Imprese

  • Le imprese chiedono al Governo più sostenibilità

    I segnali sono sempre più forti e ormai inequivocabili. Le imprese e il mondo della finanza chiedono al Governo di dare un colpo d’acceleratore alla realizzazione dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 e di aprire un tavolo su questo tema presso Palazzo Chigi. Dieci associazioni imprenditoriali (Confindustria, Alleanza delle cooperative italiane, Confagricoltura, Confartigianato Imprese, Cia, Cna, Confcommercio, Confindustria, Febaf, Unioncamere e Utilitalia), tutte aderenti all’Asvis, hanno indicato per la prima volta in un documento congiunto le linee di azione per accelerare il passo verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, firmata dai 193 Paesi Onu nel settembre 2015.

    Il documento, è stato presentato in questi giorni a Milano nell’ambito dell’evento del Festival dello sviluppo sostenibile che si è svolto nell’auditorium di Assolombarda di Milano. Le associazioni hanno anche rinnovato gli impegni assunti nel 2017 con il “Patto di Milano” e hanno chiesto al premier Giuseppe Conte di convocare quanto prima il tavolo proposto dalle associazioni.

    Tra tutte le richieste, una serie di interventi necessari per creare un contesto idoneo allo sviluppo sostenibile, per accelerare il decoupling tra crescita economica e pressione ambientale, per affrontare la dimensione sociale della transizione ecologica del sistema produttivo, per favorire lo sviluppo dei territori e la loro resilienza e per promuovere un modello economico orientato allo sviluppo sostenibile.

    “L’Agenda 2030 riconosce alle imprese e alla finanza un ruolo fondamentale – ha sottolineato Enrico Giovannini, portavoce Asvis – ed è evidente il cambiamento culturale che sta avvenendo, anche in Italia. Il nostro Paese è ricco di aziende virtuose rispetto allo sviluppo sostenibile ma questo non vale ancora per il sistema nel suo complesso, anche per l’assenza di politiche adeguate”.

    “Le imprese italiane sono le più sostenibili d’Europa, ma questo non basta e dobbiamo lavorare insieme alle istituzioni per costruire un modello italiano di sviluppo moderno e sostenibile”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. “Il termine sostenibilità – ha aggiunto – deve essere largo e deve essere considerato in chiave di corresponsabilità, cioè non riguarda solo le imprese – che devono fare la loro parte – ma anche tutti gli altri attori della società civile”.

    Il vice presidente di Assolombarda Antonio Calabró ha sottolineato che la sostenibilità “è una scelta di economia civile, di economia circolare, è una assunzione di responsabilità ma è anche contemporaneamente una scelta che ha a che fare con la competitività. Per reggere sui mercati nell’alta gamma dei prodotti e dei servizi è necessario avere un grande rispetto per l’ambiente, le persone, i diritti, l’inclusione sociale, la qualità e la sicurezza. La sostenibilità è dentro il nostro modo di fare impresa”.

    Per tutti i progetti si contano quasi 200 miliardi di euro, tra risorse proprie e finanziamenti di investitori esterni, sia privati che istituzionali. É il budget finanziario che metterà in moto in tre anni il nuovo Piano industriale del Gruppo Cassa depositi e prestiti, completamente orientato verso obiettivi di sviluppo sostenibile.

    “Innoveremo il nostro modello di business e operativo – ha spiegato l’ad di Cdp Fabrizio Palermo – includendo nel processo di valutazione degli investimenti, oltre all’aspetto economico, anche misure degli impatti sociali e ambientali”.

    Housing sociale, efficientamento energetico, riqualificazione edilizia, imprese innovative, impatto ambientale, infrastrutture: il ventaglio di interventi è a 360 gradi. Saranno previsti green bond e tassi di finanziamento più vantaggiosi per le imprese sostenibili. “Il sistema finanziario italiano – ha dichiarato Luigi Abete, presidente di Febaf – sta promuovendo una crescita sostenibile con varie modalità: da un lato premiando le aziende che fanno prodotti o processi sostenibili con piani di finanziamento a tassi decrescenti”

     

  • Quattro imprese italiane su cinque pronte all’industria 4.0

    Il dato è confortante: ben il 78% delle aziende italiane ha avviato processi di trasformazione digitale, improntati verso l’Industria 4.0.

    In realtà la ricerca realizzata da Bcg e Ipsos tra le imprese fornisce un quadro caratterizzato da luci e ombre, presentando più di una criticità nel viaggio verso Industria 4.0. Tra le 170 aziende coinvolte (oltre 20 settori di appartenenza, con una prevalenza di realtà del Nord Italia) in termini di conoscenza il problema non esiste più: il 100% delle imprese conosce l’argomento.

    A distanza di oltre due anni dal varo dei maxi-incentivi fiscali disponibili per i beni “connessi”, il 22% del campione non ha avviato alcun progetto digitale e al momento non pianifica nulla sul tema. Il 78% delle aziende ha invece progetti in corso o comunque già pianificati, anche se le applicazioni in corso sono circoscritte ai primi step: ad esempio l’avvio di un primo progetto pilota in produzione o la connessione delle le prime macchine. Solo un quarto delle imprese (24%) si è invece già spinto oltre, avviando o completando la connessione con clienti e fornitori o addirittura arrivando a connettere l’intera catena del valore. In media i dati dicono quindi che solo il 19% delle imprese (il 24% del 78%) ha messo in pista progetti profondi e radicati, in grado di modificare in modo evidente i risultati ottenuti.

    Così, non sorprende più di tanto osservare che nel 54% dei casi le imprese non si sentano in grado di poter fare un bilancio sull’effetto incrementale di questi cambiamenti in termini di maggiori ricavi, mentre solo il 25% del campione segnala un saldo positivo. In generale solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara di aver sperimentato un aumento di ricavi, percentuale che balza invece al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità.

    Altro nodo chiave è quello delle competenze, con il 98% delle imprese a segnalare la necessità di un miglioramento in questo ambito. Nuove professionalità che in generale non avranno un riflesso significativo sui numeri della forza lavoro interna: ci si aspetta infatti un saldo negativo del 2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di livello superiore, un aumento dell’1% tra i manager. Tra chi ha già avviato un progetto Industria 4.0, solo il 26% ha previsto team dedicati, nonostante nel 67% dei casi le aziende ammettono di attendersi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti.

    La maggior parte delle aziende quindi considerano quello di Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche specializzate, dunque non sistemiche.

    “Nella fabbrica intelligente – spiega Jacopo Brunelli, partner e managing director di BCG, responsabile operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele – saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo. Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo la ricerca di nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

    Per Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos, “bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0; è una ‘rivoluzione copernicana’ che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

    “A due anni e mezzo dalla partenza del piano industria 4.0 – commenta il vice presidente di Confindustria per la politica industriale Giulio Pedrollo – possiamo dire che ha funzionato e che le imprese hanno colto l’opportunità di innovare e di crescere. Una sfida importante e imprescindibile adesso è quella dell’adeguata formazione delle risorse umane già impiegate e soprattutto della creazione di nuovi profili che siano in grado di dispiegare al meglio le potenzialità di Industria 4.0”.

  • È un effetto dei tassi a zero

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Mario Lettieri* e  Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi l’1 marzo 2019

    Nonostante i dati statistici indichino una presunta positiva ed effervescente crescita economica e occupazionale americana, non sono pochi gli esperti che paventano nuovi rischi finanziari negli Usa. Lo afferma anche la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ai suoi più alti livelli.

    Dopo la Grande Crisi del 2007-8, il debito delle imprese, il cosiddetto corporate debt, nel suo insieme è cresciuto enormemente. Si è passati dai 4.900 miliardi di dollari del 2007 ai 9.100 miliardi a fine 2018. Di questi, circa 5 miliardi sono sotto forma di obbligazioni. In aggiunta a ciò, la grande parte di esse, pari a circa 2.300 miliardi, gode di un rating molto basso, la tripla BBB, appena sopra lo status di junk, di obbligazioni spazzatura. Tecnicamente, a questo livello, sono ancora considerate degne d’investimento, anche se devono offrire interessi alti per trovare acquirenti sul mercato. In questa situazione limite gli investitori istituzionali di solito ritengono di tenerle ancora nei loro bilanci.

    Preoccupante è notare che, all’interno della bolla del corporate debt, i prestiti alle imprese già altamente indebitate siano fortemente aumentati, fino a raggiungere un ammontare stimato in 1.300 miliardi di dollari.

    Oggi si teme che anche una limitata recessione economica, provocata, per esempio, dalla tensione sui dazi o da qualche riduzione nella crescita in una parte del globo, possa innescare una grave crisi in questo settore. Di conseguenza, se fosse ulteriormente abbassato il rating, molte imprese dovrebbero pagare interessi ancora più alti e molte altre non avrebbero più accesso al mercato del credito. A quel punto, anche gli investitori istituzionali dovrebbero disfarsi di detti bond, determinando un’esacerbazione della dinamica recessiva.

    Questa situazione è stata resa possibile dal lungo periodo di tassi vicini allo zero, che hanno convinto molti ad avventurarsi in zone di maggiore rischio. I tassi bassi hanno anche spinto le corporation americane a chiedere grandi prestiti che sono stati utilizzati per riacquistare le proprie azioni sul mercato. Ciò ha contribuito al boom delle quotazioni di Wall Street e, di conseguenza, ha giustificato anche la distribuzione di lauti dividendi.

    Chiaramente il problema non è limitato agli Usa. Anche in Cina il corporate debt è esploso in modo prepotente e potrebbe presto presentare il conto. Lo stesso dicasi per l’Europa dove è cresciuto fortemente, anche se in quantità inferiore di quello americano.

    Il problema vero è che il livello del debito, che è stato al centro della crisi finanziaria, è cresciuto. Secondo la Bri, il debito globale, quello privato, quello dei governi e quello delle imprese non finanziarie, nel 2007 era pari al 210% del pil, oggi supera il 240%.

    Basilea afferma che la politica monetaria espansiva è stata necessaria per portare le economie dei maggiori paesi industrializzati fuori dalla crisi. Adesso però le banche centrali, in caso di un peggioramento della situazione economica, avrebbero pochi strumenti d’intervento. In particolare esse temono la crescita dell’inflazione. Per contenerla si dovrebbe aumentare i tassi d’interesse, mandando, però, in tilt un sistema economico già molto stressato, in particolare il settore delle corporate bond.

    La Bri reputa che un salvataggio da parte delle banche centrali potrebbe non essere sufficiente poiché negli ultimi 40 anni sono cambiati drasticamente i parametri di intervento. Oggi le cause di una recessione sono più legate al settore finanziario, in particolare quando esso si rende protagonista di un’espansione non sostenibile. Qualora vi fosse un aumento dell’inflazione, le banche centrali dovrebbero mettere dei freni alla politica monetaria, proprio mentre il settore finanziario si sta indebolendo. A quel punto, l’effetto sul debito globale sarebbe difficilmente gestibile. Molti temono, quindi, il rischio di un crac. Secondo la Bri neanche un eventuale crac risolverebbe il problema perché provocherebbe un automatico successivo aumento del debito.

    Per l’istituto di Basilea vi sarebbero solo tre modi per ridurre il debito. Il primo sarebbe di favorire la crescita dell’inflazione mantenendo i bassi i tassi d’interesse, svalutando così anche il valore del debito. Però, la storia ci insegna che tale processo porta a un crollo della crescita economica. Il secondo è la ristrutturazione del debito, cosa che comporterebbe dei sacrifici per gli investitori-possessori dello stesso. Il terzo e unico modo positivo è il sostegno dei settori dell’economia reale che fa aumentare la ricchezza prodotta e diminuire il rapporto debito/pil.

    Non ci riteniamo di parte, ma è auspicabile che dalle prossime elezioni europee esca una governance più consapevole di dover superare la politica di austerità e sostenere, invece, investimenti e attuare anche una guida fiscale ed economica unica e autorevole.

    Si tratta di una prospettiva tanto semplice quanto razionale. Purtroppo, però, per quanto ci riguarda in Europa continua a dominare la politica ossessiva dell’austerità prima di tutto. È sorprendente e poco incoraggiante vedere ancora una volta che certi banchieri siano più consapevoli dei governi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Nel 2018 i fallimenti aziendali sono calati del 5,9% rispetto al 2017

    Nel 2018 i fallimenti delle imprese italiane sono diminuiti del 5,9% rispetto al 2017 (da 11.939  a 11.233), con cali più significativi nel settore industriale (-8,1%, 2.010 aziende fallite) e più contenuti nell’edilizia (-2,3%), dove le imprese a chiudere i battenti sono state 2.248. È quanto emerge dall’Analisi dei fallimenti in Italia condotta da CRIBIS, società del Gruppo CRIF specializzata nella business information. 

    L’analisi di CRIBIS ha rilevato nel 2018 3.475 fallimenti nel settore “commercio” (-6,4%) e 2.609 nei “servizi” (-6,7%). Negli ultimi 10 anni il 2014 è stato l’anno con più imprese fallite nel settore “commercio” (4643), “industriale” (3.343) ed “edilizia” (3.343), mentre il 2015 è stato l’anno nero per il settore servizi (3.019). Dall’analisi sui fallimenti in Italia negli ultimi 10 anni, si evince ancora che le aziende che hanno portato i libri in tribunale lo scorso anno sono quasi il 20% in più rispetto al 2009 (9.384). Tra 2010 e 2009 il numero di imprese costrette alla chiusura è cresciuto del 16%: l’incremento più elevato del decennio seguito da quello rilevato tra 2012 e 2013 (+15,6%).

    “I dati sui fallimenti 2018 – commenta Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS – confermano un trend positivo che va avanti dal 2015 e che vede il numero delle aziende costrette a chiudere i battenti ridursi sempre più. Tra 2016 e 2017 (-11,3%) abbiamo rilevato il calo maggiore mentre in termini assoluti l’anno più negativo del decennio è stato proprio il 2014, quando ben 15336 aziende sono state costrette a portare i libri in tribunale. Il numero di fallimenti registrato lo scorso anno, è inferiore a quanto avevamo rilevato nel 2011, quando le imprese costrette a chiudere per il cattivo andamento del business erano state 11.840”. 

    La Lombardia, motore economico dell’Italia, è la regione dove si registra il più elevato numero di fallimenti (2.433, 21,8% del totale), seguita dal Lazio (1417, 12,7%) e dalla Toscana (933, 8,3%). Poco più distante il Veneto (902, 8,1%), che precede Campania (854, 7,6%), Sicilia (749, 6,7%) ed Emilia-Romagna (745, 6,6%). In Piemonte il numero di aziende costrette a chiudere i battenti (720) è più elevato del 43% rispetto a quello che CRIBIS ha rilevato in Puglia (493) ed è più del doppio rispetto a Marche (328), Sardegna (285) e Calabria (272).

  • Le imprese italiane puntano sul digitale per recuperare produttività

    L’80,77% dei direttori delle risorse umane delle aziende italiane vede nella digitalizzazione un’opportunità unica per invertire la curva che porta in basso l’Italia sul fronte della produttività (facendo rimanere al palo il nostro Paese non solo nei confronti della Germania o della Francia, ma anche di paesi come la Spagna) e mette la digitalizzazione fra le priorità dell’azienda, insieme a esigenze pragmatiche come incremento della produttività e riduzione dei costi (indicati fra le tre opzioni possibili rispettivamente dal 65,38% e dal 57,69% degli intervistati). È quanto emerge dalla ricerca The future of HR in the digital era, realizzata da Business International in collaborazione con Osservatorio Imprese Lavoro INAZ, basata su interviste a un centinaio di HR executives e dirigenti di aziende medio-grandi.

    «Se è vero che scontiamo ancora uno scarto importante rispetto all’Europa, è anche vero che le imprese manifestano una forte voglia di guardare al futuro – commenta Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz –. È il digitale infatti a rendere possibili tutte le iniziative sulle quali oggi ci si concentra in ambito HR per lavorare meglio, in modo più produttivo e con modalità di organizzazione che rispondono alle sfide di oggi. Per esempio lo smartworking (il 38% degli intervistati prevede di introdurlo in azienda), lo sviluppo del welfare aziendale (su cui si concentrerà il 31% degli intervistati), nuove modalità di performance management e misurazione dei risultati, ma anche formazione continua, employee retention e talent acquisition». La funzione HR è inoltre consapevole di doversi digitalizzare essa stessa (54% delle risposte alla richiesta di indicare tre obiettivi di investimento) e di avere bisogno di nuove competenze specifiche (una necessità avvertita dal 53,85% degli intervistati). «Si tratta di uno scenario che INAZ, come player di mercato e fornitore di servizi, conosce molto bene – conclude Linda Gilli –. Le imprese sono chiamate a costruire una realtà dove il tempo viene impiegato meglio, si lavora meglio e si sta meglio. Si tratta del punto finale di un percorso dove il digitale è un fattore abilitante, ma al centro c’è il fattore umano. Per questo la funzione HR assume un ruolo chiave nella progettazione dello sviluppo armonioso di imprese e organizzazioni».

  • In Lombardia frena la crescita

    I dati del quarto trimestre non sono del tutto negativi, ma è lo sguardo in prospettiva a preoccupare. Il 2019 si profila come un anno difficile per imprese lombarde, in salita per produzione, domanda interna e commesse internazionali.

    I dati raccolti nel monitoraggio trimestrale di Unioncamere Lombardia vanno tutti in questa direzione, segnalando una regione che viaggia ancora ad una velocità superiore rispetto alla media nazionale ma che inevitabilmente, trimestre dopo trimestre, perde slancio.

    Nella media annua la produzione cresce del 3% (+0,8% rispetto alla media italiana), un dato in calo rispetto al +3,7% dell’anno precedente. Il rallentamento è visibile anche negli ordini interni ed esteri, che restano positivi (2,3 e 3,3%) ma con valori dimezzati rispetto a quanto accadeva ad inizio anno. Un rallentamento che si riflette anche nell’ambito occupazionale, con un saldo negativo dello 0,3% tra ingressi e uscite, ma che soprattutto fa preoccupare in ottica futura. In linea con quanto accade per l’indice di fiducia monitorato dall’Istat, in calo costante dallo scorso luglio, anche in Lombardia abbiamo dati analoghi.

    Per la domanda interna il saldo tra ottimisti e pessimisti è in rosso ormai da tre rilevazioni ma ciò che più preoccupa è il cambiamento di umori in termini di produzione. Qui il saldo tra ottimisti e pessimisti è ormai quasi azzerato, toccando un punto di minimo mai registrato dal 2014. Nel quarto trimestre a prevedere un calo dei ricavi superiore al 5% è un quarto del campione, anche in questo caso il valore più elevato registrato dalla fine del 2016.

    C’è da segnalare anche un preoccupante calo degli investimenti, motore della ripresa nel biennio 2017-2018 in Italia così come in Lombardia. In questi anni è sicuramente stata importante la massa di incentivi messa in campo dai precedenti governi, utilizzata in media dal 69% delle imprese industriali che hanno investito. Ad investire lo scorso anno è stato il 61% del campione, in lieve frenata rispetto all’anno precedente, risultato di valori estremamente variegati rispetto alle dimensioni delle aziende: l’87% per le aziende oltre i 200 addetti, il 45% per quelle tra 10 e 49. Valori comunque destinati a ridursi, se le attese delle imprese dovessero tradursi in modo lineare in scelte concrete.

    Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, si dice preoccupato per questo scenario e che chiede al Governo una decisa inversione di rotta nella politica economica. “Quanto più tarderà – chiarisce – tanto più pesanti dovranno essere gli sforzi per tentare il recupero. C’è preoccupazione per il 2019 ed è un fattore determinante per chi fa impresa: la fiducia, che nell’immediato si ripercuote su occupazione e investimenti”.

    “Valuto con moderato ottimismo – spiega Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia – i segnali di crescita fatti registrare dalla Lombardia. La nostra regione, con le sue imprese, sta puntando su innovazione, tecnologia e digitalizzazione, elementi che ci consentono di fronteggiare un momento storico poco favorevole, sia a livello nazionale, sia internazionale”.

    “In termini prospettici – aggiunge il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio – la crescita del comparto manifatturiero lombardo nel 2019 lascia trasparire qualche difficoltà, legata da un contesto nazionale ed internazionale dominato da rischi di revisione al ribasso, ad un mutato clima di fiducia e alle mutate prospettive per gli investimenti, previsti in peggioramento. È pertanto opportuno mantenere alta l’attenzione sulle comuni strategie di intervento legate alla competitività”.

    Strategie che d’ora in poi potranno basarsi anche su una collaborazione inter-regionale, come previsto dal recente accordo siglato tra le Unioni regionali delle Camere di Commercio di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, protocollo d’intesa che ha proprio l’obiettivo di supportare l’economia dei territori a cogliere le opportunità offerte da una dimensione territoriale più ampia e dall’integrazione delle strategie.

    Una macro-area che comprende 30 Camere di commercio e più di 2 milioni di imprese attive iscritte ai registri camerali, che genera 750 miliardi di valore aggiunto (il 48% del totale nazionale) e 290 miliardi di export, i due terzi del totale in Italia.

     

  • In crescita i ritardi dei pagamenti delle aziende ai propri fornitori

    Negli ultimi otto anni, secondo quanto emerge dallo Studio Pagamenti 2018 di CRIBIS (società del gruppo CRIF specializzata nella business information) le aziende italiane che pagano clienti e fornitori con più di 30 giorni di ritardo sono raddoppiate, passando dal 5,5% all’11,4% del totale (+108%), con un picco del 15,7% toccato nel 2013 e 2014.

    L’analisi evidenzia che nell’ultimo trimestre dell’anno scorso le imprese che pagano entro i termini previsti sono calate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente dal 37,3% al 35,5% mentre sono leggermente aumentate (dal 52,2% al 53,1%) quelle che adempiono ai propri obblighi di pagamento con un ritardo massimo di 30 giorni. I pagamenti con ritardi superiori al mese sono aumentati del 9%.

    “Nell’ultimo trimestre 2018 – spiega Massimiliano Solari, direttore generale di CRIBIS – tra i settori con la minore incidenza di imprese con ritardi oltre i 30 giorni sono state nel manifatturiero (8,1%), nel settore finanziario (8,7%) e nel commercio all’ingrosso (8,8%). La situazione più critica nel commercio al dettaglio con incidenza di imprese con ritardi gravi del 17,3%”. I ritardi superiori ai 30 giorni sono molto diffusi anche nel settore rurale, caccia e pesca (12,1%), dei servizi (10,1%) e minerario (10%), mentre percentuali di poco più contenute sono state rilevate nel comparto costruzioni (9,9%), trasporti e distribuzione (9,1%).

    A livello territoriale il 44,1% delle aziende che mantiene i propri impegni entro i termini previsti si trova nel Nord-Est e il 41,3% nel Nord-Ovest, mentre maggiori difficoltà incontrano le aziende del Sud e delle Isole, dove il 19,1% esegue i pagamenti con più di 30 giorni di ritardo) e del Centro (13,1%). In Lombardia ed Emilia-Romagna (45,2% ciascuna) ci sono le aziende più puntuali, mentre in Sicilia (22,1%) e Calabria (21,2%) quelle che dilazionano le scadenze oltre i 30 giorni.

  • Grazie al sostegno del Comune, Milano si conferma capitale delle start up e delle imprese artigianali create dai giovani

    Presentati a Milano i dati sulle start up e nuove imprese che il Comune del capoluogo meneghino ha sostenuto dal 2012 al 2018, valorizzando l’intraprendenza di molti giovani, sia nell’ambito dell’innovazione, sia nelle imprese di vicinato, con particolare attenzione per le periferie.

    Le imprese occupano oggi quasi 9.000 persone, contribuendo al miglioramento dei tassi di occupazione in città. Il 15% di tutte le startup innovative in Italia nasce a Milano. Di queste, il 15% è nata o sostenuta dal Comune grazie ai contributi erogati dall’Amministrazione. Erano il 13% nel 2017, con una crescita quindi del 2%. Le attività avviate da donne sono oltre il 60%.

    Due i provvedimenti che, nel corso del 2018, hanno reso possibile il sostegno e la nascita di 35 imprese: Metter su Bottega e FabriQ Quarto.

    “Metter su Bottega”, rivolto all’apertura di nuovi laboratori artigiani, imprese commerciali o di servizi nelle periferie, ha selezionato 29 progetti, di cui 22 nuove imprese a prevalenza femminile e 9 imprese nel quartiere Niguarda, che beneficeranno di un finanziamento complessivo di 1,4 milioni di euro.

    “FabriQ Quarto” ha messo a disposizione 270 mila euro per finanziare progetti d’impresa ad alto impatto sociale nelle zone di Quarto Oggiaro, Villa Pizzone, Bovisa, Bovisasca, Comasina, Affori, Bruzzano e Dergano. Sei i progetti ammessi, che oltre al contributo economico avranno a disposizione uno spazio all’interno di FabriQ a Quarto Oggiaro, il primo incubatore dedicato all’innovazione sociale del Comune di Milano, un percorso di accompagnamento personalizzato della durata di 4 mesi e un aiuto per incontrare potenziali investitori economici.

  • On line i bandi per la XXI edizione dei Premi di Laurea del Comitato Leonardo

    Tornano anche quest’anno i Premi di Laurea del Comitato Leonardo, i prestigiosi riconoscimenti che premiano i giovani e le tesi più innovative nei diversi settori dell’eccellenza Made in Italy: sport, moda, gioielleria, meccanica, innovazione tecnologica, sostenibilità, nautica, farmaceutica, internazionalizzazione. Nato nel 1993 su iniziativa comune dell’ICE, di Confindustria e di un gruppo d’imprenditori, tra i quali Gianni Agnelli e Sergio Pininfarina, il Comitato Leonardo è presieduto oggi dall’imprenditrice Luisa Todini e ha come obiettivo primario la promozione dell’Italia come Sistema Paese attraverso varie iniziative finalizzate a metterne in rilievo le doti di imprenditorialità, creatività artistica, raffinatezza e cultura che si riflettono nei suoi prodotti e nel suo stile di vita. Quella del 2018 è la XXI edizione dei Premi che da sempre ricevono sostegno e collaborazione da parte di numerose aziende Associate al Comitato Leonardo. Grazie a questo sodalizio infatti nel corso degli anni oltre 150 giovani neolaureati provenienti da istituti e Università di tutta Italia hanno beneficiato di un supporto concreto per i propri studi.

    Anche per il 2018 alcune prestigiose aziende italiane, Associate al Comitato, contribuiranno all’assegnazione dei Premi di Laurea. 12 i bandi indetti: 8 borse di studio del valore di 3.000 euro e 4 tirocini retribuiti, questi ultimi offerti da Bonfiglioli Riduttori, Damiani, Perini Navi ed SCM Group presso le loro sedi.

    I bandi di questa edizione sono: Premio “Clementino Bonfiglioli” Bonfiglioli Riduttori SpA “Digitalizzazione di sistemi in ambito industriale”,  Premio “Alfredo Canessa” Centro di Firenze per la Moda Italiana “La Moda e il Made in Italy”, Premio CONI “Sport ed economia: il turismo sportivo opportunità di sviluppo dei territori e di crescita del Paese. dati, analisi e trend del turismo sportivo in Italia e nel mondo”, Premio Damiani SpA “Gioielleria Made in Italy di marca ieri, oggi e domani: evoluzione nelle modalità di consumo della gioielleria di marca dagli anni ’60 ad oggi e prospettive future”, Premio Dompé Farmaceutici “Effetti dell’assunzione di Amminoacidi Ramificati (BCAA) durante l’esercizio fisico di resistenza sulla percezione della fatica, danno muscolare e metabolismo energetico”, Premio G.S.E. – Gestore Servizi Energetici “Sviluppo di sistemi energetici in ambito agro-alimentare per promuovere nuovi modelli di bio-economia circolare”, Premio Leonardo SpA “Soluzioni e tecnologie innovative nel campo della autonomia dei sistemi”, Premio Gruppo Pelliconi, “L’impatto di industria 4.0 sugli aspetti organizzativi aziendali”, Premio Perini Navi S.p.A, “Come far convivere l’anima Perini Navi in due progetti di stile MotorYacht e SailingYacht con stesse dimensioni tra i 50 e i 70 mt”, Premio SCM Group “Sensoristica MEMS per macchine utensili: tipologia, utilizzo, integrazione e bus di campo”, Premio SIMEST S.p.A. “Le imprese italiane e i mercati internazionali. La finanza del “Sistema Italia” per lo sviluppo della competitività”, Premio Vetrya “Applicazioni di intelligenza artificiale e machine learning”.

    “La cultura fa sempre la differenza: per chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro ma anche per chi ha già un’occupazione e magari è a capo di una grande azienda. Il Rapporto Istat sulla Conoscenza, pubblicato per la prima volta quest’anno, lo dimostra. Una buona scolarizzazione è quindi garanzia di migliori performance lavorative in ogni settore e ad ogni grado” – è il commento di Luisa Todini, Presidente del Comitato Leonardo. “Con l’iniziativa dei Premi di Laurea, il Comitato Leonardo e le aziende Associate, si impegnano da 21 anni a spronare le nuove generazioni, offrendo un aiuto concreto alla realizzazione di progetti brillanti ma anche un’occasione di confronto diretto con prestigiose realtà aziendali. Un impegno che si traduce in un investimento per il futuro, in quanto i giovani laureati di oggi saranno i manager preparati di domani.”

    I bandi integrali ed i moduli di partecipazione sono disponibili nella sezione “Premi di Laurea” del sito: http://www.comitatoleonardo.it/it/categoria-premi/premi-di-laurea-comitato-leonardo/

    E’ inoltre possibile partecipare ad uno o più bandi inviando la documentazione richiesta alla Segreteria Generale del Comitato Leonardo (c/o ICE, via Liszt 21, 00144 Roma, tel. 06 59927990-7991) entro e non oltre il 6 novembre 2018.

    La premiazione si svolgerà alla presenza del Presidente della Repubblica nel corso della prossima cerimonia di conferimento dei Premi Leonardo.

  • Le imprese italiane ancora poco digitali

    Nonostante i passi in avanti degli ultimi anni, il rapporto tra le imprese e il mondo del digitale rimane tortuoso e con diverse difficoltà. Molto spesso l’approccio delle imprese risulta essere quasi disinteressato, come se tutto quello che riguarda la parte digitale dell’impresa fosse un di più.

    Secondo i dati di quest’anno del rapporto sulla competitività dei settori produttivi realizzato dall’Istat, il 63% delle imprese italiane realizza infatti nell’ambito Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) investimenti irrilevanti. L’analisi, arrivata alla sesta edizione, pone il focus sulle strutture e le performance del sistema produttivo italiano. Questi numeri fotografano aziende poco produttive e scarsamente efficienti, mediamente di dimensioni ridotte, inserite in settori produttivi strettamente tradizionali. Il rapporto descrive un sistema chiaramente in transizione, con segnali di ripresa dal lato degli investimenti grazie anche al piano Industria 4.0. Elementi positivi che si contrappongono però a lacune ancora troppo evidenti.

    Anche se la risalita rispetto al biennio precedente è costante, il rapporto evidenzia infatti un ritmo di accumulazione del capitale modesto rispetto ai maggiori paesi europei, con ritardi soprattutto negli investimenti in beni immateriali. Il risultato è che la quota in investimenti fissi lordi in rapporto al Pil è più bassa della media dell’Unione (gap di 3,1 punti) e il divario tende ad allargarsi. Questi ritardi riguardano soprattutto l’area digitale, dove l’Italia paga un divario ancora troppo rilevante ad esempio nella velocità di connessione ad internet.

    Due terzi delle imprese italiane con oltre i dieci addetti ritengono poco rilevante l’Ict nella propria attività. Nella definizione Istat, queste imprese risultano “indifferenti”, a cui si contrappongono le aziende digitali “compiute” (elevato capitale fisico e umano, alta digitalizzazione e produttività) pari ad appena il 3% del totale, 5400 in tutto. Nel mezzo vi sono aziende “sensibili” al tema (18mila), impegnate ad investire in capitale umano, inserite più spesso nelle filiere di bevande, elettronica, informatica, audiovisivi. Modificare queste medie è importante non solo in termini di produttività ed efficienza ma anche in funzione della creazione di nuova occupazione: l’analisi Istat evidenzia infatti come nel biennio 2016-2017 le imprese più propense a digitalizzare abbiano creato in media più posti di lavoro ricomponendo inoltre l’assetto a vantaggio delle figure più qualificate. In media un’impresa su due qui ha aumentato le posizioni lavorative almeno del 3,5%, un valore cinque volte superiore rispetto alla categoria delle aziende “indifferenti”.

    I segnali di transizione positiva sono comunque evidenti, a cominciare dalla propensione ad investire: il 67% delle imprese dichiara infatti di averlo fatto nel corso del 2017. Nuovi percorsi di crescita che hanno anche contribuito a spingere verso l’alto la propensione innovativa calcolata dall’Istat, salita di quattro punti rispetto alla precedente rilevazione. Resta tuttavia rilevante il gap dimensionale, perché se è vero che ad aver investito sono quasi sette aziende su dieci, la percentuale crolla al 42% per le Pmi. Visto che l’Italia ha nel suo DNA le piccole-medio imprese, questa è una barriera da superare a livello globale.

    Questo ciclo di investimenti proseguirà comunque anche nel 2018, con quasi la metà del campione che prevede di spendere in nuovi software, il 31,9% in tecnologie di comunicazione, il 27% in connessioni ad alta velocità. Nelle simulazioni Istat, l’impatto delle misure di incentivazione dovrebbe produrre a livello globale per il Paese un aumento dello 0,1% degli investimenti totali sia nell’anno in corso che nel 2019. Le premesse per procedere nella direzione della crescita paiono dunque esserci, basta iniziare a cambiare mentalità.

     

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