Imprese

  • L’Unione europea pronta a esentare dall’Iva gli aiuti forniti agli Stati contro la crisi da pandemia

    La Commissione europea propone di esentare dall’Iva i beni e i servizi che insieme agli organi e alle agenzie dell’Unione mette a disposizione di Stati membri e cittadini in tempi di crisi. La proposta, spiega l’esecutivo Ue, è in linea con l’esperienza maturata nel corso della pandemia di Covid-19, che ha insegnato tra altre cose che l’Iva applicata ad alcune transazioni finisce per costituire un fattore di costo negli appalti, mettendo a dura prova i bilanci più limitati. La proposta mira a ottimizzare l’efficienza dei fondi dell’Ue utilizzati nell’interesse pubblico per far fronte a crisi come le calamità naturali e le emergenze sanitarie, rafforzando per giunta gli organi di gestione delle catastrofi e delle crisi che operano a livello dell’Ue. Una volta effettive, le nuove misure permetteranno alla Commissione e alle agenzie e organi dell’Ue di importare e acquistare in esenzione dall’Iva i beni e i servizi da distribuirsi in risposta a un’emergenza nell’Unione.

    I destinatari possono essere Stati membri o terzi, come autorità o istituzioni nazionali (ad es. ospedali, un’autorità sanitaria o altra autorità nazionale di risposta alle catastrofi). Tra i beni e i servizi che rientrano nell’esenzione proposta rientrano test diagnostici, materiali diagnostici e attrezzature di laboratorio; dispositivi di protezione individuale (Dpi) come guanti, respiratori, maschere, camici, prodotti e attrezzature per la disinfezione; tende, letti da campo, abbigliamento e alimenti; attrezzature di ricerca e salvataggio, sacchi di sabbia, giubbotti di salvataggio e gommoni.

    Saranno esentati anche antimicrobici e antibiotici, antidoti contro le minacce chimiche, cure per lesioni da radiazioni, antitossine, compresse di iodio; prodotti del sangue o anticorpi; dispositivi di misurazione delle radiazioni; sviluppo, produzione e approvvigionamento dei prodotti necessari, attività di ricerca e innovazione, costituzione di scorte strategiche di prodotti; licenze al settore farmaceutico, strutture di quarantena, sperimentazioni cliniche, disinfezione dei locali e altro.

    Paolo Gentiloni, commissario responsabile per l’Economia, ha sottolineato che “la pandemia di Covid-19 ci ha insegnato che questo tipo di crisi è assai complesso e ha un impatto ad ampio raggio sulle nostre società. E’ essenziale reagire subito e efficacemente e trovare oggi la migliore risposta possibile per prepararci al domani. Questa proposta va nel senso dell’obiettivo Ue di reagire alle crisi e alle emergenze nell’Unione e farà in modo di ottimizzare l’impatto finanziario degli sforzi di soccorso a livello dell’Ue per combattere la pandemia e sostenere la ripresa”.

  • La Commissione approva le modifiche al regime italiano “ombrello” volto ad aiutare le imprese colpite dalla pandemia di coronavirus

    La Commissione europea ritiene che le modifiche all’attuale regime italiano “ombrello” a sostegno delle imprese nel contesto della pandemia di coronavirus siano conformi al quadro temporaneo e ha approvato le misure in conformità delle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.

    L’Italia ha notificato le seguenti modifiche al regime: i) proroga della durata del regime fino al 31 dicembre 2021; ii) aumento della dotazione finanziaria del regime di ulteriori 2,5 miliardi di euro, da 10 miliardi di euro a 12,5 miliardi di euro; (iii) aumento degli importi limitati degli aiuti, portati rispettivamente a 225 000 euro per le imprese attive nella produzione primaria di prodotti agricoli (erano di 100 000 euro), a 270 000 euro per le imprese attive nel settore della pesca e dell’acquacoltura (erano di 120 000 euro) e a 1,8 milioni di € per le imprese attive in tutti gli altri settori (erano di 800 000 euro), in linea con l’ultima modifica del quadro temporaneo; infine, iv) aumento del massimale di aiuto a sostegno dei costi fissi non coperti, portato a 10 milioni di euro per beneficiario (era di 3 milioni di euro). La Commissione ha concluso che il regime, così come è stato modificato, rimane necessario, adeguato e proporzionato per porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro, in linea con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), e con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera c), del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

    Il regime originario era stato approvato dalla Commissione il 21 maggio 2020.

    Fonte: Commissione europea

  • Il G30 e le imprese insolventi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** pubblicato su ItaliaOggi il 5 febbraio 2021

    Il 2021 potrebbe essere il vero «annus horribilis». Lo sarà quasi certamente per centinaia di migliaia, se non milioni, di imprese a livello mondiale, in particolare nei paesi cosiddetti avanzati. In Italia tutti temono la scadenza di fine marzo, quando molte aziende, piccole e medie, dovranno fare i conti soprattutto con i loro debiti e quando dovrebbe finire il blocco dei licenziamenti. Finora è intervenuta la rete di salvataggio della cassa integrazione per milioni di lavoratori. Anche se gli aiuti di Stato dovessero essere prolungati, e tutti se lo augurano in questo momento, il problema, comunque, si presenterà con più forza qualche mese dopo.

    La realtà brutale dei fatti è che siamo di fronte, anche in casa nostra, al pericolo di licenziamenti massicci e di fallimenti di imprese con dei numeri mai visti dopo la seconda guerra mondiale. La pandemia ha creato una crisi di insolvenza per mancanza di mercato e di introiti e una montagna di debiti impagabili, i cosiddetti non performing loans. «Questa crisi di solvibilità differisce nettamente dalla crisi finanziaria globale (2007-8), incentrata sul sistema finanziario e sui problemi di liquidità». Lo afferma anche lo studio «Reviving and Restructuring the corporate sector post-Covid», (rivitalizzare e ristrutturare il settore delle imprese dopo il Covid), recentemente preparato da un’organizzazione molto influente ma ancora poco conosciuta, il Gruppo dei Trenta.

    Il G30 è un’organizzazione internazionale privata formata da trenta tra i più influenti finanzieri ed economisti a livello mondiale. Fu creata alla fine degli anni Settanta dalla Fondazione Rockefeller, gestita dal noto banchiere americano. Ha sempre avuto l’obiettivo di analizzare le questioni economico-finanziarie più rilevanti, in particolare quelle relative ai mercati dei capitali e dei cambi. Oggi, oltre a numerosi ex governatori di banche centrali, annovera anche Mario Draghi, come senior member molto attivo. Il rapporto citato è stato redatto proprio sotto la sua supervisione.

    Lo studio evidenzia la tendenza molto pericolosa dell’aumento del cosiddetto «corporate debt», il debito delle imprese, ben prima della crisi pandemica, che, ovviamente, lo ha molto esacerbato. Il debito del settore corporate non finanziario globale è passato dal 73% del pil mondiale del 2007 al 91% dell’inizio del 2020. Ciò sta a indicare che molte economie erano molto più vulnerabili agli stress finanziari, già prima delle crisi da Covid.

    In generale, all’inizio della pandemia, anche il debito pubblico globale era di molto più grande rispetto a quello del 2007. Se si confrontano due periodi, quello del 2005-7 con quello del 2017-19, si vede che, a livello globale, la crescita del volume del private equity e del debito privato ha superato del 51% la crescita del pil, passando da 58 a 88 trilioni di dollari.

    Il rapporto del G30 evidenzia come siano le pmi a correre il maggiore rischio di default. Subiscono maggiori pressioni finanziarie delle grandi corporation e hanno, al tempo stesso, minori opzioni di finanziamento: dipendono largamente dal settore bancario a cui hanno già conferito notevoli garanzie personali a copertura dei crediti ottenuti. Esse sono, però, il pilastro portante dell’occupazione nel mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, nel 2016 le imprese con meno di 500 addetti rappresentavano il 47% della forza lavoro del settore privato. In Europa, e soprattutto in Italia, si sa che questa percentuale è di gran lunga più grande.

    Che fare allora? Il G30 apprezza che a ottobre 2020 gli stimoli fiscali globali dei governi siano stati pari a 12 mila miliardi di dollari. Il Giappone, per esempio, ha approvato un pacchetto fiscale pari al 21% del suo pil! Di conseguenza, vi è un certo ruolo da parte dello Stato, il cui intervento, però, si sostiene, «non deve essere eccessivo». Anzi si suggerisce di non «guadagnare semplicemente tempo concentrandosi sulla liquidità» da far affluire al sistema, ma di «utilizzare le competenze del settore privato per valutare la redditività delle imprese».

    In breve, il G30 teme che una politica pubblica di aiuti troppo accomodanti potrebbe favorire la crescita delle cosiddette «imprese zombie», cioè quelle aziende decotte che non sono in grado di coprire finanche gli interessi sui debiti con i profitti correnti. Queste, mantenute in vita da sussidi e nuovi crediti distribuiti a pioggia, senza un più ferreo controllo, rappresenterebbero un fardello e una minaccia ai settori dell’economia ben funzionante. Si rileva, invece, che la situazione «potrebbe richiedere una certa quantità di «distruzione creativa». Si propone la creazione di istituti ad hoc, delle bad bank, per raccogliere i debiti corporate inesigibili. Non è detto, ma forse è proprio qui che gli esperti del G30 vedrebbero volentieri il contributo dello Stato. Il che suscita più di qualche perplessità.

    Nel documento è evidente una forte contraddizione. Si sottolinea più volte il timore che la crisi di insolvenze possa colpire anche il settore finanziario, per cui si ripete con forza che «il governo potrebbe dover intervenire per proteggere o rafforzare la capacità del settore finanziario di sostenere la ripresa economica». Il rischio, o meglio la certezza, di una massiccia disoccupazione di massa, con evidenti e pericolose derive sociali, è, invece, sbrigativamente affrontata con generici riferimenti a riqualificazioni e trasferimenti di lavoratori. Ciò la dice lunga circa l’ottica nella quale anche il G30 si muove.

    In conclusione il documento del G30 non è per niente innovativo. Anzi dimostra come l’approccio non sia mai cambiato, sia dopo la Grande Crisi, sia nel mezzo della crisi pandemica. Questo è il vero problema che ci trasciniamo da troppo tempo. Certo, il Covid ha aggiunto crisi su crisi.

    Secondo noi, però, la riforma finanziaria e una nuova architettura globale più giusta e multipolare, se non ora, quando?

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La via accademica al socialismo reale

    “…piuttosto dei ristori a debito…per molte attività sarebbe meglio che lo Stato ne favorisse la ristrutturazione o la chiusura”, prof. Mario Monti, senatore a vita.

    Come sempre simili affermazioni suscitano ammirazione dai sempre più esigui ammiratori del senatore ma vera indignazione da parte di chi, ogni giorno, rischia con la propria professione sottoposta alle regole del mercato.

    Ovviamente definizioni e strategie così perentorie esprimono una visione vergognosamente semplicistica espressa da un favorevole piedistallo accademico. Una posizione di privilegio ma lontana anni luce dall’economia reale unita all’illusorio presupposto che la articolata e variegata economia italiana possa venire definita con semplici paradigmi accademici.

    Il problema che sfugge ovviamente al senatore a vita relativo a queste affermazioni assolutamente gratuite riguarda l’individuazione dei parametri sulla base dei quali analizzare, verificare e certificare le aziende degne di venire ristrutturate o quelle per le quali sarebbe necessario favorirne l’uscita dal mercato con la loro chiusura, con ovviamente l’immediata perdita di posti di lavoro.

    Un altro aspetto non secondario viene rappresentato anche dalla indicazione di chi, in nome dello Stato, dovrebbe utilizzare simili parametri sempre per la definizione delle aziende degne di investimenti oppure da abbandonare. Fino ad ora ogni attività economica, come la sua stessa valutazione (si pensi in un’ottica di accesso al credito), da sempre viene basata sulla spesso amara e cruda realtà di quanto emerge dalla applicazione delle leggi di mercato e della concorrenza. In altre parole dalla capacità per un’azienda di fornire un prodotto o un servizio che permetta di sviluppare un fatturato superiore ai costi fissi e variabili o quantomeno il raggiungimento del break even.

    Questo non significa che il mercato rappresenti l’unico e oggettivo arbitro in quanto la sua “valutazione” può venire influenzata con l’introduzione di politiche governative finalizzate a creare fattori economici e competitivi favorevoli all’azione delle aziende.  Giova ricordare, infatti, come mentre l’impresa propone un prodotto od un servizio sul libero mercato, lo Stato possa contemporaneamente favorire quelle allocate all’interno del territorio nazionale attraverso delle politiche di fiscalità di vantaggio che permettano una maggiore competitività.

    Quindi, come logica conseguenza, si ottiene anche un aumento dell’occupazione, specialmente stabile (un obiettivo politico), ma espressione conseguenziale dello sviluppo economico.

    Le stesse regole del mercato possono venire “in parte influenzate” attraverso una attiva politica, economica e fiscale adottata dallo Stato. In questo senso i campi operativi all’interno dei quali l’attività governativa dello Stato può generare degli effetti molto “distorsivi rispetto alle sole leggi di mercato” riguardano essenzialmente la funzionalità della spesa pubblica (1), la fiscalità di vantaggio (2), una tassazione incentivante di investimenti anche esteri (3), una macchina giuridica efficiente (4), la pubblica amministrazione fornitrice di servizi aggiornati e tempestivi (5), un sistema fiscale equo (6) ed una macchina della giustizia efficiente e credibile (7).

    Sembra incredibile come il professorone non sia in grado di elencare questi fattori “ambientali, politici e nazionali” tra quelli che veramente possano determinare la crescita o meno di una società e di un’azienda. Un professor Monti, va ricordato, durante il cui governo nel 2012 si suicidarono oltre 1.000 persone per gli effetti devastanti dell’ennesima crisi economica italiana. Ora l’ex primo ministro introduce una soluzione in assoluta antitesi rispetto alle regole del mercato incentrata sull’intervento diretto dello Stato al quale viene attribuito il potere di esprimere una valutazione relativa alle aziende considerate strategicamente e quindi finanziariamente sostenibili.

    Come possa lo Stato, e soprattutto i propri funzionari, e sulla base di quali parametri oggettivi definire le caratteristiche principali per un’azienda per essere definita decotta e quindi non più finanziabile per restare sul mercato non risulta comprensibile. Probabilmente il professor Monti, che ormai rappresenta la obsoleta espressione del delirio accademico, non si rende conto di quello di cui sta parlando, e se fosse così andrebbe ancora bene. Nel caso contrario, invece, per quanto possa risultare dura (ma abbiamo già visto comunque influenzabile), se alla legge di mercato si inserisse e sostituisse la valutazione indicata dal senatore Monti lo Stato assumerebbe i connotati di unico giudice monocratico.

    Nel primo caso la funzione governativa si esplica attraverso le politiche di fiscalità di vantaggio e soprattutto attraverso una pubblica amministrazione efficiente che renda servizi alle imprese.

    Sempre preferibile, e siamo alla seconda versione del ruolo statale, al delirio imbarazzante del Professore che assegna allo Stato il ruolo di giudice.

    In questa nuova figura lo Stato può abbandonare completamente la propria azione di chi favorisce la crescita economica attraverso l’economia politica e così semplicemente ritirarsi in camera di consiglio per giudicare il futuro delle aziende.

    Il professor Monti dimostra di non essere in grado di comprendere l’assoluta conseguenza istituzionale implicita nel riconoscere l’autorità ad un organo dello Stato, in sostituzione a quella del mercato, definendo in modo cristallino i termini del declino culturale ormai avviato verso una metastasi culturale.

    Il disastro culturale di queste affermazioni emerge talmente evidente come espressione di un rinnovato delirio statalistico declinante verso un nuova forma di autoritarismo statale all’interno del quale la figura e l’autorità statali possano inserirsi in qualsiasi ambito come “arbitro e giudice unico”.

    L’Italia potrà ripartire solo quando il mondo accademico si dimostrerà in grado di rigenerarsi nella sua interezza liberandosi una volta per tutte di queste figure apicali che invocano, magari a propria insaputa, la via accademica al socialismo reale.

  • Il Covid provocherà solo una lieve fuga di capitali dalle imprese in Italia

    Tra le conseguenze economiche della pandemia da Covid 19 non c’è un grande timore di deflusso dei capitali dall’Italia. A non temere una caduta di appeal del Paese come destinazione degli investimenti esteri, pur prevedendo un moderato deflusso nel breve-medio termine, è il 50% della comunità finanziaria. Fatto è che l’attrattività del Paese per gli investitori, pur cresciuta rispetto al 2019 (+3,5%), resta sotto la sufficienza (44,4 in una scala da 0 a 100), secondo l’Aibe-Index, indice sintetico che misura l’attrattività del sistema-Italia da un punto di vista di investimenti esteri. A dirlo è la seconda rilevazione 2020 realizzata dall’Aibe (Associazione italiana banche estere) con la collaborazione del Censis, per sondare l’opinione sulla situazione economica e di fiducia nel Paese col virus, condotta dal 1 al 15 novembre in un panel internazionale di società finanziarie, fondi di investimento, imprese multinazionali. Quanto al flusso di capitali, per il 23,2% degli interpellati ci si potrebbe all’opposto aspettare un moderato afflusso, soprattutto verso i settori produttivi che hanno registrato una forte domanda interna proprio in conseguenza al coronavirus, come il farmaceutico, gli apparecchi medicali, la distribuzione alimentare. Meno probabile l’opzione di un forte deflusso collegato alle incertezze della domanda globale (17,9%) e quella associata alla leva delle risorse dell’Unione europea, rese disponibili per contrastare l’impatto economico e rilanciare il Paese (8,9%).

    L’Italia resta però indietro quanto ad attrattività, soprattutto per il carico fiscale (indice di attrattività di 4,32 su 10), i tempi della giustizia civile (4,19 su 10), il carico normativo e burocratico (3,58 su 10), il livello di corruzione del sistema (4,68 su 10) e la certezza del quadro normativo (4,71 su 10). Priorità d’intervento indicate dunque nel carico fiscale (56,1% delle risposte), nel carico normativo e burocratico (56,1%), nei tempi della giustizia civile (29,8%). Quanto ai decreti messi in campo dal governo, viene ritenuto (37,3%) che provvedimenti come il blocco dei licenziamenti e la proroga delle misure di integrazione del reddito dei lavoratori abbiano solo ritardato gli effetti inevitabili della crisi economica e produttiva. Oltre un quinto delle risposte segnala inoltre l’effetto di dispersione delle risorse secondo una logica di puro trasferimento monetario, mentre il 16,9% riconosce al governo e ai suoi provvedimenti un effetto positivo ottenuto contro i rischi di tensione sociale. Il 23,7% evidenzia l’importanza dei provvedimenti finalizzati a scongiurare la chiusura delle imprese a causa della crisi di liquidità.

  • Richieste di credito da parte delle imprese in calo dell’8,3% richieste nel terzo trimestre

    Decisa frenata nel terzo trimestre per le richieste di credito delle imprese italiane (-8,3%), rispetto allo stesso periodo del 2019. Accade dopo che il secondo trimestre aveva visto un’impennata (+79,3%), sulla spinta anche delle misure di stimolo del governo per contenere gli impatti dell’emergenza Covid 19. Col crescere della seconda ondata della pandemia la tendenza però torna a invertirsi a ottobre, con un picco nell’ultima settimana (+28%). I dati sono dell’ultimo aggiornamento sul patrimonio informativo di Eurisc – il Sistema di informazioni creditizie di Crif, e viene spiegato che la nuova crescita è sostenuta in particolare dai mutui immobiliari (nelle ultime settimane stabili intorno al +30%) e dai prestiti finalizzati, mentre fidi e soprattutto prestiti personali e carte di credito restano distanti dai volumi del 2019.

    Se si guarda al dettaglio, emerge una dinamica speculare tra le richieste delle imprese individuali e quelle delle società di capitali. Sale l’importo medio dei finanziamenti richiesti: nell’ultima rilevazione 72.084 euro, il valore più elevato degli ultimi due anni. Le imprese individuali hanno visto un importo medio di 27.080 euro (-1,4%), mentre per le società di capitali si è assestato a 99.631 euro (+3,8%). Quanto alla distribuzione per classi di importo, il 30,1% del totale si è concentrato nella fascia al di sotto dei 5.000 euro, per il peso delle richieste di ditte individuali e microimprese. Le richieste di importo superiore ai 50.000 euro contano però per quasi il 17% del totale.

    Lo scenario d’incertezza vede inoltre le imprese continuare a richiedere l’accesso alla moratoria del governo per sospendere il pagamento delle rate sui finanziamenti. Per il comparto business, l’analisi di Crif fa emergere significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Il 73,1% dei contratti che hanno ottenuto la sospensione delle rate è riconducibile a società di capitali, il 23,6% a società di persone e i 2,1% a ditte Individuali. L’importo medio della rata mensile sospesa e l’ammontare residuo per estinguere il finanziamento risultano pari rispettivamente a 2.999 euro e 134.246 euro. Per le società di capitali la rata mensile sospesa risulta di 3.568 euro a fronte di un importo residuo pari a 152.627 euro. Per le società di persone la rata risulta di 1.473 euro e per le ditte individuali di 835 euro. Sulla totalità dei contratti per cui è stata ottenuta la sospensione, il 48% riguarda mutui di liquidità, il 25,8% leasing e il 16,4% mutui immobiliari. Seguono i prestiti finalizzati, col 5,4%, e i prestiti personali, col 4,5%.

  • Socialdemocrazia addio, per vivere i giovani praticano liberismo e iniziativa imprenditoriale

    Il posto fisso non esiste più, ed i giovani hanno capito che la socialdemocrazia novecentesca fatta di lavoro dipendente e stipendio certo a fine mese appartiene ormai alle generazioni che li hanno preceduti. I giovani hanno quindi accettato nuove sfide professionali aprendo un’impresa, le cose non vanno benissimo. Sebbene infatti quasi un’impresa su dieci sia guidata da un under 35, negli ultimi cinque anni ne sono state perse 80mila. Un dato che fa riferimento alle sole imprese individuali ossia quei giovani che hanno deciso di aprire una partita iva o un negozio senza l’aiuto di altri capitali. A lanciare l’allarme è uno studio di Unioncamere secondo cui negli ultimi dieci anni circa 250mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, hanno deciso di lasciare l’Italia. Un trend che, unito al calo delle nascite e alla disoccupazione, ha ridotto di due punti percentuali il contributo dei giovani al Pil italiano.

    Intanto “Green” e “tech” si confermano le parole d’ordine per i giovani che hanno aperto una nuova attività: tra le imprese giovanili manifatturiere, il 47% ha investito nella ‘green economy’ nel passato triennio, contro il 23% delle altre imprese. Così come per le start up innovative, un settore in cui i giovani trainano gli investimenti (il 18%, per poco meno di 2.100 unità su un totale di oltre 11mila unità). Cresce tra i giovani però anche un “richiamo al mondo dell’agricoltura” con  quasi 7mila  imprese giovanili in più in 5 anni, con un incremento di oltre il 14% nel periodo.

    Per quanto riguarda i settori tradizionali, 6 giovani su 10 hanno puntano sul commercio, dove si contano 140mila imprese di under 35 (26,5% del totale), costruzioni (63mila, pari al 12%), turismo (quasi 58mila, circa l’11%) agricoltura (55mila, 10,4%).

    Da un punto di vista geografico il Trentino Alto Adige è la regione che registra l’incremento più alto di imprese guidate da under 35, con 9.300 imprese, (+2,4% mentre Marche (-20,6%), Toscana (-19,8%) e Abruzzo (-18,4%) sono le regioni che in termini relativi hanno visto le riduzioni più cospicue del numero dei giovani imprenditori.

  • Il “sistema” Italia diviso per età e localizzazione

    Uno dei principi maggiormente disattesi è quello dell’uguaglianza di fronte alla legge, specialmente se fiscale.

    E’di pochi mesi fa la polemica che ha contrapposto il nostro Paese all’Olanda in relazione alla fiscalità di vantaggio che quest’ultima offre alle imprese italiane che trasferiscono le sedi legali e fiscali nei Paesi Bassi. Al di là  delle posizioni legittime che si possono avere in relazione alla politica del paese olandese in materia fiscale appare evidente come la posizione italiana risulti ampiamente ambigua se considerata in relazione alla politica adottata all’interno dei nostri confini. Ogni decontribuzione rappresenta un vantaggio per chi ne beneficia ma contemporaneamente un insostenibile svantaggio fiscale per chi già sostiene i costi della pubblica amministrazione. In altre parole lo svantaggio fiscale rappresentato da una decontribuzione fiscale che favorisca un determinato territorio diventa un costo aggiuntivo immeritato per tutte le imprese allocate nel resto del paese.

    Questo principio vale anche ovviamente per tutte quelle politiche che tendono ad incentivare una fascia di lavoratori over 55 o under 35 le quali, di fatto, rendono le altre professionalità fuori da queste fasce di età non più attrattive per l’impresa. Sembra incredibile come, ancora oggi, in un mondo globalizzato la politica non sia in grado di comprendere come la decontribuzione abbia  un valore incentivante per il “sistema” delle imprese dell’economia italiana solo se viene applicata all’intero paese oppure per tutti i lavoratori e non per diverse fasce di età.

    In altre parole, la politica adottata nel nostro Paese, definita come “anticiclica” rispetto al perdurare della crisi all’interno di un mercato globale, risulta paradossalmente quella di favorire piccole fasce specifiche di imprese in relazione alla loro posizione o di lavoratori in relazione alla propria età. Una risposta settoriale e parziale ad una domanda ed un mercato globali. Una visione ed una politica decisamente di basso profilo specie in considerazione di un mondo e di un mercato globale.

    Paradossale,  poi, come questa stessa classe politica continui ad affermare di operare in favore di un “sistema Italia” quando invece  con i propri atti amministrativi tenda a segmentarlo e quindi indebolirlo.

    Non comprendere le ripercussioni  reali delle scelte politiche, espressione della propria ideologia applicata all’economia, dimostra, ancora una volta, lo scollamento della classe politica rispetto al mondo reale.

  • Aumentano gli incentivi dei Paesi progrediti a ricerca e sviluppo

    La crescita economica globale è strettamente legata al futuro della ricerca e lo sviluppo. Di questo sono sempre più convinti i governi che puntano sul sistema di incentivazione alle imprese. Negli ultimi 25 anni, infatti, si è quadruplicato il numero dei Paesi che offrono al sistema produttivo almeno un incentivo per la ricerca e lo sviluppo. Ad analizzare il fenomeno è l’Osservatorio sugli incentivi di Deloitte che evidenzia come molti Paesi hanno, inoltre, intrapreso la strada degli incentivi legati a nuovi percorsi di crescita, come quello a sostegno degli investimenti focalizzati all’industria 4.0 o alla eco-sostenibilità. Gli incentivi alla ricerca e sviluppo e all’innovazione sono “correlati alla crescita e all’aumento dell’occupazione”, è evidenziato nella ricerca.

    Guardando allo scenario globale emerge come nel 1995 erano solamente 12 i Paesi Ocse che offrivano alle imprese almeno un incentivo, nel 2004 questi Paesi crescono a 18, fino ad arrivare a superare i 50 nel 2020. La Francia ed il Canada, secondo quanto evidenzia Deloitte, sono sicuramente i modelli da “seguire per la stabilità e la semplicità degli incentivi, in particolare per quanto riguarda il credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo”. La Francia ha un credito d’imposta per la Ricerca e sviluppo, il Cir (Crédit d’impôt recherche) che esiste dal 1983 ed è pari al 30% dei costi spesi in R&D sui primi 100 milioni di euro di spese più un ulteriore 5% oltre i 100 milioni. Inoltre, per le Pmi è previsto un credito d’imposta del 20% per i progetti di innovazione che non sono agevolabili con il credito Cir. Il Canada, invece, prevede un sistema combinato di crediti Federali e provinciali e, in particolare, il governo federale offre un credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo volumetrico del 15% a cui si vanno ad aggiungere i crediti d’imposta offerti dalle province che variano dal 3,5% dell’Ontario al 30% del Quebec. Dopo la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, per stimolare la ripresa della crescita economica sarebbe sufficiente che “buona parte delle risorse del Recovery Fund venissero utilizzate per un’estensione di almeno 5 anni dell’attuale piano Transizione 4.0”. Non meno importante sarebbe prevedere un “potenziamento degli incentivi che almeno raddoppi tutti i massimali da 3 a 6 milioni per la ricerca e sviluppo, da 1,5 a 3 milioni per l’innovazione tecnologica, e da 10 ad almeno 20 milioni per investimenti in beni strumentali 4.0”. Per essere efficaci, gli incentivi devono essere “chiari e semplici, basati su strumenti automatici, stabili nel tempo e con tempistiche certe”, afferma Ranieri Villa di Deloitte.

  • Soldi in più ma per le imprese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso ‘ItaliaOggi’ il 6 giugno 2020

    Nelle poche settimane dominate dai lockdown per il Covid-19 il bilancio della Federal Reserve è passato da 4 mila a 7 mila miliardi di dollari. È l’effetto della disponibilità illimitata di liquidità annunciata dalla Banca centrale e dalla decisione del Congresso americano di stanziare circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 14% del Pil, per sostenere vari settori economici.

    Il debito pubblico inevitabilmente aumenta. Molti economisti, però, concordano sulla necessità che, durante la crisi, le spese pubbliche debbano rimpiazzare quelle private in netta diminuzione. Pochi altri, tra cui il Washington Post, restano, tuttavia, sempre dell’idea che l’austerità sia la soluzione migliore.

    Le scelte e i comportamenti economici adottati negli Usa meritano grande attenzione poiché, in fin dei conti, sono sempre, purtroppo, «copiati» dall’Europa. Infatti, la Bce ha aumentato il suo bilancio dai 4.600 miliardi di euro di fine 2019 ai 5.500 miliardi dell’inizio di giugno.

    Adesso ha aggiunto altri 600 miliardi di euro per acquistare la stessa tipologia di titoli che sta comprando la Fed.

    Fermare la spesa pubblica sarebbe un grave errore. Il vero dibattito negli Stati Uniti riguarda, però, alcuni punti cruciali. Lasciare che i nuovi fondi siano «sequestrati» dalla finanza più speculativa oppure orientarli con forza verso i settori dell’economia reale?

    Tappare soltanto i buchi creati dalla crisi oppure ritornare alle politiche di Franklin Delano Roosevelt e in particolare al suo New Deal fatto di grandi investimenti, infrastrutture e innovazioni? Ma, quali saranno i tempi di decisione e di realizzazione?

    Per il momento le prime mosse sono state della grande finanza e del sistema bancario. Essi erano in una situazione di grande crisi, di quasi bancarotta, già prima della pandemia.

    Come in passato la liquidità della Fed è stata finalizzata all’acquisto di titoli del debito pubblico e in particolare degli asset backed security. Anche quelli di dubbia validità e consistenza, in possesso delle stesse banche e delle altre strutture finanziarie non bancarie che fanno parte del cosiddetto shadow banking.

    Questi alleggerimenti dei bilanci delle banche dovrebbero essere controbilanciati, in misura uguale se non superiore, attraverso l’emissione di nuovi crediti verso i settori produttivi in difficoltà e verso nuovi investimenti. Come in passato, però, questo «travaso» è fatto in modo estremamente lento e limitato. La gran parte dei fondi va a coprire i loro pericolosi buchi finanziari oppure rimane semplicemente parcheggiata nelle banche. È la stessa cosa che stiamo sperimentando in Europa. Purtroppo anche in Italia.

    Si tratta di un comportamento che prescinde dalle responsabilità dirette dei governi di qualsiasi orientamento politico siano. Ha, invece, a che fare con la loro debolezza.

    Negli Usa, questo processo sta già avvenendo con i private equity fund operanti in vari settori. A livello mondiale gestiscono attivi per 6.000 miliardi di dollari. Sono fondi d’investimento che acquistano azioni o partecipazioni in imprese produttive spesso al solo scopo di estrarne il massimo profitto nel breve periodo.

    Se poi dette imprese rischiano il fallimento, si può sempre chiedere il bail out con i soldi pubblici. Secondo il Financial Times, il semplice fatto che la Fed abbia detto di voler acquistare anche titoli in grande difficoltà, avrebbe grandemente galvanizzato il mercato degli junk bond.

    Anzitutto il settore della distribuzione al dettaglio. Dopo avere distribuito lauti dividendi per un decennio, le catene di negozi di abbigliamento e fashion di media e alta fascia, come la J. Crew, la texana Neiman Marcus e i grandi magazzini della Jc Penney, durante la pandemia hanno dichiarato bancarotta, appellandosi al Chapter 11. In passato i private equity li avevano enormemente indebitati attraverso operazioni di leverage buyouts, che sono complesse operazioni di acquisizione di un’impresa attraverso la sua capacità di indebitamento. La perdita di clienti e la diminuzione degli acquisti hanno ridotto il flusso di cassa e mandato velocemente in tilt il sistema.

    Un altro settore in grave affanno è quello degli immobili in affitto. Grandi fondi hanno acquistato un numero enorme di appartamenti negli Stati Uniti, ma anche in Europa, scommettendo sull’aumento degli affitti per la classe medio-alta. Per esempio, il più grande private equity fund, il Blackstone Group, è diventato il proprietario numero uno al mondo. Quando, però, il valore degli immobili scende, il sistema scricchiola.

    Lo stesso dicasi per la bolla del credito al consumo. Nel 2020 il debito delle carte di credito negli Usa ha raggiunto i mille miliardi di dollari. Il Covid-19 ha ridotto drasticamente il reddito di almeno un terzo dei lavoratori americani. Di conseguenza, anche i programmi di sostegno dei debiti accesi dai fondi, basati su un flusso continuo e crescente di introiti, crollano.

    Non è molto rassicurante vedere come i governi siano stati capaci di imporre il lockdown all’economia reale ma che lascino la finanza operare as usual. Ancora una volta dobbiamo sottolineare che è intollerabile tollerare che i fondi pubblici per il rilancio e la liquidità delle banche centrali siano fatti fluire nell’economia reale attraverso il sistema bancario privato. Senza condizioni e controlli puntuali, stringenti e rigorosi! Problema enorme e serio. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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