informazioni

  • L’intelligenza artificiale può creare malati immaginari e ingannare i medici

    L’uso fraudolento dell’intelligenza artificiale nella ricerca medica ha fatto impennare gli articoli scientifici con dati falsi, citazioni inesistenti e trial clinici manipolati del 900% tra il 2023 e il 2026. Si è passati da un articolo con fonti inesistenti ogni 2.800 nel 2023 a uno ogni 277 nel 2026.

    I chatbot come ChatGPT vengono usati per produrre in serie studi fittizi e barare sull’efficacia dei farmaci, spinti dalla corsa alle pubblicazioni per ottenere finanziamenti, reputazione e avanzamenti di carriera. Vengono create immagini manipolate, bibliografie inventate e interi trial clinici artificiali difficili da smascherare con la sola analisi statistica.

    Gli studi falsificati finiscono spesso nelle revisioni sistematiche che dettano le linee guida per la cura dei pazienti. Il rischio concreto è che le persone vengano curate sulla base di finzioni e dati costruiti a tavolino. Dal 2023, secondo i dati di Retraction Watch richiamati nell’inchiesta, sono stati ritirati oltre 350 articoli per presunti utilizzi impropri dell’intelligenza artificiale nella manipolazione di testi, immagini o dati. Come non bastasse, l’intelligenza artificiale è in grado di produrre riferimenti bibliografici inesistenti, che danno credibilità agli studi fasulli.

    Il fenomeno si inserisce inoltre in un sistema accademico nel quale il numero e il prestigio delle pubblicazioni incidono sulle carriere, sull’accesso ai finanziamenti e sulla reputazione di università e centri di ricerca. È la logica conosciuta come “publish or perish”, pubblicare o perire. L’IA può rendere molto più veloce la produzione scientifica: secondo i dati citati nell’inchiesta, il 30% dei ricercatori utilizza ChatGPT per la scrittura degli articoli e il 15% per le richieste di finanziamento. L’utilizzo di questi strumenti non implica naturalmente una condotta scorretta, soprattutto quando vengono impiegati come supporto alla traduzione, alla raccolta o all’elaborazione delle informazioni.

    Ancora più delicato è il problema delle immagini diagnostiche sintetiche. Una ricerca pubblicata su Radiology ha sperimentato la generazione tramite ChatGPT di false radiografie raffiguranti fratture ossee, successivamente mescolate con immagini autentiche. Sottoposte alla valutazione di 17 radiologi, le immagini artificiali sono state individuate come false soltanto nel 41% dei casi. Questo significa che l’intelligenza artificiale generativa può contribuire alla creazione di materiale che presenta l’apparenza stessa della prova scientifica agli occhi degli esperti.

  • Secondo il “Washington Post” la Cina ha sfruttato la pandemia per raccogliere dati genetici a livello mondiale

    Le agenzie d’intelligence occidentali temono che la Cina abbia sfruttato la pandemia di Covid-19 per raccogliere una vasta mole di dati sul genoma umano a livello mondiale, da sfruttare per ottenere un vantaggio nella “corsa alle armi genetica” con gli Stati Uniti. Lo scrive il Washington Post, che ricorda come durante la pandemia Pechino abbia inviato aiuti a numerosi Paesi sotto forma dei sofisticati laboratori portatili di analisi genetica “Fire-Eye”. Il primo Paese a ricevere uno di questi laboratori, alla fine del 2021, fu la Serbia. Oltre a rilevare le infezioni da coronavirus tramite l’analisi di frammenti del virus, il laboratorio portatile sviluppato dalla Cina è in grado di svolgere complesse analisi del genoma umano, come vantato dai suoi sviluppatori: per questa ragione, l’arrivo di un esemplare del laboratorio Fire-Eye venne accolto con entusiasmo dalle autorità di Belgrado, che vantarono in quell’occasione di disporre “del più avanzato sistema di medicina e generica di precisione nella regione”.

    Nel corso della pandemia, Pechino ha donato o venduto laboratori analoghi a numerosi altri Paesi, e ora, secondo il WP, diversi analisti sospettano che la generosità della Cina sia parte di un tentativo di attingere a nuove fonti di dati genetici umani di alto valore in tutto il mondo. Si tratterebbe di uno sforzo intrapreso da Pechino da oltre un decennio ricorrendo a diversi metodi, che includerebbero anche l’acquisizione di società statunitensi del settore e una serie di operazioni di pirateria informatica. La pandemia avrebbe offerto ad aziende e istituti cinesi l’opportunità di distribuire strumenti per il sequenziamento del Dna umano in aree del Globo dove in precedenza Pechino aveva accesso limitato o nullo. I laboratori Fire-Eye si sono diffusi infatti in almeno quattro continenti e in più di 20 Paesi, inclusi Canada, Lituania, Arabia Saudita, Etiopia, Sudafrica e Australia. In diversi Paesi, come la già citata Serbia, i laboratori portatili si sono trasformati in centri di analisi genetica permanenti.

    Liu Pengyu, un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, interpellato dal Washington Post ha negato categoricamente che Pechino possa aver avuto accesso ai dati genetici raccolti dai laboratori di sua produzione, evidenziando che oltre ad assistere i Paesi beneficiari nel contrasto alla pandemia, i laboratori donati e venduti dalla Cina stanno fornendo assistenza cruciale nello screening di altre malattie, incluso il tumore. L’azienda con sede a Shenzhen che produce i Fire-Eye, Bgi Group, sostiene di non avere accesso ai dati raccolti dai suoi laboratori portatili. Fonti statunitensi consultate dal quotidiano affermano però che Bgi sia stata selezionata da Pechino per edificare e gestire la China National GeneBank, un vasto archivio governativo dei dati genetici raccolti dalla Cina, che includerebbe già dati e profili genomici di milioni di individui di tutto il mondo. Lo scorso anno il Pentagono ha inserito Bgi nella lista delle “aziende militari cinesi” operanti negli Stati Uniti, e nel 2021 l’intelligence Usa ha stabilito che l’azienda sia legata allo sforzo globale del governo cinese teso a ottenere informazioni sul genoma umano a livello mondiale, anche negli Stati Uniti.

  • Truffe e certificazioni anti-truffa: le due facce dell’ambientalismo

    La regressione neopagana ad un uomo che è succube della natura anziché padrone in grado di sfruttarla genera truffe. L’anno scorso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha assegnato sanzioni relative a 36 pratiche scorrette per 72.135.700 euro e a 10 pratiche di inottemperanza per 16.270.000 a società, enti e aziende che hanno attuato il greenwashing, che cioè attraverso la pubblicità o le etichette hanno spacciato per rispettosi dell’ambiente prodotti che così virtuosi non erano.

    Lo scorso marzo l’Unione europea ha approvato una direttiva per utilizzare il termine “green” nei “green claims”, cioè negli slogan pubblicitari, al fine di contrastare e porre fine alle false dichiarazioni a tutela dei consumatori. Quindi d’ora in poi le etichette dei prodotti senza questa definizione non possono circolare nel mercato dell’Unione europea ed appositi organismi di parte terza (come la EthicsGo fondata a Verona nel 2015 e primo esempio in Italia di organismo che, nelle parole del fondatore Giuseppe Patat, «accerta la sostenibilità di prodotti riguardati dal cibo all’abbigliamento, alla cosmesi, dall’economia e finanza al marketing in ogni settore») vengono chiamati a certificare che la produzione in conformità dell’ambiente che le aziende indicano per i propri prodotti sia effettivamente praticata e non solo millantata.

Pulsante per tornare all'inizio