Imprese

  • Sette imprese su 10 dell’Emilia Romagna investono nelle tecnologie digitali

    L’Emilia-Romagna si conferma uno dei territori più dinamici d’Italia sul fronte dell’innovazione. I dati parlano chiaro: nel 2025 il 70,7% delle imprese emiliano-romagnole ha investito in almeno un ambito della digitalizzazione. Tra le micro e piccole imprese la quota raggiunge il 67,6%, in crescita di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che coinvolge anche uno dei settori più rappresentativi dell’economia regionale: l’agroalimentare.

    La Food Valley emiliano-romagnola vale circa 37 miliardi di euro, coinvolge oltre 53 mila imprese agricole e agroalimentari e occupa più di 129 mila persone lungo l’intera filiera. Solo l’industria alimentare conta circa 4.500 imprese e oltre 64 mila addetti. A trainare il settore è anche la forte vocazione internazionale: l’export agroalimentare ha raggiunto il valore di oltre 10 miliardi di euro, nei primi nove mesi del 2025, con Parma, Modena, Reggio Emilia e Bologna tra i principali poli italiani.

    In questo contesto, la trasformazione digitale non è più soltanto una leva per migliorare l’efficienza produttiva, ma anche uno strumento essenziale per rafforzare la competitività delle imprese in tutte le fasi del business. Difatti, se fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al food era concentrato quasi esclusivamente sulla fase produttiva – dall’agricoltura di precisione al controllo qualità automatizzato, dalla manutenzione predittiva degli impianti all’ottimizzazione dei consumi energetici –, oggi il valore della tecnologia sta emergendo anche nella fase successiva, quella che inizia quando il prodotto esce dallo stabilimento e raggiunge il mercato. Del resto, per le imprese agroalimentari la sfida non è più soltanto produrre bene, ma individuare nuovi clienti, comprendere la domanda, presidiare i canali digitali, sviluppare relazioni commerciali efficaci per la vendita.

    È qui che emerge il ruolo della tecnologia e soprattutto dell’intelligenza artificiale. Innanzitutto, le nuove soluzioni basate sull’AI consentono alle aziende di interpretare meglio i dati commerciali, individuare nuovi segmenti di mercato, anticipare i trend di consumo e supportare le attività di export. Attraverso l’analisi avanzata delle informazioni è possibile identificare buyer potenzialmente interessati, qualificare i contatti commerciali e personalizzare la comunicazione in funzione delle esigenze di clienti e distributori. Per un’impresa agroalimentare questo significa poter intercettare nuove opportunità di business in tempi più rapidi e con maggiore precisione. Anche il marketing sta vivendo una profonda evoluzione. Gli strumenti di nuova generazione permettono di creare contenuti mirati, analizzare le performance delle campagne digitali e migliorare la presenza sui canali online, rendendo più efficace il dialogo con consumatori, buyer e stakeholder. Parallelamente, sistemi evoluti di customer care e agenti intelligenti possono supportare la gestione delle richieste, velocizzare le risposte e garantire una maggiore continuità del servizio, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a più alto valore aggiunto.

    Per le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante dell’agroalimentare regionale, si tratta di un’opportunità particolarmente significativa. Molte aziende emiliane o romagnole dispongono di prodotti riconosciuti e di una forte identità territoriale, ma si trovano a competere in mercati sempre più complessi e interconnessi. L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo gap, rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano investimenti considerevoli e competenze specifiche.

    Il contesto istituzionale sostiene questa traiettoria. La Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro al sostegno della transizione digitale delle imprese, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra i programmi regionali e camerali attivi nel 2026 figurano bandi dedicati alla digitalizzazione con contributi a fondo perduto fino al 40-50% degli investimenti, rivolti anche commercio di vicinato, bar, ristoranti, e pubblici esercizi[4]. La struttura cooperativa del settore conferma il peso strategico di questa filiera: le sole cooperative agroalimentari emiliano-romagnole sviluppano un fatturato di oltre 16 miliardi di euro, pari al 39% dell’intera industria agroalimentare regionale. Le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna generano nel comparto 7,9 miliardi di euro di fatturato e oltre 14.600 occupati.

    Per il settore agroalimentare si apre, quindi, una fase che va oltre la digitalizzazione della filiera. L’intelligenza artificiale continuerà a innovare la produzione, ma una parte crescente del suo impatto si giocherà nel rapporto con il mercato. Per molte imprese della Food Valley la sfida non sarà soltanto produrre meglio, ma comprendere prima i cambiamenti della domanda, individuare nuove opportunità e rafforzare le relazioni con clienti e distributori. In uno scenario sempre più competitivo, la differenza sarà determinata dalla capacità di trasformare i dati in decisioni e le informazioni in valore.

  • Compilare gli F24 costa oltre 3 miliardi alle imprese

    A giugno le PMI italiane affrontano il picco fiscale più intenso dell’anno: saldo IRPEF, IRES, IRAP, IVA trimestrale e contributi INPS nello stesso mese. È il momento in cui un problema strutturale del sistema produttivo italiano diventa più visibile.

    Le piccole e medie imprese italiane — oltre quattro milioni di unità che producono più del 60% del valore aggiunto nazionale e oltre il 75% dell’occupazione privata — gestiscono ancora la propria amministrazione fiscale in modo frammentato. I pagamenti sono tracciabili, la fatturazione è elettronica, le banche hanno investito miliardi in tecnologia. Eppure gli strumenti gestionali che affiancano le PMI e gli studi professionali sono rimasti spesso inaccessibili per costi e complessità pensati per grandi organizzazioni con infrastrutture tecniche dedicate, non per la PMI che vuole gestire compilazione e pagamento degli F24 in autonomia, senza passare, e pagare, un professionista esterno. Né per il commercialista, che su queste attività opera a basso margine rispetto alla consulenza vera. In questo contesto, il pagamento degli F24 è un caso emblematico.

    In Italia vengono presentati 189 milioni di modelli F24 l’anno (Agenzia delle Entrate, 2025), dei quali la quota largamente maggioritaria fa capo alle imprese. Il flusso è invariato da decenni: il commercialista compila l’F24, lo trasmette all’Agenzia delle Entrate e fattura entrambe le operazioni all’azienda. Oppure invia il PDF compilato all’imprenditore, che trascrive manualmente i dati in un portale bancario per trasmettere in autonomia. In entrambi i casi il costo — in denaro o in tempo — ricade sull’impresa. Il 61% delle PMI italiane delega entrambe le operazioni al commercialista o consulente del lavoro, secondo l’Osservatorio Sibill.

    Non per mancanza di competenze fiscali, ma per evitare un lavoro manuale che nessuno strumento aveva ancora reso semplice per chi non ha un ufficio amministrativo molto strutturato. È un costo mai isolato, assorbito come parte inevitabile della gestione fiscale: finché non esiste un’alternativa accessibile, non esiste nemmeno la necessità di misurarlo. Applicando il costo medio di mercato di 27,5 euro per F24 — compilazione e trasmissione — alle 4,9 milioni di PMI italiane (ISTAT, 2024), la spesa complessiva annua stimata supera 3,3 miliardi di euro.

    L’Italia dedica agli adempimenti fiscali 269 ore l’anno per azienda, contro una media europea di 179 (Banca Mondiale). Secondo una ricerca condotta da Sibill su un campione di 500 aziende, il 54% degli imprenditori cita il controllo manuale dei pagamenti tra le prime tre fonti di spreco di tempo nella gestione amministrativa, e il 51% l’invio di documenti al commercialista.

  • Credito alle imprese in aumento dell’11% nel 2025

    Nel 2025, il credito erogato alle imprese è cresciuto di circa l’11% grazie alle migliori condizioni di accesso al credito rispetto all’anno precedente, portando il trend dello stock attivo a saldo positivo dopo un lungo periodo di calo.

    In termini di rischiosità, a dicembre 2025 è cresciuto il tasso di default delle società di capitali, attestandosi al 3,3% e segnando un incremento dello 0,3% rispetto al semestre precedente. Invece, rimane sostanzialmente stabile il livello di rischio delle Ditte e Società di Persone (2,9% a dicembre 2025 rispetto al 2,8% a giugno 2025). Complessivamente, il tasso di default medio delle imprese si attesta al 3% (contro il 2,8% del semestre precedente).

    Con riferimento alle società di capitali, le previsioni per il 2026 ipotizzano un’ulteriore crescita della rischiosità delle imprese alla luce dell’attesa evoluzione del quadro macroeconomico, che risentirà di un contesto geopolitico fortemente instabile. Tale contesto sconta la situazione in Medio Oriente che sta producendo impatti sia in termini di costi energetici sia delle materie prime, oltre che per quanto riguarda la regolarità della supply chain, facendo presagire una crescita dell’inflazione già nel corso di quest’anno. La durata del blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta l’elemento chiave che influenzerà il trend sia dell’inflazione che del PIL europeo e nazionale, nonché l’adozione da parte della Bce di misure di politica monetaria volte a calmierare il possibile trend rialzista dei prezzi. Alla luce di ciò, le aspettative per il 2026 sui tassi di default sono di crescita, fino a raggiungere il 3,7% in uno scenario base, che prevede una crescita del PIL dello 0,4%, un’inflazione in moderato aumento intorno al 3% e tassi di interesse in lieve rialzo. In questo contesto, ci si attende una normalizzazione dei flussi commerciali nel corso del secondo semestre 2026 e una erogazione del credito solo parzialmente più selettiva da parte degli istituti finanziari, anche per effetto di un possibile lieve ritocco al rialzo dei tassi di interesse Bce nel corso dei prossimi trimestri. In caso di ulteriore deterioramento del conflitto in Medio Oriente e di persistenti tensioni nello Stretto di Hormuz, nello scenario worst di CRIF Ratings si prevede per l’Italia una lieve recessione con PIL in calo fino al -0,5%, un aumento dell’inflazione al 5% e conseguente incremento dei tassi di interesse al 3,5%, con relativo impatto più accentuato sulle erogazioni del credito. In tale scenario, le previsioni vedono un più marcato rialzo dei tassi di default che potrebbero attestarsi su livelli prossimi al 4,4% per la fine del 2026, a cui si potrebbe associare una più intensa pressione sui volumi erogati alle imprese.

    Questa è la fotografia che emerge dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF. Lo studio analizza periodicamente i principali indicatori relativi all’andamento del credito di un campione di oltre 2,5 milioni di imprese monitorate, elaborati sulla base del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC.

    La crescita più sostenuta degli importi erogati (+15,7%) ha riguardato le Società di Capitali con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, caratterizzate tipicamente da una più limitata diversificazione delle fonti di finanziamento che si concentrano in prevalenza sul canale bancario. L’analisi settoriale evidenzia come alcuni settori, già strutturalmente in difficoltà e/o colpiti dall’incertezza, specie in tema dazi a partire dalla primavera 2025, stiano continuando a soffrire evidenziando una crescita dei tassi di default sopra media e dinamiche degli importi erogati sotto media, con particolare riferimento a Tessile e Abbigliamento e Trasporti e Logistica.

    Nel 2025, il settore Tessile e Abbigliamento conferma una condizione di fragilità strutturale e senza segnali di ripresa, evidenziata dal calo dei finanziamenti (-5,8%) e dal forte aumento del rischio di credito. I tassi di default crescono infatti significativamente dal 4,3% di giugno 2025 al 4,8% di fine anno, segnando un aumento più marcato della media delle Società di Capitali. Per il comparto, le previsioni 2026 vedono un ulteriore rialzo dei tassi di default, con una più forte intensità rispetto alla media nazionale, come conseguenza degli effetti del previsto contesto macroeconomico e geopolitico su un settore già storicamente in difficoltà e che dispone di una minor capacità di assorbire shock esterni, sia sulla struttura dei costi che in termini di mercati di sbocco.

    Il settore Trasporti e Logistica ha evidenziato una crescita degli importi erogati su livelli molto inferiori rispetto al totale delle società di capitali (+3,8% importi erogati al settore contro 11,2% del totale delle società di capitali). Nel corso d’anno il settore ha vissuto un periodo di forte competizione in un contesto di forte instabilità economica. Ne è quindi conseguito un tasso di default in crescita coerentemente con l’evoluzione del rischio a livello nazionale, confermandosi su livelli significativamente superiori alla media (4,8% tasso di default del settore a dicembre 2025 contro il 3,3% del totale delle società di capitali). Le aspettative per il 2026 vedono la rischiosità del comparto in aumento scontando una struttura dei costi attesa sotto pressione, alla luce di un contesto internazionale caratterizzato da prezzi energetici elevati ed estremamente volatili. A questo si aggiungerà il perdurare di un contesto competitivo particolarmente sfidante, nonché le perduranti difficoltà sulla regolarità dei trasporti a livello internazionale.

    Nell’ultimo anno, il settore delle Costruzioni ha confermato il proprio ridimensionamento dopo gli anni di forte crescita sostenuta delle misure straordinarie di incentivazione, tra cui gli ecobonus. Ciò trova conferma nel calo del -2,4% delle erogazioni al comparto, in controtendenza rispetto alla media nazionale. Parallelamente, il profilo di rischio del settore ha evidenziato un progressivo peggioramento, con un tasso di default in crescita dal 4,0% di metà anno al 4,5% registrato a fine 2025, confermando come le aziende delle Costruzioni siano tra quelle a maggior rischio. Le prospettive per il 2026 vedono il protrarsi di un mercato domestico debole, potenziali spinte inflazionistiche con effetti sul potere di acquisto dei consumatori, nonché un quadro di instabilità a livello globale che potrebbe influenzare negativamente le scelte di investimento anche nel settore delle Costruzioni. Tale scenario vede un aumento del tasso di default su livelli superiori alla media nazionale.

    Nel 2025, il Commercio al dettaglio ha evidenziato una crescita delle erogazioni sostanzialmente in linea con il totale delle Società di Capitali (+10,4%). Allo stesso tempo, il settore ha però mostrato segnali di aumento del rischio, con un tasso di default che si è assestato al 4,1% a dicembre 2025 e che mostra una crescita superiore rispetto alla media nazionale (+0,4 p.p.). Se da un lato il comparto ha mostrato nel 2025 un profilo di rischio sotto controllo, dall’altro l’indice di fiducia delle imprese del settore ha subito una significativa flessione (circa 6 punti da dicembre 2025 ad aprile 2026), figlia dell’attuale scenario globale. Le previsioni vedono una crescita della rischiosità ancor più marcata rispetto al trend storico, riflettendo un 2026 difficile per quanto riguarda il potere di acquisto dei consumatori, instabilità geopolitica, aumento dei costi e crescita della pressione competitiva.

  • 61,5 milioni di euro dall’UE per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano pari a 61,5 milioni di euro a sostegno di investimenti strategici per incrementare la capacità di produzione in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita nella regione Emilia Romagna. Questa misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette, tassi di interesse agevolati e prestiti. Il regime sarà aperto a tutte le imprese che effettuano investimenti in Emilia Romagna aggiungendo capacità per la produzione delle tecnologie a zero emissioni nette nonché per la produzione dei principali componenti specifici di tali tecnologie. Il regime comprende anche aiuti per la produzione di materie prime critiche nuove o recuperate, necessarie per la produzione dei prodotti finali o dei principali componenti specifici. Gli aiuti potranno essere concessi fino al 31 dicembre 2030.

    Per la Commissione il regime è necessario e adeguato ad accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per l’attuazione del patto per l’industria pulita.

  • Tunisia a caccia di investimenti italiani

    Tunisi ha ospitato a fine settembre il forum “Investment Africa 2025” radunando decine di aziende italiane e tunisine, istituzioni economiche e diplomatiche di Italia e Tunisia, per sostenere nuove possibili sinergie ed espansioni. All’evento è intervenuto anche l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Alessandro Prunas, che ha ribadito la profondità dei legami economici tra i due Paesi all’insegna della diplomazia della crescita. Sandro Fratini, presidente del centro d’affari italo-tunisino Delta Center, ha sottolineato l’importanza di accompagnare gli operatori italiani alla scoperta del mercato locale, che si sta affermando come hub strategico in Africa. Sempre più aziende italiane, nel biennio 2024-2025, hanno intensificato la loro presenza in Tunisia o annunciato piani di espansione significativi.

    L’ambasciatore Prunas ha ricordato che l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), l’Italia si è confermato il secondo Paese investitore nel primo semestre del 2025. Questa cifra, che rappresenta circa il 10% degli investimenti diretti esteri (Ide) totali (escluso il settore energetico), testimonia il forte legame e la fiducia degli investitori italiani nel mercato tunisino. Nel dettaglio, l’industria manifatturiera ha attratto circa il 62,9% degli Ide totali, seguita dal settore energetico con il 24,3%. I servizi e l’agricoltura hanno contribuito in misura minore. Guido D’Amico, presidente di Confimprese Italia, ha dichiarato che il forum “è stata l’occasione per confermare i rapporti economici che legano l’Italia alla Tunisia e al Mediterraneo come fulcro dello sviluppo d’impresa del terzo millennio”. D’Amico ha evidenziato che la collaborazione con Delta Center, Confimprese e Conect è “l’esempio di una cooperazione strategica per realizzare l’impegno imprenditoriale e istituzionale che porterà il nostro Paese a completare il progetto del Piano Mattei”. Per sostenere nel tempo questo rapporto, Confimprese Italia “ha previsto un panel relativo all’internazionalizzazione di impresa con una delegazione istituzionale tunisina durante le celebrazioni dei 30 anni di Confimprese Italia”, ha aggiunto D’Amico.

    Il Paese nordafricano si sta affermando come un hub strategico per le aziende italiane, che nel biennio 2024-2025 hanno intensificato la loro presenza o annunciato piani di espansione significativi in settori chiave come l’automotive, il tessile, l’energia e la tecnologia. I dati relativi alla prima metà del 2025, recentemente pubblicati dall’Agenza per la promozione degli investimenti esteri (Fipa), indicano che gli Investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto 1,65 miliardi di dinari tunisini (circa 492,7 milioni di euro), segnando un aumento del 20,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, del 35,8% rispetto al 2023 e del 63,6% rispetto al 2022. A trainare questa ripresa sono stati principalmente il settore manifatturiero e quello energetico, che insieme rappresentano la quasi totalità degli investimenti esteri.

    In questo contesto di crescita, l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), il 10% del totale, l’Italia si posiziona come il secondo Paese investitore da gennaio a fine giugno 2025, preceduta solamente dalla Francia con investimenti pari a 421 milioni di dinari tunisini (circa 124 milioni di euro), ovvero oltre il 33% degli Ide totali, esclusa l’energia. Gli investimenti totali dichiarati – che includono sia progetti esteri che nazionali – hanno raggiunto circa 3,3 miliardi di dinari (pari a un miliardo di euro) nei primi sei mesi dell’anno. Questo dato, che comprende nuovi progetti ed espansioni aziendali, riflette un clima di fiducia generale e un rinnovato slancio per l’economia tunisina. Secondo l’ultimo rapporto di Qhala e Qubit Hub, la Tunisia si è anche aggiudicata il secondo posto nell’Africa 2025 AI Talent Readiness Index, a pari merito con l’Egitto e subito dietro il Sudafrica. Questa classifica testimonia la rapida trasformazione digitale della Tunisia, l’integrazione delle Ict nell’istruzione e le strategie sostenute dal governo tunisino per promuovere i talenti del settore dell’intelligenza artificiale a livello mondiale.

    Di particolare importanza è poi il fatto che la Tunisia ha già rilasciato oltre 350 certificati di origine per l’esportazione di prodotti locali verso vari Paesi africani, nel quadro dell’accordo sulla Zona di libero scambio continentale africana (Zlecaf). Tali certificazioni permettono alle aziende esportatrici di beneficiare della riduzione dei dazi doganali, la cui soppressione è prevista a partire dal primo gennaio 2026. La Zlecaf, operativa dal maggio 2019 e ratificata dalla Tunisia nell’agosto 2020, è un progetto chiave dell’Unione africana (Ua) volto a promuovere la cooperazione Sud-Sud per un’Africa integrata, prospera e pacifica, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Ua. Tale accordo mira a rafforzare le relazioni commerciali tra i 55 Stati membri, che rappresentano un mercato di oltre 300 milioni di consumatori e un volume di scambi annuo stimato in 3,4 miliardi di dollari, eliminando le barriere doganali alla libera circolazione di beni e servizi. Secondo i dati del Centro di promozione delle esportazioni (Cepex), il potenziale inesplorato della Tunisia in Africa è stimato a circa 1,2 miliardi di dollari, con opportunità maggiori nel Nord Africa (754 milioni di dollari). Attualmente, secondo il ministero tunisino dell’Industria, delle Miniere e dell’Energia, ci sono circa 910 aziende italiane operative nel Paese nordafricano. Di queste, circa 370 operano nel settore industriale e impiegano oltre 57mila persone. Nel settore del tessile e abbigliamento, circa un terzo sono italiane.

  • In 10 anni si è estinto un quinto dei benzinai

    Tra il 2014 e il 2024 la rete italiana delle stazioni di rifornimento di carburanti si è ridotta del 22,2%, perdendo oltre 4.500 punti vendita. A lanciare l’allarme è Confesercenti. Un’emorragia – riferisce una nota – che ha avuto un forte impatto soprattutto nelle località più piccole: nello stesso periodo, 246 Comuni sotto i 15mila abitanti hanno visto chiudere l’ultimo distributore di carburanti, costringendo gli oltre 527mila residenti – ed eventuali turisti – a recarsi in un altro Comune per fare rifornimento.

    I vari tentativi di guidare una razionalizzazione del numero di distributori – come richiesto anche dai gestori per aumentare la sostenibilità della rete – sono naufragati, e la rete si è razionalizzata da sé. In modo però squilibrato, provocando un preoccupante “buco” nel servizio ai cittadini delle località minori. Se infatti è vero che la diminuzione più rapida del numero di distributori si registra nei Comuni con più di 250 mila abitanti (-24,3% tra il 2014 ed il 2024, anche per motivi di sicurezza), anche la riduzione registrata nei paesini e nei borghi sotto i 5 mila abitanti è sopra la media (-23,7%). E l’impatto della desertificazione dei benzinai è più forte: degli oltre 527mila residenti rimasti a secco, circa 412mila vivono in un micro-comune.

    A contribuire al calo del numero di punti vendita, anche il crollo di iscrizioni di nuove imprese che si sono più che dimezzate. Nel 2014 erano 407 – di cui più di un quarto nei piccolissimi Comuni sotto i 5mila abitanti – nel 2023 sono state solo 139: un crollo del -65,8%. Nei piccolissimi Comuni la riduzione è stata addirittura del -74,1%. Un calo non compensato – come avviene invece in altri settori del commercio – dall’aumento di gestori di nazionalità non italiana: tra il 2014 ed il 2024 passano da 684 a 941. Un balzo del +37,6%, ma insufficiente a invertire il calo complessivo. Un problema, in primo luogo, per i cittadini residenti, ma anche per eventuali visitatori: l’Italia ha un patrimonio straordinario di piccoli borghi e paesi, accessibili soprattutto attraverso il trasporto su gomma, che hanno un potenziale turistico straordinario. Ma i visitatori rischiano di restare a secco: letteralmente, perché privi di carburante, e figurativamente anche di contante, visto che stanno sparendo pure gli Atm: negli ultimi dieci anni ne sono scomparsi quasi 5mila, l’11%  circa.

    “Per molti italiani – sottolinea Confesercenti – fare rifornimento e prelevare contanti un problema quotidiano. Nei micro Comuni sono rimasti solo tre distributori ogni 10mila abitanti. In molte aree del paese fare rifornimento di carburante richiede spostamenti di decine di chilometri. E purtroppo, non si tratta dell’unico servizio ormai al lumicino: nelle piccole località non è necessario uscire dal Comune solo per fare rifornimento, ma anche per comprare un giornale e a volte persino per prendersi un caffè. Bisogna varare una politica di sostegno alle attività commerciali ‘essenziali’ nei piccoli centri, o quasi metà della popolazione italiana rimarrà senza servizi o quasi: gli italiani che abitano in un comune sotto i 15mila abitanti sono circa 23,6 milioni”.

  • L’UE avvia procedimenti per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria per difendere le imprese europee

    L’UE ha avviato un procedimento per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria e ha richiesto consultazioni con le autorità algerine per affrontare le diverse restrizioni imposte alle esportazioni e agli investimenti dell’Unione. L’UE ritiene che, imponendo tali misure commerciali restrittive dal 2021, l’Algeria non rispetti i suoi impegni in materia di liberalizzazione degli scambi nel quadro dell’accordo di associazione UE-Algeria.

    L’obiettivo dell’UE è impegnarsi in modo costruttivo con l’Algeria al fine di eliminare le restrizioni in diversi settori di mercato, dall’agricoltura all’industria dell’autoveicolo. Le restrizioni includono un sistema di licenze di importazione che ha l’effetto di un divieto di importazione, sovvenzioni vincolate all’uso di fattori di produzione locali per i costruttori di autovetture e un massimale relativo alla proprietà straniera per le imprese che importano beni in Algeria.

    L’UE è il principale partner commerciale e il principale mercato degli scambi internazionali dell’Algeria (circa il 50,6 % nel 2023). Alla luce degli sforzi infruttuosi per risolvere la questione in via amichevole, l’UE ha compiuto questo passo per tutelare i diritti degli esportatori e delle imprese dell’UE operanti in Algeria che hanno subito ripercussioni. Le misure algerine danneggiano anche i consumatori algerini, a causa di una scelta indebitamente limitata di prodotti.

    Nel 2002 l’UE e l’Algeria hanno firmato un accordo di associazione, entrato in vigore nel 2005, che stabilisce un quadro di riferimento per la cooperazione UE-Algeria in tutti i settori, compresi gli scambi. Qualora non si riuscisse a raggiungere una soluzione, l’UE avrà il diritto, in virtù dell’accordo, di chiedere la costituzione di un collegio arbitrale.

     

  • Pronostico di Intesa e Prometei: quest’anno l’industria italiana fatturerà 1160 miliardi

    Il fatturato dell’industria italiana dovrebbe stabilizzarsi sui 1160 miliardi di euro a fine anno, a prezzi correnti: +250 miliardi rispetto al 2019, a chiusura di un ciclo post-Covid da record. È quanto emerge dal Rapporto Analisi dei Settori Industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia. A prezzi costanti, le attese sono di moderato rimbalzo (+0,6 per cento), che consentirà di recuperare solo in parte quanto perso nel corso del 2023 (- 2,1%). Dopo una prima parte dell’anno ancora debole, infatti, in linea con quella che è stata la tendenza prevalente nel 2023, ci attendiamo un secondo semestre di maggior dinamismo, grazie all’impatto positivo che il rientro dell’inflazione avrà sulla domanda interna e internazionale, e al conseguente ribasso dei tassi d’interesse. L’indice Istat, che sintetizza il clima di fiducia delle imprese manifatturiere italiane, resta in territorio negativo ma è in costante ripresa dai minimi di novembre 2023. I giudizi su ordini e domanda sono in miglioramento, nonostante un saldo ancora negativo sia sul fronte interno che sui mercati esteri. Inoltre, si riscontra un minor pessimismo degli operatori relativamente alle attese sulla produzione, che potrebbe presto concretizzarsi in un’inversione ciclica, interrompendo la fase di caduta dei livelli di attività in atto dal secondo trimestre del 2023.

    Il commercio mondiale – prosegue il Rapporto – ritroverà progressivamente slancio dopo la battuta d’arresto del 2023, pur a fronte di rischi geopolitici che potrebbero esercitare pressioni al ribasso. Buone opportunità di export emergeranno sia sui mercati extra-europei, soprattutto gli Stati Uniti, che stanno registrando performance superiori alle attese, sia all’interno dell’area Ue, che nel 2023 aveva rallentato maggiormente in termini di scambi commerciali. Ci aspettiamo che le imprese italiane siano in grado di cogliere le opportunità offerte dai mercati internazionali, registrando una crescita dell’export del 2,6% a prezzi costanti che confermerebbe la buona competitività dimostrata negli ultimi anni. Il processo di rafforzamento avviato post-crisi 2009, infatti, ha consentito a un nucleo sempre più ampio di aziende di inserirsi come partner affidabili nelle catene globali del valore e/o di conquistare quote nei mercati mondiali.

    A rallentare il passo nel corso del 2024 saranno soprattutto gli investimenti in costruzioni, dopo il ciclo eccezionale degli anni post-Covid. La contrazione dell’edilizia residenziale, indotta da un contributo meno espansivo della riqualificazione (rimodulazione del Superbonus, stop definitivo alla cessione del credito e allo sconto in fattura), potrà essere compensata solo parzialmente dagli investimenti del genio civile, sostenuti dall’accelerazione attesa degli interventi legati al Pnrr. Gli investimenti in beni strumentali si confermeranno in crescita nell’anno in corso, ma a ritmi meno dinamici di quelli degli anni post-pandemia, risentendo della fase di passaggio al nuovo piano incentivante Transizione 5.0.

    Grazie al recupero del reddito disponibile eroso dall’inflazione, nel 2024 i consumi interni si manterranno in crescita posizionandosi sopra i livelli di spesa pre-Covid anche a prezzi costanti, dopo il pareggio del 2023. A trainare il recupero saranno i servizi (in particolare quelli legati alla socialità, come alberghi e ristoranti, cultura e spettacolo) e i beni durevoli per la mobilità, che si confermeranno in crescita vivace, dopo il punto di minimo toccato durante la pandemia. In sostanziale tenuta la spesa per beni alimentari, che a seguito dei recenti rincari continuerà a incidere in maniera rilevante sulla spesa complessiva per consumi nel 2024, e sui redditi delle famiglie, togliendo spazi di recupero ai consumi di abbigliamento e calzature, soprattutto per le famiglie meno abbienti. I beni durevoli per la casa (mobili, elettrodomestici), invece, risentiranno dell’effetto di sgonfiamento degli incentivi rivolti al comparto delle ristrutturazioni edilizie.

  • La spesa pubblica ed il “capitalismo” relazionale

    Da decenni l’Italia viene criticata in ragione di un capitalismo familiare ormai superato, in contrapposizione ad una versione internazionale più manageriale, all’interno della quale le famiglie rappresentano la proprietà ma non più il braccio operativo.

    L’impresa contemporanea, e soprattutto l’industria attuale, propongono i propri prodotti e servizi all’interno di mercato globale, avvalendosi di un network di subfornitori, i quali entrano nella filiera consolidata fino a diventare partner esclusivi e talvolta ad avviare un vero e proprio processo di insourcing (*).

    Questo cambiamento organizzativo offre alle industrie la possibilità di competere contemporaneamente in tutti i mercati mondiali, caratterizzati da stagioni completamente diverse e quindi gestibili solo attraverso filiere produttive sempre più corte.

    Esiste, poi, il capitalismo relazionale, i cui attori principali sono rappresentati da personalità “imprenditoriali” che fanno capo ad interessi finanziari, assieme ad un mondo della politica il quale si trova a gestire la spesa pubblica con la consapevolezza di non doverne mai rendere conto, se non nei casi estremi, alla magistratura.

    Questa forma di capitalismo, la cui stessa natura e forza viene determinata dalla presenza di risorse finanziarie gestite dalla politica e frutto dei prelievo fiscale, rappresenta la peggiore versione di un capitalismo speculativo.

    Questo, infatti, avvalendosi di una catena di subappalti e cooperative molto spesso non determina alcuna ricaduta occupazionale stabile (il parametro fondamentale per valutare la validità di una strategia economica) a fronte di investimenti pubblici notevoli.

    Da questa semplice analisi emerge evidente come l’aumento della spesa pubblica negli ultimi trent’anni abbia tradito le proprie istituzionali funzioni e tanto più in quell’effetto redistributivo, su cui ancora oggi buona parte del mondo accademico e politico fanno affidamento.

    In altre parole, la spesa pubblica italiana (1.129 miliardi oltre il 57% del PIL) rappresenta semplicemente la prima forma di potere italiano, la seconda è rappresentata dalla gestione del credito (novembre 2018, https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/) la quale, trovandosi ora all’interno di un mercato globale, offre a chi ne usufruisca di utilizzare ogni leva della disperazione umana (come già detto subappalti e cooperative) con l’unico obiettivo di abbassare i costi e aumentare i profitti, anche grazie a strumenti normativi forniti dai committenti stessi, cioè dalla classe politica.

    Puntare, quindi, ancora oggi sulla centralità della spesa pubblica come motore economico e sui suoi effetti redistributivi rappresenta l’errore fondamentale comune al mondo politico ed accademico, come dimostra la perdita di potere d’acquisto negli ultimi trent’anni dei cittadini italiani a fronte di una esplosione della spesa pubblica, del debito e della pressione fiscale.

    La stessa vicenda relativa all’utilizzo dei fondi PNRR si è rivelata sostanzialmente una serie di  finanziamenti a pioggia dei più disparati progetti proposti da irresponsabili enti locali e lontano dalle ragioni istitutive per le quali i fondi avrebbero dovuto finanziare opere finalizzate all’aumento della competitività del sistema paese.

    Del resto, come anticipato, lo stesso andamento del reddito disponibile per i cittadini italiani che si è ridotto negli ultimi trent’anni del – 2,7%, mentre in Germania è cresciuto di oltre il +34% ed in Francia del +27%, dimostra la sostanziale “inutilità retributiva” della  della spesa pubblica e di ogni sua crescita.

    Un andamento confermato dagli ultimi dati relativi alle retribuzioni in Europa dal 2019 ad oggi che ha visto, a fronte di una diminuzione europea del -3% dei redditi disponibili, svettare l’italia con un -8% .

    Dati incontrovertibili che rappresentano  la conferma della sostanziale indifferenza economica di tale capitalismo relazionale il quale trova l’humus per la sua sopravvivenza nella presenza di una spesa pubblica assolutamente smisurata rispetto alle competenze di chi dovrebbe gestirla.

    (*) un processo avviato anni fa nel settore dell’alta orologeria Svizzera e che ha qualche evidenza anche in quello della occhialeria bellunese, i quali prediligono l’ottimizzazione dei tempi di produzione alla scelta strategica tra costi fissi e variabili.

  • Dalla Commissione UE 750 milioni di euro a sostegno delle imprese italiane

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 750 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese (PMI) e delle imprese a media capitalizzazione nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina. Tali misure aiuteranno ad accelerare la transizione verde e ridurre la dipendenza dai combustibili.

    Nell’ambito del regime, gli aiuti assumeranno la forma di garanzie statali a sostegno delle PMI e delle imprese a media capitalizzazione colpite dalla crisi energetica, in modo da garantire che i beneficiari abbiano accesso a una liquidità finanziaria sufficiente. La garanzia, che sarà concessa entro il 30 luglio 2024, non supererà 280.000 euro per impresa attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli, 335.000 euro per impresa attiva nei settori della pesca e dell’acquacoltura e 2 milioni di euro per impresa attiva in qualunque altro settore.

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