Industria

  • Panda elettrica: il paradosso energetico europeo

    La Commissione Europea ha preteso nel 2022, come forma di ritorsione in seguito all’inizio della guerra russo ucraina, di azzerare le importazioni di gas dalla Russia.

    Gli stessi vertici istituzionali europei avevano previsto il sicuro default dell’aggressore russo nel giro di pochi mesi (le previsioni per il 2024 indicano il Pil russo tre volte quello europeo dopo un 2023 già doppio).

    Contemporaneamente la UE ha imposto una transizione energetica che prevedeva un azzeramento dell’utilizzo di combustibili fossili anche attraverso una mobilità sempre più elettrica, arrivando al delirante divieto di produzione di automobili a combustione interna dal 2035.

    In relazione alle importazioni di gas russo alcuni Stati membri della stessa Unione, come Germania e Spagna, lo hanno sfacciatamente aggirato attraverso semplici triangolazioni.

    Viceversa questo obbligo europeo è stato osservato diligentemente dal governo Draghi, il che ha comportato una aggravio di costi notevole sia per le imprese che per le famiglie italiane le quali si vedono costrette a consumare gas proveniente da altri paesi con prezzi decisamente superiori.

    In questo contesto generale si inserisce la volontà ideologica, appunto, di una transizione verso la modalità elettrica la quale richiede investimenti ancora oggi insostenibili sia per le aziende che per i consumatori. In più questo scenario ha accelerato le delocalizzazioni attraverso le quali le aziende stesse cercano di avviare la produzione di veicoli elettrici laddove i costi risultino inferiori a quelli italiani e non solo per un minore costo della manodopera. In questo modo si ottengono due obiettivi in quanto si accresce la redditività degli investimenti (1) e magari si ottiene un prodotto a prezzi più accessibili ampliando un minimo la domanda interna (2).

    La scelta di Stellantis di trasferire la produzione della nuova Panda elettrica da Pomigliano d’Arco (NA) in Serbia esprime quindi la volontà di perseguire i due traguardi ed è sostenuta da una volontà politica espressa dalla Commissione Europea intrisa di ideologia ambientalista.

    L’effetto finale diventa veramente surreale in quando queste aziende, con l’obiettivo di produrre questo tipo di nuovi veicoli a costi minori, delocalizzano le produzioni verso quegli stati che possono offrire un costo inferiore di produzione anche grazie alla forniture di gas dalla Russia di Putin avendo rinnovato la fornitura con l’azienda russa nel 2022 (*).

    In altre parole, la transizione energetica nella sua applicazione della mobilità spinge le produzioni di questi veicoli verso quei paesi che hanno mantenuto la fornitura di gas russo perché assicura minori costi energeticiì.

    Gli effetti nefasti della politica energetica europea e nazionale si traducono in precisi fattori antieconomici, sconosciuti agli stessi organi istituzionali che dovrebbero operare per il bene del paese e del continente europeo.

    La cancellazione di decine di migliaia di posti di lavoro è solo all’inizio di un cataclisma occupazionale senza precedenti e di entità ancora oggi difficile da ipotizzare.

    La vicenda della Panda elettrica e della sua delocalizzazione dimostra il fallimento strategico espresso con l’embargo alle forniture di gas russo delle quali la UE intendeva liberarsi e che ora invece rappresentano un fattore determinante nella scelta dei siti produttivi.

    L’unico obiettivo così raggiunto dalla Commissione Europea rimane quello del progressivo impoverimento dell’economia industriale europea.

    (*) https://it.euronews.com/2022/05/29/serbia-accordo-raggiunto-con-mosca-sul-gas

  • Entra in vigore il nuovo regolamento sulla protezione dei prodotti artigianali e industriali europei

    E’ entrato in vigore il 16 novembre il regolamento sulle indicazioni geografiche artigianali e industriali, segnando una tappa importante per la protezione dei nomi dei prodotti artigianali e industriali europei frutto dell’originalità e dall’autenticità delle competenze tradizionali delle regioni dalle quali provengono.

    Il regolamento armonizzerà la protezione dei prodotti artigianali e industriali europei di grande valore, come la porcellana di Limoges, la coltelleria di Solingen, il marmo di Carrara o i ricami di Madera.

    Gli Stati membri, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO), la Commissione e le parti interessate avranno due anni di tempo per prepararsi alla piena applicazione del nuovo sistema, prevista per dicembre 2025. Le indicazioni geografiche nazionali esistenti per i prodotti artigianali e industriali cesseranno di esistere un anno dopo la data di applicazione del regolamento.

    Il regolamento è una delle principali proposte del piano d’azione sulla proprietà intellettuale, presentato dalla Commissione europea nel novembre 2020. La proposta risponde agli appelli dei produttori, delle autorità regionali, del Parlamento europeo, del Comitato economico e sociale europeo e del Comitato delle regioni, che chiedevano alla Commissione di istituire un quadro normativo per la protezione dei prodotti artigianali e industriali.

    L’assenza di un quadro unitario di protezione delle indicazioni geografiche per i prodotti artigianali e industriali a livello europeo ha comportato differenze nella tutela giuridica tra gli Stati membri. Riconoscendo questa disparità, il regolamento sulle indicazioni geografiche artigianali e industriali è teso a porre rimedio a questa situazione e ad armonizzare la protezione di questi prodotti europei di valore.

  • La delocalizzazione intellettuale

    “Le delocalizzazioni produttive rappresentavano Il trasferimento del vantaggio culturale e tecnologico (espressione dell’evoluzione tecnica culturale) dei paesi occidentali ai paesi a basso costo manodopera…” (*)

    Questo poteva rappresentare la strategia economica sostenuta dal mondo accademico italiano ed adottata dall’intero arco parlamentare e governativo degli ultimi 30 anni.

    Ancora oggi, la Fiat ha messo in cassa integrazione gli operai impiegati nella linea di produzione della 500 elettrica in quanto il mercato non recepisce questo prodotto offerto al mercato ad un prezzo decisamente fuori contesto. Come sempre, infatti, il mercato indica quanto possano essere disastrose le strategie aziendali. Sarebbe opportuno che il management rispondesse di questi errori clamorosi che, tra l’altro, ricadono sull’Italia in quanto la cassa integrazione viene finanziata con i contributi dei lavoratori italiani.

    Una strategia che vede coinvolta anche la tedesca Volkswagen la quale all’inizio aveva appoggiato la transizione ecologica imposta dalla Commissione Europea assaporando l’opportunità di ricambio dell’intero parco auto circolante europeo e adottando il principio della speculazione finanziaria, la quale, sulla base di una opportunità, considerava il bacino d’utenza degli automobilisti il proprio “parco giochi”. Ma ora si ritrova esposta con investimenti nelle auto elettriche assolutamente sproporzionati rispetto alle risposte del mercato e sta avviando un piano di licenziamenti impensabile solo due anni addietro.

    Di questa situazione la politica sembra non accorgersene o ancora peggio sottovalutarne le conseguenze.

    A questo tipo di delocalizzazioni produttive si devono aggiungere ora quelle relative al back office, cioè gli impiegati e i quadri. Stiamo assistendo, appunto, ad una evoluzione delle delocalizzazioni produttive le quali ora investono anche il back office. La Saint Gobain, infatti, delocalizza in Polonia buona parte del proprio asset amministrativo (https://www.milanotoday.it/economia/licenziamenti-saint-gobain-2023.html). Mentre tutti i partiti si interrogano sulla introduzione di una riduzione della settimana lavorativa, e su una legge relativa ad una obbligatorietà del salario minimo, in Italia prende forma una evoluzione delle delocalizzazioni. Quelle industriali, infatti, subiscono una accelerazione, si pensi alla realizzazione della nuova Fiat 600 in Polonia, ma a queste si aggiunge un’altra tipologia che riguarda anche i servizi, come la vicenda Saint Gobain dimostra.

    In questo contesto la digitalizzazione dell’economia tende a favorire, appunto, questo fenomeno del trasferimento di know how non solo produttivo ma adesso anche intellettuale, i cui effetti potrebbero rivelarsi devastanti per il nostro Paese.

    Una pericolosa prospettiva la quale comunque lascia assolutamente indifferente l’intera classe politica italiana.

    (*) FP

  • La cantieristica nautica italiana supera i 4 miliardi

    Il mercato della cantieristica nautica continua a crescere in Italia e nel mondo. La produzione dei cantieri italiani potrebbe superare il valore di 4 miliardi di euro nel 2022 (4,1-4,3 miliardi) con una crescita tra il 15% e il 20%. E’ la stima di Deloitte che arriva dal report sul settore realizzato per Confindustria Nautica, secondo cui, il valore del mercato mondiale della cantieristica nautica ha raggiunto i 52 miliardi di euro nel 2021.

    In Italia la produzione di nuove imbarcazioni ha raggiunto nel 2021 un valore di 3,6 miliardi di euro (+34% rispetto al 2020), con un contributo al Pil nazionale pari al 2,9%, e il Paese è il secondo produttore al mondo, con una quota di mercato del 12%, dopo gli Stati Uniti. I cantieri italiani confermano la leadership mondiale nel segmento superyacht con una quota del 49% sul totale degli ordini globali. Il Paese continuerà a crescere anche quest’anno: «Il futuro è buono e per il 2023 abbiamo buone notizie», spiega il presidente di Confindustria Nautica, Saverio Cecchi, aggiungendo che «i cantieri di grandi imbarcazioni hanno un portafoglio ordini importantissimo».

    Fra le economie del mare, osserva Cecchi, «l’industria nautica è il comparto che nel 2021 è cresciuto più di tutti gli altri, con il migliore incremento di fatturato di sempre, registrando il record storico di export e un aumento del 10% degli addetti diretti». Il mercato della nautica “è più solido e forte rispetto al 2008, supportato da una domanda più consistente con aspettative positive per i prossimi anni», aggiunge Tommaso Nastasi, senior partner Deloitte. Le sfide dei prossimi anni riguardano “il prodotto, la filiera e il mercato», aggiunge Nastasi, che si aspetta «un maggior focus sulle operazioni di M&A (fusione e acquisizione)». Altro aspetto centrale riguarda gli obiettivi Esg sui quali «c’è una maggiore consapevolezza da parte del settore».

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo politico per rafforzare la protezione dei prodotti artigianali e industriali europei nell’UE e nel mondo

    La Commissione accoglie con favore l’accordo politico provvisorio raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio su un nuovo regolamento per proteggere la proprietà intellettuale dei prodotti artigianali e industriali che costituiscono il frutto dell’originalità e dell’autenticità di competenze tradizionali regionali.

    Il nuovo regolamento consentirà ai produttori dell’UE di proteggere i prodotti artigianali e industriali e le loro competenze tradizionali, in Europa e nel mondo, anche online. Il regolamento permetterà ai consumatori di riconoscere più facilmente la qualità di tali prodotti e di fare scelte più informate e aiuterà a promuovere, attrarre e mantenere competenze e posti di lavoro nelle regioni d’Europa, contribuendo al loro sviluppo economico. Inoltre il regolamento garantirà di porre i prodotti artigianali e industriali su un piano di parità rispetto alle indicazioni geografiche protette già esistenti nel settore agricolo.

  • Enel e Costa alleati per ridurre le emissioni delle navi

    Il ‘caso pilota’ sarà la trasformazione di un nave da crociera per azzerarne le emissioni nelle fasi di ingresso, sosta e uscita dal porto, attraverso l’installazione a bordo di una alimentazione a batteria e sulle banchine un impianto di alimentazione e ricarica elettrica da terra. E’ partito così un progetto di collaborazione tra Enel e Costa Crociere “per favorire la mobilità marittima sostenibile attraverso soluzioni di elettrificazione”. Un protocollo di intesa che, spiegano le due società, «nasce dalla comune convinzione che il trasporto crocieristico sia, nel settore marittimo, quello tecnologicamente più evoluto e precursore di soluzioni a basso impatto ambientale».

    Le due società collaboreranno anche per promuovere «attività di advocacy finalizzate a semplificare ed incentivare l’efficientamento energetico, l’elettrificazione e la produzione di energia rinnovabile in ambito portuale, in particolar modo nelle aree portuali inserite in contesti cittadini», come prevedono l’European New Green Deal ed il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030.

    Su fronti come i progetti di cold ironing, l’alimentazione delle navi attraverso l’elettrificazione della rete di terra durante le soste in porto, la flotta di Costa Crociere, per un terzo già predisposta – viene evidenziato – si sta muovendo in anticipo rispetto ai progetti dei principali porti Italiani e del Mediterraneo, non ancora realizzati. Enel e Costa puntano anche a «favorire il turismo sostenibile, attraverso lo sviluppo di iniziative legate alla mobilità sostenibile elettrica, sia in ambito portuale sia in ambito cittadino», per esempio per le escursioni dei crocieristi a terra o per i collegamenti intermodali tra città e porti. E’ una collaborazione, quella tra le due società, che già prevede la possibilità di essere estesa anche all’estero dove sono presenti i due gruppi, in particolare in Spagna.

    Più in generale, Costa Crociere sottolinea la sua «ambizione” sul fronte della sostenibilità evidenziando l’obiettivo «di introdurre una nuova generazione di navi che operino a zero emissioni nette entro il 2050».

  • La Commissione autorizza l’acquisizione del controllo esclusivo di STEELAG Deutschland da parte di Compagnia Siderurgica Italiana

    La Commissione europea ha approvato, a norma del regolamento UE sulle concentrazioni, l’acquisizione del controllo esclusivo di STEELAG Deutschland GmbH (Germania) da parte di Compagnia Siderurgica Italiana S.r.l. (Italia).

    STEELAG Deutschland opera nella produzione di maglie elettrosaldate e di prodotti in fili trafilati a freddo. Compagnia Siderurgica Italiana opera nella produzione di prodotti in acciaio al carbonio e nella commercializzazione di prodotti finiti e derivati, destinati principalmente all’edilizia.

    La Commissione ha concluso che il progetto di acquisizione non solleverebbe problemi dal punto di vista della concorrenza, dati i limitati legami verticali e sovrapposizioni tra le attività delle società nei mercati pertinenti dello Spazio economico europeo. L’operazione è stata esaminata nell’ambito della procedura semplificata di esame delle concentrazioni.

  • A Dalmine acciaio a prova di Greta

    L’idrogeno verde diventa sempre più centrale nella decarbonizzazione di alcuni settori industriali e, in particolare, per produrre nel lungo periodo acciaio a zero emissioni. Con questo obiettivo, Snam, Tenaris e Edison hanno sottoscritto una lettera di intenti per introdurre l’idrogeno verde in alcuni processi produttivi dell’acciaieria a Dalmine (Bergamo). Si tratta della prima applicazione su scala industriale nel settore siderurgico in Italia.

    Le tre società collaboreranno per individuare e realizzare le soluzioni più adeguate per la produzione, la distribuzione e l’utilizzo dell’idrogeno nello stabilimento Tenaris di Dalmine, contribuendo a investire nelle migliori tecnologie disponibili. L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto “Dalmine Zero Emissions”, avviato da Tenaris con Tenova e Techint engineering & construction, per integrare l’idrogeno nella produzione di acciaio da forno elettrico. Con questo progetto inizia un percorso di “transizione energetica dello stabilimento di Dalmine, ponendoci all’avanguardia della sostenibilità del settore siderurgico”, afferma Michele Della Briotta, presidente Tenaris Europa e amministrato delegato TenarisDalmine.

    Snam, Tenaris e Edison lavoreranno per creare le condizioni per generare idrogeno e ossigeno tramite un elettrolizzatore da circa 20 Mw da installare presso lo stabilimento di Dalmine. Il processo produttivo dell’impianto sarà poi adeguato all’utilizzo di idrogeno in sostituzione del gas naturale. L’accordo è un primo passo per poter raggiungere questo “importante obiettivo. Grazie alle sue tecnologie e alla sua infrastruttura, Snam si pone come uno degli abilitatori della filiera dell’idrogeno per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici e alla creazione di nuove occasioni di sviluppo”, sostiene Marco Alverà, amministratore delegato di Snam.

    E’ prevista anche la realizzazione di un sito di stoccaggio per l’accumulo di idrogeno ad alta pressione e l’utilizzo dell’ossigeno, prodotto localmente tramite elettrolisi, all’interno del processo fusione. “Con questa intesa Edison avvia un percorso di sostegno alla decarbonizzazione di settori industriali chiave per l’economia nazionale”, afferma Nicola Monti, amministratore delegato di Edison.

    Nei mesi scorsi Snam ha sottoscritto una serie di protocolli d’intesa per la diffusione dell’idrogeno, tra cui quello con Eni e Cdp. Nel settore dei trasporti, inoltre, ha avviato collaborazioni con Ferrovie Italiane e Alstom.

  • La Ue non può perdere l’acciaio

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi l’11 gennaio 2020.

    La crisi e l’irrisolta questione della franco-indiana ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto pongono al centro il futuro della politica industriale in Italia e in Europa. Oltre alle molto dolorose conseguenze occupazionali, sociali, politiche e legali.

    L’Unione europea è la prima produttrice al mondo di beni strumentari e di prodotti industriali. In molti settori è anche all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Una forza che si basa principalmente sull’iniziativa privata delle imprese di media dimensione, che rappresentano l’asse portante dell’economia. Una componente che finora ha potuto dialogare in modo produttivo con le restanti imprese di grandi dimensioni nei settori storici delle attività industriali che si sono grandemente sviluppate dopo la seconda guerra mondiale.

    Nonostante tutte le difficoltà, l’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa. Da noi, però, l’onda lunga partita nel 1992 con le mal fatte privatizzazioni delle partecipazioni statali sta travolgendo le grandi imprese industriali italiane. Si è assistito, quindi, alla progressiva perdita di controllo di Ilva, Fiat, Pirelli, Magneti-Marelli, ma anche di molte aziende simbolo del made in Italy, come quelle dell’alimentare, della meccanica e della moda. Lo stesso è successo anche nel sistema bancario italiano, già di per sé fragile in mezzo ai giganti bancari internazionali too big to fail.

    In quest’ottica, l’industria dell’acciaio è emblematica. Per un lungo periodo ha avuto un’importanza strategica nell’economia europea e italiana e ha promosso innovazione, crescita e occupazione. La crisi economica, figlia dello sconquasso finanziario globale del 2008, ha determinato un crollo nelle produzioni e nei commerci mondiali che hanno colpito tutti i settori economici, in primis quello dell’acciaio. Come è noto, esso è strutturalmente legato ai settori dell’auto, delle costruzioni, dell’elettronica e delle industrie rinnovabili. In questo periodo la siderurgia europea ha perso il 27% della produzione e oltre 40 mila posti di lavoro. Tanto che persino la Commissione europea ha dovuto impegnarsi con specifici programmi di rilancio.

    Oggi l’Europa, con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale. La Cina, però, produce più della metà di tutto l’acciaio! In Europa il settore rappresenta l’1,3% del pil. Nell’insieme dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone. Direttamente a circa 330 mila. È un settore ad alta intensità di capitale che investe ogni anno circa 4 miliardi di euro in macchinari più moderni. Nei costi di produzione dell’acciaio la parte relativa all’energia rappresenta il 40%. E l’industria europea, purtroppo, paga prezzi per l’energia più alti dei suoi concorrenti. È un problema che il governo dovrebbe affrontare perché riguarda l’intero comparto industriale nazionale.

    In Italia l’industria siderurgica, con circa 33 mila occupati, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione avviene già con il sistema a forno elettrico, che è molto meno inquinante rispetto a quello a ciclo continuo con altoforno. L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Il nuovo piano industriale deve essere una transizione verso la de carbonizzazione. La grande sfida è di mettere in campo riconversioni verso forni a idrogeno. La sostenibilità ambientale e la difesa della salute non possono in nessun modo essere messe in secondo piano.

    La crisi del settore a livello mondiale sarebbe dovuta a una sovrapproduzione rispetto alla situazione di stagnazione economica generalizzata.

    Detto ciò, però, la Cina, aumentando costantemente la sua produzione a prezzi più bassi, inevitabilmente mette in difficoltà i produttori europei. L’Europa, quindi, rischia di diventare dipendente dalle forniture estere di un materiale fondamentale per la sua economia. Senza considerare le garanzie e la qualità del prodotto importato. Di conseguenza, i produttori europei sono in crisi e molti hanno deciso di tagliare produzione e occupazione. Anche le loro azioni sono in caduta nelle borse. Secondo noi, l’Organizzazione mondiale del commercio non può essere indifferente nel gestire la qualità dei prodotti commerciati.

    Per esempio, la British Steel, in bancarotta, è stata acquistata da un’impresa cinese. Altre acciaierie, se dovessero chiudere, rischiano di essere smantellate e trasportate in Cina, in India o in altri paesi, dove i controlli di qualità, il rispetto della salute e dell’ambiente e i diritti sindacali e civili sono spesso lacunosi. Questa è stata anche la strada dissestata delle localizzazioni, già sperimentata dagli stessi Stati Uniti alla ricerca di costi più bassi. Il risultato per Washington sono stati deficit nei commerci di beni (senza i servizi) per centinaia di miliardi di dollari. Nel 2018 il deficit è stato di quasi 900 miliardi!

    Se alcuni settori industriali e altre infrastrutture sono considerati strategici, allora è necessario che restino attivi e sotto il controllo nazionale ed europeo. Non si tratta di ritornare a un passato in cui si producevano i panettoni di stato ma, se fosse necessario, e non vi fossero imprenditori all’altezza, la partecipazione pubblica non solo è auspicabile ma inevitabile. Non scordiamoci mai che l’Italia e l’Europa dovranno confrontarsi con la potenza economica cinese la cui gestione è notevolmente politica e statale. Per non parlare degli Stati Uniti che, al di là della retorica neoliberista, hanno una fortissima presenza statale nei settori considerati di interesse nazionale. Basti pensare che il solo bilancio militare del 2019 è di oltre 700 miliardi di dollari.

    In Europa, la Francia e la Germania non sono mai arrossite quando lo stato è intervenuto come azionista stabile nei settori privati. Anche noi, come fanno le loro banche d’investimento, dovremmo mettere in campo la Cassa depositi e prestiti ogni qualvolta si reputi indispensabile difendere i livelli di produzione e di occupazione. Ovviamente in una logica di investimento produttivo e non di dissipazione com’è spesso avvenuto in passato (vedi Alitalia). Intanto il nostro paese, la partita Ilva non la può perdere.

    * già sottosegretario dell’economia ** economista

  • In attesa di Giustizia: ma quale scudo, ma mi faccia il piacere!

    L’argomento di cronaca più trattato di questi giorni è quello legato alla sorte dell’ex ILVA a causa della manifestata intenzione di ArcelorMittal di recedere dal contratto stipulato: in un primo momento, ma anche successivamente in aggiunta a ragioni diverse, l’opzione della cordata franco indiana è stata fondata sulla scelta del Governo di non più concedere lo scudo penale.

    La materia del contendere si è, come anticipato, spostata su aspetti diversi di natura eminentemente aziendalistica con implicazioni del margine di profitto, l’avvertita esigenza di evitare il dissesto dei conti attraverso la riduzione dei costi che, a sua volta, comporta migliaia di esuberi. Un termine elegante per dire: licenziamenti.

    L’asse della discussione si è poi spostato sul piano industriale e su vari tavoli di concertazione con il coinvolgimento della politica, dei sindacati oltre che della magistratura ma nessuno ha mai avuto la buona grazia di spiegare in cosa consistesse lo scudo penale la cui minacciata revoca è stata forse impiegata come pretesto per sfilarsi da una intrapresa economicamente non più appetibile. Cerchiamo di fare chiarezza per i lettori.

    La legge che lo istituisce risale al 2015 ed è cambiata nel tempo un paio di volte: suo cuore è l’articolo che prevede una vera e propria immunità penale del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale e delle norme di tutela della salute, della incolumità pubblica e della sicurezza sul lavoro.

    Tradotto: non saranno perseguibili penalmente anche in caso di commissione di reati in materia ambientale e di igiene e sicurezza sul lavoro od omissione dei necessari interventi migliorativi delle strutture esistenti.

    Insomma, esagerando un po’ (ma non poi troppo pensando ai livelli di inquinamento provocati dall’acciaieria) è qualcosa di simile alla licenza di uccidere, quella degli agenti della Sezione Doppio Zero del MI6 immaginata da Ian Fleming.

    Senza esagerare, almeno a parere di chi scrive, è sicuramente l’ennesima dimostrazione del digiuno di diritto costituzionale praticato rigorosamente dal nostro legislatore.

    Infatti, con questo “scudo” si violano almeno due articoli della Carta Fondamentale dello Stato: il  112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere di sicuro esclusa e “parzializzata” per taluno e per taluni reati, per di più con legge ordinaria (ne servirebbe, se mai, una costituzionale) e il 101 che recita la subalternità della Magistratura soltanto alla legge e non – come in questo caso – ad una manifestazione di volontà del Governo espressa tramite una normativa di dubbia costituzionalità.

    L’Autorità Giudiziaria di Taranto, per vero, ha investito della questione il Giudice delle Leggi ma la Corte ha deciso salomonicamente di restituire gli atti (un po’ come ha fatto Mattarella con la riforma della legittima difesa e un decreto sicurezza) invitando il Governo a rivalutare se permangono dubbi di costituzionalità, correggendo il testo. Una sollecitazione al ripensamento, ad una riscrittura, caduta nel vuoto come altre e non poche volte.

    L’attesa di Giustizia, non di rado, soffre proprio di quel digiuno di principi fondamentali del diritto, un digiuno che è tutt’altro che salutare per il legislatore, che ne disturba il sonno e il sonno della ragione – come è noto – genera mostri.

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