green

  • A Enel Green Power fondi Ue i per progetti sull’idrogeno verde

    Produrre idrogeno verde in modo economicamente sostenibile. E’ la sfida green intrapresa da molte aziende, visto che attualmente a livello globale il 99% dell’idrogeno è ancora prodotto da combustibili fossili. Una buona prospettiva ce l’ha Enel Green Power che con il suo progetto “Hydrogen Industrial Lab” è riuscita a conquistare parte del finanziamento Ipcei (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo) “Hy2Tech”, il fondo con una dotazione totale di 5,4 miliardi di euro messo a disposizione dall’Unione europea per lo sviluppo d’iniziative d’interesse strategico incentrate sull’idrogeno.

    Il laboratorio d’innovazione su scala industriale, che sorgerà in Sicilia tra i comuni di Sortino e Carlentini, in provincia di Siracusa, e sarà alimentato da energia verde attraverso l’impianto eolico di Carlentini, connesso alla rete elettrica, “sarà il luogo ideale per creare sinergie virtuose con il mondo delle start-up e con le eccellenze della ricerca e rispondere a una delle principali sfide cui si trova di frontel’Europa: ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e accelerare la decarbonizzazione”, spiega Salvatore Bernabei, ceo di Enel Gp.

    Pensato nell’ambito di Nexthy, l’iniziativa di Enel Gp per accelerare l’implementazione delle tecnologie e del business dell’idrogeno verde, il laboratorio in concreto punterà a “sviluppare, sperimentare e validare nuove tecnologie di produzione e stoccaggio di idrogeno verde in maniera integrata con il business, con l’obiettivo di contribuire alla riduzione dei costi di questa tecnologia, necessaria per favorire la decarbonizzazione dei settori hard to abate, ovvero quelle industrie in cui l’elettrificazione diretta non è tecnicamente efficiente o economicamente conveniente”.

    “L’Etna Valley sta diventando la ‘Energy Valley’, ovvero il posto migliore per la rivoluzione energetica mondiale”, commenta Ernesto Ciorra, Chief Innovability officer di Enel aggiungendo che l'”Open Innovability per noi è la risposta al cambiamento climatico: condividere le sfide tecnologiche e sociali che questo comporta con gli innovatori di tutto il mondo per, tutti insieme, gestire una transizione energetica verso un modo di generare e distribuire energia che sia veramente sostenibile».

  • Proposte pioneristiche per ripristinare la natura dell’Europa entro il 2050 e dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030

    La Commissione ha adottato proposte pionieristiche per ripristinare gli ecosistemi danneggiati e riportare la natura in tutta Europa, dai terreni agricoli e i mari alle foreste e agli ambienti urbani. La Commissione propone inoltre di ridurre del 50 % l’uso e il rischio dei pesticidi chimici entro il 2030. Queste proposte legislative faro, che fanno seguito alle strategie “Biodiversità” e “Dal produttore al consumatore”, contribuiranno a garantire la resilienza e la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare nell’UE e nel mondo.

    La proposta concernente un atto normativo sul ripristino della natura è un passo fondamentale per evitare il collasso degli ecosistemi e prevenire i peggiori impatti dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità. Il ripristino delle zone umide, dei fiumi, delle foreste, dei pascoli, degli ecosistemi marini, degli ambienti urbani e dell’UE e delle specie che ospitano rappresenta un investimento essenziale e efficace sotto il profilo dei costi per la nostra sicurezza alimentare, la resilienza climatica, la salute e il benessere di tutti i cittadini. Analogamente, le nuove norme sui pesticidi chimici ridurranno l’impronta ambientale del sistema alimentare dell’UE, proteggeranno la salute e il benessere dei cittadini e dei lavoratori agricoli e contribuiranno ad attenuare le perdite economiche che stiamo già subendo a causa del degrado del suolo e della perdita di impollinatori dovuti ai pesticidi.

    La Commissione propone il primo atto legislativo che mira esplicitamente a ripristinare la natura in Europa, a riparare l’80 % degli habitat europei che versano in cattive condizioni e a riportare la natura in tutti gli ecosistemi, dalle foreste e dai terreni agricoli agli ecosistemi marini, di acqua dolce e urbani. In base alla presente proposta sul ripristino della natura, saranno assegnati a tutti gli Stati membri obiettivi giuridicamente vincolanti per il ripristino della natura in vari ecosistemi, a integrazione delle normative esistenti. L’obiettivo è far sì che le misure di ripristino coprano almeno il 20 % delle superfici terrestri e marine dell’UE entro il 2030 e si estendano infine a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.

    Il ripristino coinvolge strettamente e va a vantaggio di tutte le componenti della società, deve essere realizzato nell’ambito di un processo inclusivo e ha un impatto particolarmente positivo su coloro che dipendono direttamente da una natura sana per il proprio sostentamento, compresi gli agricoltori, i silvicoltori e i pescatori. Gli investimenti per il ripristino della natura apportano un valore economico compreso tra 8 e 38 EUR per ogni 1 EUR speso, grazie ai servizi ecosistemici che favoriscono la sicurezza alimentare, la resilienza degli ecosistemi e l’attenuazione dei cambiamenti climatici, nonché la salute umana. Aumenta inoltre la presenza della natura nei nostri paesaggi e nella nostra vita quotidiana, con benefici dimostrabili per la salute e il benessere nonché un valore culturale e ricreativo.

    La normativa sul ripristino della natura fisserà obiettivi e obblighi di ripristino in un’ampia gamma di ecosistemi terrestri e marini. Gli ecosistemi con il maggiore potenziale di rimozione e stoccaggio del carbonio e di prevenzione o riduzione dell’impatto delle catastrofi naturali (come le inondazioni) rivestono la massima priorità. La nuova normativa si basa sulla legislazione esistente, ma riguarda tutti gli ecosistemi senza limitarsi alle zone protette della direttiva Habitat e di Natura 2000, con l’obiettivo di avviare il percorso di recupero di tutti gli ecosistemi naturali e seminaturali entro il 2030. Beneficerà di ingenti finanziamenti dell’UE: nell’ambito del quadro finanziario pluriennale circa 100 miliardi di € sono destinati alla biodiversità e al ripristino.

    Gli obiettivi proposti comprendono:

    • l’inversione del declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 e, successivamente, l’aumento di queste popolazioni;
    • nessuna perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030, un aumento del 5 % entro il 2050, una copertura arborea minima del 10 % in ogni città, piccola città e periferia europea e un guadagno netto di spazi verdi integrati negli edifici e nelle infrastrutture;
    • negli ecosistemi agricoli, l’aumento complessivo della biodiversità e una tendenza positiva per le farfalle comuni, l’avifauna nelle aree agricole, il carbonio organico nei suoli minerali coltivati e gli elementi caratteristici del paesaggio ad alta diversità sui terreni agricoli;
    • il ripristino e la riumidificazione delle torbiere drenate a uso agricolo e nei siti di estrazione della torba;
    • negli ecosistemi forestali, l’aumento complessivo della biodiversità e una tendenza positiva per quanto riguarda la connettività delle foreste, il legno morto, la percentuale di foreste disetanee, l’avifauna forestale e le riserve di carbonio organico;
    • il ripristino degli habitat marini quali le colture marine o i fondali di sedimenti e il ripristino degli habitat di specie marine emblematiche quali delfini e focene, squali e uccelli marini;
    • l’eliminazione delle barriere fluviali in modo che almeno 25 000 km di fiumi siano trasformati in fiumi a flusso libero entro il 2030.

    Per contribuire al conseguimento degli obiettivi, mantenendo nel contempo una certa flessibilità in funzione delle circostanze nazionali, la normativa imporrebbe agli Stati membri di elaborare piani nazionali di ripristino, in stretta collaborazione con i ricercatori, i portatori di interessi e i cittadini. Esistono norme specifiche in materia di governance (monitoraggio, valutazione, pianificazione, rendicontazione e applicazione), che migliorerebbero anche l’elaborazione delle politiche a livello nazionale ed europeo, garantendo che le autorità considerino congiuntamente le questioni connesse della biodiversità, del clima e dei mezzi di sussistenza.

    La proposta di ridurre l’uso di pesticidi chimici concretizza l’impegno ad arrestare la perdita di biodiversità in Europa. La proposta contribuirà a creare sistemi alimentari sostenibili in linea con il Green Deal europeo e la strategia “Dal produttore al consumatore”, garantendo nel contempo una sicurezza alimentare duratura e proteggendo la nostra salute.

    Gli scienziati e i cittadini sono sempre più preoccupati per l’uso dei pesticidi e per l’accumulo dei loro residui e metaboliti nell’ambiente. Nella relazione finale della Conferenza sul futuro dell’Europa i cittadini hanno chiesto specificamente di affrontare la questione dell’uso e del rischio dei pesticidi. Tuttavia, le norme vigenti della direttiva sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi si sono rivelate troppo deboli e sono state attuate in modo disomogeneo. Inoltre, sono stati compiuti progressi insufficienti nell’uso della difesa integrata e di altri approcci alternativi. I pesticidi chimici danneggiano la salute umana e causano il declino della biodiversità nelle aree agricole. Contaminano l’aria, l’acqua e l’ambiente in generale. La Commissione propone pertanto norme chiare e vincolanti:

    • obiettivi giuridicamente vincolanti a livello dell’UE e nazionale per ridurre del 50 % l’uso e i rischi dei pesticidi chimici e l’uso dei pesticidi più pericolosi entro il 2030. Gli Stati membri fisseranno i propri obiettivi nazionali di riduzione entro parametri stabiliti per garantire il conseguimento degli obiettivi a livello dell’UE.
    • Nuove norme rigorose concernenti il controllo degli organismi nocivi rispettoso dell’ambiente Nuove misure garantiranno che tutti gli agricoltori e altri utilizzatori professionali di pesticidi pratichino la difesa integrata (IPM) nel cui ambito, prima di poter utilizzare pesticidi chimici come misura di ultima istanza, si esaminano metodi ecologici alternativi di prevenzione e controllo degli organismi nocivi. Le misure comprendono anche l’obbligo per gli agricoltori e altri utilizzatori professionali di tenere dei registri. Inoltre, gli Stati membri devono stabilire norme specifiche per coltura che individuino le alternative da utilizzare al posto dei pesticidi chimici.

    L’uso di tutti i pesticidi sarà vietato in luoghi quali le aree verdi urbane, compresi i parchi o giardini pubblici, i parchi gioco, le scuole, i campi ricreativi o sportivi, i sentieri pubblici e le zone protette nel rispetto delle prescrizioni di Natura 2000 e qualsiasi area ecologicamente sensibile da preservare per gli impollinatori in pericolo. Queste nuove norme elimineranno i pesticidi chimici presenti nella nostra vita quotidiana.

    La proposta trasforma la direttiva vigente in un regolamento che sarà direttamente applicabile in tutti gli Stati membri. Ciò consentirà di affrontare i problemi persistenti dovuti a un’attuazione carente e disomogenea delle norme vigenti nell’ultimo decennio. Gli Stati membri dovranno presentare alla Commissione relazioni annuali dettagliate sui progressi compiuti e sull’attuazione.

    Un pacchetto di politiche chiave sosterrà gli agricoltori e altri utilizzatori nella transizione verso sistemi di produzione alimentare più sostenibili.

    La transizione sarà sostenuta anche dalla proposta sulla rete d’informazione sulla sostenibilità agricola e dagli sviluppi del mercato legati all’agricoltura di precisione, come gli irroratori che utilizzano la geolocalizzazione e le tecniche di riconoscimento degli organismi nocivi.

    Fonte: Commissione europea

  • In Italia vengono riciclati più di 7 imballaggi su 10 all’anno

    In Italia più di 7 imballaggi su 10 ogni anno possono avere una seconda vita e, con oltre 170 milioni di tonnellate di imballaggi riciclati negli ultimi 24 anni, il nostro Paese conferma, in Europa, la sua posizione di leadership in questo settore dell’economia circolare. Nel riciclo pro-capite siamo infatti al secondo posto, dietro al Lussemburgo e davanti alla Germania. A fare il punto di un settore dell’economia circolare italiana che riguarda quasi il 30% dei rifiuti urbani è Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, garante per l’Italia del raggiungimento degli obiettivi Ue, presentando i risultati di 25 anni di attività. Tra il 1998 e il 2021 il sistema consortile ha versato ai Comuni italiani 7 miliardi e 370 milioni di euro, per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata dei materiali di imballaggio una volta giunti a fine vita. A questi si aggiungono più di 4 miliardi di euro destinati dal sistema al finanziamento di attività di trattamento, riciclo e recupero, per un totale di oltre 11 miliardi. Risorse, ha sottolineato il presidente Conai Luca Ruini, provenienti da “tutte le aziende che costituiscono il consorzio: sono state loro a farsi carico dei costi del corretto fine vita degli imballaggi con l’obiettivo che questi, diventando rifiuti, non abbiano un impatto sull’ambiente”. Conai, ha spiegato Ruini riassumendo i benefici derivanti dall’attività di recupero, “gestisce poco più della metà degli imballaggi avviati a riciclo. Un impegno che, a oggi, ha già evitato il riempimento di circa 183 nuove discariche di medie dimensioni”, evitando al contempo l’emissione in atmosfera di circa 56 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari a 130.000 voli Roma-New York andata e ritorno. Notevole anche il risparmio di materia: quasi 63 milioni di tonnellate, l’equivalente in peso di 6.300 torri Eiffel. Ma in questi 24 anni si è registrato anche un importante risparmio di energia, pari a quella che consumano circa 200 milioni di persone in un anno.

    Un trend che è cresciuto costantemente nel tempo. Nel 1998, infatti, meno di un anno dopo la nascita del sistema Conai, l’Italia avviava a riciclo poco più di 3 milioni e 300.000 tonnellate di rifiuti di imballaggio all’anno, circa il 30% dell’immesso al consumo. Negli ultimi anni ha triplicato questo numero, arrivando a oltre 9 milioni e mezzo annui: “Più di sette imballaggi su dieci ogni anno possono avere una seconda vita”, ha sottolineato Ruini.

  • A Bruxelles si meditano misure più restrittive per gli investimenti ecologici

    Davanti alla corsa a una finanza sempre più sostenibile, Bruxelles prepara un giro di vite sui parametri in base ai quali stabilire se gli investimenti sono davvero green oppure usano la sostenibilità solo per attrarre clienti (il cosiddetto greenwashing). In meno di 20 anni il valore dei fondi che si concentrano su questioni ambientali, sociali e di governance (Esg) è arrivato a superare i 30mila miliardi di dollari e nel solo 2020 c’è stato un balzo da 1.700 miliardi. Eppure, a fine agosto un’analisi della Ong Influence Map mostrava che il 71% dei fondi Esg sul mercato non sono allineati all’accordo di Parigi. Ed ha fatto molto rumore l’indagine delle autorità tedesche e americane su Dws, società di asset management controllata da Deutsche Bank, accusata proprio di greenwashing, cioè di vendere per sostenibili prodotti che in realtà non lo sono.

    La Commissione europea sa bene che gli investimenti privati servono al Green Deal. L’Ue deve investire circa 350 miliardi di euro in più ogni anno nel decennio 2021-30, rispetto al decennio precedente, per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici e proprio per questo c’è la consapevolezza che gli investimenti su clima e ambiente devono essere credibili. E’ per questo che sono necessarie definizioni, metodologie di misurazione e indicatori quantitativi, ovvero quel pacchetto di standard comuni sugli investimenti verdi su cui l’Ue sta lavorando dal 2018. Da tre anni a Bruxelles si sta costruendo un’architettura di criteri tecnici sulle informative, le metodologie di misurazione della sostenibilità, standard propri per i Green Bond e la classificazione degli investimenti “verdi”. Ma ci sono ancora due grandi problemi da risolvere prima che si possa arrivare al varo di un quadro di riferimento.

    Sul fronte esterno, alla Piattaforma internazionale sulla finanza sostenibile dell’Ue per ora hanno aderito solo Argentina, Canada, Cile, Cina, India, Kenya e Marocco. Sul fronte interno, invece, la classificazione degli investimenti verdi (la cosiddetta tassonomia) è stata bloccata dal Consiglio Ue a causa delle divisioni degli Stati membri su gas e nucleare. Tuttavia, sotto la spinta della Cop26 è possibile che entro breve le nuove norme possano vedere la luce.

    In attesa che arrivi la stretta Ue, c’è però chi già si è attrezzato. E’ il caso della Bei, il braccio finanziario dell’Unione: dal 2022 la Banca europea degli investimenti esaminerà più severamente i contraenti dei prestiti. Già da quest’anno, tutti i progetti approvati devono essere in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi. Dall’anno prossimo chi vorrà accedere a un prestito Bei dovrà presentare un’agenda per la decarbonizzazione, e non potrà ottenere finanziamenti se continua a investire in attività ad alte emissioni.

  • Da Londra le prime conseguenze della Sharia ambientalista

    La follia e l’incoscienza ambientalista europea cominciano a dimostrare i propri nefasti effetti.

    Direttamente dal The Times di Londra: ” … al fine di evitare i blackout elettrici verranno staccate le postazioni per caricare le batterie degli autoveicoli  dalle… alle …” (https://www.thetimes.co.uk/article/e-car-chargers-will-turn-off-to-prevent-blackouts-jnm2m86pz).

    Mai come oggi la furia integralista ideologica ambientalista sta assumendo le caratteristiche di una SHARIA finalizzata ad una regressione economica e culturale impedendo di fatto di rispondere ad una domanda di mobilità storica e potenziale che rappresenta la base di un sistema economico aperto ed anche una delle forme elementari di democrazia liberale. In più va ricordato come il dogma della digitalizzazione tanto dell’economia, per rispondere ad una velocizzazione del time to market, quanto nella vita quotidiana non può venire in nessun modo considerato eco-sostenibile o, peggio ancora, finalizzato ad un impatto zero delle attività umane. Basti pensare come solo in Europa vengano spedite GIORNALMENTE 20 miliardi di email la cui elaborazione necessita di circa 19 gr di CO2. Già questo definisce in modo inequivocabile come la supposta svolta green della classe politica nazionale ed europea risponda solo ed esclusivamente ad una scelta ideologica priva di una base di conoscenza approfondita.

    In questo delirio, invece, l’integralismo “sostenibile” pone le condizioni non solo per un blackout elettrico legato all’impossibilità di creare nuova energia e soddisfare la mobilità elettrica in quanto si continua a rifiutare, ancora per pura scelta ideologica, ogni apporto alla crescita di disponibilità energetica di origine nucleare in modo da rispondere alla crescita esponenziale della domanda.

    Queste strategie “ecologiste”, poi, si basano su tecnologie la cui resa rimane ancora oggi un’incognita mentre fin da adesso emerge la certezza di una implosione complessiva di un articolato e connesso sistema economico come quello europeo. Il tutto con costi economici e sociali disastrosi, causando contemporaneamente l’azzeramento del vantaggio tecnologico che il nostro continente ancora vanta in determinati settori strategici.

    Invece di guardare alla sostenibilità attuale già raggiunta, come il primato europeo in campo tecnologico oggi determina (l’8% di emissioni totali di CO2 lo certifica ampiamente), si omette di affrontare il vero problema rappresentato dalle emissioni della Cina la quale, viceversa, si guarda bene dall’adottare simili politiche a tutela dell’ambiente.

    Emerge così evidente la sproporzione tra le risorse finanziarie investite in questo tipo di transizione, i conseguenti costi sociali ed economici che produrranno ed il vantaggio per l’ambiente che sarà di qualche percentuale decimale di CO2 calcolata su di un totale già ora Inferiore rispetto ai concorrenti.

    Ora più che mai la politica invece di utilizzare le tematiche ambientali per dimostrare la propria esistenza in vita dovrebbe dimostrare di possedere le complesse competenze come espressioni di sintesi politiche, economiche ed ambientali compatibili con il livello e la tecnologia esistente (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Viceversa risulterebbe una scelta assolutamente suicida abbandonare i nostri primati anche nel basso impatto ambientale delle economie europee, come dimostra la bassa percentuale di contribuzione alla CO2 mondiale (8% si ricorda) ma anche quelli, all’interno della stessa Unione Europea, del sistema industriale italiano (10.12.2018 https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Contemporaneamente in un mercato globale l’Europa continua a lasciare mano libera nella crescita economica alla Cina (export +25%) la quale mantiene la propria competitività anche grazie agli investimenti nella produzione di energia attraverso investimenti in centrali a carbone, nonostante sia da tempo il primo inquinatore al mondo.

    L’aspetto innovativo ed inquietante, tornando all’ambito europeo, emerge anche dal mondo delle grandi case europee produttrici di auto le quali sembra stiano sposando in pieno il delirio europeo relativo alla elettrificazione del settore automobilistico. In particolar modo quelle tedesche le quali sono cresciute attraverso la motorizzazione di massa e che ora, con un atteggiamento assolutamente speculativo, credono di intravedere nuovi mercati dalle altissime potenzialità. Non si illudano di avere a loro disposizione, a partire dai prossimi anni e soprattutto dalle 2035, un nuovo mercato europeo di sostituzione delle oltre 230 milioni di auto a combustione interna. La transazione ecologica si trasformerà, per quanto riguarda il settore privato della mobilità automobilistica, nella sistematica distruzione della domanda privata di mobilità dovuta ai costi insostenibili delle ricariche elettriche.

    Già ora, quindi, si delinea all’orizzonte un’Europa espressione di un nuovo sistema di socialismo ambientale all’interno del quale la mobilità privata risulterà minimale e soprattutto a favore di pochi eletti. In questo contesto i primi a pagarne le giuste conseguenze saranno coloro che l’hanno sostenuta e, di conseguenza, i produttori di automobili.

    La transazione ecologica, in altre parole, sta ponendo le basi per un salto della nostra civiltà nel buio più assoluto, espressione di una regressione culturale ed economica spaventosa: l’avvento della Sharia ambientalista.

  • Lamentele green fuori luogo: la Ue produce più energia da fonti rinnovabili che da quelle fossili

    Green di qua, green di là: slogan e doglianze (per la terra inquinata) la fanno da padrona, mentre i fatti attestano che ci sarebbe più da rallegrarsi che da preoccuparsi: nell’Ue lo scorso anno 2020 la produzione di elettricità da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella delle fonti fossili.

    Il sorpasso è stato certificato da Eurostat sulla base dei dati preliminari dell’anno passato su cui hanno inciso anche forniture e consumi minori causati dal Covid e dalla conseguente sospensione delle attività economiche. Ma il risultato è comunque in linea con una tendenza che dura dagli anni ’90. Lo scorso anno l’elettricità ‘pulita’ ha superato la soglia di un milione di GigaWatt all’ora. Quasi 30mila GWh in più rispetto alla produzione da combustibili fossili, calata del 9,8% tra il 2019 e il 2020 toccando il livello più basso dal 1990. L’andamento è simile per il nucleare, con la produzione di elettricità diminuita del 6,3% rispetto al 2019 e al minimo dal 1990.

    Una spinta ulteriore alla Decarbonizzazione del settore energetico (il 75% delle emissioni di gas serra nell’Ue) dovrebbe arrivare il 14 luglio dal pacchetto clima con cui la Commissione inizierà a declinare i target di riduzione delle emissioni (-55% al 2030, zero netto al 2050) in misure concrete. “Sulla base dei Piani nazionali per l’energia e il clima, già adesso prevediamo di raggiungere in 10 anni una quota di rinnovabili del 33%” dei consumi lordi finali di energia (tutta, non solo quella elettrica), ha spiegato all’Ansa la commissaria Ue all’energia Kadri Simson. “Siamo già oltre l’obiettivo di almeno il 32% al 2030, fissato nella direttiva esistente – ha puntualizzato – e possiamo fare di più”. Il nuovo target dovrebbe essere tra il 38 e il 40%.

    A dare nuovo impulso alla transizione verde arriveranno tra poco anche i provvedimenti del cosiddetto pacchetto clima in cui sono contenute misure anche per i trasporti con standard più stringenti per le emissioni di CO2 delle auto e proposte per lo sviluppo di infrastrutture per i carburanti alternativi. Intanto l’Acea, l’associazione europea dei costruttori automobilistici, è tornata a chiedere punti ricarica per le auto elettriche in cambio di impegni a ridurre le emissioni del parco veicoli nuovi. Insieme all’Ong Transport & Environment e all’associazione europea dei consumatori Beuc, Acea ha già chiesto all’Ue almeno un milione di punti ricarica entro il 2024 anche al fine di scongiurare il rischio di un’Europa a 2 velocità poiché oggi queste strutture, che sono in tutto 255mila, sono concentrare per il il 70% in soli 3 Paesi (Germania, Francia e Olanda).

    Tra le novità Ue in campo ambientale c’è anche l’entrata in vigore, dal prossimo sabato, della Direttiva europea Sup sulla plastica monouso (Single Use Plastic), che mette al bando gli oggetti usa e getta trovati più frequentemente sulle spiagge e nei mari: cannucce, cotton fioc, piatti e posate, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirolo. Dal 3 luglio questi oggetti potranno essere venduti soltanto per esaurire le scorte, quindi saranno vietati.

  • Per le vacanze 2021 quasi un italiano su cinque sceglie la campagna

    L’Italia riapre e gli italiani fanno una scelta green per l’estate 2021. E la campagna diventa la seconda meta subito dopo il mare, come effetto dell’emergenza sanitaria sui programmi dei vacanzieri. Così quasi un italiano su cinque (17%) per questa estate sceglierà di trascorrere le proprie ferie in campagna, parchi naturali e oasi, coniugando la voglia di normalità con la garanzia di stare in sicurezza senza rischiare gli affollamenti, rileva un’indagine Coldiretti/Notosondaggi. A spingere su questo segmento è soprattutto il turismo enogastronomico, che vale oltre 5 miliardi e che proprio con la pandemia ha trovato un ulteriore impulso. Traino importante anche i 24mila agriturismi nazionali. Senza contare che con la riapertura totale della ristorazione dal primo giugno, si prepara un’estate a tavola da 30 miliardi di euro nei 360mila bar, ristoranti, pizzerie ed agriturismi aperti lungo tutta la Penisola.

    Ma la campagna non è solo destinazione per gite e vacanze. Con la pandemia si registra una vera e propria rivoluzione country, con il 54% che desidera lasciare la città spinto dalla ricerca di una migliore qualità della vita ma anche dalla paura della pandemia e dalla voglia di riscoprire il senso di comunità allentato dall’emergenza sanitaria. E ancora, l’agricoltura per la ripartenza. Dalla logistica alle energie rinnovabili, dalla tutela del territorio alla gestione del patrimonio idrico, dalla cura del verde urbano, alla riqualificazione degli edifici nei piccoli borghi, fino agli investimenti nelle reti ultraveloci per colmare i ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane. Un capitolo che nel Pnrr vale 5,2 miliardi di euro ma anche un tema molto sentito dagli italiani: oltre 8 su 10 (83%) considerano infatti l’agricoltura importante per il rilancio dell’economia del Paese, con una percentuale di consensi che balzata del 19% nel 2021 rispetto a prima della pandemia.

    A fare il punto su Pil agricolo, salute e turismo green i ministri delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, della Salute, Roberto Speranza, e del Turismo, Massimo Garavaglia, e la sindaca di Roma, Virginia Raggi, intervenuti all’incontro Coldiretti ‘L’Italia torna contadina’ organizzato con Fondazione Univerde e Campagna Amica a Roma a venti anni esatti dalla legge di orientamento.

    “Nei nostri programmi di sviluppo – sottolinea Speranza – si parla sempre di One Health, l’idea è che l’agricoltura è salute. La battaglia è tutelare la qualità dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole, e deve essere fatta con trasparenza”. Il turismo all’aperto “sarà sempre più di attualità e sempre più importante anche perché dà la possibilità di raggiungere tutto il nostro territorio che non sono solo le grandi città turistiche ma le tante piccole città d’arte, i borghi”, dice Garavaglia.

    Dal canto suo, il titolare dell’agricoltura, Patuanelli sottolinea: il settore “è pronto a fare la sua parte per affrontare la sfida della sostenibilità e della competitività sui mercati globali anche grazie al supporto del governo che non farà mancare la propria azione di sostegno”. E il vicedirettore Fao, Maurizio Martina, evidenzia che “la sfida è realizzare nuovi servizi alla persona e al territorio, disegnando una nuova multifunzionalità che vada a incrociare il welfare”.

    Uno speciale annullo filatelico di Poste Italiane ha celebrato i 20 anni della legge di orientamento. Venti anni in cui, sottolinea Coldiretti con il presidente, Ettore Prandini, l’agricoltura italiana è diventata la più green e biodiversa d’Europa con 314 specialità Dop/Igp/Stg riconosciute a livello comunitario e 526 vini a denominazioni di origine e indicazione geografica, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con 80mila operatori, 40mila aziende agricole impegnate nel custodire semi o piante a rischio di estinzione “e il primato della sicurezza alimentare mondiale”.

  • Socialdemocrazia addio, per vivere i giovani praticano liberismo e iniziativa imprenditoriale

    Il posto fisso non esiste più, ed i giovani hanno capito che la socialdemocrazia novecentesca fatta di lavoro dipendente e stipendio certo a fine mese appartiene ormai alle generazioni che li hanno preceduti. I giovani hanno quindi accettato nuove sfide professionali aprendo un’impresa, le cose non vanno benissimo. Sebbene infatti quasi un’impresa su dieci sia guidata da un under 35, negli ultimi cinque anni ne sono state perse 80mila. Un dato che fa riferimento alle sole imprese individuali ossia quei giovani che hanno deciso di aprire una partita iva o un negozio senza l’aiuto di altri capitali. A lanciare l’allarme è uno studio di Unioncamere secondo cui negli ultimi dieci anni circa 250mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, hanno deciso di lasciare l’Italia. Un trend che, unito al calo delle nascite e alla disoccupazione, ha ridotto di due punti percentuali il contributo dei giovani al Pil italiano.

    Intanto “Green” e “tech” si confermano le parole d’ordine per i giovani che hanno aperto una nuova attività: tra le imprese giovanili manifatturiere, il 47% ha investito nella ‘green economy’ nel passato triennio, contro il 23% delle altre imprese. Così come per le start up innovative, un settore in cui i giovani trainano gli investimenti (il 18%, per poco meno di 2.100 unità su un totale di oltre 11mila unità). Cresce tra i giovani però anche un “richiamo al mondo dell’agricoltura” con  quasi 7mila  imprese giovanili in più in 5 anni, con un incremento di oltre il 14% nel periodo.

    Per quanto riguarda i settori tradizionali, 6 giovani su 10 hanno puntano sul commercio, dove si contano 140mila imprese di under 35 (26,5% del totale), costruzioni (63mila, pari al 12%), turismo (quasi 58mila, circa l’11%) agricoltura (55mila, 10,4%).

    Da un punto di vista geografico il Trentino Alto Adige è la regione che registra l’incremento più alto di imprese guidate da under 35, con 9.300 imprese, (+2,4% mentre Marche (-20,6%), Toscana (-19,8%) e Abruzzo (-18,4%) sono le regioni che in termini relativi hanno visto le riduzioni più cospicue del numero dei giovani imprenditori.

  • L’UE investe 80 milioni di euro in trasporti non inquinanti in Slovenia

    La Commissione europea ha approvato l’8 settembre un investimento di 80 milioni di euro dal Fondo di coesione per costruire un tunnel e due viadotti nell’ambito di un progetto più ampio per fornire una seconda linea ferroviaria tra il porto di Capodistria e il villaggio di Divača nella Slovenia occidentale.

    Secondo la Commissione, la nuova linea è essenziale per far fronte a una domanda crescente lungo la rotta e collegare un corridoio cruciale della rete centrale alle rotte marittime.

    Il commissario europeo per la coesione e le riforme, Elisa Ferreira, ha osservato che si tratta di un investimento dell’UE, necessario per il miglioramento della connettività ferroviaria del porto di Capodistria, che è un hub cruciale per il trasporto di merci e passeggeri con l’Europa centrale. Oltre a favorire la connettività slovena, il progetto sostiene perciò anche il funzionamento del mercato interno in quanto rafforza la coesione economica e sociale.

    Il miglioramento del collegamento ridurrà le strozzature esistenti lungo questa rotta trafficata per un trasporto ferroviario più veloce, più efficiente e competitivo e, reindirizzando il traffico dalla strada alla ferrovia, il progetto contribuirà a ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e ossido di azoto (NOx), migliorando la qualità dell’aria locale in linea con l’adesione della politica di coesione agli obiettivi del Green Deal dell’UE.

  • Nasce la Food Forest, il bosco edibile di Milano

    10mila metri quadrati di bosco ‘edibile’ a Milano. E’ la Food Forest che sorgerà nell’autunno 2020 all’interno del Parco Nord di Milano dove saranno piantumate 2000 piante tra alberi e arbusti da frutto, da legno e medicinali che potranno essere adottati dai cittadini. Si potranno scoprire, infatti funzioni e usi di specie autoctone poco conosciute o utilizzate in cucina. L’adozione delle piante avviene grazie al supporto dei “Green Saturdays”, iniziativa organizzata dalla catena di ristoranti That’s Vapore che, per ciascun sabato a partire dall’11 luglio, dedicherà il 50% del ricavo dei piatti vegetariani consumati all’interno dei locali o ordinati tramite delivery alla piantumazione degli alberi che avverrà in autunno. E tra qualche anno si potranno finalmente raccogliere frutti, bacche, gemme e foglie. L’analisi del territorio, la scelta delle specie e la messa a terra sono curate da Etifor, spin-off dell’Università di Padova specializzato in riforestazione, certificazione e valorizzazione del patrimonio naturale. Le prime specie che compariranno all’interno della foresta saranno acero, biancospino, carpino, ciliegio, frassino, melo selvatico, nocciolo, pero selvatico, prugnolo, rosa canina, sanguinella, quercia e tiglio. All’interno di questo nuovo spazio verde verranno strutturati tre percorsi stagionali, primaverile, estivo e autunnale, per guidare il visitatore alla scoperta di storia, usi e ricette riguardanti le piante presenti grazie ad un apposito QR code riportato sulla segnaletica. Obiettivo dei ‘Green Saturdays’ è aiutare le persone a prendersi cura di sé attraverso un’alimentazione naturale e bilanciata e, al tempo stesso, contribuire a prendersi cura tutti insieme dell’ambiente in cui viviamo. Le specie piantate, una volte adulte, saranno in gradi trattenere tra i 7 e i 33 kg di CO2 ogni anno per ciascuna pianta.

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