interessi

  • Attenti ai furfanti che abusano del potere conferito o usurpato

    Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò.

    Jean de La Fontaine

    La storia ci insegna che sono state e ci sono tante persone che, per varie ragioni, hanno fatto e fanno di tutto per mettersi in mostra e attirare l’attenzione pubblica. Quanto sta accadendo anche in questi ultimi giorni nel mondo lo conferma. Il presidente statunitense è una di queste persone. Lui, ormai da un anno, da quando ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, non smette mai di mettersi in mostra con delle proposte, delle minacce e delle richieste, cercando però sempre di camuffare le sue vere intenzioni e i suoi interessi. Lui si sta presentando come colui che fa di tutto per la pace nel mondo. Ma in cambio chiede, anzi pretende, anche un meritato riconoscimento. Il Premio Nobel è una sua dichiarata ambizione. E “guai” se non lo si accontenta.

    Proprio oggi, il 19 gennaio è stata resa nota una lettera che il presidente degli Stati Uniti d’America ha scritto al primo ministro norvegese, in cui si riferiva alle sue ormai note pretese territoriali sulla Groenlandia. E tutto dopo aver minacciato le autorità dell’isola e della Danimarca. In quella lettera afferma: “Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America”. Aggiungendo che “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un diritto di proprietà?”.

    Ovviamente in questi ultimi giorni l’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale, viene attirata dalla proposta del presidente degli Stati Uniti d’America per il “Board of Peace” (Comitato di Pace; n.d.a.), da lui stesso presieduto, per ripristinare la pace a Gaza. Si tratta di una sua “lungimirante invenzione” che intende applicarla, in seguito, sia nel caso dell’Ucraina che del Venezuela, costituendo così una struttura internazionale da contrapporre all’Organizzazione delle Nazioni Unite e al suo Consiglio di Sicurezza.

    Di fronte a simili sviluppi e situazioni internazionali, quanto sta succedendo in alcuni piccoli Paesi, anche in Europa, spesso sfugge all’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale. Il caso dell’Albania lo testimonia. E comunque si tratta di una realtà drammatica e preoccupante in un Paese membro della NATO e candidato ad aderire all’Unione europea. Una realtà che devono tenerla ben presente soprattutto alcuni dei “grandi dell’Europa”, che considerano “amico” un irresponsabile e voltagabbana autocrate, qual è il primo ministro del Paese.

    Riferendosi perciò alla realtà albanese, si potrebbero evidenziare innumerevoli scandali clamorosi e milionari, dei quali il nostro lettore da anni è stato informato, sempre con la dovuta oggettività. Uno di questi è il seguente. Il 24 settembre 2024 in Albania è stata costituita un’impresa a partecipazione statale, denominata KAYO, per “sviluppare un’industria militare moderna, basata sulle capacità locali e su partenariati strategici”. Tutto dopo che il Parlamento aveva approvato il 26 luglio 2024 un’apposita legge. L’impresa è organizzata come una società azionaria e l’autorità pubblica che rappresenta lo Stato è il ministero della Difesa. In seguito, il 12 giugno 2025, con una decisione del Consiglio dei ministri, è stato stabilito che la sopracitata impresa, quando diventa parte attiva di un’altra società, non deve mai avere meno di 45% del capitale della nuova società.

    Bisogna sottolineare che l’impresa a partecipazione statale KAYO, in base alla legge che la costituì, ha sia l’autorità che l’esclusività di utilizzare, insieme con le imprese/società con le quali divide le azioni, tutte le proprietà dell’esercito. Perciò le proprietà pubbliche, attualmente al possesso dell’esercito albanese, possono essere utilizzate anche dagli altri soci azionari dell’impresa a partecipazione statale, i quali, attraverso le proprietà dell’esercito, potranno realizzare guadagni milionari.

    E proprio nel giugno 2025 la proprietaria di una società albanese, costituita nel 2016, che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere, ha deciso di vendere il 49% delle sue azioni ad una società di proprietà di un noto imprenditore israeliano, costituendo una nuova società comune. Ebbene, non erano passati neanche due mesi quando, nei primi giorni dell’agosto 2025, tra questa nuovissima società azionaria e la sopracitata impresa statale che opera, tra l’altro, nel campo degli armamenti, è stata costituita un’altra società azionaria. Ma nonostante la sopracitata decisione del Consiglio dei ministri stabiliva che quell’impresa statale non doveva mai avere meno di 45% del capitale societario, la sua quota di partecipazione era soltanto il 20% del capitale totale. Mentre l’80% del capitale apparteneva alla società privata. Una clamorosa e palese violazione legale da parte dell’impresa statale! Ma non c’è stato nessun intervento obbligatorio, da parte del ministero della Difesa, come rappresentante dello Stato, per impedire ed annullare la costituzione di questa società comune. Chissà perché?!

    Si sa però che la proprietaria della società albanese che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere era stata promossa poco tempo fa pubblicamente dal primo ministro albanese, presentandola come un’imprenditrice di successo! Si sa anche che il noto imprenditore israeliano, il quale ha comprato il 49% del capitale della società di questa imprenditrice, è un “caro amico” del primo ministro. Mentre il dirigente dell’impresa statale, è stato un ex capo della polizia di Stato ed un “ubbidiente collaboratore” del primo ministro. E proprio in questo rapporto triangolare le cattive lingue hanno subito trovato anche la spiegazione del mancato intervento, da parte delle autorità competenti, per impedire la costituzione di questa società azionaria mista. Le cattive lingue, in più, hanno detto convinte che la costituzione di una simile società mista era stata ideata ed attuata solo e soltanto per abusare sia con ingenti somme di denaro pubblico e sia con le molte proprietà militari controllate dall’impresa statale. E, ovviamente, tutto con il beneplacito, se non con l’ordine, del primo ministro.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania, che ha avuto luogo il 13 novembre 2025 a Roma, sono stati firmati 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione, in vari settori, tra i due Paesi. Il nostro lettore è stato informato di questo vertice intergovernativo a tempo debito (Luci e ombre su un vertice intergovernativo; 17 novembre 2025).

    Ebbene, uno degli accordi firmati durante quel vertice riguardava il settore della difesa. A quell’accordo ha fatto riferimento il primo ministro albanese alla fine del vertice, durante la congiunta conferenza di stampa con la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. Secondo il primo ministro albanese le sette navi saranno costruite in Albania da “….un’impresa italo-albanese, in cui la parte italiana è Fincantieri e quella albanese è KAYO. È un’impresa congiunta che creerà lavoro, conoscenza per giovani albanese, che saranno pagati bene, e che fornirà all’Italia, all’Albania se ne avrà bisogno, e ad altri Paesi, le navi, che sono così importanti in questi giorni”. E si tratta proprio di KAYO, la stessa impresa statale che, come sopracitato, nei primi giorni dell’agosto 2025 è entrata in società, in palese violazione legale, con la società privata dell’imprenditrice di successo albanese e dell’imprenditore israeliano, un “caro amico” del primo ministro albanese. E tutto era accaduto prima del 13 novembre 2025, giorno in cui si svolse a Roma il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Chissà se i massimi rappresentanti dell’Italia ne erano però al corrente di questo fatto?!

    Chi scrive queste righe per il momento non aggiunge altro. Ma trova saggia l’affermazione di Jean de La Fontaine: “Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò”.  Non si sa se siano furfanti alcuni dei “grandi dell’Europa”, però si sa che alcuni di loro collaborano con un furfante, il primo ministro albanese, per realizzare determinati “interessi nazionali”.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Politicamente scorretto

    L’unica cosa veramente certa nella vita è che, prima o poi, si muore, non sappiamo come e quando ma l’evento è certo, per questo non capisco, se non per gli amanti del politicamente corretto, a prescindere da tutto, lo scandalo per le parole del Presidente  ucraino verso Putin.
    Certamente noi cristiani dobbiamo saper perdonare, nelle debite forme che non impediscano però il corso della giustizia e la pena conseguente e Zelensky non ho parlato di morte tramite particolari sevizie, ha semplicemente augurato a Putin quello che comunque anche allo zar, prima o poi, capiterà e cioè morire.
    Il problema, se mai, sta in chi succederà a Putin dopo la sua morte visto che al momento non sembra esserci in Russia la forza capace di dare al paese una svolta democratica, anzi vediamo intorno a Putin personaggi della sua stessa scuola priva di dimensione morale.
    Vediamo ragazzini allevati, dall’inizio della guerra, più a maneggiare il fucile che a studiare libri che comprendano la parola libertà, giustizia, rispetto degli altri, vediamo una smisurata quantità di denaro, ricavato dalle tasse delle società occidentali, cento italiane, rimaste a lavorare e produrre in Russia, usato per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina, una guerra che colpisce particolarmente la popolazione civile ed inerme. Vediamo la morte della libertà di stampa e del diritto di opinione e centinaia di migliaia di persone costrette, contro la loro volontà, ad andare a combattere e a morire in una guerra oscena per come Putin l’ha negata, iniziata, perseguita.

    Sognare, sperare la fine dei tiranni, in qualunque parte del mondo vivano, non sarà politicamente corretto ma è umanamente legittimo, quello che nel frattempo possiamo fare è sostenere in ogni modo chi difende la libertà della sua Patria e impegnarsi per il rispetto della dignità di ogni essere umano.

    La morte di Putin non risolverà nulla se non moriranno gli imperialismi, le smisurate ricerche di potere assoluto e di denaro senza fine, insomma è un’intera società, non solo in Russia, che deve cambiare partendo dagli Stati Uniti che, lo speriamo come augurio di buon anno, torni ad essere una democrazia di fatto partendo dall’abbandono del sogno di Trump di spartirsi il mondo in una nuova alleanza con Putin e la Cina.

  • Nulla di nuovo sotto il sole

    Come si sa le menzogne hanno le gambe corte e prima o poi la verità viene a galla, anche quella che in molti sospettavano da tempo ed altri, ottusamente o proditoriamente, scegliete voi il termine che ritenete più indicato, continuavano e continuano a negare.

    Putin ora l’ha detto chiaro: vuole il Donbass, se l’Ucraina lo cede la guerra, almeno fino alla prossima richiesta dello zar, potrebbe finire.

    Niente difesa di cittadini russofoni oppressi da Kiev ma semplicemente il desiderio di Putin di impossessarsi di una delle più ricche regioni ucraine, ricca per gas, petrolio, carbone, uranio, titanio, manganese, litio, grafite e, soprattutto, per le terre rare che servono a tutto il mondo, che la Cina possiede in particolare modo e delle quali ha sete l’America, da qui anche il motivo per il quale il presidente americano trova comunque possibile un accordo con l’amico Putin, alla faccia dell’attaccato e coraggioso Zelensky.

    Potere, denaro, violenza, soprusi, nulla di nuovo sotto il sole, neppur nuova la superficialità che l’Europa ha dimostrato assumendo contro Putin solo sanzioni più o meno ininfluenti, lasciando che continuassero, con le triangolazioni, traffici con la Russia e non comprendendo che l’occidente, come lo conoscevamo, è storia passata: il paracadute americano non c è più, anzi gli Stati Uniti ci impongono di comperare da loro le armi per aiutare il suo alleato ucraino che lui stesso si rifiuta di soccorrere per non fare dispiacere a Putin…

    Trump farà solo i suoi interessi ed aspettando che l’America cambi, se cambierà, amministrazione l’Ucraina sarà spezzettata e sempre a rischio e noi a nostra volta rischieremo il collasso, dopo l’Ucraina l’Unione.

    Senza una politica di difesa comune, un esercito comune l’Unione Europea diventa una pura definizione geografica perché anche il libero mercato non sarà più tale.

  • Soltanto interessi e niente altro

    Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.

    Thomas Fuller

    L’estate di quest’anno è stata rovente, con alte temperature ed incendi in molti Paesi europei. E nel frattempo continuano purtroppo anche i conflitti armati in varie parti del mondo. Continua la guerra in Ucraina, cominciata il 24 febbraio 2022, dopo l’aggressione russa. Continua anche la guerra nella Striscia di Gaza, cominciata il 7 ottobre 2023, dopo il sanguinoso attacco di Hamas. Sono guerre che stanno causando numerose vittime e ingenti danni materiali.

    Si tratta di conflitti che, nonostante le continue trattative dei negoziatori, rappresentanti delle parti in guerra e di altri Paesi, con ogni probabilità non finiranno presto. Non hanno portato però ad un risultato concreto, positivo e sostanziale neanche i diversi incontri tra i “grandi del mondo”, nonostante le loro dichiarazioni “ottimistiche” sulla fine di quelle guerre. Comprese le dichiarazioni del presidente statunitense che, ogni volta che parla, dichiara una cosa diversa da quella detta precedentemente. Purtroppo, nel frattempo, le guerre continuano ed in queste ultime settimane si sono anche intensificate. Il presidente russo ne approfitta dalla situazione e continua a bombardare le città ucraine, compresa la capitale. Mentre migliaia di civili, molti bambini compresi, soffrono e muoiono per la fame e per le bombe nella Striscia di Gaza.

    Domenica scorsa, 31 agosto, è cominciato il 25o vertice, di due giorni, dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Shanghai Cooperation Organisation – SCO; n.d.a.) che si svolge a Tianjin, città portuale nel nord della Cina. Si tratta di un’Organizzazione costituita nel 2001, voluta e proposta dalla Cina e dalla Russia, come un Forum di promozione della sicurezza e cooperazione nella regione eurasiatica. L’Organizzazione ha attualmente dieci Paesi membri (Cina, Russia, India, Iran, Bielorussia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Pakistan, Tajikistan e Uzbekistan) e due Paesi osservatori (Afghanistan e Mongolia). In più l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ospita nelle sue attività anche gli alti rappresentanti dei Paesi noti come “partner di dialogo” (Azerbaijan, Armenia, Bahrain, Egitto, Cambogia, Qatar, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia e Sri Lanka).

    Dopo la fine del 25o vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gli ospiti del vertice ed altri invitati saranno a Pechino, il 3 settembre prossimo, per celebrare gli 80 anni dalla fine della guerra tra la Cina ed il Giappone. In più saranno presenti anche il presidente della Corea del Nord e quello della Serbia. Un’altra occasione per alcuni dei “grandi del mondo” di continuare a discutere sulle problematiche situazioni che coinvolgono direttamente alcuni di loro.

    Il presidente della Russia è uno di loro. Lui, domenica scorsa, durante una riunione del Consiglio dei capi di Stato e dei governi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha dichiarato: “Informerò sicuramente i miei omologhi in modo più dettagliato e approfondito sui risultati dei colloqui in Alaska durante gli incontri bilaterali previsti”. E si riferiva all’incontro ed ai colloqui che ha avuto con il presidente statunitense, il 15 agosto scorso, in Alaska. Il presidente russo, riferendosi poi alla guerra in Ucraina, da lui voluta ed ordinata, ha dichiarato che “… non è stata scatenata dall’attacco della Russia all’Ucraina, ma è stata il risultato di un colpo di Stato, sostenuto e provocato dall’Occidente”. Considerandola non una guerra bensì una crisi, il presidente russo ha aggiunto che “…La seconda ragione della crisi è il costante tentativo dell’Occidente di trascinare l’Ucraina nella NATO”.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, la scorsa settimana nella capitale statunitense si è svolta una riunione sulla fine della guerra nella Striscia di Gaza e sul futuro della stessa Gaza. Erano presenti il segretario di Stato statunitense ed il ministro degli Esteri israeliano. Insieme a loro era presente il genero dell’attuale presidente statunitense ed ex consigliere, con delega per il Medio Oriente, durante il suo primo mandato. Era presente anche l’ex premier britannico Tony Blair che dal 2016 è il fondatore del “Tony Blair Institute for Global Change” (Istituto Tony Blair per il Cambiamento Globale; n.d.a.), un’organizzazione non a scopo di lucro che opera in vari Paesi del mondo, soprattutto in Africa. Era presente anche l’attuale inviato speciale statunitense in Medio Oriente. Risulterebbe che in questi ultimi mesi lui e l’ex premier britannico si siano incontrati diverse volte ed abbiano elaborato, insieme anche con il genero dell’attuale presidente statunitense, un progetto per la fine della guerra nella Striscia di Gaza.

    Bisogna sottolineare che il genero dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, noto anche per i suoi interessi immobiliari e come sostenitore di progetti milionari in quel campo in vari parti del mondo, nel febbraio 2024, ha parlato di “proprietà sul lungomare di Gaza”, che potrebbe essere “molto preziosa”. E solo un mese dopo, nel marzo 2024, parlava del “grande valore immobiliare del lungomare di Gaza”. Bisogna evidenziare che, inseme con la sua moglie, la figlia del presidente statunitense e comproprietaria della Trump Organization (Organizzazione imprenditoriale privata della famiglia Trump; n.d.a.), il genero del presidente statunitense ha presentato gli interessi della famiglia non solo nel lungomare di Gaza, ma anche in altri Paesi. Europa compresa.

    E guarda caso, all’inizio del suo secondo mandato, l’attuale presidente statunitense ha presentato il progetto “Gaza, riviera del Medio Oriente”, secondo il quale Gaza poteva diventare “la Costa azzurra del Medio Oriente”. E da noto imprenditore edilizio di successo qual è, lui ne sa qualcosa. Ma da buon imprenditore, per l’attuale presidente statunitense determinati progetti sono spesso legati a interessi personali milionari. E proprio la scorsa settimana il noto quotidiano statunitense The Washington Post ha rivelato che i collaboratori del presidente statunitense ed alcuni suoi partner internazionali stanno discutendo delle proposte per costruire un lussuoso resort turistico e un polo tecnologico sulla Striscia di Gaza.

    Sempre durante la scorsa settimana ed esattamente mercoledì 27 agosto, il presidente statunitense ha proposto l’arresto del suo nemico George Soros e di suo figlio. Secondo lui “George Soros e il suo meraviglioso figlio della sinistra radicale, dovrebbero essere incriminati con il RICO per il loro sostegno alle proteste violente, e a molto altro, in tutti gli Stati Uniti d’America” (RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act – Legge sulle organizzazioni corrotte e influenzate dai racket, approvata nel 1970; n.d.a.). Il presidente statunitense sa anche il perché di una simile proposta. Ma lui dovrebbe sapere che George Soros ha collaborato molto anche con Tony Blair in diverse attività lobbistiche occulte, con gravi conseguenze in alcuni Paesi in Africa. Proprio con Tony Blair che, da qualche mese, insieme con il suo genero ed altri suoi collaboratori stretti stanno preparando il progetto per Gaza. Chissà come andrà a finire la proposta del presidente statunitense sull’arresto di George Soros e di suo figlio, incriminati in base al RICO? Ma si sa che lui cambia le sue dichiarazioni di punto in bianco e dichiara amici persone che prima considerava nemici. O viceversa. Come ha fatto con il presidente della Corea del Nord, con il quale adesso, come dichiarava la scorsa settimana, “si vanta di avere un ottimo rapporto” (Sic!).

    Chi scrive queste righe pensa che alcuni dei “grandi del mondo” parlano di principi ma seguono soltanto i loro interessi e niente altro. E per questo diventano amici di molti. Ma come ci insegna Thomas Fuller “Chi è amico di tutti non è amico di nessuno”. Anzi, non ha nessun amico.

  • Etica e politica

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Non è indispensabile ricorrere a Machiavelli per affrontare il tema del rapporto tra etica e politica. Molti ne scrissero nei secoli precedenti, a volte con un po’ d’ipocrisia, ma Tucidide cinicamente e francamente ci lasciò qualcosa che resta da sempre una verità: “I forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”. Per quanto amara e sconfortante possa suonare tale affermazione occorre prenderne atto e non illuderci che la realtà sia diversa da così o che la volontà ottimista la possa cambiare.

    Da tutti i tempi le varie politiche nazionali e soprattutto la politica internazionale seguono questa logica ed è giusto che sia così. La geopolitica ha un solo obiettivo: l’interesse nazionale. Pensare diversamente non solo è inutile, è addirittura controproduttivo. Invocare la moralità nei rapporti tra Stati è utile in tempo di pace ai fini di mantenere rapporti diplomatici e culturali tra i vari popoli coinvolti ma, in tempi di confronto o addirittura di guerra, è funzionale solo alla propaganda delle parti. Certamente, l’essere umano a cui si fa rischiare la propria vita ha bisogno di una giustificazione “superiore” per essere convinto a farlo e mai ci fu una guerra in cui un esercito attaccò un altro per dichiarati motivi egoistici o soltanto materiali. Un approccio moralistico è giudicato necessario per portare interi popoli a subire, o infliggere, le distruzioni che accompagnano ogni atto bellico. Perfino il cosiddetto “diritto internazionale” è una pura finzione che viene usata dagli uni contro gli altri secondo le convenienze. Quando noi critichiamo la Russia per averlo violato con la sua invasione dell’Ucraina, dimentichiamo che noi “Occidentali” facemmo la stessa cosa invadendo la Serbia, l’Irak e la Libia. Naturalmente, in questi casi le ragioni “morali” usate furono altre ma altrettanto faziose e addirittura inventate quali le (false) motivazioni umanitarie nel primo caso, inesistenti “armi di distruzione di massa” nel secondo e l’aiuto ai ribelli contro il potere costituito che li massacrava (in realtà si trattò di una guerra civile innescata da potenze straniere – vedi Francia, GB e USA – contro Gheddafi) nel terzo. Gli esempi di tal fatta sarebbero numerosi ma basterebbe ricordare che all’inizio del ‘900 l’invasione di eserciti europei, americani, giapponesi e russi in Cina fu anche allora giustificata con l’appello al “diritto internazionale”. Qualcuno ricorderà quali stragi efferate si commisero allora contro la popolazione cinese che voleva soltanto sottrarsi al colonialismo economico straniero (e all’invadenza dei missionari cristiani contro la secolare cultura locale).

    Il problema del vero iato tra le ragioni morali e quelle politiche diventa ancora più evidente quando le motivazioni morali cui ci si riferisce sono diverse e spesso contrapposte tra i vari contendenti. Dalla seconda guerra mondiale in poi i vincitori occidentali invocarono le ragioni delle “democrazie” contro i sistemi “autoritari” dimenticando però che per attaccare la dittatura nazista che voleva occupare altre nazioni non si esitò ad allearsi con la dittatura sovietica. Anche la “guerra fredda” fu poi basata su due contrapposte visioni del mondo e ognuna delle due parti sosteneva di battersi per la maggiore libertà dei popoli contro, da un lato, “l’oppressione capitalista” e, dall’altro, la violazione delle “libertà individuali”. Ognuno non solo diffondeva al proprio interno le proprie “ragioni morali” ma cercava anche di convertire l’altra parte. In effetti ci furono anche in Unione Sovietica dei difensori (perseguitati) della liberal democrazia, così come da noi ci furono seguaci del marxismo-leninismo e perfino dello stalinismo. La realtà fu che non si trattava, se non per pura propaganda, di difendere certi valori ma di semplice concetto geopolitico mirante alla conquista della supremazia mondiale. Alla barba dei “valori” propugnati, quando Churchill andò a Mosca nell’agosto del 1942 si accordò con Stalin sulla percentuale di interferenza che Gran Bretagna e Russia avrebbero potuto rispettivamente esercitare sui futuri Stati europei e, nel successivo incontro di Yalta, Roosevelt chiese semplicemente che non si parlasse di “percentuali” ma la sostanza rimase la stessa. L’atteggiamento della NATO durante i fatti di Budapest del 1956 e di Praga del 1968 dimostrarono che l’accordo teneva. Si fu frequentemente sull’orlo di una vera guerra ma, fortunatamente per tutto il tempo, essa rimase “fredda”.

    Le nazioni cercano sempre la loro propria prosperità e temono le minacce ad essa e sono questi due imperativi a determinare le azioni dei vari governi. Che i tanti leader mondiali ne siano consapevoli è importante, indipendentemente da ciò che dicono ai rispettivi pubblici perché, se anch’essi credessero veramente a ciò che è predicato a gran voce alle masse come “valore”, non avremmo a che fare con dei politici bensì con dei fanatici che potrebbero diventare pericolosi.

    E’ bene ricordare tutto ciò a chi crede ingenuamente che la guerra in atto in Ucraina sia davvero per la “difesa della democrazia” e che lasciare che la Russia possa vincere diventi una “sconfitta morale”. Chi ha buon senso ed è realista sa che le ragioni politiche stanno sempre dietro le motivazioni ufficialmente addotte e che oggi con Mosca un accomodamento non solo è preferibile, ma addirittura giusto.

  • Gli interessi americani per Panama

    Chi ha bazzicato un poco la storia del continente americano non è per nulla rimasto stupito dalle affermazioni del neo-Presidente statunitense Donald Trump in merito a Panama. Senza giri di parole, ha detto di non escludere l’uso della forza militare verso quel Paese al fine di tutelare gli interessi americani messi in pericolo dalla presenza di società cinesi che controllano i porti di entrata nel canale sulle sponde degli oceani Atlantico e Pacifico. In realtà, come la storia ci ricorda, già il Presidente Ulysses Grant durante il suo mandato (1869-!877) e Theodore Roosevelt (1901-1909) avevano affermato che l’istmo centro americano aveva per gli USA una “valenza strategica”.  Quando la popolazione di quel piccolo pezzo di terra cominciò a lottare contro la Colombia per rendersi indipendente da Bogotà trovò subito il sostegno della marina americana che dissuase i colombiani dal cercare di soffocare la ribellione.  La conseguenza fu che Washington, con la giustificazione di voler “garantire” l’indipendenza da loro acquisita cominciò, da allora, ad esercitare un forte controllo sui governi che si succedettero a Panama City. Quando la società francese che stava costruendo il canale dichiarò fallimento, furono società americane che ne presero possesso e lo gestirono a partire dal 1920 (data dell’inaugurazione). Il possesso dell’infrastruttura e la tutela sulla politica panamense continuarono sino a quando il Presidente Carter, a seguito di forti proteste locali e di opportunità politica, firmò un accordo con le autorità panamensi che cedeva a loro il possesso e la gestione del canale a partire dal 2000.

    Che una certa forma di controllo politico USA sullo Stato non fosse mai venuta meno fu comunque dimostrato quando Washington decise di inviarvi le truppe per rimuovere dal potere l’autoritario e non più gradito Presidente Manuel Noriega e sostituirlo con qualche personaggio più condiscendente (dicembre 1989). I militari arrestarono Noriega e lo trasferirono negli Stati Uniti, ove fu processato e condannato ufficialmente per traffico di droga.

    Con questi precedenti, è ovvio che la sparata di Trump non deve stupire nessuno. Così come è scontata la valenza strategica del canale che consente il transito tra i due oceani. Infatti, senza quella scorciatoia i tempi di percorrenza delle merci si aggraverebbero di qualche settimana con conseguente aggravio di costi. È anche scontato che, nonostante quel passaggio sia sempre stato considerato una libera e neutrale via di comunicazione per chiunque, in caso di conflitti o pesanti contenziosi geopolitici, chi controlla gli accessi potrebbe impedire il transito a navi “sgradite”. Oppure esigere costi spropositati.

    Importante aggiungere che, attualmente, la gestione ufficiale appartiene al Governo di Panama che tuttavia ha ceduto per 25 anni (dal 2021 al 2046) a una società cinese, la Hutchinson Holding con sede a Hong Kong, il diritto alla gestione dei due porti di accesso. Quando una nave di qualunque Paese vuole passare, di là dal pagamento di una tariffa, variabile a seconda della dimensione dell’imbarcazione, del tipo di merci trasportate e della programmazione del transito, il Comandante deve anche cedere il comando a un pilota locale per tutto il tragitto e pagare la sua prestazione.

    Trump, oltre a giudicare un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti il fatto che siano dei cinesi a controllare gli accessi, lamenta anche che le tariffe applicate alle navi americane siano eccessivamente esose. Non va dimenticato che gli USA sono i maggiori fruitori del canale che costituisce per loro la più importante via di comunicazione per importazioni ed esportazioni verso e da i mercati asiatici e tra la costa est e ovest degli stessi Stati Uniti.

    Il valore strategico di Panama non si limita, comunque, al canale e agli scambi marittimi. Due sono gli altri aspetti che attirano l’attenzione del nuovo Governo di Washington: il fatto che costituisca un obbligato punto di passaggio dei flussi migratori dal Sud America attraverso il cosiddetto Darien Gap e che sia il più grande e ben segretato paradiso fiscale al mondo.

    Il Darien Gap è un’area principalmente paludosa e semidisabitata nel sud di Panama ed è lì che si concentrano numerosi migranti arrivati soprattutto dal Venezuela, o perfino dall’Asia, per poi indirizzarsi a nord, verso il Costarica. Sia Panama che il Costarica non hanno alcun interesse a trattenere più del necessario gli irregolari che vogliono attraversarli e organizzano mezzi di trasporto per facilitare il loro ingresso ancora più a nord, nel Guatemala. Una “giusta” pressione sul Governo di Panama potrebbe respingere, anziché facilitarne il passaggio, tutti i migranti che puntano ad arrivare poi negli Stati Uniti.

    L’altro aspetto importante e da non sottovalutare è che, a dispetto del FMI e di richieste formali o informali da parte di numerosi Governi mondiali, il Paese continua a vantare una legislazione societaria che consente alle Fondazioni di avere dei gestori ufficiali (seppur nullafacenti) non denunciando mai i veri titolari, né di dichiarare la eventuale destinazione o l’utilizzo dei fondi. Il segreto bancario è così ben tutelato che centinaia di cittadini panamensi nullatenenti possono offrire il loro nome, a pagamento, come copertura dei reali proprietari di quei conti. Si stima che migliaia di società straniere coprano in quel modo i loro affari. La legge prevede perfino sanzioni penali e pecuniarie per chi dovesse rompere il segreto. È evidente che queste caratteristiche ne fanno una base formidabile per il lavaggio di denaro da parte non solo di esportatori illegali di capitali ma soprattutto di organizzazioni criminali quali i trafficanti di droga. Proprio vicino l’ingresso atlantico del canale c’è anche una Zona Franca, la Colon Free Trade Zone, che è specializzata nel commercio di pietre e metalli preziosi. La conseguenza di questo sistema è che a Panama risultano esistere almeno 370.000 società e cioè il più grande numero dopo le Isole Vergini britanniche e Hong Kong e che vi sia la rete bancaria più potente in Centro America con un valore consolidato del settore finanziario che ammonta a tre volte il PIL del Paese. Dopo la scoperta dei Panama Papers alcune riforme per rendere più trasparente il sistema finanziario e consentire l’identificazione dei veri titolari di società e fondazioni sono state approvate e queste riforme hanno migliorato l’immagine internazionale, ma il Paese è ancora sotto osservazione internazionale per garantire che le norme siano effettivamente applicate e rispettate

    L’interesse di Trump è quindi molteplice e va dal significato strategico del canale al controllo dei flussi migratori al poter avere qualche controllo sul sistema bancario locale.

    Le minacce del Presidente americano sembrano aver subito ottenuto un qualche risultato, almeno di facciata. Il Presidente panamense Jose Raul Mulino ha ricevuto il neo Segretario di Stato Marco Rubio e gli ha garantito che disdirà l’accordo con la Cina per la Belt Road e ci sarà una riflessione positiva sulle tariffe di transito che riguarderanno navi battenti bandiera statunitensi. Quanto alla gestione dei due porti, Rubio ha detto che è inaccettabile l’attuale status quo e che “in assenza di cambiamenti immediati gli Stati Uniti saranno costretti ad adottare le misure necessarie per proteggere i propri diritti”.

  • A chi giova?

    Tutti coloro che hanno a cuore la vita umana, non solo la propria ma anche altrui, non possono che essere preoccupati, angosciati, per ì civili che sono morti e moriranno a Gaza. Sperando che provino gli stessi sentimenti per i morti israeliani.

    Ciascuno dovrebbe chiedersi perché è cominciato tutto questo sapendo bene che l’inizio è stato il 7 ottobre quando Hamas è entrato in Israele trucidando ragazzi, persone normali e tanti bambini, anziani e donne inermi.

    Se Hamas non fosse entrato in Israele, se non avesse ucciso, secondo le stime attuali, ma sembra non ancora finito il riconoscimento, più di 1400 persone, se Hamas non avesse rapiti 240 ostaggi, se non avesse lanciato un numero enorme di razzi contro Israele, dimostrando di avere a disposizione una grande potenza di fuoco e una moderna tecnologia, come i droni, oggi non ci sarebbero tanti morti e feriti palestinesi.

    Se Hamas avesse usato i forti finanziamenti, arrivati sia dall’Europa che da alcuni paesi arabi, per rendere più giusta la vita degli abitanti di Gaza, mentre invece scavava, da anni, tunnel lunghi chilometri e vere e proprie roccaforti sotterranee per arrivare in territorio israeliano e commettere atrocità delle quali troppo poco si è parlato, se Hamas avesse voluto quella mediazione politica necessaria per raggiungere l’accordo: due popoli, due Stati, oggi, con buona pace di tutti quelli che sfilano bruciando le bandiere israeliane, i morti non ci sarebbero stati, né a Gaza né in Israele

    Se Hamas non avesse avuto da tempo l’obiettivo di cercare di distruggere Israele, Stato che, secondo alcuni, non esiste, non è neppure sulle loro carte geografiche di certi paesi musulmani, se avesse aperto la strada al reciproco riconoscimento, se non fosse collegato con l’Iran, finanziato dal Qatar, blandito dai russi di Putin, se, se, con i se non andiamo da nessuna parte.

    La verità è come una coperta corta che ciascuno tira dalla sua parte ma, con buona pace di Guterres e di quel personale dell’Onu che non si è mai accorto dei tunnel o delle condizioni miserrime dei palestinesi, nonostante i molti sostanziosi aiuti economici, la realtà è inconfutabile: Hamas è entrata in Israele per uccidere, fare più male possibile sapendo che vi sarebbe stata la ovvia reazione dell’esercito israeliano, con le conseguenze che tutti conosciamo.

    La realtà, che non può essere più di tanto manipolata dalle false notizie, è che il piano, concordato non solo con l’Iran, era di cercare di attirare Israele in una strada senza uscita e la Russia ne era ben contenta sia perché è noto il suo antisemitismo sia perché sperava di distogliere l’attenzione dalla turpe guerra che da quasi due anni ha portato in Ucraina.

    Gli antichi romani avrebbero detto: cui prodest? A chi giova?

    Non certo ai civili palestinesi usati come scudi umani, non certo agli israeliani che, in un attimo, si sono trovati meno forti e sicuri ed hanno visto, in gran parte, vanificare i faticosi progressi fatti con l’accordo di Abramo, certo giova ai nemici del diritto, della democrazia, della pacifica convivenza ed anche ai propugnatori di un nuovo ordine mondiale.

    Certo il diritto alla difesa non può portare a perpetrare uccisioni indiscriminate ma se i miliziani di Hamas si nascondono tra i civili ed i miliziani di Hamas continuano a lanciare razzi ed a fare incursioni in territorio israeliano, tenendo prigionieri 240 cittadini, non solo israeliani, cosa deve fare Israele, concedere una tregua per ritrovarsi come al 7 ottobre attaccata proditoriamente!

    Quella parte di comunità internazionale che tanto si agita a condannare Israele, partendo dal ras turco Erdogan, cosa ha fatto o intende fare per rendere inoffensivo Hamas, quando si deciderà a condannarlo?

    Mentre vediamo manifestazioni pro Hamas e contro Israele ci chiediamo perché queste sfilate e prese di posizione, Onu compresa, non le abbiamo viste e non le vediamo per le persone uccise, seviziate, rimaste senza nulla in Ucraina dove i bombardamenti hanno raso al suolo, completamente, numerose città e dove gran parte del terreno ucraino non potrà essere coltivato per anni, portando lo spetro della fame non solo per la popolazione locale ma per i paesi più poveri nel mondo.

    Ma di questo la piazza non parla, non urla e l’Onu è non solo inutile ma pericoloso se non sarà cambiato radicalmente.

    La verità appartiene alla visione della vita che noi o la nostra idea politica o religiosa ci suggerisce, la realtà si basa sui fatti ed è incontrovertibile che Hamas è entrato in Israele per uccidere e per trascinare Israele in guerra, i palestinesi che da anni non hanno avuto la capacità, il coraggio, la volontà di liberarsi di Hamas ne pagano le conseguenze, ma c’è una chiamata di correo per tutti quelli che oggi non condannano Hamas ed ogni terrorismo.

  • Due più due

    Putin si reca dal presidente cinese lanciando un messaggio criptico: ”Il piano cinese per la pace può essere un buon punto di partenza”, peccato che nessun altro, oltre a loro due, lo conosca e che tutti invece conosciamo molti degli interessi comuni che legano i due paesi, interessi che ovviamente non corrispondono ai diritti del popolo ucraino.

    Dopo le stragi di Hamas Il presidente cinese ha annunciato al mondo arabo la sua vicinanza ed il suo sostegno alla causa palestinese.

    Abu Mazen proclama che i palestinesi non sono Hamas, ma i palestinesi di Gaza hanno scelto Hamas già dal lontano 2007.

    Hamas ha usato i soldi della cooperazione internazionale per armarsi sempre di più senza migliorare di un millimetro la vita degli abitanti della striscia di Gaza, ha come obiettivo principale la distruzione di Israele, ha condotto in modo militare un’operazione terrorista di violenza inaudita, che ha portato alle morte, per ora accertata, di più di 1300 cittadini israeliani, migliaia di feriti, almeno 200 ostaggi, e ben sapendo che ci sarebbe stata una violenta e legittima reazione da parte di Israele.

    L’Isis ha proclamato la Jihad, il che non è una novità visto che non l’aveva mai ritirata, e nei paesi occidentali stanno ricominciando gli attentati, documenti e volantini del cosiddetto stato islamico sono stati ritrovati dai soldati israeliani nei luoghi delle stragi.

    Gli hezbollah si uniscono alla guerra contro Israele mentre i paesi musulmani più moderati, anche se carenti di democrazia sostanziale, rischiano rivolte interne da parte dei fratelli musulmani.

    L’Iran gioca le sue carte per ottenere via libera per l’atomica e ancor maggiore peso nell’area o per scatenare una guerra non solo contro Israele o altri paesi musulmani nemici da sempre, ma anche per dare una svolta alle proteste interne che continuano e l’amicizia, la collaborazione tra Iran e Hamas è nota da sempre.

    Non ci sarebbe da stupirsi se ricominciassero, con più violenza, anche le azioni degli al Shabaab non solo nel corno d’Africa ma in tutti quei paesi africani nei quali i governi sono impegnati a combattere  il terrorismo.

    Molti paesi africani hanno al loro interno guerre e sommosse nelle quali la mano della Russia è presente, anche dopo la scomparsa di Prigozhin, mentre la Cina tiene in pugno altri paesi del continente africano per gli enormi prestiti fatti e che questi non avranno mai modo di restituire, i gravi problemi del continente africano rientrano nello scenario di un conflitto che rischia di essere sempre più esteso.

    La Russia con la battaglia del grano sta portando alla fame paesi africani musulmani le cui democrazie agli albori si sono dimostrare  troppo fragili.

    L’attenzione dei media da alcuni giorni si è spostata quasi completamente dalla guerra in Ucraina con il rischio che l’opinione pubblica se ne disinteressi e che possano crescere le più o meno palesi simpatie di alcuni per Putin e per il suo progetto, condiviso con il presidente cinese e non solo, di un nuovo ordine mondiale.

    Non è un mistero la convinzione, che troppi hanno, che i sistemi autoritari funzionino meglio delle democrazie, democrazie che rischiano quando metà della popolazione non si reca al voto.

    La reazione di Israele, se sarà portata avanti fino alla distruzione, almeno di gran parte di Hamas, rischia di scatenare un altro conflitto senza precedenti, se si fermerà Israele rischia la propria esistenza e il rischio è anche del mondo occidentale che non potrà più pensare di vivere in pace come negli anni seguiti al secondo conflitto mondiale.

    Sono solo alcune considerazioni, molte altre se ne potrebbero fare, esaminando gli errori degli uni e degli altri e la debolezza, la quasi inesistenza, da tempo, delle Nazioni Unite ma lasciamo questo lavoro ai tanti che in televisione parlano, spesso a ruota libera, mentre abbiamo, anche in questi giorni, visto bruciare in piazza le bandiere di Israele e gridare morte ai sionisti.

    La sofferenza dei civili palestinesi sotto le bombe, che doveva portare a più tempestivi aiuti umanitari, non deve lasciare indifferenti ma non può farci dimenticare che Hamas usa i civili come scudi umani mentre continua a lanciare missili su Israele, due errori non fanno mai una ragione, ciascuno si prenda  responsabilità e conseguenze
    Vogliamo solo ricordare che 1) è difficile fare i fluire maggiormente la diplomazia dopo che la si è ignorata per anni basandoci invece su qualche  improvvido Twitter, 2) se si vuole salvare Gaza bisogna eliminare Hamas, 3) se si vuole fermare la guerra Abu Mazen e i paesi arabi devono subito riconoscere Israele, solo con il pieno riconoscimento di Israele, e a seguire dello stato palestinese, si potrà sperare di costruire un Medio Oriente che guardi al futuro e continuare nelle azioni necessarie a distruggere il terrorismo. Resta fermo il fatto che Gerusalemme è la culla delle tre religioni monoteiste.

    In sintesi due più due non fanno quattro se chi conta ha obiettivi diversi dalla pace.

  • Un conflitto locale e grandi interessi geostrategici internazionali

    L’arte della guerra è l’arte di distruggere gli uomini, la politica è l’arte d’ingannarli

    Jean Le Rond D’Alembert, da “Zibaldone di letteratura e filosofia”

    Nonostante si stia svolgendo nel territorio della Striscia di Gaza, quel conflitto, scoppiato il 7 ottobre scorso, con delle drammatiche conseguenze, con ogni probabilità fa parte di una strategia ben più ampia, internazionale. Una strategia che avrebbe come obiettivo il raggiungimento di determinati interessi geostrategici ben più grandi di quelli che riguardano la Striscia di Gaza. Fatti accaduti e che stanno accadendo in questi ultimi dieci giorni alla mano, risulterebbe che quel conflitto, diventato ormai una guerra vera e propria, con ogni probabilità, potrebbe avere anche delle gravi ripercussioni economiche, finanziarie, ma anche di fornimento delle materie prime, dei generi alimentari ed altro. Quanto è accaduto dal 24 febbraio 2022, quando la Russia diede inizio all’aggressione contro l’Ucraina, ne è una eloquente e significativa testimonianza.

    E quanto sta accadendo ormai da circa venti mesi in Ucraina dovrebbe aiutare a capire meglio quanto sta accadendo anche in altri Paesi coinvolti in altri conflitti in queste ultime settimane. Le conseguenze a livello locale ed internazionale della guerra, che per il dittatore russo continua ad essere “un’operazione speciale militare”, sono ormai di dominio pubblico. Così come sono ormai di dominio pubblico l’immediato sostegno e coinvolgimento, a fianco dell’Ucraina, di molti Paesi occidentali ed altri in tutto il mondo. Ma anche le alleanze della Russia con determinati Paesi arabi ed asiatici, dopo il fallimento del raggiungimento degli obiettivi posti dal dittatore russo e dagli strateghi che lo consigliano. Loro, nel tentativo di impedire alla NATO (acronimo di North Atlantic Treaty Organization – Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord; n.d.a.) di espandersi verso l’Est con l’Ucraina, hanno però avviato un processo di allargamento della NATO verso nord ovest, con la Finlandia e la Svezia. Perciò si sono dati la zappa sui propri piedi. In più, durante questi venti mesi di guerra, la Russia è stata costretta ad indietreggiare da diverse aree che aveva prima conquistato. E nonostante la Russia sia una grande potenza militare, risulterebbe che ormai stia cercando sostegno e rifornimenti dai suoi alleati. Tenendo perciò presente una simile e non facile situazione in cui si trova la Russia, allora non si potrebbe escludere neanche l’attuazione di una strategia di attivare conflitti in altre aree, per spostare l’attenzione da quello che sta accadendo dal 24 febbraio 2022 in Ucraina. Ma anche e soprattutto per far diminuire l’appoggio dato con il sostegno ufficiale ed i tanto necessari rifornimenti all’Ucraina con mezzi e materiale bellico.

    Prima che iniziasse l’attacco contro l’Israele con dei razzi dai militanti dell’organizzazione Hamas (l’acronimo di Harakat al-Muqawwama al-Islamiyya – Movimento Islamico di Resistenza; n.d.a.) il 7 ottobre scorso, ci sono stati due altri conflitti locali. Il primo nel Nagorno-Karabakh (Caucaso meridionale). Il secondo, soltanto alcuni giorni dopo il primo, nel nord del Kosovo. E poi, soltanto due settimane dopo, l’attacco dei militanti di Hamas nella Striscia di Gaza. Chissà se sia stato per caso, oppure si è trattato di una ben ideata ed attuata strategia diversiva?! Ma guarda caso però, ci sono anche delle similitudini in tutti questi conflitti. Compresa la guerra in Ucraina, tenendo presente anche cosa successe e perché il conflitto finì nel marzo 2014 con l’annessione della Crimea. Si tratta di similitudini che hanno a che fare con l’origine e la causa dei conflitti. Si tratta però, fatti accaduti e documentati, fatti che tutt’ora stano accadendo alla mano, anche della presenza diretta e/o indiretta della Russia, ma non solo, in tutti questi conflitti locali.

    Nella regione del Nagorno Karabakh, che si trova dentro il territorio dell’Azerbaigian, nel Caucaso meridionale, la popolazione è di maggioranza armena. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nell’agosto del 1991 sia l’Armenia che l’Azebaigian, che fino ad allora erano delle repubbliche dell’Unione, diventarono degli Stati indipendenti. Ma già dal 1988, dopo delle votazioni svolte nel Nagorno Karabakh, si era affermata la volontà degli abitanti della regione di unirsi con l’allora repubblica dell’Armenia. Un risultato quello che, ovviamente, ha generato una forte reazione da parte dell’Azerbaigian e degli scontri etnici tra le due popolazioni. Ma approfittando dalle leggi in vigore in quel periodo, nel Nagorno Karabakh si svolse un referendum nel gennaio 1992, dopo che, nel settembre 1991, il Nagorno Karabakh aveva annunciato la sua secessione dall’Azerbaigian. Ebbene, il risultato referendario affermò proprio la proclamazione dell’autonomia della regione di Nagorno Karabakh dalla repubblica di Azerbaigian. Ma, de facto, più di un’autonomia, fatti accaduti alla mano, era un’indipendenza. Da allora sono stati continui gli scontri armati tra gli armeni e gli azeri, fino al 1994, quando, il 5 maggio di quell’anno è stato firmato un accordo di “cessate il fuoco” tra i due Paesi. Ma i contenziosi e le avversità tra le parti continuarono anche negli anni successivi. Dal 2016 però sono ricominciati di nuovo gli scontri armati. E sono stati sempre gli azeri ad attaccare gli armeni del Nagorno Karabakh. Così è stato nell’aprile 2016, nel settembre 2020 e, di nuovo, nel settembre 2022. Bisogna sottolineare che durante tutti questi anni la Russia sosteneva Nagorno Karabakh, mente la Turchia è stata una dichiarata sostenitrice della repubblica di Azerbaigian. Nello scorso luglio però le forze armate azere hanno bloccato l’unica strada che permetteva il collegamento tra il Nagorno Karabakh e l’Armenia. E poi, il 19 settembre scorso l’Azerbaigian attacca di nuovo e sconfigge gli armeni. Un attacco determinato quello degli azeri per annientare definitivamente l’autonomia della regione di Nagorno Karabakh. Ma, altresì, per far capire chiaramente anche all’Armenia che si è  dimostrata debole e vulnerabile nelle sue reazioni, di subire direttamente. Grazie però alla diretta mediazione della Russia, un giorno dopo, il 20 settembre, è stato raggiunto un nuovo accordo di “cessate il fuoco” tra le parti. Un accordo che per gli analisti risulta essere in realtà una chiara vittoria dell’Azerbaigian ed una capitolazione per gli armeni. Secondo loro il presidente russo ha volutamente provocato una crisi tra gli azeri e gli armeni, consapevole della debolezza di quest’ultimi, per poi causare la sconfitta ed il successivo allontanamento degli armeni dal Nagorno Karabakh. E, guarda caso, nello stesso tempo che gli azeri attaccavano, il ministro russo della Difesa si trovava in una visita ufficiale nella capitale dell’Iran, per discutere ed accordarsi con il suo omologo iraniano su temi di “comune interesse”. E si sa quali siano tali interessi in questo periodo per i due Paesi, la Russia e l’Iran. Gli analisti hanno evidenziato altresì che, durante gli ultimi scontri tra il 19 e il 20 settembre, il contingente russo che doveva garantire gli accordi precedentemente raggiunti tra le parti in conflitto ha dimostrato una certa indifferenza, permettendo così agli azeri di raggiungere gli obiettivi. Mentre il presidente russo, diversamente dal suo solito, il 20 settembre scorso ha auspicato che il contenzioso tra le parti si potesse “risolvere in modo pacifico”. Ma “l’indifferenza” della Russia ed il comportamento del dittatore russo sono state anche una “punizione” per il presidente armeno che, durante gli ultimi mesi, aveva dimostrato un’atteggiamento critico nei confronti della Russia ed un avvicinamento con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione europea. Invece quest’ultima ha scelto di essere non critica nei confronti dei massimi dirigenti istituzionali dell’Azerbaigian. Le recenti dichiarazioni pubbliche del presidente del Consiglio europeo, durante la prima metà dello scorso settembre, dimostrano e testimoniano questa “scelta diplomatica” e questo “blando comportamento” non solo suo, ma anche di altri alti rappresentanti istituzionali dell’Unione europea. Quello che è accaduto dal 1988 e fino al 20 settembre scorso tra gli azeri e gli armeni della regione di Nagorno Karabakh ha delle somiglianze e degli elementi in comune con quello che è successo e sta tutt’ora succedendo tra gli israeliani e i militanti palestinesi di Hamas. Ma anche tra i serbi e la popolazione di etnia albanese del Kosovo.

    Nel frattempo il nostro lettore è stato informato degli scontri, nel nord del Kosovo, tra le forze paramilitari serbe e le forze di sicurezza del Kosovo e del KFOR (acronimo di Kosovo Force, un contingente militare internazionale a guida NATO; n.d.a.). Sia degli scontri di alcuni mesi fa, che di quelli recenti, dopo il conflitto armato nelle primissime ore del 24 settembre scorso (Pericolose somiglianze espansionistiche, 26 agosto 2022; Non c’è pace nei Balcani, 5 giugno 2023; Bisogna pensare responsabilmente alle conseguenze, 12 giugno 2023; La ragione del più forte e anche del più influente, 19 giungo 2023; Ciarlatani disposti a tutto, anche a negare se stessi, 3 luglio 2023; Si sentono responsabili alcuni rappresentanti internazionali?, 25 Settembre 2023; Le preoccupanti conseguenze degli interessi geopolitici, 2 ottobre 2023). Forse di nuovo si tratta di un caso, ma l’ultimo conflitto armato però tra le forze paramilitari serbe e le forze di sicurezza del Kosovo è scoppiato soltanto quattro giorni dopo quello tra gli azeri e gli armeni nella regione di Nagorno Karabakh. E si sa ormai, essendo da anni di dominio pubblico il rapporto di amicizia e di stretta collaborazione tra la Serbia e la Russia. Si sa anche che la Serbia è l’unico Paese che ha avviato la procedure per l’adesione all’Unione europea, ma non ha però partecipato alle sanzioni poste dalla stessa Unione alla Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. E come nel caso della regione autonoma di Nagorno Karabakh, anche nel caso del Kosovo, ormai una repubblica indipendente dal 2008 e riconosciuta da 117 Paesi del mondo, i massimi rappresentanti istituzionali dell’Unione europea hanno sempre “preso con le buone” il presidente della Serbia. Proprio colui che è stato il ministro della propaganda e stretto collaboratore di Slobodan Milošević, ex presidente della repubblica federale di Jugoslavia. È pubblicamente noto che quest’ultimo è stato accusato di crimini di guerra contro l’umanità e di pulizia etnica in Croazia, in Bosnia ed Erzegovina ed in Kosovo. Il processo a suo carico, avviato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, è stato però interrotto nel 2006 dopo la sua morte e poco prima che si esprimesse la sentenza. Ebbene, dopo l’ultimo conflitto del 24 settembre scorso, proprio gli stessi massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, che fino ad alcuni giorni prima “coccolavano” il presidente serbo, hanno cambiato un po’ il loro atteggiamento. Ma mai però a dire le vere verità e a prendere le dovute e necessarie decisioni. Il nostro lettore è stato informato anche di tutto ciò (Si sentono responsabili alcuni rappresentanti internazionali?, 25 Settembre 2023; Le preoccupanti conseguenze degli interessi geopolitici, 2 ottobre 2023). L’ambiguità nelle loro dichiarazioni pubbliche e, non di rado, anche l’irresponsabilità delle loro scelte e decisioni sembrerebbero siano ormai, nolens volens, delle loro “preferenze comportamentali”. Chissà perchè?! Si sa però, fatti accaduti alla mano, che anche come nel caso dell’attuale guerra in corso nella Striscia di Gaza, le scelte fatte dall’Unione europea non sono state quelle dovute e necessarie.

    Nel frattempo però nella Striscia di Gaza si sta combattendo e, purtroppo, altre vite umane si stanno perdendo, bambini compresi, sia ebrei che palestinesi. I media stanno diffondendo, dal 7 ottobre scorso ed in continuazione quanto sta accadendo lì dove si sta combattendo. Così come stanno rapportando anche gli schieramenti delle massime autorità dei singoli Paesi e delle istituzioni internazionali. Sia quelli che condannano gli attacchi dei miliziani del Hamas, che degli altri che si schierano contro l’Israele. E da quanto sta realmente accadendo nella Striscia di Gaza, purtroppo si presume che i combattimenti continueranno, con tutte le drammatiche conseguenze.

    Chi scrive queste righe è convinto che tutti i conflitti locali si svolgono per degli interessi, piccoli o grandi che siano. Compresi anche i grandi interessi geostrategici internazionali. Chi scrive queste righe trova significativo quanto scriveva nella metà del diciottesimo secolo D’Alembert. E cioè che l’arte della guerra è l’arte di distruggere gli uomini, la politica è l’arte d’ingannarli.

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