interessi

  • I quattrini fan ballare i burattini

    Chi sono questi burattini che ballano perché pagati o perché sperano che prima o poi saranno pagati?

    Giornalisti, politici, uomini d’affari, finanzieri ed imprenditori, e spesso anche rappresentanti dell’intellighenzia, che continuano a sostenere non vi sia alcun cambiamento climatico mentre il mondo in alcune aree va arrosto ed in altre è sommerso da diluvi e catastrofi di ogni genere.

    Sono quei burattini che ignorano sia lo scioglimento dei ghiacciai a casa nostra sia quanto sta avvenendo in tante altre parti del mondo.

    Che sia dovuto alle azioni umane o alle modifiche che la natura mette in essere ogni tanti secoli o millenni quello che appare evidente è che non si prendono misure per sopperire ai pericoli ed alle necessità degli abitanti della terra, umani, animali, alberi ed insetti.

    In Mongolia, nelle immense praterie di quel Paese cinque volte più esteso dell’Italia, il 77% delle superficie è colpito da desertificazione e nelle praterie si sono aperti grandi voragini. Le voragini si aprono perché il terreno nelle regioni montane, che una volta era permanentemente congelato, si scioglie per via del riscaldamento globale. Il ghiaccio sciolto crea un vuoto nel sottosuolo che collassa dando luogo a enormi buche dalle quali fuoriescono gas e virus rimasti congelati per migliaia di anni.

    Quando il suolo si scongela i microbi decompongono la materia organica e rilasciano gas serra, metano e anidride carbonica. Oltre ai pericoli dovuti alla fuoriuscita di questi gas vi sono quelli legati a virus e batteri che potrebbero ritornare attivi e creare gravi problemi per la salute.

    Il 40% della popolazione mongola vive di pastorizia e quanto sta accadendo crea nuovi problemi anche dal punto di vista economico.

    L’ecosistema è sempre più a rischio, quanto accade in Mongolia, al pari delle conseguenze del terremoto in Venezuela o delle spropositate piogge in Thailandia, come in altre regioni africane, piuttosto che per la sempre più diffusa siccità di vaste aree, che porta carestie ed ulteriore povertà, dimostrando che, anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri, siamo tutti collegati.

    Mentre i burattini ballano, noi tutti dovremmo impegnarci per far comprendere, a chi ci governa in Italia ed in Europa, che la strada per combattere almeno i problemi legati all’inquinamento dev’essere un problema da affrontare con quei Paesi che, ad oggi, dell’inquinamento e delle sue conseguenze non si occupano o lo negano.

    L’Europa, con un pesante, eccessivo, sacrificio economico e sociale, ha abbattuto i suoi livelli di inquinamento ma se questo non sarà fatto da altri Paesi, Cina in testa, tutto risulterà vano, così come è vano e pazzesco che le autovetture che in Europa non possono più circolare, giustamente, perché pericolose in quanto troppo inquinanti, siano portate e vendute, quindi messe in circolazione, in Paesi africani o comunque extraeuropei.

    L’inquinamento non può essere spostato da un Paese all’altro ma deve essere controllato tramite regole condivise. Chi non si adegua a tali regole, necessarie per la sopravvivenza del pianeta, deve vedersi punito non comprando più i beni che produce a discapito della nostra salute.

  • Trump, l’Europa e la Cina

    Tra i circa 350 milioni di abitanti negli Stati Uniti ci sono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in altre varie discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente mancante di esprit de finesse.  È principalmente a costoro che si rivolge il Presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee. Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito a leader di paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra Presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diverse, ma non facciamoci illusioni: di là dalla forma più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stato sostanzialmente differente verso noi europei, né cambierà in futuro. Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre, ogni dollaro che gli USA hanno lasciato a noi è sempre stato per il loro interesse politico ed economico. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump, segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro Presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

    Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei per aumentare i propri investimenti nella difesa (e quindi ridurre l’impegno americano) cominciarono già con i predecessori e la sola novità riguarda i termini ricattatori usati attualmente. Il fatto è che la situazione geopolitica e quella riguardante l’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia pensi ad espandersi verso l’Europa. Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei (tra cui L’Italia). Tuttavia, a causa dei loro problemi interni “devono” ridurre il loro impegno finanziario scaricandone una parte su di noi. È oramai da lungo tempo che hanno capito che il vero pericolo alla loro supremazia mondiale è oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano oramai di una forte base industriale e di produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese. Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire in USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, in pratica, le importazioni rispetto ai prodotti locali. Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti del materiale bellico in tempi ragionevoli. Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e (ancora di più) quella contro l’IRAN, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si sono rivelate una delle enormi vulnerabilità americane. Giusto per dare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni a causa dell’impossibilità dell’industria americana di poter rimpiazzare con nuove riproduzioni quelli necessari per la guerra nel Golfo. Secondo quanto riportato, dei 2300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico lo scorso marzo ne rimanevano disponibili solo 425. Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che in un’ipotetica crisi su Taiwan gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far fronte ad una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Come non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco che di difesa e quindi missili, aerei, droni, navi ecc., necessitano di enormi quantità di “terre rare” ed è risaputo che sia la Cina il quasi monopolista mondiale per la loro raffinazione. Sopperire autarchicamente o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e grandi investimenti. Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico. La guerra contro l’Iran nei suoi primi sei giorni è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima vicino ai 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, costo che ha toccato anche i semplici cittadini. Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare per il 2027 un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera che ha approvato solo la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari. Anche il Pentagono nel solo mese di febbraio aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Commitee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aggiungere circa 7 trilioni di dollari (inclusi gli interessi) al già enorme debito pubblico (circa 40 trilioni di dollari).

    Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo Presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico ma senza variazioni sostanziali.

    Un altro punto importante nel quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante. Oltre a cercare di arrivare ad un accordo con la Cina da un punto di forza negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stable coins. Sia Pechino che Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano (attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione) per combattere la loro crescente disoccupazione, la locale sovraproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, anche negli armamenti. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

    A differenza di altre valute digitali (quali i bitcoins), le stable coins sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta come maggiore strumento per i pagamenti internazionali. È risaputo che la Cina e altri Stati stanno cercando da tempo un modo alternativo al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni. Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata su valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica. Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali. Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un crescente numero di Paesi precedentemente detenute in dollari sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un substrato (cosa che valute digitali non stable non offrono) sarà un must per qualunque futura presidenza.

    Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra gli importanti fornitori cinesi. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e dall’altro per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana. È vero che salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre forme possibili per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

    Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta “stable”, la spinta per la re-industrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, lo sarà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”. Siamo soltanto noi stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

  • Nove giovani su 10 sentono pressione per riuscire nella vita

    Nove giovani italiani su dieci si sentono sotto pressione per avere successo o essere ‘perfetti’. La pressione sale con l’età e grava soprattutto sulle ragazze: il 95% tra i 16 e i 21 anni contro l’89% dei coetanei maschi. Già alle medie lo scarto c’è: 84% le ragazze di 11-14 anni, 76% i loro compagni. È la fotografia della seconda edizione di “Sognando il futuro e il lavoro”, la ricerca realizzata da Valore D in collaborazione con Ipsos su 1.300 studentesse e studenti tra gli 11 e i 21 anni.

    Il lavoro resta un orizzonte desiderato, ma il suo baricentro si è spostato in modo evidente. La priorità numero uno, per ragazzi e ragazze di entrambe le fasce d’età, non è più la carriera. È l’equilibrio tra vita privata e professionale; molto alti anche il desiderio di stabilità e di realizzazione personale. Sullo sfondo, però, pesano timori molto concreti: tra i 16-21enni il 52% prevede difficoltà nel trovare il lavoro desiderato e uno su quattro (25%) teme di non poter contare su un impiego capace di garantire l’autonomia economica.

    Il dato più strutturale riguarda l’origine dei divari: le disuguaglianze iniziano molto prima del primo contratto. È un divario profondo, che la conoscenza da sola non basta a colmare. Già alle scuole medie le aspirazioni si separano: le professioni tecnico-scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi contro l’11% delle ragazze. Anche sull’intelligenza artificiale lo scarto è netto: prenderebbero in considerazione un lavoro in questo campo il 71% dei maschi e il 51% delle femmine.

    Grazie alla maggiore sensibilizzazione sul tema, oggi il 71% dei giovani tra i 16 e i 21 anni sa cosa sono le materie STEM, più del doppio rispetto al 33% registrato nel 2021. Eppure gli stereotipi restano: il 31% dei ragazzi e il 21% delle ragazze continua a considerare i lavori scientifici “più adatti agli uomini”, mentre oltre una ragazza su quattro pensa le ragazze studino meno spesso le materie scientifiche perchè non si sentono all’altezza. Non sorprende, allora, che il 51% di chi conosce le STEM le percepisca come ambienti “troppo maschili”.

    Il contesto in cui queste scelte maturano resta determinante. La famiglia è ancora il primo punto di riferimento e influenza l’87% degli 11-14enni; tra i più grandi, mamma (71%) e papà (62%) restano al vertice delle figure che orientano le decisioni sul futuro. Migliora anche il ruolo della scuola, la cui efficacia percepita è passata dal 34% del 2021 al 50% di oggi. Non basta: l’84% dei giovani chiede più supporto nell’orientamento, attraverso strumenti concreti, testimonianze dirette, confronto con chi quei mestieri li fa per davvero.

    A pesare è anche il clima culturale. La fiducia nelle pari opportunità si erode con il passaggio all’età adulta, e lo fa in modo asimmetrico. Tra gli 11-14 anni crede in pari chance di successo il 77% dei ragazzi e il 74% delle ragazze; tra i 16-21 anni la quota maschile scende al 70%, mentre quella femminile crolla al 51%. Un divario di quasi venti punti che racconta come, crescendo, le ragazze vedano restringersi il perimetro di ciò che ritengono possibile.

    Il risultato è il ritratto di una generazione che non rinuncia a immaginare il proprio futuro, ma lo fa dentro coordinate più complesse: tra aspirazione e incertezza, tra desiderio di equilibrio e richiesta di performance. È in questo spazio – molto prima del lavoro – che si gioca una parte decisiva delle opportunità. E, sempre più spesso, anche del senso di ciò che è possibile immaginare per sé.

    “Questa ricerca racconta una generazione lucida e ambiziosa, ma esposta a una doppia pressione: quella individuale, legata al successo, e quella culturale, che continua a orientare le scelte fin da giovanissimi”, sottolinea Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D. “Se vogliamo incidere davvero sulle disuguaglianze e colmare il gender gap nelle STEM – che sono il motore principale dell’innovazione e le discipline più strategiche per il mercato del lavoro futuro – dobbiamo intervenire già nella prima infanzia: nei modelli che offriamo, nell’orientamento, nei contesti educativi. È lì che si costruisce il perimetro delle possibilità”.

  • E’ già una guerra globale

    Una guerra può essere definita mondiale anche in ragione delle proprie conseguenze ed indipendentemente dal numero o dalla geolocalizzazione degli stati coinvolti.

    Il concetto di legittimità di un’azione di guerra se finalizzata al conseguimento di determinati obiettivi politici o della stessa sopravvivenza di uno Stato (Israele ma non certo gli Stati Uniti) può anche venire adottato come giustificazione nei confronti di uno Stato oppressore o, come si suole dire adesso, “canaglia”.

    Come logica conseguenza, se questa guerra in Medioriente viene giustificata con il conseguimento della messa in sicurezza dei confini israeliani oltre a colpire “uno stato canaglia” che finanzia gruppi terroristici, tuttavia andrebbero considerate le pesanti conseguenze che subiscono fin da subito le economie di altri paesi. Questo vale tanto per l’Europa quanto per il mondo intero proprio in ragione delle dirette conseguenze energetiche, ma non solo, che questo conflitto inevitabilmente determina.

    Questa terribile evoluzione, in altre parole, trasforma un conflitto regionale come ce ne sono stati decine nello stesso Medio Oriente e in altre zone del mondo, proprio in ragione delle conseguenze definisce i nuovi confini di una guerra continentale che rappresenta l’anticipazione di uno scenario bellico mondiale del quale ne potranno approfittare altri regimi politici come la Cina (*).

    Allora in questo nuovo contesto mondiale, però, non possono più risultare sufficienti le premesse che hanno scatenato questo conflitto all’inizio, e non esistono più giustificazioni o legittimazioni proprio in ragione delle conseguenze che subiscono gli altri Stati estranei alle tensioni regionali iniziali.

    Come logica conseguenza il conflitto che molti ancora oggi considerano “legittimo” per la sicurezza di Israele, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti la motivazione risulta molto più oscura, proprio in ragione della sua evoluzione continentale e delle  conseguenze per gli Stati non interessati nello scenario geopolitico medio orientale, assume già ora  le caratteristiche di una guerra mondiale.
    Le stesse responsabilità andrebbero quindi attribuite a quelle autorità istituzionali che hanno rifiutato una difficile trattativa diplomatica privilegiando la semplicità della
    guerra non valutando gli effetti della propria decisione per il mondo intero. Le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti, i quali erano convinti assieme ad Israele di essere in grado di gestire una guerra lampo, dipendono anche dalle diverse motivazioni (politica vs religiosa) dei due eserciti, le quali non permettono il conseguimento di una ” facile vittoria” come quella auspicata da Trump e Netanyahu.

    Sembra proprio che le sconfitte in Vietnam e in Afghanistan non abbiano insegnato nulla tanto in campo politico quanto ancor peggio in quello militare.

  • Già ora i primi vincitori e perdenti

    Ad oltre due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente che gli Stati Uniti ed Israele hanno sferrato nei confronti dell’Iran si possono cominciare ad intravedere quali saranno i prossimi scenari bellici che si stanno definendo e soprattutto quali potrebbero già oggi venire definiti i primi vincitori e sconfitti del conflitto medio orientale.

    Il Pentagono, che aveva sconsigliato l’intervento bellico contro l’Iran in quanto avrebbe distolto preziose risorse militari dallo scenario principale che sarà quello che vedrà fronteggiarsi Cina e Stati Uniti per l’isola di Taiwan, sta trasferendo componenti del costoso sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e batterie Patriot dalla Corea del Sud verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

    L’obiettivo immediato è quello di rispondere alle stringenti esigenze di una immediata protezione degli Stati del Golfo determinate dalla “inaspettata” risposta della teocrazia iraniana, che di fatto ridicolizza tutte le analisi proposte al Presidente degli Stati Uniti tanto dai servizi di intelligence quanto dagli strumenti di intelligenza artificiale ampiamente utilizzati.

    Il ritiro di queste batterie rappresenta un successo diplomatico a costo zero per Xi Jinping in quanto lascia il prossimo scenario bellico dell’Indo-Pacifico temporaneamente sguarnito. Per Pechino, che punta da decenni alla riunificazione con Taiwan, la “distrazione” americana offre una finestra di opportunità tattica inestimabile tale da poterla indurre ad un anticipo dell’invasione ora ipotizzata per il 2027/28.

    Tornando quindi al punto principale, il primo vero vincitore della guerra ancora in corsa in Medioriente certamente risulta la Cina, la quale si trova protagonista all’interno di un sicuro prossimo scenario, ora privo di quelle armi tattiche da parte degli alleati occidentali che tanto l’avevano preoccupata, probabilmente inducendola fino al ora ad un rinvio dall’invasione dell’isola di Formosa.

    Contemporaneamente Taiwan si dimostra, ancor più adesso, una preda molto più facile rispetto all’inizio della guerra del Medio Oriente, in quanto il proprio primo alleato, gli Stati Uniti, è distratto dagli eventi successivi alla guerra con l’Iran che stanno mettendo in seria difficoltà la potente macchina militare statunitense.

    Taiwan rappresenta sicuramente la prima vittima di questo azzardo bellico statunitense ed israeliano programmato e realizzato con l’ausilio della AI. Questo strumento tecnologico tanto enfatizzato, analizzandolo in rapporto agli effetti degli eventi bellici e alla situazione che si sta determinando tanto in Medio Oriente quanto nello scenario dell’Indo Pacifico, si sta rivelando, se utilizzato per confermare una propria visione e non per alimentare la conoscenza, senza alcun vantaggio strategico ed operativo ma viceversa concorre ad una disfatta tecnologica e sul campo di guerra.

  • Il fascino della violenza

    Il 24 febbraio saranno passati quattro anni dall’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma la guerra era cominciata già dall’invasione della Crimea e, se si fossero guardati obiettivamente e con più attenzione i fatti, era evidente da tempo la volontà di Putin di estendere il suo potere nelle aree limitrofe alla Russia.

    Quattro anni di morte e distruzione, come accade in ogni guerra, ma alcuni fatti sono più significativi di altri e su questi dovremmo ragionare più lucidamente ed agire di conseguenza.

    1) Nonostante tutto quello che ha subito e subisce il popolo ucraino ed il suo esercito continuano eroicamente a resistere

    2) Putin sta usando, dall’inizio, sistemi particolarmente efferati, con armi di grande potenza, che colpiscono in particolare la popolazione civile distruggendo anche le centrali energetiche per rendere sempre più impossibile la vita dei civili

    3) Putin non ha esitato né esita a sacrificare centinaia di migliaia di russi in una guerra il cui scopo è solo affermare il suo potere, che non è più così solido anche all’interno, e la sua rivalsa contro la dissoluzione dell’impero sovietico, che vuole ricostruire nel contesto internazionale, sentendosi un nuovo zar. Il suo imporsi al governo in Russia, con incarichi diversi e con modifiche delle leggi, dal 1999 sono la prova provata che l’unico suo obiettivo è il personale potere, nel totale disprezzo della vita dei russi

    4) La recente decisione dello zar di dare un ulteriore giro di vite alla libertà dei russi, chiudendo gran parte dei sistemi di comunicazione, sia della rete di Internet che della telefonia, dimostra che la maggior parte dei russi è costretta a subire, nell’ignoranza, la volontà del capo assoluto

    5) L’Europa in questi anni ha dato un importante contributo alla difesa ucraina ma non è stata in grado, per la propria debolezza istituzionale, di diventare un interlocutore credibile per instaurare trattative e Trump fa di tutto per tenerla ai margini, Putin comprende solo la forza e tratta, eventualmente, solo con i forti inoltre, in troppe occasioni, gli aiuti europei promessi all’Ucraina sono arrivati in ritardo

    6) Le ondivaghe dichiarazioni del presidente americano, i suoi palesi interessi personali nello scacchiere internazionale, sia di interessi economici che di affermare sempre di più il suo ego smisurato, hanno ulteriormente rafforzato Putin con il quale Trump condivide la visione di un potere senza regole.

    Il fascino che subiscono i ragazzini che si sentono adulti e forti con il coltello o coloro che pensano che la politica si possa fare attraverso l’esercizio di un potere più o meno assoluto deve essere combattuto.

    Il maledetto fascino di chi decide ed agisce solo in base alle proprie decisioni, il fascino, diciamolo tranquillamente, del male perché è male tutto quello che porta a prevaricare gli altri, non deve trovare spazio

    7) In questi quattro anni è cambiata anche una parte della situazione internazionale: l’attacco terrorista di Hamas e la distruzione di Gaza, il ritorno sulla scena di varie compagini terroriste, il perseverare della penetrazione in Africa  di Cina e Russia, i droni diventati la nuova arma, la fine della vecchia dittatura siriana, le sanguinose manifestazioni in Iran senza intervento americano, nonostante le prime dichiarazioni del presidente, e l’ipotesi di un accordo per il nucleare o di una guerra ad ampio raggio, la presa di coscienza, vedremo fino a che punto, dell’Europa che forse comincerà a realizzare un’Unione a due velocità, o concentrica, per trovare il peso politico necessario a difendere l’occidente e il nostro sistema di vita, ormai in gran parte privo del paracadute americano, la guerra dei dazi ed gli scandali, che stanno travolgendo personaggi più o meno insospettabili, si sommano alle conseguenze di una guerra che l’Ucraina non può perdere, che noi non possiamo consentire che perda.

    Per questo è necessario che, anche in Italia, si prenda atto che il mito dell’uomo forte, di colui che crede di essere al sopra delle regole internazionali e delle leggi del proprio paese, deve essere combattuto, si tratti di Putin o di Trump non siamo disponibili a tornare ad una società basata sulla legge del più violento, nei fatti, nelle parole, nelle decisioni.

    C’è un dannato fascino che la violenza esercita sui deboli che cercano un ombrello sotto il quale ripararsi e magari trovare vantaggio, oggi o domani.

  • Attenti ai furfanti che abusano del potere conferito o usurpato

    Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò.

    Jean de La Fontaine

    La storia ci insegna che sono state e ci sono tante persone che, per varie ragioni, hanno fatto e fanno di tutto per mettersi in mostra e attirare l’attenzione pubblica. Quanto sta accadendo anche in questi ultimi giorni nel mondo lo conferma. Il presidente statunitense è una di queste persone. Lui, ormai da un anno, da quando ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, non smette mai di mettersi in mostra con delle proposte, delle minacce e delle richieste, cercando però sempre di camuffare le sue vere intenzioni e i suoi interessi. Lui si sta presentando come colui che fa di tutto per la pace nel mondo. Ma in cambio chiede, anzi pretende, anche un meritato riconoscimento. Il Premio Nobel è una sua dichiarata ambizione. E “guai” se non lo si accontenta.

    Proprio oggi, il 19 gennaio è stata resa nota una lettera che il presidente degli Stati Uniti d’America ha scritto al primo ministro norvegese, in cui si riferiva alle sue ormai note pretese territoriali sulla Groenlandia. E tutto dopo aver minacciato le autorità dell’isola e della Danimarca. In quella lettera afferma: “Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America”. Aggiungendo che “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un diritto di proprietà?”.

    Ovviamente in questi ultimi giorni l’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale, viene attirata dalla proposta del presidente degli Stati Uniti d’America per il “Board of Peace” (Comitato di Pace; n.d.a.), da lui stesso presieduto, per ripristinare la pace a Gaza. Si tratta di una sua “lungimirante invenzione” che intende applicarla, in seguito, sia nel caso dell’Ucraina che del Venezuela, costituendo così una struttura internazionale da contrapporre all’Organizzazione delle Nazioni Unite e al suo Consiglio di Sicurezza.

    Di fronte a simili sviluppi e situazioni internazionali, quanto sta succedendo in alcuni piccoli Paesi, anche in Europa, spesso sfugge all’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale. Il caso dell’Albania lo testimonia. E comunque si tratta di una realtà drammatica e preoccupante in un Paese membro della NATO e candidato ad aderire all’Unione europea. Una realtà che devono tenerla ben presente soprattutto alcuni dei “grandi dell’Europa”, che considerano “amico” un irresponsabile e voltagabbana autocrate, qual è il primo ministro del Paese.

    Riferendosi perciò alla realtà albanese, si potrebbero evidenziare innumerevoli scandali clamorosi e milionari, dei quali il nostro lettore da anni è stato informato, sempre con la dovuta oggettività. Uno di questi è il seguente. Il 24 settembre 2024 in Albania è stata costituita un’impresa a partecipazione statale, denominata KAYO, per “sviluppare un’industria militare moderna, basata sulle capacità locali e su partenariati strategici”. Tutto dopo che il Parlamento aveva approvato il 26 luglio 2024 un’apposita legge. L’impresa è organizzata come una società azionaria e l’autorità pubblica che rappresenta lo Stato è il ministero della Difesa. In seguito, il 12 giugno 2025, con una decisione del Consiglio dei ministri, è stato stabilito che la sopracitata impresa, quando diventa parte attiva di un’altra società, non deve mai avere meno di 45% del capitale della nuova società.

    Bisogna sottolineare che l’impresa a partecipazione statale KAYO, in base alla legge che la costituì, ha sia l’autorità che l’esclusività di utilizzare, insieme con le imprese/società con le quali divide le azioni, tutte le proprietà dell’esercito. Perciò le proprietà pubbliche, attualmente al possesso dell’esercito albanese, possono essere utilizzate anche dagli altri soci azionari dell’impresa a partecipazione statale, i quali, attraverso le proprietà dell’esercito, potranno realizzare guadagni milionari.

    E proprio nel giugno 2025 la proprietaria di una società albanese, costituita nel 2016, che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere, ha deciso di vendere il 49% delle sue azioni ad una società di proprietà di un noto imprenditore israeliano, costituendo una nuova società comune. Ebbene, non erano passati neanche due mesi quando, nei primi giorni dell’agosto 2025, tra questa nuovissima società azionaria e la sopracitata impresa statale che opera, tra l’altro, nel campo degli armamenti, è stata costituita un’altra società azionaria. Ma nonostante la sopracitata decisione del Consiglio dei ministri stabiliva che quell’impresa statale non doveva mai avere meno di 45% del capitale societario, la sua quota di partecipazione era soltanto il 20% del capitale totale. Mentre l’80% del capitale apparteneva alla società privata. Una clamorosa e palese violazione legale da parte dell’impresa statale! Ma non c’è stato nessun intervento obbligatorio, da parte del ministero della Difesa, come rappresentante dello Stato, per impedire ed annullare la costituzione di questa società comune. Chissà perché?!

    Si sa però che la proprietaria della società albanese che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere era stata promossa poco tempo fa pubblicamente dal primo ministro albanese, presentandola come un’imprenditrice di successo! Si sa anche che il noto imprenditore israeliano, il quale ha comprato il 49% del capitale della società di questa imprenditrice, è un “caro amico” del primo ministro. Mentre il dirigente dell’impresa statale, è stato un ex capo della polizia di Stato ed un “ubbidiente collaboratore” del primo ministro. E proprio in questo rapporto triangolare le cattive lingue hanno subito trovato anche la spiegazione del mancato intervento, da parte delle autorità competenti, per impedire la costituzione di questa società azionaria mista. Le cattive lingue, in più, hanno detto convinte che la costituzione di una simile società mista era stata ideata ed attuata solo e soltanto per abusare sia con ingenti somme di denaro pubblico e sia con le molte proprietà militari controllate dall’impresa statale. E, ovviamente, tutto con il beneplacito, se non con l’ordine, del primo ministro.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania, che ha avuto luogo il 13 novembre 2025 a Roma, sono stati firmati 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione, in vari settori, tra i due Paesi. Il nostro lettore è stato informato di questo vertice intergovernativo a tempo debito (Luci e ombre su un vertice intergovernativo; 17 novembre 2025).

    Ebbene, uno degli accordi firmati durante quel vertice riguardava il settore della difesa. A quell’accordo ha fatto riferimento il primo ministro albanese alla fine del vertice, durante la congiunta conferenza di stampa con la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. Secondo il primo ministro albanese le sette navi saranno costruite in Albania da “….un’impresa italo-albanese, in cui la parte italiana è Fincantieri e quella albanese è KAYO. È un’impresa congiunta che creerà lavoro, conoscenza per giovani albanese, che saranno pagati bene, e che fornirà all’Italia, all’Albania se ne avrà bisogno, e ad altri Paesi, le navi, che sono così importanti in questi giorni”. E si tratta proprio di KAYO, la stessa impresa statale che, come sopracitato, nei primi giorni dell’agosto 2025 è entrata in società, in palese violazione legale, con la società privata dell’imprenditrice di successo albanese e dell’imprenditore israeliano, un “caro amico” del primo ministro albanese. E tutto era accaduto prima del 13 novembre 2025, giorno in cui si svolse a Roma il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Chissà se i massimi rappresentanti dell’Italia ne erano però al corrente di questo fatto?!

    Chi scrive queste righe per il momento non aggiunge altro. Ma trova saggia l’affermazione di Jean de La Fontaine: “Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò”.  Non si sa se siano furfanti alcuni dei “grandi dell’Europa”, però si sa che alcuni di loro collaborano con un furfante, il primo ministro albanese, per realizzare determinati “interessi nazionali”.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Politicamente scorretto

    L’unica cosa veramente certa nella vita è che, prima o poi, si muore, non sappiamo come e quando ma l’evento è certo, per questo non capisco, se non per gli amanti del politicamente corretto, a prescindere da tutto, lo scandalo per le parole del Presidente  ucraino verso Putin.
    Certamente noi cristiani dobbiamo saper perdonare, nelle debite forme che non impediscano però il corso della giustizia e la pena conseguente e Zelensky non ho parlato di morte tramite particolari sevizie, ha semplicemente augurato a Putin quello che comunque anche allo zar, prima o poi, capiterà e cioè morire.
    Il problema, se mai, sta in chi succederà a Putin dopo la sua morte visto che al momento non sembra esserci in Russia la forza capace di dare al paese una svolta democratica, anzi vediamo intorno a Putin personaggi della sua stessa scuola priva di dimensione morale.
    Vediamo ragazzini allevati, dall’inizio della guerra, più a maneggiare il fucile che a studiare libri che comprendano la parola libertà, giustizia, rispetto degli altri, vediamo una smisurata quantità di denaro, ricavato dalle tasse delle società occidentali, cento italiane, rimaste a lavorare e produrre in Russia, usato per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina, una guerra che colpisce particolarmente la popolazione civile ed inerme. Vediamo la morte della libertà di stampa e del diritto di opinione e centinaia di migliaia di persone costrette, contro la loro volontà, ad andare a combattere e a morire in una guerra oscena per come Putin l’ha negata, iniziata, perseguita.

    Sognare, sperare la fine dei tiranni, in qualunque parte del mondo vivano, non sarà politicamente corretto ma è umanamente legittimo, quello che nel frattempo possiamo fare è sostenere in ogni modo chi difende la libertà della sua Patria e impegnarsi per il rispetto della dignità di ogni essere umano.

    La morte di Putin non risolverà nulla se non moriranno gli imperialismi, le smisurate ricerche di potere assoluto e di denaro senza fine, insomma è un’intera società, non solo in Russia, che deve cambiare partendo dagli Stati Uniti che, lo speriamo come augurio di buon anno, torni ad essere una democrazia di fatto partendo dall’abbandono del sogno di Trump di spartirsi il mondo in una nuova alleanza con Putin e la Cina.

  • Nulla di nuovo sotto il sole

    Come si sa le menzogne hanno le gambe corte e prima o poi la verità viene a galla, anche quella che in molti sospettavano da tempo ed altri, ottusamente o proditoriamente, scegliete voi il termine che ritenete più indicato, continuavano e continuano a negare.

    Putin ora l’ha detto chiaro: vuole il Donbass, se l’Ucraina lo cede la guerra, almeno fino alla prossima richiesta dello zar, potrebbe finire.

    Niente difesa di cittadini russofoni oppressi da Kiev ma semplicemente il desiderio di Putin di impossessarsi di una delle più ricche regioni ucraine, ricca per gas, petrolio, carbone, uranio, titanio, manganese, litio, grafite e, soprattutto, per le terre rare che servono a tutto il mondo, che la Cina possiede in particolare modo e delle quali ha sete l’America, da qui anche il motivo per il quale il presidente americano trova comunque possibile un accordo con l’amico Putin, alla faccia dell’attaccato e coraggioso Zelensky.

    Potere, denaro, violenza, soprusi, nulla di nuovo sotto il sole, neppur nuova la superficialità che l’Europa ha dimostrato assumendo contro Putin solo sanzioni più o meno ininfluenti, lasciando che continuassero, con le triangolazioni, traffici con la Russia e non comprendendo che l’occidente, come lo conoscevamo, è storia passata: il paracadute americano non c è più, anzi gli Stati Uniti ci impongono di comperare da loro le armi per aiutare il suo alleato ucraino che lui stesso si rifiuta di soccorrere per non fare dispiacere a Putin…

    Trump farà solo i suoi interessi ed aspettando che l’America cambi, se cambierà, amministrazione l’Ucraina sarà spezzettata e sempre a rischio e noi a nostra volta rischieremo il collasso, dopo l’Ucraina l’Unione.

    Senza una politica di difesa comune, un esercito comune l’Unione Europea diventa una pura definizione geografica perché anche il libero mercato non sarà più tale.

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