Imprese

  • 61,5 milioni di euro dall’UE per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano pari a 61,5 milioni di euro a sostegno di investimenti strategici per incrementare la capacità di produzione in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita nella regione Emilia Romagna. Questa misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette, tassi di interesse agevolati e prestiti. Il regime sarà aperto a tutte le imprese che effettuano investimenti in Emilia Romagna aggiungendo capacità per la produzione delle tecnologie a zero emissioni nette nonché per la produzione dei principali componenti specifici di tali tecnologie. Il regime comprende anche aiuti per la produzione di materie prime critiche nuove o recuperate, necessarie per la produzione dei prodotti finali o dei principali componenti specifici. Gli aiuti potranno essere concessi fino al 31 dicembre 2030.

    Per la Commissione il regime è necessario e adeguato ad accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per l’attuazione del patto per l’industria pulita.

  • Tunisia a caccia di investimenti italiani

    Tunisi ha ospitato a fine settembre il forum “Investment Africa 2025” radunando decine di aziende italiane e tunisine, istituzioni economiche e diplomatiche di Italia e Tunisia, per sostenere nuove possibili sinergie ed espansioni. All’evento è intervenuto anche l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Alessandro Prunas, che ha ribadito la profondità dei legami economici tra i due Paesi all’insegna della diplomazia della crescita. Sandro Fratini, presidente del centro d’affari italo-tunisino Delta Center, ha sottolineato l’importanza di accompagnare gli operatori italiani alla scoperta del mercato locale, che si sta affermando come hub strategico in Africa. Sempre più aziende italiane, nel biennio 2024-2025, hanno intensificato la loro presenza in Tunisia o annunciato piani di espansione significativi.

    L’ambasciatore Prunas ha ricordato che l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), l’Italia si è confermato il secondo Paese investitore nel primo semestre del 2025. Questa cifra, che rappresenta circa il 10% degli investimenti diretti esteri (Ide) totali (escluso il settore energetico), testimonia il forte legame e la fiducia degli investitori italiani nel mercato tunisino. Nel dettaglio, l’industria manifatturiera ha attratto circa il 62,9% degli Ide totali, seguita dal settore energetico con il 24,3%. I servizi e l’agricoltura hanno contribuito in misura minore. Guido D’Amico, presidente di Confimprese Italia, ha dichiarato che il forum “è stata l’occasione per confermare i rapporti economici che legano l’Italia alla Tunisia e al Mediterraneo come fulcro dello sviluppo d’impresa del terzo millennio”. D’Amico ha evidenziato che la collaborazione con Delta Center, Confimprese e Conect è “l’esempio di una cooperazione strategica per realizzare l’impegno imprenditoriale e istituzionale che porterà il nostro Paese a completare il progetto del Piano Mattei”. Per sostenere nel tempo questo rapporto, Confimprese Italia “ha previsto un panel relativo all’internazionalizzazione di impresa con una delegazione istituzionale tunisina durante le celebrazioni dei 30 anni di Confimprese Italia”, ha aggiunto D’Amico.

    Il Paese nordafricano si sta affermando come un hub strategico per le aziende italiane, che nel biennio 2024-2025 hanno intensificato la loro presenza o annunciato piani di espansione significativi in settori chiave come l’automotive, il tessile, l’energia e la tecnologia. I dati relativi alla prima metà del 2025, recentemente pubblicati dall’Agenza per la promozione degli investimenti esteri (Fipa), indicano che gli Investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto 1,65 miliardi di dinari tunisini (circa 492,7 milioni di euro), segnando un aumento del 20,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, del 35,8% rispetto al 2023 e del 63,6% rispetto al 2022. A trainare questa ripresa sono stati principalmente il settore manifatturiero e quello energetico, che insieme rappresentano la quasi totalità degli investimenti esteri.

    In questo contesto di crescita, l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), il 10% del totale, l’Italia si posiziona come il secondo Paese investitore da gennaio a fine giugno 2025, preceduta solamente dalla Francia con investimenti pari a 421 milioni di dinari tunisini (circa 124 milioni di euro), ovvero oltre il 33% degli Ide totali, esclusa l’energia. Gli investimenti totali dichiarati – che includono sia progetti esteri che nazionali – hanno raggiunto circa 3,3 miliardi di dinari (pari a un miliardo di euro) nei primi sei mesi dell’anno. Questo dato, che comprende nuovi progetti ed espansioni aziendali, riflette un clima di fiducia generale e un rinnovato slancio per l’economia tunisina. Secondo l’ultimo rapporto di Qhala e Qubit Hub, la Tunisia si è anche aggiudicata il secondo posto nell’Africa 2025 AI Talent Readiness Index, a pari merito con l’Egitto e subito dietro il Sudafrica. Questa classifica testimonia la rapida trasformazione digitale della Tunisia, l’integrazione delle Ict nell’istruzione e le strategie sostenute dal governo tunisino per promuovere i talenti del settore dell’intelligenza artificiale a livello mondiale.

    Di particolare importanza è poi il fatto che la Tunisia ha già rilasciato oltre 350 certificati di origine per l’esportazione di prodotti locali verso vari Paesi africani, nel quadro dell’accordo sulla Zona di libero scambio continentale africana (Zlecaf). Tali certificazioni permettono alle aziende esportatrici di beneficiare della riduzione dei dazi doganali, la cui soppressione è prevista a partire dal primo gennaio 2026. La Zlecaf, operativa dal maggio 2019 e ratificata dalla Tunisia nell’agosto 2020, è un progetto chiave dell’Unione africana (Ua) volto a promuovere la cooperazione Sud-Sud per un’Africa integrata, prospera e pacifica, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Ua. Tale accordo mira a rafforzare le relazioni commerciali tra i 55 Stati membri, che rappresentano un mercato di oltre 300 milioni di consumatori e un volume di scambi annuo stimato in 3,4 miliardi di dollari, eliminando le barriere doganali alla libera circolazione di beni e servizi. Secondo i dati del Centro di promozione delle esportazioni (Cepex), il potenziale inesplorato della Tunisia in Africa è stimato a circa 1,2 miliardi di dollari, con opportunità maggiori nel Nord Africa (754 milioni di dollari). Attualmente, secondo il ministero tunisino dell’Industria, delle Miniere e dell’Energia, ci sono circa 910 aziende italiane operative nel Paese nordafricano. Di queste, circa 370 operano nel settore industriale e impiegano oltre 57mila persone. Nel settore del tessile e abbigliamento, circa un terzo sono italiane.

  • In 10 anni si è estinto un quinto dei benzinai

    Tra il 2014 e il 2024 la rete italiana delle stazioni di rifornimento di carburanti si è ridotta del 22,2%, perdendo oltre 4.500 punti vendita. A lanciare l’allarme è Confesercenti. Un’emorragia – riferisce una nota – che ha avuto un forte impatto soprattutto nelle località più piccole: nello stesso periodo, 246 Comuni sotto i 15mila abitanti hanno visto chiudere l’ultimo distributore di carburanti, costringendo gli oltre 527mila residenti – ed eventuali turisti – a recarsi in un altro Comune per fare rifornimento.

    I vari tentativi di guidare una razionalizzazione del numero di distributori – come richiesto anche dai gestori per aumentare la sostenibilità della rete – sono naufragati, e la rete si è razionalizzata da sé. In modo però squilibrato, provocando un preoccupante “buco” nel servizio ai cittadini delle località minori. Se infatti è vero che la diminuzione più rapida del numero di distributori si registra nei Comuni con più di 250 mila abitanti (-24,3% tra il 2014 ed il 2024, anche per motivi di sicurezza), anche la riduzione registrata nei paesini e nei borghi sotto i 5 mila abitanti è sopra la media (-23,7%). E l’impatto della desertificazione dei benzinai è più forte: degli oltre 527mila residenti rimasti a secco, circa 412mila vivono in un micro-comune.

    A contribuire al calo del numero di punti vendita, anche il crollo di iscrizioni di nuove imprese che si sono più che dimezzate. Nel 2014 erano 407 – di cui più di un quarto nei piccolissimi Comuni sotto i 5mila abitanti – nel 2023 sono state solo 139: un crollo del -65,8%. Nei piccolissimi Comuni la riduzione è stata addirittura del -74,1%. Un calo non compensato – come avviene invece in altri settori del commercio – dall’aumento di gestori di nazionalità non italiana: tra il 2014 ed il 2024 passano da 684 a 941. Un balzo del +37,6%, ma insufficiente a invertire il calo complessivo. Un problema, in primo luogo, per i cittadini residenti, ma anche per eventuali visitatori: l’Italia ha un patrimonio straordinario di piccoli borghi e paesi, accessibili soprattutto attraverso il trasporto su gomma, che hanno un potenziale turistico straordinario. Ma i visitatori rischiano di restare a secco: letteralmente, perché privi di carburante, e figurativamente anche di contante, visto che stanno sparendo pure gli Atm: negli ultimi dieci anni ne sono scomparsi quasi 5mila, l’11%  circa.

    “Per molti italiani – sottolinea Confesercenti – fare rifornimento e prelevare contanti un problema quotidiano. Nei micro Comuni sono rimasti solo tre distributori ogni 10mila abitanti. In molte aree del paese fare rifornimento di carburante richiede spostamenti di decine di chilometri. E purtroppo, non si tratta dell’unico servizio ormai al lumicino: nelle piccole località non è necessario uscire dal Comune solo per fare rifornimento, ma anche per comprare un giornale e a volte persino per prendersi un caffè. Bisogna varare una politica di sostegno alle attività commerciali ‘essenziali’ nei piccoli centri, o quasi metà della popolazione italiana rimarrà senza servizi o quasi: gli italiani che abitano in un comune sotto i 15mila abitanti sono circa 23,6 milioni”.

  • L’UE avvia procedimenti per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria per difendere le imprese europee

    L’UE ha avviato un procedimento per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria e ha richiesto consultazioni con le autorità algerine per affrontare le diverse restrizioni imposte alle esportazioni e agli investimenti dell’Unione. L’UE ritiene che, imponendo tali misure commerciali restrittive dal 2021, l’Algeria non rispetti i suoi impegni in materia di liberalizzazione degli scambi nel quadro dell’accordo di associazione UE-Algeria.

    L’obiettivo dell’UE è impegnarsi in modo costruttivo con l’Algeria al fine di eliminare le restrizioni in diversi settori di mercato, dall’agricoltura all’industria dell’autoveicolo. Le restrizioni includono un sistema di licenze di importazione che ha l’effetto di un divieto di importazione, sovvenzioni vincolate all’uso di fattori di produzione locali per i costruttori di autovetture e un massimale relativo alla proprietà straniera per le imprese che importano beni in Algeria.

    L’UE è il principale partner commerciale e il principale mercato degli scambi internazionali dell’Algeria (circa il 50,6 % nel 2023). Alla luce degli sforzi infruttuosi per risolvere la questione in via amichevole, l’UE ha compiuto questo passo per tutelare i diritti degli esportatori e delle imprese dell’UE operanti in Algeria che hanno subito ripercussioni. Le misure algerine danneggiano anche i consumatori algerini, a causa di una scelta indebitamente limitata di prodotti.

    Nel 2002 l’UE e l’Algeria hanno firmato un accordo di associazione, entrato in vigore nel 2005, che stabilisce un quadro di riferimento per la cooperazione UE-Algeria in tutti i settori, compresi gli scambi. Qualora non si riuscisse a raggiungere una soluzione, l’UE avrà il diritto, in virtù dell’accordo, di chiedere la costituzione di un collegio arbitrale.

     

  • Pronostico di Intesa e Prometei: quest’anno l’industria italiana fatturerà 1160 miliardi

    Il fatturato dell’industria italiana dovrebbe stabilizzarsi sui 1160 miliardi di euro a fine anno, a prezzi correnti: +250 miliardi rispetto al 2019, a chiusura di un ciclo post-Covid da record. È quanto emerge dal Rapporto Analisi dei Settori Industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia. A prezzi costanti, le attese sono di moderato rimbalzo (+0,6 per cento), che consentirà di recuperare solo in parte quanto perso nel corso del 2023 (- 2,1%). Dopo una prima parte dell’anno ancora debole, infatti, in linea con quella che è stata la tendenza prevalente nel 2023, ci attendiamo un secondo semestre di maggior dinamismo, grazie all’impatto positivo che il rientro dell’inflazione avrà sulla domanda interna e internazionale, e al conseguente ribasso dei tassi d’interesse. L’indice Istat, che sintetizza il clima di fiducia delle imprese manifatturiere italiane, resta in territorio negativo ma è in costante ripresa dai minimi di novembre 2023. I giudizi su ordini e domanda sono in miglioramento, nonostante un saldo ancora negativo sia sul fronte interno che sui mercati esteri. Inoltre, si riscontra un minor pessimismo degli operatori relativamente alle attese sulla produzione, che potrebbe presto concretizzarsi in un’inversione ciclica, interrompendo la fase di caduta dei livelli di attività in atto dal secondo trimestre del 2023.

    Il commercio mondiale – prosegue il Rapporto – ritroverà progressivamente slancio dopo la battuta d’arresto del 2023, pur a fronte di rischi geopolitici che potrebbero esercitare pressioni al ribasso. Buone opportunità di export emergeranno sia sui mercati extra-europei, soprattutto gli Stati Uniti, che stanno registrando performance superiori alle attese, sia all’interno dell’area Ue, che nel 2023 aveva rallentato maggiormente in termini di scambi commerciali. Ci aspettiamo che le imprese italiane siano in grado di cogliere le opportunità offerte dai mercati internazionali, registrando una crescita dell’export del 2,6% a prezzi costanti che confermerebbe la buona competitività dimostrata negli ultimi anni. Il processo di rafforzamento avviato post-crisi 2009, infatti, ha consentito a un nucleo sempre più ampio di aziende di inserirsi come partner affidabili nelle catene globali del valore e/o di conquistare quote nei mercati mondiali.

    A rallentare il passo nel corso del 2024 saranno soprattutto gli investimenti in costruzioni, dopo il ciclo eccezionale degli anni post-Covid. La contrazione dell’edilizia residenziale, indotta da un contributo meno espansivo della riqualificazione (rimodulazione del Superbonus, stop definitivo alla cessione del credito e allo sconto in fattura), potrà essere compensata solo parzialmente dagli investimenti del genio civile, sostenuti dall’accelerazione attesa degli interventi legati al Pnrr. Gli investimenti in beni strumentali si confermeranno in crescita nell’anno in corso, ma a ritmi meno dinamici di quelli degli anni post-pandemia, risentendo della fase di passaggio al nuovo piano incentivante Transizione 5.0.

    Grazie al recupero del reddito disponibile eroso dall’inflazione, nel 2024 i consumi interni si manterranno in crescita posizionandosi sopra i livelli di spesa pre-Covid anche a prezzi costanti, dopo il pareggio del 2023. A trainare il recupero saranno i servizi (in particolare quelli legati alla socialità, come alberghi e ristoranti, cultura e spettacolo) e i beni durevoli per la mobilità, che si confermeranno in crescita vivace, dopo il punto di minimo toccato durante la pandemia. In sostanziale tenuta la spesa per beni alimentari, che a seguito dei recenti rincari continuerà a incidere in maniera rilevante sulla spesa complessiva per consumi nel 2024, e sui redditi delle famiglie, togliendo spazi di recupero ai consumi di abbigliamento e calzature, soprattutto per le famiglie meno abbienti. I beni durevoli per la casa (mobili, elettrodomestici), invece, risentiranno dell’effetto di sgonfiamento degli incentivi rivolti al comparto delle ristrutturazioni edilizie.

  • La spesa pubblica ed il “capitalismo” relazionale

    Da decenni l’Italia viene criticata in ragione di un capitalismo familiare ormai superato, in contrapposizione ad una versione internazionale più manageriale, all’interno della quale le famiglie rappresentano la proprietà ma non più il braccio operativo.

    L’impresa contemporanea, e soprattutto l’industria attuale, propongono i propri prodotti e servizi all’interno di mercato globale, avvalendosi di un network di subfornitori, i quali entrano nella filiera consolidata fino a diventare partner esclusivi e talvolta ad avviare un vero e proprio processo di insourcing (*).

    Questo cambiamento organizzativo offre alle industrie la possibilità di competere contemporaneamente in tutti i mercati mondiali, caratterizzati da stagioni completamente diverse e quindi gestibili solo attraverso filiere produttive sempre più corte.

    Esiste, poi, il capitalismo relazionale, i cui attori principali sono rappresentati da personalità “imprenditoriali” che fanno capo ad interessi finanziari, assieme ad un mondo della politica il quale si trova a gestire la spesa pubblica con la consapevolezza di non doverne mai rendere conto, se non nei casi estremi, alla magistratura.

    Questa forma di capitalismo, la cui stessa natura e forza viene determinata dalla presenza di risorse finanziarie gestite dalla politica e frutto dei prelievo fiscale, rappresenta la peggiore versione di un capitalismo speculativo.

    Questo, infatti, avvalendosi di una catena di subappalti e cooperative molto spesso non determina alcuna ricaduta occupazionale stabile (il parametro fondamentale per valutare la validità di una strategia economica) a fronte di investimenti pubblici notevoli.

    Da questa semplice analisi emerge evidente come l’aumento della spesa pubblica negli ultimi trent’anni abbia tradito le proprie istituzionali funzioni e tanto più in quell’effetto redistributivo, su cui ancora oggi buona parte del mondo accademico e politico fanno affidamento.

    In altre parole, la spesa pubblica italiana (1.129 miliardi oltre il 57% del PIL) rappresenta semplicemente la prima forma di potere italiano, la seconda è rappresentata dalla gestione del credito (novembre 2018, https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/) la quale, trovandosi ora all’interno di un mercato globale, offre a chi ne usufruisca di utilizzare ogni leva della disperazione umana (come già detto subappalti e cooperative) con l’unico obiettivo di abbassare i costi e aumentare i profitti, anche grazie a strumenti normativi forniti dai committenti stessi, cioè dalla classe politica.

    Puntare, quindi, ancora oggi sulla centralità della spesa pubblica come motore economico e sui suoi effetti redistributivi rappresenta l’errore fondamentale comune al mondo politico ed accademico, come dimostra la perdita di potere d’acquisto negli ultimi trent’anni dei cittadini italiani a fronte di una esplosione della spesa pubblica, del debito e della pressione fiscale.

    La stessa vicenda relativa all’utilizzo dei fondi PNRR si è rivelata sostanzialmente una serie di  finanziamenti a pioggia dei più disparati progetti proposti da irresponsabili enti locali e lontano dalle ragioni istitutive per le quali i fondi avrebbero dovuto finanziare opere finalizzate all’aumento della competitività del sistema paese.

    Del resto, come anticipato, lo stesso andamento del reddito disponibile per i cittadini italiani che si è ridotto negli ultimi trent’anni del – 2,7%, mentre in Germania è cresciuto di oltre il +34% ed in Francia del +27%, dimostra la sostanziale “inutilità retributiva” della  della spesa pubblica e di ogni sua crescita.

    Un andamento confermato dagli ultimi dati relativi alle retribuzioni in Europa dal 2019 ad oggi che ha visto, a fronte di una diminuzione europea del -3% dei redditi disponibili, svettare l’italia con un -8% .

    Dati incontrovertibili che rappresentano  la conferma della sostanziale indifferenza economica di tale capitalismo relazionale il quale trova l’humus per la sua sopravvivenza nella presenza di una spesa pubblica assolutamente smisurata rispetto alle competenze di chi dovrebbe gestirla.

    (*) un processo avviato anni fa nel settore dell’alta orologeria Svizzera e che ha qualche evidenza anche in quello della occhialeria bellunese, i quali prediligono l’ottimizzazione dei tempi di produzione alla scelta strategica tra costi fissi e variabili.

  • Dalla Commissione UE 750 milioni di euro a sostegno delle imprese italiane

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 750 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese (PMI) e delle imprese a media capitalizzazione nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina. Tali misure aiuteranno ad accelerare la transizione verde e ridurre la dipendenza dai combustibili.

    Nell’ambito del regime, gli aiuti assumeranno la forma di garanzie statali a sostegno delle PMI e delle imprese a media capitalizzazione colpite dalla crisi energetica, in modo da garantire che i beneficiari abbiano accesso a una liquidità finanziaria sufficiente. La garanzia, che sarà concessa entro il 30 luglio 2024, non supererà 280.000 euro per impresa attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli, 335.000 euro per impresa attiva nei settori della pesca e dell’acquacoltura e 2 milioni di euro per impresa attiva in qualunque altro settore.

  • La Commissione approva fino a 6,9 miliardi di € di aiuti di Stato a sostegno delle infrastrutture dell’idrogeno

    La Commissione, nel rispetto delle norme UE in materia di aiuti di Stato, ha approvato un terzo importante progetto di comune interesse europeo (IPCEI) a sostegno delle infrastrutture dell’idrogeno. L’IPCEI dovrebbe rafforzare l’approvvigionamento di idrogeno rinnovabile, riducendo così la dipendenza dal gas naturale e contribuendo al conseguimento degli obiettivi del Green Deal europeo e del piano REPowerEU.

    Il progetto, denominato “IPCEI Hy2Infra”, è stato concepito e notificato congiuntamente da sette Stati membri: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovacchia.

    Gli Stati membri erogheranno fino a 6,9 miliardi di € in finanziamenti pubblici, che dovrebbero a loro volta liberare 5,4 miliardi di € di investimenti privati. 32 imprese con attività in uno o più Stati membri, tra cui anche piccole e medie imprese (“PMI”), parteciperanno a 33 progetti nel quadro dell’IPCEI.

    L’IPCEI Hy2Infra interesserà un’ampia parte della catena del valore dell’idrogeno e sosterrà: la diffusione di elettrolizzatori su larga scala per 3,2 GW per produrre idrogeno rinnovabile; la realizzazione di condotte di trasporto e distribuzione dell’idrogeno nuove e riconvertite per circa 2 700 km; lo sviluppo di impianti di stoccaggio dell’idrogeno su larga scala con una capacità di almeno 370 GWh; la costruzione di terminali di movimentazione e delle relative infrastrutture portuali per vettori di idrogeno organico liquido (“LOHC”) al fine di gestire 6 000 tonnellate di idrogeno all’anno.

    Diversi progetti sono in cantiere per il prossimo futuro: vari elettrolizzatori su larga scala dovrebbero essere operativi tra il 2026 e il 2028 e, a seconda dell’area geografica, la realizzazione delle condotte è prevista tra il 2027 e il 2029. Il completamento di tutti i progetti è previsto per il 2029, con calendari che variano a seconda del progetto e delle imprese.

    Nei casi in cui non possano concretizzarsi iniziative private a sostegno dell’innovazione pioneristica e della costruzione di infrastrutture su larga scala di grande importanza per l’UE a causa del considerevole rischio che questo tipo di progetti implica, le norme sugli IPCEI consentono agli Stati membri di colmare insieme le carenze e superare questi fallimenti del mercato. Allo stesso tempo, le norme garantiscono che l’economia dell’UE nel suo complesso tragga vantaggio dagli investimenti e limiti le potenziali distorsioni della concorrenza.

    L’IPCEI comprenderà 33 progetti di 32 imprese, tra cui cinque PMI. Le imprese partecipanti coopereranno strettamente tra loro nel quadro di numerose iniziative nonché con partner esterni, quali gestori dei sistemi di trasmissione, potenziali acquirenti, università, organizzazioni di ricerca e fornitori di attrezzature in tutta Europa, PMI incluse.

  • La colpa secondo la Bce

    Secondo la massima autorità finanziaria europea la responsabilità dell’inflazione è attribuibile alle imprese (*). Queste, per la presidente della Bce, hanno scaricato l’aumento dei costi energetici e delle materie prime interamente sul prezzo finale al consumatore. Una analisi francamente imbarazzante in quanto non prende in alcuna considerazione il ruolo della sempre maggiore tassazione dei singoli stati calcolata molto in percentuale su valori nominali dei prezzi finali in costante crescita. Basti ricordare come lo Stato italiano abbia incassato oltre 60 miliardi di Fiscal Drag grazie alla crescita dei prezzi (**).

    In più andrebbe ricordato come, operando all’interno di un mercato globale, una istituzione finanziaria adeguata richiamerebbe alla propria responsabilità anche lo Stato.

    L’istituzione statale, infatti, attraverso una compensazione fiscale avrebbe dovuto bilanciare l’aumento dei costi energetici e delle materie prime cercando di impattare l’effetto inflattivo sulle capacità d’acquisto dei singoli consumatori, invece di continuare ad accrescere la spesa pubblica e, di conseguenza, il debito (2970 miliardi).

    Viceversa, l’attuale presidente della BCE, che rappresenta semplicemente una figura politica prestata al mercato finanziario, esclude ogni responsabilità e ruolo all’interno del complesso dedalo finanziario internazionale attribuendo semplicisticamente ogni responsabilità alle imprese le quali, a loro volta, sono soggette agli effetti delle politiche fiscali dei singoli Stati.

    In più, si dimentica come il prezzo finale di un prodotto rappresenti la sintesi di un network di terzisti i quali devono adeguare i propri prezzi ai maggiori costi energetici e delle materie prime. In questo contesto si genera un effetto moltiplicatore sul prezzo finale non attribuibile alla singola impresa ma piuttosto alla struttura produttiva complessa…

    Queste sono considerazioni che ovviamente sfuggono ad una presidente della BCE che già in passato ha dimostrato di non conoscere neppure la differenza nella genesi dell’inflazione confermata dall’attribuzione attuale di unica responsabilità alle imprese (***).

    In altre parole, la BCE sta giocando un ruolo espressamente politico e non certo tecnico e competente, arrivando ad individuare un responsabile di un fenomeno (inflazione) quando dovrebbe operare per compensare la spirale inflattiva, dimostrando in più di non conoscere neppure i dati macroeconomici: -7,2% produzione industriale, -5,3% export in valore, -10% in volumi, -5% consumi.

    Mai come ora ignorare l’economia reale evidenzia l’insufficienza dello spessore professionale della presidente della BCE.

    (*) https://www.avvenire.it/economia/pagine/lagarde-inflazione-qualunque-cosa-accada

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/fiscal-drag/

    (***) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-due-diverse-genesi-inflattive/

  • Unione dei mercati dei capitali: accordo politico per migliorare l’accesso alle informazioni sulle imprese per gli investitori

    La Commissione accoglie con favore l’accordo politico raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio riguardante la proposta della Commissione per un punto di accesso unico europeo. L’accordo rappresenta un passo importante per la promozione dei mercati europei dei capitali, sulla base della proposta della Commissione presentata nel pacchetto sull’Unione dei mercati dei capitali di novembre 2021.

    Il punto di accesso unico europeo riguarderà le informazioni pubbliche di tipo finanziario e in materia di sostenibilità relative alle imprese e ai prodotti di investimento dell’UE. In questo modo si aumenterà la visibilità delle imprese presso gli investitori, e cresceranno di conseguenza le fonti di finanziamento, in linea con la strategia in materia di finanza digitale della Commissione. Questo aspetto è particolarmente importante per le piccole imprese nei mercati dei capitali di piccole dimensioni. Il punto di accesso unico europeo garantirà inoltre un facile accesso alla comunicazione societaria sulla sostenibilità pubblicata dalle imprese, sostenendo così gli obiettivi del Green Deal europeo.

     

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