interessi

  • Nove giovani su 10 sentono pressione per riuscire nella vita

    Nove giovani italiani su dieci si sentono sotto pressione per avere successo o essere ‘perfetti’. La pressione sale con l’età e grava soprattutto sulle ragazze: il 95% tra i 16 e i 21 anni contro l’89% dei coetanei maschi. Già alle medie lo scarto c’è: 84% le ragazze di 11-14 anni, 76% i loro compagni. È la fotografia della seconda edizione di “Sognando il futuro e il lavoro”, la ricerca realizzata da Valore D in collaborazione con Ipsos su 1.300 studentesse e studenti tra gli 11 e i 21 anni.

    Il lavoro resta un orizzonte desiderato, ma il suo baricentro si è spostato in modo evidente. La priorità numero uno, per ragazzi e ragazze di entrambe le fasce d’età, non è più la carriera. È l’equilibrio tra vita privata e professionale; molto alti anche il desiderio di stabilità e di realizzazione personale. Sullo sfondo, però, pesano timori molto concreti: tra i 16-21enni il 52% prevede difficoltà nel trovare il lavoro desiderato e uno su quattro (25%) teme di non poter contare su un impiego capace di garantire l’autonomia economica.

    Il dato più strutturale riguarda l’origine dei divari: le disuguaglianze iniziano molto prima del primo contratto. È un divario profondo, che la conoscenza da sola non basta a colmare. Già alle scuole medie le aspirazioni si separano: le professioni tecnico-scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi contro l’11% delle ragazze. Anche sull’intelligenza artificiale lo scarto è netto: prenderebbero in considerazione un lavoro in questo campo il 71% dei maschi e il 51% delle femmine.

    Grazie alla maggiore sensibilizzazione sul tema, oggi il 71% dei giovani tra i 16 e i 21 anni sa cosa sono le materie STEM, più del doppio rispetto al 33% registrato nel 2021. Eppure gli stereotipi restano: il 31% dei ragazzi e il 21% delle ragazze continua a considerare i lavori scientifici “più adatti agli uomini”, mentre oltre una ragazza su quattro pensa le ragazze studino meno spesso le materie scientifiche perchè non si sentono all’altezza. Non sorprende, allora, che il 51% di chi conosce le STEM le percepisca come ambienti “troppo maschili”.

    Il contesto in cui queste scelte maturano resta determinante. La famiglia è ancora il primo punto di riferimento e influenza l’87% degli 11-14enni; tra i più grandi, mamma (71%) e papà (62%) restano al vertice delle figure che orientano le decisioni sul futuro. Migliora anche il ruolo della scuola, la cui efficacia percepita è passata dal 34% del 2021 al 50% di oggi. Non basta: l’84% dei giovani chiede più supporto nell’orientamento, attraverso strumenti concreti, testimonianze dirette, confronto con chi quei mestieri li fa per davvero.

    A pesare è anche il clima culturale. La fiducia nelle pari opportunità si erode con il passaggio all’età adulta, e lo fa in modo asimmetrico. Tra gli 11-14 anni crede in pari chance di successo il 77% dei ragazzi e il 74% delle ragazze; tra i 16-21 anni la quota maschile scende al 70%, mentre quella femminile crolla al 51%. Un divario di quasi venti punti che racconta come, crescendo, le ragazze vedano restringersi il perimetro di ciò che ritengono possibile.

    Il risultato è il ritratto di una generazione che non rinuncia a immaginare il proprio futuro, ma lo fa dentro coordinate più complesse: tra aspirazione e incertezza, tra desiderio di equilibrio e richiesta di performance. È in questo spazio – molto prima del lavoro – che si gioca una parte decisiva delle opportunità. E, sempre più spesso, anche del senso di ciò che è possibile immaginare per sé.

    “Questa ricerca racconta una generazione lucida e ambiziosa, ma esposta a una doppia pressione: quella individuale, legata al successo, e quella culturale, che continua a orientare le scelte fin da giovanissimi”, sottolinea Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D. “Se vogliamo incidere davvero sulle disuguaglianze e colmare il gender gap nelle STEM – che sono il motore principale dell’innovazione e le discipline più strategiche per il mercato del lavoro futuro – dobbiamo intervenire già nella prima infanzia: nei modelli che offriamo, nell’orientamento, nei contesti educativi. È lì che si costruisce il perimetro delle possibilità”.

  • E’ già una guerra globale

    Una guerra può essere definita mondiale anche in ragione delle proprie conseguenze ed indipendentemente dal numero o dalla geolocalizzazione degli stati coinvolti.

    Il concetto di legittimità di un’azione di guerra se finalizzata al conseguimento di determinati obiettivi politici o della stessa sopravvivenza di uno Stato (Israele ma non certo gli Stati Uniti) può anche venire adottato come giustificazione nei confronti di uno Stato oppressore o, come si suole dire adesso, “canaglia”.

    Come logica conseguenza, se questa guerra in Medioriente viene giustificata con il conseguimento della messa in sicurezza dei confini israeliani oltre a colpire “uno stato canaglia” che finanzia gruppi terroristici, tuttavia andrebbero considerate le pesanti conseguenze che subiscono fin da subito le economie di altri paesi. Questo vale tanto per l’Europa quanto per il mondo intero proprio in ragione delle dirette conseguenze energetiche, ma non solo, che questo conflitto inevitabilmente determina.

    Questa terribile evoluzione, in altre parole, trasforma un conflitto regionale come ce ne sono stati decine nello stesso Medio Oriente e in altre zone del mondo, proprio in ragione delle conseguenze definisce i nuovi confini di una guerra continentale che rappresenta l’anticipazione di uno scenario bellico mondiale del quale ne potranno approfittare altri regimi politici come la Cina (*).

    Allora in questo nuovo contesto mondiale, però, non possono più risultare sufficienti le premesse che hanno scatenato questo conflitto all’inizio, e non esistono più giustificazioni o legittimazioni proprio in ragione delle conseguenze che subiscono gli altri Stati estranei alle tensioni regionali iniziali.

    Come logica conseguenza il conflitto che molti ancora oggi considerano “legittimo” per la sicurezza di Israele, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti la motivazione risulta molto più oscura, proprio in ragione della sua evoluzione continentale e delle  conseguenze per gli Stati non interessati nello scenario geopolitico medio orientale, assume già ora  le caratteristiche di una guerra mondiale.
    Le stesse responsabilità andrebbero quindi attribuite a quelle autorità istituzionali che hanno rifiutato una difficile trattativa diplomatica privilegiando la semplicità della
    guerra non valutando gli effetti della propria decisione per il mondo intero. Le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti, i quali erano convinti assieme ad Israele di essere in grado di gestire una guerra lampo, dipendono anche dalle diverse motivazioni (politica vs religiosa) dei due eserciti, le quali non permettono il conseguimento di una ” facile vittoria” come quella auspicata da Trump e Netanyahu.

    Sembra proprio che le sconfitte in Vietnam e in Afghanistan non abbiano insegnato nulla tanto in campo politico quanto ancor peggio in quello militare.

  • Già ora i primi vincitori e perdenti

    Ad oltre due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente che gli Stati Uniti ed Israele hanno sferrato nei confronti dell’Iran si possono cominciare ad intravedere quali saranno i prossimi scenari bellici che si stanno definendo e soprattutto quali potrebbero già oggi venire definiti i primi vincitori e sconfitti del conflitto medio orientale.

    Il Pentagono, che aveva sconsigliato l’intervento bellico contro l’Iran in quanto avrebbe distolto preziose risorse militari dallo scenario principale che sarà quello che vedrà fronteggiarsi Cina e Stati Uniti per l’isola di Taiwan, sta trasferendo componenti del costoso sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e batterie Patriot dalla Corea del Sud verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

    L’obiettivo immediato è quello di rispondere alle stringenti esigenze di una immediata protezione degli Stati del Golfo determinate dalla “inaspettata” risposta della teocrazia iraniana, che di fatto ridicolizza tutte le analisi proposte al Presidente degli Stati Uniti tanto dai servizi di intelligence quanto dagli strumenti di intelligenza artificiale ampiamente utilizzati.

    Il ritiro di queste batterie rappresenta un successo diplomatico a costo zero per Xi Jinping in quanto lascia il prossimo scenario bellico dell’Indo-Pacifico temporaneamente sguarnito. Per Pechino, che punta da decenni alla riunificazione con Taiwan, la “distrazione” americana offre una finestra di opportunità tattica inestimabile tale da poterla indurre ad un anticipo dell’invasione ora ipotizzata per il 2027/28.

    Tornando quindi al punto principale, il primo vero vincitore della guerra ancora in corsa in Medioriente certamente risulta la Cina, la quale si trova protagonista all’interno di un sicuro prossimo scenario, ora privo di quelle armi tattiche da parte degli alleati occidentali che tanto l’avevano preoccupata, probabilmente inducendola fino al ora ad un rinvio dall’invasione dell’isola di Formosa.

    Contemporaneamente Taiwan si dimostra, ancor più adesso, una preda molto più facile rispetto all’inizio della guerra del Medio Oriente, in quanto il proprio primo alleato, gli Stati Uniti, è distratto dagli eventi successivi alla guerra con l’Iran che stanno mettendo in seria difficoltà la potente macchina militare statunitense.

    Taiwan rappresenta sicuramente la prima vittima di questo azzardo bellico statunitense ed israeliano programmato e realizzato con l’ausilio della AI. Questo strumento tecnologico tanto enfatizzato, analizzandolo in rapporto agli effetti degli eventi bellici e alla situazione che si sta determinando tanto in Medio Oriente quanto nello scenario dell’Indo Pacifico, si sta rivelando, se utilizzato per confermare una propria visione e non per alimentare la conoscenza, senza alcun vantaggio strategico ed operativo ma viceversa concorre ad una disfatta tecnologica e sul campo di guerra.

  • Il fascino della violenza

    Il 24 febbraio saranno passati quattro anni dall’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma la guerra era cominciata già dall’invasione della Crimea e, se si fossero guardati obiettivamente e con più attenzione i fatti, era evidente da tempo la volontà di Putin di estendere il suo potere nelle aree limitrofe alla Russia.

    Quattro anni di morte e distruzione, come accade in ogni guerra, ma alcuni fatti sono più significativi di altri e su questi dovremmo ragionare più lucidamente ed agire di conseguenza.

    1) Nonostante tutto quello che ha subito e subisce il popolo ucraino ed il suo esercito continuano eroicamente a resistere

    2) Putin sta usando, dall’inizio, sistemi particolarmente efferati, con armi di grande potenza, che colpiscono in particolare la popolazione civile distruggendo anche le centrali energetiche per rendere sempre più impossibile la vita dei civili

    3) Putin non ha esitato né esita a sacrificare centinaia di migliaia di russi in una guerra il cui scopo è solo affermare il suo potere, che non è più così solido anche all’interno, e la sua rivalsa contro la dissoluzione dell’impero sovietico, che vuole ricostruire nel contesto internazionale, sentendosi un nuovo zar. Il suo imporsi al governo in Russia, con incarichi diversi e con modifiche delle leggi, dal 1999 sono la prova provata che l’unico suo obiettivo è il personale potere, nel totale disprezzo della vita dei russi

    4) La recente decisione dello zar di dare un ulteriore giro di vite alla libertà dei russi, chiudendo gran parte dei sistemi di comunicazione, sia della rete di Internet che della telefonia, dimostra che la maggior parte dei russi è costretta a subire, nell’ignoranza, la volontà del capo assoluto

    5) L’Europa in questi anni ha dato un importante contributo alla difesa ucraina ma non è stata in grado, per la propria debolezza istituzionale, di diventare un interlocutore credibile per instaurare trattative e Trump fa di tutto per tenerla ai margini, Putin comprende solo la forza e tratta, eventualmente, solo con i forti inoltre, in troppe occasioni, gli aiuti europei promessi all’Ucraina sono arrivati in ritardo

    6) Le ondivaghe dichiarazioni del presidente americano, i suoi palesi interessi personali nello scacchiere internazionale, sia di interessi economici che di affermare sempre di più il suo ego smisurato, hanno ulteriormente rafforzato Putin con il quale Trump condivide la visione di un potere senza regole.

    Il fascino che subiscono i ragazzini che si sentono adulti e forti con il coltello o coloro che pensano che la politica si possa fare attraverso l’esercizio di un potere più o meno assoluto deve essere combattuto.

    Il maledetto fascino di chi decide ed agisce solo in base alle proprie decisioni, il fascino, diciamolo tranquillamente, del male perché è male tutto quello che porta a prevaricare gli altri, non deve trovare spazio

    7) In questi quattro anni è cambiata anche una parte della situazione internazionale: l’attacco terrorista di Hamas e la distruzione di Gaza, il ritorno sulla scena di varie compagini terroriste, il perseverare della penetrazione in Africa  di Cina e Russia, i droni diventati la nuova arma, la fine della vecchia dittatura siriana, le sanguinose manifestazioni in Iran senza intervento americano, nonostante le prime dichiarazioni del presidente, e l’ipotesi di un accordo per il nucleare o di una guerra ad ampio raggio, la presa di coscienza, vedremo fino a che punto, dell’Europa che forse comincerà a realizzare un’Unione a due velocità, o concentrica, per trovare il peso politico necessario a difendere l’occidente e il nostro sistema di vita, ormai in gran parte privo del paracadute americano, la guerra dei dazi ed gli scandali, che stanno travolgendo personaggi più o meno insospettabili, si sommano alle conseguenze di una guerra che l’Ucraina non può perdere, che noi non possiamo consentire che perda.

    Per questo è necessario che, anche in Italia, si prenda atto che il mito dell’uomo forte, di colui che crede di essere al sopra delle regole internazionali e delle leggi del proprio paese, deve essere combattuto, si tratti di Putin o di Trump non siamo disponibili a tornare ad una società basata sulla legge del più violento, nei fatti, nelle parole, nelle decisioni.

    C’è un dannato fascino che la violenza esercita sui deboli che cercano un ombrello sotto il quale ripararsi e magari trovare vantaggio, oggi o domani.

  • Attenti ai furfanti che abusano del potere conferito o usurpato

    Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò.

    Jean de La Fontaine

    La storia ci insegna che sono state e ci sono tante persone che, per varie ragioni, hanno fatto e fanno di tutto per mettersi in mostra e attirare l’attenzione pubblica. Quanto sta accadendo anche in questi ultimi giorni nel mondo lo conferma. Il presidente statunitense è una di queste persone. Lui, ormai da un anno, da quando ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, non smette mai di mettersi in mostra con delle proposte, delle minacce e delle richieste, cercando però sempre di camuffare le sue vere intenzioni e i suoi interessi. Lui si sta presentando come colui che fa di tutto per la pace nel mondo. Ma in cambio chiede, anzi pretende, anche un meritato riconoscimento. Il Premio Nobel è una sua dichiarata ambizione. E “guai” se non lo si accontenta.

    Proprio oggi, il 19 gennaio è stata resa nota una lettera che il presidente degli Stati Uniti d’America ha scritto al primo ministro norvegese, in cui si riferiva alle sue ormai note pretese territoriali sulla Groenlandia. E tutto dopo aver minacciato le autorità dell’isola e della Danimarca. In quella lettera afferma: “Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America”. Aggiungendo che “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un diritto di proprietà?”.

    Ovviamente in questi ultimi giorni l’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale, viene attirata dalla proposta del presidente degli Stati Uniti d’America per il “Board of Peace” (Comitato di Pace; n.d.a.), da lui stesso presieduto, per ripristinare la pace a Gaza. Si tratta di una sua “lungimirante invenzione” che intende applicarla, in seguito, sia nel caso dell’Ucraina che del Venezuela, costituendo così una struttura internazionale da contrapporre all’Organizzazione delle Nazioni Unite e al suo Consiglio di Sicurezza.

    Di fronte a simili sviluppi e situazioni internazionali, quanto sta succedendo in alcuni piccoli Paesi, anche in Europa, spesso sfugge all’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale. Il caso dell’Albania lo testimonia. E comunque si tratta di una realtà drammatica e preoccupante in un Paese membro della NATO e candidato ad aderire all’Unione europea. Una realtà che devono tenerla ben presente soprattutto alcuni dei “grandi dell’Europa”, che considerano “amico” un irresponsabile e voltagabbana autocrate, qual è il primo ministro del Paese.

    Riferendosi perciò alla realtà albanese, si potrebbero evidenziare innumerevoli scandali clamorosi e milionari, dei quali il nostro lettore da anni è stato informato, sempre con la dovuta oggettività. Uno di questi è il seguente. Il 24 settembre 2024 in Albania è stata costituita un’impresa a partecipazione statale, denominata KAYO, per “sviluppare un’industria militare moderna, basata sulle capacità locali e su partenariati strategici”. Tutto dopo che il Parlamento aveva approvato il 26 luglio 2024 un’apposita legge. L’impresa è organizzata come una società azionaria e l’autorità pubblica che rappresenta lo Stato è il ministero della Difesa. In seguito, il 12 giugno 2025, con una decisione del Consiglio dei ministri, è stato stabilito che la sopracitata impresa, quando diventa parte attiva di un’altra società, non deve mai avere meno di 45% del capitale della nuova società.

    Bisogna sottolineare che l’impresa a partecipazione statale KAYO, in base alla legge che la costituì, ha sia l’autorità che l’esclusività di utilizzare, insieme con le imprese/società con le quali divide le azioni, tutte le proprietà dell’esercito. Perciò le proprietà pubbliche, attualmente al possesso dell’esercito albanese, possono essere utilizzate anche dagli altri soci azionari dell’impresa a partecipazione statale, i quali, attraverso le proprietà dell’esercito, potranno realizzare guadagni milionari.

    E proprio nel giugno 2025 la proprietaria di una società albanese, costituita nel 2016, che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere, ha deciso di vendere il 49% delle sue azioni ad una società di proprietà di un noto imprenditore israeliano, costituendo una nuova società comune. Ebbene, non erano passati neanche due mesi quando, nei primi giorni dell’agosto 2025, tra questa nuovissima società azionaria e la sopracitata impresa statale che opera, tra l’altro, nel campo degli armamenti, è stata costituita un’altra società azionaria. Ma nonostante la sopracitata decisione del Consiglio dei ministri stabiliva che quell’impresa statale non doveva mai avere meno di 45% del capitale societario, la sua quota di partecipazione era soltanto il 20% del capitale totale. Mentre l’80% del capitale apparteneva alla società privata. Una clamorosa e palese violazione legale da parte dell’impresa statale! Ma non c’è stato nessun intervento obbligatorio, da parte del ministero della Difesa, come rappresentante dello Stato, per impedire ed annullare la costituzione di questa società comune. Chissà perché?!

    Si sa però che la proprietaria della società albanese che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere era stata promossa poco tempo fa pubblicamente dal primo ministro albanese, presentandola come un’imprenditrice di successo! Si sa anche che il noto imprenditore israeliano, il quale ha comprato il 49% del capitale della società di questa imprenditrice, è un “caro amico” del primo ministro. Mentre il dirigente dell’impresa statale, è stato un ex capo della polizia di Stato ed un “ubbidiente collaboratore” del primo ministro. E proprio in questo rapporto triangolare le cattive lingue hanno subito trovato anche la spiegazione del mancato intervento, da parte delle autorità competenti, per impedire la costituzione di questa società azionaria mista. Le cattive lingue, in più, hanno detto convinte che la costituzione di una simile società mista era stata ideata ed attuata solo e soltanto per abusare sia con ingenti somme di denaro pubblico e sia con le molte proprietà militari controllate dall’impresa statale. E, ovviamente, tutto con il beneplacito, se non con l’ordine, del primo ministro.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania, che ha avuto luogo il 13 novembre 2025 a Roma, sono stati firmati 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione, in vari settori, tra i due Paesi. Il nostro lettore è stato informato di questo vertice intergovernativo a tempo debito (Luci e ombre su un vertice intergovernativo; 17 novembre 2025).

    Ebbene, uno degli accordi firmati durante quel vertice riguardava il settore della difesa. A quell’accordo ha fatto riferimento il primo ministro albanese alla fine del vertice, durante la congiunta conferenza di stampa con la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. Secondo il primo ministro albanese le sette navi saranno costruite in Albania da “….un’impresa italo-albanese, in cui la parte italiana è Fincantieri e quella albanese è KAYO. È un’impresa congiunta che creerà lavoro, conoscenza per giovani albanese, che saranno pagati bene, e che fornirà all’Italia, all’Albania se ne avrà bisogno, e ad altri Paesi, le navi, che sono così importanti in questi giorni”. E si tratta proprio di KAYO, la stessa impresa statale che, come sopracitato, nei primi giorni dell’agosto 2025 è entrata in società, in palese violazione legale, con la società privata dell’imprenditrice di successo albanese e dell’imprenditore israeliano, un “caro amico” del primo ministro albanese. E tutto era accaduto prima del 13 novembre 2025, giorno in cui si svolse a Roma il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Chissà se i massimi rappresentanti dell’Italia ne erano però al corrente di questo fatto?!

    Chi scrive queste righe per il momento non aggiunge altro. Ma trova saggia l’affermazione di Jean de La Fontaine: “Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò”.  Non si sa se siano furfanti alcuni dei “grandi dell’Europa”, però si sa che alcuni di loro collaborano con un furfante, il primo ministro albanese, per realizzare determinati “interessi nazionali”.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Politicamente scorretto

    L’unica cosa veramente certa nella vita è che, prima o poi, si muore, non sappiamo come e quando ma l’evento è certo, per questo non capisco, se non per gli amanti del politicamente corretto, a prescindere da tutto, lo scandalo per le parole del Presidente  ucraino verso Putin.
    Certamente noi cristiani dobbiamo saper perdonare, nelle debite forme che non impediscano però il corso della giustizia e la pena conseguente e Zelensky non ho parlato di morte tramite particolari sevizie, ha semplicemente augurato a Putin quello che comunque anche allo zar, prima o poi, capiterà e cioè morire.
    Il problema, se mai, sta in chi succederà a Putin dopo la sua morte visto che al momento non sembra esserci in Russia la forza capace di dare al paese una svolta democratica, anzi vediamo intorno a Putin personaggi della sua stessa scuola priva di dimensione morale.
    Vediamo ragazzini allevati, dall’inizio della guerra, più a maneggiare il fucile che a studiare libri che comprendano la parola libertà, giustizia, rispetto degli altri, vediamo una smisurata quantità di denaro, ricavato dalle tasse delle società occidentali, cento italiane, rimaste a lavorare e produrre in Russia, usato per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina, una guerra che colpisce particolarmente la popolazione civile ed inerme. Vediamo la morte della libertà di stampa e del diritto di opinione e centinaia di migliaia di persone costrette, contro la loro volontà, ad andare a combattere e a morire in una guerra oscena per come Putin l’ha negata, iniziata, perseguita.

    Sognare, sperare la fine dei tiranni, in qualunque parte del mondo vivano, non sarà politicamente corretto ma è umanamente legittimo, quello che nel frattempo possiamo fare è sostenere in ogni modo chi difende la libertà della sua Patria e impegnarsi per il rispetto della dignità di ogni essere umano.

    La morte di Putin non risolverà nulla se non moriranno gli imperialismi, le smisurate ricerche di potere assoluto e di denaro senza fine, insomma è un’intera società, non solo in Russia, che deve cambiare partendo dagli Stati Uniti che, lo speriamo come augurio di buon anno, torni ad essere una democrazia di fatto partendo dall’abbandono del sogno di Trump di spartirsi il mondo in una nuova alleanza con Putin e la Cina.

  • Nulla di nuovo sotto il sole

    Come si sa le menzogne hanno le gambe corte e prima o poi la verità viene a galla, anche quella che in molti sospettavano da tempo ed altri, ottusamente o proditoriamente, scegliete voi il termine che ritenete più indicato, continuavano e continuano a negare.

    Putin ora l’ha detto chiaro: vuole il Donbass, se l’Ucraina lo cede la guerra, almeno fino alla prossima richiesta dello zar, potrebbe finire.

    Niente difesa di cittadini russofoni oppressi da Kiev ma semplicemente il desiderio di Putin di impossessarsi di una delle più ricche regioni ucraine, ricca per gas, petrolio, carbone, uranio, titanio, manganese, litio, grafite e, soprattutto, per le terre rare che servono a tutto il mondo, che la Cina possiede in particolare modo e delle quali ha sete l’America, da qui anche il motivo per il quale il presidente americano trova comunque possibile un accordo con l’amico Putin, alla faccia dell’attaccato e coraggioso Zelensky.

    Potere, denaro, violenza, soprusi, nulla di nuovo sotto il sole, neppur nuova la superficialità che l’Europa ha dimostrato assumendo contro Putin solo sanzioni più o meno ininfluenti, lasciando che continuassero, con le triangolazioni, traffici con la Russia e non comprendendo che l’occidente, come lo conoscevamo, è storia passata: il paracadute americano non c è più, anzi gli Stati Uniti ci impongono di comperare da loro le armi per aiutare il suo alleato ucraino che lui stesso si rifiuta di soccorrere per non fare dispiacere a Putin…

    Trump farà solo i suoi interessi ed aspettando che l’America cambi, se cambierà, amministrazione l’Ucraina sarà spezzettata e sempre a rischio e noi a nostra volta rischieremo il collasso, dopo l’Ucraina l’Unione.

    Senza una politica di difesa comune, un esercito comune l’Unione Europea diventa una pura definizione geografica perché anche il libero mercato non sarà più tale.

  • Soltanto interessi e niente altro

    Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.

    Thomas Fuller

    L’estate di quest’anno è stata rovente, con alte temperature ed incendi in molti Paesi europei. E nel frattempo continuano purtroppo anche i conflitti armati in varie parti del mondo. Continua la guerra in Ucraina, cominciata il 24 febbraio 2022, dopo l’aggressione russa. Continua anche la guerra nella Striscia di Gaza, cominciata il 7 ottobre 2023, dopo il sanguinoso attacco di Hamas. Sono guerre che stanno causando numerose vittime e ingenti danni materiali.

    Si tratta di conflitti che, nonostante le continue trattative dei negoziatori, rappresentanti delle parti in guerra e di altri Paesi, con ogni probabilità non finiranno presto. Non hanno portato però ad un risultato concreto, positivo e sostanziale neanche i diversi incontri tra i “grandi del mondo”, nonostante le loro dichiarazioni “ottimistiche” sulla fine di quelle guerre. Comprese le dichiarazioni del presidente statunitense che, ogni volta che parla, dichiara una cosa diversa da quella detta precedentemente. Purtroppo, nel frattempo, le guerre continuano ed in queste ultime settimane si sono anche intensificate. Il presidente russo ne approfitta dalla situazione e continua a bombardare le città ucraine, compresa la capitale. Mentre migliaia di civili, molti bambini compresi, soffrono e muoiono per la fame e per le bombe nella Striscia di Gaza.

    Domenica scorsa, 31 agosto, è cominciato il 25o vertice, di due giorni, dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Shanghai Cooperation Organisation – SCO; n.d.a.) che si svolge a Tianjin, città portuale nel nord della Cina. Si tratta di un’Organizzazione costituita nel 2001, voluta e proposta dalla Cina e dalla Russia, come un Forum di promozione della sicurezza e cooperazione nella regione eurasiatica. L’Organizzazione ha attualmente dieci Paesi membri (Cina, Russia, India, Iran, Bielorussia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Pakistan, Tajikistan e Uzbekistan) e due Paesi osservatori (Afghanistan e Mongolia). In più l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ospita nelle sue attività anche gli alti rappresentanti dei Paesi noti come “partner di dialogo” (Azerbaijan, Armenia, Bahrain, Egitto, Cambogia, Qatar, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia e Sri Lanka).

    Dopo la fine del 25o vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gli ospiti del vertice ed altri invitati saranno a Pechino, il 3 settembre prossimo, per celebrare gli 80 anni dalla fine della guerra tra la Cina ed il Giappone. In più saranno presenti anche il presidente della Corea del Nord e quello della Serbia. Un’altra occasione per alcuni dei “grandi del mondo” di continuare a discutere sulle problematiche situazioni che coinvolgono direttamente alcuni di loro.

    Il presidente della Russia è uno di loro. Lui, domenica scorsa, durante una riunione del Consiglio dei capi di Stato e dei governi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha dichiarato: “Informerò sicuramente i miei omologhi in modo più dettagliato e approfondito sui risultati dei colloqui in Alaska durante gli incontri bilaterali previsti”. E si riferiva all’incontro ed ai colloqui che ha avuto con il presidente statunitense, il 15 agosto scorso, in Alaska. Il presidente russo, riferendosi poi alla guerra in Ucraina, da lui voluta ed ordinata, ha dichiarato che “… non è stata scatenata dall’attacco della Russia all’Ucraina, ma è stata il risultato di un colpo di Stato, sostenuto e provocato dall’Occidente”. Considerandola non una guerra bensì una crisi, il presidente russo ha aggiunto che “…La seconda ragione della crisi è il costante tentativo dell’Occidente di trascinare l’Ucraina nella NATO”.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, la scorsa settimana nella capitale statunitense si è svolta una riunione sulla fine della guerra nella Striscia di Gaza e sul futuro della stessa Gaza. Erano presenti il segretario di Stato statunitense ed il ministro degli Esteri israeliano. Insieme a loro era presente il genero dell’attuale presidente statunitense ed ex consigliere, con delega per il Medio Oriente, durante il suo primo mandato. Era presente anche l’ex premier britannico Tony Blair che dal 2016 è il fondatore del “Tony Blair Institute for Global Change” (Istituto Tony Blair per il Cambiamento Globale; n.d.a.), un’organizzazione non a scopo di lucro che opera in vari Paesi del mondo, soprattutto in Africa. Era presente anche l’attuale inviato speciale statunitense in Medio Oriente. Risulterebbe che in questi ultimi mesi lui e l’ex premier britannico si siano incontrati diverse volte ed abbiano elaborato, insieme anche con il genero dell’attuale presidente statunitense, un progetto per la fine della guerra nella Striscia di Gaza.

    Bisogna sottolineare che il genero dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, noto anche per i suoi interessi immobiliari e come sostenitore di progetti milionari in quel campo in vari parti del mondo, nel febbraio 2024, ha parlato di “proprietà sul lungomare di Gaza”, che potrebbe essere “molto preziosa”. E solo un mese dopo, nel marzo 2024, parlava del “grande valore immobiliare del lungomare di Gaza”. Bisogna evidenziare che, inseme con la sua moglie, la figlia del presidente statunitense e comproprietaria della Trump Organization (Organizzazione imprenditoriale privata della famiglia Trump; n.d.a.), il genero del presidente statunitense ha presentato gli interessi della famiglia non solo nel lungomare di Gaza, ma anche in altri Paesi. Europa compresa.

    E guarda caso, all’inizio del suo secondo mandato, l’attuale presidente statunitense ha presentato il progetto “Gaza, riviera del Medio Oriente”, secondo il quale Gaza poteva diventare “la Costa azzurra del Medio Oriente”. E da noto imprenditore edilizio di successo qual è, lui ne sa qualcosa. Ma da buon imprenditore, per l’attuale presidente statunitense determinati progetti sono spesso legati a interessi personali milionari. E proprio la scorsa settimana il noto quotidiano statunitense The Washington Post ha rivelato che i collaboratori del presidente statunitense ed alcuni suoi partner internazionali stanno discutendo delle proposte per costruire un lussuoso resort turistico e un polo tecnologico sulla Striscia di Gaza.

    Sempre durante la scorsa settimana ed esattamente mercoledì 27 agosto, il presidente statunitense ha proposto l’arresto del suo nemico George Soros e di suo figlio. Secondo lui “George Soros e il suo meraviglioso figlio della sinistra radicale, dovrebbero essere incriminati con il RICO per il loro sostegno alle proteste violente, e a molto altro, in tutti gli Stati Uniti d’America” (RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act – Legge sulle organizzazioni corrotte e influenzate dai racket, approvata nel 1970; n.d.a.). Il presidente statunitense sa anche il perché di una simile proposta. Ma lui dovrebbe sapere che George Soros ha collaborato molto anche con Tony Blair in diverse attività lobbistiche occulte, con gravi conseguenze in alcuni Paesi in Africa. Proprio con Tony Blair che, da qualche mese, insieme con il suo genero ed altri suoi collaboratori stretti stanno preparando il progetto per Gaza. Chissà come andrà a finire la proposta del presidente statunitense sull’arresto di George Soros e di suo figlio, incriminati in base al RICO? Ma si sa che lui cambia le sue dichiarazioni di punto in bianco e dichiara amici persone che prima considerava nemici. O viceversa. Come ha fatto con il presidente della Corea del Nord, con il quale adesso, come dichiarava la scorsa settimana, “si vanta di avere un ottimo rapporto” (Sic!).

    Chi scrive queste righe pensa che alcuni dei “grandi del mondo” parlano di principi ma seguono soltanto i loro interessi e niente altro. E per questo diventano amici di molti. Ma come ci insegna Thomas Fuller “Chi è amico di tutti non è amico di nessuno”. Anzi, non ha nessun amico.

  • Etica e politica

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Non è indispensabile ricorrere a Machiavelli per affrontare il tema del rapporto tra etica e politica. Molti ne scrissero nei secoli precedenti, a volte con un po’ d’ipocrisia, ma Tucidide cinicamente e francamente ci lasciò qualcosa che resta da sempre una verità: “I forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”. Per quanto amara e sconfortante possa suonare tale affermazione occorre prenderne atto e non illuderci che la realtà sia diversa da così o che la volontà ottimista la possa cambiare.

    Da tutti i tempi le varie politiche nazionali e soprattutto la politica internazionale seguono questa logica ed è giusto che sia così. La geopolitica ha un solo obiettivo: l’interesse nazionale. Pensare diversamente non solo è inutile, è addirittura controproduttivo. Invocare la moralità nei rapporti tra Stati è utile in tempo di pace ai fini di mantenere rapporti diplomatici e culturali tra i vari popoli coinvolti ma, in tempi di confronto o addirittura di guerra, è funzionale solo alla propaganda delle parti. Certamente, l’essere umano a cui si fa rischiare la propria vita ha bisogno di una giustificazione “superiore” per essere convinto a farlo e mai ci fu una guerra in cui un esercito attaccò un altro per dichiarati motivi egoistici o soltanto materiali. Un approccio moralistico è giudicato necessario per portare interi popoli a subire, o infliggere, le distruzioni che accompagnano ogni atto bellico. Perfino il cosiddetto “diritto internazionale” è una pura finzione che viene usata dagli uni contro gli altri secondo le convenienze. Quando noi critichiamo la Russia per averlo violato con la sua invasione dell’Ucraina, dimentichiamo che noi “Occidentali” facemmo la stessa cosa invadendo la Serbia, l’Irak e la Libia. Naturalmente, in questi casi le ragioni “morali” usate furono altre ma altrettanto faziose e addirittura inventate quali le (false) motivazioni umanitarie nel primo caso, inesistenti “armi di distruzione di massa” nel secondo e l’aiuto ai ribelli contro il potere costituito che li massacrava (in realtà si trattò di una guerra civile innescata da potenze straniere – vedi Francia, GB e USA – contro Gheddafi) nel terzo. Gli esempi di tal fatta sarebbero numerosi ma basterebbe ricordare che all’inizio del ‘900 l’invasione di eserciti europei, americani, giapponesi e russi in Cina fu anche allora giustificata con l’appello al “diritto internazionale”. Qualcuno ricorderà quali stragi efferate si commisero allora contro la popolazione cinese che voleva soltanto sottrarsi al colonialismo economico straniero (e all’invadenza dei missionari cristiani contro la secolare cultura locale).

    Il problema del vero iato tra le ragioni morali e quelle politiche diventa ancora più evidente quando le motivazioni morali cui ci si riferisce sono diverse e spesso contrapposte tra i vari contendenti. Dalla seconda guerra mondiale in poi i vincitori occidentali invocarono le ragioni delle “democrazie” contro i sistemi “autoritari” dimenticando però che per attaccare la dittatura nazista che voleva occupare altre nazioni non si esitò ad allearsi con la dittatura sovietica. Anche la “guerra fredda” fu poi basata su due contrapposte visioni del mondo e ognuna delle due parti sosteneva di battersi per la maggiore libertà dei popoli contro, da un lato, “l’oppressione capitalista” e, dall’altro, la violazione delle “libertà individuali”. Ognuno non solo diffondeva al proprio interno le proprie “ragioni morali” ma cercava anche di convertire l’altra parte. In effetti ci furono anche in Unione Sovietica dei difensori (perseguitati) della liberal democrazia, così come da noi ci furono seguaci del marxismo-leninismo e perfino dello stalinismo. La realtà fu che non si trattava, se non per pura propaganda, di difendere certi valori ma di semplice concetto geopolitico mirante alla conquista della supremazia mondiale. Alla barba dei “valori” propugnati, quando Churchill andò a Mosca nell’agosto del 1942 si accordò con Stalin sulla percentuale di interferenza che Gran Bretagna e Russia avrebbero potuto rispettivamente esercitare sui futuri Stati europei e, nel successivo incontro di Yalta, Roosevelt chiese semplicemente che non si parlasse di “percentuali” ma la sostanza rimase la stessa. L’atteggiamento della NATO durante i fatti di Budapest del 1956 e di Praga del 1968 dimostrarono che l’accordo teneva. Si fu frequentemente sull’orlo di una vera guerra ma, fortunatamente per tutto il tempo, essa rimase “fredda”.

    Le nazioni cercano sempre la loro propria prosperità e temono le minacce ad essa e sono questi due imperativi a determinare le azioni dei vari governi. Che i tanti leader mondiali ne siano consapevoli è importante, indipendentemente da ciò che dicono ai rispettivi pubblici perché, se anch’essi credessero veramente a ciò che è predicato a gran voce alle masse come “valore”, non avremmo a che fare con dei politici bensì con dei fanatici che potrebbero diventare pericolosi.

    E’ bene ricordare tutto ciò a chi crede ingenuamente che la guerra in atto in Ucraina sia davvero per la “difesa della democrazia” e che lasciare che la Russia possa vincere diventi una “sconfitta morale”. Chi ha buon senso ed è realista sa che le ragioni politiche stanno sempre dietro le motivazioni ufficialmente addotte e che oggi con Mosca un accomodamento non solo è preferibile, ma addirittura giusto.

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