in Spagna ha raggiunto il milione di unità prodotte (i costi energetici in Spagna sono inferiori del -53% rispetto a quelli italiani). Prova ne è che, ancora una volta, si continuano ad aumentare le accise sul gasolio e contemporaneamente i costi energetici previsti si confermano in crescita di un ulteriore +30%, mentre in Francia diminuiscono del -15%.

    A Davos, intanto, durante l’appuntamento del World Economic Forum, mentre i vertici politici dell’Unione Europea vengono investiti da uno scandalo relativo al finanziamento con risorse europee a favore di gruppi ambientalisti con il compito di supportare l’ideologia ambientalista europea, in un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti azzera e ridicolizza tutta l’ideologia ambientalista legata al Green Deal, che già ora sta costando centinaia di migliaia di posti di lavoro.

    A pochi giorni dall’insediamento, quindi, risulta già evidente la strategia politica ed economica che l’amministrazione statunitense intende perseguire.

    Al centro dello sviluppo economico tornano il lavoro, la produzione e la crescita occupazionale che ne consegue, rispetto alla semplice gestione dei flussi commerciali tanto cari, invece, ai vertici istituzionali europei anche se penalizzanti per le economie agricole europee grazie all’ultimo accordo del “Mercosur”.

    Come logica conseguenza si stanno creando le condizioni per una nuova guerra fredda che vedrà contrapposti gli Stati Uniti con i propri alleati e la Cina con le proprie aree di influenza, le quali esprimono gli effetti di quella volontà espansionistica cinese perseguita anche attraverso l’esportazione dei propri prodotti, come l’auto elettrica, tanto caldeggiata dall’Unione Europea.

    In più andrebbe ricordato come la guerra fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale non si manifestò solo come una contrapposizione politico/ideologica e tra servizi segreti. Quel periodo postbellico si caratterizzò anche per la creazione di scenari bellici i quali tuttavia interessavano zone geografiche marginali anche rispetto ai due schieramenti occidentale ed orientale.

    In questo odierno contesto la guerra fredda contemporanea, invece, pone l’Europa e l’Unione Europea di fronte ad una scelta immediata e categorica sulle alleanze strategiche da sostenere politicamente e militarmente nei prossimi anni.

    In altre parole, l’Europa rappresenta, all’interno di questa nuova dinamica politico economica e strategica, la Germania del dopoguerra, divisa tra due aree di influenza ideologica e politica, e l’area ideologica ambientalista evidentemente si conferma molto più vicina e compromessa con gli interessi cinesi. Lo stesso conflitto russo ucraino, ma soprattutto la sua possibile soluzione prospettata dagli Usa, conferma come l’Europa sia diventata un territorio marginale e come tale venga considerata dalle due superpotenze. La stessa intenzione di un rimpatrio di oltre 20.000 soldati statunitensi dalle basi europee lo certifica ulteriormente.

    La soluzione del conflitto, quindi, sarà assolutamente indipendente dalla volontà come da qualsiasi attività politica dell’Unione Europea, il che non farà che confermare ulteriormente la marginalità territoriale, economica e politica europea come espressione del fallimento di un’intera classe politica europea.

  • Più il tempo passa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Grazie al morboso estraniamento che l’insania nazionalistica ha seminato, e tutt’ora continua a seminare, tra i popoli d’Europa, nonché grazie ai politici dalla vista corta e dalla mano svelta che con l’aiuto di quella sono oggi in auge…grazie a tutto questo e a molte altre cose ancora vengono attualmente ignorati o arbitrariamente e falsamente travisati gli indizi inequivocabili di un’Europa che vuole diventare una”. Friedrich Nietzsche – 1885 Al di là del bene e del male.

    Purtroppo, il progetto che i grandi “padri fondatori” elaborarono per l’Europa ha subito una sorte al ribasso. Ciò che doveva diventare una eccezionale unione tra gli Stati del continente, via via anche politica, si è ridotta alla creazione di un mercato senza dazi e alla retorica presentazione di un’unione che in realtà è solo finzione. Sempre di più i vertici scelti per esserne a capo sono stati cooptati pescando volutamente tra personaggi politicamente insignificanti in modo che non potessero dar fastidio ai capetti nazionali e ai piccoli egoismi affatto lungimiranti. Negli ultimi anni la pochezza della classe dirigente europea è diventata così macroscopica che si è perso ogni pudore.

    Più il tempo passa, più sono spinto a rivalutare quello che oramai è definita la “prima Repubblica”. In realtà la cosa non vale solo per l’Italia, bensì per tutta l’Europa. Negli anni del dopoguerra ci furono politici, imprenditori e dirigenti d’azienda di grande levatura, capaci di costruire per il futuro dei Paesi del nostro continente, gente che credeva veramente nel servizio alla collettività e sapeva circondarsi di persone altrettanto capaci e votate. Pensiamo ai De Gasperi, ai Parri, ai Fanfani, ai Nenni, ai Moro, ai Craxi, ai De Michelis e anche a Berlinguer, a Pannella, ad Almirante, a Malagodi per citarne solo alcuni in Italia. E in Europa: De Gaulle, Pompidou, Brandt, Schmidt ecc. Oppure: Pirelli, Cefis, Valletta, Ghidella, Barilla, Berlusconi, Caprotti, Illy, Marzotto ecc… Al contrario, oggi ci troviamo Conte, Schlein, Salvini, Tajani, Sholtz, Macron, Rutte e dirigenti d’azienda scelti più per servilismo che per capacità, imprenditori che pensano alla finanza piuttosto che alla produzione e via di questo passo (minimo)…

    Se osserviamo i vertici dell’Unione, attuali e quelli appena passati, andiamo, se possibile, perfino peggio. Come presidente (stolidamente riconfermata) abbiamo una signora tedesca che ha sempre dato il peggio di sé anche prima di arrivare a Bruxelles. Nel 1991 presentò una tesi di dottorato all’Università di medicina di Hannover che fu scoperto essere una copiatura di testi altrui per almeno il 43% della dissertazione (sic!). Nel 2016 l’Università ammise che vi furono violazioni delle norme accademiche ma il titolo non fu revocato perché non fu possibile dimostrare che vi fu un intento fraudolento. O, forse, per interventi “molto autorevoli” a suo favore. Da ministro della Difesa teutonica affidò contratti per un valore di almeno 155 milioni di euro senza procedure trasparenti e sospettati di conflitti di interesse a favore di società cui apparteneva il marito. Durante il suo ministero l’esercito tedesco affrontò gravi problemi di approvvigionamento e di manutenzione e tutte le voci della stampa e dello stesso esercito attribuirono a lei una gestione perlomeno inefficace delle risorse. La ristrutturazione della nave scuola della marina militare della Germania avrebbe dovuto costare circa 10 milioni di euro ma arrivò a costare ben 135 milioni (ripeto: centotrentacinque milioni cioè circa il 1.250 percento in più). La cosa più grave è che lei avrebbe ostacolato (è sempre la stampa tedesca che lo scrive) in ogni modo le indagini parlamentari relativi agli scandali che la riguardavano, mostrando una scarsa volontà di chiarire tutte le irregolarità interne al suo ministero.

    Da Presidente della Commissione Europea nella scorsa legislatura ha continuato nelle sue attività poco trasparenti quando ha negato al Parlamento Europeo, che lo aveva richiesto, l’accesso ai documenti relativi all’acquisto dei vaccini anti Covid da lei condotto privatamente con il CEO di Pfizer Albert Bourla. Anche il testo del contratto, consegnato ai parlamentari dopo grandi pressioni era pieno di omissis sulle questioni più importanti riguardanti prezzi, tempi di consegna ed eventuali penalità. Eppure un’Assemblea rinnovata, ma evidentemente cieca o senza senno le ha rinnovato il mandato, aggiungendo in più uno pseudo-ministro degli esteri ancora peggiore del Borrell che l’aveva preceduta: Kaja Kallas della quale l’unica vera virtù conosciuta era di essere ferocemente anti-russa.

    Purtroppo, non solo i vertici di questa Commissione Europea sono di dubbie capacità, con alcuni di loro sospettati anche di pratiche non corrette, ma anche tra i massimi funzionari non sembra ci siano delle grandi cime intellettuali. Ci sarebbe da sperare che almeno nel loro campo ristrettissimo sappiano di cosa parlano ma quello che emerge con evidenza è la loro incapacità di guardare oltre il loro naso e di considerare le conseguenze delle decisioni che suggeriscono ai politici (di per sé solitamente impreparati). Un macroscopico esempio è la legge sulle obbligatorie ristrutturazioni “green” delle case europee: non solo non si sono fatti i conti con gli enormi costi che le famiglie dovrebbero sopportare, ma nemmeno si è considerato che le questioni climatiche variano moltissimo dalla Svezia alla Sicilia e che in Italia, per esempio, esistono decine di migliaia di case più che centenarie che sarebbero depauperate della loro anima se sottoposte agli interventi che dovrebbero essere imposti dai singoli governi. In questo caso, speriamo almeno che le nostre Autorità politiche sappiano opporsi con la dovuta forza agli scempi che causerebbe una tale direttiva.

    Molto peggio, già da fin d’ora, è la questione della forzatura verso le auto elettriche. Che tale soluzione sia praticamente una totale stupidaggine è oramai noto a tutti i consumatori che stanno dimostrando di non volerle comprare. Tuttavia, il problema non è soltanto che sono inadeguate al tipo di utilizzo che solitamente si chiede a una autovettura. E non è nemmeno, per quanto gravissimo, il danno occupazionale per tutto il settore della produzione delle automobili, danno che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori. Ciò che gli stolidi funzionari, gli pseudo-scienziati “green” che li spalleggiano e i politici ignoranti che approvano le loro fantasticherie sembrano non vedere sono le conseguenze ambientali e geo-politiche che quelle scelte implicano. Prima di menzionarne alcune mi basta citare quanto l’AD di Eni, De Scalzi, ha recentemente affermato: “Non voglio essere antieuropeo, ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. E ha continuato: “L’Europa è competitiva sull’ambiente e non sulla crescita e, infatti, americani e cinesi (e indiani, n.d.r.) ci dicono che siamo bravissimi e intanto investono nella crescita”.

    Se il problema fosse realmente e solamente una questione ambientale, si sono mai chiesti quei vanesi “ambientalisti” quanto, per produrre pochi grammi di quelle terre rare (dette “rare” non perché sia difficile reperirle ovunque, bensì perché estremamente rarefatte all’interno delle rocce) indispensabili per l’elettrificazione, serva scavare nelle montagne centinaia di tonnellate di roccia e poi trattarle con metodi necessariamente molto inquinanti? Se, come si sa, di terre rare se ne trovano ovunque, perché vengono estratte e lavorate quasi soltanto in Cina? Non sarà perché influiscono pesantemente sulla salubrità dell’ambiente? Comunque, di là dall’inquinamento delle acque, dell’atmosfera e della necessità di grande energia (che non è certo del tipo “rinnovabile”) necessaria per la lavorazione, una cosa che sembra non essere mai stata presa in considerazione è la subordinazione di tutta l’economia europea a quella cinese. Si voleva sottrarsi allo strapotere ricattatorio dei Paesi petroliferi per cadere poi nello stesso potere da parte dei cinesi?

    Facciamo un esempio con uno dei materiali più semplici e utilizzato da millenni: il rame. Il più grande produttore di rame mondiale è il Cile che produce circa un quarto della domanda mondiale. Il secondo è il Congo con il 14% e terzo il Perù con l’11 %. Chi però possiede e raffina tale prodotto non sono loro: la Cina controlla circa il 60% della capacità mondiale e ne lavora il 46% di tutto il mondo mentre l’Europa ne lavora solo il 20%. Occorre anche contare che pure l’estrazione del rame è oggetto di conseguenze ambientali negative, tanto è vero che, a seguito di fortissime proteste, la miniera di Cobre in Panama è stata chiusa e anche in Perù si chiede la stessa soluzione. Possiamo per questo rimproverare i cinesi? Il rame, per la sua conduttività, resistenza alla corrosione e durabilità è indispensabile per tutti i veicoli elettrici oltreché per i pannelli solari e per le turbine a vento. Che colpa ne hanno loro se la domanda di rame, proprio per le politiche “green” è prevista crescere in modo esponenziale entro il 2050?

    Perché i nostri soloni ambientalisti di Bruxelles e nelle varie capitali del continente non allargano il loro sguardo più in là della loro ristretta visuale e considerano cosa succede nel resto del mondo e quali prezzi tutti i popoli europei pagheranno in termini economici, di libertà e autonomia politica per seguire le loro politiche incoerenti e corto-vedenti? Perché invece di sperperare denari dei contribuenti inseguendo ideologie fallimentari non usano quei soldi per finanziare massivamente le ricerche sul nucleare a fusione?

    Badate bene, non l’attuale nucleare a fissione che produce, con le inevitabili scorie, molti più danni ambientali dei vituperati petrolio e gas!

    Certo, per fare scelte che andrebbero contro la propaganda di intellettualmente limitati “ambientalisti” occorrerebbero politici coraggiosi e dotati di giuste personalità. Purtroppo oggi non se ne vedono e ancora di più dobbiamo rimpiangere quei grandi che seppero riportare l’Europa intera dagli abissi e dalla distruzione della guerra verso il benessere che ci hanno lasciato e che ora, invece, gli attuali politici stanno facendo svanire.

  • L’UE si riconferma leader a livello mondiale in materia di finanza sostenibile

    A più di tre anni dalla prima emissione, l’UE ha emesso oltre 65 miliardi di euro in obbligazioni verdi di NextGenerationEU, il che potrebbe renderla il più grande emittente di obbligazioni verdi al mondo.

    In linea con l’annuncio della Presidente Von der Leyen nel suo discorso del 2020 sullo stato dell’Unione, la Commissione europea continuerà ad adoperarsi per emettere il 30% dei finanziamenti di NextGenerationEU mediante obbligazioni verdi, che dovrebbero coprire 264,6 miliardi di euro di investimenti nei trasporti puliti, energia pulita ed efficienza energetica, a conferma del ruolo di primo piano dell’UE nella finanza sostenibile.

    Secondo le stime, la piena attuazione nei prossimi anni di tutte le misure che possono essere finanziate mediante obbligazioni verdi di NextGenerationEU fornirà un contributo significativo alla transizione verde dell’UE, riducendo le emissioni di gas a effetto serra di 55 milioni di tonnellate all’anno. Si tratta dell’1,5% di tutte le emissioni di gas a effetto serra nell’UE, pari alle emissioni combinate di 15 milioni di famiglie europee o alla sostituzione con veicoli elettrici di 38 milioni di automobili a combustione interna sui 250 milioni in circolazione nell’UE,

  • Il benessere dell’umanità

    “Il benessere dell’umanità è sempre l’alibi dei tiranni”, Albert Camus

    Da sempre l’ideologia rappresenta lo strumento attraverso il quale giustificare una scelta anche di natura economica la quale altrimenti sarebbe ingiustificabile. Questo è quanto accade, ora, in merito alla transizione verso una mobilità elettrica, sostenuta proprio da quelle compagini politiche che hanno visto crollare i propri modelli politici e di sviluppo con la caduta del Muro di Berlino lasciandoli senza riferimenti. L’attenzione e la sete di riscossa politica si spostano quindi verso il modello di vita e consumi occidentale.

    In questo contesto allora ecco la lotta alla mobilità indipendente possibile grazie all’utilizzo delle autovetture private ed al loro “impatto”.

    L’auto  risulta responsabile dell’1% delle emissioni di CO2, la cui riduzione del 50% sarebbe ottenibile semplicemente attendendo la normale conversione delle vecchie auto o magari attraverso una incentivazione fiscale alle classe di emissione euro 6.

    Quindi, in considerazione del fatto che l’Italia risulta responsabile dello 0,7% delle emissioni totali e l’intera Europa del 6,5%, tanto le emissioni attuali di CO2 (1%), attribuibile alle auto, quanto la loro riduzione del 50% risulterebbero già di per sé  marginale in rapporto alle conseguenze economiche e sociali legate ad un avvento dell’auto elettrica cinese. Basti ricordare, infatti, come il settore Automotive in Europa rappresenti dodici milioni di posti di lavoro, circa mille miliardi di entrate fiscali ed il 12% del PIL.

    In relazione, poi, alle polveri sottili andrebbe ricordato come ad un grammo emesso da un motore endotermico ne corrispondano 1850 grammi attribuibili alla resistenza al rotolamento dei pneumatici che diventano 3850 nel caso di una guida più nervosa, ma comunque all’interno dei limiti imposti dal Codice della strada.

    Come logica conseguenza emerge evidente come il problema dell’impatto ambientale nella mobilità sia  più legato, in relazione alle polveri sottili, agli pneumatici che non al motore endotermico.

    Viceversa, la deriva strategica intrapresa dall’Unione Europea e soprattutto dalla sua Commissione trova la propria ragione in una scelta puramente ideologica nella quale la leva ambientalista rappresenta il fattore scatenante.

    Contemporaneamente in Cina negli ultimi due anni sono stati autorizzate le produzioni di 218 GW da centrali a Carbone (1 GW, 1 miliardo di Watt), quindi sono centinaia le centrali a carbone che la Cina sta costruendo in questo momento per alimentare il proprio sviluppo, e quindi anche l’industria automobilistica cinese, con un vita media compresa tra i 50 e i 75 anni, quindi operative fino alla fine del secolo in corso.

    In questo contesto basti ricordare come le emissioni delle centrali a carbone rappresentino un quinto di quelle totali e metà sia  localizzata in Cina ma in continua crescita.

    Pensare di utilizzare i prodotti di una economia malsana, con il primato mondiale dell’impatto ambientale, rappresenta, all’interno di una politica attenta ad un equilibrio ambientale, sia nel settore Automotive come in precedenza avvenne con il tessile abbigliamento,

    la strategia a più alto tasso di inquinamento che la UE potesse adottare.

    La sola giustificazione che possa sostenere il blocco della vendita e produzione dei motori endotermici a partire dal 2035 può venire considerata solo come espressione in un cieco furore ideologico che da sempre rappresenta il modo per sostenere quanto altrimenti risulterebbe assolutamente ingiustificabile e sempre in nome del bene comune.

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